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CULTURA z PERSONAGGI

// Studiando tra i campi

Enzo Fasano

Oggi, Enzo Fasano è unanimemente considerato il più importante maestro vivente della tarsìa, in Italia e in Europa. La prima parte della sua carriera è caratterizzata dalla forte attenzione verso il mondo contadino del Sud, rappresentato con crudo realismo che tocca spesso la denuncia sociale. “Pittura tonale” viene definita, la sua, dal grande maestro Lionello Mandorino. Nato a Parabita, nel 1944 (“una buona annata” come dice lo stesso Fasano), da una famiglia contadina, frequenta l’istituto d’arte “Enrico Giannelli”, dove svolge un lungo tirocinio con Salvatore Spedicato, suo maestro, insieme al pittore Vanni, che conosce durante un successivo tirocinio a Modena. Nella prima giovinezza, alterna la pratica artistica con il lavoro nei campi, che lo fortifica e che è per lui apprendistato preziosissimo, terminus ante quem, palestra di vita. Quelle emozioni violente sbranate da ragazzo, quelle giornate assolate con gli attrezzi da lavoro, ritorneranno, qualche anno dopo, nei suoi lavori che rappresenteranno il Sud, alba mitica del mondo, età dell’oro. Ammiriamo, allora, “Raccolta delle ulive”, “Cave di tufo” e “Il la-

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voro nelle cave”, sull’attività dei cavatori parabitani o, ancora, “All’alba nelle cave dei tufi”; e poi, “Campagna salentina”, con quel cesto (lu panaru), quell’orciuolo (lu ‘mbile) e quelle zappette, in primo piano, riproposti, con l’aggiunta degli scarponi da lavoro, in “Paesaggio salentino”; “La raccolta delle patate”, “Contadini”, “Contadini, cave e campagna di Parabita”, “Alla sera”, con i tre contadini che, seduti l’uno distante dall’altro, stanchi delle fatiche del giorno, sembrano quasi voler ritemprare le membra e consolare quello “spirto guerriero” di foscoliana memoria; e “Le pietre raccontano”, che sembra voler tradurre nel linguaggio della tarsia la lezione di Carlo Levi secondo la quale “le parole sono pietre”. E quanta armonia c’è in quel “Cortile parabitano”, fermo nella sua poeticità, e nell’“Omaggio a Parabita”, o negli “Spaventapasseri”, che ritornano in diverse opere, come figure mitiche, ancestrali, che si animano e vanno a spasso fra i campi, custodi, oltre che del raccolto, di un tempo che non vuole finire, ma che si abbarbica ai colori delle tavole e ci trasmette una accorata nostalgia: per noi, una nostalgia del non vissuto, del non provato, ancora più efficace. Fasano opera nell’ambito dell’intarsio

pittorico, il più difficile ed ambizioso. In questo tipo di intarsio, l’artigianato, pur nobile, degli altri tipi di intarsio e degli altri esecutori, diventa arte. Gli anni ‘70 sono quelli del più forte impegno e della maggiore presenza alle mostre da parte di Fasano, uno sforzo per ottenere quella visibilità ed anche quella sicurezza economica che potessero permettergli di continuare sulla strada intrapresa. Egli partecipa a molte rassegne collettive nazionali ed internazionali, a Monaco di Baviera, nel 1976, a Firenze, nel 1977, a Cracovia, in Polonia, in occasione della visita del Papa, nel 1979, all’Arengario di Milano, in occasione della Mostra del Mosaico di Otranto, nel 1980; e poi molte mostre personali: a Parma, a Modena, a Bologna, a Basilea, in Svizzera. Approvazione e lodi entusiastiche vengono da critici come Leonardo Borgese, Carlo Munari, Romano Pieri. Nel 1984, la svolta, con la mostra dedicata alle pitture preistoriche della grotta di Porto Badisco, “Badisco 84”, che si tiene nel Castello Aragonese di Otranto, nel 1984, con presentazione di Mario Marti, cui seguiranno molte altre, come “Le Stele Daunie”, “Le icone bizantine” e “Viaggio in Puglia: dalla preistoria alla civiltà contadina”, sempre all’insegna di quella che Donato Valli ha definito “archeologia lirica del maestro Fasano”.

N. 29 Settembre 2006

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Tacco, I figli della lupa

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