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Le Comunità Insieme Periodico dell’Unità Pastorale di Ponteranica Dicembre 2018 Gennaio 2019

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano Parrocchia dei santi Alessandro e Vincenzo - in Ponteranica Parrocchia di san Michele Arcangelo e Madonna del Carmine in Ramera di Ponteranica

Natale ...

per uN iNcoNtro


Editoriale

Il Signore è venuto, viene e verrà sempre nella nostra esistenza di tutti i giorni

Le Comunità Insieme Periodico dell’Unità Pastorale di Ponteranica Dicembre 2018 Gennaio 2019

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano Parrocchia dei santi Alessandro e Vincenzo - in Ponteranica Parrocchia di san Michele Arcangelo e Madonna del Carmine in Ramera di Ponteranica

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NATALE ...

PER UN INCONTRO

Sommario Gesù è il Cristo il Dio con noi Possiamo tutti essere buoni genitori

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Gesù vero uomo e vero Dio

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Unità Pastorale - Ambiti Natale e Epifania feste della vera luce

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Comunità Ramera

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Comunità Ponteranica e Rosciano

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Anagrafe delle parrocchie

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Registrazione Trib. di Bergamo n° 17 del 1/07/2010. Direttore responsabile: Agazzi Davide In Redazione: Emilio, Margherita, Simona, Vincenzo, Renzo, don Flavio, don Sergio, don Lorenzo. Progetto grafico: Stefania Castelli e Vincenzo Ciarlante Lay out e Stampa: Centro Grafico Stampa Tel. 335 6095928 Articoli e files possono essere spediti a: info@centrograficostampa.it Disegno in Comunità Ramera a cura di: Marco Rota

Il prossimo numero uscirà l’8 febbraio 2019. Gli articoli dovranno essere consegnati entro il 28 gennaio 2019. La Redazione si incontrerà il 15 gennaio a Ponteranica.

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periamo di poter avere un poco di pace. Di essere capaci di comunicare gioia e serenità alle nostre famiglie. La frenesia si plachi. E possiamo parlarci tranquillamente, serenamente. Abbiamo tante cose da fare, organizzare, sbrigare. Il tempo possa essere visitato da Dio. Lui viene a visitarci. Il nostro cuore è disposto a lasciarsi riappacificare? Crediamo sì. Siamo convinti che è possibile fare un salto di qualità nella nostra esistenza. Abbiamo bisogno di silenzio, di riflessione che si affida alla Parola. Gesù è la Parola di Dio che è diventata carne. La sua carne umana, la sua vita, parla, è pienamente manifesta. Non esiste il mistero inteso realtà inconoscibile, poiché la vita umana di Gesù è l’evidenza completa di ciò che Dio Padre vuole per tutti le sue figlie i suoi figli. E non soltanto per quelli ordinati, bravi, precisi, intelligenti laboriosi. Ma proprio per tutti: pure per i più poveri, sprecisi, complicati, inconcludenti, peccatori. Dal suo amore Dio vorrebbe che nessuno si sentisse e soprattutto fosse escluso. Abbiamo un lunghissimo percorso da fare. Ce ne rendiamo conto perfettamente. L’accoglienza è parola meravigliosa che ogni giorno ci sforziamo di realizzare. Siamo idealmente d’accordo con lo stile di vita di Gesù di Nazareth. Ma quanta fatica per vivere i suoi insegnamenti, la sua forza, la sua pazienza, il suo amore verso tutti. La sua nascita può avvenire qui, oggi. Gesù, la Parola di Dio, il Verbo di Dio, si è fatto carne. Nella sua morte e risurrezione è divenuto il Vangelo ed il suo Corpo e Sangue donati per l’umanità. Comunicando alla sua Parola ed al suo Corpo e Sangue possiamo concepire noi Gesù e donarlo alle nostre sorelle e fratelli. Il Verbo di Dio è concepibile, nel senso vero di essere concepito, messo al mondo, nelle nostre orecchie. Per questo motivo stiamo, più di ogni altro progetto, sostenendo la lettura, l’ascolto, lo studio, la preghiera, della

sacra Scrittura nei Centri di preghiera nelle case, nella Lectio Divina, nella catechesi, con le Catechiste, con i Ritiri delle famiglie la domenica, nella predicazione quotidiana. La nuova evangelizzazione è proprio questo: conoscere la sacra Scrittura, il Vangelo, in ordine a conoscere Gesù e plasmare la nostra vita sulla sua. Il Natale è l’incarnazione del suo Figlio che Dio Padre vuole farci vivere mediante l’ascolto della Parola. Gesù è nato una sola volta. La sua incarnazione però si realizza ogni volta che una persona ascolta e si impegna a vivere l’amore. Per tutte le famiglie della nostra Unità pastorale di Ponteranica venga la pace, la comprensione, il perdono, l’entusiasmo per la vita. Il Padre del nostro Signore Gesù Cristo converta i nostri cuori al Vangelo del suo Figlio: unica Parola di verità in grado di sostenerci nelle fatiche, nella paura, nella opera faticosa di educazione dei nostri ragazzi. Maranà Tha, Tu vieni, Signore. Nel contempo aiutaci a desiderare la tua presenza nella nostra vita. per questo ti diciamo: Vieni, Signore Gesù! Il Signore è venuto, viene e verrà sempre nella nostra esistenza di tutti i giorni. Ma occorre invitarlo, altrimenti, lui, l’uomo educatissimo e rispettosissimo della nostra libertà mai forzerà la porta del nostro cuore per entrarvi. Abbiamo tanto bisogno del nostro Dio eppure non vogliamo ammetterlo. Frequentemente la sua Parola, la sua presenza, il suo aiuto disinteressato, il suo perdono, ci importunano. Spalanca i nostri cuori, Signore, vieni dentro di noi. È sempre notte senza di te! A tutti, ma proprio a tutti, giunga l’augurio sincero di Feste di Natale serene e di pace. Don Flavio con l’Equipe pastorale e gli ambiti del Consiglio dell’Unità, Padre Guglielmo con la comunità tutta dei Padri sacramentini, don Lorenzo, il diacono Fabio con la Comunità delle Beatitudini. don Flavio


la Parola

Gesù è il Cristo il Dio con noi M

aria di fronte all’annuncio un bambino piccolo, indifeso che dell’arcangelo Gabriele è il “L’arcangelo Gabriele fu si lascia depositare, accolto dalle modello ideale del discepolo che mandato da Dio ad una nostre mani, nella mangiatoia dove ascolta e accoglie il messaggio vergine promessa sposa ad si cibano gli animali; viene nelle evangelico e reagisce stupefatta un uomo chiamato Giusep- nostre verità perché ci ama e si in modo adeguato; Maria è vergine pe della casa di Davide. La manifesta umile, insignificante, e tale vuole restare ma si adegua vergine di chiamava Maria. bambino come tanti altri, come al volere divino e, per esclusiva ini- Entrando da Lei disse: “Ti dono senza condizioni. ziativa di Dio diventa madre. saluto piena di grazia, il Si- Il Padre ci ha donato il Figlio per Il concepimento di Maria è un puro gnore è con te”… Non te- indicarci la via della vita e della atto divino di creazione senza rap- mere Maria perché hai tro- pace. È il dono che si fa dono, è il porto tra uomo e donna, è opera vato grazia presso Dio. Ecco Dio che salva, è la luce che illumina e azione dello Spirito Santo che concepirai un figlio e lo il cammino dell’uomo; Lui ha camadombra Maria e la rende madre chiamerai Gesù: Sarà gran- minato e cammina ancora oggi di Gesù. Per questa nascita Maria de e chiamato Figlio del- con noi per essere nostro modello è soggetto di una particolare e l’Altissimo; il Signore gli sulla strada della verità, nel rapporto unica grazia che la rende “piena di darà il trono di Davide suo con Dio, con gli uomini e con le Grazia” è la Diletta che darà alla padre e regnerà per sempre cose. Nel Figlio nato da Maria il luce Gesù senza rapporti con alcun sulla casa di Giacobbe e il Padre ci ha dato la chiave della uomo, da Lei nasce sì un figlio di suo regno non avrà fine”. salvezza! Davide ma contemporaneamente (LC. 1, 26-28; 30-33) Compresa la grandezza di questo in questo concepimento si evidengiorno il nostro Natale non deve zia il ruolo di Dio che dà l’altra vederci solo affannati e preoccupati identità a Gesù perché è anche il Figlio di Dio. per doni da preparare o per le mille cose che la San Paolo nella lettera ai Romani (1, 3-4) riguardo nostra società consumistica ci fa pensare india Gesù afferma “Nato dal seme di Davide secondo spensabili, ma grazie a Gesù che pur essendo di la carne, designato Figlio di Dio secondo lo Spirito natura divina, non considerò un tesoro la sua uguaSanto.” Gesù allora non è soltanto il Messia della glianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo casa di Davide che incarna in sé stesso tutte le la condizione umana impegniamoci a ringraziare profezie dell’Antico Testamento, ma è anche come il Signore e Maria, Mamma di Gesù, per non apFiglio di Dio la presenza stessa di Dio nel mondo parire uguali a molti non credenti, che vedono e in ogni tempo : è L’Emmanuele, il Dio con noi. nella Festa di Natale solo un’occasione di bontà E’ nella festa del Natale che siamo chiamati a apparente, in modo che tutto appaia umanamente contemplare la bontà e l’amore di Dio verso bello e buono dove, per abitudine, ci si ritrova l’umanità: un Dio che si fa carne nel Figlio, il insieme a parenti e ad amici lasciati spesso troppo Creatore che si dona alla sua creatura come figlio soli durante una anno intero. nel Figlio si fa nostro fratello e appare subito so- Compresa la grandezza di questo giorno noi lidale con la nostra debolezza , Gesù è un Dio siamo chiamati a manifestare la nostra serenità, che offe il suo amore ad ogni uomo nelle vesti di la nostra gioia e la nostra fede in Colui che è nato per salvarci e i doni natalizi, piccoli o grandi siano sempre segno dell a gioia cantata dagli angeli nella notte della nascita del Redentore a Betlemme: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama. Tanti auguri Giovanna

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in Famiglia

Magie invisibili S

e ripenso al Natale di quando ero bambina, il primo ricordo che si affaccia non è quello di un dono in particolare bensì quello della calda aria di attesa dei giorni che precedono la festa. A un tratto l’attesa cessa e si concretizza in un oggetto, o in un evento, con tutta la sua bellezza e al contempo con tutti i suoi limiti: la macchinina è rossa ma è più piccola o più grande di come l’avevo immaginata, la bambola ha i capelli biondi e io me la immaginavo mora, e i suoi vestiti restano di un unico colore mentre nella mia fantasia erano un giorno blu e uno bianco. Il desiderio di noi genitori sarebbe donargli la felicità1, che non è acquistabile. Il timore di non soddisfare i loro desideri e di vederli quindi delusi ci induce a lottare contro la limitatezza del concreto utilizzando due strategie: la prima è quella di

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offrire ai bambini veri e propri cataloghi perché possano scegliere nel dettaglio e quindi noi acquistare senza rischio d’errore. La seconda è il moltiplicare il numero dei doni: un solo oggetto racconta anche a noi della limitatezza, del finito. Anche noi adulti desideriamo mantenere quell’idea di “senza limite” propria del magico, del mistero, riempiendo lo spazio2 di regali. Siamo adulti, è vero, ma dentro di noi continua a vivere il bambino che eravamo e che continuiamo a essere: il desiderio di accoglienza, di essere riconosciuti e visti, di essere ammirati, di essere gli “eletti”, e anche di far felici coloro che ci amano, resta nella sostanza uguale a quando eravamo bambini. Cambiano le forme e i modi, per qualcuno le intensità, ma per il resto le emozioni sono uguali in tutto il mondo e per tutte le età. Viviamo il de-

La felicità viene dalla pienezza raggiunta a partire da una mancanza, da un limite. “Nella felicità l’uomo ha la sensazione di una propria illimitata espansione. È vero, ma l’idea d’«illimitato» è nozione complessa. Vediamo allora cosa, in questo caso, significa. L’illimitato comporta che la felicità, che indubbiamente è pienezza, sia intaccata, seppure in modo del tutto singolare, dalla mancanza. Dico di più: senza la mancanza sarebbe impossibile la felicità. Se infatti il vissuto della felicità coincide con il sentimento della propria illimitata espansione, per espandersi è necessario che qualcosa manchi, che vi sia un intervallo, un vuoto che permetta l’incremento.” In S. Natoli, La felicità di questa vita, ed. Mondadori, Milano 2009, p. 93 Uno spazio pieno che in qualche modo induca il pensiero del “tutto”, cercando di annullare l’idea del finito che l’occupazione di solo una parte di spazio porterebbe con sé. A volte chiediamo anche quando non sarebbe possibile, portandoci dietro nell’età adulta quell’idea di onnipotenza dell’adulto tipica del bambino: una persona che ha un potere su di noi ricopre automaticamente il ruolo di “genitore” nei nostri confronti e dato che, con un pensiero un po’magico, riteniamo che tutto possa, ci aspettiamo cose impossibili. A volte chiediamo anche a noi stessi di fare per i figli cose impossibili.


in Famiglia siderio, il sogno di avere qualcosa di bellissimo, lottiamo per raggiungerlo e, quando possibile3, chiediamo ad altri di farcene dono. E, come i bambini, viviamo il sogno e la speranza, o la delusione e la frustrazione, che fuori da qualche parte ci sia qualcuno che tutto può, a cui tutto riesce bene, che ha ciò che vorremmo avere noi. Sempre lasciando parlare quel bambino che siamo stati e che continua a fare parte di noi e della nostra storia, a volte chiediamo ad altri di compiere quella magia che da piccolissimi (sotto i due anni) sentivamo essere in potere dei nostri genitori4. Forse anche per questo esistono una santa Lucia ed un Santo Natale con l’usanza dei doni portati nella notte da personaggi invisibili (almeno così dovrebbe rimanere, ma purtroppo ormai ci sono Babbi Natale ovunque… E sante Lucia in carne ed ossa, non più solo il suono del suo campanello o una visione solo per i genitori): per insegnare ai genitori a limitarsi essendo “magici” e quasi “onnipotenti” solo impersonando una persona non reale, e ai bambini che i genitori non possono tutto, che anche loro hanno un limite, senza smettere, al contempo, di credere alla possibilità dell’infinitamente grande e buono. Esiste Qualcuno di più grande e che può di più anche dei genitori. Qualcuno che non esiste in un tempo specifico ma in tutti i tempi, che resta sempre uguale a se stesso, che tutto vede, e vede che siamo buoni anche quando la mamma si arrabbia, qualcuno che sa vedere attraverso i muri, e anche attraverso di noi, per raggiungerci nell’interno dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Qualcuno che vuole il nostro bene. I bambini credono a una presenza buona che non solo vuole il loro bene ma che vede il bene in loro, al di là delle manchevolezze, e che salva il loro nucleo centrale. Possono imparare che hanno diritto a stare in questo mondo pur non possedendo tutto ciò che quella lista dei desideri che è la letterina di santa Lucia elenca perché è arrivato il dono più importante: la prova che io vado bene perché, bello o brutto, quello che è arrivato non è carbone. E imparano a continuare a voler bene anche a chi scoprono non essere più perfetto e onnipotente

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come credevano5. Quell’esperienza avrebbe dovuto insegnare anche a noi, quando eravamo bambini, che il genitore non è onnipotente. Insegnamento indispensabile senza il quale, da adulti, si cercherà di essere onnipotenti agli occhi dei figli così come ci eravamo illusi che fossero i nostri genitori e che possiamo aver appreso solo se l’adulto si è limitato, se ha lasciato alle sante e al Dio Bambino i fuochi d’artificio. È dal boom economico del dopo guerra che facciamo un po’ fatica. Viviamo in un contesto culturale in cui tutto ciò che ha parvenza di limite sembra essere anche fallimento. Ormai il festeggiamento per un normale compleanno sembra quello di un diciottesimo, e quello del diciottesimo sembra quello di un matrimonio. Una torta a casa con alcuni amici scelti tra altri non esiste quasi più. Fare una festa senza invitare l’intera classe, quindi escludendo qualcuno, sembra un atto d’ingiustizia. Facciamo ogni sforzo in nostro potere per togliere il limite attribuendogli, di

Chiediamo ai figli di inventarsi un modo per stare bene insieme, tra di loro e con noi, purché non chieda a noi di cambiare, o chiediamo agli insegnanti di accendere motivazioni nei nostri figli che forse devono partire da più lontano che da un banco di scuola,… È come se il cambiamento dovesse trovare la sua origine sempre da un’altra parte, da qualcuno che non siamo noi, da quel luogo che tutto può, o da Colui a cui tutto è possibile. Ci vorranno bene anche quando, adolescenti, vedranno come sotto la lente d’ingrandimento i nostri difetti e ci faranno la lotta.

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in Famiglia fatto, la causa della nostra infelicità. Al contrario Gesù, il Dio che è nato, ha scelto il limite. Il Dio che non è nato non esiste in un tempo e non esiste in uno spazio, dunque ce lo possiamo rappresentare come vogliamo. Volendo nascere ha dovuto scegliere un tempo storico, un luogo preciso (peraltro da non cittadino, da immigrato, perché per il censimento la famiglia dovette spostarsi), un volto, un colore di occhi, un’altezza e via dicendo. E ci ha esplicitamente detto che la pietra scartata è divenuta pietra d’angolo: la pietra scartata, quella limitata, che non ha tutte le caratteristiche desiderate e per questo non viene scelta, non è desiderata, diviene ciò su cui costruire. Nascendo chiunque non potrà che essere limitato. Un corpo ci dà questo: un limite6. Piccolo, leggero, pesante o condizionante che sia, il messaggio è che è proprio il limite del mio corpo e del mio specifico modo di essere a farmi esistere. Esisto proprio perché limitato: estroverso o timido, intelligente o stupido, dotato o con ritardi, atletico o con una paresi, vedente o non vedente, alto o basso, grasso o magro… Starà a noi fare di un debito un credito, di un limite il punto da cui partire per costruire tutto il resto, adattandosi, trovando strade e modi alternativi. A parole siamo tutti d’accordo. Sappiamo tutti raccontarci che “Appena nasciamo, l’unica certezza sarà il morire” o che “nessuno è perfetto”, ma nella pratica non è così semplice. Quando un figlio non è secondo le attese come ci sentiamo? Non viene spontaneo e immediato pensare che siamo

tutti limitati e che a partire da questo limite mio figlio costruirà la sua vita. Ci s’interroga su cosa, come genitori, sia stato fatto di sbagliato, oppure si passa oltre dicendoci che non è nulla, che passerà, che è perché sono piccoli, o perché sono stanchi, o perché hanno fame o non vedono la mamma da tutto il giorno. Troviamo facilmente un perché che aiuti a giustificare. Peccato che giustificare sia molto lontano dal comprendere. Giustificare, ovvero fare che sia giusto, non è rispettoso del limite. Un limite non è mai “giusto”, nel senso che non lo vorremmo. Riconoscere la fragilità, e addolorarci per questa, è il primo passo per volerle bene e per poter andare oltre. Se dentro di noi è rimasta l’idea dell’adulto onnipotente probabilmente ci sentiremo in colpa. S. Lucia non può portare tutti i giochi richiesti, e Gesù Bambino nasce in una mangiatoia al freddo. Il bello viene insieme alla fatica7, perché è la fatica stessa che cura i nostri occhi e la nostra capacità di guardare. Non lasciamo i bambini soli e non visti perché ci ostiniamo a vederli e volerli perfetti. Siamo diversi. Andiamo dove sono loro, dentro il loro litigio, dentro la loro fatica a fare, o a parlare, o dentro il loro modo apparentemente assurdo di vedere il mondo. Prima di liquidare la loro visione con un sorriso o con la richiesta di smetterla, potremmo scoprire prospettive che ignoravamo, e anche che potremmo non avere i mezzi per condurli verso la destinazione che noi vorremmo per loro. Ci viene chiesto di stargli accanto, e metterci in gioco senza farci tenere in scacco dalla paura di scoprire i limiti nostri e altrui. I primi a essere chiamati alla mangiatoia sono i pastori: non famosi saggi, la chiamata non è finalizzata ad ottenere grandi aiuti o mirabolanti consigli. Ancora una volta sarà il limite a permettere di vedere: troppo sapere rischia di non lasciar leggere chi o ciò che abbiamo di fronte, troppo impegnati a fare riferimento ai contenuti costruiti e posseduti. Solo l’esserci è chiesto. Lo stesso vale per noi. Senza presunzione, e senza presupporre di sapere e di conoscere. Possiamo tutti essere buoni genitori. È sufficiente che abbandoniamo il bisogno di essere onnipotenti e che impariamo ad ascoltare, figli e adulti, ricordando che nessuno possiede la Verità, ma ognuno può raccontarne un pezzetto. Simona

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La pelle è l’organo più antico e più esteso del nostro corpo, ci riveste ci delimita completamente. In termini fisici la pelle è il primo limite, il confine tra me e il mondo. È grazie alla pelle e al contatto di questa con il mondo esterno che si forma la prima identità personale e la sensazione del proprio corpo. Per approfondimenti è bellissimo il testo di S. Natoli dal titolo “La felicità”.


Sotto la lente

Gesù vero uomo e vero Dio In un momento in cui molti tendono a eguagliare le varie esperienze religiose e i loro fondatori, diventa fondamentale risvegliare e cogliere, nella sua assoluta originalità e origine divina, l’identità di Gesù Cristo, il significato dell’evento dell’Incarnazione del Figlio di Dio che ha cambiato il volto della storia e raggiunge ogni creatura umana con la sua potenza salvifica...

È

proprio nei cosiddetti “periodi forti” che l’attenzione e l’approfondimento della vita cristiana si concentra in molte iniziative. La lectio divina, la preghiera nelle famiglie, confessioni e pratiche si moltiplicano. Pur tuttavia, rimane il rischio strisciante di dimenticare che si festeggia Gesù. Bambino sì, ma non poi così tanto tenerino che si possa dimenticare nella magiatoia... Tanto è piccolo, dorme, ha i suoi lì vicino, nella stalla c’è un discreto calore, il presepio è fatto e noi... godiamoci le feste! Imbuto in bocca e mangiate da quì all’Epifania e chi s’è visto s’è visto... Cogliamo l’occasione di conoscere meglio Gesù, soprattutto nella sua figura umana: Incarnazione. Così come ce lo descrivono i Vangeli che ci presentano un Gesù in carne ed ossa e contengono accurate osservazioni su particolari del suo aspetto umano (modo di vestire, gesti, tono della voce, stati d’animo, sguardi ecc.) apparentemente senza una particolare importanza in ordine all’insegnamento e alla fede, ma molto eloquenti, per farci entrare

nella vita intima di Gesù, per farci cogliere il suo atteggiamento verso il Padre e verso i fratelli, la capacità di gioire, di piangere, di soffrire, di stupirsi di fronte ai gigli dei campi e agli uccelli del cielo o alla incredulità dei suoi concittadini. La grandezza umana di Gesù che si può cogliere nei Vangeli, non rappresenta un diaframma per la divinità, ma la fa trasparire attraverso la massima perfezione umana possibile. Conoscerla non risponde solo ad una curiosità storica, ma è essenziale per poter imitare Gesù e realizzare il progetto di Dio. È anche abbondantemente scontato che dalle pagine del Notiziario non sarà possibile trattare dettagliatamente tutti gli aspetti. Ma cercheremo di farlo restando incollati ai Vangeli.

L’aspetto esteriore Il nostro esame prende le mosse da quanto c’era di più appariscente nella figura di Cristo e da quanto in lui era più immediatamente percepibile da parte di chi lo incontrava sulle strade della Palestina.

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Sotto la lente Il modo di vestire Come andava vestito Gesù di Nazaret? Contro ogni precomprensione pauperistica, dobbiamo dire che andava vestito bene. Egli si presentava con un «look» ben diverso da quello di Giovanni il Battezzatore, al quale sotto il profilo dell’aspetto esteriore lui stesso esplicitamente si contrappone (cf Mt 11,18-19). Il suo abito è quello degli israeliti osservanti e dei notabili ebrei, i quali, in ossequio alla prescrizione della legge (cf Nm 15,38; Dt 22,2) usavano adornare le estremità dei loro abiti di nappe colorate. Egli rimprovera sì ai farisei e agli scribi la vanità di allungare quelle nappe indebitamente (cf Mt 23,5); però le portava anche lui, come appare dall’episodio della donna che vuol guarire dal flusso di sangue e furtivamente, accostandoglisi alle spalle, tocca appunto uno di questi suoi fiocchi (cf Mt 9,20-22). La tunica che egli porta non è di fattura ordinaria: è intessuta tutta di un pezzo, senza cuciture, tanto che sotto la croce i soldati - per non deprezzarne il valore tagliandola - la tirano a sorte (cf Gv 19,23-24).

Signorilità e autorevolezza Non si trattava soltanto di abiti. Tutto il suo portamento era improntato a signorilità e autorevolezza. Chi si rivolge a lui, anche se è forestiero, non può fare a meno di chiamarlo rispettosamente «signore». È il caso, per esempio, del centurione di Cafarnao (cf Mt 8,6.8) e della donna cananea (cf Mt 15,22-28). A mano a mano poi che la sua parola si fa conoscere, il titolo di «maestro» diventa nei suoi confronti normale. Glielo attribuiscono anche i suoi oppositori: i farisei (cf Mt 22,16), i sadducei (cf Mt 22,24), i dottori della legge (cf Mt 22,36). La sua signorilità gli consente di essere invitato in casa delle persone socialmente più ragguardevoli:

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sia dai farisei più in vista, che lo ospitano a pranzo ripetutamente (cf Le 7,36-50; 11,37; 14,1), sia, con grande scandalo dei benpensanti, dai doviziosi e chiacchierati pubblicani (cf Mt 9,10; Le 5,29; 15,1-2). E proprio perché è universalmente riconosciuto «maestro», egli può spiegare ufficialmente la parola di Dio nelle riunioni del sabato, come avviene nella sinagoga di Cafarnao (cf Mc 1,21-22) e nella sinagoga di Nazaret (cf Mt 6,2). E non si schermisce affatto davanti a queste qualifiche onorevoli; anzi ne dichiara la pertinenza: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono» (Gv 13,13).

La bellezza Gesù era bello o era brutto? È stata sorprendentemente una celebre controversia dei primi secoli del cristianesimo, in cui però gli opposti schieramenti adducevano soltanto argomentazioni di natura ideologica. Sicché non se ne ricava alcuna illuminazione. Nelle fonti canoniche non ci sono notizie esplicite su questo tema. Tuttavia c’è un episodio, raccontato solo dal vangelo di Luca, che ci può dare qualche aiuto. «Mentre egli parlava, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”» (Lc 11,27-28). La sconosciuta ammiratrice, che non sa frenare l’entusiasmo e addirittura interrompe il discorso del Signore, ci regala un indizio non trascurabile circa il fascino che il giovane profeta di Nazaret doveva esercitare con la sua prestanza e la sua avvenenza. Lo desumiamo tra l’altro dai termini


Sotto la lente molto «corporei» in cui l’elogio si esprime e soprattutto dalla risposta di Gesù che invita a una più pertinente attenzione alla parola di Dio.

Gli occhi C’è un elemento della bellezza umana che, pur essendo in sé di natura fisica, è quasi il riverbero della vita dello spirito, ed è lo splendore degli occhi. Il Maestro stesso l’aveva notato: «La lucerna del tuo corpo è l’occhio; se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (Mt 6,22). Gli occhi di Gesù dovevano essere davvero incantevoli, penetranti e quasi magnetici: chi li aveva visti non se ne dimenticava più. Soltanto così si spiega la straordinaria frequenza con cui gli evangelisti (e in special modo Marco, che riferisce i ricordi di Pietro) pongono in rilievo il suo sguardo. È importante cogliere le sfumature dei testi originali. Il verbo «guardare» è impiegato in tre espressive varianti: «guardare attorno»; «guardare in alto»; «guardare dentro».

Lo sguardo attorno Quando Gesù gira attorno i suoi occhi, tutti ammutoliscono intimoriti e affascinati. Con questo sguardo invita al raccoglimento prima della predicazione (cf Lc 6,20). Con questo sguardo manifesta il suo affetto e la sua forte comunione coi discepoli: «Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”» (Mc 3,34). Con questo sguardo prepara i cuori ad accogliere gli insegnamenti più originali e inattesi: «Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio! ... È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”» (cf Mc 10,23-25). Qualche volta è uno sguardo muto, ma così intenso da essere fine a se stesso: «Entrò a Gerusalemme nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, ... uscì con i Dodici diretto a Betania» (cf Mc 11,11). Qualche altra volta è uno sguardo così carico di sdegno e di sofferenza, che gli astanti zittiscono e non osano più replicare: «Guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: “Stendi la mano!”» (Mc 3,5).

tra il fogliame un alto funzionario del fisco che, per vederlo comodamente, si era appollaiato sui rami di un sicomoro come un monello di strada: «Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”» (Le 19,5).

Lo sguardo «dentro» Gli occhi di Gesù però impressionavano soprattutto quando «guardava dentro» alle persone, quasi per arrivare al loro cuore. Lo fa quando deve comunicare qualche verità insolita che vuole imprimere bene nella mente di chi ascolta. È il caso di Mc 10,27: «Gesù guardandoli dentro disse: “Impossibile presso gli uomini [che i ricchi si salvino], ma non presso Dio”». Ed è il caso di Lc 20,17-18: «Allora egli si volse verso di loro e disse: ... “Chiunque cadrà su questa pietra [il Messia, figlio di Dio] si sfracelIerà e a chi cadrà addosso lo

Lo sguardo in alto Gli occhi di Cristo sanno anche guardare in alto, in un’appassionata preghiera al Padre perché l’esaudisca (cf Mc 6,41; 7,34). Ma guarda in alto altresì per cercare sorridendo

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Sotto la lente

stritolerà”». Davanti al giovane ricco dalla vita innocente che chiede la «vita eterna», Gesù - nota il Vangelo - «lo guardò dentro e lo amò» (Mc 10,21). L’apostolo Pietro ha avuto l’esistenza segnata per sempre da due sguardi trasformanti: nel suo primo

incontro, «Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni, e ti chiamerai Cefa, che vuoi dire Pietro”» (Gv 1,42); nell’ora del suo tradimento, «il Signore, voltatosi, guardò Pietro e Pietro ... uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62).

Conclusione È ovvio che potremmo spigolare ancora a lungo tra le righe dei vangeli per raccogliere ogni parola che ci servisse a capire come Gesù si presentava a una prima e immediata conoscenza esteriore. Pensiamo però che a questo punto il «tipo umano» di Cristo cominci a delinearsi. Se lo stimolo vi è servito, ci sono 4 “libretti” interessanti nella Bibbia che potreste riprendere. Ma volendo, se qualcuno lo desidera, potremmo proseguire questa tematica sui prossimi numeri del nostro giornale.

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novembre 2018: una data fondamentale per la nostra Unità Pastorale. Con un nodo alla gola e dolore nel cuore, ci siamo incontrati per fare ciò che era in programma il 20 settembre, ma, che per quanto è successo non si era potuto compiere. Con ancora l’angoscia per l’accaduto di quella sera, dopo aver decantato il dolore ci siamo detti che, come noi, don Sergio avrebbe fortemente voluto che il progetto, che tanto gli stava a cuore, avesse avuto il suo inizio. Così abbiamo deciso di iniziare questo progetto l’8 novembre. Abbiamo spedito le convocazioni ai referenti, che a loro volta si sono premurati di estenderle a tutti i componenti dei loro ambiti e alla fine ci siamo incontrati. Nella nuova architettura dell’organizzazione dell’Unità Pastorale, infatti, i componenti

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Gli Ambiti dell’Unità Pastorale del Consiglio dell’Unità Pastorale, per meglio lavorare sono stati suddivisi in diversi ambiti che coprono le diverse aree di gestione della Pastorale. L’incognita era grande: il 20 settembre in tanti erano venuti ma il dramma della morte di don Sergio non ci aveva permesso nemmeno di iniziare il dialogo e la distribuzione degli obiettivi che l’equipe dell’Unità Pastorale si proponeva. La risposta dei Componenti del Consiglio dell’Unità Pastorale anche questa volta non ha deluso: l’entusiasmo per iniziare un lavoro che potrà portare ad una vera condi-

visione e unità fra le nostre parrocchie era prevalente. Dopo la preghiera iniziale, che indichiamo come punto fondamentale di ogni incontro, per ricordarci che è il Signore che ci guida, don Flavio ha commentato brevemente il Vangelo del giorno e di seguito ha indicato le modalità con le quali si sarebbe svolta la serata: breve esposizione degli obiettivi per ciascun ambito, divisione in gruppi per ogni ambito e discussione, restituzione della discussione a tutta l’assemblea unita. Quanto ci eravamo auspicati è successo: il modello di condivisione


Unità Pastorale Oratori di Ponteranica

Natale e Epifania, feste della vera luce «O

ggi è nato, o miei cari, il nostro Salvatore: rallegriamocene! Non deve, infatti, esserci posto per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita. É la vita che, eliminando ogni timore per la nostra condizione mortale, oggi ci ispira letizia per l’eternità che ci è stata promessa». Così esordisce san Leone Magno in una delle sue Omelie sul Natale. L’arrivo di questa festa fa sgorgare in tutti una grande gioia: «Nessuno è escluso dal partecipare a questa gioia vivissima, tutti hanno anzi lo stesso motivo di comune letizia, perché il Signore nostro, lui che ha distrutto il peccato e la morte, come non ha trovato nessuno libero dalla colpa, così è venuto per la liberazione di tutti». La Liturgia celebra il mistero dell’Incarnazione con una serie di Feste: Natale del Signore (25 dicembre), Santa Famiglia (domenica dopo Natale), Maria SS. Madre di Dio (1 gennaio), Epifania del Signore (6 gennaio), Battesimo del Signore (domenica dopo l’Epifania). Ciascuna mette in evidenza un aspetto particolare di quest’unico grande mistero.

Un po’ di storia Nei primi secoli della vita della chiesa, non esistevano feste che commemoravano la nascita di Gesù. L’unica festa era la Domenica, la Pasqua settimanale, e solo più tardi una particolare domenica fu destinata per la celebrazione della Pasqua annuale. e di lavoro dell’equipe era stato recepito da tutto il Consiglio e i vari ambiti avevano già cominciato il loro prezioso lavoro. Dopo la discussione i vari referenti degli ambiti hanno riferito all’assemblea e abbiamo fissato l’incontro successivo dei vari ambiti per il 13 dicembre. Non poteva esserci miglior

Gli storici indicano la fine del III secolo come il momento in cui fa la sua apparizione una festa commemorativa della nascita del Signore: il 25 dicembre in Occidente (Roma), Natalis Domini, il 6 gennaio in Oriente, Epiphaneia. Queste due feste celebrano, anche se in date diverse, il medesimo mistero: l’apparizione nella carne del Verbo di Dio. Solo più tardi, quando per reciproco influsso, ambedue le feste saranno celebrate sia in Occidente che in Oriente si accentuano le sfumature: il Natale accentua la nascita di Gesù, l’Epifania la sua manifestazione al mondo pagano (i Magi).

Il Natale Perché la nascita di Cristo è celebrata il 25 dicembre? Certamente, non si tratta di una “data anniversario”, e cioè corrispondente al giorno effettivo della nascita di Gesù. Solo nel secolo IV si farà strada questa ipotesi, ripresa anche da S. Agostino: siccome – secondo ciò che si credeva a quel tempo - Gesù sarebbe stato concepito nello stesso giorno e mese in cui era morto, il 25 marzo, di conseguenza la sua nascita veniva a cadere il 25 dicembre, nove mesi dopo. La scelta di questa data va piuttosto ricercata in quella diffusa mistica solare che nel III-IV secolo costituì l’ultima grande offensiva contro il cristianesimo. A Roma, in Campo Marzio, l’imperatore Aureliano

ringraziamento a don Sergio che tanto si era prodigato e aveva lavorato a questo progetto per l’unità. Ora si tratta di continuare e cercare di trovare sempre maggiori spazi di collaborazione, sicuri che anche se ci saranno delle difficoltà, con un dialogo sereno riusciremo a risolvere tutte le contro-

versie e a testimoniare di essere la Chiesa che Cristo ci ha indicato, anche con l’intercessione di don Sergio, che come ci ha detto il nostro Vescovo Francesco, sarà il patrono della nostra Unità Pastorale. Emilio

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Unità Pastorale Oratori di Ponteranica (sappiamo quanto gli imperatori del III secolo avessero in grande onore il culto del Sole messo in voga dal Mitraismo) aveva eretto un grande tempio in onore del Sole. La sua festa si celebrava in corrispondeva con il solstizio d’inverno, che rappresentava l’annuale vittoria del sole sulle tenebre, e a quel tempo il 25 dicembre: Natalis solis invicti. In quel giorno si accendevano ovunque fuochi e la gente si prostrava davanti al disco splendente del Sole aurorale. Ora, la simbolica della luce e del sole in riferimento a Cristo era già molto sviluppata presso i cristiani, ispirati anche da molti testi della sacra scrittura. Basti pensare anche solo al testo del cantico di Zaccaria: «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Lc 1,78). Fu naturale allora per i cristiani, al momento in cui si celebrava la nascita astronomica del Sole, introdurre, non senza polemica, la celebrazione della nascita del vero Sole: Cristo, luce del mondo. E mentre i pagani facevano clamori di gioia per il Sole nascente, sant’Agostino espone ai suoi fedeli il mistero del Cristo: «Cristo è il vero giorno del sole. (...) Rallegriamoci anche noi, fratelli, e lasciamo pure che i pagani esultino, poiché questo giorno per noi è santificato non dal sole visibile bensì dal suo invisibile creatore». E san Girolamo, volendo spiegare perché la nascita di Cristo va celebrata il 25 dicembre, dice: «Anche la creazione è d’accordo col nostro ordinamento, perché fino a quel giorno crescono le tenebre e da quel giorno invece [25 dicembre] diminuiscono le tenebre e cresce la luce... ossia cresce il giorno, diminuisce l’errore e subentra la verità. Oggi nasce il nostro sole di giustizia». E l’autore del trattato De solstitiis et aequinoctiis (IV secolo) afferma: «Questo giorno lo chiamano anche Natalis invicti. E chi è così “invitto” come nostro Signore, che sconfisse la morte? Dicono che è il Natale del Sole, ma questo è certamente quel “Sole di giustizia” di cui parla il profeta Malachìa». E san Massimo di Torino (metà del secolo V) afferma: «In un certo senso, a ragione, questo giorno del Natale di Cristo è detto volgarmente anche “nuovo sole”. Volentieri accettiamo questo modo dì parlare, perché alla nascita del Salvatore risponde non solo la salvezza del genere umano, ma anche la luce del Sole». San Leone Magno deve anche rimproverare quei

fedeli che indugiano nostalgici della pratica pagana, non ancora del tutto superata: «Ma non devi abbassarti al culto di questo astro, che rallegra gli animali e i serpenti, le bestie feroci e gli animali domestici, le mosche e i vermi! Accogli pure con i tuoi sensi la luce materiale (nuovo sole), ma con tutto l’ardore del tuo spirito abbraccia quella luce più vera, “che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), e di cui il profeta dice: “Avvicinatevi ad essa e sarete illuminati e i vostri volti non arrossiranno” (Ps 33,6)». In conclusione. La festa del Natale il 25 dicembre nasce come un innesto che la Chiesa opera sulla simbolica della luce allora in vigore, per celebrare Cristo, vera luce del mondo: «Sole che sorge per illuminare quelli che stanno nelle tenebre» (Lc 1,68-79).

L’Epifania Anche in Oriente la nascita dell’Epifania (6 gennaio) soppianta una festa pagana, anch’essa festa di luce. Si celebrava infatti il solstizio non al suo sorgere (25 dicembre), ma quando la crescita della luce era più visibile, 13 giorni dopo, cioè il 6 gennaio. Ad Alessandria d’Egitto nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, un grande rito si svolgeva nel Koreion, il tempio di Kore (la Vergine). Si vegliava tutta la notte cantando e suonando. Al canto del gallo, con una fiaccolata si scendeva nella grotta sotterranea del tempio e si portava solennemente in processione la statua della dea, segnata con croci d’oro sulla fronte, sulle spalle e sulle ginocchia. Si faceva sette volte il giro del santuario al suono di flauti, di tamburelli e cantando inni, per poi riportare la statua nella cripta. Interrogati su che cosa volesse significare questo rito, i pagani rispondevano: «Oggi, a quest’ora Kore (ossia la Vergine) ha partorito l’Aion (il tempo / la vita / il secolo / l’eternità)». Cosma di Gerusalemme racconta che ancora al IX secolo i pagani celebravano una simile festa con riti notturni, uscendo dai quali gridavano: «La Vergine ha generato; ora la luce cresce!». Per i cristiani, Maria e non Kore è la Vergine che genera l’eterno, l’inaccessibile, il re dei secoli, e, nelle icone, è sempre contrassegnata da tre croci d’oro: sulla fronte e sulle spalle. Romano il Melode (fine V secolo), poeta dei misteri di Cristo, in uno dei suoi celebri Inni può cantare: «Oggi la Vergine dà alla luce l’eterno e la terra offre una grotta all’inaccessibile. Gli angeli con i pastori cantano gloria, i Magi camminano guidati dalla stella: per noi è nato, qual nuovo Bambino, il Dio di prima dei secoli». Conclusione. Mentre nel cuore dell’inverno si accende la luce nuova (solstizio), la Chiesa celebra la nascita e la rivelazione al mondo della vera luce: Cristo Signore! Padre Fiorenzo


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Una preghiera di infinita tenerezza L

a preghiera del «Padre nostro», che abbiamo imparato in tenera età dalla voce dei genitori o di altre persone care, evoca un’atmosfera di grande tenerezza e familiarità. È per eccellenza «l’orazione domenicale, cioè l’invocazione del Signore». Prima ancora che a catechismo, molti credenti sono venuti a contatto con l’idea di Dio, l’infinitamente buono, che prima di tutto è padre, anzi, il papà di tutti. In seguito avremmo appreso che è grande, eterno, potente… Questa implorazione al Padre, nata dall’amore generativo e suscitatore di affetti del Signore Gesù, è proposta a tutti gli uomini perché ognuno assapori il brivido d’esserne figlio. È una specie di concentrato del Vangelo, la bella notizia in assoluto, il cuore di tutto il lieto annuncio. Ed è la sintesi di tutte le cose belle e desiderabili per la vita: «Il Padre nostro – ha scritto Simone Weil, filosofa, pensatrice e appassionata all’idea di Dio, anche se dalla soglia

della Chiesa come diceva - è il compendio di tutte le domande possibili; non possiamo pensare ad alcun’altra preghiera che non sia contenuta in esso». San Francesco d’Assisi ha proposto una significativa parafrasi per ogni richiesta della preghiera domenicale. All’invocazione “Sia santificato il tuo nome”, ad esempio, commentava: «Padre nostro… si faccia luminosa in noi la conoscenza di te, affinché possiamo conoscere l’ampiezza dei tuoi benefici, l’estensione delle

tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi». Così nel corso dei secoli sono tantissimi i santi e i mistici che appaiono rapiti dallo stupore e dalla sorpresa della paternità di Dio da rimanere quasi senza parola di fronte al mistero divenuto tanto familiare e che di colpo ci avvolge di fraternità davanti al Padre di tutti. San Cipriano, uno dei padri della Chiesa, III secolo, ricordava che questa non è una preghiera per sé stessi, ma per tutti, non «Padre mio», ma «Padre nostro». Santa Teresa d’Avila (carmelitana spagnola, riformatrice di monasteri e contemplativa del XVI secolo) spesso si soffermava per un’ora sulle prime due parole del Padre nostro in atto di riverenza e con amore.

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Significativo ritocco nella traduzione del «Padre nostro…» «... E non abbandonarci alla tentazione»

Una modifica nella traduzione dall’originale greco Eppure questa invocazione, così straordinar iamente bella, sta per avere una correzione di tra-

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duzione: là dove finora si diceva «… non ci indurre in tentazione» a breve si pregherà «... non abbandonarci alla tentazione». L’ha deciso l’Assemblea generale della Conferenza episcopale il ì4 novembre scorso, approvando la traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano, nel quale è riportata la preghiera domenicale. La scelta conclude un percorso di studi e confronti tra pastori e biblisti durato oltre 16 anni. Per essere operativa si sta aspettando, secondo le norme della Chiesa, la prevista autorizzazione finale della Santa Sede. Di fatto il nuovo Messale entrerà in vigore nel 2019. Ma a richiamare l’attenzione sulla traduzione dall’originale greco alle lingue moderne è intervenuto più volte il Papa stesso. Nel corso della settima puntata del programma di Tv2000 sul “Padre nostro”, Francesco ha infatti sottolineato come l’espressione italiana secondo cui «Dio induce in tentazione» non sia una buona traduzione». «Anche i francesi – aveva aggiunto il Pontefice – hanno cambiato il testo  con una traduzione che dice “non lasciarmi cadere nella tentazione”. Sono io a cadere ha sottolineato con forza papa Bergoglio -. Non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Ma perché, ci si chiede, si è pre-

ferita proprio quella traduzione? A questa domanda risponde il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e apprezzato biblista, che ha potuto seguire i lavori di traduzione della Bibbia già dal 2001: «... “Non abbandonarci alla tentazione” – scrive Betori - non è la traduzione più letterale, ma quella più vicina al contenuto effettivo della preghiera. In italiano, infatti, il verbo indurre non è l’equivalente del latino inducere o del greco eisferein, ma qualcosa in più. Il nostro verbo è costrittivo, mentre quelli latino e greco hanno soltanto un valore concessivo: in pratica lasciar entrare». Anche due grandi studiosi, il biblista card. Carlo Maria Martini e il teologo card. Giacomo Biffi, avevano, a loro tempo, auspicato la traduzione del passo in questione con la formula «non abbandonarci alla tentazione». La preghiera al Padre per l’unità di tutta la famiglia di Dio La riformulazione del «Padre nostro» con l’ultima modifica «... non abbandonarci alla tentazione» cui si deve aggiungere il cambio di espressione del Gloria della Messa «… e pace in terra agli uomini, amati dal Signore» - entreranno ufficialmente in vigore con l’approvazione della Santa Sede l’anno prossimo. Sarà da attendersi, come sempre accade ad ogni mutazione piccola

o grande nella storia della Chiesa, la resistenza di qualche settore nella grande famiglia della Chiesa. Tanto più è necessario allora capire il senso della nuova traduzione (dall’originale greco) con intelligenza e docilità, come insegna anche il relativo riferimento del Catechismo della Chiesa Cattolica, nello spirito della Parola di Dio e del magistero ecclesiale, perché Dio rivela a noi, suoi figli, la tenerezza di Padre e ci dona la gioia d’appartenere alla sua famiglia. La preghiera che ci ha insegnato Gesù, nella riformulazione indicata, non può essere deturpata da screzi o malintesi, ma attende una straordinaria, filiale, gioiosa docilità. Questa è anche un’occasione privilegiata per i credenti del nostro Paese di riscoprire la bellezza della supplica al Padre che illumina la nostra identità di figli di Dio. È anche l’opportunità per accogliere con gratitudine la terza edizione del Messale romano, con l’inesauribile ricchezza di preghiere e proposte. Questa può davvero essere una stagione ecclesiale nella quale è dato di rivivere lo spirito rigeneratore del Concilio Vaticano II che scardina le nostre resistenze e ci apre più compitamente alla freschezza, alla gioia e allo stupore del Vangelo di Gesù. Don Oliviero Giuliani


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MARANA THA Vieni, Signore Ritornano le feste della Nascita di Gesù e la Chiesa ritorna a farci invocare la venuta del Salvatore. Albero di Natale e Babbo Natale, presepe e riti natalizi, tutto è spento se il nostro cuore non veglia. Cosa deve accadere affinché dal nostro cuore esca il grido?: Vieni, Signore Gesù!

Da dove viene la parola “Natale”? In numerosi Paesi d’Europa, per indicare il Natale c’è la lettera greca khi, prima lettera di Christos ossia Cristo. L’Inghilterra, gli Stati Uniti, l’Olanda parlano di Messa del Cristo (Christ-mas, Kerst-mis). Nei Paesi di lingua neo-latina, Natale deriva dall’espressione latina Dies natalis Domini, ossia “giorno della nascita del Signore”.

Perché festeggiamo la nascita di Gesù il 25 dicembre? Non è sempre stato così. Già dal II secolo si celebrava il 6 gennaio il battesimo di Gesù di Nazareth e la manifestazione (in greco epiphaneia) della sua divinità. Nel IV secolo in questa data si celebrava, insieme, la nascita di Gesù, il suo battesimo ed il “miracolo” di Cana: le prime tre manifestazioni di Gesù all’umanità. Ma già a Bet-lemme la liturgia di quel giorno era centrata sulla natività. Per quale motivo si festeggiava il 6 gennaio? Perché in quell’epoca in alcune città

dell’oriente si celebrava la nascita del dio Aione (talvolta identificato con Helios, il sole) generato da una ragazza vergine. In Occidente si incominciò a seguire l’uso orientale. Ben presto però la celebrazione si spostò al 25 dicembre, data che divenne ufficiale nell’anno 353, quando l’imperatore Costantino dichiarò che il cristianesimo era ufficialmente la religione dell’impero. Nel mondo pagano latino si svolgevano feste dal 17 al 24 dicembre per la risalita del sole sull’orizzonte; ed il 25 dicembre, nel momento del solstizio invernale, ricorreva la festa del Natalis Invicti, ossia la nascita del sole. I cristiani d’Occidente si adattarono a quest’uso, celebrando al posto del Sole Invitto colui che per loro è la vera luce: Gesù Cristo.

Per quale motivo la Messa della nascita di Gesù si celebra a mezzanotte? L’ora non è stata scelta a caso. Per tutti noi la mezzanotte segna la fine di un giorno e l’inizio del

giorno nuovo. È l’ora del mistero. Come afferma il Libro della Sapienza: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale” discese sulla terra. A mezzanotte Dio ha mandato dal cielo la sua parola, Gesù. Gli uomini della benevolenza e della pace l’accolgono cantando “Gloria!” e deponendo nel presepio l’immagine del Bambino, simbolo del Verbo di Dio che s’è fatto carne.

L’albero di Natale In molte case ed in molti luoghi del mondo vicino al presepio viene posto un albero di Natale. Perché un albero? Tra le diverse rappresentazioni sacre che si facevano nelle chiese o sui sagrati nel Medio Evo, una evocava, durante l’Avvento, il paradiso terrestre, la creazione, il peccato di Adamo ed Eva, la loro cacciata. Tale rappresentazione sacra si concludeva con la promessa del Salvatore, del quale ci si preparava a festeggiare la Nascita. Il paradiso era raffigurato da un albero carico di frutti, messo al

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Intenzioni di Messe... mediante cellulare Da qualche tempo sono raggiunto al cellulare, per strada, in mezzo ad altri incontri ed impegni, con la richiesta di scrivere le intenzioni di Messe per i propri cari defunti. Attraverso il nostro Notiziario chiedo cortesemente di passare in sacrestia o in segreteria parrocchiale per tali richieste. Purtroppo, non è per me sempre possibile prendere nota immediatamente del nome o, addirittura, di più nomi di persone per le quali pregare. Mi è capitato di dimenticarmi, preso da altre occupazioni, dei nomi e di dover rincorrere le persone per farmi ripetere i nomi da pronunciare nel ricordo dei defunti. Mi pare di cogliere in ciò una preoccupazione in parte legittima, ossia che il parroco raccolga queste richieste. Penso che le collaboratrici ed i collaboratori che si mettono a servizio in sacrestia ed in segreteria possono ugualmente prendere nota dei nomi. Ciò sminuisce affatto il valore della preghiera per i propri cari. don Flavio

centro della scena. Dopo che queste sacre rappresentazioni scomparvero, l’albero del paradiso è rimasto uno dei simboli della festa di Natale: ricorda la corrispondenza tra la creazione dell’umanità in Adamo ed Eva ed il nuovo Adamo venuto a rigenerare l’umanità. L’abete simbolizza la vittoria della vita sulla morte: è verde anche in inverno, quando tutti gli altri alberi hanno perso le loro foglie. Ma cosa “dicono” ancora gli alberi nelle nostre case? Saremo capaci di accogliere questi significati stupendi mentre lo prepareremo in questo Avvento 2018?

Babbo Natale Perché parlare di Babbo Natale e di Gesù? Anzitutto perché si festeggiano nella stessa notte, nella quale Dio si fa uomo, Babbo Natale viene a riempire le calze di regali ed attraversa vie, negozi, supermercati illuminati pure della nostra città di Bergamo e della provincia. Val la pena ricordare che Babbo Natale è molto recente: nasce agli inizi del ‘900, cioè negli anni Trenta. Una nota azienda produttrice di bevande zuccherate inventa “Babbo Natale (seguita dal nome della bibita)” coi colori della celebre lattina. Babbo Natale è proprio nato per promuovere le vendite ed i consumi. Ne ha fatta di strada il nostro – furbo – Babbo Natale!

Gesù o Babbo Natale? È inutile prendersela con Babbo Natale: fa il suo lavoro. Noi cristiani potremmo avere le orecchie della intelligenza abbastanza capaci di valorizzare tale presenza per cogliere la logica profonda delle nostre feste e dei nostri regali. Semmai c’è da chiedersi se i nostri modi di comperare, consumare, vivere e far festa nelle nostre città hanno la dignità e

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l’intelligenza che l’uomo dovrebbe dimostrare in tutte le sue cose. Ci possiamo interrogare se i caratteri pagani della festa che stanno invadendo le nostre ricorrenze cristiane non siano l’esito di una fede smorta che non sa più attingere veri motivi di gioia dalla festa e dalla celebrazione della nascita di Gesù.

Tornare all’essenziale La sensazione è che il nostro Natale si sia svuotato e, con esso, la nostra anima. Attraversiamo

il nostro inverno senza la trepidazione d’un sole che torna ad accendere il nostro cammino. Le notti delle nostre città hanno perso la loro verginità; non sono avvolte da silenzio e mistero; e dalla musica delle origini e dei compimenti, di cui siamo in attesa. L’albero della vita ha perso i suoi frutti carichi di antiche storie e speranze d’una nuova eterna primavera. La grazia ed il regalo, senza i quali non possiamo vivere, ci avvicinano mascherati di furbizia e pubblicità, incapaci

ormai della spudorata, semplice novità d’un bambino appena nato, pronto a nascere ogni momento. C’è qualcosa di essenziale da ritrovare nel nostro cuore, nelle nostre case, tra i nostri amici, in questi nostri paesi e città di Bergamo. A prezzo d’una poderosa – non immaginabile? – conversione dei nostri stili di vita. Solo allora incomincerà a sciogliersi quel gelo che sta paralizzando le nostre speranze. E sta rendendo vuoti pure i nostri splendidi riti e parole cristiani.

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Comunità Ramera Riportiamo integralmente una omelia di don Sergio Colombo, parroco di Redona, deceduto cinque anni orsono, per prepararci alla celebrazione del Sacramento dell’olio della consolazione di domenica 10 febbraio 2019 nella nostra chiesa parrocchiale della Ramera

La fede nella prova

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ncora un gesto – questo dell’unzione – per dire che l’uomo è un miracolo che fa commuovere ed innamorare il Signore: così fragile e così forte, così limitato e così sorprendente, così capace di adattarsi, di guidare la sua barca nelle condizioni più diverse. Se pensiamo cosa viene chiesto all’uomo quando è bambino o quando è adulto o quando è anziano e malato,ci sorprende la sua infinita capacità di adattarsi e di fare cose diverse. In questa occasione nella quale ricordiamo particolarmente i nostri malati, proviamo insieme a raccogliere la testimonianza e la saggezza che ci viene da molti dei nostri fratelli nel momento della prova; consideriamo in particolare la condizione in cui vengono a trovarsi molti di noi quando viene diagnosticato un tumore e si devono fare i conti in anticipo con la possibile fine. E’ difficile condurre in queste condizioni la barca della propria vita. È difficile imparare a vivere sotto minaccia. Lo si è sempre un poco; in qualche modo lo si sa sempre che si deve morire, ma adesso è diverso: lo so veramente; mi è entrato nella coscienza, nella carne; è una notizia, una minaccia che devo integrare, far mia, senza permetterle di devastarmi l’esistenza. Bisogna resistere alla paura ed alla rabbia, alla voglia di far più niente. Ma anche alla tentazione dell’ansia, del buttarmi nella superattività, nello stordimento. Si tratta di imparare a vivere il momento, quel pezzo di vita che c’è, che resta, nella serenità e nella forza che ci è data. La nostra vita si affaccia sulla prova decisiva: è costretta a dire cos’è l’essenziale .

L’essenziale è ancora avere quella cosa, realizzare quel progetto, aver presa sulla realtà, tornare semplicemente alle nostre cose, quelle che ci hanno riempito la vita? O l’essenziale adesso è raccogliere tutta la nostra storia come un frutto e prepararsi alla consegna, lasciarsi andare con fiducia, senza irrigidirsi, senza reagire nelle maniere più strane? E’ facile, infatti, di fronte all’avvicinarsi della morte, reagire in maniera “strana”: negando la realtà, regredendo a compensazioni ingenue (regressione narcisista o aggressiva: diventare pretenziosi od egoisti, fare i risentiti e i prepotenti). La cosa più bella, e più difficile e più cristiana che ci viene chiesta è di restare umani, fino in fondo: buoni,riconoscenti, umili,capaci di patire con la voglia di vivere quello che la vita ci rende ancora possibile; con il coraggio della solitudine in cui necessariamente siamo posti ed, insieme, con la capacità di riconoscere il dono dell’altro: il dono e la grazia del prossimo, sia io medico, sia il parente o l’amico. Questo è il regalo, l’esperienza più umana e più cristiana che possiamo fare in quei momenti della prova: la grazia o il sacramento del prossimo. Si dice sacramento poiché è la grazia che si fa sensibile; è il mistero dell’amore nella carne. È il venire dell’amore (dell’agape, dice la rivelazione cristiana) che chiede di amare, che tiene vivo in noi ciò che c’è di più prezioso: la capacità di amare. Se l’amore sta vicino a noi, si può cercare comunque, sempre, di amare, fino alla fine. E quindi si può aspettare, anche alla fine, l’Amore. Questa è la prova ultima, la sfida della morte: è possibile, nel mo-

mento in cui veniamo privati della vita, sperimentare la grazia, il dono dell’Amore? E’ una “sfida” perché il dono è “nascosto” nella morte: lo si può raggiungere solo attraverso l’abbandono di sé e della propria vita; solo affidandosi tra le mani di un Altro. Ecco perché l’”Altro” entra prepotentemente nel processo provocato dalla morte. In quei momenti alcune questioni su Dio, rivolte a Dio, giungono al pettine: questioni laceranti, che tendono e spaccano l’anima. Dio è lontano: lontano, incomprensibile, irriducibile alle pie immaginazioni che ci facciamo di lui; e nello stesso tempo è intimo, intimo del mio intimo, tanto che lo si può cogliere solo al fondo delle mie domande e della mia esperienza. Dio è nascosto e sta nel silenzio; e nello stesso tempo si rivela, parla, apre una strada anche in quel vicolo cieco. Dio è onnipotente, sta bene a casa sua, può far tutto quello che vuole; e nello stesso tempo è debole, si è legato a me e sente e prova quello che sento e provo io, è a mio totale servizio. Ecco alcune cose profonde che abitano nel cuore e nella carne dei nostri malati e li rende così preziosi. Questo rito di unzione vorrebbe dar espressione e celebrare questo misterioso incontro di Dio con l’uomo e le profondità dell’avventura umana, anche nei momenti estremi della sua debolezza. E vorrebbe sostenere e incoraggiare i nostri malati, noi quando siamo malati, così tentati di sentirci inutili e abbandonati; e invece così preziosi, così al centro del cuore dell’uomo e del cuore di Dio.


Come il buon samaritano

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omenica 18 novembre le ragazze ed i ragazzi cresimati hanno messo in scena lo spettacolo Come il buon samaritano in Sala Itineris. Ci hanno lasciato profondi messaggi. La tenacia e la convinzione delle educatrici Ornella, Federica e Giuseppe, di don Flavio, di alcuni genitori, che si sono messi in gioco, unita all’intelligenza e creatività delle ragazze e dei ragazzi hanno realizzato uno spettacolo assai importante e profondo. Grazie a tutti coloro che ci hanno creduto. Al termine è stato annunciato il prossimo spettacolo che potrebbe essere realizzato dalle ragazze e ragazzi dell’attuale 2^ Secondaria insieme con Laura: il passaggio del testimone è avvenuto nuovamente, dopo che gli ultimi cresimati avevano raccolto la proposta dalle ragazze e dai ragazzi cresimati di Carla e Carmen. La nostra Sala Itineris con ciò realizza uno dei suoi obiettivi più interessanti: essere a servizio della catechesi e della pastorale di annuncio del Vangelo, che ci chiama ad accorgerci di chi ci è accanto.

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Vita della Comunità “UN PRETE CREDIBILE” Don Sergio Scotti in memoriam

È il titolo che abbiamo scelto per parlare di don Sergio. L’assist ce lo ha dato don Massimo Epis nel suo tratto-ricordo nella celebrazione di saluto. Abbiamo cercato di non farlo diventare un libro di necrologio; non sarebbe stato “credibile”. Un prete è un uomo prima di tutto; un uomo che vive nella realtà per porsi in aiuto del suo Prossimo più prossimo. Certo è uno che ha fatto una scelta completa, globale, perpetua. È Sacerdote in eterno. Un agente speciale del Padre eterno che, Lui sì, perpetua la Sua presenza reale viva (eucaristica) in mezzo al suo popolo, da oltre 2000 anni. È un “agente” ma non lavora a provvigione. Per questo “incarico” occorre avere una chiamata personale e occorre una risposta eroica che consiste nel metterci la vita intera e completa a disposizione. Non basta un “corso” di 5-7 anni, ma bisogna metterci la vita sopra... Ora non spaventatevi. Nel libro non riusciamo ad andare così nel profondo, anche se chi ha contribuito alla stesura dei testi, e quindi della sua esperienza di vita con il don, magari anche involontariamente, riesce a farci trasudare di vita buona, quella che fa muovere il cuore e dà una sensazione di

Un prete credibile Don Sergio Scotti in memoriam

Un prete credibile

Ponteranica&Rosciano

Comunità Ponteranica&Rosciano

pace... che non leggi in un altro qualsiasi libro... L’ottica è prevalentemente telescopica su Ponteranica-Rosciano, due relatà sempre meno distinte. Certo c’è una ripresa iniziale grandangolare, ma proprio perché nessun bel particolare avvicinato è lì per caso. Ecco perché si parla all’inizio della sua vita in Seminario con i suoi compagni di Messa, (quando i compagni di Messa erano ben più di 4 amici al bar). E poi i primi incarichi: in parrocchia a Borgo Santa Caterina, alla Casa dello studente, l’incarico di “vocazionista”. Tutte esperienze che l’hanno forgiato. E a noi è arrivato un signor Parroco. Probabilmente il vescovo Francesco

DA ANIMATI AD ANIMATORI

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Il nuovo anno catechistico, si è aperto con la Santa Cresima dei ragazzi di 3^ media che hanno deciso di proseguire il loro cammino spirituale con i ragazzi delle superiori, che, entusiasti dei nuovi arrivi, si sono attivati per preparare loro un’ottima accoglienza; In questo

sapeva, quando ce lo ha assegnato, che nel periodo avremmo festeggiato i 600 anni e senz’altro avrà letto e saputo che all’epoca questi ponteranicoroscianesi, dopo aver costruito la chiesa con le loro mani, chiesero al Vescovo un ventaglio di nomi per la carica di prevosto e solo la loro scelta avrebbe determinato l’insediamento del parroco. Quindi, il teleobiettivo, cioè la vita di don Sergio, è prevalentemente raccontata come la conosciamo noi in questi ultimi 10 anni nella nostra Comunità. Ancora due considerazioni e poi chi lo vorrà leggere e guardare nelle tante foto che abbiamo voluto inserire, se lo prenda e se lo goda. La prima considerazione non potrà mai essere pienamente esaudita... Ci piacerebbe tanto presentargli il “suo” libro da noi interpretato per sentirlo “sganasciare” ancora una volta e vedere come tenterebbe di farcelo abortire. Proprio lui che al suo compleanno il 9 settembre scorso ha accettato solo una rosa in occasione della festa degli anniversari di matrimonio... La seconda è che ci è mancato un “abuna” (nostro padre in aramaico) e questo inevitabilmente ci fa sentire un po’ orfani. Ed è storia, magari scontata, che tutti gli orfani di un padre si sentano più vicini e coinvolti e si vogliano ancor più bene di prima. Una incredibile buona esperienza che non puoi vivere finché non sei... orfano. Vincenzo

modo coloro che, negli anni precedenti si sono ritrovati in un “mondo nuovo”, ora che hanno qualche anno di esperienza alle spalle, hanno avuto il compito di fare capire alle “new entry” come funziona il gruppo ADO mettendoli a proprio agio in una serata completamente dedicata a loro e all’insegna del divertimento!


Ci è voluta un bel po’ di pazienza e soprattutto fatica per organizzare tutto al meglio, ma gli animatori più grandi e alcuni coordinatori, hanno tenuto tutto sotto controllo pensando anche ai minimi dettagli. Domenica 18 novembre, durante uno degli incontri, (che solitamente sono suddivisi per età) i ragazzi si sono riuniti tutti assieme per assegnarsi i vari ruoli. Hanno creato dei piccoli gruppi, che sarebbero poi diventati i vari stand del grande gioco, ispirandosi anche dall’esperienza del CRE assemblando delle vecchie idee con delle

DOMENICA 25 NOVEMBRE Presso l’oratorio di Ponteranica alta si è tenuta la riunione di presentazione del progetto adolescenti per i genitori di terza media. Erano presenti una trentina di genitori, coinvolti e interessati a sapere la proposta che le nostre parrocchie fanno ai ragazzi del post cresima. È stato un tempo significativo per raccontare uno dei primi progetti fatti in unità pastorale grazie al lavoro di quasi un anno dell’equipe educativa. Il progetto che ha avuto l’avvio lo scorso anno vede riunirsi per gruppi di età i ragazzi la domenica sera a Ponteranica Alta dalle 18.30 alle 19.30, seguiti da adulti volenterosi che propongono esperienze e temi di riflessione sui valori, sul gruppo, sull’attualità, sulla fede, sul volontariato, sul diventare grandi e fare scelte. Ad oggi partecipano una cinquantina di ragazzi ed è bello vedere queste età dai 13 ai 18 animare l’oratorio della loro presenza… Oltre la domenica sera il progetto pro-

nuove, creando così qualcosa di davvero originale! Così, grazie a creatività, organizzazione e soprattutto l’essere pronti alle evenienze (soprattutto meteorologiche, se voglia dirla tutta) la serata di domenica 25 novembre, è stata un successone! Per creare ciò non è servito nient’altro che un po’ di forza di volontà, un poco di olio di gomito e soprattutto tanto divertimento. Anche il freddo dell’inverno che iniziava a farsi sentire non ha fermato l’entusiasmo; ma con un po’ di semplicità, compagnia e brio cosa non si può rendere piacevole?

pone esperienze di campi scuola e convivenza, in cui i ragazzi possano in un tempo di vita comune imparare la cura e il servizio e sperimentare la fatica e la bellezza dello stare insieme. Sono momenti forti in cui guidati da laboratori, tempi dello spirito e lavori di gruppo i ragazzi si confrontano su temi a loro adatti e provano a mettersi in gioco. Sono tempi di gioco, risate, scoperta della bellezza delle relazioni. Tempi preziosi. Il progetto vede poi chiedere ai ragazzi di diventare protagonisti della prepa-

razione del cre, dei giochi e delle attività che sono loro stessi a pensare e fare con un impegno non da poco. I genitori dei ragazzi di terza media hanno toccato con mano l’investimento grande che l’Unità Pastorale ha voluto fare sui ragazzi perché crede fortemente che sono loro il presente e il futuro su cui investire, e se ci fosse qualche adulto volenteroso per accompagnarli in questo cammino non abbia paura di farsi avanti, di risorse ce né sempre bisogno.

Ponteranica&Rosciano

Comunità Ponteranica&Rosciano

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Ponteranica&Rosciano

Comunità Ponteranica&Rosciano

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Da giovedì 30 agosto a domenica 2 settembre si è svolta a Rosciano

la festa del Santuario O

rganizzata per la prima volta dal neo-nato Ambito di Rosciano. Per la comunità parrocchiale la festa è un momento per pregare Maria, quindi ha uno stile, come amava sottolineare don Sergio, meditativo e di preghiera dal momento che è caratterizzata dalla messa alle 17:00 tutti e i quattro giorni e un momento di veglia organizzato dalla Comunità delle Beatitudini, quindi dal nostro dicono Fabio, per i primi tre giorni alle 20:30. Inoltre durante tutta la festa si ha la possibilità di inserire in una cassetta delle intenzioni di preghiera che saranno portate direttamente al Santuario di Lourdes in Francia. Ogni giorno si prega per qualcosa in particolare: il giovedì è dedicato ai malati, perciò nella messa si celebra il rito dell’unzione degli infermi; il venerdì è dedicato alla penitenza, di conseguenza nella veglia serale era possibile confessarsi. La novità di quest’anno è stata nel sabato, in cui si è ricordata la Trasfigurazione di Nostro Signore, a cui è dedicata la nostra chiesa, che propriamente cade il 6 agosto ma non essendoci mai la possibilità di celebrarlo, su proposta di don Sergio, si è deciso di celebrarla proprio in quella giornata. La sera si è svolta la tipica fiaccolata, che ha visto attivamente coinvolte molte

persone. La domenica mattina era dedicata alla meditazione sulla Parola del giorno: dopo aver pregato ci siamo divisi in adulti, che con Simona e don Sergio hanno preparato l’omelia della messa; e in ragazzi che con don Lorenzo e alcuni ragazzi del gruppo adolescenti hanno riflettuto sul Vangelo in modo giocoso, prima di dedicarsi completamente al gioco sfruttando l’area verde. Il tutto si è concluso con la messa solenne della domenica, a cui erano presenti molte persone provenienti da paesi fuori da Ponteranica. La festa da ormai tre anni si è arricchita, nel fine settimana, con la “Tendata per le famiglie”: nata come momento di condivisione integrale di due giorni, si è aperta quest’anno durante i momenti di riflessioni a tutti coloro che lo desiderano. Ci siamo ritrovati sabato prima della messa, dopo la quale abbiamo mangiato insieme una pasta e un secondo condiviso. Dopo la veglia ci siamo ritrovati a festeggiare insieme, mangiando persino frutta resa golosa da un’immersione sotto la fontana di cioccolato fuso, conversando amichevolmente, ricordando il compleanno di una nostra parrocchiana, Alba. A differenza dei due anni scorsi a causa delle avverse condizioni

metereologiche che hanno impedito di porre le tende, non ci siamo fermati a dormire, a parte due coraggiosi fratelli. La mattina ci siamo ritrovati per la colazione cui ha fatto seguito la riflessione. Anche il pranzo è stato un bel momento, organizzato integralmente dai volontari e reso possibile anche grazie all’aiuto prezioso di Walter. Tutta quanta la festa, in modo particolare le messe della domenica, ha visto l’affluenza di molte persone. Molti sono stati i volontari che hanno donato tempo e idee, occupandosi della ruota, delle celebrazioni, dell’area verde del Santuario. Si vogliono ringraziare anche tutte quelle persone che hanno partecipato portando torte che la domenica sono state vendute. Un grazie anche agli alpini che hanno gestito i giri di ruota il sabato. A mio parere la festa del Santuario offre, in particolare grazie al percorso del fine settimana, la possibilità di sperimentare che cosa sia la comunità: ognuno sacrifica un fine settimana per dedicarlo non solo alla preghiera ma anche per vivere momenti con persone che si vedono solo a messa, magari di sfuggita, senza mai poterle conoscere. Carlo


Comunità Ponteranica&Rosciano

L

e Sante Cresimazioni celebrate nella chiesa di Ponteranica il 27 ottobre di quest’anno cosa hanno confermato? Bello ricordare questo titolo del sacramento, come “confermazione”, visto che oggi siamo entrati in una società definita liquida, dà molta speranza riferirsi a qualcosa di “fermo” nella comunità cristiana. La prima confermazione è verso i genitori: chi si è impegnato in questi anni per una testimonianza credibile perché umile, di fede cristiana, con questo passo, tira un sospiro di sollievo: non più soli, insieme ai figli può crescere la consapevolezza cristiana: in un mondo di ricchezze esteriori che aumentano le ansie interiori, trovare una strada comune con i figli, una strada già tracciata da Gesù Cristo (al centro del Polittico del Lotto nel versare cura a tutti noi) e vissuta in primi dagli adulti, può essere una consolazione solida. Solida perché solidale: da cristiani non si vive di un individualismo competitivo, ma in personalismo di comunione, dove ognuno ha la sua vocazione che è quella di restituire l’amore ricevuto. Da adulti non si deve più aver paura di chiedere aiuto ai propri figli, non si è più super eroi dei cartoni animati che vogliono apparire

Confermazione di cosa? divinità intoccabili, ma compagni di viaggio, dove chi è più avanti più accogliere chi è più indietro (magari i figli nell’uso delle tecnologie sono anche più avanti…). Pietro e Paolo, primi genitori della Chiesa nascente dalla tavola del lotto ci ispirino a trovare chiavi e parole per questo cammino. La seconda confermazione è verso la comunità cristiana: ha visto e accompagnato la crescita umana e spirituale di questi ragazzi da diversi anni, lottando contro pigrizie e ipocrisie, oggi può finalmente vedere un po’ di “messe”, cioè smettere di obbligare (cioè rendere legati anziché dispersi…) come compito educativo, e cominciare a condividere come compito di fraternità. Continua e aumenta la possibilità per i ragazzi di diventare solidi partecipando costantemente alla comunità liturgica adulta con i vari servizi possibili, alla comunità caritativa con i molti servizi richiesti alle persone e alle strutture, alla comunità annunciatrice continuando a partecipare sempre più attivamente alla nuova catechesi offerta loro. L’angelo dell’annunciazione e l’accoglien-

za di Maria ispirino tutti gli adulti a una accoglienza quotidiana di questi ragazzi. La terza confermazione è quella dei ragazzi. Confermano che hanno partecipato alla cresima solo per far contenti i nonni o per non essere diversi dagli altri? La cresima ha dato loro un abbraccio da parte di Dio, un abbraccio che da sempre è e sarà presente nella loro vita, toccherà a loro stare su questo abbraccio, riscoprilo, un giorno ritornarvi, visto che il forte rischio della liquidità li porterà facilmente a perdere la fedeltà ad esso e facilmente anche al resto delle relazioni. Confermano che la cresima ha lasciato trasparire in loro un cuore riscaldato da amici e genitori quali segni di Dio appassionato e vicino? Questi ragazzi, che difficilmente saliranno sugli altari dei social, potranno essere luce tenue ma costante ai loro amici, perché incontrandoli nella successiva catechesi parrocchiale o per le varie strade del paese, con il loro cuore solidale, saranno capaci di includerli, visto il loro allenamento fedele e umile a includere ogni giorno “l’invisibile” Dio. Giovanni Battista con la sua coerenza solitaria e voce comunionale li accompagni. don Paolo Riva


Ponteranica&Rosciano

Scuola dell’infanzia San Pantaleone Cambio stagione... ...alla sezione Primavera

Semi e frutti anche in autunno

I

l sole dell’estate ha iniziato a lasciare il posto a tante nuvolette, ad un cielo più grigio e plumbeo, ma alla sezione Primavera il raccolto di preziosi tesori autunnali ci ha permesso di poter giocare, sperimentare, os-

servare con occhi da veri scienziati e mischiare tra loro semi e frutti di questa magica stagione. I girasoli piantati dai bimbi della sezione Primavera dell’anno passato sono stati raccolti, sgranati dai bambini, mischiati a farina, pasta di sale, dido’ alla scoperta di sensazioni tattili nuove vissute in compagnia di amici.

Niente zucche vuote... solo scienziati che sperimentano

D

olcissime zucche sono state schiacciate, assaggiate e miscelate a lievito e farina per creare profumatissimi panini: la zucca

Melograni e... nuove ricette... calda, morbida, appena cotta nel forno dalla nostra cuoca, si attaccava alle mani che si coloravano di arancione.

I

l giallo, il marrone, l’arancione e infine il rosso del melograno ci raccontano di un tempo che inizia a rallentare, di una natura che lascia spazio ai colori dell’autunno. Proviamo ad assaggiare, mischiare, selezionare, schiacciare, strisciare questi colori regalati dalla natura con gli occhi di chi li scopre come fosse la prima volta, cogliendo lo sguardo stupito dell’amico a fianco.

Mani arancioni... come la zucca

E

mentre alla sezione nuvolette scoprono colori e materiali, di sopra i bambini sono alle prese con una vera sperimentazione scientifica. La domanda cui rispondere è: come fa da un seme a nascere una pianta? Come può, da una cosa così piccola, uscirne una così grande? E cosa serve al

seme perché possa trasformarsi in germoglio e poi in pianta? Così abbiamo messo semi all’aria, nell’acqua e nella terra, al sole e al buio, alcuni li bagniamo altri no, alcuni sono al caldo altri al freddo. Le ipotesi che elaborano sono assolutamente degne di merito. Ve le racconteremo!

È tutto un semenzaio!

Per le ricette... ci stiamo lavorando 24


un i d no fino g o bis uola i a H t- s c ? 0 0 s , po lle 18 ci a a m a i Ch Giochi in... umido

U

ltima lezione del corso di ai nonni che ci hanno accompanuoto! Che è piaciuto mol- gnato aiutando i bambini ad tissimo a praticamente tutti i asciugarsi e vestirsi! bambini. Un grazie ai genitori e

N

atale si avvicina. Bastano le nostre mani appoggiate sui fogli, delle forbici, un po’ di tempere, saper contare e fare ordine tra le quantità ‌ ed ecco i nostri bellissimi alberi di Natale!

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ComunitĂ Ponteranica&Rosciano


Anagrafe

“SPOSI PER SEMPRE” A PONTERANICA

Giulio Schilirò e Valeria Callea 10 novembre 2018 HA RICEVUTo Il BATTESIMo A PoNTERANICA

18 novembre 2018 Mia Pellegrini di Fabio e Cirrincione Domenica

Sono tornati alla casa del Padre

Francesco Sonzogni Anni 79 † 16 ottobre 2018

Lucia Zanetti Anni 90 † 13 novembre 2018

Renato Capoferri Anni 71 † 27 ottobre 2018

Dino Rota Anni 72 † 22 novembre 2018

Padre Angelo Alberti, sacramentino Anni 80 † 29 ottobre 2018

Giuseppe Poma Anni 84 † 28 ottobre 2018

Giancarlo Aletti Anni 74 † 7 novembre 2018

“Ho sempre pensato che il sentimento più alto che un uomo possa provare sia quello della gratitudine. Un uomo prova gratitudine quando chinandosi sulla propria storia riesce a vedere bellezza anche nelle pieghe e nelle ferite. Prova gratitudine non perchè comprende tutto ma perché intuisce un senso altissimo della propria storia, di cui il dolore e le contraddizioni sono solo battute di una sinfonia più grande”. (L.M. Epicoco)

Nell’augurare Buone Feste, l’associazione Ponteranica Attiva ti invita a prender nota dell’appuntamento del 22 febbraio 2019, nel quale verrà organizzata una serata per approfondire il tema delle elezioni europee che si terranno nel mese di maggio. Saranno presenti persone esperte e qualificate. Buon Natale! Margherita Guastaldi


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AGENDA DI PONTERANICA E ROSCIANO AGENDA DI RAMERA Padre Guglielmo Rota (Amministratore parrocchiale) 035 571015 – 347 7964574 Casa Parroch. Ponteranica ponteranica@diocesibg.it tel. 035 571867 www.unitapastoraleponteranica.it Silvano Ceruti tel. 338 6720902 Segreteria parrocchiale aperta il martedì e il giovedì dalle 15,00 alle 18,00 tel. 035 571867 Scuola dell’Infanzia tel. 035 574153 - fax. 035 4129232 PADRI SACRAMENTINI

Prefestiva: Festiva: Feriale:

Festiva:

Don Flavio Rosa Parroco tel. 035571140 Casa Parr. Ramera cell. 340 6653939 Scuola dell’Infanzia tel. 035 571385 Segret. parrocch. Ramera aperta da lun. a ven. ore 15.00-17.30 per certificati, Cineteatro tel. 035 575789 parrocchiaramera@libero.it Pratiche Cisl Inas Ponteranica Attiva

(lunedì mattina) ore 9.00-12.00 ponteranicaattiva@libero.it

tel. 035 571015 ordini@sacramentini.it

ore 18.30 ore 8.00 – 10.30 ore 17,00 (da lunedì a giovedì) ore 8,00 (venerdì e sabato) (dal 1 luglio al 31 agosto ore 8,00 da lunedì a venerdì) ore 20,00 (Ufficio defunti solo venerdì)

Prefestiva: Festiva:

Feriale

ore 18.00 ore 7.30 – 9.00 (alla Chiesina di S. Giorgio alla Petos) 10,30 - 18,00 8.00 (dal 30 settembre)

ore 18.30 (la quarta domenica del mese)

Feriale

ore 18.00 al martedì di luglio e agosto

Prefestiva Festiva Feriale

ore 17,30 ore 8,30 - 11,00 - 17,30 ore 7,00 - 17,30

Prefestiva: Festiva: Feriale:

ore 19,00 ore 9.00 - 17.00 ore 18.00 (solo al giovedì)

Prefestiva ore 18,00 Festiva ore 9,30 Feriale (escluso sabato) ore 9,00

www.unitapastoraleponteranica.it Gruppo Diocesano

la casa

inconTri di ascolTo e di preGHiera per persone separaTe, DiVorZiaTe o risposaTe, ogni primo martedì del mese Telefonare a:

segreteria Ponteranica 035 57 18 67; sagrista 338 6720902; don Flavio 035 57 11 40; segreteria Ramera 035 57 57 89

alMé presso il centro emmaus - via don a. iseni, 1

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Lecomunitainsieme 2018 5  

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