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TNM N°15 • APRILE - MAGGIO 2012 • PERIODICO MENSILE

WWW.TACTICALNEWSMAGAZINE.IT • € 6.00 “POSTE ITALIANE SPA, SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE DL 353/2003 (CONVERTITO IN LEGGE 27/02/2004 N°46) ART. 1 COMMA 1 LO/MI”

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EDITORIALE EDITORIALE EDITORIALE EDITORIALE EDITORIALE

Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì:

CON BASTONI E PIETRE Albert Einstein

Minacce, sanzioni economiche, test missilistici e manovre navali nel Golfo. Il palcoscenico della guerra è sotto gli occhi di tutti, ma quello che conta procede sottotraccia, da Washington a Tel Aviv. Obama ha firmato una legge straordinaria contro il dissenso, che consente la “detenzione a tempo indeterminato” di cittadini americani. E intanto sta trasformando Israele nella base di lancio per l’attacco contro l’Iran. In agenda, le grandiose esercitazioni congiunte della primavera 2012. Usa e Israele insieme, a comando unificato e con quartier generale a Stoccarda, cuore europeo del sistema difensivo americano in Europa. Il pericolo? L’escalation militare. Se voleranno missili contro Teheran, l’Iran reagirà. A quanto pare, è esattamente quello che gli Usa vogliono: una guerra globale, per azzerare i conti della crisi. Lo sostiene il professor Michel Chossudovsky, presidente del prestigioso osservatorio internazionale “Global Research”: il massiccio dislocamento fra Tel Aviv e Haifa di devastanti tecnologie belliche dimostra che è proprio Washington a volere la guerra con gli ayatollah. La fiaba di un Obama refrattario di fronte al militarismo israeliano? Errore: dietro la maschera del sorriso, il presidente americano in realtà spinge per la guerra planetaria e si prepara a farla digerire al suo popolo. Infatti, giusto il 31 dicembre 2011, ha sottoscritto il National Defense Authorization Act, una misura preventiva e del tutto straordinaria, che di fatto «sospende le libertà civili» e autorizza la carcerazione a tempo indeterminato Mirko Gargiulo (Tactical News Magazine)

degli americani. Un colpo basso per tagliare le gambe alla protesta: quella contro Wall Street e quella che si scatenerebbe nel caso della nuova guerra che sembra in avanzata preparazione.I media enfatizzano la minaccia iraniana di bloccare lo Stretto di Hormuz, dove transita ogni il giorno il 40% del traffico petrolifero mondiale. Ma intanto, nell’indifferenza della stampa occidentale, il Pentagono si prepara ad inviare in Israele migliaia di soldati: secondo il “Jerusalem Post”, le manovre congiunte della primavera sono la più grande esercitazione di difesa missilistica della storia dello Stato ebraico. Piani di guerra ormai molto avanzati, come spiega Chossudovsky in un intervento per “Eurasia” ripreso da “Megachip”. A brevissimo ci sarà il collaudo finale del nuovo dispositivo aereo di Israele, ormai completamente integrato nel sistema di rilevamento missilistico globale degli Stati Uniti. Installato un sofisticato sistema radar di allertamento precoce, le difese missilistiche israeliane (Arrow, Patriot, Iron Dome e David Sling) interagiranno col sistema aeronavale americano dispiegato tra Mediterraneo, Golfo Persico e Mar Rosso. Presto in Israele anche il dispositivo americano Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) e i sistemi Aegis di difesa missilistica navale. Un arsenale mai visto, ai confini sud-orientali dell’Europa.Negli ultimi otto anni, ricorda Chossudovsky, l’Iran si è trovato sotto costante minaccia militare americana. A scopo dissuasivo, a Natale ha avviato esercitazioni navali

e missilistiche nel Golfo Persico, in acque presidiate dalla Quinta Flotta statunitense dislocata in Bahrein. Ma la grande esercitazione congiunta della primavera introdurrà un salto di qualità fondamentale: «Ciò che sta accadendo ora su ordine di Washington è l’integrazione delle strutture di comando militare di Stati Uniti e Israele». Gli Usa quindi sono tutt’altro che un partner riluttante: Israele, “membro di fatto” della Nato dopo la firma del protocollo 2005 con l’Alleanza Atlantica, «non può in nessun caso iniziare una guerra contro l’Iran senza gli Stati Uniti». Ne è ulteriore conferma la centralizzazione del comando: militari americani in Israele e ufficiali israeliani al quartier generale dell’Eucom in Germania.«In realtà – sostiene Chossudovsky - l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu costituiscono indelebilmente una minaccia per il popolo d’Israele». Teheran ha avvertito che in caso di attacco risponderebbe con missili balistici diretti contro Israele e contro strutture militari statunitensi nel Golfo Persico. Proprio quei missili che ora Washington e Tel Aviv si preparano a neutralizzare. Attacco imminente, dunque? L’accelerazione dell’escalation militare sembra destinata a scattare tra pochi mesi: «Questa guerra – avverte “Global Research” – inghiottirebbe una regione che si estende dal Mediterraneo al cuore dell’Asia centrale e avrebbe conseguenze devastanti: farebbe precipitare l’umanità in uno scenario da Terza Guerra Mondiale».


RIALE EDITORIALE


INDICE INDICE INDICE INDICE INDICE INDICE INDICE INDICE

EDITORIALE 2 NEWS 6 HOT POINT 18 L’ARMATA ROSSA SCALDA I MOTORI

VOX POPULI VOX DEI 24 ATTENTI AI GIOSTRAI

SPECIAL OPERATIONS 28 I FANTASMI DI STIRLING

INTERVIEW 36 PROFESSIONE - SECURITY MANAGER

FIRE TEST 42 UN GIOIELLO DI PISTOLA BERETTA PX 4 STORM FULL TYPE F CAL. 9 X 21

PERSONNEL RECOVERY 46 PERSONNEL RECOVERY

FIRE TEST 52 L’MP5 CHE PARLA TURCO

SPECIAL REPORT 62 INCIDENT REPORT - VOLO DELTA 086

INSIDE 66 GIGN - GRUPPO D’INTERVENTO DELLA GENDARMERIA NAZIONALE

SUPER CUSTOM 82 CUSTOMIZZAZIONE BENELLI M4

TEST BY TNM 96 VEGA - LA STELLA PIÙ LUMINOSA DEL FIRMAMENTO

TIRO TATTICO DA DIFESA 110 REPORT FROM 118 SCAMPIA - LA FAVELAS ITALIANA

FIRE TEST 124 EVOLUZIONE PUSHUPS NON BASTA SOLO IL PETTO

COLTELLI TATTICI 130 FX-301 DOBOLOCK

TACTICAL GADGET 134 BOOK 142

Military - Law Enforcement - Security n°15 - aprile-maggio 2012 - mensile www.tacticalnewsmagazine.it Direttore responsabile Marco Alberini marco.alberini@tacticalnewsmagazine.eu Direttore editoriale Mirko Gargiulo mirko.gargiulo@tacticalnewsmagazine.it Direttore commerciale Giovanni Petretta giovanni.petretta@tacticalnewsmagazine.it Art director Matteo Tamburrino tambetti@gmail.com Impaginazione echocommunication.eu Pubblicità redazione@tacticalnewsmagazine.eu Collaboratori Davide Pane, Gianluca Favro, Gianluca Sciorilli, Gianluca H., Fabio Rossi, Galdino Gallini, Marco Sereno Bandioli, Carlo Biffani, Giovanni Di Gregorio, Roberto Galbignani, Zoran Milosevic, Gabriele Da Casto, Marco Strano, T. Col. GdF Mario Leone Piccinni, Marco Buschini, Michele Farinetti, Ovidio Di Gianfilippo, Sergio Giacoia, Mario Vilardi, Alberto Saini, Marco Strano, Lorenzo Prodan, Vincenzo Cotroneo, Daniel Piga, Paolo Palumbo, Daniel Sharon, F. Michael Maloof Fotografie ISAF, Department of Defense, Stato Maggiore Esercito, U.S. Navy, NATO Multimedia, The National, Command Special Naval Warfare, Onu Media Press, Zoran Milosevic, Michele Farinetti, Marco Buschini Periodico mensile edito da: CORNO EDITORE Piazza della Repubblica n. 6 20090 Segrate - Milano - P.IVA 07132540969 Stampa Reggiani Spa Via C. Rovera 40, 21026 Gavirate (VA) Distributore Pieroni Distribuzione s.r.l. Viale Vittorio Veneto, 28 - 20124 Milano Registrazione Tribunale di Milano n.509 del 27 settembre 2010 Iscrizione al ROC 20844 Tutti i diritti di proprietà letteraria, artistica e fotografica sono riservati, ne è vietata dunque ogni duplicazione senza il consenso scritto della Corno Editore


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AROUND THE WORLD

ESERCITO ITALIANO 151 ANNI DI STORIA Roma 4 maggio 2012. Con un carosello di lance del lancieri del’8° Reggimento di cavalleria “Montebello” si è aperta, venerdì 4 maggio 2012, nell’Ippodromo Militare “Generale Pietro Giannattasio”, la cerimonia per il 151° Anniversario della Costituzione dell’Esercito Italiano. In tribuna d’onore il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il Ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Claudio Graziano. Schierata, di fronte, una Brigata di formazione con gli uomini e le donne dei Reparti operativi e degli Istituti di formazione che hanno indossato le uniforme storiche e gli equipaggiamenti di specialità e, sullo sfondo, i principali mezzi in dotazione all’Esercito, tra cui il VTLM “Lince”, il VBM “Freccia”, il VBL “Puma”, un elicottero A – 129 Mangusta, un CH – 47, un elicottero NH – 90. Cerimonia essenziale che, senza gli sfarzi delle precedenti edizioni, ha ricordato i 151 anni di storia dell’Esercito, la più antica tra le Forze Armate italiane. Proprio il 4 maggio del 1861, Manfredo Fanti, l’allora Ministro della Guerra, decretò che il Regio Esercito, dapprima denominato Armata Sarda, avrebbe preso il nome di Esercito Italiano. Da allora, l’Esercito si è progressivamente trasformato in uno strumento proiettabile e integrato a livello interforze, che oggi garantisce la componente predominante dei contingenti schierati fuori dai confini nazionali. Nel tempo, sebbene gli scenari strategici internazionali siano profondamente mutati, è sempre stata confermata l’imprescindibile esigenza di dover esprimere TNM ••• 6

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forze da combattimento, uomini e donne in armi sul terreno, rapidamente proiettabili, capaci di reagire con le complesse realtà locali. Anche quando non impegnato in operazioni, l’Esercito italiano svolge una funzione di primo piano nell’assicurare la protezione delle frontiere terrestri nazionali. Da ultimo l’Esercito è

da sempre pronto a operare per il bene del paese e della società civile, fornendo concorso alle forze dell’ordine e intervenendo a sostegno della popolazione in occasione di calamità naturali. Orgoglio delle nobili tradizioni e dei traguardi conseguiti, l’Esercito guarda con fiducia alle sfide che lo attendono, sfide che affronterà


con la consapevolezza di essere un’istituzione sana ed efficiente, ricca di tradizioni e valori che guarda al futuro con ottimismo e che cercherà sempre di fare il meglio con le risorse che l’Italia potrà porre a sua disposizione. A testimonianza della tangibile fiducia che il paese continua ad accordare all’Esercito, nel ricordare quanti hanno tenuto fede al giuramento prestato fino all’estremo sacrificio, alle famiglie che hanno conosciuto la tragedia della scomparsa di un congiunto e ai numerosi feriti in operazione, il Presidente della Repubblica ha conferito le onorificenze: “Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia” alla Bandiera di Guerra dell’Esercito Italiano per l’impiego, dal 2003 al 2011, per il mantenimento della pace, la stabilizzazione e ricostruzione di aree di crisi e la salvaguardia della libertà nei teatri operativi dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Sudan e del Libano; “Medaglia d’Oro al Valor Militare”, alla memoria, al Sottotenente Mauro Gigli, caduto in Afghanistan il 28 luglio 2010, ritirata dalla moglie, Sig.ra Vita Maria Biasco; “Medaglia d’Oro al Valor Militare”, alla memoria, al Caporal Maggiore Capo Scelto Pierdavide De Cillis, caduto in Afghanistan il 28 luglio 2010, ritirata dalla moglie, Sig.ra Caterina De Lucia; “Croce d’Onore”, alla memoria, al Capitano Massimo Ranzani, caduto in Afghanistan il 28 febbraio 2011, ritirata dalla Sig.ra Gabriella Bruschetta; “Croce d’ Onore”, alla memoria, al Caporal Maggiore Capo Luca Sanna, caduto in Afghanistan il 18 gennaio 2011, ritirata dalla moglie, Sig.ra Daniela Mura; “Croce d’ Onore”, alla memoria, al Caporal Maggiore Capo Gaetano Tuccillo, caduto in Afghanistan il 2 luglio 2011, ritirata dalla moglie, Sig.ra Evelien Dwars; “Croce d’ Onore”, alla memoria, al Caporal Maggiore Scelto Roberto Marchini, caduto in Afghanistan il 12 luglio 2011, ritirata dal padre, Sig. Francesco; “Croce d’Onore”, alla memoria, al Caporal Maggiore Scelto David Tobini, caduto in Afghanista il 25 luglio 2011, ritirata dalla madre, Sig.ra Annarita Lo Mastro; “Croce d’Onore”, alla memoria, al Primo Caporal Maggiore Matteo Miotto, caduto in Afghanistan il 31 dicembre 2010, ritirata dalla madre, Sig.ra Anna dal Ferro; “Croce d’Onore” al Primo Caporal Maggiore Simone Careddu; “Croce d’Onore” al Caporal Maggiore Luca Barisonzi.

1° Caporal Maggiore CAREDDU

1° Caporal Maggiore MIOTTO - ritira la madre

Caporal Maggiore BARISONZI

Caporal Maggiore Capo SANNA - ritira la moglie

Cap. Magg. Capo Scelto DE CILLIS - ritira la moglie

Cap. Magg. Capo TUCCILLO - ritira la moglie

Caporal Maggiore Scelto MARCHINI - ritira il padre

Caporal Maggiore Scelto TOBINI - ritira la madre

Capitano RANZANI - ritira la madre

Sottotenente Mauro GIGLI - ritira la moglie


PENTAGONO: VITTORIA SULL’ IRAN IN 3 SETTIMANE Mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza nella zona del Golfo Persico, gli strateghi del Pentagono calcolano che se avesse luogo un conflitto militare ci vorrebbero meno di tre settimane per sconfiggere l’ Iran.Una fonte della Difesa ha spiegato al Washington Post che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ritiene di poter distruggere o deteriorare notevolmente le forze armate convenzionali iraniane nel giro di tre settimane, mediante l’utilizzo di attacchi aerei e navali.“Prevediamo ogni evenienza possibile e forniamo alternative al presidente,” ha detto al giornale il tenente colonnello dell’Esercito T. G. Taylor, portavoce del CENTCOM. “Riceviamo istruzioni dal Segretario della Difesa e dai nostri capi civili a Washington DC. Quindi per ogni direttiva che ci danno è questo che intraprendiamo.”L’esercito americano sta consolidando la sua presenza nella zona mentre cresce la tensione. Attualmente la Marina statunitense ha schierato vicino all’ Iran due portaerei e sta migliorando le potenzialità di rilevamento e rimozione delle mine.Di recente l’aviazione USA ha inviato un gruppo di caccia F-22 Raptor in una base degli Emirati Arabi Uniti. L’iniziativa ha provocato la reazione di Teheran, che ha detto mercoledì come questo minacci la stabilità della regione. Si pensa anche di schierare nel Golfo Persico una “base galleggiante” – una nave da carico adattata per poter fare da base semifissa nelle operazioni militari USA. Si prevede che la USS Ponce (nave da trasporto anfibio) trasporti elicotteri dragamine, motoscafi e probabilmente squadre speciali da sbarco.Il Pentagono ha anche intensificato l’addestramento di corpi d’elite dei suoi alleati nella regione. Anche ai membri della squadra speciale Joint Special Operations Task Force – Gulf Cooperation Council- i quali fungono da istruttori, può essere ordinato di entrare in campo dovesse presentarsi tale necessità.Gli Stati Uniti affermano che i provvedimenti sono stati presi nell’eventualità di un possibile attacco dell’ Iran ai soldati americani o del blocco dello Stretto di Hormuz, vitale via di transito del petrolio. Il CENTCOM dice che ci sono circa 125.000 militari americani in stretta vicinanza dell’Iran . La maggioranza di loro – 90.000 – sono schierati all’interno o nei dintorni dell’Afghanistan. Circa 20.000 soldati sono sulla terraferma altrove, nella zona del Vicino Oriente e un numero variabile tra 15.000 e 20.000 sono di servizio sulle navi militari.

commerciali statunitensi,” ha detto in un comunicato il Dipartimento.Gli Stati Uniti e l’UE hanno emanato un divieto sull’acquisto di greggio prodotto in Iran, nel tentativo di paralizzare l’economia del paese, dipendente dalle esportazioni. Parte di questa operazione comporta sanzioni contro società e organizzazioni impegnate finanziariamente con l’Iran nel commercio del petrolio. Si tratta di banche che trasmettono i pagamenti del greggio oppure di imprese che assicurano le navi cisterna che trasportano il petrolio iraniano. Il settore petrolifero iraniano non sta subendo solo sanzioni. Il Ministero del petrolio del paese ha rivelato di essere infine riuscito ad arginare un attacco informatico agli impianti del settore. “Tre giorni dopo essere stato sferrato, l’attacco software è stato del tutto bloccato e controllato con l’aiuto

di esperti,” ha detto all’agenzia di stampa statale Mehr, il viceministro del petrolio e delle opere industriali Hamdollah Mohammadnejad.Nel 2010, un dannoso virus informatico chiamato Stuxnet compromise il software dei computer presso impianti di arricchimento dell’uranio iraniani. Alcuni esperti di sicurezza informatica dissero IL FRONTE DEL PETROLIO che il virus era stato opera di un gruppo di hacker altamente professionale, probabilmente dotato delle La minaccia militare è soltanto una parte della crescente pressione su Teheran. Washington afferma competenze dai governi USA o di Israele.I paesi che impiegherebbe la forza soltanto come misura di occidentali, con Israele, sospettano che l’Iran cerchi ultima istanza, concentrandosi invece sulle pressioni di costruire una bomba nucleare e stanno facendo pressioni su di esso per fermare l’arricchimento economiche. Il primo di maggio , il presidente dell’uranio. Teheran continua a sostenere che sta americano Barack Obama ha firmato un decreto portando avanti soltanto un programma civile per che fornisce al Dipartimento del Tesoro maggiori poteri per imporre sanzioni finanziarie contro coloro l’energia nucleare, e che è autorizzato a farlo in quanto stato sovrano. La disputa si è aggravata lo che fanno affari con l’Iran. “Ora il Dipartimento del Tesoro ha la possibilità di identificare pubblicamente scorso anno dopo la pubblicazione di un controverso studio del comitato di controllo sul nucleare delle persone fisiche e giuridiche che hanno esercitato Nazioni Unite, utilizzato dagli avversari di Teheran queste attività sfuggenti e ingannevoli, e in per giustificare l’emanazione di nuove sanzioni. genere di vietarne l’accesso ai sistemi finanziari e

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YEMEN, UCCISO CAPO DI AL QAIDA SUPER RICERCATO DALL’FBI

RUSSIA: PREVISTO ATTACCO PREVENTIVO ALL’ EUROPA Un alto ufficiale dell’esercito russo ha minacciato di avviare un attacco preventivo se la NATO andrà avanti con il suo controverso piano per un sistema di difesa antimissile nell’ Europa dell’est.Lo scorso anno il presidente Dmitrij Medvedev aveva dichiarato che la Russia avrebbe reagito militarmente se non avesse raggiunto un accordo con gli Stati Uniti e la NATO riguardo al piano.Il Capo di Stato Maggiore, generale Nikolay Makarov, recentemente si è spinto persino oltre. “Sarà presa una decisione sull’impiego preventivo di forza distruttiva, se la situazione dovesse peggiorare,” ha detto.Il ministro della Difesa russo Anatoliy Serdyukov ha anche messo in guardia che i colloqui tra Mosca e Washington sull’argomento sono “vicini a un vicolo cieco.”Da anni i piani di difesa missilistica USA in Europa sono tra i temi più delicati nelle relazioni russo-americane. Mosca respinge la pretesa di Washington, secondo la quale il piano di difesa missilistico (ABM) serve unicamente a far fronte alla minaccia missilistica dall’ Iran e ha espresso il timore che finirà per diventare abbastanza potente da mettere a repentaglio il deterrente nucleare russo.Mosca ha proposto di gestire lo scudo missilistico congiuntamente con la NATO, ma l’alleanza ha respinto la proposta. La dichiarazione di Makarov non sembra comportare una minaccia immediata, ma punta a mettere ulteriori pressioni su Washington per accettare le richieste della Russia.Nel 2009 l’amministrazione Obama ha tentato di allentare le tensioni con la Russia dicendo che avrebbe aggiornato un precedente progetto dell’era Bush per dare priorità a intercettori a gittata più corta. All’inizio la Russia ha accolto favorevolmente questa decisione, ma di recente ha lasciato intendere che con l’aggiornamento degli intercettori statunitensi, questi potrebbero costituire una minaccia per i suoi missili.Nella prima fase il piano di difesa missilistico USA-NATO impiega radar Aegis, nonché intercettori su nave e un radar più potente con base in Turchia, seguito poi dall’utilizzo di installazioni radar e intercettori in Romania e Polonia. Il vice ministro della Difesa Anatoly Antonov ha detto che la Russia non penserebbe ad alcuna ritorsione, a meno che gli Stati Uniti non vadano fino in fondo con i loro piani compiendo la terza e ultima fase, dispiegando in Polonia reparti di difesa. Si prevede che ciò accadrà non prima del 2018.La Russia ha da poco messo in funzione a Kaliningrad, suo avamposto occidentale vicino al confine con la Polonia, un radar in grado di monitorare il lancio di missili dall’ Europa e dal Nord Atlantico. Recentemente, all’apertura di una conferenza di due giorni con rappresentanti di circa 50 paesi, un alto funzionario della Difesa russa ha ribadito l’offerta di Mosca di gestire insieme alla NATO lo scudo missilistico.Nikolai Patrushev, segretario del Consiglio di Sicurezza della Russia, ha affermato che questa gestione unitaria del sistema di difesa missilistico europeo “potrebbe rafforzare la sicurezza di ogni singolo paese del continente”, inoltre “sarebbe rispondente a possibili minacce e non ostacolerebbe la sicurezza strategica.”Il vicesegretario generale della NATO Alexander Vershbow, ha spiegato alla conferenza che lo scudo missilistico portato avanti dagli Stati Uniti “non è, e né sarà puntato contro la Russia e che i missili balistici intercontinentali (ICBM) russi sono “troppo veloci e sofisticati” per essere intercettati dal sistema pianificato.La conferenza di Mosca è l’ultimo importante incontro in materia militare prima del summit NATO che si terrà a fine maggio a Chicago.

Fahd Quso, uno dei dieci ‘’terroristi di al Qaida’’ piu’ ricercati al mondo dall’Fbi, e’ stato ucciso il 7 maggio scorso in un raid aereo americano nelle provincia di Chabwa, nell’est dello Yemen. Lo ha annunciato il capo tribale Abdel Magid Ben Farid al-Awlaqi. Yemenita di nascita, Fahd Mohammed Ahmed al Quso (36 anni) era ricercato dagli Stati Uniti perche’ ritenuto coinvolto nell’attacco rivendicato da al Qaida e compiuto contro il cacciatorpediniere USS Cole nell’ottobre 2000 a largo del porto di Aden e nel quale rimasero uccisi 17 marinai Usa. Nell’ottobre del 2010, fonti di stampa occidentali avevano annunciato la morte di Quso in un raid aereo americano nella provincia pakistana del Waziristan. Raggiunto nel suo rifugio nella provincia sud-orientale di Shabwa dal corrispondente in Yemen del quotidiano di proprieta’ saudita, Ahmed Quso, anche noto come ‘’Abu Hadhifa’’, si disse ‘’sorpreso per la notizia della sua morte’’ e la defini’ ‘’una diceria’’. Quso, che prima dell’11 settembre 2001, era entrato in contatto con alcuni degli attentatori suicidi di New York e Washington, era stato arrestato dagli americani nel marzo 2004 e poi rilasciato tre anni dopo dopo esser stato rimosso dalla lista nera dei terroristi. Nel gennaio 2010 e’ stato reinserito accanto a Bin Laden e Ayman al Zawahiri nel registro dei super-ricercati dall’Fbi, che ha posto sulla sua testa una taglia di cinque milioni di dollari.


SIRIA: I RIBELLI SI ADDESTRANO IN KOSOVO Una delegazione di ribelli siriani ha stretto un accordo con le autorità di Pristina per scambiare conoscenze sulla guerra partigiana. L’opposizione siriana sta inviando militanti in Kosovo per adottare tattiche e per essere addestrati a estromettere il regime del presidente Bashar Assad.L’Associated Press rivela che il 26 aprile, al ritorno dagli Stati Uniti, una delegazione di membri dell’opposizione siriana ha fatto tappa a Pristina per tenere colloqui su come impiegare in Siria le conoscenze dell’ Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK, o KLA). Finora la male organizzata opposizione siriana non si è dimostrata in grado di auto-organizzarsi per formare un fronte stabile contro le forze del presidente Assad.Le tattiche terroristiche utilizzate dai combattenti consentono loro di uccidere funzionari dell’esercito e del governo, ma non sono utili a mantenere le posizioni contro un esercito regolare.“Siamo venuti qui per imparare. Il Kosovo ha già compiuto questo cammino e possiede un’esperienza che potrebbe esserci molto utile,” afferma il capo della delegazione siriana Ammar Abdulhamid, attivista dei diritti umani e dissidente nato in Siria. “Soprattutto vorremmo sapere in che modo gruppi armati sparsi si sono infine organizzati nell’UCK.”I

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leader dell’opposizione siriana hanno promesso di riconoscere subito il Kosovo una volta preso il potere nel paese.“Come coalizione di opposizione abbiamo la vitale necessità di combattimenti congiunti,” ha sottolineato Ammar Abdulhamid, da tempo avversario del presidente della Siria Bashar Assad. Nel 2005 lasciò la Siria per stabilirsi negli Stati Uniti. Il campo d’addestramento al confine tra Albania e Kosovo che ha accolto i partecipanti siriani, era stato inizialmente organizzato dagli Stati Uniti per aiutare l’ UCK nell’addestramento dei suoi combattenti.L’ Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) è stato per anni considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica, finché nel 1998 senza alcuna spiegazione è stato tolto dalla lista dei terroristi. L’ UCK era solito avere tra le sue fila fino al 10 percento di combattenti minorenni.Ci sono state numerose segnalazioni di contatti tra l’UCK e Al-Qaida, di armi ricevute da questa organizzazione terroristica, del fatto che i suoi militanti sono stati addestrati nei campi di Al-Qaida in Pakistan, e persino di avere tra le proprie fila membri di Al-Qaida nei combattimenti contro i serbi.Nel 1998-1999, i separatisti del Kosovo iniziarono un conflitto armato con Belgrado per separare la regione del Kosovo dalla Serbia. La guerra nella regione fu contraddistinta

da efferatezza di massa e da esecuzioni tra la popolazione civile. La maggior parte dei serbi che vivevano in Kosovo diventarono rifugiati.Nel 2008, 10 anni dopo l’inizio del conflitto armato con la Serbia, il Kosovo proclamò unilateralmente l’indipendenza da Belgrado. L’indipendenza del Kosovo è stata riconosciuta dai principali paesi occidentali, da gran parte dei membri della NATO e da paesi collegati al blocco. Sembra che i medesimi orrori ai quali si è assistito nel corso della guerra in Kosovo siano in fase di preparazione per la popolazione multi- confessionale siriana da parte dell’ islamico Esercito Siriano Libero (FSA), addestrato nel Kosovo musulmano nel cuore dell’Europa.La fazione dell’Esercito di Liberazione Siriano, che di fatto ha costituito la delegazione in Kosovo, da oltre un anno sta combattendo contro l’esercito siriano. Questa situazione di stallo è costata oltre 9.000 vite, di cui circa la metà tra militari siriani, tutori della legge e funzionari.Di recente le milizie sono state cacciate dalle città siriane e dalle loro posizioni lungo il confine turco-siriano. Non essendo in grado di arrivare da solo a una svolta per rovesciare il presidente Bashar Assad, l’Esercito di Liberazione Siriano si è rivolto ai suoi finanziatori stranieri per iniziare un intervento militare in Siria.


USA, PRONTA UNA NUOVA BOMBA DA 13,6 TONNELLATE PER ATTACCARE L’IRAN Gli Usa si stanno preparando ad attaccare l’Iran? Questo non lo possiamo sapere. Ciò che è certo è che gli Stati Uniti stanno aggiornando il proprio arsenale nel caso in cui l’operazione militare nei confronti della Repubblica Islamica dovesse concretizzarsi. Dalle recenti affermazioni delle alte sfere militari americane, infatti, trapela lo sviluppo di una nuova potentissima bomba che Herbert Carlisle, generale dell’aeronautica statunitense, ha definito “una grande arma” che potrebbe essere utilizzata contro Teheran. La bomba in questione, infatti, si chiama “Massive Ordnance Penetrator” (Mop), pesa circa 13 tonnellate e mezzo e sarebbe in grado di far esplodere un bunker di cemento alla profondità di 65 metri sotto terra. La bomba, infatti, viene definita “bunker-buster” ovvero demolitrice di bunker. Lo sviluppo di quest’arma non è affatto concluso. “Stiamo continuando a migliorarlo” ha affermato Carlisle “attualmente ha grandi capacità e stiamo continuando a perfezionarlo”. Il missile, ovviamente, è particolarmente indicato per paesi come l’Iran, per l’appunto, sospettati di nascondere strutture per lo sviluppo di ordigni nucleari sotto terra. “Fa parte del nostro arsenale e sarà una possibilità se ne avremo bisogno in questo tipo di scenario” ha continuato il generale statunitense riferendosi alla situazione iraniana. Lo sviluppo di questa bomba, inizialmente chiamata “BIG BLU” e prodotta da Boeing, iniziò nel lontano 2003 quando gli Stati Uniti si accorsero che le proprie armi “bunker-buster”, utilizzate durante la missione in Iraq, non penetravano a sufficienza nel terreno. Da quella data il progetto andò avanti tra molte difficoltà tecniche. Lo scorso Febbraio, però, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un finanziamento da 81,6 milioni di dollari per il miglioramento del missile che completerà il proprio ciclo di sviluppo proprio quest’anno.

GOOGLE-IRAN E LA QUESTIONE DEL GOLFO PERSICO L’agenzia France Presse (AFP) ha riportato alcune forti critiche dell’Iran nei confronti di Google. E non tanto per problemi di censura, ma per una questione toponomastica. L’argomento del contendere è il Golfo Persico, chiamato così dagli iraniani, mentre altri paesi arabi lo chiamano Golfo Arabico. Su Google Maps il vasto specchio d’acqua su cui si affacciano un sacco di terre ricche di petrolio appare senza alcun nome. Bahman Dorri un responsabile del Ministero della Cultura Islamica ha dichiaranto all’IRNA, l’agenzia ufficiale iraniana, che “Google è una fabbrica di bugie”. La questione è di lunga data. Gli iraniani portano prove storiche a dimostrare l’appartenenza del territorio all’Iran, da qui la denominazione “Golfo Persico”, e avvalorano la tesi i documenti di Nazioni Unite e UNESCO su cui viene impiegato quel nome. Riferendosi agli Stati Uniti Dorri ha concluso che “lo sforzo dell’arroganza globale e dei suoi alleati arabi per eliminare la denominazione del Golfo Persico porterà al risultato che il suo nome rimarrà ancora più duraturo”. Un portavoce di Google ha dichiarato alla BBC che su Google Maps ci sono molte zone e regioni a cui non è stata assegnata una denominazione, ma non è stato in grado di dare degli esempi. Precisiamo che su molti atlanti geografici è data la doppia indicazione.


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Argomenti trattati:

Marco Buschini nasce in Veneto nel 1965. All’età di 9 anni inizia a praticare assiduamente le arti marziali, ottenendo riconoscimenti agonistici a livello internazionale. Studia in Italia, Giappone e Stati Uniti. A 18 anni si arruola nella Polizia di Stato. A 30 anni entra a far parte, in qualità di istruttore, del GOS (Gruppo Operativo Speciale) della Polizia di Stato.L’8 settembre 2002, durante un’operazione di Polizia, viene gravemente ferito, portando comunque a termine con successo l’operazione, tanto da essere insignito di gradi per meriti straordinari e medaglia d’oro alle vittime del dovere. Nel 2004, in seguito alle lesioni riportate viene posto in quiescenza e fonda l’A.S.O., l’Accademia di Sicurezza Operativa, insieme al suo maestro di tiro, collega e amico, Marte Zanette. Attualmente l’A.S.O. è una delle più importanti scuole in Italia per la formazione professionale degli addetti alla sicurezza pubblica e privata. Marco Buschini si è allenato presso maestri o istruttori in molti paesi stranieri, tra i quali Francia, Svizzera, Israele, Stati Uniti e Giappone.


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DI F. MICHAEL MALOOF

LA RUSSIA PREPARA L’INVIO DI TRUPPE AL CONFINE SETTENTRIONALE IN ATTESA DI UN ATTACCO OCCIDENTALE


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Secondo fonti militari russe risulta che, entro la prossima estate, le forze armate prevedano un attacco contro l’Iran ed abbiano già programmato un piano d’azione per inviare truppe russe, attraverso la vicina Georgia, per stanziarle in Armenia, uno stato che confina con la Repubblica islamica. Il Consigliere di sicurezza russo Viktor Ozerov ha dichiarato che il Comando Generale Militare ha pronto un piano d’azione in caso di un attacco all’Iran. Dmitry Rogozin, che di recente è stato ambasciatore presso la NATO, ha messo in guardia contro un attacco all’Iran. “L’Iran è un nostro vicino”, ha detto Rogozin. “Se l’Iran è coinvolto in qualsiasi azione militare, questa è una minaccia diretta alla nostra sicurezza”. Rogozin è ora Vice Primo Ministro ed è considerato come anti-occidentale; egli sovrintende tutto il settore difesa della Russia. Fonti del Ministero della Difesa russo dicono che l’esercito non crede che Israele disponga di sufficienti mezzi militari per sconfiggere le difese iraniane e ritiene

inoltre, che sarà necessaria un’azione militare degli Stati Uniti. Le implicazioni per la preparazione di uno spostamento di truppe russe non è motivato solo dalla protezione degli interessi vitali nella regione, ma anche da un aiuto all’Iran in caso di attacco. Alcune informative affermano che una concentrazione militare russa nella regione potrebbe potenzialmente coinvolgere l’esercito contro le forze israeliane, le forze americane, o contro entrambe. Fonti bene informate spiegano che i russi abbiano messo in guardia contro “conseguenze imprevedibili” in caso di un attacco contro l’Iran, tanto che qualcuno afferma che la Russia prenderà parte ad una eventuale guerra, perché si sentirebbe minacciata nei suoi interessi vitali nella regione. L’influente quotidiano Nezavisimaya Gazeta riporta che una fonte militare ha affermato che la situazione che si sta verificando attorno alla Siria e l’Iran

“fa sì che la Russia acceleri l’invio delle sue truppe nelle regioni nel Caucaso meridionale, del Mar Caspio, del Mediterraneo e del Mar Nero”. Questa ultima informazione proviene da una serie di rapporti e dichiarazioni di portavoce ufficiali russi e da agenzie di stampa governative che affermano che entro l’estate è certo un attacco israeliano. A causa dell’impatto sugli interessi vitali nella regione, le fonti russe dichiarano che i preparativi per un attacco di questo genere sono iniziati due anni fa, quando la Base Militare 102 di Gyumri, in Armenia, è stata rimodernata per occupare – è stato dichiarato – una posizione di maggior importanza geopolitica della regione. Fonti russe affermano, inoltre, che le famiglie dei TNM ••• 19


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militari russi sono già state evacuate dalla base di Gyumri, in Armenia, nella zona vicina ai confini della Georgia e della Turchia. La “Base Militare 102 è un punto chiave, un avamposto della Russia nel Caucaso meridionale,” ha spiegato un portavoce militare al giornale. A sua detta l’istallazione militare “occupa una posizione geopolitica molto importante, per questo il Cremlino teme se dovesse cambiare la attuale situazione”. Con il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza della Russia, la prospettiva di un ordine per un nuovo attacco alla Georgia, come quello di agosto 2008, è diventata possibile, sempre secondo quanto dicono fonti informate. Il Cremlino crede che la Georgia voglia collaborare con gli Stati Uniti nel blocco di tutte le forniture inviate alla Base Militare 102, che ora viene effettuato principalmente per via aerea. In questo momento, la Georgia interrompe l’unica via di comunicazione terrestre attraverso la quale potrebbero viaggiare le forniture militari russe. Il carburante per la base in Armenia arriva dall’Iran. I funzionari del governo credono che questo valico di frontiera potrebbe essere chiuso in caso di una guerra. Secondo Yury Netkachev, ex Vice Comandante delle forze russe della Transcaucasia spiega che “Forse, sarà necessario impiegare i militari per violare il blocco ai trasporti messo dalla Georgia e stabilire corridoi di trasporto per TNM ••• 20

raggiungere l’Armenia”. Guardando la geografia, le strade e la topografia della regione, però, si comprende che qualsiasi corridoio di approvvigionamento di questo tipo dovrebbe passare attraverso il centro della Georgia, vicino alla capitale Tbilisi. Per il mese di settembre, l’esercito russo ha programmato le Kavkaz 2012, le esercitazioni militari annuali, tuttavia, fonti informate dicono che la preparazione e la distribuzione di attrezzature militari e di personale sono già iniziate in previsione di una possibile guerra contro il paese degli Ayatollah . Queste informazioni riportano che nella regione sono stati schierati nuovi armamenti di comando e controllo, in grado di utilizzare il sistema russo GPS, GLONASS per il monitoraggio. Secondo quanto riferisce l’esperto sulla regione Pavel Felgenhauer, della Jamestown Foundation di Washington: “È stato segnalato che le forze aeree del Distretto Militare Sud sono state riarmate quasi al 100% con nuovi jet ed elicotteri”. Felgenhauer ha ricordato, infatti, che le manovre Kavkaz 2008 permisero all’esercito russo di inviare segretamente le unità militari che nel mese di agosto dello stesso anno, invasero con successo la Georgia. Il ministro della Difesa Anatoly Serdyukov ha già annunciato che le Spetznaz, le forze speciali, saranno impiegate sia a Stavropol che a Kislovodsk, località che si trovano nel

Un motivo che ha irritato il presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili, è la prospettiva che le truppe d’assalto aeree russe, le unità VDV, possano essere trasportate con gli elicotteri nelle due province georgiane secessioniste di Abkhazia e Sud Ossezia (nella foto paracadutisti dell’Esercito Russo sfilano durante una parata)

Caucaso del Nord. Altre informazioni riferiscono che, se gli Stati Uniti muoveranno guerra contro l’Iran, l’esercito russo dispiegherà forze militari in Georgia e navi da guerra nel Mar Caspio con il possibile supporto dell’ Azerbaigian, che ha già dichiarato che non permetterà che il suo territorio sia utilizzato da Israele per lanciare un attacco al confinante Iran. C’era stata una speculazione che dava per migliorate le relazioni tra Israele e Azerbaigian, con la possibilità per lo Stato ebraico di usare le basi da cui lanciare attacchi aerei sui vicini i siti nucleari iraniani. Questa notizia nasce dal fatto che recentemente Israele ha concordato una vendita per 1,6 miliardi di dollari di attrezzature militari all’Azerbaigian. Un altro motivo che ha


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irritato il presidente della Georgia, Mikhail Saakashvili, è la prospettiva che le truppe d’assalto aeree russe, le unità VDV, possano essere trasportate con gli elicotteri nelle due province georgiane secessioniste di Abkhazia e Sud Ossezia. Queste due province sono state occupate dai militari russi durante la guerra russo-georgiana nell’agosto 2008. Inizialmente Mosca li ha dichiarati “paesi indipendenti”, ma ora il Cremlino dà segnali che indicano una possibile annessione alla Russia. Allo stesso modo, il tenente generale Vladimir Shamanov, comandante del VDV, ha annunciato che le truppe in Armenia saranno rinforzate con paracadutisti ed elicotteri d’attacco e di trasporto. Felgenhauer ha dichiarato che “potrebbero ordinare

agli avamposti russi (dalla regione transcaucasica) di colpire a sud per vietare lo stanziamento di basi americane in Transcaucasia, ed il loro collegamento con le truppe in Armenia per prendere il controllo del corridoio energetico meridionale del Caucaso lungo il quale il gas naturale e il petrolio azero, turkmeno e di altri paesi del Caspio raggiungono i mercati europei”. “Con un rapido colpo di mano militare” ha detto ancora Felgenhauer, “la Russia potrebbe riprendersi il controllo su tutto il Caucaso e sugli stati del Caspio, il suo vecchio regno, con il beneplacito di un Occidente, troppo occupato con l’Iran, per contrastarlo”. “Allo stesso tempo - aggiunge il diplomatico americano - la vittoria di una piccola

guerra potrebbe riunire la nazione russa intorno al Cremlino, consentendo di schiacciare i resti del movimento democratico “per le elezioni eque”, e come ciliegina sulla torta, l’azione militare russa finalmente potrebbe distruggere il regime di Saakashvili”. Putin non ha fatto mistero del suo disprezzo per Saakashvili e con il suo ritorno alla presidenza, non è escluso che consideri il presidente georgiano come un suo “lavoro incompiuto”. Proprio come nel 2008, Putin non dovrà preoccuparsi molto se invierà truppe russe in Georgia, perché non ci fu nessuna la reazione messa in atto né dagli Stati Uniti né dai paesi europei per l’invasione russa e per la successiva occupazione. TNM ••• 21


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girato in un avamposto dell’Afghanistan considerato tra i più pericolosi al mondo. Il plotone è composto da 15 soldati americani, asserragliati su uno spuntone di roccia, sui monti al confine con il Pakistan. La valle è quella del Korengal, base di talebani ribelli al governo centrale e crocevia degli uomini di Al Qaeda, corrieri del terrorismo e della morte. Le immagini ci scaraventano, full immersion, nell’inferno di una guerra fatta di agguati, sparatorie improvvise, ansie e attese logoranti. Orrore, disperazione, ma anche coraggio e dignità, rivivono nelle scene forti e nelle confessioni dei superstiti. Un documento eccezionale, premio Grand Jury al Sundance Film Festival 2010 e Nomination per gli Oscar® 2011. Tim Hetherington è caduto a Misurata, il 20 aprile 2011, mentre filmava gli scontri della guerra civile libica: Restrepo è il testamento della sua arte. Candidato al Premio Oscar® - Miglior documentario Sundance Film Festival - Gran Premio della Giuria Edizione DVD Codice: D&B 7213 Prezzo speciale € anziché € 14,90

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Diario di Fabio Caressa - Serie completa

Fabio Caressa ha vissuto 15 giorni con i militari italiani di stanza nelle province afghane. Questo doppio DVD racconta quella parte della nostra missione di cui si parla poco: un diario corale, documentario nella sostanza e drammatico nella forma, che restituisce al pubblico volti, storie, esperienze di uomini e donne italiani lontani da casa. Contiene il libretto di 16 pagine “Un tricolore su Herat”. 2 DVD - Codice: D&B 6918 - Durata: 176 minuti

INSIDE IRAQ

Armato solo di videocamera e di pass-stampa “fatto in casa”, Mike Shiley, pluripremiato documentarista e giornalista, si è avventurato nel cuore dell’Iraq in guerra. La sua missione è stata quella di dar voce a una realtà che nessuno ha mai documentato e raccontato. Ha trovato un Paese avvitato in una spirale negativa. Ha incontrato i giovani soldati americani in difficoltà, spaesati e con un unico desiderio: tornare a casa. DVD - Codice: CDV 7290 - Durata: 42 minuti

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Spettabile Redazione di T.N.M., è doveroso che prima di stendere queste brevi e modeste righe, io colga l’occasione per esprimervi gratitudine e stima per il vostro prezioso e unico lavoro. Come alcuni hanno già scritto, ribadisco che avete concretizzato ciò che mancava, da almeno vent’anni, in un settore che è diventato sempre più importante, ovvero la “ Sicurezza e Difesa “, intesa sotto tutti i suoi profili. Vorrei cogliere l’occasione per portare la mia esperienza a conoscenza di chi possa esserne interessato, al solo fine di evitargli inutili e dispendiose situazioni che, personalmente, ho vissuto negli ultimi quattro anni. Ho attraversato, infatti, un percorso teso alla ricerca e allo studio di modalità addestrative relative all’uso professionale delle armi da fuoco e delle tattiche, sia nel campo della protezione di VIP che in quello della Sicurezza in generale. Premetto che sono un operatore delle Forze dell’Ordine da circa 24 anni, sempre impiegato in reparti territoriali e operativi. Nonostante l’Istituzione mi abbia consentito di vivere svariate esperienze formative sia nell’espletamento del servizio quotidiano che in quello meramente addestrativo, devo riconoscere che quest’ultimo aspetto è stato veramente di alto livello sia per l’organizzazione sia per l’elevata preparazione dei docenti. Da quattro anni a questa parte ho deciso di seguire vari corsi di tiro per operatori PSD, corsi di CQB, corsi di tiro per essere in grado di affrontare responsabilmente le più svariate situazioni in cui si possa trovare un operatore della sicurezza sia Privato che di Polizia, rivolgendomi a scuole al di fuori delle mura Istituzionali, con il solo fine di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e di approfittare delle emergenti realtà in campo privato, oggi molto più accessibili e pubblicizzate, rispetto ai tempi della mia gioventù. Dopo una ricerca su internet, ho individuato una così detta “ scuola di tiro “ e poi altre ancora e ho deciso di cimentarmi nel seguire i vari corsi in scuole diverse al

fine di verificare personalmente quale concetto addestrativo fosse più calzante per me o, addirittura, fosse da prendere ad esempio per poi proporlo, nell’ambito della mia Istituzione. Inoltre era mia precisa intenzione presentarlo all’attenzione di alcuni miei superiori, tecnicamente e professionalmente più capaci di me a valutare l’eventuale efficacia di alcuni moduli. Sia chiaro, tutto questo per iniziativa personale, senza alcun coinvolgimento dell’Istituzione e con investimenti economici personali. Purtroppo, senza voler citare questa o quella realtà, a parte qualche bella e interessante tecnica di tiro, forse anche innovativa per la nostra scarsa “cultura italiana” sull’uso delle armi ho riscontrato un comune denominatore che legava tutte le esperienze vissute. Spesso e volentieri i corsi erano pubblicizzati come riservati a una clientela composta da professionisti del settore, cosa che sui campi di addestramento non ho mai trovato, bensì ho sempre conosciuto piacevolissime persone appassionate, ma che per professione svolgevano lavori molto lontani dall’ambito della sicurezza: disoccupati, medici e dentisti, pensionati, imprenditori edili, commercianti di auto e di abbigliamento e altro ancora. Tutte persone degne di stima e rispetto, ma evidentemente non professionisti della sicurezza come era indicato nella pubblicità dei corsi. Per contro ho incrociato istruttori di tiro, autocertificatisi tali, che asserivano fatti di natura operativa come per scontati, descrivendo e integrando i loro insegnamenti di tiro con scenari ai limiti della realtà cinematografica e, credetemi, sicuramente impossibili nella realtà di tutti i giorni per un qualsiasi agente di sicurezza, sia privata sia Istituzionale. La commistione tra semplici e puri appassionati di tiro e rari professionisti del settore è stata pressoché una costante: le indicazioni riguardanti le norme da seguire per affrontare situazioni d’emergenza erano estese alla stessa stregua sia a operatori professionisti sia a coloro che intendevano imparare un corretto e legittimo uso delle armi per difesa abitativa o, viceversa, gli interventi tipici di un operatore di sicurezza di polizia, sia privata che di Stato, venivano inclusi nel medesimo modulo addestrativo. Un minestrone che si è ripetuto in quasi tutti i corsi che ho seguito, senza alcun dolo da parte degli istruttori, ma con una tale confusione che, secondo il mio modesto parere, quando ho incontrato un giovane disoccupato che mi ha detto di essere li per imparare un mestiere, mi sono preoccupato. Infatti, quel breve incontro ha fatto accendere in me una spia, quella della mia coscienza. Uno degli errori più pericolosi che si possono fare è quello di credere di essere pronti ad affrontare una determinata situazione, per poi scontrarsi con la dura realtà della propria impreparazione. Questo sentimento di sicurezza ingiustificata è dietro l’angolo molto più concretamente di quanto si possa immaginare, soprattutto quando si seguono corsi di tiro con personale docente che tutto è, tranne che un professionista del settore. Senza mettere in dubbio la buona fede di questi sedicenti “ Istruttori ”, bisognerebbe TNM ••• 25


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far rilevare che un conto è insegnare a maneggiare e usare le armi, un conto è impiegare le medesime tecniche al fine di inserirle in una situazione reale e operativa. Se il docente, oltre alla dovuta preparazione tecnica e alla didattica non ha avuto esperienze dirette sul campo, se non ha mai operato concretamente in situazioni a rischio di conflitto a fuoco, è naturale che non riuscirà a preparare con assoluta efficacia dei professionisti o aspiranti tali. Anzi il pericolo più grande è quello di confondere gli allievi facendoli sentire pronti ad affrontare situazioni e scenari che, se dovessero presentarsi veramente, gli svelerebbero la “ realtà in un “… colpo solo…!!! ”. Questi “minestroni addestrativi”, che ho vissuto cercando di fronteggiare tutti i vari corsi con lo spirito dell’allievo ignorante, ma assetato di conoscenza, quale realmente sono, mi ha permesso poi di verificare immediatamente il rapporto che c’era tra insegnamenti e realtà operative i quali, in determinati casi, erano concetti molto lontani tra loro. Durante le fasi di alcuni corsi, nei momenti di relax e di recupero, ho ascoltato storie di infinita idiozia da parte di coloro che avevano un ruolo di insegnamento, racconti di presunte situazioni vissute di prima persona, peraltro nell’ambito proprio della mia stessa Istituzione di appartenenza. Immaginatevi quindi lo stato d’animo di chi sente una beffa raccontata su casa sua, da parte di persone che sono transitate nelle forze di Polizia per il servizio di leva e che poco hanno avuto a che fare con particolari servizi operativi. Ho sentito di tutto e di più, per non parlare dei consigli sul tipo di armi da usare in determinate situazioni, rivolti a cittadini appassionati e amanti del settore, ma non professionisti. Risultato? Dottori armati di carabine M4 con caricatori pieni e pronti all’uso in caso di fantomatici attacchi domestici da parte di numerosi gruppi di assalitori o pensionati col porto d’armi per difesa che portano delle ingombranti 1911 “full size” o HK USP Mark 23 45 A.C.P., con una ovvia evidenza del porto e di un’arma paradossale che era stata concepita per alcuni impieghi delle forze speciali americane. Nulla da criticare sulla soggettiva scelta dei propri armamenti, ma sul fatto che la decisione consegua ad una lezione di vita vissuta ed esternata da certe fantasiose persone, mi fa pensare. Per terminare ho avuto una sensazione che non voglio omettere di raccontarvi, in altre parole, in più occasioni veniva fatto eseguire un percorso di tiro, molto bello, molto istruttivo dal punto di vista tecnico, ma fuorviante per chi cercava di imparare una professione come il giovane da me incontrato. Infatti, dopo tali istruzioni, nessuno si è mai preoccupato di avvisare gli allievi del fatto che siffatte tecniche e tattiche si sarebbero potute gestire in situazioni operative, solo dopo tanti e ripetuti allenamenti specifici e, se possibile, con gli stessi operatori per costruire l’affiatamento della squadra e aumentare la sicurezza. Parlo delle tattiche per “ entry team “ e di tecniche di “ CQB “, affrontate con persone

dal diverso livello di capacità, sia appassionati che professionisti i quali, facendo il così detto “ giro sulla giostra ”, in alcune occasioni si sono illusi o immaginavano di poter essere pronti ad un intervento di recupero ostaggi ...!!! Queste sono perplessità che mi impongono il dovere dell’informazione ai chi, dopo avere fatto “un giro in giostra”, si sia convinto di poter correre in F1. Mi spiace caro mio giovane amico, appassionato e puro, la realtà dei fatti è un’altra e prevede addestramenti impegnativi, docenti professionisti e una “forma mentis” che è lontana da questo concetto che riporto qui di seguito, ovvero il racconto di uno di quei sedicenti Istruttori : “per andare a vedere le recite di Beppe Grillo, io che sono un ex …, mi sono dovuto mettere la barba finta e la parrucca, perché sicuramente c’erano i Carabinieri che facevano le foto a chi andava ad ascoltarlo …”. Ma vi pare che i Carabinieri abbiano il tempo, l’interesse e la voglia di mettersi a fotografare piazze o platee di spettatori di Beppe Grillo? Neanche fossimo in Cina o nell’ex Unione Sovietica!!!. Con questo mi sembra di poter ben delineare di che livello di esperienza stiamo parlando e dove non ci si deve orientare per una formazione seria e professionale. Chiudo dicendo che per contro, alla fine, dopo ricerche disperate ed ingenti spese inutili, proprio grazie a TNM, e di questo ve ne sarò grato per tutta la vita, ho trovato una scuola professionale, di professionisti veri, con docenti di alto livello, infatti alcuni di loro scrivono sulla vostra che io definisco: “Moderna Opera d’Arte”. Detto questo non mi vergogno a espormi a segnalare una realtà operante nell’ambito della sicurezza e della formazione professionale presente nel nord Italia, in Lombardia. Una realtà pura, operativa e vera, senza tanti fronzoli coreografici, ma con tanta sostanza giunta a livelli davvero elevati perché chi ne fa parte la stima se l’è guadagnata sul campo e non ne fa segreto. L’esperienza degli istruttori non è trattenuta gelosamente, ma viene trasmessa con generosa professionalità agli allievi. Li ho certamente incontrato immediato riscontro nella realtà operativa, e ho incontrato professionisti che preparano professionisti e che sanno anche insegnare a chi ancora conoscitore non è, ma che lo vuole diventare, responsabilmente e con la consapevolezza delle proprie capacità. Ne ho avuta addirittura una doppia “prova del nove” quando personalmente, in una situazione operativa (che sono costretto a celare per ragioni di segreto professionale), ho attuato gli insegnamenti e le conseguenze sono state assolutamente positive. Conferme che parlano da se. Quindi, esistono delle realtà positive anche nella nostra bella Italia, che vanno seriamente considerate perché di elevato livello e soprattutto perché serie e libere come lo siete Voi di TNM. P.S., ovviamente tutto quanto descritto è documentabile!!!


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DI PAOLO PALUMBO

I FANTASMI DI STIRLING IL SAS BRITANNICO E L’ANTITERRORISMO PRIMA PARTE

Sullo Special Air Service britannico sono state scritte innumerevoli pagine: dalle sue origini nel deserto del nord Africa durante il secondo conflitto mondiale fino alla guerra “contro il terrore” in Afghanistan. Il reparto speciale inglese è, infatti, circondato da un alone mistico conquistato sul campo, ma anche grazie alla vasta letteratura prodotta da ex appartenenti al reparto come Andy MacNab, Chris Ryan o Bob Shepherd (sebbene alcuni racconti siano oggetto di controversia) o da giornalisti di guerra come Mark Urban. Esistono alcuni aspetti operativi di questa unità i quali, tuttavia, non sono mai stati approfonditi, vuoi perché meno clamorosi o forse perché lontani dalla nostra cultura – intendo quella italiana – e mi riferisco in particolare agli anni quando il SAS svolse servizio in Irlanda del Nord in quelle che furono le prime vere operazioni antiterrorismo in cui venne impiegato con successo. Questo articolo traccia una breve panoramica “a ritroso” di quella che è stata la storia del “Reggimento” soffermandosi in particolare sul dopoguerra e sulle sue funzioni di forza deterrente contro il terrorismo organizzato come l’IRA (Irish Republican Army) e il terrorismo di matrice islamica.

David Stirling – fondatore del gruppo di soldati scelti – dandogli piena fiducia e assicurandolo sull’appoggio logistico al suo reparto. Tutti gli ufficiali che si erano alternati al comando della Desert Force britannica colsero immediatamente l’importanza delle azioni condotte dal SAS e dal Long Range Desert Group; gli appartenenti a queste due unità erano soldati di grande esperienza che si erano formati in Nord Africa dai primi giorni della campagna contro gli italiani del Raggruppamento Sahariano. L’arrivo dell’Afrika Korps del generale Rommel aveva reso le cose più difficili, tuttavia le scorribande portate a segno dagli inglesi stupirono gli stessi tedeschi e il loro

DALLE SABBIE DEL DESERTO AL DOPOGUERRA Le imprese del SAS durante la campagna nordafricana avevano riscosso notevoli successi presso lo stato maggiore britannico e lo stesso Winston Churchill il quale aveva voluto incontrare di persona

David Stirling fondatore dei SAS

celebre comandante che non riuscì mai a debellare totalmente il problema. I diversivi creati dal SAS e dal Long Range Desert Group furono alla base dei successi ottenuti in numerose operazioni militari condotte su larga scala; le incursioni compiute dietro le linee nemiche – anche se non sempre di successo – avevano, infatti, obbligato l’alto comando tedesco a distrarre forze importanti dal fronte principale. Nel 1942 la sconfitta dei Panzer della “Volpe del deserto” a El Alamein diede una svolta decisiva alla campagna nordafricana: il SAS di Stirling e in particolare il LRDG (Long Range Desert Group) avevano contribuito in maniera risoluta all’accerchiamento finale di Rommel sulla linea del Mareth. Dopo il repentino imbarco delle ultime truppe dell’Asse in ritirata verso la penisola italiana, il SAS e il LRDG furono destinati ad altre missioni perlopiù di addestramento e ricognizione: molti elementi del gruppo avevano perso la vita, altri erano stati fatti prigionieri mentre a diversi ufficiali furono affidati incarichi di comando su altri teatri di guerra. La fine del secondo conflitto mondiale aveva lasciato qualche perplessità all’interno dello stato maggiore britannico circa il reale beneficio tratto dalle cosiddette operazioni speciali. Secondo il pensiero di uno dei più illustri generali inglesi, Sir William Slim, le forze speciali britanniche “si erano rivelate costose, dispendiose e non necessarie”; il loro addestramento particolare e l’impiego di mezzi esclusivi avevano – secondo TNM ••• 29


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l’eroe della Birmania – sprecato risorse importanti e contribuito a una divisione interna dell’esercito tra gli “eletti” e i comuni soldati di linea. La creazione di reparti speciali – sosteneva Slim – era auspicabile solamente se si fosse pensato a un piccolo gruppo in grado di operare dietro le linee nemiche in azioni di sabotaggio e raccolta informazioni, tutti compiti che esulavano dai normali obiettivi della guerra campale e non idonei al coinvolgimento della fanteria

dell’unità inglese in servizio negli ultimi anni della guerra la cui esperienza non poteva essere dimenticata. Il reggimento fu messo alle dipendenze del tenente colonnello Brian Franks. La guerriglia contro i rivoluzionari cinesi di Chin Peng era del tutto nuova per i soldati britannici i quali dovettero misurarsi con l’impervia e impenetrabile giungla malese. Per far fronte a questa nuova minaccia si ricorse ancora una volta agli insegnamenti del Visconte William Slim maturati durante

Sopra: Il gruppo riunito in Malesia (che nel 1951 diventò 22° Special Air Service Regiment) era composto da due squadroni: il B Squadron che raccoglieva diversi veterani del SAS e il C Squadron formato da rhodesiani reclutati dal maggiore J. M. “Mad Mike” Calvert Sotto: Le imprese del SAS durante la campagna nordafricana avevano riscosso notevoli successi presso lo stato maggiore britannico e lo stesso Winston Churchill

di linea. Grazie alle esternazioni di Sir William Joseph Slim e al sostegno di Sir Winston Churchill (dal 1951 eletto nuovamente al numero 10 di Downing Street) il SAS venne ricostituito e inviato in Malesia. Il nuovo 21° Special Air Service Regiment era già risorto dalle ceneri nel 1947 grazie alla fusione tra un’unità territoriale londinese (Territorial Army) – gli Artists’ Rifles – e i reduci del SAS; questo felice matrimonio servì a rimettere in campo numerosi ex ufficiali TNM ••• 30

la campagna in Birmania: grazie alla sua eredità “militare” gli istruttori inglesi plasmarono i Malayan Scout, unità specializzata nel pattugliamento della foresta tropicale e nelle imboscante contro gli insorti. Il gruppo riunito in Malesia (che nel 1951 diventò 22° Special Air Service Regiment) era composto da due squadroni: il B Squadron che raccoglieva diversi veterani del SAS e il C Squadron formato da rhodesiani reclutati dal maggiore J. M. “Mad Mike”

Calvert, indisciplinato e poco ortodosso comandante del reparto, poi sostituito dal tenente colonnello John Sloane. Nei nove anni trascorsi in Malesia gli uomini del SAS perfezionarono le tecniche di sopravvivenza nella giungla e di navigazione con la bussola, misero a punto una nuova e rischiosa procedura per gli atterraggi con il paracadute nella fitta boscaglia, ma soprattutto appresero l’importanza delle operazioni “cuore e mente” utili a sottrarre uomini alla causa nemica. I loro successi e le peculiarità operative acquisite nel teatro malese convinsero il governo di Sua Maestà a costituire un reggimento di prim’ordine da schierare nei luoghi di crisi secondo le esigenze tattico/ strategiche; a suscitare particolare favore fu l’esperienza immagazzinata dal SAS nelle operazioni “cuore e mente” la cui dottrina gettò le basi per le moderne azioni Counter Insurgency. A completare il bagaglio di conoscenze del reggimento ci fu l’operazione militare condotta nella penisola arabica: a partire dal 1950 la guerriglia antigovernativa aveva intrapreso una serie di azioni militari per conquistare il Muscat e il sultanato dell’Oman retto dal conservatore Said bin Taimur. In un primo momento gli inglesi tentarono di arginare gli insorti di Talib bin Ali sfruttando l’arma aerea e la fanteria regolare senza però ottenere alcun risultato concreto. Alla fine del 1958 fu inviato lo D Squadron del SAS considerato la risposta più appropriata al tipo di conflitto in atto nel deserto: un anno dopo lo scontro con i guerriglieri si fece più aspro, ciò nondimeno le tecniche messe in opera dal SAS portarono alla conquista di Gebel Akhdar (Montagna Verde), importante roccaforte dell’insurrezione. Nel dicembre del 1962 una serie di incursioni indonesiane nel settore del Kalimatan ruppero i delicati equilibri politici nel protettorato britannico del Brunei mettendo in agitazione il parlamento inglese. Gli attacchi oltre confine, scatenati dal presidente della vicina Indonesia Ahmed Sukarno – il quale si opponeva a una federazione pro Commnwealth formata dal Borneo britannico, Sarawak, Brunei e Singapore – si distinsero per la particolare violenza con la quale vennero messi in atto. La risposta inglese fu immediata: le truppe stazionate a Singapore – Gurkas, Royal Marines e soldati del Queen’s Own Highlanders – furono mobilitate


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per sopprimere i sediziosi. A queste si alternarono gli squadroni del SAS i quali si schierarono ai confini con l’Indonesia: nel corso della guerra diverse pattuglie perlustrarono la fitta giungla del Sarawak che si estendeva come un’immensa lingua verde sulla frontiera tra i due Stati. Le piccole unità tattiche inglesi, formate da non più di quattro elementi, avevano come scopo principale individuare le infiltrazioni nemiche oltre ad assicurarsi, attraverso le iniziative “cuori e menti”, il favore delle tribù locali le quali fornivano spesso le valide guide indigene. Non è questa la sede idonea per descrivere nei particolari il conflitto, tuttavia è sufficiente ricordare come meno di 100 uomini del “Reggimento” riuscirono a mantenere sotto controllo un territorio vasto e accidentato che si estendeva per circa 1500 km e solo grazie alla loro esperienza in tecniche di contro guerriglia gli inglesi ottennero notevoli risultati senza grandi spargimenti di sangue. La Malesia, l’Oman e il Brunei costituirono un banco di prova importante per il SAS il quale, dopo la seconda guerra mondiale – aveva rischiato di dissolversi: questi conflitti “a bassa intensità” avevano, infatti, dimostrato ai livelli più alti dell’esercito inglese quanto una forza speciale come il SAS fosse un ottimo deterrente contro terroristi e guerriglieri. Inoltre, l’ambiente in cui gli operatori inglesi avevano combattuto era servito da “palestra” per affinare diverse tecniche di sopravvivenza e sabotaggio e per apprenderne di nuove.

devastarono i quartieri cattolici. Questa scintilla creò una prima divisione all’interno dell’IRA la quale fu accusata dai suoi stessi membri di non aver reagito adeguatamente alle provocazioni protestanti: da questa scissione nacque il PIRA (Provisional Irish Republican Army) che diventò il braccio violento – e con una rigida struttura militare – della resistenza cattolica. La situazione esplosiva in Irlanda del Nord persuase il Primo Ministro inglese Harold Wilson a inviare

Sopra: La Malesia, l’Oman e il Brunei costituirono un banco di prova importante per il SAS il quale, dopo la seconda guerra mondiale – aveva rischiato di dissolversi

“THE TROUBLES” IN IRLANDA DEL NORD Il conflitto anglo irlandese aveva radici molto profonde: dopo il primo conflitto mondiale, nel 1922, la discriminazione protestante nei confronti dei cattolici aveva esasperato gli animi della popolazione la quale vedeva nell’IRA (Irish Republican Army) l’unico mezzo per liberarsi dall’oppressione esercitata dai protestanti. Nell’agosto del 1969 durante una manifestazione nel Bogside (quartiere cattolico di Londonderry) le forze militari del RUC (Royal Ulster Constabulary) – simpatizzanti e conniventi con i protestanti – irruppero tra la folla scatenando una feroce reazione da parte dei dimostranti. Durante i giorni successivi la violenza si allargò a macchia d’olio in altre zone della città fino a Belfast dove alcuni protestanti

alle truppe inglesi le quali raggiunsero il “punto di non ritorno” nel famigerato “Bloody Sunday” del 30 gennaio 1972. Ben presto l’azione dei reparti regolari inglesi perse vigore: ad ogni soldato fu consegnata una “yellow card” nella quale erano riportate le regole d’ingaggio, considerate molto restrittive. Dal canto loro i terroristi irlandesi non facevano sconti e cominciarono a mietere numerose vittime tra i militari predisponendo una serie di attentati

Sotto: Alcuni componenti del CT Team (Counter Terrorism Team) Belfast - 26 ottobre 1977

una forza militare per sedare i disordini dando inizio all’ “Operazione Banner” che dal 1969 si protrasse fino al 2007. Non appena arrivati, i soldati britannici furono bene accolti da ambo le parti: la loro presenza in funzione di “peace keeping” era ben vista sia dai cattolici sia dai protestanti. Nel giro di pochi anni però le cose andarono peggiorando; i continui disordini e gli attentati dinamitardi attuati dall’IRA e dall’Irish National Liberation Army fecero cambiare atteggiamento

dinamitardi contro i convogli britannici. I terroristi disponevano di un vasto arsenale; essi ottenevano, infatti, un grosso quantitativo di armi automatiche ed esplosivo Semtex grazie ai generosi rifornimenti provenienti dalla Libia. Per il governo inglese la situazione politico/militare irlandese stava dunque diventando scomoda e “non convenzionale”, richiedeva quindi un intervento straordinario: il SAS! Per il “Reggimento” gli anni Settanta TNM ••• 31


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rappresentarono un reale punto di svolta: in primo luogo i servizi segreti (comunemente conosciuti come MI5 e MI6) riscoprirono un tipo di guerra che necessitava di uomini altamente preparati, avvezzi all’uso della più moderna tecnologia e in grado di operare nella massima riservatezza; in seconda battuta il terrorismo era apparso in tutta la sua brutalità con gli episodi di Monaco dimostrando al mondo la sua potenzialità distruttiva. In ultima istanza l’Irlanda del Nord si era trasformata in un pericoloso focolaio in grado di colpire direttamente il suolo britannico e addirittura – come vedremo – la famiglia reale. Da queste nuove contingenze internazionali lo stesso SAS aveva affinato alcune metodologie d’intervento, predisponendo nel suo organigramma la Counter Revolutionary Wing specialmente addestrata per far fronte a minacce di tipo terroristico. A tal fine nella caserma di Hereford fu allestita la famosa “Killing House” dove quotidianamente uomini vestiti di nero simulavano situazioni critiche come la liberazione di ostaggi in ambienti chiusi. LA 14A INTELLIGENCE COMPANY “THE DET” In Irlanda del Nord il primo obiettivo da conseguire era quello di penetrare nelle fitte maglie della rete di rifornimenti messa in piedi dai terroristi, capire i loro movimenti, anticiparne le mosse, ma soprattutto scoprire dove nascondevano le armi e il materiale esplosivo. Occorrevano quindi uomini in grado di infiltrarsi, di nascondersi tra la folla e mimetizzarsi con l’ambiente circostante. Prima dell’invio del SAS questi compiti di osservazione furono affidati a una nuova unità: la 14° Intelligence Company o meglio nota come “The Det”. I candidati che volevano lavorare nel “Det” – alcuni provenienti dallo stesso Special Air Service – si sottoponevano a una dura selezione in modo da saggiare la loro capacità a operare sotto copertura e a districarsi nel complicato dedalo delle città irlandesi come Belfast o Londonderry; nello specifico veniva chiesto di affrontare stressanti turni di osservazione e sorveglianza al fine di scoprire i piani orditi dall’IRA. I membri del “Det” seguivano corsi di guida veloce, di fotografia e di videoregistrazione, di osservazione TNM ••• 32

L’Irish Republican Army (detto IRA) era un organizzazione militare indipendentista irlandese che lottava contro l’imperialismo britannico. L’IRA viene fondata nel 1919 e sara’ attiva fino al 2005, nonostante varie tregue e processi di pace.

notturna oltre a lezioni sull’uso delle più moderne tecnologie concernenti le comunicazioni radio. Le armi impiegate dagli agenti dovevano essere occultate quindi la scelta ricadde sulle pistole Browing HP o Walter PPK e le pistole mitragliatrici come l’Heckler & Koch MP5ks. Anche gli equipaggiamenti messi a loro disposizione erano speciali, in particolare i tecnici dell’intelligence inglese si concentrarono sulla preparazione di automobili ad hoc: le “Q car”. I veicoli Q erano allestiti come macchine simili all’Aston Martin del mitico James Bond: al di fuori dello chassis vennero occultati apparecchi di registrazione radio sensibili ad ogni minimo rumore, piccole videocamere per la registrazione e sofisticati sistemi di intercettazione per eventuali ordigni esplosivi oltre ad essere corazzate con protezioni antiproiettile. Il “Det” fu un’arma di prim’ordine a disposizione del governo inglese, oltre a rivelarsi istruttiva per gli stessi uomini del SAS in procinto di “sbarcare” in Irlanda del Nord: le operazioni condotte da questa unità aiutarono a capire il difficile e imprevedibile comportamento dei terroristi e molte volte ad anticiparne le mosse. L’ARRIVO DEL SAS Il 7 gennaio 1975 il primo ministro Wilson ordinava al “Reggimento” di dirigersi in Irlanda del Nord e di concentrare i loro sforzi nella regione dell’Armagh considerata il caposaldo dell’IRA: pochi giorni dopo undici uomini del SAS partirono alla volta di Belfast per poi essere raggiunti da altri sessanta operatori seguiti da tutta la componente logistica. L’arrivo del SAS a Belfast non passò inosservato giacché gli informatori dell’IRA avevano già diffuso la voce agli alti comandi; il confronto con le forze speciali metteva in forte apprensione i terroristi i quali compresero subito il valore dei loro nuovi avversari. Gli irlandesi furono così colti da una sorta di ossessione: ogni indiziato traditore o soldato inglese catturato era visto come un possibile appartenente al SAS. Nel 1974, ad esempio, i terroristi trucidarono un diciottenne pakistano che serviva in una locanda dell’esercito credendo che fosse un membro del SAS, nel luglio dello


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stesso anno a Belfast i membri dell’IRA catturarono e torturarono un camionista scambiandolo per un agente infiltrato, il poveretto non era altro che un ex militare che con il SAS non aveva mai avuto nulla a che fare. Di fatto i sistemi adottati dal SAS scombinarono i piani degli estremisti irlandesi i quali erano preparati a fronteggiare le forze regolari che poco potevano contro le loro attività criminose; inoltre, tra la stretta sorveglianza del “Det” coordinata agli interventi del “Reggimento”, l’IRA temeva per la sorte dei suoi stessi capi fino a quel momento considerati inafferrabili. La notte dell’11 marzo 1976 una squadra fantasma del “Reggimento” dimostrò ai terroristi di non essere più così intoccabili: violando il territorio della Repubblica d’Irlanda (EIRE) – fatto che non mancò di suscitare numerose polemiche – gli uomini del SAS riuscirono a catturare vivo Sean McKenna, un pericoloso terrorista. A un mese di distanza Peter Cleary, temuto ufficiale nel primo battaglione della brigata IRA nel South Armagh, venne freddato da tre colpi di pistola al petto sparati da alcuni soldati del SAS. La cattura di McKenna e l’omicidio di Cleary misero in moto un’offensiva propagandistica contro le forze britanniche dipinte dalla stampa locale come un’armata sanguinaria; da quel momento in poi per ogni irlandese trovato morto era additato come unico responsabile il SAS! Il primo anno del SAS in Irlanda del Nord si chiuse in positivo, tuttavia le loro vittorie acutizzarono il malessere della popolazione nei confronti del governo britannico guidato – a partire dal 1979 – da Margaret Thatcher la quale decise proseguire la linea dura contro i terroristi. Nello stesso anno in cui si insediò la Thatcher, l’IRA inferse ai britannici il colpo più duro: il 27 agosto l’imbarcazione di Lord Mountbatten, cugino della regina, fu fatta esplodere a largo del lago Mullaghmore (EIRE) uccidendolo sul colpo insieme ad altre tre persone; a distanza di poche ore, nella contea di Down due ordigni esplosivi toglievano la vita a diciotto soldati inglesi. Per l’IRA era giunto il momento della vendetta. LOUGHGALL E GIBILTERRA Dopo i terribili attentati del 1979 la

linea di sangue tracciata dai militanti dell’IRA sembrava non fermarsi più, trascinandosi fino agli anni Ottanta. Nella primavera del 1987, nelle verdi campagne dell’Armagh, James Lynagh – leader del comando nord dell’IRA – insieme al trentenne Patrick Kelly comandante della brigata IRA dell’ East Tyrone e a Pat McKearney stavano predispondendo forze e materiali per un nuovo micidiale attacco contro gli occupanti.

mentre altri uomini alla guida di una Toyota, avrebbero fornito copertura all’attacco principale. Alcuni operatori del SAS insieme agli agenti del RUC si disposero all’interno della stazione, altri si nascosero ai bordi delle strade per osservare i movimenti dei terroristi e per bloccare le vie di fuga. Non appena i posti di osservazione segnalarono che l’escavatrice aveva abbandonato il suo nascondiglio abituale, gli uomini

Soldati inglesi impegnati in pattugliamenti presso la città di Belfast

L’obiettivo era una stazione di polizia del RUC ubicata nel pacifico villaggio di Loughgall, un’enclave protestante nel mezzo della contea cattolica dell’Armagh. I tre terroristi ignoravano però che da giorni le loro mosse erano osservate dall’intelligence britannica la quale scoprì i dettagli del loro piano: l’IRA voleva assaltare e distruggere la stazione di polizia impiegando un’escavatrice “JCB” la cui benna era imbottita di esplosivo,

del SAS si prepararono all’azione: in pochi minuti la sferragliante JCB, con a bordo tre terroristi, sfondò la recinzione immediatamente seguita dalla Toyota da dove uscirono cinque uomini incappucciati, armati di tutto punto. Nello stesso istante gli uomini del SAS sbucarono dalle loro postazioni investendo il commando dell’IRA con una pioggia di 7.62 mm sparati dagli H&K G3: uno scontro breve, ma violento che annientò TNM ••• 33


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La guerra al terrorismo conduce spesso alla violazione delle regole, questo è un fatto ben chiaro nella mente degli uomini del SAS e dei loro comandanti

tutti gli attentatori. La brillante azione compiuta dal SAS fu, tuttavia, funestata da un grave incidente: due operai di ritorno alle proprie case, ignari di quanto stava accadendo, furono scambiati per terroristi e freddati senza alcuna ragione. Un danno collaterale certamente ingiustificato che sollevò violente reazioni e una protesta formale della Corte Europea per i Diritti Umani. La guerra al terrorismo conduce spesso alla violazione delle regole, questo è un fatto ben chiaro nella mente degli uomini del SAS e dei loro comandanti i quali si addestrano duramente al fine di evitare disgrazie come quelle accadute a Loughgall; purtroppo, nel corso di un’azione, l’adrenalina acuisce la reattività dei combattenti che, ricordiamolo, sono prima di tutto esseri umani fallibili. Un’altra azione del SAS che occupò per diverso tempo le prime pagine dei giornali inglesi e scatenò nuove dispute all’interno della Corte Europea fu l’operazione “Flavius”. Il 6 marzo 1988 tre terroristi dell’IRA, Danny McCann, Seàn Savane e Mairéad Farrel vennero uccisi a Gibilterra da uomini del SAS senza un apparente motivo e per di più disarmati. In un primo momento l’episodio poteva sembrare un assassinio indiscriminato o un terribile errore: pochi però erano a conoscenza TNM ••• 34

che i tre irlandesi erano da tempo sotto sorveglianza dei servizi segreti inglesi. L’MI6 aveva scoperto che i tre soggetti stavano programmando un attentato dinamitardo a danno dei soldati del Royal Anglian Regiment che si trovavano a Gibilterra per una parata. Nonostante le prime indagini mosse dalla polizia iberica condannassero l’operato del SAS, pochi giorni dopo a Marbella gli investigatori spagnoli rinvennero una macchina imbottita di Semtex (74 kg) le cui chiavi erano state trovate proprio nella valigia di Farrell. Il SAS proseguì per diversi anni la lotta contro l’IRA le cui diramazioni si estendevano fino in Libia dove il leader Ghedaffi continuava a rifornirli di AK47 e Semtex; la piccola isola di Malta era, inoltre, diventata una delle basi più importanti per gli irlandesi i quali controllavano il passaggio delle navi e organizzavano il trasbordo delle merci clandestine. Solamente il nuovo secolo portò a una significativa diminuzione degli attentati e a un definitivo cessate il fuoco ottenuto il 28 luglio del 2005. Per lo Special Air Service la campagna in l’Irlanda del Nord ha rappresentato uno dei momenti più importanti della sua storia e, a livello formativo, il suo ideale perfezionamento. L’esperienza accumulata fino a quel momento faceva del SAS la forza speciale migliore al mondo e in grado di operare su

qualsiasi tipo di teatro bellico. Per gli operatori del “Reggimento” la guerra al terrorismo era appena all’inizio: le verdi vallate irlandesi stavano per essere sostituite dalle aride distese desertiche dell’Iraq e dalle catene montuose dell’Afghanistan, ma questa è tutta un’altra storia. LE FONTI Per la scrittura di quest’articolo ho utilizzato diversi testi che parlano della storia del SAS in generale e del suo impegno in Irlanda del Nord. Per le campagne in Malesia nell’Oman e nel Borneo di grande utilità è stata la lettura del volume di Peter Macdonald, The SAS in action (Londra, 1990); per le vicende in Irlanda importante è il volume di James Adams, Robin Morgan e Anthony Bambridge, Ambush. The war between the SAS and the IRA (Londra, 1988). Per le operazioni del “Det” consiglio la lettura di Jackie Gorge, She Who Dared: covert operation in Northern Ireland with the SAS (Londra, 1999). Per gli amanti delle uniformi, ma che riporta anche dati molto interessanti sulle forze armate inglesi, rimando a Simon Dunstan, The British Army in Northern Ireland (Londra, 1984).


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PROFESSIONE

MANAGER GIOVANNI DI GREGORIO

“La Nigeria è uno stato ricco, ha il petrolio e ha l`acqua”, cosi si espime il presidente Goodluck per incentivare gli investimenti. Sulla base di questo invito, molte sono le aziende straniere che operano in Nigeria, e noi italiani non siamo da meno. Tra queste, la maggiore è l’ENI e tutto il comparto degli idrocarburi del gruppo societario. Certamente esistono altre realtà, magari meno conosciute, ma sicuramente ben addentrate nel sistema Paese con un elevato fatturato come le diverse società di costruzioni che portano il Made in Italy in terra TNM ••• 36

d’Africa. Le aziende che decidono di istallare una succursale in Nigeria, come in ogni angolo di mondo, devono tener conto degli aspetti politici, demografici e sociali del luogo dove si vuol fare “business” e tante volte ci si trova a combattere fenomeni di pericolosa entità del tutto estranei alla realtà italiana. In particolare, in Nigeria, furti, rapine, corruzione, sequestri di persona e attentati di qualsiasi natura sono all`ordine del giorno. Eventi che bisogna necessariamente saper gestire se si vuole condurre qualsivoglia tipo di attività commerciale. E per questo


EW INTERVIEW INTERVIEW INTERVIEW INTERVIEW INTERVIEW INT Claudio Albini gestisce uno staff di circa 25 unità con la mansione di Site Security Coordinator e per un totale di 450 unità sul campo tra operatori della sicurezza privata, agenti della polizia nigeriana e in alcuni casi anche soldati dell’esercito e dell’aviazione.

motivo che le aziende si muniscono di persone specializzate in Security Management. Come inviato di TNM, ne ho incontrati tanti di diversa nazionalità e con svariate esperienze professionali. Ex SAS assoldati da aziende tedesche dall’atteggiamento diffidente che a stento ti rivolgono la parola, oppure israeliani che lavorano per società americane i quali, come loro uso fare, si vantano delle capacità tipiche del Mossad o del Sayeret Golani: poi scopri che il cosiddetto “operatore” faceva solo il cuciniere nella caserma delle Forze Speciali proprio a causa della sua superbia; in quel caso la nostra conversazione è terminata con un sano pratico e molto italiano, “ma vaffanc...”. Tra tutti quelli che ho incotrato e conosciuto, uno in particolare mi ha sorpreso e convinto a intervistarlo. Un ex marine italoamericano, eroe di guerra, stereotipo del soldato d’assalto con una corporatura possente e agile, ma come gli eroi che si rispettano dotato di umiltà e una rara bontà d’animo. Claudio Albini è uno di quei tanti italiani cresciuti negli Stati Uniti e “adottati” da questo Grande Paese il quale sa riconoscere il valore delle persone e che aiuta a crescere ancora prima che essi siano “cresciuti”. Subito dopo le scuole medie, Claudio si arruola all’Accademia Militare del Corpo dei Marines con sede ad Harligen, Texas. Terminato il corso, Albini viene assegnato al reparto con destinazione Medio Oriente, proprio negli anni caldi della Palestina dove i cannoni tuonavano ad ogni ora del giorno e della notte. Come racconta la cronaca d’oltreoceano di quegli anni, il giovane marine italoamericano era rimasto unico superstite di un plotone di commilitoni e malgrado fosse ferito dalle pallottole di AK47, usò il suo corpo come scudo per portare in salvo un bambino libanese che aveva avuto la sfortuna di trovarsi nella zona dei combattimenti. Grazie a questo atto eroico, il Governo degli Stati Uniti d’America gli ha conferito una delle più importanti onorificenze che un soldato possa ricevere e per scelta personale, dopo anni di onorato servizio, si congeda con il grado di Staff Sergeant Major. Quindi inizia a lavorare nel campo della sicurezza privata ad alti livelli, compiendo anche attività di Search & Rescue in zone di alto rischio e Close Protection in ogni angolo del mondo, maturando le capacità per cui adesso è un apprezzatissimo Security Manager. TNM: Innanzitutto, complimenti per la sua carriera e del suo passato. Com’è stato il passaggio tra la vita da Marines al settore Privato? C.A.: di sicuro non è stata una scelta facile, lasciare il Corpo dei Marines che ti ha allevato per tanti anni, ma nella vita ogni cosa è destinata a finire. Naturalmente devo tantissimo alla mia formazione militare ed è grazie a questa se sono qui adesso. Non posso negare che il mio passato mi ha favorito nella ricerca dei clienti. Dal punto di vista del morale, posso dire che il passaggio è stato graduale proprio per evitare che possibili rimpianti e voglia di cameratismo mi potessero far cambiare idea. TNM: Può descrivermi che tipo di mansione svolge

sopra Claudio Albini insieme a Giovanni di Gregorio (corrispondente di TNM dalla Nigeria), sotto all’interno del suo ufficio in Nigeria

esattamente? C.A.: la mia figura professionale è quella di Chief Security Manager e gestisco uno staff di circa 25 unità con la mansione di Site Security Coordinator e per un totale di 450 unità sul campo tra operatori della TNM ••• 37


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La Nigeria ha un terristorio vastissimo con circa 180 milioni di abitanti, composto da 24 etnie differenti

sicurezza privata, agenti della polizia nigeriana e in alcuni casi anche soldati dell’esercito e dell’aviazione. Ho la responsabilità oggettiva su circa 5000 dipendenti tra nigeriani ed espatriati di diverse nazioni. TNM: Parliamo di grandi numeri. Quali sono le difficoltà in questi termini? C.A.: a grandi numeri corrispondono anche svariati problemi, dovuti principalmente alla varietà di nazionalità e culture. Delle volte ci si trova a risolvere anche piccoli problemi di natura personale, ma anche a gestire emergenze antisequestro e Medevac (Medical Evacuation). TNM: Quindi è come un assistente sociale? C.A.: (sorride) chiamiamolo cosi! Vede il nigeriano, non fa nulla per niente. Anche per un semplice favore di andarti a prendere un bicchiere d’acqua, ti chiede del denaro in cambio. Da questo nascono malintesi e litigi con gli espatriati. Diciamo che se vogliamo far funzionare tutti gli ingranaggi in sincrono, bisogna oliarli per bene. TNM: Mi spieghi meglio. C.A.: vede, per una società straniera che intende stabilirsi in un altro territorio la prima cosa da fare è abbandonare la propria presunzione di importare uno stile di vita o un modo di lavorare che non è conosciuto o addirittura consentito in certe zone. È dunque necessario mitigare i problemi con attività TNM ••• 38

d’incontri e colloqui con le tribù locali, fornire loro aiuti medici, infrastrutture e tutto il necessario per una convivenza pacifica. Attuare, inoltre, una stretta collaborazione con tutti gli enti governativi e di polizia. Non servono necessariamente somme di denaro da offrire: a volte riusciamo a raggiungere lo scopo prefissato anche regalando un pallone da calcio al figlio del capo villaggio. TNM: La Nigeria è una nazione demograficamente variegata, come vi attivate in questo senso? C.A.: studiamo il territorio sia sul piano fisico, sia sociale e demografico. Non è detto che quello che fai presso i villaggi del nord possa essere applicato ai villaggi del sud. Parliamo di un territorio vastissimo con circa 180milioni di abitanti, composto da 24 etnie. Capisce bene che ognuno ha la propria testa, il proprio credo religioso e le proprie usanze culturali. Quindi, l’approccio per ogni singolo caso fa testo a se e deve essere affrontato con una propria metodologia. TNM: A volte sua figura professionale di Security Manager viene interpretata come un attività di mercenario, cosa ne pensa in merito? C.A.: io sono un impiegato di una grande azienda, svolgo la mia mansione nella totale legalità della legge locale. Lo stesso presidente Goodluck ha rilasciato il mio porto d’armi e ho la possibilità di dare ordini ad agenti e soldati governativi che sono


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stati assegnati alla sicurezza scopo di avere dei facili guadagni fisica del personale e della rapisce i membri delle compagnie proprietà della Compagnia petrolifere le quali pagano e per cui lavoro. Nell’interesse per questo motivo tengono alto dell’azienda svolgo attività il prezzo del barile di greggio. di polizia giudiziaria, proprio Comunque, i sequestri di persona perché la legge lo consente. devono essere studiati in modo Chi la pensa diversamente specifico giacché possono avere parla solo perché non caratteristiche uniche che bisogna conosce. È facile additare le assolutamente conoscere così persone quando non si sa di da portare subito alla liberazione cosa si parla. dell’ostaggio. Mi è capitato di TNM: Infatti, quello che gestire questo tipo di emergenza viene fatto credere da una conciliando sempre con successo, parte dei mass media e da mantenendo un “basso profilo” e qualche parte politica è che dimostrando “umanità” con i miei l’operatore della sicurezza interlocutori. sia uno spietato “ammazza TNM: Il tutto, immagino con l’aiuto bambini”. delle forze di polizia? C.A.: non c’è cosa più falsa! C.A.: non sempre si può fare Sono finiti i tempi di Bob affidamento sugli enti governativi. Denard e dei mercenari in Alcune aziende, infatti, Congo. La nostra mansione è preferiscono attivarsi e risolvere il molto più intellettuale, anche Una foto di Claudio Albini ai tempi del suo arruolamento problema autonomamente, senza se può capitare di utilizzare la presso il Corpo dei Marines informare le proprie Unità di Crisi. forza in certe situazioni in cui Ed ecco che per liberare gli ostaggi viene messa a rischio l’incolumità delle persone. subentrano i Security Managers e alcuni consulenti. TNM: Io l’ho seguita per qualche giorno nella sua TNM: Cosa ne pensa di quanto accaduto al nostro attività e ho notato che in certe situazioni di pericolo connazionale ucciso dai terroristi di Boko Haram lei non ha portato con se neanche la sua Glock. durante il blitz degli inglesi e di tutte le polemiche C.A.: conosco benissimo, ormai, la mentalità dei sui nostri servizi segreti? nigeriani in tutte le sue sfumature. Se mi trovo in C.A.: non conosco i dettagli dell’operazione, ma mezzo a 20 persone, armati di machete, l’ultima cosa l’esperienza mi dice che non vi è stata la volontà da fare è estrarre un arma poiché con una giusta dose dell’esecutivo per una liberazione che poteva essere di diplomazia si ottiene tutto. Bisogna far credere che gestita in maniera pacifica e senza colpo ferire. In si è disposti al colloquio pacifico ed essere umili, il merito ai servizi segreti italiani posso affermare contrario avrebbe scatenato l’ira di tutto il villaggio che hanno fatto il loro lavoro nel migliore dei modi, mettendo in pericolo la vita degli espatriati e i beni ma poi c’è sempre qualcuno che decide. Dal punto dell’azienda. Quindi anziché trovarmi contro 20 di vista strategico e da ex marine, sono sempre più persone, ne avrei avute 2000 pronte ad incendiare il propenso, nel mio personale, ad agire con la forza, ciò Site e uccidere i nostri impiegati. Vi assicuro che non nondimeno bisogna tenere ben presente la mission si fanno scrupoli. aziendale e il giro d’affari. TNM: Esiste un vero metodo di lavoro? TNM: Quali sono gli aspetti più importanti della sua C.A.: come le dicevo, la metodologia che applichiamo mansione? in zone di crisi deve essere in simbiosi con la realtà C.A.: in una situazione “calda”, dove il contesto locale. A mio parere non esiste un “Manuale del bravo politico e sociale interno ha anche risvolti tragici, Security”, ma bisogna piuttosto calarsi nella cultura non basta solamente organizzare la sicurezza del endemica per moderare il problema e salvaguardare presidio aumentando le unità sul posto, approntare gli interessi aziendali. Piuttosto è utile predisporre un approvvigionamenti di fortuna e intensificare il giro piano di evacuazione per ogni singolo sito, monitorare delle pattuglie, ma è imperativo svolgere una vera continuamente con attività di reports sempre e propria attività di intelligence atta ad assicurare aggiornati sullo stato sociale del luogo e prestare la mission aziendale. È doveroso creare una rete di attenzione ai mutamenti che possano mettere in collegamenti di qualsiasi natura in modo da avere un pericolo la continuità degli affari. supporto locale in caso di situazioni d’emergenza. TNM: la Nigeria è territorio di sequestri di persona. TNM: Qual’ è l’aspetto del suo lavoro che preferisce? Le è capitato di gestire qualche rapimento e come? C.A.: nonostante l’ambiente critico e pericoloso, nel C.A.: i sequestri di persona in Nigeria sono di momento in cui incontriamo la popolazione locale e diversa natura e quindi bisogna affrontarli con regaliamo loro cibo e giocattoli, non c’è cosa più bella che vedere il sorriso innocente di un bambino che ti metodi diversi. A nord abbiamo Boko Haram, che guarda con curiosità e gioia quando vede per la prima poi vende i sequestrati agli altri gruppi alqaedisti e volta un uomo bianco. via dicendo, nel sud opera il MEND che per il solo TNM ••• 39


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Presso il Futura club a Castel Sant’Elia (VT), gli Istruttori di Tiro dell’associazione sportiva dilettantistica Challenge Shooting Italia in occasione del consueto addestramento al tiro dinamico agonistico per la F.I.I.D.S. (Federazione italiana International Defensive Shooting), hanno eseguito un FIRETEST sulla polimerica di casa Beretta. All’evento sono intervenuti per la Challenge anche gli shooters del club romano Ducati. Analizziamo nel dettaglio questa meraviglia di pistola con qualche riferimento tecnico. L’espressione più evidente di un’evoluzione tecnologica ed estetica è rappresentata, oggi, dalla Pistola BERETTA PX 4 STORM. Potente, maneggevole e affidabile con un ricercato design che ne esalta l’estetica originale e innovativa. La PX 4 Storm presenta il sistema di chiusura geometrica a canna Traslante, il fusto,

in tecnopolimero rinforzato fiberglass, è leggero e resistente. Per quanto concerne affidabilità e maneggevolezza sono le caratteristiche di quest’arma che è anche l’ideale per le forze dell’ordine, esercito e per i corpi speciali. Il tecnopolimero rinforzato fiberglass rende la pistola leggera, tecnicamente all’avanguardia e oltremodo resistente ad ogni

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tipo di corrosione; inoltre le superfici arrotondate agevolano l’estrazione rapida della pistola dalla fondina. Il ponticello del grilletto è arrotondato e nel tiro a due mani facilita la “mano debole” per un corretto posizionamento della stessa sull’arma in più si rivela pratica nel trasporto, veloce nell’estrazione e permette di esplodere rapidamente il primo colpo in doppia azione. La Px 4 Storm è strutturata anche per essere trasportata, pronta all’uso, con il colpo in camera di cartuccia, in estrema sicurezza. Per dotarla di qualche aggiunta, davanti al ponticello, sotto la canna, è presente una TNM ••• 44


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SCHEDA TECNICA Modello: Px4 Storm Full Configurazione: Type F Calibro: 9mmx21 IMI Capacità Caricatore (colpi): 15 Passo: 250 mm Rigatura: Destrorsa, 6 righe Funzionamento: Semiautomatico, a corto rinculo di canna. Chiusura: Geometrica, a canna rototraslante. Organi di mira: Mirino e mira posteriore sul carrellootturatore. Amovibili. Fusto: Tecnopolimero rinforzato fiberglass. Carrello-otturatore: In acciaio, sabbiato, fosfatato e rivestito Bruniton. Canna: In acciaio, sabbiata e brunita. Cromata internamente. Linea di Mira: 146 mm Peso Arma Scarica con caricatore vuoto: 785 gr, ca.

guida integrata per il montaggio di ogni genere di accessorio. L’impugnatura è studiata per consentire un immediato puntamento, anche istintivo, dell’arma ed è altresì dotata di “dorsalini“ intercambiabili che consentono adattabilità alle varie grandezze delle mani. Per quanto riguarda la sicurezza, la leva sicura o leva “abbatti cane” è manuale, intercambiabile e ambidestra; il pulsante dello sgancio caricatore è reversibile ed intercambiabile. L’arma ha un caricatore bifilare di grande capacità, a sostituzione rapida, il qiuale consente un uso prolungato dell’arma sia in attività di tiro dinamico sportivo sia in situazioni operative particolari. Nella versione cal. 9 x 21, la capienza del caricatore è di 15 colpi. Effettivamente la capacità massima indicata del caricatore potrebbe non corrispondere a quella consentita dalle leggi locali; per alcuni mercati e in conformità alle disposizioni legislative locali, possono essere applicati fondelli per aumentarne la capacità. Il meccanismo di scatto autonomo ed estraibile, consente un comodo accesso ai meccanismi di sparo fatto che rende particolarmente agevole un’accurata pulizia e manutenzione straordinaria. Il cane presenta un rilevante alleggerimento che gli conferisce un aspetto distintivo e un’elevata velocità di percussione sul quale è anche presente una sicura automatica. Tutte le

pistole Beretta Px4 Storm annoverano un dispositivo di bloccaggio che impedisce al percussore qualsiasi movimento se il grilletto non finisce la sua corsa fino in fondo. Il sistema di mira è a tre punti e ad alta definizione. Esteticamente gradevole, potente, compatta, affidabile e precisa, a nostro avviso la Beretta PX 4 Storm rappresenta oggi il fiore all’occhiello della produzione italiana nel mondo per il contesto handgun. L’auspicio è di vedere al più presto il nostro esercito e le forze dell’ordine dotate di questo gioiello di tecnologia. TNM ••• 45


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RECOVERY DI DANIEL PIGA

Negli ultimi anni in molte riviste specializzate di settore si è spesso letto e acquisito informazioni riguardanti il SERE Training (Survive, Evade, Resist, Escape), ma mai, o quasi, è stato menzionato che lo stesso addestramento è solo la terza parte del complesso mondo delle Personnel Recovery. Per il suddetto motivo, “Tactical News Magazine” mi ha chiesto di approfondire l’argomento, creando così una rubrica dedicata al PR; questo, anche in occasione del futuro JPR Conference che si terrà a Londra nel mese di Maggio.

conflitti mondiali e alla guerra del Vietnam. Durante la seconda guerra mondiale, in seguito a operazioni fallite o abbattimento di aerei in territorio nemico, è nata la necessità, da parte di tutti gli schieramenti (iniziando da quello “anglosassone”), di organizzare un sistema rapido ed efficiente per recuperare il personale disperso in campo ostile (piloti in primis, agenti dei servizi segreti, forze speciali ecc.). Ovviamente con il tempo, l’esperienza, e l’evoluzione della tecnologia, quella che fu una forma “primordiale di recupero”, è diventata una scienza e una procedura disciplinata da molte SOP (Standard Operational Procedures / Procedure Operative Standard) e dottrine a CHE COSA È QUINDI IL PR? Il Personnel Recovery (PR), o Recupero di Personale, è una livello sia nazionale sia internazionale (NATO). È proprio facendo riferimento alla più importante delle suddette tra le più importanti branche delle forze armate di tutto il dottrine (NATO AJP-3.3.9.) che diamo la definizione ufficiale mondo, rivolta (come suggerisce il nome) al recupero di di PR: Il “Personnel Recovery” racchiude tutti gli sforzi connazionali in difficoltà. Le sue origini risalgono ai due TNM ••• 46


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Due HH-60G Pave Hawks durante un esercitazione di Personnel Recovery a Davis-Monthan in Arizona

militari, diplomatici e civili, necessari a compiere il recupero e il reinserimento nella società di personale isolato, ove, con la dicitura”personale isolato”, s’intendono militari e civili appartenenti a forze militari, organizzazioni NATO, ONG (Organizzazioni Non Governative), e OG (Organizzazioni Governative), che si dovessero trovare separati dalla loro unità o organizzazione, in una situazione che richieda loro di sopravvivere, scappare, resistere allo sfruttamento o evadere da una condizione di prigionia, mentre aspettano di essere recuperati (SERE). Vedremo comunque in seguito (nei prossimi numeri)che lo stesso concetto,ma non propriamente organizzazione, è messo in atto anche da altri enti nazionali (come ad esempio la protezione civile) per il recupero di personale civile che si trovasse in imminente pericolo di vita, anche all’interno della nazione stessa.

UN SISTEMA COMPLESSO Per avere un’idea della complessità di questo apparato basta guardare il diagramma in fig. 1. In questo schema è, infatti, possibile comprendere come le operazioni PR siano organizzate nel dettaglio fin dalle prime fasi, così da permettere ai soccorsi di arrivare nel momento cruciale (in cui sia quindi necessario il recupero di “personale isolato”) mettendo in opera tutte le operazioni necessarie al recupero e reintegro del “disperso” nel minor tempo possibile, coordinando con dovizia di dettaglio un numero consistente di fattori e forze provenienti da molteplici organismi e forze armate. Questa stessa complessità, messa a confronto con uno sviluppo tecnologico avanzato, e un ricorrente cambiamento delle “tattiche nemiche”, non ha comunque permesso di rendere i saperi, ora in uso nella NATO, delle dottrine “finite”, al contrario tutti TNM ••• 47


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i documenti cui oggi si fa riferimento per tali operazioni sono ancora contrassegnati come “DRAFT” (bozza). COME FUNZIONA? A grandi linee, il sistema delle PR è sorretto e orchestrato da quattro pilastri principali: 1. Preparazione: che include la stesura delle procedure e delle policy, l’educazione e il training di tutti gli assetti interessati e l’approvvigionamento di equipaggiamenti adatti, efficienti, e per quanto possibile “al passo con i tempi”. 2. Pianificazione: essa è una delle parti forse più impegnative giacché richiede sempre il coinvolgimento di più entità anche molto diverse tra loro: come ad esempio la componente militare e quella diplomatica, spesso anche di paesi differenti. 3. Esecuzione: questa parte è a sua volta divisa in due settori, la parte di quelli che cercano (CSAR) e di quelli che devono essere trovati (SERE). 4. Adattamento: anche qui si noterà una divisione tra i due “schieramenti”. Il personale rimpatriato e portato in salvo dovrà fare i conti con tutte le problematiche fisiche e soprattutto psicologiche (traumi) dirette conseguenze del periodo di “isolamento/cattura/detenzione/ sequestro”, mentre tutto il personale coinvolto nell’operazione di PR (cominciando dai pianificatori e finendo con il team di recupero e reintegro), dovrà analizzare tutti gli aspetti della missione, per acquisire informazioni necessarie all’eventuale miglioramento del sistema. Appare evidente dal grafico che questi pilastri formano un “ciclo d’intervento” il quale non ha, in realtà, mai termine. Infatti, la conclusione di ogni operazione è sempre seguita da un’attenta analisi e la successiva stesura del rapporto informativo. Dopo aver redatto la relazione finale sarà necessario ritornare al primo pilastro TNM ••• 48

per adattare e attuare le eventuali nuove considerazioni alle fasi di preparazione, di sviluppo, e alla successiva acquisizione di nuovi equipaggiamenti (questo è uno dei principali motivi per il quale una dottrina definitiva sulle PR verosimilmente non sarà mai scritta!). Sinceramente, mi sembra utile specificare, che non può esistere un’operazione di PR senza la combinazione perfetta di questi quattro pilastri, giacché ognuno di essi è in realtà una parte fondamentale dell’operazione: se un anello di questa catena si presentasse debole l’operazione generale risulterebbe compromessa. Trait d’union di questi pilastri e la strutturazione JOINT. JOIN PR Credere che una singola forza armata e una nazione possa sostenere in autonomia un’operazione di PR su grande scala è un’”utopia” (ameno ché non si parli degli USA ovviamente!); nella realtà quotidiana, un operazione di PR richiede la cooperazione tra forze armate in primis, ma soprattutto una collaborazione internazionale, a maggior ragione quando l’intervento dovesse avvenire in territori esteri o in teatri operativi multinazionali. Chiaramente, questo elemento aggiuntivo complica notevolmente quelle missioni che a livello nazionale risulterebbero forse più semplici. Per assimilare meglio questo concetto, e di rigore tornare alla definizione di PR, ove è descritto che “il “Personnel Recovery” racchiude tutti gli sforzi militari, diplomatici e civili…”. Questi elementi, già differenti tra loro, a causa di numeri limitati e grazie ad accordi internazionali, sono spesso ripartiti tra tutte le nazioni partecipanti alle operazioni in un assetto JOINT multinazionale. Ad esempio, nelle odierne missioni internazionali, vengono ratificati accordi tra le nazioni partecipanti al fine di suddividere le difficoltà e ottenere una forza multinazionale completa; questa deve essere capace di assolvere le molteplici missioni che il teatro operativo esige, pur mantenendo contenuti i costi e gli sforzi di ogni singolo Stato. Logicamente, questi stessi


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apparati, coopereranno anche in tutte le operazioni di PR che dovessero essere messe in atto. In aggiunta, proprio per il numero limitato di elementi in campo (sia che si tratti di operazioni nazionali sia internazionali), essi non sono mai specificatamente dedicati alle operazioni di PR, bensì sono assetti polifunzionali, destinati cioè secondo le occasioni, alle differenti missioni in corso. Quest’ultimo fattore è probabilmente quello che più di tutti crea evidenti difficoltà. Provate a immaginare cosa succederebbe se un velivolo assegnato a una missione “X” e pronto a partire, fosse dirottato con urgenza su un’operazione PR; ovviamente ciò creerebbe (e crea) scompiglio nell’organizzazione e gestione di tutte le operazioni in atto, con il successivo rischio di far fallire sia la missione PR, sia quella alla quale era stato in precedenza assegnato. Per questo motivo, un addestramento preventivo e un’esperienza significativa dei responsabili di tutte le operazioni è probabilmente la prima e più importante chiave per il successo delle singole iniziative. I CINQUE COMPITI DI UN’OPERAZIONE PR Fino ad ora abbiamo visto, a grandi linee, come il sistema delle PR sia programmato, tuttavia non ho ancora spiegato come un’operazione di recupero venga progettata ed eseguita. Inizierei dicendo che una missione di recupero vera e propria comincia nel momento in cui il comando delle operazioni, o l’esecutivo di una nazione specifica, perde il contatto con uno del suo personale (militare o civile). Da questo momento in poi, la procedura per la ricerca, il recupero e il reintegro del disperso seguirà cinque fasi distinte:

1. Riporto (Report), la prima fase, che consiste nel segnalare al comando o autorità competente la scomparsa di uno o più elementi. Come detto sopra, in mancanza di personale isolato non sussiste necessità di predisporre un’operazione di recupero. 2.Localizzazione (Locate), a seguito della segnalazione del “disperso” è necessario rilevare, nel più breve tempo possibile, la posizione dello stesso; più rapida e precisa sarà la localizzazione, più alte saranno le probabilità di recuperarlo. 3.Supportare (Support), tra il momento in cui il comando avrà localizzato il disperso, e il momento in cui avverrà il suo recupero, sarà necessario assisterlo con ogni mezzo disponibile. Chiaramente, secondo la posizione e situazione non solo del disperso, ma anche dell’area in cui viene soccorso, il comando deciderà, dunque, quale tipo di supporto dare (comunicare istruzioni di massima per il salvataggio o inviare subito beni di prima necessità). In questa fase, la persona soccorsa, sarà nel pieno della sua procedura SERE. 4.Recupero (Recover), questo è il momento più delicato e probabilmente, anche il più pericoloso dell’intera operazione. Molti fattori potranno, infatti, influenzare l’esito positivo del recupero; iniziando dal coordinamento tra le varie forze in campo e finendo con la situazione dell’area in cui si trova disperso. Ci sono, infatti, differenze nel recuperare un pilota che si fosse eiettato dal velivolo sull’oceano, da uno ostaggio catturato da elementi ostili, in territorio nemico. 5.Reintegro (Reintegrate). L’ultima fase dell’operazione PR sarà il definitivo reintegro del personale recuperato alla vita normale; questo avverrà con l’ausilio di personale qualificato quali dottori, psicologi e/o psichiatri, o altro eventualmente necessario. TNM ••• 49


TIRO TATTICORECOVERY DA DIFESAPERSONNEL TIRO TATTICO DA DIFESA TIRO TATT PERSONNEL RECOVERY PERSONNEL RE

CHI COMANDA UN’OPERAZIONE DI PR? Per rispondere a questa domanda forse avrei bisogno di altre dieci pagine, e probabilmente ne uscirei sconfitto. Partiamo quindi con il dire che le operazioni di PR prevedono (come recita la definizione ufficiale) la possibilità di usare tutti i mezzi “militari, diplomatici e civili”. Per quanto i tre “mondi” siano strettamente connessi, nel corso di qualsiasi operazione non è sempre facile porli in perfetta armonia. Non me ne vogliano i lettori che appartengono ad una delle tre categorie, ciò che affermo non è una critica, bensì un dato di fatto oggettivo, spesso scaturito da procedure o missioni differenti. Ad esempio, se un’operazione militare venisse organizzata nella nazione dei “Kmer” per dividere due parti belligeranti, un’operazione civile sarebbe probabilmente messa in piedi per sostenere lo sviluppo degli ospedali nell’area. Ecco lì che i due “mondi” lavorerebbero simmetricamente in uno stesso “contesto”, ma con interessi e obbiettivi finali differenti. Questo porta spesso i due compartimenti a non avere un flusso informativo uniforme e una cooperazione reciproca idonea. I due ambiti operativi organizzeranno, infatti, sempre le loro missioni senza necessariamente coinvolgersi a vicenda, in altre parole senza dare comunicazione dettagliata delle loro intenzioni. Detto questo, e tornando al comando di un’operazione militare di PR, possiamo affermare che solitamente ogni unità impegnata disporrà di una sua cellula PR (ovvero quella che detterà piani di contingenza). Le varie cellule PR saranno poi gestite da un comando periferico JPR (Joint Personnel Recovery) della nazione imteressata, che poi sarà a sua volta gestita dalla cellula principale del comando generale delle operazioni, il JPRCC (Joint Personnel Recovery Co-ordination Cell). Quando si dovesse verificare un evento isolato, il JPRCC (attivato probabilmente da una sottocellula) prenderà il comando delle operazioni, coordinando e tascando tutte le modalità operative necessarie. Ovviamente per il recupero di personale non militare sarà la stessa cellula JPRCC a dirigere le iniziative, conservando comunque sempre uno stretto contatto con le autorità civili interessate. CONCLUSIONE Abbiamo visto a grandi linee cosa sia il mondo delle PR e come le stesse siano articolate e organizzate per raggiungere lo scopo ultimo di recuperare un elemento isolato. Ritengo necessario concludere ponendo l’accento su un fatto molto importante: come forse qualcuno tra i lettori avrà intuito, ogni operazione di PR prevede un impegno enorme di una o più nazioni, spesso, per garantire il recupero di un solo “elemento isolato”. Questo avviene mettendo in condizioni di forte rischio un numero elevatissimo di elementi sia umani sia materiali. TNM ••• 50

USAF PARARESCUE I Pararescuemen (AFSC 1T2X1) sono operatori dello United States Air Force Special Operations Command (AFSOC) e Air Combat Command (ACC) ed eseguono compiti di recupero e trattamento medico del personale in missioni umanitarie e di combattimento. Sono gli unici membri di tutto il Dipartimento della Difesa specificamente organizzati, addestrati ed equipaggiati per condurre operazioni di recupero del personale in ambienti ostili. Anche noti come “PJs” (Para Jumpers), queste unità sono anche utilizzate per supportare le missioni NASA e sono state utilizzate per recuperare gli astronauti durante gli ammaraggi di rientro. Inoltre sono interfacciati con le squadre SOF di qualsiasi tipo, per operazioni congiunte.


TATTICO DA DIFESA TIRO RECOVERY TATTICO DA DIFESA TIRO TATTICO DA DIF EL RECOVERY PERSONNEL PERSONNEL RECOVERY PERSONN


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DI MARCO ANTONIO

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T94

Il è un MP5 in tutto e per tutto, con il noto otturatore a rulli ad apertura ritardata.

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Su questo esemplare è stata installata un’astina con triplo rail, laterali e inferiore, vertical grip ribaltabile, torcia Surefire X300, slitta della A.R.M.S. dedicata al sistema d’arma sulla quale è stata installata una ottica olografica Eotech mini; infine per il calcio è stato preferito un modello pieghevole.

La MKE è un’industria orientata verso la produzione bellica: dagli armamenti leggeri all’artiglieria, dalla polvere infume per munizioni, agli esplosivi più complessi. Quest’azienda secolare ha concordato con la Heckler and Koch la produzione di alcuni modelli su licenza. Fra questi l’MP5 che viene offerto in moltissime versioni, e ne sono state sviluppate due dedicate specificatamente al nostro mercato civile, camerate per la munizione 9x21, con un gruppo di scatto che concede due sole posizioni: fuoco semiautomatico e sicura. I due

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modelli in questione sono la versione kurz, corta, dell’MP5 e la versione “lunga” denominata T94 della quale ci occupiamo in queste pagine. Il T94 è un MP5 in tutto e per tutto, con il noto otturatore a rulli ad apertura ritardata. Nel nostro paese tali versioni sono riconosciute come arma corta comune e si possono “portare” con la licenza di porto da pistola per difesa. Abbiamo avuto la fortuna di poter valutare due esemplari per diversi mesi e per diverse migliaia di colpi. Non appena si maneggia un T94 ci si rende conto che nessuno ha mai pensato di dedicare


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fluido. Ad arma nuova, ci ha sorpreso la leva della sicura poiché offriva una grandissima resistenza. Era difficile, se non impossibile, spostarla con il pollice della mano che la impugnava. Questa difficoltà è stata riscontrata su entrambi gli esemplari, ma solamente dopo qualche giorno d’uso è andata diminuendo fino a diventare un movimento perfettamente fluido, a parte il normale scatto quando raggiungono una posizione. Lo smontaggio per la manutenzione ordinaria è semplice, il livello di lavorazione della meccanica è molto buono ed il gruppo otturatore è ottimamente realizzato. I caricatori forniti insieme alle armi sono squadrati, pesanti e robusti, trasmettono la sensazione d’essere stati fabbricati per durare a lungo. Essi sono limitati a 15 colpi bifilari a presentazione alternata della munizione. In dotazione ne è stato fornito solamente uno, successivamente ne ho acquistati altri della MKE notando che in alcuni l’inserimento della quindicesima cartuccia era difficoltoso, pertanto se inseriti ad otturatore chiuso al massimo della capienza, non arrivano a fondo corsa e non si agganciano. È, infatti, corretta abitudine procedere all’arretramento e blocco dell’otturatore prima dell’inserimento del nuovo caricatore. Il fatto che l’MP5 sia fra le armi più apprezzate al mondo e che lo sia da molti anni, fa sì che il proprietario di un T94 possa accedere ad un mercato vastissimo d’accessori con i quali soddisfare le proprie necessità. Fin dall’acquisto i due esemplari provati sono stati allestiti in maniera differente. Su un esemplare si è optato per un’astina anteriore con porta torcia e calcio retrattile, inoltre sono state privilegiate le mire metalliche ai sistemi elettronici; temporaneamente è stato montato un piccolo rail, successivamente rimosso. Sul secondo esemplare è stata installata un’astina con triplo rail, laterali e inferiore, vertical grip ribaltabile, torcia Surefire X300, slitta della A.R.M.S. dedicata al sistema d’arma sulla quale è stata installata una ottica olografica Eotech mini; infine per quanto concerne il calcio è stato preferito un modello pieghevole. Come indicavo all’inizio dell’articolo il modello T94 è realizzato per essere usato, non per fare semplice figura. Quando si spara la prima volta con una di queste armi le aspettative vengono soddisfatte: dai primi colpi sparati con discrezione, come è uso quando attenzione e cura all’estetica prendendo in considerazione si testa un’arma, il tiratore è inevitabilmente tentato ad solamente la funzionalità. La finitura superficiale dell’arma aumentare la frequenza con cui si agisce sul grilletto, fino è poco raffinata, costituita da una spessa mano di vernice a svuotare i caricatori in tempi sempre più brevi. Il limite nera distribuita con poca cura e nonostante la consistenza sarà la vostra personale capacità d’azionare lo scatto in di tale rivestimento si possono individuare alcune evidenti quanto con una corretta imbracciata è facile mantenere saldature. La T94 ha una peso importante, ma corretto per l’arma allineata a qualsiasi cadenza di tiro. Va considerato un’arma pensata originariamente per il funzionamento che si sta sparando in semiauto con un’arma pensata automatico. Il materiali plastici appaiono precisi e di per il fuoco automatico. Il T94 scuote poco e il rinculo buona qualità. Il movimento della leva dell’otturatore è perfettamente orizzontale verso la spalla. Si tratta è contrastato da una molla potente ed il movimento è di un’arma in cui l’interazione della meccanica e della

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Su quest’altro esemplare si è optato per un’astina anteriore con porta torcia e calcio retrattile. Son state preferite le mire metalliche ai sistemi elettronici, temporaneamente è stato installato un piccolo rail che è stato successivamente rimosso.

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Per gli amanti dei dati abbiamo cronografato alcune Fiocchi Black Mamba a tre metri dalla volata registrando 460-465ms, che risultavano corrispondere a 65kgm circa ovvero 15kgm più delle munizione dello stesso lotto esplose con una Glock 19

massa gestiscono con indifferenza la cartuccia da pistola. Le due armi testate hanno sparato sempre, con qualsiasi tipo di munizioni provviste d’innesco, polvere e palla siano state inserite nell’arma: dalle ricaricate più deboli, alle Fiocchi black mamba e cheddite platinum. Non abbiamo avuto una chiusura incompleta dell’otturatore, o mai un problema durante l’espulsione del bossolo o altro. Questo senza aver particolare cura della pulizia (pur sempre prestando attenzione che i rulli dell’otturatore scorressero correttamente). Su diverse migliaia di colpi esplosi non sono emersi malfuzionamenti. Il T94 restituisce i bossoli con alcune striature affumicate giacché la camera ha una serie di rilievi sulle pareti per non far aderire i bossoli. I modelli in prova sono dotati di canna con rigatura e rilievi ad angolo netto, a differenza dagli MP5 prodotti dalla casa madre tedesca dotati di una rigatura poligonale. Nelle specifiche consultabili sul sito on line della MKE si dichiara che la canna ha una vita di 10.000 colpi, tuttavia non ho avuto modo di appurare

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secondo quale criterio sia stata indicata tale scadenza. Proprio uno dei due esemplari è prossimo a quel traguardo e non mostra il minimo segno di usura: nel tiro la canna risponde bene con tutti i munizionamenti. La lunghezza della canna permette d’ottenere qualcosa in più dalla munizione in 9 mm che non vanta energie particolarmente alte. Per gli amanti dei dati abbiamo cronografato alcune Fiocchi Black Mamba a tre metri dalla volata registrando 460-465 ms, che risultavano corrispondere a 65 kgm circa ovvero 15 kgm più delle munizione dello stesso lotto esplose con una Glock 19. Lo scatto, di cui non abbiamo misurato il peso, ma giustamente pesante per un’arma da difesa, presenta una breve precorsa poco fluida. Non è uno scatto “a rottura di vetro”; nel tiro lento e mirato questo comportamento va a discapito della precisione. Il cambio caricatore richiede un pò di pratica. Il pulsante laterale, sul lato destro del bocchettone, non è raggiungibile dall’impugnatura. In genere risulta più semplice utilizzare la leva posteriore


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Negli ultimi giorni ho utilizzato un MKE T94 con calcio fisso appena acquistato (anche su questo esemplare la leva della sicura risultava difficile da azionare). Il calcio fisso, per la buona conformazione, e presumo anche per il peso, rende l’arma ancora più stabile durante il tiro: se non si hanno necessità particolari questa è la scelta ottimale per migliorare la resa. L’astina liscia in materiale sintetico, con o senza la torcia integrata, è ottimale per l’uso in tiro semiautomatico anche con cadenze elevate. Ovviamente se si sta allestendo un T94 per la difesa personale ritengo indispensabile predisporre l’installazione di una torcia. La scelta dell’astina con rail, decisamente larga e scomoda da impugnare, obbliga l’uso del vertical grip e tale soluzione non sempre è apprezzata. Per l’esemplare con sistema di mira olografico sulla staffa A.R.M.S. la posizione di tiro risulta sensibilmente differente, in quanto molto alta rispetto al profilo dell’arma e rispetto la posizione utilizzata con il modello che ha le sole mire metalliche: queste ultime permettono sia una rapida acquisizione del bersaglio sia un buona precisione nel tiro mirato. È possibile disporre un rail basso sul profilo dell’arma, come nelle fotografie dell’esemplare che utilizza le mire metalliche, ma l’installazione di un puntatore elettronico poi ne preclude l’uso: in caso di malfunzionamento del sistema di mira l’arma sarebbe inutilizzabile. La slitta dedicata collocata sul modello con l’Eotech permette di utilizzare le mire metalliche traguardabili attraverso un tunnel posto sotto la slitta. Non si deve far altro che abbassare il viso sull’arma. Questo sistema tra l’altro offre comunque un buon campo visivo anche in questa maniera poiché la struttura della slitta non crea particolare ostacolo visivo. La scelta d’utilizzare un sistema o l’altro dipende dalle preferenze del proprietario dell’esemplare. Lo scatto, al bocchettone stesso. Al fine di garantire lo scatto del del quale non abbiamo calcolato il peso, appare pesante caricatore in sede è importante svolgere questa operazione per un’arma da difesa, presenta una breve precorsa poco con l’otturatore arretrato. I caricatori inizialmente non fluida. Non è uno scatto “a rottura di vetro”. Nel tiro lento scorrevano in maniera ottimale, l’uso continuo degli stessi puntato questo comportamento va certamente a discapito ha migliorato nel tempo la fluidit��, presumo perché le della precisione. superfici di contatto sono andate via via consumandosi. L’arma, secondo la legislatura italiana, è una pistola È interessante mettere in evidenza i differenti approcci e può essere portata con la “licenza di porto di pistola dei due modelli provati nella scelta degli accessori. In un per difesa personale”, ma è fuori luogo il porto da esemplare si è deciso di montare un calcio ribaltabile e parte di civili in abiti borghesi. Per le dimensioni e le nel secondo esemplare uno retrattile. Il primo è risultato caratteristiche il T94 è uno strumento che potrebbe una scelta giusta per la velocità con la quale viene esteso essere interessante per le g.p.g. che svolgono servizi e ripiegato, inoltre può essere chiuso e aperto senza dover particolarmente delicati quali scorta portavalori o togliere la mano forte dall’impugnatura; quando è chiuso, servizi di vigilanza. L’uso professionale dell’arma inoltre, non interferisce con alcun comando dell’arma. Il richiede comunque un attento studio della buffetteria calcio retrattile è una soluzione molto spesso installata e sicuramente una preparazione sul campo al fine di sugli esemplari in dotazione a molti reparti, pertanto padroneggiare il cambio caricatore, azione che solo con emulata da molti proprietari di T94: Questa soluzione molta pratica diventa fluida e automatica. Il vero unico però, non è altrettanto rapida nell’uso e il comando del neo dell’arma è l’impegno economico necessario per blocco dello scorrimento rende meno pratico il movimento. acquistarla ed allestirla secondo le proprie necessità.

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Incident Report 26-27 Settembre 2009

DA NEW YORK A TEL-AVIV DI DANIEL SHARON

Il volo Delta 086 diretto a Tel Aviv era decollato senza particolari difficoltà, soprattutto per quanto riguardava i ritardi o problemi simili, l’unica cosa che andò male fu causata della sicurezza della compagnia che aveva consentito l’accesso all’aereo a una straniera, una donna Palestinese di 36 anni. Questa giovane donna, durante il volo, ha causato un incidente che ha quasi costretto il pilota ad avviare una procedura di atterraggio di emergenza; fortunatamente, però, la donna è stata sopraffatta e trattenuta da uno dei passeggeri, un ex poliziotto israeliano in pensione dell’SWO, Daniel Sharon, che dal linguaggio corporeo della donna e dai segnali di un comportamento minaccioso, aveva intuito il pericolo già dal terminale, prima di salire sull’aereo. Il passeggero era una palestinese di cittadinanza americana, proveniente dalla zona di Chicago, apparentemente in viaggio per incontrare la sua famiglia che viveva a Ramallah, in Cisgiordania, a nord di Gerusalemme. TNM ••• 62

QUI DI SEGUITO IL RACCONTO DEL SIGNOR SHARON E LE SUE AZIONI DURANTE L’INCIDENTE: Stavo aspettando l’imbarco al terminal Gate 6 dell’aeroporto JFK e, come è normale per me dopo anni di servizio, osservavo le persone e le cose che sarebbero salite sull’aereo. L’imbarco, come di consueto, è iniziato circa un’ora prima della partenza del volo poiché erano necessari ulteriori controlli con la scansione a raggi X. Questa è una pratica che viene eseguita in ogni volo diretto a Tel Aviv, anche se hai già effettuato un’ispezione TSA di routine: in Israele abbiamo imparato a non fidarci dei controlli di sicurezza che non siano i nostri. Le verifiche erano state effettuate da personale Delta il quale non aveva individuato la donna palestinese, la cui condotta avrebbe dovuto far scattare un campanello di allarme così da vietarle l’accesso al volo. Questo avrebbe evitato disagi e ritardi in caso di atterraggio di emergenza, come era stato malauguratamente previsto dal capitano, oltre ai costi aggiuntivi per l’azienda al fine di sistemare


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Daniel Sharon ha servito per oltre 25 anni la Polizia israeliana e per 11 anni è stato membro del Israeli Army Alpine AntiTerror Ski Patrol Unit al confine siriano-libanese

oltre 250 passeggeri in albergo, il carburante e le ulteriori tasse di volo non necessarie. Ho provveduto a trattenere la colpevole utilizzando moderatamente la forza, quindi ho allertato l’equipaggio e i medici che erano a bordo, in viaggio verso Israele. Sul velivolo non c’era personale di sicurezza (Air Marshals) per aiutarmi a custodire il passeggero, il quale non ha mancato di creare problemi durante tutto il viaggio fino a Tel Aviv. Mi è stato chiesto se avevo bisogno di legarla con dei lacci di plastica, ma ho risposto che non sarebbe stato necessario e che l’avrei tenuta d’occhio finché non fossimo atterrati a Tel Aviv, dove l’avrei consegnata alle autorità locali. Eravamo circa a 500 chilometri a ovest dell’Irlanda, in mezzo all’Atlantico, quando ho cominciato a sospettare di lei nel momento esatto in cui mi sono seduto accanto a lei e ho avviato una conversazione; lei mi ha detto che sarebbe stata raggiunta da qualcuno dalla zona di Ramallah per poi unirsi alla sua famiglia: Il suo racconto era però mendace dal momento che le forze di sicurezza israeliane chiudono tutti gli accessi della Cisgiordania e di Gaza a partire dalla mattina presto

prima di ogni importante festa ebraica, quindi sapevo che stava fingendo. Mentre stavamo chiacchierando, ha tirato fuori una copia del Corano e ha cominciato a leggerlo, ho sentito che diceva “Ana Behabak Islam “, dopo un minuto ho sentito le parole “Allah hu Akbar Falastin”. A quel punto mi sono subito preparato per un attacco. La donna si è alzata dalla sedia dopo aver baciato il Corano, e ha iniziato a muoversi verso l’assistente di volo che serviva da bere: nello stesso istante l’ho immobilizzata a terra, mentre gli bloccavo le mani, e ho subito cercato una possibile arma, trovandola nella mano destra, era un taglierino di piccole dimensioni affilato come un rasoio. Dopo averla disarmata ho spezzato la lama in modo che non potesse essere usata per ferire. Una volta bloccata, lei mi ha avvertito che era epilettica, cosa probabilmente vera, e che poteva anche essere stata la ragione del suo comportamento; in seguito mi ha riferito che la mattina aveva avuto un attacco, il che spiegherebbe ulteriormente la sua condotta. Ho chiesto l’assistenza da parte di un uomo della sicurezza dell’equipaggio, ma mi è stato risposto che la società non ha nessun addetto a questa funzione - a differenza della El Al – inoltre, mi è stato domandato se in passato non fossi stato un componente della sicurezza della compagnia israeliana visto il modo rapido in cui avevo immobilizzato la donna. Al termine del volo sono stato ringraziato da tutto l’equipaggio incluso il manger della Delta per essere riuscito a prevenire un grave incidente sia sul piano finanziario sia per l’imbarazzo che ciò avrebbe creato all’azienda carente nei livelli di sicurezza. La settimana prima dell’incidente, mio figlio, che è un agente della Sicurezza del Governo Israeliano, era andato a New York sul volo Delta decollato dall’aeroporto Ben Gurion TNM ••• 63


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di Tel-Aviv il 17 settembre alle ore 11.00. Lo scopo del suo viaggio era di approntare le misure di sicurezza per la visita del Premier israeliano, e nonostante fosse sempre autorizzato a portare un’arma perfino sui voli El-Al, gli fu detto che sull’aereo Delta erano già presenti uomini della sicurezza, e quindi doveva depositare la sua arma, come i suoi colleghi, all’interno della stiva di carico. Lui era effettivamente convinto che l’aereo fosse controllato, cosa non vera dopo i fatti occorsi al Delta 086, del 26 e 27 settembre. Forse l’ 11 Settembre 2001 non è servito da lezione all’America giacché è davvero scandaloso mentire sul livello di sicurezza dei propri aerei, come ha fatto la Delta millantando la presenza di personale addetto alla sicurezza. Una copia di questa relazione, utile a far emergere la verità, sarà trasmessa al servizio segreto israeliano, alle Autorità Aeroportuali Israeliane, alla Delta Security e alla TSA, perchè quanto avvenuto è vergognoso. Non importano le circostanze, la donna non avrebbe dovuto essere imbarcata

senza che qualcuno provvedesse ad aiutarla in caso di necessità; inoltre non aveva con se nemmeno il passaporto e se fosse stata veramente male intenzionata o una fanatica di qualche organizzazione le cose sarebbero andate molto diversamente.


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DI ZORAN MILOSEVIC

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L’Unità Speciale GIGN,” Gruppo d’Intervento della Gendarmeria Nazionale “, è una unità operativa speciale addestrata a svolgere missioni di soccorso, anti-terrorismo e salvataggio di ostaggi in Francia, come in qualsiasi altra parte del mondo. Il motivo principale che ha convinto le autorità francesi a formare questo tipo di unità, è il celebre atto terroristico compiuto nel settembre 1972 durante i Giochi olimpici di Monaco. Protagonisti dell’attacco furono i palestinesi dell’organizzazione chiamata Settembre Nero: i terroristi irruppero nel villaggio olimpico, uccidendo due atleti israeliani e prendendone nove come ostaggi. Presso l’aeroporto di Monaco di Baviera, dopo un maldestro tentativo di salvataggio degli ostaggi tutti e nove gli atleti furono uccisi, insieme a cinque terroristi e un poliziotto tedesco. Colpevole principale di questo errore fu la polizia tedesca la quale non era preparata per affrontare questo tipo di minaccia. Anche se le autorità francesi avevano già pensato alla formazione di un gruppo scelto, i fatti di Monaco accelerarono le procedure. L’unità speciale fu costituita in territorio parigino il 1° novembre 1973, denominata Equipe Commando d’Intervento Regionale (ECRI). Questo primo nucleo scelto contava quindici commandos addestrati per contrastare le azioni terroristiche e i dirottamenti aerei. Il loro raggio operativo era ovviamente tutto il territorio nazionale francese. Una volta costituito, l’ECRI divenne parte dell’unità mobile Escadron 2/2 Gendarmerie di Maison-Alfort. I candidati dell’unità furono scelti tra i componenti della Gendarmerie e a capo di questi fu messo al comando un tenente, Christian Prouteau rimasto in carica fino al 1982. La completa capacità operativa veniva raggiunta il 1 ° marzo 1974, e solo dieci giorni dopo il gruppo affrontò la sua prima prova prendendo parte ad un’azione nella città di Ecquevilly. All’inizio del 1975, i fatti occorsi nella cittadina francese, portò i superiori della Gendarmerie ad istituire due differenti squadre di intervento regionali contrassegnate come GIGN-1

e GIGN-4, con sede rispettivamente in Maison-Alfort (Val-de-Marne) e Montde-Marsan (Landes). L’unità GIGN-1 nacque dalla riorganizzazione del gruppo già stabilito ECRI, proveniente dall’unità mobile Escadron 2/2 Gendarmerie, mentre l’unità GIGN-4 venne completata con elementi provenienti dall’Escadron Parachutists composition 9/11 sempre della Gendarmerie. Durante il 1976 fu deciso che gli uomini del GIGN-1 in totale 78, e i 48 del GIGN-4, fossero uniti in una unica unità GIGN, con sede a Maison-Alfort, la cui competenza doveva coprire l’intero territorio francese. Nello stesso anno il GIGN partecipò ad una azione di rilascio di 30 bambini rapiti sequestrati all’interno di uno scuolabus in Gibuti da cinque terroristi dell’organizzazione FLC (Front de Libération de la cote Somalienne.) Tre anni dopo liberarono i funzionari e agenti francesi dell’ ambasciata di San Salvadore, presi in ostaggio da un gruppo di ribelli locali.


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di azione immediata, un gruppo da ricognizione e valutazione, gli uffici centrali per la sezione amministrativolegale e sostegno al lavoro, unità eliportate con diversi elicotteri, per un totale di 102 agenti. L’ufficio di comando, il cui responsabile in carica era il capitano Denis Favier, includeva tre ufficiali e quattro sottufficiali che decidevano sulle questioni riguardanti l’impegno dell’unità, la pianificazione e l’esecuzione delle azioni dei diversi gruppi d’actions. Le unità da combattimento, composte di 15 uomini ognuna, erano dirette da comandanti o sottufficiali, per un totale di quattro squadre. La prima e la seconda unità contavano 18 membri con addestramento per eseguire azioni subacquee o anfibie, mentre il terzo e quarto gruppo prevedevano quindici paracadutisti, in grado di lanciarsi in pratiche HAHO e HALO. Nel gennaio 2004 avvenne una ristrutturazione del quarto gruppo operativo il quale fu ripartito in tre sezioni operative, fra cui una dedicata alla logistica e uno per il supporto operativo. Ognuna delle tre sezioni aveva a capo un comandante, capitano o tenente, con un sottufficiale come suo vice, ed è stato organizzato in due gruppi tattici. ATTUALE STRUTTURA ORGANIZZATIVA Gli ultimi avvenimenti sulla scena internazionale hanno obbligato i supervisori della Gendarmerie ad avviare un ampio processo di risistemazione delle sue unità e, in particolare, quelli destinati al contrasto Nel 1983, l’unità GIGN si trasferì a Caserne Pasquier a Versailles (Yvellines), delle azioni terroristiche. Questa mantenendo inalterata la sua struttura. Tuttavia, a causa della crescita del nuova organizzazione è occorsa il 1° pericolo terrorista e delle attività criminali sul territorio francese e le sue colonie, settembre 2007, ed ha portato alla la Gendarmerie decise di creare l’unità GISGN( Groupement de sécurité et creazione di una nuova unità GIGN. L’ex d’intervention de la Gendarmerie, raggruppamento di sicurezza e intervento GIGN del 1974 è così entrato a far parte della Gendarmerie). Durante gli anni Ottante e Novanta il GIGN fu protagonista di del nuovo organico, così come l’EPIGN, numerose azioni: l’arresto di pericolosi dirottatori aerei (1981 e nel 1984), il rilascio GSPR e GISA. Allo stato attuale, il degli ostaggi in un aereo (1989), poi la liberazione dell’ostaggio nel carcere GIGN ha sede a Versailles (Yvellines), del Moulins nel 1991, la cattura del famoso mercenario Bob Denard nel 1995, a circa 20 km da Parigi. L’unità è operazioni in Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995, e altre ancora. Tuttavia, l’azione al comando del generale di brigata GIGN più famosa è stata la liberazione degli ostaggi dal volo AirFrance Airbus Thierry Orisco, sotto il quale si trovano no.8969, dirottato nel dicembre 1994 dai terroristi algerini dell’organizzazione circa 380 uomini e donne. Il GIGN fa GIA, durante la quale 160 passeggeri e membri dell’equipaggio sono stati parte anche del comando francese per rilasciati con successo. Alla fine degli anni Novanta, il GIGN aveva una le operazioni speciali “Commandement organizzazione che comprendeva 4 gruppi operativi da combattimento: i gruppi des Opérations Spéciales” - COS. TNM ••• 68


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La struttura interna riunisce le cinque unità: • La forza di intervento: 100 - ufficiali e sottufficiali • La forza di sicurezza / protezione: 80 ufficiali e sottufficiali • La forza di osservazione / ricerca: 30 ufficiali e sottufficiali; • La forza di supporto operativo : 25 - ufficiali e sottufficiali suddivisi in nuclei diversi: risorse speciali, supporto di fuoco, guide canine, specialisti EOD, ecc. • La forza di addestramento: 35 ufficiali e sottufficiali Nella struttura di ogni singolo nucleo ci sono tre comandi: • Lo Stato Maggiore di Comando, che si occupa di comunicazioni, relazioni esterne e altro • Lo Stato Maggiore Operativo, destinato esclusivamente alla gestione di situazioni di crisi, dei negoziati, valutazioni operative, con un organico totale di 20 ufficiali e sottufficiali. • Lo Stato Maggiore Amministrativo e di Supporto: 75 ufficiali e sottufficiali incaricati di compiti amministrativi.

Secondo l’ultima riorganizzazione, nel 2007, il GIGN ha ottenuto uno Stato Maggiore Amministrativo e di Supporto (EMAS). Questo comando ha il compito di assicurare il corretto funzionamento dell’unità durante le attività regolari, nell’ambito delle operazioni, nonché regolare l’amministrazione e la parte finanziaria, logistica e la gestione delle risorse umane. Il personale di questo comando è diviso in due uffici: • Le Bureau des risorse humaines (BRH) - Ufficio per le risorse umane, destinato a permettere l’integrazione del nuovo personale nel reparto, che viene ulteriormente suddiviso in 5 servizi basici (amministrazione attiva, uffici, valutazione, formazione e corsi e amministrazione esterna). • Le bureau du soutien opérationnel (BSO) - Ufficio per il supporto operativo, con il compito di supportare le esigenze operative del GIGN per le finalità della logistiche (bilancio, finanze, attrezzature), nonché per la fornitura di attrezzature specifiche e armamenti. All’interno del BSO c’è un gruppo che si occupa di sviluppo e ricerca di nuovi sistemi i quali integrano le ultime tecnologie. La sede Operativa comandante (EMOPS) è in carica per tutta l’attività operativa del GIGN, ossia controlla le attività giornaliere dell’unità. L’EMOPS è un ulteriore elemento fondamentale che contribuisce ad aiutare il comando dell’unità nella gestione di situazioni di crisi: la valutazione delle minacce, le trattative, la pianificazione ed esecuzione delle operazioni di diverse forze. L’elemento di punta del GIGN è l’ Intervention Force (FI), successore del GIGN primo, finalizzato esclusivamente agli interventi diretti. All’interno dell’FI lavorano circa 100 operatori distinti in quattro sezioni, ognuna in grado di operare in modo indipendente o eventualmente nell’ambito di una più ampia disposizione. Nel caso di un’operazione che richieda un coinvolgimento più massiccio del GIGN, a seguito di ordini del comando per le situazioni di crisi (PC), l’FI può essere rafforzato con uomini provenienti da altre unità. L’FI mantiene e sviluppa costantemente le sue capacità che permettono al reparto di agire con


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successo; questo indipendentemente o in collaborazione con altre unità in situazioni di crisi, quali: combattimento, piani anti dirottamento, mezzi di trasporto terresti o acquatici, interventi in strutture con ostaggi di grande importanza, o in aree particolari, quali centrali nucleari, prigioni o aree desertiche, boschive o regioni di montagna. Tutte queste funzionalità generano una richiesta collettiva e individuale di svariate tecniche come il tiro di precisone, arti marziali, competenze paracadutistiche, d’immersione, intrusione e infiltrazione.


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La Force Observation / Recherche (FOR, forza osservazione e ricerca), è il successore del primo gruppo per l’osservazione / raccolta di informazioni dell’unità paracadutista di intervento EPIGN. Questa unità è specializzata nella selezione dei dati e di intelligence, utili nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata, che vengono utilizzati anche dall’intera Gendarmerie e a livello nazionale. La FOR è composta da uomini e donne, e il personale è addestrato in settori speciali come paracadutismo, immersione, alpinismo, arti marziali, mimetismo e nell’uso di sofisticate

apparecchiature che contribuiscono ad aumentare le performance dell’unità stessa. La Force Protection Sécurité-FSP, è anch’essa un successore dell’ EPIGN, e rappresenta una componente GIGN assegnata a missioni di protezione ravvicinata, sicurezza a VIP e strutture, sia sul territorio nazionale che estero. Gli uomini della FSP sono impegnati anche dal ministero degli interni francese e dalle organizzazioni internazionali come ONU o Unione Europea, su raccomandazione della Repubblica Francese. Oltre a questo, la FSP opera un continuo addestramento per mantenere e migliorare le proprie capacità di protezione e sicurezza in ambito civile e militare, sia in Francia sia all’estero. La Force Appui Opérationnel, FAO (forza per il supporto operativo), è ovviamente l’unità intesa per dare supporto a tutto il GIGN. I venticinque membri FAO sono divisi in otto sottosezioni: • Section moyens spéciaux (sezione risorse speciali): è composta da tecnici operativi il cui principale compito è quello di raccogliere informazioni sulle aree di crisi o di qualsiasi altro obiettivo specifico, nonché di mettere in sicurezza queste location. In poche parole questa sezione rappresentagli occhi e le orecchie del GIGN; • Cellule technique d’adaptation opérationnelle (cellula operativa per adeguamento tecnico): ha l’obbiettivo primario di adeguare le attrezzature, le armi e i mezzi per le esigenze del GIGN; • Cellule dépiégeage d’assaut (cellula EOD): sono specialisti in EOD destinati alla ricerca e distruzione di ordigni esplosivi sul territorio nazionale e all’estero. La cellula è in grado di effettuare analisi delle informazioni, consigliare il comando, trovare e rimuovere eventuali trappole (esplosive e non) durante le azioni di intrusione; • Cellule effraction (cellula effrazioni): detiene il compito di garantire gli accessi alle strutture durante le azioni, in particolare con esplosivi e altri mezzi. • Cellule tirs spéciaux (cellula per tiro di supporto e di precisione): prepara e forma alcuni uomini dell’unità GIGN per l’utilizzo di armi specifiche per supporto, come le armi pesanti, armi non letali o per il tiro di precisione e fuoco selettivo. Il gruppo dispone di più di 60 armi per il tiro sulle lunghe distanze, fra cui si trovano fucili Accuracy International AW cal. 30 e 338 sub. • Cellule “NRBC” (cellula Nucleare Radiologia Biologica e Chimica ): di solito agisce in coordinamento con il sistema completo NRBC della Gendarmerie Nazionale, con il compito di risolvere situazioni di crisi in zona contaminata o di intervenire all’interno di centrali nucleari; • Section d’appui cynophile (sezione per servizio cinofilo): specializzata nella ricerca di esplosivi, gas e altre sostanze pericolose, utilizzano cani appositamente addestrati, in questo caso dei Malino belga; • Cellule ouverture fine (cellula intrusione occultata): utilizzata per intrusioni discrete senza l’utilizzo di dispositivi esplosivi o strumenti di demolizione. INCARICHI Il GIGN, unità facente parte della Gendarmeria Nazionale, è destinato all’esecuzione di operazioni ad alto rischio, e in generale alla gestione di situazioni di emergenza che non possono essere svolte dalle forze di polizia convenzionali, ma necessitano di personale appositamente addestrato e dotato di equipaggiamenti adatti alle specifiche missioni. Tali compiti variano dalle operazioni di lotta al terrorismo e rilascio di ostaggi, alla neutralizzazione di persone pericolose e all’arresto di criminali, alla raccolta di informazioni in aree urbane e rurali, al controllo di persone ritenute pericolose, agli interventi in caso di sommosse carcerarie, alla sicurezza VIP e altro ancora. Il GIGN interviene in determinate circostanze: • PIRATAIR: dirottamento aereo con ostaggi • PIRATMER aggressione o dirottamento delle navi e piattaforme petrolifere


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• PIRATOM assalti nucleareradiologico • PIRATEX sequestro di francesi all’estero Grazie alla loro esperienza nella sicurezza VIP, il GIGN fornisce la scorta al presidente francese e, se necessario, protegge i diplomatici francesi ad alto rischio che si recano in zone di guerra (Iraq, Afghanistan, Haiti, Costa d’Avorio). Negli ambienti militari, il compito del GIGN è quello di dare sostegno al comando COS nello svolgimento di ogni tipo di missione commissionata dai vari ministeri. Parte del personale GIGN è addestrato per particolari azioni militari cosiddette di ‘ricognizione approfondita’ (osservazione e raccolta di dati di intelligence dietro le linee nemiche, ma anche per l’aviazione e l’artiglieria, nonché per marcatura di obiettivi ) Per queste attività, i militari vengono addestrati presso la scuola di formazione commandos in Mont Luise, sui Pirenei. FORMAZIONE Essendo richieste doti specialistiche per il combattimento contro il terrorismo e la criminalità organizzata, i membri GIGN sono selezionati secondo i criteri più rigorosi. L’ampiezza delle missioni che affrontano i gendarmi, richiedono personale con forte dedizione e motivazione, così come un elevato livello di professionalità e preparazione. È quindi molto difficile riuscire a far parte dell’unità, infatti, la complessità e il rischio del loro iter addestrativo si può comprendere attraverso i dati che mostrano come, dalla data di formazione, il GIGN abbia perso sette membri durante le esercitazioni. Il corso di selezione e ammissione per il futuro personale è molto rigoroso e approfondito. I candidati, uomini e donne, ufficiali e sottufficiali, provenienti da tutte le unità della Gendarmerie Nazionale (di solito dallo squadrone della gendarmeria mobile), richiedono l’ammissione tramite quando il bando viene esposto due volte l’anno, in TNM ••• 72


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primavera e in autunno, in tutte le caserme. Le condizioni minime necessarie per l’ammissione comprendono la cittadinanza francese, il grado minimo di sottufficiale, la presenza nella gendarmeria o nell’esercito nazionale da almeno cinque anni, e non superare i 30 anni di età. Il processo completo di controllo, selezione e formazione dei candidati per l’ammissione al GIGN si espleta in tre fasi, per un totale di 8 mesi; il primo è una serie di controlli delle capacità psico-fisiche della durata di 7 giorni, quindi si affronta un corso selettivo di tre mesi e successivamente la formazione di base della durata di 8-9 mesi. La preparazione fisica include tecniche di arrampicata di vario tipo, test di resistenza alle sostanze lacrimogene, corsi SERE e aggressioni da parte di cani (indossando

livello di claustrofobia. Una prova speciale viene effettuata in modo simile ad un salto con corda elastica sostituita da una normale corda da alpinismo: è un test piuttosto doloroso e pericoloso. Il profilo psicologico del candidato richiede un alto livello di responsabilità e stabilità mentali, oltre ad un’elevata capacità di controllare le proprie azioni anche nelle situazioni

una tuta protettiva), o ancora un combattimento di pugilato contro un altro candidato della durata di due round di due minuti ciascuno. Si effettuano anche test di resistenza: 300 flessioni, 100 push-up, 25 trazioni alla sbarra, 5 metri di arrampicata sulla corda e altro ancora. Ai candidati vengono sottoposti a dei questionari di cultura generale (geografia, storia, politica), quindi arrivano le prove di nuoto, che consistono fra l’altro in 100 metri di stile libero, immersioni a 50 metri di profondità, 50 metri di nuoto con mani e piedi legati, tuffi da 10 metri di altezza. Al termine delle prove in acqua, viene richiesta una corsa di 8000 metri in 60 minuti con zaino carico e fucile, e quindi un percorso ad ostacoli. Seguono i test di fuoco con armi, tra cui tiro con fucile d’assalto a 200 metri, con pistola automatica a 15 metri, 10 tiri per arma. È interessante rammentare che tutti i membri GIGN hanno a disposizione un poligono di tiro 24 ore al giorno (15, 25 e 50 metri). La scuola di tiro GIGN è considerata una delle migliori al mondo. In sei giorni, i candidati attraversano il poligono di combattimento, meglio noto come “Risiko”, effettuando anche bunjee jumping e tiro con armi di grosso calibro; i gendarmi passano poi attraverso canali stretti e maleodoranti per testare il loro

di elevato stress, inoltre si richiedono doti intellettive piuttosto sviluppate e un buon istinto di sopravvivenza. Ultimo ostacolo dell’intero percorso è il ‘test elettivo’ : un minuto di conversazione con i comandanti e gli istruttori durante il quale si traccia un’immagine chiara sulla personalità dei candidati. Il loro lavoro è passato al setaccio con attenzione, controllato e registrato, e presi in considerazione i risultati e il loro comportamento. Se il candidato raggiunge i requisiti minimi, è ammesso al passaggio successivo dell’addestramento. Alla fine di sei giorni di esami, solo il 5-10% TNM ••• 73


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dei candidati riesce a passare alla fase successiva il “pre-periodo di formazione”, ugualmente selettivo. Questo corso di tre mesi è destinato a migliorare le prestazioni fisiche del candidato. Ogni giorno si affrontano esercizi di marcia e corsa, arti marziali, nuoto e arrampicata. Giunti all’addestramento al tiro, gli istruttori chiedono agli allievi di dimenticare tutto quello che hanno imparato finora in modo da poter padroneggiare le tecniche che il GIGN usa abitualmente. Al termine di questa fase di formazione, i candidati ottengono le proprie armi, una pistola SIG P-228 e un revolver Manurhin MR73, ma questo non significa che ormai sono membri legittimi del GIGN. Manca ancora una formazione specialistica, che li renderà pronti per combattere assieme alle unità GIGN. La terza fase selettiva per l’incorporamento nel GIGN dura circa 9 mesi e comincia con una formazione intensiva nel maneggio delle armi e nella pratica del tiro al bersaglio effettuata in vari ambienti e situazioni (tiro in movimento, a bersagli mobili e fissi, in poligono, in locali chiusi, di notte, ecc.). Esiste anche un tunnel il quale viene utilizzato come test dei suoni in una prova di tiro sui 50 metri di lunghezza, con l’uso dell’equipaggiamento più moderno. In questa fase di formazione, una speciale attenzione è posta nelle pratiche di fuoco incrociato per evitare di colpire i colleghi, soprattutto nelle circostanze più confuse, come ad esempio nel momento in cui gli ostaggi vengono liberati e vi è molta confusione fra l’unità, gli ostaggi e dirottatori. Al fine di abituarsi a queste situazioni, è stato studiato un esercizio di fiducia reciproca, a dire il vero piuttosto strano, chiamato ‘tir de confidence’; in questa pratica si deve riuscire a sostenere lo shock di un proiettile sparato da 15 metri da un collega contro il giubbotto antiproiettile provvisto di piastra balistica. Nello stesso periodo si svolgono esercizi di contromisure alle tattiche terroristiche e al rilascio di ostaggi, inoltre

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ogni candidato nel corso dell’anno esegue un corso per vigili del fuoco e uno di maneggio di esplosivi e di materiali infiammabili. Tutti quelli che riescono a finire queste ultime fasi diventano membri effettivi durante una cerimonia nella quale i loro ufficiali superiori assegnano loro i distintivi dell’unità. La formazione è completata da corso base di paracadutismo nella scuola di Paeux, al termine del quale i migliori elementi sono indirizzati ad un corso superiore della durata di tre mesi. Quindi partecipano a un corso base di immersione nella scuola subacquea della Gendarmerie nella città di Antiba, vicino a Monaco, e proseguono con un addestramento per le immersioni in profondità insieme ai militari dello HUBERT in Saint Mandrier. Ogni membro del gruppo può volontariamente allenarsi in operazioni di intrusione in edifici e nella giungla amazzonica della Guiana, sotto la supervisione di graduati


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dell’esercito, dove i super-gendarmi vengono addestrati al combattimento e alla sopravvivenza nella giungla. È inoltre possibile diventare una guida alpina con l’apprendimento di tattiche di combattimento e sopravvivenza in inverno e ambienti montani, eseguita nelle Alpi francesi, a Chamonix, coadiuvati dall’esercito. I corsi di guida sono supervisionati da piloti di rally esperti; seguono lezioni sull’uso di mezzi di comunicazione e la formazione al tiro di precisione nel poligono di Barcelonnette. Una parte dello staff GIGN è preparato per particolari azioni militari di ricognizione (raccolta dati di intelligence dietro le linee nemiche, segnalazione di obbiettivi sensibili per artiglieria e aviazione, marcatura di obbiettivi per bombardamento). Per questi incarichi sono addestrati nella scuola di commandos dell’esercito francese a Mont Luis, nei Pirenei. Oltre a queste attività, esiste un corso di addestramento cinofilo, di sci, di alpinismo estivo e invernale, di protezione VIP e altre competenze simili. Durante la preparazione, all’interno dell’unità, i rapporti interpersonali sono molto controllati: in particolare il rapporto docentecandidato. In questa interazione non

c’è il classico metodo “drilling” considerato deprimente e stressante, invece è preferita l’autodisciplina e la risoluzione del candidato il quale viene indotto a diventare un membro GIGN a tutti i costi. COOPERAZIONE INTERNAZIONALE Dal 2007, all’interno del GIGN, esiste un gruppo denominato ‘relations internationales’, la cui missione principale è quella di coordinare le attività internazionali e facilitare i rapporti fra unità di nazioni differenti. Il GIGN collabora con gruppi analoghi provenienti da molti paesi con i quali scambiano esperienze, tattiche e tecniche; ogni anno il GIGN esegue conferenze per circa 100 specialisti delle unità speciali provenienti da oltre venti nazioni differenti, utili a operatori di vari settori, come formazione in negoziazione, scorta VIP, sicurezza aerea, tiro di precisione eccetera. Il GIGN è anche membro permanente dell’associazione europea unità d’intervento UE (ATLAS), e rappresenta la leadership nella lotta al terrorismo aereo. ATTREZZATURA La preparazione speciale di un gendarme del GIGN richiede particolari e sofisticate attrezzature che permettano loro di assolvere con successo a tutti gl’incarichi assegnati. Tutti i membri dell’unità hanno a loro disposizione un vasto repertorio di attrezzi e armi, scelti fra i migliori che si possano reperire sul mercato odierno. Similmente alle altre unità di questo genere nel mondo, le azioni vengono eseguite con divise di colore blu scuro o nero, di manifattura Doursoux Securite - GI type, stivaletti RANGERS MAGNUM in pelle e cordura e porta piastre balistici di colore nero di fabbricazione britannica Web-Tex Viper Cross Draw, sistema Alice, con una protezione balistica di tipo GUARDER type seal 2000 MOD. I porta piastre tattici sono tutti di tipo modulare il che agevola il trasporto di svariati tipi di equipaggiamento. Dal momento che il GIGN può agire in qualsiasi parte del mondo, e quindi anche in ambiente rurale, gli agenti possono indossare uniformi militari delle forze armate francesi, marca Doursoux con mimetismo inglese DPM. I tiratori scelti sono inoltre dotati anche di ghillie suit a seconda dell’ambiente in cui lavorano, mentre i sommozzatori indossano mimetiche o mute nere in neoprene. Per ciò che concerne la protezione balistica, gli operatori GIGN sono preservati al capo con caschi PASGT balistici (Personnel Armor System for Ground Troops), con una visiera balistica di tipo MSA GALLET V2 livello IIIa secondo gli standard NIJ-STD-0.106,1 e NIJ-STD- 0.101,03, mentre il resto del corpo con giubbotti balistici in grado di fermare i proiettili di armi leggere, e più potenti, grazie all’aggiunta di piastre in ceramica al vest. TNM ••• 75


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L’equipaggiamento individuale prevede maschere protettive AVON, occhiali di protezione di tipo BOLLE X500L, guanti protettivi Vega Holster, ginocchiere e gomitiere, diversi tipi di cinture e fondine per pistola come le BlackHawk Serpa. L’arsenale GIGN è da lodare, sotto tutti i punti di vista. Nel loro magazzino sono rintracciabili una vasta gamma di armamenti personali e collettive per un totale di 900 armi e 1.000 dispositivi ottici di vario tipo. Ogni membro dispone quindi di almeno 3-4 armi differenti, molte delle quali sono modificate secondo le necessità dell’operatore. Il revolver Manurhin MR73 cal.357 Magnum viene utilizzato fin dalla fondazione del GIGN ed è ancora usato come arma primaria: esiste nelle versioni con canna di 4,5 1/4, 8 pollici, e anche con canna di 10 pollici dotato di bipede e ottica Bushnell Magnum Phantom 1,5 x, utilizzato per il tiro di precisione. Gli operatori GIGN, al tempo stesso, utilizzano diversi tipi di pistole come i modelli austriaci Glock 17, più utilizzate del MR73, ma anche modelli Glock 19 e 26, cosiddetti “Baby” Glock, meno diffuse e di solito usato dai subacquei, grazie alla loro resistenza all’acqua. Queste pistole sono spesso dotate di torce tattiche modello Insight Technology M3LED or M6. Anche le S&W TNM ••• 76

686 GFS”Stainless” 357 Magnum con canne da 4 e 10 pollici sono impiegate in missioni anfibie o subacquee, come Il FN Five-Seven Tactical IOM in calibro 5,7x28mm. Fra l’equipaggiamento del GIGN contiamo anche eccellenti pistole svizzere Sig Sauer P-228 e il “fratello maggiore” P-226 cal. 9x19, mentre la pistola dello stesso produttore SIG Sauer-Pro SP 2022 e del medesimo calibro, sta sostituendo gradualmente la pistola GIAT PAMAS G1S, prodotta su licenza dalla Beretta 92G, ex pistola francese della Gendarmerie, raramente usata in unità GIGN. Come è spesso riscontrabile in unità simili in tutto il mondo, tra le armi più adoperate c’è il tedesco Heckler e Koch MP5. Il GIGN impiega anche la versione MP-5A5 (col sistema di raffica selektraautomation), SD-3 e SD-6 con variante di silenziatore integrato e il K-PDW. Tutti questi modelli possono essere forniti di puntatori Aimpoint CompM2 o EOTech 550 AA, oppure con Trijicon ACOG 3,5 x35. Gli MP-5A5 e K-PDW sono stati adattati con un’ulteriore guida per montare due dispositivi: una torcia Nitrolon P e i puntatori laser IC SureFire L72 and L75. Queste armi dovevano essere rimpiazzate dal rivoluzionario P-90 della FN, ma alla fine sono rimaste in uso. Per quanto riguarda l’ FN P90 Tactical, viene usato di solito dai leader dei settori operativi e dei gruppi tattici, con munizioni 5,7x28 di alte prestazioni, in grado di colpire il nemico anche attraverso un giubbotto antiproiettile o dietro una copertura. L’arma è dotata di tre binari Picatinny, che consentono di installare un elevato numero di dispositivi ausiliari come un puntatore Aimpoint Comp M2 sul binario superiore, un laser SureFire sulla guida destra e una torcia ad alta intensità sul lato a sinistro. L’arma può, inoltre, essere silenziata grazie all’ausilio di un silenziatore P90 Gemtech SP90. Per le missioni più propriamente militari, il GIGN si dota di fucili d’assalto, sebbene ne facciano uso anche in alcune azioni antiterrorismo in ambiente urbano. Oltre al limitato numero di fucili tedeschi HK-416/ 417, il GIGN fa ancora uso di G-3 TGS della HK, fucile con munizioni


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7,62 x51mm NATO, con lancia-granate da 40mm HK79. Quest’arma offre una grande potenza di fuoco, specie a confronto del calibro 5,56 mm tradizionale, tuttavia non è appropriata per l’utilizzo nelle aree urbane giacché il proiettile potrebbe facilmente perforare le pareti e uccidere ostaggi o altri membri della squadra. Il GIGN utilizza due versioni di questo fucile, con sub-lanciagranate, torcia SureFire e puntatore laser, oppure una versione notturna con Aimpoint CompM2 compatibile con un silenziatore leggero Lucie, o un red dot Aimpoint 7000S. Altri fucili utilizzati sono i SIG SG-550 e SG-551 SWAT, fra i primi fucili d’assalto utilizzati dal GIGN, dotati di ottiche Hensoldt 6x42 BL, mentre la versione SIG SG-552 Commando è dotata di puntatore Bushnell HOLOsight, e il fucile HK G36C5,56 mm con B & T Handguard particolarmente utilizzato dalla forza de Sécurité et de Protection du GIGN. I loro tiratori scelti, a parte l’obsoleto ma ancora utile HK G-33 EA2 con bipede e ottica Hensold 6x42 BL, dispongono di tre modelli con ricarica manuale, che sono: • Accuracy International AICS AW .308 Winchester (7.62x51mm NATO) • Accuracy International AWS AICS 0,308 sa integrisanim prigusivacem • Accuracy International AICS SM in (.338 Lapua Magnum, 8,6 x70 mm) La versione AW, all’inizio del 1995, era in sostituzione del vecchio fucile da sniper GIAT / Nexter FR-F1 cal. 7,5, mentre l’AWS è stato introdotto nel 2003, in modo da colmare il divario tra il calibro 7,62 e 12,7 mm. Tutti e tre i modelli montano ottiche con reticolo Mil-Dot Schmidt & Bender Optics Mk.II 3-12x50, mentre per le azioni notturne vengono utilizzati puntatori Simrad KN2000 III. Per le grandi distanze il GIGN utilizza fucili semiautomatici cal. 12,7 mm (.50 BMG) come i modelli Barrett M82, Barrett M95 e McMillan 87R. Dobbiamo rilevare che le squadre di tiratori sono composte da due membri, il tiratore e il TE ATTENZIONE MA NON SONO SQUADRE COMPOSTE DA TIRATORE E OSSERVATORE? (tireur d’elite), che utilizzano di solito

monoculari telescopici Leica Televid 77 millimetri (raramente Apo-Televid 77 millimetri) con ingrandimenti variabili fino a x60, binocoli Leica Vector IV e in notturna binoculari Leica IC Rangemaster LRF 1200 con ottica 7x21 millimetri, e la mini stazione meteorologica Skywatch Geos 9. Per quanto riguarda altri sistemi di armamento, troviamo lanciagranate da 40mm Milkor e HK 79 e M79, mitragliatrici FN Minimi 5,56 mm, fucili a pompa Remington 870 cal. 12 Magnum dotato di guide Picatinny sulla parte superiore, sulle quali possono trovare alloggio apparati ausiliari quali Aimpoint CompM2, Aimpoint 3000 o EOTech 550 AA, ed ancora fucile dello stesso calibro Benelli M3 Super 90 o 12 Franchi SPAS Special Purpose Automatic Shotgun, o armi non letali come i Taser X26. GIGN IN AZIONE Nel dicembre 1994 gli specialisti francesi della squadra d’intervento della Gendarmeria GIGN, dopo una sparatoria all’aeroporto “Marignane” nei pressi di Marsiglia, salvarono i passeggeri dell’aereo Airbus A-300 “Air France”, dirottato da terroristi algerini del “Gruppo Islamico Armato”. Sabato 24 dicembre, nell’aeroporto “Houari Boumadine” in Algeria, 11.45 ora locale, quattro uomini armati, vestiti in uniforme dei servizi di sicurezza, s’introdussero nell’aereo il quale doveva coprire la tratta Algeri-Parigi. Armati con Kalashnikov e Uzi irruppero nella cabina pilotaggio, dove erano presenti il pilota Bernard Delem e due membri dell’equipaggio. Iniziò così il dirottamento dell’aereo francese, con 225 passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo. Quindi i terroristi si mossero verso il comparto dei passeggeri dell’aereo annunciando loro l’intenzione di controllare i passaporti. Il motivo reale fu presto scoperto: tra i passeggeri c’era un poliziotto algerino in abiti civili, che era partito per le vacanze. Egli, ignaro di quanto stava accadendo, mostrò ai terroristi il tesserino, quindi lo portarono all’ingresso dell’aereo e gli spararono alla testa! Un’altra vittima fu un diplomatico vietnamita. In questo modo i terroristi fecero capire che erano pronti a qualsiasi cosa e che la loro minaccia doveva essere presa seriamente. Secondo le dichiarazioni di 63 passeggeri algerini, rilasciati nel frattempo, le forze di polizia scoprirono che i quattro terroristi erano giovani, da 20 a 25 anni, e che oltre ad armi automatiche erano armati di pistole, bombe a mano e un pacchetto di esplosivo. Le richieste iniziali dei terroristi riguardavano il rilascio del leader FIS (Fronte Islamico di Salvezza) da una prigione algerina. Tuttavia, ben presto abbandonarono le loro pretese iniziali rivelando che il loro scopo principale era “insegnare alla Francia una dura lezione”. Il leader del gruppo


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Questa mossa fu utilissima per appurare che il portellone dell’aereo non fosse stato minato con esplosivo o bloccato in qualsiasi altro modo. Allo stesso tempo, altri gendarmi stavano piazzando dispositivi di ascolto, consentendo così il monitoraggio acustico dei dirottatori per conoscerne i movimenti.

era Abdullah Abdul-Yahia, soprannominato “L’emiro”, responsabile, il 3 agosto 1994, della morte di agenti di polizia algerini e dipendenti nel consolato Francese. Poco prima di impossessarsi dell’aereo, Yahia fece un discorso chiaro e breve “Siamo mujahideen algerini. Il nostro Dio ci ha scelto per morire. Il nostro dio ha scelto voi per morire con noi. Il mio Dio, il divino, ci aiuterà ad avere successo. Inshallah (per la volontà di Allah). Dopo circa due ore dal dirottamento dell’aereo, nella base di Satory, nei pressi di Parigi, 50 membri della squadra d’ intervento GIGN erano in attesa, di fronte al loro comandante, il maggiore Denis Favier. Obiettivo del governo francese, richiesto espressamente dal Primo Ministro Edouard Balladur, era quello di ottenere dalle autorità algerine la possibilità di schierare i membri del GIGN in aeroporto, in modo da garantire il loro “supporto tecnico durante l’azione”. Dal canto loro gli algerini affermarono ripetutamente che potevano utilizzare le loro squadre speciali; questo inquietava non poco le autorità Francesi le quali temevano azioni maldestre dagli “specialisti” algerini che potevano sfociare in una catastrofe. Mentre i negoziati delle autorità algerine con terroristi erano in corso, il Servizio di Sicurezza Nazionale francese (DGSE), il giorno successivo, riuscì a inoltrare un messaggio via radio ad un pilota: “Prova in ogni modo possibile a decollare e spostarti dall’Algeria in direzione della Francia. A Marsiglia, tutte le misure di sicurezza necessarie sono state già approntate”. Il punto di rottura nelle infruttuose trattative fu l’omicidio di un terzo ostaggio, un cuoco francese dell’ambasciata in Algeria: questo fu un chiaro avvertimento per le autorità che non c’era più tempo da perdere. Il governo Francese reagì allora con forza, e le autorità algerine alla fine concessero il decollo del volo ‘Air France’ e disposero la rimozione degli ostacoli sulla pista di decollo. Il 26 dicembre alle ore 1.30, l’aereo con 172 passeggeri volò in direzione della Franca. All’aeroporto “Marignan”, nei pressi di Marsiglia, i membri del GIGN avevano già organizzato una trappola, prendendo posizione, divisi in tre squadre di dieci uomini. Le trattative con i dirottatori e il pilota dell’aereo erano condotte da Alan Gejhan, capo della polizia di Marsiglia, aiutato da due membri del team di negoziazione GIGN, il cui quartier generale si trovava nella torre di controllo. Era importante per i negoziatori guadagnare tempo ed evitare che l’aereo fosse costretto a decollare di nuovo. Avrebbero attaccato alla prima possibilità di successo. Alle 03.12, l’Airbus atterrò sulla pista di Marignan fermandosi nel luogo designato (un dettaglio di grande importanza nell’azione). Il compito di fornire l’aereo di bevande e cibo fu fornito da membri del GIGN, travestiti con gli abiti dello staff dell’aeroporto. TNM ••• 78

IL PIANO DEL MAGGIORE FAVIER Le trattative con i terroristi, fra i quali solo Yahia conosceva il francese, furono condotte nelle ore pomeridiane del 26 dicembre. I dirottatori proseguivano nella richiesta di carburante e acqua per continuare il volo fino a Parigi dove, durante una conferenza stampa, avrebbero presentato pubblicamente le loro richieste. Sulla base della loro richiesta di riempire il serbatoio con 22 tonnellate di kerosene, era chiaro al quartier generale che dovevano aspettarsi il peggio. Volare a Parigi richiede 10 tonnellate di kerosene, perché allora aggiungerne altre 12? Non serviva grande intuito per capire che era stato progettato un attacco suicida, in cui i terroristi volevano far saltare l’aereo mentre era in volo sopra la capitale della Francia o avrebbero cercato di volare verso la base della Torre Eiffel, per provocare una catastrofe gigantesca. Verso le 15,00 Delem , il pilota dell’aereo, con una drammatica comunicazione radio rese noto l’ultimatum dei negoziatori: a meno che nella prossima ora e mezza le loro richieste non fossero soddisfatte e il carburante imbarcato, l’aereo sarebbe esploso e tutti gli ostaggi uccisi! I negoziatori promisero ai dirottatori che ci sarebbe stata una conferenza stampa davanti alle scale dell’aereo, dopodiché i terroristi avrebbero dovuto rilasciare due ostaggi. All’improvviso, alle ore 16.45 i motori dell’Airbus cominciarono a muovere lentamente l’aereo verso la torre di controllo. La situazione aveva raggiunto un punto critico, e quindi il piano di attacco già predisposto dal Maggiore Favier fallì. A 100 metri di distanza dalla costruzione dell’aeroporto l’aereo sì fermò, si


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aprì il portellone destro e uno dei dirottatori aprì il fuoco verso la torre di controllo. A quel punto, esattamente alle 17.05, era ovvio per il GIGN che due dirottatori si trovavano nella parte anteriore dell’aereo e due erano nella parte posteriore. Avendo poco tempo disponibile, il Maggiore Favier progettò un piano che prevedeva un’irruzione simultanea nell’aereo da tre punti, le porte a sinistra, a destra nella parte posteriore vicino alla coda, e la porta frontale destra, dietro la cabina di pilotaggio. Dai tetti e da diverse posizioni vicine, si appostarono otto tireur d’élite, cosa che giocò un ruolo molto importante alla fine dell’azione. Tre squadre GIGN, composte da otto fino a dieci operatori, prepararono le piattaforme e le scale mobili per l’ingresso a bordo. Una volta ricevuta l’autorizzazione dal primo ministro Balladur l’ordine, il Maggiore Favier ordinò per radio “Allez” (andiamo). Le piattaforme si avvicinarono all’aereo dalla coda, in modo da rimanere nascoste il più a lungo possibile. Tuttavia, uno dei terroristi, intuendo il pericolo, si sporse dalla porta sul retro e vedendo avvicinarsi la piattaforma, cominciò a sparare in quella direzione. Mentre le spianate si avvicinavano all’aereo, i due terroristi sul retro si unirono ai compagni rimasti nella parte anteriore, barricandosi nella cabina di pilotaggio e spingendo i piloti a terra. Il team principale GIGN, comandato dal Maggiore

Favier, aprì lo sportello anteriore destro, quindi lanciò le granate stordenti penetrando nell’aereo, mentre i terroristi cominciano a far fuoco con le armi automatiche. Un operatore GIGN fu colpito con sette proiettili AK-47, ma sopravvisse rispondendo coraggiosamente al fuoco col suo revolver Manurhin MR-73 calibro .357. I colleghi lo coprirono con il fuoco delle HK MP-5. Un altro membro GIGN rimase ferito da due pallottole in entrambe le gambe: caduto tra i sedili, continuò a sparare da posizione protetta. Anche un terzo e un quarto operatore vennero colpiti, fortunatamente non a morte. Allo stesso tempo, dall’altro lato, attraverso la porta sul retro, il capitano Tardi entrò con la sua squadra, cercando fra i passeggeri segni di pericolo. Il fuoco nella parte anteriore continuava, mentre gli specialisti bloccavano i terroristi con brevi raffiche di fuoco, e questi ricambiavano sparando e gridando fanaticamente “Inshallah”. Quando la terza squadra d’assalto del capitano Kim fu finalmente a bordo, i primi passeggeri poterono lasciare l’aereo attraverso la porta laterale di destra e le uscite laterali destinate ai casi di emergenza. Questi varchi erano stati aperti un minuto e sette secondi dopo l’inizio dell’attacco, in modo da liberare gli scivoli gonfiabili di evacuazione di emergenza. In quel momento, nella parte anteriore dell’aereo, piena di fumo e buia, i terroristi lanciarono una granata nella prima classe, e subito dopo si udì un’altra esplosione. Al portellone anteriore destro, uno scivolo di emergenza fu sfortunatamente colpito da un frammento di granata che lo rese inutilizzabile. Quattro minuti dopo l’inizio dell’attacco, tutti i passeggeri erano stati evacuati dall’aereo. Tuttavia, la battaglia nella cabina di pilotaggio continuava: a questo punto il maggiore Favier ordinò ai tiratori scelti di aprire il fuoco su tutti i contatti visibili all’interno della cabina. Una volta terminato il lavoro degli sniper, quattro membri del GIGN penetrano all’interno. Il leader di questi quattro entrò nella linea di fuoco e venne colpito non mortalmente. Dieci minuti più tardi, il fuoco dalla cabina diminuì, fu gettata dentro un’ulteriore granata stordente alla quale fece seguito il fuoco delle armi degli specialisti. Un totale di 67 proiettili infransero il vetro e la parte frontale della cabina. Dopo 20 minuti dall’inizio dell’attacco nella torre di controllo si udì una voce “è il capitano dell’aereo che vi parla. Fermate il fuoco, tutti i terroristi sono morti!”. Cinquantaquattro ore dopo il sequestro, il dramma del volo 8969 della compagnia ‘Air France’ era finito. In totale l’azione era durata circa 20 minuti, quattro terroristi erano stati uccisi mentre 172 ostaggi e membri dell’equipaggio furono liberati, 20 di loro rimasero feriti e tre di loro assassinati uccisi nell’aeroporto in Algeria, il che significava che durante l’azione stessa per il rilascio degli ostaggi, nessuno dei passeggeri era stato ucciso. Nove membri GIGN ne uscirono gravemente feriti tra cui uno di loro perse un braccio.


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DI GIUSEPPE MARINO - FOTO MARCO ANTONIO GARAVENTA

BENELLI M4 ACCESSORI AFTERMARKET PER UNA POSSIBILE CUSTOMIZZAZIONE “TATTICA” DEL BENELLI M4

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Il fucile a canna liscia, o shotgun, Benelli M4, è un’arma che, nel suo settore, rappresenta lo stato dell’arte sia dal punto di vista tecnologico sia operativo e funzionale. Un’arma italiana che ha fatto, e sta facendo, la storia moderna delle armi a canna liscia elettivamente destinate agli impieghi militari e di law enforcement. Il Benelli M4 è nato, infatti, con specifici requisiti atti a renderlo idoneo all’impiego in campo militare, più nello specifico le caratteristiche dettate dal capitolato tecnico emanato dall’esercito americano nel 1998 con lo scopo di dotare le forze statunitensi di una moderna e funzionale arma a canna liscia. Dal 1999, anno in cui l’M4 è stato ufficialmente adottato dalle forze armate USA (in primis US Marine Corp e Coast Guard) esso ha raccolto un’innumerevole serie di successi, TNM ••• 84

conquistati direttamene sul campo. Un’arma che si è distinta per affidabilità, efficienza, versatilità, semplicità d’uso e manutenzione. Sebbene dunque l’M4 sia un’arma indubbiamente “combat proven” e “combat tested” ovvero completa, già “out of the box”, per il conseguimento dei risultati per cui è stata specificamente progettata, è possibile incrementare ulteriormente le sue potenzialità installando specifici accessori, scelti tra una vasta serie oggi disponibili sul mercato aftermarket. Dopo un’analisi di massima delle principali caratteristiche tecniche e di funzionamento del Benelli M4, analizzeremo tecnicamente alcuni accessori presenti ad oggi sul mercato. In seguito, saranno presentati alcuni possibili set up dell’arma realizzati impiegando gli accessori presi in considerazione.


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DESCRIZIONE TECNICA DI MASSIMA BENELLI M4 Analizzando il Benelli M4 dal punto di vista tecnico è opportuno osservare come impieghi l’ormai collaudato sistema di funzionamento a recupero di gas Argo (Auto Regulating Gas Operated) twin operating system. Un sistema che, per mezzo di cilindri e pistoni doppi, determina il movimento del ben noto otturatore a testina rotante a due alette, tipico delle produzioni Benelli. Come facilmente desumibile dal nome del sistema di funzionamento dell’M4, l’arma è concepita per regolare automaticamente la quantità di gas combusti da impiegare per consentire la corretta espulsione del bossolo ed il successivo riarmo, qualunque sia la cartuccia impiegata. La sua efficacia è associata a una canna interamente cromata ed esternamente fosfatata; la finitura Milspec

anticorrosione e antiriflesso; la semplicità ed essenzialità costruttiva; la concezione modulare; la semplicità di smontaggio e rimontaggio, peraltro aspetto esplicitamente richiesto nel capitolato delle forze armate USA, rendono il Benelli M4 un’arma “combat proven” funzionante in tutte le condizioni climatiche, atmosferiche ed operative. Il Benelli M4 monta una canna cilindrica in acciaio al Ni-Cr-Mo, cromata internamente, di lunghezza pari a 470 mm (18,5 pollici), idonea al montaggio di strozzatori intercambiabili Varichoke e con camera magnum da 76 mm. Le caratteristiche peculiari della canna rendono quest’ultima in grado di sparare qualsiasi tipo di cartuccia calibro 12, con qualsiasi tipo di carica e proietti (pallini in piombo, acciaio, palla asciutta, munizioni non letali). La canna è completata, nel prolungamento posteriore della stessa, con un espulsore a puntone cilindrico caricato elasticamente. La sicura, di tipo a traversino reversibile, è sita in corrispondenza dell’estremità posteriore del ponticello del grilletto; alla sicura manuale si affianca poi la sicurezza automatica al percussore che impedisce lo sparo accidentale in caso di caduta dell’arma (anche questo specifico requisito del capitolato statunitense). Il Benelli M4 di serie è dotato di un caratteristico calcio telescopico (nelle ultime versioni con tre diversi allungamenti) con impugnatura a pistola rivestita in gomma grippante. Con il calcio completamente esteso l’arma raggiunge una lunghezza di 1.010 mm contro gli 886 con calcio retratto. L’arma camera le munizioni tramite una cucchiaia di alimentazione che preleva le cartucce da un serbatoio tubolare sito, come di consuetudine, sotto la canna. Tale serbatoio, avente una capacità di sei cartucce (variabile dalla tipologia di cartucce utilizzate) termina in volata con una filettatura su cui si avvita un cappelletto: il sui avvitamento/svitamento determina la possibilità di montaggio e smontaggio dell’arma. Una volta svitato il cappelletto, sarà sufficiente sfilare la canna ed estrarre dall’otturatore il relativo manettino di armamento, consentendo così lo sfilamento dell’otturatore dalla carcassa e lo smontaggio del gruppo di scatto, quest’ultimo ottenibile semplicemente estraendo l’unico perno passante della carcassa. L’arma è completata da: un forend in polimero, realizzato in due parti e montato a incastro tra la carcassa e un supporto che vincola la canna al serbatoio munizioni; una slitta weaver  (Mil-Std-1913) montata superiormente all’intelaiatura e una tacca di mira regolabile di tipo Ghost Ring caratterizzata da eccellente funzionalità nel tiro mirato e istintivo. La tacca di mira, unitamente ad un mirino regolabile in deriva montato sulla volata della canna, consente una linea di mira lunga complessivamente 600 mm. ACCESSORI AFTERMARKET PER CUSTOMIZZAZIONE Dopo una breve, ma doverosa descrizione tecnica di massima del Benelli M4, segue ora un’analisi delle principali caratteristiche tecniche di alcuni possibili accessori e componenti installabili su un moderno TNM ••• 85


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shotgun Benelli M4 destinato a impiego tattico, sia da parte di operatori professionisti sia civili. Contestualmente per ciascuno di tali accessori e parti verranno messi in luce i principali “improvements” funzionali e operativi, derivanti dall’installazione degli stessi sull’arma. Si ritiene opportuno precisare come la trattazione che segue non vuole essere esaustiva, vista la vastità di tipologie e modelli di accessori disponibili. CALCIO URBINO MESA TACTICAL La statunitense Mesa Tactical (per informazioni in merito vedi riquadro approfondimento), ha fatto della calciatura denominata Urbino, in onore della città sede del colosso italiano nella produzione di armi a canna liscia. La calciatura modello Urbino ha esordito sul mercato con le prime versioni destinate elettivamente ad armi italiane Benelli, in primis il modello M4. Oggi TNM ••• 86

la gamma di modelli si è ampliata con calciature idonee al montaggio, oltre che su tutti gli shotgun “tattici” Benelli, anche sul Remington 870. L’Urbino è stato sviluppato specificamente per andare incontro alle stringenti e pressanti esigenze del mercato law enforcement e militare. La calciatura in oggetto ha una lunghezza di 12 pollici e mezzo, un impugnatura a pistola gommata e antiscivolo, calciolo in gomma e poggia guancia regolabile, entrambi opzionali, oltre ad una svariata gamma di altri accessori specificamente progettati per il montaggio su di essa. Tra questi gli attacchi a cinghia di diverso genere e porta cartucce. Le dimensioni ridotte dell’Urbino rispetto agli standard comuni alle diffuse calciature per armi a canna liscia, rende tale accessorio ottimo per l’impiego da parte di operatori che indossino platee carrier o più in generale body armours. La piega del calcio, più accentuata


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L’ADOZIONE DEL BENELLI M4 DA PARTE DELLO US MARINE CORPS Il semiautomatico M4 Super 90 è il fucile a canna liscia usato dal corpo dei Marines americani dal 1998. L’azienda Benelli ha vinto il bando di concorso indetto, nello stesso anno, dal Centro per la ricerca, sviluppo e ingegnerizzazione delle armi dell’esercito statunitense superando tutti i rigidissimi requisiti richiesti. Nello specifico, il capitolato tecnico statunitense richiedeva: • Che almeno 5 dei 9 pallettoni 00 buck contenuti in una cartuccia calibro 12 colpissero da 40 metri la sagoma sul 50% dei colpi; • massimo 60 secondi per lo smontaggio dell’arma; • massimo 20 minuti per pulizia e lubrificazione; • funzionamento senza problemi per 10.000 colpi. Il fucile semiautomatico Benelli M4 Super 90 ha ottenuto rispettivamente  i seguenti risultati eccezionali: • 6 pallettoni sul 100% dei colpi; • 45 secondi per smontare l’arma; • pulizia in 10 minuti da effettuare ogni 500 colpi; • 25.000 colpi sparati senza necessità di sostituire parti dell’arma.

Foto dedicata a ritrarre integralmente la calciatura Urbino che, con riferimento all’esemplare impiegato, risulta nella configurazione “full optional”. Essa è dotata infatti di: calciolo in gomma; poggia guancia regolabile; porta cartucce laterale (non visibile in questa foto) e attacco cinghia ambidestro a sgancio rapido.

rispetto a quelle convenzionali, unitamente al calciolo in morbida gomma, contribuisce a rendere meno faticoso e più funzionale l’uso di un’arma dotata di Urbino. Oltre a un minore affaticamento e stress dell’operatore, l’Urbino consente, grazie al poggia guancia regolabile, l’assunzione di una posizione di tiro ottimale anche quando vengono installati sistemi di puntamento a punto rosso e/o olografici. Le calciature Urbino sono disponibili in colore nero, tan e military green. FOREND DESERT MESA TACTICAL Di recente la Mesa Tactical, a completamento della calciatura Urbino per Benelli M4, ha introdotto sul mercato degli specifici nuovi forend prodotti dalla statunitense Freedom Fighter Tactical. Tali astine, realizzate in materiale plastico, ricalcano, a livello strutturale, le fattezze dell’astina Benelli

Il bando di gara prevedeva inoltre che il fucile rimanesse in sicura e funzionante dopo la caduta da un metro e mezzo con colpo in canna e serbatoio pieno. Ovviamente anche tale requisito, insieme a molti altri richiesti, è stato pienamente garantito.

originale. Nuovi sono i colori tan e military green che si sposano perfettamente con le colorazioni delle calciature Urbino. È, infatti, possibile acquistare dette nuove astine singolarmente, oppure come facenti parte di kit completi calcio più astina. PORTA CARTUCCE MESA TACTICAL Buona parte delle pagine del catalogo Mesa Tactical presentano una vasta gamma di porta cartucce destinati al montaggio sui più diffusi modelli di shotgun oggi disponibili sul mercato. In linea di massima la produzione Mesa annovera tre principali tipologie di porta cartucce: quelli da fissare direttamente sull’arma; i modelli da assicurare sulle diverse tipologie di calciature e, infine, quelli da attaccare sul fianco della stessa sfruttando come ancoraggio primario una slitta weaver solidale al porta cartucce stesso. Quest’ultima è anche di grande TNM ••• 87


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Primo piano del porta cartucce Mesa Tactical ad 8 celle con slitta weaver integrata. L’accessorio in questione consente di equipaggiare l’arma con un unico robusto supporto atto sia al trasporto di munizioni di riserva che al montaggio di un sistema di mira a punto rosso.

utilità per il montaggio di sistemi di mira opto/elettronici. I porta cartucce in questione, realizzati in robusto alluminio, sono dotati di un altrettanto resistente trattamento superficiale. La tenuta delle cartucce in sede è garantita da una guaina in gomma interna alle celle, sostituibile con estrema facilità. La solidità e l’eccellente qualità costruttiva di questi accessori, unitamente alla grande funzionalità operativa, rendono i porta cartucce Mesa uno dei prodotti di fascia più alta del settore. Il porta cartucce Mesa Tactical ritratto in foto su queste pagine è quello ad 8 celle con slitta weaver integrata. Un accessorio dotato di grande solidità che incrementa le sensibilmente le potenzialità dell’arma. PORTA CARTUCCE PER CALCIO URBINO MESA TACTICAL Abbiamo visto, nei paragrafi precedenti, come la Mesa Tactical abbia fatto dei porta cartucce per fucili calibro 12 TNM ••• 88

uno dei propri prodotti di punta commerciali. La già vastissima gamma di prodotti appartenenti a questa fascia di mercato è stata ulteriormente arricchita con l’introduzione di specifici porta cartucce ottimizzati per l’installazione sulle nuove calciature Urbino. Sono dunque disponibili porta cartucce a 4 e 6 celle dotati di staffa di montaggio compatibile con la struttura dell’Urbino. Sebbene la presa delle munizioni inserite in un porta cartucce da calcio non sia dei più facili, salvo intenso addestramento, l’accessorio in questione consente di incrementare ulteriormente il numero di pallottole trasportabili. MAKO QUAD RAIL FOR END In alternativa all’astina fornita di serie con l’arma, o a quella della Mesa Tactical, esistono in commercio altri modelli installabili sui Benelli M4. Una di queste, peraltro


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LA MESA TACTICAL La Mesa Tactical è una giovane azienda statunitense fondata in California nel 2003, che ha trovato il suo core business nello sviluppo, produzione e distribuzione di accessori e componenti per armi portatili con specifica attenzione verso il settore degli shotgun destinati a impiego tattico. Fiore all’occhiello della produzione Mesa Tactical sono dunque slitte weaver, porta cartucce, calciature e altri specifici accessori per migliorare l’ergonomia, funzionalità ed operatività dei moderni shotgun, siano essi di fabbricazione statunitense o italiana e destinati al mercato militare, del law enforcement o civile. Forza della Mesa Tactical, oltre l’aver scelto un settore in cui non sono presenti molti concorrenti, è l’introduzione sul mercato di prodotti innovativi e di ottima qualità, peraltro spesso unici nel loro genere. Come accennato in precedenza, la gamma di prodotti Mesa Tactical, consente all’utilizzatore finale di customizzare a proprio piacimento il proprio shotgun, sia di un “americanissimo” Remington, sia di un italiano Benelli. Al momento la Mesa Tactical sviluppa esclusivamente pezzi “esterni” per shotgun, tuttavia, vista la dinamicità dell’azienda in questione, non è da escludere che in futuro il catalogo Mesa, già molto ricco, possa ampliarsi grazie all’inserimento di una ricca gamma di elementi come sicure maggiorate, manette armamento, scatti, prolunghe serbatoio, etc.

molto economica, è quella offerta dalla Mako. Si tratta di un’astina di dimensioni generose realizzata in robusto polimero ed avente due slitte weaver a tutta lunghezza sulla parte superiore ed inferiore. Completano il prodotto due slitte di lunghezza pari a circa 2 pollici site sui due lati del forend. La peculiarità del forend Mako risiede nel fatto che lo stesso avvolge integralmente canna e tubo serbatoio, il tutto a differenza del forend originale e di eventuali altri prodotti alternativi quali l’astina prodotta dalla Surefire. L’installazione della soluzione Mako, consente dunque un agevole e funzionale montaggio di numerosi altri accessori atti a completare tatticamente il Benelli M4. Tra essi una impugnatura verticale o una Magpul Angle foregrip nella parte inferiore; una torcia su uno dei lati e un sistema di puntamento olografico in posizione avanzata sulla parte superiore. Aspetto parzialmente negativo dell’accessorio in questione è

quello di restare solidale, anche in fase di smontaggio, con il gruppo canna-presa gas, risultando pertanto di parziale intralcio alle operazioni di pulizia dell’arma necessarie. SUREFIRE M4 BENELLI RAIL ASSEMBLY M80 Un prodotto di grande qualità per la customizzazione di un Benelli M4, ma difficilmente reperibile sul territorio nazionale, è il forend con R.I.S. (Rail Integrated System) integrato, prodotto dalla Surefire e denominato, come da titolo, Rail Assembly M80. Realizzato in robusto alluminio aeronautico, rivestito con un resistente trattamento superficiale secondo requisito Mil-Spec, a fronte di un ingombro analogo al forend montato di serie sui Benelli M4, consente di disporre di ben tre slitte weaver sulle quali installare una vasta gamma di accessori specifici. L’eccellenza dei materiali utilizzati, nonché gli elevati TNM ••• 89


SUPER CUSTOM SUPER CUSTOM SUPER CUSTOM SUPER CUSTO Primo piano dell’astina Surefire M80 con slitte weaver integrate. Un prodotto di fascia altissima e di grande funzionalità. Sulle slitte weaver sono applicati dei copri slitta prodotti dalla Tangodown. Sullo sfondo è inoltre possibile vedere il bolt release maggiorato della Arredondo. Un prodotto nato elettivamente per l’impiego sportivo ma che, come ormai accede di frequente, può trovare applicazione anche nel mondo operativo.

Primo piano della torcia Surefire M300 Mini Scout TWL. Essa è montata sull’arma grazie all’attacco di cui essa è dotata di serie che in questo caso consente il fissaggio su una slitta weaver montata tra canna e tubo serbatoio. Anche in questo caso la slitta ed il supporto di fissaggio appartengono al ricco catalogo Mesa Tactical.

standard di lavorazione applicati dalla Surefire nella fabbricazione di questo prodotto consentono di ottenere un componente di altissima resistenza, ergonomia e affidabilità. Lo stato dell’arte oggi disponibile nel settore che potenzia la funzionalità operativa dell’arma senza procurare alcuno svantaggio come accade, ad esempio, nel caso del forend Mako prima descritto. MAGPUL AFG ANGLED FOREGRIP O MAGPUL RVG RAIL VERTICAL GRIP In questa gamma di accessori entra a pieno titolo l’ormai diffusissima AFG Magpul (Angle Fore Grip), una “evoluzione ergonomica” delle convenzionali impugnature verticali. Le TNM ••• 90

AFG, prodotte dalla statunitense Magpul sono ottimizzate per permettere una presa dell’arma avanzata, molto stabile. Tuttavia è opportuno osservare come, a fronte di un giovamento in termini di solidità di tenuta dell’arma, si abbia un maggiore affaticamento dell’operatore obbligato ad assumere una posizione del braccio e del corpo ferma ma non comoda, dunque affaticante. In una situazione operativa, secgliere un’impugnatura verticale di tipo convenzionale potrebbe essere dunque la scelta migliore. Il settore delle prese verticali racchiude una gamma di prodotti molto varia. Nella presente trattazione ci limitiamo a segnalare la soluzione offerta dalla Magpul in alternativa alla AFG. Si tratta dunque di una semplice impugnatura, denominata RVG (Rail Vertical Grip) ottimizzata ergonomicamente e caratterizzata, oltre che da specifiche funzionali e costruttive, da un prezzo accessibile. SICURA A TRAVERSINO MAGGIORATA (DAVE’S METAL WORK OVERSIZED SAFETY) Il maneggio in ambito operativo di un’arma richiede una agevole accessibilità ai diversi “comandi” della stessa: non fa eccezione la sicura a traversino tipica delle armi a canna liscia. La sostituzione dunque della sicura convenzionale con una custom avente dimensioni maggiorate, risulta elemento importante al fine di ottenere una configurazione “tattica” dell’arma. Una sicura maggiorata presenta, infatti, una superficie di contatto maggiore oltre a risultare maggiormente sporgente, il tutto nell’ottica di renderla più facilmente raggiungibile, anche con guanti indossati.


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Micro Aimpoint H1. Lo stato dell’arte nel settore dei sistemi di mira a punto rosso.

MANETTA ARMAMENTO MAGGIORATA (GG&G TACTICAL CHARGING HANDLE) In analogia con quanto detto per ciò che concerne le sicure, anche le manette di armamento richiedono un’aggiunta a mazzo di componentistica custom. Di buone fattezze troviamo le manette di dimensioni generose e aventi una superficie antiscivolo che ne renda dunque l’azionamento agevole e sicuro. L’installazione di prodotti atti a maggiorare le dimensioni e dunque a favorire l’accessibilità dei comandi di un’arma, è mutuata dal settore del tiro sportivo dove vengono spesso estremizzate le caratteristiche di accessibilità e facilità d’uso. Con le dovute accortezze anche per l’impiego professionale, specie se di law enforcement, o ancor più nello specifico per operazioni CQB dove la celerità d’uso è di importanza vitale, sempre più spesso risulta frequente l’uso di attrezzatura custom derivata dal mercato aftermarket destinato al “mondo sportivo”. BOLT RELEASE MAGGIORATO (ARREDONDO CARRIER RELEASE BAR) La conoscenza delle procedure di caricamento rapido di uno shotgun da parte di un operatore, risulta requisito fondamentale per chi debba usare l’arma in contesti operativi reali. Oltre a un ottimo addestramento, aspetto di importanza primaria, specifici accessori installati sull’arma favoriscono l’attuazione delle suddette procedure. Alla manetta d’armamento e sicura maggiorata qui descritta, è opportuno affiancare un’aggiunta al pulsante di chiusura otturatore: il tutto al fine di rendere le operazioni di caricamento più celeri e sicure possibili. Quello montato

sulle armi ritratte in foto su queste pagine è un accessorio prodotto dalla Arredondo. ATTACCO CINGHIA A PUNTO SINGOLO MESA TACTICAL La calciatura Urbino prevede la possibilità di applicare su di essa specifici accessori tra cui attacchi cinghia di diverso genere. In ragione del fatto che la cinghia ricopre un’importanza fondamentale per gli operatori professionisti, la calciatura è stata specificatamente progettata per accogliere attacchi idonei sia per sistemi a punto singolo sia di tipo tradizionale a due punti. Quello in foto, nello specifico, è un attacco cinghia ambidestro, idoneo per accogliere pulsanti a sgancio rapido di tipo standard. L’attacco in questione è realizzato semplicemente con una piastrina in acciaio avente alle due estremità due asole sagomate per accogliere i pulsanti a sgancio rapido. La piastrina viene montata frapponendola tra calciatura e carcassa arma, sfruttando un apposito scasso realizzato ad hoc nella calciatura: sistema semplice, robusto, economico e allo stesso tempo molto funzionale. ATTACCO TORCIA FRONTALE MESA TACTICAL Un’arma destinata all’impiego operativo, sia essa una carabina, una pistola o uno shotgun, al fine di risultare tatticamente completa necessita dell’installazione di una torcia. Una torcia dotata di lampada che sviluppi una buona intensità luce, resistenza ad urti e shock dovuti al ciclo di funzionamento dell’arma, peso e dimensioni ridotte, dunque che influenzi il meno possibile l’assetto, l’ingombro e l’operatività dell’arma. Una volta selezionata la torcia TNM ••• 91


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è comunque fondamentale fissare la stessa all’arma in modo solido e funzionale. Con riferimento agli shotgun nello specifico, l’applicazione di una torcia può avvenire a mezzo di apposita staffa fissata ad un R.I.S. (rail integrated system) o su di apposita slitta weaver presente sull’arma. La Mesa Tactical ha sviluppato una slitta specifica che trova posizione nella parte anteriore dell’arma, davanti al forend. Essa è fissata ad una staffa tra la canna ed il serbatoio tubolare dell’arma. La posizione molto avanzata della slitta, e dunque della torcia, rende quasi indispensabile l’adozione di un sistema di illuminazione con comando remoto. Quest’ultimo dunque potrà essere fissato sul forend, in posizione agevolmente raggiungibile da parte dell’operatore. Viste le consistenti sollecitazioni/vibrazioni indotte dal ciclo di sparo dello shotgun, il supporto può essere soggetto a perdere la propria posizione originale. Il semplice accorgimento di frapporre tra la staffa ed il serbatoio tubolare un materiale TNM ••• 92

antiscivolo, ad esempio della gomma, può ridurre tale inconveniente. TORCIA SUREFIRE M300 A MINI SCOUT WEAPONS TACTICAL LIGHT La gamma di torce disponibili sul mercato è molto ampio e in questa sede si è scelto di focalizzare l’attenzione su un prodotto di fascia alta realizzato dalla statunitense Surefire. Il modello M300 A Mini Scout Weapons Tactical Light, è stato sviluppato appositamente per il montaggio su armi lunghe. La torcia in questione è un dispositivo ultra compatto a led con potenza di 110 lumens con attacco integrato M75 per interfaccia Rail Picatinny; l’oggetto è veramente leggero e con ridottissimo profilo e ingombro laterale, è inoltre dotato di comando remoto con cavo e switch alternativo per l’utilizzo senza il detto dispositivo. L’autonomia della torcia è di circa un’ora e mezza alla massima potenza erogata grazie a batterie CR123. Poiché applicata su uno shotgun, è


USTOM SUPER CUSTOM SUPER CUSTOM SUPER CUSTOM SUPER CUSTO Vista sinistra dell’arma. Anche in tal caso in primo piano si ha l’attacco cinghia ambidestro a sgancio rapido specifico per calciature Urbino. In questo caso sull’attacco è fissato un pulsante a sgancio rapido cui collegare poi una cinghia tattica.

Attacco cinghia ambidestro a sgancio rapido specifico per installazione su Benelli M4 dotati di calciatura Urbino Mesa Tactical. In corrispondenza della parte posteriore del ponticello del grilletto è possibile vedere inoltre il pulsante della sicura a traversino maggiorata. In evidenza, inoltre, l’applicazione di una semplice camera d’aria sull’impugnatura al fine di migliorare il grip sulla stessa, peraltro già ottimo di serie grazie alla gommatura applicata di serie dalla Mesa Tactical.

Altra soluzione per trasporto munizioni di riserva sull’arma. In questo caso, a differenza della soluzione proposta dalla Mesa Tactical, il porta cartucce risulta stand alone dunque predisposto al semplice fissaggio sul lato della carcassa dell’arma.

imperativo che l’oggetto selezionato disponga dei migliori requisiti di robustezza ed affidabilità. Un fucile a canna liscia adoperato intensivamente con munizionamento “pesante” procura fortissime sollecitazioni meccaniche tali da rendere inservibili prodotti di dubbia qualità e affidabilità. Scegliere Surefire è comunque una garanzia. MICRO AIMPOINT H1 La gamma di mirini a punto rosso e olografici disponibili sul mercato è davvero ampia e altrettanto vasto risulta l’assortimento di sistemi di mira per il montaggio su uno shotgun. Tra quelli disponibili, a titolo di esempio, prendiamo in considerazione il famosissimo e blasonato Micro Aimpoint H1. Il sistema di puntamento in questione riunisce in se eccellenti requisiti di affidabilità, funzionalità, robustezza, autonomia e leggerezza. Tutti fattori auspicabili per un sistema di mira a punto rosso montato su un moderno shotgun destinato ad impiego professionale.

PICATINNY RAIL COVERS Lo scopo primario di tali coperture, specie quando applicate a slitte laterali e inferiori di un’astina è l’ottenimento di una buona superficie di appoggio per le mani dell’operatore. Un’astina, quale il modello Surefire M80 qui analizzato, oppure un normale e diffusissimo RIS, per quanto funzionale dal punto di vista della possibilità di montaggio accessori, non risulta una superficie di appoggio ottimale per le mani. Applicando dunque delle idonee coperture realizzate in materiale grippante si ottiene una ottima superficie di appoggio. Sulle armi che compaiono su queste pagine si vedono delle coperture della Magpul e della Tangodown, entrambe marche blasonate che producono prodotti di eccellente qualità. SET UP  In questo articolo è possibile vedere alcune foto ritraenti due possibili set up per Benelli M4 realizzati impiegando


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Primo piano dell’astina Mako con slitte weaver integrate. Sulla slitta inferiore è montata una Magpul AFG (Angle Fore Grip) mentre su una slitta laterale sono applicati dei copri slitte modulari anch’essi prodotti dalla statunitense Magpul. Vista in primo piano di una manetta di armamento maggiorata. Evidenti sono le generose dimensioni e la superficie antiscivolo. Prodotto di derivazione sportiva che trova funzionale applicazione nel campo operativo.

gli accessori precedentemente analizzati nel dettaglio. Entrambi i set up consentono di disporre di armi funzionali e altamente performanti. Nello specifico si ha una configurazione incentrata su RIS Surfire M80 con calciatura retrattile di serie, in altre parole un allestimento che è essenzialmente molto maneggevole, trasportabile e ovviamente funzionale. Si ha poi un secondo set up incentrato su componentistica Mesa Tactical ovvero: calciatura Urbino full optional; porta cartucce laterale alla carcassa con slitta weaver integrata e porta cartucce posteriore montato su calciatura; nonché altri accessori minori. Il tutto al fine di ottenere una configurazione che, sebbene sicuramente meno maneggevole della prima, risulta controllabile in fase di tiro prolungato possibile anche grazie alle numerose cartucce trasportabili. TNM ••• 94

SCHEDA TECNICA BENELLI M4 MECCANICA: Semiautomatico a presa di gas autoregolato brevetto Benelli CALIBRO: 12 FINITURA CARCASSA: In Ergal, anodizzata nera opaca antiriflesso CALCIO E ASTA: Calcio telescopico in lega d’alluminio LUNGHEZZA CALCIO DAL GRILLETTO / DEVIAZIONE: 360 mm / senza deviazione PIEGA AL TALLONE: 65/73 mm PIEGA AL NASELLO: 41/51 mm CALCIOLO: In gomma CAPACITÀ SERBATOIO: 6 colpi, per il mercato italiano è disponibile riduttore a 2 colpi* SICURA: Trasversale, ambidestra con avviso in rosso di arma pronta per lo sparo PESO: 3.800 gr. circa


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VEGA

LA STELLA PIÙ LUMINOSA DEL FIRMAMENTO VKG8 GUARDIAN HOLSTER L’EVOLUZIONE DELLA SPECIE… DI FABIO ROSSI FOTO DI MICHELE FARINETTI

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“Noi abbiamo bisogno di loro…loro hanno bisogno di noi”. È il motto di Vega Holster il quale racchiude al suo interno l’essenza del pensiero, della passione, del lavoro e degli obiettivi che le hanno permesso di arrivare al successo. Attualmente l’azienda vanta una distribuzione capillare sia a livello nazionale, sia internazionale. I prodotti recanti il marchio dell’ “Arma in Fondina” sono venduti in oltre 30 Paesi del mondo, dal continente Australiano a quello Americano, passando dai paesi Asiatici ed Africani fino ad arrivare all’Arabia e a tutti i paesi Europei. Vega Holster partecipa, ormai da anni, a tutte le più importanti fiere mondiali di settore. Oltre mille sono i prodotti con i quali Vega Holster è in grado di soddisfare qualsiasi richiesta destinata a un uso professionale di law enforcement, militare e sportivo. Da anni, ormai, i prodotti Vega Holster “vestono” al fianco di numerosi corpi di Polizia e la loro continua e crescente diffusione ha reso possibile lo sviluppo di articoli adatti a ogni specifica esigenza e a qualsiasi situazione climatica e ambientale, accrescendo le capacità aziendali di risposta a tutte le necessità operative. Il nuovo catalogo contiene cinque nuovi modelli della linea professionale Vegatek e due nuovi sistemi di sicurezza, frutto dello studio e della passione di tecnici specializzati; incrementata anche la linea per il porto dissimulato con una serie di fondine interne dotate di un nuovo sistema di aggancio. Presente, inoltre, la linea Vega Gloves Division, che da oltre vent’anni propone modelli di guanti professionali adatti a tutte le esigenze alla quale è stata recentemente affiancata la nuova linea di occhiali “Vega Eyewear”, studiati per un uso sportivo ma, soprattutto, tattico e di Law Enforcement. L’ultimo aggiornamento al catalogo, presentato alla recente mostra armiera di Brescia EXA 2012, ha messo in produzione la richiestissima colorazione “coyote”, disponibile per prodotti sia confezionati in cordura, sia in polimero stampato ad iniezione. STRUTTURA ESTERNA La fondina VKG8 GUARDIAN è stata lanciata all’ultima edizione del Milipol di Parigi e ne abbiamo già pubblicato una presentazione fotografica nel numero di dicembre 2011. Il prodotto è inserito nella serie di fondine VEGATEK, stampate con l’utilizzo dello speciale polimero Kydex e nate dall’esperienza e conoscenza tecnologica acquisita negli anni da VEGA HOLSTER. Tutte le fasi di lavorazione avvengono mediante la preparazione di particolari stampi, macchinari e materiali, appositamente studiati per la produzione attraverso procedimenti di termoformatura. Il materiale polimerico usato dall’azienda ha un’altissima resistenza all’abrasione, all’urto, agli agenti atmosferici, ai prodotti chimici, alle sollecitazioni di trazione e alle fonti di calore. TNM ••• 98

I vantaggi di una fondina costruita con il polimero VEGATEK sono molteplici giacché leggere e indeformabili, inoltre, l’arma rimane sempre perfettamente in posizione. Le nuove fondine sono dotate di sistemi di sicurezza semplici, veloci, immediati e di facile comprensione e possono essere adattate a più tipologie di passanti per


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cintura e piattaforme cosciali. La custodia è foderata internamente per una maggiore protezione dell’arma ed è commercializzata nelle colorazioni nero e bianco. Disponibile per pistole Beretta serie 92/96/98/ PX4, Glock serie 7/19/22/23/31/32/37/38, H&K serie USP Standard, USP Compact, P30, Sig Sauer 2022 e Walther P99 last edition.

LIVELLI DI RITENZIONE DI SICUREZZA La fondina ha un livello III di ritenzione secondo la classificazione SAFETY GRADE di Vega Holster. Questo criterio si basa sulla reale efficacia dei sistemi di sicurezza usati in ciascun modello, prendendo in considerazione due importanti fattori: 1) il fattore mentale, e cioè il tempo di reazione che in una TNM ••• 99


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Il “guscio” della fondina è al 100% intercambiabile, attraverso una serie di fori pre-allestiti, con tutti i passanti e piattaforme cosciali del catalogo Vega Holster


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1•cinturone 2V52 colore bianco 2•porta caricatore singolo BVP00 colore bianco 3•porta manette BVP25 colore bianco 4•porta baton estensibile 21” 8VP30 colore bianco 5•kit da cintura con moschettone 8V16 colore bianco 6•fondina VKG8 Guardian colore bianco per Beretta 98FS

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6 Consigliamo l’adozione di questo prodotto per tutti gli operatori di polizia, sia istituzionali sia privati. In modo particolare per gli agenti delle Polizie Locali.


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PLATFORMS

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situazione di pericolo intercorre tra il segnale nervoso che il nostro cervello percepisce e l’input trasmesso alla mano che dovrà impugnare ed estrarre l’arma dalla fondina; 2) il fattore meccanico: e cioè il tempo realmente necessario nel portare a termine l’operazione di estrazione. È facilmente intuibile che entrambi possono essere migliorati con l’addestramento, ma dipendono molto anche dal numero e dalla tipologia dei sistemi di sicurezza abbinati alla fondina. Il livello di protezione della fondina in esame è il risultato dell’interazione e simultaneità dei due meccanismi brevettati “Vega Push Down” e “Vega Automatic Push and Go”. Per estrarre l’arma dalla fondina, dopo averla impugnata, il dito pollice deve premere energicamente il pulsante posizionato lateralmente ed internamente alla stessa. A questo punto si determina automaticamente

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la rotazione in avanti del ponticello superiore di protezione. Continuando a mantenere la pressione sul pulsante si può estrarre l’arma. Nel caso che lo stesso venga rilasciato la pistola viene nuovamente bloccata all’altezza della guardia del grilletto impedendone l’estrazione. Il pulsante di sgancio è, inoltre, provvisto di un’ulteriore sicura sulla superficie di appoggio del pollice che, in caso di mancata pressione, ne impedisce lo svincolo. Il ponticello superiore deve essere ruotato e riportato nella posizione di bloccaggio ogni qualvolta si inserisce la pistola all’interno della fondina, al fine di poter usufruire della totalità di tutti i sistemi di ritenzione. A questa è stata abbinata, in più, una vite con incastro a brugola all’altezza della canna, la cui regolazione aumenta o diminuisce la fluidità dell’arma in estrazione.


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Si ringrazia: VEGA HOLSTER Via di Mezzo 31 - 56030 Calcinaia (PISA) Italy - T. +39 0587 489190 F. +39 0587 489901 www.vegaholster.com SPECIAL EQUIPMENT per l’utilizzo del corpetto balistico in Gold Flex® classe IIIA indirizzato all’impiego da parte di operatori di polizia e security. Via Borzoli 29 area Artigiana – 16100 Genova T./F. 010.3029918 www.specialequipment.eu

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DISCONNECT/CONNECT QUICK ADAPTER

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MODULARITÀ Il “guscio” della fondina è al 100% intercambiabile, attraverso una serie di fori pre-allestiti con i passanti e le piattaforme cosciali del catalogo Vega Holster. I passanti, denominati “Belt Loops”, sono sei e permettono di poter fermare la fondina sul cinturone a varie altezze e angoli di inclinazione, concedendo all’operatore la più ampia personalizzazione. Le piattaforme cosciali, denominate “Platforms”, sono quattro, tutte fornite di fodera interna e di doppie fasce regolabili da nastro con binari antiscivolo al fine di incrementare il grip sulla coscia. Due includono il doppio attacco al cinturone collegato a fibbie orientabili che consentono, in ogni occasione, di adattarsi in modo agevole alla posizione assunta dall’operatore. È possibile, inoltre, l’impiego della speciale piattaforma M.O.L.L.E. per l’abbinamento della fondina a gilet, zaini e piattaforme cosciali con pals per il predetto sistema di fissaggio universale. REPORT DELLE PROVE La fondina esaminata è un prodotto di qualità, interamente costruito in Italia con materiali e sistemi di lavorazione all’avanguardia. Essendo da poco introdotto sul mercato, non siamo riusciti ad avere un report da operatori che ne abbiano apprezzato o meno le qualità. Per le nostre prove la fondina è stata abbinata a un cinturone con accessori in colorazione bianca, sempre della Vega Holster. Abbiamo testato TNM ••• 108

l’accoppiamento ad alcuni “Belt Loops” e “Platform” accertando l’assoluta robustezza e solidità degli stessi, anche sottoponendoli a energiche trazioni o bruschi strappi. Questa soluzione, come già riportato per altre fondine, rende l’articolo economicamente conveniente, poiché, nel caso in cui l’operatore cambi mansione, si provvede alla sola sostituzione del modulo, mantenendo inalterate le tecniche di estrazione acquisite con l’addestramento. Risulta eccellente, inoltre, il sistema di ritenzione e bloccaggio della pistola nella custodia la quale, energicamente strattonata da varie angolazioni, non ha dato segni di cedimento, impedendo all’arma di finire nelle mani di un eventuale aggressore. Un apparato complessivo che, con un minimo di training e di confidenza, ha permesso, con relativa facilità e velocità, le tecniche di estrazione. Buono anche il comportamento durante la salita e discesa da automezzi e le fasi di guida degli stessi. In conclusione, ritengo di poter consigliare l’adozione di questo prodotto per tutti gli operatori di polizia, sia istituzionali sia privati. In modo particolare per gli agenti delle Polizie Locali, che operando giornalmente e costantemente a contatto con il cittadino o, in supporto alle altre forze di polizia, sempre più spesso necessitano di un prodotto affidabile e che possa offrire loro un alto margine di sicurezza, soprattutto nelle delicate operazioni di gestione dell’ordine pubblico.


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TRAININGS

DEPLOYMENT

CONSULTING

ROPE -

Tactical Rope Access Tactical Rappel, Climbing & Belay High Angle Rescue Mountain (Warfare) Training Alpine Training (Summer/Winter)

PERSONNEL RECOVERY - PRS (Prevent Resist Survive) - Risk Assessment - Urban & Rural Tactical Movement & Evasion

Maritime - Amphibious Training - Tactical Dive Training - Dive Medicine

MEDICINE - Tactical Medicine Training - Emergency Medicine Training - TEMS (Tactical Emergency Medical Support)

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TIRO TATTICO DA DIFESA TIRO TATTICO DA DIFESA TIRO TATT

Sergio Giacoia Istruttore e Direttore di tiro della Polizia di Stato. Formatore di Tiro Tattico da Difesa per la “Beretta Defence Shooting Academy”

DI SERGIO GIACOIA - FOTO DI FABRIZIO MAZZOCCA

LE CORRETTE MANIPOLAZIONI DI CARICO E SCARICO DELLE ARMI CORTE SEMIAUTOMATICHE TNM ••• 110


TATTICO DA DIFESA TIRO TATTICO DA DIFESA TIRO TATTICO DA DIFE (foto 1)

Dopo aver illustrato in modo abbastanza esaustivo quello che riguarda l’argomento “principe”, cioè le norme di sicurezza, possiamo cominciare ad addentrarci negli aspetti più prettamente tecnici del tiro tattico da difesa. Ritengo opportuno iniziare trattando la parte relativa alla manipolazione (o maneggio, che dir si voglia) delle armi da fuoco portatili da fianco (pistole semiautomatiche). Innanzi tutto dobbiamo fare una classificazione della tipologia di manipolazioni. Questa suddivisione non riveste un carattere solo teorico, ma aiuta l’operatore a comprendere più facilmente l’impiego stesso distinguendolo in ”manipolazione attiva” e “manipolazione reattiva”. Le prime sono tutte quelle manovre che l’operatore decide di eseguire di propria iniziativa; le seconde sono quelle che l’operatore deve attivare, durante un conflitto a fuoco o in reazione immediata ad un evento negativo occorso all’arma. Argomento di questo articolo sono alcune manipolazioni attive, inerenti al carico e allo scarico dell’arma. Le indicazioni che seguiranno sono riferite a una pistola Beretta serie 98/92 e similari, in quanto attualmente in Italia è ancora l’arma più utilizzata per i servizi di polizia, militari e di sicurezza in genere, nonché è preferita da molti detentori di porto d’armi da difesa. Ad ogni modo, con piccole varianti, questo tipo di azioni possono essere applicate anche a modelli di pistola realizzati da altre industrie armiere. Cominciamo del carico dell’arma semiautomatica. “Caricare l’arma” qui significa fare in modo che la

pistola sia resa “operativa”, cioè pronta al fuoco o “combat ready”. L’unico modo per far si che l’arma sia “combat ready”, non me ne vogliano gli israeliani, è quella del porto con la cartuccia camerata e nessun sistema di sicura manuale inserito! Per rendere l’arma operativa la prima azione che si va a compiere è quella di rifornire il caricatore (sapientemente svuotato alla conclusione del precedente porto, al fine di salvaguardare l’integrità del serbatoio e delle cartucce stesse). Per compire questa operazione, apparentemente banale ma di grande importanza, il caricatore va tenuto con la mano debole e le cartucce vanno inserite con la mano forte, utilizzando il dito indice ed il pollice della mano debole come una sorta di piani d’invito per agevolarne l’ingresso (foto 1), quindi si appoggia la parte retrostante della munizione sull’elevatore e premendo in basso la si spinge fino in fondo verso l’interno, poi con la seconda si fa la stessa cosa appoggiando la parte retrostante della cartuccia sulla parte anteriore di quella già inserita e via così fino all’ultima. Circa ogni quattro/cinque cartucce inserite, bisogna assestarle, per evitare problemi d’alimentazione, dando un colpetto sul dorso del caricatore. Alla fine si deve scuotere il serbatoio e se si sentirà un tintinnio significherà che qualche cartuccia non è perfettamente al suo posto e, per evitare problemi d’alimentazione, bisognerà svuotarlo e ripetere il tutto. La seconda operazione consiste nell’inserimento del serbatoio nell’arma. Bisogna quindi impugnare l’arma


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(foto 2)

(foto 3)

(foto 4)

con la mano forte rivolgendosi a un luogo idoneo (con l’impugnatura definitiva) ed inserire la sicura ordinaria manuale. Poi si prende il caricatore rifornito con la mano debole, questo va tenuto con l’indice lungo il dorso anteriore leggermente più in alto dell’apice del caricatore, in modo da indirizzarlo verso il bocchettone e per trovarlo con più facilità (questa buona abitudine TNM ••• 112

tornerà utile nei cambi caricatore d’emergenza, come vedremo in seguito) (foto 2). Ruotando leggermente la pistola verso l’esterno, al fine di agevolarne l’entrata, si spinge il caricatore nell’apposito bocchettone fino a sentire il “click” di avvenuto aggancio (foto 3). Siccome fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, si deve poi tirare il caricatore verso fuori, afferrandolo per il fondello, per verificare se sia veramente ben agganciato, se così non fosse (e spesso capita) ripetere l’operazione sfilandolo e reinserendolo seguendo le stesse modalità (foto 4). Una volta inserito il caricatore si passa alla fase d’armamento della pistola. La mano forte è rimasta ben salda a impugnare correttamente l’arma, sempre rivolta verso un luogo idoneo e con l’indice lungo il castello fuori dal grilletto, mentre la mano debole afferra il carrello/otturatore (nel modo illustrato nella foto 5 poi si opera un deciso arretramento dello stesso, fino a fine corsa, e lo si lascia tornare da solo in chiusura per effetto della molla di recupero (foto 5). È importante sapere che non si deve accompagnare il carrello, pena la possibilità di una chiusura imperfetta. Questo modo di impugnare il carrello, per attivare l’armamento, risulta diverso dalla classica impugnatura utilizzata da quasi tutti i tiratori. Le ragioni che ci spingono a consigliarla sono più di una. In primo luogo essa è più naturale, poiché non necessita di una torsione del polso, oppure di un disassamento dell’arma per agevolarne l’armamento, come nel caso del sistema tradizionale. In secondo luogo la tenuta dell’arma è molto più salda, essendo preso il carrello con tutto il tratto basso del palmo della mano debole, contrastato isometricamente, dall’altra parte, dalla prima falange di ben quattro dita. Se malauguratamente si dovesse incollare il bossolo in camera di cartuccia, una delle poche speranze di scollarlo sta nell’afferrare l’arma con questa tecnica, dando nel contempo dei colpi violenti in avanti dietro al castello con la mano forte. Questo è già sufficiente e taglia la testa al toro; perché abituare gli operatori a diversi modi di afferrare il carrello, a seconda se si voglia armare o estrarre un bossolo. Come conseguenza gli operatori agiranno in condizioni di stress da combattimento, in modo automatico, facendo quello che si è fatto per più volte e cioè afferrare il carrello in modo “tradizionale”, con il risultato che dando i colpi, di cui sopra, non si riuscirà a scollare il bossolo perché l’impugnatura non è abbastanza salda, addirittura, così facendo, l’arma potrebbe ruotare rivolgendo il vivo di volata verso l’operatore. È imperativo che si utilizzino sempre gli stessi gesti tecnici per non generare confusione nei tiratori, che in stato di stress potrebbe essere fatale. Ritorniamo ora al nostro carico dell’arma. Dopo aver camerato la cartuccia, in sicurezza bisogna compiere altre due importanti operazioni. La prima è il “chamber check”, ossia il controllo della camera di cartuccia: in altre parole per tranquillità si accerta che il colpo sia


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(foto 5)

stato effettivamente camerato. Immaginate di andare in giro convinti di avere il colpo in canna e poi scoprire, al momento del bisogno, che non c’è (magari il caricatore non era stato ben inserto)! Il “chamber check” si compie arretrando leggermente il carrello e accertandosi visivamente e all’occorrenza anche tattilmente - in caso di condizioni di scarsa visibilità - che la munizione sia al suo posto (foto 6). L’ultima operazione da fare (e con questo si chiude la resa dell’arma operativa) prima di mettere la pistola in fondina, è dare un colpo dietro al carrello, in corrispondenza del cane, con la mano debole a pugno oppure con il palmo aperto. Con questo semplice accorgimento ci assicuriamo di mandare perfettamente in chiusura l’arma onde evitare spiacevoli malfunzionamenti. Potrebbe, infatti, verificarsi il caso che nell’effettuare il controllo precedente il carrello rimanga leggermente aperto senza che l’operatore se ne avveda (foto 7). Viceversa, per scaricare la pistola, al fine di renderla inattiva al fuoco, la prima operazione da compiere (dopo averla impugnata regolarmente con la mano forte e averla rivolta verso un luogo idoneo allo scarico armi) è quella di inserire la sicura ordinaria manuale. Ovviamente qui si sta facendo riferimento a una pistola “Beretta” serie 92/98, “P x 4 Storm”, ecc., provviste tutte di leva della sicura con funzione abbatti-cane. Per le altre tipologie di armi (vedi una “Glock”) questo inserimento ovviamente non può essere effettuato, in questi casi camerare la cartuccia in sicurezza significa: arma rivolta a un luogo idoneo e dito fuori dal grilletto!

(foto 6)

(foto 7)

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(foto 10)

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Ritornando a noi, dopo l’inserimento della sicura, si ruota leggermente l’arma verso l’esterno e premendo con il pollice della mano debole il pulsante sblocco caricatore, si estrae dall’arma. Tale pulsante viene premuto con il pollice della mano debole in modo che che per lo stesso palmo della mano utilizzata si posizioni sotto il bocchettone alloggio caricatore, onde evitare che lo stesso possa cadere accidentalmente. Potrebbe effettivamente capitare qualora inavvertitamente si dovesse premere il pulsante usando la mano che impugna, prima che l’altra sia arrivata sotto il bocchettone (foto 8). L’arma ritorna in asse e parallela al suolo, il caricatore appena disinserito si pone tra il mignolo e l’anulare della mano che impugna l’arma, con le ogive ben visibili rivolte in avanti (foto 9). Questa tecnica consente all’operatore di avere una completezza visiva e tattile su dove si trova il caricatore e questo diventa ben visibile anche per gli astanti; ciò nondimeno ritornerà anche utile nel cambio tattico del caricatore. A questo punto ci si defila rispetto all’asse dell’arma e si ruota la stessa verso l’esterno appoggiando il pollice disteso della mano debole sulle alette della sicura e,


TATTICO DA DIFESA TIRO TATTICO DA DIFESA TIRO TATTICO DA DIFE

(foto 11)

niente così! Sono operazioni semplici ma delicate e di vitale importanza. Ogni passaggio sopra descritto non si deve assolutamente omettere, tralasciarne anche uno solo (soprattutto per quanto riguarda le procedure di carico) può, in combattimento, fare la differenza tra la vita e la morte! Un professionista questo lo sa bene e arriva anche a sostituire una cartuccia caduta in terra, onde evitarne un possibile malfunzionamento. Questo è lo stato dell’arte, ogni altro tipo di manovra è da considerarsi obsoleto! Il principio che sta alla base di tutte le tecniche di maneggio di un’arma da difesa è che le stesse devono essere semplici e logiche, devono essere “a prova di stupido”, come dicono gli americani. Questo perché, quando ci troviamo in pericolo di vita e dobbiamo lottare per la sopravvivenza e dunque in condizioni di stress estremo, l’unica possibilità per uscirne vivi è che le tecniche riaffiorino in automatico giacché semplici e ripetute continuamente in di conseguenza, lasciando che le altre quattro dita, addestramento e uguali per tutte le varie esigenze che posizionate a “cucchiaio”, vadano a corrispondere al si dovessero presentare. Non si possono insegnare di sotto della finestra di espulsione dei bossoli (foto agli operatori, ad esempio, due modi diversi di armare 10). Una volta assunta questa posizione si arretra il la pistola secondo le varie occasioni, ciò servirà sola a carrello/otturatore fino a che il colpo non esce dalla mandarlo in confusione all’atto del bisogno. Confusione camera di scoppio così da cadere tra le quattro dita poste all’uopo, lasciando contemporaneamente l’arma uguale panico e conseguente blocco o fuga. Termino riportando testualmente alcune parole bloccata in apertura (foto 11). Dopo di che si ritorna estratte da una dispensa scritta dal Maestro di tiro in posizione frontale, con l’arma impugnata dalla Marte Zanette: “Da come una persona maneggia mano forte e in asse parallela al suolo. Si controlla un’arma nelle fasi di caricamento e/o scaricamento visivamente (ed anche tattilmente, inserendo il dito possiamo renderci conto di quale sia il suo livello di mignolo in camera di cartuccia, in caso di scarsa addestramento, sia sotto il profilo della sicurezza, illuminazione), la camera di cartuccia. Le manovre che dell’affidabilità. L’attività d’insegnamento mi ha fin ora descritte servono anche a dimostrare agli altri sempre dimostrato quanto sia importante abituare gli che l’arma è scarica, in questo caso si mostra l’arma bloccata in apertura con la camera di cartuccia vuota e allievi, qualunque sia la loro preparazione, a effettuare le manipolazioni di carico/scarico dell’arma sempre la cartuccia in mano. nello stesso modo; questo diminuisce i rischi e le Successivamente, se è il caso, utilizzando l’apposita possibilità di errore, soprattutto per quanto attiene alla leva si rimanda il carrello in chiusura. Infine si leva la sicura. Caricare e scaricare un’arma può sembrare una sicurezza”. cosa banale, che tutti quelli che maneggiano le armi sanno fare e alla quale non si da molto peso, non è per Parole “sante”!


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REPORT FROM REPORT FROM REPORT FROM REPORT FROM REP DI KATIUSCIA LANERI - FOTO SIMONE LOMBARDO


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Venti piazze di spaccio chiuse, o quasi, con solo tre linee direttrici nell’azione di contrasto. E’ il risultato dell’operazione anti-droga nel quartiere Scampia, a Napoli, avviata dal commissariato di zona cinque anni fa. Da allora, sotto gli ordini del primo dirigente della Polizia di Stato, Michele Spina, una squadra di uomini caparbi, intraprendenti e coesi affronta quotidianamente TNM ••• 120

una “guerra fredda” contro gli spacciatori di droga. “Contro-comunicazione”, telecamere spia e arresti in flagranza di reato sono, infatti, le armi di cui si servono principalmente. “Quando sono arrivato al comando racconta il commissario Spina - sono rimasto sconvolto dalla presenza delle piazze di spaccio. Non per il numero ma per il fatto stesso che esistessero.


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Permettere una tale recinzione era un modo di legittimare un’attività criminale”. Michele Spina, oggi 51 anni, tre figli ed una cintura nera di judo, si è laureato in Giurisprudenza intenzionato a fare il magistrato. A 27 anni vince, però, il concorso di vice commissario con prima destinazione Bologna. La sua prima dirigenza napoletana è al commissariato Borsa (oggi Decumani)

nel 1991, a cui seguono Bagnoli e Posillipo prima di iniziare il percorso verso i luoghi difficili di Acerra e Secondigliano. E’ l’anno 2007 quando gli si presenta la sfida di Scampia: tra le famigerate Vele e le palazzine lottizzate che si erano trasformate nel tempo in surreali minimarket di stupefacenti di ogni tipo. “Le strutture erano diventate roccaforti che controllavano TNM ••• 121


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l’ingresso e l’uscita anche della gente perbene – spiega il commissario -. Quella che poteva sembrare però un’azione di autodifesa, di sicurezza, altro non era che un messaggio. Una tecnica di comunicazione atta ad intimorire il prossimo per assicurarsi la supremazia del posto”.  Per questo motivo la prima azione della locale stazione di Polizia diretta da Spina è stata quella che lo stesso definisce “contro-comunicazione”. Con il supporto dei pompieri sono state distrutte tutte le barriere: ogni muro, ogni recinzione, ogni ingresso blindato e controllato dei palazzi è stato eliminato e con essi liberati gli abitanti vittime della reclusione TNM ••• 122

forzata. I blitz sono il risultato di un’attenta e paziente attività investigativa che oggi può contare su strumenti tecnologici di ultima generazione come le telecamere spia. Nascoste in luoghi altamente strategici, riescono a mostrare in tempo reale le azioni criminali permettendo agli agenti di cogliere i malfattori in flagranza di reato. Restano così solo tre posti a Scampia dove si può trovare ancora chi vende droga clandestinamente. Niente più ostentazioni di potere, dunque. Dove un tempo erano sentinelle e posti di blocco oggi corrono liberi e giocano a pallone i bambini del quartiere. Non siamo certo in un’oasi felice, a pochi passi


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infatti vagabondano i cosiddetti “zombi viventi”, i tossicodipendenti clienti di quei pochi venditori rimasti. Nonostante tutto il Commissariato di Scampia non abbassa mai la guardia: controlli, indagini e blitz continuano ad essere all’ordine del giorno. “La scorsa settimana – racconta il commissario Spina – abbiamo fermato un fabbro mentre per l’ennesima volta blindava un varco che noi puntualmente andavamo a riaprire. L’uomo dopo averci assicurato di non sapere per chi stesse lavorando e per quali motivi, ha promesso (ed è stato messo a verbale) che non risponderà più alle richieste d’intervento”. Secondo Spina creare difficoltà

nel reperimento di mezzi, persone e materiale è un modo per ostacolare l’attività criminale anche se la stessa struttura oggi è chiusa da un vetro e non più da un cancello di ferro. “E noi presto fermeremo anche il vetraio” assicura il primo dirigente della Polizia di Stato, Michele Spina. In queste straordinarie situazioni di emergenza nazionale, l’Esercito interviene solo se interessato dalle Prefetture locali, e senza avanzare alcuna richiesta economica alle Amministrazioni locali. Tutti i Reparti, da quelli operativi agli Istituti di formazione, hanno impiegato il proprio personale e i mezzi a disposizione. TNM ••• 123


TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TA Foto 1

EVOLUZIONE

PUSHUPS NON BASTA SOLO IL PETTO DI DECIMO ALCATRAZ

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E’ arrivato il momento di mettersi alla prova. La mia sarà quella di confrontarmi con gli esercizi di base della preparazione fisica, tradizionalmente utilizzati in ambito operativo e proporre delle varianti che li arricchiscano, li migliorino, li includano nel concetto che sta alla base del TACFIT (Tactical Fitness) ovverosia il ripristino o l’acquisizione del massimo range di mobilità articolare, in modo da garantire stabilità alla struttura ed all’organismo, nel momento in cui sono chiamati ad esprimere forza, resistenza e capacità di recupero. La vostra prova (oltre a quella di sopportare la lettura dell’intero articolo..) sarà quella d’introdurre nel vostro allenamento alcune di queste varianti e verificarne i vantaggi “funzionali” all’attività, sia essa operativa in contesto oppure nel condizionamento. Con questo articolo vorrei dare avvio ad una fase pratica e di applicazione concreta dei principi alla base del Tactical Fitness, con l’obiettivo di contribuire a ciò che già altre sezioni di TNM fanno: fornire non solo informazione e cultura, ma sostegno nelle scelte, nella crescita personale e professionale di chi lavora e frequenta questo mondo, così affascinante e complesso. Fatta la doverosa premessa, la prima domanda è: da quale esercizio tradizionale partire? La risposta è quasi scontata: i pushups! Le flessioni, che ad ogni latitudine ed in qualsiasi epoca popolano l’immaginario collettivo dell’addestramento di


SS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTIC

squadra, soprattutto di stampo militare. Se qualcuno nutrisse qualche dubbio, ecco la prova. La maggior parte dei test fisici di selezione per l’arruolamento nelle cosiddette F.O.S. (Forze per Operazioni Speciali) italiane ed estere prevedono tra i protocolli base i pushups. Per 9° R. Col Moschin, 185° RAO, 4° R. Ranger, 26° R. REOS, le prove attitudinali condividono: • flessioni a terra (circa 30 in 1 minuto); • flessioni alle parallele (circa 15 in 1 minuto). Per poter accedere al Basic Underwater Demolition/ SEALs (BUD/S), presso il Naval Special Warfare Center, a Coronado (San Diego, California), è necessario superare il PST, che richiede almeno: 42 flessioni in 2 minuti (... anche se questo è considerato il parametro minimo e nessun aspirante Navy Seals può pensare di entrare a far parte del più prestigioso spec ops team della Marina Militare US se non realizza tra gli 80/90 pushups nell’arco di 120 secondi). Potrei continuare con GIGN, SAS, GSGN, Spetnaz, con la sola esclusione della Legione e del suo mitico test di Luc Legere (conosciuto anche come “Navetta”). Ma la cosa che mi interessa maggiormente è un’altra. Questa è l’immagine che si trova sul sito ufficiale di arruolamento del marines e che fornisce le nozioni per la preparazione ai test fisici di ammissione. Questo è il movimento di flessione sulle braccia comune ai corpi militari di tutto il mondo. A che serve? Dal punto di

BASIC PUSHUP

Foto 2

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fase a. STAND UP Mani e piedi alla larghezza delle spalle. Posizione delle spalle allineata e perpendicolare con le mani stesse. Gomito ruotato all’interno e bloccato. Allineamento della colonna da coccige a nuca (testa non iperestesa). Talloni che spingono all’indietro, con conseguente attivazione della punta dei piedi. (foto 1 pagina a sinistra e 2) fase b. PUSH Petto a pochi millimetri da terra. Gomiti stretti lungo i fianchi. Mano che aderisce perfettamente al terreno, con tutti i polpastrelli attivi (come se le dita si volessero aggrappare/incollare al suolo). Richiamo del bacino verso il basso (contrazione dei glutei, attivazione della anche e del core addominale). (foto 3/4) fase c. STAND UP Ritorno a braccia completamente stese. Gomito bloccato all’interno. Allineamento spalla-gomitopolso. (foto 5)

Foto 4

Foto 5

Workout 3/5 serie a stanchezza 30”/45” recovery (in piedi) vista funzionale (per l’attività militare del futuro operatore) a poco o nulla. Che benefici fisici apporta? Pochi ed ampiamente superati dai problemi che, con il tempo, possono insorgere. Se siete “normalmente” in forma e valutate a mente serena i parametri di selezione sopra riportati e magari li testate su voi TNM ••• 125


TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TA GHOST PUSHUP

Foto 1

fase a. STAND UP Pianta dei piedi perfettamente aderente al muro: talloni che spingono all’indietro. Spalle in linea con le mani, mani ben aderenti al terreno. Braccia distese, gomiti bloccati e ruotati all’interno. (foto 1/2) fase b. PUSH Piegare le braccia e contemporaneamente camminare verso il basso, senza staccare punte, pianta e talloni dal muro. (foto 3/4)

Foto 2

fase c. STAND UP Distendere nuovamente le braccia per ritornare in sospensione, camminando verso l’alto con i piedi ben aderenti al muro. (foto 5) Workout 5 serie da 5 ripetizioni 30” recovery (in piedi)

Foto 3

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stessi, con buona pace dei corpi speciali ne dedurrete (forse erroneamente) la vostra capacità di superare queste prove ammantate di mitologica difficoltà. In effetti, quello che rende difficile la realizzazione del parametro, non è la performance in sé, ma la capacità di realizzarla all’interno di una routine complessa, di cui i pushups sono solo una parte e per essere correttamente valutati andrebbero inquadrati nella totalità della prova, con i livelli di stress fisico e mentale imposti e reali, con i tempi di recupero generali richiesti e necessari. Ma a noi interessa il gesto tecnico e la sua valutazione funzionale all’attività a cui ogni movimento di condizionamento dovrebbe fornire la migliore risposta. Allora torniamo per un attimo alla foto del “Gunny”

qui sopra ed analizziamola: apertura delle mani superiore alla larghezza delle spalle; gomiti che puntano all’esterno del tronco ad un’angolazione approssimativa di 45°; mani non perfettamente aderenti al terreno (osservate bene il pollice destro soprattutto!); testa protesa in avanti, con inarcamento della zona cervicale. E l’immagine non ci permette di vedere la posizione dei piedi e neppure di valutare la posizione di stand up a braccia distese. Sono tutti i dettagli che fanno la differenza tra un normale pushup e le varianti che il Tactical Fitness propone. Ne analizzeremo cinque: basic, hindu, screw, spider e ghost pushups! Perché il pushup del sergente istruttore non è funzionale? Innanzi tutto perché crea un’usura anziché un condizionamento. Se consideriamo di fare anche solo 100 flessioni per 15 giorni, così come rappresentate nella fotografia, con ogni probabilità, anziché rafforzare la struttura del corpo, andremo a creare un problema articolare che, a seconda del soggetto, affliggerà spalla, gomito o polso. Ma il vero problema non sarà l’insorgere di un fastidioso dolore, ma la restrizione della mobilità di una di queste articolazioni, che se il soldato sarà fortunato, si manifesterà in fase di allenamento, ma se sarà mediamente sfortunato si evidenzierà in contesto, mettendone a rischio l’incolumità e la capacità operativa. Cerco di essere concreto, sperando di essere chiaro: il push mostrato dal nostro sergente istruttore non mantiene l’allineamento articolare costringendo, ad esempio, la spalla ad un notevole sovraccarico che, perpetrato come costante


SS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTIC di allenamento, ne ridurrà la mobilità a causa della possibile infiammazione tendinea, della contrattura muscolare, se non delle micro calcificazioni che accompagneranno il ripetersi esasperato del movimento. Quando durante uno sbalzo a terra repentino o peggio, durante un conflitto a fuoco, che richiederà un’immediata acquisizione della posizione supina in postura di tiro da terra, l’operatore riscontrerà l’acutizzarsi di quella fastidiosa sensazione d’indolenzimento post training (che gli ha sempre fatto pensare di aver positivamente stressato i pettorali alti, i tricipiti ed i deltoidi), allora e solo allora, si accorgerà della non perfetta stabilità impressa al calcio del fucile, oppure della difficoltà a poter far leva su di un solo braccio, gravato sotto il peso del vest, del bodyarmour, del bergen o dello zaino, oltre a quello, molte volte già insostenibile, dell’adrenalina (ndr – andate a rivedere l’articolo sulla perdita di controllo dei fine e gross motor skills!). Se la sfortuna si conterrà nella media, tornerà al campo base infortunato, creando un problema di impiego al suo contingente. Non sarebbe meglio allora se i pushups, invece di essere il sinonimo del machismo, della forza atletica virile, della punizione esemplare da comminare in camerata (attingo più dall’iconografia cinematografica che dalla realtà, ne sono certo…) divenissero l’utile condizionamento funzionale alle mille situazioni in cui un operatore militare, law enforcement o di protezione civile, deve immaginare di poter affrontare eseguendo una corretta flessione o spinta con entrambe o una sola delle braccia?

HINDU PUSHUP fase a. STAND UP Mani e piedi alla larghezza delle spalle. Tronco e gambe formano un angolo di circa 60°. Spingere le spalle lontano dalle mani, fino a portarle su una linea posteriore alle orecchie (posizione a piramide). Talloni ben poggiati a terra. (foto 1/2) fase b. PUSH Piegare i gomiti e portare gli avambracci a terra. Passare con il petto in mezzo agli avambracci, sfiorando il terreno. Inarcare il tronco, contrarre i glutei, distendere le braccia e bloccare i gomiti. Rimanere con le punte dei piedi attive a terra. (foto 3/4)

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fase c. STAND UP Spingere le spalle lontano dalle mani. Tornare nella posizione “ a piramide”. Ripetere la sequenza conv fluidità e continuità. (foto 5) Workout 8 serie x 20” 10” recovery (in piedi) Se vogliamo identificare dei principi da allenare con un pushup possiamo mettere nell’ordine: • stabilità a salvaguardia delle articolazioni degli arti superiori; • tenuta, resistenza e stabilità del core addominale; • salvaguardia e rafforzamento della bassa schiena; • forza esplosiva, garantita dall’azione sinergica di mobilità articolare, resistenza tendinea, forza muscolare. Possiamo provare a trasformare il pushup di Gunny allenando questo semplice upgrade (vedi schede):

Foto 3

Foto 4

Foto 5

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TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TACTICAL FITNESS TA SCREW PUSHUP fase a. STAND UP In sospensione, con braccia ben distese e gomiti ruotati all’interno, ben bloccati. Punte dei piedi attive e talloni che spingono all’indietro. Coccige e nuca allineati. (foto 1/2)

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fase b. PUSH Piegare il gomito sinistro e portare l’avambraccio a terra, mantenendolo aderente al tronco come se fosse in posizione di guardia. Scendere sul lato sinistro, mantenendo tre appoggi a terra: punte dei piedi e lato dell’avambraccio. (foto 3/4)

Foto 2

fase c. STAND UP Attivare l’anca, esprimere una pressione a terra, ruotando l’avambraccio fino a tornare con il palmo della mano ben aderente al suolo. Ridistendere il braccio sinistro, tornando nella posizione di stand up. Ripetere la sequenza a destra. (foto 5)

Foto 4

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Workout 5 serie da 10/10 30”/45” recovery (in piedi)

Foto 5

SPIDER PUSHUP fase a. STAND UP Mani parallele a 45° verso sinistra rispetto al tronco. Gomito sinistro puntato nella cresta iliaca, gomito destro aderente al tronco. Punta dei piedi attiva, talloni che spingono all’indietro. (foto 1/2) fase b. PUSH Spinta elastica verso l’alto, distensione delle braccia. Cambio delle mani, portandole a 45° verso destra, con gomito destro poggiato sulla cresta iliaca e gomito sinistro aderente al tronco. (foto 3/4) Workout 5/7 serie da 60” di cambio continuo dinamico e balistico 20” recovery (in piedi) Basic pushup, Hindu pushup varianti dei pushups Screw pushup, Spider nel vostro training. pushup, Ghost pushup. Vi accorgerete che l’ipertrofia dei pettorali Provate ad inserire queste non è l’obiettivo delle TNM ••• 128

Foto 1

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flessioni. Immaginate le situazioni reali in cui questo allenamento può trovare applicazione pratica nei contesti

operativi: Gunny ci piace sempre, ma i suoi metodi non sono più funzionali al condizionamento moderno.


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COLTELLI TATTICI COLTELLI TATTICI COLTELLI TATTICI COLT

FX-301 DOBOLOCK

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SEQUENZA APERTURA

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La Fox Knives Military Division con questo innovativo coltello ha vinto ad Atlanta (Usa), il Blade Award per la categoria “Most Innovative Imported Design”.

TESTO E FOTO GIANNI D’AFFARA


SEQUENZA CHIUSURA

COLTELLI TATTICI COLTELLI TATTICI COLTELLI TATTICI COLT

Anche nel settore della coltelleria, la fantasia e l’inventiva non hanno limiti. L’austriaco Sami Stinner ha ideato per conto della Fox Knives Military Division con sede a Maniaco (Italy) e negli Stati Uniti, un coltello particolarmente originale per quanto riguarda il sistema di apertura e chiusura della lama. Molti militari ed operatori di Polizia, usano costantemente guanti protettivi per proteggere le proprie mani dal maneggio prolungato delle armi in dotazione, ma anche in ambiti e luoghi dove si richiede la massima attenzione onde evitare contatti con parti sensibili e questo a volte rende complicato la semplice apertura della lama di un coltello. Con l’ideazione del FX-301 DOBOLOCK si è ovviato a questo problema in quanto questo particolare coltello con lama richiudibile, si apre e si chiude impiegando una sola mano anche se quest'ultima è protetta da un guanto. Con l'FX-301 DOBOLOCK si è voluto realizzare un coltello leggero da trasportare e da riporre in una tasca laterale dei pantaloni dove una robusta clip lo blocca e lo rende sicuro nel trasposto. L’innovativo FX-301 richiede un minimo di esercizio per azionare i due pulsanti di sgancio della parte di manico basculante, e successivamente di un movimento rotatorio del polso che permetta alla lama di assumere la posizione aperta. Per quanto riguarda la chiusura risulta ancora più facile e veloce in quanto la guancetta mobile è trattenuta chiusa da una calamita ed una volta vinta questa pressione il coltello si chiude automaticamente. La Fox Knives Military Division con questo innovativo coltello ha vinto ad Atlanta (Usa), il Blade Award per la categoria “Most Innovative Imported Design”, un premio molto ambito a livello mondiale che la vede proiettata a diventare un’azienda primaria nella produzione di coltelli tattici e militari.

SCHEDA TECNICA FX-301 DOBOLOCK PRODUTTORE: Fox Knives Military Division LAMA: INOX 440C MANICO: Alluminio DIMENSIONI: Lama cm 10,5 – Totale cm 23,5 SPESSORE LAMA: mm 4 – Peso 125g TRATTAMENTO: coating - Titanium Nitride DUREZZA: hardness HRC57 www.fkmdknives.com

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MEPROLIGHT TRU-DOT NIGHT SIGHT D E T S E T E H T N O FIELD ®

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L’azienda Meprolight produce da anni sistemi di mira al trizio: quest’ultimo è un isotopo radioattivo dell’idrogeno che, racchiuso in ampolline poi poste negli organi di mira, emana spontaneamente luce per diversi anni. Abbiamo installato sette anni fa su una Kimber Royal II in cal 45 a.c.p. e due anni fa su una Glock 19 in cal 9x21 le mire al trizio Meprolight attualmente identificate come linea Tru-Dot® Night Sight. Entrambe le armi son state portate per difesa in maniera continuativa e son state spesso utilizzate in allenamento, avendo sparato quasi ventimila colpi la Kimber e poco meno di diecimila la Glock. Al termine della vita della Kimber Royal II è stata acquistato un modello Raptor della stessa casa sulla quale sono state spostate le mire al trizio Meprolight installate sulla Royal II. Le mire son durate più bell’arma. In condizioni di buona illuminazione la resa delle mire, grazie alla loro conformazione, è ottimale sia nel tiro lento mirato, sia negli esercizi con impostazione di tiro più rapida. In situazioni di luce crepuscolare s’apprezzano i vantaggi delle mire al trizio, che permetteno di portare l’arma in punteria senza dover per forza ricorrere all’illuminazione degli stessi organi con la torcia, se non ovviamente al fine di illuminare in maniera corretta il bersaglio per una corretta identificazione dello stesso. Il sistema con mire luminescenti al trizio risulta essere indispensabile in particolari condizioni di luce, condizioni che si verificano poco frequentemente, ma in quelle situazioni è insostituibile nella sua semplicità ed efficacia. Gli organi di mira Meprolight sono di ottima fattura e resistenza, inoltre la ditta offre diverse soluzioni a seconda del tipo d’utilizzo per cui è dedicata l’arma, quindi con profili più adatti al porto da difesa oppure ideali che al tiro a segno. Mi preme sottolineare il fatto che questa valutazione è il risultato di diversi anni di uso delle mire al trizio in questione e non è il prodotto di una rapida prova in un campo di tiro all’imbrunire. Solamente dopo questa esperienza, costituita da centinaia di ore di tiro in tutte le condizioni ambientali e di luce, consigliomo la serie Tru-Dot® Night Sight della Meprolight a chi desidera l’installazione di mire luminescenti al trizio.

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VEGA HOLSTER UNDER SHIRT HOLSTER

LA T-SHIRT PER IL PORTO OCCULTO

Vega Under Shirt Holster è un sistema di porto occulto studiato per poter trasportare sulla propria persona armi corte e non solo, infatti vi possono anche essere celati documenti, denaro, oggetti preziosi e di valore, strumentazione elettronica ed altro. Il sistema consiste in una t-shirt intima molto aderente, in tessuto antisudore e traspirante sulla quale sono state create 4 tasche rinforzate in tessuto denominato “traspirante-alveolare-imbottito”. Due sono le tasche superiori, collocate in corrispondenza della parte inferiore delle spalle della persona e le loro generose dimensioni sono adatte ad ospitare una arma anche full-size. Le due tasche inferiori una a destra, divisa in due parti, ed una a sinistra possono, invece, contenere oggetti di dimensioni ridotte come ad esempio un caricatore per pistola semiauto o uno speedloader per revolver, un coltello linerlock o multiuso, una tactical light, un paio di manette od un qualsiasi accessorio che abbia queste dimensioni. Dobbiamo ammettere che a prima vista siamo rimasti abbastanza scettici sulla reale efficacia e portabilità del prodotto. Ci siamo dovuti ricredere dopo averlo indossato. Il tessuto ha una buona consistenza ed aderisce al corpo come una “seconda pelle”. La tasca “sottoascellare” ha consentito l’alloggiamento di una Glock 17 occultandone completamente la vista dopo aver indossato un giubbotto od una felpa. Non è stato riscontrato alcun problema di stabilità né durante gli spostamenti a piedi, né durante la guida di un’autovettura e neppure durante l’esecuzione di esercizi fisici o corsa veloce per provocarne volutamente la caduta. Il prodotto è disponibile in tre taglie: I, II e III ed in colorazione Bianco e Nero.

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MODERN BODY ARMOUR Il volume traccia lo sviluppo delle protezioni balistiche individual,i dagli indumenti multistrato di seta alle placche metalliche utilizzate nel corso della Prima Guerra Mondiale, quelli utilizzati in Corea e in Vietnam, fino agli ultimi ritrovati tecnologici utilizzati in Iraq e in Afghanistan. Il volume presenta con una ricchissima iconografia, tutti i principali prodotti suddivisi per nazioni dal 1914 ad oggi. Per la dovizia di particolari e la qualità del repertorio iconografico è sicuramente una preziosa opera di riferimento per studiosi, collezionisti e operatori del settore. AUTORE: Martin J. Brayley: fotografo professionista e autore di libri di uniformologia e militaria. Ha prestato servizio nelle FF.AA. britanniche per 24 anni, è da sempre un cultore della storia militare, in particolar modo dell’uniformologia nel XX secolo. EDITORE: Crowood Press (stampato nel 2011) INFO: Cartonato con sovracopertina 21,5 x 30 cm. pag. 160 interamente illustrate con foto b/n e colori LINGUA: inglese PREZZO: 36,00 euro DISPONIBILE PRESSO: www.ritteredizioni.com

CONTRACTOR I contractor sono specialisti assunti dalle compagnie di sicurezza private, soldati ombra che operano nelle zone “calde” del mondo. Gianpiero Spinelli è uno di loro: ex paracadutista della Folgore, racconta attraverso questa testimonianza rabbiosa la realtà quotidiana di un Paese dilaniato dalla guerra. Realtà inimmaginabile: 200.000 contractor, un vero e proprio esercito, sono impegnati in Iraq in attività di scorta, difesa, addestramento. Si tratta di professionisti pronti all’uso preventivo delle armi, di uomini che operano alle dipendenze del Dipartimento di Stato e del Dipartimento della Difesa Americano, ma non solo: molti di loro lavorano al soldo di enti privati, come grandi multinazionali. Amico dei contractor italiani sequestrati nel 2004 in Iraq, Spinelli riesce a salvarsi per puro caso dall’imboscata che costerà la vita a Fabrizio Quattrocchi. AUTORE: Giampiero Spinelli: ex paracadutista della Brigata “Folgore”, dopo l’esperienza militare nelle forze aviotrasportate si è dedicato alla professione di Security & Defense Advisor, operando in paesi ad alto rischio tra cui Israele, Giordania, Kuwait, Iraq, Brasile, America latina e Africa. Nel 2004 ha operato in Iraq come PSD nella più grande Private Military and Security Company del mondo. EDITORE: Mursia (stampato nel 2009) INFO: Brossura 14 x 21 cm. pag. 394 + 8 di foto a colori LINGUA: italiano PREZZO: 19,00 euro DISPONIBILE PRESSO: www.ritteredizioni.com


CAL BOOK TACTICAL BOOK TACTICAL BOOK TACTICAL BOOK TACTICAL

RESTREPÒ. INFERNO IN ADVANCED CARBINE TACTICS. COMBATAFGHANISTAN – DVD EFFECTIVE CARBINE Un film-documentario girato nell’estremo avamposto TRAINING – DVD afghano di Restrepo, una piccola postazione nella valle del Korengal, base di Talebani ribelli al governo centrale, occupata da un plotone di quindici marines con compito di sorveglianza e pattugliamento asserragliati su uno spuntone di roccia sui monti al confine con il Pakistan. Il fotoreporter Tim Hetherington e il giornalista Sebastian Junger hanno voluto “catturare l’esperienza del combattimento, della noia e della paura attraverso gli occhi dei soldati”. AUTORE: Rich Nance – Aron Peachman: Tim Hetherington è uno scrittore documentarista americano, è morto nell’aprile del 2011 mentre filmava uno scontro a fuoco in Libia. Sebastian Junger è il reporter che stà a fianco dei marines americani, condividendone la paura, il cameratismo, la guerra fatta di orrori di ansie e attese logoranti. EDITORE: Goldcrest Film INFO: Dvd a colori, durata 94 minuti, lingua LINGUA: italiano e inglese con sottotitoli in italiano PREZZO: 14,90 euro DISPONIBILE PRESSO: www.ritteredizioni.com

La sua precisione eccezionale, controllabilità, e vasta gamma di accessori rendono la carabina uno strumento indispensabile per il soldato moderno. In questo video esclusivo Rich Nance, fondatore del WARTAC, e l’istruttore Aaron Peachman insegnano le tecniche di combattimento e le tattiche progettate per utilizzare la carabina in condizioni reali. In primo luogo insegnano quanto necessario per padroneggiare i fondamenti del tiro, la gestione corretta dell’arma e posizioni di tiro, la manutenzione, gli eventuali problemi di malfunzionamento e di ricarica e, anche l’utilizzo in condizioni di scarsa illuminazione. E ancora, le istruzioni per l’azione individuale o in team, l’uso della copertura, gli strumenti avanzati necessari per massimizzare i vantaggi dell’arma in uno scontro a fuoco. AUTORE: Rich Nance – Aron Peachman EDITORE: Paladin Press INFO: Dvd a colori, durata 55 minuti circa LINGUA: inglese PREZZO: 29,00 euro DISPONIBILE PRESSO: www.ritteredizioni.com



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