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Editoriale

Messaggeri e servitori

Giovani al Congresso Eucaristico, Ancona 2011

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arissimi amici, “Testimoni di Dio” è il tema che è stato scelto dalla Chiesa per celebrare l’ottobre missionario e la Giornata Missionaria Mondiale 2011. Oggi più che mai c’è bisogno di testimonianza, di una testimonianza che possa illuminare le esistenze. Di un bene fatto di piccoli gesti non eclatanti, magari lontani dall’ufficialità e dal formalismo, ma che sono propri del linguaggio dell’amore. Ogni giorno facciamo esperienza di questo, ogni giorno con la nostra vita diamo ragione della speranza che abita in noi. Come non accogliere con gioia la testimonianza di tanti giovani che, in questo periodo estivo che si chiude, hanno dato sapore con la loro vita alle tante esperienze vissute? Guardare al loro impegno, al loro desiderio di coinvolgersi nel bene, agli ideali che portano dentro, alle fatiche “sopportate” con coraggio e con fede. Tutto que-

sto è bellezza, è grandezza, è futuro. Le sfide che ci stanno davanti ci invitano a scrollarci di dosso ogni pesantezza, ogni chiusura, ogni egoismo. Lo possiamo fare se il Signore è dentro di noi. Se lo accogliamo e lo sentiamo presente nella nostra vita. Se con umiltà sentiamo di avere bisogno di Lui. Se a Lui sappiamo dare il primato su ogni altra cosa e ogni altra scelta. Solo questa esperienza di fede, di incontro personale con il Signore Risorto può allora far nascere, l’urgenza, il bisogno di portarlo ad altri. Proprio perché non possiamo tenere per noi la gioia di questo incontro, lo si desidera annunciare, condividere. S. Paolo direbbe: “Annunciare il Vangelo è una … necessità che mi si impone: guai se non annuncio il Vangelo!” (1 Cor. 9,16a). Anche questa è un’inquietudine che deve accompagnare la nostra vita. “Si, perché Dio”, ci dice Benedetto XVI “con la forza creatrice del suo amore trae sempre, da questa umanità, nuove opportunità di misericordia più grande, e la sua fantasia è inesauribile. Non fallisce perché trova sempre nuovi modi per raggiungere gli uomini e per aprire di più la sua grande casa”. Ecco perché la speranza non deve abbandonarci mai. “Dio”, ci dice ancora il Papa,… anche oggi troverà nuove vie per chiamare gli uomini e vuole avere con sé noi come suoi messaggeri e servitori.


Sommario “La famiglia, il lavoro e la festa”. Il tema scelto per l’Incontro mondiale delle famiglie del 2012 offre spunti preziosi per riflettere sulle difficoltà ma anche sulle grandi opportunità offerte dalla necessità di conciliare i tempi della vita familiare con quelli delle attività lavorative e sociali. Sono on-line in cinque lingue su www.family2012.com le modalità di partecipazione al VII Incontro Mondiale delle famiglie. Diverse le opzioni previste: è possibile iscriversi a tutte le giornate oppure partecipare solo alle celebrazioni con il Santo Padre Benedetto XVI. Ci sono 7 categorie di iscrizione: famiglie partecipanti al Congresso: gruppi o singole, famiglie partecipanti agli incontri con il Papa, gruppi o singole; singoli partecipanti, maggiorenni; delegazioni ufficiali, Vescovi e Autorità; volontari e, infine, la stampa. L’iscrizione è necessaria per tutti e avverrà in 2 distinte fasi: la registrazione (dal 1° agosto 2011); l’iscrizione (dal 1° settembre 2011). Le iscrizioni devono essere effettuate entro il 31 marzo 2012. Per informazioni e dettagli: www.family2012.com e iscrizioni@family2012.com

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Dalla missione

Il centuplo

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La mia missione

di madri e di sorelle

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In comunione con tutti i fratelli in umanità

Un incontro decisivo

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Germain

Messaggi al mondo

Dalla parte di

evangelico

“Come il padre ha mandato me

una vita che rifiorisce!

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anch’io mando voi” 14

20 Rivista Trimestrale Anno 24. n. 3

Vita nsa

Camminando...

Adesso parliamo noi

terra di missione

diverse si possono incontrare

Animatori in Italia

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WEB dove le culture

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Giorni intensi…

DON DOMENICO

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La parabola di Pietro: imparare l’UMILTÁ

Tra un POPOLO di ORANTI

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appuntamenti

Profili

la missione vissuta intensamente

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Una presenza, un segno di SPERANZA


Vita nsa

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Tante sono le suore

passate in casa, ognuna

con la sua caratteristica … Però ci sono alcuni doni che tutte hanno saputo manifestare: prima di tutto

evangelico

di madri e di sorelle

molte di loro per motivi di salute non potevano più ritornare in Africa, ma la loro missione l’hanno sempre portata nel cuore e ne parlavano volentieri. Abbiamo imparato a conoscere l’Africa, la missione e ad amare gli Africani anche dai loro ricordi, dai loro aneddoti,

Il centuplo

quello dell’accoglienza …

dal racconto dei loro impegni e servizi a favore della Chiesa africana.

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uando, nel 1960, P. Colleran ebbe l’incarico di aprire la nostra casa SMA di Genova, gli venne spontaneo chiedere l’aiuto alle nostre Suore NSA. Esse arrivarono nel 1961 e quindi quest’anno festeggiamo il 50° anniversario della loro presenza in Via P. Borghero. Tante sono le suore passate in casa, ognuna con la sua caratteristica il suo talento da far fruttificare in cucina o in lavanderia, o in cappella o nel tenere la casa in ordine. Però ci sono alcuni doni che tutte hanno saputo manifestare: prima di tutto quello dell’accoglienza. Accoglienza dei padri presenti in casa o di ritorno dalla missione: quante attenzioni o premure hanno trovato presso le suore, soprattutto se rientravano stanchi o ammalati. In esse hanno scoperto, con stupore. il centuplo evangelico di madri e di sorelle… Anche per i giovani seminaristi che poco a poco venivano a consolidare il giovane distretto SMA, esse hanno saputo essere attente, avere sempre parole di incoraggiamento e qualche volta di rimprovero, poiché gli occhi femminili vedevano molto prima ciò che gli occhi maschili coglievano con ritardo. Hanno saputo accogliere tanti, tantissimi ospiti che passavano per casa: da quelli che venivano alla porta per chiedere un pasto caldo, a quelli che venivano per raccontare tanti dispiaceri o sofferenze, o condividere semplicemente una gioia e trovavano in loro le persone capaci di ascolto, colme di pazienza e saggezza nel consolare e consigliare per il bene e per un futuro sereno.


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Vita nsa

Le suore con volontari e amici

Ma hanno saputo dare anche un aiuto grande verso i primi “migranti” che iniziavano a sbarcare sulle nostre coste. Accompagnavano i padri alla Caritas per tradurre, per aiutare, per dare, se necessario, il primo aiuto per i bambini, per la casa. Non si sono mai arrese di fronte alle difficoltà o alla stanchezza. Partecipavano attivamente e attentamente alla liturgia con noi padri e seminaristi, intervenivano, senza remore, nella lettura

Vita nsa della Parola di Dio, nelle prime omelie partecipate e nelle intenzioni di preghiera, portandovi la loro sensibilità di religiose e facendoci pure attenti alle tante necessità delle persone che venivano in casa o che incontravano sia in parrocchia, sia nel quartiere. Un’ultima caratteristica: molte di loro per motivi di salute non potevano più ritornare in Africa, ma la loro missione l’hanno sempre portata nel cuore e ne parlavano volentieri. Abbiamo imparato a conoscere l’Africa, la missione e ad amare gli Africani anche dai loro ricordi, dai loro aneddoti, dal racconto dei loro impegni e servizi a favore della Chiesa africana. La loro presenza continua e anche se dopo 50 anni, molte cose sono cambiate, la loro presenza è sempre preziosa, attenta, incoraggiante. Ci auguriamo, di tutto cuore, che essa possa continuare ancora per lungo tempo e insieme camminare ancora sulle vie di questo mondo per annunciare e testimoniare la bontà, la carità, l’Amore del Padre e insieme costruire un altro frammento del Regno di Dio. GRAZIE sorelle e Ad multos Annos. P. Andrea Mandonico (SMA)

In comunione con tutti i fratelli in umanità Certosa di Farneta (Lucca)

Fratel Sergio Zocchi è un giovane monaco certosino che è cresciuto e ha maturato la sua vocazione nella comunità di Ponte Lambro. Qualche mese fa ha ricordato i suoi venticinque anni di Professione solenne e di consacrazione sacerdotale. Il legame di affetto con le suore NSA di allora e di oggi, che lavorano da tanti anni in questa parrocchia di Milano, rimane vivo. Per Fratel Sergio questo resta un regalo del Signore, uno dei tanti e non il più piccolo di tutti questi anni di fedeltà accolta come dono e offerta alla chiesa e al mondo. Dopo anni trascorsi alla Certosa di Farneta (Lucca) recentemente egli è stato chiamato in Argentina, nella Cartuja San José, a donare la sua esperienza come padre maestro ai giovani che intendono diventare monaci.


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Vita nsa (San José, 14 marzo 2011 - Fratel Sergio a Suor Gemma, NSA, in risposta agli auguri per i suoi venticinque anni di consacrazione) Ringraziare il Signore del grandissimo regalo che mi ha fatto chiamandomi venticinque anni fa alla Certosa e di avermi dato la grazia di perseverare fino ad oggi. Più il tempo passa, più mi rendo conto che davvero, come diceva S. Teresina: “Tutto è grazia”. Certamente in questi anni ci sono stati momenti difficili, ma il Signore è sempre stato vicino. Molte volte penso alle sofferenze e alle prove che tantissime persone devono affrontare e sopportare nella vita quotidiana in una famiglia, sul lavoro …e mi rendo conto un po’ meglio del grande dono ricevuto. Davvero il Signore è fedele e, come ha promesso nel Vangelo, dà il centuplo a quelli che lasciano tutto per Lui. Io so di non aver ancora lasciato tutto, mi rimangono ancora tante cose inutili, dentro e fuori di me, però ho già ricevuto, e continuo a ricevere, molto più di quel poco che posso aver dato. Se dovessi racchiudere in una parola questi anni, credo che userei la parola “felicità”, perché veramente questa mi sembra la sintesi di questo tempo trascorso in Certosa. Una felicità semplice, tranquilla, una gioia silenziosa che riempie le giornate senza quasi che uno se ne renda conto. È la gioia di stare con il Signore, o meglio, di sapere e di sperimentare che Lui è con noi, sempre, qualunque cosa succeda. Sperimentare che ci vuole bene quando siamo fedeli e anche (e forse di più), quando non lo siamo, perché il suo amore è gratuito, non si compra con niente, e Lui sa che ne abbiamo ancora più bisogno quando manchiamo. Questa esperienza della sua Bontà dà una libertà e una pace interiori che riempiono l’esistenza. Le chiedo la bontà di continuare

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o scopo del monaco certosino è cercare Dio più ardentemente nel proprio intimo, trovarlo più prontamente e possederlo più perfettamente. Ogni altro fine, anche se nobile e buono, è secondario; il monaco afferma, con la sua stessa vita, che Dio è il primo, va amato per primo, egli è l’Assoluto. Gli strumenti per realizzare questa unione con Dio sono la solitudine e la cella. Questa è la terra santa e il luogo dove il Signore e il suo servo conversano spesso insieme, come un amico con il suo amico. La cella del monaco Certosino è una casetta a due vani con annesso un piccolo giardino e una legnaia. Nella cella Fratel Sergio con Suor Gemma e suor M. Flora NSA

il monaco trascorre il suo tempo nella preghiera, nella lettura, nel lavoro e in cella prende i suoi pasti, tranne che nelle domeniche quando si raduna e mangia insieme ai suoi fratelli. La giornata del monaco in Certosa sembra non avere inizio né fine e si ripete con minime variazioni. Prima di mezzanotte il monaco si sveglia, medita e recita l’ufficio, poi ritorna a dormire per tre o quattro ore. Alle sei riprende la preghiera, partecipa alla messa. In cella egli continua la sua attività, fino alla preghiera del Vespero celebrato alle ore 16.30. Sono previste anche alcune ore di lavoro manuale, secondo le attitudini di ciascuno per il bene della comunità. Il pasto è consumato alle 11.30 ed è frugale, il monaco Certosino non mangia la carne. Dopo il vespero il raccoglimento diviene più rigoroso. Il monaco consuma una piccola cena. Alle ore 20 riposa. La vita del monaco certosino è simile alla vita della sentinella: il suo è come un vegliare montando con perseveranza la guardia, per attendere il ritorno del Signore per aprirgli subito appena arriva e bussa. Ma nulla più faticoso dello stare nella quiete, nel silenzio, nella solitudine. È questa la dura lotta che il monaco deve condurre contro le forze che dentro lui stesso tendono a disunire la sua vita. Questo stato di attesa è chiamato: pazienza. Il monaco attraverso questa pazienza entra in comunione con tutti i fratelli in umanità, che fanno fatica a percorrere la strada del bene e sono amati da Dio. Egli diviene l’uomo della dolcezza e della compassione. Il monaco vive così costantemente in comunione con l’universo e nel cuore stesso della Chiesa.

Fratel Sergio circondato da un gruppo di suore NSA

a ricordarmi nella preghiera perché io continui ad essere fedele a tanta grazia fino alla fine. Fratel Sergio (Nel 1996 fratel Sergio alla comunità di Ponte Lambro - Milano) Quello che un certosino può dare o dire al mondo è la testimonianza del suo silenzio, di una esistenza che cerca di vivere nascosta in Dio… La certezza e la convinzione di non avere nulla da insegnare si sono ancora più radicate … e sono il frutto di questa esperienza monastica. È una cosa molto semplice, ma per me fondamentale, ed è l’affermazione che veramente il Signore è buono! Adesso posso solo vantarmi della mia debolezza perché così sta prendendo spazio in me la forza di Cristo. Egli deve crescere e io diminuire… Porto tutta la nostra comunità parrocchiale nella mia preghiera; è lì, a Ponte Lambro, che il Signore mi si è fatto vicino e mi ha chiesto di seguirlo. Con affetto fraterno nel Signore Gesù e nella Vergine Maria. Fratel Sergio


“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv. 20,21)

È il tema scelto per la Giornata mondiale missionaria che si celebrerà domenica 23 ottobre 2011. Pubblichiamo il testo integrale del messaggio di Benedetto XVI

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n occasione del Giubileo del 2000, il Venerabile Giovanni Paolo II, all’inizio di un nuovo millennio dell’era cristiana, ha ribadito con forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 58). È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza. Perciò quello stesso invito risuona ogni anno nella celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale. L’incessante annuncio del Vangelo, infatti, vivifica anche la Chiesa, il suo fervore, il suo spirito apostolico, rinnova i suoi metodi pastorali perché siano sempre più appropriati alle nuove situazioni - anche quelle che richiedono una nuova evangelizzazione - e animati dallo slancio missionario: «La missione rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale» (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 2).

Andate e annunciate Questo obiettivo viene continuamente ravvivato dalla celebrazione della liturgia, specialmente dell’Eucaristia, che si conclude sempre riecheggiando il mandato di Gesù risorto agli Apostoli: “Andate…” (Mt 28,19). La liturgia è sempre una chiamata “dal mondo” e un nuovo invio “nel mondo” per testimoniare ciò che si è sperimentato: la potenza salvifica della Parola di Dio, la potenza salvifica del Mistero Pasquale di Cristo. Tutti coloro che hanno

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La Chiesa, «per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad gentes, 2). Questa è «la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda.

Messaggi al mondo

incontrato il Signore risorto hanno sentito il bisogno di darne l’annuncio ad altri, come fecero i due discepoli di Emmaus. Essi, dopo aver riconosciuto il Signore nello spezzare il pane, «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici» e riferirono ciò che era accaduto loro lungo la strada (Lc 24,33-34). Il Papa Giovanni Paolo II esortava ad essere “vigili e pronti a riconoscere il suo volto e correre dai nostri fratelli a portare il grande annunzio: “Abbiamo visto il Signore!”» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 59).

A tutti Destinatari dell’annuncio del Vangelo sono tutti i popoli. La Chiesa, «per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad gentes, 2). Questa è «la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste


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Messaggi al mondo per evangelizzare» (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). Di conseguenza, non può mai chiudersi in se stessa. Si radica in determinati luoghi per andare oltre. La sua azione, in adesione alla parola di Cristo e sotto l’influsso della sua grazia e della sua carità, si fa pienamente e attualmente presente a tutti gli uomini e a tutti i popoli per condurli alla fede in Cristo (cfr Ad gentes, 5). Questo compito non ha perso la sua urgenza. Anzi, «la missione di Cristo redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento … Uno sguardo d’insieme all’umanità dimostra che tale missione è ancora agli inizi e che dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio» (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 1). Non possiamo rimanere tranquilli al pensiero che, dopo duemila anni, ci sono ancora popoli che non conoscono Cristo e non hanno ancora ascoltato il suo Messaggio di salvezza. Non solo; ma si allarga la schiera di coloro che, pur avendo ricevuto l’annuncio del Vangelo, lo hanno dimenticato e ab-

13 bandonato, non si riconoscono più nella Chiesa; e molti ambienti, anche in società tradizionalmente cristiane, sono oggi refrattari ad aprirsi alla parola della fede. È in atto un cambiamento culturale, alimentato anche dalla globalizzazione, da movimenti di pensiero e dall’imperante relativismo, un cambiamento che porta ad una mentalità e ad uno stile di vita che prescindono dal Messaggio evangelico, come se Dio non esistesse, e che esaltano la ricerca del benessere, del guadagno facile, della carriera e del successo come scopo della vita, anche a scapito dei valori morali.

Corresponsabilità di tutti La missione universale coinvolge tutti, tutto e sempre. Il Vangelo non è un bene esclusivo di chi lo ha ricevuto, ma è un dono da condividere, una bella notizia da comunicare. E questo dono-impegno è affidato non soltanto ad alcuni, bensì a tutti i battezzati, i quali sono «stirpe eletta, … gente santa, popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9), perché proclami le sue opere meravigliose.

Ne sono coinvolte pure tutte le attività. L’attenzione e la cooperazione all’opera evangelizzatrice della Chiesa nel mondo non possono essere limitate ad alcuni momenti e occasioni particolari, e non possono neppure essere considerate come una delle tante attività pastorali: la dimensione missionaria della Chiesa è essenziale, e pertanto va tenuta sempre presente. È importante che sia i singoli battezzati e sia le comunità ecclesiali siano interessati non in modo sporadico e saltuario alla missione, ma in modo costante, come forma della vita cristiana. La stessa Giornata Missionaria non è un momento isolato nel corso dell’anno, ma è una preziosa occasione per fermarsi a riflettere se e come rispondiamo alla vocazione missionaria; una risposta essenziale per la vita della Chiesa.

Evangelizzazione globale L’evangelizzazione è un processo complesso e comprende vari elementi. Tra questi, un’attenzione peculiare da parte dell’animazione missionaria è stata sempre data alla solidarietà. Questo è anche uno degli obiettivi della Giornata Missionaria Mondiale, che, attraverso le Pontificie Opere Missionarie, sollecita l’aiuto per lo svolgimento dei compiti di evangelizzazione nei territori di missione. Si tratta di sostenere istituzioni necessarie per stabilire e consolidare la Chiesa mediante i catechisti, i seminari, i sacerdoti; e anche di dare il proprio contributo al miglioramento delle condizioni di vita delle persone in Paesi nei quali più gravi sono i fenomeni di povertà, malnutrizione soprattutto infantile, malattie, carenza di servizi sanitari e per l’istruzione. Anche questo rientra nella missione della Chiesa. Annunciando il Vangelo, essa si prende a cuore la vita umana in senso pie-

no. Non è accettabile, ribadiva il Servo di Dio Paolo VI, che nell’evangelizzazione si trascurino i temi riguardanti la promozione umana, la giustizia, la liberazione da ogni forma di oppressione, ovviamente nel rispetto dell’autonomia della sfera politica. Disinteressarsi dei problemi temporali dell’umanità significherebbe «dimenticare la lezione che viene dal Vangelo sull’amore del prossimo sofferente e bisognoso» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 31.34); non sarebbe in sintonia con il comportamento di Gesù, il quale “percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e infermità” (Mt 9,35). Così, attraverso la partecipazione corresponsabile alla missione della Chiesa, il cristiano diventa costruttore della comunione, della pace, della solidarietà che Cristo ci ha donato, e collabora alla realizzazione del piano salvifico di Dio per tutta l’umanità. Le sfide che questa incontra, chiamano i cristiani a camminare insieme agli altri, e la missione è parte integrante di questo cammino con tutti. In essa noi portiamo, seppure in vasi di creta, la nostra vocazione cristiana, il tesoro inestimabile del Vangelo, la testimonianza viva di Gesù morto e risorto, incontrato e creduto nella Chiesa. La Giornata Missionaria ravvivi in ciascuno il desiderio e la gioia di “andare” incontro all’umanità portando a tutti Cristo. Nel suo nome vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica, in particolare a quanti maggiormente faticano e soffrono per il Vangelo. Dal Vaticano, 6 gennaio 2011, Solennità dell’Epifania del Signore


Nuovi modi di essere animatori

Animatori in Italia terra di missione

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uando si parla di missionarietà, lo facciamo con la consapevolezza che tutte le persone - responsabili nella comunità - hanno un compito di animazione missionaria, poiché tutti, in virtù del Battesimo, si dovrebbero sentire impegnati nella crescita e maturità della

comunità cristiana. Per questa ragione, gli animatori - in primis - nati dallo spirito missionario dovrebbero essere i genitori, gli educatori, i sacerdoti, i formatori di futuri sacerdoti e religiosi, i responsabili delle istituzioni apostoliche. Nell’animazione missionaria hanno poi un posto privilegiato le persone e le istituzioni chiamate con vocazione missionaria specifica alla missione ad gentes, ad extra e ad vitam.

La missione degli animatori (fino a qui conosciuta) Dicendo animatrice o animatore missionario vogliamo esprimere l’azione che questi svolgono all’interno delle nostre comunità cristiane. La loro missione, è di far sì che le comunità cristiane realizzino, in tutta la loro esistenza e a tutti i livelli, il movimento della missionarietà, movimento loro necessario e costitutivo. Esso si traduce in un insieme plurale di attività di carattere formativo, informativo, educativo e spirituale che vengono organizzate, da personale specializzato, per sensibilizzare, generare, promuovere, rinvigorire la coscienza missionaria delle comunità e del territorio

dove si opera. Nel mutato contesto ecclesiologico ed ecclesiale è giocoforza che gli Istituti missionari (cfr. FORUM degli Istituti missionaria) abbiano più chiara oggi più che mai - la consapevolezza di essere una realtà recente eppure transeunte (in quanto soggetta a cambiamenti) nella storia bimillenaria della Chiesa e di non aver più l’esclusiva della missione. Ecco che s’impone con urgenza la necessità di: • da un lato, di riscoprire il significato e il ruolo degli Istituti esclusivamente missionari nelle giovani Chiese così come nelle antiche Chiese, che li hanno generati e sostenuti nell’opera di evangelizzazione dei non cristiani; • dall’altro, reinventare il modo di essere animatori missionari qui, in questa nostra Chiesa di origine, diventata ormai “terra di missione”.

Reinventare il modo di essere animatori L’animazione, non può più essere solo un’attività, magari un’attività tra altre, ma deve o dovrà diventare sempre più espressione di uno stile di vita incarnato nel contesto di oggi. Uno stile che deve partire dall’animatore stesso e coinvolgere l’intera comunità di appartenenza. Da semplici credenti a discepoli consapevoli e risoluti (determinati, decisi, convinti, …) (“Abbiamo deciso di servire il Signore” Giosuè 24 - Assemblea di Sichem). La prima sfida sta nel tornare ad essere discepoli e nel riprendere coscienza dell’autentico modo di esserlo. Cosa significa per me essere cristiano oggi nel mondo e come diventarlo? Cosa vuol dire essere chiesa e di quale chiesa parliamo? Non basta affermare di servire Dio per servirlo realmente! Per raggiungere tale unità tra intenzioni e comportamento

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…dobbiamo imparare

a prenderci cura di noi

stessi. Abbiamo estremo bisogno di fermarci e

ritrovare quel desiderio ardente di stare con noi stessi e alla presenza di Dio, di ascoltare la voce di Dio, di toccare la “parola incarnata” di Dio nei poveri, vicini o lontani che siano. Noi non ci possiamo limitare ad essere persone che hanno opinioni qualificanti su problemi urgenti (sulla situazione del Sud del mondo, ecc.), ma alla radice del nostro operare deve esserci la

Camminando...

preghiera e la relazione permanente ed intima

con la Parola.


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Camminando... evangelico occorre, innanzitutto, una forte autocoscienza della propria chiamata. A tal fine, bisogna proporsi un profondo e continuo esercizio di discernimento su se stessi; una costante purificazione delle motivazioni per coniugare le nostre idee con i nostri comportamenti in modo sempre più coerente con le esigenze evangeliche. Bisogna continuamente e umilmente “mettersi ai piedi” del Maestro! Se siamo discepoli di Gesù, dobbiamo passare dal guidare all’essere guidati! Occorre operare un radicale cambiamento di atteggiamento e di prospettiva. Per Gesù la maturità è la capacità e disponibilità di lasciarsi condurre dallo Spirito e là dove tante volte non si vorrebbe! Ecco che, il ruolo di guida di un animatore missionario oggi segno di impotenza ed umiltà per far sì che si manifesti Gesù Cristo “è quando sono debole che sono forte (…) e la forza si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,1-ss). Si rinuncia al potere e si sceglie l’amore. E sarà proprio lo stile umile e impotente di ogni singolo discepolo che renderà e farà la chiesa umile. In questo modo, nella missione di una chiesa umile è l’azione

17 di Dio a trasparire, ed è lo stesso uditore dell’annuncio a diventare l’interlocutore nel dialogo con Dio. Ecco che la chiesa umile sa di non essere il Regno di Dio.

Da un generico e a volte ingenuo altruismo alla cura di sé e degli altri In un certo senso, dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi. Abbiamo estremo bisogno di fermarci e ritrovare quel desiderio ardente di stare con noi stessi e alla presenza di Dio, di ascoltare la voce di Dio, di toccare la “parola incarnata” di Dio nei poveri, vicini o lontani che siano. Noi non ci possiamo limitare ad essere persone che hanno opinioni qualificanti su problemi urgenti (sulla situazione del Sud del mondo, ecc.), ma alla radice del nostro operare deve esserci la preghiera e la relazione permanente ed intima con la Parola. Portare umanità nel nostro mondo significa, tra l’altro, diventare capaci di relazioni di accoglienza, di rispetto, di attenzione, di tolleranza, di ascolto, di amore e di reciprocità. Ma cosa significa per noi discepoli vivere relazioni di reciprocità? Si-

gnifica che nel mio prendermi cura degli altri non mi devo comportare da “professionista” che conosce i problemi dei suoi clienti e se ne interessano, ma come fratelli e sorelle che sono conosciuti e conoscono, curano e sono curati, perdonano e sono perdonati, amano e sono amati. Reciprocità significa coscienza di essere servi vulnerabili e che anche noi, animatori, abbiamo bisogno degli altri, non meno di quanto gli altri hanno bisogno di noi. Mai senza l’altro! In fondo, è lo stile di una chiesa pellegrina, “compagna di viaggio” e in dialogo con gli “altri”, specialmente con i poveri. Anche come animatori siamo chiamati ad assumere questa nuova condizione come modalità missionaria: pellegrini che risvegliano il desiderio di Dio, perché anch’essi alla ricerca del suo volto e della sua giustizia.

Da una superficiale visione religiosa ad una seria ricerca del “cuore” di Dio Come la sequela e la preghiera ci tengono in contatto con il primo amore di Dio così l’intensa riflessione teologica ci permette di discernere criticamente dove siamo condotti, noi e i nostri fratelli. A tutt’oggi, sono molto pochi i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i missionari e le missionarie, i laici e le laiche che “pensano in modo teologico”, cioè che sanno pensare con la mente di Cristo. Oggi più che mai si ha l’arduo compito di proclamare in maniera inequivocabile che l’incarnazione della Parola di Dio ha fatto anche del più piccolo evento della storia umana un kairos, cioè un’occasione propizia per introdurci più profondamente nel cuore di Cristo. Per fare questo si deve conoscere il “cuore di Dio”, la storia di Gesù! E più precisa-

mente la sua storia kenotica, dalla “condivisione della mensa con gli esclusi”, alla “morte tra i crocifissi. La vicenda di Gesù rende così evidente che solo partendo dalla sofferenza delle vittime è possibile cogliere i contorni veri del tempo reale. Il Crocifisso re-indirizza il pellegrinaggio verso il “campo” delle “vite di scarto”. In questo modo, lo stile di una chiesa umile e pellegrina si configura come stile della com-passione di Dio. Animatori che parlano ai cristiani di oggi invitandoli ad una “conversione alla passione”. Nel confronto con le storie di chi soffre le nostre comunità potranno verificare quale sia la loro “collocazione sociale e politica” e sperimentare la grazia di una nuova libertà. Certamente la nostra Chiesa è destinata nel prossimo futuro a ulteriori spogliazioni. Cadranno molte cose, perderanno smalto o forse spariranno molte istituzioni, saremo considerati dal grande mondo ancor meno di quanto lo siamo oggi, ma sono convinto che allora, nella semplicità e nella povertà, si ritroverà più fresco lo slancio del Vangelo. La spogliazione a cui la Chiesa e anche i nostri Istituti in futuro saranno esposti, per il calo numerico dei fedeli e delle vocazioni, la perdita d’influenza sulla società, la riduzione delle nostre proprietà e dei nostri mezzi di azione, dovrebbe portare con sé un solo rammarico, quello per gli uomini che perdono la fede, perché li amiamo e, se non godono della bellezza della fede, ce ne dispiace moltissimo. Per il resto tutto può essere visto come un’azione provvidenziale del Signore che vuole la sua Chiesa umile e povera, come lo fu lui nella sua vita in mezzo agli uomini. Agostino Rigon, SUAM, Pesaro 2011


Le nostre suore e i r a n o i s mis Etta ( Kolow aré, T ogo)

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i continuo le loro mani sono ancore. Diventano aratro, diventano bisturi. Sudano olio benedetto sui morenti. Custodiscono le madri dei bambini. Ricamano di buganvillee i muri. Scavano pozzi e inventano laghi. Il cielo ama scivolare allora a terra, cantare in un silenzio da paradiso finché tutta l’infermità del mondo appaia un po’ guarita e scordi il buio.

Suor

A

nnidate nel territorio della nostra parrocchia di san Luca (Milano) esistono realtà missionarie ricchissime. Come diamanti nella roccia, minuscole comunità di suore lavorano, tessendo copiose trame di bene. Nelle loro case transitano silenziose e poi ripartono. Sono le nostre truppe d’assalto, da prima linea. Danno molto di più di quello che ricevono. Raccontano realtà incredibili. Hanno la forza della fede.

L

e nostre suore missionarie vivono talvolta qui. In mezzo a noi, infiltrate speciali nella comunità. Le ali giunte, pronte a turbinare nel mondo. Occhi, voci e cuori assemblati per amare. Ci portano, rientrando, particole di fede. Ripartono presto, con leggerezza da rondine.

Una parrocchia che, come la nostra, vive la propria normalità privilegiata, trova in queste presenze un’acqua corrente essenziale. Ci ricordano che testimoniare significa sempre e comunque partire insieme a Gesù per raggiungere e toccare i cuori. Il loro coraggio ci insegna a non indugiare. La loro determinazione che nessuna paura deve frenarci. La loro serenità che la gioia è possibile. Piccole isole di missione nascoste tra anfratti di strade. La città che è un mare. Un mare con alte onde di palazzi. E il rumore che straccia i pensieri. Che corrode la volontà. Eppure resiste un nascosto fresco giardino di maggio.

L

e nostre suore missionarie. Mai in vacanza. Missionarie tra noi di una difficile missione. Quella di ricordarci di possedere un cuore. Quella di aprirci gli occhi, di rovistarci l’anima. Quella di trasformarci in poveri allo specchio.

L

e nostre suore missionarie. Sempre un sorriso. Per intrecciare insieme i mondi vecchi e i nuovi. Con la semplicità dei buoni e dei miti la saggezza. La limpidezza di granito in fondo agli occhi chiari. L’immagine scolpita di Gesù nel cuore della vita. Tiziana (Milano)

Suor Annamaria Ferkéssedougou, Costa D’Avorio

Suor Attilia (Milano)


Profili

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DON DOMENICO

la missione vissuta intensamente

L’

amicizia con don Domenico risale agli anni ’70 quando le suore NSA italiane diedero, proprio in quel periodo, impulso e vigore alla Provincia che da poco godeva di una sua autonomia. Infatti, fino ad allora, le suore italiane dipendevano dalla casa madre che aveva sede a Lione (Francia). In quegli anni, proprio per rispondere al dinamismo della missione, fu aperto a Milano il cammino formativo del postulato e noviziato per tutte le giovani che desideravano partire. L’incontro con don Domenico si situa in questo percorso formativo dove la sua competenza e la sua sensibilità furono di una grande ricchezza che, lui, seppe condividere con tutte le giovani che hanno avuto modo di incontrarlo. Persona discreta, lungimirante, profonda nel pensiero con una grande capacità di leggere il presente ed intuirne in esso i germi fecondi di futuro. Possiamo dire che questo legame di amicizia è andato consolidandosi nel tempo. L’averci incontrato, infatti, l’ha portato ad aprirsi sempre più alla missione universale della chiesa. La sua apertura di cuore e di spirito è stato il segno più bello e autentico di una vita vissuta intensamente per Dio e per i fratelli. Pubblichiamo due articoli di amici e confratelli nel sacerdozio che l’hanno conosciuto e apprezzato e un articolo che ci è giunto dal COE (Centro Orientamento Educativo) scritto da Don Domenico di ritorno da un viaggio in Algeria.

“F

inalmente ho l’eternità per dire, unito a tutte le creature del cielo e della terra, il mio grazie al buon Dio, per il meraviglioso e misterioso dono della vita”. Così don Domenico Nava inizia il testamento spirituale che ci ha lasciato. Don Domenico, prete di Milano, anche se formalmente non è mai stato prete Fidei Donum la missione l’ha vissuta intensamente nella animazione missionaria, nei luoghi dove si elaborava la missione, nei numerosi viaggi per incontrare missionari. Il suo riserbo non lasciava vedere la vita intensa, piena di interessi, aperta al mondo intero, alle culture, all’arte, alle religioni, la sua profonda spiritualità. Don Domenico era nato a Verderio Inferiore (Lc) il 23 novembre 1930. Ordinato sacerdote dal Card. Alfredo Ildefonso Schuster il 28 giugno 1953, ha sempre lavorato in diocesi di Milano, in differenti servizi. Di quegli anni ricordava volentieri il suo impegno nello scoutismo, l’amore alla montagna, la passione per la

Don Domenico Nava

fotografia. La precaria salute non era riuscita a strapparlo da tutti i suoi impegni ed era sempre puntualmente presente quando i numerosi impegni missionari lo esigevano. È morto il 18 aprile 2011 ed è sepolto a Palazzolo Milanese. Ho conosciuto don


Profili Domenico a Milano quando era il braccio destro di don Francesco Pedretti nel Centro Missionario di Milano. Tante volte mi sono trovato in convegni missionari, nel Consiglio Missionario Nazionale, di cui era il diligente verbalista, al CUM. Faceva parte della redazione di NOTICUM, curava, soprattutto, la pagina dell’Asia. Lettore instancabile, credo che pochi fossero informati come lui sui fatti della Chiesa nel mondo. Tenace e meticoloso era per noi un punto di riferimento per essere aggiornati sui progetti, le fatiche, i documenti episcopali delle Chiese del mondo. Accompagnava con molta passione il progetto di cooperazione missionaria con le comunità cristiane del Libano, avviato già qualche anno fa, che ebbe inizio con il convegno “Insieme per annunciare Gesù Cristo, sorgente di vita per l’umanità”. Don Domenico ne era molto convinto, tuttora coltivava rapporti, amicizie libanesi. Conservava vivo il ricordo dei suoi viaggi e di tutti i missionari e le missionarie che aveva conosciuto. Il tratto più saliente della vita di don Domenico è stato, certamente la sua spiritualità, non strombazzata, ma che emergeva dai suoi pacati interventi e dalle piccole pubblicazioni che, quasi di soppiatto, passava agli amici. Era un contemplativo. Membro dell’Istituto dei Sacerdoti del Cuore di Gesù, amava ritirarsi, quando poteva, nei monasteri di Viboldone e Monserrat. Altro punto di riferimento, per don Domenico, erano i Missionari laici della Carità, una istituzione nata nello spirito di Teresa di Calcutta. Duole, in morte, di non aver approfittato abbastanza della sua amicizia, del dono che don Domenico, continuamente, faceva di se stesso. di Crescenzi Moretti Noticum giugno 2011

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Accompagnava con molta passione il progetto di cooperazione missionaria con le comunità cristiane del Libano, avviato già qualche anno fa, che ebbe inizio con il convegno “Insieme per annunciare Gesù Cristo, sorgente di vita per l’umanità”. Don Domenico ne era molto convinto, tuttora coltivava rapporti, amicizie libanesi. Conservava vivo il ricordo dei suoi viaggi e di tutti i missionari e le missionarie che aveva conosciuto.

C

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arissime e carissimi, ….. Non dimentichiamo la sua carica interiore, testimoniata da alcune sue pubblicazioni apparentemente ridotte, ma di singolare spessore spirituale. L’animo missionario e l’animo scout sono stati per lui porte aperte che gli hanno permesso in tutte le età della vita di sentirsi vicino ai migranti, ai giovani, ai poveri. Negli ultimi anni ha svolto con diligenza il compito di verbalista del Consiglio Missionario Nazionale: un osservatorio da cui ha potuto registrare luci e ombre della missione, tra passi decisi, incerti o improvvide soste. Siamo sicuri che la sua preghiera ci ha accompagnati mentre era tra noi. Continua, don Domenico, a volerci bene e a esserci fratello e suggeritore mentre contempli il volto di Dio! don Gianni Cesena Roma, 18 aprile 2011


Profili

Tra un

POPOLO di ORANTI Cultura e civilizzazione in Algeria sono profondamente segnate dall’islam. Le nostre partenze mattutine sono state accompagnate dalla voce del muezzin che attraverso l’altoparlante invitava alla preghiera: “Venite alla preghiera! Venite alla preghiera! Dio è il più grande! La preghiera è preferibile al sonno! Nel nome di Dio misericordioso e clemente! Venite alla preghiera! Venite alla preghiera!”

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U

n richiamo che da tutte le moschee si ripeteva per cinque volte al giorno. Nel deserto abbiamo visto anche qualche nostro autista pregare. L’ultimo pomeriggio ad Algeri, abbiamo osservato file ordinate di uomini in preghiera lungo un’intera via. Capitati proprio nel periodo del Ramadan, mi ha impressionato il trovarmi in mezzo ad un popolo di credenti che pregavano e testimoniavano la loro fede, in un’epoca come la nostra, segnata da un clima che ci distrae da Dio. In alcuni momenti ho sognato e desiderato una più grande fedeltà alla nostra preghiera cristiana quotidiana. Lo stesso Charles de Foucauld, colpito dal richiamo alla preghiera nell’impressionante silenzio dei deserto, vi trovò la nostalgia della preghiera cristiana. Ignorando la lingua araba, non ho potuto captare se non qualche facile espressione comune sulla bocca della gente: “Inch’ Allah”, “Se Dio vuole”, per rimettersi nelle mani di Dio, quando si ha un progetto. Un nostro autista mi ha insegnato

a dire: “Allah isahel” “Che Dio renda semplice la tua strada”, quando qualcuno parte per un viaggio. Nel nostro gruppo non è mancato chi ha segnalato, in queste formule e nella preghiera di questa gente, il pericolo di fatalismo e di formalismo. Certamente bisogna essere vigilanti, ma mi sono venute alla mente le parole di Gesù, che aveva la capacità di discernere l’azione del Padre suo in tutti: “Ti ringrazio, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e intelligenti e le hai rivelate ai piccoli e agli umili!” Noi abbiamo bisogno di silenzio e di discernimento possibilmente con altri, per scoprire quale sia la vera preghiera, non per giudicare quella degli altri, ma per rendere autentica la nostra. Percorrendo la lunga pista del deserto, abbiamo notato piccoli cespugli nella sabbia e credo che a tutti tornasse spontaneo pensare: “Se c’è vegetazione, nella profondità c’è acqua.”Come allora non vedere nei gesti di bontà di tutte le persone che erano a nostro servizio, il segno della

presenza di Dio, Sorgente di ogni gesto buono? Rose-Marie, un’algerina venuta a Milano per un corso dell’ENI, mi diceva: “Nella nostra cultura, un proverbio popolare dice che se ad una cesta si leva il fondo, a che servono i manici? Vuol dire che nelle nostre tradizioni berbere, Dio è la base sulla quale riposa ogni vita umana. È nella preghiera fiduciosa che Dio ci raggiunge e noi raggiungiamo Dio.” Non abbiamo potuto visitare il Santuario di Notre-Dame d’Afrique, che domina Algeri. Ho letto su una guida turistica che lassù vanno cristiani e musulmani a pregare e che c’è una scritta: “Notre-Dame d’Afrique priez pour nous et le musulmans!”. Associandoci alla preghiera a Maria, sento che noi turisti cristiani abbiamo il dovere di pregare per questo Paese, per la sua ancor fragile situazione politica, per la riconciliazione e la concordia tra i suoi cittadini. Alla fine del nostro pellegrinaggio, capisco meglio cosa voglia dire il motto della Chiesa algerina: “Esserci!” e il valore dell’Eucaristia per la piccola comunità cristiana. Eucaristia: preghiera che ricapitola tutte le forme di preghiere e tutto quanto è vissuto da questo popolo. Qui la piccola comunità cristiana è l’offerente di tutto questo mondo. Peccato che non abbiamo potuto assistere alla “Messa di riconciliazione”, prevista dalla Chiesa di Algeri per l’Aid-el-firt, alla fine del Ramadan. Nella stessa Diocesi c’è la “Messa in onore di Sant Abramo”, per l’Aid-el Adha, la festa del montone, alla fine del pellegrinaggio alla Mecca. Sono certo che ognuno dei venticinque pellegrini “sulle orme di Charles de Foucauld” si unisca ogni giorno in qualche modo a questo popolo orante. Don Domenico Nava per gentile concessione del COE (Centro Orientamento Educativo)


Dalla missione

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Ci sono, qui, delle

testimonianze molto forti che ci impegnano e ci spingono ad andare avanti, a dare il meglio di sé. Devo imparare a fare dell’incontro e della

missione Porto della città di Orano

gente, la mia missione. Forse non ci sarà molto da fare ma ci saranno molti incontri da vivere e

La mia

condivisione con la

condividere nella

gratuità.


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Dalla missione

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P

rima di partire, suor Flora mi scriveva : «La missione qui, in Algeria, non è solo una missione di presenza ma di incontro, di condivisione fraterna con la gente”. Aveva ragione! Ho incontrato un popolo semplice e accogliente, gente disposta a tendere la mano anche senza conoscerti. Ho fatto delle scoperte interessanti e questo mi porta a cambiare il mio modo di guardare questo popolo arabo (quello molto spesso che i media ci vendono). Ci sono, qui, delle testimonianze molto forti che ci impegnano e ci spingono ad andare avanti, a dare il meglio di sé. Devo imparare a fare dell’incontro e della condivisione con la gente, la mia missione. Forse non ci sarà molto da fare ma ci saranno molti incontri da vivere e condividere nella gratuità. È qualche cosa che devo imparare e che questa missione ti conduce inevitabilmente, dove la creatività e l’iniziativa non possono mancare. Gli studenti dell’Africa sub sahariana, sono numerosi (il governo algerino offre delle borse di studio per continuare a frequentare l’università). Si aggiungono molti immigrati che arrivano alla ricerca di condizioni di vita migliore. La maggior parte di essi sono cristiani ed è con loro che condividiamo la nostra fede. Ho trovato una chiesa aperta, semplice, capace nella libertà del suo essere di manifestare la propria fede nonostante non lo possa fare pubblicamente. Credo proprio che per il fatto di essere piccola e di avere delle difficoltà per esprimersi, la nostra comunità cristiana, è resa più unita e i legami di fraternità che si creano diventano sempre più forti. Le nostre celebrazioni sono vissute nella gioia, con i tam-tam, i canti e le danze proprio alla maniera dei paesi dell’Africa nera. Ho ritrovato le celebrazioni festive e piene di vitalità che avevo conosciuto nel Benin (la mia prima missione).

Suor Liliana, la prima a sinistra

Ora, per me, arriva il tempo forte dello studio della lingua araba. Sto iniziando ad impararla piano piano. Quando mi trovo al mercato o in mezzo alla gente mi rendo conto di essere capace a riconoscere qualche parola, di farla mia e questo mi riempie di gioia e mi incoraggia a proseguire nel desiderio di arrivare ben presto ad una vera condivisione o almeno di riuscire a formulare delle piccole frasi. Mi affido alle vostre preghiere. Suor Liliana Parlanti NSA (Orano, Algeria)

incontro

Un decisivo

Giovani universitari

Claudia, missionaria laica della diocesi di Gorizia da tre anni vive a Ferkessedougou, una cittadina del nord della Costa d Avorio nella missione delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli, collaborando nelle attività già esistenti ed alcune avviate assieme. Qui si racconta…

I

l mio primo incontro con le suore Nostra Signora degli Apostoli, risale alla mia infanzia, quando, il Centro Missionario Diocesano, ogni anno invitava diversi missionari durante il periodo quaresimale per l’animazione nelle parrocchie. Rimanevo colpita ed affascinata dai racconti di queste suore che cosi giovani e coraggiose avevano lasciato il loro Paese, la loro famiglia per partire verso una terra sconosciuta e diversa dalla loro per portare l’annuncio di Cristo attraverso le loro opere di sviluppo e di promozione umana. La decisione di lasciare la mia comoda vita, la mia famiglia, il mio lavoro, le belle amicizie, per inserirmi in una real-


Dalla missione tà per niente facile e tanto diversa dalla mia, a fianco delle suore, è dovuta essenzialmente al mio incontro con il Signore, avvenuto dopo aver trascorso tanti anni occupata a divertirmi.... Questo incontro cosi decisivo, ha radicalmente cambiato la mia esistenza e mi ha aperto gli occhi sul mondo e sulla necessità di operare per la costruzione del Regno dei Cieli su questa terra. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” è una frase che mi ha fatto molto riflettere, guardando alla mia vita, a quante cose belle ho sempre ricevuto a cominciare dall’amore infinito di Dio per ciascuno di noi. Condividere la mia vita con gli ultimi della terra, con coloro che hanno fame e sete di giustizia era diventata per me una necessità, sentivo che il Signore mi chiamava a servirlo attraverso i più piccoli, gli ultimi, i dimenticati dagli uomini ma non da Lui. Dopo un lungo cammino di crescita spirituale, umana, professionale, ho potuto finalmente concretizzare questo desiderio, grazie alla mia diocesi di Gorizia e al legame che risaliva appunto alla mia infanzia, con le suore Nostra Signora degli Apostoli, approdando alla missione di Ferkèssedougou ed iniziando cosi una nuova avventura inserendomi nelle attività di tipo sociale ed educativo che le suore portavano avanti. In particolare, ho potuto avviare con il loro sostegno ed aiuto, alcune attività in due villaggi: due giardini di infanzia, la formazione delle donne, il controllo dello stato di salute dei neonati, oltre a seguire un considerevole numero di bambini orfani a causa di AIDS, ed i numerosi casi sociali che si presentano alla missione e che assieme valutiamo caso per caso. Quest’ultimo anno poi con suor Anna-

maria abbiamo seguito diversi casi di bambini handicappati bisognosi di interventi o comunque di cure adeguate per dare loro una speranza ed una possibilità di poter avere una vita il più normale possibile. Vivere in questa dimensione di servizio gratuito, prendendomi cura di questi miei fratelli piccoli ed indifesi, mi riporta ad alcuni passi della Bibbia, in cui si legge che il Signore si prende cura dei piccoli, degli ultimi, degli orfani e delle vedove, e lo fa attraverso di noi, ogni giorno infatti

Claudia con suor Rose Bienvenue

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Questo incontro così decisivo ha radicalmente cambiato la mia esistenza e mi ha aperto gli occhi sul mondo e sulla necessità di operare per la costruzione del Regno dei Cieli su questa terra. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” è una frase che mi ha fatto molto riflettere, guardando alla mia vita, a quante cose belle ho sempre ricevuto a cominciare dall’amore infinito di Dio per ciascuno di noi (…). Vivere in questa dimensione di servizio gratuito, prendendomi cura di questi miei fratelli piccoli ed indifesi, mi riporta ad alcuni passi della Bibbia, in cui si legge che il Signore si prende cura dei piccoli, degli ultimi, degli orfani e delle vedove, e lo fa attraverso di noi, ogni giorno infatti mantiene la sua promessa, ogni giorno ci invia qualcuno da ascoltare, da aiutare, da amare.

Mercato di Timbuctù Mali di Grazia Taliani

mantiene la sua promessa, ogni giorno ci invia qualcuno da ascoltare, da aiutare, da amare. Credo che l’amore di Dio, l’annuncio, passa attraverso la nostra testimonianza di uomini e donne chiamati a condividere i doni che abbiamo ricevuto con tanti nostri fratelli e sorelle che, pur vivendo a volte in condizioni economiche difficilissime ed in situazioni di grande sofferenza, ci trasmettono e ci insegnano una magnifica ricchezza umana. Ogni giorno ringrazio il Signore per avermi chiamata a questo straordinario servizio nella sua Chiesa che pur non privo di difficoltà mi da tanta gioia e desiderio di continuare verso questo cammino che Egli stesso mi ha tracciato. Claudia (Ferkessedougou, Costa d’Avorio)

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Dalla missione

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Germain una vita che rifiorisce! L

o ritroviamo dopo un po’ di tempo: eccolo qua Germain, il ragazzetto che abbiamo conosciuto timido e spaurito, segnato nel corpo e nello spirito dalla malnutrizione, dall’abbandono affettivo, dalle percosse… Accolto a Koloware dalle suore si è sentito amato, capito e valorizzato, il ragazzo ha trovato le condizioni giuste per dare poco a poco un senso alla sua vita, mette-

re delle basi sicure al suo futuro. A Koloware Germain ha cominciato a “rifiorire” impegnandosi al massimo negli studi e nel cammino di vita cristiana seguendo i corsi di Catecumenato. Progressivamente il “bocciolo” che pareva essere troppo rinsecchito per fiorire, ha ripreso vita e si prepara a sbocciare nella bellezza del suo fiore. Il ragazzo è cresciuto anche fisicamente è quindi pronto per i passi ulteriori che lo aiuteranno a realizzare la sua vita: un lavoro e magari una vita nuova con la madre, mai dimenticata. I miracoli sono sempre possibili e sono ancora più splendidi quando irrompono nella vita dei bambini, i prediletti di Cristo. Il miracolo per Germain è stato il ritrovamento casuale della madre della quale non aveva più notizie da molti anni, e la

Celebrazione del Battesimo

gioia di rivederla. Nell’attesa dell’incontro tanto desiderato, Germain ha scritto alla mamma una lettera nella quale esprime quello che porta in cuore. Sentimenti a lungo repressi che finalmente possono uscire dal segreto del cuore, liberarsi, trovare espressione: “Cara mamma, Come stai? Io sto bene. Ma devi sapere che ho sempre versato tante lacrime a causa della tua assenza. E perché non sapevo dove eri. Mi sei talmente mancata! Per grazia di Dio un insegnante mi ha fatto sapere che ti aveva vista e mi ha indicato il nome del villaggio dove abiti. Posso ora scriverti, parlarti e dirti il mio grande desiderio di rivederti, di stare con te, di abbracciarti! Mamma, rispondimi presto e vieni! Ti voglio tanto bene e ti abbraccio forte, forte il tuo figlio Germain che non ti ha mai dimenticata”. Suor Etta Profumo che è un po’ la madre adottiva di Germain, quella che ha rimesso in sesto la sua esistenza, ci racconta il seguito. “Anche la storia della mamma di Germain è travagliata: ripudiata dal marito quando Germain aveva solo due anni era ritornata dai suoi genitori. Un giorno lascia il bambino in custodia alla nonna e va al mercato, al ritorno non lo trova più perché il padre era venuto a prenderlo per portarlo a casa sua. Sostenuta dai famigliari la donna ha fatto di tutto per riaverlo, ma l’uomo si è sempre rifiutato anche solo di incontrarli. Inizia qui il calvario di Germain (che abbiamo già raccontato): viene abbandonato dal padre nelle mani della matrigna che lo maltratta in ogni modo: percosse, punizioni immeritate, cibo scarso, segregazione in un ripostiglio, mancanza assoluta di affetto. Il bimbo cresce solitario, gracile, perennemente impaurito fino a non par-

lare più. Per fortuna le suore riescono a portarlo a Koloware dove inizia la sua “risurrezione”. L’affetto, la vicinanza, il rispetto trasformano Germain in un ragazzo serio e responsabile, sensibile alla sofferenza degli altri, aperto al messaggio del Vangelo. La mamma, dopo avere ricevuto la lettera del figlio è venuta a trovarlo. Arrivata a Sokodè mi ha telefonato e sono andata a prenderla con l’auto. Germain era a scuola, e aveva chiuso a chiave la porta della sua cameretta. Ho cercato la chiave e fatto entrare la donna che in attesa del figlio si è messa a cucinare il pranzo che avrebbe condiviso con lui. Sfortunatamente non ho potuto essere presente all’incontro. Naturalmente Germain quasi non conosceva sua madre perché non la vedeva da dodici anni. Facile immaginare la gioia e l’emozione di entrambi! Germain ha trascorso cinque giorni con la mamma e con la sorellina di sette mesi, Christine, che la donna ha avuto dal nuovo marito. I suoi amici mi hanno riferito che Germain era attentissimo alla mamma per aiutarla in ogni cosa, lavandogli anche i piatti. Inoltre lui, che in genere parla pochissimo, non smetteva di parlare e di sorridere. Il fratello maggiore Ignace, è andato pure lui a trovarli e allora la gioia è stata completa. Penso proprio che ormai il piccolo Germain sia più che pronto ad affrontare la vita e a costruirsela con impegno.” Una volta di più la sua vicenda ci dimostra la verità che impariamo guardando Gesù sulla croce: il dolore accettato diventa via di salvezza, cammino verso la pienezza di vita, gratitudine che sa donarsi con gioia ed amore. a cura di suor Marisa Bina


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Dalla parte di

Una presenza, un segno di

SPERANZA I

malati di lebbra arrivano da ogni parte del paese. In maggioranza giovaniadulti di sesso maschile ma anche donne, particolarmente casalinghe. Sono accolti all’ospedale quando per il subentrare di complicazioni dovute a piaghe che la lebbra rende recidive e a deformazioni ai piedi e alle dita i malati sono obbligati a chiedere il ricovero. Tutto questo avviene dopo parecchi anni dal manifestar-

si della malattia sia che il periodo di trattamento, nel soggetto, sia iniziato o non. La cura esige che il malato trascorra all’ospedale, parte del suo tempo, e dove i risultati, alla fine, sono a volte deludenti. Alcuni restano con il loro handicap mentre altri arrivano a recuperare parte della loro autonomia e imparare un mestiere. Il malato di lebbra, per la società, è un emarginato, una persona che ha costantemente

bisogno di essere assistito perché spesso abbandonato dalla famiglia e costretto, a sua volta, ad abbandonare tutto (se prima aveva un’attività lavorativa) e restare nei pressi di un ospedale per beneficiare dei vantaggi legati alla loro nuova condizione di vita. È lo Stato che provvede, in tutto, a ogni loro necessità. È il caso di Tibe, 26 anni, sarto che ha lasciato il suo lavoro per venire, all’ospedale, segui-

Bambini colpiti dall’Ulcera di Buruli nel mio ambulatorio

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Il lebbrosario si trova in Costa d’Avorio a 15 km da Adzope ed è stato fondato nel 1942 dalle Suore missionarie di Nostra Signora degli Apostoli. Nel 1945, con l’aiuto di Raoul Follereau, la struttura sanitaria si amplia e in seguito, nel 1971, diventerà l’Istituto Raoul Follereau (I.R.F.). Oggi il lebbrosario può ospitare fino a 140 ammalati ed è specializzato, oltre che per la cura della lebbra, anche per l’ulcera di Burulì. È quest’ultima una patologia sociale ed è causata da un micro batterio simile a quello della lebbra e della TBC. Sono colpiti soprattutto i bambini e richiede una degenza da 6 mesi a 3-4 anni. È curabile con intervento chirurgico di asportazione dei tessuti necrotici e impianto di pelle sana. Nella casa di cura ogni giorno servono bende, disinfettanti, anestetici, flaconi di sangue, ecc., che possono essere acquistati grazie alla generosità dei sostenitori delle missioni. Senza i presidi medici più elementari e più comuni, i malati muoiono ancora per malattie terribili come la lebbra e l’ulcera di Burulì. Gli ammalati provengono da diverse regioni della Costa d’Avorio, appartengono a religioni diverse, celebrano culti diversi, ma tutti vivono nel grande rispetto dell’altro. Negli occhi delle persone si legge un forte desiderio, ma anche una grande paura di tornare a casa. D’altra parte la lebbra e l’ulcera di Burulì rimangono ancora per molte persone un tabù ed è anche per questo che giungono a noi quando ormai non si può curare se non con l’amputazione dell’arto ammalato. Nonostante tutto la speranza rimane viva in loro perché le persone guariscono grazie anche alla competenza professionale del personale sanitario, ma a volte la frustrazione è grande quando le difficoltà logistiche non permettono di svolgere al meglio il proprio lavoro. I bisogni più urgenti sono relativi all’acquisto di bende, garze, guanti, zanzariere per i letti, rinnovo dei materassi e un investimento deve essere fatto anche per sostenere le spese degli interventi chirurgici e la realizzazione di protesi. La presenza delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli in questo luogo vuole essere per gli ammalati segno di speranza, un dono, perché sanno di trovare in queste religiose missionarie un appoggio nell’affrontare le difficoltà quotidiane della vita.


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Dalla parte di

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Bomo colpita dall’ulcera di Buruli agli arti inferiori

re il trattamento poiché la malattia l’ha reso deforme nelle dita e quindi non gli è più possibile svolgere il suo mestiere e ora aspetta l’intervento chirurgico. Anche Déli 22 anni, studente che ha interrotto gli studi e ha subito vari interventi con scarsi risultati. Evariste, 19 anni non va più a scuola e da tre anni è qui per cure. Justine 25 anni, casalinga e mamma di due bambini di sei anni e di venti mesi, sposata ma col manifestarsi della malattia nel 2007 è sta-

ta obbligata al divorzio. È al suo terzo ricovero in ospedale. Marie Josée, mamma di una bimba di tre anni apprendista sarta, scacciata dalla famiglia nel 2005. Anche i malati di ulcera di Buruli vengono da ogni dove. Sono particolarmente colpiti i bambini e le donne sempre in maggioranza casalinghe. Questa nuova forma di lebbra è stata scoperta in Costa d’Avorio intorno agli anni ’80. Oggi, nel nostro paese: la Costa d’Avorio, secondo le stati-

Marie Josée

L’ulcera di buruli Benché sia stata descritta già nel 1948 da McCallumP, Tolhurst JC et al, e nonostante il più recente incremento di casi osservati, l’Ulcera di Buruli resta sostanzialmente una malattia scarsamente conosciuta. Essa colpisce principalmente i bambini dell’Africa subsahariana, ma può interessare individui di qualsiasi età e stato sociale. Causata dal Mycobacterium Ulcerans questa patologia assume un carattere disabilitante in una percentuale di pazienti che raggiunge il 25%. In un articolo pubblicato su PLOS Medicine, Johnson P, Stinear T, et al., [PLOS 2005 Apr; 2(4), 282-6] offrono una descrizione completa della malattia e dei risultati delle più recenti ricerche nel campo dell'epidemiologia, terapia e prevenzione.

stiche dell’OMS (Organismo Mondiale della salute), si parla di almeno 20.000 casi per anno. È una malattia che porta alla distruzione estesa della pelle colpendo pure le articolazioni e le ossa se la cura non viene praticata in tempo. Anche in questi casi il ricovero all’ospedale richiede tempi lunghi. Questa forma di lebbra obbliga i ragazzi che, prima del manifestarsi della malattia seguivano la scuola, a lasciare gli studi vedendosi, così, compromesso il futuro e di conseguenza la loro realizzazione personale. Laeticia, 8 anni, è al suo terzo ricovero. Bomo, 14 anni al suo quinto ricovero e ora è handicappato dopo che gli è stata diagnosticata la malattia nel 2003. Aboya, 19 anni, ultimo anno di liceo, non ha potuto sostenere gli esami di maturità. La malattia l’ha colpita alle dita della mano sinistra. I malati di lebbra hanno bisogno di una continua assistenza. In famiglia, è spesso la madre che sceglie di prodigarsi abbandonando così il marito e gli altri figli per restare vicino alla persona malata. Oltre a fare la cucina per il malato, la persona che assiste, si occupa della sua igiene personale lavando e sterilizzando vestiti e garze usate nelle medicazioni quotidiane. Il

fatto di abbandonare la famiglia per venire a prendersi cura del malato ha spesso però delle conseguenze negative. I lunghi periodi trascorsi all’ospedale causano dei veri problemi sociali sia per i malati che per i familiari che li seguono. Occorre notare che sia i malati che i familiari provengono da classi sociali sfavorite. Essi infatti, non hanno risorse finanziarie per occuparsi del malato e di se stessi particolarmente in quei bisogni supplementari che non dipendono dall’ospedale. I malati in questa situazione di indigenza sono presi in carico al 100% dallo Stato sia per il ricovero che per il cibo. Medicazioni e cure gratuite ma la qualità di assistenza è mediocre. A volte scarseggia il cibo e le stesse medicine che non si trovano perché lo Stato non riesce a far fronte a tutte le spese. Altri ammalati, in particolare coloro che non hanno la famiglia che li assiste perché rifiutati ed emarginati, si ritrovano a non avere nulla; sono abbandonati a sé stessi e mancano di ogni tipo di assistenza sociale. Anche coloro che si prendono cura del malato non godono di nessun sostegno sociale e spesso la loro lontananza dalla famiglia porta alla rottura dei legami fami-

liari. È per questo che delle organizzazioni umanitarie vengono in aiuto offrendo materiale medico, alimenti, indumenti e altro. La Congregazione delle Suore di Nostra Signora degli Apostoli (NSA) presente da anni in questo Istituto offre un aiuto straordinario agli ammalati. Con costanza le suore assicurano il loro sostegno sia dal punto di vista medico infermieristico che di aiuto di prima necessità nei bisogni più urgenti del malato. Organizzano dei corsi di recupero per tutti coloro che hanno interrotto la scuola e dei corsi di alfabetizzazione per coloro che non sanno né leggere né scrivere. Si prodigano nell’insegnamento di piccoli mestieri (ricamo, cucito, lavoro a maglia) per le donne e ragazze che non hanno ancora potuto usufruire di una istruzione e formazione. Ci sono strutture, all’interno dell’Istituto, di riabilitazione come l’ergoterapia dove si impara a lavorare la paglia, l’argilla. Si imparta l’arte del disegno, della pittura. Anche questa è un’altra possibilità per imparare un mestiere e ritrovare dignità e voglia di vivere. Dr. TOHO Emmanuel IRFCI (Istituto Raoul Faullerau Adzopé Costa d’Avorio)


Adesso parliamo noi

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B E Wle culture diverse dove

si possono incontrare… di Adriano Torti

M

issione 2.0, ovvero le nuove tecnologie al servizio dell’attività missionaria. Di questo si è parlato a Genova nella quarta giornata di Missio.EDU dedicata al blog ed alla missione, in un percorso multimediale alla ricerca dei nuovi confini dell’annuncio. Fortuna Ekutsu Mambulu, originario della Repubblica democratica del Congo e curatore di Kwanza, settimanale di economia africana di Afri-Radio dei Comboniani di Verona ha parlato di blog, social network, Twitter, Facebook, YouTube, della differenza tra web 1.0 e 2.0. «Il cristiano ha spiegato, deve comunicare il proprio messaggio occupandosi di aspetti che interessano tutti. È necessario, anche sul web, uscire dalla solita cerchia degli amici o dalle nostre comunità virtuali ristrette per parlare a tutti e comunicare al mondo il messaggio cristiano con lo stesso linguaggio che usa il mondo». E qual è il messaggio cristiano che viene veicolato oggi dal web? Come può un cristiano utilizzare al meglio le nuove tecnologie? La risposta di Fortuna Ekutsu Mambulu è che si può anche fare attività missionaria senza andare nelle missioni. Certo, l’esperienza diretta è fondamentale e imprescindibile, ma l’attività missionaria è anche racconto, testimonianza, informazione. «Non si può più prescindere dal web o dai social network, ha aggiunto, soprattutto se si vuole cercare di raggiungere e coinvolgere i giovani che trascorrono su Facebook anche alcune ore al giorno».

Secondo lo stile di Missio.EDU, che affianca laboratori pratici alla formazione tradizionale. I ragazzi sono stati divisi in quattro “redazioni” col compito di preparare, per ciascuna redazione, un editoriale su un argomento a scelta tratto da notizie di attualità o su tematiche missionarie. L’articolo, dal quale doveva emergere chiaramente il punto di vista cristiano, è stato poi titolato e pubblicato sul profilo Facebook dei partecipanti iscritti al social network con lo scopo di registrare le reazioni dei rispettivi amici e contatti nell’arco di poche decine di minuti. Oltre alla multimedialità, tra gli argomenti in programma al Missio.EDU, vi sono stati la spiritualità missionaria, i fondamenti della missione, la cooperazione missionaria e i nuovi stili di vita. Tra le tematiche affrontate durante la settimana di formazione sono stati previsti anche l’accoglienza e l’immigrazione nel nostro Paese, grazie alla testimonianza di due giovani della Caritas di Agrigento che, hanno raccontato la loro esperienza nel centro di accoglienza di Lampedusa e l’attività messa in campo dalla Caritas locale nella gestione dell’emergenza sbarchi sull’isola. Missio.EDU si è concluso con un momento di animazione organizzata sul lungomare di Corso Italia con l’iniziativa dei Free-Hugs che ha visto protagonisti i giovani che hanno partecipato al corso, muniti di cartelloni che in diverse lingue hanno invitato i passanti ad un «abbraccio gratis».

Alcune testimonianze dei partecipanti al corso

“Fortuna Ekutsu Mambulu ha smontato stereotipo per stereotipo tutte le nostre idee sull’Africa». Infatti, «troppe volte, in ambito missionario, ci impegniamo per realizzare gesti concreti di solidarietà ma il primo gesto di solidarietà è dare la voce ai poveri al Sud del mondo e questo vuol dire per prima cosa mettersi in ascolto di queste popolazioni». Alessandro Zappalà Segretario nazionale del Movimento giovanile missionario (Mgm)

“Grazie a Fortuna, abbiamo compreso che i nuovi media sono uno strumento fondamentale per l’attività missionaria”. Lara Cavezarsi Responsabile Mgm di Genova o trascorso l pomeriggi ne suore NSA ne o et pl m co alcu Il gruppo al MA di Genova e con S presso i PP.

Lavori di gr

uppo

Missio.EDU è una proposta formativa di Missio giovani che nasce dall’esigenza espressa più volte dai direttori dei Centri missionari diocesani di una formazione missionaria per giovani e si collega al progetto decennale della Cei sull’emergenza educativa. Un progetto di lungo termine che ha come scopo quello di formare nei giovani una coscienza missionaria e fornire allo stesso tempo strumenti teorici ed esperienziali utili per il loro impegno nell’animazione missionaria sul territorio.

“Il Missio.EDU è una delle esperienze formative più belle che ho vissuto finora. Un modo per guardare le cose da un altro punto di vista e per demolire tanti facili pregiudizi. Uno di questi era proprio l’utilizzo dei nuovi media ma, grazie al corso, ho compreso che internet può davvero aiutare il lavoro missionario perché, grazie al web, è possibile raggiungere persone che non sarebbe mai possibile contattare diversamente” Brigida Cangialosi Palermo, diocesi di Monreale

“Sono contento perché finalmente ho trovato un momento formativo ben strutturato, con contenuti interessanti e molto curati», A differenza di altre occasioni formative. Al Missio.EDU ho trovato molta concretezza e la possibilità di fare esperienze diretta come quella sul rapporto tra missione e web dalla quale tutti abbiamo compreso che, tralasciando la sfida del web, perdiamo un’occasione di incontro con tante altre persone» Roberto Marinaccio di Gaeta

«Non si va in missione per aiutare ma per condividere e che culture diverse si possono incontrare. Per questo il web è una grande risorsa che non dobbiamo assolutamente tralasciare» Caterina Ceccarelli di Piombino


Adesso parliamo noi

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Giorni intensi…

a mia esperienza in Benin è stata un po’ strana, sono partito per avere delle risposte e sono tornato in Italia con più domande di prima. È stata anche un’esperienza di forte discernimento spirituale, di crescita personale, di incontro con l’altro. In questo viaggio ho messo in discussione me stesso, come uomo e come cristiano, le certezze che avevo si sono piano piano sgretolate, ma tutto questo non mi ha impedito di vivere a pieno i giorni che ho passato con i miei fratelli africani, anzi mi ha dato la forza per abbattere quelle barriere culturali, quei pregiudizi che noi occidentali ci portiamo dietro. Sono stati giorni intensi, in cui sono stato travolto da emozioni che mi hanno lasciato a bocca aperta, ho provato un senso di pace, di pienezza spirituale che in Italia non ho mai provato. Un giorno siamo andati a visitare Hospital Saint Jean de Dieu a Tanguiéta costruito dall’ordine dei Fatebenefratelli, e lì ho visto un mondo completamente diverso dal

nostro, noi siamo abituati che quando abbiamo una persona malata la portiamo in ospedale e noi torniamo a casa e poi gli facciamo visita. Li non funziona così, quando in una famiglia c’è una persona malata si porta in ospedale ma la famiglia rimane lì fino a quando il malato non sta meglio. Loro dicono che la malattia non è di una sola persona ma è la malattia di tutta la famiglia. Ho visto una madre dormire a terra, acconto al suo bambino, ricoverato per una malformazione all’intestino, questa donna era lì da tre settimane. È stata una delle tante esperienze forti che ho vissuto in questo viaggio, che mi ha lasciato un segno indelebile nella testa, ma soprattutto nel cuore. Questa insieme alle altre mi hanno aiutato sicuramente ad essere una persona migliore, un cristiano migliore, ma anche ad avere una consapevolezza maggiore di quella che è la mia vita. L’Africa è strana, ti affascina, ti incanta, ti entra dentro e arriva a toccarti nel profondo ed è lì

che ti cambia. Ora che sono tornato alla mia vita quotidiana me ne sto rendendo conto, di come l’Africa mi ha e mi sta ancora cambiando. Luciano (MGM - Movimento Giovanile Missionario)


Adesso parliamo noi La parabola di Pietro: imparare

ei giorni 27 e 28 Agosto si è svolto il tradizionale ritiro estivo ad Airuno. Quest’anno avendo avuto più difficoltà a far coincidere le date e le esigenze di tutti/e, pur trovandoci nella nostra solita base di via Solaro, invece dei consueti quattro giorni abbiamo vissuto un mini ritiro-lampo della durata di un week-and. Come si dice… pochi ma buoni… al venerdì sera eravamo infatti due coppie per un totale di quattro persone. C’erano poi Margherita di tre mesi, Arianna di quasi 9 mesi, padre Gianpiero e suor Martina. Tra il sabato e la domenica ci hanno però raggiunto altri amici. Il clima, dell’incontro, è sempre stato molto intimo e allietato dalla presenza gioiosa dei nostri bimbi. Tema del ritiro: “La parabola di Pietro”. Con l’aiuto di P. Gianpiero ci siamo immersi nella vita di quest’uomo che ci somiglia così tanto: un pescatore di pesci che sulla Parola di Gesù diventa pescatore di uomini; capace di grandi manifestazioni di fede ma anche di grandi tradimenti. L’abbiamo seguito passo, passo nella via che l’ha portato a sperimentare il perdono e imparare l’umiltà, per poter essere guida del gregge. Domenica 28, le suore NSA,

nella festa di S. Agostino, festeggiavano la memoria del loro fondatore Agostino Planque. È stata l’occasione, anche per noi, di condividere con loro un pezzo del nostro ritiro.

…. ci siamo immersi nella vita di quest’uomo che ci somiglia così tanto: un pescatore di pesci che sulla Parola di Gesù diventa pescatore di uomini; capace di grandi manifestazioni di fede ma anche di grandi tradimenti. L’abbiamo seguito passo, passo nella via che l’ha portato a sperimentare il perdono e imparare l’umiltà, per poter essere guida del gregge.

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Á T L I M l’U

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… e t u o r e d Carnet Ciao, mi chiamo Lucas PÂRIS, ho 12 anni e con i miei genitori e i miei tre fratelli ho fatto un viaggio in Burkina Faso per conoscere le suore missionarie NSA che sono presenti a: Ouagadougou, Fada N’Gourma, Tibga e Diabo . Vi racconto in parole e con delle foto l’esperienza di quei giorni.

Ouagadougou Abbiamo celebrato insieme l’Eucaristia nella loro grande cappella e pranzato poi tutti insieme in casa loro. Tornati poi a casa la sensazione è che il ritiro sia stato intenso ma davvero troppo breve. La speranza e il proposito per l’anno prossimo è di riuscire a trovare un periodo ed un luogo adeguati per poter fare l’esperimento del famoso “ritiro/vacanza” per famiglie di cui ci sembra molti sentano l’esigenza. Mi sento poi di ringraziare suor Martina e padre Gianpiero che nonostante tutto ci hanno permesso di vivere qualche giorno di silenzio e preghiera, perché penso che quando i programmi originali vanno in fumo, venga facile dire “tanto vale non fare più niente”. Io l’ho vissuto come un segno di fedeltà e anche di affetto verso di noi. Chiara e Samu

“La Rosa di Sabbia” è l’hotel dove abbiamo pernottato al nostro arrivo alla capitale del Burkina Faso: Ougadougou. C’erano molte lucertole e geco (lucertole più grosse). La seconda sera abbiamo mangiato del pollo “bicicletta” (ruspante) con Suor Piera, Suor Emilienne, suor Amelie e Christophe, l’autista. Le suore, nella loro casa, hanno un giardino con parecchie galline. Due piante di mango e un terrazzo per mangiare fuori la sera…. Qui, abbiamo trovato subito degli amici per giocare a pallone. Al mercato artigianale di Ouagadougou abbiamo osservato delle donne che recuperavano della carta per lasciarla poi macerare nell’acqua e ricavarne della pasta che viene pressata, essiccata e infine colorata. C’erano delle sculture in legno di ebano. Ho scoperto che la parte bianca della scultura è la scorza mentre quella nera è la parte più interna. Degli artisti in erba costruiscono in fil di ferro dei piccoli modelli di moto e di automobili.

ll’incontro

La gioia de

Fada N’Gourma a 250 km da Ouagadougou

(a est del paese) In questa casa delle suore NSA ci sono sette maialini, un cane, un gatto, dei piccioni e quattro anatre. Il cortile è molto grande con un grosso pozzo al centro. Ci sono quattro edifici e una piccola cappella. I ragazzi del catechismo sono stati felici di fare la nostra conoscenza. Con loro abbiamo giocato a pallone. Alcuni sono ritornati il giorno dopo. Centro Betania dove lavora suor Piera Comprende: un laboratorio di analisi e un centro per la cura dei malati di AIDS. Nel sotto tetto è stato aggiunto un isolante per mantenere freschi i locali. C’è un forage (pozzo profondo) di acqua potabile che viene usata anche dalle suore della comunità. Gli operai fanno i mattoni sul posto con uno stampo e del cemento.

Suor Piera co e mio fratel n mio papà lo)


e…

Carnet de rout

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Fada N’Gourma

Centro che accoglie i bambini di strada Ci sono dieci bambini di cui quattro si chiamano “Daouda!” È suor Suzanne che si prende cura di loro e lavora per poterli reinserire in famiglia e nella società. Li manda a scuola e in formazione dove imparano un mestiere. Ecco Bachirou che vuole diventare meccanico. Un giorno prima di ripartire abbiamo organizzato una festa con questi ragazzi (sono stati suor Suzanne, mamma e papà che hanno avuto questa idea). Noi abbiamo portato delle bibite e distribuito tanti abiti e berrettini. Erano felicissimi e hanno danzato delle danze africane al ritmo di un grosso tam-tam. Le postulanti La sera del nostro arrivo a Fada c’era la messa in cappella per l’entrata in postulato (prima tappa per chi sceglie di diventare suora) di cinque giovani ragazze. La messa era molto animata. Il prete ha consegnato loro una medaglia della Madonna miracolosa. Una postulante suonava il tam-tam mentre un’altra un piccolo tamburo. Avevano preparato dei canti accompagnati da danze molto belle. Abbiamo mangiato all’aperto e dopo ci hanno allietato mimando delle scenette teatrali.

Un mattino verso le ore 5.00 ci siamo alzati per andare a vedere gli animali che si trovano nella riserva di Ougarou. Siamo partiti con suor Piera e suor Suzanne. Inizialmente abbiamo percorso una strada asfaltata poi abbiamo seguito la pista. Inoltrandoci sempre di più abbiamo visto molti animali: elefanti, babbuini, antilopi, degli uccelli: faraone, avvoltoi, una famiglia di facoceri. Abbiamo visto anche quattro ippopotami nell’acqua. L’acqua però era poca. I caimani vedendoci sono rientrati nella loro tana. Siamo, però, riusciti a riprenderli in foto. Pierre ha sollevato la coda di uno di loro.

I ragazzi di

Tibga

Anche qui le suore hanno delle capre, delle galline e un cane che un tempo ha morsicato suor Suzanne. Le suore lavorano in una scuola materna. I ragazzi ci hanno salutato dicendo: “bonjour les amis”. Sono ragazzi che lavorano più di quelli che si trovano in Francia.

Diabo Le postulan ti comunità N e la SA

Diabo

C’è un capoc (albero tipico dei paesi tropicali che produce frutti rivestiti di peli lanosi), delle capre, delle galline e un grosso pozzo. Suor Marcelline cura i bambini malnutriti o malati. Tutti questi bambini sono accompagnati dalle loro mamme. Suor Marcelline dà loro del latte speciale e dei dolci per farli crescere. Le mamme cucinano in una sala con cinque piccoli forni a legna Il lavoro dell’acqua L’acqua qui è rara e ci sono vari modi per avere quella potabile: o costruire dei pozzi profondi oppure comprare l’acqua in bottiglia. Le due possibilità sono tutte a pagamento. L’ OCADES (la Caritas del Burkina) costruisce il tipo di pozzo profondo. Un esempio è quello del Centro Betania

ne

suor Suzan

e tengo in Sono io ch i e gemellin du o bracci

Le celebrazioni Sono migliori di quelle che si fanno in Francia poiché i canti sono vivaci, gioiosi e meno ripetitivi.

Dietro la stazione di benzina abbiamo visto una pianta di mele selvatiche, dei banani e un melograno. Nel giardino della parrocchia ancora banani e due piante di papaia. Nel monastero delle suore Redentoriste (sono suore di clausura) abbiamo visto un campo di patate dolci con delle goyave (frutti dalla polpa ricca, rosa o bianca e dal gusto esotico).

con Baobab. Io lia famig

la mia

Fada N’Gourma

A Fada, abbiamo visto un baobab (albero dalle dimensioni impressionanti con il tronco ricco di ramificazioni. Esistono degli esemplari che possono raggiungere i 15 m di diametro). Questo baobab aveva un nido di api e secondo una leggenda un re è salito con un cavallo su di esso che poi però è sparito.

Mango nt. In itadiliafunooco”. Flambottoya: “A lbero viene de maestoso che può n È un albero15 m. di altezza, co i superare ati portanti foglie rami allargbondante fioritura ed una ab cio. rosso-aran

Abbiamo fatto un viaggio meraviglioso in questo paese. Abbiamo scoperto un’infinità di cose e siamo soddisfatti di questa esperienza. I nostri amici ci hanno dato “la moitié de la route”, solo la metà del cammino. Certamente ci ritorneremo per vivere altre vacanze e la gioia di altri incontri. Lucas

Karité. Dai suoi semi, chiamati noci di karité, si ricava il burro di karité, che per le sue caratteristiche viene utilizzato in molti prodotti cosmetici o come condimento.


Feriole (PD)

Programma dell’anno

2011-2012 GRUPPO “AD GENTES” G.A.G Rivolto ai giovani che desiderano discernere e maturare una scelta missionaria con la prospettiva di un’eventuale partenza, confrontandosi in gruppo e con possibilità di accompagnamento personalizzato. Il percorso prevede anche la possibilità di un’esperienza estiva nelle nostre comunità in Africa. ESTATE 2012 • 20 giorni in Africa Viaggio in Africa per giovani che desiderano scoprire e incontrare una realtà di Chiese sorelle e condividere la vita dei missionari. Si richiede la partecipazione al percorso “viaggiare per condividere” organizzato al CMD di Padova. Per informazioni: Suor Marta: marta.pettenazzo@gmail.com P. Toni: antonio.porcellato@gmail.com

Scuola della parola La comunità approfondisce il tema dell’anno invitando tutti a un percorso ritmato dalle Beatitudini, il manifesto della novità evangelica. Gli incontri comprendono la spiegazione della Parola, la condivisione di vita e la preghiera Ogni seconda domenica del mese dalle 15.30 alle 18.30 Per informazioni: P. Giuseppe: bepi@smaferiole.org Maurizio e Marika: zanonmaurizio@libero.it

GRUPPO I CARE Percorso per giovani animatori di gruppi parrocchiali con taglio biblico-esperienziale. Ogni prima domenica del mese dalle 09.00 alle 13.00. L’incontro termina con la Messa e il pranzo condiviso. SMA-ISSIMI Il gruppo I CARE invita i giovanissimi a un “viaggio missionario”. Due domeniche dalle 09.00 alle 17.00 (5 febbraio, 25 marzo) Per informazioni: P. Giuseppe: bepi@smaferiole.org Suor Marta:marta.pettenazzo@gmail.com

appuntamenti

A S N A SM

appuntamenti

appuntamenti

appuntamenti

Comunità


appuntamenti

e s s e m ker onaria missi 6-9 ottobre 2011

presso il convento NSA di Bardello

tutti i giorni ore 09.30-12.00 e 14.30-18.00 sono aperti i vari stands con:

GRANDE PESCA DI BENEFICIENZA Vendita oggetti artigianato africano Vendita lavori di ricamo e uncinetto ad opera delle suore e. Pozzo di S. Patrizio per la gioia dei bambini

Vi aspettiamo! Suore Missionarie NSA • P.za Trieste, 5 • Bardello Tel. 0332-743379

Regina Apostolorum  

Regina Apostolorum - Ottobre 2011

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