Page 64

Il foodwriting: anche un’omelette diventa una questione di stile di Rossella Di Bidino

Lo stile di uno scrittore emerge anche nei racconti più semplici. Nel caso del foodwriting vero campo di battaglia può essere una ricetta semplice che non presenta molte istruzioni da impartire ai novelli cuochi e neppure tanti ingredienti con cui intrattenere il lettore. In tale situazione, il foodwriter è costretto a puntare sulla più pura capacità narrativa fatta di scelte linguistiche ponderate e di accorta impostazione della voce narrante. Si prenda il caso di un’omelette. Il foodwriter non si pone apparentemente alcun dubbio sulla rilevanza di ciò che racconta. Le principali foodwriter dello scorso secolo hanno, infatti, dedicato dello spazio a questa cugina della frittata. M.F.K. Fisher, Elizabeth David, Julia Child e Laurie Colwin hanno svelato i trucchi della perfetta omelette attingendo al loro stile senza copiare l’una dall’altra. M.F.K. Fisher in How to Cook a Wolf (1942) stupisce per l’approccio adottato. Dedica un intero capitolo al tema How not to Boil an Egg [Come non bollire un uovo] e affianca l’omelette alla frittata, al fooyeung, alle uova in purgatorio e alle messicane uova obstaculos per concludere questo giro del mondo con le ancora più banali uova strapazzate. Il problema è, però, intrattenere il lettore in un libro dove le immagini sono assenti. Riesce a perseguire l’obiettivo dando dignità all’ingrediente principale, grazie alla citazione del filosofo statunitense H. Putnam. Aggancia, infatti, la banalità delle omelette al realismo del filosofo ricordando al lettore le parole di Putnam: «un uovo sodo, integro, di cosa puoi preoccuparti/ Per la passione non svelata della Rosa?». Sin dalle prime righe M.F.K. Fisher cerca di recuperare l’importanza delle piccole cose

perché «probabilmente una delle cose più private nel mondo è, prima che venga rotto, un uovo». Così M.F.K. Fisher, come le altre foodwriter, lega l’omelette all’ingrediente principale: l’uovo. Le colleghe lo fanno oggetto di attenzioni per la sua freschezza, la qualità, il sapore e l’uso. Mentre M.F.K. Fisher lo descrive, ricorrendo a una narrazione che calibra aggettivi e atmosfere. Lo esalta scrivendo che «nonostante la completa impersonalità del suo guscio, dell’uovo si può già indovinare qualcosa dal suo guscio». Riesce a destare la curiosità attorno a un semplice uovo, che cessa di essere solo un oggetto, e lei stessa ammette che, «dopo nove anni e due figlie» da quando ha scritto le prime parole di quel capitolo, ha cambiato idea. Perché avere un’opinione su un uovo vuol dire preoccuparsi anche delle sue origini: la gallina.

64

n° 2 • Settembre 2014

SUL

OMANZO

Sul Romanzo, Anno 4 n. 2, sett. 2014  

Il numero 18 della Webzine "Sul Romanzo"