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“Voi siete miei Amici” (Gv.15,14)

AMICI DI GESU’ CROCIFISSO n. 63 luglio-agosto 1997 DAVANTI AL CROCIFISSO QUARTA PAROLA: “DIO MIO, DIO MIO, PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO?”. “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!». (Mt 27,45-49) «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento. Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo. Eppure tu abiti la santa dimora, tu, lode di Israele. In te hanno sperato i nostri padri, hanno sperato e tu li hai liberati; a te gridarono e furono salvati, sperando in te non rimasero delusi. Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo. Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: «Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».( Sal 22,1-9)

Per la comprensione - “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra”. Mentre il Figlio di Dio agonizza sulla croce, la natura piange e partecipa in qualche modo al dolore del suo Creatore. Questo “buio” misterioso era un segno che qualcosa di straordinario stava accadendo sulla terra: l’Autore della vita stava morendo sulla croce per opera delle sue creature. - La quarta parola è la più misteriosa delle parole pronunciate da Gesù sulla croce; è anche la più difficile da capire. Tanto difficile che molti eretici e non credenti si appellarono ad essa per negare la divinità di Gesù: se Gesù era abbandonato da Dio, non poteva essere Figlio di Dio. - Invece questo grido misterioso, nel momento della suprema agonia, ci svela i sentimenti intimi di Gesù in croce: mentre agonizza, Egli prega il Padre con il salmo 22, che è il grido profondo di un innocente perseguitato, ma pieno di speranza: sfoga con Dio tutta la sua amarezza, ma termina lodando Dio, “perché non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma al suo grido di aiuto, lo ha esaudito”. Di fronte alla morte, Egli poi lancia il grido della vittoria: “Ed io vivrò per lui”.

Rifletti - «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». La fede ci insegna che Gesù è vero Dio e vero uomo: due nature perfette in una sola persona. Come Dio, Gesù gode sempre della gioia piena della divinità, non può soffrire, non può essere abbandonato da Dio, perché Egli è una cosa sola con Dio; invece come uomo può soffrire e morire. - S. Paolo afferma che Gesù, “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8). Gesù, per essere in tutto simile agli uomini, “spogliò se stesso”, “svuotò se stesso”: è la “kenosi”, l’abbassamento, per cui Gesù rinunzia alla gloria e alla gioia che avrebbe dovuto avere anche come uomo, per la sua uguaglianza con Dio, per riaverla come premio della sua “obbedienza fino alla morte di croce”. - “Gesù gridò a gran voce”. Egli si è caricato dei peccati di tutto il mondo e per questo “Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2Cor 5,21). In un modo misterioso, nel momento della sua offerta di vittima al Padre, Gesù sperimenta la pena dei dannati, cioè della perdita di Dio, che i peccatori hanno meritato con i loro peccati. Egli fa questa terribile esperienza perché noi potessimo ritrovare la comunione con Dio e la salvezza. Davvero “è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,5).


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- Gesù è cosciente della sua innocenza; sa di essere stato sempre docile al Padre, di aver fatto della sua Volontà il suo cibo quotidiano; ora invece sente il Padre lontano, quasi indifferente alla sua agonia di Figlio di Dio innocente; Egli che ama il Padre di un amore infinito, ora lo vede quasi ostile. E’ la “notte dello spirito”, è “la morte mistica”, più dolorosa di mille morti. - I santi, i grandi mistici, hanno sperimentato questo spaventoso martirio interiore, questo deserto pauroso, permesso da Dio per purificare le anime da tante scorie umane: il semplice timore di aver offeso Dio, sommo Amore, l’esperienza di sentirlo lontano, la paura di poterlo perdere eternamente, è il martirio più grande per un’anima sensibile.

Confronta - Contemplo Gesù agonizzante sulla Croce, straziato nel corpo e nello spirito e lo ringrazio per quanto ha sofferto per i miei peccati. - Avrò paura del peccato: è l’unico male che può farmi perdere Dio per sempre, può allontanarlo dal mio cuore e condannarmi alla perdizione. Rinnovo il mio atto di fede: Dio è un Padre che non mi abbandona mai; solo io posso abbandonare Lui e allontanarmi da Lui per sempre. - Saprò accettare con fede le prove della vita, le aridità, i tempi di deserto, la notte dei sensi e dello spirito, ringraziando Dio che in questo modo mi purifica da tante scorie e mi prepara a poterlo contemplare senza veli nella gloria.

IL CAMMINO DEGLI AMICI VII - TESTIMONI DEL CROCIFISSO TRA I “CROCIFISSI”

Accanto ai Crocifissi Il cammino degli Amici di Gesù Crocifisso non può essere che un cammino di amore: Gesù Crocifisso non solo è la prova più grande dell’amore di Dio, ma è anche il modello più sublime di amore. Solo Lui può insegnarci chi amare, come amare, quanto amare. C’è una pagina del Vangelo che mi interpella continuamente e mi penetra nel cuore.: è la pagina del giudizio finale, quando Gesù ci dirà: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me... Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me” (Mt 25,40.45) Contemplando Gesù Crocifisso dobbiamo pensare che ora il Crocifisso è il Signore della gloria e non può soffrire più: ora Gesù soffre solo nei sofferenti, nei fratelli crocifissi. Per questo per essere veri amici di Gesù Crocifisso dobbiamo essere amici dei “crocifissi”. Il nostro Statuto ci dice: L’Amico di Gesù Crocifisso “si esercita, da solo o con altri, in atti di carità e di servizio verso il prossimo, specialmente i “crocifissi” di oggi, malati, poveri, handicappati, anziani abbandonati; aiuta anche economicamente, secondo le proprie possibilità, chi si trova in particolari necessità; partecipa attivamente al volontariato, meditando spesso la Parola di Dio: Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli... Figlioli, non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,16-18)” (n. 23). E’ necessario che ogni Fraternità cerchi di approfondire questo aspetto fondamentale del nostro cammino, cerchi di animare i fratelli e di organizzarsi, tenendo conto di quanto al riguardo suggerisce il nostro Statuto: “Ogni Fraternità si impegna a seguire qualche persona bisognosa di assistenza, di aiuto materiale o morale, malati di lunga degenza, anziani isolati ecc.” (n. 27). Riporto questa lunga testimonianza di una sorella, impegnata in questo campo: potrà essere di esempio e di stimolo.


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“Nelle prime riunioni dei responsabili dei Gruppi degli Amici di Gesù Crocifisso si cercava di delineare il significato e il fine del nostro Movimento e ci fu chiesto che cosa ne pensavamo; io non sapevo che cosa rispondere. Qualcuno diceva che lo scopo principale doveva essere quello di approfondire la conoscenza della spiritualità della Croce e sviluppare da essa un cammino di preghiera; qualche altro praticare qualche forma di volontariato tra i crocifissi, che ci sono vicini. Ero confusa, ma sentivo che pur potendo essere tutto questo insieme, lo stare presso i malati aveva per me una grossa importanza. Ma quale novità poteva portarmi, dato che già operavo nel volontariato? Mi sono resa conto abbastanza presto che stava mutando in me l’atteggiamento verso i sofferenti, a mano a mano che approfondivo la conoscenza delle sofferenze di Gesù; ma allora non sapevo definire come. Prima, nel recarmi presso un malato, provavo per lo più tristezza e non sapevo come spiegare la loro sofferenza, riuscivo solo ad offrire un aiuto pratico e un po’ di comprensione umana e di amore; poi ho imparato a dare qualcosa di più.. Non è possibile con tutti, ma con alcuni sicuramente sento la gioia immensa di poter comunicare che sono le creature più vicine al Signore, che su questa terra sono chiamati a continuare il grande mistero della redenzione dell’umanità. Così come non vorrei fare sprecare neanche una briciola dell’opera redentrice del Signore, vorrei anche essere testimone di quello che avviene quando i crocifissi che mi circondano offrono le loro sofferenze a Dio. Mi sono resa conto più volte che queste creature sono le più amate dal Signore, presso le quali Egli risiede certamente. Spesso nel cammino di fede che sto cercando di portare avanti, ho delle difficoltà: non so che scelte fare, non so come migliorarmi, mi scoraggio, a volte mi sento provata. In questo stato mi è capitato di recarmi da una malata, alla quale leggo la vita di un Santo, o un libro di insegnamenti vari sulla sofferenza; ebbene, in quei capitoli spesso ho trovato la risposta alle mie difficoltà, come quando prego davanti al Santissimo Sacramento. E voglio precisare che magari erano capitoli che avevo già letto in altre occasioni, senza che avessero lo stesso effetto. A volte non c’è stato bisogno di leggere niente: è bastata una parola donata a un fratello, perché la tensione accumulata si allentasse e ritrovassi la serenità. Il Signore ha voluto rispondermi e aiutarmi in quel luogo, presso quel letto, dove pensavo di essere “io” a portare qualcosa, per farmi capire che è anche lì che vuole farsi trovare. Quando porto l’Eucarestia a chi da tempo vive tra quattro mura, ho la sensazione che, offrendomi come umile mezzo, do solo l’occasione al Signore che era già lì, di materializzarsi in quell’ostia. C’è poi una cosa che ho provato più volte: pregare presso un malato assume un significato diverso dal solito pregare: è molto più facile e diventa un insegnamento per chi, come me, è in condizione di camminare, di essere autosufficiente, di poter cercare mezzi ed occasioni per alimentare la mia spiritualità. La loro malattia, il loro pregare, il loro offrire le proprie sofferenze al Signore è un tesoro di grazia immensa presso cui è bello poter sostare. Aiutare i malati a capire il significato della loro sofferenza, che non sempre conoscono, raccontarlo ad altri, sani o malati, che sono nello scoraggiamento e a volte nella disperazione, è diventato per me una cosa importante da quando sono un’Amica di Gesù Crocifisso. Ho voluto dare questa testimonianza, perché possono esserci sempre più occasioni per me e per altri Amici di Gesù Crocifisso di godere di queste grandi opportunità, preparandoci sempre più e sempre meglio a questa missione”. Piera

I GRANDI AMICI DEL CROCIFISSO SOFFRIRE PER OFFRIRE Sr. Maria Addolorata Luciani Tre periodi evidenziano la vita di Suor Maria Addolorata Luciani. I1 primo nella casa paterna, a Montegranaro (AP), dove nacque il 2 maggio 1920, e poi a Morrovalle (MC), dove si trasferì con la famiglia e dove trovò serenità, semplicità di vita e fede profonda; il secondo nel monastero delle Passioniste a Ripatransone (AP), nell'ardore costante di giungere alla perfezione della vita religiosa; il terzo nella crocifissione della malattia in varie case di cura.


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Aveva 25 anni quando poté realizzare il sogno vagheggiato da tempo: consacrarsi totalmente a Dio. Sempre elegante, era corteggiata dai giovani. Fu fidanzata; ma all’improvviso troncò ogni relazione e decise che i1 suo cuore doveva essere solo di Dio. Il 4 giugno 1945 entra nel monastero delle passioniste di Ripatransone (AP). I1 primo impatto con la vita claustrale fu meraviglioso. Scriveva a casa: "In questo monastero ho trovato ogni bene, il Paradiso in terra!" Vestì l'abito passionista il 22 agosto 1946; l'anno dopo, il 15 novembre, emise la professione religiosa. “Farà come S. Gabriele dell'Addolorata", scrisse una consorella. C'era da pensare davvero a S. Gabriele nel vederla sempre intenta alla preghiera, al lavoro, al sacrificio di se stessa. Ecco il suo programma di vita: “Il mio cibo: la volontà del Padre.. La mia luce: la fede. La mia ricchezza: la Croce. la mia fortezza: la preghiera. La mia grandezza: l’umiltà. Le mie perle: le lacrime. Le mie ali: dolore e amore. Il mio campo: il mondo. Il mio canto: Fiat!. Quando sono forte? Quando sono più debole. Quando sono meno sola? Quando sono più... sola. Il mio tutto? Il Re e la Regina dei martiri. Chi mi conforta? Il Padre. Chi mi sostiene? Gesù. Chi mi guida? Lo Spirito Santo. Ho una mamma? Maria Santissima. Che cosa mi manca? Niente, perché in Dio trovo tutto. Sulla via dolorosa che conduce al Calvario io ti chiedo, o Gesù, di divenirti compagna. Insegnami come si abbraccia la croce e come ci si possa rialzare, quando si cade sotto il suo peso. Insegnami Tu, o Gesù Crocifisso, a vedere nel dolore un disegno di amore. Innamorami del patire. Gesù, Maria, fatemi santa”. Gesù la prese in parola. Suor Addolorata capì che per lei la sofferenza era la strada maestra da percorrere per giungere a quella santità che si era proposta: la sua veste di Passionista sarebbe stata segnata dal dolore delle membra straziate, dal dispiacere di dover lasciare l’amato monastero e passare gli ultimi anni della vita peregrinando da un ospedale all’altro: da Macerata a Ripatransone, dal sanatorio di Groppino (BG), all'Ospedale Maggiore di Bergamo e al Sanatorio di Teramo. Dover vivere e morire fuori del monastero divenne per lei il dolore più grande, soprattutto nel trovarsi in certi ambienti di ospedali davvero inadatti per una suora di una grande sensibilità spirituale. Poi un elenco interminabile di malattie fisiche: stomaco quasi chiuso, ulcere duodenali, tisi intestinale e polmonare, fegato e reni inefficienti, dolore alle braccia, alla testa, alle gambe, tosse e insonnia, lunghissima degenza. Ma le sofferenze fisiche, le dolorose operazioni, le umiliazioni e le prove interiori la trasformarono sempre più, tanto che quelli che l’avvicinarono, specialmente negli ultimi anni, furono unanimi nel dire: "Suor Addolorata è una santa!". Dal sanatorio di Bergamo scrive alla mamma: “Questa mattina sono stata visitata dal Primario; oggi che è venerdì, mi ha fatto dire un bel Fiat: mi ha detto che il mio male dei polmoni è diventato cronico, quindi non guarirò più: sia gloria a Dio; dovrei passare tutta la mia vita in sanatorio. .. Sono tanto rassegnata a fare la volontà di Dio”. Ecco alcuni ritornelli che tornano continuamente nelle sue lettere scritte dai vari ospedali alla mamma e alle sue consorelle: abbandono pieno alla volontà di Dio; desiderio di soffrire, lo sguardo continuo al Crocifisso, il sogno del suo monastero, il pensiero del cielo. Confidava al confessore: “Soffro tanto e in tutte le membra, eppure mi pare che non soffra nulla, perché ho tanto piacere nel soffrire. Se dipendesse da me, vorrei vivere per soffrire. Soffro per il mio monastero, per la Chiesa, per il Papa, per la conversione dei peccatoti, per i missionari...”. Scriveva: “Stringo continuamente il Crocifisso che pende sul mio capo nel mio lettuccio di sofferenza. Quando sento che non ne posso più, mi affido a Lui perché non mi abbandoni”.


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E ancora: “Io sono contenta, tanto contenta di soffrire, anche se i miei occhi sono pieni di lacrime, perché la mia natura si ribella quando si trova schiacciata sotto il torchio del dolore”. E alla mamma: “In paradiso mi costerà trovarmi tutta di un botto in mezzo a tanta gioia, perché oramai sono tanto abituata alla sofferenza, che la stessa gioia diventa per me una sofferenza più della stessa sofferenza”. Chiuse la sua vita il nel sanatorio di Teramo. Il 22 luglio 1954, giovedì, aveva detto alla mamma: “Anche oggi sarebbe un bel giorno per morire: il giovedì è il giorno dell’Eucarestia, il giorno dell’amore di Gesù; vorrei incontrare ora il mio Maestro e il mio Dio; mi tratterebbe con amore”. Poi si corregge: “No, no, sarà meglio domani; una religiosa Passionista muore meglio nel giorno della Passione e Morte del suo Signore Crocifisso”. Morì il 23 luglio, venerdì, facendosi il segno della croce, baciando ripetutamente il Crocifisso e ripetendo: "Gesù, mio Dio, ti amo; vi tamo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze. Ti offro tutta me stessa, fino alle intime fibre del cuore!". Il 26 aprile 1962 i suoi resti morali tornano finalmente nel monastero di Ripatransone. Il 23 luglio 1995 inizia il processo per la sua beatificazione.


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TESTIMONIANZE Le lacrime di una mamma “Come ha visto, sono tornata agli incontri nel gruppo e mi è sembrato di tornare in famiglia. Sono stata assente per malattia e ho sofferto tanto. Avevamo deciso di venire agli Esercizi spirituali a S. Gabriele con mio marito; ma ora è andata così: sia fatta la volontà di Dio. Però l’assicuro che queste prove servono nella vita. Sapesse come mi sento veramente amica di Gesù Crocifisso in questo periodo: mai l’ho sentito così vicino. Le comunico poi due notizie molto belle... Davvero Dio è grande e le lacrime di una mamma non sono andate a vuoto. Grazie per la Pagina degli Amici di Gesù Crocifisso. L’ho letta e meditata ora: la Passione come ce la presenta lei ci tocca il cuore e ci spinge a perseverare sempre più in questo cammino e ci aiuta ad essere umili e veri fratelli”. Adriana Mi piacerebbe far parte degli Amici “Le scrivo in merito al depliant riguardante il Movimento degli Amici di Gesù Crocifisso. Non so neanche io di preciso perché, che cosa voglio sapere. L’unica cosa che so è che mi sento da tempo molto attratta dalla Croce e dalla Passione del nostro Gesù. Mi piacerebbe tanto far parte del vostro Movimento. Non so se è possibile, se è giusto dire così: sento il bisogno di un aiuto, di una guida per avvicinarmi a Gesù, alla sua Passione, ai suoi dolori, per avvicinarmi a Maria e poter condividere con Lei le sue sofferenze. Ho letto nel depliant che avete sussidi e libri; forse potrebbero essermi utili. Se ritenete di potermi aiutare, vi prego di farlo. Spero che la vita in comunione con Gesù Crocifisso vi porti tutti sempre più vicini alla vetta della santità”. Maria Grazia Colloquio con Gesù Crocifisso, pensando alla Consacrazione. “O mio Signore, sei qui dinanzi a me nel santo Tabernacolo e ti stringo Crocifisso tra le mie mani. Eri tanti anni fa sull’Altare, mentre mi preparavo a consacrarmi a Te. Tu, disteso sulla Croce, sembravi in un dolce e amoroso riposo. La mia vita è passata su quella Croce, che mi hai dato ogni giorno. Ho sofferto tanto, ma tardi ho capito che Tu eri con me e mi amavi tanto. Oggi sono diventata matura e quella croce mia è croce tua. La sofferenza è passata, ma l’aver sofferto resta. Ora ho una visione più chiara della tua volontà, dei disegni del Padre da realizzare, unita a Maria, la Madre tua e mia, “Madre addolorata”. Quel corpo straziato è frutto del suo seno verginale. Lei è Madre e il dolore di una Madre è pieno di amore. In questo momento voglio guardarti con i suoi occhi, voglio desiderare di sentire la tua voce, di scoprire l’importanza del momento: Si stava realizzando la mia salvezza e la redenzione di tutti gli uomini; la salvezza è giunta a me, “povera peccatrice”, quando non me ne rendevo conto. Oggi il mio cuore è penetrato da un certo grado di amore, quindi sei Tu a farmi sentire qualcosa di diverso, una sete ardente di capirti e di accoglierti più a fondo. Mi hai offerto la possibilità di essere tua “amica”: la mia decisione è ostacolata dal voler capire il “perché”. Forse il vero e grande perché non mi sarà dato di capirlo “ora”, ma è importante che io aderisca e aspetti con pazienza. Comprendo che tra i tanti sì che sono chiamata a dire, questo ha la sua importanza. Ora la mia vita deve passare cercando di piacerti e di amarti, guardandoti sulla croce. Comminerò nella tua misericordia e tu parlerai al mio cuore. Maria mi sarà sempre vicina e mia aiuterà a dire i miei sì sino alla fine. L’amore non ha confini, sarà l’autore di ogni vittoria. Gesù mio ti vedo sulla Croce: Povero, solo, nudo, tutto una piaga. Debbo imparare ad essere: Povera: distaccata da tutto e da tutti. Sola: nella sofferenza e in ogni momento. Nuda: priva del superfluo e in silenzio. Tutta una piaga: i dolori che non mancano mai. Inchiodata: irremovibile, perseverante. Disponi di me secondo il tuo volere e fa che ti resti sempre fedele. Non ti chiedo nulla, ma accetterò tutto dalle tue mani”. Amica di G. C.


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Il Gruppo di “Giovina” “Carissimo P. Alberto, ti mando una foto del piccolo Gruppo di Amici che si riunisce a pregare intorno al letto di Giovina. Giovina purtroppo non può vederci, perché da tanto tempo è paralizzata e non vedente. Ma è tanto serena e ci accoglie sempre con un grande sorriso. Ci fa capire che ci vede con gli occhi del cuore e sente molto l’affetto che ci lega a lei. Ogni volta che ci avviciniamo a lei ci bacia la mano. Partecipa con tanta fede alla nostra preghiera intorno al suo letto e ogni volta che riceve la santa Eucarestia le esce sempre una lacrimuccia. Ti saluto con grandissimo affetto”. Simona

COMUNICAZIONI 1. Consacrazione Solenne a Gesù Crocifisso: come è stato spiegato nella Pagina degli Amici di Giugno, chi è nelle condizioni di poterla fare e desidera farla, deve farne, domanda scritta entro il 27 settembre. 2. Esercizi Spirituali a S. Gabriele: 18-23 agosto 1997 3: Le nostre feste: 14 settembre: Esaltazione della S. Croce 15 settembre: Maria Vergine Addolorata P.Alberto Pierangioli


luglio-agosto 1997