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Troppe storie sembrano storie dell’altro mondo, ma lo spazio in cui accadono è qui e ora. periodico di culture migranti e dell’accoglienza

anno 2 - N° 2 - APRILE 2010

PROGETTI

ASDI, la prima impresa sociale in Albania, la prima impresa gestita da donne

Trimestrale del Consorzio Connecting People - reg. trib. di Trapani N° 323 del 17/07/2009 - distribuzione gratuita

PUNTO DI VISTA

Se è la donna a migrare: come cambia la percezione delle migrazioni

OLTREMARE

Donne contro la tratta L’impegno in Africa di Suor Eugenia Bonetti

INCONTRI

Donne che cercano rifugio Tre storie dal C.A.R.A. di Gradisca


editoriale 1 A partire da mia nonna di Susanna Rognini

intervista 2 Quando la donna è migrante di Serena Naldini

oltremare 6 Donne contro la tratta di Padre Gigi Anataloni

progetti 8 La prima impresa sociale in Albania, la prima impresa gestita da donne di Salvo Tomarchio

incontri 12 Donne che cercano rifugio di Blaise Ndamnsah

incontri 14 Tessere storie. In bilico tra passato e futuro di Serena Naldini

punto di vista 18 Le migrazioni femminili di Giuseppe Lorenti

news 22 Notizie e curiosità da Restinco (Br), San Lupo (Bn), Borgo Mezzanone (Fg)

press 28 Rassegna stampa di Connecting People

APRILE 2010

di Salvo Tomarchio

Editore/proprietà Consorzio Connecting People

Coordinamento editoriale Serena Naldini

Direttore responsabile Giorgio Gibertini

Progetto grafico Giancarlo Ortolani / Tribbù

media connecting 29 Recensione di “In nome della madre” di Erri de Luca di Serena Naldini

Impaginazione e stampa Studio Tribbù di Coop. Soc. Sciarabba Via Dafnica 90, 95024 Acireale (CT)

In redazione Gigi Anataloni, Alessia Barbagallo, Giorgio Gibertini, Deborah Lonero, Giuseppe Lorenti, Serena Naldini, Blaise Ndamnsah, Mariangela Recchia, Susanna Rognini, Rosanna Rumore, Vito Luca Scozzari, Salvo Tomarchio

Se hai una storia da raccontare, se vuoi segnalare progetti, idee o esperienze, se desideri indicare destinatari che vorresti ricevessero il nostro periodico, puoi inviare una email a: sqm@cpeople.it


A partire da mia nonna Susanna Rognini

Consigliere amministrazione Connecting People

“Mia nonna arrivò nella mia città, a fare la dalle loro case pensando di poter costruire serva. Non era la prima volta che lasciava il una vita migliore per sé e per le loro famisuo paese sulle montagne. Era stata in Austria glie, vogliamo dedicare questo numero di a servizio nelle case dei ricchi, poi era tornata Storie di questo mondo. per un breve periodo per contribuire nella Lo dedichiamo ai migranti meno visibili nelle bella stagione all’economia povera della sua cronache, ma non per questo meno presenti. famiglia. Ma quando arrivò nella mia città A coloro che ci spaventano di meno perché incontrò il nonno. Forse si innamorò, ma simeno collegati a problemi di “sicurezza” e che curamente questo fu il fatto che la convinse forse, per questo, possono sperare di intea rimanere nella città grarsi più facilmente. dove io sono nata. A coloro che spesso A casa sua tornava sono più vulnerabili, “Alle nostre nonne di tanto in tanto per e a tutte le donne che sono partite ma non per questo non perdere quel filo più deboli, che padalle loro case pensando tenue che la legava gano il prezzo magdi poter costruire una vita migliore alla sua terra”. giore e quindi hanno per sé e per le loro famiglie, Questo è il racconto bisogno di maggiori di una di noi, ma una cure e attenzioni. vogliamo dedicare storia simile potrebLo dedichiamo a quelquesto numero” be essere presente la parte di umanità nella maggioranza che, sia che passi uno delle famiglie italiao più confini, sia che ne. Nei prossimi anni, per le nuove generascelga di rimanere nel proprio paese, è chiazioni, potrà essere un racconto di moltissime mata a percorrere una strada di revisione e famiglie dell’Europa dell’Est, dell’Africa, del discussione della propria identità personale Sud America o dell’Asia. e sociale per costruire il proprio progetto A volte, potranno essere racconti più duri. di vita. Lo dedichiamo a tutte le donne che Altre volte, anche molto più duri. Alle nostre incontriamo quotidianamente nei nostri sernonne e a tutte le donne che sono partite vizi. Di alcune di loro, vi raccontiamo la storia.


intervista

Quando la donna è migrante Intervista a Elena Mezzetti, associazione Donne in Movimento

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di Serena Naldini

a vostra associazione è impegnata dal 1997 in attività rivolte all’universo dell’immigrazione femminile. Nel corso del tempo, quali cambiamenti ha rilevato nelle donne che aiuta, nel fenomeno migratorio in sé, nella capacità d’accoglienza dell’Italia? Le donne immigrate rappresentano il 49% dei migranti, anche se sono più nascoste e silenziose. Stiamo cercando da sempre di rafforzarne la voce. Quanto ai cambiamenti, ce ne sono stati molti. All’inizio, le nostre socie immigrate erano in particolare donne profughe con il desiderio di inserirsi nel tessuto socio-lavorativo italiano. Adesso, si rivolgono a noi soprattutto migranti in situazione di emarginazione e povertà: donne clandestine, donne giunte in Italia anche attraverso reti ai confini della legalità, donne che hanno appena perso il lavoro. Anche la paura correlata allo status di

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irregolare spinge le donne in una situazione di marginalità. L’Italia è stata capace di grandi risposte nei confronti dei primi flussi migratori. Oggi, indubbiamente - ne ho la conferma anche dal confronto con colleghi di altre città - le problematiche sono aumentate. Un numero inferiore di famiglie è in grado di permettersi una colf o una badante perché il

contratto è diventato troppo caro e la capacità di risparmio è diminuita; molti comuni hanno tagliato il sussidio ai nuclei familiari; sono aumentate concorrenza e paura da parte degli imprenditori; il mercato del lavoro nero - che rappresentava purtroppo l’unica possibilità per gran parte dei migranti - è in crisi. L’emergenza, l’emarginazione, le ripercussioni psicologiche sul

L’associazione DIM L’associazione Donne in Movimento (DIM) nasce nel ‘97 dal “Coordinamento cittadino delle donne immigrate e native”, impegnato fin dagli anni ’80 nella città di Pisa in un articolato lavoro sul nuovo e complesso fenomeno dell’immigrazione femminile. L’associazione promuove iniziative e gestisce servizi diretti alle donne immigrate, in particolare coinvolte in scenari di marginalità; opera al recupero e reinserimento sociale delle persone vittime della tratta di esseri umani e sfruttate nel mercato della

prostituzione, del lavoro nero, dell’accattonaggio; si occupa di tre strutture d’accoglienza e di uno sportello informativo per persone immigrate; gestisce un numero di reperibilità attivo 24 ore su 24, rivolto non solo a stranieri in situazioni di disagio, ma anche a istituzioni pubbliche e private che necessitino di consulenze. Sede legale Via Possenti 24/a - 56123 Pisa Tel. 050 503852 - 050 2201488 Reperibilità (24h) 340 7031986


intervista Elena Mezzetti Presidente per 8 anni dell’associazione DIM, Elena Mezzetti si è sempre interessata dei problemi femminili. Ha ricoperto la carica di presidente della Commissione provinciale Pari Opportunità e del Comitato d’ente del Comune di Pisa ed è stata membro della Commissione Pari Opportunità della Regione Toscana. Attualmente è coordinatrice dei progetti, promossi dalla Provincia di Pisa e dal Dipartimento Pari Opportunità, finalizzati all’inserimento socio-lavorativo delle persone straniere vittime di tratta.

singolo rendono più complesse anche le modalità dell’accoglienza, che vanno ripensate e reimpostate integrando interventi più mirati e specialistici, in grado di sostenere e accompagnare la persona migrante nella riorganizzazione del proprio progetto migratorio.

Perché le donne migrano? Che cosa cercano in Italia? La femminilizzazione delle migrazioni è un fenomeno tipicamente italiano. Il crollo del welfare nel nostro paese ha aperto la porta a molte donne attratte dal lavoro di assistenza e di cura. In tempi più recenti si assiste anche al fenomeno delle donne sole che lasciano i propri paesi per risollevarsi da situazioni di indigenza o per spezzare catene di alcolismo e violenza in famiglia. Le madri spesso lasciano i propri figli ai genitori o altri parenti nel paese d’origine, intraprendendo questo percorso migratorio verso una vita migliore. Per le donne africane i bambini sono figli dell’intera comunità, quindi cercano una sistemazione

e un lavoro qua in Italia, per garantire il benessere dei propri bambini nei paesi d’origine. Per le donne dell’est, invece, l’aspirazione è stabilirsi per permettere in un secondo tempo ai propri figli di raggiungerle. In entrambi i casi, si tratta di una scelta a carattere fortemente emancipatorio. Magari tacita, talvolta non ancora agita, esiste una sorta di rivendicazione di diritti che fonda il progetto migratorio. Nei paesi dell’est all’emancipazione lavorativa delle donne, non è seguito un affrancamento a livello culturale e civile. Per le donne africane, la stessa idea di lavoro femminile è emancipatoria rispetto ai parametri dei propri paesi: dall’infanzia, saltando adolescenza e gioventù, si diventa madri e mogli.

Quali sono le principali differenze tra le domande di aiuto rispetto ai paesi di provenienza? Le donne africane vivono situazioni di disagio più marcato perché hanno la necessità del permesso di soggiorno, a differenza delle donne rumene o polacche. Ma la tipologia più rappresentata è la donna dell’est, non più giovane, che vive in Italia da tempo e da poco è rimasta disoccupata. Questo è il target più numeroso e più bisognoso di aiuto e di sostegno.

L’associazione Donne in movimento promuove iniziative e servizi rivolte alle donne migranti

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intervista che le famiglie in cerca di aiuto domestico ci chiamino e ci chiedano esplicitamente: “Bianca o nera?” Prima non era così; erano tutte nere, le colf a Pisa. Ora che si può scegliere, viene scelto il bianco.

“Le donne migranti cercano una vita migliore, più libera, meno sottoposta alla famiglia, all’uomo, alla cultura dominante” In genere, quindi, le donne migranti sono mosse anche da altro, oltre ciò che generalmente spinge un uomo a migrare. Cercano una vita migliore, più libera, meno sottoposta alla famiglia, all’uomo, alla cultura dominante. Questo aspetto si ritrova anche nelle donne africane, con più resistenze, problematiche e contraddizioni.

E trovano quello che cercano? Spesso no. Cadono in reti di contrabbandieri di esseri umani e il primo periodo in Italia serve loro per pagarsi il debito con questi personaggi. Per le donne africane è più difficile trovare lavoro adesso. Sono diventate le penultime della lista, prima delle Rom. Capita

Stime sulla tratta Il fenomeno della tratta di esseri umani, prevalentemente ai fini di sfruttamento sessuale, interessa prevalentemente giovani donne provenienti in maggioranza dalla Nigeria e dai paesi dell’Est Europa. La prostituzione è un fenomeno difficile da monitorare, il numero delle ragazze che vivono nella clandestinità è complicato da stimare. A rendere il quadro ancora meno decifrabile la tendenza crescente a esercitare in casa, soprattutto nel caso delle ragazze dell’Europa dell’Est. Recentemente sono stati individuati anche diversi casi che riguardano ragazze cinesi.

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C’è anche qualcuna che trova quello che cerca, pur con grandi sofferenze e contraddizioni. Sostenere una donna migrante significa soprattutto aiutarla a dare un senso alle proprie azioni, a non scambiarle per altro, a essere più vicina a se stessa.


intervista Che cosa vuole dire? Ricostruire un progetto migratorio femminile è più complesso, soprattutto perché si fonda su componenti specifiche differenti da quelle tipiche maschili, quali la ricerca del lavoro e del sostentamento per sé e la propria famiglia. Per questa ragione, il fallimento o l’interruzione del percorso è capace di mettere in crisi un’esistenza, generando disagi anche psicosomatici che per ragioni culturali sono difficilmente ammissibili e affrontabili.

“Sostenere una donna migrante significa soprattutto aiutarla a dare un senso alle proprie azioni, a non scambiarle per altro, a essere più vicina a se stessa” Nelle nostre strutture gran parte del lavoro è volto a creare una solida relazione di fiducia che consenta di dar voce anche ai bisogni più sommersi, ai desideri, al racconto delle proprie radici. Queste donne non hanno più come punto di riferimento le proprie comunità, nei confronti delle quali spesso si sentono in colpa per il proprio desiderio d’emancipazione. Anche per questo, quando la situazione precipita, l’impatto emotivo è molto forte.

Dalle sue parole, emerge che l’accoglienza è anche un silenzioso lavoro di tipo culturale. Come affrontate questo compito? Dobbiamo formarci e aggiornarci continuamente. Avremmo deluso molte donne se non l’avessimo fatto. Di fronte a un fenomeno in evoluzione, nessuno può pensare di contare su conoscenze statiche. Un esempio? Una formazione interculturale è capace di evidenziare le lacune della nostra legge sulla violenza sulle donne, fondata su criteri inapplicabili per una donna africana, come quello della consensualità. In molti paesi dell’Africa, infatti, la donna è abituata a tacere davanti all’uomo. Ciò non significa, però, che sia consenziente in caso di violenza. Come si immagina il futuro? Temo un aggravamento. Sono i migranti i primi a essere ridotti in povertà dalla crisi. Spesso non hanno risorse per ricollocarsi sul mercato del lavoro e, vivendo ai margini, non incontrano servizi che possano suggerire loro soluzioni e percorsi alternativi. Non ho mai visto così tante persone nelle mense e nei dormitori Caritas.


oltremare

Donne contro la tratta L’impegno di una suora in lotta contro le nuove forme di schiavitù

di Padre Gigi Anataloni, missionario della Consolata

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uando si pensa alla tratta degli schiavi, comodamente la nostra mente preferisce indugiare su scene del lontano passato, gli schiavi egiziani, la schiavitù ai tempi dei romani, la tratta dall’Africa ufficialmente abolita poco più di un secolo fa… Invece la schiavitù esiste ancora e prospera più che mai, e non solo in aree remote e arretrate, ma soprattutto nel nostro bel mondo civilizzato. Questa nuova schiavitù è così sofisticata che i nuovi schiavi non sono più rapiti con violenza in razzie o azioni di guerra, ma sono raggirati in modo tale da essere loro stessi a pagare fior di quattrini per diventare “schiavi”. Questo succede

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a tante giovani donne (e uomini, polizia quando di tanto in tanto bambini e bambine) del sud del qualche racket è smantellato e mondo, che con le loro famiglie una ragazza è liberata e rispedita sono disposte a pagare migliaia di a casa sua, o ci commuoviamo euro/dollari a insospettabili mequando una di queste viene trodiatori/mediatrici, nuovi pifferai di vata barbaramente uccisa. Salvo Brema, in cambio della promessa dimenticarci che questo traffico, di un posto di lavoro nel ricco nord questa schiavitù, si regge perché del mondo, solo per finire vittime siamo noi stessi, i benpensanti, dello sfruttamento ad alimentare questo più abbietto e brutale “I nuovi schiavi non mercimonio. Fortusono più rapiti con della prostituzione. natamente ci sono La buona stampa, violenza, ma vengono anche persone ben raggirati e truffati” decise a opporsi a politicamente corretta, attacca regolarquesto opportunismente questi extracomunitari, imtico stato di cose; tra queste, le migrati, clandestini che insozzano suore. “La tratta di esseri umani le nostre strade, mettono a rischio a fini di sfruttamento sessuale la nostra sicurezza e degradano costituisce un problema di portata i nostri costumi. Applaudiamo la mondiale che coinvolge, sprona e


oltremare cercando di informare del rischio, contrastare il fenomeno e gestire l’emergenza attuale. Diversi corsi di formazione professionale per religiose sono stati organizzati in questi paesi, in collaborazione con l’Uisg (Unione internazionale superiore maggiori), l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) e l’Icmc (Commissione internazionale delle migrazioni cattoliche). Nell’ottobre 2007 è stato organizzato a Roma un importante La missionaria suor Eugenia Bonetti con alcuni ospiti della struttura. convegno internazionale, a cui hanno partecipato 33 religiose provenienti da 26 paesi, con lo stimola tutte le forze, laiche e giovani vittime, che si ribellavano scopo di allargare la rete e la colreligiose, a unirsi per individuare contro gli sfruttatori, alcune delle laborazione tra quelle che vivono strategie adeguate. loro strutture, per accoglierle e nei paesi di origine e quelle che L’impegno, in questo campo, delle offrire protezione e aiuto per un sono nei paesi di destinazione religiose italiane appartenenti nuovo progetto di vita”. delle ragazze trafficate. alla Usmi (Unione superiore magCosì scriveva nel 2008, in un artiIl ruolo delle religiose, in un amgiori d’Italia, che raccoglie 627 colo per la rivista Missioni Consobito così delicato, è quello di ofcongregazioni femminili, in Italia e lata, Eugenia Bonetti, missionaria frire a tante giovani la possibilità all’estero, e conta 83 mila membri) della Consolata imdi essere aiutate a è cresciuto negli ultimi anni. pegnata nella lotta “La tratta di esseri umani ritrovare la voglia di a fini di sfruttamento Nel 2000 è stato creato un apposialla tratta dal 1993, vivere e di ricominsessuale è un problema ciare anche un to ufficio «Tratta di donne e mie dal 2000 respondi portata mondiale” nori», per coordinare il servizio di sabile nazionale percorso spirituale moltissime religiose - attualmente del settore «Tratta e di fede più apcirca 250 in Italia che lavorano in donne e minori» dell’Usmi, con il profondito, che le aiuti a liberarsi 110 strutture - che avevano dato compito di coordinare il lavoro di dalle catene dei pregiudizi e della risposte immediate in questo setaltre religiose, organizzare incontri superstizione”. In più l’azione tore. Infatti, le congregazioni religiformativi e creare reti di collaboracoordinata delle suore mira a preose, insieme alle Caritas diocesane zione con forze pubbliche e privenire la tratta in loco, nei paesi di e a gruppi di volontariato, furono vate. “Da parecchi anni - continua origine, ostacolando in tutti i modi tra le prime a leggere il fenomeno Suor Eugenia - l’Usmi lavora in i trafficanti e sensibilizzando le negli anni ’90 e a offrire a queste collaborazione con alcune Concomunità locali ai rischi nascosti in donne, in buona parte albanesi ferenze delle religiose dei paesi offerte di lavoro troppo allettanti. e nigeriane, soluzioni alternative di origine delle ragazze trafficate, L’impresa non è semplice, ma le allo sfruttamento sessuale sulle specie in Nigeria, Romania, Albasuore non demordono e la loro strade. Le congregazioni hanno nia e Polonia, per rafforzare la rete rete di protezione, aiuto e prevenmesso a disposizione di queste già esistente in tutto il mondo, zione si allarga sempre più.

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progetti

La prima impresa sociale in Albania, la prima impresa gestita da donne L’ASDI, Assistenza domiciliare e negli istituti tutelari, un progetto della coop. sociale “Il Melograno” di Pisa di Salvo Tomarchio

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cutari nel 1999 è un grosso centro della parte nordoccidentale dell’Albania. Dopo la caduta del regime degli anni novanta, in città, come nel resto del paese, è un periodo di grandi cambiamenti. Nel 1999 la rete dei servizi sociali in Albania è quasi all’anno zero. Non esistono strutture funzionali e organizzate sul territorio, i bisogni della popolazione crescono di giorno in giorno, è forte la richiesta di figure professionali nell’ambito socio sanitario che operino sul territorio. Il

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maggioranza donne, seguono un corso di formazione nell’ambito socio - sanitario. Il primo passo è stato compiuto: circa un anno dopo, nell’aprile 2001, nasce l’ASDI (assistenza domiciliare e negli istituti tutelari). A darci la dimensione dell’impresa bastano due “dettagli”: è la prima impresa sociale di questo tipo in tutta l’Albania; è il primo progetto imprenditoriale gestito da sole donne. Essere donne in Albania non è una passeggiata. Emarginate, sottomesse, chiuse in casa. Nel 1999, e in parte ancora oggi, era questa la realtà di 1999 è l’anno in cui circa 600.000 buona parte delle donne in Albaprofughi kossovari bussano alle nia, soprattutto nei villaggi e nelle porte dell’Albania per sfuggire zone rurali. Basterebbe questo a ai massacri, alla fare dell’ASDI un “Proprio dalle donne pulizia etnica progetto esememerge forte la volontà dell’esercito di Miplare, una prova di ripartire, ricostruire, losevic. Bambini, di forza, tenacia e creare accoglienza, vecchi, famiglie determinazione calore, ascolto” spezzate, donne. che viene dalle E proprio dalle donne albanesi donne emerge forte la volontà e che si rivolge ai più deboli, agli di ripartire, ricostruire, creare esclusi, ai dimenticati, con il caloaccoglienza, calore, ascolto. Prere, la concretezza e la sensibilità ceduto da uno studio del Celim che solo una donna può dare. Con di Milano, 18 persone, in forte il supporto del progetto “Bottega”


progetti della Cooperativa Sociale Il Melograno di Pisa, ASDI ha preso il via e ancora oggi offre i propri servizi alle persone con problemi fisici, psichici e sociali quali: handicap mentali e fisici, anziani autonomi e non autosufficienti, malati e famiglie con problemi sociali. Il servizio spesso viene offerto a domicilio, in modo da permettere alla persona di vivere nel proprio

“L’intervento dell’ASDI non si esaurisce in ambito sanitario ma comprende anche azioni in ambito socio educativo” contesto familiare. Nei casi in cui quest’ultimo sia problematico o assente si offre assistenza presso il centro residenziale dell’ ASDI con lo scopo di offrire il servizio 24 ore su 24 e ricreare un contesto simile a quello familiare. Agli ospiti del centro viene garantito un supporto medico costante, il vitto e l’alloggio. L’intervento dell’ASDI non si esaurisce nell’ambito sanitario ma comprende anche una serie di azioni nell’ambito socio educativo,

La cooperativa Il Melograno La Cooperativa Sociale Il melograno nasce a Pisa nel 1993 promossa dalla Caritas Diocesana e dal Centro di Solidarietà al fine di favorire percorsi di inclusione sociale e lavorativa per persone in disagio sociale e svantaggiate rispetto al mondo del lavoro. Negli anni ha svolto più di 150 percorsi

per info http://bottega.coopilmelograno.org/

di inserimento lavorativo per portatori di handicap, minori in stato di abbandono, tossicodipendenti e persone con problemi psichici; si è occupata di inserire al lavoro anche persone con svantaggio sociale. La cooperativa offre anche servizi di orientamento al lavoro e tutoraggio in azienda

per favorire la creazione di rapporti sociali e il reinserimento lavorativo e sociale nella città di Scutari. In collaborazione con gruppi di volontari vengono organizzate varie attività nella periferia di Scutari con persone arrivate dalle zone rurali: attività di animazione e educazione per bambini, educazione sanitaria e all’igiene personale, sostegno scolastico e alfabetizzazione. Negli anni la presenza dell’ASDI sul territorio di Scutari è stata dunque un catalizzatore anche per altri attori

Alcuni ospiti e assistenti della casa famiglia di Scutari

tel fax +39 050 571566 segreteria@coopilmelograno.org

di persone svantaggiate. Dal 1999 si è impegnata nella cooperazione internazionale in Albania promuovendo il progetto Bottega.

pubblici e privati, nazionali e internazionali. Fondamentale il supporto finanziario e logistico del Celim di Milano e della Cooperativa “Il Melograno” di Pisa, quest’ultima, con diversi progetti, ha sostenuto la programmazione in ambito socio-sanitario, delle politiche attive del lavoro e delle politiche di genere. Sempre attivo il sostegno della Caritas diocesana di Scutari che fornisce supporto logistico e collaborazione sin dall’inizio del progetto e contribuisce all’analisi e all’individuazione delle aree di bisogno sul territorio. Assistenza domiciliare, infermieristica, medica e fisioterapica. Assistenza residenziale h24, interventi educativi a sostegno del disagio sociale. Sostegno, cura, ascolto. Scutari 1999-2010. L’eccellenza si chiama ASDI; ecco cosa succede quando un gruppo di donne decidono che è il momento di cambiare le cose.

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progetti

La parola ad Alma Kurti Presidente di ASDI e prima imprenditrice in Albania di Salvo Tomarchio

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rima impresa sociale in Albania, prima impresa gestita principalmente da donne. Quali sono state le difficoltà più grandi da superare? Sono state tante. 10 anni fa, la mentalità e il livello culturale della società albanese erano molto diverse rispetto a oggi. Sin da subito mi sono trovata davanti a tante cose che non conoscevo: la tipologia del lavoro, la parte gestionale di un’impresa, per di più sociale. La figura dell’assistente sociale non esisteva in Albania e l’assistenza domiciliare era una cosa nuova. Essere una donna che gestiva un’impresa unica come era ASDI spesso ha generato perplessità, molte persone mi facevano tante domande e non credevano che l’impresa potesse andare avanti e avere successo. Per le istituzioni, l’impresa sociale e il terzo settore erano concetti sconosciuti e non esisteva un servizio sociale diverso da quello che lo stato offriva alle persone in difficoltà che si riduceva nel semplice aiuto economico. Anche per questo è stato molto difficile creare un dialogo.

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Cosa le ha insegnato questa esperienza? Guardandosi indietro riesce a cogliere un’evoluzione nel suo rapporto con il mondo del lavoro e con la figura dell’imprenditore? La gestione dell’ASDI è la mia esperienza più bella. Sono cresciuta a livello professionale, ma la cosa più importante è aver vinto una sfida, aver affermato che quando credi nelle cose, quando hai il coraggio di rialzarti dopo una caduta, non importa in quale paese e in quale società vivi, l’importante è guardare avanti. Spero che il mio esempio aiuti altre donne a prendere iniziative simili.

In Albania c’è stata dunque un’evoluzione della condizione della donna? Negli ultimi anni la società albanese ha subito un’ evoluzione e con questa anche la condizione della donna. Oggi la situazione cambia di città in città o rispetto alle zone rurali e alle periferie. Ci sono ancora le donne che subiscono violenza dai mariti, che non possono seguire gli studi o uscire con le amiche. Ma abbiamo anche tante donne lavoratrici e imprenditrici, sempre più qualificate

Ha mai avuto il dubbio che stesse sacrificando la sua parte femminile per imporsi in un mondo prettamente maschile? Io non ho mai imitato gli uomini, nemmeno nelle difficoltà. Ho solo creduto nel mio coraggio, in me stessa e nelle mie capacità. Non mi sono sentita mai inferiore a nessuno per il fatto che sono una donna. Alma Kurti, presidente di ASDI


progetti Altri progetti per il futuro?

Attività di avviamento al lavoro sostenute dal Progetto Bottega della Coop. Soc. Il Melograno

professionalmente. È chiaro che per arrivare a questo una donna deve ancora faticare molto più di un uomo. Nel nostro parlamento ad esempio la percentuale di donne è molto bassa, arriva solo all’8%. C’è tanta strada da fare per arrivare ad una parità e a mio parere questa spinta deve continuare a venire dalle donne. Nessuno regala i diritti, bisogna conquistarseli. Delle tante storie che avrà vissuto, qual è quella che più le è rimasta nel cuore? Sono tante le cose belle che ho vissuto lavorando nel sociale, ma i momenti migliori sono quando ti accorgi che riesci a trasmettere il rispetto e la sicurezza alle persone abbandonate. Da quando lavoro nel sociale vedo le cose da un altro punto di vista: il contatto con le persone mi aiuta a leggere meglio la situazione socio-economica del territorio e mi insegna sempre tanto sulle relazioni tra persone.

Quando vedo che con il mio lavoro ho contribuito a migliorare la condizione di qualcuno, allora raggiungo il massimo della soddisfazione. E cosa invece l’ha colpita negativamente? L’indifferenza della società per le persone svantaggiate. Quali sono i servizi di ASDI che attualmente sono più richiesti? Ci sono molti anziani abbandonati a causa della forte emigrazione giovanile in Albania. Li sosteniamo nelle attività quotidiane. Puntiamo a seguirli a domicilio per provare ad aumentare la loro autonomia e per farli sentire protetti nel loro ambiente familiare. Finora abbiamo seguito circa 720 persone a domicilio. Negli ultimi anni sono aumentate anche le richieste per la nostra casa famiglia che ha ospitato fino a un totale di 45 persone e che stiamo progettando di sviluppare ulteriormente.

Oltre all’apertura di una nuova casa famiglia, stiamo preparando dei corsi di formazione per assistenti domiciliari per supportare anche altre organizzazioni che operano nel sociale nel territorio. Con il sostegno del progetto “Bottega” della cooperativa Il Melograno, ASDI è migliorata anche dal punto di vista gestionale. Puntiamo ad essere completamente autonomi, anche se la legislazione, le strategie e gli interventi per le persone svantaggiate da parte delle istituzioni per il momento sono esclusivamente di natura economica. ASDI è ormai conosciuta dalla gente, dalle istituzioni e dai privati. Il nostro lavoro sul territorio è stato un esempio anche per il ministero degli Affari Sociali che si è interessato alla forma giuridica che ha assunto ASDI e alla tipologia dei nostri servizi. In definitiva, c’è un consiglio che vuol dare alle giovani donne che vogliono imitare questo percorso? Di non sentirsi “diverse” per il fatto di essere donne, ma di essere anzi fiere, perché una donna ha le capacità per fare gli stessi percorsi professionali e lavorativi di un uomo, può essere forte allo stesso modo e sa affrontare anche meglio le difficoltà. Le donne devono avere più fiducia in se stesse, non devono mollare mai.

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incontri

Donne che cercano rifugio Incontriamo tre ospiti al CARA di Gradisca di Ndamnsah Blaise Nkfunkoh

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uggono da guerre, da di capofamiglia e ad allevare i figli cattive condizioni climatiin condizioni difficili, lavorando che, da povertà e miseria, senza alcuna tutela in un’economia da violenza e discriminazione in di sussistenza, queste donne scelcerca di condizioni di vita migliori gono di migrare in occidente, dove per sé e per i sperano di trovare “Molte arrivano con propri familiari. Il delle opportunità un figlio in grembo, numero di donne per una vita diconsapevoli di aver richiedenti asilo gnitosa. Per tante politico e rifugiate rischiato di perderlo, ma donne somale, è troppo grande la loro eritree, sudanesi sta aumentando disperazione” in Friuli Venezia ed etiopi - che Giulia - e in Italia, hanno conosciuto in generale - a causa del perdurare la barbarie delle guerre perenni - il di crisi politiche, culturali e socioviaggio, in Libia prima e in Italia economiche in molti paesi africani poi, rappresenta l’unica via di e asiatici. Abituate fuga. Molte arrivano con un figlio in patria al ruolo in grembo, consapevoli di aver rischiato di perderlo, ma è troppo grande la loro disperazione. Niente sembra poter fermare questo esodo, questo viaggio della speranza, che si svolge in condizioni durissime su barche di fortuna. Anche le storie di Mispa, Bhuti e Alga - ospiti presso il Centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Gradisca d’Isonzo - si possono inquadrare in questo contesto generale.

Mispa Ngo Bakal è una giovane africana della Guinea Conakry, madre di un bambino di due anni. È fuggita dal proprio paese lasciandosi alle spalle un marito del quale da tempo non ha più notizie. Prima di rimanere incinta, Mispa era una studentessa. La gravidanza l’ha costretta ad abbandonare gli studi per iniziare a lavorare come parruc-

“Quando ero giovane sognavo di diventare una pedriatra, ma poi la vita ha deciso per me” chiera. Mispa spera di ritrovare il marito e di dare una buona educazione a suo figlio. E per sé che cosa desidera? “Quando ero giovane”, dice, “sognavo di diventare una pedriatra, ma poi la vita ha deciso per me. Ormai i miei sogni si sono ridimensionati. Adesso, mi basterebbe diventare un’ostetrica”. Mispa è ospite del centro di Gradisca dal 14 dicembre scorso ed è tuttora in attesa della risposta per la sua domanda di protezione da parte della commissione territoriale di Gorizia.

Mispa è una ragazza della Guinea Conakry, fuggita dal suo paese senza il marito NELLA PAGINA A FIANCO Dolma Bhuti, tibetana, ospite del Centro dal 26 Settembre IN BASSO Alga e il suo bambino, fuggiti dall’Eritrea


incontri un figlio”. Alga, ospite del centro di Gradisca dal 09/10/2009, ha già ottenuto lo status di rifugiato ed è in attesa di un posto per donna sola con figli presso un progetto del circuito SPRAR.

Dolma Bhuti è una giovane attivista del Tibet, fuggita dalla propria terra a causa della repressione del governo cinese. Dato che il Tibet non è uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale, Bhuti viene etichettata come “cinese”. Questo aspetto è per Bhuti il cruccio più grande: non essere riconosciuta come tibetana. “Il mio sogno più grande è sposarmi con un connazionale”, dichiara. “Qui può sembrare folle, ma ho chiesto ai miei genitori che cercassero per me un uomo della mia terra. Ci stanno lavorando, spero davvero che lo trovino presto”. Bhuti spera di lavorare come istruttrice di yoga tibetano in Italia e, un giorno, di poter tornare in Tibet a insegnare l’italiano. Dolma Bhuti è ospite del centro dal 26 settembre scorso. Ha ottenuto lo status di rifugiato e ha lasciato il centro il 2 aprile per essere accolta e inserita nel progetto del circuito SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo politico e rifiugiati) di Ascoli Piceno.

Alga è una giovane ragazza eritrea. Scappata dal proprio paese, si è dapprima rifugiata in Sudan con il marito dopo due settimane di viaggio a piedi. Presto, però, il conflitto in atto l’ha costretta nuovamente alla fuga. Rimasta sola, ha scoperto di essere incinta. In Libia si è imbarcata su un mezzo di fortuna alla volta dell’Italia.

“Sogno il giorno in cui lo ritroverò e potrà conoscere il nostro bambino. Non sa neanche di avere un figlio”

Mispa, Bhuti e Alga sono solo alcune fra le donne che ricevono protezione in Italia grazie allo status di rifugiate politiche. Sono donne molto vulnerabili, strappate ai loro affetti, alle loro terre, talvolta con figli a seguito, che cercano caparbiamente di dare un senso a ciò che rimane della loro esistenza così martoriata. Il riconoscimento del loro status di rifugiate politiche è una tutela, ma non è sufficiente. Anche per evitare che finiscano in giri criminali di sfruttamento, è necessario sostenerle nel processo di integrazione, favorire il ricongiungimento familiare e accompagnarle nella costruzione delle condizioni per quella vita dignitosa in nome della quale hanno rischiato tutto.

Alga adesso ha un bambino che vive con lei nel centro di Gradisca d’Isonzo. Alga vorrebbe studiare per diventare ostetrica. “Quanto è difficile allevare un figlio da sola. Vorrei avere mio marito qui con me, tutto sarebbe più facile con lui”, dice. “Sogno il giorno in cui lo ritroverò e potrà conoscere il nostro bambino. Non sa neanche di avere

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incontri

Tessere storie. In bilico tra passato e futuro Come si opera nel centro di accoglienza di Gradisca d’Isonzo

“L

di Serena Naldini

e donne, qui al centro, arrivano anche da sole con i propri figli, perché le famiglie spesso non hanno la possibilità economica per emigrare in toto e si preferisce salvaguardare la vita di donne e bambini” dichiara Giorgia Savoja, direttrice del centro di accoglienza per richiedenti asilo di Gradisca d’Isonzo. “Una volta ottenuta la protezione, si può procedere a un ricongiungimento”. L’ultimo ricongiungimento curato dal Cara è avvenuto a gennaio e riguarda una famiglia afgana di nove persone. Partiti in otto (padre, madre, cinque figli e fratello della madre) dall’Afghanistan, in Grecia si separano: lo zio con i nipoti più

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grandi resta in Grecia, mentre moglie, marito e i tre bambini più piccoli proseguono per l’Italia. “Date le condizioni di salute della coppia, abbiamo richiesto alla commissione Dublino che il caso fosse esaminato in Italia e non in Grecia, come di prassi”, spiega Giorgia. Nel luglio del 2009 la domanda d’asilo viene accolta. Sei mesi dopo l’ottenimento dello status di rifugiati politici, la famiglia si ricongiunge. Adesso sono tutti a Riace, vicino a Crotone. Giorgia sorride. “E sono in nove. A settembre, qui al Cara, è nato un altro bambino”. Non tutte le storie, però, hanno una rapida soluzione o un lieto fine. Tra le donne che giungono da sole

al centro di Gradisca, alcune ragazze, senza esserne consapevoli, stanno andando incontro a un destino pieno di ombre. Il fenomeno riguarda specialmente ragazze nigeriane sotto i 25 anni, spesso primogenite di nuclei familiari poveri e numerosi. Un’organizzazione le contatta e promette loro un lavoro in occidente, un futuro per sé e per la propria famiglia. Una volta in Italia, scoprono che innanzitutto devono restituire il denaro investito su di loro dall’organizzazione. E che per farlo l’unica strada è prostituirsi. “Cifre altissime, di fantasia... 60-100 mila euro”, ci informa Giorgia. “È chiaro che il viaggio non può


incontri essere costato più di 5-10 mila “Il ritmo è impressionante, 60 rapeuro, tra compenso per lo scafista porti al giorno, per 18 ore di lavoro”, e documento falso. Ma non coracconta Giorgia. “Oltre che per noscendo il cambio monetario, le restituire il debito, il denaro serve ragazze ci credono”. Un altro nodo, per mantenere la famiglia in patria, spesso indissolubile, è rappresenpagare l’affitto del posto letto e del tato dal rito voodoo che lega le marciapiede, il cibo, il vestiario e il schiave ai loro padroni. Persuase mantenimento di sister o madame che, se tradisseper il quale occor“Emerge un universo ro, incorrerebberono 2500-3000 ro nella pazzia parallelo, fosco e inferna- euro al mese. C’è o nella morte, le, perfettamente integrato da considerare nel nostro mondo e fine- anche il regalo anche quando si mente organizzato, con rendono conto finale alla madaun’incredibile capacità d e l l ’i n g a n n o, me, per circa 3000 metamorfica rispetto ai non riescono a euro”. Una volta tentativi di contrastarlo” finito di pagare il liberarsi. Le istruzioni vengono debito, è difficile loro fornite passo dopo passo; che le ragazze escano dal giro; più ad ogni step, anche geografico, facile che diventino a loro volta compiuto, le ragazze conoscono sister o madame. In Nigeria non il referente successivo. “Sopra il ritornano più, perché la loro comulivello della donna sfruttata, c’è il linità conosce la vicenda. E non solo. vello della gregaria o sister”, spiega Spesso, sono proprio il capovillagGiorgia. “Se sali ancora di un gradigio o le famiglie che le costringono no, trovi la magnaccia o madame, che intrattiene pochi rapporti con il primo livello della piramide. Questa distanza”, conclude, “è una delle chiavi per proteggere l’organizzazione”. Il racket si alimenta delle opportunità offerte dalla nostra legislazione sulla domanda d’asilo, usata in modo strumentale per rimanere legalmente in Italia e avviare l’attività per ripagare completamente il debito. Il mancato ottenimento del permesso di soggiorno per alcune ragazze è sufficiente a svelare l’inganno della promessa del permesso facile. Altre optano per un ricorso che prolunga la loro permanenza in Italia. E lo sfruttamento continua.

a non lasciare il circuito: un lavoro onesto non potrebbe garantire ai parenti lo stesso benessere. Emerge un universo parallelo, fosco e infernale, perfettamente integrato nel nostro mondo e finemente organizzato, con un’incredibile capacità metamorfica rispetto ai tentativi di contrastarlo, una prontezza fuori dal comune per aggirare gli ostacoli. “La salvezza sta nella parola, nell’informazione”, dichiara Giorgia, e la sua voce vibra di vita vissuta. Racconta degli anni che ha trascorso a Palermo, la sua città, a contattare ragazze per strada, distribuendo profilattici e tazze di té, con l’unico appoggio di un furgone. “Sottovoce, tra un cliente e l’altro”, spiega. “All’aperto, i pericoli sono maggiori, e inferiori i margini di manovra”. A volte, l’informazione viene recepita immediatamente. “Qui, al centro, è capitato due volte in otto

Giorgia Savoja, direttrice del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Gradisca d’Isonzo

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incontri mesi: la rinuncia alla richiesta d’asipreceduta, infatti, da una prepalo, la denuncia alle forze dell’ordine razione che ipertrofizza il passato, e l’accesso a progetti ex art. 18 per soprattutto nei tratti più pesanti e programmi di protezione sociale. traumatici. “Occorre molta attenCosì, due ragazze hanno ottenuto zione”, avverte Giorgia. “Le conseun permesso di guenze altrimenti soggiorno e hanno “Gli operatori cercano possono essere nedi dare spazio e voce faste. Può essere dicominciato una anche al presente e al rompente discutere nuova vita. Due casi futuro delle persone, per mesi con perin otto mesi. Sembra creando, seppur con sone sconosciute di poco, ma è molto. Te grande difficoltà, una violenze e torture l’assicuro”. sorta di equilibrio, un subite, e produrre Per le ragazze che decidono di uscire bilanciamento tra dispe- documentazione razione e speranza” sulle stesse, senza dal giro si aprono due strade: un perneppure potersi decorso giuridico che prevede la dedicare a costruire il proprio futuro”. nuncia degli sfruttatori, oppure un Per questo motivo, durante questa percorso sociale che fa scattare un “fase di limbo”, questo tempo soprogramma di protezione, senza speso, innaturale, di permanenza al però colpire il racket. centro, gli operatori cercano di dare Se anche il primo passaggio di spazio e voce anche al presente e informazioni non avesse effetto, al futuro delle persone, creando, esso segna comunque l’inizio di un seppur con grande difficoltà, una percorso. Quando le informazioni sorta di equilibrio, un bilanciamenfornite dagli operatori si riveleranto tra passato e avvenire, dolore e no fondate, la ragazza comincerà progetto, disperazione e speranza. a capire che si trattava della verità. Questa parte viva, propositiva, è La principale difficoltà è entrare in soprattutto sotto la custodia degli relazione, conquistarsi la fiducia. educatori che aiutano gli ospiti a “Devi spezzare un patto culturale, preparare una bozza di curriculum la forza vincolante del voodoo”, vitae, insegnano loro l’italiano, li spiega Giorgia. “Io sono bianca e indirizzano a corsi di formazione per questo le mie parole hanno un professionale sul territorio. peso inferiore”. “Di fronte all’opportunità di offrire La costruzione di relazioni rapa qualche ospite l’occasione presenta gran parte del lavoro di raccontare la propria compiuto con ognuno degli ospiti storia al periodico”, all’interno del centro e richiede un faro costantemente puntato sugli aspetti più delicati delle storie personali. L’intervista con la commissione che deve valutare tutte le domande di protezione è

afferma Giorgia, “con l’équipe abbiamo deciso di puntare su donne che avessero già superato l’intervista in commissione, in modo da rendere utile l’esperienza come rielaborazione positiva della propria vita in chiave aperta, rivolta all’esterno e al futuro”. Tra queste, una signora che sta aspettando di sistemarsi in una struttura di seconda accoglienza. “Abbiamo conosciuto Alga in ottobre, quando è approdata al centro. È arrivata qui con un figlio piccolo”. racconta Giorgia. “Con lei, siamo riusciti a costruire un ottimo rapporto, un rapporto di fiducia”, dice. Dalla finestra del piccolo ufficio, Giorgia guarda il giardino alberato. Un bimbo abbracciato a un pallone osserva i ragazzi del centro che giocano a pallavolo. “Mi auguro”, aggiunge in un soffio, “che possa imparare a parlare nel mondo che l’aspetta fuori da qui”.


Questa pagina è offerta alla Fondazione Francesca Rava - N.P.H. Italia Onlus dalla ditta Selemare Srl di Modica (Rg) tel/fax +39 0932 779009 - www.selemare.it - mail info@selemare.it


i d o t n u p a t s i v Rubrica a cura del comitato scientifico di Connecting People

Comitato scientifico Johnny Dotti

Presidente Fondazione Solidarete

Chiara Giaccardi

Ordinario di Sociologia Processi Culturali presso Università Cattolica di Milano

Abdelkarim Hannachi

Docente di Lingua Araba presso Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’ Università di Catania

Natale Losi

Direttore Scuola di psicoterapia etno-sistemico-narrativa di Roma

Mauro Magatti

Ordinario di Sociologia presso Università Cattolica di Milano

Padre Beniamino Rossi

Missionario Scalabriniano Presidente A.S.C.S.


punto dsi ta vi

Le migrazioni femminili

l’affermazione di progetti femminili autonomi orientati all’inserimento nel mercato del lavoro italiano ed europeo. L’ingresso nei paesi ospitanti per ricongiundi Giuseppe Lorenti gimento familiare ricorda molto l’esperienza degli italiani all’epoca delle loro migrazioni: la donna Raccontare delle donne in riferiraggiungeva l’uomo partito in mento al fenomeno migratorio cerca di fortuna non appena le in Italia può apparire scontato condizioni del progetto migratoeppure segnala una rio lo permettevano “Le donne immi- e solitamente ciò questione centrale: la massiccia presenza grate avviano atti- permetteva di prodel genere femmi- vità imprenditoriali seguire il modello nile è un punto di nella stessa misura familiare secondo gli svolta. All’inizio, nel delle donne italiane. schemi tradizionali e nostro Paese arri- I settori privilegiati nel rispetto dei ruoli sono quelli della di genere presenti vavano soltanto gli uomini, poi piano, ristorazione, delle nel luogo di origine. telecomunicazio- I progetti femminili piano la questione ni, delle attività ha coinvolto anche orientati al lavoro inimmobiliari” il genere femminile. vece inducono a una Questo flusso, che ha maggiore attenzione superato ormai il 50% del totale, anche a causa delle modificazioderiva da due distinte ragioni: ni nelle relazioni sociali che sono il ricongiungimento familiare e in grado di generare. Va però

chiarito che la migrazione femminile non è soltanto determinata dalle dinamiche dell’offerta ma è incoraggiata dalla domanda dei paesi europei. La manodopera femminile è un fattore chiave per consentire l’assistenza dei nostri anziani e dei nostri bambini. È un elemento strutturale anche se informale del nostro welfare e soddisfa i bisogni di tutte le classi sociali, non soltanto di quelle più agiate come accadeva negli anni ‘80 con le migrazioni delle “colf filippine”. Le famiglie italiane ricorrono sempre più alle donne straniere per fronteggiare la necessità di reggere carichi domestici e di assistenza crescenti e per garantirsi il mantenimento della propria autonomia lavorativa. È il welfare informale che si fa spazio - certificando il fallimento dell’intervento pubblico nell’ambito della cura degli anziani - coinvolgendo circa 600.000 donne immigrate. A queste donne viene chiesto non soltanto di adempiere ai compiti di cura, ma anche di entrare in relazione affettiva con l’assistito, di assicurare un sostegno emotivo, di diventare in qualche modo “un surrogato familiare”, costruendo nei fatti una relazione ambivalente, che comporta l’instaurarsi, accanto al rapporto di lavoro, di una “relazione familiare” che crea un posto per la badante negli affetti della famiglia. Essere donna ed essere migrante non si riduce soltanto ai compiti di cura. La realtà mostra che le donne immigrate

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punto dsi ta vi calvario inizia, spesso, durante il viaggio di avvicinamento ai paesi di destinazione e prosegue poi con il miraggio di un permesso di soggiorno con cui “sistemarsi” e potersi finalmente emancipare. Miraggio che quasi sempre si trasforma in un incubo infinito. Ma se l’arrivo così numeroso di donne ha mutato il volto dei flussi migratori nei paesi di arrivo, esso ha altresì avviato profondi cambiamenti nelle società di partenza.

“Il nuovo protagonismo economico della donna mette in discussione tutti i ruoli tradizionali che erano diretta conseguenza della precedente condizione di subalternità”

Sono sempre più numerose le donne che migrano per inserirsi nel mercato del lavoro

avviano attività imprenditoriali nella stessa misura delle donne italiane. I settori privilegiati sono quelli della ristorazione, delle telecomunicazioni, delle attività immobiliari, dei servizi alle imprese, oltre ovviamente alle imprese che forniscono servizi alle famiglie. Purtroppo, essere donna ed essere migrante

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significa talvolta essere particolarmente vulnerabile e rischiare violenze e soprusi. L’utilizzazione della mobilità femminile ai fini dello sfruttamento sessuale è uno dei fenomeni più visibili e drammaticamente violento. Sono migliaia le donne coinvolte nel traffico, tra queste molte, troppe adolescenti. Il loro

Le donne che partono sono il segnale di una rivoluzione che presto coinvolgerà le comunità di provenienza. Il nuovo protagonismo economico della donna mette in discussione tutti i ruoli tradizionali che erano diretta conseguenza della precedente condizione di subalternità che le veniva attribuita. Il fatto di produrre ricchezza, e di poterla inviare al proprio paese, alle proprie famiglie, attraverso le rimesse, cambia radicalmente la percezione della propria identità, dell’immagine sociale e del proprio ruolo all’interno di una comunità. In molti casi è la donna che rende materialmente possibile il ricongiungimento familiare e conseguentemente l’eventuale


punto dsi ta vi inserimento lavorativo del marito, mutando profondamente anche i rapporti di coppia. Se da un lato le rimesse economiche rendono più ricchi i paesi di provenienza, questi vengono privati delle migliori risorse umane e spesso della possibilità di crescere dal punto di vista demografico. I figli delle donne immigrate sono affidati ad altri familiari, mentre i rapporti madre - figli proseguono a distanza cercando di mantenere il legame. C’è un’asimmetria nella distribuzione delle opportunità di assistenza: i paesi ricchi usano per i compiti di cura le donne dei paesi più poveri nei quali, altresì, sono messe in atto soluzioni temporanee per consentire la crescita e l’educazione di coloro che vengono talvolta definiti “orfani sociali”. Se per gli uomini

lontani dalla propria famiglia è sufficiente inviare a casa risorse economiche, questo non appare sufficiente per le madri che vivono con maggior sofferenza il distacco dai figli. Che cosa imparare dall’analisi delle migrazioni femminili, in cui tutte le sfaccettature che abbiamo elencato devono essere poi riconsiderate alla luce delle differenze dei paesi di provenienza, delle culture originarie, delle aree del nostro paese in cui avviene l’insediamento? Non è facile rispondere a tale complessa domanda,

ma la questione femminile può essere utilizzata per favorire una ricerca pacata e scevra dalle troppe paure che avvolgono la questione migratoria. L’esperienza di delegare la cura dei nostri cari a persone “diverse” può condurci ad affermare che è possibile non temere la diversità di colei a cui affido mio madre o mio figlio? Se nella fase dell’assistenza la distanza tra le persone si riduce sino a quasi scomparire, allora c’è spazio per la speranza di chi crede che la reale integrazione sia un processo possibile?

Giuseppe Lorenti Responsabile area formazione e ricerca del consorzio Connecting People, ha lavorato in precedenza al Gruppo Abele di Torino e al centro Braudel dell’università degli studi di Catania, occupandosi di migrazioni e cooperazione nel bacino del Mediterraneo. Nel 2006 ha pubblicato il libro “Senza confine”, reportage sui richiedenti asilo in Italia.

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news Restinco (BR)

Rondini di pace di Mariangela Recchia Insegnante lingua italiana presso il Centro C.A.R.A/C.I.E. di Restinco

“Newroz píroz be!” (felice Newroz!) e “Bijí Newroz!” (che il Newroz duri a lungo!). Con queste frasi, il 21 Marzo è cominciata la giornata a Restinco. “Oggi è il nuovo giorno!”, un giorno veramente importante perché il festeggiamento del Newroz, il capodanno kurdo, in Turchia e negli altri Stati tra i quali è suddiviso il Kurdistan, è considerato come un momento di unità nazionale, e per questo vietato per molto tempo. Negli anni passati è stato oggetto di violenze, e molti Kurdi sono stati arrestati perché sorpresi a festeggiarlo. “Il Newroz”, ci spiega Yusuf un ragazzo kurdo ospite nel centro di accoglienza di Restinco, “è per noi la festa in cui ogni uomo e donna kurda celebra in segno di libertà la sua volontà di esistere e lo esprime al mondo, anche rischiando la vita. In Kurdistan, un territorio diviso e martoriato, i diritti fondamentali dell’uomo sono costantemente negati, e il nostro popolo ogni giorno resiste contro la violenza e la persecuzione”. Non a caso si festeggia il Newroz con l’entrata della primavera, per ricordare la vittoria degli oppressi sugli oppressori. È la festa del fuoco, la festa della purificazione, che segna la fine dell’oscurità e la rinascita della luce e della vita. Il Kurdistan, una delle più grandi nazioni al mondo alla quale viene negato il diritto ad esistere trova in

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questa festa la sintesi e l’apoteosi della sua lotta. E il Nuovo giorno sia. “Ci piacerebbe che tutto fosse secondo la tradizione. Vogliamo cucinare noi per tutti. Prepareremo noi le danze. Vorremmo anche accendere il fuoco”. I festeggiamenti, infatti, prevedono che durante la notte vengano accesi dei fuochi nelle campagne, perché finché ci saranno fuochi in questa notte, ci saranno dei Kurdi. Si mangia, si beve, si balla intorno al fuoco, come tutte le feste all’origine del mondo. Presso l’ex-Istituto Margiotta a Brindisi, attualmente sede della Cooperativa Sociale Eridano, e grazie al sostegno del Consorzio Connecting People e del Consorzio Territoriale Nuvola, abbiamo potuto festeggiare insieme la speranza. Erano presenti non solo tutti i ragazzi del C.A.R.A, i gestori del Centro di Restinco, i Consorzi già citati, tutto lo staff che opera quotidianamente a Restinco, ma anche la Comunità dei minori non accompagnati della Cooperativa Solidarietà di Erchie, la comunità alloggio dei disabili della Cooperativa Eridano, e tutte le persone che collaborano con Restinco all’esterno del centro per favorire l’integrazione dei ragazzi, in particolare gli insegnanti della Scuola di Italiano Migrantes della parrocchia San Vito di Brindisi e le insegnanti del C.T.P. dell’Istituto Salvemini di Brindisi. Un viaggio immaginario in Kurdistan, il paese che non c’è. Abbiamo assaggiato il cibo tradizionale preparato con dedizione dai ragazzi: riso con pasta “cicoria”, carne arrostita, insalata etnica. Abbiamo eseguito balli in

Un momento della festa per il Capodanno kurdo nel centro C.A.R.A./C.I.E. di Restinco

cerchio, tutti insieme per mano, un rito ancestrale che solo alcuni popoli hanno conservato. Ilami, un ragazzo turco, conduceva la fila tenendo in mano un fazzoletto che sventolava, mentre batteva il passo per dare inizio alla danza. Entrare nel cerchio di danzatori ci ha permesso di scavalcare montagne e oceani e farci assaggiare per un attimo diversi contesti sociali, riferimenti culturali e modi di fare festa.

Restinco (BR)

Lezione di vita di Deborah Lonero Mediatrice linguistico-culturale del Centro C.A.R.A. / C.I.E di Restinco

Ma chi sono tutti questi ragazzi che giornalmente incontriamo per le strade della nostra città? Da dove vengono? Perché hanno scelto proprio il nostro territorio? Dove dormono? Che cosa fanno?...Queste le domande che da un po’ di tempo stuzzicano le menti degli studenti dell’istituto tecnico agrario “Odone Belluzzi” di Brindisi. Domande a cui Giovanna, docente dell’istituto, ha voluto dare delle risposte: per capire, per educare ad un’accoglienza


news consapevole e costruttiva. Risposte che spera aiuteranno lei, i suoi studenti, i colleghi ad allontanarsi dai luoghi comuni, dai pregiudizi e da quel senso di paura che l’ignoranza troppo spesso genera. Così si decide che l’assemblea d’istituto del 31 marzo sarà dedicata ad un incontro con questi “stranieri in terra straniera”. Giovanna propone di invitare all’assemblea alcuni dei ragazzi attualmente ospiti nel Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Restinco: Yusuf, Amin, Tunkay, Kawan, ragazzi curdi ed afgani, che come tanti sono in attesa dell’audizione da cui dipenderà il loro prossimo futuro. Una Commissione Territoriale deciderà se avranno diritto allo status di rifugiato oppure no. Un’attesa che spesso li rende pensierosi, dubbiosi, a volte tristi, ma anche aperti a tutte quelle possibilità di conoscere meglio il territorio che li ospita. Un’attesa che diventa possibilità di crescita attraverso la conoscenza dell’altro; una necessità di integrazione per ricominciare ad inventarsi una vita. È con entusiasmo che si dichiarano pronti a testimoniare e a condividere il loro vissuto. Una voce che possa aiutare gli studenti a conoscere e a riflettere sulle dinamiche che hanno generato queste migrazioni “forzate”. Queste anche le intenzioni in seno al progetto: relazionarsi con culture e persone “diverse”; attivare un processo di immedesimazione come veicolo di conoscenza dell’altro e come indagine sulle sue emozioni e sensazioni; stimolare gli studenti all’ascolto partecipato come elemento fondamentale nella

conoscenza reciproca e al dialogo interculturale. Siamo pronti per andare a scuola, solo dopo aver chiamato anche Ibrahim però: Ibrahim è un ragazzo del Mali, che come tutti gli ospiti che sono transitati nel nostro centro è arrivato in Italia con la speranza di un riscatto sociale, morale, economico. È quasi un anno che Ibrahim ha lasciato il centro, dopo che la prima audizione in Commissione non ha avuto esito positivo. Oggi vive a Brindisi, in attesa che un tribunale possa riconsiderare la sua richiesta, mentre continua a collaborare con noi in ambito cittadino per promuovere un’integrazione costruttiva. L’assemblea d’istituto comincia e subito è Ibrahim a prendere la parola. Gli altri ospiti preferiscono aspettare che si rompa il ghiaccio, anche se in fondo le parole non sono così importanti, una volta comprese le intenzioni. E così è fin da subito! Basta guardare gli studenti negli occhi per capire che la magia è stata compiuta. Nell’aula magna risuonano storie di paesi esotici, continenti lontani, culture diverse. Echeggiano parole di solidarietà senza falsi buonismi, perché oggi non siamo qui per giudicare o per portare delle verità assolute: oggi siamo a scuola per una lezione di vita. Terminato il dibattito si aprono le danze: i ragazzi brindisini intonano una serie di pizziche, tipiche danze popolari salentine, e tutti si mettono a ballare, a tenere il ritmo ed a cantare il linguaggio universale della musica fa centro e Yusuf, Amin, Tunkay che fino ad allora erano restati in silenzio si fanno avanti e

presentano il loro ballo tradizionale curdo, e poi quello afgano, e poi di nuovo pizzica, e ancora musica, note, passi, sorrisi. Arrivata l’ora di salutarsi, ancora pieni di entusiasmo gli studenti si avvicinano chiedendo di rimanere in contatto con noi, per non lasciare che quest’incontro rimanga fine a se stesso. Ci lasciamo tra occhi lucidi e numeri di cellulare, con la leggerezza di una mattinata tra coetanei e la consapevolezza che la ricchezza risiede nell’ascolto, nel confronto e nello scambio.

San Lupo (BN)

Un piccolo comune e tanta solidarietà di Alessia Barbagallo Connecting People

Dal primo aprile sono ufficialmente iniziate le attività per il progetto “Piccoli comuni, grande solidarietà” - di cui Connecting People è ente aggiudicatario - con l’arrivo a San Lupo (BN) di 34 ragazzi eritrei. Questo progetto, che durerà due anni, è diverso dalle precedenti esperienze gestionali di centri di accoglienza del Consorzio. Nonostante alcune delle attività previste dalla convenzione firmata l’11 marzo possano ricordare quelle dei progetti SPRAR, si tratta di un progetto sperimentale di integrazione che è parte di una più vasta progettazione di resettlement a livello UE, per il periodo 2007 – 2013. Tale iniziativa parte dal presupposto che l’integrazione di cittadini stranieri possa realizzarsi

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news in maniera più ‘naturale’ ed efficace in “piccoli paesi” – dizione con cui l’Unione Europea intende comuni con meno di 5000 abitanti – piuttosto che nelle più alienanti e dispersive città. Partendo da questa scommessa, il progetto “Piccoli comuni, grande solidarietà” prevede il ‘reinsediamento’ di 50 rifugiati politici (ad oggi 35, di cui 2 somali ed il resto di nazionalità eritrea od etiope) a San Lupo e la realizzazione di tutte le attività, i servizi e gli interventi necessari per facilitarne il percorso di integrazione. Tradizionali attività e servizi di accoglienza, orientamento, assistenza sociale, psicologica ed infermieristica, mediazione culturale e formazione necessitano così in questo caso di essere accompagnati da un vero piano strategico di job matching, potenziato da attività volte, in primo luogo, alla conoscenza, all’incontro ed alla socializzazione con la popolazione locale. San Lupo è infatti un paese, di quasi 800 abitanti, che fino al primo aprile non aveva mai conosciuto dinamiche migratorie di questo tipo, ma da cui al contrario i giovani tendevano ad allontanarsi. Tale progetto è quindi destinato a modificare profondamente il volto del paese, ed i primi piccoli grandi cambiamenti sono già visibili. Per esempio, lo scorso anno, a San Lupo, ci sono state 2 sole nascite. Quest’anno invece il 6 aprile Fiyori, una ragazza eritrea, ha già partorito la piccola Hiyab, e la prossima settimana Meron darà alla luce un’altra bimba. I nuovi residenti di San Lupo potrebbero quindi già aver raddoppiato le nascite nel paese. Al loro arrivo gli ospiti sono stati

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accolti, oltre che da Connecting People, dal Consorzio locale Amistade, da rappresentanti dell’UNHCR, del Ministero dell’Interno e dell’amministrazione locale, ma soprattutto dalla gente del luogo, che è accorsa incuriosita da tutti questi ragazzi e famiglie di cui ormai da mesi, tra aspettative e diffidenze, si attendeva l’arrivo. E mentre Connecting People, in questi 22 giorni, lavorava per accompagnare ed assistere gli ospiti nella fruizione dei servizi sanitari ed anagrafici del territorio, l’assegnazione del codice fiscale, del medico di base, ecc.. nel paese si sono verificate dinamiche sociali inedite. I sanlupesi ed i nuovi residenti hanno iniziato a conoscersi. Il primo e più veloce mezzo di comunicazione sembrano essere i bambini. La nascita di Hiyab il 6 aprile, per esempio, è stata una novità importante per il paese e giovani e meno giovani sanlupesi hanno messo da parte le proprie perplessità per venire a trovare Fiyori, farle gli auguri, prendere in braccio Hiyab, portarle dei regali. Anche le due bellissime bambine di 6 ed 8 anni, Nolawit e Milka, che parla incredibilmente già un buonissimo italiano, hanno da subito conquistato tutti nel paese e sono spesso in giro a giocare con altri bambini. Nei pub, la sera, i ragazzi eritrei guardano poi le partite di calcio insieme ai ragazzi italiani, che si stupiscono nel vederli esultare per goal di entrambe le squadre in campo. Da un punto di vista sociologico è interessante constatare le manifestazioni di interesse e generosità sia dei sanlupesi che degli eritrei. La gente del luogo regala ai nuovi resi-

L’arrivo degli ospiti a San Lupo per il progetto “Piccoli comuni, grande solidarietà”

denti vestiti, giocattoli, culle, offre da bere nei locali e dà passaggi in auto per visitare Benevento, Napoli ed i paesini limitrofi. Circa due settimane fa invece Michael, ragazzo eritreo di 33 anni soprannominato good giant per la sua grande mole, passeggiando per le strade di San Lupo ha visto un uomo che con difficoltà tagliava della legna e, guardandolo con i suoi grandi ed intensi occhi neri, gli ha fatto uno dei suoi sorrisi e gli ha detto a gesti, sbattendosi una mano sul petto: lascia stare, ci penso io, portando a termine il compito con grande forza ed efficienza. Quel signore, che avrebbe poi voluto dargli dei soldi per ringraziarlo, al rifiuto di Michael (ricordiamo che anche quei pochi soldi sarebbero stati importanti per lui), gli ha offerto da bere in un bar. A San Lupo, però, le difficoltà non mancano e c’è ancora tanto da lavorare per portare il centro a sistema, creare una rete territoriale con i vari stakeholder locali e rispondere efficacemente ai molteplici bisogni degli ospiti. A prima vista, però, il ‘materiale umano’, sia eritreo che italiano, sembra buono e i primi effetti si vedono. E siamo solo al 22° giorno.


news

Speciale Foggia Borgo MEzzanone (FG)

Primo mese di gestione di Connecting People di Rosanna Rumore docente di italiano presso il CARA di Borgo Mezzanone

Un’entusiasmante gioco di squadra ha coinvolto tutte le professionalità messe in campo da Connecting People per lo start up del CARA di Borgo Mezzanone. Capacità di lavorare in équipe, straordinaria motivazione e forte spinta interiore: questi gli elementi di un’esperienza che travalica i confini del lavoro per diventare

una vera e propria esperienza di vita comunitaria. Gli operatori e il personale amministrativo hanno condiviso la residenza presso due villette del Villaggio Don Bosco a pochi chilometri da Foggia, formato da tre piccole borgate immerse nel verde, con grappoli di case attorno a spazi comuni. Ciò ha permesso l’instaurarsi di un clima di casa, condizione necessaria per recuperare le energie necessarie ad affrontare il lavoro presso il centro. Nei primi giorni di gestione, l’équipe ha frequentato il corso di formazione inerente al “Progetto IN/FORMAZIONE II” promosso dall’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione (ASGI), dal Servizio Centrale del circuito SPRAR e dall’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati. Il 23 febbraio, data di inizio della gestione, la situazione

della struttura - che ha una capienza di 770 persone - si è rivelata difficile, quasi degradata. La tempestività di risposta di Connecting People, concretizzatasi anche nella pronta assunzione di personale del territorio, è stata determinante per raggiungere, in tempi brevi, un notevole miglioramento delle condizioni di vita degli ospiti del centro. Straordinario è stato il lavoro degli operatori dedicato a pulire, pitturare, sistemare i locali dell’amministrazione e gli alloggi degli ospiti, oltre che a trasformare la mensa da luogo di distribuzione dei pasti a luogo di consumazione e condivisione. Grande attenzione è stata posta dall’amministrazione per censire il centinaio di ospiti attualmente presenti, a cominciare dalla predisposizione di un ticket personale dotato di foto e dati

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news anagrafici. I servizi offerti sono stati infine ottimizzati, o riattivati, a partire dalla caldaia da tempo non funzionante. Agli ospiti vengono garantiti colazione, pranzo e cena, preparati anche secondo eventuali diete predisposte dai medici o le diverse tradizioni culturali e religiose; distribuzione di generi di prima necessità e di un buono economico per acquistare schede telefoniche o altri beni; assistenza sanitaria giornaliera e accompagnamento al servizio sanitario per visite specialistiche; mediazione culturale in lingua araba, inglese e francese; sostegno individuale attraverso la presenza di assistente sociale, psicologo, informatori legali; corso giornaliero di lingua e cultura italiana. Gli ospiti, coinvolti in riunioni di presentazione dei nuovi servizi, hanno espresso il loro apprezzamento per i risultati ottenuti, in termini di miglioramento dei servizi e della struttura. Ogni giorno, inoltre, si mostrano sempre più fiduciosi nella relazione con i mediatori, lo psicologo, l’assistente sociale o gli informatori legali. Numerosa e entusiasta l’adesione al corso di lingua italiana: ogni incontro è frequentato in media da 30-35 ospiti di provenienza e livello di istruzione disomogenei, armonizzati prodigiosamente dalla voglia di apprendere la lingua, strumento indispensabile per comunicare nel nostro paese. Segno emblematico della collaborazione con il territorio di Borgo Mezzanone e di Foggia, è il rapido inserimento alla scuola primaria e secondaria

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I tendoni del soccorso pubblico del Ministero dell’Interno nel C.A.R.A. di Foggia

di primo grado dei bambini ospiti al centro. Connecting People collabora inoltre con gli enti locali e, in particolar modo con il Consorzio Aranea, riferimento territoriale con la scuola, l’azienda sanitaria, la Caritas e le cooperative sociali che continuano a offrire servizi all’interno del centro.

FOGGIA

Lettera al CARA, 24 marzo 2010 di Vito Luca Scozzari Responsabile Area Servizi Consorzio Connecting People

CARA Foggia, nel lontano 9 febbraio 2009 è iniziata la tua conoscenza. Pochi giorni dopo mi trovo a percorrere la strada che collega Brindisi verso una nuova meta, una nuova sfida, una nuova gara. Mai avrei pensato che quel CARA potesse essere così diverso dagli altri. Tutto era diverso, molto più esteso, più vasto, ancor più di

quello che ci si potesse immaginare. Per girare il campo, si va in auto: è troppo caldo e siamo in una pista d’atterraggio. Allora come oggi, la pista è piena di tende, di alloggi.E di uomini e donne. CARA Foggia, chissà perché, ci hai colpito tutti... Il vento della sera, il sole del giorno, la calda accoglienza, le riunioni, una dopo l’altra: sindacati, servizio centrale, ASL, prefettura. Una rete di persone, oggi, guarda il campo, sbalordita che qualcosa si possa fare, e tante attività siano possibili. Certo, è complesso ringiovanire un grosso pino, ma se è un albero buono basta sfoltirlo, sistemarlo e mettergli accanto un parco giochi e una bella amaca per rifugiarsi al fresco, sotto la sua chioma folta, a pensare a come sarebbe bello se… Qui e ora è il momento di raccogliere tutti coloro che vogliano distendersi sull’amaca e lasciare andare il pensiero a immaginare come un pino con la sua bella chioma si possa trasformare in posto di rifugio, in luogo di speranza, in meta di vita nuova.


news Borgo MEzzanone (FG)

Il Prefetto Morcone in visita al CARA di Giorgio Gibertini Direttore responsabile SQM

Arriva dal cielo, come le belle notizie, con un elicottero militare per sorvolare tutta la zona di Borgo Mezzanone, il prefetto Mario Morcone, responsabile del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno. Arriva dal cielo in una giornata calda che sembra estate, anche se è solo l’otto aprile e, cravatta svolazzante al vento, comincia il giro di tutta la pista dell’ex aereoporto che ospita il CARA, da poco gestito da Connecting People che ancora ospita lo scempio e l’abbandono di altro insediamento. Ad accompagnare Morcone il prefetto di Foggia, sua eccellenza dottor Antonio Nunziante, il capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e gli ingegneri e geometri che stanno completando la bonifica e sistemazione della zona, oltre, ovviamente, a Giuseppe Scozzari e

Il prefetto Mario Morcone in visita al centro C.A.R.A. di Borgo Mezzanone (FG)

Orazio Micalizzi, presidente e vicepresidente di Connecting People, al direttore del centro Massimo De Luca e a tutti i vertici e responsabili del consorzio. Morcone ha voglia di camminare e conoscere; e così, passo dopo passo, visita in rassegna le nuove costruzioni container, la sala mensa in ultimazione, i campi giochi per adulti e per bambini, i giardini per le zone di svago. Una sosta obbligata davanti a un pannello tecnico che recita la scritta “Ministero dell’Interno. Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Comune di Manfredonia (FG). Lavori di espansione del Centro di Accoglienza per Immigrati Irregolari ubicato in località Borgo Mezzanone”: Morcone alza lo sguardo e immagina che presto tutto sarà come prevede la piantina a colori sistemata nel bel mezzo del campo. Oltre i cancelli, lungo i quattro chilometri di pista dell’ex aeroporto, container malandati e maleodoranti, tende blu con tanto di dicitura in bell’evidenza “Ministero dell’Interno”, bagni da far paura ad avvicinarsi, cavi elettrici. Uomini e donne sbucano da dietro questo abbandono, senza poter raccontare il loro, di abbandono. Nonostante la ritrosia delle autorità locali, il prefetto Morcone insiste e, accompagnato a mo’ di scorta da Scozzari e Micalizzi, visita a piedi anche questo tratto di strada per verificare quanto è stato fatto, e quanto ancora c’è da fare. Dopo un’altra sigaretta, Morcone si appoggia al cancello che delimita il campo e fissa l’orizzonte per qualche minuto parlando al

cellulare: il suo sguardo si spinge oltre la catasta di tende abbandonate e chissà quanti e quali pensieri si accatastano nella sua mente. Seguito dai responsabili del centro, Morcone prosegue il giro, dando indicazioni precise ai tecnici: liberiamo quella zona, puliamo, bonifichiamo, togliamo l’hangar. “Abbiamo fatto tanto”, dice. “I soldi sono stati sicuramente spesi bene. C’è ancora tanto da fare, ma un po’ alla volta anche Borgo Mezzanone sta cambiando volto”. “Il merito è tutto tuo”, gli fa eco il prefetto Nunziante. “Hai portato umanità in questo settore, in questo dipartimento. La tua umanità sta facendo strada e sta cambiando il volto dell’accoglienza in Italia”. Si torna al CARA, alla struttura vera e propria per ora utilizzata per l’accoglienza. Il Prefetto visita le stanze degli ospiti, la sala mensa, apprezza la pulizia, l’ordine e la logistica del magazzino, visita la scuola di italiano mentre è in corso la lezione con venti ospiti presenti. Saluta tutti ad uno ad uno e si congratula. L’elicottero in cielo avvisa che il prefetto deve ripartire. Ancora il tempo di un brindisi, di un caldo caffè, di qualche scambio di idee. Poi ci si saluta; un abbraccio e un “grazie ragazzi” sincero, rivolto al consorzio Connecting People. Riparte la carovana di auto della polizia verso l’elicottero. A Borgo Mezzanone torna la calma e la vita di sempre. Resta la consapevolezza che presto le cose miglioreranno ancora.

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press

La rassegna stampa completa è consultabile nella sezione stampa del sito

Rubrica a cura di Salvo Tomarchio

Secolo d’Italia 16.12.09

Il sole 24 ore 28.02.10

di Antonella Ambrosini

di Aldo Bonomi

Le migrazioni sono un flusso. Come la finanza, le transnazionali, le internet company. Dal globale atterrano nel locale, nei luoghi. Mutandone antropologia, culture e dinamiche di sviluppo. I migranti non sono nè flussi di denaro, nè imprese, ma persone. [...] Una ricerca-azione realizzata da Connecting People dentro e fuori le mura di una di queste moderne fabbriche che trattano l’umanità in esodo ci permette di capire meglio cosa avviene sulle nuove frontiere, ove si trattano flussi e non più la geopolitica degli stati nazione. A Gradisca d’Isonzo, 6600 abitanti tra Gorizia, Monfalcone e Udine, una vecchia caserma, la Ugo Polonio è diventata nel 2000, un Cie e un Cara [...].

Il Giornale

la Repubblica 07.04.10

20.04.10

di Francesca Caferri

Quest’anno in paese la festa della liberazione avrà un sapore diverso: i sanlupesi che lo vorranno potranno celebrarla insiema ai 35 cittadini eritrei destinatari del progetto “Piccoli comuni, grande solidarietà”. Cittadini che, come spiega Mourad Aissa, direttore del Centro di Accoglienza di San Lupo, “in questo piccolo paese stanno vivendo la loro nuova vita, la loro liberazione”. [...] Connecting People insieme al Consorzio Amistade, si occupa dell’accoglienza e dell’integrazione dei cittadini eritrei. [...]

C’è una jihad tutta nuova che da qualche anno si aggira per il mondo: va dal Marocco all’Iran, passando per gli Stati Uniti, la Malesia, la Turchia e l’Egitto. Le sue armi non sono kalashnikov ma libri e conoscenza. I suoi portabandiera, non kamikaze ma studiose testarde e determinate. La “gender jihad”, la battaglia di genere che le donne musulmane stanno combattendo per affermare il loro ruolo all’interno della società, è la protagonista di due volumi arrivati in libreria a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. [...]

Il Dna dell’Italia parla la lingua dell’accoglienza e dell’assimilazione. Ripensare la Patria, come esorta Fini in termini più ampi, multiculturali e multietnici, è inscritto nel tratto più distintivo e qualificante della civiltà in cui amiamo riconoscerci e alla quale dobbiamo e vogliamo rimanere fedeli. L’Italia ha rappresentato da sempre un crogiolo di culture, tradizioni e valori che hanno trovato modi e forme virtuosi di fusione e di reciproco scambio. Fusione e mai scontro. [...]

Quotidiano nazionale 07.04.10 di Pietro Formica

Il 2010 è l’anno della crisi occupazionale. Mentre è alta la voce che reclama più sussidi per tamponare le falle che si sono aperte nella diga dei posti di lavoro, resta orfana di risposte la domanda sul come sia possibile tagliare gli artigli al mostro della disoccupazione impedendone una ricrescita spoporzionata. [...]


Erri de Luca IN NOME DELLA MADRE Feltrinelli, 2006 Recensioni a cura di Serena Naldini

In nome della madre Genere: Narrativa Autore: Erri de Luca Editore: Feltrinelli Anno: 2006

Nella premessa di questo libro che si beve tutto d’un fiato, l’autore indica i Vangeli di Matteo e Luca come fonti del racconto. La protagonista è Miriàm/Maria che intona l’intera narrazione in prima persona, centrando l’asse della storia su un elemento che nei Vangeli resta marginale: “l’accensione della natività nel corpo femminile, il più perfetto mistero naturale”. La scrittura percorre dieci mesi lunari, la durata di una

gravidanza dal concepimento alla nascita. Ed è soprattutto il respiro della luna, astro femminile per eccellenza, che accompagna il viaggio di questa donna speciale, prescelta, ma nello stesso tempo, normale, verso il momento del parto, affrontato da sola, meravigliata della sapienza del proprio corpo. A trapuntare la linea di questa attesa, la voce di Miriàm, densa di saggezza ma anche lieve come musica, scuote le certezze che fondano la visione maschile del mondo, razionale e normativa, affermando uno sguardo femminile di una calma contagiosa. “Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza”, dice Iosef/Giuseppe alla sua compagna. “Tu la spargi, Miriàm: pure su di me”. È uno sguardo che celebra il corpo, “zolla di terra” che schiude lo spazio per diventare, da uno, due; un corpo che si moltiplica ma al contempo si fa leggero, si spinge verso l’alto “da aver voglia di metter[si] a saltare”, perché è un corpo che pensa l’amore e dall’amore viene pensato. È uno sguardo che celebra l’amore che prende il

sopravvento sulla legge, su ogni codice. E da solo basta a ribaltare i destini. Amore potente, ma umano, fatto di carezze sui capelli, complicità e tenerezza, e di una Miriàm che si incanta davanti alla bellezza del suo Iosef. È uno sguardo che celebra la partenza, e la gioia della partenza, quando si abbandona una comunità che non ci appartiene più, appena guidati dalla speranza, travestita da certezza, di un altrove migliore. È uno sguardo che celebra la preghiera come parola che dà senso alle cose della terra. Dopo il parto di Ieshu/ Gesù, Miriàm, abbracciata per una lunga notte al bimbo che dovrà presto consegnare all’umanità, rivolge al Cielo il suo commovente canto di madre appena nata. E quando si chiude il libro, le corde vibrano ancora. Un’ultima nota: una mano maschile ha scritto queste pagine. Questo fatto, da solo, dimostra che ogni dialogo tra mondi differenti, se desiderato, è possibile.



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