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presenta

Speciale LXVII Premio

Luglio 2013

Interviste ai finalisti


La prima realtà del settore con tre anime

Agenzia letteraria

Blog Webzine

Professionalità e intraprendenza al servizio dell'editoria, della letteratura e degli scrittori. L'immagine è estrapolata da 50° Anniversario PAN, di chripell.


La pubblicazione raccoglie le interviste realizzate da Sul Romanzo ai finalisti del Premio Strega 2013 nell’ambito dello speciale apparso sul nostro blog dal 24 al 28 giugno 2013. Paolo Di Paolo, Alessandro Perissinotto, Romana Petri, Walter Siti e Simona Sparaco ci raccontano i loro romanzi e ci confidano come si stanno preparando per la serata finale del 4 luglio, tra un po’ di ansia, molta consapevolezza e qualche rituale scaramantico. Cinque personalità molto diverse ci spiegano il loro punto di vista sulla letteratura e sulla scrittura. Cinque opere che mettono in campo importanti argomenti della vita politica e sociale, ma anche di quella individuale e intima, al centro dell’edizione 2013 del Premio Strega.

Paolo Di Paolo,

Mandami tanta vita

4 Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri

8 Romana Petri,

Agenzia Letteraria, Lit-Blog & Webzine

Figli dello stesso padre

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Direttore Morgan Palmas info@sulromanzo.it

Walter Siti,

Resistere non serve a niente

Project Manager Gerardo Perrotta

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Art Director Daniele Vignato

Simona Sparaco, Nessuno sa di noi

Redazione Daniele Duso

16 Interviste di Daniele Duso e Morgan Palmas

Sul Romanzo

Speciale Premio Strega

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Paolo Di Paolo,

Mandami tanta vita di Daniele Duso

Trent’anni e già nella cinquina dello Strega. Quali sono le sue sensazioni? Dopo aver saputo di essere entrato nella cinquina dello Strega, la prima sensazione è stata di pura sorpresa. È stato un evento non solo lusinghiero, ma anche abbastanza inaspettato. Insomma, lo Strega è il premio letterario italiano più importante; ha premiato nella sua storia i migliori scrittori italiani. Davvero, quindi, anche soltanto la sensazione di poter avvicinarsi, attraverso la cinquina, alla storia del Premio Strega, per me è una grandissima soddisfazione. In un momento come questo, poi, un premio così popolare può dare voce e visibilità. Il periodo di visibilità in libreria si accorcia sempre di più, è chiaro che un premio dilata questo tempo, gli offre un’esposizione più ampia, e quindi di questo uno scrittore oggi può soltanto essere contento. Certo, nella storia si rimane soprattutto vincendolo, entrando nell’albo d’oro. Però, come ho già detto, sicuramente è importante essere anche solo all’interno della cinquina. Tra gli scrittori che non sono stati premiati per un soffio, nella storia, ci sono anche nomi di prim’ordine, per questo il risultato mi lusinga. Questo risultato non ha un valore assoluto: dipende sempre dall’annata, dal fatto che le case editrici comunque intervengono nella scelta, però tutto sommato ritrovarsi, alla mia età, in questa che è la principale competizione italiana per me è già un ottimo motivo di soddisfazione.

Paolo Di Paolo – Nato a Roma il 7 giugno 1983, ha esordito nel 2004 con Nuovi cieli, nuove carte (Edizioni Empirìa), finalista al Premio Calvino. Nel 2011, ha pubblicato Dove eravate tutti (Feltrinelli), vincitore del Premio Mondello e del Premio Vittorini, a cui è seguita la raccolta di saggi La fine di qualcosa. Scrittori italiani tra due secoli.

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Sul Romanzo

Mandami tanta vita, pubblicato da Feltrinelli, sembra proporre un modello di intellettuale impegnato anche nell’azione politica. Ritiene che tale modello sia oggi ancora rintracciabile o che si possa soltanto narrare attraverso il recupero di exemplum del passato? Speciale Premio Strega


Non ho mai creduto nella letteratura programmaticamente impegnata. Non mi interessa l’idea di uno scrittore che si differenzia da un cittadino normale dicendo “io scrivo e perciò differisco nell’impegno”. Come un qualsiasi cittadino anche lo scrittore può, e deve, sentire una responsabilità nei confronti della realtà che osserva, e più invece di qualunque cittadino, come accade ai giornalisti, come accade a chi lavora con le parole, deve sentire il raddoppio di questa responsabilità, perché può tradurla in un racconto, può tradurla in testimonianza. L’“io faccio lo scrittore impegnato…” sembra sempre piuttosto una formula recitata, e quindi anche una formula ormai logora. Ha funzionato in alcune stagioni della nostra storia recente, ma oggi la vedo fuori tempo. Lo scrittore risponde a un senso di responsabilità nei confronti della realtà, e risponde a suo modo. Uno scrittore che non interviene direttamente sulla realtà, politica o sociale, non è meno interessante. Anzi, nel momento in cui affronta qualche dramma, che riguarda anche semplicemente l’emotività, sta comunque facendo il suo lavoro. Semmai la distinzione è tra chi scrive opere di puro intrattenimento e chi si occupa delle parole lavorando sullo stile e, più ancora che sullo stile, su una visione del mondo. Ci sono moltissimi libri oggi che producono storie simili a quelle prodotte da televisione e web. E addirittura capita che siano storie migliori proprio quelle che escono dalla televisione e dal web, che possono contare sulla forza delle immagini e addensano capacità diverse, come quelle degli sceneggiatori. Ma penso sia molto più interessante, e necessario, cercare nelle storie qualcos’altro, un’idea del mondo e quindi anche la responsabilità di decifrarlo, che ne deriva. La figura di Piero Gobetti, nello specifico, non era tanto interessante per il suo impegno politico. Egli è uno dei primi ad accorgersi della deriva autoritaria del Fascismo, e ne paga le conseguenze. Ma più interessante, di lui, è un’altra questione, che va Sul Romanzo

al di là del dramma con cui finisce la sua storia, ed è la quantità di energia che lui, intellettuale, è disposto a spendere in un tempo che sembra difficile, ingrato e ostile. Oggi, siamo molto portati a pensare che nulla di quello che facciamo abbia una radicamento. Piero, in un tempo forse anche più ingrato del nostro, è disposto a spendere delle energie, senza chiedersi troppo quale sarà l’effetto del suo impegno. Allora mi sembrava interessante riproporre il bagliore di questa esperienza, proprio perché insegna ciò che dovrebbe essere un qualunque cittadino, non solo uno scrittore. Non possiamo misurare nel tempo della nostra vita l’effetto di quello che stiamo facendo, ma dobbiamo pensare che possa produrre qualcosa anche dopo di noi. E da questo punto di vista mi sembrava appunto istruttivo, anche non direttamente praticabile come modello, quello di un personaggio che infondeva la vita di ogni giorno di tanta voglia di fare, di lanciarsi, e di produrre con le parole. «Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistevamo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli Italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare». Questo è il Piero Gobetti di Scritti attuali. Un grido di dolore che lei ha raccolto nel suo romanzo o un proposito programmatico d’intervento dell’intellettuale anche nella società contemporanea? Penso che di Gobetti sia molto conosciuto il nome, ma ben poco la sua storia. Il romanzo è diventato per me l’opportunità di parlarne a un pubblico più vasto. Speciale Premio Strega

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Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita

Qualunque spia di autoritarismo, di limitazione della libertà, non riguarda solo il passato, ma può riguardare anche il presente. Per questo uno scrittore può essere una sentinella. Se si guarda, ad esempio, al caso dell’odierna Ungheria, tanto per restare in un Paese europeo, è chiaro che la parola di un intellettuale, la capacita di analisi di un intellettuale, può riconoscere in un sistema apparentemente democratico la germinazione di un’antidemocrazia, di autoritarismo. E chi può denunciare tutto, chi può “dire”, è lo strumento della parola. Piero non ha potuto vedere tutta la parabola del Fascismo e della dittatura, ha semplicemente captato, ed è riuscito a denunciare le spie di una deriva autoritaria. È stato lungimirante ed è stato prezioso, perché ha messo in guarda anche altri intellettuali che non avevano la stessa percezione. Teniamo conto che negli anni Venti, quando Piero inizia a scrivere queste note sul Fascismo, molti intellettuali stavano ancora in una posizione di attesa. Parla di “autobiografia della nazione” molto prima di sapere quale sarà l’esito del Fascismo. Moraldo è, rispetto a Gobetti, l’esemplificazione di una vita ancora irrisolta, di un ragazzo che si muove ma in sostanza solo per amore, senza alcuna ragione politica. Esiste un parallelo tra il suo Moraldo e quello dei Vitelloni di Federico Fellini oppure è una fortunata coincidenza? Molti mi hanno fatto notare questo riferimento quando hanno letto il libro, ma ammetto che io non ci avevo pensato molto. Semplicemente trovato famigliare il nome, e mi sembrava interessante proporlo anche perché avevo trovato una lettera indirizzata a Piero da uno sconosciuto Moraldo. Ero quasi alla fine del libro quando ho pensato che c’era una parentela con il film di Fellini, e con un

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personaggio che non riesce a decidere cosa fare della sua vita. Mi sembrata molto felice come corrispondenza, anche se in realtà l’atmosfera del film è molto diversa. Però noto una comune volontà di mettere a fuoco la figura del “perplesso”, di uno che non riesce a decidersi. Giuseppe Iannozzi ha definito Mandami tanta vita un «romanzetto giovanilistico, uguale a cento altri nei secoli dei secoli». Secondo lei, basta veramente parlare di gioventù per essere giovanilisti? Il lavoro che fate voi, e che fanno anche altri blog, è molto serio, è fatto con gli strumenti della critica. Quindi, anche laddove produce sensazioni negative su un libro, le spiega, le affronta in modo analitico, capita di trovare una conclusione non entusiasmante, ma suffragata da strumenti di critica letteraria. Penso che il blog di chiunque, il parere di chiunque, conti, anche se è negativo, ma solo se è motivato. Non parlo nello specifico di Iannozzi, ma sto registrando sempre di più un’attitudine istintiva a sparare a zero, senza motivare, facendo una critica quasi fine a se stessa dell’azione creativa. È difficile rispondere a una critica che muove solo da una sorta di malumore. Raccontare la giovinezza non significa fare giovanilismo. Tenderei a osservare che il mio libro non è un’esaltazione della giovinezza, ma tutt’al più un tentativo di metterla a fuoco. Non c’è alcuna esaltazione delle modalità espressive, del costume e delle mode giovanili, come ci si aspetterebbe da un libro davvero giovanilistico. È tutt’altro parlare della giovinezza con un esempio drammatico come quello di Piero. L’esempio di Piero, semmai, può fare da spinta ai giovani. Al di là dell’esito finale è interessante

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quello che accade nella vita di Piero, e quello che lui riesce a fare con le sue sole forze. È una spinta, un qualcosa che può far ragionare e pensare che, comunque, al di là delle difficoltà oggettive, i problemi possono essere superati con la sola forza di volontà. Ha intervistato Antonio Debenedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria ed Elio Pecora. Hanno inciso sulla sua scrittura? E in quale modo è riuscito a non subire il loro fascino? Io sono stato prima di tutto un lettore appassionato dall’idea di poter conoscere le persone che avevano prodotto quei libri. Incontrandoli, alcuni di questi autori, mi sono trovato in contesti in cui anche l’aspetto più brusco e disagevole è stato istruttivo. Ho trovato grande vicinanza con persone come Dacia Maraini. Anche laddove potevano nascere dei dissensi questo comunque è stato molto utile. Nel caso di Tabucchi, ad esempio, inizialmente mi colpì il suo aspetto di maestro burbero, persona che poteva essere anche umorale, difficile da avvicinare perché poteva dirti delle cose molte dure. Una durezza che poi mi si è rivelata molto utile a posteriori. È stato sempre molto affascinante pensare che stava accadendo a me quello che accadeva a chi andava a bottega dai pittori, nel Rinascimento. Allo stesso modo trovo sia un esempio produttivo, nella nostra quotidianità, ora che siamo meno disposti di un tempo a credere al valore e al senso del magistero, e siamo meno pronti a riconoscere i maestri come interlocutori più adulti e più attrezzati. Parliamo di solito su un piano individualistico, e in effetti è raro che oggi si pensi anche a una staffetta, a un rapporto con un maestro. C’è poco dialogo all’interno della stessa generazione, più difficile ancora quello con le generazioni precedenti. Per me, invece, era importante vedere come fosse pos-

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sibile creare un ponte con chi aveva attraversato più soglie. Avevo anche la curiosità di capire con quali stati d’animo, con quali difese si va avanti nel tempo, nonostante le difficoltà e le delusioni. Ecco, sicuramente nella mia scrittura ha inciso maggiormente Tabucchi. L’avevo letto con grande passione e trasporto, negli anni del liceo, e mai avrei potuto nemmeno immaginare che avrei avuto, un giorno, la fortuna non solo di incontrarlo, ma addirittura di lavorarci assieme, come è avvenuto, e di frequentarlo moltissimo e diventargli amico poi negli ultimi anni. Sì, a Tabucchi devo molto. Come si preparerà per la serata finale del Premio Strega? Essere arrivato nella cinquina è tutto, come ho detto per me era questo il traguardo vero, che naturalmente non è dipeso solo da me, ma anche dall’investimento della casa editrice. Ora mi preparo al gran finale con l’idea che possa rivelarsi una gara prevedibile, ma convinto che ci possano essere anche delle sorprese. Certo, tutto quel che succederà sarà un di più, e in ogni caso sarà a vantaggio della visibilità del libro, che avrà la possibilità di arrivare a più lettori. Mi avvicino con grande ansia, perché non nascondo che c’è una pressione psicologica e anche mediatica. Già il periodo precedente, prima della cinquina, è stato abbastanza carico di ansia, ma penso succeda soprattutto a chi, come me, non è così attrezzato. Certo, ci sono stati il Mondello e il Vittorini, vinti l’anno scorso (con Dove eravate tutti), ma qui siamo su un piano di visibilità molto più alta. E anche per questo penso di dovermi preparare, collegandomi al discorso fatto su Iannozzi, ad essere esposto a un profluvio di malumori e di critiche. Ma ripeto, essere tra i cinque finalisti è già una vittoria.

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Alessandro Perissinotto,

Le colpe dei padri di Daniele Duso

«Questa storia inizia con un pugno in faccia e finisce con un colpo di pistola, o viceversa […] L’ordine è solo una convenzione e il tempo, che sembra allineare gli eventi lungo sequenze immutabili, talvolta si ritorce su se stesso come legno di vite». Il romanzo inizia con una dichiarazione di stampo hegeliano dove inizio e fine sembrano coincidere, per poi proseguire verso una considerazione del tempo come mancanza di linearità logica. In quale modo questo ha influito sulla scrittura del romanzo? Più che sulla stesura ha influito sulla trama. E più che Hegel mi verrebbe da suggerire Giovanbattista Vico. Il torcersi del tempo come legno di vite indica infatti i ricorsi della storia: poiché il protagonista si trova sospeso tra il presente e i ricordi degli anni Settanta, le analogie tra le due epoche sono proprio uno di questi ritorni della storia. In particolare della storia sociale del nostro Paese, dall’inizio degli anni Settanta, quando ci troviamo di fronte a un diffuso senso di impotenza rispetto ai poteri forti. Negli anni Settanta questo senso di impotenza generò il terrorismo, il mio augurio è che non si generi, oggi, così tanta violenza, anche se devo dire che sembrano esserci i presupposti perché questo accada. Ed ecco dunque il perché del colpo di pistola.

Alessandro Perissinotto – Nato a Torino nel 1964, ha esordito nel 1997 con L’anno che uccisero Rosetta (Sellerio). È stato vincitore del Premio Grinzane Cavour 2005 con il romanzo Al mio giudice (Rizzoli) e del Premio Camaiore di Letteratura Gialla 2006 con Una piccola storia ignobile (Rizzoli). Tra i suoi romanzi più recenti anche Semina il vento (Piemme, 2011).

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Sul Romanzo

26 ottobre 2011 è la data che segna una cesura fra il prima e il dopo nella vita di Guido Marchisio, protagonista di Le colpe dei padri, edito da Piemme. È davvero possibile segnare una frattura di separazione nella biografia di un uomo oppure si tratta di una continuazione nel trauma? Io credo che nella vita di ognuno di noi ci siano delle linee molto nette. Credo che molti di noi, alSpeciale Premio Strega


meno io lo faccio, suddividano la vita in “prima” e “dopo”, prima e dopo alcuni eventi fondamentali. Tant’è che la nostra stessa memoria, quando deve appellarsi a dei punti di riferimento per collocare un certo evento minore, ricorre alla suddivisione in periodi segnati da svolte brusche. Ad esempio, prima o dopo il mio matrimonio, prima o dopo la morte dei miei genitori, prima o dopo la separazione, quindi alcune date servono proprio da spartiacque. Lei è anche docente di scrittura creativa, come riesce a gestire i confini fra perfezione della tecnica e istintività creativa? Sono abbastanza d’accordo sul fatto che la tecnica non debba essere in contatto con la creatività, anzi. Il mio insegnamento all’Università si chiama “Teorie e tecniche delle scritture”. Ecco, quello che io posso insegnare sono le tecniche per passare dalla creatività alla creazione, cioè insegno a usare alcuni strumenti da mettere al servizio della creatività, non insegno la creatività. Possono esistere degli scrittori con una perfezione tecnica ma nessuna creatività, possono esistere delle opere che ti fanno rimanere stupefatto per il livello raggiunto nell’uso del linguaggio, per il livello di certe immagini, ma che ti lasciano altrettanto stupefatto per il vuoto che creano dentro, per l’assenza di cuore e di partecipazione. Si può essere dei perfetti attori ma non riuscire a comunicare niente al pubblico. Quello che io insegno è come mettere a frutto la propria creatività, cercando forse la perfezione tecnica, ma non dimenticando mai che scrivere significa instaurare un dialogo con gli altri, instaurare un dialogo con i lettori. Se non pensiamo al nostro scrivere in forma di dialogo e lo intendiamo solo in maniera autoreferenziale, le nostre opere saranno completamente prive di qualsiasi valore letterario. Sul Romanzo

Non si può considerare il pubblico, il lettore, come un orpello della nostra attività. Il lettore deve essere al centro, non per ragioni di mercato, ma perché è la persona a cui parliamo, quel qualcuno che ci dà la dimensione collettiva dello scrivere e che ci toglie la sensazione di scrivere solo per sentire il suono delle nostre parole. Sicuramente in questo la rete aiuta tantissimo, dà la possibilità di avere feedback, tanti e spesso in tempo reale. Com’è il suo rapporto con il web e come interagisce con chi la contatta, magari tramite i social network? Ho un sito che gestisco alla vecchia maniera, essendo un navigatore della prima ora; sono uno che ha iniziato a usare il computer occupandosi di ipertesti, prima che nascesse la rete. Sono entrato presto nei meccanismi della rete, tuttavia non ho un blog, semplicemente perché ritengo di non essere bravo a gestire rapidi scambi di comunicazione. E anche su Facebook, ad esempio, mi affaccio raramente, e di questo anzi mi scuso con tutti quelli che mi scrivono. Diciamo che seguo con molta curiosità lo sviluppo tecnologico, ma dal punto di vista relazionale sono rimasto a una timidezza e a una riservatezza pre-tecnologiche. Gli spazi di fraintendimento che crea il destino, dal sapore a tratti pirandelliano, rappresentano la via per spingere la tensione narrativa con ritmo fino al climax o filtrano la caratterizzazione dei personaggi svicolando dalla forza architettonica della trama con l’obiettivo di palesare la centralità dei rapporti personali e quindi gli equivoci?

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Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri

Non vedrei una scelta tra queste due polarità, cioè trama e personaggi, e nemmeno vedrei uno svincolo dei personaggi dalla trama. Nel senso che la trama si costruisce sulle scelte dei personaggi, e le scelte si costruiscono in base al carattere dei personaggi. Quindi i fraintendimenti e gli eventi che il destino dispone costituiscono la trama così come accade nella vita. Nel finale del romanzo, quando sto per rivelare l’ultimo atto, dico che la tecnica narrativa vorrebbe che preparassi il finale gradualmente, con una serie di eventi collegati tra loro da rapporti di causa e effetto. Ma dico anche che la vita di solito non fa così. La vita non ci prepara né i finali, né gli eventi importanti in maniera logica. Ce li propone brutalmente, come incidenti. Dall’incidente più semplice, come quello di incontrare una persona imprevista, a quelli più drammatici, come quelli che ci fanno perdere la vita all’improvviso o ce la trasformano all’improvviso. Allora costruire la trama a partire dall’autenticità dei personaggi significa contemplare il ruolo del caso, contemplare il ruolo dei fraintendimenti, e anche accettare che siano le rappresentazioni dell’autenticità della vita a condurre la trama. In questo c’è forse qualcosa di pirandelliano. Il ruolo del caso, il ruolo dell’identità, ma soprattutto, in questo romanzo, ho cercato di fare in modo che la trama venisse costruita da una serie di eventi che assomigliano molto, per gratuità, a quelli della vita. Davvero non si sfugge alle colpe dei padri? No, credo che non si possa sfuggire. Credo che non si possa sfuggire, ad esempio, a livello personale, al confronto con le aspettative che i nostri genitori hanno su di noi. Ognuno di noi, per quanto ribelle possa essere stato il suo atteggiamento in famiglia, in fondo cerca di compiacere i propri genitori. Nel romanzo cito un episodio ampiamente noto, ma che mi fu confermato un paio d’anni fa, personalmente, dal figlio di George Simenon: per tutta la vita Simenon cercò di conquistare l’affetto di sua madre, il consenso, mentre lei, invece, per tutta la vita, gli preferì l’altro fratello, che era un fallito, sicuramente una persona con grandi problemi e comportamenti dubbi. Quindi uno dei più importanti scrittori del Ventesimo secolo, con una produzione sterminata, con una ricchezza ugualmente sterminata, probabilmente morì cercando ancora di capire perché non avesse soddisfatto le aspettative di sua madre. Ma questa non è che una delle colpe dei padri.

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Sul Romanzo

Oggi che tra i padri ci sono anche io, per ragioni generazionali, penso che i padri abbiano delle responsabilità nella costruzione del futuro dei figli. Queste responsabilità possono essere meriti e talvolta possono essere colpe. Credo che la mia generazione abbia, nei confronti della generazione successiva, la colpa di non aver costruito un futuro all’altezza di quello che è stato il nostro passato. Come si preparerà per la serata finale del Premio Strega? Come tutte le competizioni, anche questa è imprevedibile. Molti amici, anche alcuni che sono già passati per il Premio Strega, mi dicono che gli ultimi giorni saranno sconvolgenti e che, secondo loro, mi lascerò travolgere dall’ansia. Io spero che questo non avvenga, perché voglio continuare a godermi la bellezza del partecipare al Premio Strega. Come ho già detto più volte, per me è estremamente gratificante il semplice partecipare, perché è un rimescolare le carte messe lì dal destino, che invece magari prevedevano un altro tipo di futuro. Per questo non voglio farmi prendere dall’ansia, per riuscire a godermi fino in fondo questa opportunità e la compagnia degli altri scrittori che con me concorrono allo Strega. Da qui alla sera della premiazione avremo una serie di eventi che ci vedranno insieme. Questa è una bellissima occasione per stare con persone che fanno il tuo stesso mestiere, che si confrontano con i tuoi stessi problemi. Ho trovato tante bellissime persone, anche tra i dodici finalisti, prima della cinquina. Ho scoperto persone autentiche, e spesso un clima quasi… goliardico (ecco, spero che nessuno me ne voglia per questa definizione), così mi sto preparando cercando di tenere al centro l’entusiasmo che ho per l’incontro con tutti loro. Ad attenuare la tensione, per il resto, ci pensa anche il mio lavoro di professore universitario, che tra esami, tesi e obblighi di relazioni al Ministero, non mi lascia certo il tempo per pensare all’ansia. Non mi fa neanche tanta impressione l’esposizione mediatica. Non ho mai trovato i media troppo invadenti. Certo, bisogna essere sempre lucidi, e quando parli in televisione ciò può essere impegnativo per chi non è abituato, soprattutto pensando che si sta parlando a centinaia di migliaia di persone. Per quanto mi riguarda, ci metto lo stesso impegno che metto nel fare lezione, sarà anche per questo che ciò non mi logora più di tanto.

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Cominciarono, nell'inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l'incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido affettuoso ricordo. Maria Bellonci


Romana Petri,

Figli dello stesso padre di Morgan Palmas

Figli dello stesso padre (Longanesi), ma figli così diversi, se non agli antipodi. Il gioco degli opposti è stato semplicemente un artificio narrativo oppure un modo per riprendere nell’amore/odio per il padre la triade biblica Caino, Abele e Dio? Direi entrambe le cose anche se io pensavo di più a Urano, Crono e Zeus vista la mia formazione e passione per il mito greco. Quanto all’artificio narrativo, ci tenevo a sottolineare come si può diventare in un modo semplicemente contro qualcuno, in questo caso il padre. I due fratelli non sarebbero diventati così se avessero avuto un altro padre. E, come molto spesso accade, per punire qualcuno puniamo noi stessi. Il romanzo è la difficile educazione sentimental-familiare di Germano ed Emilio per riuscire a diventare finalmente ciò che sono contro ciò che sono diventati per forza, per essere esattamente il contrario di quel padre amato e odiato, ma soprattutto amato e stimato intellettualmente. Di certo avrebbero avuto cammino più semplice se quell’uomo fosse stato, oltre a ciò che era, anche un “uomo senza qualità”. I legami di sangue sono irrisolvibili se non nella chiarificazione consapevole dell’alterità, che, in forma di specchio, travalica le logiche razionali. Forse, siamo destinati a rapportarci con gli abbandoni come se fossero entità vive, ineludibili e in grado di metterci di continuo al muro della verità? Romana Petri – Nata a Roma nel 1965, ha esordito nel 1990 con Il gambero blu e altri racconti (Rizzoli), vincitore del Premio Mondello Opera Prima. Nel 1998 si aggiudica il Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice con il romanzo Alle Case Venie (Marsilio) e nel 2002 vince il Premio Grinzane Cavour con La donna delle Azzorre (Cavallo di ferro, poi Piemme). Tra i romanzi più recenti anche Tutta la vita (Longanesi, 2011).

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Gli abbandoni li compiono proprio delle entità vive, è questo che duole. Inoltre i legami di sangue sono ben diversi dai rapporti amorosi. Questi ultimi, quando finiscono, fanno raggiungere altissimi gradi di sofferenza, ma per quanto alti siano, a un certo punto cominciano ad abbassarsi, e lo fanno progressivamente fino a che vengono del tutto riassorbiti. Nei confronti di un padre, invece, questo Speciale Premio Strega


riassorbimento del dolore procede per una strada contraria. Al momento della separazione dei genitori, Germano sembra la prenda addirittura bene. Credo sia quasi sempre così da bambini, si ha il grande potere (solo apparente) di elaborare il lutto in grande velocità. Invece non è così, il dolore dei figli si può aprire in voragine quando il dolore dei genitori è ormai completamente rimarginato. Era su questo che volevo ragionare, su quanto può essere cara e pesante, sulle spalle dei figli, anche una separazione necessaria come quella tra Giovanni e Edda e poi tra Giovanni e Costanza. Due abbandoni che producono una famiglia allargata: può essere una visione di speranza nonostante i drammi raccontati? Credo (spero) che il tema centrale di questo romanzo sia l’idea che soffrire stanca. L’istinto di sopravvivenza non riguarda solo il nostro corpo ma anche il nostro spirito. Certo, l’anima può essere più persistente, non si lacera, non sanguina nel vero senso del termine, ma a un certo punto credo si raggiunga comunque un culmine del dolore, dopo il quale ci deve essere per forza la necessaria parabola discendente. Anche se con tempi più o meno lunghi, l’essere umano tende al riassestamento e, soprattutto, alla fuga da ciò che gli nuoce. Ovviamente non tutti, ci sono anche i casi clinici come appunto il padre dei due fratelli, che di male ne fa agli altri e a se stesso fino alla fine. Ma di caso clinico si tratta. Le madri della storia rimangono in penombra. L’assenza rumorosa del padre mette in secondo piano la presenza di chi è rimasto? Volevo scrivere un libro nel quale gli uomini fossero i protagonisti. Ho cercato di mettermi nei loro panni, di assorbirne tutto quel laconismo che tanto Sul Romanzo

li fa soffrire in silenzio. Restando in tema greco, le madri sono il coro, dunque lo spettatore ideale della tragedia, in questo caso il lettore ideale, perché stanno lì che partecipano, consigliano, consolano, insomma lardellano quei silenzi degli uomini che però hanno i loro tempi e, per natura, non ascoltano nessuna Cassandra. Editrice, traduttrice e scrittrice, come convivono: si integrano in forma ibrida o riesce a generare nette separazioni? Editrice non lo sono più, sono rimasta socia di minoranza della Cavallo di Ferro, ma non ci lavoro. Però proseguo con la traduzione che è davvero l’unica forma di meditazione che riesco a praticare. Quando traduco sono davvero capace di spegnere il cervello e a non far altro che trasporre nella mia lingua il romanzo di uno scrittore straniero. Anche se lavoro per due o tre ore di fila, finisco sempre con una piacevole freschezza mentale, addirittura migliore di quando mi sveglio dopo una buona dormita. Però riuscivo a fare tutto anche quando mandavo avanti la casa editrice, e poi scrivo articoli di critica letteraria su qualche testata, e poi ho anche una famiglia della quale mi occupo molto. Ho messo in pratica un consiglio che mio padre mi dava quando ero piccola: “Avvantaggiati!” E io continuo fosforicamente a farlo. Come si preparerà per la serata finale del Premio Strega? Sono una donna pragmatica e scaramantica insieme. Il destino mi affascina e non ho mai escluso che gli dèi ci mettano del loro. Dunque dipenderà dal loro sguardo, da chi (tra i moltissimi che sono) deciderà di giocare con noi cinque mortali. Credo comunque che indosserò qualcosa di verde, colore non solo della speranza ma anche dell’equilibrio. Quella sera ci sarà bisogno di entrambi. Speciale Premio Strega

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Walter Siti,

Resistere non serve a niente di Morgan Palmas

«Pronto? Qui parla l’autore… Lo so, avevo promesso che non mi sarei più ripresentato sul proscenio – non avrei più ostentato la mia persona ma avrei obbedito con ligia sobrietà alle regole del narratore onnisciente, integrando e inventando quando mi fossero mancate le informazioni». Sembra quasi che sia nato un processo di decostruzione dell’autore. È un tentativo di smitizzare, anche ironicamente, lo scrittore rendendolo personaggio sulla scena o è una riproposizione dell’esperimento proustiano? Sulla “morte dell’autore” si è scritto molto negli anni passati, proprio mentre la figura (anche mediatica) dell’autore diventava sempre più importante. Io ho abusato della mia autobiografia per anni, ora vorrei proprio distanziarmene e ci sto provando, ma non riesco (ancora) ad assumere i panni del narratore onnisciente, ho bisogno di spiegare ai lettori e a me stesso perché so le cose che racconto. È una forma di coinvolgimento ingenuo che però mi serve per entrare in situazione e dare energia alle parole. Resistere non serve a niente, edito da Rizzoli, come altre sue opere, ruota attorno al tema del desiderio e delle sue derive. In quale modo questo ha inciso sulla costruzione architettonica del romanzo? Walter Siti – Nato a Modena nel 1947, ha esordito nel 1994 con Scuola di nudo (Einaudi), per vincere nel 2007 il Premio Stephen Dedalus. Ha curato la pubblicazione dell’opera completa di Pasolini per la collana “I Meridiani” della Mondadori. Tra le sue ultime pubblicazioni Il canto del diavolo (Rizzoli) e Autopsia dell’ossessione (Mondadori).

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Il desiderio infinito è ciò che rende complici Tommaso e il narratore. Per questo alla fine il narratore, pur avendo inteso fino in fondo la debolezza e l’infamia di certe scelte di Tommaso, interviene in suo favore e provoca una specie di stridente happy end. Anche la bulimia è qualcosa che accomuna entrambi, in gradazioni diverse, ma la bulimia non

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è che espressione del desiderio nella sua forma più infantile: desiderare il cibo significa desiderare qualcosa che non può dirti di no.

mento di vergogna, nel secondo la madre, con un desiderio mascherato. È un modello di archeologia famigliare?

Tommaso viene concepito la notte della morte di Pasolini. Identifica in quell’assassinio un momento di non ritorno verso il fiancheggiamento di una barbarie consumistica che trovava in Pasolini appunto uno dei pochi espliciti oppositori?

Nel mio passato personale, purtroppo, ci sono un’infanzia e un’adolescenza in cui spesso ho invidiato i padri e le madri degli altri. Ora non più, ognuno ha i padri e le madri che si merita. In Resistere il rapporto tra Tommaso e il padre è in qualche misura ricalcato sul modello di Edipo (quello di Sofocle, non quello di Freud), mentre il rapporto tra Danilo e la madre in Autopsia è proprio sfacciatamente freudiano.

In parte il simbolo è quello, sì. In parte è l’indicazione opposta, cioè che Tommaso (nome pasoliniano) rappresenta un tipo umano che Pasolini non aveva previsto, di sottoproletario che invece di adeguarsi alla piccola borghesia si impone ad essa e ne arriva a costituire in qualche modo un modello vincente. La metafora del declino dell’Occidente l’accompagna nelle sue ultime opere. Crede che sia un processo irreversibile? Di “declino dell’Occidente” si parla da più di cent’anni. Le cose non accadono mai in modo scenografico come la narrativa vorrebbe, probabilmente stiamo sopravvalutando i Paesi che dell’Occidente dovrebbero celebrare i funerali, e nel frattempo anche loro si stanno occidentalizzando mica male. Ma che l’Europa si avvii verso una perdita di centralità, e verso una progressiva irrilevanza, mi pare difficile da negare.

La scrittura può esorcizzare il dolore della perdita e del mancato possesso, non solo del corpo ma anche degli oggetti, che lo spettacolo del consumo alimenta per autoalimentarsi? È l’illusione che gli scrittori di solito nutrono, in realtà non si esorcizza un bel niente. La perdita è perdita e basta. L’unico modo per sottrarsi al cattivo infinito del possedere consumistico è una rivoluzione interiore, cioè una conversione. Come si preparerà per la serata finale del Premio Strega? Mangiando sano e facendo lunghe passeggiate.

Tommaso di Resistere non serve a niente e Danilo di Autopsia dell’ossessione sono entrambi lacerati da una figura famigliare: nel primo caso il padre, con un senti-

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Simona Sparaco,

Nessuno sa di noi di Morgan Palmas

In Nessuno sa di noi, pubblicato da Giunti, s’intrecciano due temi: l’attesa e il dolore. Quanto conta nel confronto con il dolore la delusione delle aspettative? Il tema centrale del romanzo è la contrapposizione tra ideale e reale. Il doversi misurare quotidianamente con la realtà che disattende le nostre aspettative, con la consapevolezza dei nostri stessi limiti, non a caso ho citato il mito della Torre di Babele. Una delusione che non riguarda solo Luce, madre che aspetta un figlio che potrebbe essere inghiottito dal buio, ma anche gli altri personaggi, primo tra tutti la madre di Luce, che ha trascorso una vita intera ad inseguire un ideale, tanto da costruirsi una gabbia e rimanere prigioniera delle sue stesse illusioni. La maternità genera un isolamento dovuto allo stabilirsi di una comunicazione tutta interiore con il bambino, mentre il dolore rafforza l’isolamento nell’impossibilità della condivisione. Davvero nei momenti di grande dolore è difficile trovare conforto nella parola altrui?

Simona Sparaco – Nata a Roma nel 1978, alterna il lavoro di scrittrice a quello di sceneggiatrice. Dopo aver seguito il master alla scuola Holden di Torino, ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore (Newton Compton).

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Dovrebbe essere il contrario. In genere il dolore, quando è condiviso, è anche ammaestrato. Del dolore bisognerebbe prendersi cura, e non nasconderlo in un cassetto. Un giorno potrebbe diventare un mostro e assalirci inaspettatamente. La scelta di Luce però è una scelta incompresa, poco dibattuta, ed è facile che si diventi preda della vergogna e del senso di colpa. Da qui la necessità di un isolamento maggiore, di una fuga, della ricerca di un nascondiglio. Appena informata del problema di Lorenzo la madre ha «la sensazione di essere riSpeciale Premio Strega


masta sola nella stanza, e nel mondo, come quando da bambina giocavo a nascondino e alla fine di una conta mi mettevo alla caccia dei miei compagni senza riuscire a trovarli». È possibile immaginare che Luce abbia già deciso, forse ancora inconsapevolmente, nel momento stesso dell’annuncio? Certe scelte si fanno in un istante. Io penso che Luce scelga in quel momento, sì. Almeno il suo inconscio. Poi con la testa, con il ragionamento, arriverà più tardi alla stessa conclusione, ma avrà bisogno dei suoi tempi. «Nessuno avrebbe scommesso su di noi. La giornalista freelance e il figlio di un industriale». Pur senza voler parlare di questioni sociali, la maternità, così tanto desiderata, potrebbe essere considerata una silenziosa rivalsa contro i dubbi di chi conosce Luce? Il desiderio di un figlio scatta attraverso meccanismi complessi, che possono avere a che fare con questioni sociali, come l’accettazione. Luce ha bisogno di dimostrare a se stessa e agli altri che lei può rendere felice Pietro, che è alla sua altezza. È una donna piena di limiti e insicurezze, ma a suo modo onesta, profondamente innamorata. Nei suoi confronti ho nutrito una profonda empatia. Siamo molto diverse, ma l’ho sentita come una sorella, una madre, una figlia. Come si è confrontata con le implicazioni etiche contemporanee sull’aborto terapeutico arrivando così a declinare nella prosa scene che potessero in qualche modo esprimere i contrasti dei punti di vista? Sul Romanzo

Ci ho messo quasi due anni e più di duecento pagine a mettere nero su bianco un tema così complesso e controverso. A tratti avevo la sensazione di camminare sui carboni ardenti, e anche la paura di non riuscire a uscirne. Quello che dovevo fare però era sospendere il giudizio e lasciare che i miei personaggi si muovessero in maniera credibile. Nei loro punti di vista contrastanti, attraverso il loro sguardo, il lettore può conoscere un’esperienza che altrimenti gli verrebbe preclusa. La sua attività di sceneggiatrice quanto ha inciso nella stesura di Nessuno sa di noi? Moltissimo. È una forma mentis da cui non posso prescindere. Ma non è necessariamente un male, i miei romanzi sono molto “visivi”, tanto che alle volte il lettore può avere l’impressione di aver visto un film, non di aver letto un libro. Come si preparerà per la serata finale del Premio Strega? Cercherò di andare senza aspettative. È il modo migliore per godersi il momento. Devo ricordarmi solo che io ho già vinto, qualunque sia il risultato. Sono riuscita a sostenere un romanzo difficile, sono stata di aiuto a tante coppie, ho raggiunto molti lettori (quasi centomila) e ho portato a casa tanto amore nei confronti di questa storia e dei miei personaggi. Parto per ultima, quindi cercherò solo di fotografare ogni istante, sapendo che sarà un momento irripetibile, che mi ha cambiata profondamente, come donna e come scrittrice.

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