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dalla foce del fiume etrusco Linceo (il Mignone presso Tarquinia) alla sponda sinistra della foce del Tevere giocando sul fatto che anche questo fiume nasceva in Etruria390. Si tratta di un espediente utilizzato per piegare una tradizione etrusca alla gloria di Roma. Che il ritorno di Enea sia raffazzonato lo dimostra il fatto che Virgilio mette subito in atto un evento riparatore. Siccome le popolazioni locali vorrebbero scacciare i Troiani, il poeta spedisce Enea in Etruria, a Còrito (Tarquinia), per chiedere aiuti a Tarconte. Quest’ultimo si trova accampato con l'esercito fra Còrito-Tarquinia e la foce del fiume Mignone, nella quale il poeta riconosceva evidentemente quella del mitico fiume Linceo dove, secondo la leggenda etrusca (già riferita da Licofrone), Enea era approdato al suo arrivo in Etruria (vd. p. 257 e f. 106). 23). DIONIGI DI ALICARNASSO Dopo la morte di Virgilio, il retore greco Dionigi di Alicarnasso scrive le Antichità romane nelle quali nega ogni apporto etrusco alle origini di Roma, e narra che i Troiani sbarcarono sulla spiaggia di Laurento dopo aver toccato l'isola di Procida ed il promontorio di Gaeta391. Egli tuttavia, che, quando può, cita sempre di volta in volta una fonte autorevole a sostegno delle sue tesi, stavolta, come d'altronde Tito Livio, non presenta alcuna fonte392. La stessa cosa avviene nei commentatori di Virgilio, quali Elio Donato, Servio, Tiberio Donato, e l'ignoto autore degli Scholia Veronensia. Lo pseudo Aurelio Vittore, nell'Origine del popolo Romano, cita i vari autori da lui di vol390

Virgilio, op. cit. , VII, 122. Lo stesso Tiberino, dio fluviale del luogo, dice ad Enea: “Oh stirpe di dèi, che riconduci a noi dai nemici la città troiana... Oh atteso dal suolo laurente e dai campi latini, qui è una sicura dimora per te, e sicuri Penati...Io sono il ceruleo Tevere...Qui la mia grande dimora, il capo esce tra eccelse città”(VIII, 36-65). Poiché il Tevere nasceva in Etruria, Virgilio aveva a volte definito il fiume come etrusco, ma in questa occasione non lo fa. Anzi, Tiberino non si presenta ad Enea come un dio etrusco, bensì latino. Dio fluviale del luogo, lo definisce il poeta (VIII, 31: deus ipse loci fluvio Tiberino amoeno). A sua volta, Tiberino dichiara ad Enea: “Qui è la mia grande sede, il capo esce da eccelse città (VIII, 65: Hic mihi magna domus celsis caput urbibus exit)”. L'espressione è stata interpretata in vari modi. Alcuni intendono che Tiberino alluda alla futura Roma, divenuta capitale di illustri città. Altri intendono che il dio voglia sostenere che la sua sede sia Roma o, comunque, il Lazio vetus, ma che il suo cammino iniziava fra le eccelse città dell'Etruria. C'è poi chi aggiunge che con ciò il poeta volesse ritenere che l'ordine dato ad Enea dagli dèi di ritornare a Corito, terra natale di Dardano capostipite dei Troiani, potesse cosiderarsi soddisfatto con l'approdo alla foce del Tevere. In ogni caso, la sponda latina della foce del fiume assume la funzione che, stando alla prima parte dell'Eneide, avrebbe dovuto assumere la etrusca città di Corito. 391 Dionigi di Alicarnasso, op. cit. , I, 53; 63. 392 Analizziamo ora quella che si ritiene sia la più antica testimonianza della fondazione di Roma da parte di Enea. Dionigi di Alicarnasso (fine I sec.a.C.) sosteneva che Ellanico di Lesbo (seconda metà V sec.a.C.) aveva detto che “Enea, arrivato dalla terra dei Molossi in Italia insieme ad Ulisse, fu il fondatore della città, e che la avrebbe chiamata Roma dal nome di una delle donne troiane. Questa aveva istigato le altre donne, ed assieme a loro aveva appiccato fuoco alle navi, perché era stanca delle peregrinazioni” (Dionigi Alic., op. cit. , I, 72). Innanzitutto, osserviamo che non è possibile che Ellanico, nel quinto secolo avanti Cristo, avesse usato la parola Italia per indicare il luogo dello sbarco di Enea, sia che lo avesse voluto ambientare in Etruria che nel Lazio vetus. Al tempo di Ellanico, la parola Italia designava solo la punta estrema della penisola. Invece, al tempo in cui Dionigi parafrasava e riassumeva il testo originale di Ellanico, l'Italia andava dalle Alpi al Mare Ionio, e comprendeva sia il Lazio vetus che l'Etruria. Ora, secondo la versione parallela che Plutarco diceva di aver preso da Aristotele, i profughi troiani dapprima furono sbattuti dai venti sulle coste dell'Etruria, poi si recarono alla foce del Tevere. Qui, una donna di nome Roma, stanca di peregrinare, incendiò le navi dei compagni costringendoli in tal modo a restare sul luogo dove edificheranno una città che, dal nome della donna incendiaria, chiameranno Roma. Roma si chiamava anche la figlia di Telefo, sposa di Enea, che diede il nome alla città. A sua volta questa sposa di Enea figlia di Telefo, e perciò sorella di Tarconte e Tirreno, rimanda ad una donna di nome Tirrenia (= Etruria) che, secondo la tradizione riferita da Verrio Flacco, fu la moglie di Enea e gli diede un figlio di nome Romolo. Per quanto riguarda, poi, l'incontro di Enea con Ulisse, la versione parallela di Licofrone lo faceva avvenire in Etruria. Possiamo allora ritenere che “Italia” sia stata una voce generica usata da Dionigi, in luogo di Tirrenia, durante il lavoro di parafrasi e riassunto, per adattare il racconto di Ellanico alle motivazioni della propria opera che, in posizione antivirgiliana, mirava a dimostrare che Roma era una città greca, e con ciò a disconoscere l'apporto degli Etruschi alla formazione dell'ethnos primitivo della città.

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Dna etruschi e troia di alberto palmucci  

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