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Luglio 2012

sulla VIA della VITA

Anno 1 ­ n. 3

Presenza Pastorale in Ospedale

« Più cuore in quelle mani! »

14 luglio: San Camillo de Lellis, patrono dei malati e degli operatori sanitari per decenni, giorno e notte, ogni sorta di ma­ lati, poveri, moribondi e pezzenti, negli ospedali e nei tuguri di Roma e di altre città d'Italia, durante pesti e carestie. Mani os­ sute e callose, capaci di compiere con dolcezza qualsiasi servizio: «fascia­ re fanciullini, tosare pi­ docchiosi, tagliare unghie nere, nettare lingue ma­ leodoranti, medicare pia­ ghe, lavare poveri pieni d'ogni "schifezza", ra­ schiare pavimenti di corsie sporchi d'ogni lordura, ripulire con affetto infermi gravi e impotenti che "si marciva­ no nelle loro bruttezze", rifare i letti "de' più puzzolenti"».

I1 14 di luglio, nel calendario dei Santi si ricorda la nascita al cielo di Camillo de Lellis, Fondatore dell'Ordine dei Mi­ nistri degli Infermi (Camillia­ ni), i Religiosi che si dedicano alla cura dei malati. La ri­ correnza offre l'opportunità di presentare la figura del Santo. Soldato di ventura, claudicante a causa di una vistosa piaga ad un piede che aveva tentato di guarire all'ospedale S. Giaco­ mo degli Incurabili a Roma, malfermo in salute e tuttavia viaggiatore instancabile, Ca­ millo de Lellis ha percorso in lungo e in largo più volte l'Ita­ lia per assistere malati, soccorrere appestati, riformare con l'esempio ­ e non solo a parole ­ l'assistenza spirituale e corporale agli infermi. «Con gli occhi... col cuore» Negli ospedali del `500, come risulta dai documenti dell'epo­ ca, la situazione sanitaria era drammatica e l'assistenza offerta dagli inservienti era «pessima et abominevole». In qualunque luogo Camillo andava, i malati più ripugnanti, i rifiuti della società, di­ ventavano i suoi prediletti. Nell'accudirli ­ scriveranno i suoi biografi ­ egli «aveva l'anima nelle mani» e «pareva maneggiare la stessa persona di Cristo». Un testimone oculare vedendo come li assisteva aggiungerà: «Nel proprio atto di cibar gli infermi stava egli tanto occupato in quella attione che pareva non gli restasse di far altra cosa nel mondo. Con una mano gli porgeva il cibo in bocca, e con l'altra gli faceva vento, o cacciava le mosche. Con gli occhi compativa alle loro miserie e con le orecchie stava pronto et accorto per obedire a loro comandamenti. Con la lingua gli esortava alla patienza et al fuggire i peccati, e col cuore finalmente pregava Iddio che gli ne desse gratia». Se poi capitava a Camillo di incontrare

Cuore e mani di un Santo

inservienti distratti o stanchi, li esortava dicendo: «Più cuore in quelle mani!». Ogni servizio ­ il più delicato, il più umi­ le, come il più ordinario ­ doveva essere svolto «con la maggior diligentia possibi­ le». Per "diligentia" egli intendeva quel complesso di virtù e disposizioni d'animo che vanno dalla misericordia alla deli­ catezza del tratto, dalla sollecitudine alla pazienza, dal disinteresse all'amabilità, dalla diligente attenzione all'intuito materno. In un dipinto bolognese, l'ano­ nimo artista ritrae con fedeltà il "volto ru­ goso" e "le mani" di Camillo. Sono mani bellissime nella loro composizione anato­ mica, grandi, aperte, con le dita lunghe, nodose, di vecchio ex soldato di ventura abituato ­ fino ai venticinque anni ­ ad impugnare arnesi di guerra, poi a servire

Mani abituate a servire «con quella amorevolezza che sogliono far le madri verso i propri figli infermi». Cuore e mani d'un santo "protettore" che riuscirono a riformare anche l'Ospedale Ca' Granda di Milano, struttura il cui Consiglio di Dire­ zione lo volle con i suoi Figli per riordi­ nare il servizio ai malati e ritenne poi di pubblicare le sue Regole che s'osservano nell'Hospitale Maggiore di Milano per servire con ogni perfettione gli infermi. Ai nostri giorni, sia nelle strutture pubbliche della salute come in quelle private, e nei luoghi di accoglienza per gli anziani, Ca­ millo può insegnare ancora molto. È un Santo da riprendere in considerazione in fretta perché ci spieghi il suo segreto: co­ me trattare il malato da uomo, da fratello, da figlio di Dio. P. Domenico Fantin

(Direttore della rivista Missione Salute)


Per te, piccola Ilenia… e per noi. A proposito della sofferenza degli innocenti

Nel giro di un mese o poco più nel reparto di Patologia Neo­ natale mi sono imbattuto quattro volte nella morte di piccoli cuccioli d’uomo che hanno attraversato per poco tempo il no­ stro mondo, e ne hanno conosciuto solo la dimensione di pena e sofferenza. Avverto un grande senso di ammirazione e stima per il personale sanitario e assistenziale che colà vive quotidia­ namente vis a vi il confronto col mistero del dolore dei piccoli e, forse ancor più, dei loro genitori e famigliari. Vedo tutta la loro dedizione e premura nell’alleviare le sofferenze, nel prova­ re a dare un’opportunità a quelle fragilissime esistenze che ma­ dre natura in altri tempi avrebbe selezionato senza tanti se e tanti ma. Sono contesti dove a volte ci si domanda se sia il ca­ so di insistere o se non sia più liberatorio per tutti desistere. Te­ ma di bioetica molto delicato, che intercetta sensibilità ed opinioni diverse, ma non è di questo che voglio parlare. Come cappellano ho avuto modo di essere confrontato in mo­ do più esplicito dai genitori di una di queste piccole creature, « Papà Pierpaolo (i nomi di tutti i protago­ nisti sono di fantasia) e mamma Alessia hanno concordato con me il profilo da dare a questa cerimonia funebre per la piccola Ilenia, ­ cerimonia che vuole cercare una linea di rispetto per tutte le sensibilità che sono presenti nell’ambito famigliare dal punto di vista dell’orientamento umanista­spiri­ tuale­religioso; ­ la morte della piccola Ilenia non è certo il luogo di confronto e dibattito fra visioni metafisiche diverse, anzi: noi oggi voglia­ mo vivere un momento che è nel segno dell’incontro, e il motivo della condivisio­ ne sta proprio nel rispetto e ancor più nell’affetto che ognuno di voi porta per Ilenia. Per cosa è vissuta Ilenia nei suoi cinque messi di grande sofferenza? Questa è una domanda che ci convoca tutti e ci provo­ ca. Il suo piccolo corpicino martoriato, che ha potuto trovare pace e riposo para­ dossalmente solo nella morte, ci mette davanti alla domanda del senso della sua vita. Chi, come voi, ha vissuto in prima persona questo dramma non potrà uscirne facendo finta che sia stata solo una parentesi e che ci penserà il tempo a lenire il dolore. Se un primo significato ha avuto questa piccola, esso sta proprio nell’averci messi tutti davanti a questa terribile domanda e nell’averci inquietato. Ogni volta che Pierpaolo mi vedeva, non perdeva occa­ sione di buttarmela là la questione: potrei anche cavarmela dicendo che quello della sofferenza degli innocenti è un dilemma che ha tormentato la teologia per secoli, e

sia dal punto di vista etico sia ancor più dal punto di vista re­ ligioso. Vale la pena far di tutto per dare ad una bimba un fu­ turo fatto di umiliazione? Cosa fa intanto Dio che se ne sta beato nei cieli? Esisterà davvero Dio se lascia che accadano queste cose? Uno dei genitori si dichiara ateo – “anche se si considera molto più spirituale di tanti cattolici” – e l’altro cre­ dente ma con tanti punti di domanda. È stata forse la dispera­ zione più che la consonanza delle visioni a far nascere fra noi una simpatia, sta di fatto che mi sono trovato con loro ad organizzare un rito funebre che incontrasse la sensibilità di tutti i famigliari presenti, atei o religiosi che fossero. Si tratta di una riflessione fatta nella cella mortuaria alla presenza della piccola bara, al termine della quale c’è stato un mo­ mento di silenzio perché i presenti potessero raccogliersi in una preghiera interiore o dare una testimonianza. Riporto inte­ gralmente la mia riflessione, fatta di domande aperte più che di risposte.

che pertanto non sarò certo io quello che ci mette il punto fi­ nale. Per chi crede in un Dio che ha le tre prerogative assolute della onni­ potenza, della bontà e della giustizia, diventa un grattacapo capire come mai Egli non intervenga a rimediare ad un male come questo. I nostri ragionamenti fanno presto ad arrivare alle conclusioni: ­ è davvero buono e non interviene? Forse è perché in realtà Egli non è onnipotente! ­ è onnipotente e non interviene? Forse non è così buono e giusto come lo si di­ pinge! Ecco perché la questione della sofferenza degli innocenti costituisce “scandalo” (cioè ostacolo alla fede). Davanti a questo dilemma i credenti possono arrivare a rea­ zioni o soluzioni diverse: ­ la rivolta a Dio che tradisce le promesse inerenti al dono della vita (la dà per poi toglierla); ­ affidarsi comunque a Dio perché è Lui a

sapere il mistero ultimo della vita mentre noi lo capire­ mo solo dopo essere sciolti dai limiti del sapere; ­ accettare supinamente il fatto che, in ogni caso, la creazione è opera sua e, come dire?, sono affari suoi il come gestisce le cose (chi siamo noi per mettere becco, noi argilla nelle mani del vasaio?) ­ disquisire sul senso profondo di parole come onnipotenza: Dio usa il suo potere come faremmo noi uomini oppure coniu­ ga l’onnipotenza con l’estrema vulnerabi­ lità (è così onnipotente da lasciarsi trafiggere! Cf. Gesù sulla croce)? ­ disquisire sul rapporto onnipotenza­li­ bertà: se Dio, per un momento di compassione, cambia le leggi naturali che Lui ha impresso alla creazione (e la morte, la selezione naturale sono parte di queste regole), non ci sta forse trattando come dei minori incapaci di accettare le sfide della vita? non sarà piuttosto che Lui con gli aspetti critici intende spronare l’umanità a rimboccarsi le maniche e tro­ vare da se stessa le soluzioni (in fondo segue a pag.3


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quell’uomo che si pone domande – a differenza del resto del mondo vivente che muore e basta, senta tante storie – è anche un uomo che può organizzarsi per risolvere i problemi!)? ­ disquisire sulla questione della giustizia di Dio: se noi usiamo espressioni come “sofferenza innocente”, significa che ammettiamo implicitamente l’esistenza di una sofferenza non innocente; proba­ bilmente permane nel fondo l’idea che male e dolore siano il risultato di una colpa atavica dell’umanità, una forma di espiazione, di purificazione, di rimedio. A modo suo la Bibbia (che ragionava con l’idea collettiva: il singolo è valore in quanto parte del popolo) parlava di Dio che punisce fino alla quarta generazione ma che poi ha pietà e recede dall’ira (in fondo il dogma del peccato originale vie­ ne da lì): un po’ difficile per noi accettare l’idea che qualcuno sia punito per colpa di altri, siano pure genitori o nonni. Dire che anche un neonato ha comunque il peccato originale e che pertanto è soggetto al male, non può essere una ri­ sposta accettabile. Del resto Gesù l’ha esplicitamente escluso: cercare il perché causale (di chi la colpa) di certi mali è tempo perso; caso mai essi ci spronano a individuare il perché finale: cosa ne faccio di questo concreto male che mi ritrovo? A che cosa voglio orientarlo per sottrarlo alla sua assurdità?

Tutti questi tentativi di risposta conferma­ no un fatto: il credente davanti al male si trova nelle stesse paludi e ombre del non credente, il quale forse da questo punto di vista è più sgravato di tante questioni. In un certo senso, se Dio non c’è, tutto è più semplice. È la natura a parlare per se stessa: dà e toglie come le pare e nessuno le può sollevare obiezioni. La natura non è né buona né cattiva: è quel che è! Dalla polvere si nasce e alla polvere si torna. Al più – se colpevoli si vogliono cercare ­ si può muovere accuse all’uomo, il quale cerca di dominare la natura, conoscerla, governarla, modificarla…, manipolarla per asservirla. Se ci sono “peccati”, si pre­ ferisce cercali nell’intervento o nelle omissioni umane, nelle negligenze, nelle pretese e nelle illusioni che rompono il naturale equilibrio col mondo. Anche nella via laica, a me pare, c’è un orientamento al perché finale più che a quello causale: tanti genitori messi tragi­ camente a confronto con un dolore inaccettabile hanno trovato come sbocco al dolore l’avvio di iniziative solidaristi­ che, avviando associazioni per questo o quel problema sociale... Hanno fatto sì che il sacrificio del loro caro apportasse almeno un frutto alla comunità; in questo modo hanno sottratto la grave perdita all’assurdo e le hanno conferito il caratte­ re di “sacrificio”. Almeno, non è morto invano!, si dice. Dal male è nato qualcosa di bene. Ho presentato alcune aporie e sfide alla Questo è anche quanto io mi auguro in fede nelle quali si trova chi è credente. questa situazione. Che la breve e sofferta

vita di Ilenia possa lasciare qualche buona traccia. ­ Nelle forti crisi, i nuclei famigliari tendo­ no a polarizzare o verso una maggiore compattezza o verso la divisione: io vi au­ guro di fare della piccola Ilenia una ragio­ ne per scoprire e alimentare fra voi vera solidarietà e amore. ­ La sofferenza ha la rara capacità di farci cercare ed apprezzare l’essenziale: di soli­ to sono i genitori ad introdurre i figli ai valori della vita, ma per una volta Ilenia ha fatto l’inverso, vi ha aiutati a capire ciò che vale di essere vissuto e ciò che invece è effimero. ­ La morte di Ilenia io credo debba anche aiutarci a crescere nella nostra spiritualità (e sto distinguendo spiritualità da religio­ sità): c’è un filo che tiene unite le perso­ ne, un filo che vada oltre la morte, un filo che permetta a Ilenia di non scomparire nel nulla? Se esiste quel filo, cercatelo. Ma vi posso già dare un suggerimento per la vostra ricerca: potrà mai la morte spezza­ re una realtà pura ed assoluta quale l’amore? Ilenia non potrà morire finche in voi ci sarà amore per lei, quell’amore che avete cercato di farle sentire in ogni ma­ niera. E se mai, Alessia e Pierpaolo, la vita vi farà il dono di un figlio o una figlia, a Ilenia non sarà tolto il suo titolo di pri­ mogenitura. È lei che vi ha resi per la pri­ ma volta madre e padre. E lo sarete per sempre. » P. Edoardo G.

"i miei passi incerti e tremanti" L'esperienza della novizia Michela, tra noi.

Dopo un periodo di collaborazione con la Cappellania Ospedaliera, Michela, una giovane novizia Canossiana, lascia la nostra comunità per poter proseguire nel suo cammino vocazionale. In segno di ringraziamento, verso le persone ammalate che ha incontrato e verso il personale del reparto di Pneumologia dove ha svolto la sua missione, ha voluto lasciare uno proprio scritto rivolto alla fondatrice Santa Maddalena di Canossa, ringraziandola per la possibilità che le è stata concessa di vivere un esperienza di carità. Ricordo benissimo, Maddalena, il giorno in cui ti ho incontrata: era il 30 agosto 2004; ero una giovane come tante, spensierata e libera, amavo la vita con tutto l’entusiasmo e la freschezza dei miei 25 anni. Non immaginavo minimamente che tu eri la fondatrice di un istituto reli­ gioso!! La prima volta ti “ho vista” brillare negli occhi di una tua Figlia, una madre canos­ siana, che con passione viveva la sua chia­ mata. La sua vita mi ha provocata fin da subito perché vedevo trasparire dal suo volto una pace e una gioia così profonde da sembrarmi irreali. Intuivo che la fonte mistero. Frequentandola ho avuto modo era Gesù, ma come Lui potesse trasfigura­ di scoprire una nuova modalità di vita: re così una persona, bè… per me era un quella al seguito di Gesù attraverso la vita

consacrata; allo stesso tempo mi sono avvicinata sempre di più a te. In un secondo momento ti ho “incon­ trata” leggendo i tuoi scritti e ti ho sco­ perta molto vicina alla mia vita: mi sono entusiasmata e mi sono sentita fin da subito “a casa” nella tua famiglia religiosa perché nella tua vita scoprivo la mia!. E poi quelle tue frasi dette alle tue Figlie: “Gesù non è amato perché non è cono­ sciuto. Soprattutto fate conoscere Gesù!” e “vi chiamerete MADRI perché di madre dovrete avere il cuore!”… quanto mi hanno provocata!. Allora non capivo cosa quelle tue parole toccassero di così pro­ fondo dentro di me da farmi battere forte il cuore. segue a pag.4


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E’ stata poi la vita a darmi la risposta. Oggi, 4 luglio 2012, sono una donna di 33 anni ho detto SI e sono una tua novizia. Una volta intuito che il Signore mi stava chiamando a seguirlo più da vicino, con il cammino del noviziato è iniziato un tempo di ricerca molto forte ho fatto esperienza di vita comunitaria, di preghiera e so­ prattutto di formazione in preparazione alla vita consacrata. Dura 2 anni. Il primo anno è dedicato in particolare alla forma­ zione e alla preghiera, mentre il secondo è più improntato all’apostolato. Uno dei servizi che mi è stato affidato dai miei superiori è stato quello di collaborare con i padri Camilliani nell’assistenza all’ammalato nell’Ospedale di Borgo Trento. I miei passi erano un po’ incerti e tremanti quando sono entrata per la prima volta nel reparto che mi era stato affidato: la Pneu­ mologia, ma il mio cuore era pieno di gio­ ia perché stare vicino alle persone ammalate è ciò che più desideravo. Forse non tutti sanno, Maddalena, che pri­ ma di dedicarti all’educazione dei giovani attraverso la scuola e la catechesi, il tuo ca­ risma personale era l’assistenza agli amma­ lati. Sensibilità nata dalla sofferenza vissuta nel tempo della tua adolescenza. Tu avevi capito che non basta la salute per essere felici, ma occorre avere cuore e buone re­ lazioni umane … e soprattutto cercare una relazione personale con Gesù, spe­ cialmente nel tempo della malattia. Ecco perché quell'incitamento alle tue fi­ glie “fate conoscere Gesù”! La medicina da il suo grande contributo e

tu lo hai sperimentato più volte, ma non è sufficiente. Occorre “qualcosa di più” e quel di più io l'ho imparato stando a fianco dei padri Camilliani: è il contributo spiri­ tuale nella dimensione della fede. Per me, novizia, ancora un po’ acerba in questo campo, questo contributo si è tra­ sformato in segni di presenza e ascolto. AMORE DA DONARE. Grazie ai padri Camilliani ho potuto approfondire l’aspetto dell’ascolto, dell’ac­ coglienza e dell’empatia, migliorare il mio rapporto con gli ammalati e… allo stesso tempo intuire il senso della MIA chiamata come Canossiana: quella di diventare le mani consolatrici di Dio verso tutte le persone, giovani o adulti, sani o ammalati, specialmente i più poveri, e sviluppare così quel cuore di madre che tanto desideravi dalle tue figlie!! Il 9 settembre di quest'anno farò la mia prima professione e diventerò Figlia della Carità Canossiana, Serva dei Poveri. Ti ringrazio Maddalena per il dono della tua vita in me. Grazie che mi fai sperare in ideali alti ma non impossibili. Grazie che lasci nelle mie povere mani il tuo carisma, il dono che lo Spirito ti ha consegnato perché lo passassi ad altri. Ora che è nelle mie mani con un pò più di consapevo­ lezza, ti chiedo di accompagnarmi e di aiu­ tarmi a conservarne la bellezza. Michela Rota Anche noi ti ringraziamo, è stato un dono grande averti con noi, ed aver condiviso parte del tuo cammino di formazione. Ti auguriamo tanta felicità e tanto amore verso i più bisognosi, e con la nostra preghiera affidiamo a Dio Padre il tuo futuro.

Ci h@nno scritto… ci h@nno chiesto…

Invito alla collaborazione

Chi vuole, può collaborare inviando il proprio contributo per il giornalino: testo, immagini, domande, segnala­ zioni,..., alla mail: sullaviadellavita@gmail.com O contattando i cappellani. Grati per quanto vorrete donare a questa causa, con stima ed amicizia. La Redazione

Orario SS. Messe Borgo Trento

Chiesa centrale

Feriale 7.15 ­ (15.30 sospesa fino a Sett) Prefest. 16.15 Festiva 11.00

Geriatrico

Feriale 7.15 Festiva 10.30

Maternità

Festiva 10.15 (Sospesa fino a Sett.)

Polo Confortini (Festive)

Cappella 17.00 Cardiologia, (3° p. Azzurro) 9.30 Chirurgia, (5° p. Arancione) 11.00

Borgo Roma

Feriale 17.00 Prefest. 17.00 Festiva 10.30 ­ 17.00 sulla VIA della VITA Periodico del Servizio Religioso presente nell’Ospedale di B.go Trento, Verona. Il bollettino viene distribuito in cartaceo e in digitale sul sito Aziendale Ospedale Civile Maggiore B.go Trento ­ Verona Telefono: 045.812.2110 email: sullaviadellavita@gmail.com EDIZIONE ONLINE http://issuu.com/sullaviadellavita

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N.3 A.1 Sulla VIA della VITA