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Troppe storie sembrano storie dell’altro mondo, ma lo spazio in cui accadono è qui e ora. Periodico di culture migranti e dell’accoglienza Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma 2 e 3, Catania – reg. Trib. di Catania n°19 del 5 Giugno 2012 – distribuzione gratuita

anno 4 - N° 3 - dicembre 2012

Impresa Migranti-Italia La presenza degli immigrati, un’incredibile opportunità di crescita per il Paese

Il giro del mondo in 7 paesi Nuove e vecchie nazionalità presenti in Europa Le testimonianze di chi ha scelto l’Italia

Le cooperative nutrono il mondo Storia di un modello che continua a sorprendere

Circuito Glocale Migranti e cooperazione sociale Un’alleanza per lo sviluppo locale


1 Oltre i confini anno 4 - N° 3 - dicembre 2012 (sqm12)

2

Impresa migranti - Italia La presenza degli immigrati, un’incredibile opportunità di crescita per il Paese

5 Dal lavoro per i migranti al lavoro con i migranti Intervista a Mauro Maurino, Connecting People

6 La cooperazione nel mondo Una storia antica e moderna

9 Migranti tunisini e cooperatori sociali Insieme per un nuovo Welfare in Tunisia

Direttore responsabile Serena Naldini direzione@storiediquestomondo.it Direttore editoriale Salvatore Ippolito Comitato scientifico Riccardo Compagnucci, Antonio Ragonesi, Salvatore Ippolito Comitato di direzione Mauro Maurino, Orazio Micalizzi

12 Il giro del mondo in 7 paesi 22 L’asilo in Europa

Un confronto tra paesi

26 Press & News

Caporedattore Salvo Tomarchio

29 Terza Pagina

Redazione Via Sciarelle, 4 95024 Acireale (CT) redazione@storiediquestomondo.it

30 Lettera alla redazione

Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau

Progetto grafico e impaginazione Tribbù - Acireale (CT) Direttore creativo Andrea Catalano Proprietà Consorzio Connecting People Onlus Via Conte Agostino Pepoli, 68 91100 Trapani Editore Fondazione Xenagos Via Sciarelle, 4 95024 Acireale (CT) Registrazione Tribunale di Catania n°19 del 5 Giugno 2012 Stampa Fiordo srl - Galliate (No) In redazione Agrin Amedì, Massimo Tornabene, Claudio Praturlon, Moreno D’Angelo, Arianna Cascelli

Hanno collaborato Mourad Aissa Emil Sherko Mohamed Osman Giulia Miccichè Stéphane Ebongue Koube Francesco Lauricella

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Mauro Maurino Vicepresidente Fondazione Xenagos

Oltre i confini

M

esperienza è destinata a far crescere solo la persona che entre scriviamo questo editoriale, una nostra la vive e nessun altro. delegazione si trova in Tunisia per aprire la Ma i migranti fanno parte del presente dell’Italia, e del sede della Fondazione Xenagos. Un altro suo futuro. Sono delle famiglie migranti, i bimbi che passo avanti nel percorso che questo numero di Storie di evitano al nostro Paese un saldo demografico negativo. Questo Mondo ci invita a compiere: guardare ai migranti Non possiamo continuare a considerare il fenomeno e alle migrazioni come un’opportunità di internazionalizmigratorio come un elemento di passaggio. Dobbiamo, zazione dei nostri territori, capaci non solo di solidarietà invece, interrogarci su come usarlo in modo intenzionale e accoglienza, ma anche di valorizzare coloro che arrivaper far crescere la nostra società globalizzata. no. Per crescere nonostante le differenze, nonostante la L’Italia della crisi è anche quella che reagisce stizzita crisi. Uno sguardo moderno, che usa la globalizzazione e alla nostra proposta di riorganizzazione del sistema di i suoi meccanismi, talvolta perversi, per costruire legami accoglienza, pubblicata sull’ultimo numero della rivista. di giustizia e non di sfruttamento. L’Italia che trova diffamatoria anche la critica che prova La crisi economica che attraversiamo sposta i punti a costruire, anche la riflessione che chiede partecipadi vista. La politica italiana non nomina nemmeno più zione. Proviamo a precisare e definire meglio il nostro la questione delle persone che arrivano nel nostro Paese pensiero, perché in questi frangenti dal Sud del mondo. Sembra che tutta perdere tempo a litigare rappresenta la tematica delle migrazioni si possa una colpa. Il nostro quotidiano ci sproesaurire nella concessione di cittadiesiste una dimensione na a pensare e ad agire, rimandando nanza per i nati in Italia. ad altri momenti il lusso di ingaggiare Nel frattempo, però, il mondo va avandi promozione oltre battaglie ideologiche o retoriche. ti. L’emergenza Nord Africa volge al l’assistenza Abbiamo bisogno di nuove idee, di termine e notizie di stampa annunciano sperimentare anche quello che 10 anni una prossima “invasione”. Nel correre fa sembrava irrealizzabile. Costruire dietro alle urgenze, appare impossibile reti d’impresa orientate ai migranti era impossibile, la trovare del tempo per fermarsi a pensare, un miraggio sentenza era inappellabile: questo settore non avrebbe dedicare spazio all’immaginare. mai lasciato spazio all’impresa sociale, ma sarebbe Tentiamo di farlo con la nostra rivista, cercando di scasempre rimasto campo dell’assistenza, appannaggio di vare nella storia di alcuni dei Paesi di provenienza dei organizzazioni pubbliche o caritative. migranti, dando conto dei primi passi della cooperazione Dieci anni non sono passati invano. Ciò che si muove sociale fuori dai nostri confini e azzardando qualche sotto traccia dimostra che i tempi sono maturi: esiste una riflessione a partire dall’analisi di numeri e dati. dimensione di promozione oltre l’assistenza, che forse Raccontiamo alcune storie, frutto di interviste a chi, un consentirà di spezzare il circuito di dipendenza, dando giorno, ha deciso di lasciare il proprio Paese. ai migranti opportunità di protagonismo e autonomia. Spesso la molla della partenza è una progettualità preè uno spazio disponibile e accessibile all’impresa cisa, che fino ad oggi, come Paese che accoglie, non sociale che si allea con il privato profit più illuminato, ai abbiamo provato a strutturare. Lasciati alla spontaneità, giovani governi in cerca di risposte di giustizia, alla poi fallimenti e i successi dei cosiddetti progetti migratori litica italiana chiamata a garantire un quadro normativo restano soltanto individuali. Senza contenitori organizche aiuti la crescita di socialità e impresa. zati per dare un senso collettivo al singolo destino, ogni

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a partire dalle comunità nazionali

Impresa Migranti-Italia La presenza dei migranti sta offrendo all’Italia

Negli

ultimi 20 anni si sono regolarmente stabiliti in Italia quasi 5 milioni di migranti stranieri. Nel 2010, 66 mila stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana. 650 mila sono gli immigrati di seconda generazione nati in Italia ma senza cittadinanza, mentre quasi un milione sono i minori migranti. La stragrande maggioranza è arrivata attraverso la propria iniziativa individuale, utilizzando le proprie reti di intelligence migratoria. A differenza delle migrazioni massicce di manodopera nei paesi europei degli anni Cinquanta e Sessanta, i “nostri” migranti - ormai il 7,5% della popolazione - non sono stati richiesti formalmente dal mercato del lavoro, ma hanno scovato le nicchie rimaste scoperte del nostro sistema, caotico e poco strutturato. Si tratta, infatti, di forza lavoro molto flessibile, che si adatta a vari settori lavorativi. Tra il 2005 e il 2011, mentre i posti di lavoro dei cittadini italiani si riducevano del 3,4%, l’occupazione degli stranieri in Italia è aumentata quasi del 97%. In media, la popolazione immigrata è più giovane di quella italiana (32 contro 44 anni) e contribuisce al riequilibrio demografico con circa un sesto del totale

2| SQM

Occupazione in Italia +97% -3,4% dal2005al2011 STRANIERI

ITALIANI

una grandiosa possibilità di rivitalizzazione

economica, culturale e sociale

delle nuove nascite. Gli stranieri versano annualmente oltre 7 miliardi di contributi previdenziali e hanno un lungo periodo di contribuzione prima del pensionamento. In Italia gli stranieri rappresentano l’8,2% di tutti i contribuenti e dichiarano un reddito complessivo di 41 miliardi di euro - il 5,3% del totale dei redditi nazionali - e un reddito medio di oltre 12 mila euro. Nel 2010 gli immigrati hanno prodotto rimesse per oltre 6,3 miliardi di euro, pari allo 0,41% della ricchezza complessivamente prodotta a livello nazionale. Nel 2011 su 6 milioni di imprese operanti in Italia, 440.145 sono condotte da stranieri, cioè il 7,4% del totale. Nonostante la crisi, le imprese straniere hanno registrato a fine anno un saldo positivo di oltre 26 mila unità, al contrario delle aziende italiane che sono, invece, diminuite di oltre 28 mila. Tra il 2005 e il 2011 l’imprenditorialità italiana si riduce del 9,3%, l’imprenditorialità straniera cresce del 48,7%. Sono circa 250.000 i titolari di impresa stranieri, di cui il 22,4% donne e il 48,9% sono artigiani. L’imprenditoria straniera in Italia è concentrata in poche nazionalità. Il 56,3% dei titolari di impresa stranieri

proviene da soli quattro paesi, gli unici con quote non inferiori al 10%: Marocco (16,5%), Romania (15,1%), Cina (14,6%), Albania (10,0%), che rappresentano i gruppi più stabili e con una percentuale molto alta di ricongiungimenti familiari. L’imprenditorialità straniera si concentra nei settori a basso contenuto tecnologico e con una elevata intensità di lavoro manuale. Il 71,9% opera nei settori delle costruzioni (36,2%) e del commercio (35,7%); il 9,7% nell’industria in senso stretto. Si tratta di un fenomeno di notevoli dimensioni, indicativo del dinamismo e della flessibilità dei migranti che ormai non cercano solo un reddito da lavoro dipendente, ma intravedono delle possibilità di impresa autonoma, dimostrando un alto indice di inserimento nel tessuto produttivo e sociale, nonostante la debolissima protezione offerta dalle istituzioni, l’imperare del lavoro informale e la scarsa propensione al rischio dell’imprenditorialità italiana. D’altra parte, non mancano gli indicatori di disagio, ad esempio a livello abitativo: il problema coinvolge il 34% degli stranieri rispetto al 14% degli italiani. Anche un piccolo numero di profughi (circa 236 mila dal 2000) ha cercato di


A partire dalle comunità nazionali

trovare fortuna in Italia con dubbia riuscita, data l’anarchia del nostro mercato del lavoro in cui non si può entrare in modo formale. La maggioranza è scomparsa nelle pieghe dell’irregolarità; sono solo 80 mila coloro che hanno ricevuto una qualche forma di permesso di soggiorno umanitario o di protezione internazionale, ma, secondo varie fonti, molto spesso accompagnata a gravi difficoltà d’inclusione economica e sociale. A differenza dei cosiddetti “migranti

in Italia il 56,3% degli imprenditori stranieri proviene da:

{

Lo studio delle reti d’intelligence dei migranti e la promozione di forme associative delle comunità immigrate rappresentano altri canali per il potenziamento dell’imprenditoria degli stranieri, da agire in sinergia con lo sviluppo di cooperative operato dalle organizzazioni italiane. Questo è un ribaltamento di prospettiva, una dimensione nuova in cui gli operatori del settore immaginano forme di lavoro con i migranti e non per i

Albania Cina

14,6% 15,1%

10,0%

Romania Marocco

16,5%

43,7%

altro

economici”, migliaia di rifugiati riconosciuti come tali vivono in condizioni precarie ai margini delle metropoli italiane, in case occupate, tendopoli e capannoni, dopo aver attraversato più volte i circuiti d’accoglienza gestiti da vari enti istituzionali. Questa situazione pone serie ombre sull’efficacia del nostro sistema di accoglienza e impone un processo urgente di riforma (n.d.r. la nostra rivista ha trattato questo tema in chiave monografica nella pubblicazione di settembre - ved. Storie di Questo Mondo, num. 2/2012). La presenza dei migranti sta offrendo all’Italia una grandiosa possibilità di rivitalizzazione economica, culturale e sociale che rende necessaria innanzitutto un’inversione di tendenza nell’atteggiamento degli operatori dell’immigrazione. Perché non investire quota parte delle risorse destinate all’accoglienza e all’integrazione per stimolare l’organizzazione del lavoro migrante in forma d’impresa individuale e collettiva? La cooperazione sociale (e il modello che incarna), che negli ultimi anni ha fatto il suo ingresso nella gestione territoriale dell’accoglienza dei profughi, potrebbe fornire un’importante spinta in questa direzione, appoggiando le istituzioni locali nella costruzione delle condizioni necessarie per un avvio al lavoro delle migliaia di persone accolte durante le ultime emergenze.

migranti, realizzando attività inedite in linea con la vocazione delle proprie imprese, costruendo forme associative con gli stranieri e creando ponti con l’imprenditoria dei migranti. L’immigrazione spontanea, così come i flussi non programmati (profughi), creano vulnerabilità e possono essere soggetti ad abusi. La scommessa è questa: trasformare la debolezza della presenza migratoria in forza e potenzialità per nuova impresa. Dopo anni di litanie sull’immigrazione come una straordinaria risorsa, è tempo di considerare i nuovi cittadini come un concreto volano produttivo. Questo cambio di ottica implica innanzitutto la realizzazione di un sistema di azioni di sviluppo imprenditoriale. Esistono ambiti del mercato del lavoro in declino o abbandonati che si prestano a essere presi in mano da una logica non profit - innovativa per questi settori - e sviluppati anche grazie all’alleanza con i migranti. Le scarse risorse dedicate all’accoglienza, in questo quadro, diventano un finanziamento iniziale capace di combinarsi con le potenzialità del mondo della cooperazione sociale attiva sul territorio, per facilitare la costituzione di imprese miste di italiani e stranieri, anche fornendo il necessario accesso al credito. L’organizzazione ispirata al modello cooperativo del lavoro immigrato e italiano assieme al sostegno e all’impulso

proveniente dalle reti di relazioni e dalle comunità straniere possono dare forza negoziale ai nuovi progetti di impresa per un consolidamento sul mercato del lavoro. Negli anni Settanta e Ottanta, l’emigrazione ha svolto un importante ruolo propulsivo nel processo di sviluppo dei paesi del Mediterraneo. Nel contesto internazionale attuale, emergono con forza le grandi potenzialità esistenti nei paesi che si avviano a una fase di ricostruzione post-bellica o post-dittatura, durante la quale i bisogni di impresa e di lavoro organizzato divengono particolarmente pressanti (solo per citare alcuni esempi, Tunisia, Egitto, Somalia, Costa d’Avorio). L’impresa Migranti-Italia ha una naturale vocazione all’internazionalizzazione. La promozione d’imprese e cooperative a partecipazione mista potrebbe rappresentare un punto di partenza anche per la ricostruzione o per lo sviluppo dei paesi di origine dei migranti stessi. In questo quadro, in vista di una naturale estensione delle attività produttive e dei servizi offerti in Italia, diventa essenziale lo studio delle possibilità occupazionali e di impresa esistenti nelle zone di partenza, in modo da preparare il terreno a un processo di ritorno e circolarità, in cui la diaspora entri in rapporto con il proprio paese di origine, sfruttando le potenzialità d’impresa per offrire servizi, attività produttive e modelli organizzativi specifici maturati nei paesi di approdo.

il 7,4% delle imprese sono condotte da stranieri. Sono circa

440.145

gli stranieri rappresentano

8,2%

l’ di tutti i contribuenti

Salvatore Ippolito

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A partire dalle comunità nazionali

Storia, immigrazione e lavoro intervento di fosco corradini del cna world

“Un

possibile strumento per rendere facilmente comprensibile un fenomeno, in specie quello legato all’immigrazione in Italia, è la comparazione tra le proprie esperienze - intese come collettività - e il fenomeno che si tenta di comprendere”. Così Fosco Corradini, responsabile CNA World, in un seminario organizzato da Connecting People presso la Camera dei Deputati, ha voluto ricordare le grandi migrazioni italiane che a partire dal 1860 interessano l’America Latina e in cui gli italiani, esausti da un economia arretrata e in crisi, si sostituiscono agli schiavi nella coltivazione del tabacco. Ciò rende di immediata comprensione la motivazione che spinge i nuovi immigrati a ripristinare e promuovere - attraverso attività d’impresa - gli anelli deboli dell’economia italiana che diversamente rimarrebbero tali. Intende sottolineare, infatti, che non si tratta di “lavoro rubato agli italiani”, ma di un naturale contrappasso alla diminuzione dell’imprenditoria nazionale, legata in gran parte a una maggiore flessibilità e conseguente alle condizioni di provenienza. Infatti, come tutti i migranti che fuggono da guerre, fame, emergenze sanitarie, pur di mantenere l’accesso alla vita, sono dotati, in partenza, dalla disponibilità a occupare qualsiasi tipo di lavoro. In merito - dato critico dell’Italia - vi è l’incapacità di offrire, prontamente, una risposta legale e che salvaguardi l’immigrato dal conseguente rischio di clandestinità e caduta in un mercato nero o criminale. Ed è proprio negli anni della crisi che il ruolo della popolazione straniera in Ita-

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lia si è maggiormente evidenziato, contribuendo alla crescita dell’occupazione, della ricchezza prodotta e portando un maggiore dinamismo nel settore imprenditoriale - come afferma uno studio della CNA (Centro Studi della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) che vede tra il 2005 e il 2012 un aumento del 50% dell’imprenditoria straniera nel nostro paese. Gli ultimi dati del Rapporto Annuale 2012 della CNA, all’interno del Dossier Caritas-MIGRANTES, parlano di 245.000 imprese beneficiarie di un titolare di origine immigrata: la metà sono commercianti; seguono il piccolo artigianato, il ramo manifatturiero e infine quello agricolo. Si tratta di imprese nate individualmente e gradualmente strutturate che si vedono associate presso lo stesso CNA (20.000 imprese) o altre associazioni d’impresa. Queste esprimono un importante corpo sociale non trascurabile in termini di risorse qualitative e quantitative. Corradini evidenzia che sono 4.000.000 i residenti stranieri in Italia dei quali il 4/5% sono rifugiati. Al tema “irregolarità-integrazione” Corradini si dice in linea con la proposta dell’onorevole Cesare Damiano (PD) in merito al ripristino delle 150 ore in cui alternare ai tempi di lavoro corsi di alfabetizzazione e formazione, al fine di favorire un reale e strutturato accesso dei rifugiati nel tessuto sociale italiano. Sostiene, inoltre, la proposta dell’onorevole Giuseppe Beretta (PD), nel considerare il rifugiato come persona svantaggiata, al fine di favorirne l’inserimento socio-lavorativo, promuovendo così l’impegno dello Stato a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’ef-

fettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art.3 Cost.), come già accade per altre categorie vulnerabili (ex detenuti, soggetti psichiatrici e disabili). A tal proposito, ricordiamo che avanza una proposta nella stessa direzione anche il Manifesto per un Pacchetto Integrazione presentato dal consorzio Connecting People nel 2009. Corradini conclude il suo intervento sollecitando un confronto tra le imprese sul tema del lavoro autonomo e, ancor di più, dell’imprenditorialità immigrata, da mettere in relazione con il quadro delle politiche economiche e dei servizi di supporto. L’assenza di una politica industriale e soprattutto di un sistema di interventi che possa agire in modo efficace per offrire supporto alle piccole imprese di immigrati va colmata al fine di garantire un’effettiva crescita del nostro paese, ormai di fatto multietnico. Agrin Amedì


A partire dalle comunità nazionali

Dal lavoro per i migranti al lavoro con i migranti intervista a Mauro Maurino, connecting people

Dall’

Emergenza Nord Africa alla costruzione di una rete di imprese. Qual è il filo che lega queste due dimensioni del consorzio Connecting People? Nonostante fino a poco tempo fa non fosse ancora chiaro quale sarebbe stato il prossimo futuro dei migranti ospitati nei centri di accoglienza sorti in seguito all’Emergenza Nord Africa, ci siamo posti fin da subito il problema di come attivare per loro processi di integrazione socio-lavorativa. Ci siamo resi ben presto conto che non era pensabile ottenere dall’esterno posti di lavoro per centinaia di persone. Ma sono proprio queste le quantità con cui abbiamo a che fare. L’unica alternativa alla resa è stata tentare di sviluppare un sistema interno in grado di rispondere alla domanda posta dai migranti accolti nelle strutture. Dovevamo essere noi, quindi, da un lato, ad attivare delle iniziative specifiche orientate a rafforzare le persone per l’ingresso nel mercato del lavoro (formazione, attivazione di tirocini e borse lavoro, scuola guida) e, dall’altro, a creare delle vere e proprie opportunità di impiego. La cosa più naturale, in questo senso, è stata cercare mercati e costruire imprese, perché è proprio questo che facciamo di mestiere: gli imprenditori. Dal lavoro per i migranti al lavoro con i migranti. Come è avvenuto questo passaggio? Una svolta fondamentale che ha portato a ragionare di lavoro con (e non solo per) i migranti, a mio avviso, è rappresentata dall’idea del marchio “Migranti Italia”. Questa si fonda sulla constatazio-

ne che la gran parte dei migranti ha trovato una strada autonoma per realizzare i propri progetti migratori e per alcuni ciò ha significato diventare imprenditori. I migranti sono veicoli dell’immagine dell’Italia nel mondo e, dunque, sono dei potenziali partner con cui costruire economia, lavoro. Noi abbiamo cominciato naturalmente dal gruppo di migranti più vicino, cioè dalle persone con cui tutti i giorni garantiamo i servizi nei centri di accoglienza. Uno dei punti di partenza è stato proprio questo interrogarsi con alcuni di loro e sognare insieme di unire le due sponde dell’esperienza migratoria. Facendo impresa. Che cosa ha generato dal punto di vista organizzativo questa trasformazione? Connecting People è un’organizzazione specifica dedicata ai servizi per migranti. Fare accoglienza senza almeno domandarsi come fare integrazione è un’attività limitata e limitante e il futuro del lavoro con i migranti risiede nella possibilità di disporre di una rete complessa, nella quale convivono organizzazioni che forniscono servizi specifici per l’accoglienza al fianco di organizzazioni ad esse complementari, capaci di rafforzare l’occupabilità dei migranti, oppure di impiegare al lavoro, o ancora dedicate al tema casa, oppure capaci di produrre pensiero sui temi delle migrazioni. Queste riflessioni ci hanno aiutato a inquadrare in un nuovo scenario le organizzazioni già esistenti e a promuovere la nascita di imprese. Così, sono state fondati Logiconf, un consorzio di lavoro attivo nel settore della logistica, Medeat, un consorzio che si occupa di ristorazione, Risciò, una società che gestisce una scuola guida. Abbiamo avviato un lavoro con il consorzio Copea sui temi dell’housing. Inoltre, abbiamo iniziato a considerare come potenziali soggetti attivi nella costruzione di questo sistema le comunità nazionali presenti nel nostro paese. La prima associazione in questo quadro è nata a Torino e si chiama Tun.IT.

La rete di appartenenza del consorzio è una rete di cooperative sociali e consorzi di cooperative. Come si situa il modello cooperativo in questo nuovo disegno? Continua a essere centrale. Intanto perché anche nelle società non di tipo cooperativo il nostro sistema interviene attraverso le cooperative e non attraverso le persone fisiche. La forma non cooperativa in certi casi è inevitabile perché in queste attività abbiamo coinvolto degli imprenditori profit che non sempre sono disponibili ad accettare una forma di impresa che esclude la divisione degli utili e che socializza il patrimonio. Ribadiamo qui la centralità del modello cooperativo sullo sfondo di un contesto mondiale in cui si è scoperto che la forma organizzativa della cooperazione sociale, tipicamente italiana, è la più adatta a contrastare la povertà e a costruire politiche di welfare in molti paesi in via di sviluppo. Inoltre, le cooperative sociali hanno dato lavoro a tanti migranti e promosso la mobilità sociale molto più di qualsiasi altro tipo di impresa. Credo, infine, che la capacità di creare occasioni e pratiche di socialità, caratteristica di questo tipo di esperienza, sia alla base di molte delle idee, alcune molto innovative, generate in ambito cooperativo. In fondo, le cose più belle scaturiscono da incontri fortunati. Serena Naldini

100 mln + 20% 1 mld

I posti di lavoro nelle coop. rispetto alle società multinazionali il numero di persone socie di una cooperativa

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la coniugazione migrazione-cooperazione come fattore di ripresa

La cooperazione nel mondo: una storia

antica e moderna Salvo Tomarchio

“Mi

dai una mano?” Se dovessimo considerare questa semplice espressione che ognuno di noi pronuncia quotidianamente, la cooperazione e l’idea di fondo su cui si regge ha una storia vecchia quanto il mondo. Se guardiamo dunque alla cooperazione come semplice e spontanea forma di auto-organizzazione, collaborazione, solidarietà e mutualità è possibile rinvenire esempi perfino a partire dai tempi dell’antica Roma. Sembra addirittura che già nel 3.000 a.C. esistessero a Babilonia delle società mutualistiche per la gestione della terra. Se invece ci riferiamo alle forme di cooperazione attuali dobbiamo fare risalire la nascita al contesto storico e socio economico della “rivoluzione industriale”. La cooperazione moderna infatti è nata intorno alla metà del 1800, come risposta quasi spontanea alle condizioni di estremo disagio in cui versavano le classi meno abbienti, le più coinvolte nell’incredibile processo di sviluppo e di innovazione tecnologica della rivoluzione industriale. La cooperazione si può considerare come una delle prime conseguenze dell’economia capitalista: in quel sistema economico-politico in cui il capitale assume una funzione preponderante, rispetto al fattore lavoro, l’intensificarsi dello sviluppo di forme associative fra i lavoratori fu

quasi una reazione spontanea. Rivedere oggi alcune tappe e alcuni principi basilari della cooperazione può tornarci utile per riscoprire il legame saldo tra cooperazione e sviluppo e può aiutarci a rintracciare un modello da attualizzare, esportare e condividere.

I pionieri di Rochdale A Rochdale, nei pressi di Manchester nel 1844 una trentina di tessitori in forte difficoltà economica danno vita, sotto la guida di Charles Howart, al primo spaccio cooperativo con il fine di “migliorare la situazione economica e sociale dei soci”, passato alla storia con il nome di “Società dei Probi Pionieri”. Questi soci decisero di donare un pound al mese alla società: dopo 4 mesi ebbero una primo capitale da investire: il 21 dicembre 1844 aprirono il loro negozio che vendeva burro, zucchero, farina, tè e tabacco, tutti prodotti di ottima qualità a prezzi accessibili per tutte le tasche. Una parte del profitto ricavato veniva restituito ai soci in maniera

proporzionale ai loro acquisti. La Rochdale Society of Equitable Pioneers, fondata nel 1844, così pur non essendo forse la prima cooperativa di consumo (altre esperienze simili erano nate in quegli anni) costituisce la base ideale del moderno movimento cooperativo. A differenza di altri simili tentativi il successo dei pionieri di Rochdale si deve forse soprattutto all’idea, di “fidelizzare” i soci attraverso il meccanismo della ripartizione degli utili in proporzione agli acquisti, ossia al numero delle operazioni effettuate con la Società. Ancora più importante il merito dei Pioneri di introdurre alcuni concetti che sono stati e restano tuttora valori fondanti alla base del successo della cooperazione. I principi fissati nel 1844 sono i seguenti: Adesione libera e volontaria, Controllo democratico, Interesse limitato sul capitale, Ristorno, Neutralità politica e religiosa, Vendita per contanti, Sviluppo dell’educazione.

i precursori

1

I Pionieri di Rochdale Un gruppo di operai tessitori di una cittadina industriale inglese che nel 1844 fondarono una cooperativa di consumo che dettò i principi basilari del movimento a tutto il mondo.

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2

Schulze - Delitzsch (1808-1883) Nel 1850 costituì la prima di quelle cooperative di credito chiamate più tardi Banche popolari.

3

F. G. Raiffeisen (18181888) Nel 1854 costituì ad Heddesdorf una società di beneficenza, trasformatasi nel 1864 in “Cassa sociale di credito”. Le cooperative di credito costituite da Raiffeisen e fondate sulla responsabilità illimitata dei loro aderenti operavano soprattutto fra i contadini.

4

Luigi Luzzati (18411927) Il padre della cooperazione di credito italiana - fondatore a Lodi nel 1864 della prima Popolare italiana.

5

Leone Wollenborg (1859-1932) Nel 1883 fondò a Loreggia, in provincia di Padova, la prima Cassa Rurale.

6

Don Lorenzo Guetti (1847-1898) Nel 1892 fondò a Quadra, nel Bleggio, la prima Cassa Rurale del Trentino ispirandosi al modello cooperativo Raiffeisen.


la coniugazione migrazione-cooperazione come fattore di ripresa

Il concetto di mutualità Bisogna almeno accennare al concetto di mutualità. “Mutuo” significa vicendevole, e la “mutualità cooperativa“ ha il significato di una libera collaborazione fra più persone per il raggiungimento di un fine comune. Avere uno scopo mutualistico significa dunque che i soci di una cooperativa si pongono l’obiettivo di crescere insieme, aiutandosi a vicenda per ottenere qualcosa che altrimenti non potrebbero raggiungere da soli. Anche la legislazione italiana, come evidenzia l’art. 45 della Costituzione repubblicana, assegna una particolare valenza sociale alla mutualità cooperativa e sottolinea l’importanza del prevalere degli interessi comuni della cooperativa sugli interessi dei singoli soci. Oggi si parla di “scopo prevalentemente mutualistico delle cooperative”, una definizione più ampia, che ha il vantaggio di riuscire a comprendere tutti i tipi di cooperativa da quelle destinate al consumo, sino a quelle di produzione e lavoro.

I principi moderni dell’ACI I principi cooperativi furono riformulati e presentati al Congresso di Vienna dell’Alleanza Cooperativa Internazionale (Associazione internazionale non governativa ed indipendente che unisce, rappresenta ed assiste le cooperative di tutto il mondo fondata a Londra nel 1895). Invece dei sette già esistenti si stabilirono sei principi fondamentali: associazione aperta e volontaria; organizzazione e amministrazione democratica; limitata remunerazione del capitale versato; suddivisione dell’utile tra gli associati in base a tre possibili priorità (ulteriore sviluppo delle cooperative, servizi comuni o ristorno); educazione cooperativa agli associati, allo staff, agli impiegati e al pubblico generale; ed il dovere delle organizzazioni di cooperare attivamente a tutti i livelli. Lo spirito e gli obiettivi furono riaffermati nella loro essenza; in particolare i primi quattro principi furono ritenuti interamente validi e attuali.

Dichiarazione di identità cooperativa approvata nel 1995 dal XXXI Congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale di Manchester

Definizione Una cooperativa è un’associazione autonoma di persone che si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali e le proprie aspirazioni attraverso la creazione di una società di proprietà comune e democraticamente controllata.

Valori Le cooperative si fondano sui valori dell’autosufficienza (il fare da sé), dell’autoresponsabilità, della democrazia, dell’uguaglianza, dell’equità e solidarietà. Fedeli allo spirito dei propri padri fondatori, i soci delle cooperative credono nei valori etici dell’onestà, della trasparenza, della responsabilità sociale e dell’attenzione verso gli altri.

Principi I principi cooperativi sono linee guida con cui le cooperative mettono in pratica i propri valori.

I

Adesione libera e volontaria Le cooperative sono organizzazioni volontarie aperte a tutte le persone in grado di utilizzarne i servizi offerti e desiderose di accettare le responsabilità connesse all’adesione, senza alcuna discriminazione sessuale, sociale, razziale, politica o religiosa.

II

Controllo democratico da parte dei soci Le cooperative sono organizzazioni democratiche, controllate dai propri soci che partecipano attivamente alla definizione delle politiche e all’assunzione delle relative decisio-

ni. Gli uomini e le donne eletti come rappresentanti sono responsabili nei confronti dei soci. Nelle cooperative di primo grado, i soci hanno gli stesso diritti di voto (una testa, un voto), e anche le cooperative di altro grado sono ugualmente organizzate in modo democratico.

III

Partecipazione economica dei soci I soci contribuiscono equamente al capitale delle proprie cooperative e lo controllano democraticamente. Almeno una parte di questo capitale è, di norma, proprietà comune della cooperativa. I soci, di norma, percepiscono un compenso limitato sul capitale sottoscritto come condizione per l’adesione. I soci destinano gli utili ad alcuni o a tutti gli scopi: sviluppo della cooperativa, possibilmente creando delle riserve, parte delle quali almeno dovrebbero essere indivisibili; erogazione di benefici per i soci in proporzione alle loro transazioni con la cooperativa stessa, e sostegno ad altre attività approvate dalla base sociale.

IV

Autonomia ed indipendenza Le cooperative sono organizzazioni autonome, di mutua assistenza, controllate dai soci. Nel caso in cui esse sottoscrivano accordi con altre organizzazioni (incluso i governi) o ottengano capitale da fonti esterne, le cooperative sono tenute ad assicurare sempre il controllo democratico da parte dei soci e mantenere l’autonomia della cooperativa stessa.

V

Educazione, formazione ed informazione Le cooperative s’impegnano ad educare ed a formare i propri soci, i rappresentanti eletti, i managers e il personale, in modo che questi siano in grado di contribuire con efficienza allo

Radici antiche, modello ancora attuale La risposta fornita dalla cooperazione non fu relativa solo alle necessità materiali ma fu utile e proficua anche perché costituì una prima occasione di socialità collettiva legata al lavoro, un vero e proprio laboratorio sociale dove sviluppare il senso delle regole e riflettere sui diritti e sui doveri dello stare in società. In un mondo che cambiava a velocità mai viste prima, serviva trovare un antidoto funzionale per ricostruire dei punti di riferimento per i contadini, gli operai e le loro famiglie. Questo spirito e questi obiettivi accompagnarono fin da subito e per molti decenni le esperienze di cooperazione in ogni parte d’Europa, in questa chiave si può valutare la cooperazione: come un prodotto sviluppato della nostra democrazia, basato sullo sviluppo sostenibile, sul legame con il territorio, sul rispetto per l’ambiente, sull’attenzione alla dignità dell’uomo. La Cooperazione può e deve essere ancora oggi uno strumento efficace per padroneggiare il cambiamento: non accontentarsi del guadagno immediato, non cercare necessariamente e subito la massimizzazione del profitto per pochi a scapito dei molti, guardare alle generazioni future progettando il cambiamento. Sembra quasi spontaneo rintracciare in queste caratteristiche, un approccio vincente e un metodo di azione che può risultare produttivo in contesti anche molto diversi da quello europeo. Il bisogno di socialità e di senso, la necessità di fronteggiare la crisi economica e i cambiamenti che comporta rendono ancora strategico il modello cooperativo. Inoltre, tanto più è presente e pervasiva la tecnologia che crea “reti virtuali” lavorative e sociali, tanto più importante e strategico sarà il mantenimento di “reti di persone” sul territorio che possano indirizzare le enormi potenzialità che si dispiegano sotto i nostri occhi.

sviluppo delle proprie società cooperative. Le cooperative devono attuare campagne di informazione allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, particolarmente i giovani e gli opinionisti di maggiore fama, sulla natura e i benefici della cooperazione.

VI

Cooperazione tra cooperative Le cooperative servono i propri soci nel modo più efficiente e rafforzano il movimento cooperativo lavorando insieme, attraverso le strutture locali e nazionali, regionali ed internazionali.

VII

Interesse verso la comunità Le cooperative lavorano per uno sviluppo durevole e sostenibile delle proprie comunità attraverso politiche approvate dai propri soci.

fonte: confcooperative.it

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la coniugazione migrazione-cooperazione come fattore di ripresa

le cooperative nutrono il mondo

“Le

Cooperative agricole, alcune cifre

cooperative agricole nutrono il mondo” questo il messaggio lanciato in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 16 ottobre. Quest’anno, in coincidenza con l’Anno Internazionale delle Cooperative, la giornata organizzata dalla Fao e celebrata a Roma è stata l’occasione per fare luce sul fondamentale apporto che le cooperative danno alle economie dei paesi che ancora oggi soffrono la fame. Le cooperative agricole infatti oggi offrono assistenza a milioni di piccoli agricoltori e potrebbero ancora espandersi se ricevessero il giusto sostegno da parte di governi, società civile e mondo accademico. Il Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva nel suo messaggio durante la cerimonia di Roma ha mostrato il suo completo appoggio alle cooperative in quanto strumenti cruciali per emancipare i piccoli agricoltori dalla fame e dalla povertà. “Le cooperative agricole possono aiutare i piccoli proprietari a superare i propri limiti e possono giocare un ruolo chiave nel creare occupazione, ridurre la povertà, migliorare la sicurezza alimentare e contribuire al prodotto nazionale lordo in molti paesi.” Le esperienze maturate in tanti paesi del Sud del mondo mostrano

che quando i piccoli agricoltori agiscono collettivamente, uniti in cooperative e organizzazioni di produttori, sono stati maggiormente in grado di sfruttare le opportunità del mercato e di attenuare gli effetti negativi delle crisi alimentari o di altro tipo. Inoltre le cooperative e le organizzazioni di produttori hanno migliorato le competenze dei piccoli produttori aiutandoli ad innovare e ad adattarsi ai mercati, hanno dato voce ai loro timori e interessi aumentando sensibilmente il loro potere negoziale. Proprio con questo proposito il Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, Kanayo F. Nwanze, ha ricordato durante la cerimonia che il Fondo lavora in sintonia continua con le cooperative in tutto il mondo: “Dai coltivatori di tè in Ruanda ai centri d’allevamento in Nepal, vi sono molti esempi di come le cooperative offrano un grosso aiuto ai piccoli agricoltori non solo ad organizzarsi tra loro, ma anche ad aumentare collettivamente le loro opportunità e risorse”. Salvo Tomarchio

In Kenya, le cooperative hanno le seguenti quote di mercato:

70% nel caffè, 76% nel lattiero-caseario, 90% nel piretro e 95% nel cotone. Negli Stati Uniti le cooperative del settore lattiero-caseario controllano circa l’80% della produzione settoriale, mentre in California la maggior parte dei produttori di colture specifiche sono organizzati in cooperative. In Colombia, la Federazione nazionale dei coltivatori di caffè offre servizi di marketing e produzione a

500.000 coltivatori,

Sostiene il Fondo nazionale per il caffè, che finanzia attività di ricerca e informazione per le comunità che coltivano il caffè. Nel 2005, le Indian Dairy Cooperatives (Cooperative indiane del settore lattierocaseario), con rappresentavano il

22% 25% dei soci.

del latte prodotto in India. Il

60%

12,3 milioni di soci,

dei soci è senza terra o proprietario di appezzamenti molto piccoli.

Le donne costituiscono il

40% del PIL agricolo e il 6% delle esportazioni totali del settore. In molti paesi, le cooperative sono principalmente agricole. In Vietnam, il 44% di tutte le cooperative attive opera nel settore agricolo. In India, più del 50% di tutte le cooperative fungono da società di credito agricolo primario oppure forniscono servizi di marketing, In Brasile, le cooperative garantiscono il

deposito e di altro tipo ai loro soci produttori. In Kenya,

924.000 agricoltori hanno un reddito che deriva dal far parte di cooperative agricole; 900.000 e in Egitto circa 4 milioni.

in Etiopia circa

(Fonte: FAO)

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solidarete Quando l’impresa sociale unisce le sponde. L’esperienza del gruppo cooperativo Cgm “Tutto è nato quasi per caso, a partire da un incontro fortunato,” esordisce Pierluca Ghibelli, responsabile dell’area internazionale del gruppo cooperativo Cgm. “In seguito a una visita, avvenuta nel 2005, di alcuni rappresentanti dell’Università Nazionale della Colombia,” ricorda. A Bogotà, la sfida è stata quella di trasformare le mense comunitarie, i comedores comunitarios, in strutture gestite come imprese sociali. A Medellin, oltre all’adozione del modello impresa sociale e cooperativistico da parte di attività già esistenti (come, ad esempio, alcuni telecentros, centri di comunicazione informatica con pc e connessione internet), è da rilevare la nascita di nuovi servizi per l’inserimento lavorativo. “Grazie a un gemellaggio attivato da Cgm tramite il Consorzio Sir e l’impegno di alcune cooperative bresciane da cui sono scaturiti percorsi di consulenza e di accompagnamento rivolti a operatori pubblici e privati, è stata realizzata una lavanderia industriale nella quale lavorano anche persone con disabilità,” spiega Ghibelli. La forma del gemellaggio è una scelta consapevole, e per adesso vincente. “Creare legami e stare in connessione è una delle nostre maggiori capacità,” dichiara Ghibelli. “Cgm è una rete di imprese e, come tale, ha più risorse di un’organizzazione singola, sia in termini economici, sia in termini di know how. Quando nasce una nuova attività in Colombia, non ci limitiamo a trovare i fondi e acquistare i macchinari. Attraverso l’accompagnamento e la consulenza di un consorzio territoriale italiano, ci mettiamo anche la nostra esperienza e la dimensione pratica di che cosa significhi concretamente fare ogni giorno impresa sociale.” La competenza trasversale del tessere legami si traduce dal punto di vista operativo anche in un approccio ampio al territorio, che comprende vari livelli di interlocuzione: istituzioni, Ong, imprese. “Abbiamo sempre prediletto una dimensione di partnership composita,” precisa Ghibelli, “per dare all’esperienza una maggiore solidità e continuità nel tempo. La validità dei progetti deve essere compresa anche dal contesto, altrimenti le iniziative sono destinate a morire.” In Colombia non esiste una legge specifica sulla cooperazione sociale. Questo ha reso necessario utilizzare per il momento altre forme organizzative, come le associazioni. “Si tratta solo di strumenti, del resto,” sostiene Ghibelli. “L’importante è che ci siano le dimensioni di principio: l’alto livello di partecipazione, l’economia al servizio di un fine sociale, l’investimento comunitario dei profitti. È su tutto questo e non su una forma giuridica,” conclude, “che si fonda la cooperazione sociale.”

Dal successo dell’esperienza colombiana, tutt’oggi attiva, in Cgm si fa strada l’idea di creare un’organizzazione che si occupi specificamente di internazionalizzazione dell’impresa sociale. “Solidarete nasce nel 2008 da un triangolo che definirei favoloso: la cooperazione sociale, il commercio equo e la cooperazione internazionale.” Con queste parole cariche di entusiasmo Pierluca Ghibelli, ci parla di uno dei punti di forza della Fondazione Solidarete, di cui è referente per i progetti di co-sviluppo. Gli ingredienti necessari per la realizzazione di progetti di qualità, in effetti, ci sono tutti, incarnati dai tre soci fondatori: il gruppo cooperativo Cgm, Ctm Altromercato e Focsiv. Attraverso i soci fondatori, Fondazione Solidarete può contare su una rete di più di 1000 cooperative sociali, 80 consorzi di cooperative sociali, circa 130 cooperative e associazioni attive nel commercio equo e solidale. Una delle attività più importanti di Solidarete è il progetto Due Sponde, nato su un bando di Fondazione Cariplo. Sono 12 i partner italiani: oltre a Solidarete, capofila, troviamo Chico Mendes, CTM, Cgm e Focsiv, Apy Solidaridad Siviglia, CeSPI Roma, Cesvi Bergamo, Coopi Milano, Fratelli dell’Uomo Milano, I.C.U. Roma, Progetto Mondo MLAL Verona. Vi sono inoltre controparti locali, cooperative, associazioni, Fenacrep (Federazione delle cooperative di risparmio e credito del Perù). “Con questo progetto,” afferma Ghibelli, “entriamo a pieno titolo nella dimensione del cosviluppo con il coinvolgimento delle comunità peruviane in Italia, in Lombardia. Il co-sviluppo è fondato sull’idea che i migranti e le loro reti sociali possano essere una ricchezza non solo per il paese che li ospita, ma anche per il paese di origine,” spiega. Nell’ambito dell’iniziativa, sono stati avviati percorsi di formazione e orientamento sull’impresa sociale rivolti alle associazioni peruviane in Lombardia. Il progetto Due Sponde finanzierà alcuni progetti di co-sviluppo elaborati durante questi percorsi e ne accompagnerà l’avvio in Perù. Da qualche tempo Cgm segue anche un progetto in Vietnam, dove intende strutturare il tema del commercio equo nell’ottica dell’impresa sociale e dei mercati locali. “La scommessa, in questo caso, è tenere insieme le filiere lunghe, caratteristiche del commercio equo, con l’economia su scala locale,” precisa Ghibelli. Per ogni paese, per ogni territorio, si pone una nuova sfida. Ogni volta, gli strumenti cambiano e si modellano sulle esigenze e sui punti di forza delle comunità locali e delle comunità migranti. Il filo rosso è la promozione dell’impresa sociale, ovvero quella “forma di organizzazione dei sistemi produttivi capace di rigenerare il rapporto tra economia e società partendo dalle comunità,” come scrive Franco Marzocchi, presidente di Solidarete.

Serena Naldini

Migranti tunisini e cooperatori sociali: insieme per un nuovo welfare in Tunisia In occasione dell’XI Convention del gruppo cooperativo CGM, Fondazione Xenagos ha ospitato Mondher Ammar, consigliere del Segretario di Stato Tunisino per l’immigrazione all’estero, e Osama Al Saghir, deputato nell’Assemblea Costituente Tunisina. Conoscere il mondo della cooperazione sociale - questo l’obiettivo della visita di Ammar e Al Saghir - al fine di condividere finalità, strategie e modalità proprie del modello cooperativo, individuato come possibile strumento di sviluppo socioeconomico della Tunisia. Si tratta dei primi passi del progetto Tun.iT, programma coordinato di interventi e azioni svolte da Fondazione Xenagos in partnership con il governo tunisino, finalizzato a delineare un nuovo sistema di welfare per favorire la ripresa del paese nordafricano. Il progetto utilizza primariamente la combinazione migrazione-cooperazione per rafforzare il terzo settore sui territori, mettendo le persone al centro del proprio agire. “Si tratta di un’ottica che da sempre caratterizza la cooperazione sociale,” dichiara Mourad Aissa, responsabile di Tun.iT. “Uno sguardo,” spiega, “che trasforma presunti problemi in opportunità. In questo senso, i migranti diventano protagonisti del percorso.” Gli attori di questo processo innovativo saranno, infatti, la comunità tunisina in Italia e gli autoctoni, cioè i tunisini residenti in Tunisia, affiancati e sostenuti da imprenditori sociali italiani. Da pochi giorni, a questo scopo, è stata fondata a Torino l’associazione Tun.iT-Torino che riunisce tra i soci fondatori alcuni rappresentanti della comunità tunisina torinese e imprenditori e cooperatori italiani. Uno dei primi impegni dell’associazione sarà rivolto agli studenti universitari tunisini a Torino. A livello pratico, in Italia l’attività del progetto Tun.iT si esplica nella costruzione di percorsi di selezione e di formazione, pianificati e concordati con il governo tunisino. In Tunisia, Tun.iT promuove invece interventi di start-up di impresa cooperativa destinati a imprenditori tunisini e azioni di informazione, orientamento e inserimento lavorativo rivolte a persone che intendano emigrare in Italia, anche tramite contatti con la rete di cooperazione italiana. In questo contesto, Tun.iT opera anche per l’accreditamento di istituti formativi tunisini, scelti sulla base di un’analisi dei fabbisogni lavorativi in Italia.

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la coniugazione migrazione-cooperazione come fattore di ripresa

Nell’ambito del programma Tun.iT è in via di attivazione il progetto Le Oasi di El Oudiane, finanziato sull’otto per mille della Tavola Valdese, un’iniziativa di cooperazione per lo sviluppo economico e il consolidamento della democrazia partecipata che vede Fondazione Xenagos coordinare una molteplicità di soggetti: il consorzio Connecting People, il comune di Avigliana, la cooperativa E.R.I.C.A., il Comitato di Gemellaggio Coazze-Decazeville e, in Tunisia, il comune di Degache e l’Association de protection et embellissement de l’environnement. Il progetto sarà svolto sul territorio di Degache, una città - inclusa nei circuiti sahariani turistici della Tunisia del sud - che si trova a circa 10 chilometri a nord di Tozeur, nella regione del Jerid. Circa 10 mila abitanti, con un’alta percentuale di giovani sotto i 25 anni, l’economia di Degache è dominata dallo sfruttamento di un palmeto per la produzione dei datteri Deglet Nour. “Il progetto si pone l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’area di Degache, dal punto di vista sociale, economico e ambientale,” spiega Mourad Aissa. “La nostra ambizione è quella di contribuire a creare un modello innovativo, in particolare nel settore delle imprese cooperative in campo ambientale, che riesca a ricollocare in maniera positiva i migranti che desiderano rientrare in patria e a offrire nuove opportunità lavorative per i giovani, stimolandone la partecipazione e il protagonismo.” Si occuperà della parte tecnica la cooperativa E.R.I.C.A., che vanta un’esperienza pluriennale di gestione dei rifiuti, analisi e prevenzione dei rischi, sostenibilità ambientale anche in progetti di cooperazione internazionale (Bolivia, Salvador, Kenia, Brasile, Argentina, Algeria, Tunisia e Marocco). La cooperativa gestirà dei percorsi formativi sui temi che le competono, rivolti sia a tunisini accolti nelle strutture gestite da Connecting People, sia a tunisini residenti a Degache. “Fondazione Xenagos ha fortemente voluto questo progetto,” dichiara Aissa, “soprattutto al fine di esplorare e costruire alternative per il futuro dei migranti accolti nel nostro paese. Non tutti, infatti,” precisa Aissa, “potranno o vorranno avere una vita qui in Italia. Ma per un reinserimento positivo nel tessuto socioeconomico del paese di origine occorrono interventi specifici e relazioni solide con i partner tunisini, istituzionali e non.” Dal 14 al 20 dicembre è prevista la prima missione dell’équipe progettuale in Tunisia, dove sarà accolta dalle autorità locali.

Serena Naldini

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Il Melograno Pisa e Scutari gemellate per creare lavoro e impresa In Albania la parola cooperazione non è ben vista. I più anziani ricordano gli scempi attuati dal collettivismo forzato del regime comunista, ritenuto da molti il più chiuso del mondo, imposto da Enver Hoxha e sopravvissuto fino agli inizi degli anni Novanta. Un sistema che, tra tanti limiti, costringeva le persone a vivere isolate in paesini di montagna, senza poter raggiungere la capitale o il mare distanti pochi chilometri, lavorando in cooperative statali in condizioni medioevali. Nella zona di Scutari la natura selvaggia è costellata di villaggi in cui la povertà e l’analfabetismo sono di casa, soprattutto tra giovani e donne. È proprio in questa zona che la cooperativa sociale Il Melograno di Pisa ha realizzato un progetto ad alta complessità, intervenendo su uno dei problemi più difficili: l’inserimento al lavoro e lo start up di piccole aziende. Nel 1999 la Caritas albanese ha lanciato un appello alle istituzioni e alla cooperazione sociale internazionale per intervenire nelle zone depresse dopo la chiusura dei campi profughi nati a seguito del conflitto sorto sul conteso Kosovo. La cooperativa Il Melograno, insieme a diversi altri soggetti del mondo della cooperazione sociale e del mondo istituzionale, ha risposto all’appello. “Ci siamo impegnati ad avviare percorsi formativi e di consulenza finalizzati a creare occupazione, attività produttive e servizi,” spiega Susanna Rognini, responsabile della cooperativa. “Oggi continuiamo a fornire assistenza, ma” tiene a precisare “sono le donne e i giovani albanesi i protagonisti delle iniziative”. L’intervento, in breve tempo, ha ottenuto risultati superiori a ogni aspettativa. Una terra povera e martoriata da migrazioni di massa, degradata dalla piaga della disoccupazione, da sacche di analfabetismo e dall’alcolismo, ha visto nascere e svilupparsi molte attività legate ai bisogni del territorio che adesso occupano oltre duecento albanesi: vere e proprie imprese con il marchio “no profit”, che non significa assenza di guadagno e redditività, ma che i profitti vengono reinvestiti in attività sociali. Una rivoluzione, insomma, accaduta in una zona in cui difficilmente un privato si sarebbe avventurato per investire. “La diocesi di Scutari,” commenta la Rognini, “è stata lungimirante nel chiedere aiuto non in un’ottica meramente assistenziale, ma sul piano dello sviluppo di imprese e di servizi con il coinvolgi-

mento di persone in difficoltà.” I protagonisti di questo miracolo sono giovani che spesso vivono senza alcuna speranza nel futuro: ex detenuti, soggetti con problemi di tossicodipendenza o con handicap e disoccupati cronici, giovani e donne dequalificati. Insomma, persone che sulla carta hanno poche chances. Moltissimi i momenti dedicati a formazione, tirocinio, stage di inserimento lavorativo. Le centinaia di giovani coinvolti sono diventati meccanici, elettricisti, agricoltori, artigiani, commercianti, operatori sociali. Alcuni sono diventati degli specialisti come mediatori. “Il nostro impegno,” spiega la Rognini, “ha puntato molto sulle donne che, per fattori legati alle radicate tradizioni locali, non potevano cercare da sole lavoro a Tirana. Abbiamo così avviato percorsi formativi che hanno creato un gruppo di persone intraprendenti, entusiaste e concrete, in grado di operare in primo luogo come mediatori, come procacciatori di impresa sociale, di servizi e soprattutto di nuova occupazione”. Questi percorsi non hanno solo offerto possibilità di inserimenti lavorativi, ma anche individuato e dato forza a piccoli progetti assicurando lo start up di numerose piccole aziende con finalità no profit. Un gruppo di donne, di fatto socialmente escluse dalla vita produttiva, si sono coordinate dando vita a un’impresa sociale in grado di fornire servizi alle persone: assistenza anziani, assistenza domiciliare, gestione di una casa famiglia, baby-sitter, animazione per bambini, colf. La Caritas ha facilitato le iniziative aprendo delle strutture di accoglienza, in una realtà in cui gli unici servizi alla persona e alla famiglia sono il medico e l’infermeria. Oggi ben trenta realtà operative sono attive nel settore socioassistenziale e collaborano con strutture private e pubbliche. Un aspetto interessante riguarda i casi di giovani famiglie albanesi emigrate che decidono di ritornare in patria non solo per i ricongiungimenti, ma grazie alle opportunità occupazionali aperte. È quanto è accaduto a cinque nuclei rientrati nel proprio paese di origine, adesso impegnati in una struttura agrituristica dove vivono e lavorano. Un ultimo cenno concerne il fronte legislativo. I progetti in questione hanno di fatto sviluppato nuove norme in recepimento, finora non contemplate dalla normativa albanese. Norme che prevedono il tirocinio (sperimentato dalla cooperativa Il Melograno con l’Ufficio del lavoro di Scutari e oggi sancito dalla legge albanese come forma di politica attiva del lavoro) e l’impresa sociale, per il riconoscimento della quale è in fase di approvazione una legge specifica in discussione al parlamento. E presto anche il concetto di impresa no profit, finora non contemplato dalla legislazione di Tirana, sarà riconosciuto.

Moreno D’Angelo


la coniugazione migrazione-cooperazione come fattore di ripresa

Arché la cooperazione piace alle donne colombiane “Sì, abbiamo avuto successo pieno, oltre ogni aspettativa. E andiamo avanti. Ma il merito è principalmente delle eccezionali donne colombiane.” Con tono calmo e soddisfatto Umberto Dal Maso, direttore del consorzio sociale Arché che ha sede a Siena, ci racconta come la cooperazione sociale in Colombia abbia in pochi anni realizzato dal nulla un miracolo che ha trasformato un migliaio di donne da povere disoccupate in protagoniste di attività utili e redditizie, strettamente legate ai bisogni della comunità. Dal Maso (v. nota a lato) ha una vastissima esperienza nel campo della cooperazione sociale. Ma vediamo i passi di questa sorprendente vicenda. “Siamo arrivati in Colombia quasi per caso,” spiega il direttore di Arché, “inserendoci in un progetto di impresa sociale promosso in primo luogo dalla rete Cgm.” Siamo a Caucasia, nella regione (departamento) di Antioquia, il cui capoluogo è la più nota Medellin che dista poco meno di 300 chilometri. Una realtà dove il 90% della popolazione vive in condizioni di povertà. Al disagio economico si aggiungono gli atavici problemi legati al latifondo, alla criminalità e alle inondazioni (il paese si estende sulla riva del fiume Cauca). “Ci siamo attivati per adattare il nostro modello di impresa sociale a quello colombiano che, per certi versi, dal punto di vista normativo, è più agevole del nostro,” spiega Dal Maso. Nel mondo latinoamericano sono diffuse leghe di mutuo soccorso tra persone della medesima categoria o mestiere. Queste realtà si sono dimostrate fondamentali per il successo delle iniziative di cooperazione sociale. Il tutto è iniziato dall’idea di realizzare un asilo per assistere i bimbi spesso abbandonati dalle madri durante l’orario di lavoro, con situazioni di rischio che è facile immaginare. È stato quindi avviato l’asilo di cui tante mamme sentivano la mancanza, seppure inizialmente un giardino di infanzia, in un contesto sociale così depresso, sembrasse un progetto meno profittevole rispetto ad

Susanna Rognini vicepresidente cooperativa il melograno è impegnata nella promozione della cooperazione sociale e del terzo settore in Italia da oltre 20 anni, in particolare nei settori dell’inserimento lavorativo e dell’immigrazione. Dal 2000 si occupa di progetti di cooperazione internazionale per lo sviluppo di imprese sociali in paesi terzi. È vicepresidente della cooperativa sociale Il Melograno di Pisa e consigliere di amministrazione del consorzio sociale Connecting People.

altri settori come la ristorazione. Sorprendentemente l’asilo è riuscito a vedere la luce in tempi rapidi, e senza particolari problemi di bilancio. Rivolto a tutti, pur privilegiando le tante famiglie in difficoltà, vede le donne che vi operano retribuite (una quota dello stipendio viene lasciata per altre iniziative sociali). A sostenere i costi della struttura contribuiscono anche appositi stanziamenti istituzionali a livello regionale e locale ai quali si è saputo ricorrere. Un fatto che dimostra quanta attenzione e professionalità sia stata messa nella realizzazione del progetto dalle protagoniste colombiane. È da segnalare che alcune

donne che hanno guidato il successo dell’iniziativa avevano seguito dei percorsi formativi in Italia curati dallo stesso consorzio Arché. Ma non è finita qui. A questo progetto - partito e voluto dalle ‘mujeres’ di Caucasia e dintorni (organizzate nell’associazione Asomuca) - ha fatto subito seguito la realizzazione di ulteriori attività. La prima opportunità di sviluppo è stata il confezionamento delle divise per il personale dell’ospedale locale che ha coinvolto altre donne, tradizionalmente abili nei lavori di tessitura. In seguito, è stata aperta una lavanderia impegnata principalmente a far tornare candide le vesti di centinaia di lavoratori del vicino mattatoio, che ancora opera secondo criteri molto classici. Infine, è stata aperta una cucina con un servizio di catering. “Più che il singolo progetto, è la rete tra tanti

soggetti che si è dimostrata in grado di mettere in moto sempre nuove iniziative, ben valutate e calibrate sui bisogni e le caratteristiche locali. Il tutto autonomamente deciso nell’ambito dell’associazione delle donne colombiane,” precisa Dal Maso, che aggiunge: “Il nostro ruolo si concentra principalmente nell’indirizzare la preparazione di persone in grado di seguire tutti gli aspetti che consentano di sostenere la riuscita delle iniziative. Azioni formative che, oltre a contemplare una preparazione di tipo prettamente tecnico, viaggiano anche sull’entusiasmo e sulla determinazione di alcune donne che sono l’anima di questi successi. “Persone con cui abbiamo continui contatti e uno splendido rapporto umano. Non nascondiamo che questa forza di volontà ci ha sorpreso per la capacità di concretizzare in breve tempo le idee in cantiere, in un contesto non certo facile, nel quale raramente un privato si avventurerebbe per avviare iniziative produttive e commerciali,” conclude il direttore di Arché. Tra i protagonisti di questo “miracolo” della cooperazione vi è Valentina Carloni, presidente di Arché, che ha trascorso diverso tempo a Caucasia nella fase di avvio del progetto nel 2008: “Sembrava incredibile all’inizio, ma in poco tempo il lavoro ha coinvolto un migliaio di donne che sono impegnate in attività che ormai spaziano nei campi più diversi, fornendo concreti segnali di miglioramento sul fronte sociale ed economico, in una zona così depressa. Un ulteriore esempio di come il modello cooperativo portato avanti dalle donne colombiane sia in grado di contribuire ad alleviare condizioni di povertà e di disagio sociale, creando durature, funzionali e redditizie attività di servizio a vantaggio di tutta la comunità locale.” Una storia che conferma quanto la cooperazione sociale pragmatica e mirata sul territorio possa condurre a risultati eccezionali che vanno ben oltre al mero assistenzialismo, mettendo in moto una catena di attività produttive e di servizi che uniscono occupazione, profitto, sviluppo e solidarietà. Certo, tutto è stato facilitato dalla sorprendente volontà e capacità operativa delle “mujeres” di Caucasia. Moreno D’Angelo

Umberto Dal Maso direttore consorzio Archè nato a Trapani nel 1963, si è laureato in Ingegneria Elettronica all’Università degli Studi di Pisa ed è impegnato fin dal 1990 in progetti di cooperazione allo sviluppo promossi dalle ONG. Indicativo, in questo senso, il suo impegno quadriennale in qualità di capoprogetto nell’ambito del “Programma di Sviluppo Rurale integrato della Provincia di Oubritenga” - Burkina Faso e, dal 1990, la sua collaborazione con L.V.I.A. (Associazione Internazionale Volontari Laici), di cui ha ricoperto la carica di Coordinatore Generale a partire dal 1995 e quella di Responsabile dell’Ufficio Formazione, con compiti di progettazione e direzione di percorsi di formazione per operatori di cooperazione internazionale nei Paesi in Via di Sviluppo. Da dicembre 2005 a dicembre 2009 è stato Presidente di Volontari nel mondo – FOCSIV, una Federazione che riunisce 61 organismi cristiani di servizio internazionale volontario. Da aprile 2005 a giugno 2012 è stato membro del Consiglio di amministrazione, con il ruolo inizialmente di Responsabile dell’area “Progettazione e sviluppo” e successivamente di Presidente, del Consorzio Arché, consorzio di Cooperative Sociali di Siena impegnate nella promozione umana e nell’integrazione sociale dei cittadini mediante il sostegno ed il coordinamento delle cooperative socie, di cui garantisce la Direzione dal 2005. Nel corso del 2012 è stato nominato Vicepresidente di Confcooperative Siena e membro del Consiglio di Presidenza di Confcooperative Toscana.

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Il giro in mondo paesi del

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paesi che bussano in Europa.

Chi

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testimonianze di vita di uomini e donne che hanno scelto di migrare.

può dimenticare le strazianti, epiche immagini dell’approdo a Bari della nave albanese traboccante di vite appese alla speranza? Un documentario del regista Daniele Vicari ha riportato da poco alla memoria quella mattina dell‘8 agosto del 1991, quando l’Italia si svegliò diversa: da terra di partenza era diventata un terra di arrivo. Per comprendere le dimensioni dell’accaduto basti dire che nel nostro paese, nel 1991, si contavano appena 30 mila stranieri. Ed erano più di 20 mila gli albanesi salpati dal porto di Durazzo dopo la fine del regime di Enver Hoxha a bordo della Vlora, “La nave dolce” del titolo del lungometraggio, perché trasportava tonnellate di zucchero imbarcato a Cuba. Oggi gli stranieri in Italia sono circa 5 milioni. A partire dall’Albania, terra vicina, a livello di chilometri e di lunga durata del legame migratorio con l’Italia, eppure ancora così sconosciuta, abbiamo immaginato un viaggio alla scoperta delle terre di origine dei migranti. Seconda tappa la Romania, paese in testa alla classifica per numero di migranti residenti in Italia (968.576 secondo l’Istat, 21% sul totale degli stranieri). Dal 1999 lasciano il paese alla volta dell’Italia le badanti che si prendono cura dei nostri anziani (il 64% delle romene è colf o assistente familiare), spesso abbandonando a casa i propri affetti, figli compresi. Lo chiamano “care drain”, tradotto in italiano “drenaggio delle risorse di cura”, ed è uno dei grandi paradossi della civiltà occidentale (Del fenomeno, che riguarda anche Filippine, Ecuador e Ucraina, si è trattato nel n.1/2012). Come vale nella maggioranza dei migranti, anche un romeno su due (49%) - nel caso di famiglie separate la percentuale sale al 71% - vorrebbe tornare in patria e non lo fa per timore di non trovare lavoro, come risulta da un’indagine realizzata dalle Acli nel 2011. Il nostro itinerario ha toccato quattro paesi africani, molto diversi l’uno dall’altro. Quando dici Africa, pronunci un mondo intero: elefanti, leoni, gazzelle, petrolio, diamanti, colonialismo, guerre, fame, ritmo e musica, Mandela. Il prefisso Nord- ne riduce di poco la vastità e vediamo le piramidi, gli affacci sul Mediterraneo, gli squarci di cielo in mezzo alle tende e ai colori del suk. La Tunisia, terra incuneata tra l’Algeria e la Libia, che misura poco più di sei volte la Sicilia, dal 2011 è il primo teatro della primavera araba, vento rivoluzionario che ha capovolto il regime di Ben Ali e che ancora oggi, a distanza di oltre un anno e mezzo, è fonte di instabilità, tanto che il presidente Moncef Marzouki ha esteso lo stato di emergenza fino al 1 febbraio 2013. Al contempo, l’assemblea costituente, dall’ottobre del 2011, è impegnata per consolidare le istituzioni demo-

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cratiche. All’inizio del 2011 moltissimi giovani hanno deciso comunque di fuggire dalla Tunisia, dopo la caduta di Ben Ali, alla ricerca di fortuna in Europa. Il terremoto politico del Nordafrica ha generato altri viaggi su barconi di fortuna, seppur di diversa natura, alla volta dell’Italia. Durante la guerra in Libia, infatti, il regime di Gheddafi ha costretto moltissimi profughi subsahariani residenti lì da anni a lasciare il paese. Mali e Nigeria, tappe seguenti del nostro giro immaginario, figurano tra le terre di origine delle persone che hanno scoperto l’Italia come possibile approdo per le loro vite nuovamente spezzate. Alla fine del mese di ottobre è stato finalmente deciso il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari per i circa 25.000 profughi subsahariani, dopo oltre un anno e mezzo di attesa dello status di rifugiati politici. Concludiamo il percorso africano con la Somalia, finalmente tornata a essere stato sovrano dopo oltre un ventennio di guerra civile. Da questo paese del Corno d’Africa sono fuggiti migliaia di richiedenti asilo. In Italia, al 1° gennaio 2011 si contano poco più di 8 mila residenti somali, di cui 2600 nel solo Lazio. Speranza di molti è il rientro in patria, nonostante ancora la parola pace non sia purtroppo definitiva: appena due giorni dopo la propria elezione, il presidente Hassan Sheikh Mohamoud è sopravvissuto a un attacco terroristico. Finiamo il nostro viaggio in un altro continente, nell’antica Mesopotamia, culla della prima civiltà. In Siria la primavera araba repressa è sfociata in un conflitto armato che, secondo l’Osservatorio siriano, ha ucciso almeno 42 mila persone a partire da marzo del 2011. Damasco è devastata da una guerra civile tra i ribelli anti-regime di Bashar al Assad e le truppe governative. Sono oltre 112 mila i rifugiati siriani fuggiti dal proprio paese, anche a piedi, diretti in Libano, in Turchia, in Iraq e in Giordania. “A chi mi domanda ragione dei miei viaggi,” scriveva de Montaigne, filosofo francese del Cinquecento, “solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”. Non sempre la molla è una guerra, o una condizione di estrema povertà, o un’assoluta disperazione. Spesso è un ‘eppure’, ciò che mette in moto un uomo, una donna e li spinge lontano dalla propria terra. In alcuni casi, questo ‘eppure’ si trasforma in un ‘invece’. In altri casi, si conferma un’intuizione giusta e felice, anche se spesso accompagnata da un sogno di ritorno. Serena Naldini


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Romania CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE

Il giro paesi del in mondo

Bucarest 237.499 Kmq Nuovo Leu Rumeno Ortodossa (86,7%) Cattolica (4,7%) Protestante (3,7%) 22.300.000 abitanti (2011)

POPOLAZIONE

In Italia faccio la colf e studio scienze politiche Testimonianza di Maddalena D., 50 anni, Bacau (Romania), colf a Torino

POPOLAZIONE

0,2 14,2 1,6

1,1 14,2

Densità (ab/Km2)

10,5 6,8 8,0

91

2,5

Totale rumeni in Italia

960.576

2,4

20,3 2,3 0,3 3,0

1,0

Distribuzione dei residenti rumeni nelle regioni italiane (%)

ECONOMIA

V

2,0

2,3 0,6 2,5

4,2

P.I.L.

Reddito pro capite

183,6mld

9.500

(USD)

(USD)

Dopo alcuni anni di declino successivi alla caduta del comunismo, dalla fine degli anni Novanta il Paese si è rimesso in moto inanellando una serie di anni di crescita annua del 4-5%. La Romania dispone delle più grandi riserve di petrolio e gas naturale nell’Europa dell’Est, può contare su vasti giacimenti di carbone e produce energia nucleare per circa il 10% del suo fabbisogno. Negli ultimi dieci anni il settore privato è cresciuto notevolmente.

STORIA La Romania partecipò alla Prima guerra mondiale al fianco dell’Intesa. I trattati certificarono la nascita di una “Grande Romania”. Questa cominciò a sfaldarsi all’inizio della Seconda guerra mondiale. Nel 1941 la Romania, entrò in guerra sotto il comando tedesco, dichiarando guerra all’Urss per recuperare la Bessarabia e la Bucovina. Nel 1944, re Michele ordì un colpo di Stato che destituì la dittatura del generale Antonescu, ponendo il Paese sotto l’influenza russa e il comando militare dell’Armata Rossa. Successivamente all’occupazione sovietica, nelle fasi finali della Secondo conflitto mondiale, nel 1947 nacque la Romania che diventò una repubblica comunista. Due milioni di persone furono imprigionate per motivi politici nei primi anni della dittatura. Nel 1965 Nicolae Ceaușescu diventò il leader del partito comunista. e adottò una politica più autonoma rispetto a Mosca, godendo all’inizio di un notevole prestigio sia in patria sia all’estero. Dagli anni ‘70 intraprese una politica che portò alla scarsità e al conseguente razionamento dei generi alimentari più comuni. Nel dicembre 1989, quando il muro di Berlino

era caduto da più di un mese, scaturì la prima protesta di piazza contro il regime, a Timisoara, che fu repressa nel sangue, provocando la morte di circa cento persone. Successivamente le proteste divamparono anche in altre città, tra cui Bucarest. Ceaușescu, abbandonato dai suoi fedeli, fuggì in elicottero a Târgoviște, dove fu processato e condannato a morte. Fu fucilato il 25 dicembre 1989. Caduto il regime comunista, la Romania adottò il modello democratico aprendosi all’economia di mercato. La Romania iniziò un faticoso processo di transizione, che portò a privatizzazioni e a licenziamenti di massa nell’industria. Il Paese, come altri nell’Europa dell’est, negli ultimi dieci anni, ha subito un forte fenomeno migratorio causato, ovviamente, dalle migliori opportunità di lavoro all’estero. Il tenore di vita sta salendo rapidamente, ma il salario medio resta di circa 250 euro, con forti sperequazioni tra Bucarest e il resto del Paese.

Claudio Praturlon

olevo essere libera. Ero stanca di sentirmi oppressa, come una schiava. Non ho lasciato la Romania spinta esclusivamente da motivi economici. Questi, al massimo, erano strumentali alla realizzazione del mio desiderio. In ogni altro Paese, vedevo la possibilità di emanciparmi come donna. In Romania non esiste una legislazione che tuteli i bambini e le donne - specialmente come madri. L’uomo è dominante, sia dal punto di vista psicologico, sia, purtroppo spesso, da quello fisico. La vita è simile a quella di una schiava. Vale la regola del “padre padrone”. La stessa situazione si manifesta anche nei confronti dei figli ed è questo che ha indotto mio figlio Lucian a emigrare in Italia nel 2003. Durante una sua visita, in compagnia di un amico italiano, avvenuta nel 2005, mi sono resa conto di quanto fosse diventato diverso e migliore, più libero nel modo di pensare e di concepire l’esistenza. Nello stesso tempo, ho capito che stavo perdendo il contatto con lui. Il futuro di mio figlio era in Italia, mentre io ero ancora troppo condizionata dalle tradizioni del mio Paese. Da molto tempo stavo pensando di andarmene e quell’occasione catalizzò la mia determinazione. Così, nell’ottobre del 2005, lasciai tutto per raggiungerlo a Torino. Avevo ormai chiara la consapevolezza che in Romania non sarebbe stato possibile realizzare il mio desiderio di stargli accanto come madre e concretizzare la mia indipendenza di donna, in quanto la situazione economica e lo sfondo culturale sarebbero stati un freno e un peso insormontabili. Basti pensare che mia sorella - insegnante in un Liceo di Bucarest con 30 anni di anzianità - guadagna circa 300 euro, cifra che, visto il costo della vita, paradossalmente più alto che in Italia, consente appena di sopravvivere. Ricordo ancora quanto desideravo della frutta, arance, banane che mi piacciono moltissimo. No, non era possibile. Anche disponendo dei soldi necessari, non si trovavano se non nelle grandi città e a costi proibitivi. In Romania ci sono 3 classi sociali: le persone ricchissime, che solo 20 anni fa non esistevano, una classe media che si barcamena alla meno peggio, e una vastissima platea di poverissimi, in continua espansione. Le differenze tra le città e il resto del Paese sono enormi. È facile comprendere che una prospettiva di questo genere non sia per nulla attraente. In Italia ho sempre fatto la collaboratrice domestica. È un lavoro umile ma mi piace. È bello vedere tutto in ordine e pulito e sentire la riconoscenza delle famiglie per cui lavoro. Ora so che mi aspettano e che sono contente di vedermi. Mi sento una persona di casa. Voglio comunque migliorare. È per questo che mi sono iscritta all’università. Sto frequentando il secondo anno alla facoltà di scienze politiche. Questo mi consentirà di migliorare la mia situazione ma soprattutto di essere più consapevole di quanto sta avvenendo nel mondo. Vivo con mio figlio, lo vedo crescere e questo, per me, è il risultato più grande. Forse un giorno si sposerà e chissà che bei nipotini con cui giocare. Vado spesso in Romania, dove abita la mia famiglia. Devo dire che dall’ingresso nell’U.E., avvenuto nel 2007, molte cose sono cambiate. L’adeguamento, indispensabile, alle normative europee ha determinato molte trasformazioni, anche in merito alle situazioni che mi hanno spinta a scegliere di venire in Italia. Nel corso del mio ultimo viaggio, nel luglio 2012, ho dovuto constatare, con rammarico, che trovare un lavoro stabile, nonostante la ripresa economica, è diventato difficilissimo. Il cambiamento delle leggi in materia fiscale sta inducendo moltissime imprese che avevano delocalizzato la produzione in Romania - per i vantaggi derivanti dalle norme molto favorevoli del passato - ad abbandonare il Paese verso nuovi luoghi più accondiscendenti, incrementando così in modo vistoso il tasso di disoccupazione, specialmente maschile. Tutto questo ha amplificato ulteriormente la crisi della famiglia. Moltissime donne sono emigrate. Molti uomini, perso il lavoro, si sono smarriti nell’alcol e dati alla criminalità, provocando quindi il crollo del sistema sociale. Non sapevamo cosa volesse dire droga. Oggi è una pratica fortemente diffusa e se ne trova, con facilità a scuola, in discoteca. Sarebbero necessari investimenti e serie politiche di sviluppo e di sostegno alla famiglia, che consentano una redistribuzione del reddito. Certo, per alcuni aspetti, il welfare è molto migliorato, ma la corruzione continua a imperare e dilaga. Non penso di ritornare in Romania. La mia vita è saldamente radicata qui in Italia, ma credo che la vita mi abbia ormai insegnato a pensare: “Never say never”. famiglia, che consentano una redistribuzione del reddito. Certo, per alcuni aspetti, il welfare è molto migliorato, ma la corruzione continua a imperare e dilaga. Per accedere ai servizi, specialmente sanitari, non c’è che un’unica via: il denaro. Non penso di ritornare in Romania. La mia vita è saldamente radicata qui in Italia, ma credo che la vita mi abbia ormai insegnato a pensare: “Never say never”. Claudio Praturlon

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Albania

Il giro paesi del in mondo

Il gommone che inseguiva caramelle

CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE

POPOLAZIONE

Tirana 28.748 Kmq Lek Albanese Islamica Ortodossa (86,7%) Cattolica (4,7%) 3.608.523 abitanti (2011)

Testimonianza di Gentian Hamitaj, 36 anni, Valona, gestore agriturismo a Pescia Fiorentina (GR)

S

i chiama Valona la mia città e ora che ho 36 anni continuo a vederla come la città più desiderabile. L’ho salutata per la prima volta a 13 anni, nel tentativo di raggiungere, da clandestino, la Grecia. Ero alla ricerca di quelle caramelle coloratissime che apparivano in televisione, appoggiate su quei vassoi che abitavano le case sfarzose dei greci e degli italiani. Io e i miei amici le guardavamo incantati e da lì cominciava il sogno: raggiungere queste terre dove avremmo smesso di mangiare pane con olio di semi di girasole o, in occasioni fortunate, con lo zucchero. Ci avrebbero accolti, ne eravamo sicuri. Tutti quelli che rientravano occasionalmente confermavano per vergogna questa illusione. Erano dottori, dirigenti di banche, professori che non amavano raccontare la vera realtà vissuta, soprattutto in Italia. Quella in cui fai il muratore per 12 ore al giorno e non riesci a pagare un affitto, ad esempio. O vivere indebitati per non venir meno all’impegno di inviare quei mille euro a casa, necessari a rendere credibile una falsata illusione di benessere. Nella mia lingua non esiste l’espressione “Sono in difficoltà”. Ma il primo tentativo non andò a buon fine. Fui rimandato subito indietro. Iniziai il liceo a Valona, ma i soldi non bastavano. Allora ripresi a incamminarmi. Il viaggio durava sette giorni, si partiva in gruppo insieme a conoscenti. Raggiunta la destinazione - se eri fortunato - riuscivi a lavorare qualche ora per pochi giorni finché la polizia non ti fermava. La chiamavano “operazione spazzino”. Rimanevi in cella finché il bus di rimpatrio non fosse al completo. Ogni volta che rientravo regalavo un po’ di sollievo ai miei genitori, contrari ai miei tentativi, per via dei rischi che comportavano, come ad esempio dormire nei boschi. Tra un viaggio e l’altro ho conseguito il diploma e due anni di università seguendo dei corsi serali nella mia città. La Grecia non offriva possibilità e decisi quindi di tentare con l’Italia. Lo feci per una decina di volte in gommone, ma anche in questi casi - dopo poco tempo - venivi rimandato indietro. Dormivo nelle stazioni e, se mi riusciva, mangiavo un panino al giorno. Dal ‘97 le cose cambiarono. In Albania fallirono le banche e seguì la famosa tragedia: la motovedetta Kater I Rade venne affondata dalla Sibilla, causando 130 morti. Il Governo italiano si decise a rilasciare un permesso di soggiorno di 8 mesi per motivi umanitari e io mi affrettai a raggiungere Brindisi in gommone. Questa volta mi accolsero: fui trasferito in un campo profughi dove stetti per alcuni mesi finché, finalmente, uno spiraglio. Casualmente, per le vie di Benevento, riconobbi dei cugini che mi segnalarono un affitto di 50.000 lire al mese e alcuni lavoretti. E tra raccolte nei campi e lavori di muratura, mi assicurai per un anno un po’ di stabilità. In quel periodo ricordo il felice incontro con un ristoratore - presso cui facevo delle ore come lavapiatti - che col passare del tempo, conoscendo la mole di lavoro che gravava su di me, non mi pose alcun vincolo d’orario. Regolarizzò la mia posizione con un contratto di lavoro a tempo determinato, permettendomi così, allo scadere del permesso di soggiorno, di rinnovarlo con serenità. Seguii un lavoro a Firenze che porto in me come una delle più belle esperienze, durato circa un anno, in cui trasportavo quadri per una ditta delle Belle Arti: non ci potevo credere, entravo gratuitamente in tutti i musei! Mio fratello non viveva molto distante, lavorava come tuttofare presso un agriturismo a Pescia Fiorentina, in Maremma. Mi disse che rientrava a Valona per sposarsi e vivere lì. Pensai di propormi come sostituto e andò a buon fine. La prima volta che raggiunsi il posto ricordo sicuramente una campagna più spoglia di com’è adesso. Oggi mi sento realizzato: ho creato giardini rivedendo il passato, riempiendoli di rose, bouganville e limoni. Il proprietario ha molta simpatia per me, potrei infatti definirmi un suo “collaboratore di fiducia”: seguo l’andamento generale dell’attività nei suoi molteplici aspetti. Come nei primi anni, continuo a sentire la voce dei vicini urlare: “Sciagurato, finiscila con questi panini che ti sto preparando una zuppa!” Anche loro sono accorsi nel 2000 per salvarmi: il trattore che guidavo si è ribaltato, schiacciandomi col suo peso per 45 minuti. Tratto in salvo, ho ripensato alle caramelle. Quello era un sogno infranto già da tempo e se mi si domandasse qual è il sogno che mi anima ora, risponderei: tornare a Valona. Forse è per questo che alterno il rifacimento del tetto qui, alla costruzione di una casa lì. Ma ho anche capito che un sogno, sì, puoi anche averlo, ma bisogna vedere se riesci anche solo a raccontarlo. Per ora conto di gettare le basi che mi assicurino un sereno ritorno in patria come Gentian (che era un re). È questo il mio nome, anche se in Italia mi chiamano “Ivan”. È più semplice per chi ha difficoltà a pronunciarlo correttamente.

Agrin Amedì

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0,2 9,5 4,3

2,6 20,7

Totale albanesi in Italia

482.627 0,1

8,8

2,7

POPOLAZIONE

12,6 14,2 3,5 4,8

Densità (ab/Km2)

4,6

125

2,8 0,2 1,4

4,7 0,3 0,6

1,5

P.I.L. (USD)

24,99mld

Distribuzione dei residenti albanesi nelle regioni italiane (%)

Reddito pro capite (USD)

7.453

ECONOMIA

STORIA L’Albania è stata abitata fin dai tempi antichi. Durante il III millennio a.C. con le invasioni indo-europee, il territorio venne abitato da una popolazione chiamata Balcani i cui discendenti sarebbero poi diventati gli Illiri, greci, turchi. Nel 1344 l’Albania fu annessa alla Serbia con la quale condivise il destino comune nell’invasione da parte dell’Impero Ottomano, che avvenne nel 1479. La Conferenza di Londra del 1913 deluse le aspirazioni di indipendenza, con la connessione della metà dell’Albania, il Kosovo, alla Serbia e con parte del suo meridione alla Grecia. Il tutto con grande disaccordo dell’Italia e degli austro-ungarici che decisero di consolidare il territorio nel Principato di Albania. Nel 1925 il Paese si ritrovò nelle mani di Ahmet Zogu, che con un colpo di stato politico-militare trasformò la nazione in un regno che venne tuttavia destabilizzato dall’occupazione militare dell’Italia nel 1939. Durante il conflitto mondiale essa venne invasa anche dalle truppe tedesche che furono cacciate grazie alle resistenze partigiane guidate dai filo-comunisti di Enver Hoxha. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale i comunisti proclamarono la Repubblica del Popolo di

Albania. Il regime comunista, non allineato alla super potenza russa, durò fino al 1990. Fino al 1985 il paese fu guidato da Enver Hoxha. Nell’era post-comunista, l’Albania ha visto la rinascita di uno Stato democratico che si sta faticosamente riprendendo verso un difficile sviluppo socio-economico frenato da cinquant’anni di autarchia in nome del comunismo. L’Albania spera di entrare a far parte in un prossimo futuro della Comunità Europea. Nelle elezioni generali del 2005 il partito democratico e i suoi alleati ottengono una vittoria decisiva con la promessa di ridurre crisi e corruzione, di promuovere la crescita economica e di alleggerire le dimensioni della macchina governativa. L’Albania entra a far parte della Nato nell’aprile 2009 ed è potenzialmente candidata all’accesso all’Ue.  La nazione, che oggi è una Repubblica Parlamentare, sta emergendo con costanza dall’isolamento comunista pre-1990 e con determinazione la sua società sta organizzando e riprendendo mano delle bellezze naturali e culturali del Paese. Per il 2011 l’Albania era stata segnalata come il Paese a più alta crescita in tutta l’area dell’Europa dell’Est. Emil Sherko


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Tunisia CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE

Il giro paesi del in mondo

Tunisi 163.610 Kmq Dinaro (TD) Arabo Islamica

POPOLAZIONE

Vado, studio e torno. Con un sogno in più

10.673.800 abitanti

Testimonianza di Walid Fanni, 33 anni, Kairouan (Tunisia), studente universitario, Torino

I

POPOLAZIONE

Densità (ab/Km2)

69 ECONOMIA

P.I.L.

Reddito pro capite

30,3mld

3.023

(EUR)

(EUR)

STORIA • 1574 La Tunisia è annessa all’impero ottomano. • 1881 Protettorato francese: rivolta del popolo. • Gennaio 1952. A seguito dell’arresto dei principali dirigenti tunisini nazionali, inizia la lotta armata contro i francesi. • 20 marzo 1956 Indipendenza. Il governo presidiato da Bourguiba, ad agosto dello stesso anno fa adottare la legge che stabilisce l’eguaglianza giuridica tra uomini e donne. • 1957 Viene adottata una nuova costituzione. • Gennaio 1963 Viene istituito il regime di partito unico fondato in riferimento alla nuova costituzione. • Febbraio 1970 Rivolta degli studenti e inizio dell’opposizione sindacale al governo Bourguiba. • Marzo 1975 Bourguiba, rieletto nel 1974, viene nominato presidente a vita. • 26 gennaio 1978 Repressione contro lo sciopero generale annunciato dai sindacati. Muoiono 200 persone circa (“Giovedì nero”). • 1983-1984 Avvenimenti di Gafsa: rivolta del popolo per l’aumento irrazionale del prezzo del pane. • 7 novembre 1987 Il generale Zin El Abidine

Ben Ali, il 2 ottobre nominato primo ministro, con un colpo di stato pacifico sostituisce Bourguiba e diventa capo del governo. • Gennaio - luglio 2008 Mobilitazione sociale nel Bacino della miniera di Gafsa, nel sud ovest del paese. Centinaia di persone sono state arrestate e i leader del movimento sono stati condannati. • 17 dicembre 2011 Scoppia la rivoluzione Tunisina e inizia la primavera araba. • 14 gennaio 2011 Ben Ali scappa e chiede rifugio in Arabia Saudita. • 3 marzo Il governo di transizione annuncia l’elezione dell’assemblea costituente. • 23 ottobre Vengono organizzate le prime elezioni democratiche per eleggere un governo temporaneo e formare democraticamente l’assemblea costituente. • Novembre 2011 Passaggio da un governo di transizione a un governo di larga intesa eletto dal popolo. Mourad Aissa

n Italia sono venuto per studiare. Era questo, ciò che avevo in testa per me. Ben presto mi sono accorto che le informazioni ottenute in Tunisia prima della partenza non corrispondevano al vero. Sulla borsa di studio non si può contare fin dal primo giorno. E neppure su un posto letto nel collegio universitario. Ci vogliono almeno tre mesi, spesso di più. Il tempo che serve per fare le graduatorie tra tutti gli studenti che hanno fatto la richiesta. Quando arrivi, tutto quello che hai è una somma di circa 700 euro, che ti ha messo in mano la famiglia prima di partire, considerando le indicazioni raccolte in Tunisia. Ma non sono sufficienti. Tra l’iscrizione all’università, il permesso di soggiorno, l’albergo e qualcosa da mangiare, i soldi finiscono molto in fretta. Servirebbe sapere tutto fin da subito, prima di imbarcarsi per l’Italia. Mi trovo a Torino già dal 2007 e studio Scienze del Turismo. La facoltà è quella di Lingue e Letterature Straniere. Sono partito dalla Tunisia, perché in Europa l’università è migliore. E qui a Torino, c’è il Politecnico, una vera eccellenza. Quello che sognavo per me non avrebbe potuto avere come scenario il mio paese di origine. Ma in Tunisia, io tornerò di sicuro. Sono partito dicendo: vado, studio e torno. La mia esperienza qui in Italia ha cambiato il mio modo di vedere la terra dove sono nato. Ad esempio, non avevo idea, né tanto meno esperienza, di che cosa volesse dire la partecipazione. Qui, a Torino, ho visto un’altra fetta di mondo. O, almeno, un altro modo di starci, al mondo. Ho fatto parte di diverse associazioni. Ho capito il valore del gruppo per la realizzazione di un progetto condiviso. Voglio portare tutto questo nel mio paese, insieme alla laurea che presto spero di conseguire. Ho ancora due anni di studio; sono entrato automaticamente nella laurea specialistica. Per sostenere la ripresa economica della Tunisia, si deve partire dal livello sociale. Durante il regime di Ben Ali, gli interventi sociali erano nulli e la partecipazione era temuta, più che stimolata. Come in ogni dittatura. L’attenzione ai problemi delle persone e il sostegno sociale facevano parte di una finzione teatrale. Ma il teatro, quello vero, non c’era. La cultura era azzerata. Intendiamoci. Qui non è tutto perfetto. Noi, studenti tunisini, usciamo da una brutta esperienza di occupazione del collegio universitario. All’inizio, i locali erano pieni di studenti indipendenti, tra i quali numerosi tunisini che cercavano un posto dove stare. Durante la rivoluzione in Tunisia, infatti, tante famiglie hanno perduto il lavoro, trovandosi nell’impossibilità di aiutare economicamente i figli residenti all’estero. Ma la piega politica di certi gruppi non rispetta sempre la libertà di pensiero. Alla fine, dato che non c’era spazio per discutere, ci siamo dissociati. Partire dal sociale per aiutare il mio paese e, contemporaneamente, dare una spinta all’economia: questo è possibile, secondo me. Attraverso il sostegno alla costituzione di cooperative. In una cooperativa, i lavoratori sono protetti dal possibile accumulo di ricchezza da parte di pochi. Ed ecco il collegamento tra sociale e economico. La cooperativa lavora con meno soldi e lavora meglio, perché il lavoratore è anche un socio e l’azienda gli appartiene. Se fallisce, sa di non lavorare più. Se va avanti, e cresce, sa che continuerà e darà lavoro ad altri. Così la vedo io. Sotto Ben Ali, il modello non è decollato, perché non è adatto a mantenere la distanza, in termini di potere e denaro, tra i ricchi, pochi, e la moltitudine di poveri. Prima del regime, c’erano le cooperative. Eravamo negli anni Sessanta, Settanta. Cooperative non spontanee, però. Cooperative statali, secondo il modello russo. Il progetto è fallito. Forse poteva avere successo, ma l’hanno fatto fallire. E, adesso, di questa esperienza è rimasto solo il trauma, e quando parli di cooperazione, la reazione è il rifiuto. Quando tornerò in Tunisia, fonderò una cooperativa utilizzando l’esperienza italiana. Lì non ci sono le basi, la storia. Le associazioni nascono solo per dimostrare che c’è un certo grado di democrazia. Ce ne sono circa 2000 adesso, ma ho l’impressione che lavorino senza un disegno. Non so ancora che tipo di cooperativa. Il mio campo è quello alberghiero, ma se la cooperativa nasce in un altro settore va bene lo stesso. L’importante non è cosa, ma come: lavorare insieme ad altri e condividere un progetto. Ci sono tanti tunisini laureati in giro per il mondo, in Italia, in Francia. Noi, studenti tunisini di Torino, di cui io sono portavoce dal 2008, siamo un gruppo e stiamo comprendendo l’importanza di questa dimensione. Vorremmo cominciare fin da ora a fare qualcosa, impegnandoci in un’associazione nuova, qui a Torino. Primo obiettivo: aiutare e sostenere gli studenti tunisini che arriveranno in futuro.

Serena Naldini

Osama Al Saghir, deputato all'Assemblea costituente tunisina e Mourad Aissa responsabile del Progetto Tun.It della Fondazione Xenagos

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Somalia

Il giro paesi del in mondo

La mia fortuna? Quelle donne vestite da pinguino

CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE POPOLAZIONE

Mogadiscio 627.339 Kmq Scellino Somalo Somalo / Arabo Islamica 10.085.638 abitanti

Testimonianza di Fairus Ahmed Jama, 35 anni, Hargeysa (Somalia), avvocato a Torino

L

e lasagne. Se penso alla ragione per cui a dieci anni, nel momento in cui la mia famiglia si è divisa, ho chiesto a mia madre di mandarmi da sua sorella a Cerveteri, vicino Roma, mi vengono in mente le lasagne che il sabato sera andavamo a mangiare in un ristorante italiano di Mogadiscio. Il gusto e il profumo di quel piatto erano per me un’ottima ragione per non scegliere New York (di cui non avrei tollerato il freddo), il Canada (che avevo sempre visto in televisione coperto di neve), l’Olanda (di cui non sapevo un granché): tutti paesi in cui erano presenti parenti che nel 1988, quando ho abbandonato la Somalia, avrebbero potuto accogliermi. È chiaro, alla luce di questo, che se dovessi scrivere una mia autobiografia, questa sarebbe divisa in due parti: una comica, l’altra drammatica. La prima composta da aneddoti avventurosi; la seconda incentrata sulle difficoltà che ho dovuto affrontare. Nel 1988 frequentavo la scuola egiziana a Mogadiscio, utile per poter studiare l’arabo, lingua parlata in una bella fetta di mondo. Molti dei miei insegnanti, a causa delle tensioni già presenti, erano stati richiamati in patria dal governo egiziano. Era oramai chiaro che la situazione si sarebbe aggravata: e lo dimostra cosa accadde all’indomani dell’estromissione di Siad Barre dal potere. Così mia madre ci mise intorno ad un tavolo e insieme ai miei fratelli e mia sorella decidemmo cosa fare. I maschi, insieme a mia madre, si trasferirono in Arabia Saudita. Io e mia sorella venimmo in Italia. Anche se sono stata costretta dagli eventi a crescere in fretta, non avevo idea di cosa mi avrebbe riservato il futuro. Dell’Italia non conoscevo nulla: né la lingua, né la cultura, né le tradizioni. Ricordo che la prima primavera trascorsa a Cerveteri, continuavo a indossare delle maglie di lana coloratissime, che mi piacevano molto, ma che mi pizzicavano in continuazione: non sapevo ancora bene cosa fossero le stagioni in questa parte di mondo. Per imparare la vostra lingua, invece, ci ho messo poco, mi ha aiutato la sua musicalità: quando sbagliavo un verbo, ascoltandomi me ne accorgevo subito e mi correggevo. Intanto mia zia lavorava tutto il giorno e così l’unica soluzione fu quella di mandarmi in collegio, da un gruppo di suore dell’Ordine delle Serve dei Poveri. Le suore erano per me delle creature sconosciute. Le prime le avevo viste a Mogadiscio e ricordo che avevo chiesto a mia madre: “Ma chi sono quelle bianche vestite tutte uguali, come dei pinguini?” Erano carine, ma per me, di cultura islamica, anche un mistero. Ebbene, le suore del collegio di Santa Marinella, vicino Civitavecchia, sono state per 17 anni le persone che più mi hanno sostenuta, incoraggiata, dato affetto e sostegno. Grazie a loro, ho potuto completare le scuole dell’obbligo, diplomarmi e poi laurearmi in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Mia zia, intanto, poco prima del diploma, aveva deciso di trasferirsi a Seattle, in Usa. Per convincere mia madre che la mia vita ormai era in Italia, ho dovuto raggiungerla in Yemen e spiegarle le mie ragioni: se a 10 anni ero stata abbastanza grande per lasciarla, a 17 avevo già fatto tutto quello che si deve aver fatto a 30. Per pagarmi gli studi, mi sono arrangiata facendo i lavori più diversi: dalla lavapiatti alla baby-sitter. Con la laurea in Giurisprudenza ho potuto iniziare a restituire un po’ della fortuna che ho ricevuto. Mi sono così trasferita a Torino, dove ho aperto uno studio in cui mi occupo di tutto ciò che riguarda il tema dell’immigrazione: dai ricongiungimenti familiari ai problemi legati ai flussi. I miei clienti provengono dai paesi più diversi, spesso attraverso il passa parola. Ho un buon rapporto con la comunità magrebina e in questo mi ha aiutato la conoscenza della lingua araba. Quello che cerco di trasmettere ai miei clienti è che l’Italia non è un brutto paese e che non è vero che tutti gli italiani sono intolleranti o razzisti. E a chi mi dice che non si vive bene in Italia, dico sempre: “Perché non torni a casa tua? Tu ne hai la possibilità, gli italiani no.” E a chi invece mi racconta di aver commesso dei reati chiedo: “Perché sei venuto a rovinarci?” Parole che non vengono giudicate come razziste, perché anche io sono immigrata. Ma senza sacrificare il sonno per studiare o lavorare, anche io - ripeto ai miei clienti - non avrei concluso nulla. Intanto continuo a mantenere vivo il desiderio di tornare nel mio paese, ma dopo oltre 20 anni, un matrimonio e due figli, l’idea sta iniziano ad allontanarsi. Seguo con attenzione l’evoluzione di ciò che sta accadendo e su alcuni aspetti continuo a essere molto critica. Credo infatti che il futuro della Somalia, per essere veramente tale, dovrà vedere il suo popolo, in patria come all’estero, superare la logica che ne ha caratterizzato tutte le vicende: ovvero quella del dare più valore all’appartenenza e agli interessi del proprio clan, piuttosto che a quello generale del proprio Paese. Massimo Tornabene

16| SQM

POPOLAZIONE

Somali in Italia: 3.278 donne 4.834 uomini

P.I.L. (USD)

5.900mln

Densità (ab/Km2)

14

Reddito pro capite (USD)

600

ECONOMIA

STORIA La Somalia possiede la costa più lunga del continente Africano e il suo territorio è composto da pianure estese e da altopiani. Nella parte meridionale del paese, tra i due grandi fiumi, vi è concentrato il 90% dei terreni più fertili (circa 800 milioni di ettari). Le coste della Somalia, dal VII al X secolo, vennero colonizzate da commercianti arabi e persiani, mentre le tribù nomadi occupavano il territorio interno. Nel XVI secolo, il dominio turco si estese sulla costa settentrionale e i sultani Arabi di Zanzibar acquisirono il controllo delle coste del sud. Solo nell’ultimo quarto del XIX secolo, le potenze occidentali completarono la spartizione della Somalia dividendola in cinque province sotto il dominio del Regno Unito, Francia e Italia. Nel 1960, due province, la Somalia italiana e quella britannica, ottennero, sotto l’egida delle Nazioni Unite, l’indipendenza e si riunirono per formare la Repubblica di Somalia. Invece le due province annesse per volontà inglese all’Etiopia e al Kenya vennero escluse da questo processo. Ancora oggi, questa situazione non è stata definitivamente risolta. L’esperienza parlamentare durò sino al 1969, quando il Presidente della Repubblica, Abdirashid Ali Shermarke, venne assassinato. Dopo il funerale di Stato, seguì un golpe militare che condusse al potere il generale Mohamed Siad Barre. La nuova dittatura militare viene appoggiata dall’Unione sovietica e i

generali proclamano il socialismo come nuova ideologia di stato. Nel 1991, la notte tra il 26 e il 27 gennaio, i guerriglieri assaltano Villa Somalia e il generale Siad Barre viene costretto alla fuga a bordo di un carro armato. Il paese piomba in un’anarchia totale, e per lungo tempo si susseguono una lunga serie di scontri armati. Dal 2000, la comunità internazionale ha iniziato a sostenere la formazione d’istituzioni governative transitorie, impegnandosi contemporaneamente nella ricostruzione dell’esercito Somalo. Il 20 agosto del 2012, dopo un lungo percorso, si è insediato il primo parlamento non transitorio. Questo parlamento, ha eletto Hassan Sheikh Mohamud Presidente della Repubblica federale Somala che a sua volta, il 10 settembre 2012, ha nominato come primo ministro Abdi Farah Shirdon Said. Oggi il governo Somalo controlla oltre l’80% del territorio e il movimento degli Shabab legati ad Al-Qaeda appare sconfitto e in ritirata. Gli analisti internazionali concordano sul fatto che la Somalia, dopo oltre 20 anni di guerra civile, stia per risorgere. Mohamed Osman


7

Nigeria Abuja 923.770 Kmq Naira Inglese / Francese Islamica Cristiana

POPOLAZIONE

124.000.000 abitanti

Alfabetizzazione (%) POPOLAZIONE

Densità (ab/Km2)

0

15,3

10 1,8

131 Pop. urbana (%)

49,5

1,9

23,5 17 5,6 2,1 7,8

0,6

Distribuzione dei residenti nigeriani nelle regioni italiane (%) ECONOMIA

66,8

0,4

Totale nigeriani in Italia

53.613

5,2 1,2 0 4,8

1 0,1 0,4

1,3

P.I.L.

Reddito pro capite

62,2mld

320

(USD)

(USD)

STORIA La Nigeria, ufficialmente Repubblica Federale della Nigeria, è un paese dell’Africa occidentale, il più popoloso del continente. Tra il XVII e il XIX secolo i viaggiatori e commercianti europei fondarono città portuali per incrementare la crescente tratta degli schiavi destinati alle Americhe. Materie prime e prodotti finiti sostituirono il commercio degli schiavi durante il XIX secolo. La Nigeria divenne un protettorato britannico nel 1901, e colonia nel 1914. In risposta al crescente nazionalismo nigeriano che seguì la fine della Seconda guerra mondiale, i britannici guidarono la colonia verso l’autogoverno su base federale.

Alla Nigeria fu concessa la completa indipendenza il 1º ottobre 1960, come una federazione di tre regioni, ognuna delle quali manteneva in misura sostanziale un margine di autogoverno. La Nigeria ricadde sotto governo militare nel 1983, dopo un colpo di stato che istituì il Consiglio Militare Supremo come nuovo organo di governo del paese. Nel 1999, la Nigeria elesse Olusegun Obasanjo alla carica di Presidente Federale nelle prime elezioni libere che si tenevano in 16 anni. Obsanjo e il suo partito sono riusciti inoltre a farsi riconfermare vincendo le turbolente elezioni del 2003. Le elezioni tenutesi il 21 aprile 2007 hanno decretato vincitore Umaru Yar’Adua, delfino dell’attuale presidente Obasanjo, originario dello Stato di Katsina, musulmano. Le opposizioni hanno definito le elezioni “dei colossali brogli” ed anche vari osservatori internazionali hanno espresso pareri alquanto negativi riguardo alla regolarità delle elezioni. Oggi la Nigeria è una repubblica costituzionale di tipo federale comprendente 36 stati. Dal punto di vista religioso la popolazione si divide quasi perfettamente tra cristiani e musulmani. Gli Hausa-Fulani che vivono nel nord sono in maggioranza di religione islamica. Oltre la metà degli Yoruba (che vivono nel sud-ovest) è di religione cristiana e circa un quarto islamica, mentre la parte restante segue le religioni animiste tradizionali. Tra il 2011 e il 2012 si sono registrati numerosi attentati e ripetute stragi contro i cristiani, in particolare in occasione del Natale e della Pasqua con l’obiettivo di provocare una pulizia etnica: esponenti dell’integralismo islamico hanno infatti posto un ultimatum con il quale ingiungono a tutti i cristiani residenti nel nord di abbandonare tutto e andare via. L’economia dello Stato è in forte crescita, come dimostrano i dati del Fondo Monetario Internazionale del 2008 e del 2009. La Nigeria è ricca grazie al petrolio ma dipendente da esso, per lungo tempo intralciata dall’instabilità politica, dalla corruzione e dalle carenze nella gestione delle politiche macroeconomiche, sta ora subendo sostanziali riforme da parte della nuova amministrazione civile sostituitasi ai governi militari. La Nigeria è un paese dilaniato da vari contrasti di tipo religioso, politico, ma anche causati da fattori economici. La ferrea applicazione del diritto penale islamico da parte dei tribunali del nord del paese ha provocato un forte peggioramento della situazione dei diritti umani in generale e, in particolare, della situazione femminile. Oltre alla contrapposizione etnico-religiosa tra cristiani e musulmani, negli Stati meridionali della Nigeria si verificano ricorrenti scontri tra le etnie minori, dovuti a dispute sul controllo delle terre coltivabili e dei pascoli, senza alcun carattere di contrapposizione religiosa. Per far fronte a questo dilagare della violenza il governo ha dato mano libera all’esercito, ciò ha comportato gravissimi abusi e violenze da parte di militari nei confronti della popolazione civile.

Claudio Praturlon

Gates Foundation

CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE

Il giro paesi del in mondo

SQM|17


7

Siria

Il giro paesi del in mondo

CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE

Pop. urbana (%)

Popolazione

56

90% 5%curdi arabi

Damasco 185.180 Kmq (inclusi 1.295 Kmq occupati da Israele) Lira siriana Arabo Islamica (Sunniti 74%, Sciiti 16%) Cristiani (10%) 22.530.746 abitanti (luglio 2012)

POPOLAZIONE

5%armeni e altre minoranze

54

3

2.029

54 47

Tasso di alfabetizzazione 15-24 anni Popolazione totale alfabetizzata

Donne alfabetizzate

Uomini alfabetizzati

Analfabeti

Totale siriani in Italia

4.029

350

46

POPOLAZIONE

261 164 58

Densità (ab/Km2)

101

609 31

67

118

2 53 2

41

13 44

P.I.L.

79,6%

(USD)

64,7mld

Distribuzione dei residenti siriani nelle regioni italiane (unità)

Reddito pro capite (USD)

5.100

ECONOMIA

STORIA

86%

73,6%

Popolazione per fasce d’età 15000

61,6%

12000

9000

Donne

Uomini

34,6%

6000

3000

3,8% 0

18| SQM

0-14

15-64

65 e oltre

• 1517 La Siria è parte dell’Impero ottomano. • 1920 Protettorato della Francia. • 1944 Proclamazione dell’indipendenza (il 28 Settembre). • 1958 Egitto e Siria formano - sino al 1961 - la Repubblica Araba Unita. • 1963 Il potere viene assunto dal Partito Ba’th. • 1970 Dopo la sconfitta nella guerra dei sei giorni e l’occupazione delle Alture del Golan da parte di Israele, un nuovo colpo di stato della fazione alawita interna al Partito Ba’th porta al potere (il 12 Novembre) il generale Hafiz al Assad. • 1976 La Siria interviene militarmente nella guerra civile in Libano. • 1991 Trattato di cooperazione tra Siria e Libia. • 2000 Alla morte di Assad (il 10 Giugno) la carica di presidente della Repubblica passa al figlio Bashar. • 2005 Il 14 Febbraio, a Beirut, viene ucciso Rafic Hariri, primo ministro libanese. Fortemente sospettata (si formerà in seguito un’inchiesta internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite), la Siria decide di ritirare le proprie truppe dal Libano. • 2008 La Siria, su invito del presidente francese Sarkozy, partecipa a Parigi al vertice sul Mediterraneo (Unione per il Mediterraneo). • 2011 Dalla metà di Marzo, in alcune città siriane, Daraa e Lattakia, si sono svolte numerose manifestazioni di protesta contro Bashar al Assad e le politiche attuate dal governo siriano. Secondo Amnesty International la repressione delle forze

di sicurezza siriane avrebbe causato più di un centinaio di vittime. L’Organizzazione umanitaria Sawajish ha dichiarato, lo scorso 7 Maggio, che i morti nelle sette settimane di protesta hanno superato gli 800. L’Unione europea ha approvato l’embargo di armi, il blocco di beni e divieto di viaggio per 13 rappresentanti del regime di Damasco. • 2012 I venti della primavera araba arrivati in Siria nel marzo 2011 si sono oggi trasformati a tutti gli effetti in una guerra civile, che vede in conflitto l’esercito siriano governativo e l’esercito siriano libero. I bombardamenti e i combattimenti di strada che hanno causato la morte di tantissimi civili (tra cui innumerevoli bambini) e gli arresti hanno provocato l’esilio di decine di migliaia di civili verso i paesi confinanti (si stima che oltre 400000 persone si siano rifugiate in Giordania, Iraq, Libano, Turchia e nel Nord Africa), senza contare il numero di sfollati interni, arrivato si stima a circa 1,2 milioni. Dopo il fallimento del piano di pace, l’inviato dell’Onu Kofi Annan si é dimesso il 2 agosto 2012 dalla sua posizione di mediatore delle Nazioni Unite e della Lega Araba.

Giulia Miccichè


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Mali CAPITALE ESTENSIONE MONETA LINGUA RELIGIONE

Il giro paesi del in mondo

Bamako 1.240.142 Kmq Franco CFA Francese Islamica (80%) Animista (18%) Cristiana (1%) altro (1%)

POPOLAZIONE

la situazione dei rifugiati

S

econdo la Commissione sugli Spostamenti di Popolazione in Mali, un gruppo di lavoro operativo nell’ambito del Protection Cluster coordinato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), le persone attualmente sfollate nel paese sarebbero almeno 203.845, contro le 118.795 della stima precedente. La cifra aggiornata si deve in parte a un migliore accesso alle aree del nord da parte della Commissione, nonché al miglioramento nelle operazioni di conteggio degli sfollati a Bamako, grazie al lavoro svolto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM/IOM). Il numero di sfollati nella capitale in settembre è stato stimato in 46mila, contro i 12mila dei mesi di giugno e luglio. Vi sono inoltre indicazioni di nuovi spostamenti di sfollati, con persone in fuga a causa del generale stato di insicurezza e del deterioramento della situazione dei diritti umani nel nord del paese. Altri motivi di fuga sono rappresentati dal timore di imminenti attività militari, dalla perdita di mezzi di sostentamento e dal limitato accesso ai servizi di base.

14.517.176 abitanti

POPOLAZIONE

14.517.176ab.

Densità (ab/Km2)

11 ECONOMIA

P.I.L.

Reddito pro capite

15,9mld

1.252

(USD)

(USD)

Crisi del Mali, la spina tuareg

STORIA di golpe e uno sciopero degli studenti nel 1979. Nel 1991 tutte le malefatte di Traoré vennero infine alla luce: il duro trattamento riservato ai ribelli tuareg, il rifiuto di prendere in considerazione il pluralismo politico, e la consuetudine di aprire il fuoco su scioperanti e dimostranti, aiutarono il luogotenente colonnello Amadou Toumani Touré ad acquisire il controllo del paese e a nominare un civile, Soumana Sacko, a capo di un governo provvisorio. Nel 1992 ebbero luogo le elezioni politiche e venne nominato presidente Alpha Konaré. Dopo la sua rielezione nel 1997, Konaré continuò le riforme politiche e economiche, lottando contro la corruzione. Alla fine del suo secondo mandato, limite costituzionale per un presidente, fu sostituito nel 2002 da Amadou Toumani Touré che venne rieletto nel 2007. Il 22 marzo 2012 un gruppo di soldati ha preso il potere in un colpo di Stato, la cui causa poggia sulle difficoltà nel fronteggiare i ribelli tuareg del nord del paese. La Costituzione democratica è stata sospesa ed è stato dichiarato il coprifuoco. Ne è scaturita una guerra civile che ha portato la componente tuareg a prendere il controllo del settentrione del Paese.

wikipedia

Colonia francese dal 1883, nonostante la costruzione di qualche tratto di ferrovia e di vari sistemi d’irrigazione, il paese fu sempre considerato il parente povero delle altre colonie dell’Africa occidentale. Nel giugno 1960 ottenne finalmente l’indipendenza e si unì al Senegal in una federazione che avrà vita breve e travagliata: nell’agosto successivo, infatti, il Senegal si staccò e Modibo Keita divenne il primo presidente della repubblica del Mali. Keita cercò di mantenere dei legami a livello politico ed economico con la Francia, ma confidando allo stesso tempo sull’appoggio militare dell’Unione Sovietica. Il Mali lasciò la zona franca nel 1962, diede corso ad una propria moneta e avviò una serie di disastrose politiche d’ispirazione socialista che piegarono l’economia e causarono l’introduzione di varie misure d’austerità per ridurre i costi della bilancia nazionale. Questi provvedimenti furono estremamente impopolari e portarono all’incruento colpo di stato del 1968. Questo colpo di stato portò al potere Moussa Traoré. Traoré governò il Mali dal 1968 al 1991, non sempre in maniera corretta e talvolta usando pochi riguardi verso la popolazione. Il Mali fu comunque una repubblica relativamente tranquilla negli anni ‘70 e ‘80, nonostante diversi, e inevitabili, tentativi

fonte:

I

l contenzioso territoriale tra gli indipendentisti dell’Azawad e il governo di Bamako, é vecchio quanto la storia politica contemporanea della Repubblica del Mali. L’intervento militare deciso dalla CEDEAO e dall’intera comunità internazionale per cacciare via tutti i gruppi armati del Nord è oramai inevitabile, ma tutto porta a credere che la soluzione definitiva al problema tuareg non sia soltanto militare. La storia si è bruscamente accelerata a Bamako nella notte tra il 21 e il 22 marzo scorso, quando un piccolo gruppo di giovani militari, capeggiato dal capitano Amadou Haya Sanogo, decise di destituire il Presidente Amadou Toumani Toure, solo un mese prima dell’elezione presidenziale, a cui non avrebbe più potuto candidarsi. L’esercito maliano fu costretto alla fuga. Il 5 aprile, un comunicato del MNLA pubblicato, dai media francesi, proclamò l’indipendenza dello Stato dell’Azawad. In 52 anni d’indipendenza, il Mali ha conosciuto non meno di 7 sollevamenti da parte dei tuareg. In generale, le rivendicazioni dei tuareg nel corso degli anni mirano a una più grande autonomia della parte a Nord del paese, e alla riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali nel Paese.

Il Mali di domani

S

iamo ormai molto distanti dalle rivendicazioni, per lo meno legittime, del MNLA. Il Nord del Mali è diventato un santuario degli islamici/salafisti e di svariati traffici. La sharia è stata imposta a tutte le popolazioni di Gao, Kidal o Tombouctou, con il suo corteggio d’amputazioni arbitrarie. Il patrimonio culturale del Paese, uno dei più ricchi del continente è impunemente saccheggiato. Dopo molte esitazioni, sia il governo transitorio, sia la comunità degli Stati dell’Africa dell’ovest (CEDEAO), hanno deciso d’impiegare la forza per restaurare l’integrità territoriale del Mali. Una cosa è certa: la configurazione del Mali di domani sarà diversa. Un’autonomia concreta verrà probabilmente concessa alla parte Nord e le autorità saranno caute nel levigare le asperità economiche e sociali dell’ intero Paese. Stéphane Ebongue Koube

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Il giro paesi del in mondo

Repubblica Democratica del Congo:

la guerra infinita

“L ’

hanno chiamata Repubblica Democratica del Congo, ma di democratico cosa c’è? Fai una vita tranquilla, entrano a casa tua e ti sparano. Ti sposti all’interno del paese, incontri i guerriglieri, ti derubano. Se non hai nulla da dare, ti ammazzano di botte. Fai opposizione politica, ti uccidono. Non c’è libertà…” È addolorato, Ndibu, mentre racconta del proprio paese. Parliamo della nuova ondata di violenza che ha recentemente travolto l’est del Congo, dei ribelli del Movimento 23 Marzo (M-23) che hanno occupato Goma, nel Nord Kivu. Cerchiamo di risalire alle origini di un dramma che sembra infinito, che è la ragione per la quale Ndibu e la sua famiglia sono fuggiti in Libia. Per poi subire lì l’ennesima guerra, e arrivare fin qui. La storia della Repubblica Democratica del Congo è storia di guerre e gruppi ribelli, ma soprattutto di interessi economici confliggenti in una regione ricca di immensi giacimenti minerari. La storia del Nord Kivu è tutto questo, con l’aggravio della vicinanza a un territorio come quello Rwandese, marchiato dall’annoso conflitto tra Hutu e Tutzi. Una storia troppo complessa per essere riassunta in questa sede. Basti dire che dopo la guerra fredda, quando l’ex Zaire aveva perso la propria utilità come avamposto anti-comunista rispetto al vicino Angola, a seguito di un’invasione da parte del Rwanda, i ribelli anti-Mobutu hanno velocemente rovesciato il precedente governo e installato al vertice Laurent Kabila, rinominando il paese Repubblica Democratica del Congo, nel 1997. Ndibu ricorda come, a seguito di un contrasto tra Laurent Kabila e i suoi ex alleati Rwandesi, sia emerso un nuovo conflitto tra i ribelli, appoggiati da Rwanda e Uganda, e le forze governative (supportate da Angola, Namibia e Zimbabwe), al termine del quale Kabila è stato ucciso da una delle sue guardie del corpo nel 2001 e il figlio, Joseph Kabila, è succeduto al padre alla presidenza del Paese. La pace con Rwanda e Uganda viene firmata formalmente nel 2002, ma le azioni delle milizie Rwandesi al confine non si fermano e, particolarmente nel 2008, l’est del Paese soffre di una nuova ondata di violenza, che produce ancora migliaia di morti, e altrettanti sfollati e rifugiati. Anche al termine di questa ennesima esplosione, la situazione resta tesa, le milizie ribelli in

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azione, la pace nel Nord Kivu impossibile. La recente presa di Goma da parte del M-23 non è che l’ennesima manifestazione dei movimenti ribelli appoggiati da Rwanda e Uganda nel territorio congolese, la cui principale strategia consiste nel diffondere violenza e terrore tra i civili. “Perché Joseph Kabila non riesce, dopo 10 anni di governo, a proteggerci ? Perché un paese di 5 milioni di abitanti come il Rwanda può tenere in scacco un paese di 60 milioni di abitanti, come il Congo? Perché il presidente è colluso. E i Rwandesi occupano posti strategici fondamentali nel governo congolese sin da quando Kabila padre ha cacciato Mobutu grazie al supporto dei Rwandesi. Nessuno oggi in Congo riesce a fare opposizione a Kabila, perché Kabila è appoggiato da alcuni stati occidentali, che hanno enormi interessi economici in Congo”. Ora, al di là delle valutazioni sul livello di coinvolgimento del presidente che molti lamentano, o meglio sull’intreccio di cause che portano al continuo rinnovarsi del conflitto, quel che più interessa sono i fatti: e i fatti dicono che lo Stato non riesce a proteggere la propria popolazione, in una terra martoriata a causa delle sue ricchezze, che rappresentano l’unico interesse di tutti gli attori in gioco. I civili sono una statistica: almeno otto milioni di morti. “Durante la dittatura di Mobutu si poteva almeno vivere in pace, anche se lui era corrotto e utilizzava le risorse del paese per sé. Ora, non è più possibile avere un po’ di tranquillità. Entrano nei villaggi e nelle città, massacrano le persone, violentano le donne. Ogni tanto la violenza ricomincia, e la situazione non accenna a cambiare. Noi siamo lontani e siamo al sicuro, ma le nostre famiglie sono lì. E non possiamo tornare. Conosco dei rifugiati che sono dovuti rimanere lontani dal proprio paese così a lungo da perdere la propria identità. Alla fine, se non c’è un passato, se non c’è niente verso cui tornare, non sei nessuno”. Arianna Cascelli


L'unico hotel con vista sul mondo

Un'occasione unica di incontro e confronto con le famiglie e i giovani rifugiati provenienti dalla Libia in seguito all'emergenza Nordafrica. L'hotel al centro di Ivrea che ha accolto i richiedenti asilo e si è reinventato come un moderno e funzionale centro di accoglienza mette a disposizione l'intero ultimo piano per studenti, ricercatori, reporter e per quanti vogliono approfondire i temi dell'accoglienza e dell'integrazione tra le culture.

HOTEL RITZ IVREA

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l’asilo in europa. un confronto tra paesi

{

S

econdo il più recente rapporto dell’UNHCR sull’asilo nei paesi industrializzati (UNHCR, Asylum Levels and Trends in Industrialized Countries, 2011), nel 2011 l’Italia si è classificata al quarto posto tra i 44 paesi industrializzati per numero di domande di asilo presentate - terzo se si considera soltanto l’Europa. Gli Stati Uniti sono al primo posto (74.000 domande); la Francia al secondo (51.000), seguita da Germania (45.700), Italia (34.100) e Svezia (29.600). pag. 25 fig.

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Nonostante sia il sud del mondo a ospitare la maggior quota mondiale di rifugiati (con in testa il Pakistan e i suoi 1,7 milioni di rifugiati, seguito da Iran e Siria - UNHCR, World Asylum Trends, 2011), il dato europeo rimane pur sempre significativo con 277.400 richieste di asilo nel 2011 (+15% rispetto al 2010). Il maggiore incremento si è registrato nei paesi del sud Europa, dovuto soprattutto agli arrivi via mare in Italia e a Malta, a seguito dell’“Emergenza Nord Africa”. A partire dall’entrata in vigore della Convenzione di applicazione degli accordi di Schengen e della Convenzione di Dublino (1990), gli Stati Europei si comportano come un blocco unico nella ricezione delle domande di asilo. E tuttavia, a fronte dell’istituzione di un unico sistema per l’esame delle domande di asilo, che presupporrebbe una sostanziale identità di trattamento di un richiedente asilo che deposita la propria domanda in un paese o in un altro, è ancora necessario comparare, confrontare, cercare similitudini e differenze, a volte anche eclatanti, tra i sistemi di asilo. Perché? Un passo indietro. L’evoluzione della situazione mondiale negli anni ’90 ha creato degli scenari completamente nuovi, ai quali non era più pensabile rispondere come singoli Stati, anche alla luce del livello di integrazione che l’Europa aveva raggiunto nel frattempo. Gli eventi che, a partire dal 1989, hanno sconvolto l’assetto geopolitico preesistente hanno costretto i paesi europei a confrontarsi con l’arrivo di nuovi ingenti flussi di persone. A ciò, si univano la necessità di realizzare la libera circolazione delle persone all’interno del territorio della Comunità e la consapevolezza che tale libertà necessitava di un quadro comune per la regolamentazione di ingresso e permanenza dei cittadini dei paesi terzi. Così, dopo aver stabilito (Schengen e Dublino) una procedura per l’identificazione di un solo paese responsabile per l’esame di una domanda di asilo presentata in territorio UE, con il Trattato di Amsterdam si è scelto di avviare la vera “comunitarizzazione” dei settori dell’immigrazione e dell’asilo, al fine di creare un solido corpus normativo comune in questo ambito. In tale quadro gli strumenti principali, recepiti dai

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Arianna Cascelli

singoli Stati Membri nella propria normativa nazionale, sono le Direttive n. 2001/55, n. 2004/83, n. 2003/9, n. 2005/85 e il Regolamento n. 343/2003, cosiddetto “Dublino II”, il cui obiettivo è stabilire degli standard minimi per uniformare le condizioni di accoglienza di un richiedente asilo, le garanzie durante la procedura di esame della domanda, il diritto di essere assistito durante la stessa, i criteri adottati dalle autorità nazionali per decidere se si tratti di persona bisognosa di protezione o meno. Il regime comunitario di asilo sarebbe dunque un’orchestra, con una partitura comune, a partire dalla quale ogni Stato è libero di suonare il proprio strumento musicale (Carlier, 2004). Malauguratamente, per un ascoltatore attento, le performance dell’orchestra presentano delle persistenti stonature. Le direttive a partire dalle quali il sistema di asilo è stato costruito, difatti, presentano un fioccare di deroghe e formulazioni non vincolanti, tanto che nella sola Direttiva 2004/83 un osservatore ha potuto elencare una cinquantina di deroghe possibili. Tre deroghe danno luogo a sei interpretazioni, e così una norma europea potrà assumere centinaia di forme diverse negli ordinamenti nazionali (Elkaim, 2004). Da paese a paese cambiano le autorità di riferimento: muta la composizione delle autorità decisionali in primo grado, e differiscono quelle in secondo grado. Il tempo entro il quale i richiedenti asilo possono svolgere attività lavorativa mentre la procedura è ancora in corso oscilla da alcuni mesi a un anno. Diversa è anche la durata dei permessi di soggiorno associati alle tipologie di protezione. Varia la previsione o meno di un primo esame di screening della domanda e il tipo di enti che eventualmente lo effettuano. Ancora diversi, i presupposti per l’applicazione o meno di procedure accelerate. E la lista è soltanto indicativa. L’aspetto più preoccupante, tuttavia è un altro. Per una combinazione di tutti i fattori, accade che i tassi di riconoscimento della protezione internazionale, anche per le medesime comunità nazionali, oscillino vistosamente. Ad esempio, un richiedente asilo afghano nel 2011 aveva l’11% di possibilità di ottenere una forma di protezione in Grecia, e il 73% in Svezia (UNHCR, World Asylum Trends, 2011). pag. 25 fig.

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Sebbene sia impossibile in questa sede dare conto di una tale varietà, è almeno possibile identificare gli ambiti rispetto ai quali i paesi presi in considerazione (Italia, Francia, Belgio, Regno Unito, Spagna, e come caso particolare, la Svizzera) presentano le differenze più significative. In conclusione, va sottolineato come la stessa Commissione Europea (European Commission, COM(10) 314) si sia ben presto resa conto di come l’obiettivo del level playing field non fosse stato efficacemente raggiunto con i primi strumenti giuridici a disposizione, tanto da aver avviato un processo di revisione delle direttive che, auspicabilmente, condurrà a un miglioramento del livello di armonizzazione e della qualità del sistema di asilo in Europa nel suo complesso.


L’asilo in Europa. Un confronto tra paesi

Regno Unito L’autorità responsabile per la procedura di asilo nel Regno Unito è la UK Border Agency (UKBA), un’agenzia esecutiva dell’Home Office. Le domande di asilo possono essere depositate alla frontiera o, per coloro che siano già presenti nel territorio dello Stato, presso la stessa UKBA. Il primo passaggio della procedura di asilo prevede uno screening, in cui si stabilisce quale tipo di procedura avviare. La procedura accelerata (la detained fast-track), nel Regno Unito, prevede persino la possibilità di trattenere i richiedenti, e si conclude, in prima istanza, in circa 3 giorni lavorativi. Anche la procedura “normale” presenta le sue particolarità: in essa al richiedente asilo viene affiancato un case owner che sarà responsabile per ogni passaggio della procedura, dall’orientamento ai servizi legali e di accoglienza all’esame della domanda e alla decisione sulla stessa. Se l’esito dell’esame è positivo, cioè al richiedente è concesso lo status di rifugiato o la cosiddetta humanitarian protection (che corrisponde alla Protezione Sussidiaria introdotta dalla Direttiva Qualifiche, che la associava a un permesso di soggiorno di almeno un anno), egli riceverà un permesso di soggiorno di 5 anni. A seguito di 5 anni di residenza continuativi, si potrà richiedere un indefinite leave to remain. Infine, in casi molto limitati (es. gravissimi motivi di salute, vittime di tratta, minori non accompagnati), si opterà per un discretionary leave, per un massimo di due anni e mezzo. Chi riceve un diniego, può proporre ricorso presso degli appositi tribunali (Immigration and Asylum Tribunals), che non ha però effetto sospensivo nel caso in cui il diniego sia basato sul riconoscimento della provenienza da un Paese Terzo Sicuro o su una dichiarazione di manifesta infondatezza. I richiedenti asilo non hanno la possibilità di lavorare durante lo svolgimento della procedura, a meno che non sia stata presa una decisione sul loro caso entro un anno dal deposito della domanda; normalmente, tuttavia, anche la procedura normale e più approfondita si conclude entro i 6 mesi.

Francia Per depositare una domanda di asilo in Francia, il richiedente deve rivolgersi alle Prefetture, che effettuano un primo screening. L’autorità decisionale è invece l’OFPRA, ente indipendente con sede unica a Parigi, posto sotto la tutela del Ministero dell’Interno. È possibile richiedere asilo anche alle autorità di frontiera. In questo caso il primo esame, mediante il quale si decide se ammettere o meno il richiedente nel territorio dello Stato, avviene nelle zones d’attente alla frontiera tramite una delegazione dell’OFPRA. Una simile delegazione istruisce le domande dei richiedenti trattenuti in un CRA (Centre de Rétention Administrative), i quali vedono il proprio caso esaminato e deciso in 96 ore. Una volta all’interno del territorio dello Stato, invece, è la Prefettura che decide se concedere o meno l’autorizzazione provvisoria al soggiorno. Le domande non giudicate inammissibili nella prima fase dell’esame devono, in ogni caso, essere inoltrate dal richiedente all’OFPRA, ma, mentre la procedura applicabile ai richiedenti asilo cui è concessa l’autorizzazione al soggiorno prevede che il richiedente sia accolto e assistito durante la procedura, le richieste valutate come manifestamente fraudolente o inoltrate da cittadini di Stati Terzi Sicuri, o da persone che rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico, vengono processate tramite la procedura di urgenza (decisione in 15 giorni), in cui l’interessato non beneficia dei diritti collegati all’accoglienza. L’autorizzazione provvisoria al soggiorno non consente al richiedente di svolgere un’attività lavorativa, se non dopo un anno di attesa di una decisione sul proprio caso.

In caso di decisione positiva, al richiedente è riconosciuto lo status di rifugiato, cui si associa un permesso di soggiorno per asilo, valido 10 anni, oppure la protezione sussidiaria, che dà diritto a ottenere un permesso di soggiorno per motivi privati o familiari, della durata di un anno, rinnovabile. Contro le decisioni avverse dell’amministrazione è possibile proporre ricorso presso un apposito tribunale amministrativo, la Cour nationale du droit d’asile, ed eventualmente depositare un ricorso in appello presso il Consiglio di Stato. Il ricorso ha generalmente effetto sospensivo, tranne che per i casi di non ammissione al soggiorno (procedure prioritarie).

Italia Per tutti gli aspetti relativi all’immigrazione e l’asilo in Italia l’amministrazione di riferimento è il Ministero dell’Interno. Nello specifico, le autorità decisionali per il riconoscimento della protezione internazionale sono le Commissioni Territoriali per il Riconoscimento della Protezione Internazionale (in seguito, CT) in cui, oltre a rappresentanti del Ministero dell’Interno, degli enti locali e della PS, è presente un membro dell’UNHCR con diritto di voto. La domanda di asilo può essere presentata alle autorità di frontiera o presso le locali Questure, una volta nel territorio dello Stato. Non si applica nessun tipo di pre-screening e il richiedente - con le uniche eccezioni relative a domande reiterate in cui non si producono nuovi elementi e i casi Dublino - è ammesso temporaneamente nel territorio dello Stato perché la sua domanda sia esaminata nel merito dall’Autorità decisionale stessa. È prevista una procedura prioritaria (non accelerata) per i soggetti vulnerabili, per coloro che sono sprovvisti di documenti e debbano essere identificati e per i casi di domande manifestamente fondate. Ai richiedenti asilo già trattenuti in un CIE si applica invece una procedura accelerata (decisione entro 9 giorni). In ogni caso, è sempre la CT a esaminare nel merito la domanda e a prendere una decisione sulla stessa. Qualora la decisione sia positiva, la CT può riconoscere la protezione internazionale (status di rifugiato o protezione sussidiaria, che danno diritto a permessi di soggiorno rispettivamente di 5 o 3 anni, rinnovabili) o un permesso di soggiorno per motivi umanitari, della durata di un anno. Il concetto di manifesta infondatezza non si applica in fase di ricevimento della domanda ma, eventualmente, in caso di decisione negativa (la CT può rigettare la domanda per manifesta infondatezza). L’autorità responsabile per decidere dei ricorsi presentati avverso il diniego della protezione internazionale non è il giudice amministrativo, ma il giudice ordinario: il ricorso contro una decisione di rigetto può dunque essere presentato al Tribunale che ha sede nel capoluogo di distretto di corte d’appello in cui ha sede una determinata CT e, generalmente, sospende le misure di allontanamento, automaticamente o a seguito di una decisione del giudice. Nel secondo e terzo grado di giudizio, il ricorso di norma non è automaticamente sospensivo.

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L’asilo in Europa. Un confronto tra paesi

Belgio

Per depositare una domanda di asilo in Belgio, è necessario rivolgersi all’Office des Étrangers. Le autorità responsabili in materia di asilo sono diverse a seconda che si tratti di ingresso, procedura di asilo e allontanamento - tutti processi che fanno capo al Ministero della Giustizia (Federal Public Service, Home Affairs, che include il dipartimento per l’immigrazione e il commissario per rifugiati e apolidi) - o di accoglienza e diritti sociali di richiedenti e titolari di protezione internazionale, settori che fanno capo al Federal Public Planning Services - Social Integration, che coordina la rete di servizi di accoglienza FEDASIL. Le domande di asilo, dopo essere state presentate subiscono un pre-screening e, qualora l’interessato sia ammesso alla procedura, sarà trasferito presso un centro di trattenimento o di accoglienza. La durata della procedura accelerata oscilla dai due mesi per le domande reputate manifestamente infondate o abusive, ai 15 giorni per le persone detenute o che rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico. Il Belgio rappresenta inoltre un’eccezione in quanto consente ai cittadini comunitari di depositare richieste di asilo, le quali sono ad ogni modo esaminate rapidamente (4 giorni). La legge belga prevede, in accordo con la normativa Europea, due tipologie di protezione: lo status di rifugiato, che dà diritto a ricevere un permesso di soggiorno di durata indeterminata, e la protezione sussidiaria, che dà diritto a ricevere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di un anno, con possibilità di rinnovo. In caso di decisione negativa, è possibile ricorrere in appello a un apposito tribunale amministrativo, il Council for Alien Law Litigation e, successivamente, al Consiglio di Stato.

Spagna La presentazione di una domanda di asilo in Spagna può avvenire, oltre che alla frontiera, presso l’autorità responsabile per il trattamento delle domande di asilo, la Oficina de Asilo y Refugio (OAR), le oficinas de extranjeros e i commissariati locali. Anche la Spagna prevede un pre-screening in cui l’OAR, che dipende dal Ministero dell’Interno, dopo una prima intervista stabilisce se ammettere la domanda alla procedura o meno. Una domanda di asilo depositata in frontiera può essere esaminata mediante la procedura accelerata di frontiera (4 giorni, medesimo termine che si applica ai richiedenti trattenuti nei CIE), principalmente nel caso in cui il richiedente provenga da un paese giudicato sicuro, rappresenti un pericolo per la sicurezza dello Stato, o qualora emerga la manifesta infondatezza della domanda. Anche le domande depositate sul territorio spagnolo, se giudicate ammissibili, vengono comunque trattate mediante procedura prioritaria (3 mesi) se rientrano nelle casistiche sopra elencate e se il richiedente ha presentato la domanda dopo un mese dall’ingresso in Spagna senza giustificato motivo (o, in favore del richiedente, se la domanda appare manifestamente fondata o se si tratta di persone vulnerabili). In tutti gli altri casi si applica la procedura normale, che ha una durata standard di 6 mesi; la OAR è responsabile per l’istruzione della domanda e la decisione sull’ammissibilità della stessa, mentre la decisione finale viene presa dal Ministero dell’Interno. Allo stesso tempo, la Comision interministerial de asilo y refugio è responsabile della decisione nel merito per le richieste ammesse alla procedura. Durante lo svolgimento della procedura, ai richiedenti asilo è rilasciato un permesso temporaneo valido inizialmente per sei mesi e rinnovabile. Dopo

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i primi sei mesi di attesa, ai richiedenti è concessa la possibilità di lavorare. Gli esiti della procedura, in caso di decisione positiva, possono essere la concessione dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, che danno diritto ad ottenere un’autorizzazione alla permanenza di lungo periodo; per coloro che non rientrano nell’ambito di applicazione della protezione internazionale ma non possono essere rinviati nei propri paesi di origine per ragioni umanitarie, è prevista la concessione di un permesso di soggiorno di breve periodo. I denegati possono chiedere alla Oficina de Asilo y Refugio un riesame del proprio caso, ed eventualmente ricorrere al giudice amministrativo; va ricordato che il ricorso non è, in generale, automaticamente sospensivo, a meno che non sia il giudice a stabilire il contrario su richiesta dell’interessato.

Svizzera Il caso della Svizzera è particolarmente sui generis, in quanto si tratta di un paese non appartenente all’UE e pertanto non vincolato al rispetto della normativa comune in materia di asilo. Dal 12 dicembre 2008, tuttavia, la Svizzera è entrata a far parte dello Spazio Schengen e a essa si applica la Convenzione di Dublino, in base alla quale per ogni domanda di asilo si identifica un solo stato responsabile per il suo esame in tutto il territorio dell’UE. Questo paese merita dunque un’attenzione particolare, soprattutto in considerazione del fatto che molti richiedenti asilo cercano di raggiungere irregolarmente la Svizzera passando dall’Italia e che le procedure di rinvio dalla Svizzera all’Italia sono, in conseguenza di ciò, applicate piuttosto frequentemente. La presentazione di una domanda di asilo in Svizzera può avvenire in frontiera o in uno dei centri di registrazione dell’Ufficio Federale delle Migrazioni (UFM). In generale, le domande di asilo provenienti da richiedenti sprovvisti di documenti sono trattate come inammissibili - con conseguente respingimento alla frontiera se presentate in un posto frontaliero, a meno che l’interessato non possa dimostrare, nel corso della sua audizione, che, per giustificati motivi non è stato in grado di consegnare dei documenti oppure quando la qualità di rifugiato è accertata in base all’audizione. Altri casi di inammissibilità (non entrata in materia) sono: violazione del dovere di collaborazione e menzogne sulla propria identità, avvio della procedura Dublino, domanda di asilo reiterata, tentativo di sottrarsi all’esecuzione imminente di un’espulsione o di un allontanamento, provenienza da un Paese Terzo Sicuro. Durante l’esame della loro domanda, i richiedenti asilo sono accolti nel centro di registrazione e di procedura (CRP). Qualora si tratti di domande d’asilo manifestamente infondate o abusive, oppure se i motivi d’asilo risultano evidenti, è espletata una procedura accelerata. Sempre più spesso la procedura d’asilo di prima istanza è conclusa già nel CRP dove, se del caso, si procede all’esecuzione dell’allontanamento. La durata massima di permanenza nel CRP ammonta a 90 giorni e, in ogni caso, nella maggior parte dei casi la procedura si risolve entro 3 mesi. Nei casi in cui la domanda non è giudicata inammissibile, l’Ufficio federale della migrazione, tramite un proprio rappresentante, esamina se la persona soddisfa la qualità di rifugiato ai sensi della legge Svizzera sull’asilo (art. 3 LAsi), che si basa sulla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951. Nel caso in cui la persona non sia qualificabile come rifugiato, ma non sia praticabile un rinvio nel paese di origine in sicurezza, sarà possibile concedere una protezione provvisoria (art.  35a LAsi), normalmente per un periodo iniziale di circa 12 mesi. Contro ogni decisione negativa, o di non ammissibilità, dell’UFM, può essere interposto ricorso presso il Tribunale amministrativo federale (TAF).


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L’asilo in Europa. Un confronto tra paesi

Paesi Terzi sicuri?

C

ome emerge da questo breve quadro, alcuni paesi hanno stabilito che, tra i criteri utilizzabili per dichiarare inammissibile una domanda o applicare una procedura accelerata, vi sia il fatto che il richiedente provenga da un paese considerato sicuro. La Direttiva Europea sulle procedure introduce il concetto di Paese Terzo Sicuro e la possibilità di produrne delle liste, ma rimane piuttosto vaga nel disciplinare questi aspetti, limitandosi a stabilire che le procedure accelerate devono essere espletate nel rispetto delle garanzie standard. Ora, il fatto che sulla base della semplice provenienza da uno Stato un richiedente possa vedere la sua domanda dichiarata inammissibile, ovvero esaminata

in tempi brevissimi, in alcuni casi senza avere accesso alle normali condizioni di accoglienza, è un elemento piuttosto critico, soprattutto in considerazione del fatto che l’esame di una richiesta di asilo è, in base al diritto internazionale, strettamente individuale, e della difficoltà di stabilire le condizioni in cui un Paese può essere giudicato sicuro per tutti in ogni momento. Prova lampante delle difficoltà che la determinazione della “sicurezza” di un paese comporta, è il semplice fatto che all’interno dell’Unione non si sia ancora giunti a un accordo sulla lista comune dei Paesi sicuri, e che le liste già adottate nel diritto nazionale di alcuni Stati membri presentano forti differenze tra di loro.

1. Richieste d’asilo nei 10 paesi con il più alto numero di domande ricevute 2010

80,000

2011

70,000 60,000 50,000 40,000 30,000 20,000 10,000 0

U.S.

france

germany

italy

sweden

belgium

u.k.

canada

switzerland

turkey

2. Percentuali di riconoscimento per i richiedenti asilo afgani COUNTRY

CONVENTION STATUS

NON CONVENTION STATUS

REJECTED

% CONVENTION STATUS

RRR

TRR

AUSTRIA

822

887

800

48%

33%

68%

BELGIUM

379

446

604

46%

27%

58%

GERMANY

701

1,493

3,813

32%

12%

37%

GREECE

12

23

285

34%

4%

11%

NETHERLANDS

73

983

1,453

7%

3%

42%

NORWAY

204

337

615

38%

18%

47%

SWEDEN

401

2,188

957

15%

11%

73%

UNITED KINGDOM

171

279

974

38%

12%

32%

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P re s s & news

Immigrazione, la burocrazia ostacolo per l’integrazione “La burocrazia è uno degli ostacoli all’inserimento socio lavorativo dei rifugiati” è uno dei dati che emerge dalle oltre 12.000 interviste a richiedenti o titolari di protezione internazionali effettuate, nell’ambito del progetto Nautilus, dal Consorzio Connecting People. “Sui 12 mila intervistati, solo

98 hanno visto riconosciuto in Italia il proprio titolo di studio”. Ha spiegato Giuseppe Lorenti, che ha presentato i risultati delle interviste durante il seminario “Lavoro vero” che si è svolto oggi alla Camera dei Deputati. “È necessario passare ad un approccio che veda i rifugiati come una risorsa e non come un problema”. Spiega Orazio Micalizzi presidente della Fondazione Xenagos. “Non si tratta di persone ‘di passaggio’: l’81% - continua - ha intenzione di costruire il proprio progetto di vita in Italia”. “Più del 70% degli intervistati dichiara di non capire e parlare l’italiano, - ha spiegato Giuseppe Lorenti, che ha coordinato il progetto - il 25% lo parla male, e solo il 5% dichiara una discreta conoscenza”. Per questo motivo il parlamentare del Partito Democratico Cesare Damiano ha proposto, nel corso del seminario, di “alternare i tempi di lavoro con quelli della formazione, al fine di favorire l’accesso dei rifugiati a corsi di alfabetizzazione”. Il deputato del Pd Giuseppe

Francesco Lauricella

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Berretta, componente della Commissione Lavoro, si è impegnato a presentare un progetto di legge per modificare l’attuale legislazione sulle cooperative sociali in modo che “i rifugiati vengano considerati soggetti svantaggiati di cui favorire l’inserimento lavorativo”. Secondo il sottosegretario al Lavoro, Maria Cecilia Guerra, è necessario “favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, puntare non solo sul processo di tutela e guida nella fase di ingresso ma anche nella mediazione linguistica e nella formazione. Un percorso che va compiuto mettendo in rete tutte le competenze ed esperienze, sia dei soggetti pubblici che privati e del terzo settore” Per il sottosegretario dell’Interno, Saverio Ruperto “Il nostro Paese non si deve limitare a garantire solo una presenza più o meno sicura a queste persone, nella condizione di esiliati inerti. Ma deve consentire una condizione di asilo, attraverso l’inclusione nel nostro territorio”.


P r e s s & news

23 Nov 2012 (Lydia Massia)

sentinella canavese Pubblico e privato al Ritz hotel con vista sul mondo ll futuro dell’hotel Ritz di Banchette dopo la chiusura dell’emergenza Nordafrica prevista per la fine dell’anno è già disegnato in una pagina pubblicitaria che, per il momento trova spazio nelle riviste di settore legate al delicato tema dei migranti. “L’unico hotel con vista sul mondo”. Così infatti recita lo slogan che raccoglie la Mission. In pratica, un nuovo modello di gestione del welfare allargato che prevede una partnership con imprenditori privati, oltre che con i Comuni e le associazioni interessate ad aderire al nuovo progetto. E che i responsabili del consorzio Connecting People dovevano già avere in mente da diverso tempo. Almeno da quando la Fondazione Xenagos, di cui fa parte Connecting People, aveva acquistato l’hotel in partnership con l’eporediese Massimiliano De Stefano, anche consigliere comunale a Ivrea. Insieme, per la prima volta, la parte pubblica e quella privata hanno provato a spiegare le loro intenzioni nel corso di una conferenza stampa svoltasi nella mattinata di ieri al Ritz.

Roma, 18 Sett 2012 (ANSA)

18 Sett 2012 (www.redattoresociale.it)

redattore sociale

ansa IMMIGRAZIONE: SOLO 2,5% RIFUGIATI RIESCE AVVIARSI A LAVORO CONNECTING PEOPLE, CRITICITA’ CONOSCENZA LINGUA E TITOLO STUDIO Le difficolta’ della congiuntura economica, ma anche ostacoli supplementari come l’apprendimento dell’italiano e il mancato riconoscimento del titolo di studio. In due anni sui 12.083 richiedenti o titolari di protezione internazionali intervistati nell’ambito del progetto ‘Nautilus’, finanziato dal Fondo Europeo per i rifugiati, 300, cioè facendo i conti solo 2,5%, hanno avuto accesso al mercato del lavoro (anche attraverso corsi di formazione e tirocini), e di questi solo 60 hanno un contratto (lo 0,5%) e otto sono avviati a percorsi di ‘autoimprenditorialita’’ con il sostegno di Unioncamere. Come evidenzia il consorzio Connecting People che gestisce Cie e ‘Cara’ (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e ha raccolto le interviste nei propri sportelli di avviamento al lavoro in 12 citta’, sui 12 mila solo 98 hanno visto riconosciuto in Italia il proprio titolo di studio. [...]

RIFUGIATI. ITALIA, ‘MANCANZA LEGGE SU DIRITTO ASILO CONDIZIONA ACCOGLIENZA’ Le richieste di Connecting People al Governo: dotarsi di una legge sul diritto d’asilo, modificare la legge per permettere ai rifugiati di essere considerati soggetti svantaggiati e trovare un impiego, cambiare la destinazione delle risorse dell’8 x mille. Dotare l’Italia di una legge sul diritto d’asilo, “dal momento che il nostro paese è l’unico in Europa a non avere una normativa in materia”. Modificare l’articolo 4 della legge 381 per permettere anche a rifugiati e richiedenti asilo di essere considerati soggetti svantaggiati e, quindi, trovare un impiego all’interno delle cooperative sociali. Cambiare la destinazione delle risorse dell’8 x mille, previste solo per progetti di accoglienza degli stranieri e non percorsi di avviamento al lavoro. Sono queste le richieste avanzate da Orazio Micalizzi vicepresidente di Connecting people al Governo, alla luce dei risultati del progetto Nautilus, presentati oggi a Roma. Il progetto ha coinvolto 12 mila rifugiati, dei quali soltanto 60 hanno trovato un lavoro [...]

Quick Link Cie, per la Garante ai detenuti è un “esperimento fallito” bit.ly/SVOym3

Cie: grandi gruppi e concorrenza al ribasso foto: modenatoday.it

http://bit.ly/VfWo8h

Profughi: a Lemie rimangono due famiglie http://bit.ly/W3e86a

[...] La lettura non finisce qui! Consulta gli articoli completi su: www.storiediquestomondo.it/press

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P r e s s & news

energia dai legami La Fondazione Xenagos all’XI Convention del Gruppo Cooperativo CGM

“Se vuoi arrivare per primo viaggia da solo, se vuoi arrivare lontano viaggia con altri.” Questo potrebbe essere il motto della XI Convention Cgm, svoltasi a Mantova tra il 10 e il 12 ottobre scorso, dal titolo Energia dai legami. Energie cooperative. Più in generale, questo potrebbe essere il motto dei 25 anni di attività festeggiati durante l’appuntamento. “I legami non sono vincoli, ma grandi abbracci energetici tra le persone, tra le organizzazioni” ha affermato Claudia

Fiaschi, presidente Cgm. “Nei nostri venticinque anni di lavoro, hanno generato economia, socialità, capacità di sognare, di pensare insieme e di realizzare tante belle cose”. Tra i molti ospiti presenti, Corrado Passera, ministro per lo sviluppo economico che ha dichiarato che “questo spazio, che non è privato profit e non è pubblico, è destinato a crescere, non solo per l’aumento dei bisogni ma soprattutto per la capacità dei suoi attori di occuparsi non solo di assistenza, ma anche di cultura, beni culturali, energia. Il non profit sarà sempre più protagonista,” ha concluso. Due i seminari organizzati durante la convention sul tema dell’internazionalizzazione

dell’impresa sociale. Uno è stato promosso da Fondazione Xenagos, il 10 ottobre presso il Centro Congressi MAMU, con il titolo Un nuovo modello di welfare nella società globale, le tendenze di internazionalizzazione della cooperazione sociale. “Il seminario ha rappresentato un momento di importante riflessione sulle nuove sfide della cooperazione internazionale, partendo dall’esperienza diretta che la Fondazione Xenagos sta realizzando in Tunisia, per introdurre l’istituto delle cooperative sociali, per promuovere il ritorno volontario assistito per i migranti tunisini accolti nei CIE ovvero azioni attive per lo start-up di cooperative sociali in Tunisia”. Lo dice Orazio Micalizzi, presidente della Fondazione Xenagos, illustrando i risultati del seminario di Mantova. “L’esperienza della Fondazione – aggiunge Micalizzi – aiuta a individuare un nuovo modello di welfare, che per essere efficace non si può fermare nei ristretti confini nazionali e deve sapersi confrontare con le esperienze dei paesi d’asilo e di frontiera”.

I rappresentanti del governo tunisino presenti al seminario organizzato dalla Fondazione Xenagos

Serena Naldini

Quick Link Per ascoltare gli interventi del seminario “Un nuovo modello di welfare nella società globale, le tendenze di internazionalizzazione della cooperazione sociale” http://bit.ly/seminarioxenagos

Instant video della convention http://bit.ly/conventioncgm2012

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Monsieur Lazhar

Durata: 94’ Anno di produzione: 2011 Produzione: Micro_scope Regia: Philippe Falardeau

achir Lazhar (Mohamed Fellag) è un cinquantenne immigrato algerino che si presenta in una scuola di Montréal per sostituire un’insegnante, di cui ha appreso la tragica morte dai giornali. Immediatamente assunto, deve fare i conti con un ambiente ostile, costruito su gelide regole asettiche ed anaffetive, che cerca ossessivamente di tornare alla normalità. Le differenze culturali rendono tutto ancora più difficile. Bashir è un uomo d’altri tempi: colto, galante, umile. Nonostante vanti una pluriennale esperienza, appare piuttosto impacciato nel ruolo di insegnante e cerca di imitare i gesti dei suoi colleghi. Sembra confuso da una scuola moderna ed efficiente, molto diversa dal luogo romantico che deve aver frequentato. Con i suoi metodi, non proprio ortodossi, antiquati, spesso maldestri, ma genuini, riesce comunque a imporsi. I dettati di Honoré de Balzac, forse troppo complicati per dei bambini, il suo eloquio forbito e la sua originalità fanno subito notizia, creando qualche malumore fra i genitori: i più sconvolti da quanto accaduto. Inizia ad intessere un rapporto delicato e problematico con i bambini traumatizzati dalla scomparsa della maestra. La scuola diventa così luogo di incontro, di condivisione, di relazioni umane. Gradualmente si scopre che dietro l’elegante riserbo di Monsieur Lazhar si nasconde un tragico passato e qualche segreto: è un rifugiato politico, richiedente asilo, fuggito dall’Algeria, dove sono morte la moglie e le due figlie, in seguito a un attentato durante la lunga guerra civile. Rischia, inoltre, di essere espulso dal Canada ed in realtà non ha mai fatto l’in-

B

segnante. La strada su cui sta indirizzando i bambini è la stessa che sta percorrendo lui stesso. Sia i bambini che Lazhar devono affrontare il tema della perdita e della violenza. I bambini lo fanno con una saggezza e una profondità sorprendente. L’insegnante lo fa con ingenuità e spontaneità spiazzanti. Lo spaesamento di Bachir si rivela uno dei suoi punti di forza: l’approccio, più emotivo che pedagogico, gli permette di comprendere i bambini e facilita loro la rimozione del tragico evento. Conquista così la loro fiducia e riesce a diventare un solido punto di riferimento. I bambini reagiscono in tanti modi diversi. Alice (la brava Sophie Nelisse) scrive un tema straordinariamente maturo; Simon (Émilien Néron) reagisce con rabbia virile. Così capita che la lezione più importante, quella che viene dall’incontro con le storie personali, dalla scoperta dell’altro al di là dei ruoli, viene proprio dai bambini; a cui Bachir dedica una commovente favola su una crisalide, scritta da lui, che svela la morale del film. Candidato per il Canada come miglior film straniero, Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau, è la trasposizione cinematografica di un monologo teatrale di di Évelyne de la Chenelière, interpretato dallo stesso Mohamed Fellag. Un racconto delicato e poetico che ha conquistato il pubblico e numerose giurie internazionali, per la leggerezza con cui ha saputo affrontare temi tanto scomodi, a cominciare dalla diffidenza che deve affrontare lo straniero. La regia è molto raffinata e la recitazione eccellente, enfatizzata anche da molti silenzi. Francesco Lauricella

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lettera alla redazione

L ’ANCI risponde a “I

Pubblichiamo la lettera che l’Anci ha recapitato in redazione, reagendo ad Nell’ottica di un confronto costruttivo, abb Roma, 5 Novembre 2012 Egregio Direttore, Leggiamo con un certo sconcerto quanto riportato nella premessa del numero 2 di settembre 2012 del periodico STORIE DI QUESTO MONDO da lei diretto, dal titolo “Il futuro passa da qui - Una proposta di rinnovamento del sistema di accoglienza in Italia”. Nella premessa vengono infatti riportate, senza possibilità di equivoci, informazioni prive di fondamento rispetto al funzionamento del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Tali informazioni non solo alimentano una grave disinformazione, ma sono diffamatorie nei confronti dell’ANCI e del Ministero, nonché dell’intero Sistema SPRAR, degli enti locali e delle associazioni che lo costituiscono. Quanto da voi scritto si dimostra inesatto, ambiguo e confuso in molte sue parti, a cominciare dall’accostamento di sistemi di accoglienza diversi per finalità e servizi offerti, CARA e SPRAR, come chiaramente si evince dalla loro stessa natura giuridica. Vogliamo pertanto fare chiarezza punto per punto su quanto erroneamente riportato. l. Rispetto all’affermazione di poca efficienza dello SPRAR, il Sistema di protezione è dotato di risorse proporzionate agli obiettivi indicati dalle linee guida del Ministero dell’Interno allegate al decreto 22 luglio 2008, così come modificato dal decreto Ministeriale 5 agosto 2010, fermo restando l’indiscusso sotto dimensionamento di posti disponibili rispetto all’effettivo bisogno del territorio nazionale. 2. Rispetto all’affermazione di mancanza di standard definiti di personale, le linee guida prevedono per gli enti locali l’obbligo di: garantire un’equipe multidisciplinare con competenze, ruoli e modalità di organizzazione così come previsti dal Manuale operativo. Laddove il progetto non disponga direttamente di figure professionali specifiche, si può far riferimento ai servizi pubblici erogati sul territorio utilizzando le figure professionali da questi messi a disposizione; garantire la presenza di personale specializzato e/o con esperienza pluriennale adeguato al ruolo ricoperto e in grado di interagire tenendo conto dell’identità culturale e linguistica, nonché della categoria dei beneficiari; garantire adeguate modalità organizzative nel lavoro, prevedendo idonei strumenti per la gestione dell’equipe (attività di coordinamento, riunioni periodiche di verifica, aggiornamento e formazione, supervisione, etc). 3. Rispetto all’affermazione di mancanza di sistemi di selezione qualitativa per l’assegnazione dei fondi, l’art. 7 del citato decreto prevede l’istituzione, con provvedimento del Capo del Dipartimento, di una Commissione di valutazione delle domande di contributo, ai fini della selezione delle stesse. A garanzia di un effettiva valutazione di conformità dei progetti alle linee guida, si fa presente che la Commissione è composta dal direttore centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo del Dipartimento o da un suo delegato che la presiede, da un dirigente della carriera prefettizia in servizio presso il medesimo Dipartimento, da un rappresentante dell’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI), da un rappresentante dell’Unione delle province d’Italia (UPI), da un rappresentante delle Regioni e da un rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR). Al fine della formazione della graduatoria, inoltre, la Commissione di valutazione assegna ad ogni istanza di contributo un punteggio sulla base di diversi requisiti tra i quali anche quello relativo alla qualità della proposta progettuale presentata e al livello di aderenza ai parametri previsti dalle linee guida allegate al decreto (art. 9). 4. Rispetto all’affermazione di mancanza di sistemi di monitoraggio la legge n.189 /2002, nell’istituire il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ha istituito anche il Servizio centrale di informazione, promozione, consulenza, monitoraggio e supporto tecnico agli enti locali, affidandone ad ANCI la gestione su convenzione. Tale convenzione disciplina le modalità con cui provvedere a tali attività. Tra queste, il monitoraggio dei servizi viene realizzato s1a da un punto di vista qualitativo che quantitativo e di rendicontazione. Riservandoci di agire nelle opportune sedi al fine di salvaguardare il nome dell’ANCI nonché il lavoro svolto in questi anni non solo da noi ma da tutti gli attori istituzionali e non della rete dello SPRAR, le chiediamo di pubblicare integralmente la presente dichiarazione in rettifica di quanto da voi riportato. Angelo Rughetti Segretario Generale Flavio Zanonato Sindaco di Padova Delegato ANCI all’Immigrazione

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Il futuro passa da qui”

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d alcune affermazioni del documento sul numero precedente della rivista. biamo replicato. chiarendo punto per punto.

Roma, 5 dicembre 2012 Egregio Dott. Rughetti, Egregio Dott. Zanonato, In riferimento alla Vostra lettera del 5 novembre u.s. (prot. 134 W/LP/UI/CO ms-12), relativa ai contenuti della premessa del n. 2/settembre 2012 del periodico Storie di Questo Mondo - interamente dedicato alla presentazione di una proposta di rinnovamento del sistema di accoglienza in Italia denominata Il Futuro Passa da Qui (promossa e sostenuta dal consorzio Connecting People, da Fondazione Xenagos, da Croce Rossa Italiana e da Sermig) - con la presente intendiamo chiarire i punti da Voi indicati come “erronei” o “diffamatori” per l’associazione che rappresentate. Innanzitutto, richiamiamo all’incipit che inaugura l’elenco dei punti di debolezza individuati: “[...] l’attuale sistema si basa su due pilastri consolidati (CARA e SPRAR) e un terzo nato con l’emergenza Nordafrica. In grande sintesi possiamo dire che tale sistema è: costoso, insufficiente...” e segue il suddetto elenco. Ci sembra quindi chiaro, senza possibilità di fraintendimento, che le difficoltà che gli autori della proposta ritengono caratterizzare il sistema di accoglienza in Italia siano da riferirsi non unicamente allo SPRAR, bensì alla concatenazione e alla connessione tra i pilastri sopracitati (SPRAR, CARA e il circuito nuovo nato per rispondere all’emergenza Nordafrica), dunque al sistema nel suo complesso. Sottolineiamo altresì che l’accostamento tra CARA e SPRAR, lungi dal voler generare confusione o ambiguità, intende dare un quadro complessivo del sistema di accoglienza nel momento della stesura del documento. Detto questo, veniamo ai punti. 1. Nella premessa in questione, non si afferma che lo SPRAR è poco efficiente. La poca efficienza indicata come punto critico è da riferirsi al sistema di accoglienza nel suo complesso, che si fonda su una sproporzione: da un lato, i centri CARA caratterizzati da elevati livelli di investimento e obiettivi ridotti e, dall’altro, il circuito SPRAR con risorse sottodimensionate rispetto agli obiettivi che si pone. Le rette ricevute dai gestori dei centri SPRAR, infatti, spesso al di sotto dei 30 euro al giorno a fronte di un numero limitato di ospiti, sono difficilmente conciliabili con gli obiettivi di accoglienza e integrazione che il sistema gestito dall’ANCI persegue. L’affermazione riportata da Storie di Questo Mondo non ci appare, pertanto, né polemica, né, tantomeno, diffamatoria, soprattutto in epoca di spending review. 2. La garanzia di “un’équipe multidisciplinare con competenze, ruoli e modalità di organizzazione così come previsti dal Manuale Operativo”, di “personale specializzato” o “modalità organizzative adeguate” non coincide, a nostro avviso, con l’adesione a uno standard definito di personale. Si tratta, in effetti, di linee guida che danno indicazioni la cui applicazione rientra nel campo della discrezionalità. L’assenza di parametri certi e inequivocabili (quali, ad esempio, il numero di ore diurne/settimanali dedicate a una determinata prestazione/servizio; le professionalità specifiche richieste nella composizione dell’équipe multidisciplinare; ecc.), dichiarata nella premessa de Il Futuro Passa da Qui, è peraltro assolutamente compatibile con la presenza - senza dubbio apprezzabile - di linee guida. 3. In relazione alla mancanza di sistemi di selezione qualitativa per l’assegnazione dei fondi, si specifica che l’affermazione si riferisce in maniera peculiare al primo pilastro del sistema, ovvero il circuito dei CARA, e a quello che Il Futuro Passa da Qui definisce “terzo pilastro”, cioè la costellazione di enti emersi in occasione della risposta all’emergenza Nordafrica. La dichiarazione si fonda sull’esperienza pluriennale nella gestione di questa tipologia di centri da parte del Consorzio Connecting People, nonché sugli ultimi mesi di gestione di centri ENA. Quando, infatti, i requisiti previsti dalle gare d’appalto per la gestione dei centri governativi consentono la

A questo indirizzo il documento in versione integrale http://www.fondazionexenagos.it/ilfuturopassadaqui

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partecipazione dei soggetti più disparati - dalle associazioni di radioamatori sino alle multinazionali straniere - forse qualche perplessità può nascere, se non altro per la disomogeneità esperienziale e organizzativa della compagine degli enti coinvolti. 4. Infine, la premessa de Il Futuro Passa da Qui sottolinea la mancanza di un sistema di monitoraggio adeguato relativamente a tutti i sistemi di accoglienza. Si ritiene, infatti, che le modalità di controllo, seppur previste, non siano sostanziali, ma si limitino al livello quantitativo e formale. Numerose sono state le discussioni del Consorzio Connecting People e di altri enti gestori con i componenti delle commissioni di valutazione dei servizi dell’Emergenza Nord Africa circa la difficoltà di verificare e soprattutto portare a rendicontazione di un’ispezione quegli elementi che rendono i diritti fruibili in modo reale e non formale. Un esempio: avere la tessera sanitaria e l’attribuzione del medico di famiglia non implica per il richiedente asilo essere in grado di fruire del diritto all’assistenza sanitaria. Esso, infatti, è legato alla possibilità di comunicare, superando le barriere linguistiche e culturali. Nonostante questa ovvietà, l’ente gestore viene regolarmente controllato circa la presenza o meno dell’iscrizione al servizio sanitario, ma difficilmente verrà verificata l’eventuale procedura per renderla utilizzabile a pieno. La verifica potrà stabilire la presenza o meno di un mediatore, ma non si andrà a monitorare, per esempio, la preparazione professionale di tale figura. Riteniamo da sempre indispensabile un dialogo e una collaborazione fattiva tra i vari circuiti che compongono il sistema di accoglienza in Italia - in particolare tra le realtà impegnate nella gestione dei CARA, la costellazione di enti, associazioni, amministrazioni comunali attivatesi in occasione dell’emergenza Nordafrica e l’ANCI, in qualità di fondamentale realtà di riferimento all’interno del sistema di protezione ordinario per richiedenti asilo. È per questo che accogliamo con grande interesse il vostro punto di vista sul documento presentato per il tramite della rivista Storie di Questo Mondo, seppur sinceramente sorpresi dal tono di diffida per cui avete optato. Il Futuro Passa da Qui ha raccolto molta attenzione e stimolato il dibattito con le più grandi organizzazioni italiane di ispirazione religiosa e laica impegnate sul tema dei migranti, con studiosi del settore, dirigenti sindacali, alti funzionari della pubblica amministrazione, imprenditori, associazioni di categoria, di cui alcuni contributi sono stati pubblicati nel numero della rivista. Cogliamo l’occasione del Vostro intervento per rammentare - senza alcuno scopo polemico, ma solo per chiarire la nostra intenzione – che, sia in qualità di testata Storie di Questo Mondo, sia come Fondazione Xenagos, abbiamo cercato di coinvolgere fin da subito anche l’ANCI tra gli autori dei commenti al documento, invitando a contribuire con uno scritto Amalia Neirotti, nel maggio del 2012 sindaco di Rivalta e presidente di ANCI Piemonte. In questa stessa ottica, nel periodo di agosto-settembre 2012, in occasione della scuola estiva promossa da Fondazione Xenagos, il Sindaco Flavio Zanonato e la dott.ssa Di Capua, sono stati invitati a partecipare al dibattito, che ha previsto anche la presentazione ufficiale del documento Il Futuro Passa da Qui. In entrambi i casi, l’invito non ha dato purtroppo esito positivo. Al Gennaio 2012 risale invece una nostra lettera indirizzata al presidente Delrio in cui chiedevamo un incontro. Riteniamo Vi sia noto che gli enti gestori che promuovono Il Futuro Passa da Qui hanno nelle istituzioni locali i propri punti di riferimento prioritari. Tali enti, attivi sul territorio nazionale, hanno in effetti sostenuto le amministrazioni comunali nello sforzo dell’accoglienza in fase di emergenza umanitaria, mettendo a disposizione le risorse delle reti di supporto della cooperazione sociale e delle associazioni, per avviare, fin dall’inizio dell’emergenza, dei percorsi d’integrazione sociale e produttiva dei richiedenti asilo. Per concludere, sottolineiamo che lo SPRAR non è di proprietà esclusiva di un’associazione, ma una risorsa da difendere, rafforzare e migliorare. Al contempo, il sistema di monitoraggio e supporto centrale dello SPRAR stesso - affidato sotto convenzione all’ANCI dal Ministero dell’Interno - può essere legittimamente sottoposto ad analisi critica. Durante le ultime emergenze, tale sistema sembra aver mostrato dei limiti di leadership nella sperata funzione di raccolta e coordinamento delle azioni. Gli enti promotori de Il Futuro Passa da Qui sono stati fautori del coinvolgimento dei Comuni nel sistema d’accoglienza durante l’ultima emergenza e hanno individuato nell’ANCI il luogo naturale di coordinamento nazionale, senza tuttavia avere risposte positive, salvo casi isolati a livello delle ANCI regionali. Auspicando momenti di confronto costruttivo, che possano andare anche oltre i contenuti della premessa per addentrarsi nel merito della proposta Il Futuro Passa da Qui, salutiamo cordialmente.

Direttore responsabile Serena Naldini Direttore editoriale Salvatore Ippolito

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