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carne la morte ritorna a guerreggiare, uccide Ettore e fa scempio del cadavere. Priamo, infine, padre di Ettore, riesce a farsi restituire il corpo. Il poema termina con “gli estremi onori resi ad Ettore domatore di cavalli”. Omero dunque cantò solo poche settimane di guerra estratte da una più lunga serie di battaglie che, si diceva, erano durate nove lunghi anni e s’erano protratte ancora per un anno fino alla distruzione della città. Egli, tuttavia, non era un cronista di guerra, ma un poeta. Egli, come abbiamo già detto, raccoglieva e a sua volta rielaborava il canto di bardi che già da secoli avevano elaborato e rielaborato fatti avvenuti tanto tempo prima a cominciare da quello della città di Troia storicamente assalita ed occupata nel 1280 a.C. da Pijama-radu con l’appoggio di gente achea (vd. p. 106). Già prima di Omero, i fatti di Troia erano diventati leggenda, e non vanno presi alla lettera. Con ogni probabilità il mito contrasse un lungo ripetersi di guerre in una sola guerra di lunghi nove anni fino a un decimo anno in cui la città sarebbe stata distrutta. Di questi mitici dieci anni, poi, Omero non cantò la distruzione di Troia, ma solo cinquantuno giorni di un nono anno. A rigore, l’Iliade contiene solo qualche allusione alla distruzione della città, cosa che potrebbe esser anche dovuta ad aggiunte posteriori. Omero dunque non cantò la caduta di Troia. Una seconda opera, l’Odissea, che gli fu attribuita, ma che fu comunque composta qualche decennio più tardi, narra le vicende che il greco Odisseo visse per tornare in patria dopo ch’egli stesso aveva contribuito in modo determinante alla presa della città. Però l’Odissea, rispetto alle notizie già fornite dall’Iliade aggiunge solo qualche dettaglio. In una serie di flashback, Odisseo ricorda che riuscì a far entrare i Greci dentro Troia escogitando l’inganno del cavallo. I particolari della vicenda, comunque, non vengono riportati, e non viene descritto l’ultimo anno di guerra né la presa e la distruzione della città. Il fatto però che nell’Odissea ci siano flash sulla presa di Troia e sul famoso Cavallo, indica che la versione leggendaria della fine di Troia era già stata elaborata. Fra i riferimenti religiosi contenuti nelle iscrizioni cuneiformi delle tavolette ittite ce n’è uno che riguarda la santa città luvia di Istanuwa. Là, si cantava un inno del quale ci resta purtroppo solo la prima riga: Quando vennero dal mare, da Wilusa (Troia) ......

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Non conosciamo tutto il testo. Noi possiamo però supporre che l’ode in lingua luvia che si cantava ad Istanuwa contenesse qualche elemento delle storie che si cantavano in Anatolia già molto prima di Omero, ed in una lingua diversa da quella del poeta. Omero nacque verosimilmente in Eolia. A quel tempo, la regione comprendeva la Misia e la Troade ed era ancora abitata dai discendenti Troiani e dai Pelasgi (che 249 parlavano una lingua barbara simile all’Etrusco ) unitamente ai nuovi arrivati Eoli che parlavano greco e 250 venivano dalla Tessaglia . Omero compose l’Iliade guardando i fatti di Troia con la mente degli Eoli. Il canto di Istanuwa era invece stato composto dagli vecchi abitanti dell’Anatolia, i quali non avevano certamente cantato la gloria degli invasori Achei, ma il dramma dei vinti. Noi non sappiamo se Omero conoscesse la lingua in cui fu composto l’inno di Istanuwa, né sappiamo se conoscesse il contenuto dell’inno. Però Omero, per cantare, dovette frequentare le corti dei discendenti Troiani e Pelasgi che ai suoi tempi 251 regnavano ancora in Eolia assieme agli Eoli . In quelle corti e nelle strade si cantavano ancora gli inni composti pei vinti Troiani. E se dopo Omero, molti dei futuri poeti recepiranno dall’Iliade più la pietà per Ettore che muore per la patria che l’ammirazione per Achille che vive per la gloria, è perché Omero, fra le righe dei suoi versi, seppe anche recepire dai vecchi canti il dramma dei vinti Troiani .

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B.Brandau e H. Schickert, Gli Ittiti, Roma, 2003, p. 237. Vd. pp. 42-44. 250 Strabone, Geografia, XIII, 1,1. 251 Strabone, Geografia, XIII, passjm. 249

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Dna etruschi e troia di alberto palmucci  

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