Sul Romanzo - Anno 2 n. 2 - Apr 2012

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Immagine di copertina: LABIRINTO, di Francesco Lotito, olio su tela.

Aprile 2012

Webzine - Anno 2, n째2

Mediterraneo

Inserto speciale:


stimento nica di c cettare r quanto n il desid nostri le ne scusia ollaborazione e d ttori: un gruppo di energie, temp accade nel mon la sfida di prende e do re u o i m r a insegna o con i lettori, m orientamento. Qu edazionale quasi e risorse. E prop letterario. to a gest a d r lc a el tutto io le riso he erro ire meglio molto è dipeso da frainte re c’è stato, cos rinnovato ha impa rse umane le situaz ì ra ioni confl n merose s ittuali, da dimenti e incompr come qualche pr to a coor a nuova v ono le novità che om en un lato, e v con il bu sioni interne al g essa non a rivista, ste grafica, creat edrete concretizz rupp o n senso, da a ris a ll’altro, a o di la uovo spa olvendo, così, alcda Daniele Vignato rsi nei prossimi m ttravers , z re ancor io di comunicazio uni problemi tec Art Director di S esi; tre possiamo nic p u n impegno iù interessanti alc e tra letteratura i riscontrati dur l Romanzo, contr presentarle già da di chi op e u era al se ni dei nostri art arte è stato ina ante la pubblicaz ibuisce a rendere qu tura e all ico rviz ugu ion più a un insert scultura, fino a io della cultura li, attraverso rapp rato grazie alla c e dei numeri prec ll s e o uppano d speciale servirà a vignettistica e ia, in primo luogo resentazioni foto ollaborazione di a d g a r iversi pu a tis r ll , d a a d fi i promuo approf music n e: la lett vere una che delle loro pr eratura, c ti di vista, opinio ondire un argome a. sinergia t ni e appr nto cui p hiusa in iò che ha ra le vari o u e c n n c p s a r i ia e t a s m o i o altrove r o g r r e a d n di questo i d d ’a ded i t vorio, è in . naturale emi sociali, polit icare particolare ncora lon numero è dedicat c ici rile o me una c o t hiesa om e civili della cont vanza zi dovreb ani dalle comples alla Generazione ertosa e e be rappor s M triste co mpor tarsi con ità di Francia e G eticcia, la secon culture m e l’av d n modalit famigliari non am la realtà e contrib ran Bretagna, il ca a generazione di im alg à m u m che la no di approccio nuo amate alla tradiz ire a formare, in mino è ormai seg igrati, nella cons n io v m s e a bilità att tra webzine ci a , che, di necess ne più spiccata odo dialettico, il to. La letteratu ap iva m iuti a con it r tribuire, à, devono riverber ente italiana. For nuovo immaginario a na di que . nel nostr s a o piccolo rsi, fra i diversi a e è proprio il co c mato piac lle che a Milano s n p , agli imp ono abba evole, il t ortanti dib prodi, pure sulla ce sta ra ca di una m attiti vers mug mez ffico vivace sulle nza standard da p o i quali a za piena da diverse o s t t e r r a s d i e d e efi c se o per inc ore e, nel suo av he, con la sua sc sui marciapiedi e nire bella col su ontrare la anti e ind o cielo d ritta «Ne l’umore s i un grigio ietro tra ncontrati w York C orretto d Editor. la fi it lu a ll n y fi o a – n e g a S s iu d t t s or ra, il wat r a indossa er e l’arm and – 18 miles of ta dose di c re: un’inc a, a parte alcune b adio, ripa enuti ad antevole chiacchie ssa le ta ooks», fa c A nte varian uella sve ntonio Delfini o amicia di Lanvin rate telefoniche co nd ti d e tu al comple ita di campionario tt’al più di prove n plissettatura s scambi di mail pe r accord ) e, a cor nire diret ul davant to di noz i e ta i, ze di suo on padre e a amento, il suo ad mente dal guardar pantaloni in princ idee vagam co Pop S ipe di Ga ncora co o o ba di Phil rato fioc lle nservato w ip c h p e e t D t o a suo prof atch 1988, Perso v sotto na ftalina; a da collo – un po erio; una g umo artig l d’annata ’ i piedi, m a profon ocassini Brandon Fl dità non ianale ai fiori di o trafugati dalla R di vernice vada nasc enault de rigano. osta in s llo zio, s ner uperficie ciawebzine California blog, letteraria rpa Soe pagenzia ! B ( r H a a n k u i ereditat ery do go von H azza di c a dalla n ofmannst affè ame ve, malgrado i set h a l ricano e d t , con ch o e c m e t inuti di ). una iac stretta d chiere sufficient bottiglietta 33 cl. calcolato ritardo i ’era oltre mano, aveva già a emente frivole da di Sanpellegrino, è arrivato per pr im m d s vole e sc la voce filtrata da mirato le sue calz embrare innocue, opo avere rotto il o, con davanti un iolta dell l telefon a m a o e i risp ture Vionnet e il entre in realtà e ghiaccio con la E ’incontro er fulmin e ) d n a ; s t lli di cui nte, di tutti i dis dopo avere rotto tivi ruoli nella tr uo trench Max M trambi si studiav it corsi e le a a si legge n no t a il t r a a g t , hiaccio iva in c con la cin ei manuali tattiche tura i e le richie , dicevamo, Valer orso (perché di . tr io torta ven ste che g si era dil si rende conto attativa s igentemen d mbito lav ano del tutto co te prepar i aver fatt o al mom orativo. In realtà nsumate, Elvira, c a to, propr , o e io cambio d nto in cui le sue già da alcuni minu n una disinvoltura el tono d t o c i, r h ecchie s ci si st e rivela i voce, fa calare co ono state richia ava avvicinando c quanto sia avvezz on m tezza son me la luc a o e di uno ate all’ordine dall tattiche a moss a questo a formula spotlight he possa un argomento ch e concen t e, in meno al centro essere, d « A r r iv a ndo a noi»r eve esser del foglio della sce di quattr e n o a. abbastanz 3 del contratto, c messo al corren minuti, viene svis t h a e c e f e d r a e in a c lla f to e ili e Pdf estro lin guistico; già discusse e ar è stato inviato in accenda. Punto. P chiuso. Niente e g en ne in tenere co o v nto degli somma, un roma mentate: lo stile ia preliminare alla a penosa e onero ssuno e nzo scrit sa il risa semplice ingredient s u a posta e , l’andame to come rc i pop, co le t t r la quale o lo m n nica. t e o narrativ scrivereb si sono g ha molto o b e ià dell c trovati a re nella s r dire al te hiunque, anche la a stessa imp toria alc iflettuto, credend le vera signo f u ferire un ono. ra V a vita co ni richiami biogr osi scaltro e fu n una dim afici alla rbo e mo e se è su e v lt it n c mpre il r cesso realmente sione più intima; a dell’autrice: un o in linea con lo ischio di uno stra a breve p spirito d o sono s batte in d n e a iversi uo suscitare delle ge oltanto interpret o ménage col mar rentesi in politic i tempi. L’ a, con q mini, per azioni m ito della losie sp fino a q

Torniamo... Più forti che mai!

Una webzine ricca di novità.

Se sei vai dritto al punto.

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Editoriale di Morgan Palmas Vita standard di uno scribacchino provvisorio

Sposerò Alcide Pierantozzi di Giovanni Ragonesi Esordire

Impossibile resistere a Perciò veniamo bene nelle fotografie di Sara Gamberini

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L’ibrido destino di Vincenzo Consolo. Un ricordo.

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Amalie Skram e il potere psichiatrico

di Domenico Calcaterra

di Francesco Peri

Professor Hieronimus - Capitolo V (Reparto n. 6)

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di Amalie Skram, traduzione di Francesco Peri

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Letteratura videoludica, per una moderna combinatoria della creatività di Michele Rainone

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Editori a pagamento: come stanare carne fresca su Yahoo Answers di Gaia Conventi Inserto speciale

Mediterraneo Alle pagine da 39 a 98

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L’italiano non è un’opinione Impronte di vita

Stra-ordinaria ordinarietà di Alessia Colognesi I (rin)tracciati

Fatti meno conosciuti: i 10.000 in Himalaya di Alessandro Puglisi

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Il burqa delle donne occidentali

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Gli Scrittori sui social network

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di Rossella Martielli

di Alesandro Greco

Le café francophone

«Pompéi, un art de vivre» à Paris di Ludmilla C. De Paoli Ciò detto

Contaminazioni e interferenze: una lettura dell’opera musicale di Filippo Del Corno di Pierfrancesco Matarazzo Sul Romanzo

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Direttore: Morgan Palmas Caporedattore: Gerardo Perrotta Redattori: Davide Ecatti, Giovanni Turi, Stefano Verziaggi Art Director: Daniele Vignato

Immagine rubata, Gian Carlo Calma

Hanno collaborato a questo numero: Domenico Calcaterra, Alberto Carollo, Alessia Colognesi, Gaia Conventi, Ludmilla C. De Paoli, Davide Ecatti, Sara Gamberini, Angelica Gherardi, Marco Giacosa, Alessandro Greco, Rossella Martielli, Pierfrancesco Matarazzo, Morgan Palmas, Francesco Peri, Gerardo Perrotta, Maria Antonietta Pinna, Alessandro Puglisi, Giovanni Ragonesi, Michele Rainone, Marcello Sacco, Paulina Spiechowicz, Carlotta Susca, Giovanni Turi, Stefano Verziaggi. Si ringraziano: Donatella Capone, per la consulenza offerta sulla Rubrica in lingua francese Le café francofone; Francesca Borri, Fulvio Colucci e Giuseppe Goffredo per le interviste concesse; Leonardo Palmisano per il suo contributo; Carlo Scortegagna, web master; Giuseppe Borrello, Gian Carlo Calma, Francesco Lotito e Pia Valentinis, per le rappresentazioni fotografiche delle loro produzioni artistiche; Andres Bedia, Luis Alejandro Bernal Romero, Olga Berrios, Cannizzo, Laura Canovaro, Carlo Cravero, Paride De Carlo, Eliel Freitas Jr, James, "Nino" Eugene La Pia, Flavio Leone, Fabrizio Lonzini, Rita M., Maurizio Manetti, Giuseppe Moscato,

Pascal, Piermario, Juan Pablo Rico, Alberto Rebori, Giuseppe Rossi, Sally Sami, Dale Spencer (AlphaBeta Unlimited), Hans Splinter, Turismo Bahia, Lip Kee Yap, Zamira is a bride, per le foto fornite in licenza Creative Commons. Per informazioni, contatti con redattori e/o autori, proposte di collaborazione o pubblicità: webzine@sulromanzo.it

Note legali: “Sul Romanzo - Rivista elettronica di informazione e cultura” è in fase sperimentale, pertanto non rappresenta una testata giornalistica e l’aggiornamento dei contenuti avviene senza nessuna periodicità. Non può dunque essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 2001. Gli autori sono responsabili per i contenuti dei loro articoli. Tutti i contenuti della rivista sono rilasciati con licenza Creative Commons, Attribuzione - Non commerciale Condividi allo stesso modo 2.5 Italia. Per le rappresentazioni fotografiche, si invita a contattare la Redazione (webzine@ sulromanzo.it) che fornirà tutte le informazioni necessarie per il Copyright. Sul Romanzo dichiara la propria disponibilità ad adempiere agli obblighi di legge verso gli eventuali aventi diritto delle immagini pubblicate per le quali non è stato possibile reperire il credito.


L’editoriale

di Morgan Palmas

La condizione umana, Gian Carlo Calma

La Webzine di Sul Romanzo ha vinto una delle sfide più importanti: garantire ai propri lettori una continuità e mantenere la promessa di una regolarità nelle pubblicazioni. Ci siamo riusciti grazie a tre mesi di scambi e di lavoro costante, ma soprattutto grazie a una Redazione attenta e precisa. Anche questa volta abbiamo pensato di offrirvi qualche novità, ragionando sulla possibilità di ricercare una strada alternativa, solcare un sentiero nuovo, lungo il quale raccogliere gli echi dell’antico dialogo tra le Muse: l’esplorazione di nuove connessioni tra le arti, di una comunicazione continua tra diversi ambiti del sapere, come capacità di creare e scoprire riflessioni impensate, rapporti inusuali tra la cultura più alta e raffinata e le dimensioni più pop della contemporaneità. Non soltanto le arti figurative ad accompagnare i nostri articoli, com’era accaduto per la Webzine di gennaio, ci siamo, altresì, proposti una piccola sfida: sorprendervi con viaggi mentali inconsueti, avendo come compagni la letteratura, l’arte, la musica, il cinema e il teatro, all’insegna di continui rimandi esterni che possano arricchire i nostri interventi di ulteriore significato e indicare, al contempo, nuove interpretazioni. Abbiamo cercato di superare i limiti di una cultura lineare che, col tempo, si è involuta nella riproduzione di obsoleti meccanismi relazionali anche nel web. L’obiettivo che ci siamo prefissi è, invece, quello di creare un’alternativa a un sapere che si perde nell’illusione della direzione unica, che, sempre più, genera un labirinto di vicoli ciechi e conoscenze che si sfiorano come passanti distratti. La via che intendiamo tracciare, stabilendo stravaganti comunicazioni ed esasperando, in alcuni casi, frizioni e contrapposizioni, ci è sembrata Sul Romanzo

l’unica in grado di cogliere le somiglianze, come forma di riconoscimento reciproco, e le differenze, come possibilità di arricchimento, per uscire da una logica di dibattito a compartimenti stagni, in cui le Muse si guardano con sospetto, ammutolite dietro il fascino perverso di una settorialità che contraddice il concetto stesso di arte. La follia di connessioni, talvolta volutamente contraddittorie, ci è sembrata il modo migliore per perdersi senza disperare, per immergersi in un labirinto che sia davvero tale, nella speranza che i vari elementi di analisi e riflessione possano rappresentare una risposta iniziale e un primo appiglio per uscire da una situazione di sempre maggiore precarietà e sfaldamento, che ci sembra caratterizzino l’attuale condizione umana. Una webzine 2.0 all’insegna della connettività, in cui abbiamo, infine, proseguito l’esperimento intrapreso con il numero precedente: dedicare un intero inserto a un argomento che ci aiuti a capire meglio alcuni aspetti della contemporaneità. Il focus di questo numero è sul Mediterraneo, mare nostrum e monstrum, luogo di finta rassegnazione e di rivoluzioni insperate, di tradizioni stratificate e di innovazioni improvvise, in un percorso che abbiamo ricostruito tenendoci lontani dall’oleografia del sole, delle spiagge e della ridanciana mediterraneità per turisti in cerca di emozioni stabili. Ci auguriamo che troverete i nostri contenuti interessanti, o almeno stimolanti per ulteriori approfondimenti e riflessioni. Buona lettura. Morgan Palmas webzine@sulromanzo.it n° 2 • Aprile 2012

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Vita standard di uno scribacchino provvisorio

Sposerò Alcide Pierantozzi

di Giovanni Ragonesi

1 - Un'immagine di Pier Vittorio Tondelli 2 - Ritratto fotografico di David Leavitt

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Diazepam, Martini Dry e Galbanino accompagnato da pane carasau. Un mantra laico, immerso nel quale Valerio cerca di superare la fine di ogni giornata. La vita contemporanea è cosa ardua, non che quella medievale fosse la più grande espressione della genialità del creatore, ma quantomeno non c’erano i cibi cancerogeni, c’era sì il papa, ma almeno non aveva un servizio quotidiano al Tg1 e la Cei era lontana dall’essere concepita, la peste ciclicamente sfoltiva il parentado, ma in compenso non esistevano né San Valentino né il Festival di Sanremo, le stagioni non erano scandite dai romanzi di Camilleri e dalle sfilate di Marc Jacobs, ma a quanto pare esistevano davvero, a vent’anni le bocche erano devastate dalle carie, ma almeno a trenta si era già obliati sotto un cumulo di terra senza concessione comunale e senza una tanica di materiale radioattivo proveniente dalla Russia seppellito nottetempo accanto alle tue membra stanche. Invece adesso, a trent’anni, Valerio combatte contro le bollette in scadenza ed è costretto a ingegnarsi in favore del suo conto corrente che si esprime attraverso un sistema algebrico che tende perennemente al negativo, costringendolo a vivere in un’ontologia bancaria in cui il + è suffisso necessario all’esistenza. Pertanto, Valerio scrive, fa lo scribacchino e stanzia presso quell’orifizio in prossimità del quale la scrittura perde la sua allure creativa e diventa mero fatto: parole come macchine alla catena di montaggio, ma senza Ford e Keynes a regolarne gli andamenti produttivi, nessuna nobiltà di spirito à la Montaigne, ben che vada una fattura regolarmente pagata a 60 giorni con solo 4 mail di sollecito. Nell’ultimo romanzo di Tondelli, il protagonista, Leo, a un certo punto si guarda intorno e, mentre il suo sguardo indugia su certi vasi, gli viene da constatare che quell’acquisto è frutto di un certa Sul Romanzo

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collaborazione editoriale, con cinque recensioni ha comperato dei soprammobili indiani, con un libro si è comperato la macchina, mentre le vacanze le deve alla Pro-Loco di Firenze per cui ha scritto un paio di opuscoli. Vent’anni dopo, quando oramai gli anni ’80 sembrano un’era mitologica al pari della Cinecittà dei tempi di Cleopatra, un’epoca lontana di cui Valerio conserva solo due ricordi poco nitidi che sono gli occhiali di Forlani al Tg simili a quelli del nonno e il primo concerto in Italia di Madonna trasmesso in prima serata da Rai1, vent’anni dopo appunto, con la mappa geopolitica rivoluzionata, il sistema bancario internazionale ritracciato sulle linee guida di un romanzo di William Gibson, con John le Carré sostituito da Julian Assange, le uniche certezze rimaste sembrano essere la candidatura all’Oscar di Meryl Streep, la tendenza al ribasso di qualsiasi aspettativa e la puntualità della bolletta Fastweb. L’ultima è riuscito a pagarla con la correzione delle bozze di un libro sul diritto romano, tesi di dottorato di una ragazza di Napoli che grazie ai suoi appoggi accademici è riuscita ad ottenere una pubblicazione a soli 28 anni, pubblicazione per la quale il Dipartimento ha esaurito i fondi a disposizione. Per quella del gas, invece, deve dire grazie a tre schede con cui ha valutato tre romanzetti destinati a rimanere inediti e per i quali la casa editrice ha dovuto sborsare 90 euro perché all’agente letterario che glieli aveva lasciati sul tavolo una risposta dovevano pur darla. Con la scrittura dei ricordi campagnoli di una signora della televisione è riuscito a sostituire con un Mac rigenerato quello che, dopo sei anni di vita intensa, ha deciso di spirare per rinascere in una discarica alla periferia di Tripoli. Se gli pagheranno quel romanzetto tutto cosce e merletti e provincia parmense finalmente potrà sostituire lo scaldabagno e smetterla di andare in palestra tutti i giorni al solo scopo di usufruire Sul Romanzo

delle docce con acqua calda; sarebbe anche ora… dato che l’autrice, dopo averlo firmato e probabilmente anche letto, sta andando in tutte le tivù locali a parlarne, atteggiandosi a diva un po’ meno pop di Marina Ripa di Meana. Tra due mesi ci sarà da pagare la tassa sui rifiuti e pure la rata del condominio che, come un tormentone radiofonico, non concede scampo. Per allora spera che salterà fuori un nuovo ghostwriting, magari l’ennesima autobiografia di una soubrette in disarmo, oppure i racconti di viaggio di qualche giornalista molto avventuroso. Intanto, per sicurezza, ha fatto domanda per fare il barista nei week-end in un locale per scambisti. Non che abbia un debole per gli scambi di coppia, ma il locale, con il suo status giuridico di associazione culturale ricreativa e la sua bella targhetta esposta, è a poche centinaia di metri da casa ed è abbastanza comodo per il rientro notturno; nella speranza che i gusti degli scambisti non siano così sofisticati da chiedergli un cocktail più complesso di un gin tonic o di un vodka Martini per le signore in stretch leopardato. L’ansia per la sopravvivenza gli ottunde i neuroni, il pensiero delle scadenze ha sulla libido lo stesso effetto degli inibitori selettivi della serotonina, il mondo fuori dalla finestra è come l’ennesimo mattone horror e inquietante di Stephen King, le notizie di cronaca sembrano campionamenti di una realtà virtuale che disturba l’attività onirica e il sapore del Galbanino non è più quello di quindici anni fa. Ma spesso, arrivato a sera, proprio nel cuore del suo mantra chimico, dopo avere lasciato sul monitor migliaia di parole che non gli appartengono più, Valerio si chiede cos’abbia fatto, cosa stia facendo e come dovrà proseguire. Si chiede se quello sia un suo pragmatico talento e se ne abbia mai avuto uno. Dopotutto, continua a chiedersi, cosa vuol dire avere del talento letterario nell’anno 2012? Per Baricco, l’unico talento degno di accompagnarsi all’aggettivo artistico è quello degli ingegneri azionisti di Cupertino. Valeria Marini si definisce un’artista e la sua linea di intimo continua a vendere in Spagna maln° 2 • Aprile 2012

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grado la recessione e tra lei e Baricco non sembra esserci alcuna differenza concettuale. Nei posti più alti delle classifiche di vendita ci sono libri scritti da fantasmi ed è un peccato che nessuno sia ancora riuscito a rintracciare le memorie di Roma sotto le bombe tedesche scritte di suo pugno dalla Sora Lella quando era ancora la regina di Trastevere, prima di salire al trono del Parioli. Nel 1999, il diciottenne Paul Porterfield, protagonista del romanzo Il voltapagine di David Leavitt, scopre che il suo sogno di diventare un celebre pianista e suonare nelle più prestigiose sale da concerto del mondo non potrà mai concretizzarsi. Ha la passione, ha la tenacia, ha l’amore per la musica, ha il supporto costante ed eccessivo della madre, quello che gli manca, però, è il talento, quello vero, quello di cui si percepisce chiaramente l’assenza quando ci si trova al cospetto del talento in opera di chi ce l’ha. A spannare i vetri della realtà ci pensa Miss Novotna, la sua insegnante, che fa ascoltare a Paul l’esecuzione di un brano per clavicembalo, un brano molto difficile che «solo un grande pianista può evitare che si disgreghi, e nelle mani di quel pianista non andava in pezzi; era qualcosa di più di un insieme di cose rotte, anche se di cose rotte parlava». Mentre ascolta, Paul realizza che non suonerà mai a quel modo, non ci saranno i palcoscenici delle sale da concerto nel suo futuro; soprattutto realizza che, malgrado quel disincanto e la tristezza spettrale che l'accompagnano, avrà la capacità di andare avanti. Il giovane chiede conferma a Miss Novotna, le chiede come sia possibile dato che anche lei, in passato, aveva sempre spronato il suo talento. Miss Novotna risponde sincera, schietta… sul talento si può scherzare ma non mentire: «Ho fatto un errore. A volte capita di vedere una cosa e poi rendersi conto…» Certo, a una siffatta consapevolezza si può sempre reagire spalmando le colpe in giro come post-it in una campagna elettorale per le primarie del PD. Si possono sempre scrivere lunghe filippiche sui

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Sul Romanzo

blog letterari accusando di chiusura e ispirazioni mafiose le consorterie letterarie. Le case editrici sono le Maria Antonietta della situazione e il selfpublishing è l’equivalente della ghigliottina che riporterà equità, brioche, giustizia e ispirazione democratica in un mondo in cui la massima aspirazione sembra essere quella di sommare voci e opinioni fino a quando, per fuoriuscire da un redivivo mondo hobbesiano, sette miliardi di individui si accorderanno in un unico suono che sovrasta gli altri annullandoli tutti: un OM letterario di portata cosmica capace di fondere assieme Omero, Shakespeare e pure il Mahābhārata. In attesa dell’annullamento cosmico, la questione del talento e della sua consapevolezza rimane pungente e pregnante tra le meningi di Valerio. Il semplice fatto che tutti i possessori di una Canon Reflex si definiscano artisti, come d’altronde buona parte dei bricoleur di Photoshop, non ottunde la vista al punto da non riuscire a notare le differenze tra Guy Bourdin e Mario Testino. Senza bisogno di mettere in discussione il principio di uguaglianza, la libertà d’espressione, Michael Walzer e l’onestà intellettuale di Max Weber, possiamo dirci tutti d’accordo nel constatare che una cosa è sdoganare l’emozionamento collettivo nell’era post-catodica di Maria De Filippi, un discorso a parte sono le emozioni che una performace di Marina Abramovich ci graffia nell’ipotalamo; una cosa è sollazzarsi con Romano Battaglia, tutta un’altra dimensione è struggersi e confondersi con le pagine postume di Pasolini; un certo effetto fanno le betulle di Central Park, mentre tutt’altro sentimento suscitano i pioppi di Parco Sempione. Esistono ancora le differenze: le parole, i libri, le opere e le missioni non sono tutte riposte sullo stesso ripiano. Esiste ancora l’arte, ma ci vuole coraggio e sudore per trovarla, anche se è più comodo rimanere accucciati tra Tolstoj e Baudelaire. Esiste il talento e, quando lo si incontra, lo si sente, ma bisogna avere un certo allenamento: è un po’ come sapere trovare la cicoria in mezzo alle erbacce di un prato dopo la pioggia. n° 2 • Aprile 2012


Un esempio Valerio se lo ritrova accanto allungando lo sguardo fino al tavolino dove, con una cartolina a mo’ di segnalibro messa a pagina 265, con la sua bellissima copertina rigida e celeste, il nuovo romanzo di Alcide Pierantozzi, Ivan il terribile, pulsa con tutta la sua fresca vita. Quando aveva 21 anni, con la pelle del viso che non aveva mai sofferto di acne ma al massimo di qualche brufoletto sul mento, portato avanti da un’altrettanto giovane casa editrice — Hacca — che nel frattempo ha anch’essa irrobustito la propria reputazione, Alcide Pierantozzi si è subito imposto con un romanzo di cui non pochi hanno colto la reale portata dopo avere letto già i primi capitoli. Uno in diviso era un romanzo sfacciato, insolente, senza glamour, torbido e melmoso, aspro, linguisticamente selvaggio e sofisticato; grezzo in alcuni suoi aspetti, imprevedibile nell’impostazione generale. Due anni dopo è stata Rizzoli a proporlo con L’uomo e il suo amore e Giuseppe Genna l’ha subito riconosciuto come un suo simile. Valerio era snervato dalla lettura di quel romanzo. C’era troppo di tutto: conoscenza e visione del mondo, lingua e affabulazione, consapevolezza e azzardo, sfrontatezza culturale e overdose alchemica, genialità, arroganza e sublimi imperfezioni. L’ha odiato così come si odia un oggetto amoroso da subito catalogato come irraggiungibile e a confronto del quale si ha il sex appeal di Marisa Laurito all’Eros Festival. Uno degli aspetti più interessanti del talento autentico è la sua capacità di rinnovarsi. Ed eccolo Ivan il terribile, così diverso dai due romanzi che l’hanno preceduto, furbo di quella furbizia che solo gli autori di razza possono permettersi, fresco come un esordio. Al contrario che nei lavori precedenti, in questo, Pierantozzi ha lasciato tutto dentro alle righe, ma riempiendole di grazia e di forza e lasciando qua e là qualche voragine lynchiana dentro alla quale solo una selezione di lettori possono precipitare; ha dato vigore alla cultura pop senza trattarla come un elemento di arredo folkloristico, ma dandole peso e corpo in una proiezione mitopoietica in cui i tre protagonisti rivivono un triangolo filadelfico che da Goethe trapassa a Rihanna senza scordare certi video degli Skunk Anansie; ha reso intatto sulla pagina il sapore alcalino e acido dell’adolescenza in una presa diretta dall’andamento filmico (qualcuno ha detto Roccafluvione come Capeside, ma con i colori di Gregg Araki). Ha lasciato nuovamente Valerio senza parole, con la muscolatura del corpo stanca ma sazia, gli occhi rilassati come alla sera dopo una giornata troppo assolata. Rivivendo lo stesso appagamento mentale post-orgasmico ha acceso una sigaretta e ha deciso che per questa notte smetterà di pensare, lascerà le cose al loro posto: Marisa Laurito all’Eros Festival, Maria Antonietta tra le vasche del Petite Trianon e Alcide Pierantozzi in una foto come Alain Delon.

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3 - Uno in diviso, L'uomo e il suo amore, Ivan il Terribile 4 - Ritratto fotografico di Alcide Pierantozzi Sul Romanzo

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Esordire

Impossibile resistere a Perciò veniamo bene nelle fotografie

di Sara Gamberini

«L’Arcella se la batti in lunghezza, somiglia alle puttane che la abitano di notte: ti offre il suo corpo bisunto sgranando le maglie uncinate dei lampioni, protetta dalla cappa di polveri sottili come le palle di vetro sopra i cassettoni, e fuori dall’orario di lavoro, quando molto più vili si fanno le file di edicole sbarrate e cabine in disuso, è sfatta e triste come domeniche vuote su arterie lontane dai centri commerciali.»

Ho subito pensato che non ce l’avrei fatta a finire il romanzo in versi di Francesco Targhetta. In versi! Mi si è presentata agli occhi una densità narrativa e lirica che, ne ero certa, non avrei avuto la pazienza di affrontare. Ho chiuso il libro, decisa a concentrarmi su un altro esordio. Eppure «sfatta e triste come domeniche vuote su arterie lontane dai centri commerciali» tornava nei miei pensieri durante il lavoro o mentre mi concentravo su un altro libro. La sera ho ripreso in mano il romanzo, la lettura di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) richiede disciplina e una buona dose di attenzione, nonché di pazienza. Però, poi, ripaga come solo la bellezza sa fare. Questo, per me, il punto di non ritorno, il rosso a cui non ho potuto resistere: «[…] Chiedi, poi, a Mara se ha letto, nel frattempo, La ragazza di Bube, che si chiama come lei e un poco le somiglia, la giusta malizia, civettuola, delle ragazze che amano il rosso, i giorni di sole, le uscite da scuola, e ti innamorano di semplicità: ancora non l’ha letto, ma lo farà, con la paura che chi le somiglia sia diverso - «peggiore» - di come lei si vede, confessa […]»

1 - Francesco Targhetta e la copertina di Perciò veniamo bene nelle fotografie 2 - Zona Arcella, Padova; da Google Street view

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Le ragazze che amano il rosso e che ti innamorano di semplicità. Del romanzo di Targhetta ho amato l’anarchia, la sua rabbia, la disillusione e la malinconia mai attenuate che tolgono il fiato. Ancora di più ho amato il coraggio, l’ostinazione e la volontà di non ammiccare mai, o quasi mai. Mi è mancata una storia e il tornaconto emotivo (o vantaggio secondario) di questa “difesa in versi”, mi sono sentita spesso messa in disparte, come lettrice, in favore del ritmo, dell’attenzione alla lingua. Ma le immagini che disperano per poi ripiegarsi malinconiche, gli odori che arrivano al naso e che conosco da sempre, i simboli incantevoli che l’autore dimenSul Romanzo

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tica sulla statale che porta a Feltre, nello sguardo di un indiano glabro o dentro la vetrina del Mondo Pizza di via Machiavelli, hanno ripagato la mia pazienza. Francesco Targhetta non ha mezze misure, non cerca un contatto facile con il lettore, è concentrato sul ritmo e sulle piccole cose. Potrebbe, o vorrebbe, essere un romanzo generazionale; si tratta, invece, di un testo personalissimo, intimo fino alla tenerezza. Che poi il personale sfiori l’universale è una vecchia storia che certo conta ma non troppo. Nei versi di Targhetta non leggo nessuna denuncia sociale, semmai una denuncia personale, sgomento per le cose che finiscono più che per la loro finitezza, vertigini di separazione più che metafisica metropolitana. Una questione che sta tra desiderio e identità. Un tema che ben si adatta alla dimensione epica, scritto in versi dietro consiglio della casa editrice, un’epica duemiladodici dove l’immobilismo cerca rifugio nel linguaggio per necessità di «allargare il più possibile lo spettro del dicibile». Perciò veniamo bene nelle fotografie, perché siamo immobili, fluttuiamo tra desiderio e nostalgia, tra ciò che sognavamo di essere e ciò che siamo costretti a diventare. Il desiderio del protagonista di proseguire con il dottorato di ricerca e la necessità di accettare supplenze ai licei, «questo crollo di prospettive, questo sentirsi offesi, mentre, in fondo, si tratta di un lavoro, e di un lavoro di due mesi.» E poi i rimandi, primo fra tutti alla poesia crepuscolare. E poi Bianciardi, Pagliarani, la neo-avanguardia. Mi torna in mente quel che ha detto Giglioli nel suo Senza trauma sulla scrittura dell’estremo. «L’estremo non è un repertorio tematico […] È piuttosto un movimento, una tensione verso qualcosa che eccede costitutivamente i limiti della rappresentazione. […] È il rappresentante, il porta parola, il luogo-tenente (per parafrasare Heidegger) Sul Romanzo

della vita nell’epoca del trauma senza trauma. Non viene da fuori ma da dentro. Non è altrove; è qui, onnipresente e inafferrabile. […] È il nome di un’operazione, la traccia scritta di un gesto, il diagramma del rapporto tra una tensione e l’azione in cui si scarica. È più in generale quella mescolanza di scetticismo nichilista e di realismo ingenuo che fa da liquido amniotico al senso comune di una società in cui l’immagine del mondo è stata quasi interamente requisita dai mass media.» I mass media sono la nostra eredità, ci dice Targhetta, ciò che ha formato chi è nato negli anni ‘70 e ‘80. Berlusconi, le Big Babol, le liquirizie Haribo e le Nastrine del Mulino Bianco. Da qui lo splendido lavoro sul linguaggio e sul significante, per scovare «la traccia scritta di un gesto». Sarà lo struggimento di primavera, ma provo un amore immenso per questo romanzo, anche se non l’ho amato disperatamente. Forse, perché la depressione sembra non avere conforto e questo toglie il fiato o perché al posto di una storia c’è un’incantevole nenia che è anche la mia e quella dei miei coetanei. Arriva ogni mercoledì, tra i versi, la psicoanalisi. «E poi i mutismi, i lunghi silenzi a staccare foglie ai tramonti, tanto che a Mara non hai detto niente, degli incontri del mercoledì, e coi tuoi è stata la vergogna più grande: tua madre ha scostato le tende e ha a lungo fissato il giardino, l’ulivo, settembre, in un silenzio di mele, di frutti rugosi nelle terrine, e a tuo padre è lei che l’ha riferito, senza neanche uno scambio di sguardi, tra te e lui, per giorni interi, stretti entrambi tra l’orto e la camera tra sensi di colpa e accuse occultate (...)» In un silenzio di mele. n° 2 • Aprile 2012

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a distanza

Centenario della morte

Disintegrazione della persistenza della memoria, Salvador Dalì, 1952-‘54

Giovanni Pascoli

E cadono l’ore giù giù, con un lento gocciare.

(Giovanni Pascoli, Dall’alba al tramonto, Il nunzio, vv, 8-10, in Myricae, 1891)

Son solo: ho la testa confusa di tetri pensieri.

Vincent Van Gogh, Barche di pescatori al mare, 1888

(Giovanni Pascoli, Dall’alba al tramonto, Il nunzio, vv. 2-4, in Myricae, 1891)

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, 1818

Vincent Van Gogh, Ritratto del dottor Gachet, 1890

Dialoghi

Da questo greppo solitario io miro

Speranze e memorie Paranzelle in alto mare bianche bianche, io vedeva palpitare come stanche: o speranze, ale di sogni per il mare! Volgo gli occhi; e credo in cielo rivedere paranzelle sotto un velo, nere nere; o memorie, ombre di sogni per il cielo!

(Giovanni Pascoli, Dall’alba al tramonto, Speranze e memorie, in Myricae, 1891)

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(Giovanni Pascoli, Solitudine, in Myricae, v. 1, 1891)

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Tempesta, Giorgione, 1505-08

Atmosfere consonanti E l’acqua cade su la morta estate, e l’acqua scroscia su le morte foglie; e tutto è chiuso, e intorno le ventate gettano l’acqua alle inverdite soglie; e intorno i tuoni brontolano in aria; se non qualcuno che rotola giù. Apersi un poco la finestra: udii rugliare in piena due torrenti e un fiume; e mi parve d’udir due scoppiettìi e di vedere un nereggiar di piume. O rondinella spersa e solitaria, per questo tempo come sei qui tu? (Giovanni Pascoli, In ritardo, vv. 1-10, in Canti di Castelvecchio, 1903)

Sale la nebbia sui prati bianchi come un cipresso nei camposanti un campanile che non sembra vero segna il confine fra la terra e il cielo. Ma tu che vai, ma tu rimani vedrai la neve se ne andrà domani rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate. (Fabrizio De André, Tutti morimmo a stento, Inverno, 1968)

Apparenti dissonanze Ma quelle foglie morte che il vento, come roccia, spazza, non già di morte parlano ai fiori in boccia, ma sussurrano - Orsù!

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. (Giuseppe Ungaretti, Soldati, in L’Allegria, 1918)

Come le foglie che nel tempo lieve di primavera nascono nel calor del sole così per breve tempo come loro godiamo la dolce giovinezza, divinamente ignorando il bene e il male. Ma le nere dee sono pronte per noi con il peso degli anni e con la morte: ché i giovani anni non sono più del rapido corso del sole - e quando il nostro tempo è tramontato è meglio morire che vivere (Mimnermo, Come le foglie, VII-VI sec. a.C.)

Le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi e i rimpianti. Ma il mio amore silenzioso e fedele sorride ancora e ringrazia la vita. Ti amavo tanto, eri così bella. (Jacques Prévert, Le foglie morte, vv. 24-28, 1945)

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Claude Monet, Pioppi (Autunno), 1896

(Giovanni Pascoli, Foglie morte, vv. 21-25, in Canti di Castelvecchio, 1903)

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L'ibrido destino di Vincenzo Consolo. Un ricordo

di Domenico Calcaterra A Rino Bertoloni

Ce ne ricorderemo di Vincenzo Consolo: della sua inconfondibile cadenza, dell’altissimo suo concetto di letteratura; anni luce distante dalle pervasive narratologie di genere delle quali vanno a caccia, oggi, massa di lettori telestupefatti e mercato editoriale. E se ne ricorderà chi scrive (mi si conceda l’inciso d’autobiografia intellettuale), che al precoce incontro con la figura e le opere dello scrittore siciliano deve il rivelarsi d’un destino: il primo più luminoso oroscopo sulla natura di una vocazione, per una certa idea di stile e ancor più di critica letteraria (d’allora vissuta, sempre più consapevolmente, come avventura del riconoscersi). Nato in una finisterre di transito, come fu per Calvino, anche per Consolo, nella particolare geografia del luogo d’origine («non si nasce in un luogo impunemente», amava dire) possiamo trovare iscritta l’effige d’un ibrido magnifico destino, all’esatto incrocio tra un Oriente fatto di natura, tentazione dell’idillio, malìa del canto poetico

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1 - Vincenzo Consolo, fotografato da Flavio Leone 2 - Lo Spasimo di Palermo (Sculture viventi), Vanessa Beecroft, 2008 3 - Ritratto d'uomo (Ignoto marinaio), Antonello da Messina, 1465/1470, Museo Madralisca, Cefalù

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(della sirena dell’assoluto) e un Occidente intriso di relativo, dove forte è il contatto con la storia, i grandi mutamenti sociali; e, perciò, forte l’urgenza di ripristinarne la linea (non corrotta da imposture) del racconto. Di qui, dalla metabolizzazione e superamento, entro una straordinaria originale sintesi, di due contrapposte tensioni, la barocca e l’illuminista, nasce la particolare maniera consoliana. Debitrice, in egual misura, tanto verso la lezione sciasciana d’una ininterrotta perorazione sul rapporto tra storia e potere quanto verso quella (non meno forte) del lirico puro e barocco derivata dal poeta Lucio Piccolo (cugino del più noto Giuseppe Tomasi di Lampedusa), al quale non a caso dedicherà la favola teatrale Lunaria (1985), la più radicale contestazione del Nostro al romanzesco tradizionale, in favore dell’esaltazione, appunto, del potere, sempre risorgente, della poesia.

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Così sarà sin dalla sua prova d’esordio, La ferita dell’aprile, proprio nel fatidico anno degli astratti furori del Gruppo ‘63, con la quale realizza un tutt’istintivo racconto, per metà Bildungsroman e per metà corale affresco, del mondo chiuso dell’infanzia al paese natio, colto nel cruciale momento dell’immediato dopoguerra, al tramonto della civiltà contadina; da subito rivendicando il suo ascriversi alla feconda linea di uno sperimentalismo letterario che, se non recideva i legami con la tradizione passata, rimanendo insensibile al mito neovanguardista dell’azzeramento del linguaggio, prendeva, pur tuttavia, egualmente le distanze dalla scelta linguistica (riconosciuta, per il Nostro, fallimentare) di una scrittura geometrica e fiduciosamente comunicativa, come era stata quella degli scrittori della generazione immediatamente precedente alla sua (i vari Moravia, Calvino, ovviamente Sciascia). Il rischio, insomma, era, per Consolo, l’espropriazione della memoria, la perdita di una lingua autentica, ancora veramente capace di raccontare, che suonasse altra rispetto al vuoto e omologante basso continuo di quell’italiano tecnico-aziendale (da Pasolini stigmatizzato proprio in quegli anni, nel saggio, divenuto celebre, Nuove questioni linguistiche, 1961), funzionale soltanto ad esprimere gli astrusi bizantinismi, la ciarliera afasia del potere. Dopo il singolare esordio, la scelta dell’emigrazione intellettuale nell’operosa Milano (incoraggiato dall’amico e primo mentore Leonardo Sciascia), Consolo non dismetterà mai più i panni del narratore-testimone, distillando il doloroso «memorare» in cesellate pagine di ri-sentimento civile per le mistificazioni dell’assurdo teatrino del potere e gli inganni della storia. Proprio a partire dal perverso binomio impostura/scrittura, Consolo trarrà occasione di scrivere il suo anti-romanzo, quell’autentico caso letterario che fu il Sorriso dell’ignoto marinaio n° 2 • Aprile 2012

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(1976), con il quale offre una lettura smitizzante degli esiti dell’epopea garibaldina in Sicilia (quasi una tappa obbligata per ogni autore siciliano), mentre polverizza, polemicamente, la struttura tradizionale, d’ascendenza manzoniana, del romanzo storico. La rilettura in chiave anti-retorica del 1860 giova anche allo scrittore per focalizzare l’attenzione su talune tematiche di bruciante attualità negli anni Settanta del Novecento: su tutte il ruolo dell’intellettuale e il problematico rapporto tra storiografia e letteratura. Del resto, l’indagine sul passato per meglio decrittare il presente è una delle prerogative della scrittura consoliana, denominatore comune pure agli altri due romanzi di ampio respiro storico-metaforico, Nottetempo, casa per casa (1992) e Lo Spasimo di Palermo

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(1998) con i quali, dopo la ricognizione degli echi risorgimentali nell’Isola, rispettivamente, rievoca il clima di dilagante irrazionalismo degli anni Venti del Novecento, humus ideale per l’attecchire della malapianta del fascismo (Borgese docet), e la più recente e tremenda stagione delle stragi di mafia. Dunque, la contro-storia consoliana, delineata isolando emblematici frammenti, si pone l’ambizioso compito di farsi leggere come impietosa e cupa biografia della Nazione. Nel contempo, il suo sperimentalismo (come s’è detto) è impegnato a scuotere dalle fondamenta la stessa architettura del romanzo: passando dalla decostruzione totale del romanzo storico, con il Sorriso dell’ignoto marinaio, all’invenzione e piena realizzazione della singolare forma del romanzo-tragedia ne Lo Spasimo di Palermo, atto conclusivo della sua trilogia, optando per una lingua e un dettato sempre più asintoticamente tendenti verso le zone della poesia. Oltranza di poetica già magnificamente preannunciata nella meta-tragedia Catarsi (1989) — «La tragedia è la meno convenzionale, la meno compromessa delle arti» —, pièce nella quale mette in scena il suicidio sull’Etna d’un Empedocle contemporaneo, scienziato che, coinvolto in una storia di malcostume politico, arriva a compiere l’estremo gesto; ma, ad essere drammatizzata e raccontata da Consolo è, una volta ancora, in chiave simbolica, la dialettica dei linguaggi: alla lingua di lucida follia di Empedocle fa, infatti, da stridente contrappunto la lingua piana e immediatamente comunicativa dell’antagonista, il genero Pausania, l’anghelos (che si fa carico del racconto di ciò che si rappresenta); anticipo di quella circolarità tra volontà di canto testimoniale e tentazione del silenzio che troveremo, esacerbata, nel terzo e finale capitolo del suo nero affresco. E a una fondamentale duplicità di registro risponde, in verità, l’intera costellazione delle opere del siciliano, considerate nel loro complesso, se è vero che, accanto all’ambizioso ed iper-letterario ritratto storico-metaforico della trilogia (da leggersi, in n° 2 • Aprile 2012


definitiva, come un’unica narrazione senza soluzione di continuità), complementari ad essa sono i libri segnati dal prevalere della necessità del dire fuor di metafora, avviare una più esplicita riflessione, senza veli: operazione che reca in sé un inevitabile mutamento di segno della scrittura che retrocede, subisce un ribaltamento, si fa meno convulsa, distesa, quasi referenziale. Disposizione dello scrittore, che ritroviamo in opere come Le pietre di Pantalica (1988) e L’Olivo e l’olivastro (1994), il cui incipit è veramente emblematico di quest’altra sua vocazione: «Ora non può narrare»… e dove centrale è il motivo del nostos, del viaggio di ritorno alla Itaca, mai più la stessa, irrimediabilmente perduta, della quale è al più possibile, ora, contemplare il disastro, la storia di rovina, entro una dimensione di straniante desolato vagabondaggio («siamo tutti degli ulissidi, degli erranti, espropriati del proprio luogo della memoria»). A parte poi, sta quel prezioso gioiello in sé compiuto, quel miracolo di scrittura che è Retablo (1987), ennesimo viaggio di ritorno (ma in panni settecenteschi) in Sicilia, raffinato esito per la sua felicità di scrittura divertita e divertente. Ma il tono da divertissement sta più negli svolazzi della scrittura, la leggerezza di cui è pervasa la pagina finisce per essere amara, ché sotto campeggia la metafora, volta ancora a significare criticamente l’attuale (gli anni Ottanta dominati dal pentapartitismo e dall’egemonia craxiana, il crollo dell’ideale di Milano città-faro, modello di civiltà). Consolo, dunque, che dipinga i suoi corruschi retabli storico-metaforici, che lasci spazio all’impeto indignato di denunciare i disastri, sciogliere il grumo dentro, che pratichi, infine, la scrittura d’intervento sui giornali mischiando pietà e intransigenza, non tradisce mai la sua autentica natura di scrittore profondamente politico, compreso nel proprio ruolo d’intellettuale e il cui marxismo viene fatto fermentare, innestandolo con la pianta robusta di un solidarismo umanitario di dichiarata ascendenza leopardiana (si ricordi l’Empedocle di Catarsi che ripesca dal fondo della memoria taluni versi de La Ginestra). Tra ideologia e barocco, tensione storico-sociale e archeologico scavo della lingua, la letteratura di Vincenzo Consolo ha talvolta scandalizzato certa critica di miope intransigente ortodossia, che ha voluto per lui inventare il problema non-problema della supposta irrisolta contraddizione (?) tra aspirazione civile e insistita ricerca di uno sperimentale codice di rottura, volutamente arduo, verticale, perennemente ricomposto; per cui i suoi palinsesti narrativi andrebbero letti nulla più che come le prove di un inguaribile manierista, un postmoderno citazionista, un certoSul Romanzo

4 - Lo Spasimo di Palermo (Sculture viventi), Vanessa Beecroft, 2008 5 - Ritratto fotografico di Vincenzo Consolo 6 - Lunaria - Contrada senza nome, Vincenzo Consolo, Ute Pika, Umberto Leone, 2007

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sino compositore di cruciverba intertestuali (si veda, in tal senso, la recentissima, ambigua, rilettura del Sorriso ad opera Grassia). Pregiudizio critico destinato a sfumare, appena si voglia considerare l’inestricabile ambivalente natura del barocco consoliano: capace di far coesistere, miracolosamente (come nessuno), sulla pagina, razionalità e prosodia, impegno e oltranza di stile. Dall’uscita de Lo Spasimo di Palermo (1998), romanzo che segna l’arrestarsi definitivo del suo discorso, trascorrono oltre dieci anni di prolungato silenzio. Epperò è impressionante, a rileggerlo ora, il duplice valore di profezia su di un'immedicabile crisi e individuale (protagonista è proprio uno scrittore, Chino Martinez, che si trincera entro un rigoroso mutismo, riponendo la penna) e insieme storica, antropologica, culturale (quella sui cui effetti, con preoccupato sbigottimento, stiamo ancora ragionando). Dal lembo estremo di un Novecento, che abbiamo imparato a ribattezzare secolo (più che breve) plurale, lo scrittore siciliano ci ha consegnato il suo libro forse più importante e sincero, perché anche il più scomodo e diretto dei libri, il più risentito che potesse concepire: che non rinuncia a un tono alato, poetico, ma adesso, come mai, così poco divagante, raggrumato nel giro breve, doloroso, d’una stasi insormontabile. A lungo (in questi anni) abbiamo atteso una sua nuova

prova, ma l’alto rispetto per la parola, forse l’intima realizzazione dell’esaurirsi d’una stagione, il disagio (divenuto insopportabile) di vivere da separato in casa in una società (anche letteraria) del tutto trasformata, hanno senz’altro contribuito a sopire la vena creativa: fino al precoce e definitivo congedo, all’afasia (che già nello Spasimo, raccontandola, aveva dolorosamente tentato di esorcizzare).

7 - Lo Spasimo di Palermo (Sculture viventi), Vanessa Beecroft, 2008 8 - Santa Maria dello Spasimo, di Cannizzo

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Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. (Lev Tolstoj, Anna Karenina, 1877)

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Amalie Skram e il potere psichiatrico

di Francesco Peri

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Nel febbraio del 1894, logorata dalle tensioni tra la carriera di scrittrice, le esigenze di donna emancipata e il ruolo di madre, Amalie Skram attraversa una fase di violenta depressione (quello che, un tempo, si sarebbe chiamato “esaurimento nervoso”) e accetta di essere ricoverata per accertamenti nel reparto psichiatrico dell’ospedale municipale di Copenhagen. Le porte del mondo asilare si richiuderanno su di lei per quasi tre mesi, precipitandola in un incubo vissuto con delirante lucidità che l’anno seguente, nel 1895, troverà espressione in un dittico romanzesco, Professor Hieronimus [Il professor Hieronimus] e Paa sct. Jørgen [Nel manicomio di san Jørgen], in cui una rabbiosa volontà di denuncia si accompagna a una scrittura di inaudita sobrietà, crudezza e precisione. Amalie Skram (1846-1905), norvegese trapiantata in Danimarca, è all’apice della sua carriera. Moglie di Erik Skram, uno degli eroi della nuova letteratura scandinava celebrati da Georg Brandes in Det moderne gjennembruds mænd [I protagonisti del rinnovamento moderno] (1883), è forse l’interprete più spontanea e raffinata del naturalismo di scuola francese che inizia a radicarsi in area nordica sul finire degli anni settanta del XIX secolo. I suoi primi romanzi, che formano un ciclo dedicato al problema del matrimonio, del rapporto tra i sessi e del ruolo della donna nella società borghese, esprimevano una volontà di indipendenza e un’insofferenza nei confronti delle convenzioni e delle gerarchie di genere che covava da tempo negli strati più cosmopoliti della società danese, ma che una parte della critica trovò scandalose sotto la penna di una signora. La franchezza “virile” dello stile di Skram, il suo tagliente senso dell’osservazione, la sua capacità di riprodurre gesti e inflessioni, il suo rifiuto dell’eufemismo e dell’ellissi, la sua sensibilità per i rapporti di potere sottesi alle situazioni drammatiche parlavano di un naturalismo letterario vissuto come strumento critico e personale sensibilità formale piuttosto che come moda, programma o scelta di campo. Un secondo ciclo romanzesco, la tetralogia famigliare Hellemyrsfolket [Gente di Hellemyr] (1887-1898), avrebbe accentuato in una chiave più corale i temi di denuncia sociale e istituzionale che la letteratura scandinava degli anni novanta, attraversata da una precoce reazione “neoromantica”, stava già perdendo di vista. Per la sua spregiudicatezza, la sua sete di libertà e la sua lingua capace di abbracciare senza pudori l’orribile e l’aberrante (ma senza lasciarsi ipnotizzare dal loro fascino come Strindberg e Hamsun), Amalie Skram appare quasi predestinata a dare forma letteraria al tema del governo psichiatrico. Non è però come osservatrice, ma come vittima inerme di uno spietato voyeurismo medico, che l’autrice fa esperienza del microcosmo asilare, il mondo a parte che tanti dei suoi predecessori (dai Goncourt a Maupassant) avevano descritto dall’esterno.

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Reparto numero 6

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1 - Ritratto di Amalie Skram, National Library of Norway 2 - Amalie e Erik Skram nel 1895 Sul Romanzo

Il reparto numero 6, delimitato da spesse porte chiuse a chiave, è uno spazio poroso: le pazienti, in camicia da notte, si scrutano tra loro, lo sguardo delle infermiere è onnipresente e ogni gesto, ogni debolezza, ogni moto d'insofferenza sono offerti all’occhio immateriale del medico-sovrano, il tirannico professor Hieronimus. A lui fa capo la piramide di potere che si articola in infermiere e inservienti, al suo insindacabile quanto imperscrutabile giudizio è rimesso il destino di chi cade nelle sue mani, e la diagnosi è sempre una sola: morbus mentalis. Gelido, azzimato e indecifrabile, Hieronimus è l’alter ego di Knud Pontoppidan (1853-1916), il primario di psichiatria dell’ospedale di Copenhagen che, per qualche mese, regnò incontrastato sulla vita di Amalie Skram. Fratello di Henrik Pontoppidan, che, nel 1917, dividerà il Nobel per la letteratura con Karl Gjellerup, era all’epoca un’autorità indiscussa. Erede designato della scuola psichiatrica danese che, a partire dagli anni quaranta del XIX secolo, si era modellata su esempi francesi (Pinel, Esquirol) e inglesi (Prichard), Pontoppidan è docente universitario, divulgatore ed epigono di un positivismo metodologico che non lasciava alcuno spazio all’esperienza vissuta del paziente, ma individuava nelle persona del medico — figura di disciplina e unico detentore della “verità” di una malattia — il fulcro del processo diagnostico e terapeutico. L’assoluta asimmetria che il gesto arbitrario dell’internamento istituisce tra lo psichiatra e il “malato” (nella fattispecie la pittrice Else Kant, travestimento appena accennato della stessa Skram) è l’autentico tema portante del primo romanzo, Professor Hieronimus, e arricchisce il suo realismo di marca naturalista con una coloratura proto-kafkiana. Lei è qui perché è pazza; lei è pazza, dal momento che è qui: l’ingresso nel reparto numero 6 segna un punto di non ritorno, perché innesca un circolo paradossale che è impossibile spezzare dall’interno, una sorta di catch-22. La diagnosi, cioè l’attribuzione di follia, è un atto sovrano e unilaterale che spoglia il malato dei suoi privilegi di soggetto — della sua libertà, della sua facoltà decisionale, del suo diritto di rispondere di se stesso, delle sue prerogative giuridiche — e lo proietta in una spirale ermeneutica a senso unico in cui qualunque tentativo di esercitare un contropotere non fa che aggravare la sua posizione. «Una volta che è stata ammessa nel reparto», spiega un’infermiera, «nessuno bada più a quello che lei dice». Chi impugna la diagnosi di Pontoppidan — una sorta di profezia che si autoavvera — è doppiamente pazzo. Il minimo accenno di impazienza o risentimento da parte del paziente sotto sequestro alimenta la prognosi sfavorevole (lo vede che ha ancora reazioni anormali?). L’insonnia cronica e l’angoscia di cui soffre Else, esacerbate dallo strepito che sale dalle celle per malati gravi che si trovano sotto la sua stanza, sono lette come prove eloquenti del n° 2 • Aprile 2012

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suo male. «Qualunque cosa, qui dentro, [viene] interpretato come follia», constata amaramente una delle pazienti: perfino l’evidenza della salute mentale, letta come un’abile astuzia («quelli più tranquilli sono i più scaltri di tutti»). La sentenza del medico, che precede l’osservazione clinica, è tanto impietosa quanto irrevocabile: «una volta che ti hanno accollato l’etichetta di malato mentale non c’è più assoluzione possibile». Non può essere altrimenti, perché non solo lo psichiatra è, per definizione e statuto, l’unico arbitro della verità (in una conferenza dei primi anni novanta, Pontoppidan tuonava contro la pretesa dei “profani” di giudicare in materia di sanità e follia), ma perché questo stesso potere, nel suo assolutismo, è lo strumento terapeutico principale. «Sua moglie deve innanzitutto imparare la disciplina», spiega Hieronimus all’umbratile marito di Else Kant. Questo aspetto — caratteristico del traitement moral di ascendenza francese, nel quale la follia è intesa, innanzitutto, come una forma di insubordinazione sociale da domare — risulta particolarmente accentuato nella psichiatria danese già a partire dal suo padre fondatore, Harald Selmer, che nel 1846 scriveva: «il medico deve procurare di esercitare sul paziente un’autorità talmente assoluta da rendere vana qualunque resistenza». Knud Pontoppidan alias Hieronimus, suo allievo diretto negli anni di formazione, non esita a rincarare la dose: «un ospedale psichiatrico va governato con il pugno di ferro»; «ogni volta che gli istinti perversi del malato cercano di prevalere bisogna rispondere con la repressione. […] Ogni minima infrazione dell’ordine e della disciplina che devono regnare nel reparto va punita». Else Kant/Amalie Skram tenta di rispondere con le stesse armi, rovesciando la logica di Hieronimus. Quando il medico le fa sapere di aver esaminato alcuni dei suoi quadri e di aver riscontrato nella sua opera di pittrice un indicativo «interesse per l’anormale», Else si domanda: «e non è forse l’interesse per l’anormale ad aver conferito al professore la sua autorità e il suo status?». Else contesta anche la sovranità della diagnosi di Hieronimus, ponendo l’accento sul suo carattere di arbitrio: «nella maggior parte delle persone ci sono tratti che si possono chiamare con il nome di follia, basta volerlo fare». E Hieronimus, per l’appunto, «dà per scontato che io sia pazza. Tutte le sue domande sono studiate per farmi cadere in trappola». Else non si lascia ingannare neppure dal preteso magistero morale del medico: «in fondo è solo un maestro di scuola di vecchio stampo, di quelli che puniscono e soggiogano gli allievi ribelli a suon di scudisciate». È tutto inutile, perché nessun argomento – se emesso da un “pazzo” – può revocare la frattura originaria tra soggetto e oggetto, paziente e medico, rinegoziando i rapporti. Il sistema di potere del reparto numero 6 e del manicomio di Sct. Jørgen, in realtà, è basato su una sorta di violenza morbida, piuttosto che sul “pugno di ferro”: promesse accomodanti mai mantenute, menzogne, isolamento, manipolazione (il rapporto

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3 - Un’immagine del reparto numero 6 4 - Il prof. Knud Pontoppidan n° 2 • Aprile 2012


indiretto tra Else e il marito, che non può visitarla, è mediato e progressivamente avvelenato da Hieronimus), gerarchie di potere stagne, controllo permanente. Il muro di gomma è invalicabile, ma talmente sottile che la distinzione tra sanità e malattia tende a dissolversi persino all’interno del microcosmo asilare. Questo aspetto è particolarmente sensibile nel secondo e leggermente meno riuscito dei due volumi, che descrive la realtà del manicomio danese di Sct. Hans (che in passato aveva portato proprio il nome di Sct. Jørgen). Il dittico romanzesco di Skram è stato variamente interpretato come una lotta per il dominio del corpo, un dramma dello sguardo o un’allegoria del potere “patriarcale”: i due romanzi del 1895 sono una tradizionale riserva di caccia della critica femminista scandinava. In effetti, è impossibile non percepire la forte polarizzazione assiologica tra universo maschile (dispotismo, autorità, ignavia) e universo femminile (pietà, solidarietà tra infermiere e pazienti, ecc...), anche se questo tratto non va esagerato: Skram non idealizza il personaggio di Else Kant, ma mette in scena le sue debolezze, i suoi pregiudizi, la sua tendenza paranoica al transfert e perfino il suo occasionale ribrezzo per le altre pazienti, quelle che sono davvero malate (siamo ancora lontani da un’antipsichiatria di marca basagliana). Chi conosce le lezioni confluite in Le pouvoir psychiatrique ritroverà nei due romanzi di Skram un protocollo talmente completo, vivace e preciso delle tecniche e dei giochi di potere più tardi descritti da Foucault nei primi anni settanta da far pensare a una misteriosa armonia prestabilita. Certo non sono mancate, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, scritture femminili dedicate al tema della malattia mentale e dell’internamento (si pensi ai testi commentati da M. E. Wood in The Writing on the Wall, del 1984), ma nessuna di queste testimonianze ha la lucidità, il nitore stilistico, la penetrazione e la qualità letteraria di Professor Hieronimus. La caparbietà di Amalie Skram, doppiamente folle agli occhi del nemico, l’ha spuntata due volte: ha vinto nel 1895, quando lo scandalo suscitato dal libro portò all’allontanamento di Pontoppidan e vince ancora oggi agli occhi del lettore, come vincono le opere d’arte capaci di scavalcare la contingenza.

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5 - Alcune lettere di Amalie Skram 6 - Ritratto di Amalie Skram nel 1882 n° 2 • Aprile 2012

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Professor Hieronimus Capitolo V (Reparto n. 6)

di Amalie Skram traduzione di Francesco Peri

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1 - Copertina di Professor Hieronimus di Amalie Skram 2 - Foto da La fabbrica dei Matti. L’ospedale psichiatrico nei racconti di alcuni colornesi ai ragazzi, [Centro studi Movimenti, Comune di Colorno], Parma 2008, pp. 94 3 - La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze, Telemaco Signorini, 1865 Lo sfondo in mattoni è preso da qui

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Else passò accanto alla donna e penetrò in un lungo corridoio illuminato da lampade a gas montate lungo le pareti a diversi metri di altezza. Nello stesso istante, si udì un suono metallico, il tintinnio di un mazzo di chiavi e la serratura venne chiusa a due mandate. Else avvertì un brivido lungo la schiena. «È una porta d’ingresso come tutte le altre», spiegò la donna, puntando su Else uno sguardo indagatore. Else avanzò a passetti esitanti lungo il tappeto che ricopriva il pavimento. Da un lato, sotto gli alti vani delle finestre, si allineavano tavoli rettangolari verniciati di giallo, sedie dello stesso colore e di quando in quando vasi di piante ornamentali poggiati su treppiedi di legno. Alcune delle sedie erano occupate da figure femminili in camicie da notte di cotone azzurro che pendevano flosce intorno ai loro corpi. Una delle donne teneva le braccia conserte e fissava ottusamente un punto di fronte a sé. Un’altra squadrò Else con un misto di interesse e ostilità, mentre una terza sferruzzava imperterrita, curva sul lavoro a maglia. Sull’altro lato del corridoio, a larghi intervalli, si aprivano delle porte. Else proseguì fino alla grande porta a due ante scorrevoli che chiudeva l’altra estremità del corridoio. Giunta di fronte all’ostacolo, voltò la testa e chiese alla donna, che si era fermata a qualche passo di distanza: «La mia camera dov’è?». «Qui», così aveva ordinato il professore, e la donna socchiuse una delle porte che davano sul corridoio. Else tornò sui suoi passi ed entrò in una camera spaziosa che prendeva luce da una grande finestra ricavata nella parete di fronte. «Perché ci sono due letti? Ci vive qualcun altro in questa stanza?». «Una signora, una vecchia signora tranquilla. Se ne sta così buona e zitta che non la si nota neppure». «È mai possibile che neppure i pazienti a pagamento abbiano diritto a una camera singola?», si lasciò sfuggire Else. «Non riuscirò mai a dormire se c’è un’altra persona nella stanza», e così dicendo

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prese a passeggiare nervosamente su e giù. Venne assalita da un senso di oppressione, come se l’aria le fosse venuta a mancare. Quelle creature là fuori in corridoio, i loro abiti simili a divise di carcerati, quelle finestre dalle lunghe sbarre di metallo che la facevano pensare alle finestre degli harem intravisti durante un viaggio in Turchia, le lampade a gas appollaiate così in alto che si poteva raggiungerle soltanto con lunghe scale a pioli, il mazzo di chiavi che tintinnava sotto il grembiule di gomma fredda di quella donna — ciascuno di quei dettagli la spaventava e le dava sui nervi. «No», insistette con forza. «Non riuscirò mai a dormire con un’altra persona nella stanza. È fuori discussione, ho bisogno di una camera singola». Mentre parlava, continuava a misurare a passi inquieti il tappeto di paglia intrecciata che andava dalla porta alla finestra, ripetendo incessantemente le stesse frasi, sentendo crescere l’esasperazione. «Ho assolutamente bisogno di una camera singola». Di punto in bianco, si accorse di una gracile, minuscola figura femminile che la seguiva con occhi assenti, raggomitolata in un cantuccio della chaise longue al di là del tavolo. «È quella? È lei?», domandò bruscamente Else, e si piantò a piedi pari di fronte alla donna più alta, che la stava fissando con profonda attenzione. «Voglio andarmene immediatamente di qui, ha capito? Subito, adesso!». In quel mentre, era entrata un’infermiera più giovane. Si attardò a studiare Else con lo sguardo prima di sussurrare qualche parola all’orecchio della donna più alta, che chiamava “signorina Stenberg”. «Può anche dormire da sola, sa, se proprio ci tiene», replicò senza scomporsi la signorina Stenberg. Uscì dalla camera e fece strada, avviandosi verso la porta a due ante scorrevoli di fronte alla quale Else si era soffermata pochi istanti prima. Infilò una chiave nella toppa, armeggiò con la serratura, fece scivolare una delle due ante nel muro, mosse un passo oltre la soglia, al di là della quale si trovava una seconda porta scorrevole, ripeté la stessa operazione e disse a Else: «Forza, venga».

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Else si affrettò a varcare le due porte, che la signorina Stenberg riaccostò accuratamente e chiuse a chiave una dopo l’altra, e le due donne si ritrovarono in un secondo corridoio in tutto e per tutto identico al precedente. Le stesse finestre alte, gli stessi tavoli e le stesse sedie gialle, le stesse figure infagottate in camicioni di cotone blu. L’unica differenza era che nella parete di fronte si aprivano più porte, tutte spalancate. Le lampade a gas all’altezza del soffitto erano protette da griglie metalliche e incassate in piccole nicchie di forma squadrata, una al di sopra di ciascuna porta. Qui non c’erano piante ornamentali, il pavimento era nudo, ed Else ebbe l’impressione di un ambiente ancora più spoglio del corridoio precedente e ancora più simile a una prigione. Su una delle sedie gialle sedeva una vecchina linda con un berretto da notte bianco e occhi di un azzurro slavato in un volto pallido e gentile. Le due mani grinzose stringevano un panno bianco appallottolato mentre la donna conversava amabilmente con se stessa. Una ragazza giovanissima con un viso giallognolo e un’espressione esausta si avvicinava a passi lenti, dondolando avanti e indietro, i piedi in due calzerotti di lana bianca. I suoi capelli neri, tagliati cortissimi, spuntavano in tutte le direzioni, le mani erano ritratte nelle maniche del camicione. La sua grossa testa ciondolava ora

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in avanti, ora di lato, come se fosse stata troppo pesante. Mentre avanzava, sbirciava Else di soppiatto con occhi spaventati. Quando incrociava lo sguardo di Else, la sua faccia si contraeva in una smorfia di malumore e correva a nascondersi dietro un braccio sollevato. Sulla soglia di una delle porte aperte c’era un’altra ragazza grossomodo della stessa età, ritta in punta di piedi, le braccia sollevate a semicerchio sopra la testa. “L’usignolo”, sussurrò mentre Else le passava accanto. All’improvviso intonò una catena di trilli cristallini e subito dopo scoppiò in un pianto isterico. «Di qui», disse la signorina Stenberg, entrando in una delle porte aperte. Else la seguì e si immobilizzò, guardandosi intorno con aria di sconcerto. Al centro della stanza rettangolare c’era un letto di ferro con un comodino giallo accanto alla testata. Non si vedevano altri arredi. La finestra si apriva ad almeno due metri da terra. «Ecco, qui potrà starsene per conto suo», disse la donna. «Ma questa è praticamente una cella», ribatté esasperata Else quando ritrovò l’uso della parola. «Non ci sono mobili, non c’è nulla di nulla. Non c’è neppure una sedia per sedersi». «Non c’è alcun bisogno di sedersi», replicò la signorina Stenberg. «Lei starà a letto».

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«A letto!», a Else veniva quasi da ridere. «Perché dovrei mettermi a letto se sto benissimo?». «E allora che cosa ci fa qui?», chiese in tono severo la signorina Stenberg. «A letto», ripeté Else, e questa volta rideva davvero. «E per quanto tempo dovrò starmene a letto, se non è indiscreto? Un giorno intero?». «Dipende. Se farà la brava, se la caverà forse con una settimana». Else le voltò la schiena, indignata. La signorina Stenberg la stava prendendo in giro. «Non avete una camera migliore?», chiese mentre usciva in corridoio e sbirciava nelle altre stanze con la porta aperta. Erano tutte perfettamente identiche: un letto al cento del pavimento e un piccolo comodino. In uno dei letti riposava una creatura vecchia e disfatta, con un volto giallastro e incartapecorito che faceva pensare a una mummia e orbite infossate. Quando Else apparve sulla soglia, la creatura alzò lentamente le braccia e biascicò alcune parole incomprensibili che sembravano invocare pietà. In un altro letto sedeva una donna più giovane che si stringeva le ginocchia al petto spalancando due occhi irrequieti nei quali si leggeva la paura. Dondolava il busto ed emetteva suoni soffocati. «Celle, queste sono celle!», comprese all’improvviso Else. L’avevano portata nel corridoio delle celle. Era assurdo, non aveva alcun senso.

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«Come vede, qui le stanze sono tutte uguali», disse la voce della signorina Stenberg alle sue spalle. «Per sua fortuna ne era rimasta una libera». «Ma è impossibile, non potete mettermi qui», protestò Else. «Queste sono celle, e io non sono pazza». «Questo si vedrà». «Posso vedere il professore, almeno?». «Certo, domattina presto. L’assistente passerà stasera. Adesso, però, torni in camera, non può restarsene qui a bighellonare». La signorina Stenberg prese Else per il braccio e la scortò nella sua cella. «Adesso si spogli». «Va bene. Può bastare se mi tolgo il cappotto?». «Non ha capito, lei deve mettersi a letto». «Adesso? Ma sono le sei del pomeriggio. Che senso ha?» «Lo dice il regolamento». «Non ho l’abitudine di coricarmi prima della mezzanotte. La prego, mi lasci rimanere alzata». «Impossibile. Il dottore dovrà trovarla a letto quando passerà a fare il suo giro». La signorina Stenberg si avvicinò a Else e le tolse il cappello. Nello stesso istante, si udì un trambusto accompagnato da un urlo terribile, e una figura in camicia da notte e berretto di cotone passò di corsa di fronte alla porta aperta, scalpicciando con i piedi nudi. […]

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Letteratura videoludica, per una moderna combinatoria della creatività

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di Michele Rainone

«Nel mezzo del cammin di nostra vita», Dante non avrebbe mai immaginato di trovarsi costretto, nell’aprile del 1300, a combattere, armato di una alabarda, prima, e di una falce e una croce divina, poi, una schiera di soldati musulmani e non-morti, Diavoli Troni e Arcidiavoli, Seduttrici, Tentatrici Lussuriose e nemici della più infi-

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1 - Dante, personaggio di Dante’s Inferno 2 - Dante e il suo poema, Domenico di Francesco, detto di Michelino, affresco nella basilica di S. Maria del Fiore, a Firenze (1465 circa) 3 - Immagine tratta da Dante’s Inferno

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3 ma specie. Almeno, non nella forma scelta dagli sviluppatori di Visceral Games, uno degli studi di Electronic Arts (EA), casa di sviluppo nonché distributrice di giochi per console, che, rifacendosi al capolavoro dantesco, ha pubblicato, nel 2010, Dante’s Inferno, un titolo d’azione per PlayStation 3 e Xbox 360. Gli Arcidiavoli della Commedia, per fare solo un esempio, non hanno due grosse spadeboomerang né usano raffiche di vento per tentare di uccidere Dante; dal XXI al XXIII canto dell’Inferno cercano di ingannarlo, ma la violenza dell’azione del gioco non corrisponde alle immagini del poema. Il rapporto tra letteratura e videogiochi si riduce, insomma, a pochissimi elementi: niente di sconvolgente, dato che si tratta pur sempre di un action game e non di un gioco educativo per Personal Computer. Quelli di Visceral Games hanno sfruttato soltanto l’idea-base della Commedia: un uomo in crisi, travolto dal peccato, intraprende un viaggio per la redenzione, guidato da «la gloria di Colui che tutto move». L'inizio è questo; gli sviluppi, però, cambiano notevolmente: il nostro poeta, anzitutto, è un crociato e il suo obiettivo, più che salvare se stesso, è difendere l’anima di Beatrice da Lucifero, che, assetato della sua purezza, vuole utilizzarla per detronizzare Dio. L’intreccio narrativo è stato completamente sacrificato per offrire al pubblico una novità: un gioco Sul Romanzo

d’azione legato solo dal titolo alla Divina Commedia. La letteratura — questo è il caso più evidente — è stata soltanto una garanzia per le vendite: EA ha voluto puntare sull’effetto sorpresa; sulle reazioni di chi, abituato al Dante vestito di rosso e cinto d’alloro, non avrebbe mai immaginato di vederlo apparire, nel corso del primo trailer ufficiale, a torso nudo e con un equipaggiamento tale da far impallidire anche il più esperto dei combattenti. Ha fatto da garanzia, la letteratura; eppure, non ha ricevuto nulla in cambio. Anzi, si può dire, e non è un'esagerazione, che la prima grande opera della Letteratura Italiana è stata «violentata atrocemente»; a scriverlo non sono stati gli accademici della Crusca o i membri della Società Dante Alighieri, ma alcune riviste e blog del settore, indispettiti dalla discreta, e non eccellente, qualità del titolo. Una tra le realtà virtuali più affermate del mondo della critica e informazione videoludica, Gamesblog, espresse, per esempio, un parere decisamente negativo: «Pur lodandone il coraggio, ai ragazzi di Visceral Games non possiamo (né vogliamo) perdonare il modo in cui sono riusciti a stravolgere una delle opere letterarie più incredibili ed appassionanti che siano mai state scritte da mano umana. […] Un profondo abisso, e non solo narrativo, divide infatti Dante’s Inferno dalla Divina Commedia n° 2 • Aprile 2012

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[…]. Anche evitando di scomodare nuovamente il Sommo Poeta e concentrandoci esclusivamente sulla componente videoludica, l’ultima creatura della sussidiaria statunitense di Electronic Arts non riesce nemmeno a superare il confronto con la pesantissima eredità storica dei titoli da cui ha attinto quasi tutto il lato interattivo, […] senza azzardare un minimo accenno di sorpasso». Dare una valutazione squisitamente letteraria al prodotto è senz’altro fuori luogo: in fin dei conti, Electronic Arts non avrebbe mai potuto vendere milioni di copie, se non avesse stravolto e reso più action qualcosa che di action non ha assolutamente nulla. Volendo individuare, però, gli elementi di contatto tra letteratura e mondo videoludico, una considerazione ci è concessa, e va a favore della pluricentenaria Corona Fiorentina: il fatto che la Commedia, i suoi scenari, i suoi versi — richiamati molto spesso nel corso del gioco per la descrizione dei cerchi dell’Inferno — e i suoi protagonisti abbiano fatto irruzione in un mondo virtuale non può mettere in evidenza solo lo spirito commerciale di Visceral Games; ci troviamo, infatti, dinanzi a uno dei casi più eclatanti in cui la società del Terzo Millennio, abituata a prendere le distanze da personaggi ormai “datati” come Dante, conferma, seppur indirettamente, che la modernità del Sommo Poeta non è solo frutto di immaginazione: anche in contesti completamente nuovi, infatti, la sua opera ha qualcosa da offrire.

può essere assottigliata ancor di più da altri elementi, nell’ottica di quella che Umberto Eco nel 2004, in uno scritto omonimo, chiamò «combinatoria della creatività»: «[…] Per tanto che gli artisti si siano poi definiti creatori, talora nel tentativo di arrogarsi poteri divini, la loro creazione non avviene mai ex nihilo, ma manipolando una materia preesistente. Non solo, ma gli artisti più onesti (coloro che non asseriscono di avere commercio mistico con le Muse) ci hanno sempre avvertito che in questa materia (sia essa pietra, una lingua, la serie dei suoni producibili con uno strumento) conteneva sempre in sé dei suggerimenti, delle linee di tendenza, delle resistenze che orientavano l’opera creatrice». L’arte, insomma, prende dall’arte; tra videogiochi e letteratura, quindi, il do ut des può esserci, e il frutto della creatività del team di sviluppo, di Dante’s Inferno in questo caso, non è altro che un «nuovo in continuo divenire»; il risultato di una combinazione di elementi già esistenti, ma disposti in maniera originale; vincente o perdente, non è stabilito dal creatore-creativo, ma dal pubblico e dalla critica (o forse da nessuno dei due).

Il caso Dante’s Inferno, che, dopo la versione aggiornata Dante’s Inferno: I Tormenti di Santa Lucia, potrebbe conoscere persino un sequel, non deve spingerci a pensare che scambi tra letteratura e cultura videoludica siano possibili solo stravolgendo l’una a favore dell’altra per meri motivi commerciali (anche perché tra i due mondi esistono palesi punti di contatto e somiglianza: la suddivisione in quadri, la figura dell’eroe quasi sempre buono e dell’antagonista altrettanto cattivo, le continue sfide a cui il primo è sottoposto, per esempio). L’impressione è che Visceral Games avrebbe potuto impegnarsi di più, limitandosi a ritoccare i primi cento canti, senza devastarli a suo piacimento, limiti di spazio e tempo permettendo, ovviamente (la trasposizione videoludica dell’intera cantica dantesca sarebbe stata strategicamente azzardata e “tecnicamente” impossibile, o quasi). Considerati i molti elementi che la software house ha utilizzato per dar vita alla sua “creatura”, comunque, la linea di confine tra il mondo delle lettere e quello dei videogiochi non pare più così rigida. Va da sé che non tutto può essere ridotto a un semplice prestito di personaggi e ambientazioni: la linea

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Sostenendo che «l’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi» e che «non si dica che non ho detto niente di nuovo. La disposizione delle materie è nuova. Quando si gioca alla pallacorda è la medesima palla quella con cui giocano l’uno e l’altro, ma uno la lancia meglio», Marcel Proust e Blaise Pascal, giustamente richiamati da Eco in Combinatoria della Creatività, hanno sintetizzato in poche righe i presupposti dello scambio che potrebbe esserci tra gioco e libro. Ma analizziamo un altro caso: la stessa sorte della Commedia è toccata ad Alice’s Adventures in Wonderland, la celebre avventura della ragazzina di dieci anni in un mondo ricco di punti interrogativi, personaggi strani e questioni irrisolte. La fortuna dell’opera di Charles Lutwidge Dogson, meglio conosciuto come Lewis Carroll, non è mai terminata: oltre alle tante trasposizioni cinematografiche e alle innumerevoli traduzioni — la rivisitazione che ne ha fatto Aldo Busi, per esempio —, sono stati realizzati titoli per Personal Computer, PlayStation 3 e Xbox 360. Le software house Rogue Entertainment e Spicy Horse hanno affidato la distribuzione di American McGee’s Alice e Alice: Madness Returns, due giochi per l’appunto, ancora una volta a Electronic Arts. Gamesblog recensì in modo positivo il primo capitolo, non troppo il secondo: «In Alice: Madness Returns, le atmosfere fiabesche del libro di Lewis Carroll lasciano il passo a un inferno di sangue, follia e disperazione che riflette il precario equilibrio mentale di una ragazza sconvolta dalla morte dei propri cari e dall’improvviso percorso di recupero portato avanti senza risultati tra le quattro mura opprimenti del Manicomio di Rutledge. Se però il primo American McGee’s Alice era una piccola ma straordinaria gemma di stile incastonata in una giocabilità fresca e mai monotona, Madness Returns non riesce a raggiungere quelle vette di eccellenza sperate per […] delle scelte narrative e interpretative a dir poco opinabili (su tutte, l’incapacità di “sentire” il dolore di un’Alice paradossalmente troppo calma se non durante gli intermezzi filmati o i brevi e inutili scatti di rabbia concretizzati dalla modalità Isteria). Come la sua graziosa e turbata protagonista, quindi, l’opera non riesce ad uscire dal limbo dei videogiochi di fascia media e, pur dimostrando doti innate nella gestione azzeccata del ritmo delle fasi action e nella rappresentazione artistica del Wonderland, rimane schiacciato da una componente tecnica tristemente piatta e da una progressione di gioco troppo lineare». Sul Romanzo

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4 - Santa Lucia, da Dante’s Inferno: I tormenti di Santa Lucia e Santa Lucia, Maestro dell'Osservanza, 1440 ca. 5 - Miniatura dell'Ars Magna di Raimondo Lullo, secoli XIII-XIV 6 - Spavento, Gustave Dorè, illustrazione per il Canto XXIII dell’Inferno (particolare)

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Anche in questo caso, dunque, il prestito alla Dante’s Inferno c’è stato. La “violenza letteraria”, anche: le corrispondenze con le vicende fantastiche del Paese delle Meraviglie sono poche — ancora una volta, la letteratura presta i personaggi principali, gli scenari e pure qualche scorcio di trama, ma finisce per essere completamente stravolta dagli interessi commerciali delle case di sviluppo — e l’Alice dei due titoli non è quella che abbiamo imparato a conoscere leggendo le pagine di Lewis Carroll; la ragazza, infatti, nella prima avventura ha perso i genitori a seguito di un incendio causato dal suo gatto; nella seconda, dopo essere stata dimessa da un manicomio, quello di Rutledge, fa visita al mondo della sua infanzia, ai suoi vecchi amici e a quei personaggi che non ha mai compreso fino in fondo. In entrambe le avventure, tutto è mosso dalla violenza delle armi che la ragazza utilizza; la componente action viene spremuta al massimo e il frutto di questa creatività, del do ut des tra i due mondi si riduce a bastoni, bombe, dadi diabolici e marchingegni di vario tipo. Ma Alice non è solo Electronic Arts: la ragazzina ha fatto la sua comparsa anche nel magico mondo di Kingdom Hearts, un gioco di ruolo travolgente, che, sviluppato da Square Enix, in quanto a bellezza, potrebbe concorrere senz’altro con i best seller della letteratura mondiale. Le avventure di Sora — un bambino capace di maneggiare il keyblade,

una chiave che apre le porte di tutti i mondi Disney — Paperino e Pippo meriterebbero se non una trasposizione letteraria, almeno maggiore attenzione in questo senso: è stato già realizzato un manga, ma gli elementi che il gioco offre per la “combinazione romanzo” sono tanti. Qui Alice è protagonista solo per qualche ora, quando il pennuto, l’eroe del keyblade e il cane di corte — amici veri, e non macchine da guerra — irrompono nel suo mondo e la aiutano a scampare alle grinfie della Regina di Cuori. La serie ha avuto un indiscutibile successo: la critica ne è rimasta entusiasta; il pubblico, altrettanto. E in questo caso a contare non sono solo il gameplay e la grafica, comunque ineccepibili, ma anche la magia della trama e degli intrecci narrativi, al cui movimento contribuiscono senz’altro gli ideali dei protagonisti. I giocatori non hanno davanti a sé soltanto bestie e mostri da uccidere: si confrontano con le idee dei personaggi, con i loro modi di fare, con comportamenti che apprezzano o detestano a seconda delle circostanze; sanno che saranno costretti a conviverci fino alla fine delle vicende,

7 - Alice in Wonderland, Peter Newell 8 - Immagine tratta da Alice: Madness Returns 9 - Sephiroth, personaggio di Final Fantasy 10 - Un'immagine dal videogame di Kingdom Hearts

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a schierarsi in qualche modo, a prendere delle posizioni, talvolta portando qualcosa della realtà in questi lontani microcosmi.

rebbero forniti da una software house e non da Dante Alighieri, Lewis Carroll, J. K. Rowling e J. R. R. Tolkien, per citare i più conosciuti.

Un mondo così complesso, che non di rado è segnato, anche profondamente, da vicende storicopolitiche (imperi quasi sempre in guerra, regni in pericolo, lotta ferrea alle caste, non nel già citato Kingdom Hearts, ma, ad esempio, in una serie che tra non molto diventerà un romanzo, Final Fantasy); un mondo che lancia, quasi sempre con la sintesi che tutti ci aspettiamo, anche messaggi sociali non può essere forse uno stimolo e un punto di partenza per una maggiore esplorazione di elementi già proposti, ma facilmente combinabili — richiamando Eco — in tanti altri modi? Lo scambio, insomma, non consiste soltanto in un prestito di personaggi, scenari ed elementi narrativi tutt’al più accennati, ma anche in messaggi, vicende, stati d’animo, emozioni che arricchiscono sicuramente chi ha vissuto giocando: le parole e le frasi più belle nascono proprio dalle esperienze personali, da ciò che si ascolta e si osserva; in ogni opera, dai piccoli racconti ai grandi romanzi, da quelle storiche a quelle fantascientifiche, insomma, deve esserci necessariamente qualcosa dell’autore; qualcosa che non sia obbligatoriamente un evento, un’ora, un minuto, un attimo della sua vita: l’autore c'è, nella misura in cui scrive e modella la sua storia. Vivere un videogioco ed essere testimoni delle avventure dei suoi personaggi; ascoltare il battito del loro cuore, la potenza delle loro armi e provare, anche solo virtualmente, la “verità” di quei sentimenti e il brivido di quei momenti non è un'esperienza che può diventare, a tutti gli effetti, letteratura? Quel vedere e quel sentire non potrebbero rappresentare forse la “mano” che “combina” tutti gli elementi già esistenti, per realizzare, in questo caso, non un videogioco ma un romanzo?

È la vita reale la vera “penna” dello scrittore, certo, ma è altrettanto indiscutibile che esistono anche realtà nelle quali si vorrebbe vivere: una città incantata, un mondo invaso da creature che devono essere sconfitte, un’accademia che addestra guerrieri pronti a tutto pur di difendere il mondo. Vedere, ascoltare e vivere una storia — che sia quella di un videogioco offline o, in alcuni casi, online — plasma il testo, lo arricchisce. Se è vero, quindi, che la fantasia e la creatività ne sono stimolate, è altrettanto vero che il tessuto linguistico ne viene sicuramente influenzato, nella misura in cui certe emozioni, certe sensazioni e certi eventi possono essere raccontati solo con quelle parole, dettate dall’animo alla penna. La scrittura è emozione, prima di essere grammatica e qualsiasi altra convenzione socio-linguistica. E se un videogioco dà emozioni — Friedrich Schiller in Lettere sull’educazione estetica dell’uomo. Callia o della bellezza sostiene che «l’uomo è completamente uomo solo quando gioca» — non può far altro che bene alla letteratura, da sempre mezzo, se non sinonimo, di scavo, ricerca interiore ed esplorazione. «“Creativity is seeing a tree and imagining a forest”», scrisse Umberto Eco nel 2004, facendo cenno alla definizione che Steve Cooper diede della parola “creatività”, e commentandola subito dopo, aggiunse: «L’albero c’è, la foresta potrebbe non esserci, e allora avremmo un esempio di scrittura che tutti direbbero creativa, ma che meglio definirei come fictional, ovvero capace di costruire mondi possibili, anche se non ancora attuati. Ma dietro l’albero potrebbe esserci davvero una foresta, e allora avremmo la creatività del navigatore, che da una costa e un picco immagina l’esistenza di un continente e decide di tentare l’approdo». Ed è proprio in questo modo che il do ut des può dare i suoi frutti: una grande idea non è figlia di schemi e pregiudizi. Una grande idea nasce ovunque, e nasce per tutti: non solo per pochi letterati o tanti gamer. Lo scontro tra massimi sistemi, e non l’incontro, uccide la creatività e il pensiero, e non li alimenta.

Non è detto, insomma, che non possa avvenire tutto ciò che è già successo con Dante’s Inferno e la Commedia di Dante, a rapporti ribaltati ovviamente; in questo scenario, il materiale narrativo, i personaggi, le ambientazioni e quant’altro verSul Romanzo

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Editori a pagamento: come stanare carne fresca su Yahoo Answers

di Gaia Conventi

1 Gentili editori a pagamento, sono tempi grami per tutti, ma per voi le cose vanno anche peggio. Orde di scrittori irriconoscenti si scordano del vostro contributo — dopo il loro, in denaro — nel raggiungimento della tanto agognata fama. Come se ciò non bastasse, dovete pure sopportate i piagnistei di autori squattrinati che si accaniscono sulla sfortuna – e sugli EAP – per la mancanza di fondi da dedicare alla propria crescita artistica. Persino la rete si è accanita contro di voi, ingabbiandovi in liste di cattivi e cattivoni; buoni no, non a pagamento. Tutto ciò allontana la preda, salvata in extremis dalla Lipu, dalla Lipperini e dalle leggi a tutela del pollame. È arrivato il momento di dire basta a questa barbarie! Se i polli scarseggiano, se i banner non bastano, se il passaparola dice di voi soltanto il peggio, è giunta l’ora di andare a caccia. Oggi vi offro la possibilità di un safari online su Yahoo Answers, sezione Libri ed autori. 1 - Non potendo aspettare, o la lettera, Telemaco Signorini, 1867, Gallerie di Piazza Scala 2 - Libri, per di qua! di Piermario. 3 - Jeune Garcon au Chien, Jean-Baptiste Greuze

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Quali sono le piccole regole da seguire per essere certi di impallinare la quaglia giusta? È piuttosto semplice: procedete alla creazione di un profilo su Yahoo Answers, abbonatevi, poi, al flusso RSS della categoria menzionata e attendete davanti al voSul Romanzo

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stro reader la comparsa della preda. Non dovrete aspettare molto, ve l’assicuro. «Avete mai scritto un libro?avete mai sognato di diventare scrittori famosi? io si è molto divertente mi sento quasi dio poi quando rilggo mi chiedo ma come cavolo ho fatto ma sono stata io vorrei diventare una scrittrice a tutti gli effetti.» [Fonte: qui] Annunci di questo genere dovrebbero stimolare il vostro appetito: il sognatore sgrammaticato e megalomane è senza dubbio il “cliente” che state cercando. Persuaso delle qualità letterarie di cui crede che madre natura l’abbia ampiamente dotato, propenso a vagliare ogni opportunità, sicuro che il mondo non possa fare a meno delle sue opere – è nella schiera degli autori sconosciuti a causa di un complotto massonico-editoriale dovuto al potente messaggio insito nei suoi fantasy –, sarà lieto di fare la vostra conoscenza e di approfondirla in seguito, tramite bonifico. «Esistono case editrici che pubblichino libri di minori? Ho tredici anni e sto scrivendo un libro; non è proprio una storiella, è una specie di libro ‘filosofico’, se così possiamo definirlo, dovrebbe assomigliare a Sul Romanzo

uno di quei libri che la gente legge quando è in ‘semi-depressione’ e vuole ritrovarsi in qualcosa.» [Fonte: qui] Quando le manie di grandezza rifulgono in un romanziere non ancora in età adulta, possiamo tranquillamente parlare di bimbominkia scrivente. È evidente che l’autore in questione ha bisogno del vostro aiuto. Conoscete forse altri editori disposti a dare alle stampe il libro filosofico di un tredicenne? Vi consiglio, però, prudenza: lusingate il giovane scrittore e fate in modo che racconti a mamma e papà d’essere stato contattato da un professionista che vuole a ogni costo donargli – pagando il giusto – un briciolo di notorietà. Sono i genitori a tenere i cordoni della borsa, siate pronti a farvi vivi telefonicamente spiegandogli quale genio abbiano cresciuto. Nel frattempo, entrate in confidenza col ragazzino e fatevi chiamare zio. I bambini sapranno essere vostri alleati, se gli offrirete lo zuccherino della celebrità. Ricordatevi che in questo caso non si tratta di caramelle da uno sconosciuto, perché avete già correttamente avviato le pratiche psicologiche di parentela. Da lì al n° 2 • Aprile 2012

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pagamento per tacitare il frignare del fringuello il passo sarà breve. «Da posso andare x riuscire a pubblicare il mio libro?» [Fonte: qui] Non per ribadire l’ovvio, ma se a questo autore non pensate voi, nella vostra immensa magnanimità, sarà ben difficile che altri si facciano avanti e si possa assistere a un radioso esordio. Tra i vostri possibili clienti potrà rientrare anche un poeta del tutto avulso alle pratiche editoriali – e imprenditoriali – e ancora intriso del sacro fuoco della creatività: «Io ho scritto delle poesie a mano libera a penna, quindi vorrei sapere se devo trascrivere a computer le mie poesie, sarebbe giusto secondo voi per pubblicarlo?» [Fonte: qui] Non perdete un attimo, mi raccomando: poetica e biro sono sinonimi di EAP, non potete sbagliare! Esistono, poi, casi fortunati in cui è possibile prendere due piccioni con una fava: «Come diventare scrittrice? quali sn le basi x diventare scrittrice??? e dopo ke scrivi un libro come si inizia???» Fatevi sotto, dite la vostra e spacciatevi per Babbo Natale. Mentre curate la pasturazione del richiedente, non scordate di dare un’occhiata alle risposte degli utenti: «Nessuno deve avere nessuna base.Quando termini un libro, vai alla sede più vicina di una casa prodruttrice (più è famosa, più hai probabilità di diventare famosa) e li fai richiesta di stampa del tuo libro. Controlleranno il tutto e faranno il libro. Non so dirti quanto bisogna pagare.» Anche l’occhio più inesperto capirebbe che qui le basi sono già state gettate. La questione del pagamento viene posta come nulla fosse: ormai è chiaro a molti quanto il vostro lavoro sia indispensabile. Contattate entrambi gli utenti cliccando sul loro avatar. Vedrete, vi risponderanno pieni di entusiasmo.

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Sul Romanzo

Inutile ribadire che voi offrite un servizio democratico: tutti possono avere l'ardire di definirsi scrittori. E perché non dovrebbero? Certo, il fattore economico potrebbe risultare antipatico agli artisti squattrinati. Siate lesti a proporre un comodo servizio di pagamento dilazionato. Ricordatevi, però, di precisare che «in caso di pagamento rateale [...] la pubblicazione verrà effettuata solo dopo aver saldato l’ultima rata.» [Fonte: qui] Altra grande opportunità che il destino benevolo ha deciso di concedervi è lo scrittore dall’etica inossidabile: «Ma per diventare scrittori servono per forza le raccomandazioni? non voglio essere raccomandato, voglio farcela con le mie forze, sono solo un acciuga che cerca di risalire la corrente, insieme agli salmoni» [Fonte: qui]. Naturalmente dovrete subito mettere in chiaro che la pubblicazione non è un fatto di conoscenze. Voi, ad esempio, state battendo il web palmo a palmo proprio per scovare nuovi talenti, lontani dal bailamme della notorietà e con parentele poco note. Insomma, siete il servizio giusto al momento giusto e potrete tranquillizzare questo autore circa il farcela da soli. Pagando, certo, ma soltanto col proprio stipendio. Qualcuno si farà comunque qualche scrupolo ed è per questo che, oltre al pagamento anticipato, dovete prevedere la clausola di acquisto copie. Il fatto è pienamente accettato da molti autori esordienti, state tranquilli. Dovessero chiedervi se tale pratica rientra a pieno titolo nelle regole editoriali, fate vostre le parole di Miranda Biondi — direttore editoriale della Giovane Holden Edizioni — e spiegate che questa operazione è ragionevole e molto diffusa: l’acquisto di qualche decina di copie avviene a fronte di un lavoro di editing e promozione. n° 2 • Aprile 2012


Siate poi pronti a controllare che una domanda su Yahoo Answers, per quanto candida, non smentisca l’entità della vostra esigua richiesta.

della vocazione artistica. E l’acquisto copie? Beh, vorrete mica che uno scrittore in erba non abbia parenti interessati a seguire i suoi primi passi? Prendiamo ad esempio il bando di concorso di Ulteriora Mirari di Edizioni Smasher. Un occhio alle Condizioni vi metterà al corrente circa l’obbligo d’acquisto per i premiati. Si badi, non per tutti i partecipanti, e questo indica espressamente l’attenzione mostrata ai più meritevoli. Non fatevi intimidire da chi potrebbe considerare questo genere di concorsi una sorta di EAP per soggetti scelti. Del resto, siamo chiari, cosa c’è di male nell’offrire un servizio e nell’esibire la parcella? Nulla, credetemi, lo sostiene anche Marco Onofrio – direttore editoriale di EdiLet – affermando che c’è una bella differenza tra «la richiesta di un contributo equo e la pretesa esosa di chi vuole guadagnare in anticipo sulle spalle dell’autore». Quindi, gentili editori a pagamento alla ricerca di prede per il vostro carniere, guardatevi in giro e non siate ingordi. La concorrenza è tanta, ma il mercato è ampio.

Ci saranno occasioni in cui sarete costretti a soprassedere, proprio voi che in quanto a bocca buona risultate imbattibili. Trovandovi di fronte una richiesta d’aiuto che specifica «Mi hanno consigliato la casa editrice “Il filo”, ma l’avevo gia’ contattata due anni fa quando avevo mandato loro un piccolo racconto via e-mail e non ho ricevuto piu’ notizie...», sarete obbligati a constatare che a tutto c’è un limite. Non fatevi prendere dal panico, sono casi rarissimi. La vostra condizione di EAP vi metterà al riparo da critiche in ben poche occasioni, come quando indirete un concorso letterario a pagamento, con obbligo di acquisto copie. Procedura in cui non si ravvisa niente di male, vorrei che la cosa fosse chiara! Ricordate sempre – e ricordatelo ai partecipanti – che voi state spendendo il vostro tempo – ovvio, quindi, che loro debbano spendere i loro soldi – per valutare testi, più o meno leggibili, alla ricerca

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4 - Spotted Quail-thrush (Cinclosoma punctatum), di Lip Kee Yap 5 - Megalomania. Today the bomb, tomorrow the world!, di Pascal Sul Romanzo

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2 giorni, 7 location, quasi 200 appuntamenti in agenda, per un totale di oltre 6000 minuti di attività.

k.Lit il primo Festival dei Blog Letterari in Europa 7-8 Luglio 2012 - Thiene (VI) Quest’anno un nuovo evento entra nel calendario dei festival letterari. Si tratta di k.Lit, il primo festival in Europa dedicato al vivace mondo dei blog letterari, in programma a Thiene (VI) il 7 e l’8 luglio 2012.

Sarà un evento variegato e difficilmente imbrigliabile in un’unica definizione. Di certo non sarà un insieme di conferenze, o di monologhi. Partecipare al festival sarà come entrare in un caffè letterario d’un tempo e sbirciare una chiacchierata informale sui temi caldi dell’attualità, intervallati da un turbinio di attività artistiche. Perché letteratura e attività artistiche sono modi diversi per interpretare un unico concetto chiamato Cultura. Thiene Thiene: s.f. inv. – geogr. Città dell’alto vicentino che ospiterà il primo festival dei blog letterari. Etim. incerta, forse da Athenius – a. 1152

pri i Sco

l nostro log o

il 5 Maggio su

Il nome k.Lit ricorda il click del mouse: agile, immediato. Così sono i blog letterari e così saranno anche i due giorni di luglio, pensati e strutturati per chi, abituato alla versatilità ed alla velocità del web, vorrà costruirsi un programma personalizzato: 7 piazze, 7 macro tematiche, 200 appuntamenti in 2 giorni di attività. k.Lit darà la possibilità a tutti di scegliere cosa fare e quando, alternando tavole rotonde letterarie ad attività artistiche e di intrattenimento.

Blog Blog: s. ingl. (pl. blogs); in it. s.m. inv. – inform. Sito internet in cui l’autore tiene una sorta di diario personale invitando gli utenti a discutere argomenti di suo interesse – Etim. abbr. dell’ingl. weblog, propr. “giornale sul web” - a. 2001


Inserto Inserto Speciale Speciale

Mediterraneo


La nave (II), Salvador Dalì, 1935, olio su tela, collezione privata.

E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare... (Francesco Guccini, Odysseus, dall’album “Ritratti”)


La lettura di Myšin

42 Il Mediterraneo e la pervasività delle suggestioni di Gerardo Perrotta

46 In principio era il Mediterraneo: poetica dell’immaginario acquatico di Paulina Spiechowicz

Portogallo mediterraneo: l’ovvio e 66 l’ossimoro di Marcello Sacco

Puglia, Mediterraneo, mondo. Le 74 migrazioni dalla Tunisia e la terra che si fa stretta di Carlotta Susca

Il Mediterraneo ferito. Il dialogo 78 difficile ai tempi della guerra e delle rivoluzioni

Mamma, mi leggi?

50 Rotte e coste del Mediterraneo di Stefano Verziaggi

56 Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori. Della Sicilia, dei suoi scrittori (ma anche no), dell’Unità d’Italia e delle avventure galanti dei garibaldini di Alberto Carollo

French Connection

Un divano per parlare poggiato sul nulla. Intervista a Francesca Borri

di Davide Ecatti

Meridione d’inchiostro

Giuseppe Goffredo, unire le sponde del 82 Mediterraneo di Giovanni Turi

61 Il Mediterraneo e il suo entroterra secondo Marcel Pagnol

Naufragio sull’isola che c’è 86 di Marco Giacosa

di Angelica Gherardi

Mediterraneo: mare monstrum 92 di Maria Antonietta Pinna

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La lettura di Myškin

Il Mediterraneo e la pervasività delle suggestioni

di Gerardo Perrotta

2 Altrove la malattia, qui forme di esorcizzazione; altrove la còrea di Sydenham, qui il Ballo di San Vito; altrove il pensiero lineare e progressivo, qui il pensiero meridiano. Altrove l’Oceano di aperture infinite che generano conquiste senza misura, qui una chiusura tra terre che anima il senso della partenza e la malinconia del ritorno; la confusione mediterranea è un ordine con guizzi di follia ben armonizzati. Il lento susseguirsi delle onde induce i sociologi a riflessioni speranzose che annegano Scilla e Cariddi, come la rimozione con le ombre dell’io. Qui la razionalità incontra la superstizione dando vita a forme che non trovano riscontro in riflessioni sulla misura o sulla lentezza.

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Lo sfogo tersicoreo della tarantolata ha una cadenza prestabilita, come il percorso a tappe delle processioni dell’entroterra o i residui dei riti propiziatori della raccolta dell’uva sulle colline.

1 - Il ballo di San Vito, di Federico Leopizzi 2 - Foto di Piotr Rosinski 3 - Weeki Wachee Springls, Toni Frissell, 1947 4, 5 - Tarantismo

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La ballerina inizia a guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi: un appiglio perso chissà dove nel vuoto, in una direzione che ancora non sa, verso una salvezza insperata e insensata. Poi, all’improvviso, come un misirizzi impazzito, le braccia molleggiano le mani verso l’alto, lanciate contro il cielo del sole, della luna e delle stelle. Che sia lì il segreto che le svelerà la direzione? La trance sfocia in un incontrollato e convulso misticismo. La ricerca di quiete diventa richiamo a un divino che non dà pace. Le mani si ritraggono sulla testa a riaffermare la febbrile disperazione di chi interpreta il silenzio come rifiuto e il rifiuto come negazione. Poi, un guizzo fortuito le attraversa lo sguardo, un’intuizione ferale e feroce; sul viso si disegna un sorriso che somiglia alla smorfia trasfigurante della pazza che ha appena scoperto un nuovo tormento. Le mani sono lanciate dritte in avanti, protese alla ricerca di qualcosa che sta lì, rinchiuso nella brezza che viene dal mare, portando con sé il profumo delle spezie, del sale e

4 in preda alle convulsioni, come una santacaterina in cerca della carnalità di un amore che può darle solo un accenno di spirito subito ritratto in un ecumenismo che genera invidia. Non è solo per lei; il Mediterraneo è lì per tutti. Come una religione che ti si svela quel poco che basta a inglobarti, a farti suo non qui, ma nell’altrove eterno che dura i millenni della storia, il Mediterraneo si ritrae sul più bello: i suoi misteri sono il supplizio di Tantalo, si rafforzano nell’accenno del rimando, vivono nei racconti dogmatici che affabulano attraverso i ricordi di pescatori, contadini e donne vestite di nero. Le convulsioni diventano sempre più violente, la donna s’arrende al piacere, rassegnata allo scarto tra desiderio, pensiero e concretezza. Spossata, si tocca le cosce come una donna dopo l’orgasmo, distende le gambe come una puerpera dopo un aborto; abbandona le braccia e riversa il capo all’indietro come chi non ce la fa più. S’arrende, sibilando un basta a fil di voce…

di desideri umani, carnali. Il misticismo si palesa in simbolismo sessuale: la vergine che fa l’amore col mare, Ifigenìa sacrificata, Europa violata. Ma il mare non risponde. Il suo ritmo non è per lei; le sue tempeste non sono contro di lei. Il Mediterraneo è come un essere pensato e inquietante, ma disinteressato alle umane cose come una divinità epicurea che permette un piacere che non è mai definitivo, che regala una Lighea a ritemprarci dagli studi estivi per poi riprendersela, come un re concedente e bizzoso che costringe alla morte. La reazione della donna è un ritorno alla terra, non per nostalgia, ma per dispetto e vendetta. Rifiutata da un mare che l’ha sedotta fingendo di cederle un segreto, in una condivisione apparente che è un bagno della pelle condannata a riardere e sudare al sole, non le resta che la maledizione di chi, disperato e folle, ammette la sconfitta. Le braccia si stendono lungo i fianchi, le mani indicano la terraferma, spingendo con forza il corpo verso il basso. La donna s’accascia Sul Romanzo

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E se il Mediterraneo fosse questo? L’incrocio di terra, mare e dio in una danza laboriosa e sapiente che, dall’esterno, sembra pazzia e folklore? I quattro archetipi che eternamente ritornano condannandoci a una ricerca che è anche oblio di sé, tra folli spasmi e laboriosità ingegnosa. La perfezione geometrica dell’abaco dei capitelli dorici richiama la fatica dei contadini di collina che terrazzano i campi per resistere al dislivello e fermare il ruscellamento erosivo; ma rivive anche nella perizia dei sistemi di irrigazione a goccia degli Israeliani che, privi di acqua dolce, hanno imparato che il Mediterraneo non è solo fonte di storie e leggende, ma risorsa idrica per eccellenza, bacino inesauribile di acqua per le coltivazioni interne. Terra e mare si combinano nella lotta alla siccità, s’incrociano a testimoniare la resistenza a un clima che un immaginario da cartolina si ostina a definire mite e temperato. Il movimento verso l’interno delle volte dei capitelli ionici ricorda la chiusura di alcuni paesini dell’entroterra verso il proprio centro e rivive nei rimandi letterari che hanno ritratto la suggestionabilità dei fontamaresi a cui viene sottratta l’acqua con un escamotage che diventa quasi l’irretire magico di divinità marine venute a riprendersi il necessario in cambio del superfluo, come Porcete e Caribea, i serpenti marini che privarono i Troiani del buon senso, infauciandolo insieme a Laocoonte. La superstizione è figlia del caldo umido e ha il sapore forte, insieme gustoso e respingente, del sale marino.

6 Ma le volte a spirale testimoniano anche l’attaccamento a un centro in cui tutto ritorna, un’àncora che diventa zavorra, come lo fu la roba per Mastro Don Gesualdo: il Mediterraneo non è solo fertilità e abbondanza; la siccità e la penuria sono la sua nota dolente, l’altra faccia che costringe a consumarsi in una riserva che si fa accumulo, rinunciando alla produzione in nome del latifondo che più si adatta al clima e alla mancanza d’acqua. Il movimento verso l’esterno, in cui le forze centrifughe si alleano a quelle centripete, ricorda le tre civiltà mediterranee: il cristianesimo ortodosso, il cattolicesimo e l’Islam; tutte con un centro da cui si allontano per fidelizzare e riportare con sé popoli ben oltre i limiti del Mediterraneo. Un’espansione a spirale che inevitabilmente provoca collisioni

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a cui seguono momentanei avanzamenti e temporanei arretramenti. Al di là del gioco tra zelotiani ed erodiani, lo stato attuale è sotto gli occhi di tutti: appassite le ideologie, depauperati di potere i centri logistici di irradiazione, le tre civiltà restano, inclusa quella ortodossa: l’unica delle tre a non poter contare su un centro e, dunque, più defilata in questo momento storico. Le foglie del capitello corinzio, che aspirano all’esterno in una tensione che dà l’illusione di un librarsi pronto a diventare volo, si levano dal kalathos fino a richiamare la forma di una mano. La stessa che Verga userà per descrivere il senso della famiglia nel Mediterraneo: un gioco disperato tra l’appartenenza al nucleo del palmo e la tragedia delle dita che vorrebbero prendere il largo, ma che la nostalgia della terra, il dolore del distacco e l’incertezza della fede costringono a tornare. La famiglia mediterranea è in questo dolore di un dito che deve andare per portare avanti la mano, ma è anche il palmo che funge insieme da sostegno e vincolo. Gli intarsi delle foglie corinzie richiamano gli strappi nelle reti dei pescatori… Il Mediterraneo non è nella singolarità di queste suggestioni, che potrebbero continuare all’infinito, conservando una caratteristica di carenza; non è solo un mare, ma è un concetto di pervasività senza misura: «Guardando dove cresce l’albero dell’ulivo ci domandiamo da dove venga un succo così denso e grasso in una terra così avara e secca. Viene solo dalla terra, o non sarà forse anche il mare a crearlo?» (Predrag Matvejević, Breviario Mediterraneo, Garzanti, 2010).

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5 - Capitello dorico 6 - Capitello ionico 7 - Pirandello e l'ulivo, di Giuseppe Moscato 8 - Capitello corinzio e la sua ipotetica genesi

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In principio era il Mediterraneo: poetica dell’immaginario acquatico 1

di Paulina Spiechowicz

Antico, sono ubriacato dalla voce ch’esce dalle tue bocche quando si schiudono come verdi campane e si ributtano indietro e si disciolgono.

Montale, Mediterraneo

1 - Fischerboote bei Saintes-Maries, Vincent van Gogh, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam 2 - La spiaggia a Palavas, Gustave Courbet, 1868, Montpellier, Musée Fabre 3 - Jona e la balena, Nicolas de Verdun, smalto su rame, ambone della chiesa di Klosterneuburg (Vienna), 117081 4 - La caduta di Icaro, Jacob Peter Gowy 5 - Ruggiero salva Angelica, Jean Auguste Dominique Ingres, 1819

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3 Il Mediterraneo popola la letteratura sin dai primordi. Solcato da cavalieri e marinai, animato da stravaganti forme di vita, rappresenta una piattaforma sulla quale mettere in scena gli eventi. Metafora della profondità e dell’intimità dell’anima, il Mediterraneo detiene il potere simbolico di ergersi a correlativo oggettivo dei sentimenti umani. Attraverso le sue innumerevoli manifestazioni in letteratura, vogliamo ora ripercorrere la valenza metamorfica che il mare ha assunto, nel corso dei secoli, all’interno della narrazione. A tale scopo, sembra utile riprendere la nozione di cronotopo, per applicarla alla dimensione paesaggistica e spaziale del Mediterraneo. Michael Bachtin prende in prestito tale idea dalla teoria della relatività per mostrare come le avventure dei romanzi greci e latini rivelano dell’azzardo (Estetica e romanzo). Il cronotopo messo in scena nella letteratura epica, per lo studioso russo, manifesta uno

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4 spazio-tempo in preda alla casualità irrazionale delle forze del destino (tuké), di dèi, maghi, demoni, tempeste e bufere che esprimono la maledizione dell’uomo in preda alla volontà divina. In questo assoluto azzardo, dovuto ai capricci del caso (la verità rivela dell’azzardo, aggiungerebbe Paul Valéry), si svela un paesaggio «astrattamente straniero». È il mare nostrum, il primo mare e la prima nostalgia, a rappresentare anche la prima idea di «astratto» e di «straniero». Il mare è insieme decoro esteriore e paesaggio interiore, perché proietta contemporaneamente l’idea del noto e dell’ignoto, di uno spazio percorribile e descrivibile, ma che si estende all’infinto. A lungo, attorno al Mediterraneo, sono circolati credenze, miti, profezie che si protraggono nella letteratura, anche fuori dai confini della narrativa fantastica. Il fenomeno è degno di attenzione, poiché mostra la fragilità liquida della delimitazione tra storia e mito. Inoltre, innalza l’idea di topos a elemento fondamentale di una determinata cultura, che domina fino all’ingresso dell’età dei lumi. Il mare, sin dai primordi, è quello omerico, sia nella letteratura che nella realtà. Il Mediterraneo è il luogo di una storia che s’intreccia tra il possibile e l’impossibile, tra l’invenzione fantastica e il desiderio di attraversare uno spazio per tanti ignoto, sede dell’immaginario poetico. È nei suoi meandri profondi e insondabili che nasce il canto d’Omero e si sviluppa la letteratura greca. «L’acqua è un tipo di destino», scrive Gaston Bachelard (L’eau et le rêve), l’acqua che rappresenta un elemento transitorio, metamorfico, di passaggio iniziatico e propiziatorio. È nell’acqua e contro l’acqua che s’incrociano il ritorno di Ulisse e la ricerca di Telemaco. È qui che Icaro perde la vita, cadendo dal carro infuocato. È nelle correnti del Mediterraneo, di ritorno da Cnosso, che Teseo provoca la morte del padre, dopo aver dimenticato di issare una bandiera n° 2 • Aprile 2012

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bianca sul suo battello. Il mare è il rifugio dei malati d’amore. Psiche cerca di gettarsi in mare dopo avere perso Cupido. Saffo trova sollievo nelle acque di Leucade, alle sofferenze d’amore causatele da Faone. È sempre attraversando il Mediterraneo che debutta la civiltà latina, nella fuga d’Enea da Troia sconfitta. Il Mediterraneo, luogo delle peripezie mitologiche, è anche lo spazio del romanzo medievale, delle crociate, dei Reali di Francia e di tutta la cavalleria che si dipana attraverso il romanzo europeo, dall’Ariosto, passando per Rabelais e fino a Cervantès. È sulle coste del Mediterraneo che Ruggiero trova Angelica tenuta prigioniera su uno scoglio. È qui che Olimpia viene tradita e abbandonata ed è sulle rive di una spiaggia che Orlando mette in scena la sua pazzia amorosa, correndo all’inseguimento di Angelica, da poco sposa di Medoro.

Prima di diventare metafora della profondità dell’anima, riflesso speculare delle passioni e dei tormenti umani, propri alle immagini del romanticismo, e fecondità materna prediletta dalla visione psicoanalitica, il Mediterraneo è il luogo del fantastico. Qui la realtà si scontra con l’immaginario, al quale si attribuiva molta più credibilità di quanta ne goda oggi la fantasia. Attorno all’idea del mare si sviluppa, così, un complesso sistema immaginario che si trasmette tanto alla tradizione letteraria, quanto a quei generi che tentano i primi approcci scientifico-antropologici alla realtà (resoconto di viaggio, epistolario, diario di bordo). Attorno al mare si celano i contorni di un’immaginazione potenzialmente simbolica, tenendo conto della definizione di simbolo come «rappresentazione che fa apparire un senso secreto, è l’epifania di un mistero» (Gilbert Durand, L’immaginazione simbolica).

L’importanza della tradizione narrativa che circonda mostruose e incantate presenze marine (mostri, sirene, ippogrifi e creature affini) è talmente radicata da essere trasportata anche nel genere di viaggio che, da Marco Polo, si sviluppa soprattutto tra il XV e il XVI secolo per stabilizzarsi nel Sei e Settecento. Si tratta di un periodo di grandi e importanti esplorazioni, che cercano, per la prima volta, di circoscrivere l’universo conoscibile. Nuove coste vengono percorse, quelle africane, quelle americane e quelle orientali che, per secoli, erano rimaste inesplorate, tanto che si credeva ancora all’esistenza della dinastia di Kubla Khan. Fino al XVII secolo, i resoconti di viaggio accostano descrizioni meramente scientifiche delle terre esplorate a credenze puramente popolari, testimoniando dell’assunto che il mare non poteva essere concepito senza la presenza delle sirene e delle colonne d’Ercole, elementi che contribuivano a dare quella che Aristotele esigeva essere la verosimiglianza di un testo poetico. Lo spazio acquatico non era credibile senza le sue fantastiche creature che, sin dagli albori della civiltà, lo avevano popolato. È il caso, solo per citare un esempio, di un resoconto di viaggio, estratto da una lettera di M. Cristien datata del 23 Maggio 1671, attorno ad un Uomo Marino veduto presso l’Isola Martinica: «E mentre si trattenevano, un giovane Francese diede un grido, che loro fece voltar faccia, e tutti insieme videro in un medesimo tempo un Uomo Marino, a otto passi da loro, che aveva la metà del corpo fuor d’acqua […]. Aveva figura d’uomo dalla testa, fino alla cintura, la vita piccola come [h]anno i ragazzi di quindici, o sedici anni, il capo proporzionato al corpo; gli occhi un poco grossi, ma senza difformità; il naso un poco largo, e schiacciato» (in Valerio Zani, Il genio vagante, Biblioteca curiosa di cento, e più relazioni di viaggi stranieri de’ nostri tempi). 6 - Storm with a Shipwreck, Claude Joseph Vernet, 1754, Wallace Collection

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Il Mediterraneo svela la poetica dell’altrove, del mistero, dell’ignoto. Il mare sottintende un partire e un tornare (sempre Omero), è lo spazio dell’esilio (Victor Hugo: «Ainsi s’en vont mes jours. Assis au bord des ondes, / Je contemple la mer dont les houles profondes / Ne s’arrêtent jamais, tumultueux troupeaux / Bondissant jour et nuit sans halte et sans repos; / Et nous nous regardons,moi rêveur, elle énorme; / Elle attend que je pleure, et j’attends qu’elle dorme»); rappresenta la condizione interiore di una poetica del paesaggio (Charles Baudelaire: «Homme libre, toujours tu chériras la mer! / La mer est ton miroir; tu contemples ton âme / Dans le déroulement infini de sa lame, Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer./ Tu te plais à plonger au sein de ton image; / Tu l’embrasses des yeux et des bras, et ton Coeur / Se distrait quelquefois de sa propre rumeur /Au

bruit de cette plainte indomptable et sauvage»), lo spazio dell’autoreferenza e del solipsismo interiore (Ferdinando Pessoa: «Mi chiamano le acque, / mi chiamano i mari. / Mi chiamano, levando una voce corporea, le lontananze, /sono tutte le epoche marittime sentite nel passato, che / chiamano»). Gustave Flaubert, nel suo Dictionnaire des idées reçues, definisce il mare come un elemento: «che non ha un fondo. Immagine dell’infinito. Dà dei grandi pensieri. Al bordo del mare, bisogna munirsi di una lunga vista. Quando si contempla il mare, bisogna sempre dire: “Solo dell’acqua! Solo dell’acqua!”». Il Mediterraneo è, allora, lo spazio del quid letterario. Il mare è decoro, paesaggio, ma determina al tempo stesso gli eventi narrati. È catalizzatore tematico, poiché forma e influenza il progredire spazio-temporale della narrazione. L’idea del Mare equivale a quella di dinamismo letterario, di movimento. Il romanzo ha bisogno di spazio, di spazi, per mettere in scena le proprie avventure. L’orizzonte letterario si dipana in un immaginario poetico che trova nel Mediterraneo una delle figure più popolari della storia della letteratura, al punto che Albert Camus lo riprende non solamente come paesaggio esteriore della narrazione, ma come idea filosofica propria del Sud dell’Europa. È interessante notare come le immagini del mare non abbiano la stessa solidità e consistenza delle immagini della terra e del fuoco. La poetica propria all’elemento acquatico chiama in causa una densità differente dal paesaggio terrestre. L’orizzonte va guardato, il mare, invece, sentito. Se la terra innesca un processo sognatore che sprona la mente verso l'altrove, il mare domanda l’introspezione, dirige lo sguardo non più all’esterno ma all’interno. «Il nostro sangue […] ha una composizione chimica analoga a quella del mare delle origini», scrive Italo Calvino in una delle sue Cosmicomiche (Il sangue, il mare) «da cui le prime cellule viventi e i primi esseri pluricellulari traevano l’ossigeno e gli altri elementi necessari alla vita. […] Il mare, in cui un tempo gli esseri viventi erano immersi, ora è racchiuso entro i loro corpi». La densità propria dell’immagine acquatica è, quindi, bipolare. Oltre a rappresentare lo spazio astratto, paesaggio delle infinite possibilità combinatorie proprie alla narrazione, il mare diventa elemento speculare e metaforico della densità e della profondità umana, sia essa corporale o animistica. La poetica del Mediterraneo si risolve nell’immaginario del qui e dell’altrove, del temporaneo e dell’estemporaneo, di ciò che ci appartiene più nel profondo e di ciò che ci risulta imperscrutabile al contempo.

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Mamma, mi leggi?

Rotte e coste del Mediterraneo

di Stefano Verziaggi

1 - L’intuizione dell’assurdo, Gian Carlo Calma, 2010 2 - Nostalgia del mare, Giuseppe Borriello, 1997

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Ogni genitore sa che il mare esercita un fascino del tutto particolare sui bambini, forse attratti dal legame con l’acqua, elemento primordiale. Il Mediterraneo, così vicino, non fa eccezione nelle sue capacità evocative. È comune, d’estate, vedere infanti che sguazzano beati sulla battigia, magari battendo le mani e schizzando gli incauti passanti; oppure, ancora, quando sono un po’ più cresciuti, vederli rincorrersi, costruire edifici con la sabbia bagnata, o semplicemente guardare in lontananza e perdersi in sogni e viaggi senza fine. A partire da questa reale suggestione, si può anche avanzare una proposta di esperienza simbolico-letteraria, che faccia naturalmente capo ai libri. I lettori, dai più piccoli fino agli adolescenti, potrebbero avere il desiderio, chissà, di sentirsi parte, con la mente, del mare nostrum; potrebbero, cioè, volere entrare in contatto con mondi e civiltà che sono lontane, ma non troppo, dal loro vissuto. La scoperta del Mediterraneo acquisisce, per loro, un significato ulteriore di scoperta di sé e dell’altro, in un ambiente di immagini positivo, che può, quindi, avvicinare tematiche, per altri aspetti, non sempre facili. Sul Romanzo

Per poter tracciare alcuni esempi pratici e non restare sempre nelle astrazioni pedagogiche, cerchiamo due possibili piste di lettura, navigando a vista tra testi che non sempre sono coerenti per fascia d’età, ma che possono offrire qualche suggestione e paesaggi imprevedibili. Il nostro primo filo di scoperta potrebbe essere proprio il mare. Affascinante, certo, come spunto di partenza, proporre di avvicinarsi al mitico viaggio di Odisseo, degli Argonauti o di Enea; ma non per tutti. Su questa scia, potrebbe essere d’aiuto come primo assaggio la collana Miti oro della DAMI Editore dedicata al mito (Racconti Mitologici, Odissea), che riesce sempre, con termini propri del lessico dei ragazzi, ad avvicinare realtà che sono di solito di afferenza degli adulti. Si tratta di testi più utili a soddisfare delle curiosità che a suscitarle, nel senso che sono molto validi per rispondere a delle domande pregresse, ma a volte non adatti per quei lettori che non siano già interessati a questi temi. Spunti interessanti li offre, per un pubblico più grandicello, Vilma Gaist nel suo Dall’inizio del mondo. Miti ed eroi dell’antica Grecia (De Agostini Scuola), anche se nel mito il mare non è sempre presente, e, n° 2 • Aprile 2012

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quindi, si tratta piuttosto di procedere con un’attenta selezione per costruire un percorso ad hoc (magari in classe). Forse, però, il vero archetipo del rapporto viscerale con il mare deve ripartire da L’isola di Arturo di Elsa Morante: il mito antico rivive in un mondo di fiaba che conduce presto, in modo brusco e per nulla indolore, a quello degli adulti; il mare, quale elemento fondante, è presente: circonda l’isola del giovane protagonista e si pone come ovvia barriera naturale che preclude al mondo dell’età adulta. Si tratta, ovviamente, di un testo non specificatamente indirizzato ai ragazzi, ma che suggestiona i lettori a partire dalle scuole medie e che si può, quindi, proporre con una certa serenità, soprattutto alle lettrici attente alla realtà onirica. La scoperta del mare, per i più piccoli, potrebbe avvenire anche attraverso la collana Gli Acquerielli. Le fiabe dell’acquario di Genova della Edicolors. Alcuni titoli, per esempio Come fu che Gigi la seppia perse l’inchiostro, di Fulvia Degl’Innocenti con illustrazioni di Roberta Angeletti, forse promettono più di quanto mantengono: alla cura delle tavole di disegno, infatti, non corrisponde una sufficiente qualità dei testi (tremendo, nonostante gli apprezzabili intenti ecologisti, il racconto in rime baciate di Giacomo Vit, Il liuto e il mare, con illustrazioni di Luisa Tomasetig). Più suggestivo, e di qualità, Una storia che sa di mare (Edizioni C’era una volta), testo di Alfredo Stoppa e illustrazio-

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ni di Pia Valentinis: un racconto d’altri tempi, con paesaggi sfumati e appena evocati che ricordano le scene meglio riuscite di Oceano mare di Baricco, come quando un pittore cerca di dipingere il mare su un foglio bianco intingendo, semplicemente, il pennello nell’acqua. Se è bene non dimenticare, mai, alcune delle Favole al telefono di Rodari (Alice casca in mare, La giostra di Cesenatico), che ci propongono uno dei vertici della letteratura per ragazzi e considerano il mare come uno dei luoghi dell’imprevisto e del mistero, non sarebbe, invece, cattiva idea dimenticarsi di Tutto il Tempo del Mondo, di Andrea Molesini (Mondadori, 1992). Il mare di Chioggia e la sua vita fanno da sfondo a una vicenda non perfettamente costruita, con alcuni pesi soprattutto nell’articolazione dell’intreccio; tuttavia, anche qui, il Mediterraneo, nella sua declinazione adriatica, è chiaramente presente, anche nei suoi aspetti di vita quotidiana (come il rapporto con la villeggiatura marittima o la vita dei pescatori).

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Un secondo filo possibile, questa volta di natura geografica: i Paesi del Mediterraneo. Anche qui le piste si snodano attraverso libri molto diversi tra loro. L’Egitto antico si rende spesso protagonista di storie per i ragazzi, come nel libro di Didier Dufresne, Una moglie per il faraone (Ape Junior), in cui si narra la storia di Thebomonfis III, un faraone pazzamente innamorato di una bellissima fanciulla romana e disposto a tutto pur di conquistarla. Segnaliamo, poi, l’interessante iniziativa della Lapis edizioni con la collana A spasso per: per ora proprio due città mediterranee, Venezia e Roma, sono le uniche protagoniste di un viaggio di scoperta dedicato ai ragazzi degli ultimi anni della primaria, con una modalità accattivante già adottata da altri, ma con la differenza di porsi come vere e proprie guide per la scoperta fisica della città (e non solo come testi “enciclopedici” di conoscenza più astratta). In generale, sembra che i problemi dei ragazzi che vivono sulle sponde opposte del Mediterraneo siano diversi. Lorenzo, ad esempio, deve gestire con

3 (sfondo) - Nel mare, Pia Valentinis, illustrazione da Una Storia che sa di mare Sul Romanzo

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4 difficoltà l’arrivo della sorellina Caterina, ponendosi problemi sul cibo e sul gioco che prima non gli erano noti (Paola Zannoner, Cresci, Lorenzo!, Mondadori); alcuni cugini francesi non se la passano meglio, come è il caso di Stefano, che vuole a tutti i costi guardare la TV contro il permesso dei genitori (Susie Morgenstern, Voglio la TV!, Edizioni EL). David e Mohammed, invece, sono due bambini di dieci anni, uno israeliano e l’altro palestinese: è già sufficiente per capire come le atmosfere cambino, e, così, pure i problemi. La loro infanzia è segnata molto presto dalla morte: «intanto i bambini continuano a morire, uccisi dalla cannonata di un carro armato israeliano o da una fucilata di un cecchino palestinese, saltando su una mina lasciata dall’esercito vicino a una scuola o dentro un autobus fatto esplodere da un kamikaze. Forse bisognerebbe chiedere ai bambini cosa ne pensano». Tuttavia, rimane lo spazio, grande, per i bisogni di tutti gli

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altri bambini, compresa la prima cotta per Fatima. Come i pini di Ramallah, di Antonio Ferrara, edizioni Fatatrac, è un libro straordinario, di cui abbiamo già parlato nel numero precedente, che ci racconta di un Mediterraneo poco conosciuto per i nostri ragazzi, ma che viene a essere più vicino senza facili pietismi. La sua poliedricità permette più piani di lettura. Non occorre andare troppo lontano, però, per scoprire un Mediterraneo problematico, zone d’Italia in cui la dimensione della normalità non è esattamente quella dei bambini comuni. Per questo mi chiamo Giovanni (di Luigi Garlando, Rizzoli Editore) non è solamente la storia e il ricordo di Giovanni Falcone, ma anche di Giovanni, il bambino protagonista, che riceve in regalo dal padre una giornata per conoscere la storia della sua terra, una Sicilia che esce dal mondo delle fiabe per incontrare, anche, la realtà della mafia. Così pure i n° 2 • Aprile 2012


4 - La vigilia, Gian Carlo Calma, 2010

testi di Ermanno Gallo, Spaccanapoli: giustiziere a 16 anni, e di Gina Basso, Il coraggio di parlare, pure non recentissimi e piuttosto indirizzati al mondo della scuola, raccontano di un’Italia mediterranea fatta di problematiche vecchie ma sempre attuali, e di possibili speranze; speranze che possono nascere anche da incontri con il non-mediterraneo: il vecchio Gildo, infatti, non avrebbe mai immaginato che dal mare ligure sulla sua isola potesse giungere Matheus, un bambino rumeno in fuga dallo sfruttamento e dalla grettezza umana (Roberta Grazzani, Gildo e il ragazzo, illustrazioni di Franca Trabacchi, NOI book). Ecco, quindi, l’aspetto ospitale del nostro mare, capace di accogliere il diverso e permettergli un miglioramento sia sul piano fisico (Matheus che prende poco a poco colore, che mangia volentieri le trofie al pesto) che su quello psicologico (Matheus che ritrova il sorriso).

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Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori

Della Sicilia, dei suoi scrittori (ma anche no), dell’Unità d’Italia e delle avventure galanti dei garibaldini

di Alberto Carollo

1 - Ippolito Nievo, in divisa da Garibaldino 2 - Stampa dello sbarco dei Mille a Marsala, Museo del Risorgimento di Palermo 3 - Figura Femminile, di Renato Guttuso, 1985, Collezione privata

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Alexandre Dumas padre, cronista al seguito dei Mille, aveva una grande predilezione per la Sicilia, e nella fattispecie per Palermo: «Se esiste una città nel mondo che può riunire tutte le prerogative della felicità, questa è Palermo». La città viene personificata in una figura muliebre, di volta in volta «poetica come una sultana, graziosa come una francese e appassionata come un’andalusa» e Dumas, pimpante sessantenne non ancora sfiorito dai tanti amori e scandali della sua vita, ammonisce i garibaldini di prepararsi a resistere alle sue lusinghe. Le camicie rosse, una volta sbarcate, cedono senza ritegno alle tentazioni derivanti dalle molteplici occasioni che si presentano con la nuova situazione politica e sociale. Sul versante amoroso, a dispetto di rischi e pericoli, s’intrattengono parecchio con le donne, intrecciando relazioni, sovente clandestine. Nei testi sui garibaldini attualmente in circolazione, c’è davvero poco sul gossip sentimentale. Qualche notizia potrebbe essere estrapolata dal fitto epistolario: migliaia di lettere per le quali non esiste a tutt’oggi un corpus strutturato di studi. In questa sede, non ci interessano gli affari dei singoli, bensì trattare, seppur per sommi capi, la “questione sentimental-sessuale” sicula nella produzione letteraria, memorialistica, storica e di costume e solleticare il lettore ad approfondire. La Sicilia, perla del Mediterraneo, avvinta alle sue tradizioni ancestrali, tuttavia fucina di impreviste e assolute modernità: in questa terra, si forgiano lo spirito e il carattere dell’Italia, e l’Italia è una donna da conquistare in una battaglia complessa e irta di ostacoli. Ben lo sapevano i giovani garibaldini più colti della borghesia del Nord che tutto sarebbe iniziato da lì. In Sicilia, sono nate la lingua che parliamo e la metrica sofisticata del sonetto mutuato dai cugini provenzali, complice la corte federiciana. Sicilia, madre del nostro volgare che poi prese il volo verso l’Arno – e il resto della storia la conosciamo tutti. Sul Romanzo

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2 Sappiamo poco, invece, di questi giovani ardimentosi e idealisti, pronti a infiammarsi per il sogno del loro carismatico generale e adoperarsi con tutte le loro energie per realizzarlo. Il loro carattere intrepido ha marchiato il nostro linguaggio corrente. Col termine “garibaldino”, intendiamo figurativamente una persona contraddistinta da un ingenuo idealismo o da un facile entusiasmo. Alla garibaldina: «con slancio generoso e spensierata audacia, oppure in modo improvvisato e affrettato» (Devoto-Oli, Dizionario illustrato della lingua italiana). All’indomani della vittoria dei Mille, una vampata di vita riattraversa l’isola e l’euforia si impadronisce di vincitori e vinti. Si riaprono le botteghe; gli ufficiali, ambiti e ricercati, vengono invitati ai ricevimenti dell’aristocrazia e partecipano ai riti mondani del teatro dell’opera. La truppa si riversa, per contro, nelle riaperte case di tolleranza. Garibaldi viene santificato; i conventi aprono le porte ai suoi uomini, che mangiano dalle suore, cuoche straordinarie. I garibaldini sono giovani e curiosi: studenti e intellettuali, operai e artigiani; prendono parte alla vita notturna isolana, a quel mondo alieno e sorprendente. C’è l’inaspettata scoperta di una ricchezza e di una raffinatezza nella vita siciliana ch’è in grado di competere con le più grandi corti europee. Questo vissuto è ben presente nella produzione degli scrittori garibaldini, per lo più costituita da memorie, ricordi, note e impressioni incentrate sulla figura del Generale e delle sue imprese, a cui i vari autori hanno partecipato. È una scrittura a caldo, stesa al momento e rielaborata dopo alcuni anni, perfino una ventina nel caso delle Noterelle (1880) dell’Abba e I Mille (1903) di Bandi. Il loro è un realismo impressionistico – come scrive Ruffilli Sul Romanzo

in un suo intervento su Stilos, una «fedeltà alla prima impressione», ottenuta col dispiegarsi dell’intero ventaglio dei sensi: vista e udito, ma anche tatto, olfatto e gusto. È quella garibaldina una scrittura per frammenti di grande modernità, caduta purtroppo nel vuoto in Italia. Non ne sono consapevoli neanche gli autori stessi, che a posteriori cercano di sminuirsi a confronto coi loro modelli ed emulare quel costrutto, quella linearità e compattezza di stile che caratterizzano le produzioni accademiche (è il caso di Giuseppe Cesare Abba). La loro prosa, pur con le filiazioni del caso (Manzoni docet) presenta caratteristiche di particolare freschezza e apre la strada al realismo e all’autobiografia psicologica. Ippolito Nievo, una spanna sopra gli altri, con Le confessioni di un italiano (1867), avrà fortuna postuma, fuori dei confini, e influenzerà in maniera decisiva finanche il Tolstoj di Anna Karenina, anticipando le grandi correnti del Novecento europeo. Sono l’urgenza della realtà, la materia del racconto, il confronto con un’eterogeneità linguistica e un sottile equilibrio tra lingua illustre e parlate locali a configurare una potenzialità multiforme, a spingere sui vari registri, precorrendo le esperienze di Capuana, di Verga e De Roberto, più programmaticamente inchiodati alla “realtà”. E le donne? Nella Sicilia che vide l’impresa di Garibaldi, pure se spesso asservite, subordinate all’autorità maschile, le donne si sono sempre guadagnate il loro spazio sul campo, influendo direttamente sugli eventi. Ne Il Gattopardo (1958) di Tomasi di Lampedusa, possiamo identificarne alcune significative tipologie. Prendiamo Angelica, per esempio, figlia di un rozzo contadino arricchitosi in maniera spropositata, corteggiata da Tancredi, n° 2 • Aprile 2012

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nipote del principe di Salina, don Fabrizio. Tancredi è un opportunista, che cavalca l’incedere della Storia entrando, prima, nelle file delle camicie rosse, poi, nell’esercito regolare dei piemontesi (per trarne profitto personale e sventare la minaccia che il nuovo ordine politico rappresenta per la sua classe sociale). Angelica è l’eros, la vita che si contrappone al senso imperante di disfacimento che permea la vicenda, ambientata durante l’annessione della Sicilia. Angelica vince i pensieri funerei del principe; la sua relazione con Tancredi irrompe nella cripta odorante di morte del palazzo barocco con l’impeto di un ciclone. È il valzer al quale Angelica invita il principe a fare la differenza, ad arrestare, per poco, la clessidra del tempo; è il profumo di quella pelle liscia e fresca che sale dalla scollatura, così diverso dai «Gesùmaria!» della moglie pudica di lui; molto diverso dallo sguardo opaco di Mariannina, la prostituta che don Fabrizio scende a trovare a Palermo nei dopo cena. Parlare o scrivere di sesso nel diciannovesimo secolo diventa un atto intrinsecamente sempre più politico, come sostiene Michel Foucault in La volonté de savoir (1976). In effetti, la critica letteraria più recente ha riscontrato, in alcuni autori e opere successive all’unità, elementi di razzismo, misoginia e classismo, che colpiscono non solo i ceti meridionali, ma tutti i gruppi sociali subalterni. Riflessioni di antropologi come Lombroso e Mantegazza ebbero diffusione e fortuna; nelle loro teorie, la donna viene considerata biologicamente come “i selvaggi”, più primitiva e animale; i contadini sono più propensi alla violenza e così via. Nella sua Storia della Letteratura italiana (1870), Francesco De Sanctis dà forma al canone dei “padri” letterari della patria. L’opera è un grande racconto epicoromanzesco, in cui Dante, Foscolo, Leopardi e Manzoni sono i grandi protagonisti. A dare vigore ed alimento al mito sono lo “spirito nazionale” e un’idea di nazione come costruzione politica in costante evoluzione, radicata nell’immaginario poetico e letterario collettivo. Il ruolo della donna rimane soprattutto quello di oggetto d’amore, musa e fonte d’ispirazione. La nazione italiana è vista come una sorta di comunità politica immaginaria fondata sul potere mitico e poetico del discorso dei “pa-

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dri”, come rileva in un suo interessante studio Lucia Re, ricercatrice del dipartimento di Italianistica dell’University of California. La grande diffusione e fortuna del romanzo corrispondono a una concreta politica dei generi, sia letterari che sessuali. Si afferma l’idea del romanzo come genere superiore, epos della borghesia, unica forma di letteratura veramente universale, interclassista e unificatrice. L’impegno politico dei narratori post-unitari, in questa prospettiva, è evidente. Con I Malavoglia (1881), scende il sipario sulla stagione degli slanci poetici risorgimentali; la grande illusione del Meridione di un profondo rinnovamento politico e sociale si disperderà nelle brume di un’alba livida che rischiara la sobria prosa della realtà. Si mettono in luce i conflitti, le differenze sociali e culturali che ostacolano il progetto di unificazione del Paese. Verga è mosso da intenti reazionari: è un siciliano, ma si identifica con i gruppi di potere settentrionali, con la loro visione colonialista e paternalista. Solo un ritorno alla “religione della casa” è sentito come un rimedio a questo stato di cose. In Storia di una capinera (1869), la protagonista, una fanciulla condannata al convento dalla matrigna, stritolata dalla crudele realtà che il giovane di cui si innamora sia destinato a sposarsi con una sua sorellastra, è una idealizzazione della purezza femminile, dell’abnegazione e della sofferenza, alla base del mito risorgimentale della donna borghese, sposa casta e virtuosa. Verga, alfiere dell’impersonalità, dello sguardo oggettivo su una realtà a tratti rivendicata come “universale”, persegue ambiguamente il ruolo di assecondare una politica simbolica della sessualità, dei ruoli di genere e dei sentimenti nel processo di integrazione borghese dell’Italia unita. Luigi Capuana non ha la fortuna critica di Verga, ma è una figura fondamentale nel propagare il mito della politica della realtà. Garibaldino in Sicilia, critico teatrale a Firenze, Capuana ricopre ruoli istituzionali importanti nel corso della sua vita: docente universitario, Consigliere Comunale e poi Sindaco, prende sul serio il suo compito di formare e unificare gli italiani; la “modernizzazione” del linguaggio passa attraverso la repressione dei dialetti, per osannare uno stile toscaneggiante, puro e “nazionale”. n° 2 • Aprile 2012


4 - Claudia Cardinale e Alain Delon in una scena de Il Gattopardo di Luchino Visconti, 1963 5 - Ritratto di Francesco De Sanctis, Saverio Altamura, 1890, Museo Nazionale di San Martino, Napoli 6 - Ritratto di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Francesco Hayez, 1832, Collezione privata In alto - Ritratto di Anita Garibaldi, Gaetano Gallino, 1845 In basso - Lucia Pini in una scena di Storia di una capinera di Giuseppe Sterni, 1917

Cenni bibliografici: Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Storia contemporanea, I. L’Ottocento (Bruno Mondadori, 2000) Giuseppe Cesare Abba, Storia dei Mille narrata ai giovinetti (Bompiani, 2010) Scrittori garibaldini, a cura di Giuseppe Trombatore (Einaudi, 1979) Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno (Fazi, 2011) Paolo Ruffilli, Antologia degli scrittori garibaldini (Mondadori, 1996) Bruna Bertolo, Donne del Risorgimento. Le eroine invisibili dell’unità d’Italia (Ananke, 2011) Sul Romanzo

Risorse web: Paolo Ruffilli, L’epopea dei garibaldini tra realtà e letteratura; http://www.stilos.it/paolo_ruffilli_-_lepopea_

dei_garibaldini_tra_real.html

Roberto Carnero, Giuseppe Cesare Abba o della narrativa garibaldina; http://www.treccani.it/scuola/

maturita/materiale_didattico/risorgimento_in_prosa/carnero_abba.html

Lucia Re, Nazione e narrazione: Scrittori, politica, sessualità e la “formazione” degli italiani, 1870-1900; http://escholarship.org/uc/item/7rj8r3c6

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Il suo primo romanzo, Giacinta (1879), narra la vicenda di una donna che, ancora bambina, è stata vittima di uno stupro; per riscattare il suo onore sposa un uomo aristocratico con turbe mentali. La sera stessa del matrimonio si concede, invece, al giovane che ama, nonostante avesse giurato di rinunciarvi. L’adulterio la fa cadere in un vortice di degradazione che, dopo la morte della figlia illegittima e il prossimo abbandono dell’amante, sfocia nel suicidio. Capuana si addentra nella psicopatologia femminile, ispirato in parte dagli studi di Charcot sull’isteria, per rivelare l’immaginario femminile e curarne le “impurità” nel laboratorio del romanzo. È un tentativo pretestuoso di conferire valore scientifico alla letteratura, col sotteso fine ideologico di contenimento e repressione di comportamenti socialmente dannosi. Forse il mito femminile più genuinamente romantico dell’Italia risorgimentale rimane La bella Gigogin (1858). Gigogin è il diminutivo piemontese di Teresina, usato dai carbonari per designare l’Italia. La figura di Gigogin persiste tra realtà e fantasia nell’immaginario collettivo degli italiani. Si dice che fosse una ragazza piemontese che, durante la

prima guerra d’Indipendenza, scappò dal collegio per unirsi ai bersaglieri di La Marmora. Faceva da portaordini, vivandiera, infermiera e seguiva il reggimento sui campi di battaglia. Altri raccontano che Gigogin, avendo pochi scrupoli morali, allietasse i soldati anche in altri modi, concedendo le sue grazie. I versi della celebre canzone popolare che ne narra le gesta, al di là dell’implicito contenuto patriottico che cadenza il passo dei Mille, sono eloquenti in questo senso. Le barricadere delle giornate milanesi confezionano e sventolano i tricolori, gettano dalle finestre olio bollente, pietre e vetriolo, sfamano gli insorti e curano i feriti. Sono queste le figure più “vere” e “virtuose” del nostro Risorgimento e hanno i nomi di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Anna Maria Mozzoni, Luisa Solera Mantegazza, Anita Ribeiro Garibaldi e l’elenco potrebbe proseguire per pagine. Sono loro che consegnano alla Storia un patrimonio di valori morali e civili che accompagna il faticoso percorso verso l’unità, libero da strumentalizzazioni politiche, oltre la cortina delle amplificazioni letterarie, oltre ogni retorica o visione profetica delle gesta garibaldine; o, come scriveva Giani Stuparich nella sua antologia di scrittori garibaldini, «alla giusta distanza per vedere che quella fu veramente l’alba della nostra unità e vederla senza veli, senza esaltazioni, nella sua modesta essenza, proprio nel suo candore».

7 - La bella Gigogin 8 - Il sogno dell’Italia unita, Giuseppe Borrello, olio su tela, cm 50 x 70, 2011

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French Connection

Il Mediterraneo e il suo entroterra secondo Marcel Pagnol di Angelica Gherardi

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1 - lavender at saint-paul de mausole di Kat

Se si chiedessero a un Francese associazioni di idee con la parola Mediterraneo, probabilmente senza riflettere risponderebbe Fernandel e Marcel Pagnol. Pagnol è l’autore mediterraneo per antonomasia. Perché in quella terra nacque e perché nessuno, come lui, è riuscito a renderne i colori, i suoni e gli odori. Per approcciarsi a lui in modo rigoroso consiglio di consultare l’opera omnia. Marcel Pagnol stesso, infatti, decise di raggruppare tutte le sue commedie, i romanzi e i saggi in un’opera in tre volumi, legandoli con i ricordi dell’epoca in cui li scrisse, rendendoci partecipi delle difficoltà che ebbe ai suoi esordi a pubblicare o a trovare un teatro per rappresentare le commedie, facendoci incontrare personaggi del mondo culturale d’inizio secolo (il XX) che sarebbero più tardi diventati noti e facendoci vivere con lui in quella stanza che prese a Sul Romanzo

Parigi, quando vi fu spedito ancora molto giovane come professore d’inglese in un liceo prestigioso, carriera che abbandonò presto per quella di drammaturgo. Non si può parlare dell’opera di Pagnol senza parlare della sua terra. È riuscito, infatti, a farla rivivere magnificamente sia nelle commedie che nei saggi di ricordi d’infanzia La Gloire de mon père e Le Château de ma mère. In questi, ritroviamo, per lo più durante le sue scorribande sulle colline dell’entroterra, nei periodi di vacanza e nei fine settimana, il piccolo Marcel, figlio di un istitutore elementare prima a Aubagne e poi a Marsiglia, dove i suoi hanno affittato una casa sperduta. E come non essere trasportati insieme a lui in quei paesaggi dei primi del ‘900 dove un bambino di otto anni gioca agli indiani col fratello, va a caccia col padre e lo zio, poi da solo mettendo trappole, legge all’ombra della pergola, passeggia in questa terra secca e n° 2 • Aprile 2012

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assai ingrata? Leggendo i suoi ricordi, scritti come un romanzo, ci si trova sotto il sole, si sentono il suono delle cicale e il profumo della lavanda e si vive la nostalgia di quel tempo in cui i bambini sapevano giocare inventando giochi e situazioni, meravigliandosi delle bellezze della natura, e in cui anche i momenti di noia, quando ci si stende su una roccia in mezzo alle colline, sembrano un passatempo accattivante. E la noia, la lentezza stessa, sono parte dell’animo mediterraneo, al centro di una filosofia che vede la contemplazione della bellezza della vita e dei luoghi prima di tutto, e dove il caldo in estate la fa da padrone. Mai mi sono sentita così in comunione con un autore nato più di un secolo e mezzo prima di me, mentre descriveva luoghi così semplici come delle colline e situazioni così banali come la quotidianità di una famiglia senza molti mezzi economici durante il tempo spensierato delle vacanze. Mai prima d’ora l’idea di quattro ore a piedi per raggiungere ogni volta quel luogo dopo il viaggio in tram mi erano sembrate una magnifica passeggiata. Leggere questi ricordi è stato come compiere un viaggio senz’ansia e come ammirare un quadro. In epoca recente, questi ricordi d’infanzia sono stati filmati, in modo buono sicuramente, ma senza raggiungere le vette dello scritto, forse perché non è stato lui stesso a trovarsi dietro la cinepresa, o forse semplicemente perché viene meno il lavoro della nostra fantasia che, invece, ci accompagna quando leggiamo. Quella terra e la gente del Sud sono i personaggi del novanta per cento delle opere di Pagnol, che,

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2 dopo pochi anni trascorsi a Parigi, dove vivrà praticamente sempre fino alla fine della sua vita, negli anni Settanta, si rese conto della nostalgia che esercitavano su di lui e li inscenò nelle sue commedie, nei suoi romanzi e nei suoi film. Il suo primo successo teatrale è del 1928, con Topaze, ma è l’anno dopo che Pagnol esploderà letteralmente come drammaturgo, grazie a Marius, una commedia in quattro atti ambientata sul Vecchio Porto di Marsiglia. Ottocento rappresentazioni a Parigi per un’opera parlata con l’accento del Sud, l’accento col quale bisogna leggere questi lavori, perché, così come non si possono immaginare Eduardo De Filippo e Totò in italiano puro, Pagnol non può essere snaturato da una cadenza francese accademica. Perché in marsigliese le parole cantano, perché in quella lingua ci sono la vivacità e la lentezza di un popolo e di una terra, un festina lente francofono. Marius rappresenta alla perfezione la vita semplice della gente semplice dell’epoca, il proprietario di un bar sul Porto e i suoi clienti amici-nemici — perché tra uomini del Sud, espansivi e carnali, l’affetto si dimostrava con le prese in giro e le litigate che significano “ti voglio bene”; contrasti a volte violenti che si risolvevano sempre con un amici come prima — tra una partita a bocce, un aperitivo e una partita a carte, in questa terra dove il contatto con gli altri è più importante di quanto non lo sia altrove, dove queste attività conviviali, Sul Romanzo

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2 - Un'immagine di Marcel Pag

nol

3 - Locandina per la commedia

Marius

4 - La vie provençale di Bart Ro

usseau

5 - Locandina per la Commedi

a Cesar

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per lo più all’aperto, sono parte della storia. E proprio la partita a carte rimarrà per sempre una delle scene culto del cinema francese dopo che la commedia è stata riproposta al cinema con gli stessi attori che la portarono in scena a teatro. A Marius, seguirono Fanny e César, che chiuse la “trilogia marsigliese”. Ma César, che racconta un seguito di vent’anni dopo, contrariamente ai primi due, fu prima scritto per il cinema, e solo dopo riadattato per il teatro. La trilogia mostra perfettamente lo spirito mediterraneo, l’importanza della famiglia — in questo caso, il legame tra un padre, César, e un figlio, Marius, o meglio l’orgoglio e l’amore del padre per il figlio — il richiamo del mare — l’amore di Marius per il mare, che è tanto più forte di quello per il padre da spingerlo ad andarsene di nascosto imbarcandosi su un mercantile — l’importanza di fare la cosa giusta rispetto alla società, con Fanny, la ragazza di Marius, che, incinta di lui, sposerà il vecchio pretendente benestante Panisse per dare un nome al nascituro, e César, che al ritorno del figlio, gli impedirà di riprendersi Fanny e il bambino per rispetto di Panisse che lo ha cresciuto come se fosse suo. E poi c’è la leggerezza, un sentimento molto diverso da quanto si può trovare negli altri Paesi del Mediterraneo, anche per esempio rispetto al tradimento, e un uomo cornuto non ne va fiero ma neanche se la prende più di tanto, perché sotto il sole sono cose che succedono. Sul Romanzo

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6- Il frontespizio di Fanny 7 - Le copertine di Le Château de ma mère e La gloire de mon pere 8 - Marseille Vieux Po rt di Esme Vos

6 Se il primo romanzo di Pagnol, Pirouette, è stato scritto un po’ per necessità a poco più di vent’anni, per riempire le pagine spesso vuote di Fortunio, la rivista di letteratura e cultura creata da Marcel con qualche coetaneo, è solo in età avanzata che il nostro abbandonò teatro e cinema per dedicarsi alla prosa. Nella prefazione ai Souvenirs d’enfance scrive : «Il me semble […] qu’il y a trois genres littéraires bien différents: la poésie, qui est chantée, le théâtre, qui est parlé, et la prose, qui est écrite.» [Mi sembra che esistano tre generi letterari ben distinti, la poesia, che è cantata, il teatro, che è parlato, e la prosa, che è scritta.] «Ce qui m’effraye, ce n’est point tant le choix des mots ou des tournures, ni les subtilités grammaticales – qui sont, finalement, à la portée de tout le monde : mais c’est la position du romancier, et celle, plus dangereuse encore, du mémorialiste. » [Ciò che mi spaventa non è tanto la scelta delle parole o dello stile, né le sottigliezze grammaticali – che sono, in fin dei conti, alla portata di chiunque : ma è la posizione del romanziere, e quella, ancor più pericolosa, del memorialista.] Prima con i ricordi d’infanzia, poi con i due tomi di L’eau des collines: Jean de Florette e Manon des Sources sferra un colpo da maestro. A dir vero, questi ultimi due erano prima nati come sceneggiatura, di cui Pagnol stesso fu regista, e solo più tardi divennero romanzi. Pagnol ci riporta all’epoca e nelle colline della sua infanzia, dove la cosa più importante per gli abitanti dei villaggi e per i coltivatori era l’acqua, la poca che cadeva dal cielo, e quella delle sorgenti. Possedere una sorgente era a quel tempo come possedere oro, la sicurezza di salvare il raccolto durante una siccità e di non finire in miseria. È su questa base che Pagnol costruisce una

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trama con un complotto per entrare in possesso della sorgente di un uomo che viene a insediarsi nelle colline dopo aver ereditato una vecchia casa nella quale era nata sua madre. Un intrigo fatto di bugie, di gelosie, di cattiveria, allo scopo di arricchirsi — con sottofondo di avarizia, cupidigia e meschinità degne de L’Avaro di Molière — e di silenzi da parte di chi sa, perché tanto quell’uomo viene da un villaggio nemico. Tutto in questi due romanzi sa di mediterraneo: c’è la coltivazione dei fiori (che farà più tardi di questa terra la patria dei profumi), c’è il mondo contadino, ignorante ma bravo a contare i soldi; e c’è il personaggio principale: l’acqua. Quell’acqua che tanto manca nei Paesi mediterranei, che, ancora oggi, in alcune zone del nostro Sud in estate non esce dai nostri rubinetti moderni e che all’epoca, in Provenza,

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8 decideva della vita e della morte. Il lettore segue i personaggi nella loro psicologia e nella loro a volte triste sorte, e al contempo, ancora una volta, vive quelle colline aride tra Aix e Aubagne così care all’autore, fino a un finale assolutamente inaspettato al termine del secondo romanzo. E d’altronde Pagnol aveva l’arte della chiusura, meravigliosa anche in una sola frase, quella che termina Le Château de ma mère, quando l’autore racconta di come, adulto e ricco, comprò una dimora senza vederla per farla diventare degli studios, e, una volta arrivatoci, si rese conto che si trattava del Castello che intimoriva la madre quando ne attraversava le terre per raggiungere la casetta delle vacanze: «[…] elle ne savait pas qu’elle était chez sono fils» [Non sapeva di trovarsi a casa di suo figlio]. Jean de Florette e Manon des Sources furono egregiamente portati al cinema anche negli anni Ottanta da Claude Berry, che scelse come protagonisti Yves Montand, Daniel Auteuil, Gérard Depardieux e Emmanuelle Béart. Questa versione, molto rispettosa della prima e dei romanzi, ma realizzata con metodi e recitazione più moderni nonché a colori, mi piace di più di quella realizzata da Pagnol stesso. La cosa più strana e piacevole di quest’opera omnia è che quasi tutte le opere, dopo averle lette, potrei rileggerle, comprese le lunghe prefazioni, chiudendo il libro e riaprendolo subito, che è forse la forza delle grandi opere. E, pur sapendo che i tempi sono cambiati, la tranquillità e la serenità che infondono danno voglia di trasferirsi in queste terre mediterranee a giocare a bocce bevendo pastis.

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Portogallo mediterraneo: l’ovvio e l’ossimoro

di Marcello Sacco

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Il Portogallo mediterraneo è un concetto giusto e, allo stesso tempo, un controsenso. Ovvietà e ossimoro. Basta prendere in mano una carta geografica per accorgersi di come il mare che i romani chiamavano nostrum non lambisce questa fascia atlantica di una penisola che, tuttavia, resta tipicamente mediterranea, anche nell’immaginario collettivo più folcloristico. È sufficiente ricorrere a qualche classico, da Erodoto a Braudel, che identificano nell’ulivo (albero abbondante nel Portogallo centro-meridionale) il tratto caratteristico dei Paesi mediterranei, fino a Orlando Ribeiro, autorevole geografo portoghese morto qualche anno fa, il quale, a proposito di ossimori, dice: «Il Portogallo è mediterraneo per natura, atlantico per posizione» (Portugal, o Mediterrâneo e o Atlântico. Esboço de relações geográficas). Frase, in realtà, presa in prestito da Pequito Rebelo, copia lusitana di un Rapagnetta-d’Annunzio, con meno talento letterario e più aerei da combattimento, sui quali volò come volontario sia nella guerra civile spagnola, sia nelle guerre coloniali in Africa, trent’anni dopo, dimostrando di avere idee fin troppo chiare sulla vocazione bipolare e biterritoriale del suo Paese.

1 - Padrão do Descobrimentos, Belém, Lisbona

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Proprio questo dubbio tra esserci o non esserci, tra stare o non stare al gioco delle nazioni euromediterranee, caratterizza buona parte della storia portoghese, dalle sue origini a oggi. Ha un senso essere euro-mediterranei, se su questo tavolo ci si può giocare la carta atlantica; è utile e affascinante scrutare gli sconfinati orizzonti atlantici, se alle spalle c’è un background euro-mediterraneo che ti spinge in acqua, ma ti sa anche accogliere sul bagnasciuga. Ed ecco che il Portogallo, prima ancora di chiamarsi così, fu abitato da popolazioni celtiche che a Lisbona incontravano popoli come i fenici, ai quali alcune ipotesi archeologiche non unanimi attribuiscono la fondazione della capitale. Poi, ci si mettono anche l’ipotesi leggendaria e l’etimologia popolare: Lisbona, città di Ulisse. n° 2 • Aprile 2012

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Inoltre, gli antichi amavano comparare i dislivelli di quel terreno alle sette colline di Roma e l’estuario del Tago al mare interno di Costantinopoli; ma quest’aria di famiglia mediterranea non spiega tutto, ci ricorda ancora Ribeiro, se dimentichiamo la somiglianza con le città portuali del Mare del Nord, con cui i traffici furono sempre intensi. Pare che il vino non gradisca i sobbalzi del trasporto via terra e preferisca viaggiare sul dondolio gentile del mare. Potrebbe essere stato questo uno dei motivi che spinsero molte potenze del Mediterraneo centrale a cercare i porti dell’Europa settentrionale, circumnavigando il vecchio continente e facendo di Lisbona uno scalo obbligatorio dove imbarcare anche piloti esperti di rotte atlantiche. Virando a sud, si arriva alla pagina delle grandi scoperte geografiche, scritta anch’essa all’insegna dell’osmosi con l’entroterra mediterraneo. Colombo è il nostro connazionale oggi più conteso tra Spagna e Portogallo. Aveva sposato una portoghese di origine italiana, Filipa Moniz Perestrelo, figlia di quel Bartolomeu Perestrelo che era stato governatore di Porto Santo, isolotto a nord-est di Madeira, dove anche il genovese andò a vivere per un certo tempo. Non gli bastò a farsi armare una flotta dal re lusitano e dovette rivolgersi agli spagnoli. Storia nota, ma non unica. Quando il principe Enrico il Navigatore fonda, nel sec. XV, la scuola nautica di Sagres, in quello che Strabone chiamava Promontorium Sacrum ed è ancora oggi un luogo magico (nonostante le bancarelle di würstel), suo fratello, il principe Pietro, a cui Sigismondo d’Ungheria aveva donato il feudo di Treviso in cambio di collaborazione militare contro turchi ed eretici hussiti, visitava fra’ Mauro, che stava in convento a Murano, ma conosceva bene la dottrina geografica cinese. Secondo Frederic C. Lane (Storia di Venezia), fu proprio Pietro a commissionargli quel mappamondo, poi consegnato al nipote, re Alfonso V, che, nel frat-

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tempo, aveva fatto fuori lo zio in battaglia. Ma ritornando al largo di Sagres, è lì che un giovane mercante veneziano, Alvise da Mosto (o Luigi de Ca’ da Mosto, o ancora Luís Cadamosto), decise di fermarsi nel regno del Portogallo. Gli capiterà, viaggiando insieme al genovese Antoniotto Usodimare lungo le coste dell’Africa occidentale, di scoprire l’arcipelago di Capo Verde. Il genovese si farà infeudare le isole, il veneziano le racconterà in Itinerarium Portugallensium e Lusitania in Indiam et Inde in Occidentem et Demum ad Aquilonem.

«Il Portogallo è mediterraneo per natura, atlantico per posizione»

A proposito delle nostre più celebri e litigiose repubbliche marinare, il Portogallo, visto dall’Italia, diventava occasione per giocare di sponda e aggirare il nemico della porta accanto. I genovesi capirono che i lusitani e la loro vocazione atlantica potevano risultare buoni alleati per scavalcare il predominio della Serenissima sul Mediterraneo orientale e sui traffici levantini. Si cominciava, infatti, a circumnavigare l’Africa per arrivare in India, bruciando le tappe di quella rapida cronologia che i bambini portoghesi oggi mandano a memoria a scuola: dalla scoperta di Madeira e Azzorre, ai primi del ‘400, fino al viaggio di Vasco da Gama in India, del 1498. Nel 1500, una spedizione guidata da Pedro Álvares Cabral, destinata alla stessa meta di da Gama, perde la rotta, non si sa se per caso o per calcolo. Sta di fatto che le navi, all’altezza dell’Equatore, si spingono troppo a ovest e approdano su una terra dove si trova un legno pregiato che gli europei usavano in tintoria per dare stabilità e lucentezza ai colori. In italiano, si chiama verzino; gli indios di queste nuove terre lo chiamano brasil. Comincia, così, anche l’avventura dei portoghesi in America, tra amori e odi, intese e malintesi, fusioni interetniche e massacri («Prima messa, primo indio ammazzato», ricorda una canzone di Gilberto Gil). Un secolo e mezzo dopo, in tempi di guerre con la Spagna provocate da crisi dinastiche e aspirazioni

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7 2 - La nave di Vasco da Gama, Ernesto Casanove, 1880 3 - Il Mappamondo di Fra’ Mauro, 1459, Biblioteca Marciana, Venezia 4 - La visione di Enrico il Navigatore, Minardi Tommaso, 18191820, Pinacoteca Civica, Faenza 5 - Ponta De Sagres: Il sogno di Enrico il Navigatore 6 - Il Mappamondo di Fra’ Mauro: particolare con la Penisola Iberica e il Marocco. Il Mappamondo è disegnato con una convenzione invertita rispetto all’uso odierno, pertanto verso l’alto abbiamo il sud e la costa africana, e a destra l’ovest e l’oceano Atlantico. 7 - Tétis presiede il banchetto per i portoghesi nell’Isola dell’Amore, ilustrazione de Os Lusíadas, edizione del 1880 8 - Camões legge «Os Lusíadas» ai Frati di São Domingos, António Carneiro, 1927, António Carneiro House-Museum

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all’indipendenza strategicamente alimentate anche da quegli Stati europei che non vedevano di buon occhio l’unione delle corone iberiche realizzata da Filippo II, ancora un genovese, Carlo Antonio Paggi, arriva a Lisbona come console segreto e, nel tempo sottratto al lavoro, diventa il primo traduttore italiano dei Lusiadi di Luís de Camões, poema epico che sostituisce gli eroi mitologici con i personaggi storici del regno del Portogallo: re, regine e, ovviamente, navigatori. Ancora una volta, si tratta di prendere i modelli mediterranei classici (Omero, Virgilio...), il moderno stile italiano (siamo nell’ambito del petrarchismo europeo che già sfuma nel manierismo) e imbarcare il tutto sugli oceani, che resteranno i mari più frequentati dagli scrittori portoghesi. Fra le loro opere, spicca un genere peculiare di narrativa: i Naufrágios, racconti di viaggi per mare che terminano, appunto, molto male. Nel sec. XVIII, Bernardo Gomes de Brito li raccoglierà nei due volumi della sua Storia tragico-marittima, sorta di contro-epopea delle scoperte geografiche, dove il globo terracqueo è una palla viscosa popolata di caravelle impazzite. Sarà l’insospettabile Fernando Pessoa, non facile agli entusiasmi, se non a quelli estemporanei e retorici (in senso tecnico) da futurista scettico, a rivisitare con Messaggio i personaggi della storia, adattandoli, nella sua scrittura sapientissima, alla sensibilità moderna, ma mantenendoli sempre sul piano del mito, «il nulla che è tutto», e facendone eroi dell’ansia di vivere e del superamento di se stessi, un po’ come Ulisse in quei versi famosi della Divina Commedia. Ma ecco che la strumentalizzazione politica è già in agguato. Nel 1940, mentre il resto dell’Europa e mezzo mondo cominciavano a sbranarsi, il Portogallo neutrale celebrava il suo passato con l’Esposizione del Mondo Portoghese, sorta di Expò tutta lusitana di cui il Padrão dos Descobrimentos, nel quartiere di Belém, è il monumento più celebre e fotografato. In fondo, non era Lisbona la meta agognata da Ingrid Bergman e consorte, in fuga dall’Europa e di passaggio a Casablanca? Ci provò anche Walter Benjamin, ma credette di essere stato intercettato a Portbou e, senza un Humphrey Bogart a cui votarsi, decise di farla finita. Più tardi, questa tranquillità neutrale costerà al mondo portoghese celebrato a Belém decenni di isolamento internazionale (che Salazar riassumeva nel motto «orgogliosamente soli») e finirà con le guerre coloniali degli anni ’60/’70. Ora, la letteratura parla di navi che tornano zeppe di reduci e profughi e di una nazione condannata a perdere vari traghetti di sviluppo. Destino beffardo per un popolo che, per dire «restare con un palmo di naso», dice «restare a veder passare le navi», massima onta per chi le navi le ha viste sempre dal ponte di comando. Anche per questo, il nuovo Portogallo, nato dal 25 aprile 1974, sarà quasi univocamente europeista: firmerà un preaccordo già nel 1980, ed entrerà a far parte della CEE nel 1986.

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9 - La zattera della Medusa, Théodore Géricault, 1818-19, Museo del Louvre, Parigi

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10 - Panorama di Lisbona, di Fabio Maderna

Democrazia come ritorno al seno materno europeo? Anche senza scomodare la psicoanalisi, si sa che gli svezzamenti provocano complesse amalgame di invidia e gratitudine, angosce e rancori. Negli anni ’80, una delle poche voci autorevoli fuori dal coro europeista fu José Saramago, che scrisse anche un romanzo, La zattera di pietra, in cui immagina che la Penisola Iberica si stacchi magicamente dal resto del continente e vada a fluttuare sull’oceano, novella Atlantide. Ma arrivava l’ubriacatura: crescita, infrastrutture, terziario avanzato, soldi da Bruxelles e movida alla spagnola. Anche quella che João César Monteiro definì, in un suo film, «la mistica degli oceani» perdeva il grigiore salazarista e prendeva colori pastello, ritmi pop e le forme dell’architettura postmoderna dell’Expo ’98, in memoria del viaggio di Vasco da Gama di 500 anni prima.

navigava col vento in poppa, ora farebbe bene a ricordare quei versi di Hans Magnus Enzensberger a proposito del Titanic: «La terza classe non conosce l’inglese né il tedesco, una sola cosa non gliela deve spiegare nessuno: che tocca prima alla prima classe, che non c’è mai abbastanza latte e mai abbastanza scarpe e mai abbastanza spazio per tutti sulle scialuppe».

Oggi, il Portogallo è sull’orlo della bancarotta, finora evitata dal prestito di 78 miliardi di euro della primavera scorsa. Mentre scrivo queste righe, una delegazione della troika BCE-UE-FMI è in visita ufficiale a Lisbona per vedere se il governo di Pedro Passos Coelho, praticamente commissariato, ha fatto tutti i compiti per casa. Le agenzie di rating americane, intanto, continuano a dare i loro brutti voti. Anche chi all’epoca disprezzava la zattera di Saramago e s’immaginava su un transatlantico, oggi guarda la Grecia già inclinata come la Costa Concordia all’isola del Giglio e tuona contro l’asse Parigi-Berlino e i capitani che non tornano a bordo. Ennesima dimostrazione, comunque la pensiate, che tutto il Mediterraneo è sempre più fuori dal suo baricentro. E chi ha pagato, anche quando si

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Sunrise by the ocean, Vladimir Kush

Sorge il mattino in compagnìa dell’alba innanzi al sol che di poi grande appare su l’estremo orizzonte a render lieti gli animali e le piante e i campi e l’onde.

(Giuseppe Parini, Il giorno)


Puglia, Mediterraneo, mondo. Le migrazioni dalla Tunisia e la terra che si fa stretta

di Carlotta Susca

«Sul Mediterraneo si sono soffermati in tanti. Primo fra tutti Braudel, che gli ha dedicato la sua storiografia più alta. Per questo, io mi limiterò a dire che non è mai semplicemente incrocio, ma tessuto e intreccio di increspature tra persone e terre. Gli arabi mediterranei hanno inventato il concetto di climi, per definire la complessità di questo bacino. Il Mediterraneo è allora un miscuglio di climi. Quello freddo del cinismo, quello caldo della guerra e della passione, quello ruvido del potere, quello acuto della cultura, quello robusto della civiltà, quello misterioso delle tre grandi religioni monoteiste che qui sono nate. È quasi un mondo intero».

Così, Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore barese, di ritorno da un viaggio in Tunisia in seguito alle rivolte della primavera del 2011, riassume liricamente, per i lettori di Sul Romanzo, il concetto di Mediterraneo. Da porzione rappresentativa del mondo, il Mediterraneo è anche luogo, proprio in virtù del numero di spostamenti e della compresenza di popoli diversi, di scontri di civiltà, quelli che Samuel Phillips Huntington ha individuato come cifra della contemporaneità. Se da sempre la migrazione ha come conseguenza il mescolamento e l’incontro, è anche vero che, sul breve periodo, non c’è trasferimento di popolazione che non si sia rivelato di complessa gestazione. La rivolta che ha portato alla caduta del dittatore Ben Alì, movimento di democratizzazione e momento di svolta, ha causato anche la fuga di

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migliaia di tunisini verso l’Italia: molti di loro la scorsa primavera sono stati trasferiti da Lampedusa in Puglia sulla nave San Marco, per essere “stipati” nel campo di Manduria (TA). Il giornalista Fulvio Colucci (La Gazzetta del Mezzogiorno) e la fotografa Roberta Trani hanno raccolto nel testo Liberté! (Il Grillo Editore, 2011) impressioni e immagini dei migranti giunti in Puglia. Abbiamo chiesto a Colucci di condividere con noi le sue suggestioni sull’accoglienza, in generale, e su Manduria, in particolare. Il Mediterraneo è da millenni zona di migrazioni, e l’incontro fra culture diverse è da sempre occasione di scambio e fonte di tensioni. Oggi, l’equilibrio sembra essersi definitivamente rotto, e gli immigrati sono percepiti come minaccia. Quali cambiamenti culturali hanno reso il Mediterraneo un mare monstrum?

avrebbe avuto sulla civiltà contadina –, alimentato dalla percezione della cittadella assediata che ha contaminato le società del benessere man mano che cresceva la spinta demografica del Sud del mondo, calava la natalità e la popolazione invecchiava, si logoravano i modelli economici che hanno presieduto alla crescita dei Paesi industrializzati. Una civiltà che dimentica le proprie radici migratorie, pensiamo al nostro Paese, subisce gli effetti del “mare mostro”. Al Sud, poi, è un controsenso. Pensiamo alla Puglia. Come fa un popolo di marinai ad aver paura di chi viene dal mare? Ricordate: Annibale, il condottiero cartaginese, era un tunisino. In Puglia, è rimasto vent’anni, prima di essere sconfitto dai romani. Una canzone degli Almamegretta diceva proprio questo: un po’ del suo sangue circola nelle vene di molti meridionali, di molti pugliesi. Ecco, pensare a un meridionale razzista è una contraddizione storica. Direi, più in generale, pensare a un italiano razzista.

Vero: da sempre, la Storia si è divertita a costruire e rompere equilibri nel Mediterraneo. Se solo pensiamo alla concorrenza spietata tra Greci e Fenici nell’antichità, tra Greci e Persiani e, infine, tra Roma e Cartagine. E poi il Mediterraneo è il mare delle migrazioni per eccellenza: quasi infinito il numero di popoli che, solcandolo, si sono mescolati. Un melting pot ante litteram. Attraversamenti e approdi non privi di drammatiche conseguenze, di lotte, guerre, rivolgimenti, ma che, alla fine, realizzavano forme nuove di accoglienza e convivenza. Persino durante le Crociate, San Francesco incontrò il Saladino e tra Venezia e l’Oriente c’era molto più che una semplice rete di scambi commerciali. La mutazione è avvenuta con la globalizzazione, con l’ingresso della sponda nord del Mediterraneo nell’orbita del mondo occidentale. Un arruolamento ideologico forzato – lo profetizzò Pasolini parlando del tremendo impatto che il nuovo capitalismo

Le reazioni all’arrivo degli immigrati sono, in maggioranza, di accoglienza e aiuto. Come mai la risposta dal basso è più benevola di quella istituzionale? Esiste un buon senso e, come si diceva, un senso delle radici, un senso dell’accoglienza, che nessun effetto negativo della globalizzazione ha potuto espiantare dal cuore dei pugliesi. Ricordiamo decine e decine di persone, di tutte le età, avvicendarsi alla tendopoli di Manduria e tendere la mano, con gesti concreti. E questo al di là dello straordinario impegno delle organizzazioni umanitarie. C’è, poi, da fare una distinzione tra politica e istituzioni. La prima, su razzismo e xenofobia, può, nelle sue forme estreme, cercare e trovare sponde. C’entrano le paure cui si faceva cenno in precedenza. Le istituzioni, nella gestione della crisi tunisina, scoppiata in aprile con l’arrivo di migliaia di profughi, a seguito

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della Rivoluzione dei gelsomini, dopo un avvio pieno di contraddizioni, hanno cercato di affrontare in maniera razionale l’emergenza e ci sono riuscite. Resta aperta la questione del futuro della tendopoli di Manduria che oggi ospita profughi dell’Africa subsahariana in transito verso i centri di accoglienza di altre regioni e della stessa Puglia, ma è un’altra storia. Ti ha colpito particolarmente qualcuna delle storie dei tunisini al campo profughi di Manduria? Quale? Se è possibile dirlo, tutte le storie dei tunisini hanno lasciato in noi qualcosa. Soprattutto, dentro di noi ci sono ancora, e ci saranno sempre, gli occhi di quei ragazzi e l’anelito di libertà ormai sconosciuto ai giovani italiani. Il grido «Liberté!» nel giorno in cui, era il due aprile, le forze dell’ordine aprirono i cancelli della tendopoli per consentire l’incontro pacifico tra manifestanti e profughi

L’affinità è certamente nella straordinaria risposta della Puglia in termini di accoglienza, pur trovandoci dì fronte a un quadro storico diverso e a una situazione economica di crisi estremamene più grave di quella di vent’anni fa. La differenza sta nella risposta delle istituzioni politiche, più rigida di fronte ai fenomeni migratori. Anche in questo caso, però, la sfida è aperta e la politica dell’accoglienza dovrà giocare fino in fondo la sua partita. Il futuro dirà tutto. Cerchiamo di essere ottimisti e di pensare che il cambiamento e la ripresa di questo Paese passino attraverso le risposte che sapremo dare in termini di integrazione. Una strada da costruire insieme citando i versi del poeta Antonio Machado: «La strada non c’è, si fa andando».

e per allentare la pressione di 3500 anime lì stipate resterà per sempre come una storia che ha fatto la Storia. Ma ricordiamo anche l’incontro in musica, il 6 aprile, tra giovani pugliesi e tunisini. Un concerto nel nome delle note, come lettere di una lingua universale. Ecco perché ci piace citare Tiziano Terzani raccontando com’è nato il libro. «Fui preso – scrive il grande giornalista toscano in Buonanotte, signor Lenin – da quella strana febbre che colpisce quelli del mio mestiere ogni volta che la Storia ci passa vicina e non si può resistere al desiderio di starle dietro, di seguirla, anche solo per poterne raccontare un dettaglio». Quali affinità e differenze ci sono fra l’arrivo in massa degli albanesi sulla Vlora nel ’91 e il trasferimento sulla S. Marco dello scorso marzo?

Un pugliese che si scopre razzista contraddice se stesso, le sue origini, il suo mondo. Si figuri se è immaginabile chiudere i confini di una terra senza confini, la «terra lunga» come la chiamavano gli arabi, che resta tale nella cifra dell’accoglienza; a maggior ragione oggi, che, come ricorda l’inviato speciale del Tg1 Pino Scaccia nella sua prefazione a Liberté!, «la terra», tutta, «si fa stretta».

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Sottolineavi la storia della Puglia: geograficamente protesa nel Mediterraneo, quindi, da sempre terra di sbarchi. Ma, spesso, ogni frontiera si trasforma in confine.

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1 - La nave San Marco mentre imbarca i profughi tunisini per il trasferimento da Lampedusa alla Puglia 2 - Liberté! (Il Grillo Editore, 2011) 3 - Fulvio Colucci 4, 5, 6 - Immagini della rivoluzione tunisina, primavera del 2011 7, 8, 9 - Centro di Accoglienza e Identificazione di Manduria di Paride De Carlo Sul Romanzo

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Il Mediterraneo ferito. Il dialogo difficile ai tempi della guerra e delle rivoluzioni.

Un divano per parlare poggiato sul nulla. Intervista a Francesca Borri.

di Davide Ecatti

Francesca Borri fece scalpore nel lontano 1997, quando, appena sedicenne, intervenne a un congresso dei DS con un discorso diretto, sincero. Parole tutte d’un fiato molto lontane dagli schemi preconfezionati che i dirigenti del partito si attendevano. Dopo quel debutto così particolare in politica, Francesca ha scelto di confrontarsi con alcune delle zone più difficili del mondo. Ha conseguito un master in relazioni internazionali alla Scuola Sant’Anna di Pisa e ha trascorso un periodo in Kosovo, dove ha seguito l’attività dell’ufficio del Governo Italiano incaricato di rilasciare i visti per l’Italia. Da questa esperienza è nato il suo primo libro, Non aprire mai, La meridiana, 2008. Un’esperienza cruda, raccontata con disincanto; un libro che parla di una chiusura continua della burocrazia verso i sogni della gente, di uomini e donne pieni di speranza verso l’Italia e l’occidente. Poi Francesca ha vissuto tre anni a Ramallah dove ha conosciuto le sofferenze del popolo palestinese accorgendosi di quanti luoghi comuni impediscono agli occidentali di capire veramente i reali ostacoli a un dialogo tra palestinesi ed ebrei. Dai racconti di Francesca Borri emerge un punto di vista approfondito sul Medio Oriente; una possibilità in più per rendersi conto di quanto quelle sponde del Mediterraneo, lontane e vicine nello stesso tempo, siano il luogo di un confronto tra popoli e culture, un’occasione troppo volte persa per un dialogo possibile e mai davvero realizzato tra arabi e occidentali.

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Buongiorno Francesca, so che sei tornata da pochissimo da Il Cairo. Vorrei iniziare chiedendoti della situazione che hai trovato in Egitto. Ho trovato una grandissima voglia di cambiamento. Un’enorme voglia di partecipare a una transizione storica. Tuttavia, è ancora grande la sensazione di una lontananza delle istituzioni internazionali che operano lì dalla gente comune. I cosiddetti operatori internazionali vivono e lavorano entro poche centinaia di metri dal quartiere delle ambasciate. Sono stata invitata alle loro riunioni. Anche come età sono avanti con gli anni. È forte il sapore del distacco, sia anagrafico che culturale, dai fatti che coinvolgono la gente comune. La diplomazia crea in città come Il Cairo gruppi a sé stanti rispetto al vissuto quotidiano. Qualcuno con cui parlare è il titolo del tuo secondo libro. Hai vissuto tre anni in Palestina e nel libro hai raccolto interviste a personaggi dell’una e dell’altra parte: israeliani e palestinesi. Pensi che il dialogo sia possibile? Il dialogo non è possibile. Il dialogo esiste. Il problema è che in Occidente lo concepiamo come una contrapposizione tra blocchi monolitici. L’israeliano che vuole la sua terra promessa e il musulmano fondamentalista. Si ritiene che il musulmano laico sia un fenomeno inesistente. Invece, non è così. Del resto israeliani e palestinesi la-

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vorano insieme, vivono insieme, si confrontano continuamente. La contrapposizione esclusivamente religiosa è un fatto marginale. Israeliani e palestinesi sono di continuo l’uno di fronte all’altro. Nel bene e nel male. Nel bene, ad esempio, facendo crescere una stessa impresa con la volontà e un progetto comuni. Oppure nel male. Faccio solo l’esempio del casinò di Gerico. È una sorgente di denaro gestito in comune da palestinesi vicinissimi un tempo ad Arafat e da israeliani dell'ultradestra. Che valutazioni dai delle conseguenze dei trattati di Oslo? Il messaggio dei trattati di Oslo è: noi qua, voi là. Prima di Oslo, non c’era un vero e proprio confine; non c’era un muro. Israeliani e palestinesi si conoscevano. Camerieri, autisti, muratori, impiegati, israeliani e palestinesi erano quasi costretti ad un interscambio culturale forte. Le stesse lingue s’intrecciavano di continuo. I trattati hanno ristrutturato l’occupazione concependo e, dunque, rispecchiando una contrapposizione assoluta e direi quasi fondamentalista. L’occupazione palestinese, adesso, è gestita dall’élite palestinese. È un po’ la stessa cosa successa in Kosovo. Pensiamo sempre a serbi e albanesi come totalmente opposti, ma anche lì ci sono interscambi forti, nel bene e nel male. Mi riferisco al contrabbando ad esempio, in cui entrambi i popoli collaborano spesso e senza problemi. A proposito del muro, mi restano alcune immagini fortissime e significative: operai che lo attraversano passando da fori seminascosti nel terreno. E pensare che gli israeliani lo hanno costruito con cemento palestinese! Spesso al telegiornale sentiamo parlare dei coloni ebrei e della loro difesa come una delle priorità assolute di Israele. Quali sono le tue impressioni? Ecco, il colono è l’ennesimo esempio di come in Medio Oriente il problema venga sempre ricondotto a una questione esclusivamente religiosa. Viene fatta passare l’idea che il colono occupi un certo insediamento seguendo le parole della Bibbia. In realtà, la maggior parte dei coloni è poverissima. Gli insediamenti, ormai, contano spesso dai ventimila agli ottantamila abitanti. Sono in

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mezzo al deserto e il colono vive lì perchè lo Stato mette a disposizione le case. Molti coloni sono poveri arrivati da poco; numerosi sono quelli giunti in massa dopo il tracollo dell’Unione Sovietica. Qualcuno ha fatto fortuna. In ogni caso, la maggior parte non è integralista; chiede solo un posto decente dove poter vivere. Hai avuto la possibilità di intervistare in carcere Mustafa Barghouti. Ci racconti qualcosa sull’uomo e sul leader? È considerato l’icona della resistenza. Sicuramente lo è, ma è anche l’icona della miopia palestinese. Sarebbe anche possibile liberarlo, per esempio attraverso trattative adeguate. Il fatto è che Barghouti è visto come una minaccia per tanti potenti burocrati dell’Autorità Palestinese. Barghouti sarebbe un elemento dirompente rispetto al loro sistema di potere basato su privilegi, corruzione e su una gestione clientelare degli aiuti internazionali. Volevo chiederti di Hamas. È considerato in Occidente un covo di terroristi. Bisogna distinguere. In Hamas, c’è una minoranza di estremisti, ma ci sono tante anime. È una realtà molto variegata. L’importante è selezionare ed evitare di ragionare per categorie, altrimenti ci precludiamo a priori la possibilità stessa del dialogo. Direi che anche per l’Islam è urgente non ragionare per concetti astratti.

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Sul Romanzo

A proposito dell’Islam. Tu hai due lauree e sei specializzata alla Scuola Sant’Anna. L’Islam che ti hanno raccontato all’Università è molto diverso da quello che hai conosciuto sul campo, in base alla tua lunga esperienza di vita in Medio Oriente? All’Università, ti insegnano che un musulmano laico non esiste. Ma allora Barghouti non dovrebbe esistere. Lui è un medico, è un politico, è un uomo di scienza che vive con tutto se stesso nel suo tempo. All’Università, ti insegnano che il concetto di Stato Moderno è escluso dall’Islam perché quell’entità che noi chiamiamo Stato, per l’Islam, è sostituito da un insieme di valori esclusivamente religiosi, rigidamente religiosi, uno Stato di tipo teologico Non ti nascondo che io stesso, fin da ragazzino, ho proprio sviluppato questa idea. Il punto è questo: per l’Islam, il concetto di Stato non esiste. Non esiste lo stato laico e nemmeno lo stato religioso. Esiste, però, la società civile con una grande auto-organizzazione. Ci sono associazioni che gestiscono ospedali, scuole, istituzioni in cui tutte le cariche sono elettive. Lo Stato interviene in queste gestioni per una piccola percentuale. Per il resto, è la società civile che si auto-governa. Alla base di questo concetto di società civile non c’è, come in Occidente, l’idea di individuo, c’è l’idea di vivere insieme. Noi non lo comprendiamo, perchè abbiamo bisogno di ricondurre tutto alle nostre categorie abituali: partiti, sindacati, lobby. L’anno scorso ha destato grande impressione l’uccisione di Vittorio Arrigoni da parte di un gruppo di palestinesi. Arrigoni era un attivista che amava e aiutava il popolo palestinese. Tu lo conoscevi. Vuoi parlarne? Vittorio era molto vicino a un gruppo di palestinesi chiamato I ragazzi del 15 marzo. Questo gruppo si stava organizzando per dare vita a un movimento forte con cui avrebbe dovuto iniziare una specie di primavera araba anche in Palestina. Un grande rinnovamento contro l’élite palestinese spesso coinvolta in una grande corruzione. Poi non sono riusciti a innescare la “rivoluzione” che desideravano. Però, la vicinanza di Arrigoni ha dato fastidio a tanti potenti in Palestina. Ritorniamo a quanto detto prima: anche in questo caso, i motivi che hanno portato alla morte di Arrigoni sono legati a interessi ben precisi, altro che fondamentalismo. Una domanda sul ruolo della donna nell’Islam. Ti sei mai sentita discriminata in quanto donna durante la tua esperienza in Medio Oriente? Potrà sembrare strano, ma gli approcci sessuali in ambito lavorativo li ho dovuti affrontare molto di più in Italia. Durante il mio periodo in Palestina, mi sono sempre sentita molto rispettata. Lo so che può apparire strano. Forse c’è una differenza tra come la donna viene considerata nell’ambito fan° 2 • Aprile 2012


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miliare, privato e come, invece, viene vista a livello professionale. Io, ripeto, sono sempre stata rispettata anche se devo dire che il fatto di essere occidentale mi ha sempre assicurato delle garanzie in termini di sicurezza che certamente la donna palestinese non ha. Nel tuo secondo libro ho trovato degli spunti di ottimismo. Dobbiamo e vogliamo sperare di trovare, dall’altra parte della barricata, qualcuno con cui parlare, per superare, appunto, la barricata. Mi è sembrato questo il messaggio del libro. Sì, credo la speranza sia un dovere e l’impegno un obbligo. Mi viene in mente un amico palestinese che dovevo incontrare. Lui in Israele non poteva entrare. Alla fine ci siamo visti in una palazzina bombardata. Siamo saliti per le scale. Ho aperto un paio di porte e mi sono ritrovata quasi nel vuoto. C’era una stanza con un divano che sembrava poggiato nel nulla. Quel divano può essere il simbolo di un dialogo da cercare sempre, anche contro l’impossibile. Un’ultima domanda su come ti sei avvicinata alla scrittura. Si avverte nelle tue pagine una grande passione civile e morale. Coltivare la scrittura è la conseguenza della consapevolezza che la vita da sola non basta.

Sul Romanzo

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1 - Francesca Borri 2 - muro03, di Olga Berrios 3 - MURO DE LA VERGÜENZA: www.stopthewall.org, di Andres Bedia 4 - Mustafa Barghouti, di Sally Sami 5 - Tribute to Vittorio Arrigoni, di Dale Spencer

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Meridione d’inchiostro

Giuseppe Goffredo, unire le sponde del Mediterraneo

di Giovanni Turi

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Esempio di rara caparbietà e coerenza intellettuale, Giuseppe Goffredo anima e sostiene, da oltre un trentennio, l’aspirazione al dialogo e al confronto tra i popoli del Mediterraneo. Poeta (sue liriche sono state pubblicate anche in antologie Einaudi e Mondadori), narratore, infaticabile operatore culturale, negli anni ’80, ha dato vita alla rassegna Poesia In Chiostro e, dal 1994, è direttore della Poiesis Editrice e dei Seminari di Marzo; tutti percorsi che partono dal Sud Italia per estendersi al resto della Penisola e poi all’intero bacino mediterraneo, in nome di una cultura intesa come impegno civile che sproni le coscienze a una cittadinanza consapevole e pacifica. I Seminari di Marzo sono cicli di incontri, svolti prevalentemente in Puglia, che hanno visto confrontarsi intellettuali come Jabbar Yassin Hussin (più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura), Toni Maraini (figlia dell’antropologo Fosco Maraini), Tarek Eltayeb, Ernesto Galli Della Loggia e innumerevoli altri, su problematiche di respiro internazionale, con particolare attenzione ai temi del pacifismo e della fratellanza. Quanto alla Poiesis Editrice, per delineare i contorni del suo catalogo, è sufficiente menzionare la collana Le rive dei narratori, in cui, per la prima volta, sono stati tradotti in Italia scrittori come l’argentina Reina Roffé e lo yemenita Wajdi al-Ahdal.

Sul Romanzo

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Due sono i saggi fondamentali per comprendere la poetica e l’attività di Giuseppe Goffredo: Cadmos cerca Europa. Il Sud fra il Mediterraneo e l’Europa (Bollati Boringhieri, 2000) e I dolori della pace. Scontro o crisi di civiltà nel Mediterraneo (Poiesis editrice, 2009). Assunto di base di Cadmos cerca Europa è che «le rive del Mediterraneo sono terre di un unico cielo che il mare congiunge. Da secoli gli uomini di queste acque ne hanno fatto la superficie del loro cammino per incontrarsi, scontrarsi, mescolarsi, cooperare», per cui la visione eurocentrica dovrebbe essere superata a vantaggio di una proiezione spaziale che allarghi i suoi orizzonti al Nord Africa e al Medio Oriente. Parimenti l’imposizione dell’idea occidentale di progresso andrebbe ripensata alla luce delle specificità territoriali, affinché la modernità possa avere solide radici nella tradizione e nei valori propri di ogni luogo, senza determinare mendaci gerarchie. Ecco, allora, che il Meridione, da periferia, può tornare a essere il centro dinamico e propositivo del rinnovamento. I dolori della pace, invece, smaschera senza indulgenza i retroscena della politica estera americana ed è incentrato sulla necessità della pace come precondizione dello sviluppo e, prima ancora, di ogni possibile equilibrio reale.

Perché si stenta tanto a riconoscere la matrice mediterranea della cultura europea? Quali forze, quali interessi proiettano l’identità italiana in una dimensione continentale quanto più possibile lontana dalle sponde del Mare Nostrum? Il rifiuto nasce da ragioni complesse che soddisfano interessi presenti, ma che affondano le loro ragioni nel passato. Le questioni sono tante, ma comincio col dire che l’Europa, senza il Mediterraneo, non potrà farsi. A Barcellona, nel 1995, l’Europa ha fatto l’unico tentativo progettuale per mettere insieme le due rive del Mediterraneo. Eravamo a sei anni dalla fine della Guerra Fredda. Il fallimento del tentativo di Barcellona, che vedeva tra l’altro la presenza di Israele e Palestina, è nato anche dalla difficoltà di mettere insieme l’Europa. Per completare il quadro, faccio cenno all’Unione Mediterranea patrocinata da Nicolas Sarkozy: pura propaganda personalistica. La vera politica mediterranea francese la si è vista nei confronti di Tripoli e degli interessi energetici e petroliferi della Libia; differente è stato il comportamento francese nei confronti dell’Egitto e della Tunisia, con buona pace di Henry Lévy.

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Altro cenno voglio fare alla cosiddetta Zona di Libero Mercato che sarebbe dovuta scattare nel 2010. Mai attuata: come al solito si pretendeva di imporre ai singoli Paesi mediterranei accordi unilaterali a vantaggio dei governi europei, fidando di concluderli con dittatori autorizzati dall’Occidente, che agivano per interesse dei loro clan, e non dei loro popoli, oppressi e sofferenti. Sono sotto gli occhi di tutti, d’altronde, le passeggiate trionfali di Gheddafi a Parigi (2009) e a Roma (2010), i baciamani di Berlusconi, e tutto ciò a camuffare la vendita massiccia di armi al rais di Tripoli, che le ha usate contro la sua gente. Per non parlare dell’accordo horribilis, secondo il quale Mu’ammar Gheddafi avrebbe dovuto farci Sul Romanzo

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da barriera antiemigrati con tutti i metodi possibili (campi di concentramento, prigioni, torture, respingimenti nel deserto, uccisioni). Anche nell’atteggiamento dei governi europei verso le rivolte arabe contro gli autocrati “autorizzati”, sono emerse complicità e confusione. Né si può dire che l’Europa, capeggiata dai francesi, abbia avuto ragione a bombardare Tripoli: i motivi di essere a fianco ai ribelli libici non erano quelli di sostenere la lotta per la liberazione di un popolo, quanto di appropriarsi delle sue risorse.

Ora, dietro a questo atteggiamento prevalso negli anni post-Guerra Fredda, si nasconde il paradigma, accettato dall’Europa, dello “scontro di civiltà” e, dietro questo, il riconoscimento delle vecchie teorie orientaliste funzionali alla conquista neocoloniale. L’attentato dell’11 settembre 2001 e il terrorismo di matrice islamista sono serviti da prova per avvalorare tale paradigma e giustificare la “conquista” (Chomsky): la guerra irachena è stata una guerra neo-coloniale. Quel paradigma della dualità e della contrapposizione del mondo, secondo l’asse Nord-Sud, Oriente-Occidente, Cristiani-Islamici è servito per costruire l’immagine dell’Altro (il nuovo nemico islamico). Quest’Europa disturbata, incoerente, malata, infelice, come non sa e non vuole riconoscere le sue radici culturali nel Mediterraneo, e cambiare i suoi paradigmi violenti ed egoistici, così non potrà ricostruire una sua identità, che sappia riconoscere gli altri nella loro umanità piena. Tutto ciò ovviamente vale tre volte per l’Italia, poiché da millenni è totalmente immersa nel Mediterraneo e ne sconta tutte le opportunità e i problemi.

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Come va letta la Primavera Araba e quali ripercussioni avrà sulla politica degli Stati che ne sono stati coinvolti? Come verrà riconfigurato lo scacchiere internazionale? Un Occidente, un'Europa e un'Italia totalmente immersi nella “guerra di civiltà” (paradigma che ha sostituito l’altro della Guerra Fredda), non possono accogliere con interesse e rispetto la cosiddetta “primavera dei popoli arabi”. Ciò che è avvenuto a Tunisi, a Il Cairo, a San’a, a Damasco, è una vera epifania di luce. Giovani, adolescenti, bambini, famiglie, medici, operai, magistrati, a mani nude, usando in modo veloce e competente le sofisticate tecnologie della comunicazione (telefonini, internet, Facebook, Twitter, etc...), in modo democratico, non violento, con coraggio e abnegazione, senza proclami, hanno rovesciato i regimi autocratici che li opprimevano e hanno cacciato dittatori, che, da anni, erano sul libro paga dell’Europa e dell’Occidente.

Piazza Tahrir a Il Cairo è stata il compimento più chiaro e fulgido di tale rivoluzione. Mohamed Shoir nel suo libro I giorni di Piazza Tahrir, l’ha definita la “rivoluzione che ride”. Mi chiedo: in Italia, chi si è accorto di quel sorriso, di quella festa, di quella propulsione magnifica, che ha coinvolto tutto un popolo e ha prodotto gioia del cambiamento, unità, musica, poesia, sentimenti? Piazza Tahrir realizza un cambiamento che rappresenta il meglio che la cultura europea ha inventato per la specie umana negli ultimi tre secoli. Ora sono dei giovani del Sud che chiedono di attuare quei valori. E allora, mi pare strano che alcuni governi, che hanno proclamato la guerra per portare la democrazia a Baghdad, oggi siano tiepidi verso il movimento dei giovani arabi; e ancora, che alcuni intellettuali italiani accaniti assertori della guerra al terrorismo fondamentalista (Ferrara, Della Loggia, Allam), oggi, proprio non riescano a farsi capaci che è piazza Tahrir ad aver sconfitto il terrorismo (che tra l’altro ha fatto stragi soprattutto di musulmani), fatto tacere gli attentati, aperto una nuova stagione non solo per il Mediterraneo e per l’Europa, ma per il mondo. Se, dopo l’11 settembre, ci sono state lenzuolate di giornali per reagire contro l’attentato di New York e far prevalere “la rabbia e l’orgoglio”, dopo l’11 n° 2 • Aprile 2012


Hai sempre rifiutato di lasciare la tua terra, la Puglia, il Sud: quali le difficoltà di operare da qui (e da Qui si chiamava anche la rivista di studi internazionali da te curata)? Oggi, i rapporti di forza tra centro e provincia si stanno ribaltando? Non sono pentito di essere rimasto a sud. Intorno ai ventisette anni, si è posta la decisione se andare o restare. Sono rimasto. Ho voluto, anche in questo, essere controtendenza. Adesso, è passato un quarto di secolo. Ho lavorato con energia e sudore, con un certo grado di coerenza e onestà. Lavorare in Italia dal Sud significa lavorare il doppio e raccogliere la metà. Significa dover dribblare un doppio provincialismo: quello di chi torna da altre sedi di vita e pensa, per questo, di portare il verbo e quello di chi, da qui, pensa che tutto quello che nasce al sud sia di seconda mano e tutto quello che proviene da un ipotetico altrove abbia un valore superiore. Ovvio che ci sono categorie e gerarchie, fra centro e periferia, Nord e Sud, assorbite da secoli. Insomma, sono categorie mentali, stereotipi incistati, difficili da scalfire. Personalmente, penso che il nostro Paese, negli ultimi anni, sia diventato una specie di cortile chiuso, provinciale, ripiegato su se stesso. E allora, credo, oggi occorra costruire da posizioni marginali. La provincia, quei territori che erano ritenuti a torto periferici, in realtà, si stanno rivelando una risorsa, a patto di aver tracciato con coraggio e indipendenza un loro percorso. Non sempre è così, ma quando capita, da quei posti derivano le uniche novità del mondo. Certo, occorre oggi a sud schivare, per esempio, il cattivo gusto di quelli che definisco i fondamentalisti neo-borbonici, un gruppuscolo di predicatori che si danno molto da fare: scrivono libri, fanno conferenze, organizzano riunioni. Gente senza metodo e fondamento, pronti a sfruttare le frustrazioni e le stanchezze di un Mezzogiorno che ha il desiderio di rimettersi in piedi e cade nelle mani di questi “masanielli”, che al pari dei leghisti, pur di emergere, sono pronti a saccheggiare storia, memoria, antropologia, letteratura, aggravando la crisi identitaria del Paese.

febbraio 2011, non ho trovato sui giornali lo stesso entusiasmo per la cacciata da parte dei popoli arabi dei loro dittatori Mubarak, Ben Ali, Saleh, e confidiamo anche nella sconfitta di Assad in Siria. Eppure, il primo evento costituiva un avvenimento cupo, il secondo gioioso e di liberazione. In realtà, se l’establishment (leader, governi, intellettuali, giornalisti, dirigenti) ha reagito negativamente, un motivo io lo vedo, ed è che Piazza Tahrir smantella il paradigma generale che ha giustificato ogni atto dell’agire geopolitico occidentale. Il terrorismo, il pericolo islamista, il Sud arretrato e canaglia, l’incapacità di quelle società di accedere alle tecnologie della modernità, l’incapacità di costruire percorsi di democrazia, la cosiddetta incompatibilità fra l’Islam e la democrazia sono solo le principali accuse gettate addosso alle società arabe mediterranee. Piazza Tahrir, insomma, manda a riposo l’intero paradigma post-Guerra Fredda e imposta un’altra visione del rapporto fra Sud e Nord, fra società ed economia, fra Paesi Arabi ed Europa. Ora, davvero, l’Italia e l’Europa possono, e il Sud dei giovani rivoluzionari gliene dà la possibilità, cambiare tutto; realizzare l’antico universale sogno di un'Europa e di un Mediterraneo uniti. Il mio appello ai giovani italiani e meridionali è quello di mettersi in comunicazione con i coetanei di Tunisi, de Il Cairo, di Damasco, Madrid, Atene, Israele (anche i giovani di Tel Aviv sono in fermento), per parlarsi, discutere, capire, darsi una mano per il futuro dell'Europa e del Mediterraneo.

1 - Giuseppe Goffredo (a destra), insieme allo scrittore Jabbar Yassin Hussin 2 - Gli incontri di Mu’ammar Gheddafi con Sarkozy e Berlusconi 3 - Tahrir Square, Cairo, Friday 8 April 2011, di James...... 4, 5 - Immagini delle rivolte in Yemen 6, 7 - Immagini di dimostrazioni e rivolte in Siria

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Naufragio sull’isola che c’è

di Marco Giacosa

1 - Prima della pesca, di Claudio Riccio 2 - 28luglio2007 di Ho visto nina volare 3 - Absceso cavitado di Sandra Bermudez Sullo sfondo: Costa Concordia, Turismo Bahia

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Ho preso il biglietto la sera stessa in cui il direttore mi ha chiamato. Non sono riuscito a piangere, sono rientrato alla scrivania quasi appoggiandomi al muro. Avevo cedimenti. Nemmeno a casa sono riuscito a piangere, ho detto a Francesca ti devo parlare, ho detto siediti, come fosse un film, e poi le ho parlato come un bollettino Ansa. Si è messa a piangere. Il mutuo il bimbo le vacanze le domeniche in montagna. Ce la faremo, ha detto mentre si asciugava. Non è colpa tua, ha detto mentre gettava il fazzoletto. Tu sei sempre il mio ingegnere preferito, abbracciandomi da dietro. Io non piangevo, non pensavo al mutuo al bimbo alle vacanze nemmeno alla mia autostima. Pensavo a Giovanni quando aveva perso il cliente che gli garantiva metà del fatturato… in tempi di crisi bisogna rilanciare, mi compro un Porsche, usato, vecchio, ma è il mio sogno. Io, in quel momento… io pensavo alla mia crociera che porca miseria non ho mai fatto. Sono andato su internet e ho preso il biglietto, e pazienza se abbattendo di metà il conto corrente. Ai soldi ci penserò dopo, ho detto a Francesca, andrò anche a servire nei ristoranti se necessario, ma adesso di questa crociera ho bisogno come l’aria. Lei ha capito, e mi ha sorriso. My tender love. Sul Romanzo

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Non credo di amarlo più. Ho impiegato un anno a dirmelo e uno a dirglielo, e lui come reagisce? È un brutto periodo, hai bisogno di una vacanza. Così la sera dopo arriva a casa e mi fa trovare questo biglietto. Vedrai tua madre, tua sorella… ma io non l’ho detto a mia madre e mia sorella che questa nave fa tappa a Barcellona. Sola devo essere e sola sarò. Almeno all’inizio. Carrer de Cabanes. Mi portava lì quindici anni fa, lì e all’altro bel ristorantino di Carrer de Sòria a Barceloneta. Avrei dovuto conoscerli io i posti, invece arrivava lui dall’Italia e c’era sempre un amico che gli aveva consigliato questo o quell’altro. L’autunno della prima estate prese la macchina e si fece trovare sotto il mio ufficio con un mazzo di rose gialle. Lo sai cosa significano, vero? Sì, ma non me ne frega niente. Fingevo di essere seccata, ma in realtà ero divertita; alzai gli occhi per sbuffare e non ebbi tempo di riprendermi che mi diede il bacio più bello del mondo, tenendomi appena i capelli con i polpastrelli. Mi ripresi che lo stavo abbracciando, il mazzo di rose era a terra. Iniziamo bene, dissi, di nuovo fingendo di sbuffare, e volevo riferirmi al significato dei fiori, ma lui lo intese riferito al bacio e ringalluzzì. Ridemmo.

L’istinto è stato mandare un sms, e vaffanculo! A ottobre incomincio a sputare sangue. La prima volta niente, mi starà venendo un po’ di bronchite. La seconda volta niente, sarà questa bronchite. La terza volta riempio quasi il fazzoletto, allora papà vai dal medico, mi dice mio figlio. Questa raffineria di merda, sta’ a vedere che m’ha ammalato i polmoni. Lastre, ordina il medico. Faccio le lastre, le porto al medico e questo sbianca. Signor Decesari, dobbiamo fare accertamenti. Mi dica subito, muoio? Io ancora quasi scherzavo, questo invece si fa serio, serissimo, mi dice che dobbiamo fare una broncoscopia e recuperare un campione del tessuto per una biopsia. Merda. Ha incominciato a chiedermi se avevo difficoltà a respirare e no, fino a quel momento non le avevo. Mi si è bloccato il respiro lì, nel suo studio. Poi mi ha di nuovo chiesto da quand’è che avevo questa tosse, e io gli ho risposto non è che abbia tosse, soltanto un colpo ogni tanto ma quando tossisco esce sangue. Poi mi ha chiesto se avevo mal di schiena, e l’altra volta questo non me l’aveva chiesto perché l’altra volta non era preoccupato come adesso. Poi al 95% è cancro, ma dobbiamo essere certi prima di iniziare la cura.

I primi tempi, a volte viaggiava la notte e arrivava sotto casa il mattino, mi accompagnava in ufficio e sulla sua auto facevamo colazione, succo, croissant, quello schifosissimo cafè de leche ormai freddo mi sembrava la cosa più buona del mondo. Mi lasciava sotto l’ufficio, un bacio e via, come fossimo della stessa città. Due anni dopo eravamo sposati e io iniziavo una nuova vita a Genova, lavorando per il suo cantiere navale. E adesso non so se lo amo ancora. Una settimana nel Mediterraneo per scoprire chi sono da dove vengo dove voglio andare eccetera eccetera eccetera... con chi, voglio andare, ecco. Perché dovevo essere qui sola, ma poi non ce l’ho fatta e ho preso un biglietto anche per Eugenio a cui sto dicendo che non so se amo mio marito ed è la verità, però la verità è che forse amo Eugenio, e questo Eugenio lo sa. Quarant’anni e sembro una cretina. E comunque adesso il cuore mi batte forte, non lo posso negare, perché mi sto per imbarcare, perché cerco Eugenio e ancora non lo trovo, in mezzo a questa folla, Eugenio che mi ha appena mandato un sms, Eugenio che sta arrivando.

Sono uscito e ho mandato un sms, «Ho un cancro ai polmoni. Cristo!» Il tizio non mi ha chiamato, voglio vedere quanti hanno il coraggio di richiamare uno che ti manda un sms così, un numero di qualcuno che credi possa essere un tuo amico e magari lo è e, cristo, che cosa gli dici? Dieci giorni di merda. Passàteli voi dieci giorni di attesa per l’esame che dovrebbe scagionare il cancro ai polmoni, e poi gli altri in attesa dell’esito che al 95% lo confermerà. Passàteli. Gli sms che mandavo quei giorni erano: «Sto per morire» «La vita è(ra) bella» «Prego quella gran mignotta del terzo piano di regalarmi l’ultimo spogliarello» «No ma io muoio davvero» Uno mi ha chiamato, quello della mignotta del terzo piano, e mi ha chiesto dove abito. Un altro mi ha chiesto, scusa, chi sei? Poi la broncoscopia, e la vostra testa è già al giorno dell’esito. Ho chiesto a quello che m’ha infilato

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Ship alone, di Paolo Barbaglia

il tubo giù per la gola ma quello non m’ha detto niente, coglione. «Sto aspettando parole che mi cambieranno la vita» «Le parole sono un’arma» «Parole che costringono a cambiare le azioni» «Ho una pistola puntata alla testa» Questi erano gli sms che mandavo nei tre giorni in attesa dell’esito. Non ho risposto a nessuno di quelli che mi hanno risposto. Poi, ieri, ho preso l’esito. Non volevo nessuno, sono andato da solo. Almeno questa volta mandalo a me lo sms, invece che a caso, questo era mio figlio. Ritiro, apro, leggo. Le parole nell’estensione massima del loro potere di cambiare la vita. E vaffanculo!, ero troppo felice. Un ascesso, solo un ascesso. Un ascesso, mi hanno detto in reparto, o lo si fa sciogliere con l’antibiotico o al massimo lo si asporta con un intervento chirurgico. Un ascesso. L’antibiotico. Quattro pastiglie del cazzo. Così sono andato davanti all’ospedale, in quell’agenzia viaggi. «Se si avvera il 5%, parto»… uno degli sms che avevo anche mandato mentre aspettavo l’esito. E c’è questa crociera. Partenza da Civitavecchia, tappe a Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma di Maiorca, Cagliari, Palermo. Fanculo, a giorni mi arriva la liquidazione. Fanculo, parto. Pieno di mignottoni, là sopra. Così eccomi qui, respiro bene, dottore, qui sul ponte di questo palazzo che naviga, questa è una intera città che galleggia, visti da qui siamo più grandi di ogni città laggiù sullo sfondo, il mare aperto, qui respiro, dottore, è solo un ascesso quattro pastiglie del cazzo non tossisco più, sarà la vacanza il mare il tempo sarà tutto, ma io prima di questi giorni non lo sapevo che cos’era la felicità vera, e adesso, adesso lo so, e sono felice, davvero felice, e voglio urlarlo, e lo urlo, e lo urlo al vento.

4 - Notte tranquilla, di Gian Carlo Calma n° 2 • Aprile 2012


Sì, questa è la felicità. Da bambino mi facevo comperare tutte le navi, i miei amici avevano i Lego e Big Jim e si facevano le case sugli alberi, io invece navi. Tante navi. Me le sono portate anche da sposato, sono in cantina, ieri sera le ho riprese e le ho spolverate tutte. Le navi. Questo miracolo che si ripete sempre uguale e anzi sempre meglio, quest’ammasso di acciaio e ferro che si muove nel mare, ogni singolo pezzo colerebbe a picco ma tutto assieme fila, e fila via forte a 23 nodi. L’assemblaggio dell’uomo, l’intelligenza dell’uomo. Spingetele voi 114 mila tonnellate di ferro e acciaio a 42 km l’ora sul mare. Il genio, il genio dell’uomo. Ovvio abbia fatto ingegneria navale, e che le progetti le navi, ovvio che sia salito su quasi tutti i tipi di nave, ma in crociera mai. In crociera, cioè guardate questa sala da pranzo… sei in un ristorante, ma sei su una nave. Le livree i camerieri i piatti i tappeti, guardate. Qui uno dimentica tutto. Sei in casa, ma sei sul mare. Sei al sicuro. Qui niente può fare male. Chiamare casa, un bacio al bimbo e un saluto a Francesca che sì, si farà una settimana da sola con il pupo, e poi certo, i problemi che verranno, ma ci penserò dopo perché questaèlafelicità. I ponti ti proteggono, sei al riparo. Sei la vita e non sei la vita, corri, fai ginnastica sei al bar segui conferenze bevi respiri sei fuori ma sei dentro, ti trasformi in un’isola per una settimana o per quanto vuoi, ma non sei un’isola, sai esserlo: ecco, qui dimostri di saperlo essere. Un’isola che si muove. Sul Romanzo

fabcom_IMG_7330, di Fabio Comolli

Costa Concordia - Foto: Rita Barreto/Setur 8542, di Turismo Bahia

Guarda, l’isola del Giglio, e io invece guardo lui, il mio Eugenio. Il mio Eugenio è bellissimo sempre, anche quando non è vestito da lavoro…ogni tanto passo in ambulatorio e ha quella specie di tuta verde con il camice bianco sopra…vorrei sparissero tutti e…. Lui guarda l’isola e dice qualcosa che non sento perché c’è vento e mentre lui guarda l’isola sono io che lo bacio, gli prendo il viso, questa sua barbetta rada e ispida, queste sue guance dure, e lo bacio. Un giorno ci andiamo, se ti piace. E io so che intende il giorno in cui dirò a mio marito di lui. Ma non ce la faccio ancora, vado a piccoli passi. Poi adesso con questa crisi è appena stato costretto a licenziare due impiegati e a ridurre lo stipendio agli altri, e ne soffre. E io mi sento in colpa, non posso dargli un dispiacere così grande in questi giorni così difficili, ma che colpa ne ho io, se forse non lo amo più? Gliene parlerò, di Eugenio, ma non adesso. Tanto adesso sono con Eugenio. Che mi dice che di solito le grandi navi avvicinano la costa per fare un saluto agli abitanti. Per tirarsela. Già, come te, e mi abbraccia, e mi bacia. E ridiamo.

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Ho scritto un sms… «Abbiamo toccato qualcosa di grosso»… «Mi auguro fosse duro».. qualcuno mi ha risposto… Che ridere. Ogni tanto qualcuno simpatico c’è, sta allo scherzo. Questa è donna, sicuro. «Duro lo era senz’altro, ha fatto il botto»… «Chissà adesso come ti senti»… In realtà, sono un po’ preoccupato, perché la nave dopo quel botto si è fermata. A vederla da lì, la costa sembra addirittura sotto la nostra pancia. Davvero vicinissimi. «Sono circondato dalla bel-

lezza della natura»… «L’amore di gruppo è sempre il meglio»… Non smetto di ridere… «Potresti unirti»… «Non si può, tra venti minuti il mio fidanzato ritorna da New York». Guardo l’ora: le 22.06. È un po’ che siamo fermi, venti, venticinque minuti da quel botto… «Se a un certo punto della notte non ce la fai più, vengo io a salvarti»… metto via il cellulare e salgo a vedere.

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Cosa fai se muoio, Francesca? Quanto ci ha messo il comandante a ordinare l’evacuazione? Merda! L’avesse dato prima l’ordine non avremmo rischiato di finire spiaccicati! Ma ce l’ha qualche idea di cosa succede se una nave imbarca acqua? E Alberto piccolo? Quanto prende quel comandante al mese, quanto? E lo stipendio lo riducono a me, a me? Provo a chiamare casa ma non c’è campo. Il telefono si bagna pure, cazzo.

Cosa fai se muoio, Francesca? E Alberto piccolo? Cosa fa un bimbo senza papà? Francesca, tra qualche metro sono a riva e quando sono a riva giuro che ti chiamo, giuro che a casa ci vengo a piedi Francesca. Francesca, non sono affondato, mi vedi? Cosa fa un bimbo senza papà? Televisioni, prendetemi bene che devo dire a Francesca che sono vivo. Francesca, vivo! Cisonosonovivofrancesca, francescamia. Ci credi? Cosa fai se muoio, Francesca?

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Eugenio è andato diritto nella squadra dei soccorsi, quando hanno detto che tutti i medici a bordo erano pregati di qualificarsi. Sola, con una coperta addosso, su questo piccolo scoglio. Io vedo. Le luci le scialuppe gli elicotteri i militari incursori le televisioni le ambulanze la polizia i carabinieri. Io sento. Le grida le sirene. Io e questa coperta, che poi è tutto quello di cui ho bisogno. Quando sono arrivata a riva volevo chiamare mio marito, ma nessuno riusciva a telefonare. Ho dato il mio nome a quelli al tavolo e ho lasciato il numero, ci pensano loro. E forse è meglio così. Cosagli-

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dico, cosa dico a mio marito? Che sono fuggita e sono stata per morire e che adesso sono salva? Salva da chi? E questo muro di ovatta che mi fa sentire i rumori sporcati e diluiti, le luci, tutti che si agitano, tutto è lontano e poco fa momenti morivo e nell’attimo in cui una persona gentile mi metteva questa coperta sulle spalle, in quell’attimo ho capito che qui c’è gente che muore che è morta che sta per morire. E a me non me ne frega niente. Niente. Io e questa coperta, che poi è tutto quello di cui ho bisogno. Ioelamiacoperta.

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5 - La Costa Concordia, immagine dal web 6 - The tempest, di Laura Canovaro 7 - Coperta militare, dal web 8 - rochedo, di Eliel Freitas Jr

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Cristo! Ho un braccio rotto e sono al caldo, solo un braccio rotto dopo il volo che ho fatto dal ponte nove, giù di due piani, dritto verso lo spuntone di una balaustra. Venti centimetri più in là e avrei il cranio fracassato. Così, solo un braccio rotto e domani mi dimettono. Cristo. Le parole sono importanti, ma cadere venti centimetri più in là… Io sono in ospedale con un braccio rotto.. Io sono quello che succede… scrivo al cellulare. Appena andato in pensione, trent’anni in quella raffineria a farmi il culo, la forza d’un mulo ciavevo, se tu con quel cervello avessi voluto… mi dicevano i colleghi, tutti, tutti i colleghi se avevano un problema venivano da me perché io avevo la soluzione, avevo le risposte, io sapevo tutto. E ora? Scrivo. «Quello che l’uomo produce crolla»… «Non scegliamo niente»…«Finché un uomo appoggerà una coperta sulle spalle di una donna».... «È ora di ripartire», mi risponde uno, scrivo che sì, ne siano certi lui o lei e tutti quanti che qui non si ferma nessuno, ero felice e lo sono di più, tutto è crollato ma io sono ancora qui, sono vivo, e ho una gran fretta di uscire perché devocioèvoglioandareaspaccareilculoalmondo; e poi mi addormento.

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Mediterraneo: mare monstrum

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di Maria Antonietta Pinna

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1 - Donna in acqua, disegno dal web 2 - The Fisherman and The Siren, Knut Ekvall, olio su tela,

Chiare, fresche, amare acque, voluttà e orrore senza pace. Mediterraneus, in mezzo alle terre, dall’Europa all’Africa orientale, fino alla parte occidentale dell’Asia. Mare-culla di civiltà, prodigo di traffici, solcato da Fenici, Greci, conquistato da Roma e Bisanzio. Talasso-teatro di guerre e battaglie sul palcoscenico del mondo, colorato di sangue purpureo, di ceneri umane sparse al vento. Un liquido generoso e avido, che sempiterno dà e prende vita. Un moto perpetuo di risacca che canta le stagioni con la spuma dei suoi anni solcati da chiglie taglienti. Un amico pericoloso per gli isolani. Cattiva mater dal ventre sempre gravido, capace di tradire i figli e partorire il nemico sulle coste. Il Mediterraneo fu, per interi popoli, l’utero infernale di divinità ctonie, il prodigioso riflesso acqueo di passioni umane e paure irrisolte. Fucina di mostri. Cariddi, colei che risucchia, il vortice senza ritorno, l’orrore. Scilla, colei che dilania, la ninfa trasformata in vorace creatura dalle teste canine. La fata Morgana, la cui leggenda, alimentata dalle foschie dell’evaporazione sul mare calabro, ha nutrito il ciclo arturiano. Le Sirene dal canto che uccide. Creature affascinanti legate al mondo ultraterreno. Seduttive, le figlie di Acheloo e Melpomene, abitavano le acque insidiose. Così invoca a gran voce l’Elena di Euripide: Sul Romanzo

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«Fanciulle alate, vergini della terra figliuole, deh, giungete, Sirene, agli urli miei, la cétera recando, o il libio flauto, per suonare concordi alle mie lagrime, i canti ai canti, le pene alle pene! O funerei, funerei cantori a me spedir voglia Persèfone, a fare eco al mio pianto, sí che da me, dai miei notturni talami in onor dei defunti ella abbia un canto». (traduzione di Ettore Romagnoli)

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3 - Fata Morgana di Hans Splinter 4 - Siréne, Louis-Maurice Boutet de Monvel, 1885 5 - Monstrum Marinum humana facie, Ulisse Aldrovandi 6 - The Tempest, di Laura Canovaro

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Mare-lutto. Le figlie della terra finiscono in un mare di lacrime salate, assumendo un aspetto mostruoso, incarnando il negativo. La bellezza che acceca diventa buio nelle profondità dell’imbevibile acqua marina. I lineamenti si deformano, le creature diventano orribili, inglobando nella loro essenza brutalità e ingordigia. Le correnti dello stretto di Messina mutano in mitici gorghi che imprigionano il navigante inesperto. Il mar Mediterraneo ricco di pesce che nutre diventa una tomba, un baratro di creature terrificanti. L’acqua veicola suggestioni da antesignano film horror. Animato da istinto epistemofilico di natura secondaria, l’uomo non si accontenta di nuotare nel Mediterraneo, diventa mare esso stesso, creatura degli abissi, sale nel sale. Ma quest’identificazione è carica di complessi che nascono nel fondo dell’anima. La creatura non può rimanere intatta nel suo aspetto esteriore, nel guscio che determina la comunicazione con l’esterno. Piedi, mani, cuore,

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cervello, bocca, tutto muta perché il desiderio di conoscenza non è alieno da istinti sadici. L’aggressività è immortale come una dea. Il mare viene smembrato, a livello fantasmatico, per capire cosa c’è dentro. Squarciare il giocattolo per comprenderne a pieno il meccanismo. Sete di conoscenza, appunto, spinta fino al fondo, dove riposano le ombre. Perché il bello si muta nel significante opposto, e il mare nostrum diventa mare monstrum? La dolcezza luminosa della vita si trasfonde magicamente nel canto amaro e tenebroso della morte. Si tratta di un regressus ad uterum, a un vissuto fetale che rimanda al mito umbratile della caverna. Perché questa inclinazione al ritorno, nata nell’uomo dalla paura delle difficoltà nella mediocrità dell’esistenza transeunte, si carica di mostruosità? Se è vero, per dirla con Clemente Rebora, che «ritornan l’acque e i sentimenti al fondo, ma per salire puri ancora al mondo», che senso ha il mostro in n° 2 • Aprile 2012


questo sentimento di ritorno talassale? È un viaggio catartico alla ricerca del sé animale, impossibile da affrontare su un terreno reale. Il mostro è la contemplazione della propria nudità istintuale, libera ma deviata, trasferita su un oggetto sacrificale destinato a portarne il peso nei secoli. Il mostro, vittima designata, viene spinto in mare. L’istinto si relega nel liquido amniotico del Mediterraneo, mette il capo fuori dalle onde ed esplode contro i marinai. Questi non resistono. La contemplazione dei propri complessi è massacrante. L’operazione catartica di liberazione e purificazione non è completa. Il mostro si può collocare in uno spazio non-umano, il Mediterraneo appunto, negli abissi dove l’uomo non respira, dove non si può vivere. Ma il nodo riemerge, indistruttibile. Il complesso sbattuto in faccia all’uomo. Decisamente troppo. Pericolo. Non bisogna ascoltare il canto della sirena del proprio inconscio bestiale. Non devono riemergere cose sepolte nell’oscurità. Bisogna tapparsi le orecchie, per non impazzire.

Mai ascoltare il canto che seduce. Ci si perde, per sempre. Guardare se stessi procura ferite mortali. È doloroso, lacerante. Omero, senza saperlo, precede Freud di qualche tempo. L’arte è l’antiporta della psicoanalisi, l’indagine sul fondo senza apparenti tecnicismi. La faccenda si complica. Si apre un dialogo con il subconscio. L’intimistico viaggio si trasforma in universale spauracchio, caramella velenosa del terrore d’esistere. Il simbolismo suggerisce che il Mediterraneo è un corpo materno. Le ninfe strappate alla terra vengono brutalmente rispedite al mittente, cadono, loro malgrado, nell’acqua salata in un brusco ritorno all’utero. Questo ritorno è traumatico. Esse assorbono tutta l’aggressività repressa degli uomini, trasformandola in orrore. Il corpo diventa un’arma. Scrive Antonio Vallisnieri, in Considerazioni, ed esperienze intorno alla generazione de’ vermi ordinarj del corpo umano, 1710: «Nella oscura e putrida palude uterina, come nelle morte acque stagnanti nelle quali

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pullulavano idre, tarasche, serpenti e incubavano, fermentando, mostruosità d’ogni genere, potevano annidarsi “cose” deformi, animalità abnormi, portenti strabocchevoli». Il Mediterraneo è corpus mater e genera deformi inquietudini. Collocato dall’uomo sul tavolo d’acciaio dell’anatomopatologo, il mare nostrum è pronto per una seria autopsia che sveli il suo essere monstrum. Un taglio da professionisti chirurghi dell’essere svela che, nel ventre della genitrice, c’è davvero il mostro di cui parlano aedi e cantori. È la parte animale dell’uomo, l’istinto, identificato con la donna. Nella storia fatta dagli uomini, la sirena che incanta, le mostruose ninfe, la fata, come altre creature serpentiformi, sono immagini del femminino, di passioni primigenie. E con l’avvento del cristianesimo le cose peggiorano. Il pesce, simbolo del ventre della dea madre nelle religioni matriarcali, diventa il fallo fecondante nel Tobia dei cristiani, capace di dominare le passioni; è il fallo arginato entro limiti imposti dal razionalismo. Il povero potente organo prigioniero della rete del Super-io. La missione è domare l’istinto lunare e le sue irrazionali esplosioni. Come il marinaio, ogni buon Tobia ha il compito di non smarrire la rotta, di non perdersi nelle mostruose e diaboliche fascinazioni dell’inconscio. Perché l’istinto, il fondo di quel Mediterraneo le cui rive sorridono al sole, è buio, è una cavità uterina piena di mostri. Lo dicevano gli antichi e i Padri della Chiesa. La tradizione è dura a morire. Lascia sempre un’impronta, come un segno indelebile. Le decantate chiese dei Paesi del bacino del Mediterraneo, sotto una crosta di pregiudizi, brillano d’oro e d’argento. In queste case di Dio, anche nei Paesi più evoluti e moderni, le donne, figlie di Scilla e Cariddi, assassine di marinai ingoiati dai flutti, non possono dire messa. L’urlo dei mostri marini si è spento, ma il loro fiato perdura. Di notte, sotto la luna, il Mediterraneo si agita. Vapori mefitici si sollevano in una macabra danza dal suo grembo cattivo.

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7 - Scilla e Cariddi, di nr.7375 8 - Shipwreck of the Minotaur, Joseph Mallord William Turner, 1805, Calouste Gulbenkian Museum, Lisbona

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L’italiano non è un’opinione

I verbi modali, al passato prossimo, si coniugano con l’ausiliare che regge il verbo servito. Quindi, se quest’ultimo si coniuga con l’ausiliare essere, il modale sarà accompagnato dal verbo essere: Non si dice

Ho voluto andare

ma

Sono voluto andare

Non ho potuto salire

ma

Non sono potuto salire

Abbiamo voluto uscire ma

siamo voluti uscire

Fa eccezione il verbo essere che con il modale prenderà l’ausiliare avere: Non si dice

Sono voluto essere

ma

ho voluto essere Eccheppoffarbacchi.

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Impronte di vita

Stra-ordinaria ordinarietà 2

di Alessia Colognesi

ZORAIDA. Cosa? «Come ti chiami piccolina?» Quando mi chiedevano come mi chiamavo, ammutolivo e, mentre gli altri stavano lì ad aspettare che mi presentassi, i miei pensieri prendevano la rincorsa per abbinare le sillabe di quel nome impronunciabile. ZO RA I DA Era il mio nome, ed era brutto! Zoraida. Zoraida. Zoraida. Non riuscivo nemmeno a dirlo. Ma cosa ci potevo fare? Me l’avevano dato e lo dovevo tenere. «Il nome te lo danno, è la vita che ti scegli», ripeteva mia madre. «E lo farai quando sei grande». Ma io non le ho mai creduto. ZORAIDA OVALLE

1 - Deyra, di Luis Alejandro Bernal Romero, 2 - Niños en Tabio, di Juan Diego Velasco 3 - Comestibles a Planoles, di Óliver Miranda 4 - Lourdes baila, di Loborroso 5 - Young Colombian woman, di "Nino" Eugene La Pia

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Sono nata nel 1965, in Colombia, la quarta di nove fratelli. La mia era una famiglia poverissima. Mio padre non si occupava di noi, lavorava sì, ma non riusciva a badare a tutti per colpa delle donne e dell’alcool. La mamma faceva l’impossibile per farci passare la fame, ma aveva pochissima pazienza. Di mamma ricordo le botte, di santa ragione, senza spiegarmi il perché; nonostante tutto, di mamma ricordo anche l’amore, il più grande. A tredici anni, per aiutarla, trovai un lavoro. Lavoravo dalle sette del mattino fino a quando faceva buio, nelle vacanze di scuola e, quando studiavo, nei fine settimana. Ero felice. Alle dieci di sera, prima che me ne andassi da quel piccolo negozio di alimentari, la proprietaria mi riempiva una borsa di pane invenduto e io lo portavo ai miei fratelli.... Juancito e Adrianita, erano il mio pensiero fisso. Mentre tornavo a casa, al buio, a bassa voce ripetevo: «Speriamo che siano svegli, cosi non vanno a letto senza mangiare». Ed era così. Sul Romanzo

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Appena aprivo la porta di casa, spuntavano due faccine minuscole che mi riempivano di baci. E, allora, senza pensarci troppo, tiravo fuori da dietro la schiena il mio sacchetto e non smettevo di fissarli. Juancito e Adrianita mi aspettavano per il pane della signora Mercedes. Era quella la mia felicità. Poter vedere quei sorrisi e gioire di quella straordinaria ordinarietà. Non ero interessata ai fatti fuori dal comune, la stra-ordinarietà, a quel tempo, non si opponeva all’ordinarietà e nemmeno poteva sostituirla.

È cosi che senza che nemmeno potessi dubitare un secondo di questa stra-ordinaria opportunità arrivai in Italia con un nome ordinario in cerca di una nuova vita. Fosse stata un’opportunità stra-ordinaria sarei diventata una ballerina professionista, e invece avevo una vita ordinaria. In Italia, mi trovai davanti una realtà ben diversa da quella che avevo immaginato. Ogni sera ci portavano in un night club e ci dicevano che dovevamo ballare, dovevamo essere ballerine molto speciali, maledettamente stra-ordinarie. C’era anche un altro modo per lavorare. Se non volevi prostituirti, potevi scegliere di essere come tutte le altre ragazze filippine, ordinariamente addestrata alle promesse di fidanzamento in cambio della verginità. ORDINARIA STRA-ORDINARIETÀ Fu cosi che pagai le mie spese di viaggio e mandai tanti soldi in Colombia. Portai in Italia quasi tutta la mia famiglia, quattro sorelle e due fratelli. Nessuno di noi vive più nel posto dove siamo nati, ognuno è partito per un’altra terra, ognuno oggi ha un passato e un presente, un luogo dov’è nato e uno dove vivere. Ordinaria straordinarietà di una vita migrante.

Giunsi al mio diciassettesimo compleanno. Fu allora che si conclusero i miei studi. Continuare a studiare era impossibile. Mi iscrissi a un corso per diventare panettiera, ma non riuscivo a togliermi dalla mente il mio sogno, volevo essere ballerina. Cambiai il mio nome con un nome d’arte, cominciai un corso di danza. BALLERINA STRA-ORDINARIA A 17 anni, scelsi un nome che suonava bene. Ero Soraya. Da 28 anni danzo nei suoi panni. Non ancora maggiorenne volevo un nome e una vita nuovi come una musica da ballare per riuscire a dire tutto quello che fino ad allora avevo solamente sentito. Volevo smettere di stare zitta. Un giorno comparve nella mia vita un impresario argentino che proponeva a me e al mio gruppo di ballo di migrare per fare carriera.

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5 La storia di Zoraida è una delle storie da cui è tratto il testo teatrale La colpa della Leonessa, spettacolo della Cooperativa Il Giardino dei Viandanti che rappresenta l’Italia al Festival di Teatro Sociale di Valencia che si terrà dal 9 al 13 maggio 2012. La colpa della leonessa prende spunto dalle storie delle dodici donne protagoniste dello spettacolo italiano ed è stato pensato e messo in scena per il progetto Europeo “Where the rivers meet” che coinvolge più di settanta donne di origine straniera residenti in Italia, Austria, Irlanda, Romania e Spagna. Where the rivers meet porta in scena la vita per lottare contro la discriminazione e il razzismo verso le donne, un progetto transnazionale che racconta cinque nazioni europee con il teatro del sociale.

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I (rin)tracciati

Fatti meno conosciuti: i 10.000 in Himalaya

di Alessandro Puglisi

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Il nostro è il tempo dell’esibizione per eccellenza, il tempo della visione come mezzo di informazione e veicolo di conoscenza. L’assuefazione a non distinguere tra i diversi modi di rappresentazione ha condotto a quelle che non sarebbe ingeneroso definire “cronache d’ufficio”. In quest’ambito, la guerra, più di altri temi e fatti della vita, ha da sempre avuto un ruolo di preminenza. Raccontarsi attraverso il racconto della guerra, un’operazione affascinante dal punto di vista del lettore, ambigua da quello di chi redige un resoconto bellico. È tenendo presente questa necessaria premessa, che si è scelto un episodio, se tale può essere definito, del secondo conflitto mondiale, certamente non tra i più indagati dalla storiografia ufficiale, e tuttavia meritevole di grande attenzione. Vale a dire quello della prigionia, tra il 1941 e il 1947, di oltre 10.000 italiani nei campi inglesi in India; soprattutto ufficiali, ma anche giornalisti, ingegneri, professori, artisti. Due testi importanti, nell’ambito di una bibliografia più vasta di quanto si potrebbe pensare, sono Il campo 29, romanzo-testimonianza di Sergio Antonielli e 10.000 in Himalaya 1941-1947, sorprendente reportage fotografico di Lido Saltamartini, realizzato con mezzi di fortuna e in condizioni chiaramente poco agevoli. Sergio Antonielli nacque a Roma nel 1920; nel 1935 si trasferì a Pisa, dove ebbe per maestro Luigi Russo; richiamato alle armi fu catturato e imprigionato. Di questa esperienza parla ne Il campo 29, scritto febbrilmente nel 1947, dopo la liberazione. A causa della guerra, riuscì a laurearsi solo al ritorno in patria, con una tesi, parzialmente elaborata durante la prigionia, su Giovanni Pascoli. AntoSul Romanzo

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nielli visse della professione d’insegnante fino al 1967, anno in cui si trasferì a Milano, per dedicarsi esclusivamente all’attività di scrittore e critico. Morì nel 1982. Ferma restando la sua maggiore notorietà come romanziere, con opere quali La tigre viziosa del 1954, apparsa nella prestigiosa collana dei Gettoni, per Einaudi, o L’elefante solitario, del 1979, sembra opportuno ricordare alcune opere critiche, tra cui l’antologia Lirica del Novecento, curata con Luciano Anceschi nel 1953, il volume monografico Giuseppe Parini, risalente al 1973, e la raccolta di interventi critici, uscita postuma, Letteratura del disagio (1984). Il campo 29, edito meritoriamente da ISBN Edizioni, con un intervento di Edoardo Esposito, affronta il compito di raccontare la prigionia, non tanto sul fronte della mera cronaca, quanto su quello della riflessione sulla condizione stessa della prigionia; sul senso, se un senso può esserci, della costrizione fisica in un luogo delimitato da alti recinti e filo spinato. Antonielli sceglie una via media, tra il narratore distaccato e il diligente cronachista; trasfigurando la propria vicenda in quella di Massimo Venturi, nello stesso tempo si avvicina e si allontana dalla materia di cui narra. Sembra condurre un’operazione di accettazione, nell’indispensabile catarsi, dell’esperienza e del ruolo di questa nelle esistenze dei personaggi-testimoni. Nel corso del “romanzo”, la guerra esiste, ma fa da sfondo, spesso descritta con rapidità e quasi noncuranza; mentre emerge con prepotenza il sentimento di malinconia, a tratti di soave abbandono che, progressivamente, col passare di giorni sempre uguali e scanditi dalla non-vita del campo, si trasforma in Sul Romanzo

un abbrutimento che, riportando a galla gli istinti meno nobili e più elementari dell’essere umano, avvicina alla disinibita sottomissione ai bisogni, tipica degli animali. Lo stile, elegantemente involuto, che non di rado si concede a vezzi linguistici e barocchismi, plasma i fatti, dilata il tempo, replica l’ovvia alienazione dei prigionieri, lo scivolamento delle convenzioni sociali. A questo proposito, è utile riportare l’incipit: «Lontana, dove per un tratto la striscia gialla e rossa della costa, sfumata in riflessi delle medesime tinte in cielo e in mare, s’allentava fino a sparire lasciando ai lati come due promontori, s’indovinava la rada: e già i gabbiani, i falchi spazzini, qualche boa che indicasse l’entrata, contaminavano la compattezza delle acque, azzurra, come incrinassero quella densità di colore, sulla quale fino ad allora la nave era sembrata sicuramente adagiata.» e citare le ultime frasi del libro: «L’ufficiale inglese chiamava i nomi uno per uno, sotto la pioggia. Non più numeri: nomi: nomi e cognomi, e ogni volta pareva che s’inchinasse. Quando chiamò: «Massimo Venturi», Venturi si drizzò nella persona e, passandogli davanti, salì con piede fermo sulla passerella».

Diverso approccio alla vicenda, almeno per quanto concerne la sua rappresentazione, è quello di Lido Saltamartini, che, nel volume 10.000 in Himalaya 1941-1947 (edito nel 1997 da Humana, ma oggi reperibile solo tramite la fondazione “10.000 in Himalaya” di Milano), raccoglie una grande quantità di materiale fotografico. Anche Saltamartini, infatti, fu prigioniero, prima a Bangalore (dal ‘41 al ‘42) e poi a Yol (dal ‘42 al ‘46). Riuscì, con ingegno e molta fortuna, a costruire una rudimentale macchina fotografica, della quale egli stesso elenca i componenti:

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«-Una scatola metallica di sigarette “Waltham’s”. -Lo stagno di un tubetto di dentifricio “McLean’s”. -Un pezzo di rubinetto quale saldatore, utilizzabile quando non occorreva l’acqua. -Un cannello ferruminatorio derivato da una scatola di salsicce di soia. -Una candela ottenuta in prestito dal Cappellano della Chiesetta, don Clemente (da restituire in Italia). -Un minuscolo elastico per lo scatto. Questo fu il pezzo più difficile da rinvenire. Fu trovato intorno ad una bottiglietta di medicinale di confezione casalinga. -Fu trovato, anche in un medicinale, un frammento (4 millimetri) di celluloide trasparente rossa proveniente da una capsula di bottiglia di medicinale. -Una piccola lente di quattro millimetri di diametro, sfuggita alle perquisizioni per la sua dimensione, fortunatamente di fuoco adatto alla circostanza. -Un rullino di 12 fotogrammi 6x9 cm, misura allora in uso, di un collega, sfuggito alle perquisizioni, che fornì i 500 fotogrammi di pochi millimetri.»

cinano alla “narrazione”, se non si vuol parlare di “testimonianza”, l’uno attraverso le frasi, l’altro per mezzo degli scatti, non sono assimilabili, in ultima analisi, né dal punto di vista genetico né da quello espressivo. Antonielli è fondamentalmente un intellettuale, praticante la letteratura nella forma del romanzo; egli trasfigura la vicenda rendendola una giustapposizione di snodi narrativi, o drammatici se preferiamo, sottilmente beckettiani e velati da un distanziamento critico che tutti li informa. Saltamartini, invece, sostanzia l’oltrepassare il tempo e la privazione della libertà attraverso il “fare”, l’atto di costruzione che da pratica diventa semiotica; dare un senso, attraverso segni tangibili ma anche simbolici, ad una non breve parentesi di guerra. Sguardi diversi, quasi opposti, dunque, su una stessa vicenda storica, forse non così fondamentale per chi ritiene che sia necessaria una sola storiografia, quella dei vincitori; visioni, quelle di Antonielli e Saltamartini, forse riassumibili in una battuta tratta da King Lear di William Shakespeare, nell’atto II della tragedia: «You heavens, give me that patience, patience I need».

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Saltamartini non cattura solo l’ambiente, le tende, le recinzioni, i modesti giacigli, ma anche particolari che acquistano una loro autonoma narratività, come i falchi che volteggiano in cielo, gli insetti, le scimmie sulla strada per Yol. Stemperando la ripetitività delle azioni giornaliere, vengono illustrate iniziative particolari, come la redazione di una rivista, chiamata «to-morrow», stampata avventurosamente con l’utilizzo di una lastra di radiografia e la mina di una matita copiativa, o le lezioni di inglese e arabo. Il valore aggiunto di questa raccolta di fotografie (come del romanzo di Antonielli) sta tutto nella capacità di immortalare, con uno spirito che, oltre che squisitamente documentaristico, potremmo definire cinematografico, anni difficili, vissuti in una condizione esistenziale di temporanea sospensione dalla realtà, di distacco dal mondo comune, in una realtà altra e regolata da norme tutte sue. Tuttavia, le modalità con cui i due autori si avvi-

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1 - Articolo del Times of India del 14 Settembre 1940 che annuncia l’arrivo di prigionieri di guerra italiani a Bombay 2, 3 - Foto del campo di prigionia inglese a Yol scattate da Lido Saltamartini 4 - La macchina fotografica di Lido Saltamartini 5 - Il Campo 29, di Sergio Antonielli

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La camera di Vincent ad Arles, Vincent van Gogh, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

La sua stanza, una vera stanza - sia pure piccola per esseri umani, era tranquillamente racchiusa tra le quattro pareti familiari. Sopra al tavolo, sul quale era sparso un campionario di stoffe - Samsa era un commesso viaggiatore - era appesa la figura che aveva recentemente ritagliato da un giornale illustrato e sistemato in una bella cornice dorata. (Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)


Il burqa delle donne occidentali

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di Rossella Martielli

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1 - Copertina della rivista La donna fascista 2 - Venere anadiomene, Età ellenistico-romana IV sec. a.C.V sec. d.C., Museo Archeologico Nazionale “Paolo Orsi”, Siracusa 3 - Scent of a Woman di Rita M. 4 - Manifesto CGIL per dell’abolizione della Legge 40 5 - Manifesto contro la RU486 Sul Romanzo

In passato, i modelli femminili di riferimento erano veicolati da istituzioni come lo Stato e la Chiesa, tendenzialmente misogine, accomunate dalla paura della sessualità femminile. Lo Stato fascista, ad esempio, investì una parte considerevole del suo impegno politico sulla costruzione della figura femminile: fedele alla patria, dedita al risparmio e madre di una prole numerosa, erano questi i tratti della donna italiana, e lo Stato movimentava un ingente apparato di risorse per promuovere la diffusione di tale stereotipo a livello popolare[1]. Oggi, lo Stato non è più così esplicito, ma si serve di Leggi e Decreti per imporre un’ideale femminile funzionale a un sistema in cui la donna subisce le conseguenze di una finta laicità. È da interpretarsi in tal senso l’approvazione della Legge 40 sulla fecondazione assistita — fortemente voluta dalle gerarchie cattoliche —, cui è seguito un referendum abrogativo che non ha raggiunto il quorum: la Legge costituisce un attacco frontale all’autodeterminazione, ingerendo pesantemente nella gestione del corpo e della sessualità femminile e ostacolando il diritto della donna di scegliere se e quando essere madre. Con una sola Legge, «si è tornati a prendere il controllo del corpo femminile, un corpo che era stato almeno in parte liberato prima con la contraccezione, poi con la possibilità di abortire e, infine, con l’accesso alle tecniche di procreazione assistita».[2] Ci sono state molte obiezioni all’uso della pillola del giorno dopo — molto difficile da reperire perché sempre più medici si dichiarano obiettori di coscienza —, il progressivo indebolimento della Legge 194 sull’aborto — tra le altre cose, mediante l’inserimento dei volontari pro-vita all’interno dei consultori, con l'obiettivo di dissuadere le donne dall’abortire – e le difficoltà cui sono andate incontro le strutture ospedaliere che hanno sperimentato la pillola abortiva R.U. 486 (legale in quasi tutti i Paesi Europei): nel 2009, quando l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) diede il via libera alla sperimentazione, gran parte del mondo politico (soprattutto il Pdl e l’Udc) condannò duramente questa scelta. Il senatore dell’Udc Luca Volonté arrivò a dichiarare: «Con la commercializzazione della pillola assassina trionfa la cultura della morte». La sensazione è che ci sia una tendenza a imbrigliare la sessualità femminile e a tutelare la donna esclusivamente nel ruolo di madre. Tuttavia, oggi, è soprattutto il sistema mediatico a veicolare e imporre modi di pensare, opinioni e modelli. È la moda, che propone continuamente se stessa in tv, sulle riviste e sui cartelloni pubblicitari, ad esercitare le pressioni più profonde sulle donne. Il suo invito, pur conservando il carattere di una seducente proposta, è qualcosa cui difficilmente si disobbedisce. La prontezza con cui le donne adottano le proposte degli stilisti è sbalorditiva: scarpe importabili, micro-short in pieno inverno e stivaloni di pelle in estate; l’idea non è quella di vestirsi per coprirsi, ma di vestirsi per sedurre. E da sempre, nella moda, sen° 2 • Aprile 2012

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duzione è sinonimo di costrizione: un principio giunto intatto dal tempo dei corsetti all’età tecnologica. Il corsetto fu messo al bando agli inizi del secolo scorso perché giudicato pericoloso; il potenziale erotico di quest’indumento, infatti, era proporzionale ai rischi per la salute: svenimenti, nausea e dolori al petto erano all’ordine del giorno. Oggi, invece, è soprattutto nell’ambito delle calzature — accessorio-feticcio dall’indiscutibile richiamo erotico — che la moda esercita la propria crudeltà. Sempre più alti e sottili, i tacchi a spillo sono considerati all’unanimità indice di puro sex-appeal, e poco importa se impongono una camminata ondeg-

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giante e precaria: più una donna vacilla e più piace, più appare insicura e più risulta seduttiva. La crudeltà della moda sembra essere una costante universalmente accettata, talvolta persino data per scontata, che si alimenta della coercizione del corpo femminile. Un corpo obbediente, costretto e represso, è sicuramente un corpo tenuto sotto controllo, cui la costrizione prosciuga energie e forze: non è l’abito ad adattarsi al corpo femminile, assecondandone le forme, ma l’esatto opposto. Lo stile dominante sembra essere la nudità. Mentre la donna musulmana è vestita fino all’inverosimile, quella occidenSul Romanzo

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6 - Figurini dalla pubblicità per un corso di Fashion Design 7 - Manifesto di “Stop di fashion system”, Atto unico in onore del “Mondo dell’Abbigliamento” di Franco Moschino, 1990/’91


tale, al contrario, è semo, meglio, di alienazione pre più svestita: le donne simbolica: le donne esivanno in giro mostrando stono innanzitutto per il più possibile le loro ate attraverso lo sguardo trattive sessuali – gambe, degli altri, cioè in quanto spalle, seno – e il nudo oggetti accoglienti, attrafemminile imperversa enti, disponibili».[3] ovunque, per le strade e Naomi Wolf afferma nei locali, oltre che in tv che «le industrie potenti e sui giornali. Si assiste a – quella dietetica da 32 una sovraesposizione del miliardi di dollari, quella corpo femminile: nessun cosmetica da 20 miliarcentimetro di pelle è ordi, quella della chirurgia mai tabù. Ma cosa si naplastica da 300 miliardi e sconde dietro questo svequella pornografica da 7 lamento? miliardi – sono frutto di Se la donna musulmaun capitale costituito da na non ha più un corpo, ansie inconsce, e sono quella occidentale spesso in grado di sfruttare, è ridotta a quello. Il ruostimolare e consolidare lo della donna nei media l’illusione secondo una rappresenta emblematicrescente illusione ecocamente quello nella sonomica».[4] Il mito della cietà: un oggetto sessuale bellezza, della giovinezza attraente e disponibile, la e della magrezza semcui intelligenza viene rebrano creati a uso e conlegata in secondo piano, sumo del sistema econose non negata. mico globale, un impero I media stabiliscono una preoccupante uniformità effimero di illusioni che lucra su ansie, frustrazioni dei corpi femminili, trasformati sino a renderli adee desideri che esso stesso crea e alimenta. renti allo stereotipo: si interviene su di essi tramite diete devastanti, allenamenti in palestra e chirurgia L’ideale estetico è incentrato su una vera ossessioestetica sempre più selvaggia e pericolosa; il fine è ne per la magrezza, sinonimo di bellezza: «constaquello di rendere le donne una massa di bambole tare la naturale differenza morfologica tra il proidentiche, trasformandone la corporeità, quando prio corpo e lo stereotipo mediatico provoca nelle questa non rispecchia il canone estetico vigente. donna ansie, sensi di colpa ed una forte sensazione Molte donne, lungi dall’essere esclusivamente vittidi inadeguatezza».[5] In Italia, i dati statistici sui me passive, collaborano attivamente con questo simalati di anoressia e bulimia elaborati dall’Aba[6] stema, aderendo all’idea del corpo come “strumenparlano chiaro: a soffrire di disturbi alimentari to di successo” per eccellenza: l’accettazione sociale sono circa 3 milioni di italiani, di cui il 90% sono e il successo lavorativo passano attraverso un corpo giovani donne, che vivono «continuamente sotto allineato agli standard, perfetto a ogni costo. lo sguardo degli altri, condannate a provare coNon è un caso che la cosmesi e la chirurgia estetica stantemente lo scarto tra il corpo reale, cui sono rappresentano un mercato sempre più florido che incatenate, e il corpo ideale cui si sforzano senza interessa tutte le classi sociali, e il bombardamento sosta di avvicinarsi».[7] mediatico d’immagini destabilizza emotivamente Secondo Naomi Wolf, «una fissazione culturale la donna: ricordarle costantemente il suo aspetto sulla magrezza femminile non è un’ossessione sulnegli spazi pubblici, metla bellezza, bensì una ostendola a confronto con sessione sull’obbedienza La prontezza con cui le donne modelli d’irraggiungibile femminile (...) Le diete perfezione, la mantiene il sedativo più poadottano le proposte degli stilisti sono in costante condizione tente di tutta la storia deldi inferiorità e inadeguadonne: una popolazioè sbalorditiva: scarpe importabili, le tezza. ne fatta di pazzi tranquilli Secondo il sociologo è molto manipolabile».[8] micro-short in pieno inverno e stifrancese Pierre Bourdieu, «costituire le donImprigionando la donne in quanto oggetti sim- valoni di pelle in estate; l’idea non na in uno stereotipo atbolici, il cui essere (esse) è traverso il quale passa un essere percepiti (per- è quella di vestirsi per coprirsi, ma la sua accettazione, si cipi), finisce con il porle paralizzano le sue capain uno stato permanente cità di competere per il di vestirsi per sedurre. di insicurezza corporea potere; se la si destabiSul Romanzo

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lizza raffrontandola continuamente a un ideale, evidenziandone l’inferiorità, la si renderà insicura e pessimista, predisposta all’auto-denigrazione e a un forte senso di inadeguatezza. Secondo la scrittrice marocchina Fatema Mernissi, «l’imposizione a livello globale di un ideale estetico femminile è funzionale all’esclusione delle donne dalle dinamiche di potere e dall’accesso alle professioni economicamente e socialmente più edificanti».[9] La letteratura è protagonista, perché le risposte a questa situazione arrivano proprio da alcuni libri pubblicati negli ultimi anni: dall’italiano Il corpo delle donne [10], di Lorella Zanardo, impietosa rappresentazione del desolante panorama televisivo italiano, all’americano Sporche femmine scioviniste[11], della giornalista americana Ariel Levy, che fa derivare l’attuale stereotipo femminile dal mondo della pornografia e dall’immaginario maschilista che considera la donna strumento del suo piacere. Analogo lo scenario che presenta Pamela Paul in Pornopotere[12], inquietante descrizione di come l’immaginario pornografico pervada la realtà che ci circonda, condizionando i comportamenti di uomini e donne. Una domanda, però, rimane ancora aperta: la donna occidentale è davvero solo ed esclusivamente vittima? O, non esiste, forse, un asservimento quasi volontario in funzione di una strada più semplice, che prevede l’affermazione di sé attraverso il corpo, a scapito di cultura, intelligenza e personalità?

8 - Donna allo specchio, di Pablo Picasso, 1932, olio su tela, Museum of Modern Art, New York

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[1] V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Marsilio, Venezia 1993. [2] F. Tourn, L’autodeterminazione della Donna? Un bel problema, in Laicità umiliata, a cura di D. Bognandi e M. Ibarra, ed. Claudiana, Torino 2006. [3] P. Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 1998, p. 80. [4] L. Stagi, Società bulimica, Franco Angeli, Milano 2002. [5] N. Wolf, Il mito della bellezza, Mondadori, Milano 1991, p. 10. [6] L’ABA (associazione bulimia anoressia) è un’associazione senza fini di lucro, impegnata dal 1991 nella prevenzione, informazione e ricerca su bulimia, anoressia, obesità e altri disturbi alimentari. La ricerca ABA è stata condotta dalla Prof.ssa Anna Maria Speranza, docente associato all’Università La Sapienza di Roma, Responsabile Scientifica ABA. [7] P. Bourdieu, op.cit., p. 81. [8] N. Wolf, op.cit., p. 210. [9] F. Mernissi, L’Harem e l’Occidente, Giunti, Firenze 2000, p. 173. [10] L. Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli, Milano 2010. [11] A. Levy, Sporche femmine scioviniste, Castelvecchi, Firenze 2006. [12] P. Paul, Pornopotere, Orme, Milano 2007. Sul Romanzo

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Avevano cominciato a chiamarla “balena” già dalla sua prima apparizione in grembiulone nero e fiocco rosa sotto il colletto di plastica bianca. Era stata sistemata nell’ultimo banco, da sola, perché un’altra bambina non ci stava. Dal primo giorno di scuola la gente diventò tutto quanto girava un collo e s’arrestava un attimo attonita o procedeva con giudizi tirati alle tempie e preclusi al suo sguardo. (Aldo Busi, La Delfina Bizantina, 1986)

La Monstrua Vestida (Eugenia Martínez Vallejo) (part.), Juan Carreño De Miranda, 1680, Museo del Prado, Madrid


Gli Scrittori sui social network (Nu poke ‘e’ cazz toi)

di Alessandro Greco

Nei ritagli di tempo, quando piove e non posso andare in giro per Pescara, la mia città, navigo tra le bacheche Facebook altrui, soprattutto se sono scrittori o aspiranti tali. Certo, questo virtuale andare a spasso può far pensare a una sorta di spionaggio, di voyuerismo virtuale. In realtà, lo è, ma è anche un ottimo modo per imparare qualcosa, un modo moderno per stilare un campionario di varia umanità, rivisitazione hightech di un bestiario medioevale.

Aldo Nove, o dello scrittore folle ella bacheca di Aldo Nove è possibile trovare foto del suo gatto o di modelle seminude miste a preziose gemme di poesia, pillole di intelligenza, concentrati di saggezza e subito dopo «w la patata!» o «chi non salta Berluscono è!». Mitico il suo status su Sanremo «Dice Mazzi che l’auditel della figa di Belen ieri sera è stato calmierato dal Milan sul secondo, altrimenti si tirava ancora su l’audience di una decina di punti attestandosi sopra il 50 come martedì. Secondo me se Papaleo stasera lo butta in culo alla Canalis e la Bertè si suicida in diretta si fa anche il 60. Non ci fossero poi quelle canzoni, di mezzo...». C’è un’altra cosuccia che rende Aldo qualcosa di più del mio scrittore italiano preferito: lui mi manda spesso i poke e ogni volta che leggo «Aldo Nove ti ha inviato un poke» non posso fare a meno di immaginar mi Aldo che clicca sul pulsante «invia poke» con un ghigno sardonico mentre struka el boton e rido, da solo, come uno scemo.

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Gilda Policastro, o della scrittrice stalkerata ilda Policastro ha una bacheca stuzzicante da più punti di vista. Spesso punzecchiata da Massimiliano Parente (altra super bacheca, dissacrante come solo Aldo Busi, si legga La casta dei radical chic o L’inumano, appena uscito), fino a qualche mese fa era un ricettacolo di stalker virtuali, ma offriva spesso spunti per riflettere. La Policastro non è una che cerca il consenso facile, anzi. Le sue uscite danno luogo a discussioni infuocate, ma le vere gemme sono quelle che Gilda riceve in privato e rende pubbliche (avendo cura di omettere il nome del mittente). Mediamente ogni suo post è seguito da 100 commenti (di cui 80 litigiosi)

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Raul Montanari, o dello scrittore serioso a bacheca di Raul Montanari è un po’ più impostata, ma in senso buono. Difficile trovarci un argomento leggero o un post banale. Ultimamente Raul ha scritto una nota nella quale illustrava quelle che, secondo lui, sono le differenze sostanziali tra romanzo e racconto, per esempio, che era (ed è) davvero una chicca: mi ci sono perso. Altra recente perla: il suo “controcorso” di scrittura creativa «Scrivere male per vivere meglio»: un pezzo che tutti gli scrittorisuisocialnetwork (tutt'attaccato) dovrebbero leggere e, subito dopo, smetterla di scrivere.

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Melissa P., o del tragicomico involontario n’altra bacheca che legg(ev)o spesso è quella di Gilda P, cioè no, Melissa P., che ha una bacheca involontariamente tragicomica sulla quale le discussioni fioccano. Melissa è estremamente sintetica, i suoi post difficilmente superano le tre righe, ma sa essere efficace e, almeno per quel che leggo, ha un ottimo rapporto con i lettori. I 100 colpi di spazzola, però, li dà al suo gatto Slotty, prima di dormire.

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Tommaso Pincio, o dell’umile trascrittore nche Tommaso Pincio ha una bacheca spettacolare. L’umile trascrittore cattura spesso la mia attenzione postando stralci di cronaca, di news o di email ricevute con oggetto «hai vinto 1.000.000 $», non sempre facili da cogliere, il tutto arricchito dai ritratti che Pincio, da buon accademico delle belle arti, realizza di suo pugno. Qualche mese fa Pincio ha riportato a spizzichi e bocconi pezzi delle interviste di Sara Tommasi. E non aggiungo altro…

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Dario Borso, o della fascinosa bizzaria uando voglio davvero farmi due risate, esploro la bacheca di Dario Borso. Un personaggio bizzarro (colto, molto colto), ma estremamente affascinante, che ne ha una per tutti. Qualche mese fa ce l’aveva con Sortino (a proposito, Sortino ha chiuso il suo profilo, ci torno tra un attimo), poi con Genna (altra bacheca notevole), ora con Pierantozzi. Dario è uno di quei personaggi “Pane al pane vino al vino”. Non si preoccupa minimamente di “piacere”. Tutt’altro. Pare impegnatissimo nel farsi odiare anche se, a conti fatti, fa più pubblicità lui agli autori che massacra del loro ufficio stampa. E gliel’ha confermato anche Pierantozzi.

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Sortino & Bertante, o degli scrittori suicidi aolo Sortino, dicevo, ha annunciato su Facebook che avrebbe chiuso di lì a poco il proprio profilo, sembrando uno che minacciava di buttarsi dal cornicione. Un suicidio virtuale in piena regola. Alla fine comunque s’è buttato e ha chiuso il profilo. Anzi, no, ora pare sia di nuovo tornato on line. Era un tentato suicidio, insomma. Pure Alessandro Bertrante ha chiuso il suo profilo, ed è un vero peccato. Anche la sua era una bacheca intelligente e ricca, ma Alessandro mi ha confidato che Facebook lo distrae troppo dall’attività letteraria e da altre cose più importanti e così l’ha mollato, non prima di aver creato una Pagina Fan. Sulla Pagina Fan avrei da dire molto, ma mi limito a definirla inutile (in genere, intendo, non – solo – quella di Bertante). Credo che per uno scrittore ci sia una sola cosa più inutile della fan page: il book trailer. Come dire, una fan page qualche funzione potrebbe pure averla, ma il booktrailer davvero fatico a distinguerlo da una pippa (mentale, intendo).

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Antonio Monda, o dello scrittore filosofo n’altra impressionante bacheca è quella di Antonio Monda, lo scrittore e critico letterario residente a Manhattan. La sua è una vera opera d’arte. Monda ha l’hobby di fotografare scene di vita vissuta, spesso ai margini, nelle metropolitane della grande mela. Scatti rubati e pubblicati random. Stupendi. Colti in mezzo alla vita più pura accompagnati da didascalie sintetiche, es. Subway line C, Manhattan 5:03pm o Subway line F, Manhattan 12:13pm. Una bacheca che consiglio assolutamente di visitare. Monda, tra l’altro, ha portato in Italia David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Zadie Smith, Nathan Englander, Jeffrey Eugenides.

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Nome Cognome Scrittore

a questo bestiario high-tech, che a modo suo dimostra tic e manie di scrittori alle prese con Facebook, non posso escludere quelli che sono scrittori sui social network, nel senso che si autodefiniscono tali nei vari profili aperti qui e là. L’aspetto curioso è che la parola “scrittore” non viene messa nella sezione “lavoro” o “interessi”, “hobby”. No, viene messa subito dopo il cognome. Così abbiamo Mario Rossi Scrittore, Claudia Bianchi Scrittrice, Marco Verdi Autore. È davvero ai limiti della perversione, perché “scrittore” è l’unico sostantivo che viene messo accanto al cognome per indicare la professione svolta o desiderata. Non esiste su Facebook nessuno che si definisca elettricista o piastrellista (trovarlo è un impresa nel reale e, a quanto pare, anche nel virtuale). Non esiste nemmeno Alessandro Manzoni Macellaio o Marco Carta Fabbro. Lavori dequalificanti? Non credo sia quello il punto. Su Facebook non esistono nemmeno Marco Gialli Avvocato né tantomeno Alessio Marrone Notaio. Esistono solo scrittori sui social network ed è l’ennesima riprova (semmai ce ne fosse ancora bisogno) di quanto definirsi tali coccoli l’ego. Del resto, le Stamperie a pagamento ormai si pubblicizzano su Canale 5, mica pizza e fichi. Una volta, per curiosità, ho accettato l’amicizia di uno di questi sedicenti «Luigi Rossi Scrittrore»; dopo venti secondi aveva già inondato la mia bacheca di «Ciao, questa è la mia pagina fan e questo è il mio romanzo pubblicato da Albatros, la prefazione me l’ha scritta Maria De Filippi, metti il mi piace!». Sottotesto: ciao, sono un imbecille. Ho dato 7.000 € a una tipografia per stampare delle porcate che avevo sul pc, scritte a 16 anni e rivisitate l’anno scorso. Con altre 1.200 € ho comprato 100 copie e non so a chi cazzo appiopparle, a proposito ne vuoi una? Altri 10.000 € li ho dati a Lady Costanzo per la prefazione. Chiaramente ho eliminato il fastidio, o forse la concorrenza, boh?

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Alessandro Greco Lettore Sul Romanzo

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Le café francophone

«Pompéi, un art de vivre» à Paris

di Ludmilla C. De Paoli

1 - Il Musée Maillol 2 - Il manifesto della mostra Pompéi Tutte le immagini ritraggono ambienti o reperti della mostra, e sono prese dal sito del Musée Maillol

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La vie était-elle douce à Pompéi avant la fatale journée qui arrêta le cours du temps en l’an 79 après J.C et figea pour toujours le destin de cette ville? A quoi rêvaient les Pompéiens, à l’ombre de leurs jardins clos? Quels motifs avaient-ils choisi pour décorer la partie publique de leurs maisons, accessible à tous, et la partie privée, réservée aux intimes? A tous ceux attirés par le drame de la ville ensevelie, le Musée Maillol a offert pendant presque cinq mois (du 21 septembre 2011 jusqu’à le 12 février 2012) la chance exceptionnelle de pénétrer dans ce monde fascinant avec l’exposition «Pompéi, un art de vivre». Ce ainsi que, enfin, je décide de dédier à l’exposition parisienne sur Pompéi le dernier vendredi du mois de janvier. La température est assez douce pour une journée hivernale; la ligne 12 du Métro est, comme d’habitude, pleine à craquer. Je m’ar-

rête à la station Rue du Bac, et le Musée Maillol est à moins de cinquante mètres, au 61 Rue de Grenelle. Je rentre et voilà que devant moi, au moins une quarantaine de personne font la queue pour acheter le billet. L’expo comprend le rez-de-chaussée et le premier étage du musée. Dans la première pièce dans laquelle je rentre, des statues de jeunes femmes et de phallus sont exposées. Le Musée Maillol a choisi de recréer à travers deux cent œuvres provenant de Pompéi et des cités vésuviennes, l’ambiance d’une maison pompéienne. Fresque murales, sculptures, mosaïque et pièces de mobilier nous introduisent au cœur même de la cité qui a révélé au monde moderne les mille facettes de la vie « à la romaine ». Les monuments publics de l’Empire romain ont été construits pour défier les siècles, par contre nul n’imaginait que les maisons existeraient encore après deux millénaires. Au fil du temps elles ont presque toutes disparu, seules celles ensevelies par l’éruption du Vésuve sont parvenue jusqu’à nous. Je regarde et déjà une considération s’impose à moi: notre sens contemporain du bien-être, de l’hygiène, de la relation avec notre corps et surtout du confort, nous rendrait la vie impossible dans une maison de la Renaissance ou du XVIIIe siècle, pourtant somptueuses. Au contraire, par son architecture, ses décorations, le dessin de ses meubles et de ses objets, ainsi que le confort de ses infrastructures, son eau courante aux robinets, son chauffage central, son sauna et l’idée très contemporaine de l’intégration de la nature à la maison, la Domus pompéienne nous paraît, vingt siècles plus tard, parfaitement vivable, agréable et raffinée. Etes-vous prêt pour un tour de la Pompéi d’il y a deux mille ans, au 7eme arrondissement de Paris? Alors, c’est parti !

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Aux rez-de-chaussée je trouve d’abord les Moulages. C’est avec grande émotion que je découvre les corps des victimes. Je les avais vus dans des photos de livres ou des magazines, mais voir ces deux corps, c’est une autre émotion, une émotion vive. Il y a aussi le moulage d’un chien. Comment ne pas être ému en regardant ces trois corps déformés. Ils sont morts depuis vingt siècles, mais ce sont des êtres vivants à l’agonie. Il n’y a là ni art, ni imitation : ce sont leurs os, les reliques de leurs chairs et de leurs vêtements mêlés au plâtre, c’est la douleur de la mort qui reprend corps et forme. La Culina. A l’origine, il s’agissait d’un simple foyer à même le sol. On y a par la suite aménagé une sorte de comptoir maçonné sur lequel du bois ou du charbon étaient brulés. Un trépied soutenant les casseroles était posé sur les braises ainsi obtenues. Les Romains consommaient trois repas par jour : le matin, une collation frugale à base de pain et fromage (jentaculum), à midi un repas léger constitué de pain, de viande froide, de fruits et de vin (prandium). Le repas principal, le diner (coena), débutait entre 15heures et 16heures et durait jusqu’au soir. Nous connaissons les recettes les plus célèbres, celle du grand cuisinier Apicius, grâce à un recueil de la fin du III siècle, mais c’est grâce aux fouilles que nous savons qu’à Pompéi l’alimentation à base de légumes était complétée de viande (poulet et porc), de poisson, de mollusques, d’olives, de noix et de fruits frais. La Maison. Atrium et Triclinium. La domus (la maison à atrium) est d’origine étrusque. Chaque domus abritait une famille et sa familia d’esclaves. Une fois franchi le seuil de la maison, un vestibule conduisait à l’atrium. Celui-ci possédait une large ouverture au centre du toit, recueillant les eaux de pluie dans un bassin qui alimentait une citerne souterraine, seule source d’eau avant la construction de l’aqueduc. Les murs étaient peints à la fresque et les sols composés soit d’un agglomérat de menus fragments de terre cuite, soit de mosaïques. La religion domestique La religion des habitants de Pompéi dérivait du mélange d’ancienne divinité latine, grecque et étrusque, entrées depuis longtemps au Panthéon romain. Chaque maison reflétait la pietas (dévotion) de son propriétaire. Il y avait le larium, ou sanctuaire, qui prenait souvent la forme d’un petit temple dans lequel étaient placées les statuettes des Lares. Cellesci étaient souvent associées au culte de Pénates, protecteurs de la maison et de son patrimoine. Les familles se choisissaient librement leurs Pénates, parmi les grands dieux ou les grands hommes déi-

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fiés (généralement au nombre de deux, l’un pour la nourriture, l’autre pour la boisson). Ces dieux se transmettaient comme un héritage, de père en fils. Dans chaque habitation, on leur réservait une place, au moins un réduit, souvent un autel et parfois un sanctuaire (nommé laraire). Les Pénates sont toujours invoqués collectivement, ils sont attachés à la famille et la suivent dans ses déplacements, au contraire des Lares qui sont attachés au lieu. Il y avait d’autres statuettes qui représentaient les divinités protectrices de la maison ou de la Ville : Mercure, dieu du commerce, Venus, déesse de l’amour et ancêtre des fondateur de Rome, Bacchus, dieu de la vigne, Hercule le demi-dieu et Isis, déesse égyptienne qui promet la vie éternelle après la mort. Mais les croyances ne se limitaient pas à l’univers des dieux, la superstition et la magie jouaient également un grand rôle, comme en témoignent de nombreux objets : des amulettes de pierres taillées et gravées en forme de serpent, de phallus, de mains aux doigts croisés que l’on portait pour se protéger du mauvais œil ou des esprits malins. Terminée la visite au rez-de-chaussée je passe au 1er étage : l’instrumentum domesticum Exposition de la Vaisselle en Argent et en bronze Le diner était l’occasion de faire étalage de sa richesse et de son argenterie, signe de réussite sociale. Les Romain ont emprunté à la Grèce cette forme de luxuria. On distingue plusieurs type de vaisselle : l’argentum potorium ou vaisselle pour boire, l’argentum escarium, ou vaisselle pour manger, et l’argentum balneare ou vaisselle pour le bain. Souvent les pièces sont gravées du nom du propriétaire et portent une inscription. Les objets les plus finement travaillé sont signé par l’orfèvre. Quant à la vaisselle en terre cuite et en verre, en Campanie la céramique était d’ancienne tradition et Pompéi confirme qu’une grande partie des ustensiles était en terre cuite. La ville abritait de nombreux ateliers spécialisés dans la fabrication d’objets et de vaisselle de cuisine, d’office et de table, dont on a retrouvé des fours et des moules. L’heure du bain : les Thermes Toutes les demeures de quelques importance comportaient des thermes privés et souvent même une piscine circulaire avec des marches en gradins. Les Thermes étaient pour le Romains des lieux de rendez-vous, de convivialité e de rencontre. C’est magnifique : on imagine presque les moments de vie quotidienne : les femmes, dans la partie qui leur est réservée, y discutent des dernières modes, des spectacles ; les hommes parlent des affaires de la cité ou de politique. Chacun pouvait s’offrir là

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de longues heures de détentes dans l’illusion d’un bien-être physique qui bénéficiait aussi au moral. Des peintures du Kâma-Sûtra romain Il ne fallait pas aller loin hors des murs de la ville pour trouver d’autres thermes, suburbains, situés à l’extérieur, nommés aussi « thermes du plaisir ». Ils datent de l’époque augustéenne et présentent les mêmes sections que les autres. La partie plus intéressante se situe dans le vestiaire : des peintures représentent les casiers de bois dans lesquels les baigneurs abandonnaient leurs effets. Au-dessous de chacun d’eux on peut voir une peinture érotique des plus explicites. Certains archéologues ont cru qu’il s’agissait d’une manière originale de mémoriser l’emplacement de ses affaires. En fait, il pourrait s’agir d’une présentation sans équivoque des spécialités dont les esclaves pouvaient régaler, à l’étage, le visiteur après son bain. Il était fréquent, en effet, que ce type de prestation fût offert à coté des plaisirs de la conversation, de la lecture ou du sport. La douceur du climat campanien poussait les anciens Pompéiens à ne pas occulter les plaisirs de la chair. Le grand intérêt de la splendide rétrospective sur Pompéi et sur son art de vivre est que ce qu’elle donne à voir - ces statues, ces mosaïques, ces pièces d’argenterie, ces fresques, ces aiguières -, ce n’est pas des chefs d’œuvres d’une métropole artistique, les collections d’un esthète , les richesses accumulées par la munificence d’un roi ou d’un grand seigneur, non, c’est le cadre de vie quotidienne d’une cité ordinaire de l’Empire romain, au milieu du Ier siècle. Pompéi était une ville moyenne, elle ne comptait guère plus de dix mille habitants, quinze mille peut-être. Elle n’était pas un conservatoire de métiers d’art, elle n’accueillait pas de résidences princières. Elle ne doit sa notoriété qu’à la catastrophe qui, en quelques heures, la fit disparaitre, aux cendres et aux pierres qui, pendant dix-sept siècles, conservèrent à l’abri des regards ces précieux témoignage de ce qu’avait produit la civilisation romaine. Pompéi est une borne témoin, un repère. Elle ne nous rappelle pas seulement la fragilité de notre condition face aux colères de la terre, elle nous dit aussi le prix à payer pour la défaillance des volontés humaines. Je sors du musée : la visite est terminée et je fais seulement un vœu : visiter la Ville de Pompéi, la vrai, celle qui est en Campanie, en Italie.

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Come sigillo pònimi sul cuore, Come sigillo sopra il braccio tuo, Perché forte è l’amor come la morte, Dura come l’inferno la passione;

Cantico dei Cantici, VIII, 6. Traduzione di Federico Cinti

L’abbraccio, Gustav Klimt, 1905-1909, Österreichisches Museum für angewandte Kunst, Vienna

Le vampe sue sono di fuoco e fiamme.


Ciò detto

Contaminazioni e interferenze: una lettura dell’opera musicale di Filippo Del Corno

«La giornata è breve, il lavoro immane, gli operai pigri, i salari cospicui e il padrone di casa esigente» (Pirkei Avot II, 15).

«Non è necessario che completi il lavoro, ma non sei nemmeno libero di lasciarlo a metà» (Pirkei Avot II, 17)

di Pierfrancesco Matarazzo

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Apoftegmi del rabbino Tarphon

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1 - Filipp

o Del Co

Chi di voi ha mai ascoltato qualcosa di D.A.V.E. the Drummer? Probabilmente, non ho frequentato le persone giuste o, probabilmente, non ho l’età giusta, la sensibilità (musicale) giusta, la giusta frequentazione delle più grandi discoteche del pianeta. Fatto sta che di acid techno (perché è di questo che si occupa Mr. Drummer) non avevo mai sentito parlare, fino a che un ragazzo dall’aria sperduta, ma dalle parole sicure e dagli occhi inappellabili, ha spiegato al pubblico del Ravello Festival quali fossero i principi di questo genere musicale e come lui li avesse utilizzati per realizzare la cover di un antico cantico medioevale. Il ragazzo in questione (e uso questo termine con il massimo rispetto ed invidia per l’uomo e l’artista che, già in giovane età, ha osato innovare) è Filippo Del Corno. Musicista, compositore e fondatore di Sentieri Selvaggi (http:// www.sentieriselvaggi.org), un gruppo formato da alcuni tra i migliori musicisti italiani, uniti nel progetto di avvicinare la musica contemporanea al grande pubblico. Del Corno ha fatto qualcosa che un artista non fa mai: aprire la propria fucina creativa ai profani, permettendo loro di intravedere l’immagine che l’autore ha chiara in sé fin dal primo battito di pensiero, ma che rimane oscura a tutti gli altri, spesso anche dopo la fine dell’esecuzione dell’opera. Lo ha fatto con estrema chiarezza, facendo apprezzare al pubblico le mille sfumature che si nascondono dietro un gruppo di note, la loro storia, il loro continuo Sul Romanzo

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richiamarsi a un’innovazione passata, cercando di capovolgerla, mischiandola con quelle susseguitesi in altre epoche, sperimentando altri linguaggi, altre forme di comunicazione. Scopriamo allora che un’interferenza sonora può essere fondamentale per generare una contaminazione fra stili diversi, che diventa, a sua volta, architrave ritmica ed emozionale su cui costruire e con cui decodificare l’opera dell’artista. Essere disponibile a riconoscere le differenze fra idee, stili e significati, senza trincerarsi dietro tale disomogeneità, ma da essa partire. Provare a far interferire suoni e linguaggi ad essi sottostanti, registrando ogni possibile rigurgito di diversità che potrebbe ampliare la gamma di fruitori del messaggio di cui l’artista si fa portatore. In questo consiste l’innovazione proposta da Del Corno, che sembra spinto dalla necessità di non fermarsi davanti alle presunte gerarchie che dominano il mondo dell’arte. Anche in letteratura, ad esempio, un’interferenza di pensieri e linguaggi può essere necessaria per scrivere le righe giuste, per rendere essenziale un personaggio, per spingere il lettore a emularlo, desiderarlo, invidiarlo, perché portatore di quello spiraglio lontano in differenti noi stessi di cui ci parla Harold Bloom riferendosi all’opera di Shakespeare. Spiraglio che, a partire dall’abilissimo Iago, poeti, scrittori e drammaturghi hanno spesso cercato di aprire in noi lettori. Chi potrà negare il turbamento che le nostre orecchie hanno subito nell’accogliere le interferenze nascoste dietro le parole di Iago o di n° 2 • Aprile 2012

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2 - Beethoven, Andy Warhol, 1987, Bruce Museum, Greenwich, Connecticut 3 - I Sentieri Selvaggi 4 - Filippo Del Corno e Carlo Boccadoro

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3 Amleto? Due personaggi che pensano troppo, si analizzano troppo, che all’inizio ci appaiono strani, perché rompono la nostra serenità, per poi divenire dolorosi, necessari, spioncini emozionali dietro i quali acquattarci per origliare noi stessi. Aver bisogno di quel «continuo rullo di tamburi dispersi in una giungla lontana» (T. S. Eliot, The use of Poetry and the use of Criticism, Faber & Faber, 1987), difficile da sondare, ma impossibile da ignorare: suoni diversi, interferenze autoritarie e violente a cui si deve rispondere. Oppure, come amava fare Virginia Woolf, si rimane ad aspettare in silenzio le parole giuste, che forse potrebbero apparire appena sotto la superficie del lago di idee a cui affacciarsi ogni giorno: interferenze impercettibili, ma capaci di disturbare la nostra insensata sicurezza. Nella sua ultima opera in tre partiture (Musica Profana — prima mondiale a Roma lo scorso novembre), Filippo Del Corno è partito da un’interferenza proveniente dal passato, per farne tavolozza su cui spalmare il presente; si è ispirato ad antiche melodie medioevali o rinascimentali, spesse radici della tradizione polifonica occidentale, spezzandone il canone con suoni profondamente contemporanei, immergendo la certezza della forma nell’incessante battito percussivo della musica funk, fino a costringerla nei vitrei timbri dell’acid techno. Per realizzare quest’opera, per esternare il messaggio della “sua” interferenza, Del Corno ha impiegato dieci anni, a dimostrazione che la capacità di fermarsi ad ascoltare (che siano i violenti tamburi di T. S. Eliot o le placide idee di Virginia Woolf) necessita di tempo per essere affinata e praticata, accettando di errare (nel duplice senso di perdersi e di sbagliare strada) più e più volte e ciononostante non smettere di cercare. E se, nonostante dotati di pazienza granitica, non riuscissimo comunque a trovare la “nostra” interferenza? Quella che ci fa vibrare l’orecchio, quella che ha permesso a Del Corno di creare un nuovo linguaggio e al pubblico delle sue opere di Sul Romanzo

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porsi nuove domande? Ci fermeremmo a sobillare il nostro orecchio, mentre inizia a opporsi alle interferenze altrui? Ci chiederemmo: «Cosa ha permesso a questo Del Corno di vivere la sua interferenza e a me di disperderla?» La nostra mente inizierà a surriscaldarsi allora, vomitando domande esistenziali e facili scuse per fermare la nostra ricerca. Ma sarà allora che dovremo resistere, solo un battere in più, quel tanto che ci permetterà di capire che la musica di Del Corno avrà generato il dubbio, l’incipit della contaminazione creativa, architrave ritmica e emozionale per l’innovazione; il terrore per una mente che in quel dubbio troverà il cambiamento tanto temuto; l’orrore provato dalle nostre orecchie quando ascolteranno quello che Wallace Stevens definiva «il ronzio dei pensieri elusivi» (Harold Bloom, L’arte di leggere la poesia, Rizzoli, 2010), perché sempre pronti ad evitare la linea retta che la nostra mente gli offre. È a questo punto che ci troveremo a fronteggiare la constatazione del rabbino Tarphon da cui questo viaggio è cominciato. Il tempo da dedicare a questa ricerca sarà certamente più breve del necessario, il lavoro e la dedizione richiesti per arrivare a intercettare la giusta interferenza emozionale saranno intensissimi. Probabilmente non arriveremo mai dove vorremmo, ma ciononostante non sarà possibile fermarsi, perché la contaminazione sarà già iniziata e, parafrasando Dostoevskij, saremo ormai arrivati a pensare che questa ricerca di diversità salverà il mondo.

Filippo Del Corno: Nato a Milano nel 1970, si è diplomato nel 1995 in Composizione al Conservatorio di Milano, studiando con Azio Corghi e Danilo Lorenzini. I suoi lavori sono stati eseguiti da importanti musicisti nazionali ed internazionali presso diversi festival, teatri e istituzioni concertistiche, come il South Bank Centre (Londra), l’Internationale Musikfestwochen (Lucerna) o il Bang On A Can Marathon (New York). Su commissione della città di Copenhagen, capitale europea della cultura per il 1996, partecipa alla composizione collettiva di European Requiem, scritto a più mani da poeti e musicisti di diverse aree e culture d’Europa. Nel 1997, in collaborazione con Angelo Miotto e Carlo Boccadoro, fonda Sentieri Selvaggi, gruppo dedicato all’esecuzione e alla diffusione della nuova musica. Nell’aprile 2001, va in scena la sua opera Orfeo a fumetti, tratta dal libro di Dino Buzzati Poema a fumetti. Nello stesso anno, il suo progetto operistico Non guardate al domani, su libretto di Angelo Miotto e incentrato sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, è selezionato per la fase finale del concorso internazionale Genesis Prizes for Opera. Nel 2005, inizia a comporre Confront Reality, trilogia per orchestra. Nel settembre 2009, debutta per il festival MiTo Settembre Musica il suo lavoro di teatro musicale Io Hitler su testo di Giuseppe Genna, con la regia di Francesco Frongia. Nel novembre del 2011, propone, in anteprima mondiale, la sua nuova opera MUSICA PROFANA presso l’Accademia Nazionale Santa Cecilia, Parco della Musica, Roma, con la collaborazione di Sentieri selvaggi e Carlo Boccadoro. I suoi lavori sono incisi su CD Cantaloupe, BMG Ricordi, Emi Classics, Sensible Records, Stradivarius, RaiTrade e pubblicati dalle edizioni RaiTrade, Ricordi, Suvini Zerboni e Sonzogno. Per approfondimenti: http://www.filippodelcorno.it e www.sentieriselvaggi.org

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5 - Butterfly, Andy Warhol, 1983 6 - The Constructor , El Lissitzky, 1925 7 - How life begins, Lennart Nilsson, 1965 8 - Vortografia, Alvin Langdon Coburn, 1917, Stampa alla gelatina ai sali d’argento Collezione George Eastman House, Rochester, NY

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El Beso, Francesco Hayez, 1859, Pinacoteca di Brera, Milano

«Addio, addio; ancora un bacio e scendo.» (William Shakespeare, Romeo e Giulietta, 1594-1596, Atto III, Scena V) Webzine - anno 2, n° 2 - Aprile 2012

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