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Le ComunitĂ Insieme Periodico interparrocchiale a cura delle ComunitĂ  di Ponteranica

Aprile - Maggio - Giugno 2016

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano - Parrocchia di SS. Alessandro e Vincenzo in Ponteranica Parrocchia di S. Michele Arcangelo e Madonna del Carmine in Ramera di Ponteranica

...devono assomigliare ai servi che, con le lampade accese, aspettano il ritorno del loro Signore, perchĂŠ quando arriva li trovi vigilanti e li inviti a sedersi a tavola

Passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla vita


Le Comunità Insieme

Editoriale

Periodico interparrocchiale a cura delle Comunità di Ponteranica

Aprile - Maggio - Giugno 2016

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano - Parrocchia di SS. Alessandro e Vincenzo in Ponteranica Parrocchia di S. Michele Arcangelo e Madonna del Carmine in Ramera di Ponteranica

Dopo la Pasqua, la conversione

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...devono assomigliare ai servi che, con le lampade accese, aspettano il ritorno del loro Signore, perché quando arriva li trovi vigilanti e li inviti a sedersi a tavola

Passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla vita

Sommario L’ora e la gloria di Gesù ono la Croce

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I bambini di fronte alla morte

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Il Triduo Pasquale

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Vivere la misericordia del Padre da separati divorziati o risposati Comunità Ramera

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Anagrafe delle parrocchie 19 Comunità Ponteranica e Rosciano 20/25 L’Unità Pastorale

Registrazione Trib. di Bergamo n° 17 del 1/07/2010. Direttore responsabile: Agazzi Davide In Redazione: Enrico, Franco, Margherita, Simona, Vincenzo, don Flavio, don Sergio. Stampa: Centro Grafico Stampa Tel. 035 29 50 29 Articoli e files possono essere spediti a: info@centrograficostampa.it

Il prossimo numero uscirà il 27 maggio 2016. Gli articoli dovranno essere consegnati entro il 16 maggio 2016.

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vete mai sentito parlare di una conversione di Pietro? Leggetevi allora il capitolo 10 degli Atti degli Apostoli. Intrigante. Certo è molto diversa da quella di Paolo, con la famosa caduta da cavallo (dove il cavallo l’abbiamo aggiunto noi). Ma gli Atti testimoniano di un cambiamento di Pietro che fu decisivo per la nascita della Chiesa. Perché Pietro ha bisogno di convertirsi? Perché dopo tanto tempo passato accanto a Gesù, dopo tante esperienze enormi, dopo aver assistito alla sua morte e soprattutto, aver incontrato il Risorto, Pietro rimane prigioniero di quel che era prima, delle sue abitudini religiose, della sua quotidianità: va bene quello che ha insegnato Gesù, ma io sono abituato così (il ritornello potrebbe essere anche nostro): a rispettare certe regole di purificazione, a far distinzione fra gli uomini, fra i nostri e i loro, fra i giudei e gli stranieri romani. Incredibile, vero? Ha incontrato il Risorto ma, adesso che Gesù non è più lì col fiato sul collo, torna ad essere come noi, un cristiano tiepido e richiuso nelle sue sicurezze. Sul cammino di Pietro lo Spirito pone Cornelio, un centurione della coorte italica, uomo religioso, simpatizzante del giudaismo: un “timorato di Dio”. Un angelo, in visione, lo invita a incontrare i cristiani, Pietro in particolare. Le sue preghiere, le sue elemosine - e probabilmente qualche circostanza favorevole - lo conducono lì. Manda degli uomini a Giaffa a chiedere Pietro. Mentre gli uomini mandati da Cornelio sono in viaggio, a Giaffa, dove sono diretti e c’è Pietro, in una casa succede qualcosa di strano. Lo Spirito sta predisponendo l’incontro. Pietro è sulla terrazza della casa di un amico, un conciatore di pelli, mestiere impuro per gli ebrei: secondo la legge Pietro non dovrebbe essere lì, ma ha già cominciato a prendere le distanze dalle regole giudaiche... Nella luce accecante del mezzogiorno sta pregando. Ha conservato le buone abitudini giudaiche di pregare tre volte al giorno. Al piano di sotto stanno preparando da mangiare. Pietro entra in estasi: e sogna del cibo... una grande tovaglia calata dall’alto con dentro ogni specie di animali; e una voce accompagna la rivelazione; non è una spiegazione, ma un ordine: “Alzati, uccidi e mangia”. Pietro è sorpreso e confuso; si chiede se non sia una visione diabolica, poiché gli viene comandato qualcosa di sacrilego: in questa specie di arca di Noè di stoffa ci sono animali impuri, che non si possono mangiare. La voce che invita a trasgredire la legge introduce una rivoluzione religiosa, abolendo la distinzione tra cibi puri e impuri.

Pietro è in “crisi”. Sta lavorando su questa parolavisione che non sa dove lo porterà, quand’ecco arrivano gli uomini mandati da Cornelio. L’arrivo e la richiesta di quegli uomini è un’altra forma che assume la parola. “Lo Spirito gli disse: ecco, tre uomini ti cercano: alzati, scendi a va’ con loro senza esitazione” Senza esitazione: o forse si potrebbe tradurre: senza le solite discriminazioni, senza la discriminazione tradizionale che impedisce a un giudeo di entrare nella casa di un pagano. “Pietro li fece entrare e li ospitò”. L’ospitalità e l’accoglienza di questi stranieri pagani è un altro passo nella conversione di Pietro. Il giorno dopo Pietro, accolto l’invito del centurione, si mette in viaggio con i messaggeri. Ma non va da solo. Si fa accompagnare in questa avventura da alcuni “fratelli” di Giaffa, che sono dei cristiani giudei. Da parte sua Cornelio, per vivere il grande evento che l’aspetta, ha riunito la famiglia e gli amici. Così, non si incontrano solo due persone, ma due gruppi: la fede cristiana è sempre un’avventura comune e comunitaria. Cornelio, emozionato all’arrivo di Pietro, si prostra davanti a lui come fosse un inviato dal cielo. Ma Pietro rifiuta questo omaggio eccessivo: “Alzati, sono anch’io un uomo come te”. L’apostolo viene a portare il vangelo della fraternità umana, al di là delle barriere razziali, culturali e religiose. Ecco il senso che si va aprendo di quella misteriosa visione: “Voi sapete che non è lecito per un giudeo unirsi o incontrarsi con persone d’altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo”. Si noti: “Dio mi ha mostrato”; ha capito che il suo Dio non fa discriminazioni di razza, sa riconoscere la pietà e la giustizia anche nei non giudei. “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso”. Con stupore i cristiani giudei amici di Pietro assistono al dono dello Spirito fatto ai pagani. Quando lo Spirito irrompe, quando la grazia comanda, l’apostolo deve obbedire come un umile servitore: trascinato e convertito lui per primo da ciò che annuncia. “Chi ero io per porre impedimenti a Dio?” dice Pietro. Spesso dobbiamo riconoscere di essere ancora nella fase in cui pretendiamo che sia lo Spirito, Dio, ad obbedire alle nostre regole. E pretendiamo di spacciarle per volontà sua, e contestiamo quei profeti che lo Spirito lo ascoltano per davvero. Prima o poi la grandezza del mistero della Risurrezione deve fare i conti con la quotidianità della conversione. Buona Pasqua! don Sergio e don Flavio


La Parola

L’ora e la gloria di Gesù sono la Croce I

l capitolo 19 del Vangelo di con Lei che si realizza definitiEssi allora presero Gesù ed egli Giovanni ci descrive i momenti vamente il suo programma. culminanti della Passione di Cri- portando la croce, si avviò verso il Donna ecco tuo figlio! Ecco tua luogo del Cranio detto in ebraico sto, il suo racconto si differenzia Madre! Nel donare questo nuovo Golgota, dove lo crocifissero con molto dalle versioni dateci dai compito si rivela in modo defialtri due ...Pilato compose anche tre Vangeli sinottici, Giovanni l’iscrizione e la fece porre sulla cro- nitivo l’amore di Gesù. Maria infatti descrive la crocifissione ce; vi era scritto: “Gesù Nazareno, insieme alla morte del Figlio è alla luce dell’esaltazione e della il re dei giudei”-. ...I soldati, quando morta anche lei come madre, glorificazione del Salvatore: se- poi ebbero crocefisso Gesù, presero ma è in quello stesso momento condo l’iscrizione scritta da Pi- le sue vesti e ne fecero quattro che Gesù le dona una nuova lato sul palo centrale della croce parti, una per ciascun soldato, e maternità e la rende madre del Gesù è il re dei giudei. Così di- la tunica. Stavano sotto la croce discepolo che Gesù amava, diviene il suo trono regale e con- di Gesù sua madre la sorella di sua scepolo in cui si identifica la tinua ad esservi riconosciuto e madre, Maria di Cleofa e Maria di Chiesa; così in Maria inizia la Magdala. Gesù allora vedendo la maternità della Chiesa di Cristo. proclamato re. Nel cammino verso la sua gloria madre e lì accanto il discepolo che Giunto alla fine della sua vita Gesù sale al Golgota e porta la egli amava, disse - Donna ecco tuo terrena Gesù ha sete” e dopo croce non perché ne è costretto, figlio!- poi disse al discepolo -Ecco aver ricevuto l’aceto sulle labbra ma come strumento privilegiato tua Madre. Dopo questo , sapendo esclama “tutto è compiuto”, redella sua opera di salvezza, come che ogni cosa era compiuta, disse clina il capo e morendo dona “Ho sete” posero perciò una spusegno del suo trionfo e della lo Spirito al Padre. gna imbevuta di aceto in cima ad sua sovranità. Solo compreso Gesù sulla croce muore di sete una canna e gliela accostarono questo noi possiamo guardare ma ci dona l’acqua che scaturialla bocca. E dopo aver ricevuto la croce con grande fede e capire l’aceto Gesù disse “Tutto è com- sce col sangue dal suo costato che essa è potenza, sapienza e piuto!” E chinato il capo, spirò... dopo il colpo inferto dalla lancia; vittoria di Dio; col crocifisso pos- vennero poi i soldati da Gesù e ve- da quell’acqua fonte dello Spisiamo vivere e gioire della sua dendo che era già morto, non gli rito e dal quel sangue inizia la gloria perché nella passione è spezzarono le gambe. Ma uno dei Chiesa che sarà guidata da Lui giunta la sua ora. soldati gli colpì il costato con la fino alla fine dei tempi. Terminato il faticoso e doloroso lancia e subito ne uscì sangue e La Chiesa esiste perché Gesù cammino Gesù viene spogliato acqua. Cristo dopo tre giorni è Risorto, (Dal capitolo 19, 17 e seguenti ed è sulla Resurrezione che si delle vesti e della tunica, vesti del vangelo di Giovanni). gioca il senso primo e ultimo che poi vengono divise tra i soldati in quattro parti, ma la della nostra fede e del nostro tunica resta intera; che significa tutto questo in- essere cristiani. torno a vesti coperte di sangue e di sudore? Gesù però non è risuscitato tornando alla vita di Molte e diverse sono le riflessioni su questo av- prima, ma è stato introdotto in una gloria, in una venimento, ma una cosa è sicura: Gesù sul Calvario vitalità che non possedeva, immensamente suha fondato la sua Chiesa, che pur divisa e lacerata periore a quella di prima. La Resurrezione è una nel corso dei tempi, è destinata a diffondersi in promozione dell’umanità di Gesù; ora il Cristo è tutto il mondo, per riunirsi come la tunica indivisa, fatto Signore, presente a tutta la storia; Gesù è tunica che sul Calvario diventa unità di quelle stato messo in trono come il primo dell’umanità, parti che divise si saldano col vincolo di carità. Risorto siede alla destra del Padre e noi siamo Gesù è ormai sulla croce ha compiuto la sua mis- destinati a far parte di questo traguardo definitivo sione, e il suo sguardo è rivolto alla Madre in Lui, con Lui e per Lui alla destra del Padre. sorretta dal discepolo, ed è in Maria sua Madre Buona Pasqua! Giovanna che si conclude la vita e la missione di Gesù, è

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Famiglia

I bambini di fronte alla morte Non esiste vita senza morte. Verità lapalissiana che non richiederebbe neppure di essere citata. Eppure, proprio la sua ineluttabile verità ce la rende invisibile. Come l’aria che respiriamo. Entrambe invisibilmente costituiscono quella tramatura su cui il resto si costruisce. C’è un livello oltre il quale il respirare male o il tenere il fiato diventa smettere di re-spirare, quindi spirare.

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gni giorno viviamo infinite separazioni che sono ri-separarsi in vista di un re-incontrarsi. Alcune sono piccole, come quando ogni mattina lascio casa per tornarci la sera, altre più importanti, significative o difficili, come un matrimonio o una migrazione. Una sola però lascia il segno come la morte. Tra le separazioni è quella definitiva. Per questo ha bisogno di riti. Tra i tratti che ci distinguono dagli animali, oltre all’opposizione pollice indice e al linguaggio verbale, abbiamo la cura dei morti: l’avere un rito che sostenga, accompagni e racconti la separazione perché non diventi dimenticanza. I riti però non bastano. Ognuno

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di noi arriva strutturato e preparato in modo diverso di fronte all’evento ineluttabile. Ci sono persone che riescono a far fronte al dolore riuscendo a guardarlo, a starci e a superarlo continuando a vivere e ritrovando la felicità, senza mai dimenticare; persone che negano l’accaduto fino a quando, non potendo più evitare la realtà, crollano e non riescono più a vivere; infine persone che si collocano tra questi due estremi con intensità differenti. Si è soliti dire che ci sono persone più “forti” e persone più “fragili” nell’affrontare le situazioni forti della vita. Sicuramente alcune caratteristiche personali possono predisporre in modo diverso: c’è chi è più razionale e chi è più emotivo. Accanto a queste caratteristiche “ereditate” vi sono però anche dimensioni di vita ed educative che incidono si-

gnificativamente, più di quanto non pensiamo, e che si trasformeranno in una grande risorsa nel momento del bisogno aiutandoci. Ogni separazione, accennavo più sopra, è una sorta di lutto. Ciò che a noi può apparire banale e scontato come il sapere che se chiudo gli occhi per dormire mi sveglierò la mattina dopo, per il bambino non lo è. Educare il bambino a sapersi separare, a saper lasciare andare le persone così come gli oggetti, è prepararlo a poter affrontare prove che nella vita non mancheranno. Allora imparare ad addormentarsi da soli nel proprio letto, lasciare il ciuccio, separarsi dai genitori, saper affrontare i compiti da soli, come anche darsi una ragione di fronte al gioco preferito che si rompe o a quello che non posso avere, inclusa la capacità di aspettare ciò che vorrei avere ma ora non posso ottenere, sono tutte abilità che insegnano al bambino che può farcela da solo, che può contare su se stesso, che oltre la delusione e il dolore c’è altra vita, ci sono altre occasioni. L’incontro con la morte è invitabile, e verrà affrontata con le esperienze vissute e con gli strumenti che con queste si saranno costruiti: potrà accadere perché muore l’animale di casa, perché muore un nonno, o perché a morire sarà il proprio genitore o il genitore di un amico1. Fondamentale sarà in quel momen-


Famiglia

to non nascondere quanto accaduto e neppure dire loro che sono troppo piccoli per capire. Anche questa sarà un’esperienza che gli insegnerà come vivere. C’è chi suggerisce di non nominare la parola morte. Nulla di più sbagliato. Fino alla metà del secolo scorso i bambini seguivano in corteo i funerali e alla fine ricevevano delle caramelle. Venivano educati alla presenza della morte, essa non era un tabù, nascosta e taciuta. Era una realtà di vita e l’avevano conosciuta prima che li toccasse in prima persona. Il problema è cosa dire ad un bambino2, quali parole utilizzare, come spiegare ciò che non sappiamo spiegare neppure a noi stessi. Occorre sapere che la letteratura sostiene che un bambino fino a tre anni è convinto che la morte sia un elemento reversibile non universale; egli assorbe gli stati d’animo delle persone che gli vivono vicino, assume quindi un ruolo fondamentale un adulto calmo e contenitivo per placare l’ansia del bambino. Tra i 4 e i 6 anni il bambino inizia a comprendere che la morte è irreversibile, anche se le cause possono essere imputate al pensiero magico, come l’aver pensato di non voler più vedere una persona. Possono comunque chiedere quando tornerà perché il concetto “per sempre” non è ancora comprensibile. Tra i 6 e i 9 anni comprende che la morte è irreversibile, definitiva e inevitabile; solo dopo gli otto anni inizierà ad accettarne l’universalità e a riconoscerne tra le cause non solo la vecchiaia. Tra i 10 e i 12 anni la morte è riconosciuta come processo biologico definitivo ed universale e viene compresa in tutti i suoi aspetti e risvolti; possono esserci

reazioni emotive anche molto forti e possono farsi carico di responsabilità che spettano agli adulti fino a nascondere deliberatamente il proprio dolore per proteggere gli altri membri della famiglia. Da questa età si

può iniziare ad avere un confronto verbale più chiaro ed onesto. Tra i 12 e i 14 anni siamo al confine tra il mondo infantile e quello adulto, e oltre i 14 anni il concetto di morte è assolutamente adulto.3 Nella scelta del

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Famiglia

linguaggio è quindi opportuno che tenere conto della possibilità di comprensione legata al diverso sviluppo in base all’età. Ci sono alcune cose che è bene non dire, soprattutto con i più piccoli, come “dorme per sempre”, perché potrebbe far nascere nel bambino il terrore di addormentarsi; oppure “è partito per un lungo viaggio” perché la partenza per un viaggio di altri familiari sarà vissuta con ansia oppure continuerà ad attenderne il ritorno; anche dire “è andato in cielo, o in Paradiso” potrà generare domande come “ma quando andiamo a trovarlo?”. Senza mentire, “si potrebbe dire Il viaggio “Il nonno, la mamma, o chicsul fiume", di Armin chessia non lo rivedremo in queBeuscher sta vita, ma i suoi insegnamenti, e Cornelia Haas, il suo ricordo vivranno con noi, Edizioni continueranno a esserci accanto Jaca Book, 2002 anche se in modo diverso, un 1

segno che andrà al di là della pura esistenza”. Oppure “La nonna continuerà a vivere con noi finché noi ne manterremo vivo il ricordo”. Oppure “Alcune persone credono che ci rivedremo tutti nell’aldilà, chissà, io non lo so, ma nel frattempo l’importante è mantener vivo il ricordo del nostro caro”.”4 Oltre a ciò che verrà detto, i bambini guarderanno quello che faremo. Nascondere integralmente il dolore potrebbe far pensare loro che non ci importi nulla, ma allo stesso modo una reazione troppo scomposta di dolore butterà il bambino nel baratro angoscioso che non ispira continuità di vita. Anche nel dolore è importante che passi un messaggio di speranza per la vita che continua, ad esempio facendo attenzione a non smettere di mangiare o dormire.

I bambini hanno strategie proprie per fronteggiare il dolore. Potrebbero chiedere di venire al funerale e, a meno che non si tratti di situazioni particolari in cui possano prevedersi scene di disperazione forti, è corretto lasciarli partecipare, magari accanto ad una persona che li sappia coccolare e rassicurare. La loro partecipazione potrebbe poi tradursi, secondo l’età, anche in voglia di giocare o di uscire. Lo stesso vale per le visite al cimitero. È corretto proporle al bambino senza mai forzarlo. Ci sono bambini che non desiderano andare a trovare il genitore al cimitero, questo non significa che lo stia dimenticando. Tra le paure che invece più spesso vengono verbalizzate anche dai bambini c’è la paura di dimenticare il volto, la voce, il profumo della pelle. I bambini, superata la fase acuta, hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a ripensare un futuro, soprattutto se è mancata una persona cui erano molto legati. Nulla sarà mai più come prima. Questa è una verità da dire. Al tempo stesso però, per un domani diverso da come lo si era immaginato e dato per scontato, occorre dare da un lato speranza, dall’altro lato sostegno per immaginare ad affrontare situazioni che accadranno e che, soprattutto se a mancare è stato un genitore, verranno vissute sentendosi diversi da tutti gli altri5. Simona Colpani

C’è anche la morte di se stessi. Ma questo argomento porterebbe a considerazioni in parte diverse. Un conto è lasciare, altro è venire lasciati. 2 Un libro per l’infanzia che a mio avviso può aiutare ad affrontare il tema della morte è “Il viaggio sul fiume” di A. Beuscher e C. Haas, edizioni Jaka Book 3 F. Campione, La domanda che vola, EDB editore e E. Simonetta (a cura di), Esperienze traumatiche di vita in età evolutiva. EMDR come terapia, ed. Franco Angeli 4 Da un’intervista a Fulvio Scaparro sul sito www.nostrofiglio.it 5 un testo che potrebbe aiutare adolescenti e ragazzi che hanno subito la perdita di una persona cara è D. Schuurman, Mai più come prima, Armando Editore.

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Per comprendere bene cos’è la Pasqua cristiana, occorre necessariamente dare uno sguardo alle nostre radici che affondano nell’esperienza di un popolo, quello ebraico...

Il Triduo Pasquale Con i suoi riti e celebrazioni, costituisce per i cristiani il cuore della liturgia come memoriale della Passione, morte e Risurrezione di Cristo, che è il culmine di tutto l’anno liturgico. Con il termine si fa riferimento ai tre giorni precedenti la Domenica di Pasqua. Secondo il Rito Cattolico Romano il Triduo ha inizio con i Vespri del Giovedì Santo e la celebrazione della Messa in Coena Domini e si conclude con i Vespri del giorno di Pasqua. Pasqua e vita Qualche tempo fa, una donna slovacca pose la famosa domanda retorica ad una bambina, su chi fosse nato per primo: l’uovo o la gallina? La piccola, con grande semplicità di spirito e di mente esclamò: « due uova!». La sorprendente risposta della bimba, qualche tempo dopo, appariva in un libro pubblicato da una giovane scrittrice che argomentava sul grande mistero della vita. Quest’aneddoto, ci aiuta a comprendere la portata di significato antropologico e cristologico di cui

si fa carico proprio uno dei simboli più diffusi ed apprezzati della Pasqua: l’uovo pasquale. Dipinto o intagliato, di cioccolato o di zucchero, di terracotta o di cartapesta, in ogni parte del mondo l’uovo è parte integrante della ricorrenza pasquale. Simbolo della vita nascente sin dai tempi antichi, l’uovo veniva scambiato in occasione delle feste primaverili, quale simbolo della fertilità e dell’eterno ritorno della vita. Gli antichi romani usavano seppellire un uovo dipinto di rosso nei loro campi, così da propiziarsi un buon raccolto. Per questo,

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anche in occasione della Pasqua cristiana è presente  l’uovo. Esso è dono  augurale, che ancora una volta è simbolo di  rinascita per la vita eterna, ma questa volta non della natura bensì dell’uomo stesso, della resurrezione di Cristo: il guscio è simbolo della tomba dalla quale Cristo uscì vivo. Questa simbologia che ritroviamo diffusamente nelle culture dei popoli, ci aiuta allora a comprendere il legame intrinseco esistente tra la celebrazione del mistero Pasquale e il mistero della vita. Comprendere e vivere con partecipazione attiva le celebrazioni Pasquali equivale a prendere più consapevolmente coscienza del mistero stesso della vita, fatta di contraddizioni, fatiche, pene e sofferenze che, a volte, la rendono insopportabile; ma anche una vita fatta di speranze, gioie, soddisfazioni e solidarietà capaci di renderla felice ed appassionante. Entrare nella liturgia di Pasqua è entrare nel mistero della vita stessa offerta come dono per partecipare all’esperienza dell’esistenza. La Chiesa, che celebra la Settimana Santa, dalla domenica delle palme al lunedì di Pasqua attraverso la straordinaria ricchezza liturgica delle celebrazioni e dei riti rende presente Cristo tra gli uomini. Ciascuno di noi, vivendo a pieno questa esperienza religiosa riprende coscienza di se stesso, della propria identità di uomo o donna, di figlio di Dio amato dal Padre, di battezzato in Cristo che appartiene ad un popolo chiamato a salvezza. La luce di Cristo risorto la notte di Pasqua, costituisce per ciascuno di noi l’orizzonte di una nuova vita che comincia, in attesa di quella definitiva che ci attende nel Regno dei Cieli. La Pasqua del Signore è anche occasione preziosa per fortificare la nostra fede cristiana, spesso vacillante di fronte alle numerose sfide del mondo secolarizzato. Anche qui facciamo esperienza di fede più volte professata ad alta voce durante le Messe domenicali ma che manifestiamo in modo più solenne durante la liturgia della Veglia pasquale, che ci introduce alla Domenica di Risurrezione. La Pasqua è appello a vivere il Battesimo in profondità, a non essere solo dei cristiani iscritti nel

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libro parrocchiale che registra la nostra venuta alla fede. Quel primo fondamentale incontro con il Cristo morto e risorto, nel quale noi veniamo consacrati per essere, re, sacerdoti e profeti, va rivissuto quotidianamente mediante scelte di vita e di risurrezione. Ed è proprio la fede nella risurrezione di Cristo e della nostra risurrezione che ci impone scelte radicali per la vita oltre la vita. I cristiani non possono, né devono essere uomini della “morte”, del buio, del nulla, del disfattismo, ma uomini della speranza, della ricerca della risurrezione, della promozione della cultura della vita nonostante le continue realtà di morte che si presentano giornalmente attorno a loro. La Pasqua cristiana Per comprendere bene cos’è la Pasqua cristiana, occorre necessariamente dare uno sguardo alle nostre radici che affondano nell’esperienza di un popolo, quello Ebraico. Cristo era un ebreo, questo noi lo dimentichiamo, per cui tutto quello che lui ha vissuto, l’ha vissuto da ebreo, attraverso le tradizioni dei suoi padri. La nostra stessa Eucarestia che viviamo ogni domenica e che per il cristiano è una nuova Pasqua, ha le sue radici nell’ultima cena vissuta da Gesù con gli apostoli, prima della sua Passione. Le radici ebraiche della Pasqua cristiana La Pasqua ebraica, chiamata  Pesach, celebra la liberazione degli Ebrei dall’Egitto grazie a Mosé e riunisce due riti: l’immolazione dell’agnello e il pane azzimo. La parola ebraica pesach significa “passare oltre”, “tralasciare”, e deriva dal racconto della decima piaga, nella quale il  Signore  vide il sangue dell’agnello sulle porte delle case di Israele e “passò oltre”, colpendo solo i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone (Esodo 12, 21-34). La Pesach indica quindi la liberazione di Israele dalla schiavitù sotto gli  egizi  e l’inizio di una nuova libertà con Dio verso la terra promessa. Gli ebrei che vivono entro i confini dell’antica Palestina celebrano la Pasqua in sette giorni. Du-

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distrutti i nostri peccati sul legno della Croce di Cristo simboleggiato anche dalle acque del battesimo dove siamo stati immersi insieme con Lui; loro risalendo sani e salvi sulla sponda opposta del mar Rosso, noi risorgendo insieme con Cristo ad una vita nuova nella quale siamo stati liberati gratuitamente dalle nostre colpe grazie a Lui e nella quale possiamo finalmente amare il nostro prossimo.

rante la festa gli ebrei devono astenersi dal consumare pane lievitato e sostituirlo con il pane azzimo, come quello che consumò il popolo ebraico durante la fuga dall’Egitto; per questo motivo la Pasqua ebraica è detta anche ‘festa degli azzimi’. La Pasqua con il Cristianesimo ha acquisito un nuovo significato, indicando il passaggio dalla morte alla vita per Gesù Cristo e il passaggio a vita nuova per i cristiani, liberati dal peccato con il sacrificio sulla croce e chiamati a risorgere con Gesù. La Pasqua cristiana è quindi la chiave interpretativa della nuova alleanza, concentrando in sé il significato del mistero messianico di Gesù e collegandolo alla Pesach dell’Esodo. Perciò, la Pasqua cristiana è detta Pasqua di risurrezione, mentre quella ebraica è Pasqua di liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Quindi anche per noi cristiani la Pasqua è un passaggio, un passaggio dalla morte causata dal peccato alla nuova vita da risorti insieme con Cristo, una nuova simbologia ad immagine del passaggio dalla schiavitù alla libertà del popolo ebraico: loro attraverso le acque del mar Rosso, noi attraverso le acque del battesimo; loro vedendo morti i loro nemici alla chiusura delle acque, noi vedendo

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La Settimana Santa: dalla domenica delle Palme al lunedì di Pasqua Nella Settimana santa si celebrano i misteri di salvezza compiuti da Cristo negli ultimi giorni della sua vita, a cominciare dal suo ingresso messianico nella città di Gerusalemme. La Settimana santa inizia con la Domenica delle Palme e della passione del Signore, che unisce insieme il trionfo di Cristo – acclamato come Messia dagli abitanti di Gerusalemme e oggi nel rito della processione delle palme dai cristiani – e l’annuncio della passione con la proclamazione del racconto evangelico nella Messa. I rami di ulivo non sono un semplice oggetto benedetto, ma il segno gioioso della partecipazione al rito della processione, espressione della fede della Chiesa a Cristo, Messia e Signore che va incontro alla morte per la salvezza di tutti gli uomini. I giorni fino al giovedì santo appartengono al tempo quaresimale, ma sono caratterizzati dagli ultimi eventi della vita del Signore. Il Giovedì santo, in ogni comunità diocesana il Vescovo celebra insieme col proprio presbiterio la Messa crismale, nella quale vengono benedetti gli olii: l’olio dei catecumeni, quello dei malati e il sacro Crisma. Alla sera si fa memoria dell’Ultima cena con l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio. La «lavanda dei piedi» ricorda che, con questo gesto compiuto da Gesù nel cenacolo, egli ha anticipato il sacrificio supremo del Calvario, e ci ha lasciato come nuova legge il suo amore. Secondo una pia tradizione, dopo i riti della Messa «in coena Domini», i fedeli sostano in adorazione


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davanti all’Eucaristia sino a notte inoltrata. È una veglia di preghiera singolare, che si collega all’agonia di Cristo al Getsemani. Il Venerdì santo la Chiesa fa memoria della passione e della morte del Signore. L’assemblea cristiana è invitata a meditare sul male e il peccato che opprimono l’umanità e sulla salvezza operata dal sacrificio redentivo di Cristo. La Parola di Dio e alcuni suggestivi riti liturgici, come l’adorazione della Croce, aiutano a ripercorrere le varie tappe della passione. Inoltre, la tradizione cristiana ha dato vita, in questo giorno, a varie manifestazioni di pietà popolare. Fra queste spiccano le processioni penitenziali del Venerdì santo e il pio esercizio della «Via Crucis», che fanno meglio interiorizzare il mistero della Croce. Un grande silenzio caratterizza il Sabato santo. Non sono, infatti, previste particolari liturgie in questo giorno di attesa e di preghiera. Nelle Chiese tutto tace, mentre i fedeli, imitando Maria,

si preparano al grande evento della Risurrezione. La notte del Sabato santo ha inizio la solenne Veglia pasquale, la «madre di tutte le veglie». Dopo aver benedetto il nuovo fuoco, viene acceso il cero pasquale, simbolo di Cristo che illumina ogni uomo, e risuona gioioso il grande annuncio dell’Exsultet. La Comunità ecclesiale, ponendosi all’ascolto della Parola di Dio, medita la grande promessa della definitiva liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte. Seguono i riti del Battesimo e della Confermazione per i catecumeni, qualora ce ne fossero. L’annuncio della risurrezione irrompe nel buio della notte e l’intera realtà creata si ridesta dal sonno della morte, per riconoscere la signoria di Cristo, come sottolinea l’inno paolino: «Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Geù Cristo è il Signore» (Fil 2, 10-11) Buona Pasqua! diacono Fabio

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Ramera

Parrocchia S. Michele Arcangelo e Madonna del Carmine

L’Oratorio, anche senza Curato,

va curato! Che l’Oratorio abbia il Curato non dipende da noi, ma che sia curato sì!

P

ercorso che l’Equipe pastorale di accompagnamento verso l’Unità pastorale sta facendo dallo scorso novembre. È composta da nove persone: cinque laici, un diacono, tre preti. Martedì 23 febbraio abbiamo coinvolto alcuni giovani ed adulti, volontari, educatrici ed educatori, genitori, nella convinzione, che sapevamo da loro sottoscritta, che l’Oratorio e la pastorale giovanile vanno accuratamente seguiti: per condividere riflessioni circa la salute dei nostri Oratori di Ponteranica ed alcuni sogni. La cura che vogliamo continuare a dedicare alla pastorale giovanile è un insieme di azioni, le quali manifestano prossimità, vicinanza, amore nei confronti di persone, situazioni, esperienze. Nel nostro contesto sociale e culturale viviamo tutto di corsa, freneticamente, prevale il fast-food, siamo connessi con tutto, senza sentirsi mai di appartenere veramente a qualcuno o a qualcosa. Pertanto l’espressione “prendersi cura” è a suo modo scandalosa, sovversiva. Per prendersi cura occorre dare tempo, significa creare legami, accompagnare. Spesso immaginiamo pure l’educazione insieme di azioni “da fare”, quasi che per magia, per il fatto stesso di essere realizzate, producano il risultato sperato; salvo riconoscere che è “la cura” con cui

Diocesi di Bergamo UPEE (Ufficio per la Pastorale dell’Età Evolutiva)

Gli Oratori e la loro regia La realtà è cambiata e chiede di cambiare. Qualche dato: Parrocchie: 389 (340 parrocchie ed 11 Unità Pastorali) - Oratori: 271

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agiamo e parliamo a fare la differenza. L’educazione è un’arte. “È cosa del cuore” affermava don Bosco. Proprio perché è “saper fare”, è curare le relazioni. È porre al centro non le iniziative bensì le persone. L’Oratorio vuole essere luogo dove i ragazzi ed i giovani sentono di importare a qualcuno. Perciò occorre insieme che ci sia qualcuno che curi il senso di ciò che viene proposto, poiché non basta che una iniziativa sia realizzata “in Oratorio” per essere buona. Chi ha curato sino ad ora l’Oratorio? Nel passato preti, suore, adulti e giovani che in quel momento della loro vita vi hanno dedicato corpo ed anima. Ed ora? Adesso ci è chiesto di interrogarci seriamente su come una comunità cristiana può oggi prendersi cura del proprio Oratorio, affinché non sia contenitore di tutto e del suo contrario o conquista di alcuni. Adesso, in un momento storico in cui non ci sono più preti giovani per i nostri Oratori, ci è chiesto di essere non soltanto spettatori o fruitori più o meno soddisfatti, bensì ttori responsabili del Progetto educativo da condividere il più possibile; ci è chiesto di trovare altre forme affinché tale cura non venga meno.

Preti: 800 - Curati: 67 (nel 2005: 124) Nel 2016: 14 preti avranno 75 anni; Nel 2016: nessuna ordinazione di preti. “Nel passato l’impegno educativo era affidato soprattutto a preti e religiose. Oggi, più che mai, tutta la comunità cristiana si sente re-

sponsabile dell’educazione delle nuove generazioni e si deve impegnare nella formazione e nel sostegno di laici impegnati nella testimonianza educativa, in forza del compito missionario di ogni battezzato” – mons. Roberto Amadei (n° 368 delle Costituzioni del 37° Sinodo della Chiesa di Bergamo, anno 2007). “Ricerchiamo forme nuove non


soltanto di proposta, ma anche di gestione delle responsabilità, privilegiando quelle di indole comunitaria, espressione di una connotazione dei nostri Oratori, sentiti da sempre espressione della comunità intera” – mons. Francesco Beschi (dalla lettera pastorale Donne ed uomini capaci di carità – anno pastorale 2015-2016). QUESTIONE EDUCATIVA Come si educa? Ossia: Quale metodo educativo oggi? Ma soprattutto: Chi educa? CHI SI ASSUME LA RESPONSABILITA’?

LE QUESTIONI IN GIOCO OVVERO: È SOLTANTO QUESTIONE DI POCHI PRETI? QUESTIONE ECCLESIALE: le vocazioni presbiterali: punto di partenza! Il governo del territorio (le Unità pastorali): da non sottovalutare! La corresponsabilità dei laici: fondamentale! QUALE MODELLO DI CHIESA? QUESTIONE GESTIONALE: l’uso delle strutture; la manutenzione delle strutture. CHI FA CHE COSA?

Mi dai una mano? CHE COSA FARE? Lavorare per una mentalità ed uno stile corresponsabile capace di progettualità ed educazione. Esistono già alcuni luoghi deputati a questo e sono sufficienti se in grado di assumersi la responsabilità dell’Oratorio: Consiglio pastorale Parrocchiale; Consiglio dell’Oratorio; Se questi luoghi non ci sono oppure non sono nelle condizioni di assumersi la responsabilità dell’Oratorio: Equipe educativa.

Ramera

Parrocchia S. Michele Arcangelo e Madonna del Carmine

COSA È L’EQUIPE EDUCATIVA? La nuova istituzione di pastorale giovanile con la responsabilità di tenere vivo l’annuncio del Vangelo alle giovani generazioni, avendo a cuore la questione progettuale ed educativa in oratorio. CON QUALE MANDATO? Il mandato operativo viene conferito attraverso chiamata personale del don e riconoscimento da parte di tutta la comunità; L’oratorio riguarda la comunità. DA CHI È FORMATA? 1.Parroco e/o curato; 2. responsabili settori vita Oratorio; 3. Genitori; 4. Insegnanti di religione delle scuole; 5. Adulti competenti ed appassionati in campo educativo. L’equipe educativa Gruppo di persone adulte (6 o 7 al più), scelte dal parroco e/o curato, per responsabilità di alcuni anni in Oratorio, vista la loro passione disponibilità e competenza. QUALI COMPITI? Mantenere il legame tra oratorio

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Ramera

Parrocchia S. Michele Arcangelo e Madonna del Carmine

e comunità; Elaborare, condividere, attuare e verificare il progetto educativo dell’Oratorio; Ricercare e promuovere alleanze educative interne ed esterne alla comunità cristiana. QUALI AZIONI CONCRETE? 1. Analizzare bisogni e risorse dell’oratorio; 2. Sviluppare una visione a 360 gradi; 3. Elaborare il calendario annuale; 4. Promuovere iniziative aggregative e formative; 5. Affrontare le esigenze educative quotidiane; 6. Individuare risorse da coinvolgere; 7. Collaborare con professionalità retribuite in particolari esigenze;

PER CONCLUDERE... “La DIS-Grazia della sempre più frequente mancanza di curati e suore si converta allora in Grazia, generando e liberando forme di responsabilità e di regia nuove. Che sappiano esplicare con più compiutezza e consapevolezza le priorità degli oratori di oggi e del futuro”. QUALI TAPPE CONCRETE PER LA COSTIRUZIONE DELL’EQUIPE EDUCATIVA? 1. Percorso comunitario (luogo ecclesiale ed educativo) e sulle forme di regia oggi possibili; 2. Individuazione dei componenti, tenendo presente requisiti e compiti dell’equipe; 3. Chiamata personale da parte del don; 4. Percorso formativo per la futura

equipe; 5. Mandato comunitario che costituisce l’equipe educativa; 6. Progettazione condivisa sull’Oratorio. “La strada che con convinzione vi indico è condivisione sempre più perseguita ed incarnata: tra preti, preti e laici, laici e religiosi lì dove sono presenti. “Mai da soli” potrebbe essere lo slogan ed il motto, ma più seriamente deve essere l’orizzonte entro il quale si distingue l’esperienza oratoriana che nella nostra terra è frutto della vita delle comunità parrocchiali. Su questa prospettiva immagino l’equipe educativa dell’oratorio, non solo là dove non vi è il curato o non vi sarà, ma in ogni Oratorio. a cura di don Flavio

Presentazione del bilancio della parrocchia -’anno 2015

La parrocchia della Ramera ed i soldi

R

endere pubblico il bilancio è anzitutto atto di gratitudine. È specie di piccolo convinto monumento alla generosità. Ciò che capita pure nella nostra parrocchia è una costruzione a suo modo straordinaria della gratuità: una maniera di parlare di una “Grazia”. I ringraziamenti alle tante donne collaboratrici ed ai tanti uomini collaboratori è priorità assai convinta e praticata. È pure una verifica che la comunità fa. Con un po’ di tremore, di una testimonianza - certo incoerente - al Vangelo: il quale ama essere servito poveramente e sobriamente. È gesto di rispetto e collaborazione con la società civile: a modo loro i cristiani di una parrocchia partecipano, con ciò che fanno, all’impresa comune. Ciò avviene attraverso il pagamento delle tasse, la fatturazione delle spese, il pagamento dei lavoratori.

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La parrocchia è una realtà complessa. Comunità di cristiani legati alle case di un paese, essa dà corpo alla testimonianza del Vangelo: il corpo è trasparente e a volte opaco; talvolta schietto, talvolta ingannatore. Leggerezza e pesantezza del corpo: una parrocchia deve continuamente pesarsi e guardarsi allo specchio. È una realtà spirituale: una fraternità che si forma attorno alla Parola di Dio ed all’Eucaristia. Ma è realtà che ha mani, bocca, gambe: fa tutta una serie di attività di formazione, cultura, volontariato, ricreazione. Per questo occupa uno spazio, utilizza strutture e mezzi: per fare un esempio, per le sue attività usa il gas, l’acqua, l’energia elettrica. E queste cose hanno un costo. Ciò non è più ovvio. È sempre più faticoso far capire questo. “La chiesa è ricca” pensano in tanti. “Faccio beneficenza, devo usare le strutture della parrocchia gratuitamente”, dicono altri. Gli edifici nella loro


Parrocchia S.Michele Arcangelo e Madonna del Carmine

Rendiconto anno 2015 CONTO ECONOMICO CONTO ECONOMICO ENTRATE OFFERTE ORDINARIE

USCITE 20.839,95

ACQUISTO BENI

OFFERTE SACRAMENTI

5.460,00

ACQUISTI-COSTRUZIONI IMMOBILI

OFFERTE CANDELE

4.616,10

MANUTENZIONE ORDINARIA

OFFERTE STRAORDINARIE

58.777,01

MANUTENZIONE STRAORDINARIA

ATTIVITÀ ORATORIALI - ENTRATE

42.099,76

ASSICURAZIONI

ATTIVITÀ PARROCCHIALI - ENTRATE

24.901,34

INTERESSI PASSIVI E SPESE BANCA

CONTRIBUTI DA ENTI DIOCESANI CONTRIBUTI DAL COMUNE INTERESSI ATTIVI

4.988,75 53.963,44 3.125,30 246,22 11.971,65

3.379,85

SPESE UFFICIO E CANCELLERIA

1.881,38

SPESE VARIE

40.315,29

REMUNERAZIONE PARROCO

CINETEATRO - ENTRATE

14.350,54

REMUNERAZIONE VICARIO

284.677,20

SPESE ORDINARIE DI CULTO

205,28 3.840,00 800,00 4.282,42

BUONA STAMPA-ENTRATE

5.580,00

ATTIVITÀ ORATORIALI-USCITE

29.134,37

ENTRATE STRAORDINARIE

2.283,88

ATTIVITÀ PARROCCHIALI - USCITE

16.932,68

BAR - USCITE

51.603,35

CINETEATRO - USCITE

13.090,92

SCUOLA MATERNA - USCITE

disavanzo d'esercizio 2015 sitazione positiva anno 2014 sitazione positiva anno in corso 2015

507.314,39

303.225,11

BUONA STAMPA-USCITE

8.457,28

TRIBUTI VS. CURIA

4.314,00

IMPOSTE E TASSE

2.240,50

USCITE STRAORDINARIE

TOTALE RICAVI

!

17.689,99

SPESE ELETTR.,ACQUA, TELEF.

BAR - ENTRATE

SCUOLA MATERNA - ENTRATE

1.307,45

33,20

0,27

TOTALE COSTI

Ramera

Parrocchia S. Michele Arcangelo e Madonna del Carmine

3.452,95

536.753,04

-29.438,65 88.327,86

58.889,21

manutenzione ed utilizzo chiedono soldi. Un del CPAE. Abbiamo avuto la ratifica. Presentazione del bilancio della parrocchia -’anno gruppo di persone volontarie era stato creato Sintesi: Bilancio 20152015 in attivo; risparmio: per dare in prestito strutture La della comunitàdella parola d’ordine; manutenzione degli immobili parrocchia Ramera ed i soldi parrocchiale. esistenti; sforzo di evitare qualsiasi spreco; riRendere pubblico il bilancio è anzitutto atto di gratitudine. È specie di piccolo convinto In una parrocchia i soldi hanno tre finalità: sospetto per il lavoro volontario generosissimo di monumento alla generosità. stenere le pratiche culto, permettere iniziative tante donne ed uomini; in futuro: investire Ciò chedi capita pure nella le nostra parrocchia è una costruzione a suo modo straordinaria della di apostolato e di evangelizzazione, aiutare i risorse sulla educazione dei giovani e pertanto gratuità: una maniera di parlare di una “Grazia”. I ringraziamenti alle tante donne collaboratrici ed ai poveri. formazione degli educatori. tanti uomini collaboratori è priorità assai convinta esulla praticata. In febbraio è stata consegnata al protocollo Il CPAE della Ramera della Curia del Vescovo la domanda di rinnovo

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Il perdono e il paradiso al «buon ladrone»... Pasqua 2016

N

el clima dell’Anno santo della misericordia, tra i gesti compiuti da Gesù nel momento culminante della sua Passione sul Calvario, emerge più nitidamente il perdono straordinario, estremo, incondizionato ad uno dei malfattori crocifissi con lui, noto come «il buon ladrone», che, quasi fuori tempo massimo, prega il Signore crocifisso perché, una volta entrato nel suo regno, si ricordi di lui.

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Il “buon ladrone” Personaggio di primo piano nel vangelo di Luca, egli è la figura più singolare tra i peccatori, il pentito che ottiene non solo il perdono estremo ma addirittura il paradiso come corollario di un dono offerto con immediatezza ... esagerata. Celebrato dai Padri della Chiesa - e citato dai vangeli apocrifi con il nome Disma -, ha avuto nei secoli immensa consonanza di simpatia con una schiera infinita di cre-

denti. Sicuramente è l’unico santo canonizzato da Cristo stesso e venerato dalle Chiese cattolica (25 marzo) e ortodossa (23 marzo). L’episodio è riportato solo da Luca (23, 39-43), «l’evangelista della misericordia» secondo l’incisiva definizione di Dante, autore della Divina commedia. Tra i due condannati eretti in croce assieme al Nazareno si svolge un dialogo drammatico.


Le parole beffarde e la stupenda invocazione L’uno, beffardo, sfida Gesù: «Sei o non sei il Cristo? E com’è che non sei capace di salvare dal supplizio te stesso e neppure noi?». L’altro, il buon ladrone, riprende con forza il compagno per la cattiveria delle parole. Loro due sì che si sono macchiati di sangue e stanno subendo giustamente la pena capitale per il delitto compiuto, «mentre lui ha fatto nulla di male». Alla fine della corsa di una vita che sta finendo sul patibolo, quest’uomo fa il malinconico bilancio dell’esistenza sprecata. Sull’abisso della morte non ci si può più ingannare: quale differenza tra un’esistenza intrisa di odio e una vita intessuta di amore, che forse non ha conosciuto e nemmeno praticato! Quale liberazione sentire Gesù morente che chiede al Padre di perdonare coloro che l’hanno crocifisso «perché non sanno quello che fanno»! Parole che danno fiducia. Incredibile messaggio di gioia! Allora anche per lui c’è speranza: sulle sue labbra fiorisce la stupenda invocazione: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno». La voce di Gesù La risposta del Signore è simile a una vampata di smisurata benevolenza: «Oggi sarai con me nel paradiso». Il paradiso. Parola di origine persiana (significa “giardino”, “luogo di delizia”), che allude a maestosi palazzi reali circondati da parchi lussureggianti, essa fa riferimento alla pagina biblica, del “paradiso dell’Eden” da cui Adamo ed Eva furono cacciati dopo il peccato delle origini e nel quale ora, per la redenzione operata da Cristo, l’uomo può sperare di ritornare. Ma, prima ancora,

nella frase pronunciata da Cristo, c’è il termine “oggi” che segna il tempo della salvezza, l’offerta immediata del perdono, l’urgenza della misericordia che sgorga dalla croce e che diventa suprema, perenne consolazione in Dio. In realtà l’atto estremo di Gesù per “il buon ladrone” è gesto d’amore e liberazione, posto a sigillo della sua vita tutta consacrata al perdono dei peccatori ed alla tenerezza specialmente verso gli ultimi ed i reietti della società. La giustizia divina non ha i parametri di quella degli uomini ma è intessuta dai fili della misericordia che estingue radicalmente il male fin dalle radici; così, mentre i capi del popolo, i soldati e l’altro ladrone attendono solo un gesto di riscatto fisico e spettacolare, Gesù offre invece salvezza definitiva ed integrale che strappa per sempre la creatura umana dalla morte. Tutto l’episodio mette in luce che il destino di ogni uomo è nelle mani della sua libertà: egli può scegliere la deriva dell’angoscia che deride, come fa il primo ladrone, oppure la forza della fiducia nel Signore, come il secondo. Bestemmia o supplica; buio della disperazione o luce di speranza. Il rilievo decisivo e centrale di questo racconto lucano è comunque che Gesù fa l’ingresso nel Regno di Dio assieme al “buon ladrone”, anzi ad ogni peccatore che si converte. I commenti Tra le molte suggestioni dei Padri della Chiesa ne riportiamo alcune tra le più significative. S. Agostino (IV secolo) scrive (Enarr. in Ps 34, sermo 2, n.1): «Erano in tre appesi alla croce:

uno il Salvatore, l’altro colui che si sarebbe salvato e l’altro ancora chi si sarebbe dannato: per tutti la stessa pena, ma causa diversa». S. Giovanni Crisostomo (IV secolo) esprime la sua sorpresa in questi termini: «Questo ladrone ha rubato il paradiso. Nessuno prima di lui ha mai sentito simile promessa ... né Abramo, né Isacco, né Giacobbe, né Mosè, né i profeti, né gli apostoli: il ladrone entrò prima di tutti loro: Ma anche la sua fede oltrepassò la loro: egli vide Gesù tormentato e lo adorò come se fosse nella gloria. Lo vide inchiodato ad una croce e lo supplicò come fosse stato in trono. Lo vide condannato e gli chiese una grazia come a un re. O ammirabile ladrone! Hai veduto un uomo crocifisso e lo proclamasti Dio».

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Sant’Ambrogio (IV secolo), nel commento al passo del Vangelo di Luca, annota: «Disma chiese a Gesù solo che si ricordasse di lui. Nella sua umiltà si credette indegno di chiedere di più. Ma Gesù sorpassò la preghiera e gli concesse molto di più della domanda, perché Nostro Signore concede sempre più di quanto gli si chiede». Giacomo Bossuet (illustre predicatore e teologo francese del XVII secolo) commenta: «Oggi: che prontezza! Con me: che compagnia! In paradiso: che riposo!». Il bell’annuncio di primavera Il perdono ed il Paradiso al “buon ladrone” sono il lieto annuncio della primavera dello spirito, l’inizio di un mondo nuovo. Per tutti. A cura di don Oliviero Giuliani

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Ramera

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Famiglie in gruppo...

L

a pastorale delle famiglie, fortemente consigliata dai Vescovi italiani, pure nella nostra parrocchia si è incrementata con la buona volontà di coniugi che hanno a cuore la formazione nella fede di tutte le famiglie. Così, nell’estate 2014, ad Assisi, abbiamo continuato questa bellissima avventura iniziata tanto tempo fa. E’ importante sottolineare in questa sede che si tratta di un Gruppo famiglie, però per nulla chiuso bensì assolutamente aperto a tutti. Forse la denominazione “Gruppo” non rende bene l’apertura cattolica di tale esperienza, la quale essendo cristiana si apre convinta ad ogni partecipazione rispettosa delle sue finalità. Durante un incontro delle famiglie, abbiamo voluto conoscere le valutazioni positive e negative di tale essenziale accompagnamento delle famiglie. Di seguito li proponiamo poiché possono far capire ciò che stiamo vivendo. Il Gruppo famiglie della Ramera con don Flavio. COSA CI PIACE - La cura con cui si prepara ogni cosa - Visitare posti nuovi - Condividere il tempo con amici - Cantare canzoni nuove - Mangiare tutto - Ridere e divertirsi - Imparare dagli altri - Dormire in posti nuovi - Stare in compagnia

- Fare una colazione abbondante - Viaggiare - Camminare nella natura - Viaggiare con il vaporetto - Conoscere il significato di alcune opere d’arte - Stare insieme - Stare con la mia famiglia - Fare le scenette - Il clima sempre sereno fra di noi - Riflettere sulle nostre azioni - Affrontare con entusiasmo le proposte - Tutti vengono accettati e accolti - Stare in famiglia con altre famiglie - Vivere i nostri momenti con uno sguardo di fede - La condivisione - C’è sempre armonia - Ci abbiamo creduto e ci siamo messi in gioco - Ci divertiamo stando insieme, come Gesù ci ha insegnato - Semplicità non scontata nei momenti condivisi - Fiducia e accoglienza di quello che viene proposto - Opportunità di dedicarsi tempo per sé stessi e la famiglia aperta verso altre famiglie; - La capacità di accogliere le nuove famiglie partecipanti anche per una sola iniziativa - Trovano spazio piccoli e grandi - Carica batteria con un filo conduttore - Bello vedere come i nostri figli stanno con le altre famiglie. Il Gruppo Famiglie della Ramera con don Flavio

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Anagrafe

HANNO RICEVUTO IL BATTESIMO

Sono tornati alla casa del Padre

Gemma Signorelli Anni 85 † 2 febbraio 2016

Giovanni Secci Anni 95 † 3 febbraio 2016

Gino Barachetti Anni 82 † 9 febbraio 2016

Lucia Verzeri Anni 86 † 9 marzo 2016

Alfonsa Scarpellini Anni 85 † 29 febbraio 2016

Maristella Casati Anni 87 † 6 marzo 2016

A PONTERANICA

21 febbraio 2016 Giuditta Rizzini di Gianandrea e Chiara Acerbis

Telefonare a: don Sergio 035 57 18 67; sagrista 338 67 20 902; don Flavio 035 57 11 40; segreteria 035 57 57 89 19


Ponteranica e Rosciano

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano Parrocchia di SS. Alessandro e Vincenzo in Ponteranica

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Vita della Comunità La raccolta dei viveri per il Centro di primo ascolto vicariale e l’educazione alla carità

di viveri. Come sempre dobbiamo ringraziare i ragazzi, le famiglie, gli adulti che contribuiscono a questa iniziativa, e chi li accoglie donando generosamente qualcosa. Contestualmente alla raccolta alcuni gruppi dei ragazzi della catechesi si sono recati in visita al Centro di Primo Ascolto dove hanno visitato i locali, incontrato i volontari che vi operano, conoscendo così questa importante realtà caritativa delle nostre parrocchie. Altri gruppi, sempre con l’intento di conoscere questo ambito della Chiesa di Bergamo, stanno incontrando i volontari della Caritas Diocesana di Bergamo.

IL COMITATO GENITORI DELLA SCUOLA i primi di febbraio anche DELL’INFANZIA quest’anno abbiamo orga- “SAN PANTALEONE” nizzato la raccolta di viveri per il C’è un gruppo genitori che si CPAV ove confluiscono le persone impegna per rendere più bello e le famiglie bisognose di aiuto e gradevole il periodo che i bimbi di tutta la nostra zona. Volontari e le famiglie trascorrono nella piccoli e grandi, con numerose nostra Scuola dell’Infanzia Parauto, hanno battuto a tappeto tutto il territorio, suonando alle case per chiedere chi volesse contribuire all’iniziativa. Una volta giunto in oratorio tutto il materiale è stato verificato nelle date di scadenza, smistato e organizzato per genere, quindi pesato e inscatolato, pronto ad essere consegnato al centro. Abbiamo raccolto oltre 6 quintali

A


rocchiale. È organizzato nel “comitato genitori”, è un gruppo volontario ed organizza attività

ricreative, banchi vendita per la raccolta di fondi e il sostegno a progetti formativi per i bimbi e i genitori, il “Materninfesta” un fine settimana di attività e giochi, ristorazione per unire bimbi e famiglie dentro la comunità. Vogliamo dire grazie a questi genitori e soprattutto chiedere che tanti si uniscano a loro in questo prezioso “investimento” non solo sulla propria famiglia ma anche sulla comunità intesa come soggetto educativo, un valore aggiunto per la famiglia e il suo percorso di crescita. IL CARTIGLIO DI SAN PANTALEONE SARà RESTAURATO PER LA FESTA 2016 Oggi il cartiglio è davvero malmesso, sbiadito e con diffusi distacchi di pittura che ne rendono praticamente illeggibili diverse porzioni, con una lacerazione centrale dovuta probabilmente ad un urto.

Di cosa si tratta? È Un cartiglio settecentesco, è del 1735, e racconta il patto – antico di oltre 500 anni – che lega i cristiani di Ponteranica a San Pantaleone e alla loro fede e che ogni anno si esprime nella Novena e nella Processione. Esattamente 280 anni fa, la comunità parrocchiale di Ponteranica incaricò un pittore di celebrare questa devozione con questo artistico cartiglio conservato sulla controfacciata della chiesa di San Pantaleone. Nel cartiglio anzitutto si diceva che nel 1735 erano già più di duecento anni (QUADRAGINTA LUSTRIS ET ULTRA, QUARANTA LUSTRI E PIU’; poiché un lustro sono cinque anni, appunto, oltre duecento anni) che Ponteranica festeggiava San Pantaleone (HONORIBUS PROSECUTA, avendo solennizzato con onori). Quindi spiegava che il 27 febbraio di quell’anno, con una pubblica consultazione dell’assise dei capifamiglia e degli

Ponteranica e Rosciano

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano Parrocchia di SS. Alessandro e Vincenzo in Ponteranica

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Ponteranica e Rosciano

Parrocchia della Trasfigurazione in Rosciano Parrocchia di SS. Alessandro e Vincenzo in Ponteranica

uomini adulti, la popolazione di Ponteranica aveva confermato con voto unanime (VNANIMI VOTO,) la volontà di continuare a venerare San Pantaleone come proprio Patrono (SVAM PLENE DEVOVIT CLIENTELAM, votò la sua totale “sottomissione”, devozione). Infine diceva che il 12 marzo la Santa Sede aveva risposto positivamente alla richiesta riconoscendo la solennità e classificandola un RITO DI DOPPIA PRIMA CLASSE CON UFFICIO PROPRIO (DVPLICIS PRIMAE CLASSIS CVM OFFICIO PROPRIO). Ponteranica iniziò così, di anno in anno, di secolo in secolo, a vivere la SVAM PLENE CLIENTELAM, la sua totale devozione a San Pantaleone. Da diversi secoli, dunque, i cristiani di Ponteranica compiono questo gesto di fedeltà e amicizia nei confronti di Dio e di San Pantaleone. Due anni avevamo lanciato un appello per il suo restauro e nella cassetta delle offerte abbiamo raccolto circa 300 euro ma ne servivano circa 5.000, e quindi abbiamo accantonato quanto raccolto e atteso tempi migliori. Ora il Credito Bergamasco, già benefattore nel restauro del Polittico del Lotto, si è proposto di metterci il rimanente. Non possiamo che ringraziare il dott. Angelo Piazzoli, Direttore Generale del Credito e la restauratrice dott.ssa Eugenia De Beni che ha sostenuto l’iniziativa ed ora procederà al restauro. IL TRIDUO DEI DEFUNTI DI ROSCIANO Nel mese di marzo si rinnova questa tradizione di fedeltà alla propria storia e ai propri defunti che è il Triduo. Si apre, cadendo sempre nel periodo di quaresima, il venerdì sera con la Via Crucis dalla chiesa di Rosciano fino a quella di San Girolamo alla Costa Garatti. Il sabato sera si celebra l’Ufficio per tutti i defunti, nel

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quale vengono ricordate tutte le intenzioni che sono state affidate alla preghiera della comunità: tanti nomi che ricordano volti, storie, affetti carichi di gratitudine e nostalgia. Il triduo si conclude sempre con la Celebrazione Eucaristica della domenica pomeriggio e, a seguire, con l’incanto dei doni sul sagrato, sempre secondo il buon vecchio adagio consegnatoci dalla tradizione secondo cui “si ricordano i morti aiutando i vivi”: insieme alle intenzioni dell’ufficio di sabato sono stati donati alla comunità circa 350 euro; dall’in-

canto dei doni, da decenni magistralmente gestito dal nostro Mario Pesenti, si sono ricavati oltre 1.400 euro. Grazie a tutti, al diacono Fabio e alla comunità delle Beatitudini, alle signore che hanno preparato i ravioli e che si prendono cura della chiesa, al Consiglio parrocchiale e ai volontari dell’incanto, all’organista Carlo, a Tarcisio fedele custode della chiesa, alle persone che in diversi modi hanno contribuito anche a questo momento importante della vita della comunità.


N

ell’agosto del 2003 il maestro Claudio Abbado dirigeva al Festival di Lucerna la Seconda Sinfonia di Mahler, un’opera grandiosa e impegnativa nell’esecuzione quanto nell’ascolto. Spentasi l’ultima nota il maestro oggi scomparso, abbassò la testa, chiuse gli occhi, raccolse le mani davanti al grembo e si trattenne a lungo nel gesto. Il capiente auditorium, gremito come non mai, capì e attese in silenzio. Un silenzio lungo, insolito per la situazione, interminabile. Tutti compresero che era accaduto qualcosa di straordinario, che solo in parte aveva a che fare con la musica: andava oltre, aveva forse a che fare con il nome con cui viene designata quella grandiosa composizione di Mahler: Resurrezione. “Risorgerai, certo, risorgerai, dopo breve riposo, mia polvere” (Klopstock). Il silenzio non finiva mai. Era saturo di emozione, di pensieri che, dall’urto dell’energia mahleriana, si spingevano verso una misteriosa trascendenza. Finalmente Abbado alzò la testa - molto lentamente aprì gli occhi e rivolse un sorriso grato e indescrivibile all’orchestra: era il ringraziamento per aver condiviso con lui un cammino, un’esperienza, una traversata... Annuì delicatamente con la testa, sorridendo. E la platea tutta, a cui presto si unì l’orchestra, ripresasi dallo stordimento, facendo ritorno da quel luogo che la musica di Mahler interpretata da Abbado aveva indicato, cominciò un applauso che non finì più... Confidò il maestro dopo quell’esecuzione: «Sarebbe difficile trovare qualcosa di più grande e toccante nella vita musicale di oggi: totale armonia di mente e di cuore, poesia e clamore, paura e consolazione, conoscenza ed emozione». Abbado, attraverso il mistero della musica di Mahler, aveva portato tutti a compiere un viaggio verso l’ignota trascendenza.

Invito all’ascolto:

LA PASQUA NELLA MUSICA

La Seconda Sinfonia di Mahler

L’infinito silenzio in ascolto della Risurrezione La musica sinfonica di Gustav Mahler richiede all’ascoltatore una particolare disponibilità. Chi è persuaso che la musica non può essere intesa se non come arte autonoma non può comprendere l’essenza di quest’arte. La musica sinfonica di Mahler è accessibile solo a colui che è disposto a guardarla per ciò che essa in realtà è: un’arte per molti aspetti scaturita da idee e concezioni religiose, filosofiche e letterarie. In Mahler come in nessun altro compositore del secolo XIX si congiungono strettamente fede religiosa, visione del mondo e musica sinfonica. Costituiscono un mondo spirituale multiforme, che si deve conoscere, se si vogliono comprendere bene le Sinfonie di Mahler. Mahler stesso intendeva alcuni lavori come espressione della sua visione del mondo, ed è significativo il fatto che parecchi dei suoi contemporanei parlassero del della sua come di una “musica metafisica”. Per molti Mahler era “teso alla ricerca di Dio”, “mistico”, “filosofo che scrive sinfonie”, in breve: un sinfonista fuori della norma, la

cui opera era oppressa da un greve fardello metafisico. L’interrogativo sul senso dell’esistenza e sulle “cose ultime” lo assillò in tale misura che si può parlare perfino di una agonia metafisica. La Seconda Sinfonia è l’opera di Mahler in cui l’aspetto religiosometafisico della sua arte si manifesta nel modo più chiaro. L’argomento di questo lavoro è di natura escatologica, in senso teologico. Con la concezione “a programma” della Sinfonia e con l’inserzione di testi poetici Mahler cercò in forma artistica di dare una risposta a tutti gli interrogativi sui quali il suo pensiero si arrovellava: le domande sul senso della vita e della morte e sulla condizione dell’uomo e del mondo alla fine dei tempi. La fede che egli così professava è un Credo nell’immortalità formulato in modo molto personale. Il testo di cui scrisse appositamente i versi per il Finale della Sinfonia culmina nella certezza “Morirò per vivere!” Solo dopo lunga ricerca Mahler trovò il testo per il Finale.

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23/27 marzo 2016


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Unità Pastorale

Un documento e tanti incontri... N

ell’ultimo notiziario, a proposito di Unità Pastorale, ci siamo lasciati con il Padre Nostro... questa volta cominciamo con un “Gloria al Padre…”. Tranquilli! Nessun nuovo cambiamento o gesto… per ora per lo meno. E’ solo la richiesta di recitarlo insieme, più forte ed intensamente che mai, per chiedere, in questa nuova fase, che lo Spirito Santo ci stia vicino, ci aiuti a far chiarezza e a concretizzare questo ulteriore passaggio del nostro itinerario che si fa sempre più stringente ed inizia a farci intravedere il passaggio cruciale dell’istituzione dell’Unità Pastorale. Come far chiarezza? Confrontandoci! L’Equipe pastorale di accompagnamento (che non è ancora l’Equipe che sarà nominata dopo l’istituzione dell’Unità Pastorale e si occuperà del suo coordinamento) ha ultimato la prima parte del suo lavoro con la stesura di una bozza di do-

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cumento da consegnare al Vescovo Francesco, una sorta di fotografia delle nostre comunità, con indicate le collaborazioni esistenti e quelle possibili nel futuro. Sulla base di questo documento il Vescovo Francesco scriverà il Decreto di istituzione della nostra UP. La bozza del documento è stata consegnata ai Consigli Pastorali congiunti che sono stati riconvocati ai primi di marzo ed hanno iniziato ad analizzarla per dare il loro apporto e stenderne la versione definitiva. Il primo incontro è stato interessante, i membri dei consigli si sono divisi in tre commissioni (per la pastorale giovanile e degli oratori, per la liturgia, per l’utilizzo delle risorse e la gestione delle strutture) ed hanno iniziato a dare il loro contributo. Il loro lavoro prevede da qui a giugno altre due sessioni di lavoro. Al termine, previsto per l’inizio dell’estate, il documento dovrebbe essere consegnato al Vescovo Francesco. Nel frattempo l’equipe pastorale di accompagna-


Unità Pastorale

mento ha deciso di iniziare ad incontrare le diverse realtà delle nostre comunità perché l’esperienza di chi vive concretamente sul campo possa aiutare a capire se cio’ che noi abbiamo tentato di scrivere nella BOZZA del documento corrisponda alla realtà, e quali siano le priorità e le cose da mettere in campo per essere UP; ma anche per contribuire ad informare correttamente su quel che le nostre comunità si apprestano a vivere. Nei prossimi mesi incontreremo alcune delle realtà parrocchiali e civili del nostro paese, appunto per spiegare ed ascoltare. Compatibilmente con il tempo e l’organizzazione l’equipe è disponibile ad incontrare tutti i gruppi o le associazioni che, nell’ambito parrocchiale o meno, vogliano confrontarsi sul tema. Abbiamo iniziato a febbraio con alcuni i volontari che operano nei nostri oratori. Per la verità avremmo voluto che il primo incontro fosse con i Consigli Pastorali, ma “esigenze di copione” (la necessità di mettere in cantiere in tempi rapidi il CRE e le attività estive) spinto ad affrontare prioritariamente il tema degli oratori. Sentiamo l’esigenza di rivedere

in profondità l’organizzazione del CRE per arrivare ad un’esperienza non troppo rigida ma neppure eccessivamente “destrutturata”; e soprattutto non organizzato fine a se stesso ma inserito nel percorso educativo dell’oratorio di tutto l’anno. L’equipe ha elaborato alcuni orientamenti di fondo che hanno già contribuito a mettere in moto la complessa macchina organizzativa: i primi contatti con alcuni animatori, idee per la loro formazione, la scelta di due coordinatori e di altre figure stabili di riferimento che facciano da guida anche in altri momenti dell’anno, idee per rendere piu’ sicure le strutture e tanto altro. La constatazione della difficoltà di reclutare persone famiglie per tener vivo l’oratorio ci fa riflettere e sintonizzare con lo stile dei nostri giorni. Ma un’iniezione di positività da parte di coloro che volontariamente lavorano con passione e dedizione per i nostri ragazzi è il fulcro del problema per essere testimoni di un Dio che ama tutti e gratuitamente. Anche in campo di catechesi tante idee tra cui il rivedere la metodologia dell’ora di catechismo.

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Agenda di Ponteranica e Rosciano Don Sergio Scotti Parroco Casa Parr. Ponteranica tel. 035 57 18 67 scotti.sergio@gmail.com www.parrocchiediponteranica.it Silvano Ceruti tel. 338 67 20 902 Scuola dell’Infanzia tel. 035 57 41 53 fax. 035 41 29 232

Orari SS. Messe a Ponteranica Chiesa Parrocchiale Prefestiva:

ore 18.30

Festiva:

ore 8.00 – 10.30

Feriale:

ore 17,00 (da lunedì a giovedì) ore 8,00 (venerdì e sabato) ore. 20,00 (Ufficio per i defunti solo al venerdì)

Chiesa di San Rocco al Castello Festiva:

ore 18.30 (la quarta domenica del mese)

Chiesa di San Girolamo Emiliani (alla Costa Garatti) Festiva:

ore 18.30 (seconda domenica del mese)

ore 18,00 (al martedì luglio e agosto)

Orari SS. Messe a Rosciano Chiesa Parrocchiale Prefestiva:

ore 19,00

Festiva:

ore 9.00 ore 17.00

Feriale:

Don Flavio Rosa Parroco tel. 035 57 11 40 Casa Parr. Ramera cell. 340 66 53 939 cell. 3292707665 Don Giacomo Locatelli Scuola dell’Infanzia Tel. 035 57 13 85 Segreteria parrocchiale Ramera: ore 15.00 – 17.30 Aperta da lunedì a venerdì Per certificati, anagrafe, abbonamenti, informazioni, prenotazioni Cineteatro, iniziative varie… tel. 035 57 57 89 E mail: parrocchiaramera@libero.it Pratiche Cisl Inas (lunedi mattino) ore 9.00-12,00 Ponteranica Attiva e mail: ponteranicaattiva@libero.it

Orari SS. Messe a Ramera Chiesa Parrocchiale Prefestiva: ore 18.00 Festiva: ore 7.30 – 9.00 (alla Chiesina di S. Giorgio alla Petos) 10,30 - 18,00 Feriale 8.00 (dal 30 settembre) venerdì ore 16.00 adorazione eucaristica segue messa 18,00

Orari SS. Messe Padri Sacramentini

Al Cimitero Feriale:

Agenda di Ramera

ore 18.00 (solo al giovedì)

Prefestiva Festiva Feriale Padri Sacramentini

ore 17,30 ore 8,30 - 11,00 - 17,30 ore 7,00 - 17,30 tel. 035 57 10 15 ordini@sacramentini.it

Orari SS. Messe alla Madonna dei Campi Prefestiva Festiva

ore 18,00 ore 9,30

Gruppo Diocesano

LA CASA COMUNALE DI PONTERANICA

“Per essere utile agli altri non serve volare basta volere”

INCONTRI di ASCOLTO e di PREGHIERA per persone SEPARATE, DIVORZIATE O RISPOSATE, ogni primo martedì del mese alMé presso il centro emmaus - via don a. iseni n.1.

www.parrocchiediponteranica.it

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