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VE LO AVEVAMO

DETTO!!

NUMERO 3 • GIUGNO 2018 COPERTINA DI: CRISTINA BASILE

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LA NUOVA STAGIONE

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di DANILO MASOTTI

di ROBERTA DENTI

BORIN SIGNORINO

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ROMA IN 450 METRI

COUGAR, MAIALA O BONOBO

di TAFFY VALVASSORI

di VERONICA ADRIANI

23 TALENTO di GINO PANARIELLO

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ERA ESTATE di SILVIA DE MIGLIO

UNA MADRE CORAGGIO

18 PARADISO SOCIALISTA di NICOLA ALBANESE

di ANDREA FINOTTIS

39 LE POESIE DA SVACCO


losvaccodisvacco LE MIGLIORI FRASI DI FACUNDO CABRAL

L’OROSCOPO DI SVACCO ARIETE

BILANCIA

A giugno non c’è guadagno, perciò contegno che adesso ti insegno come si fa a passare giugno senza mugugno. Ripetetelo come un mantra. Magari funziona.…

Giove vi manda a dire da Urano che se non gli restituite quel prestitino fareste bene a trovarvi un buon gommista.

TORO

SCORPIONE

Durante l’estate, a causa di Vega in transito sul vostro pianeta, avrete voglia di riconquistare la libertà che avevate un tempo. Provate a convincere il secondino...

Come al solito, per gli amici dello scorpione, è prevista una sana e intensa attività sessuale, con una o più partner a seconda di quanto siete disposti a spendere.

GEMELLI

SAGITTARIO

Durante la bella stagione una parte di voi vi spinge a vivere la vita in maniera completa, un’altra al contrario vi suggerisce prudenza e attaccamento alle tradizioni. Le stelle consigliano: uno bravo.

Giugno, aiutato da Giove in terza casa intestata a Marte, vedrà la vostra vita espandersi verso nuove direzioni. A nulla serviranno le diete: pure quest’anno la boa la fate voi.

CANCRO

CAPRICORNO

Grazie al fatto che a Venere è passato il ciclo, a giugno è probabile che nella vostra vita arrivi inaspettato l’amore con la A maiuscola. Ma è solo per chiedervi come state.

Questa estate a causa degli influssi della Luna sarete irritabili e poco disposti al dialogo. Come sempre insomma, però con in più il mal di testa.

LEONE

ACQUARIO

Giove, in contrapposizione con se stesso, promette incontri favorevoli, ma tutti solamente nella zona di Pechino e quindi niente.

Dovrete essere disposti a rimettervi in discussione se vorrete raggiungere le vostre mete. Vabbè, questo si dice sempre ma tanto non serve a niente. Mettetevi l’anima in pace.

VERGINE

PESCI

L’estate, grazie all’influeza, di Orione inizia all’insegna del buonumore e della fantasia. E poi finisce a droga e alcool come sempre.

Venere transita nel vostro segno questa estate. Ma non è pratico della zona e sbaglia indirizzo.


l’editoriale

CAMBIARE IN PEGGIO SI PUÒ di ROBERTO ALBINI

tavo pensando che ho passato tutta la mia vita a subire le decisioni di altri. In effetti uno non ci pensa mai, un po’ come alla morte: sai che c’è ma non è che passi il tempo a ricordarti che devi morire. Anche quando ho pensato di scegliere in verità erano solo opzioni comprese tra quelle messe a disposizioni da altri. Ho iniziato a subire le scelte appena sono nato, visto che non era un’esigenza mia mettermi al mondo. L’imposizione dell’esistenza è forse in assoluto il torto più grande che subiamo dato che è irreparabile e che soprattutto ci predispone a un’atteggiamento di sottomissione rispetto a tutto quello che ci capiterà dopo. Accettando passivamente di vivere, accettiamo tutto il pacchetto: sfighe e ingiustizie comprese. E infatti iniziano subito a farti capire che tu della tua vita non hai il benché minimo controllo, e ti spediscono a scuola. I ragazzini piangono, vorrebbero giocare fare altro, perché in effetti la concentrazione non addice allo stato di gioventù, ma niente. Non possiamo decidere, non possiamo scegliere, ma solo esercitare una libertà costretta tra le opzioni messe a disposizioni da altri. Come quando stai dentro il tuo ufficio, alla tua destra quell’isterica della collega, il telefono che squilla, tu osservi oltre oltre finestra e ti domandi: “Come ci sono arrivato qui?”. Cosa ti impedisce di alzarti ed uscire dalla porta, non tornare mai più, seguire le tue reali aspirazioni? Non è il coraggio che ti manca, ma la reale possibilità di scegliere altro, perché non c’è altra scelta. Non ce l’abbiamo noi, non ce l’hanno gli immigrati, non ce l’hanno le donne, non ce l’hanno i precari, non ce l’hanno i senza tetto, non c’è l’ha nessuno. A forza di prendervela con le nuvole, vi siete scordati che è la pioggia che fa esondare gli argini. Siamo uniti dalla condizione di schiavitù,

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non dalla nostra razza, non dal nostro orientamento sessuale, non dalla nostra fede. Nello stato di suddito di voleri altrui, si declina il significato di essere umano, per questo dovremmo solo essere votati alla creazione di scelte. E invece, negli ultimi decenni, le scelte ce le siamo tolte. Una, ad una, tutte le possibili alternative a questa nostra condizione sono state cancellate. Ne è rimasta una sola, questa che vedete ora, l’unica che un popolo reso sapientamente mononeuronico, riesce ormai a comprendere. Scomparsi i filosofi, i comunisti, cannibalizzato il pensiero di sinistra, è finita qualsiasi speranza di creare un’alternativa. Saremo destinati a lamentarci in eterno, nella vana ricerca di un metodo per alleviare la fatica di esistere, a confrontarci in talk show dove la nostra frustrazione sarà spettacolo e non lotta. A bannarci nei social, senza nemmeno più nemmeno ferirci negli scontri, a tifare teorie antitetiche che portano ai medesimi risultati. Allora brindate, brindate fratelli di schiavitù, portatori ignari di catene che trascinate come Linus portava la sua coperta. Festeggiate, che i comunisti sono spariti, la sinistra è morta, ed ora il pianeta è vostro. Potete colorarle della tinta che volete quelle camicie di forza che scambiate per libertà e applaudire i vostri begnamini mentre vi raccontano che la felicità passa attraverso la riduzione delle tasse, che sventolerà alta la bandiera dei Savoia quando avremmo cacciato l’ultimo straniero. Gioite, che anche per questa volta avete scelto il cambiamento che altri hanno scelto per voi.

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R E D A Z I O N E

ROBERTO ALBINI • VERA BONACCINI SILVIA DE MIGLIO BARBARA GIULIANI LIVIA TALOON • TAFFY VALVASORI

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LA NUOVA STAGIONE di DANILO MASOTTI

miei amici ricchi sono molto preoccupati dal nuovo governo, dicono che questi qua vogliono fare la flat tax che significa meno tasse e loro (cit.) vogliono pagare più tasse, contribuire alla crescita del paese e generare engagement. Mi hanno detto che quando saranno in vacanza dall’altra parte del mondo lotteranno contro questo governo politico gestito da un tecnico che pensa solo al proprio personal branding e a “pitonare” il proprio curriculum. Uno mi ha detto che a breve scriverà #hashtag al vetriolo su Twitter e con suo figlio youtuber diffonderanno video che diventeranno virali. Staremo a vedere. I miei amici poveri sono più preoccupati del reddito di cittadinanza. Piuttosto che ricevere soldi in quel modo preferiscono andare a lavorare, non importa a fare cosa, chiedono un lavoro vero, di quelli dove devi andare lì alle nove e esci alle sei (non importa a fare cosa). Però da settembre. Li vedo meno preoccupati dai ricchi, ma anche loro stanno organizzando contestazioni incredibili. Ieri uno ha creato un gruppo di protesta su WhatsApp e mi ha iscritto. Lo seguirò,

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per ora ho silenziato le notifiche. E infine ci sono i miei amici anzianotti che se si concretizzano le idee balzane di questi qua, verrebbe rivista totalmente o parzialmente la legge Fornero e sarebbero costretti ad andare in pensione senza dover attendere i 67 anni. “Poi cosa facciamo?” mi ha detto uno. Era terrorizzato. Si stanno già organizzando per opporsi a uno Stato che li vuole umarells prima del tempo, perché sono giovani e vogliono lavorare ancora, lo fanno per loro (cit.), per il futuro dei loro nipoti e ancor prima per i figli trentenni project manager partita iva col forfettino impiegati in una startup innovativa, pagati 500 euro lordi al mese. Meno del reddito di cittadinanza. Insomma, questa nuova serie tv italiana della formazione del governo iniziata dopo la vittoria del concorso pubblico del 4 marzo 2018 è veramente avvincente, molto meglio della produzione inglese Brexit o dell’americana Donald Trump. Come andrà a finire nessuno ne ha idea, ma stamattina al bar ho sentito il barista spoilerare: “Non ci sono le coperture”. Chissà se è vero. Oggi inizia la nuova stagione. @umarells


ROMA In 450 metri

di VERONICA ADRIANI a tipa vestita come Loredana Berté la incontro ogni giorno appena uscita dalla metro per andare in ufficio. Porta un gilet scamosciato con le frange, calze a rete e un trucco vistoso, con rossetti sempre diversi ma sempre sbavati ben oltre il labbro. Quando cammina barcolla un po’ sui tacchi decisamente troppo alti e non guarda mai davanti a sé. Guarda per terra e barcolla, questa rock maîtresse che potrebbe avere l’età di mia madre, portandosi dietro un sacco di pensieri e ben più anni di quelli che vorrebbe dimostrare. Sentimento del contrario, direbbe Pirandello. Paura di invecchiare, direbbe chiunque altro. Tanta solitudine, azzarderei io. Raggiungere l’uscita sulla metro di Roma è un’impresa. Ogni mattina sembra che il mondo si incaponisca per farti perdere tempo: la metro che tarda, i turisti che non sanno usare il tornello, quello lento sulle scale, che si mette a sinistra anche se hai una fretta del diavolo e vorresti solo uscire, a costo di farteli a quattro a quattro, quei gradini. Lui no, lento e serafico detta i tempi della tua andata al lavoro, perenne e immancabile intralcio ai dieci minuti più o meno che ti separano dalla banchina della metro al portone d’ingresso dell’ufficio. E allora, quando esci, corri. A Roma capisci che è arrivata la primavera quando i cassonetti straripanti iniziano a decomporsi. Le strade si riempiono del caratteristico effluvio di marciume che solo l’immondizia sotto il sole sa regalare. Parcheggiare la macchina di fronte a un cassonetto è un

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segno di eroismo che in pochi sono disposti a mostrare, ma quando sei a piedi e non hai alternative, devi farlo: un bel respiro e via, trattieni il fiato, giri lo sguardo e acceleri il passo. Corri, ancora. Lungo la strada c’è una zingara anziana. Ha gli occhi allungati, semichiusi, e quando passi ti saluta con un “buongiorno siniòara” che tradisce tutto il vocalismo dell’est Europa, seguito da qualcosa che suona come “buongiorno raaadi” ma che per me, nonostante la litania si ripeta ogni mattina, è impossibile decifrare bene. Ha un fazzoletto in testa e sta lì, immobile, seduta per metà mattinata, ma solo nei giorni in cui in quella stessa strada non sosta un ragazzo nero armato di ramazza, che produce mucchietti di fogli a bordo marciapiede e ti saluta sperando nella tua carità. Il cartello sgrammaticato che tiene a poca distanza mette insieme in poche righe errori marchiani, grafia stentata e un “poiché desidero integrarmi…” che fa lo stesso effetto di un diamante su un cumulo di rifiuti. Gli darei una mano a trasformare quel messaggio in qualcosa di sensato, ma devo correre. Poco più avanti, dei bambini entrano nel pulmino del Bambin Gesù, che è venuto a prenderli al portone, lungo la via. Salgono sui sedili ancora in braccio alle mamme, tenendo sul viso una mascherina: sono piccolissimi. Mentre passo, uno di loro si sposta la mascherina e con nonchalance si infila in bocca cinque dita comprensive di germi e parti di capelli della madre. Poi si guarda intorno e saluta con la manina appiccicosa. Io corro.

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quantosieteperversi veloavevamodetto

Superato il semaforo c’è sempre lui. Potrebbe essere bengalese o indiano, non lo saprei dire. Sarà alto un metro e sessanta, non di più, e ogni giorno con la sua camicina a quadri vende fazzoletti agli automobilisti stando attento a non farsi mettere sotto da novelli Nuvolari in SUV. Non c’è giorno che non mi saluti: che ci sia pioggia, neve, vento o sole, lui sfodera il suo miglior sorriso, mi dice ciao e mi chiede se mi servono i fazzoletti o gli accendini. Ogni giorno lo ringrazio e gli dico che no, non mi serve nulla. Proseguo. Accelero il passo e proseguo. Poco dopo incrocio il giornalaio. Sulla sua edicola campeggia un calendario della Magggica che ricorda che La Roma non si discute, si ama. Appena sotto, un cartello, perentorio: non si danno informazioni. L’edicolante biondo platino si affaccia e guarda tutti con l’aria di chi non vuole scocciature. Proseguo lungo la strada, il pisciatoio di tutti i cani del quartiere. L’odore di urina voltato l’angolo è pungente e nauseante, così per arrivare in ufficio corro. Sono le nove meno dieci e mi rendo conto che non c’era proprio niente da correre. Mi sarei potuta fermare e guardare attorno, avrei potuto chiedere al tipo degli accendini una cosa che mi perplime da parecchio, ad esempio. Basterebbero due minuti per sapere dove vive, cosa fa, se ha una famiglia. Vorrei chiedergli come fa a sorridere sempre, da mattina a sera, se vive nella casa occupata poco avanti, se ha paura di essere sgomberato e restare senza un tetto, che di questi tempi non si sa mai. Vorrei chiedergli se non teme che di questi tempi qualche amante della sicurezza nazionale possa andare a spiegargli con un bastone e un

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cappuccio che pericoli come lui non sono graditi nelle strade della Capitale. E poi tornerei indietro e lo chiederei anche al ragazzo nero col cartello, e alla zingara che alle due di pomeriggio già non è più sul marciapiede, e non ho idea di dove vada, cosa faccia, come viva. Vorrei sapere da quelle mamme se sono preoccupate più per i germi o per le persone, e cosa ne sarà di loro quando quei pulmini non ci saranno più. Parlerei con la signora con le calze a rete e chissà, magari scoprirei che fa parte da cinquant’anni della stessa rock band. O magari che ha bisogno di aiuto. Ma la verità è che mi sento un po’ come quell’edicolante. La mia città è un po’ come quell’edicolante. Un orgoglio intoccabile che vive negli anni sui fasti del passato, chiusa a chiunque abbia bisogno di parlare. A Roma “non si danno informazioni” ma nemmeno tutto il resto: a Roma si tira dritto per la propria strada. Senza guardare mai dove si sta andando a sbattere.


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BORING

SIGNORINO di TAFFY VALVASORI

sulla bocca di tutti, dipinto come nuovo astro nascente della Trap, Young Signorino è, indubbiamente, il fenomeno del momento. Purtroppo la parola “fenomeno” calza perfettamente, associata alla parola “baraccone”. Emerso dal pianeta YouTube, le sue due prime uscite dal vivo ci hanno offerto un non concerto (non ha cantato ed ha accusato l’organizzazione di avergli procurato “problemi psicologici” [sic.]) e un’esibizione ai limiti del raccapricciante. Si stacca dalle produzioni pseudo alternative del momento (Calcutti e calcuttini) per la qualità delle basi, sicuramente meno banali, ma già sentite, molto nineties un po’ Massive Attack e qui finiscono le cose che, poco, funzionano. Il resto è un ripescaggio di cliché triti e ritriti. Il nostro infatti, udite udite, afferma di essere figlio di Satana in persona, di fare uso di tutte le droghe esistenti nell’intero sistema solare, di essere stato in coma per overdose e di esserne uscito coi mocassini e l’anarchia nel cuore. Le nenie vocali ricordano i Trio di Da Da Da di conseguenza anche il titolo “ha ha ha” risulta zero in quanto ad originalità. Si dichiara anarchico, grande originalità anche questa, rifarsi ai Pistols dell’immenso John Joseph Lydon, peccato che Sex Pistols e Public Image Ltd. fossero allora tutt’altra cosa rispetto a un “Great Rock’n’Roll Swindle” ma fossero davvero l’avanguardia di un movimento, quello del punk inglese, in cui i contenuti c’erano, erano forti, politici e venivano sbattuti in faccia al mondo. Il nostro Signorino invece oltre a calarsi l’incalabile quanto a contenuti si ferma alla foranza, dipinge donne o ragazze come fossero proprietà sua o dei suoi nemici di ballotta e null’altro, nessuna regola quindi, ma ahilui nessun contenuto. Quel che resta dopo averlo visto e ascoltato è un’immensa sensazione di pena e tristezza. Si definisce il nuovo Marylin Manson, ha fatto un brano intitolato “Padre Satana” e anche qui i metallari lo hanno preceduto di decenni, lui però va oltre sostenendo che suo figlio (sic.) lo debba chiamare Papà Satana, ci si augura che i servizi sociali ne siano a conoscenza. In tutto ciò quello che una volta di più colpisce è lo spazio che i guru della critica dedicano a questo ragazzino, i paragoni insostenibili ma, soprattutto quella frase, che in musica e in politica è diventata un refrain: “tu non capisci”. Ecco, potrà pure essere che io non capisca, ci mancherebbe, ma dal mio modestissimo punto di vista vedo un ragazzino disagiato, sbattuto in prima pagina, incapace di gestire la cosa e la cui produzione è già sentita, già vista ma soprattutto vuota. Una confezione attraente con il nulla dentro, siamo dunque comprensibilmente di fronte al nulla musicale se uno come Young Signorino diventa un fenomeno, o meglio, ci sono mosse di marketing che pescano potenziali personaggi e li spacciano a un pubblico ormai, come più volte ci siam detti, totalmente privo di cultura musicale. Sembra essere sempre di più questo il nuovo corso del mercato musicale italiano, ove la parola mercato va letta nel suo senso peggiore e deteriore.

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LIBRI VINTAGE PER L'INFANZIA

di SILVIO SPACCESI

"Squittina e Topinzia vengono in cittα" racconta le rocambolesche vicende di due adorabili topine che vivono spensierate nei laboratori della "Bla-De Inc. Ltd.", una multinazionale impegnata nello sviluppo di farmaci adoperati nella lotta al bioterrorismo. La loro vita tranquilla e un po' monotona trascorre tra gli stabulari, dotati di tutti i comforts, e le camere a pressione negativa dove sono conservati i campioni dei pi∙ micidiali agenti patogeni che abbiano mai funestato il nostro Pianeta. A volte corrono qualche rischio, certo, ma tutto sommato i vantaggi che traggono dalle amorose cure dei ricercatori compensano i pericoli legati alle dosi letali di microorganismi a cui sono sottoposte di tanto in tanto. C'Φ anche da dire che gli antidoti sviluppati nei la-

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boratori della Bla-De, e puntualmente somministrati nel corso di ogni esperimento, sono sempre stati molto efficaci. Squittina, in particolare, andava pazza per quelli a fragola mentre i ricercatori erano rimasti stupiti nello scoprire la predilezione di Topinzia per i chinolonici di terza generazione al gusto di carciofo. Un brutto giorno, purtroppo, un gruppo di fanatici di una sedicente associazione animalista fa irruzione nei laboratori al grido di "aiutiamoli nelle loro cloache", interrompendo un esperimento con ceppi ipervirulenti di Yersinia pestis, e libera una gran quantitα di cavie tra cui le nostre ignare topine... Trasferite di forza in una sperduta area rurale e abbandonate al loro destino, dopo essere state opportunamente coccolate con tanti bacini e deliziose grattatine sotto l'adorabile musetto da parte dei loro salvatori, le sventurate creaturine sopravvivono miracolosamente alle peggiori insidie della natura incontaminata e riescono a ritornare rocambolescamente in cittα - grazie al provvidenziale ritrovamento di una minuscola Ford T - trascinando con sΘ gli sciami di pulci che avevano incontrato sul loro cammino. Da quel momento la narrazione cambia ritmo e tono, adeguandosi alla cupa tragicitα degli eventi: trascorsi circa 10 giorni dal loro arrivo in cittα i Pronto Soccorso degli ospedali iniziano ad essere presi d'assalto da turme di persone che tossiscono spargendo sangue ovunque; in breve la situazione diventa ingestibile, tutti gli edifici pubblici vengono adibiti a lazzaretti e dopo alcuni giorni le strade sono disseminate di cadaveri. In attesa dell'intervento della Guardia Nazionale i pochi superstiti - dopo aver saccheggiato tutti i negozi per fare scorte di cibo, bevande e televisori al plasma - si rintanano nelle cantine cercando scampo, ignari del fatto che fuori dai loro nascondigli la civiltα come l'abbiamo conosciuta ha le ore contate. Io sono qui che scrivo a lume di candela queste brevi note, mentro giα sento i brividi della febbre che monta, sperando che i figli dei figli dei sopravvissuti che un giorno troveranno le ultime copie di questo libro traggano il giusto insegnamento da questa triste vicenda; e soprattutto che riescano a far fuori tutte quelle maledette zoccole.

HAI SCRITTO UN LIBRO? HAI INCISO UN CD? HAI SCOLPITO UNA STATUA? HAI INVENTATO UNA MEDICINA?

TI CONVIENE DIRCELO PERCHÉ TE LO PUBBLICIZZIAMO GRATIS NUMERO

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I MESTIERI INUTILI di LIVIA TALOON

Dopo tanta attesa il cambiamento è arrivato e, con grande sorpresa per tutti, sta mantenendo le sue promesse. Visto l’alacre lavoro del nostro governo, ci aspettiamo una serie di misure eccezionali tra le quali l’istituzione di nuovi mestieri, in linea con il cambiamento prospettato. Vediamo quali. 1. L’infermiera per manichini. Abbiamo chiesto alla prima ragazza infermiera assunta per curare i manicchini le sue prime impressioni: « Beh praticamente con quelli di legno, a parte metterci il cerotto sulla gamba, invece con quelli di plastica ci puoi fare di più, tipo bocca-a-bocca o pompino...». « Ma Signorina? ». «No perché prima mi hanno messa come prostituta per robot, ma siccome non avevo la taglia D né il seno rifatto allora...». E questo ci fa scivolare con classe al secondo dei nostri “mestieri inutili”. 2. La prostituta per robot. Stanchi di essere sfruttati sulle catene di lavoro, i nostri robot hanno detto basta e dopo lo sciopero indetto dalla Cyber-Uisl e

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della Cisl-megabyte, il nostro caro Premier, intenditore di queste questioni dell’anima e del corpo, ha deciso di assumere ben 300.000 prostitute per alleggerire le giornate faticose dei nostri robot che praticamente hanno sostituito tutti gli uomini e donne in aziende grandi o piccole. E spiega: «Il vantaggio è doppio»: dopo un massaggio all’olio di motore e una leccatina ai bulloni, i nostri cari robot tornano unti e disrugginiti al loro lavoro intensivo. Per le ragazze intanto non c’è pericolo di sfruttamento da parte di eventuali papponi perché già le sfruttiamo noi e niente rischio sanitario riguardo all’Aids o porcherie del genere portate da froci o da negri. Abbiamo ridato la dignità alle donne di questo paese facendone da succhiatrici comuniste di cazzi negri, prostitute per macchine da intelligenza artificiale! Come quella della Moric. «No lei è la bocca artificiale, l’intelligenza proprio non ce l’ha». «La potremmo fare succhiatrice di cazzi a bulloni però?». 3. Gli sciacquatori d’acqua. Impiegati dai diversi Municipi, praticamente voi lavate l’acqua? «Sì, siamo stati assunti dal nuovo governo con il gravoso compito di rendere l’acqua pulita ancora più pulita, al servizio del cittadino e del consumatore italiano. «In Libia, non ce l’hanno ancora questo?». «No, loro non c’hanno manco l’acqua ma poi ce la portiamo, è uno degli obiettivi di colonizzaz... di aiuto transnazionale del nostro governo». Uno canta dietro « Menomale che Di Maio c’è!!!». Fa senso…». Tornando a noi: «In cosa consiste quindi il Suo lavoro di lavatore d’acqua?». «Allora, io prendo l’acqua no?». «Sì...». «La metto in questo bacino qua e la lavo con altr’acqua». «Quindi il cittadino è davvero sicuro di bere o di usare acqua pulita perché lavata con altra acqua?». «Acqua pulitissima proprio, oh, lavata!». 4. Inventori di cazzate. Dall’INIC, Istituto Nazionale Inventori di Cazzate. «Lei come dice Signor Direttore? IniK o Inich come Moric?». «IniK, Inik!». «Ok. Ci presenti le sue invenzioni del cazzo allora». «Ecco, qui abbiamo lo stronzometro: uno strumento atto a misurare la lunghezza dello stronzo appena fatto a mattina che stabilisce, in base alla lunghezza e al diametro dello stronzo defecato, la stronzaggine della persona che si è cagata». «Qui una cosa del tutto inutile quando basta sentire per chi vota la persona e già si è capito tutto?». «Esatto!». «Va Bene. Sempre invenzioni inutili da professioni inutili?». «Il pisciomotore». «Il pisciomotore?». «Sì, molto ecologico, è un motore che va al piscio». «Ecco qui state provando, però puzza parecchio di piscio Direttore?». «Stiamo lavorando su un inibitore dell’odore in collaborazione con l’inventore dello stronzometro». «Ah, .nulla dice quindi che si potrà migliorare, anzi.Però usato come benzina per la macchina, il piscio funziona?». «No». «No?». «No… quindi è un’invenzione che non serve proprio a un cazzo?». «A un cazzo».


lapupadisvacco

milienis foto di VINCENZO MARINELLI

Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono. (Bertolt Brecht)


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COUGAR, maiala o bonoba? di ROBERTA DENTI

alve lettori affamati di notiziole succulente se piccanti dal mio mondo rosato, talvolta dalle tinte rosso porpora. Nel mio peregrinare in giro per il globo, trovo sempre il tempo e il diletto di visitare i musei, alcuni più prelibati di altri. E nella fattispecie, a New York c’è il MoSex il Museo del Sesso di cui ho già scritto per Playboy qui. E fu lì che scoprii il meraviglioso e bizzarro mondo delle scimmie bonobo, che a differenza di tutte le altre scimmie vivono in una società matriarcale e si accoppiano anche per il gusto di farlo e non solo al fine di riprodursi.

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Sono, infatti, le femmine a dominare sui maschi, mentre invece gli scimpanzé forzano le femmine al rapporto sessuale. Nel caso della bonoba, i maschi stanno sereni: quella c’ha sempre voglia! Insomma, se è vero che discendiamo dalle scimmie, io ho capito da quale razza di scimmia discendo: dalla bonoba, la scimmia più votata al sesso, capace di sedare eventuali scontri con una sculettata e un po’ di sesso orale. Eh sì perché queste scimmie praticano ogni tipo di effusione amorosa. Ma permettetemi di farmi un elenco delle peculiarità che contraddistinguono questa specie animale, descritta anche come “scimmia hippie” per la sua notevole libertà sessuale. Se poi sco-


prissero che si fumano anche i baobab, be’ allora avrei la certezza scientifica di provenire da una di loro! 1. Le femmine bonobo si accoppiano con molti maschi diversi, talvolta con esemplari molto giovani (invece di cougar, chiamatemi BONOBA) ma fanno cuccioli solo con i loro preferiti. Commento: avete capito ste bonobe? La danno con generosità per “far andare la giostra” ma quando decidono di mettere al mondo un peloso, fanno selezione all’entrata. Direi simile alle donne. 2. I bonobo sono tra le rare specie animali che fanno l’amore anche nella posizione del missionario, ossia guardandosi negli occhi. Nel documentario caricato in qui, godetevi lo spettacolo dei bonobo che scopazzano sorridendosi e fissandosi negli occhi e facendone di cotte e di crude in assoluta libertà. Commento: di tanto in tanto anche a me piace guardare il partner negli occhi, seppur la posizione animalesca sia tra le mie preferite. 3. Le femmine bonobo fanno sesso anche quando non sono in calore, il che rappresenta un’eccezione nel mondo animale perché significa che usano il sesso anche solo per il mero piacere sessuale, non limitandolo all’atto riproduttivo. Commento: se lo fanno persino le scimmie, ditemi voi se noi, seguendo alla lettera i dettami della chiesa cattolica, dovremmo trombare solo per fare figli. Dai dati ISTAT sulle nascite in Italia, mi sa che ci sono ben pochi cattolici praticanti… 4. Le femmine bonono sono troppo libere sessualmente perché abbia senso lottare per loro o costringerle a fare sesso con la forza. Anzi, il maschio per tentare di fecondare una femmina, usa altre strategie tra cui passare molto tempo insieme a loro e prendersene cura pulendole, ossia leccandole. Commento: se anche i bonobo maschi praticano il sesso orale, certi ometti là fuori cos’aspettano a mettersi al passo con la natura?! 5. Le femmine bonono amano sollazzarsi tra di loro massaggiandosi i genitali (probabilmente la clitoride) a vicenda ritmicamente e rapidamente per 20 secondi circa ma talvolta per più di un minuto. Commento: da adesso in poi proporrò alle mie amichette di fare il gioco delle bonobe. Non sia mai che al posto del trito e ritrito apericena, non s’inventi un nuovo modo di stare insieme! 6. I bonobo praticano sia il sesso manuale, sgrillettandosi, sia il sesso orale e si baciano anche.

Da qui l’idea dei bonobo come scimmie fissate con il sesso mentre invece questa loro promiscuità è più dovuta al fatto che tramite il sesso risolvono eventuali conflitti. Commento: Make Love Not War proviene dai bonobo. 7. Le femmine bonobo possono risultare molto violente con i maschi: ad alcuni maschi in cattività mancano pezzi di dita o addirittura del pene perché sono stati morsi da una femmina. Commento: vedete di non farmi incazzare, dato che di cognome faccio DENTI… 8. Le mamme bonobo aiutano i figli maschi ad avvicinarsi ad altre femmine in calore per accoppiarsi con loro. Commento: mammine italiane, imparate dalle scimmie e lasciate che i vostri pargoli vengano … su di me! 9. I bonobo non si limitano a essere delle sex-machine ma sono anche animali molto intelligenti, che hanno imparato ad accendere il fuoco con un fiammifero e ad arrostire caramelle (marshmellow). Vedi il video qui. Inoltre i bonobo, come gli esseri umani, ridono e giocano, mantenendo lo stesso stupore verso la vita da piccoli e da grandi. Fighi sti bonobo! Vedi video qui. Commento: Be’ dopo anni anche io ho imparato ad accendere il fuoco con un fiammifero e ad arrostire le castagne, quindi bonoba for sure. 10. I bonobo sono le uniche scimmie che non ammazzano. Commento: ecco la conferma che chi scopa di sovente, non è aggressivo bensì frivolo e allegro. Ecco spero di avervi sollazzato e rallegrato con questi divertenti aneddoti dal mondo animale. E noi dagli animali non solo discendiamo ma dovremmo imparare. Inoltre, per i miei haters un consiglio spassionato: invece di insultarmi con i soliti epititi ‘vacca’ e ‘maiala’, studiate e imparate: sono una BONOBA. E pure fiera di esserlo. E ricordate gli insulti delle nullità, per me, bonoba colta e avvezza alle critiche non contano un pene. Siete voi a fare pena. Adesso vado a posizionarmi sotto un baobab cittadino in attesa dell’arrivo di un bonobo … NB. Le informazioni serie e scientifiche di questo articolo sono state riprese da Ilpost.it Ultima chicca: ai bonobo in cattività piace guardarsi i porno!

www.robbiedoesblogging.net

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ERA ESTATE testo di SILVIA DE MIGLIO • foto di VALERIA FANCIULLO on i piedi immersi nell’acqua guardavo le case colorate sullo sfondo. I piedi freddi, il corpo bollente, gli occhi pieni di luce, le mani piene di sabbia, il tutto pieno di speranze “è il momento perfetto che ti dovrai ricordare il prossimo inverno!”. E io non avevo capito cosa intendeva davvero il vento quando mi titillava l’orecchio con sta cosa. Non l’avevo capito perché deve colpirti la galaverna per arrivare a concludere che il vero inverno non è quello fatto di freddo nelle strade, di neve sulle macchine, di umido nelle ossa, di foschia sulle colline e di terra che si crepa nel gelo. Il vero inverno è quello inginocchiato dentro. E’ quando ti dimentichi come si va in bicicletta e ogni volta che tenti di salirci sopra cadi e vorresti di nuovo rimontare le rotelline, è quando non ti importa più di cosa mangi perché a te i sapori sembrano tutti uguali, è quando hai l’impressione che il peso del tuo corpo graviti tutto sulle tue spalle e non sulle tue gambe, è quando le parole che hai dentro nel tragitto tra lo stomaco e la bocca diventano vomito freddo, è quando sei così stanca che non hai voglia nemmeno di parlare con tuo figlio, è quando trasformi l’emozione in un sospetto, è quando per vedere meglio ti strofini gli occhi con le mani sporche, è quando nel sonno c’è sempre una prigione da cui scappare e per scappare la soluzione è sempre quella di buttarsi dall’alto, è quando sei sempre stanca eppure trovi sempre un buon motivo per non dormire. L’inverno è quando esci dall’ufficio ed è già buio, l’aria ti affetta la faccia e in testa hai

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tanti pensieri così arrotolati che non trovi nemmeno le chiavi della macchina. Poi le trovi, entri e la macchina è ancora più fredda. Cerchi lo spazio per far manovra e le macchine parcheggiate ti vanno strette, guardi verso la strada e il tuo orizzonte la nebbia l’ha ritagliato a pochi metri. Qualcuno ti chiama al telefono, per un apearitivo, che si mangia anche. Perché adesso l’aperitivo è diventata la cena della tua modernità. Una volta serviva a richiamare l’appetito all’ordine, adesso serve a saziarlo. Ci deve bastare sempre meno e quel meno lo dobbiamo decorare con un nome di tendenza. Io non amo gli aperitivi, vorrei tornare a casa a mangiare il mio tavolo, ma la nebbia è tanto fitta che non vedo nemmeno i miei desideri e all’aperitivo ci vado. E le persone ti parlano, ma a tu non rispondi mai a segno e tutti ridono di gusto. Il gusto a volte è soggettivo. Si stanno tutti divertendo un sacco. Raccontami di te. Perché dovrei raccontarti di me? Che fai? Collezioni persone? Mi faresti un origamo intorno e mi piazzeresti su uno scaffale dell’ingresso. Vorrei solo allungare la mano e toccare un’altra mano per far finta che sia quella di un altro. Glielo dici e scende un sipario sui sorrisi. Sarebbe bello tornare a casa, sbatterti come nelle pubblicità dei bagnoschiuma sotto l’acqua calda, mangiare con calma dividendo la bistecca in dieci pezzi perfetti, avere altre otto ore davanti per abbracciare qualcosa. Ferma. Vorresti saltare la buchetta della posta e concludere la tua staffetta con un percorso netto.


Qualcuno ti chiede: vuoi qualcosa dal bar prima di andare via? Dai resta, se non ci sei non ci divertiamo. A volte ho l’impressione che la gente confonda il divertirsi con lo sfiorare con un dito la polvere su un mobile, gustando la sensazione di lasciare con quello sfioramento un segno nitido che tra poche ore sarà scomparso, coperto da altra polvere. Ci pensi. No grazie. Rispondi. Paghi il conto e esci. E’ inverno e tutto quello che vorresti è che fosse di nuovo estate. Il segreto della tua estate per sempre era troppo semplice però per crederci. Era 1 casa solo tua, 2 magliette, 3 bambini che profumano di sale che ti lanciano i sassolini nell’ombelico sulla spiaggia, 4 etti di lenticchie pronte in frigo solo da scaldare, 5 libri

da leggere, 6 buone idee da scrivere con il sedere al caldo, 7 gradi di separazione dal caos, 8 gamberoni arrosto, 9 ore di sonno e 10 minuti di abbracci a caso. Quello che ti ha fregato è credere che l’estate che ti raccontavano gli altri fosse più calda della tua. E quando fai tuoi i desideri degli altri, è lì che si insinua l’autunno. E’ inverno e tutto quello che vorresti è che fosse di nuovo estate. I piedi nell’acqua, il corpo bollente, gli occhi pieni di luce, le mani piene di sabbia, il tutto pieno di speranze e il vento che rompe le palle. Un momento da poco. Che non è mio, ma lo volevo ricordare così perché magari è il vostro, me lo avete prestato e io ve lo restituisco.

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Paradiso SOCIALISTA

Testo e foto di NICOLA ALBANESE

ryp"jat' la città dei fiori, una cittadina della Polesia, una regione paludosa nel nord dell’Ucraina vicina al confine con la Bielorussia, era quello che avrebbe dovuto essere una città sovietica modello: un paradiso socialista. La costruzione della città iniziò il 4 febbraio 1970 sulla riva del fiume omonimo ed era destinata ad accogliere il personale della vicina centrale nucleare di Černobyl', anch’essa in costruzione, distante circa 3 km: una sorta di Springfield simpsoniana. Ma a differenza di Springfield, Pryp"jat' era veramente un bel posto dove vivere, soprattutto se paragonato alla media delle città sovietiche. Un piano urbanistico all’avanguardia, verrà soprannominata città dei fiori per i parchi e le aiuole fiorite che la attraversavano, progettata per accogliere ingegneri, dirigenti, tecnici e operai specializzati che avrebbero dovuto far funzionare la centrale. Nel 1986 aveva raggiunto una popolazione di circa 47.000 abitanti (con un’età media di 26 anni: una città di giovani) provenienti da un po’ tutta l’URSS. In città c’erano hotel, ristoranti, un centro commerciale, scuole, una scuola di musica,

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cinema, un teatro, palestre, una piscina olimpionica, un centro polifunzionale e stava per essere inaugurato anche un luna park. Con tutta probabilità essere trasferiti a Pryp"jat' era l’obiettivo di molti sovietici. Verso l’una e mezza della notte di sabato 26 aprile 1986, una tiepida notte primaverile, gli abitanti di Pryp"jat' affacciati ai balconi videro il cielo sopra la centrale nucleare illuminato da un incredibile fascio di luce rossa mentre dal cielo cominciava a cadere una polvere nera. Nell’aria si sparse uno strano odore che irritava la gola e faceva lacrimare gli occhi: qualcuno cominciò a pensare che qualcosa fosse successo alla centrale, ma furono in pochi a pensare a qualcosa di grave. In realtà, a causa di un test finito molto male, il reattore 4 della centrale di Černobyl', una delle più grandi e importanti dell’Unione Sovietica, era esploso. La mattina dopo, la vita nella cittadina si svolse regolarmente almeno per le persone non direttamente impiegate nella centrale: i bambini andarono a scuola e a giocare nei parchi; procedevano i preparativi per la festa del Primo Maggio;


erano previsti una serie di matrimoni di gruppo. Ad un certo punto in città arrivò l’esercito i cui soldati indossavano mascherine. Da un lato questo cominciò a far pensare che fosse successo davvero qualcosa di grave, dall’altro rassicurò le persone: qualcuno se ne stava occupando. Le mogli dei lavoratori che erano alla centrale non videro tornare i mariti. Quando vennero avvertite che i mariti erano in ospedale , vi si precipitarono: l’ospedale era circondato dalla polizia, che non faceva passare nessuno. L’incidente fu dovuto ad una serie di concause: l’intrinseca pericolosità dell’impianto, la sciagurata idea di un test di sicurezza rimandato più volte, il fatto che la sera dell’incidente fosse presente del personale di poca esperienza, l’estrema burocratizzazione delle procedure. Una serie di esplosioni fece saltare il reattore numero 4 proiettando nell’atmosfera tonnellate di materiale radioattivo in una colonna alta chilometri che contaminò mezza Europa. L’incendio conseguente fu domato nei giorni successivi grazie all’eroismo dei pompieri che intervennero per primi e che non sapevano sarebbero andati incontro alla morte. La bonifica si

protrasse per anni, continua ancora oggi e solo lo scorso anno è stata finalmente allocata la struttura di cemento sopra il reattore esploso, che dovrebbe schermare per i prossimi 100 anni le radiazioni ancora presenti in grandi quantità. Una stima precisa delle vittime dirette ed indirette del disastro non è mai stata fatta. Dopo che per più di un giorno gli abitanti furono tenuti all’oscuro della gravità della situazione, nel pomeriggio del 27 aprile fu decisa l’evacuazione di Pryp"jat'. Arrivarono centinaia di autobus che caricarono gli abitanti e una città di quasi 50.000 abitanti fu svuotata in poche ore. L’evacuazione sarebbe dovuta durare tre giorni ma nessuno fece più ritorno. Fu creata una zona di esclusione di un raggio di 30 km, esistente ancora oggi, in cui è vietato l’accesso. Il tempo a Pryp"jat', a parte l’usura del tempo e la vegetazione che l’ha invasa, si è fermato al quel 27 aprile 1986. L’unica cosa che non risale ai tempi dell’incidente presente in città è qualche rifiuto: ogni Primo Maggio agli ex abitanti è permesso di tornare in città: si campeggia, si beve una birra e si rimpiangono i tempi passati.

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ilpalpitodelluno Testo e foto di UNO DE

L'ultima volta che hai detto ti amo non l'hai fatto apposta. Pare. L'ultima volta che hai detto cantiamo, eri sotto la doccia. E quando ti ho chiesto giochiamo tu mi hai risposto - ho lo smalto fresco. E poi ci sarà qualcuno che dirà che questa era più calda anche di quella che verrà . Pare, questo maledetto mare sembra non voglia arrivare. Forse è meglio me ne sto in città.

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cronachedallecolonie specialeelezioni

BIRRA E SESSO di MARCO CAMALLERI al vetro grigio della cabina di compensazione gli occhietti del tipo con la tuta del Servizio Urbano Colori Abbinati esploravano la sala. Non erano particolarmente furbi, ma la sua mansione richiedeva in fondo un QI di 0,1 Trumps e dalla tinta della stella sul petto ne aveva fatta di carriera. Passato l’ingresso e la leggera vertigine per la doccia di anioni si diresse verso il bancone dove il proprietario con uno straccio tentava di tirar via due macchie gialline ostinate. Era Gerundio e anni prima lo avevano pizzicato dentro un container che trasportava fragole finte per gli show cooking. Il freddo delle stive gli aveva rovinato varie parti del cervello, portandolo a iniziare ogni frase con il gerundio appunto e cancellando ogni precedente ricordo. Lo screening genetico aveva subito individuato i suoi donatori di DNA, ma la società di biosintesi, che lo aveva incubato per un esperimento top secret, si era poi rifiutata di pagare il rimpatrio, lasciandolo in carico all’ufficio clandestini di Gamma Ray. Gerundio, dopo un anno di servizio coatto al dipartimento mangimi per cammelli, si ricordò di colpo del suo sogno di aprire un pub fusion e quando l'ultima coppia di dromedari del circo acquatico Tipton morì annegata nella vasca delle foche monache, occupò abusivamente una delle vecchie baracche degli avanguardisti di Elon Musk, fondando la Super Trash Ionic Kitchen Initiative. Il tipo disse di chiamarsi Sargon e non essendo uso a giri di parole arrivò subito al sodo. «Una birra chiara e poi vorrei scopare. Sono due settimane che ho il pisello in letargo.» Gerundio gli rivolse un'occhiata perplessa. «Essendo lei in un pub fusion e io un umano maschio con solide esigenze sessuali etero, oggi posso solo servirle Pernod tiepido e foie gras di rana.» «Umano? Veramente? Figo! Saranno decenni che non vedo un cameriere umano in giro.» «Essendo il proprietario ho perfetta contezza della carenza di personale. Disponendo della bottiglia, verso?» «Era meglio una birra, ma sì versa. Che poi pure se eri androide! È che m’è presa un’allergia alla gomma che non ti dico. No, senti, io sto cercando una femmina vera, roba biologica, capisci? Mi dicevano che dalle parti nelle baracche ci sono delle ibride che fanno bei lavoretti. Ne sai niente?» Gerundio si fece più vicino.

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«Contando sulla sua discrezione, tra 187 unità di tempo una delle più ambite ibride della colonia dovrebbe arrivare. Avendo l’unico bagno con bidet di Gamma Ray siamo spesso visitati da questo genere di femmine. Conoscendo le sue abitudini ho il 3% d’errore sul tempo. Ignorando i suoi impegni non assicuro però disponibilità immediata.» 187 unità di tempo passano in due sorsi, ma al loro scoccare un rumore di cingoli dietro le spalle di Sargon annunciò ospiti. In verità l’ibrida non era un bel vedere: una piccola testa sintetica in cima a un camicione enorme che nascondeva abbondante ferraglia semovente e pezzi di corpo. A sentire Gerundio però, sotto quel grande telo a fiori stilizzati era celato il tronco mitico di Eva Grey, pornostar che si era fatta ibernare molti anni prima. Al risveglio c’era stato un incidente al fluido amniotico nell’incubatore e il pezzo di clone scarto era stato trafugato dai trafficanti e venduto a un’economista ermetica, virtualizzata perché voleva fondare un kibbutz. L’assemblaggio era stato economico e pure l’upload delle connessioni neuronali aveva dato problemi e un QI ridicolo. Depressa per le avversità si era pure indebitata per una bocca ombelicale extra, con annessa lingua prensile alla Grey. Capace di esaudire ogni protocollo erotico, si eccitava solo col binge watching di seminari sul saggio di profitto, tanto da essere la più famosa influencer tra le blogger di squirting creativo. La contrattazione fu abbastanza veloce e mentre andavano via Gerundio pensò che con la sua commissione gli mancavano solo 7 GRcoin per prenderle due gambe vere. L’amava molto e presto sarebbe riuscito a farle ballare la lap dance, nuda. www.marcocamalleri.it


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UNA MADRE CORAGGIO di ANDREAS FINOTTIS

era un ragazzo che se ne stava sempre ingobbito, con gli occhiali spessi spostati verso la punta del naso, la montatura scura degli occhiali contrastava col pallore del viso cosparso di brufoli, le orecchie prominenti e il viso lungo gli davano un aspetto che lo aveva fatto diventare per tutti Giancarlo "El Canguro", soprannome che lui odiava ed evitava spesso di uscire di casa affinché qualcuno non lo chiamasse Canguro e si diffondesse quel soprannome. Quando rimaneva in casa, essendo orfano del padre, sua madre vedova lo assillava con le sue ansie. Un giorno si stancò di essere preso in giro dai compagni di classe e tormentato da sua madre, cercò un'altra realtà, un'altra dimensione, un altro tipo di vita, così si ribellò tenendosi per protesta i capelli lunghi. Poi un giorno per contestare ulteriormente acquistò una caccola di fumo, si fece una canna guardando MTV e vomitò la cena sul tappeto davanti al televisore. Quando sua mamma se ne accorse telefonò immediatamente alle forze dell'ordine contattando la squadra narcotici e lo denunciò. Vennero a perquisire la sua cameretta e sequestrarono la mezza caccola di fumo che gli era rimasta, un pacchetto di cartine, un accendino, una pistola giocattolo illegale senza il tappo rosso che non si ricordava più di avere poiché l'aveva persa giocandoci da bambino, delle bottiglie di birra vuote che potenzialmente pote-

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vano essere usate come molotov, sei fogli con scritte frasi minacciose come: "Vi odio tutti, dovete morire pezzi dei merda!", dei libri di scrittori considerati sovversivi e il quaderno di matematica con una A cerchiata che aveva disegnato in quarta di copertina. Venne arrestarono, chiamarono i giornalisti locali esibendo i corpi del reato che avevano trovato e ringraziando la madre coraggio per la sua denuncia, grazie alla quale era stato assicurato alla giustizia un ragazzo socialmente pericoloso, da avviare verso un percorso di recupero, per reinserirlo nella società. I giornali aprirono la cronaca locale con titoli a caratteri cubitali: ARRESTATO PER DROGA IL "CANGURO" oppure UN GIOVANE PERICOLOSO "CANGURO" INCARCERATO, DETENEVA DROGA E MATERIALE SOVVERSIVO. A Giancarlo dispiaceva più per la diffusione pubblica del suo odiato soprannome che per l'arresto. Ma avendo appena compiuto 18 anni venne messo in carcere con gli adulti, in attesa del processo. Finì in cella con Mario "U Porcu" Scanziano affiliato alla camorra emergente, Giuseppe "Belva" Esposito pluriomicida e Ciccio "Il Don" Catatreppoli mafioso autore di svariate rapine ed estorsioni. La prima notte Canguro venne picchiato e poi sodomizzato ripetutamente a secco. Il mattino dopo uscì di cella camminando come un'anatra e pensando che obbiettivamente era stato peggio l'arresto della diffusione del soprannome; lo mandarono a casa, agli arresti domiciliari. La madre non gli rivolse la parola. Anche lui non rivolse più la parola a lei e neanche ad altri, stette sempre zitto, al processo venne condannato ma avendo la condizionale non si fece neanche un giorno di prigione. Quando fu libero tornò a casa, aspettò che sua madre andasse al lavoro, andò al distributore self-service a riempire una tanica di benzina, scrisse sul muro di recinzione: "Questo è il mio regalo di addio per te, maledetta stronza." e diede fuoco alla casa Sparì per sempre. Una ventina d'anni dopo lo rivide un suo ex compagno di scuola durante una vacanza, aveva cambiato sesso, si era sposata con un agente delle assicurazioni e viveva in una casa vicina al mare in Australia, la terra dei canguri. Aprendo nella sua vita porte che lo facessero uscire dal binario delle consuete abitudini aveva finalmente trovato se stesso, o se stessa, in fondo l'importante è aver trovato un'altra persona dentro di sé, nascosta da quello che gli usi, gli eventi e le consuetudini impongono d'essere; l'importante è che sia differente da quel tipo schifoso che c'era e sarebbe rimasto, finché uno non cerca la propria essenza.


TALENTO di GINO PANARIELLO tredici anni considerava figo riuscire a fare gli anelli di fumo e la sua massima aspirazione era riuscire a tenere la sigaretta in bocca senza farsi accecare e senza tossire. Il segreto era aspirare con la bocca la colonnina di fumo all’estremità. Con molta costanza ci riuscì, realizzò la sua aspirazione di tramutarsi in una specie di Humphrey Bogart minorenne. A quindici invece la sua idea di ganzo consisteva nel rollare una canna nel minor tempo possibile. Riuscì anche in questo. Diventò una specie di celebrità perché sapeva fare delle canne perfettamente dritte, praticamente delle sigarette; era richiestissimo anche per la capacità di stappare le bottiglie di birra coi denti; il terrore dei tappi a corona, non esisteva bottiglia che gli resistesse. Un successo dietro l’ altro, insomma. Iniziato con le gare di sputi che vinceva coprendo anche i dieci metri di distanza e con le testate in faccia a tradimento mentre fingeva di guardare a terra. Con gli anni progredì e imparò persino a sfilare i portafogli nei luoghi affollati, a farsi le pere mentre camminava nel mercato di Porta Palazzo o guidare coi fari spenti di notte tra le campagne sulla reale, dopo aver rapinato qualche puttana nigeriana, le albanesi e le romene preferiva rispar-

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miarle perché erano molto più tutelate: i papponi giganteschi dagli occhi chiari e i crani rasati su colli che sembravano tronchi di quercia erano capaci di ammazzare con la sola forza degli schiaffoni. Ma il suo talento consisteva anche nell’evitare situazioni del genere. Il talento. Adesso, a quarant’anni, guardava la strada dalla stanza buia in affitto . Gli piaceva spegnere la luce e guardare alla finestra la gente che passava, come gli piaceva guardare le luci nelle case degli altri. Gli piaceva immaginare le voci, il calore dei termosifoni, l’odore della cucina. Gli piaceva, anche se gli faceva abbassare gli occhi e appesantire il respiro . Le luci nelle case degli altri rappresentavano tutto ciò a cui non aveva mai pensato. Fino al giorno in cui il suo vecchio gliel’aveva detto. “Sai perché ti odio? Perché sei tutto quello che non avrei mai voluto fossi. Ti odio perché ti è riuscito tutto quel che volevi, ma quel che volevi era solo merda, perché hai usato il tuo talento per fare schifo quando avresti potuto brillare ed essere un uomo degno di tale nome”. Così gli aveva detto. Il talento. L’aveva usato per buttare via tutto, il talento. Per la derisione, confusa con l’ammirazione, di chi rideva ascoltando le sue storie. Per la gloria da bar dei balordi, per gli applausi di chi, in cambio di una pacca sulla spalla, di un minimo di sprezzante considerazione, gli avrebbe voltato le spalle senza pensarci un solo secondo. Per i Tso, i corridoi della neuro, gli arresti, le manganellate, i lavori negati, le mani che tremavano e la solitudine. Per farsi dire dal suo vecchio quanto lo disprezzasse. Per ritrovarsi a quarant’anni da solo in una stanza al buio,

DIVORARSI di VALERIA BIANCHI MIAN u sei natura morta con geisha: china su pelle e piedi fasciati. I piedi, lui te li accarezza senza fretta durante la cena. Estremità per dessert, numero 35. Metatarso croccante al punto giusto, dita come mandorle, desiderio su carta di riso. Poiché lui è il mago della degustazione, tu gli porgi con grazia due occhi fruttati affinché ne goda divorandoti brano dopo brano. Ti aspetti di scorgere nuovi punti di vista attraverso i suoi tubi digerenti ma il cliente di questa casa è ormai abituato al servizio che offri e non coglie nemmeno più il colore delle iridi. Accecata dal sentimento, non vedi che lui non ti guarda? Non pago, adesso sta sminuzzando ogni dettaglio, mentre tu rimastichi la storia di Kitsune, sperando di affascinarlo ancora. Lui deglutisce senza sforzo alcuno la carne saporita della volpe rossa e poi, nero su bianco, scrive sulle tue labbra la parola fine. Eiacula in silenzio. Tu sei chiusa adesso. Sei dentro la sua gabbia toracica e batti il tempo al ritmo del miocardio. Sferri calci convulsi a partire dallo stomaco dell’uomo che, nel frattempo, si è già rivestito. Proverà per lo meno un lieve senso di disagio? Un vago reflusso d’amore esofageo? L’attacco è la difesa migliore, affermi. Vorresti prevenire il grande incantesimo, quello che ti svelerà e ti uc-

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ciderà per sempre, perché un solo passo falso sulla via della noia potrebbe tracciare il seguito della storia in modo indelebile. Succhi ogni dettaglio della scena, mastichi fino al midollo l’immagine di lui che esce dalla porta e domandi alle conchiglie: tornerà? Siamo tutti provvisori, mormori, mentre sputi nel piatto una apofisi trasversa.


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di MARIAGRAZIA NEMOUR 12.718.641 voti per la Repubblica e 10.718.502 voti a favore della Monarchia. Repubblica batte Monarchia, uno a zero. Uhhhhh! Era il giugno del 1946. Probabilmente Mazzini ha affondato una gomitata nel fianco di Cavour, rinfacciandogli: “Visto? Visto? Te l’avevo detto che l’Italia Repubblica, doveva essere!” Eppure quel voto, allora, non fu per nulla scontato. Piombava su un’Italia sollevata dalla fine della guerra ma martoriata dagli effetti di quella stessa guerra, ancora lì, proprio vicina. Una guerra diventata civile. Civile, perché ci sono guerre civili e altre incivili. Mi viene da ridere, ma mi passa subito se guardo le mani che appiccicano di sangue, piene come sono di italiani che in piazza e nelle vie si spararono addosso. Da una parte una Monarchia contagiata di fascismo, rea di aver aperto la strada alla dittatura di Mussolini; dall’altra, una Repubblica gonfia di partigiani multicolor ma tutti formati all’antifascismo. E poi i fascisti che ritenevano un traditore, il Re. Perché noi italiani siamo così, facili all’incasinamento. Un giugno assolutamente rivoluzionario per l’Italia, quello del 1946: per la prima volta votano le donne! Povera Italiuccia, guarda a tante altre parti del mondo con superiorità, pronta a dare lezioni di sviluppo, dimenticandosi che quasi bastano le dita di una sola mano, per contare i decenni dacché concesse alle sue amatissime donne di accedere alle urne. Cioè, non per spolverarle, le urne. Prima le donne rimanevano a casa, a buttare la pasta nell’acqua che bolle. Ora continuano a buttare la pasta, ma prima fanno un salto ai seggi. Monarchia o Repubblica. Da italiana del 2018 penso che il sangue blu sia segno di un metabolismo avariato, e da torinista, opto per un bel granata democratico. Faccio fatica a non sorridere davanti all’altezzosità di una testa con una corona in cima. Inchinarmi? Non saprei come fare, ci vorrebbe un inaspettato colpo della strega. Mi risulterebbe più naturale chessò, azzardare il “moonwalk” davanti alla testa coronata del Re del pop, Michael Jackson. Guardare in tv le parate militari del due giugno mi mette a disagio, non trovo la po-

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sizione giusta sulla sedia. Sarà che io con un fucile in braccio o un carro armato sotto al sedere proprio non mi ci vedo, eppure, a modo mio sono molto patriottica, giuro! Si può essere pacifisti (o addirittura pacivisti, se ti attivi a fare pace) e amare profondamente il tricolore, che sa infiocchettare insieme gusti e pensieri diversi, uniti da una persistente italianità, che forse si sente più all’estero che non nel nostro bello stivaletto made in Italy. Uno stivaletto fatto in Cina e timbrato in Italia, probabilmente. Un tricolore che ormai si sbandiera solo ai mondiali, per dirlo coi colori, che siamo italiani. E non francesi ad esempio. Insopportabili, quelli. Ah già, ma non ci andiamo quest’anno ai mondiali, niente bandierina. Buffon, mollala lì di piangere! L’Italia delle eccellenze e della cultura è anche questo: sconfitta. Monarchia o Repubblica. Gli italiani nel 1946 non hanno tirato la monetina, hanno votato, perché è proprio questa la grande responsabilità di cui ci ha investiti la democrazia: scegliere. Occavolo. In un modo o nell’altro, scegliere, e provare a farlo con convinzione, dopo aver letto, sentito, guardato e pensato. Perché alla Repubblica piacciono le rivoluzioni delle idee, e non c’è nulla di più rivoluzionario che un voto consapevole. Ah… quest’anno non so proprio cosa votare. Ah… sono tutti uguali. Ah… quest’anno magari neanche ci vado a votare. Cazzo, ma li abbiamo letti i programmi, le idee, le proposte? Ma manco uno dice quello che pensiamo? Non è che un po’ ce ne freghiamo? No? Vabbè, era un’ipotesi. Perché io penso che i politici ci riflettono allo specchio. Belli o brutti. Noi-voi-essi, tutti. Tondi o magri. Cavolo se ci assomigliano, guarda come mi fa difetto il movimento qua; come mi tira ‘sto partitello scialbo, ordinario, grossolano, che mi sono scelta qua. Lo posso cambiare? Sì, lo possiamo fare. Magari infiliamoci qualcosa di più basico, poco costoso. Già sto meglio, no? Mettiamo il vestito sporco di guerra che avevano addosso nel 1946, per andare a votare. ìMonarchia o Repubblica? Repubblica, grazie. La Repubblica italiana.


BALILLA di ALFREDO GENTILE alilla, certo, un tempo si doveva esserlo, quando tutti allineati e coperti, si stava allegramente adunati nella piazza destinata al mercato nel giorno del sabato. Volavano calci negli stinchi, parolacce, epiteti poco gratificanti, tutti rigorosamente alle spalle dell’altro. Ma quando una camicia nera, rigorosamente stirata e tinteggiata nei pentoloni col nero d’inferno, veniva indossata per la manifestazione settimanale, tutto cambiava. Io, al solito, non ero convinto di queste adunate, lo facevo, quasi come se fosse stato in mio potere l’elevarmi al di sopra della piazza, lì su quel balcone, dove poco distante c’era la casa del fascio, e dove un federale ci guardava compiaciuto, cosi come si guarda quella carne giovane, tutt’al più tredicenne. Noi, al massimo tredicenni, non ci interessavamo delle sottili geometrie che si ammiravano dall’alto, ma eravamo intenti nel commentare l’ultimo manifesto dello spettacolo di varietà, giunto al teatro cittadino, dove le cosce disegnate colpivano il nostro sentimento di boy scout, già antico. Il desiderio di vederne dal vivo, ancora una volta, ci elevava al di fuori della piazza. La figlia della lattaia, aveva un debole per i giovanotti. Un debole, cui noi soggiogavamo con piacere e con una civetteria, che non si confaceva alla disposizione allineata e coperta, che avremmo dovuto mostrare. I calci negli stinchi, tra un sospiro e l’altro, meno male portavamo gli stivali. Ricordo ancora, di quando, Filippo, un amico camerata con in mano una zolletta di zucchero, faceva cambio con una mia caramella al miele; questo si notava dal balcone. E giù ancora calci, come muli scalpitanti che dal balcone non si sarebbero visti, complice anche il continuo cambiar di tempo dovuto alla conca meteorologica dove la nostra città s’adagiava. Qualsiasi città, con una catena montuosa alle spalle, ed il mare a pochi passi, ne soffre durante i periodi estivi. Noi sgomitavamo, certo nell’attesa di un “rompete le righe” che mai sarebbe arrivato, probabilmente perché dai balconi, tutto avrebbe avuto un altro aspetto. Intanto piovve, ed il fuggi fuggi generale per conservare le camicie intonse, fu notato. Rompemmo le righe, quel sabato. Non solo quelle. Poco lontano un megafono intonava:

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"E la bandieeeeraaaa, dei tre coloooorii, è sempreeeee stataaa la più bellaaaa” noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà". [interno uomo, dopo sessanta anni] Non morirò del tutto. - Ho portato a termine un monumento più duraturo del bronzo, più alto della regale mole delle piramidi, che la pioggia non corrode e che nemmeno il vento aquilonare, non padrone di sé, può diroccare. Nemmeno l’infinita serie degli anni e la fuga delle stagioni(*). Un monumento che non rappresenta la grandezza e la superbia degli uomini, ma la loro fragilità e stupidità, il voler a tutti i costi osannare la propria stirpe, quand’essa è fatta di pugni, calci, caramelle al miele scambiate in virtù di un’amicizia forse inesistente. Un’amicizia forte, poiché forte è il contrasto che la unisce, Filippo. Tu che giaci sotto questo marmo, e che probabilmente sei altrove per mio volere, in un crescere rigoglioso d’edera lì, su per il muro, per l’ennesima volta t’elevi e scalci. Scalci, poiché è nella natura delle cose attendere la pioggia e scalciare, scalciare attendendo la pioggia, crescere per arrivare su. In alto. Come un rampicante sfaldare quel mattone dal muro di cinta. Lì, dove nessuno può toccare. Sappilo, ci sarà sempre un balcone e un federale che ti noterà, un superiore sempre pronto ad annotare sopra un taccuino quegli errori. E le caramelle al miele si scioglieranno teneramente in bocca, ne avvertirai l’amaro dopo. Anche se piove.

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ULTRAVEGAN FOOD SHOW di ALESSANDRA CAPIO ome ogni sera la fila cominciava dalla seconda traversa di Via del Portonaccio. Teatro Fleed - Ultravegan Food Show, recitava l’insegna. Colori. Suoni. La promessa di un indimenticabile spettacolo, certificata anche dalla lusinghiera recensione di Adriano De Masssis dalle pagine de “Il nuovo palcoscenico” aveva decretato il successo della produzione. Carletto Rossi fece la coda beccandosi sette pestoni e quattro gomitate in sede renale, spintonò qualche matrona, acciaccò quattro ragazzini prima di raggiungere la cassa. - Un biglietto. La cassiera gli porse il tagliando sibilando un grazie gentile, ma dal suono inusuale. La zeta gli era tintinnata fra i denti senza che le labbra verde pistacchio-maturo si schiudessero. Posti limitati dentro lo strano teatrino off, simile alla cavità di una navicella spaziale. - Che lo spettacolo abbia inizio! -, esordì il presentatore, uno spilungone dal colorito verdastro vivacizzato dalla tutina rosso-Maranello. Di lì in poi fu un turbinio di saltimbanchi, giocolerie fluide di acrobati fluttuanti in un palcoscenico privo di forza gravitazionale, pagliacci attraversati da una malinconia feroce. Poi una musica orrenda s’aggrovigliò ai timpani degli spettatori, guidando i contorcimenti di alcune ballerine dei sette veli. Ottomane. Non nel senso di turche. Avevano letteralmente otto mani. Quella dalla treccia fosforescente, la più conturbante, si diresse verso Carletto attirandolo a sé nel suo flusso di dita. Il presentatore lo invitò a salire sul palco per il numero successivo. L’ultimo. Carletto si lasciò condurre dall’ondeggiare tentacolare di braccia. Sul palco altri quattro spettatori erano immersi fra le spire delle danzatrici. - Signore e Signori è arrivato il momento… - …E mo’ che succede? –, chiese Carletto alla sua ottomana, mentre il ragioniere barbuto alla sua destra tentava di sfogliare i veli della Kalì turchina al suo fianco. - Tranquillo. Penso a tutto io. Per favore, però, manda giù questa -, mormorò lei. Il palmo della quarta mano racchiudeva un minuscolo confetto opalescente. - Cos’è? - Nulla, un disinfettante. - Ah! E perché?

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-Precauzioni. Di questi tempi ci capita di tutto. Malattie, gente poco pulita. Carletto obbediente ingoiò il confetto. Una dolcezza nauseabonda gli dilatò la trachea. - Cosa diavolo… - Tranquillo. Meglio rilassarsi -, disse la ballerina e gli massaggiò le tempie, mano dopo mano, delicata, insinuante. Carletto parve gradire la cosa. - Bravo. Così. Sarà questione di un attimo. - Un attimo dici? – - Eh sì. Sul palco non si va per le lunghe. Abbiamo due repliche al giorno. Capisci bene che dovrò essere rapida. La musica copriva le parole della bella danzatrice, il leggero sibilo fra i dentini. - Che poi ne faremmo volentieri a meno. Ma come si fa, in fondo è una scelta di vita. Etica. -Eti… che? - Sì, cosa fate quando vi votate al vegetarianesimo? Cominciate a non mangiare carne. Poi diventate vegani, giusto? La musica aumentò le sue volute; si inerpicò. - Succede anche a noi, su Vega. Perché sprecare risorse animali? Peccato che le nostre forme vegetali siano un tantino disgustose. Così abbiamo voluto provare con nuovi gusti. La ballerina aderì al corpo di Carletto, avvicinò il volto al cranio pelato. Socchiuse le labbra. Un filo di saliva colò sulla tempia. Per un istante a Carletto sembrò di intravedere fra i denti piccoli e candidi una tenera lingua biforcuta. Fu di parola: l’operazione durò pochissimo. Svuotato del contenuto ematico il corpo si accasciò come un sacco vuoto. I nuovi umori opalescenti iniettati ridiedero immediatamente vita alle membra disseccate. Il pubblico si profuse in una sequela di applausi: alla morte apparente dei cinque malcapitati spettatori era seguita una miracolosa risurrezione. A spettacolo terminato gli spettatori si alzarono per raggiungere i portelli a chiusura magnetica. - Dica la verità. Che trucco hanno usato sul palco? Sembrava tutto così reale –, chiese la vicina di poltrona a Carletto. - Nessun trucco sssignora, le asssicuro – sibilò Carletto. Per un istante alla signora sembrò di intravedere fra i denti una lingua biforcuta.

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DOMANI PARTIAMO di ETTORE ZANCA

u dormi, l’innocenza del mondo credo si sia trovata a sorprendersi nei tuoi occhi chiusi. E io posso solo abbracciarti. L’unica forma di protezione che ho. Vorrei bastasse. Che fosse il malaugurio, il demone che tenga lontano chiunque vorrà avvicinarsi a te. Mentre riempivamo le sacche in fretta e furia, tua mamma ti sorrideva, tuo fratello dormiva ignaro sulla sua schiena. Tua mamma. La donna più bella del villaggio. Se l’amore ha occhi e un colore, quello sguardo ha l’ebano della tua mamma. Che prendeva le sue povere cose per scappare. A tuo fratello abbiamo potuto opporre un silenzio di smorfie e sorrisi. Per lui casa è dove lo portiamo. Come un senso atavico di tana. La sua vita sono i nostri odori e le nostre gambe a cui si aggrappa e si rifugia terrorizzato, se qualcuno avanza con un passo troppo deciso per le sue piccole gambe malferme. Papà e mamma devono essere per voi sorrisi, comicità, risate. Come una danza buffa di uno stregone ebbro. Come la danza felice che feci davanti a quell’ospedale messo su per miracolo. Le organizzazioni umanitarie, si ricordano che anche noi sotto questo colore abbiamo nervi, carne, cuore. Che abbiamo figli da volere, stelle da contare, paure che nessuno ci caccia in comode case. Quel giorno quell’ospedale di fortuna mi sembrò il posto più bello del mondo. Più bello del mondo mi sembrava. E lo sarebbe stato per davvero il posto più bello del mondo. Savana e spine dove farvi male, dove insegnarvi a camminare a piedi nudi, maestosità di felini che sempre meno riescono a esistere. Quelli che chiamano “re della foresta”, ma dovrebbero dire “della savana”. Se non fosse stato per il male che gli uomini chiamano Dei, religione, ideali. Tutto un pretesto. Per non farti dormire tranquillo amore mio. Un pretesto che entra come una lama avvelenata nel cuore degli uomini. Che nessuno stregone sa togliere. Perchè dietro tutto questo c’è un

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mostro verde. Il denaro. La ricchezza acceca. E fa credere di essere potenti. Ma non si può dire che si uccide, si bombarda, si spara, per denaro. Per potere. Allora parlano di due scatole che hanno riempito di sporcizia. Parole stuprate del loro significato. Religione e democrazia. Da tutti i lati. Ti fanno credere di essere buoni e ti esportano democrazia. Ti dicono di essere fratelli e ti impongono un loro dio. Immagina, figlio mio, noi siamo in mezzo, due massi enormi che ci schiacciano, ci triturano. E noi non sappiamo dove scappare. Dobbiamo scegliere il male minore, andare via dalla casa che abbiamo sempre avuto. Perchè rimanere significa morte sicura. E tra morte sicura e probabile. Io scelgo. Anche per voi che mai forse avrei voluto. Niente più fuochi propiziatori di raccolto, niente più uomini che ci aiutano a costruire pozzi, niente casa di fango e muri a secco. Fare il pane che ti piace tanto. Chissà se lo rifarò mai più. Solo scappare. Solo arrivare ad un mare che non abbiamo mai visto e che detto tra noi, non mi interessava nemmeno di scoprire. Affidare me a qualcuno, sperando che mi guidi bene, anche dopo che l’ho pagato, sperare che nessuno vi tocchi, perchè servono organi di bambini, perchè mia moglie è bella. Perchè non lo so, questa morsa che stringe il mio cuore, per un mondo che non sembra ospitale e sembra non ci voglia. Un leone sazio che però si diverte ancora a mangiare e far male per pigrizia. L’uomo è cattivo tanto quanto è buono. L’unico con senso vero dell’aiutare, l’unico con la voglia di uccidere solo per levarsi un capriccio. E noi siamo qui amore mio. Mentre tu dormi e io ho i sensi moltiplicati. Una belva ferita che non ci sta a morire perchè sa che sacrifica i piccoli se solo perderà il contatto col terreno. Non posso renderti il mondo come avrei voluto. La realtà


è questa. E ogni movimento che facciamo qui dentro, aumenta di un anno la tua età, diminuisce la tua innocenza e il tuo fidarti di tutto. Una crescita che è una esplosione di delusione e disperazione. E io non posso farci nulla. Per dirti che non è questa gara a chi sovrasta. Che non ti guardano nemmeno in faccia. Che se domani tuo padre non riesce più a stare in vita perchè la febbre aumenta, lo butteranno a mare senza nemmeno chiederti il permesso. Quando siamo arrivati da quegli uomini che ci avrebbero messo su questa nave scassata per attraversare il mare, ci ho provato a chiuderti gli occhi. Perchè stava succedendo quello che succede sempre, mi hanno detto. Quando arrivi qui ed è ora, devi imbarcarti per forza. Non puoi tornare indietro. Non è una questione di scelta, è che non torni e basta, se ti rifiuti ti tagliano la gola e caricano a forza la tua famiglia sulla barca. Per loro è così. Fuggi da un nemico che ti impone una legge, da uno che ti dice di essere amico e ti bombarda, arrivi da chi ti dovrebbe salvare e ti macella. Questa è la vita che ti ho imposto. Ma non volevo. Non volevo figlio mio. Siamo dentro questo barcone. Per salvarvi tutti non avevo potuto prendere posti sul ponte, siamo nella stiva. Tra la puzza di kerosene, la puzza umana, il dormire in piedi, il far dormire te in piedi. Ti chiedo scusa. Ti chiedo scusa per tutto quello che non meriti e non importa che il mondo lo sta infliggendo anche a me. Perchè un padre deve proteggere il proprio figlio e io la vedo la tua delusione mentre ti sforzi di considerarmi ancora il tuo idolo. E invece non sarà così, se sopravviveremo non mi vedrai maestoso e sorridente come al nostro villaggio, non mi vedrai scalzo e felice.

Mi vedrai umiliato, sconfitto, sempre a ringraziare. E io spero di trovare un lavoro. Qualcosa di dignitoso, che mi ripaghi da tutto questo. Ma non adesso, non devo sognare, la benzina mi stordisce, se mi addormento ho paura di morire e ogni tanto scuoto anche te. Devo proteggerti e io invece ti ho mentito per primo. Per esempio non ti ho mai detto che sto mettendo la tua vita in mano alle onde e ai loro capricci. Che non lo so dove saremo domani. Che potremmo essere carne per i pesci, ossa per i fondali. Che potrebbero trovarti esanime in una spiaggia, o arrivare da solo senza di noi, persi chissà dove. O potrei perderti io, non sapere più dove sei, ed ecco che gli incubi fanno a gara a terrorizzarmi la vista. Vorrei che chiunque ci costringa a tutto questo, sappia poi guardarti negli occhi e spiegarti perchè lo fa, perchè io che nella mia savana sopravviverei, qui sono immondizia. Perchè non posso vivere dove vorrei e devo vivere dove nemmeno mi vogliono. Dicono che quando arriverò, mi grideranno “tornatene al tuo paese”, non potrò nemmeno rispondere come vorrei. “Certo che ci torno, tu toglimi quella cazzo di guerra che me lo sta distuggendo!”. Ma non posso, sempre ringraziare, anche quando dicono di no, che non hanno spicci, se magari li ho aiutati a portare la spesa. Tutto questo accompagna i miei pensieri, mentre mi chiedo se è notte, o se semplicemente qui dentro non sappiamo se è giorno, perchè lo sarà quando apriranno quel portellone. Perchè spero in un’alba in cui un uomo mi dica che posso pregare il mio dio senza paura e il mio vicino può pregare il suo senza pericoli. Mentre ti tocco la fronte ogni minuto, temendo tu abbia la febbre. Mentre controllo che le ondulazioni della barca non siano così forti da giudicarle assassine. Mentre il mondo vive, chissà dove, le sue comodità. Tu stai aprendo i tuoi occhi. Mi piacerebbe che li accompagnasse l’alba. E io chiudo gli occhi e mi dico che li riapro nel mio villaggio, che è tutto un sogno frutto di un maleficio. Mi chiedi dove siamo, il barcone ondeggia, devo solo capire se tanto da diventare una bara da fondale. Poi ti risponderò, ma voglio essere sicuro. Voglio dirti che siamo arrivati, che non hai nulla da temere. Adesso te lo dico, un altro minuto ancora e rispondo.

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DIRE, FARE, BACIARE testo di LUIGI ANTIOCO TUVERI • illustrazioni di CLAUDIA BUBBICO

l dire cominciò una sera dopo cena con una telefonata e una figlia che le mise in mano il cordless: «Ho una cosa che appartiene a lei» disse la voce. Gianna abbassò la radio, chiuse il frigorifero e si sedette. Allungò le gambe sullo sgabello e una ciabatta, che il cane corse ad addentare, le cadde dal piede. La porta lasciata a metà trainava l’urlo della tivù dalla sala. Il marito guardava Calcio News e le grida dei giornalisti erano bombe. Gianna afferrò la maniglia e chiuse. «Lei è la Gianna Mari che abitava in Via Foldi Uno?» «Con i miei genitori, anni fa». «Si fida? Sì, no? Risponda, ho qui una cosa sua, le interessa? Sì, no?» «Prego?» «Stazione di Abbiategrasso, ore diciotto. Metta qualcosa di giallo». «Ho una giacca, però non è proprio gialla…» «A domani». Gianna ripensò alla casa d’infanzia, al tempo trascorso, agli avanzi che stava preparando per il pranzo in ufficio. Si alzò e sopra il risotto posò una sottiletta. Il giorno dopo, quando cominciò a pensare a uno

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scherzo, l’orologio della stazione segnava le 18.13. Maledì la propria ingenuità, l’incapacità di replicare per le rime e le scarpe che stringevano il tallone. Alle 18.33 tornò all’auto decisa ad andar via, non sopportava però l’idea d’essere venuta per niente e rientrò in sala d’aspetto. Domandò dei ritardi all’impiegato che alzò un braccio indicando il monitor: quello da Asti tardava mezz’ora. Alle 18.47, lungo le rotaie inchiodate a sud ovest, in uno stridore molesto apparve la sagoma ferrigna d’un treno. Gianna inaugurò il fare e si piazzò sulla banchina con la sua giacca gialla, le scarpe col tacco e una gonna nera. Si aggiustò i collant pizzicandoli sulle ginocchia. L’ometto piccolo e pelato sceso dall’ultima carrozza la riconobbe subito: «Ha tempo? Sì, no?» «Quella cosa per me?» L’ometto tirò fuori una busta: «Indirizzata a lei» disse «mai spedita». «Come l’ha avuta?» «Ho da fare le pulizie a tre chilometri da qua. Sono in ritardo. Ha l’auto?» «Sì». «Un passaggio?» Gianna era titubante: «Va bene» disse. «Intanto le spiego, mi deve perdonare se approfitto».


l’esperimento Gianna pigiò le dita sulla busta e la carta crocchiò. Andarono. In auto, lui indicava la strada e intanto parlava: «Colleziono roba militare» fece a un certo punto «la lettera l’ho trovata nella tasca d’un cappotto da soldato». Gianna si fermò in un grande piazzale circondato da capannoni di cemento e ferro: «Ma poi torna a piedi alla stazione?» «Sì». «Se vuole posso aspettare, non ho fretta». «Lei è una donna meravigliosa». «È il minimo che possa fare per la sua gentilezza». «Bene. Ora vado. Grazie. Non ci metterò molto». Gianna aprì la busta aiutandosi con una limetta per le unghie e tenendo il fiato allargò il foglio. Lesse le parole per il tempo che l’ometto restò via. Una, due, trenta volte. L’ometto riapparve dopo una buona ora, sempre intrappolato in un andamento fragile, quello di chi pare essersi perso nel mondo. «Che profumo incantevole» disse lui entrando in auto «ma lei piange, perché?» Gianna stringeva la lettera bagnata. «Un po’ d’emozione» disse «cose di quand’ero ragazza». «Guiderei io» disse lui «ma non so guidare». Le

diede un fazzoletto. «Ce la faccio». Si asciugò. Infilò la lettera nella busta e poi nella borsa. «Mi spiace, credevo di farle un regalo». «E lo è». Tornando restarono in silenzio. La stazione si era accesa d’una luce fioca che gravava sulle bici abbandonate. Nubi viola velavano la luna. «Proverà a cercarlo come io ho fatto con lei?» «Non serve, da più di trent’anni è sempre nello stesso posto». «Capisco» aprì la portiera «immagino non ci vedremo più» disse l’ometto. «Perché?» Un treno si fermò gemendo. «È il mio». «Tutti i giorni va a piedi da qua ai capannoni?» «Tranne il martedì e il sabato». «Tornerò ancora». L’ometto fece per scendere ma Gianna lo trattenne. E qui iniziò il baciare. Si lambirono le labbra, accostandosi l’una all’altro lievi, come rugiada allo stelo. Poi lui prese il treno e lei lo guardava: le piaceva quel passo insicuro, tenero, di chi è solo al mondo. Nella notte splendida.

La principessa e il drago testo di DAFNE ROSSI era una volta un principe che abitava nel bosco di rose dentro una caverna grande e profonda. Il suo migliore amico era un lupo che abitava in un magnifico palazzo in mezzo al bosco. Erano sempre insieme e giocavano felici. Un giorno una strega fece un incantesimo al lupo e lo trasformò in una pecora. Intervenne allora lo stregone padrino che disse al principe di andare nella casetta del bosco di pini a cercare il pinolo magico che avrebbe rotto l'incantesimo. Il principe partì e dopo tre giorni di cammino arrivò alla casetta e trovò il pinolo sotto una tegola del camino. Ma al suo ritorno la strega gli tese un tranello: con i suoi poteri lo trasportò in men che non si dica nella torre più alta del palazzo del lupo, in una stanzetta senza porte e con solo una finestrella, dalla quale entrava appena un po' di luce. Anzi, ben presto non entrò più neanche quella perché intorno alla torre la strega fece crescere rovi spinosi e mise a guardia del castello un enorme drago sputafuoco, legato con una grossa catena a una zampa. Avvenne però che una principessa di un regno che più lontano non si può, che girava il mondo in sella alla sua bicicletta, passasse per caso da quelle parti e udisse dei belati provenire da qualche punto non precisato nel bosco di rose, che ora era diventato pieno di rovi.

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"Cosa ci fa una pecora nel bosco?" pensò la principessa. E subito indossò il suo casco per proteggersi dalle spine, sguainò la sua spada e tenendo il manubrio nell'altra mano, si avventurò nel bosco e tagliò i rovi che le bloccavano il passaggio. Poi vide il drago. Lì per lì ebbe paura, ma notò la catena che lo legava e capì che il povero animale doveva soffrire molto. Con un colpo di spada spezzò la catena e il drago volò via. Finalmente la principessa arrivò sotto il castello e vide venirsi incontro la pecora che con cenni e belati le indicava la torre più alta del palazzo. La principessa inizialmente non capì cosa la pecora volesse dirle, ma improvvisamente tornò il drago che la prese in sella e volando la portò in cima alla torre. La principessa picchiò alla finestra e vide il principe che si affacciò subito e salì in sella dietro di lei. Quando la strega si accorse della fuga, si precipitò verso di loro per fermarli, ma il drago sputò fuoco su di lei e la incenerì. Poi il principe ringraziò la principessa per averlo salvato e tirò fuori il pinolo magico, la pecora lo mangiò e tornò ad essere un lupo. Così il principe e il lupo continuarono a vivere felici nel bosco delle rose e la principessa visse ancora tante avventure in sella alla sua bicicletta e in compagnia del suo nuovo amico drago.

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COSA LE RACCONTO OGGI di LINDA SMERALDI

uongiorno Dottore, mi stendo al solito posto, oramai il gesto è automatico. Sì sto bene, diciamo. Fisicamente non ho malanni, se mi tocco non sento dolore, le gambe vanno, è la testa che fa quello che vuole, lei lo sa. Cosa le racconto oggi? Bella domanda. No, rido perché per fortuna so ridere ancora, sa quando qualcuno si prende in giro da solo? Ecco così, mi prendo in giro da solo e rido, e lo faccio spesso sa? A casa, in ufficio, in macchina. E ovunque lo faccia c’è sempre qualcuno che mi guarda strano, il gatto a casa, i colleghi in ufficio e i pedoni ai semafori. Ma me ne frego, chissà se loro sanno ridere sulle loro disgrazie. Mi mette in crisi tutte le volte, parto da casa pensando cosa posso raccontarle questa volta. A volte vorrei distendermi e dirle “Non ho nulla da aggiungere Vostro onore!”, forse riderebbe qualche volta anche lei se qualche suo paziente lo facesse. Non deve essere un bel lavoro il suo sa? Ascoltare gente depressa, al limite del suicidio, uno poi va a casa e davvero non può trovare bella questa vita, e come fa a sprizzare gioia da tutti i pori, come fa? Davvero lei fa un lavoro di merda, mi scusi Dottore, senza offesa eh? Con tutta la stima che ho per lei, ci mancherebbe, lei è un Santo, un angelo paziente. A proposito, scusi se le faccio una domanda, ma lei non si arrabbia mai? Che ne so, sa quando ci si incazza di brutto e si diventa paonazzi e con le giugulari gonfie? No perché lei mi rappresenta la calma in persona, la quiete, sembra quasi finto. Finto inteso senza

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emozioni, no no, non voglio dire che lei non ne ha, ci mancherebbe, è che lei sa tenere a bada tutto. Ma come fa? Me lo sono sempre chiesto, come fa a stare seduto composto mentre qualcuno le rovescia parole terribili, non che siano offese, ma terribili in quanto a contenuti del suo sentire. C’è gente che vede i mostri, che ci abita proprio, e lei è seduto con le gambe incrociate, nel massimo della sua rilassatezza. Pare sereno sa? Sereno, e annota molto, vedo. Darei non so cosa per sapere cosa scrive, sì lo so, segreto professionale, non mi permetterei mai di chiederle di farmi vedere cosa sta scrivendo. Ci mancherebbe. È che la curiosità mi mangia, va be', tralascio questo stupido pensiero e vado oltre. Oggi ha un bel paio di pantaloni, proprio belli. Dove li ha presi? E poi con quella camicia stanno da Dio, caspita ha anche gusto nel vestire, ed io che vi penso sempre grigi e spenti, con gli occhialini tondi e stempiati, un po’ ingobbiti. Lei è anche un bell’uomo sa? Sì, lo so, che non c'entra niente, ma se la conoscessi per caso là fuori nel mondo non direi che fa lo psicanalista, le darei dell’agente di commercio, del commesso, del commercialista, non so. E scommetto che piace pure alle donne! Ok, questa è la sua sfera privata, sua, non ci devo entrare. È sposato? Scusi, sono un disastro. Oggi proprio mi sento scomodo su questo lettino, è diventato piccolo. Non è che l’ha cambiato? Che bello studio che ha Dottore, proprio bello, minimalista! Come piace a me. Se fossi Dottore come lei me lo farei anch’io così sa? Però i quadri non incontrano i miei gusti, troppo grigi e marroni, io sono più per i verdi ed i blu. E le cornici io le metterei, magari di alluminio, che fa tanto minimal. Ma senza cornice un quadro è come una bella donna senza capelli, paragone irriverente, forse. Mi è venuto così. Ora che ci penso una bella donna è bella anche senza capelli perché la vera bellezza di una donna sta negli occhi, per me. Sa quegli occhi caldi, quasi neri che sembrano pozzi infiniti? Ecco quelli sono i più belli, ci puoi cadere dentro a quegli occhi, chissà dove ti portano. Di sicuro i più devastanti, in quanto a bellezza. Ho visto anche dei bei laghi azzurri e dei bei prati verdi, ma io sono attratto dalle cose misteriose e non rasserenanti, c’è poco da fare. Vede che vengono fuori sempre le donne? Sempre. Io ci provo a non pensarci ma niente, da un quadro son passato ad una donna. Che strade strane percorre il nostro cervello, a volte lo odio. Chissà il suo le strade che fa. Il mio di sicuro è in montagna tra i tornanti, a volte va pure a sentieri inesplorati e tortuosi. Il suo per me assomiglia all’A4, senza traffico. Scusi se mi scappa da ridere e non era un’offesa eh? Anzi. E' che di sicuro lei è bello che risolto, dritto, senza nodi e pensieri strani, i mostri lei li ha sconfitti in fasce o forse è nato senza, chi lo sa. I genitori sono ancora tutti e due vivi? Ah, tempo scaduto. Sono già passati 55 minuti, cavolo sono volati. Ed io che non sapevo di cosa parlarle oggi. Grazie Dottore, quando esco da qui sto sempre bene, lei è un angelo se lo ricordi sempre. Ci vediamo mercoledì prossimo. Saluti casa. www.iostinataecontraria.blogspot.com


IL VECCHIO E IL CANE di ODETTE COPAT

uando mi è stato proposto di scrivere questo pezzo, in casa stavamo aspettando l'arrivo di un cane, un cucciolo di pastore australiano, per la precisione. Il giorno seguente saremmo andati a prenderlo separandolo dal resto della cucciolata, e sarebbe entrato a far parte della nostra famiglia. E così io ho accettato sentendomi un po' la versione femminile di Owen Wilson in “Io & Marley”, presente quel film in cui lui tiene una rubrica in un giornale, mentre cerca di destreggiarsi nella gestione di un cagnone di fatto ingestibile sul quale spesso vertono i suoi articoli? Ecco. Certo, nella mia fantasia mi figuravo un cane decisamente meno irruente di come è Marley nel film (e okay, dato che c'ero, io decisamente più fica di come sono della realtà), ma più o meno l'immaginario era quello. L'entrata in scena di un cane sarebbe stata fautrice di nuove opportunità espressive e spunti narrativi, in un estroso pastone a base di crocchette, scarpe smangiucchiate, vasi rotti, perle di saggezza estratte dalla materia più umile che c’è perché si sa che dai diamanti non nasce niente ma dalla cacca nascono i fior, e poi ancora aneddoti divertenti, figure retoriche perfette come un osso palindromo, e considerazioni sulla vita profonde come buche scavate in giardino. Insomma nella mia testa il cane avrebbe aggiunto alla

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mia esistenza soddisfazioni e materia creativa ma anche caos e sovrabbondanza di parole sotto forma di comandi, divieti, richiami. E infatti ora che il cucciolo è arrivato, anzi arrivata dato che di femmina si tratta, e mi trovo a portarla al parco per la prima volta, sono tutta un avanzare sghembo, un incastrarmi nel guinzaglio, un proliferare di chiacchiere e vezzeggiativi e perfino di confidenze da donna a donna (più o meno). “Tu gli parli troppo", mi riprende un vecchio seduto su una panchina, probabilmente dopo aver osservato il mio fare da neofita. “Come, scusi?” “Gli parli troppo, ti ho detto.” “Le parli troppo, semmai, è una femmina", preciso. “Non è questo il punto”, mi liquida il vecchio, “ai cani si deve parlare poco, hanno bisogno di comandi chiari, non di discorsi inutili.” Il mio primo istinto è di mandarlo affanculo, voglio essere sincera. Ma come - penso - mi piglio un cane tra le altre cose per raccontargli tutti i cacchi miei ché tanto lui se li tiene per sé e io lo psichiatra non posso permettermelo, e questo mi dice che ai cani non bisogna parlare? Ho un moto di ribellione. “Be’ ma, mi scusi, che male c’è se le parlo?” “Meno parole sprechi, più saranno incisive quelle che userai al momento opportuno.” Sì, ma che vita di merda, penso tra me e me. “Ha ragione”, dico invece ad alta voce. “Io al mio parlo poco e lui capisce tutto." Mi volto e vedo un pacifico pastore tedesco godersi il fresco sotto un albero, e poi tollerare con pazienza l'arrivo di un bambino che prende a carezzarlo con mani grassocce e maldestre. Mah, io non lo so se il vecchio ha ragione, se davvero con i cani bisogna comportarsi come sostiene, ma ammetto che ciò che dice ha una sua logica. Così nel dubbio lo ringrazio per il consiglio e mi metto a sedere accanto. Il vecchio mi offre una sigaretta, ma io ho smesso molto tempo fa, non ho il fisico per campare fino alla sua età fumando sigarette senza filtro. Non trovo di meglio che ricambiare smezzando un chewing gum che recupero dal fondo della tasca. Il vecchio accetta la metà che gli porgo, non la mangia come sapevo non avrebbe fatto, ma se la infila nella tasca della giacca. Rimaniamo così, sulla panchina a guardare i nostri due cani che dopo un po' si avvicinano l'un l'altra, si annusano, si studiano, iniziano a giocare assieme, e infine fanno la cacca. Io vorrei dire qualcosa, trarre una conclusione, un senso, una perla di quelle che dai-diamanti-non-nasce-nienteeccetera, ma poi mi pare che il senso sia già tutto lì. Io e il vecchio continuiamo a starcene seduti in silenzio, giurerei però entrambi consci della gomma da masticare che prima si trovava intera nella mia tasca e ora invece sta metà nella mia e metà nella sua. 30giorninprova.wordpress.com

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AGENZIA K di ERNESTO TORTA - Ciao Andrea, ti vedo carico. - Sai Marco, ci sono momenti che ti fanno stare bene. Non capita spesso in questo lavoro. - Eh lo so, dai racconta se non ti sembra che sia troppo tardi. Possiamo ordinare un paio di birre, tanto per oggi hai finito. Che ne dici? - Si, hai ragione. Anche perché non ho nessuno ad attendermi a casa purtroppo. Sentimi bene. C'è questa coppietta, lui sui quaranta, alto slanciato capelli lunghi ma non esageratamente. Vestito impeccabile, credo fosse un Armani, alta moda. lei, sui trent'anni, fisico da lapdance, occhi da cerbiatta e capelli biondissimi. Si stavano tenendo per mano, quando sentono un miagolio prolungato e vedono quel povero micino che non riusciva a scendere dall' albero. - Immagino, sarà stato un cucciolo, che era salito per gioco, la prima volta. Poi è come nella vita, salire è facile, ma dover scendere all' improvviso ti manda in crisi. E allora che è successo? - È successo che lei si è commossa, voleva aiutare il gattino ma non sapeva come fare. Lui però, l' ha fatta sedere in una panchina, le ha dato un morbido bacio poi è entrato in azione. Ti giuro che sono rimasto a bocca aperta. Sì è tolto la giacca, l' ha appoggiata sulle gambe della ragazza, e in un attimo si è trasformato. Ti giuro, sembrava Spider-Man. Con due passi è arrivato sotto l' albero, ha guardato un attimo in su verso il gattino e un minuto dopo era già salito. Un felino, quell' uomo. In meno di trenta secondi è arrivato sul ramo più alto, ha preso il gatto con una mano e si è portato in punto nascosto. Poi l' ho visto dondolare da un grande ramo e lanciarsi nel vuoto. È atterrato, attutendo il salto, piegandosi sulle ginocchia. Avresti dovuto vedere lo sguardo di lei quando le ha messo il gattino sulle ginocchia. Non ho mai visto in vita mia tanto amore. Hai presente la scena del ballo della Bella e la bestia? Ecco l' ho invidiato da morire. Mai pensavo di riconoscere un sentimento da un solo gesto.- Hai ragione Andrea, a volte la vita ci sorprende, anche noi che ne abbiamo viste di tutti i colori. Poi che hai fatto? L' hai applaudito? - No, scherziamo. Gli ho sparato subito. Prima a lui e poi lei, due colpi al cuore. Non potevo permettermi emozioni fuorvianti. - Scusa, ti capisco. Il lavoro è lavoro. Però che bello l'amore. - Vado ora, ciao Marco. - Ciao Andrea, vai pure che ora tocca a me il turno in agenzia. La busta l'hai lasciata sul tavolo, vero? - Certo - Ciao Andrea, hai cenato?

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- Si Marco, sono stato da Tony, era molto che non ci passavo. - Wow, il Re del Tartufo. Mamma mia che occasione. Immagino che ti abbia trattato da re. - In effetti, sai ha un nuovo cuoco finalmente alla sua altezza. Pensa che è quasi sei mesi che lo sta addestrando. È un Egiziano. Comunque devo ammettere che cucina da Dio. Forse risolverà tutti i suoi problemi. - Lo hai visto all' opera? - No è rimasto sempre in cucina, non è ancora in regola con i documenti, ma Tony mi ha assicurato che era questione di ore. Anzi per essere precisi, ha detto che l' assunzione vera partiva da oggi a mezzogiorno ma solo domani mattina il postino gli avrebbe fatto recapitare tutte le carte. - Beh, ma che importa, raccontami. Aspetta, aspetta, indovino. Antipasto con una leggera frittatina è una spruzzata di tartufo bianco? - Esatto accompagnata da un Rosso Conero da tre bicchieri. - Immagino, tagliatelline a mano con una montagna di tartufo? - Hai beccato anche queste Marco. Si vede che conosci bene il Menù. - Sicuro, e immagino un Lacrima di Morro al bicchiere? Tony che si sarà seduto con te, e da buon anfitrione ti avrà raccontato tutti i suoi problemi, ma in quel modo che sa lui. Avrai riso come un pazzo, nel sentirlo parlare di come lo raggirano le sue donne. Embè, se vuoi correre la cavallina devi spendere un po' di più. É logico. - Già, poi se pensi che si è sempre diviso tra cucina e sala, puoi immaginare la grande fatica a controllare le spese di quelle giovani donne. Ai creditori poi, mica puoi dire che ti stanno spennando. Gli interessi si alzano. Ma ora vedrai che con l' egiziano il problema è risolto. Se ho ben capito è molto ricco, cucina per passione. Una volta partito marcera' come un treno. Comunque è arrivato il brasato al tartufo e ho sentito che si apriva la porta della cucina sul retro e che se stava andando. La discrezione in persona. Pensa mai una volta che si fosse affacciato. Anche questa è una gran dote. In poche parole, caro Marco, una cena eccellente, come sempre. - Andrea, mi hai messo un appetito pazzesco, non vedo l'ora di passare una serata lì. E dimmi Tony come l' hai lasciato? - Stecchito naturalmente, ma non preoccuparti che ti posso rassicurare subito. L' egiziano è un cuoco eccezionale, per cui non abbiamo perso niente. Il lavoro è lavoro. - Hai ragione Andrea, avevi già aspettato abbastanza. Lo prendo come una gentilezza. Appena riapre il Locale ci vado. Anche perché, se questo Egiziano è ricco, non ci dovremo preoccupare troppo. Vado a iniziare il mio turno, mi aspetta un Barista birichino. - Mi raccomando, non prendere troppi caffè. Sai che il nostro è un lavoro di precisione e freddezza. - Tranquillo, di solito, per non esagerare lo prendo sempre macchiato.


lestoriedisvacco

I sette peccati capitali testo di REGINA RE illustrazioni di GIULIO DE VITA sette nani si erano riuniti per il brainstorming nello studio 7, quello accanto al set di Beetlejuice, lo spiritello porcello. Lo studio era riservato per le riunioni del cast ed era situato non troppo lontano dal set, il bosco incantato, ricreato proprio vicino a Shrek 4D. Il corriere dell’ “A1 Express - Delivery Service” era arrivato sgommando davanti all’entrata degli Studios, rischiando di prendere in pieno la grande palla d’acciao che si erge tra gli zampilli della fontana. Il pacco recapitato era stato inviato dalla produzione. Quella mattina Walt JR Terzo si era svegliato nella sua dimora di Beverly Hills, aveva notato due signorine non identificate nel suo letto, forse un avanzo del festino della sera prima, era uscito sulla grande terrazza della camera da letto in slip leopardato, si era tuffato nella piscina e aveva avuto una grande idea. “Snow White non è più di moda, devo renderla più attraente per il grande schermo! Un nuovo film d'animazione, un film destinato ad un pubblico adulto, sì, questo ci vuole. Sì”, aveva pensato. “ Dolores, chiamate il corriere, presto!”, aveva strillato alla governante. In realtà Walt JR Terzo voleva trovare un altro tipo di mela da proporre a Biancaneve. Pertanto aveva inviato un messaggio in busta chiusa direttamente al cast, proprio come usava fare suo nonno, il grande Walt Disney. Sul foglio bianco era stampato a carattere 18 ed in grassetto corsivo: "I sette peccati capitali". Questo sarebbe stato l’oggetto del brainstorming e, a ruota libera, i sette nani avrebbero discusso e tirato fuori le idee per il nuovo film d’animazione. Biancaneve non era stata invitata e, del tutto ignara, riposava nella roulotte parcheggiata nella piazzola adiacente al Bosco Incantato. Erano le sei del pomeriggio e il prossimo show era previsto per le venti. Il futuro di Snow White era nelle mani dei nani, anzi in quei fogli bianchi appoggiati sulla tavola ro-

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tonda che aspettavano soltanto di essere macchiati dall’inchiostro delle nuove idee. Quel saputello di Doc aveva aperto la busta e, riposizionandosi gli occhiali sul naso, aveva esordito leggendo ad alta voce la traccia da sviluppare: “I sette peccati capitali”. Poi aveva aggiunto con enfasi da oratore: “Siamo o no comuni mortali? Siamo o non siamo esseri umani? Umano è limitato e si autolimita con il peccato.” Con la mano aveva fatto un cenno a Grumpy che, con un grugnito e in tono alquanto scorbutico, aveva continuato: “C’è poi chi si sente superiore e invece è soltanto un gran…” Dopey, che ormai aveva imparato a parlare, con la sua vocina squillante aveva canticchiato: “Bene, i peccati di gola a tutti sono concessi, che poi vai in un centro e ci lasci pure gli interessi!” Uno starnuto aveva preceduto Sneezy che, negli anni , era diventato allergico anche all’apertura del portafoglio: “L’avaro sarà l’ultimo uomo sulla terra, l’unico sopravvissuto che si salverà il…” Una pacca sulla spalla aveva svegliato Sleepy che era rimasto all’apertura della sessione e, rivolgendosi a Doc, aveva proseguito: “ Oaaghff…(Sbadiglio) Con tutto il rispetto per chi poi si adira e contro il superbo sfoga la sua accidia”. A quel punto c’era stato il silenzio prima che Bashful, con lo sguardo basso e voce tremante, avesse il coraggio di dire la sua: “Ma c’è un altro stato che considero il peccato più elevato. Per chi non gode appieno di nulla, l’invidia se lo mangia e se lo….” “Ohooooohhhhh!”, avevano sussurrato in coro gli altri sei stupiti. A questo punto mancava soltanto lui, Happy, che come al solito non vedeva l’ora di recitare la sua parte: “Non amo essere scurrile e, mantenendo un tono pacato, punto dritto al sommo peccato”. Aveva quindi preso il foglio per gli appunti sul quale, durante il giro di idee, aveva abbozzato un piccolo pezzo proprio per l’occasione e aveva cominciato a recitare: “E chi non compra un vino per l’etichetta, un paio di scarpe per il tacco ed una donna per il suo culo? E’ un lusso diciamocelo, l’esagerazione concessa all’occhio, una lussazione dell’oggetto, la visione parziale di zone buie illuminate. Il resto è noia e ripetizione, un fritto misto dell’interezza, un corpo scomposto, ad ogni parte un numero. Il più alto al centro. Calamita mi tiri, quattro frecce, ferma la macchina che fai il botto. Non ti specchiare che ti puoi vedere. Non guardarti negli occhi, occhio è confronto che non reggi. E’ un lusso che non ti puoi permettere. Sentiti vivo in questo istante, quando freccia e croce sono simboli di corpi diversi. Una concentrazione di organi. Il sole in un pozzo di gesti e movimenti. E più sei pieno di vuoto e più ti svuoti riempiendo. Vola farfalla, vola e lasciati ammirare che la polvere si perde in un battito di ali”. La farfalla e la polvere avevano finito per colpire Walt JR Terzo. Snow White ebbe una crisi isterica non appena lesse il nuovo copione e si licenziò. Fece causa alla Disney appellandosi al diritto di protezione e salvaguardia delle fiabe per il quale in passato si erano battuti i fratelli Grimm.

Trovò lavoro come commessa in un negozio di pelletteria sulla Hollywood Boulevard. Fu sostituita con Betty Boop, che appena lesse l’annuncio, capì che per lei era giunto il momento di fare il grande salto. Al provino venne giudicata la più adatta al ruolo. Trama: “White è una cocainomane che fugge dalla matrigna e viene accolta nella comunità - Onlus “Il Bosco Incantato” all’interno del parco nazionale americano di Yosemite. Aiutata dai sette nani White ricomincia una nuova vita nella comunità occupandosi dei lavori domestici e aiutando le persone che come lei hanno smarrito la retta via. La matrigna non desiste e invia un sicario nelle vesti di anima persa a bussare alla porta della comunità. Tra il sicario e White scatta subito un forte attrazione. White abbandona la comunità per seguire il suo cuore. I due lasciano la California e si trasferiscono a Miami, lontano dalle minacce familiari. Colpi di scena e di pistola caratterizzano la scena che non risparmia al pubblico eroismo ed erotismo. I sette nani continuano a cercarla sino a quando un giorno l' FBI bussa alla porta del Bosco Incantato. White è ricercata per essere a capo di un traffico internazionale di cocaina. Nell’ ambiente è soprannominata la Regina Bianca.” Il nuovo film, “The White Snow”, sbancò i botteghini.

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GLI ABITI DI SARA TIARA Nella Portobello Road, tra pezzi di antiquariato, spezie e il frastuono di culture diverse si trova la boutique di Sara, italiana di origine ma inglese di nascita, é un`artista dei nostri tempi che come tutti gli italiani esprime la sua creativitá nella sua grande manualitá. Alcuni la definiscono fashion designer, ma lei preferisce definirsi sarta creativa. Una vita dedicata alla ricerca di se stessa, della sua essenza tra Europa e India, la sua seconda casa. “Non puoi fare qualcosa che non senti che appartiene a te, se sei onesta con te stessa, lo sei anche verso gli altri. Il percorso é lungo e difficile perché hai paura sempre di non essere all`altezza, ma una volta fatto il passo che libertá poter fare ció che si desidera, ció che si ha dentro.” Sara sorride, accarezza le sue creazioni e poi guarda suo figlio. Oggi é una donna con una vita in equilibrio tra la sua famiglia, la sua casa/laboratorio e la sua piccola boutique con le sue creazioni originali dove ogni giorno entrano persone diverse da paesi e luoghi remoti del mondo che riportano con sé un pezzo di se stessa, della sua anima creativa

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lepoesiedasvacco Aspetti il giorno tu, le geometrie di molecole e atomi si accorderanno, dopo un lungo fronteggiarsi, il vuoto pneumatico e gli spigoli si intrecciano, le mani penetrano la massa, abitano, senza più combattere, con confidenza, l’intimità del fare e rifare gratuito, mostruoso e quotidiano. Ma quel giorno è lontano: non più contro, ma nel grave, con sollievo; ma non ora. Adesso Sisifo spinge senza sosta, fatica e stanchezza sono il nome facile per chiamare tutto l’accadere, per mascherare le vane resistenze, il non voglio, il non riesco. Spinge il tempo lineare, e se domani la disillusione giunge, ricomincerà tutto daccapo. testo di CARLOCROSATO illustrazioni di CHIARAOLIVA

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lepoesiedasvacco COL CAZZO

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L'anima della realtà il due gennaio l'uccise e vide davanti tutte le cose state, metti che fossero per voi precise. Nessuna mai ma sembrò che la linea costruita facesse. Cosa poi nessuno lo dice, che cioè che il Grande disegna qualche roba confusa a cui la Mignon crede sempre, fosse stata chiara la cosa col cazzo.

La mattina che segue la celebrazione funebre i bambini possono giocare fuori anche la blatta senza svicolare in un campo minato può sostare e carezzare il tuo alluce seduto sul letto il vuoto di casa il compressore del frigo non è tregua tolleranza alla blatta è prostrarsi dovessi riconoscere dio di spalle a te di spalle anche con un seno fuori le lenzuola anche il seno non ha un traguardo di significati soliti quando marmoreo ha la fine di una battaglia la cassaforma avulsa dal cemento uno scenario qualunque di dopoguerra.

SILVIA MARIA MOLESINI

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NON HO SPARSO IL MIO SEME TRA GLI ARBUSTI

IL CONGEDO DEI DISTANTI

Non ho sparso il mio seme tra gli arbusti e le pietre del deserto, non conosco la legge dell'amore. L'ombra degli occhi si svela esattamente in un crepuscolo: la luce appare nel confine tra ciò che è stato e ciò che arriverà. Un albero sottile oscilla senza posa, il mio respiro incede dentro le ossa, con poche asimmetrie. Tutti i corpi che si toccano, in questo esatto istante, non sanno nulla, soltanto trasportati dalla luce, e questo è un bene. Perciò dovrei pregare, per tutto questo, se non so svanire, consumare la mia pelle come polvere nel sole, perciò dovrei pregare, sebbene non sappia le parole: perciò dovrei pregare, e in fondo mi basta aprire piano lo spazio dentro il petto, le mie ossa come insenature.

Tentai di abbandonarti venti volte al giorno osservando il tramonto della tua sbornia, nei francobolli sconosciuti e la stupidezza delle poltrone che aspettano e sguazzano.

Ti piango quando mi spetti nell’oscurità e non posso vederti.

MATTEO AUCIELLO

Mi tocco sognando le tue mani nei bar il tuo soprabito nero e i capelli disordinati.

Mi ferii raccogliendoti urtando i vetri delle mie vene isolandoti da te e da me in un giardino di memorie. Quest’anno sarà rapido come gli anelli di uno spesso matrimonio e la pioggia di un sole indeciso: senza prove a motivarmi. Mi duole in fondo alla gola dove il rumore è un sarcasmo e la vita un’ombra che spera.

Pesa il resto del mio bacino e sono incapace di chiamarti. È già ora di congedarci, i miei polmoni si sono aperti in questo freddo che vuole volare via con loro, sembrerebbe una propagazione indisponente dove risuonano le loro ali ossidate.

SOFÍA RODRÍGUEZ GARCÍA

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lepoesiedasvacco UN SACCHETTO DI CAREZZE

SENZA TITOLO s'è possibile venuti al sangue, qui sulla cresta del precipizio, superare l’annosa conta delle stagioni Se possibile per noi ingoiati da lingue intraducibili Per noi persuasi di pronunciare l’amore e di farlo come fosse nostra giurisdizione questo dio sempre neonato, sempre cieco dalla fame e non un atto di fede sciorinato al vento. Se possibile se possibile per noi per noi che rubiamo l’acqua agli assetati e innaffiamo sinedri di nuvole

Circondami le spalle. Così che il giorno sia meno greve e l'aria che respiro trasparente. Legami alla vita quel tuo filo azzurro. Così che il peso specifico del sogno mi sollevi un poco al di sopra dell'alba. Averti dentro lievita il mio spazio. Una doppia pelle tutto intorno protegge flussi densi di estasi segrete. Prendi le mie mani, torna a casa con un sacchetto di carezze. Anche ad occhi chiusi e cuore spento io ti ritroverò.

LUCA CASTROLLA

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Tu non dismetti mai le cose che sia acrilico o lana merinos, ti sfili gli strati pedante come una cipolla cruda che elimina l'eccesso dei colori accesi che fanno baccano. E rimani viola, digeribile in queste quattro mura pulite dalla polvere e dalla norma; non è Las Vegas qui tra le tue mani. Pieghi il dismesso gesto a gesto ogni manica ha uno spazio destinato al suo ingombro e ogni ingombro ha un luogo dove trova casa lo spazio che quel cotone abbigliato ha richiesto per esistere.


Svacco Creativo Magazine n° 3  
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