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COLLANA

DI

STUDI

E

TESTI

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STUDI MONTEFELTRANI

Editrice Società di Studi Storici per i l Montefeltro S. Leo 1976


GIROLAMO A L L E G R E T T I

mutazioni circoscrizionali nei comuni di montefeltro e massa (1814-1833)


« Mancava ancora al Nostro Stato quella uniformità, che è cosi utile ai pubblici, e privati interessi, perché, formato colla successiva riunione di Dominj differenti, presentava un aggregato di usi, di leggi, di privilegi fra loro naturalmente difformi, cosicché rendevano una Provincia bene spesso straniera all'altra, e talvolta disgiungeva nella Provincia medesima l'uno dall'altro Paese » (1). Questo passo del preambolo al M. P. 6 luglio 1816 diagnostica correttamente la eziologia d'uno dei mali strutturali più profondi dello Stato pontificio: la irrazionale difformità di usi e leggi. Lo stesso vizio d'origine (cioè le « successive riunioni di Dominj differenti ») era alla base delle difformità territoriali e funzionali sia dell'apparato politico - giudiziario periferico, sia della fitta trama degli enti amministrativi locali. Anche dopo la devoluzione del ducato di Urbino alla Chiesa (1631) le innumerevoli terre, castelli e ville delle province di Montefeltro e Massa avevano infatti conservata intatta la loro autonomia amministrativa. Gruppi più o meno numerosi di comunità continuarono ad esser soggette, nel « politico » e nel giudiziario, a giusdicenti (podestà o vicari) il cui ufficio aveva sede nelle comunità prirvcipali.

La circoscrizione territoriale delle singole comunità, salvo rari casi, non ha subito modificazioni nel corso dei secoli. Confermate e meglio definite con laboriosa apposizione di termini attorno al 1775 (2), le antiche comunità

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(1) Moto Proprio della Santità di Nostro Signore Papa Pio in data 6 luglio 1816, Roma (1816). (2) Si vedano le tabelle comunitative di quegli anni, con re-


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restano ancor oggi, come unità fondamentali ormai irriconoscibili, alla base delle attuali circoscrizioni comunali. Alle quali si è giunti dopo lungo, tortuoso, contradditorio processo di aggregazione, la cui fase saliente si può collocare nel quindicennio successivo alla Restaurazione. Ripristinato infatti, dopo la «parentesi francese», l'antico assetto, questo si modificò ripetutamente e velocemente negli anni successivi finché, col riparto territoriale del 1827, si fissò un assetto amministrativo del territorio che, nelle sue grandi linee e con poche eccezioni, si è tramandato fino a noi. *

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I l « riassetto del quadro territoriale nello Stato pontificio » a partire dal 1790 è stato di recente studiato nelle sue linee generali da Roberto Ruffilli in un libro che ci sembra i l contributo più aggiornato e organico alla conoscenza della materia, specie per quanto attiene allo studio degli aspetti giuridici e istituzionali. Importante, in particolare, i l contributo alla definizione e alla storia dell'appodiamento (3). A quest'opera, nel protestare che il presente lavoro intende svilupparsi e completarsi in una ricerca più vasta e meglio approfondita, rimandiamo dunque sia per

gìstrazioni in uscita per « confinazione », in ARCHIVIO D I STATO D I PESARO, Fondo Delegazione Apostolica (d'ora in poi A S F ) , Registri di Tabelle, sub annis. L a confinazione tra Granducato di Toscana, Stato pontificio, Contea di Carpegna e Principato di Scavolino, intrapresa nel 1786 per iniziativa del granduca Pietro Leopoldo, fu condotta a terminel nel 1789. Sull'argomento G. R E N Z I , Antiche vicende dei confini tra Marche e Toscana, S. Leo 1974, specialmente pp. 83-108. (3) R . R U F F I L L I , L'appodiamento ed il riassetto del quadro territoriale nello Stato pontificio (1790-1870), Milano 1968.


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rìnquadramento generale sia per l'attenta bibliografia (4). Ci pare invece che resti meglio da definire come in concreto furono attuate le dichiarazioni di intenti contenute nei documenti pontifici, o come e perché esse furono disattese. È quanto, pur in un ambito molto ristretto (5), ci proponiamo col nostro studio. *

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Il concetto di « razionalità », che si suppone sottendere l'intero processo di riforma dei corpi locali (6), non è assoluto, variando in ragione di luoghi e di epoche, di culture, di sistemi economici e sociali, eccetera. Mancava allora, ad esempio, la nozione per noi decisiva di « confine naturale »: esistendo, avrebbe considera-

(4) ) S i veda la « Nota critica sulle fonti e la letteratura » (/bid., pp. 5-12) e le note al testo. (5) Questo lavoro si porge come primo di una serie di studi intesi a far luce sull'intera materia delle mutazioni circoscrizionali avvenute nella provincia di Pesaro e Urbino dal 1631 al 1860. L'indagine è qui limitata al perìodo 1814-1833, con estrapolazione dal quadro generale delle sole mutazioni che si riferiscono, lato sensu, alle cessanti province di Montefeltro e di Massa Trabaria. (6) All'intenzione di « razionalizzare », già enunciata nel Motu Proprio di Pio V I del 1 9 giugno 1790, dà miglior credito il R U F F I L L I {L'appodiamento, cìt., pp. 1 5 sgg.), il quale si studia di individuare una linea di coerenza nel riassetto del quadro territoriale piuttosto che evidenziarne le contraddizioni. Salvo giungere, per altra via, a conclusioni non troppo lontane dalle nostre: « Emergevano così le più generali disfunzioni dell'amministrazione centrale pontificia: la mancanza di una conoscenza completa della realtà amministrativa del paese e di una guida sicura della medesima. Per gli appodiati in particolare emergeva poi come le loro relazioni con la Comunità principale fossero lasciate in ultima analisi alla discrezione dei singoli Delegati e Legati provinciali, e p i ù ancora ai rapporti di forza fra Luoghi e Comunità » {Ibid,, p. 9 1 ) .


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to discriminanti i corsi d'acqua, difficili da superare e pericolosi, e assai meno gli spartiacque, salubri e di bella vista. Si era cominciato con una certa decisione a costruire strade: ma la rete stradale esistente era concepita con caratteri radicalmente diversi dai nostri: scarsa considerazione avevano i fondovalle come naturale sede stradale, la rete stradale ideata non come infrastruttura di sviluppo ma come arteria di servizio: diverse dunque le distanze, diverso il sistema di relazioni fra i vari centri. Premesse queste considerazioni, ed altre pur possibili, resta tuttavia evidente che i vari riparti territoriali susseguitisi nel giro di pochi anni non appaiono ispirati a disegni chiari e univoci, nè conseguenti a criteri oggettivi e generalmente applicati. Che se alcune sistemazioni appaiono ancor oggi motivate e valide, per la maggior parte furono dettate da pressioni campanilistiche, da colpi di mano (7), da ignoranza topografica, da errori riconosciuti e mai corretti, e infine, in misura notevole, dal caso. O, se si preferisce, da vicende storiche tanto più impellenti e gravi, che troncarono a mezzo un processo di riordinamento territoriale mai più organicamente ripreso. •

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.

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* * *

Il proclama di Cesena (4 maggio 1814) segnò la riattivazione della dominazione papale sulla provincia. Nel corso del mese vennero reinsediati i rappresentanti governativi, e furono riattivate le magistrature comunali in

(7) Tale ad esempio l'annessione di Petrella Guidi, Monastero e San Sisto a Piandimeleto, contro cui reclamarono instancabilmente sia Monastero che San Sisto (v. avanti, nota 44) attribuendola a false dichiarazioni, « suppeditazioni » e raggiri dei Piandimeletini.


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persona di « soggetti che non si sono demeritata la sovrana clemenza » (8). Nel giugno l'Organizzatore visitò le comunità, confermò i magistrati, integrò in via provvisoria ì consigli, diede disposizioni amministrative (9). Nel settembre la Delegazione disponeva di un elenco completo dei consiglieri comunali attivi prima dell'invasione francese del 1808 (10). Fra i l dicembre e i l marzo, sulla base di tali elenchi, emendati e integrati, erano pronti i nuovi e definitivi (11). L'assetto territoriale del 1814 (v. quadro I ) , che si riferiva dunque a quello del 1808, non presentava importanti mutazioni rispetto alla situazione prefrancese. Vi si trovava consacrata la eliminazione dei vicariati di Pietra Rubbia e Lamoli, già prima retti ad interim dai podestà di Macerata Feltria e di Mercatello. Se questa riunione sembra inserirsi nella logica di tradizione napoleonica delle concentrazioni, vi contraddice la restituzione a comunità con pieno titolo di Gesso (Sasso Feltrio), e di Monte Majo, Metola, Baciuccaro e Sorbetolo (Sant'Angelo in Vado), da secoH non più « facenti tabella » (12). Il riparto territoriale stabilito col M.P. 6 luglio 1816 (13) (v. quadro I I ) ristabih i l diritto ad esistere di tutte le rappresentanze governative, comprese quelle soppresse di Pietra Rubbia e Lamoli. Ma su questo punto stava per agire una sollecitazione prepotente: la necessità per l'erario di fare economie. Così, mentre lo stesso motu proprio ^ aveva soppresso i commissari di Montefeltro e Massa (san-

(8) ASP, Lettere dalle Comunità, Frontino 1814: Lettere dell'arciprete e dei magistrati 23 maggio 1814, Lettera del vicario 24 maggio 1814. ., .. (9) A.S.P., Magistrature Comunali, b. 2. (10) Ibid. bh. 1 e 2. , : (11) Ibid., b. 3. (12) A.S.P., Registri di Tabelle dal 1655 al 1795. (13) M.oto Proprio della Santità di Nostro Signore Papa Pio VII in data 6 luglio 1816, coll'annessa Tabella del Riparto Territoriale delle Delegazioni dello Stato Ecclesiastico, Roma (1816).


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cendo così definitivamente la perdita di personalità giuridica delle due antiche province ducali), con successiva ordinanza 18 settembre 1816 « sulla riunione dei Tribunali » (14) venivano soppressi i governi di Pietra Rubbia, Monte Cerignone, Sasso Feltrio, Casteldelci e Mercatello, « apodiati » rispettivamente a Frontino, Macerata Feltria, Monte Grimano, Sant'Agata Feltria, e Sant'Angelo in Vado. Alcuni di questi abbinamenti mancavano di motivazione comprensibile; nè si comprendono le ragioni del mancato abbinamento di Peglio e Urbania, per non dire d'altri. Il riparto era comunque dichiaratamente provvisorio, e gli articoli 4, 5, 147, e 149 del M.P. autorizzavano l'inoltro di ricorsi in previsione di una nuova tabella. Ricorsi naturalmente non ne mancarono, in primo luogo per i governi soppressi. Il consiglio comunale di Pietra Rubbia, con risoluzione consiliare del 28 settembre 1816, decise « affacciarsi un reclamo alla superiorità modis et formis, ed a dimostrare i l malcontento generale dei comunisti, e tutt'altro in proposito, onde implorare dal Governo, o che destini di residenza un Governatore in Pietra Rubbia, come fu stabilito dal mentovato motu proprio, o che sia riunito questo medesimo vicariato al Governo di Macerata Feltria piuttosto che a Frontino » (15). . Ricorsi di analogo tenore furono certamente avanzati dalle altre comunità sedi di governi soppressi. Ma la situazione più paradossale sembra quella di Lamoli, residenza governativa non toccata dalla riunione, dove però il governatore si rifiutava di risiedere. Perfino da Loro Pi-

(14) Della ordinanza è notizia nella risoluzione consiliare di Pietrarubbia di cui alla nota seguente. I v i compare anche, nel significato aggettivale generico qui usato, « apodiato ». L'elenco dei governi non attivati è desunto da A . S . P . , Magistrature Comunali, bb. 4 e 5. (15)

ARCH.

Risoluzioni

COMUNALE

Consiliari

MACERATA

1814-1818.

FELTRIA,

Fondo

Pietra

Rubbia,


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ceno, sua patria, giunsero in Delegazione ricorsi perché lo si obbligasse a prender possesso del suo governo (16). Costretto a rientrare in delegazione, aveva stabilito la sua residenza a Mercatello, provocando furiosi risentimenti e reiterati ricorsi (17), finché il riparto territoriale del novembre 1817 finì col dar ragione al governatore riottoso, chiudendo la vertenza a tutto danno di Lamoli che restò soppresso anche in quanto comune. In questa incertezza di condotta, e nella instabilità insita nella dichiarata volontà di riordinamento territoriale, i campanilismi infuriavano. I pubblici rappresentanti di Lamoli ad esempio, vedendosi sfuggire la sede di governo, implorarono che fosse loro conservata; ma « in caso di assoluta impotenza di ciò ottenere esposero i l vivo loro desiderio di voler essere uniti alla Comune di S. Angelo in Vado, e non mai a quella di Mercatello » (18). Nel fervore della contesa non ci si peritava di ricorrere a bassi colpi, come insinuare l'infedeltà politica del comune rivale. Così i l gonfaloniere di Frontino, controdeducendo a un ricorso di Belforte, suggeriva che, se quelli dicevano di essere stati meno gravati di tasse nella comune di Piandimeleto sotto i l passato regime, lasciavano scorgere « animosità, ed avversione al presente stato di cose, e propensione a tale governo » (19). La Segreteria di Stato avendo scelto di porgere orecchio a tutte le voci, come vedremo più avanti, si esponeva ad assecondare tutte le deformazioni campanilistiche.

(16) A.S.P., Archivio Segreto, b 2: « Antonio Masciarelli Governatore di Lamoli nella delegazione dì V . E . R . resta a Loro a far l'ozioso, ed il fomentatore di liti, e discordie. Non torna al suo governo, ove non è stato quasi mai, p e r c h é dice, che viene Napoleone, e perché quel governo si leva. Loro non ne puoi più. I l Popolo si raccomanda all'E.V.R. perché l'obblighi a tornare al suo posto ». (17) Tre fascicoli in A.S.P., Archivio Segreto, b. 3. (18) Ibidem. . . (19) Ibidem,


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come di fatto avvenne, rinunciando a una propria coerente linea di condotta. Fra l'altro, poiché l'avversione campanilistica è spesso direttamente proporzionale alla vicinanza e ai legami storici, il governo rinunciava a due criteri che sarebbero potuti essere utili caposaldi della riorganizzazione circoscrizionale, e cioè la continuità storica e la contiguità territoriale. Veramente il riparto del 1816 si atteggiava alla più autentica continuità storica, dando per scontato che il periodo rivoluzionario e il periodo napoleonico fossero da considerarsi non altrimenti che « parentesi », quasi battute d'arresto della storia. Ma si trattava in fondo di una finzione (20), tale riparto essendo dichiaratamente provvisorio, e poiché il M.P. innovava indirettamente ma profondamente, attraverso la riforma delle strutture inteme dei comuni, anche in materia di circoscrizioni amministrative. Si trattava di una trasformazione larvata, in quanto !e nuove circoscrizioni amministrative si facevano coincidere perfettamente colle vecchie circoscrizioni giudiziarie, ma non priva di fantasia e di efficacia. Semplicemente, la dipendenza delle comunità soggette a quella principale si estendeva dalla sfera politico - giudiziaria a quella ammi-

(20) Anche il M.P. riflette in p i ù modi la preoccupazione di non inasprire il gruppo « zelante » della curia, come quando dichiara l'intenzione di « c o n s e r v a r e [...] in modo p e r ò da non escludere quei cambiamenti, che la utilità, ed i bisogni pubblici esigere potranno dopo tante, e sì straordinarie vicende ». Sul contrasto fra !a tendenza ìUuministico-riformatrice impersonata dal Consalvi e quella « zelante » guidata dal Pacca e dal Rivarola si veda G . CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, voi. I I , Milano 1974 (7^" ed.) pp. 5 7 sgg.; M . PETROCCHI, La Restaurazione. Il Cardinale Consalvi e la riforma del 1816, Firenze 1941; ID., La Restaurazione romana, 1815-1823, Firenze 1943; L . C . F A R I N I , LO Stato Romano dall'anno 1815 all'anno 1850, Firenze 1853, voi. I ; G . C A S S I , / ; Cardinal Consalvi ed i primi anni della restaurazione pontifìcia, Milano 1931; R . R U F F I L L I , L'appodiamento cit., pp. 5 9 sgg.; R . PACI, L'ascesa della borghesia nella legazione di Urbino dalle riforme alla restaurazione, Milano 1966, pp. 139 sgg.


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nistrativa; e, in parallelo, al governatore si affiancava i l gonfaloniere. Le antiche comunità soggette, già del tutto autonome rispetto alla comunità principale, ora le divennero appodiate (21), perdettero cioè parte della loro autonomia economica e quasi completamente la loro autonomia amministrativa per dar vita ad aggregazioni più vaste ruotanti attorno alla comunità principale. Non si trattava tuttavia di federazione, né tantomeno di fusione, ma di una vera e propria diminuzione di personalità degli appodiati a favore dei capoluoghi. Ciò doveva trovare contropartita nella pretesa automatica diminuzione di pesi (22) e nella migliorata funzionalità amministrativa della nuova unità. Gli appodiati generalmente non avevano a che dolersi della nuova situazione. L'autonomia amministrativa di cui precedentemente avevano goduto era già di fatto vanificata dallo spopolamento di quei centri, dalla ignoranza e dalla povertà dei loro abitanti (23). Inoltre, mentre la

(21) S u l significato e la storia del termine « appodiato » R . RUFFILLI,

L'appodiamento

cit., pp.

45

sgg.

(22) L a convinzione che l'aggregazione potesse essere il toccasana alle difficoltà delle c o m u n i t à minori era largamente diffusa e abilmente propagandata dalle c o m u n i t à maggiori, ma senza grave fondamento. Dall'esame dei bilanci di Frontino, Belforte, Torriola (1785) e Viano (1765) risulta che spendevano per i l funzionamento delle rispettive c o m u n i t à scudi 12.75 (pari al 5,5% di tutte le uscite), 5.98 {9%) 151 (11,8%) e 5.33 (8,2%): A.S.P., Registri di Tabelle, s.a.. Le tre c o m u n i t à soggette, in caso dì aggregazione a Frontino, avrebbero potuto risparmiare teoricamente e in complesso solo scudi 13.88: ma solo teoricamente, in quanto una parte del maggior costo di funzionamento del comune risultante si sarebbe ripartito nuovamente tra le c o m u n i t à aggregate. Vero è che, in percentuale, la spesa risulta inversamente proporzionale all'entità del bilancio. (23) Al riguardo G. ALLEGRETTI, Coniunità rurali di Montefeltro e Massa: società ed economia attorno al 1800, in « Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche »: Atti del convegno sull'agricoltura marchigiana, voi. I I , in corso di pubblicazione.


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figura del sindaco serviva ad appagare gli orgogli paesani, la separazione patrimoniale e fiscale rassicurava sulla tutela economica delle comunità appodiate. Infine le riforme del periodo francese avevano reso familiare l'idea della necessità di aggregazioni e concentrazioni. In questa situazione sarebbe bastato perfezionare il nuovo istituto, e quanto all'assetto territoriale correggere, sulla base di criteri prestabiliti, le più evidenti anomalie. Invece il M.P., col disposto degli art. 4, 5, 147 e soprattutto 149, dando per scontate resistenze ed opposizioni, praticamente le incoraggiava, disponendosi a porgere orecchio a ogni voce, anche la più tendenziosa e capziosa, e senza cautelarsi colla preenunciazione di criteri oggettivi. Si produceva così una deflagrazione territoriale per gran parte ingiustificata o non necessaria, destabilizzante anche sul piano politico, che distoglieva le energie locali da più utili tensioni (24); che dopo molti anni si sarebbe spenta non perché avesse trovato un punto di riposo in una situazione più razionale e soddisfacente, ma per stanchezza dei contendenti, per impotenza del governo a prodursi in disposizioni a largo raggio, per sconvolgimenti politici che relegarono la questione fra le meno urgenti.

* * *

La Congregazione deputata ai ricorsi completò con lodevole puntualità i l suo lavoro, e i l 26 novembre 1817 potè veder luce l'Editto del Segretario di Stato coll'annessa tabella di riparto (25). Anzitutto veniva confermato e

(24) Probabilmente, almeno in certe fasi, la diversione non fu sgradita ai governanti. (25) Editto del Segretario di Stato 26 novembre 1817, con annesso Riparto dei Governi e delle Comunità dello Stato Pontificio con i loro respettivi Appodiati, Roma 1817.


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chiarito l'istituto dell'appodiamento: segno che non c'erano state serie obiezioni di principio da parte degli appodiati, i cui interessi peraltro venivano meglio garantiti. In secondo luogo si procedeva a una drastica riduzione di governatori « suggerita dai riguardi di pubblica economia, e di più facile concentrazione » (26), che nella zona passavano da sedici a tre (v. quadro I I I ) . Molto accresciuta risultava cosi l'importanza della funzione di governatore, specie sul piano del coordinamento politico (« concentrazione »), e parallelamente si bonificava la loro posizione economica (27), mentre sul piano giudiziario si riconosceva competenza per i procedimenti minori a vicegovernatori da stabilirsi in ogni comune, la cui retribuzione discrezionale gravava sul bilancio comunale (28), e che dovevano corrispondere col governatore per ogni affare politico, e per determinati affari giudiziari e amministrativi. Trovava poi nel riparto migliore sistemazione reciproca la circoscrizione delle province di Pesaro e Porli. Passavano sotto Forlì i comuni di Poggio Berni e Monte Cello, mentre Pesaro acquisiva il comune di Piandimeleto per intero, e gli appodiati di Talamello, Perticara e Sapigno. Monte, già luogo baronale, restava assegnato a Verucchio nella legazione di Forlì, benché ne fosse separato dal territorio sammarinese. Questa sistemazione (volta soprattutto a sanare, supponiamo, la paradossale situazione di Piandimeleto, ampia e smembrata pertinenza romagno-

(26) Editto cit. (27) Nel 1815 il vicario di Frontino godeva di un assegno annuo di scudi 33.60, oltre gli incerti (A.S.P., Lettere dalle Comunità, Frontino 1815-1817; Lettera del 25 febbraio 1815). L o stipendio dei nuovi governatori di Maceratafeltria, Pennabilli e Urbania fu fissato all'atto della nomina (24 dicembre 1817) in scudi 420 annui (A.S.P., Governo b. 5 f. 3). (28) Fissata in scudi 30 annui da Frontone, 48 poi ridotti a 36 da Mercatello, 36 da S. Angelo in V., 24 da Montegrimano, 18 da Casteldelci, 48 da Piandimeleto (A.S.P., D.A., Governo, b. 9).


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la nel cuore del ducato d'Urbino, e poi tale rimasta anche dopo i l 1631) era molto limitata e non affrontava di petto il problema: anzi, a considerare il grottesco smembramento di Sapigno da Sarsina, si conclude che i l problema della razionalizzazione dei rapporti territoriali fra le due province non si fosse posto. Per quanto riguarda le circoscrizioni comunali, quel riparto costituì poi un vero terremoto. Scomparvero quattro comuni (Frontino, Lamoli, Pietracuta, Tavoleto) e tre nuovi ne furono costituiti (Majolo, Monte Copiolo, Talamello). Metà degli appodiati furono strappati al capoluogo tradizionale ed assegnati a comuni diversi. Non mancarono fusioni fra appodiati e smembramenti. Quali criteri presiedettero a queste consistenti mutazioni? quale logica? L'editto, premesso che si era ritenuto utile non decidere di volta in volta sui singoli ricorsi, ma prendere un provvedimento globale, recitava: « Popolazione, forza territoriale, località, relazioni commerciali, tutto si dovea porre a calcolo prima di riordinare, e rettificare i l riparto territoriale abbozzato nella Tabella » del 1816. Dichiarazione invero assai solenne, ma non si saprebbe, alla verifica, se considerarla più velleitaria o retorica. I dati sulla popolazione utilizzati erano ancora quelli del 1802 (29), già allora largamente inesatti e certo profondamente mutati in quindici anni di sconvolgimenti militari, politici, sociali ed economici. A parte questa consi-

(29) Sia il riparto del 1816 che quello del 1817 utilizzarono i dati di popolazione « raccolti dalla Sacra Congregazione del Buon Governo nell'anno

1802 » e

conservati

in

ARCH.

STATO ROMA,

Ca-

merale II, Popolazione, b. 6. Sui problemi relativi al « censimento » 1802, e in genere sui problemi demografici adombrati nel presente studio, sì veda F . B O N E L L I , Evoluzione demografica ed ambiente economico nelle Marche e nell'Umbria dell'Ottocento, Torino 1967. Ancora utile, e fondamentale per i Secoli XVTI e X V I I I , F . CORRIDORE, La popolazione dello Stato Romano (1656-1901), Roma 1906, il quale tuttavia ignora la rilevazione del 1802.


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divario fra il comune demograficamente maggiore e il minore invece di ridursi si accentuava, passando da 3.301/590 a 4.441/510. I comuni con meno di 1.000 abitanti, che erano 5 su 19, divennero 6 su 18. Perdette la qualità di appodiato Monte S. Maria con 54 abitanti, la conservarono Vacaldola e Villa di Fragheto con 20. Quanto a forza territoriale, cioè superficie, e località, cioè situazione geografica assoluta e reciproca, le informazioni venivano desunte da relazioni scritte o da carte topografiche elaborate a cura dei ricorrenti, ed erano informazioni spesso tendenziose e difficilmente esatte. Sta i l fatto che Sapigno, che dista un miglio da Sarsina e quattro da Sant'Agata, fu appodiato a Talamello distante sette-otto miglia; Uffogliano, sulla sinistra del Marecchia, veniva appodiato, invece che a Talamello, al più distante San Leo situato sulla sponda opposta del fiume; e così via. Più patenti incongruenze riscontrate già allora nel nuovo riparto diedero luogo a risentimenti, disubbidienze e piccoli casi diplomatici. Così nel vedere appodiato a Mercatello il Castello di Torre Fossati, da sempre soggetto alla propria giurisdizione, i l conte di Carpegna protestò fieramente, e il cardinal Consalvi, pur facendo presente che i l « dominio » della contea di Carpegna era già « sotto esame » (e la revisione si sarebbe conclusa un anno più tardi colla incamerazione della contea), si vide costretto a ordinare che i l gonfaloniere di Mercatello desistesse da ogni pretesa sul consigliere e sugli estimati di Torre Fossati (30). Allo stesso modo Miratojo, pertinenza del principato di Scavolino, era stato appodiato a Casteldelci; ma in realtà solo nel 1819 la Chiesa riprese piena giurisdizione su Miratojo come sul resto del principato. Si ebbe anche un caso di ubiquità, la cui paternità i l Consalvi disconobbe riversandola irritato sulle spalle del

(30) A.S.P., Governo,

b. 4; A.S.P., Archivio

Segreto,

b. 10.


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delegato apostolico. Si trattava di Petrella Guidi, che nel riparto figurava sia come frazione di Piandimeleto, sia come appodiato di Sant'Agata Feltria. L a disputa si trascinò diversi mesi, e fu chiusa nell'agosto 1818 colFassegnare Petrella come appodiato a Sant'Agata (31). Anche i l Ruffilli, più attento agli aspetti istituzionali e meno alla trama territoriale, riconosce che in concreto « si era tenuto maggiormente conto [ . . . ] del soddisfacimento delle istanze autonomistiche e campanilistiche »: ed attribuisce questo a un disegno politico consalviano di non compromettere le possibilità di « accordo sul piano amministrativo e politico, con le varie forze locali » (32). Se questa spiegazione è genericamente accettabile, i l disegno consalviano ci sembra tuttavia imposto da necessità più che frutto di scelte globali. Riteniamo preminente e decisiva la incapacità dell'amministrazione pontificia di organizzare razionalmente i l territorio; riteniamo che all'attuazione di un ordinamento territoriale efficiente e al tempo stesso rispettoso delle realtà locali, storiche e geografiche, concorressero allora tutte le condizioni meno la forza politica, che quel regime più non aveva o più non sentiva di avere; e che questo sentimento di debolezza politica determinasse la necessità di correre incontro a ogni mugugno campanilistico, a ogni clangore protestatario. Sospettiamo inoltre, pur non avendo finora su ciò documenti probanti e diretti, che determinanti nel decidere i l preteso riordinamento territoriale furono le mene degli Agenti delle Comunità (33), personaggi di sottobosco della burocrazia romana ma non di rado bene introdotti, posti in buona posizione per spremere le comunità minori quando queste a loro ricorrevano o per effettiva necessità, o per smania

(31) A.S.P., Governo, (32)

R . RUFFILLI,

b. 4.

L'appodiamento,

cit., p.

73-74,

(33) Sulla figura degli agenti delle c o m u n i t à E . LODOLINI, L'archivio della S. Congregazione del Buon Governo (1592-1847). Inventario, Roma 1956, pp XXXI sgg.


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di campanile. Dalla periferia del resto non giungevano solo voci disgregatrici o autonomistiche. All'istanza di Monte Guiduccio per essere soppresso come comune e appodiato a Urbino, una mano ignota ma comunque autorevole attergava un suggerimento: « converrebbe supplicare l'Eminentissimo Signor Cardinale Segretario di Stato a sopprimere almeno tutte quelle [comuni] che non possono contare una popolazione maggiore di mille abitanti, reducendoli a semplici università appodiate, sempreché abbiano i l numero di cinquecento anime altrimenti si dovrebbero considerare come annessi. I vantaggi che risulteranno da questa riforma sono incalcolabili, come incalcolabili sono gli inconvenienti che succedono tutto giorno per rimanere affidata in mani di persone illetterate, e miserabili Tamministrazione delle pubbliche sostanze ». I l card. Consalvi prometteva già nel 1820: dell'istanza « si avrà riguardo nel nuovo riparto che in breve uscirà »: essa invece non venne più considerata, e anche nel riparto del 1827 Monte Guiduccio figurò come comune autonomo (34). Qualche anno più tardi i « capi di casa » di Candelara rappresentavano al Santo Padre « di unanime consenso » il fermo desiderio di essere aggregati a Pesaro (35): anche questa istanza fu lasciata cadere. Sono voci non generalizzabili ma neppure isolate; e bastano a denunciare nelle somme autorità dello Stato una volontà di concentrazione dei corpi locali e di razionalizzazione delle circoscrizioni assai blanda e contradditoria.

(34) A.S.P., Governo, b. 7. L a lettera del Consalvi citata è del 1° novembre 1820. (35) A.S.P., Governo b. 12 (1828). Ottantasei dei novantacinque « capi di casa » si crocesegnarono.


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Negli anni successivi non si ebbero che isolate mutazioni. Nel maggio 1819 furono incamerate la contea di Carpegna, che diveniva comune del governo di Macerata Feltria in corpo unico con Castellacela, Torre Fossati e Palazzo Corignano, e il principato di Scavolino, eretto in comune del governo di Pennabilli con appodiati Bascio, Gattara e Miratojo (36). Poco più tardi, riteniamo nel 1821, al comune di Carpegna venivano appodiati Pietra Rubbia e Pietra Cavola, a seguito della soppressione del comune di Pietra Rubbia (37). Pressapoco negli stessi anni si staccava da Urbania e si erigeva in comune Piobbico, con gli appodiati di Montegrino, Offredi (con Monteforno?), Orsajola, Pecorarì (38). Il 5 ottobre 1824 fu promulgato i l motu proprio di Leone X I I « sulla riforma dell'amministrazione » (39). I l carattere restauratore e « zelante » (40) del documento è

(36) I l governatore di Macerata Feltria prese formalmente possesso di Carpegna il 1 7 maggio 1819 e di Scavolino il 1 8 maggio (verbali, altri atti e una interessante Statistica in A.S.P., Governo, b. 6 f. 1). Carpegna (e presumibilmente Scavolino) co n serv ò il suo governatore fino all'agosto, quando il medesimo fu nominato vice-governatore provvisorio (A.S.P., Archivio Segreto, b. 1). (37) Esiste in A.S.P., Governo, b. 8 (1821) una copertina di fascicolo senza carte intestato Carpegna. Riunione delle frazioni di Pietra Rubbia e Pietra Cavola alla Comunità di Carpegna. (38) Lo desumiamo da una statistica in A.S.P., Istruzione Pubblica, b. 5. Cfr. quadro I I I . (39) Moto Proprio della Santità di N. S. Papa Leone XII in data dei 5 ottobre 1824, Roma 1824. (40) Sulla « politica rigidamente reazionaria » di Leone X I I G. CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, cit., p. 6 3 , pp. 133 sg.; R.

R U F F I L L I , L'appodiamento,

to Romano,

cit., voi. I .

cit., pp. 75 sgg.; L . C . F A R I N I , LO Sta-


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ben compendiato già nella premessa: « Alle Comunità, ed ai Consigli ampliate le facoltà: i Consigli meglio equilibrati tra i diversi ordini di persone; restituita alla Nobiltà quella distinzione, di cui gode in tutti gli Stati civilizzati; accordata finalmente ai proprietarj, oltre i l sufEragio nelle pubbliche deliberazioni, una più estesa, e più libera disposizione delle loro sostanze ». Considerazioni di economia (il « maggior sollievo de' popoli » unito al « minor dispendio dell'Erario, questo era il più ardente de' Voti ») portavano alla soppressione di alcune delegazioni minori. Risultavano altresì soppressi i vice-governatori, mentre si dava ai gonfalieri « la facoltà di comporre, e giudicare economicamente tutte le vertenze che non oltrepassassero la somma di scudi cinque ». L'istituto dell'appodiamento veniva pienamente confermato, con una accentuazione del potere personale del sindaco e un implicito rafforzamento dell'egemonia del capoluogo comunale sui luoghi appodiati. Quanto alla revisione delle circoscrizioni il M.P. coll'art. 151 confermava provvisoriamente il riparto in vigore « salve le variazioni, che si credesse conveniente di fare nella Tabella da pubblicarsi in appresso ». '

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La nuova tabella di riparto non fu pubblicata che tre anni più tardi, annessa al nuovo M.P. di Leone X I I « sulla amministrazione pubblica » (41), che lasciava in vita l'istituto degli appodiati, a cui veniva riconosciuta maggiore autonomia amministrativa e finanziaria rispetto

(41) Moto Proprio delta Santità di Nostro Signore Papa Leone XII sulla amministrazione pubblica. Esibito [...] il giorno XXI dicembre dell'anno MDCCCXXVII, Roma 1827.


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al comune principale. I l sindaco vedeva accresciute le sue attribuzioni, gli veniva riconosciuta piena capacità d'iniziativa, gli si affiancavano per la prima volta due consiglieri. In ordine alla sistemazione del territorio si stabiliva fra l'altro di restituire figura di « comunità » a « quelle soppresse nel 1816 [ . . . ] riconosciute avere i mezzi e i requisiti per sostenere la Rappresentanza comunitativa »: cioè, si chiariva altrove (42), « una popolazione superiore alle anime 200 » che non fosse costituita solo da « coloni e miserabili ». In ossequio a questo principio tornavano nella zona (v. quadro IV) a essere comuni Pietra Rubbia, Frontino, Tavoleto. Si costituiva il comune di Borgo Pace sul territorio dell'ex-vicariato di Lamoli, e dal nuovo venivano eretti in comune Belforte, Lunano, Piandicastello, Auditore. Per contro, molte antiche comunità perdevano anche la figura di appodiati per aggregarsi ad altri appodiati e a comunità principali. Da tutto ciò l'istituto dell'appodiamento risultava indubbiamente rafforzato. Infatti se da una parte, dando autonomia agli appodiati più vitali e quindi più insofferenti della tutela dei comuni principali, si eliminavano le situazioni di maggiore attrito, dall'altra con la soppressione e concentrazione dei più deboli si garantiva meglio l'efficienza dell'istituto. E la stabilizzazione dei corpi amministrativi locali poteva tradursi, se perseguita con coerente energia, in maggiore stabilità politica. Inoltre col nuovo riparto ci si era evidentemente posti nella logica della contiguità territoriale, almeno come tendenza, e molti luoghi furono sottratti a un comune e appodiati a un altro per dar vita a corpi comunali territorialmente più compatti. Così, ad esempio, a Talamello furono

(42) Circolare ai Delegati di Pesaro, Viterbo, Macerata, Fermo e Spoleto del 27 novembre 1827 e Lettera a Monsignor Delegato Apostolico di Viterbo 6 dicembre 1827, citati da R . R U F F I L L I , L'appodiamento, cit. pp. 79-80.


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tolti Sapigno e Ugrigno e gli furono appodiati Sartiano, Secchiano e Uffogliano. Monte fu scorporato da Verucchio nella legazione di Forlì e appodiato a San Leo. San Donato fu staccato da Urbino e appodiato a Sassocorvaro. Ma non mancarono, ancora una volta, incongruenze, contraddizioni, inadempienze. Anzitutto, invertendo la precedente tendenza alla concentrazione giudiziaria, si raddoppiava nel Montefeltro da dLie a quattro i l numero dei governi, cedendo chiaramente alle pressanti istanze di S. Agata e soprattutto di San Leo (43). Pochi comuni beneficiarono mediocremente della nuova sistemazione, molti ne furono duramente sacrificati (soprattutto Carpegna, Monte Copiolo e Piandicastello) per l'ardua accessibilità ai rispettivi governi. In secondo luogo, ad alcuni centri si dava soddisfazione erigendoli in comuni, ma non consistenza di popolazione ed estimo per essere vitali: era il caso ad esempio di Frontino, restituito ad autonomia comunale ma non dotato di appodiati che col loro apporto contributivo ne sostenessero i l funzionamento (44). Più in generale si de-

(43) L a serie di suppliche, ricorsi e memoriali avanzati da Sant'Agata e San Leo si era aperta ancor prima dell'Editto 26 nov. 1817 (A.S.P., Governo, b. 3) ed era poi continuata ininterrotta. (44) L a magistratura di Frontino, nel maggio 1831, in vista della ventilata riforma della pubblica amministrazione e quindi del nuovo riparto, chiedeva « il ripristinamento del lor Comune nei modi in cui era prima del 1817 », « cioè colla destinazione di un Giudice in luogo, e riunione dell'antico suo territorio, o per lo meno con quelle che rimangono vicine come sarebbero S. Sisto, c Monastero, lamentando doversi sostenere « da se sola in Comunità loché porta il massimo degli esquilibri finanziari, non che gli incommodi i più gravi per queste Popolazioni [...] obbligate perfino a mancare del professore sanitario che sempre h a [nno] goduto, e che mantennero col peculio delle riunite [...] C o m m u n i » (A.S.P., Governo, b. 22, f. 2). A tenore delle disposizioni dell'Editto 5 luglio 1831, nel settembre successivo fu ripetuta l'istanza, accompagnata come allora dalle suppliche delle popolazioni di San Sisto e di Monastero


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ve osservare che al consolidamento di molti appodiati si contrappose la frantumazione di molti comuni, al rafforzamento dell'istituto appodiatario l'indebolimento dell'istituto comunale: palese attuazione di una volontà reazionaria che intendeva comprimere la borghesia dei centri medio-grandi. Ancora motivo di malumore era la designazione della maggior parte dei comuni a sedi podestarili mentre un esiguo numero restava sotto questo aspetto in posizione subordinata: questa esclusione feriva la suscettibilità degli interessati, tanto più che non appariva sorretta da criteri oggettivi di forza demografica o di « località » (45). Alcune connessioni assurde non vennero troncate, come quella di Palazzo Corignano e Torre Fossati con Car-

per essere distaccale da Piandimeleto e unite a Frontino, n o n c h é da nuova e analoga petizione della popolazione di Monte S. Maria per mano del parroco; mancava però ogni espressione di consenso da parte degli antichi appodiati: Belforte, Viano e Torriola (Ibidem). D'altra parte S. Sisto e Monastero non avevano perso occasione per chiedere anzitutto amministrazione distaccata da Piandimeleto, a cui si erano trovati annessi fraudolentemente durante il periodo francesce (1821 e 1822; A.S.P., Governo b. 13), e successivamente l'appodiamento a Frontino (luglio-agosto 1828: ibid.): istanza che trovò pieno appoggio nel governatore di Macerata Feli n a e nell'autorevole voce di Giuseppe Antimi, al tempo governatore in Coriano, e che fu ripetuta nel dicembre 1829 (ibid.), nel 1831 (v. sopra), nel 1832 {b. 23) e nel 1835 {b. 24), ottenendo in quest'occasione anche il parere favorevole del Legato Card. Riario Sforza, colla riserva che per l'attuazione del progetto si dovesse rimandare « all'epoca della prima riforma della statistica territoriale ». (45) Sant'Angelo in Vado, nel chiedere la ripristinazione del governo (die. 1828), suggeriva: « l a spesa inerente all'implorato ripristinamento, tenuissima per uno Stato, potrebbesi inoltre compensare con la riduzione di alcune Podesterie assai vicine fra loro, e collocate in luoghi ignobili, poco popolati, non mai forniti di tal privilegio, e nulla curanti di conseguirlo » (A.S.P., Governo, b. 19).


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pegna (46), o quella di Paganica con Urbino. Monte Licciano passò da Sasso Feltrio a Monte Grimano, e Valle S. Anastasio da Monte Grimano a Sasso Feltrio, contro ogni ragione, storica e geografica, e contro il volere delle popolazioni interessate (47). Monte, nell'appodiarsi a San Leo, venne inavvertitamente smembrato e parte del territorio restò a Verucchio (48). Inoltre, mentre la riunione degli appodiati fu perseguita sistematicamente in alcune zone (tanto che nel governo di Macerata Feltria l'appodiato minore risultò di 194 abitanti, in quello di Pennabilli di 237), in altre zone procedette sporadicamente o non si verificò afl^atto. Al comune di Apecchio restò appodiato Collerosso con 19 abitanti. Non è meraviglia che non vi si riuscisse a trovare i tre consiglieri previsti dal motu proprio (49). -i.

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Dal 1827, e fino all'unificazione d'Italia, le circoscrizioni comunali della zona restarono pressoché immutate (v. quadro I V ) . Non perciò si può considerare conclusa la storia del riassetto territoriale nello Stato pontificio: ma fu storia di crescente disagio e di tenaci inadempienze. Nel nuovo riparto, s'è visto, non mancavano incongruenze e ragioni di malcontento. Se, e fino a un certo

(46) Frazioni reclamate sia da Mercatello che da Sant'Angelo, e meglio ancora dicevoli al nuovo comune di Belforte. L a posizione dei due luoghi rispetto a Carpegna era definita « stravagante » in un memoriale di Sant'Angelo (A.S.P., Governo, b. 22). (47) I relativi memoriali sono titolati in A.S.P., Governo, b. 13 (48) L a magistratura di San Leo, in un pro-memoria dell'aprile 1828, chiese la « correzione dell'equìvoco », attribuendolo ad ambigua, e comunque male intesa, informazione della magistratura di Verucchio (Ibid.). (49) A.S.P. Governo b. 14. _


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limite, le contese municipalistiche potevano fungere da diversivo alle tensioni sociali e distogliere l'attenzione dai problemi politici, ormai non era più tempo di diversivi. Ai primi di febbraio del 1831, contemporaneamente all'elezione del nuovo pontefice, i l reazionario Gregorio X V I (50), scoppiavano i moti di Modena e Bologna, subito propagatisi nella Romagna e a Pesaro. L'insurrezione penetrò profondamente anche nella zona montana della provincia, incontrandovi calorose adesioni e reazioni tiepide. In breve tutto i l versante adriatico dello Stato fu in mano al governo rivoluzionario provvisorio. I l quale mostrò di saper cogliere la carica politica insita nelle rivendicazioni territoriali. Con circolare n. 311 del 22 febbraio confermò intanto l'assetto precedente, estendendo però l'istituzione del Comitato Municipale, previsto per le sedi di governo, anche a Sant'Angelo in Vado, che da tempo faceva pressanti richieste per essere eretta in sede governativa. Qualche giorno più tardi « ì pubblici Rappresentanti Parrochi e Consiglieri di Belforte e de' suoi aggregati », nel chiedere l'unione « alla Giusdicenza che venisse a stabilirsi nella città di S. Angelo in Vado », scrivevano di credersi « religiosamente tenuti di esternare alle SS. VV. E E . le brame e speranze concepite dalla popolazione di Belforte e de' suoi appodiati [sic] in seguito delle vostre beneficenze e promesse. Queste hanno posto nell'animo di tutti la lusinghiera certezza, che le SS. VV. E E . tengono per unico scopo quello di rendere contente le popolazioni, e di esaudirne ogni ragionevole volontà e dimanda; e che si occupano dì far rivivere quelle migliori istituzioni del precedente Regno d'Italia, sempreché ciò

(50) Sui moti del 1831 e sul papato di Gregorio X V I v. L . C . F A R I N I , LO Stato Romano, cit., voi. I ; G . CANDELORO, Storia dell'Italia moderna, cit., voi. I I , pp. 173 sgg.. S u Gregorio X V I D . D E MARCO, Il tramonto dello Stato pontifìcio. Il papato di Gregorio XVI, Torino 1949. Sull'editto R . R U F F I L L I , L'appodiamento, cit., pp. 88 sgg.


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non si opponga alle circostanze attuali » (51). Che i l Governo Provvisorio si fosse già posto i l problema risulta anche dall'annotazione postergata: « si ritenga per norma nella concentrazione de' comuni per presentarsi al comitato in seduta ». I capi della insurrezione tuttavia erano, com'è noto, uomini moderati e prudenti, e quando Sant'Angelo chiese anche di aver « restituita la Metola » i l Comitato provinciale rispose negativamente, « dovendosi conservare per ora gli stabiliti confini, e nulla innovarsi, essendo questa una massima principale adottata generalmente » (52). Repressa dalle armi straniere l'insurrezione sul finire del marzo, i l nuovo pontefice e i l Card. Bernetti prosegretario di Stato furono sommersi da richieste di mutazione, anche perché si era sparsa la voce di una imminente nuova riforma. Presero tempo. All'Editto 5 luglio 1831 (53), che non portava innovazioni di rilievo nell'amministrazione comunale, nè modificava i rapporti fra comuni principali e appodiati, non era annessa la consueta tabella di riparto, bensì una promessa di revisione dell'assetto in vigore previa esplorazione della volontà delle popolazioni interessate: si autorizzava intanto l'inoltro di istanze intese ad ottenere « cambiamenti territoriali concernenti aggregazioni o separazioni di comunità ». Moltissimi centri fecero pervenire le loro richieste. Alcuni, pochi, chiesero che non si producessero mutazioni in ciò che li riguardava. Altri pretesero la conferma o la restituzione dei privilegi in godimento o goduti in passato. La maggor parte lamentava, a torto o a ragione, i torti subiti e chiedeva riparazione. Quasi tutti si rifacevano a

(51) A.S.P., Governo b. 22. (52) Ibidem. (53) Editto 5 luglio 1831: Ordinamento amministrativo delle • provinole e de' Consigli comunitativi in Raccolta delle Leggi e Disposizioni di pubblica Amministrazione nello Stato Pontificio, voi. V I , Roma 1835.


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istanze e progetti ripetutamente avanzati in precedenza. La consultazione rivelava un sommovimento tale che la Santa Sede ne fu spaventata, e scelse di rispondere col blocco delle mutazioni, procedendo semmai a cambiamenti caso per caso e con estrema cautela. E ciò nonostante che molte richieste avessero ottenuto parere favorevole sia dall'autorità di governo locale, sia dalle autorità provinciali, f Una sola richiesta fu accolta: quella di Urbino mirante a dividere la delegazione, di recente promossa a rango legatizio, in due parti: una marittima con capoluogo Pesaro, una montana con capoluogo Urbino. La decisione, certamente propiziata dai validi uffici del card. Albani, fu notificata dal Segretario di Stato card. Bernetti il 4 agosta 1832. . H I l carteggio fra i due porporati (54) chiarisce le disposizioni d'animo con cui, da parte del pontefice e dei suoi collaboratori, si seguiva la vicenda del riassetto territoriale. Gregorio X V I , come già i predecessori, avrebbe voluto che tutto si risolvesse con generale soddisfazione. A questo fine riteneva congruo mezzo l'autodeterminazione dei centri interessati e, in caso di contrasto di interessi, la composizione in loco o l'elisione reciproca. I l Santo Padre, scriveva il Bernetti nell'ottobre 1831, « non vuol far uso della sua autorità per obbligare una parte de' Suoi sudditi a soggiacere all'altra, amando di lasciarli liberi di appigliarsi a quel partito che il calcolo de' rispettivi interessi farà loro gustare di preferenza ». Ma, dopo i moti rivoluzionari del febbraio-marzo, i l S. Padre temeva che anche il cambiamento più insignificante rimettesse in moto un processo di turbolenze difficilmente controllabile: « Riflettendo — scriveva ancora i l Bernetti nel novembre — sulle speciali circostanze della città e provincia di Pesaro, sulla loro geografica situazione cosi prossima alle Lega-

(54) S i legge in A.S.P., Governo,

b. 40.


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CIRCOSCRIZIONALI

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zioni, i l Santo Padre trema al solo apprendere il pericolo a CLii potesse rimanervi esposta la pubblica tranquillità per una misura di generale dispiacimento che andasse a proclamarvisi nelle congiunture in cui siamo ». E inoltre ima qualsiasi mutazione, anche se accetta alle parti interessate, avrebbe provocato le rimostranze di tutti i centri le cui analoghe richieste non avessero trovato accoglimento. « Se in vista di titoli desunti da antiche pergamene avesse da aderirsi alle istanze della città di Urbino [ . . . ] cento altre Città e Terre ne avrebbero non minori da produrre, e sa il Cielo dove e come finirebbe la cosa » scriveva ancora nell'ottobre i l Segretario di Stato, e in dicembre riferiva che il papa temeva che il progetto Albani (indipendenza delie due parti nella unità della provincia), benché ottimo, rimettesse in moto le rivendicazioni di Gubbio, Monte Feltro e Fano, sopite col rimandare ogni decisione. Così si pensava di fare anche per la questione di Urbino-Pesaro: « Sembra in somma che la Santità Sua ami di secondare i voti delle singole popolazioni, ma in modo che niun cambianiento si operi se non sia piacevole a tutte le parti su cui dev'estendersi ». Non sappiamo quale circostanza abbia poi indotto il papa ad accontentare gli Urbinati: probabilmente fu decisivo l'atteggiamento, invero assai conciliante, della magistratura pesarese. I l clima politico di sospetto, di repressione poliziesca, di compressione di ogni istanza sociale e politica, non consentiva in effetti di procedere a un riordinamento territoriale per i l quale anche in periodi meno turbati era mancata o la capacità amministrativa o la forza politica o l'una e l'altra insieme.

* ft *

Quando, nel 1835, si pubblicarono i dati del censimento di popolazione effettuato nel 1833, i l riparto territoriale


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riproduceva esattamente, per la zona, la tabella del 1827 (v. quadro IV). Unica variazione era la soppressione dell'ufficio di podestà (55), e quindi la parificazione sotto questo aspetto di tutti i comuni che non fossero anche sede di governo. Fino all'unificazione d'Italia non si ebbero altre mutazioni, anche se i l dibattito sull'organizzazione comunale riprese molto vivo dopo l'elezione di Pio I X al trono pontificio e colla Repubblica Romana (56). Solo nel maggio 1848 fu nominato un vice-governatore a S. Angelo in Vado (57). e poi un governatore con giurisdizione sui comuni di Sant'Angelo, Borgo Pace e Mercatello, mentre il governo di Urbania acquisiva giurisdizione sul comune di Apecchio scorporato dal governo di Cagli. Inoltre tutti gli appodiati di Sant'Agata Feltria, escluso Sapigno, furono aggregati al comune principale. La situazione del 1827 dunque, nonostante le richieste e le promesse di correzione, nel 1860 fu consegnata pressoché immutata al nuovo regno d'Italia che, per la verità, in materia non seppe fare né più né meglio dello Stato pontifi(CÌo. Tanto che a tutt'oggi parte di Monte resta sotto Verucchio, Torre Fossati e Palazzo Corignano restano sotto Carpegna, eccetera eccetera. Dì Paganica e Monte S. Maria, condannati a restare con Urbino e Piandimeleto, non resta pietra su pietra.

(55) Per effetto dell'editto 5 luglio 1831. (56) Dibattito molto interessante, che l'economia del presente lavoro non ci ha consentito di approfondire come avremmo voluto. (57) Ancora in carica nell'estate 1849. Notizie in A.S.P., Governo, b. 34.


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Quadro I . — A S S E T T O

CIRCOSCRIZIONALI

TERRITORIALE

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RESTAURATO

(1814)

DELEGAZIONE DI URBINO E PESARO LUOGOTENENZA DI URBINO Commissariato di

Montefeltro:

SAN L E O (podesteria), Majolo, Massa Manente, Soanne. M A C E R A T A F . (pod.), Monte S. Maria, Cavoleto, Monte AltavcUo, Pietra Rubbia, Certalto. M O N T E C E R I G N O N E (pod.), Monte Copiolo, Monte

Boaggine.

M O N T E GRIMANO (pod.). Monte Tassi, Ripalta, Valle S. Anastasio. SASSO F . (capitanato). Gesso, Monte Licciano. P E N N A B I L L I (pod.), Maciano. C A S T E L D E L C I (vicariato), Senatello.

; .

P I E T R A C U T A (vicariato). Monte Fotogno, Monte Maggio, no, Secchiano, UffogUano.

Tausa-

M O N T E C E L L O (vie), Rontagnano, Savignano di Rigo, Monte Petra. S A S S O C O R V A R O (pod.) Valditeva. S.

AGATA F . (pod.), Sartiano, Torricella, M. Benedetto, Rocca Pi-atiffa, Libiano, Pereto, Scavolo, Majano, Cajoletto, Rivolpaja, Fragheto e Villa, Vacaldola, Palazzo, Rosciano e Poggio, Ugrigno, S. Donato.

Commissariato di

Massa:

U R B A N I A (pod.). S. A N G E L O (pod.), Monte Majo, Metola, Baciuccaro, Sorbetolo. M E R C A T E L L O (pod.), LamoU, Montedale, Guinza, Valbona, Sompiano, Palazzo Mucci, Dese, Figgiano, S. Martino, Castel de' Fabbri, Borgo Pace. Castel della Pieve, Parchiule. F R O N T I N O (vie), Viano, Torriola, BcHortc. P E G L I O (vie), Lunano. Desunto da Elenco elei consiglieri comunali che esercitavano prinĂŹa dell'invasione francese del 1808 in A.S.P., Magistrature Comunali, b 1, integrato con altri documenti esistenti ibid., bb. 1-2-3.


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GIROLAMO

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Quadro I I RIPARTO

TERRITORIALE SEGUITO

COMUNE

A L M.P. 6 L U G L I O

APPODIATI

1816

ANIMATO

D E L E G A Z I O N E DI URBINO E PESARO GOVERNO DISTRETTUALE DI URBINO Governo di

Frontino

F R O N T I N O 423, Belforte 241, Torriola 62, Viano 184

910

PIETRARUBBIA

147, M. S. Maria 54

632

1.542

L A M O L I 191, Borgopace 301, Castelfabbri 48, Guinza 97, Montedale 74, Parchiule 227, Sompiano 93

1.031

1.031

Governo di

431, Cavoleto

Lamoli

Governo di Macerata MACERATA

Feltria

F . 1.283, Certalto 197, M. Altavelio

199

1.679

M. C E R I G N O N E 618, M. Copiolo 553, M. Boaggine 229

1.400

3.079

1.518

1.518

Governo di Montegelti M O N T E G E L L I (con) Riopetra 434, Massa e annessi 320, Montepetra 189, Rontagnano 387, Savignano di Rigo 188 Governo di Monte

Grimano

M. G R I M A N O 745, M. Tassi 407, Ripalta 91, Valle S. Anastasio 327

1.570

SASSOFELTRIO

1.003

2.573

813

813

1.622

1.622

563, Gesso 214, M. Licciano 226

Governo di Peglio P E G L I O 510, Lunano 303 Governo di

Pennabilli

P E N N A B I L L I 1.284, Maciano 338


M U T A Z I O N I CIRCOSCRIZIONALI

Governo dĂŹ

35

Pietracuta

P I E T R A C U T A 312, M. Fotogno 148, M. Maggio 438, Secchiano 273, Tausano 144, Uffogliano 217 Governo di Poggio

1.532

1.532

749

749

L988

1.988

Berni

POGGIO B E R N I ed annessi 749 Governo di San Leo

.

SAN L E O 1.108, Majolo 506, Massa Manente 108, Soanne 266 Governo di Sant'Agata

.

Feltria

S. AGATA F . 720, Cajoletto 78, Frageto 107, Libiano 180, Majano 134, M. Benedetto 101, Palazzo 51, Pereto 63, Rivolpara 60, Rocca PratĂŹffa 160, Rusciano e Poggio 72, S. Donato 232, Sartiano 227, Scavolo 45, Torricella 295, Vacaldola 20, Villa di Fragheto 20, Ugrigno 131 2.696 C A S T E L D E L C I 508, Senatello Governo di Sant'Angelo

in

82

590

3.286

Vado

S. A N G E L O I N V. 2.536, Baciuccaro 54, Metola 276, M. Majo 129, Sorbetolo 59

3.054

M E R C A T E L L O 1.036, Castel d. Pieve 85, Dese 59, Figgiano 38, Pai. Mucci 79, San Martino 53, Valbona 141 ,

1.491

4.545

1.061

1.061

2.114

2.114

3.301

3.301

Governo di

Sassocorvaro

S A S S O C O R V A R O 840, Valditeva 221 Governo di

Tavoleto

T A V O L E T O 387, Auditore 410, Castelnovo 335, Pian di Castello 200, Ripamassana 172, San Giovanni 278, Torricella 84, Valle Avellana 248 Governo di

Urbania

U R B A N I A 3301


36

GIROLAMO

GOVERNO (Governo di

ALLEGRETTI

DISTRETTUALE DI GUBBIO

Apecchio)

A P E C C H I O 891, C a r d a 638, Cariano 74, Colle Rosso 24, Colstregone e Collelongo 30, M i g l i a r a 59, Monteforno 68, M . V i c i n o e Fagnille 149, Pietragialla ed annessi 99 (Governo di

2.032

Cagli)

C A G L I e V i l l e 7.155, Castiglione 49, Penigli 554, Frontone 859, M . G r ì n o 48, Offredi 127, Pecorari 149, Piobbico 492, R o c c a Leonella 203

9.636

D E L E G A Z I O N E D I FORLÌGOVERNO D I S T R E T T U A L E D I R I M I N I (Governo di

Verucchió)

(VERUCCHIO) Governo di

Monte 229 Piandimeleto

P I A N D I M E L E T O con Monastero, Petrella e S. Sisto 765, Piagnano, Antico, Campo, Lupajolo, Piet r a c a v o l a e P i r l o 821

1.586

1.586

GOVERNO D I S T R E T T U A L E D I CESENA (Governo di (PONDO) (Governo d i (SARSINA)

Pondo?) T a l a m e l l o 651 Sarsina) P e r t i c a r a 271, Sapigno

208

E s e m p l a t o s u Tabella del Riparto Territoriale delle Delegazioni dello Stato Ecclesiastico annessa ai M.P. 6 luglio 1816 cit-, integrata con documenti i n A.S.P., Magistrature Comunali, bb. 4e5.


37

MUTAZIONI CIRCOSCRIZIONALI

Quadro I I I RIPARTO TERRITORIALE

COMUNE

S E G U I T O A L L ' E D I T T O 26 N O V . 1817

APPODIATI

ANIMATO

DELEGAZIONE D I URBINO E PESARO GOVERNO D I S T R E T T U A L E D I URBINO Governo d i

Maceratafeltria

M A C E R A T A F . ed annessi 1.283, Castelnuovo 333, Certalto 197, M . Altavelio 199, Piandicastello 200, S. G i o v a n n i 278, T o r r i c e l l a 84, V a l le Avellana 248

2.822

M O N T E C E R I G N O N E 618

618

M O N T E C O P I O L O 553, Monteboaggine 229

782

M O N T E G R I M A N O 745, M . T a s s i 407, R i p a l t a 91, Valle S. Anastasio 327

1.570

P I A N D I M E L E T O " con Monastero, S. Sisto (e Petrella) 765, Belforte 241, Campo 183, Cavoleto con M . S. M a r i a 201, F r o n t i n o 423, L u nano 303, L u p a j o l o 195, Piagnano 94, P i r l o 87, T o r r i o l a 62, V i a n o 184

2.738

PIETRARUBBIA

631, P. Cavola 136

767

S A S S O C O R V A R O 840, Auditore 410, R i p a m a s s a n a 172, Tavoleto 387, V a l d i t e v a 221

2.030

S A S S O F E L T R I O 563, Gesso 214, M . L i c c i a n o 226

1.003 12.330

dal 1819: C A R P E G N A con Castellaccia (798) T o r r e F o s s a t i (45) e P a i . Corignano (50): 893 dal 1821 ( ? ) : C A R P E G N A ed annessi, Pietra R u b b i a , Pietra Cavola

893

(12.276)


38

GIROLAMO

Governo di

ALLEGRETTI

Pennabilli

P E N N A B I L L I 1.284; Maciano 338 CASTELDELCI

508, (Miratojo

79), Senatello 82

M A J O L O 505, Antico 127, Soanne 266 S. A G A T A F . 720, Cajoletto 78, Frageto 107, L i b i a n o 180, Majano 134, M . Benedetto 101, Palazzo 51, Petrella 94, Pereto 63, R i v o I para 60, R . Pratiffa 160, Rusciano e Poggio 72, S. Donato 232. Sartiano 297, Vacaldoi a 20, Scavolo 45, V i l l a di Fragheto 20 SAN

1.622 669 898

2.434

L E O 1.108, M . Fotogno 148, M . Maggio 438, Pietracuta 312, Secchiano 273, T a u s a n o 144, Uffogliano 217

2.640

T A L A M E L L O 651, P e r t i c a r a 371, Sapigno 208, Torricella 295, Ugrigno 131

1.556

dal 1819:

9.819

S C A V O L I N O 175, B a s c i o 266, G a t t a r a 181, Miratojo 187 Governo di

809

Urbania

URBANIA^"''--^-'-- ed annessi 3301, Pecorari 149, Piobbico 492, M . C r i n o 48, Montiego 75, Monteforno 68, Offredi 127, Orsajola 181

4.441

M E R C A T E L L O 1.036, Borgopace 301, Castelfabbri 48, Castel della Pieve 85, Dese 59, Figgiano 38, G u i n z a 97, L a m o l i 191, Montedale 74, Metola 276, Palazzo M u c c i 79, Parchiule 227, S. Martino 53, Sompiano 93, (Torre di Fossato 73), V a l b o n a 141

2.871

P E G L I O 510

(9.705)

^

-

S. A N G E L O I N V . 2.536, B a c i u c c a r o 54, M . Majo 129, Sorbetolo 59

:

'

510 2.778 10.600

(10.600)

* Aggiornamento di popolazione a fine 1817 ( i n A.S.P., Arch. Segreto, b. 5 ) : Frontino 294, Belforte 203, V i a n o 131, T o r r i o l a 40; pop. tot. comune Piandimeleto 2.016. ** 631 è quasi certamente errore di stampa per 531. *** Sartiano 297 è quasi certamente da leggersi Sartiano 227. **'^''' F r a i l 1817 e i l 1826 scisso nei comuni di U r b a n i a e Piobbico (v. sotto)


MUTAZIONI

39

CIRCOSCRIZIONALI

E s e m p l a t o s u Riparto dei Governi e delle Comunità dello Stato Pontificio con i loro respettivi Appodiati, annesso allo Editto 26 nov. 1817 cit. I dati di popolazione s u Carpegna e Scavolino per i l 1819 sono tratti da Statistica della Contea di Carpegna i n A.S.P., Governo, b. 6. N . B . — I n o m i di l o c a l i t à i n corsivo sono da depennare per le ragioni addotte nel testo, colla conseguente modifica dei dati totali di popolazione. Per le l o c a l i t à l a c u i cifra di popolazione è indicata i n corsivo si hanno dati aggiornati a l 1826 i n una indagine sullo stato dell'istruzione condotta i n quell'anno (A.S.P., Istruzione Pubblica, b. 5). L i riferiamo di seguito: (MACERATA)

S. G i o v a n n i 270

P I A N D I M E L E T O con Monastero e S. Sisto 586, Belforte 213, Campo 31, Cavoleto con M . S. M a r i a 168, F r o n t i n o 296, L i m a no 246, Lupajolo 35, Piagnano 250, P i r l o 67, T o r r i o l a 34, V i a n o 110. (CARPEGNA)

P i e t r a R u b b i a 308, Pietracavola 65.

(SASSOCORVARO)

Tavoleto 531.

M A J O L O 504, Soanne 248. S. A G A T A F . 791. Cajoletto 74, Fragheto 80, L i b i a n o 146, Majano 133, M . Benedetto 97, Palazzo 37, Petrella 187, Pereto 56, R i v o l p a r a 57, R . Pratiffa 156, R u s c i a n o 76, S. Donato 237, • Sartiano 241, V a c a l d o l a 22, Scavolo 36, V i l l a di Fragheto 20. ( S A N L E O ) Pietracuta 320. TALAMELLO

850, P e r t i c a r a 437, Sapigno

SCAVOLINO

163, B a s c i o 255, G a t t a r a

295, T o r r i c e l l a 312.

139, Miratolo

167.

U R B A N I A 3.318

3.318

P I O B B I C O 492, Montegrino 48, Offredi 195, Orsaiola 155, Pecorari 149 (Non sono citati Montiego e Monteforno)

1.039

M E R C A T E L L O 953, Borgopace 249, Castelfabbri 45, Dese 49, Guinza 58, L a m o l i 174, Montedale 55, Metola 159, Palazzo M u c c i 65, Parchiule 151, S. Martino 42, Sompiano 43, Valbona l U .


GIROLAMO

40

ALLEGRETTI

Quadro I V — R I P A R T O T E R R I T O R I A L E S E G U I T O A L M.P. 21 D I C E M B R E 1827 con relativo animato, aggiornalo coi dati dei censimenti 1833 e 1853

1827

1833

1853

(1)

(2)

(3)

1.382 194 ;.57ó

1.379 200 1.579

1.805 297 2.102

613 233 846

620 241 861

761 292 1.053

975 199 1.174

1.101 210 1.311

1.223 273 1.496

343

335

422

407

457

544

PIETRA RUBBIA

377

423

516

Frontino

323

379

443

SASSOCORVARO Piagnano S. Donato i n T a v . V a l l e Avellana

963 307 538 307 2.115

962 291 539 328 2.120

1.227 341 596 358 2.522

Governo di Pennabilli PENNABILLI Maciano Soanne

1.281 360 278 7.979

1.369 362 274 2.005

1.534 440 323 2.297

CARPEGxMA con Castellaccia, T o r r e di Fossato e Palazzo Corignano

1.000

1.017

1.297

532 237 769

508 240 748

723 248 971

848

766

940

COMUNE

APPODIATO

Governo di Macerala

Feltria

M A C E R A T A F . e annessi Certalto

MONTE

CERIGNONE Valditeva

P I A N D I M E L E T O con Monastero, Pirlo, San Sisto e V i a n o Cavoleto con M . S. M a r i a

Belforte

e Campo con

Lunano

con Lupajolo e Pietracavola

MONTE

Torriola

COPIOLO Monte Boaggine

S C A V O L I N O con Bascio, G a t t a r a c Miratojo (4)


MUTAZIONI

41

CIRCOSCRIZIONALI

Governo di Sant'Agata Feltria SANT'AGATA F . (Sant'Agata F . ed annessi) Cajoletto e Palazzo Libiano Monte S. Benedetto Petrella Rocca Pratiffa e Pereto Rusciano, Poggio, R i v o l p a r a , Scavolo e V a c a l d o l a S. Donato e Majano Ugrigno Sapigno

830

928

117 176 106 225 224

130 185 114 209 212

219 401 133 248 2.679

241 446 167 275 2.907

317 3.830

679

655

944

1.006 386 241 380 316 259 2.588

1.066 516 298 357 323 281 2.841

1.387 658 369 480 406 368 3.668

1.172 215 160 454 307 159 2.467

1.206 327 162 440 325 174 2.634

1.410 278 240 656 429 240 3,253

561 287 848

522 286 808

687 343 1.030

MONTEGRIMANO Monte L i c c i a n o Monte T a s s i

711 217 503 1.431

832 321 536 1.689

1.041 398 651 2.090

P I A N D I C A S T E L L O (6) Monte Altavelio Ripalta

204 133 97 434

274 241 120 635

309 293 130 732

C A S T E L D E L C I con Fragheto, e V i l l a di Fragheto T A L A M E L L O con Mercatino Perticara Sartiano Secchiano Torricella Uffogliano

Governo dĂŹ San Leo SAN L E O Monte (5) Monte Fotogno Monte Maggio Pietracuta Tausano

Majolo ^-^ Antico

Senatello

3.513


42

GIROLAMO

ALLEGRETTI

SASSO F E L T R I O Gesso V a l l e S. Anastasio

568 215 311 1.094

587 225 297 1.109

780 294 399 1.473

Governo di Urbania U R B A N I A ed annessi Orsajola e Montiego

3.570 204 3.774

3.708 223 3.931

4.116 208

585

665

758

410 34 238 75 180 937

509 24 262 46 211 1.052

1.046 140 85 184 63 126 1.644

1.252 155 110 214 68 145 1.924

P I O B B I C O , Castiglione e R o c c a Leonella Monte C r i n o Offredi e Monte F o r n o Pecorari

860 61 107 146 1.174

925 62 114 149 1.250

S A N T ' A N G E L O I N V A D O , S. Martino Sorbetolo Baciuccaro Monte Maio

2.840 49 139 3.028

3.237 52 171 3.460

PeglĂŹo ** B O R G O P A C E , Castelfabbri, Dese e Sompiano Figgiano Lamoli Palazzo M u c c i Parchiule

MERCATELLO Castel della Pieve Guinza Metola Montedale Valbona

APECCHIO Carda e Serravalle Cariano Monte V i c i n o Pietragialla c

'

"

e

4.324

1.100 75 152 186 1.513

735 901 200 289 565 2.690


MUTAZIONI

Governo di Sant'Angelo in SANT'ANGELO I N VADO Baciuccaro Monte Majo

CIRCOSCRIZIONALI

43 3.506 54 161 3.721

Vado

BORGO PACE Figgiano Lamoli Palazzo M u c c i Parchiule

624 137 374 72 264 1.471

MERCATELLO Castel della Pieve Guinza Metola Montedale Valbona

1.335 149 114 259 95 170 2.122

* D a l 1827 a l 1831 i l p o d e s t à di Piandimeleto ebbe giurisdizione anche s u Belforte e Lunano; quello di P i e t r a R u b b i a su F r o n t i n o . Majolo e Peglio, p r i v i anch'essi di p o d e s t à , ricorrevano anche per gli affari giudiziari m i n o r i ai governatori, rispettivamente, di S a n L e o e U r b a n i a . (1) E s e m p l a t o sulla Tabella di riparto annessa al M.P. 21 dicembre 1827 citato. (2) E s e m p l a t o s u Riparto territoriale dello Stato Pontificio a tutto l'anno 1833 annesso all'Editto 5 luglio 1831: Ordinamento amministrativo delle Provincie e de' Consigli comunitativi i n « R a c c o l t a delle Leggi e Disposizioni di pubblica Amminstrazione del Governo Pontificio », voi. V I , R o m a 1835. (3) E s e m p l a t o su Statistica numerativa della popolazione dello Stato Pontificio alla fine del 1853 col ripartimento territoriale modificato secondo i cambiamenti cui è andato soggetto dopo il 1833 jino all'epoca presente, R o m a 1857. (4) Con lettera del marzo 1829 i l priore di Scavolino « i m p l o r a l a riduzione dell'animato [ d a 848 a 748] s u l quale è corso equivoco » (A.S.P., Governo b. 19). (5) I l dato del 1833 quasi certamente comprende anche le anime della porzione di Pieve Corena anticamente spettante a Monte. (6) I dati erano e r r a t i , e R i p a l t a p r o t e s t ò ripetutamente per l'errore che l a danneggiava. All'inizio del 1832 l a m a g i s t r a t u r a di P i a n di Castello chiedeva che i l comune non subisse variazioni, trattandosi di e n t i t à geografica e politica di s t r a o r d i n a r i a o m o g e n e i t à e concordia, ed i n v i a v a i dati di popolazione corr e t t i e aggiornati: Piandicastello 241, Monte Altavelio 252, R i p a l t a 107 (A.S.P... Governo b. 23/1832).

1


NANDO CECINI

t mapstn comacini nel montefeltro dal Xlll al XV secolo


I I l Montefeltro, racchiuso tra Marche Toscana e Romagna, arroccato tra gli Appennini, è una sub-regione defilata dai grandi itinerari dell'arte. E ' stato così anche per l'attività e la presenza dei « magistri comacini ». Gli archivi sono avari di documenti e purtroppo non sono stati ancora indagati a fondo. La letteratura artistica tace, salvo qualche fuggevole cenno, dedicato per lo più a S. Leo, in opere di carattere generale sull'architettura romanica e gotica (1). Nella monografia, ancora oggi valida, dedicata dal Merzarìo ai « magistri comacini », i l territorio del Montefeltro è ignorato (2). Anche un attento indagatore dell'arte marchigiana come Luigi Serra si limita, in materia dì « magistri comacini », a fuggevoli e inevitabili riferimenti, trascurando pe-

( 1 ) G . MARCHINI: L'arte » in «Le Marche», Milano, s. d. (1965), p. 152. L a chiesa di S. Leo « Primo esempio della penetrazione dei maestri lombardi nella regione marchigiana ». Per una conoscenza approfondita dell'architettura marchigiana è fondamentale i l volume miscellaneo: « Atti del X I Congresso di Storia dell'Architettura. Marche, 6-13 settembre 1 9 5 9 » , Roma, 1965. Si vedano in particolare le relazioni di: Riccardo Pacini: « Monumenti del periodo romanico nelle Marche », p. 135 e segg. Wolfgang Kronig: « Note sull'architettura religiosa medievale nelle Marche », p. 205 e segg. (2) G . MERZARIO: « / maestri comacini », Milano, 1893. I n particolare si legga, Tomo 2 , p. 315, 354.


48

NANDO C E C I N I

raltro la regione del Montefeltro e l'influenza da loro esercitata (3). Altri studiosi come il Franciosi (4) e i l Dominici (5), che hanno minutamente indagato le vicende montefeltrane, non hanno mai affrontato il problema dei « magistri comacini » o « vagantes » come ad alcuni piace chiamarli. Lo stesso Fabiani, che pure è stato lo studioso marchigiano più attento a questo fenomeno, ha trascurato completamente la zona del Montefeltro, forse troppo lontana per le sue indagini (6). Non volendo attribuire, con troppa facilità, ogni manufatto di architettura romanica o gotica, all'attività dei « magistri comacini » o, più genericamente lombardi, ci limitiamo a pubblicare qualche nome e due epigrafi sufficienti però a documentarne le presenza nel Montefeltro. Il La pieve di S. Giovanni Battista a Carpegna è già ricordata nella bolla di Onorio I I del 1125. Una iscrizione nella pieve porta inoltre una data inconfutabile: « AB INCARNATIONE ANNI SUNT MCLXX-

(3) L . SORRA: « L'arte nelle Marche », Pesaro, 1929, voi. I . I l Serra ricorda soltanto la Pieve (p. 41) e il Duomo di S . L e o (p. 209), la pieve di S . Pietro in Messa a Pennabilli (p. I l i ) e cita i l nome di qualche altra chiesa minore. Anche i suoi preziosi inventari di opere d'arte (1926) ignorano la presenza delle maestranze lombarde (4) T r a le opere di Pietro Franciosi ricordo la lunga serie di saggi: « Rocche e castelli del Montefeltro », apparsa dal 1923 al 1931 sulla rivista -.«Rassegna Marchigiana», diretta da Luigi Serra. (5) L . D O M I N I C I sia negli scritti di carattere generale che in quelli monografici non ha mai citato i magistri comacini. Si vedano le monografie su PennabiUi (1956), S. Agata Feltria (1959), S . Leo (1969). (6) G. FAE3IANT: « Architetti scultori e lapicidi comasco-luganesi nelle Marche» in «Arie e artisti dei laghi lombardi, voi. I , Architetti e scultori del Quattrocento », Como, 1959, p. 152.


P I E V E D I C A R P E G N A . Porta a sesto acuto inserita sotto un arco romanico.


P I E V E D I C A R P E G N A . Trifora romanica.

P I E V E D I C A R P E G N A . Epigrafe dell'anno 1323.


ABBAZIA

DI M O N T E T I F F I . Trifore romaniche.


I

MAGISTRI

COMACINI

N E L MONTEFELTRO

49

X I I ». Questa data colloca molto vicino nel tempo la pieve di Carpegna al duomo di S. Leo, la cui costruzione è del 1173. La pieve di Carpegna è stata così descritta nel secolo X V I I dal Guerrieri, uno dei primi storici e tra i più attendibili del Montefeltro: « I l tempio è tutta una nave di magnificente grandezza e altezza i l che dimostra la magnanimità dei suoi edificatori » (7). Il Guerrieri più che agli architetti e ai costruttori, alludeva evidentemente ai conti di Carpegna, che vantavano da sempre il giuspatronato sulla pieve. In tempi più recenti un'indagine storico artistica sulla pieve è stata fatta da Giuseppe Soriani (8). Vittorio Lombardi ne ha dato notizie in una interessante relazione sul romanico minore nel Montefeltro (9). Nell'abside della pieve, in cornu epistolae, datata 1323, si legge la seguente epigrafe: + /A.D. / MCCCXXIII / T.D. / lOHIS / P.P. / X X I I / HOC / OPUS / F.F.D. / MERCHATUS / ARCHIPBSI / QUOD. F. BRESCIANI DE BRESCIA PROPRIA MANU / (10).

(7) P. A. G U E R R I E R I : « La Carpegna abbellita e il Montefeltro illustrato. Compositione historica», Urbino 1667, p. 1 1 . Lo stesso autore dedica altre pagine alla pieve di Carpegna nel Volume: « Della Carpegna abbellita. Parte seconda, nella quale si tratta dell'Antichità più notabili di essa Contea et de gli huoniini illustri e degni di memoria Antichi e Moderni di esso luogo », Rimini,

1668, pp.

20-25.

(8) G. SORIANI: « Notizie storico artistiche sulla pieve di Carpegna », Macerata Feltria, 1921. (9) F . V . LOMBARDI: « Il romanico minore nel Montefeltro », Pro manuscripto 1973, pp. 4-5. (10) « Anno del Signore 1323. Al tempo di papa Giovanni X X I I questa opera fece fare l'arciprete Mercato, che fecero di propria mano Bresciani di Brescia ». Il Serra colloca erroneamente l'epigrafe nella chiesa di S. Sisto, sempre a Carpegna, per un evidente lapsus calami. Serra, op. cit., p. 128. -


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Oltre al nome del commissionario dei lavori di restauro della pieve, l'arciprete Mercatus, figura quello dei maestri muratori che hanno eseguito il lavoro. Sono dei bresciani riconducibili all'area delle maestranze lombarde di influsso comacino. La pieve di Carpegna può essere citata come esempio della apertura artistica dei maestri comacini che, in una fase di restauri, su preesistenti moduli romanici, l'abside trilobata, la base della torre campanaria, parte dei muri laterali delle navate, inseriscono modelli della nuova arte gotica, proveniente d'oltralpe, ottenendo risultati armonici e apprezzabili. Così un ampio arco del coro, a tutto sesto, viene chiuso. Sulla base viene aperta un'elegante porta sottesa ad un arco a sesto acuto, adorno da un triplice filare di lesene. Così le finestre della navata, che conservano tutt'ora sull'esterno l'archetto a tutto sesto, nella spaziosa strombatura vengono ingentilite con delle bifore e in un caso con una trifora. La pieve di Carpegna diventa così un testo interessante per la lettura dei passaggi tra l'architettura romanica e quella gotica mutuata dalle maestranze lombarde. Ili Un'altra epigrafe, del 1334, nella chiesa dedicata ai santi Martino e Bartolomeo, dell'abbazia di Montetiffi, nell'alto Montefeltro, documenta l'attività di tre « magistri comacini ». L'epigrafe, situata alla sinistra dell'ingresso, è di difficile lettura per l'usura del tempo: « A.D.M.C.C.C. / X . X . X . I . L L I . D I E . X X . / AGUTI.TPR.R.V. DNL / BARTOLI ABBATIS MOTI / T I F F I HOC OPUS FECIT / F I E R I AD ON0R.B.M.V.CEOM / AEXPLIC. ECCA. AD.HONOR.S.MARE / S.LEONAR. E T S. QUACI. E T . JUL I T E . HOC / FECER. MAGIS. N. CUMO. MATHI. MACI. lOHI / ».


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E ' stata pubblicata da Antonio Bartolini nella monografia sulla abbazia di Montetiffi, che per altro dà una interpretazione diversa dalla nostra (11). Siamo convinti senza ombra di dubbio, che la traduzione dell'ultimo capoverso assegna a tre magistri comacini l'esecuzione materiale dell'interessante manufatto architettonico. I nomi di Matteo da Como, Marco da Como, Giovanni da Como, si aggiungono al lungo elenco dei magistri comacini attivi nell'Italia centrale nel secolo X I V . Oltre la conferma epigrafica resta l'insieme architettonico della chiesa abbaziale, costruita secondo i canoni tipici delle maestranze lombarde. IV Parte integrante del Montefeltro è l'antica e gloriosa repubblica di S. Marino. I due territori hanno avuto contatti così stretti da poterli iscrivere in un unico contesto storico e artistico. La repubblica di S. Marino può vantare la presenza

(11) A. BARTOLINI; «Montetiffi e la sua abbazia», Cesena 1967, pp. 25-26. Riportiamo la traduzione dell'epigrafe compiuta dal Bartolini: « Nell'anno del Signore 1334, nel giorno 20 agosto, al tempo del reverendo signor Bartolo abbate di Montetiffi, (che) questo lavoro fece ad onore della Beata Vergine Maria dei Cieli. Finì la chiesa ad onore di S. Maria, S. Leonardo e S. Quirico e Giulitta. Questo fecero i nostri maestri con denaro di Matteo, Marco e Giacomo ». Siamo d'accordo sulla traduzione meno che nell'ultima parte che interpretiamo così: « Questo fecero i magistri (N = Novum) di Como, Matteo, Marco, Giovanni ». Per « Novum Comum » si veda: Federico Frigcrio: « Del sito di Comum e di quello di Novum Comum » in « Atti e memorie del I Congresso Storico Lombardo » I , Milano 1937, p. 1 e segg.


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di un magistro comacino, Battista da Como, attivo nel 1361 nella costruzione della chiesa di S. Francesco, in sostituzione di un artefice locale (12). I l fatto conferma i l predominio di queste maestranze su un territorio molto vasto e l'indiscussa capacità da essi raggiunta. Sulla scia di Battista altri magistri comacini lavorarono per la chiesa di S. Francesco, tanto da lasciare una lapide nell'abside con incisi i simboli della corporazione: un anello, due stelle, un'ascia e un'incudine (13). Ritroviamo la stessa simbologia in altre pietre tombali in centri non molto lontani da S. Marino, precisamente a Urbino e a Urbania, la antica Casteldurante. V Una lunga ricerca archivistica e bibliografica ci permette dì aggiungere due testimonianze sulla presenza dei « magistri comacini » nel Montefeltro durante i l X V secolo. Lo scalpellino Andrea di Pietro (da Como) è presente il 20 agosto 1495 a Urbino alla stipula di un contratto. I l notaio lo classifica come « incola Sancti Leoni » (14). L'indicazione apre una curiosa serie di problemi destinata a rimanere senza precise risposte. Si possono però

(12) Autori V a r i : « Pinacoteca Museo S. Francesco. ca di S. Marino ». Falconara, s.a. (1966), p. 17. (13) O. FATTORI: «Gli artisti e l'arte a S. Marino» Gozi: « Terra di S. Marino », Milano 1938, p. 185.

Repubbliin Manlio

(14) Urbino. Archivio Notarile. Cas. 8, n. 186, c. 240. L a notizia è riportata da: Ercole Scatassa: « Documenti. Contributo per la storia dell'arte » in «Rassegna Bibliografica dell'arte italiana», V I I ! (1905), 11-12, p. 197. Lo Scatassa cita solo il nome Andrea di Pietro con un punto interrogativo sulla località di provenienza, ma propendiamo per un'origine lombarda.


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azzardare molte ipotesi suggestive sulla presenza di questo maestro nella capitale del Montefeltro in un fecondissimo periodo artistico. Per ora ci basta averne indicato i l nome per stimolare nuovi fermenti di ricerca. VI Più precisa è la figura di un « magistro comacino » attivo a Sassocorvaro: Francesco di Giacomo da Como, cui si riferisce un contratto del 12 aprile 1496, con i l quale si impegna a scolpire le pietre per la rocca di Sassocorvaro. La rocca fu disegnata con tutta probabilità da Francesco di Giorgio Martini per Ottaviano Ubaldini della Carda, nipote di Federico da Montefeltro e suo stretto collaboratore (15). I lavori per la costruzione della rocca vennero iniziati intorno al 1475, durante i l primo soggiorno urbinate dell'architetto senese (16). Nel ventennio successivo la rocca fu completata. Tra i l 1481 e r89, Francesco Martini ritornò a Urbino per sovraintendere al completamento del palazzo ducale (17).

(15) L . M i C H H L i N j Tocci: « Le rocche di Francesco di Giorgio », Milano, s.a. (1967), s.i. pagina. Sull'attività di Francesco di Giorgio Martini nel Montefeltro si veda inoltre l'esauriente studio: Marco Dezzi Bardeschi: «Le rocche di Francesco di Giorgio nel ducato di Urbino» in « Castellum », 8 (1968), p. 113. Paolo Morachielìo: «Programmi umanistici e scienza militare nello Stato di Federico da Montefeltro », Urbino 1972, pp. 26-27.

(16) C . M A L T E S E : « Opere e soggiorni urbinati Giorgio» in «Studi artistici urbinati», 1 (1949).

di Francesco

di

(17) P. ROTONDI: « Contributi urbinati a Francesco di Giorgio » in «Studi artistici urbinati», 1 (1949). Pasquale Rotondi: « / / palazzo ducale di Urbino », Urbino 1951.


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Walter Tommasoli nell'unica, breve monografia sulla rocca di Sassocorvaro, con felice intuizione annota: « Le stesse maestranze del cantiere urbinate lavorarono per i camini della rocca di Sassocorvaro » (18). Con il documento inedito, che viene pubblicato in appendice, si è in grado di dare un nome a uno dei protagonisti di queste maestranze comasche, attive nel palazzo ducale di Urbino e nella rocca di Sassocorvaro. Si tratta del citato Francesco di Giacomo da Como. Questa notizia conferma ulteriormente la collaborazione intercorsa tra Francesco di Giorgio Martini e i « magistri comacini », non solo limitatamente al palazzo ducale di Urbino, ma allargata alle molteplici costruzioni uscite dal genio e dalla fantasia del grande architetto senese. Francesco di Giacomo da Como abitava a S. Ippolito, vicino al centro di Fossombrone (19) e nel luglio 1495 aveva lavorato nella cappella dedicata alla Madonna del Rosario (20) nella demolita chiesa di S. Cataldo, poi S. Domenico, a Rimini (21). Negli stessi anni Giovanni di Giacomo da Como, forse suo fratello, era attivo a Cesena (22). Si può così evidenziare la figura dello scultore Francesco di Giacomo da Como, attraverso alcuni dati incon-

(18) W . TOMMASOLI: « La rocca di Sassocorvaro », s.l, s.d., p. 9. (19) Sul centro di S. Ippolito e sulla scuola di lapicidi in esso sviluppatasi per almeno quattro secoli si veda: Augusto Vernarecci: «Del comune di S. Ippolito e degli Scarpellini e marmisti del luogo », Fossombrone 1900. Sempre il Vernarecci nella monografia su Fossombrone ricorda dii'ersi nomi di magistri comacini: Augusto Vernarecci: « Fossombrone dai tempi antichissimi ai nostri », Fossombrone 1903, voi. I , p. 413, p. 457. (20) C . GRIGIONI: « Documenti: Maestro Francesco di Giacomo da Como, scultore del secolo X V » in « Rassegna Bibliografica dell'arte italiana», X I I I (1910), 1-4, p. 29. (21) L . T O N I N I : «Guida del forestiere nella città di Rimini» Rimini 1893, p. 2 2 1 . (22)

C . G R I G I O N I , op.

cit.,

p.

29.


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futabili. Fu un lapicida di origine comasca, abitò a S. Ippolito in provincia di Pesaro, lavorò in una chiesa di Rimini, forse nei palazzo ducale di Urbino, sicuramente nella rocca di Sassocorvaro, ebbe un fratello attivo a Cesena, visse negli ultimi decenni del X V secolo. VII Nella biblioteca Gambalunghiana di Riminì è conservata manoscritta la « Collezione di atti importantissimi » collazionata da Michelangelo Zanotti (23). Nel tomo X , carte 15-16, sub anno 1496 è riportato il seguente rogito del notaio Paolo di Simon da Sassocorvaro. « Actum in castro Saxocorvarii in domo ecclesie S.tì Joahannis, partibus do.no Ubaldo de Eugubio archipresbitero diete Plebis et magister Franciscus Jacobi de Gommo et nunc habitator Sancti Yppoliti se obligat et convenit Ser Baldassarii de Fracta Factori DD.D.N. incidere et laborare omnes et singulas lapides. .. . scalpello in edificio arcis Saxicorvarii iuxta architecturam et di (si)gnationes que dicto M.ro Francisco ordinent et dabuntur, quas lapides elaburaturas promittit bene, ben et diligenter facere et cum bono collodo lapide ad usum boni et lapidicini suis sumptibus et expensis prò pretio et iure preti! boloninorum duorum ». Lo Zanotti riporta poi una lunga descrizione delle incombenze e degli impegni assunti da Francesco di Giacomo da Como.

(23) A. T A M D E L L I N I : «Inventario dei mss. della biblioteca di Rimini » in « Inventari dei mss. delle biblioteche d'Italia » a cura di Giuseppe Mazzatinti e Albano Sorbelli, Firenze 1892, voi. I I , pp. 132-165.


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Vili A conclusione pubblichiamo l'indice dei nomi dei magistri comacini attivi nel Montefeltro tra il 1334 e il 1496. Matteo da Como Marco da Como Giovanni da Como Battista da Como Andrea di Pietro Francesco di Giacomo da Como Giovanni di Giacomo da Como

1334 1334 1334 1361 1495 1496 1496


FRANCESCO V. LOMBARDI

la bolla di Papa Onorio I I a Pietro Vescovo di Montefeltro (anno 1123) 1) L a bolla onoriana nella storiografia degli ultimi tre secoli; 2) Gli aspetti piĂš controversi; 3) L a localizzazione dei toponimi; 4) I l documento nella lezione del Codice Urbinate; 5) Ipotesi di derivazione dei vari testi.


1) L A B O L L A ONORIANA N E L L A S T O R I O G R A F I A ULTIMI T R E SECOLI.

DEGLI

E ' davvero ben strano che i l più importante documento sulle antiche vicende religiose del Montefeltro, cioè la bolla di papa Onorio I I a Pietro, vescovo di Montefeltro, dell'anno 1125, per oltre trecento anni sia stata riprodotta o citata da tutti gli autori di storia ecclesiastica, feretrana e non feretrana, sulla sola scorta di una antica lezione, molto scorretta e lacunosa: tale è, infatti, quella che ebbe a riportare Ferdinando Ughelli, nel tomo secondo della sua « Italia Sacra », edito per la prima volta nel 1647 (1). Dall'accettazione acritica del documento stampato, so-

(1) F . U G H E L L I , Italia Sacra, t. I I , L e o p o l i t a n ì sive F e r e t r a n i E piscopi, R o m a 1647, pag. 933. E ' p i ù nota l a seconda edizione con le « additiones » di N . Coleti, Venetiis 1717, coli. 841-856. G . B . M A R I N I , Raccolta di meritorie storiche riguardanti la città di Montefeltro, ms. i n a r c h . com. S. L e o , t. I l i , e. 72/r., evidentemente dopo l a pubblicazione delle sue opere, si rese conto della lezione della b o l l a onoriana « la quale leggesi anche stampata presso l'Ughellio, ma assai scorretta e difettosa », ripetendo ad l i t t e r a m quanto aveva scritto D . GIORGI, Istoria del Dominio temporale della Santa Sede nel Ducato di Urbino, Contea di Montefeltro, e Massa Trabaria, di Mons. Domenico Giorgi, già Prelato Domestico della fel mem. di Bened. X I V A.D. M D C C X L . , i n A r c h . Segr. V a t . A A , A R M . L X , n. 41, c. 80/r. Già in precedenza i l MARINI, Saggio di Ragioni della città di S. Leo detta già Montefeltro, Pesaro 1758, pag. 173, ebbe a riconoscere che l a bolla venne t r a s c r i t t a « con numerosi errori di stampa per incuria degli amanuensi o dell'impressore...».


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no derivate innumerevoli deformazioni della verità storica nel corso di questi tre secoli: ultime, in ordine di tempo, quelle che noi stessi abbiamo occasionalmente contribuito a creare. I n particolare, l'analisi della lezione corrente di questo privilegio, con gli errori, le incongruenze, gli anacronismi, le anomalie più o meno accentuate, ci aveva portati a porre in dubbio perfino l'autenticità dello stesso (2). Ci pare doveroso, quindi, compiere un atto di onestà intellettuale, riprendendo in esame i l testo della bolla onoriana, sottoponendo lo stesso e le nostre considerazioni al giudizio degli studiosi, affinché l'interessante documento possa contribuire, sempre maggiormente, a i l luminare le vicende del Montefeltro in un'epoca ancora troppo oscura a causa della scomparsa della maggior parte delle testimonianze storiche. L'originale della bolla, da cui per sua esplicita ammissione derivò l'Ughelli (3), risulta perduto (4) e ne restano solo due « exempla »: uno, trascritto in un codice membranaceo urbinate del secolo X V (ca. 1465), conservato nell'Archivio Segreto Vaticano (Registrum Privilegiorum Montis Feretri) (5); e uno riprodotto in un codice Barbe-

(2) Alludiamo al nostro saggio: Il Montefeltro nell'alto medioevo; congetture sull'origine della diocesi, i n S t u d i Montefeltrani, voi. I I , S. Leo 1973, pag. 48. Nello stesso, s i c i t a l a pieve di S. M a r i a di S. Leo riferendola indirettamente alla S. M a r i a i n R o m a n i a della bolla. (3) « . . . cujus tenor ex originali talis est... » pag. 933. (4) P . F . K E H R , Papsturkunden in Rom..., i n Nachrichten von der K ò n i g l . Gesellschft der Wissenschaften zu Gottingen, P h i l . H i s . K l a s s e aus dem J a h r e 1900, Gottingen 1900, pag. 379. (5)

ARCH. SEGR. VAT., Arm.

L X , t. 21, ì.

10/R. S u l l e vicende

del

codice, cfr. L . M I C H E L I N I - T O C C I , / due manoscritti urbinati dei privilegi dei Montefeltro, con una appendice lauranesca, estratto da la Bibliofilìa, anno L X (1958), Miscellanea Mercati, pag. 207. Cfr. anche P. F . K E H R , Regesta Pontificum Romanorum - Italia Pontificia -, voi. I V , B e r o l i n ì 1909, pag. 228 « Onorius privilegium


LA

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riniano del X V I I secolo, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Privilegia Pontificum Varia) (6). L'Ughelli, dunque, vide e trascrisse dall'originale. E che l'originale esistesse effettivamente nell'Archivio Segreto Vaticano, è comprovato dair« Elenco Gonfalonieri », sotto la segnatLira: Ci. I , fase. 1, n. 1.: « carta pergamena, eius suhscriptione et plumho pendente munita » (7). Sulla perdita di questo prezioso originale, per i l momento, possiamo solo fare delle congetture. Certo é che i l Calvi — o chi per lui — ebbe a vedere la bolla originale, ancora esistente, dunque, negli archivi di Castel S. Angelo intorno agli anni immediatamente antecedenti la pubblicazione del suo volume (anno 1739) (8). D'altra parte, nel pur sommario estratto che ne trasse Mons. Giorgi per la sua « Istoria », terminata nel 1740 (9), sì conferma che la trascrizione stessa è stata desunta dalla bolla « la quale originale conservasi in Castel S. Angelo ». Non molti anni dopo, invece, abbiamo una prima notizia della scomparsa della bolla stessa: nel regesto fatto fare da Annibale degli Abbati Olivieri, è annotato chiara-

autographum... at codex mb. S . X V , inscriptus Registrum privilegiorum Montisferetri, cum aliis imperatorum diplomatibus olim in archivo ducum Urbinatensium adservatur. Mortuo Francisco Maria I I duce, eius Archivum a. 1631 Romam traslatum et in archivo castri S. Angeli Inter armarla superiora depositum est. Sed postea Onorii I I bulla disparuit... ». (6) BiBL. AP. VAT-, cod. Vat. Barberiniano 3222 ( X L 19, o l i m 3640). (7) P . F . K E H R , Papsturkunden cit., pag. 120. L ' a r c h i v i s t a G . B . Confalonieri m o r ì nel 1648. (8) P . A . C A L V I , Ad Pseudo Feretranum Apologeticon Jo: Baptistae Marini etc. V e n e t ì i s 1739, app. V , pag. 158-160. V e d a s i quanto si d i r à nel quinto paragrafo. (9) Cit. a nota (1), doc. 11, ce. 77/r. - 85/r. U n altro esemplare s i trova i n A r m . F . 1 - 5 Cfr. G . GUALDO, L'Archivio Vaticano e le Marche, i n S t u d i a Picena, X X I X (1961), pag. 122, nota 18.


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mente: « Manca l'originale » (10). Non si p u ò escludere, quindi, che la controversia religiosa fra S. Leo e Pennabilli sulla residenza vescovile — proprio in quegli anni più viva — abbia determinato l'asportazione o l'occultamento involontario, se non proprio la distruzione di questo documento originale (11). I l Kehr (12) conferma la scomparsa della bolla e ne auspica i l ritrovamento. *

* *

Come si disse, i l testo della bolla stessa fu pubblicato per la prima volta dall'Ughelli, nel 1647. Questa redazione non poteva essere conosciuta da quello che — a buon diritto — p u ò essere considerato i l primo storico del Montefeltro, cioè Orazio Olivieri, morto nel 1644 (13). Sicuramente la conobbe i l Magnani (1653) (14),

(10)

B I B L I O T E C A OLIVERIANA, PESARO,

ms.

443, Repertorio

di

scrit-

ture e diversi ricordi segnato C, fatto copiare da me A. A. 0. dall'originale che è nell'Archivio dell'Azienda di S. M. Z)-1758, c. 478/r. (11 Della disputa s i f a r à cenno nelle pagine seguenti. (12) Papsturkunden, cit., pag. 120: « Beute fehlen leider die ersten Fazzichel 1-5 und damit nich nur das Originai Honorius' IL, sondern auch die dann folgenden Urkunden Ludv^igs d. B. ». HelVItalia Pontificia cit., pag. 228, lo stesso K e h r fa r i n v i o agli Excerpta historica Feretrana, contenuti n e l t. 1 dei m a n o s c r i t t i Adversariorum d i G . GARAMPI. M a , per quante ricerche abbiamo fatto all'Archivio Segreto Vaticano (Fondo G a r a m p i n . 133), non abbiamo potuto trovare notizie della bolla onoriana, f r a le p u r tanto interessanti notizie s u l Montefeltro: cfr. ce. 1/r. - 60/r.; 111/r.; 121/r. etc. (13) O . O L I V I E R I , Monimenta F e r e f r a f i a . . . pubblicate per l a prim a v o l t a d a l prof. G . Ginepri, Pennabilli 1880. (14) M . MAGNANI, Dissertatio tum de lacrimis Imaginis S. Mariae Novissimae de Gratiis etc. Bononiae 1653. S u l l e relazioni f r a i ! Magnani e l'Ughelli, cfr. A. M . Z u c c i i i TRAVAGLI, Animadversioni sull'Apologetico Feretrano e sul Saggio di Ragioni per la città di S. Leo dell'Abbate G. B. Marini, (Venezia 1763), pag. 387.


LA

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ma essa non serviva ai suoi fini e quindi non ne fece oggetto di trattazione. I l Guerrieri (1667-1668), si limitò a citare questo privilegio, riferendosi chiaramente a quello edito dall'Ughelli, ed evitò un esame analitico dello stesso; incorrendo, peraltro, in un errore di datazione che — assai stranamente — si ritrova nel Codice Barberiniano (15). L'interesse per la bolla emerse precipuamente nel secolo X V I I I , nel quadro della violenta polemica libellistica fra i fautori della permanenza della sede vescovile a Pennabilli e quelli del ritorno alla sede originaria di S. Leo, come s'accennò sopra (16). I l Marini, nell'Apologeticon (1732) (17), forse di proposito, evitò di basare le sue tesi sulla bolla onoriana, proprio perché essa sembrava non offrire materia eccessivamente positiva ai suoi assunti: innanzi tutto, egli non vi trovava enumerata esplicitamente la Pieve di S. Leo; e proprio questo fatto — che avrebbe dovuto dare una delle più logiche conferme alla sua tesi sulla primitiva residenza del vescovato di Montefeltro a S. Leo — lo dissuase invece dal servirsi della bolla in questo suo primo scritto. L a polemica, comunque, e proprio su questo fatto, fu aperta dal Calvi (1739) (18). Egli riportò la bolla per esteso nell'appendice dei do-

(15) P. A . G U E R R I E R I , Della Carpegna Abbellita et del MontefelIllustrato, t. I I I , R o c c a S. Casciano 1924, pag. 138. (16) L o svolgimento della d i a t r i b a è noto, ed è riassunto dallo Z u c c H i TRAVAGLI, Animadv. cit., pagg. 9-14. Dopo che n e l 1575 la sede vescovile di Montefeltro fu fissata a Pennabilli, c'erano stati v a r i tentativi, da parte dei leontini, di far riportare l a cattedrale a S. L e o . N e l 1729 Benedetto X I I I accolse le loro istanze con un motu-proprio, che p e r ò non ebbe m a i esecuzione proprio per l a reazione dei pennesi. Questi affidarono l a causa a l giureconsulto Paolo Daniellì che propose u n a m e m o r i a defensionale a l S. C . del Concilio, portando a sostegno della s u a tesi anche argomenti stor i c i . D i qui si o r i g i n ò l a questione erudita. (17) G . B . M A R I N I , Apologeticon Feretranum, P i s a u r i , 1732. tro

(18) C A L V I

cit., pagg. 17-19 e app.

V , pag.

158.


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V. LOMBARDI

cumenti, per suffragare la propria tesi, secondo la quale S. Leo non era da identificarsi con l'antica « Civitas Montisferetri », cioè con i l primitivo capoluogo della diocesi. I l Calvi, come si è accennato, dovrebbe aver consultato, o aver avuto sotto mano, o l'originale o una riproduzione accurata di esso, in quanto — fra l'altro — la sua edizione riporta anche la sanctio o minatio della bolla stessa, la qual parte nell'Ughelii era stata omessa. Contemporaneamente al volume del Calvi, usciva i l Bullarium Romanum edito dal Coquelines (19), i l quale però derivava esplicitamente dall'Ughelli, per quanto riguarda il testo del privilegio onoriano. I n campo locale, mentre i l Contareni (1753) accennò brevemente alla bolla, parlando del vescovo Pietro, nella sua cronotassi sui vescovi feretrani (20), i l Marini - nel suo secondo lavoro —, i l « Saggio di Ragioni », (1758), non potè ignorarla: e così dedicò l'intero quinto capitolo alla bolla, per confutare le tesi del Calvi, cadendo nell'errore — fra l'altro — di identificare la pieve di S. Leo nella chiesa di S. Maria « in Plege » (21). Contro questa e altre affermazioni del Marini, insorse lo Zucchi-Travagli (1762-63), i l quale riportò per esteso la bolla (22) e, con un argomentare farraginoso e prolisso, ripropose l'analisi dell'atto, correggendo gli errori del Marini e congegnandone di propri, come quello di S. Maria « in Romania », di cui si dirà più oltre. L'interesse per la bolla onoriana si poneva, dunque, in primo piano nella storiografia erudita feretrana della me-

(19) Bullarium Privilegiorum ac Diplomatum Romanorum Pontificum amplissima collectio, a c u r a di C. Coquelines, t. I l , R o m a 1739, n. 4, pag. 196. (20) G . B . CONTARENI, De Episcopatu Feretrano, Venetiis 1753 pag. 102. (21) MARINI, Saggio cit., pagg. 110-126. (22) ZUCCTII-TRAVAGLI, cit., pagg. 266-68. L a bolla è desunta dall'Ughelli, con annotate le v a r i a z i o n i del C a l v i .


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tà del Settecento. Lo stesso Marini non era soddisfatto della riproduzione ughelliana e sollecitava i l nipote Mons. Callisto Marini, intimo del Card. Garampi e l u i stesso archivista (23), a procurargliene un'estratto direttamente dall'originale. Abbiamo una lettera dello stesso Callisto che risponde allo zio, in data 14 marzo 1761, nella quale lo assicura che avrebbe interessato della cosa i l Garampi (24). Tuttavia, ciò che i l Marini riuscì ad ottenere, a quanto ci risulta, fu solo un regesto molto sommario, desunto dalr i i i s t o r i a di Mons. Giorgi, a conferma, probabilmente, dell'irreperibilità dell'originale (25). Questo regesto, tuttavia, già riportava S. Pancrazio di Sestino come pieve e non come cappella, e S. Maria « in Romaniano », anziché « in Romania ». Un altro regesto, direttamente tratto dall'Archivio Segreto Vaticano, è riportato nei manoscritti di Annibale degli Abbati Olivieri (26). Anche i l grande erudito pesarese aveva avvertito che la trascrizione dell'Ughelli presentava delle inesattezze e aveva tentato di avere i l documento originale. S i è già rilevato che in questo regesto v i è una annotazione in calce sulla mancanza dell'originale stesso. Questi due estratti, che pure avrebbero potuto chiarire alcuni equivoci, ed evitare i l perpetuarsi di tanti errori, restarono del tutto sconosciuti nei manoscritti dei due studiosi settecenteschi. E così, le succesive edizioni della bolla, ed i riferimenti ad essa, rimasero ancorati alla lezione dell'Ughelli o a quella del Calvi. AirUghelli si rifanno esplicitamente le redazioni ripor-

(23) Cfr. G . T O M B I N I , I M a r i n i di S. L e o , R o m a 1975, pagg. 33-36. (24)

MARINI,

Raccolta

etc.,

cit.,

t.

I l i , c.

61.

(25) I v i , c. 71/r. 72/r. I l regesto è tratto d a l l ' I s t o r i a di Mons. Giorgi, (v. nota 1). Pare evidente che tale regesto venne i n possesso del M a r i n i dopo l a lettera del nipote Callisto (1761) e, comunque, dopo l a pubblicazione del suo Saggio di Ragioni (1758). (26)

BiBL. OLIV.

lib" Inv.te

PESARO, ms.

del Cass.no

Inv.le

443

cit.,

ce.

468/r. e v.

<.<Reg.to nel

car. 27 e nel lib". car. 24 ».


66

F.

V. LOMBARDI

tate nel Bullarium Romanum del Coquelines e in quello curato dal Tommasetti (27); quella del Cappelletti (28), quella del Migne (29), e quella del Liverani (30). Pure all'Ughelli fanno riferimento gli autori di regesti (31). Al Calvi si rifa la copiatura del Dominici (32); e dal Dominici, in genere, desumono tutti gli autori locali recenti (33) che hanno avuto modo di citare la bolla onoriana.

(27) Bullarium Romanum, a c u r a di A. T o m m a s e t t i , t. I I , Torino 1865, pagg. 353-54. (28) G . CAPPELLETTI, Le Chiese d'Italia dalla loro origine ai giorni nostri, voi. I l i , Venezia 1845, pagg. 290-92. (29) J . P . MIGNE, Patrologia Latina cursus completus, t. C X L V I , ed P a r i s 1894, n. 16, coli. 1232-33. (30) F . LIVERANI, Opere, voi. I V , Macerata 1859, n . 62, pagg. 143-44.

(31) Regesta Pontificum Romanorum... edit. Ph. Jaffé, Bero, l i n i 1851, n. 5 2 1 1 (aprii 2 1 ) , pag. 5 5 1 ; Regesta Pontificum Romano• rum... Ph. Jaffé - G. Wattenbach, curaverunt Loewenfeld etc t. I , L i p s i a e 1885, n. 7205, pag.

825.

(32) L . D O M I N I C I , Storia Generale Montefeltrana, voi. I (unico). L a n c i a n o 1931, pag. 66. (33) A. G I A N N I N I , Le pievi del Montefeltro, tesi d i laurea, U n i v . Urbino F a c . Giurispr., a. a. 194849; C . NICOLAO, / / Montefeltro, Saggio di una monografia regionale, tesi di laurea U n i v . Bologna, F a c . Lett. C I . , a. a. 1967-68. D a questa tesi h a desunto L . VARANI, / / Montefeltro, estratto dal voi. X X X delle M e m . della Soc. Geografica I t a l i a n a , R o m a 1971, pagg. 3 e 15.


LA

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

67

2) G L I A S P E T T I PIÙ' C O N T R O V E R S I .

L'interesse a proseguire quel discorso che noi da anni abbiamo iniziato sulle chiese del Montefeltro e, in particolare sulle pievi, (34), ci ha convinti della necessità di una riedizione critica della bolla onoriana: se non altro, come si disse, per superare quei dubbi che scaturivano dalla tradizione letterale del documento, comunemente accettata. La maggior parte delle perplessità partiva da alcune macroscopiche inesattezze di lettura, che qui brevemente esamineremo: , , •> - • v a) La « cappella » di S. Pancrazio di

Sestino.

I l primo inspiegabile aspetto della bolla, nel testo corrente, era rappresentato dalla qualificazione di « cappella » data alla prima fra le chiese citate nella bolla, cioè S. Pancrazio di Sestino: « Sancti Pancratii capellam, San-

(34) F . V . LOMBARDI, / / Montefeltro nell'alto Medioevo cit., pag. // romanico minore nel Montefeltro, comunicazione a l convegno sull'arte romanica, S. Leo 4 ott. 1973; IDEM, L'epigrafe della pieve di Sestino e un rettore della Massa Trabaria, i n S t u d i R'Iontefeltrani, I I I , S. Leo 1975, pagg. 123 e ss.; IDEM, Un'introvabile pieve feretrana del X I I secolo: S. Maria in Romania, i n A t t i del X convegno del Centro S t u d i e R i c e r c h e s u l l a antica P r o v i n c i a eclesiastica Ravennate {Ravennatensia V I , i n corso di stampa). R i m i n i , 23-25 sett. 1975; I D E M . La pieve di S. Pietro in Culto nel Montefeltro: proposte per una ricerca, comunicazione presentata a l l a tavola rotonda: « L e pievi nelle M a r c h e » , Loreto, 30 ott. 1976. 21

e s s . IDEM,


F.

68

V. LOMBARDI

cti Martini in Monte, capellam sanctae Sophiae, capellam sanctae Mariae in plebe... ». Si citavano, dunque, quattro chiese senza una matrice plebale, proprio all'inizio della bolla, la cui elencazione si snodava con una articolazione territoriale facente capo proprio alle singole pievi. Ora è noto che S. Pancrazio di Sestino fu pieve e, dal secolo X V I , fu sicuramente pieve « nullius » (35). Da queste considerazioni veniva fatto di pensare che al tempo di Onorio I I ci fosse stata una specie di « degradazione » da pieve a cappella: e i l dubbio fu avanzato da noi stessi in altra occasione (36). I n realtà, tutto l'equivoco va attribuito ad una lacuna della parola « plebem », che figura chiaramente nel codice urbinate e che invece è saltata nella trascrizione del testo fatta dall'UgheUi. Sestino, dunque, era pieve e sicuramente pieve feretrana, come pure tale era nel 1291 (37). I n quali periodi godette temporaneamente di autonomia religiosa, per quali cause, quando ebbe a verificarsi i l definitivo distacco dalla diocesi di Montefeltro, sono tutti problemi da risolvere alla luce di documenti che per ora non disponiamo (38).

(35) N e l nostro saggio, L'epigrafe della Pieve di Sestino, cit., abbiamo svolto varie considerazioni s u questa pieve e ne abbiamo indicato l a bibliografia. (36) Comunicazione s u l romanico minore nel Montefeltro cit.,. L'ipotesi fu avanzata come inciso nel contesto del discorso, m a non figura nel testo del ciclostilato diffuso. (37)

ZUCCHT-TRAVAGLI,

Animadversioni

cit.,

pag.

338 e

ss.

(38) Sull'argomento cfr. i l recente studio di G . R E N Z I , menti e Sinodi del plebato « nullius », Sestino 1976.

DOCU-


LA BOLLA DI PAPA ONORIO I I

69

b) S. Maria « in Romania » (39). Sulla errata citazione di questa pieve nella bolla, si è resa necessaria la redazione di un saggio a parte (40). I n questo contesto c i si limiterà a sintetizzare le linee fondamentali delle ricerche fatte, rinviando al lavoro specifico per più dettagliate informazioni. Nel Montefeltro non si è mai avuta memoria di una pieve con tale dedicazione, n é i n documenti storici, n é nella tradizione ecclesiastica, né nella toponomastica civile o religiosa. I tentativi di localizzazione iniziarono nel quadro della polemica religiosa del X V I I I secolo, di cui sopra s e fatto cenno. I l Calvi (41) sostenne che S. Maria « in Romania » dovesse essere identificata con la pieve di S. Maria Assunta di S. Leo, proprio per dimostrare che questa località non fu mai sede del vescovo, ma solo di un arciprete. I l Marini (42) confutò tale ipotesi, in quanto — secondo lui — la pieve di S. Leo era citata all'inizio della elencazione sotto i l nome di « S. Maria in Plebe », mentre S. Maria « in Romania » andava identificata con Pieve Tollena, passata subito dopo in diocesi di Città di Castello e, per questo, introvabile nel Montefeltro. Si trattava di una palese confusione del Marini, contestatagli agevolmente dallo Zucchi Travagli (43). Questi, pe-

(39) P e r quanto g l i autori dei secoli scorsi non abbiano m a i precisato l'accentazione, s i presume che i l locativo R o m a n i a s i traducesse foneticamente i n « R o m a n i a », a n z i c h é i n « R o m a n i a ». (40) Cfr. nota 34. (41) Cit., pagg. 19-20, e doc. V , pag. 158. (42) MARINI, Saggio di Ragioni, cit., pag. 118. A questa ipotesi del M a r i n i a d e r ì E . R O S E T T I , Il Montefeltro, estratto d a l B o l l . Soc. Geografica I t a l . , V I (1902), pag. 14. (43)

Z U C C H I TRAVAGLI, Animadv.

cit., pag. 295 e 309. G i u s t a m e n t e

si f a rilevare che Pieve ToUena è l a pieve di S o v a r a , che non p o t è m a i essere nel Montefeltro.


70

F. V. LOMBARDI

rò, a sua volta, non riuscì che a riproporre la precedente i dentificazione con la pieve di S. Leo. Nel tentativo di scoprire l'ubicazione di questa scomparsa pieve, gli studiosi posteriori si sono orientati verso altre direzioni. I l Dominici (44) sostenne l'identificazione con S. Maria di Vignola, presso le Balze di Verghereto; i l Bartolini (45) a d o m b r ò l'ipotesi che fosse S. Maria di V i gnola presso Sogliano al Rubicone. I n genere, però, si è seguita l'ipotesi del Dominici (46). Da parte nostra (47), vari indizi ci facevano convergere verso la valle del Savio, puntando su quella S. Maria di Romagnano che si trova a pochi chilometri da Sarsina, ai limiti estremi della regione Marche, in comune di S. Agata Feltria, ma ecclesiasticamente dipendente dalla diocesi sarsinate. Nel saggio citato innanzi ne esponemmo ampiamente le ragioni. Ma la riprova principale venne proprio dair« exemplum » della bolla onoriana, conservato nel codice urbinate: in essa è chiaramente indicata: « Plebem sancte Mariae in Romaniano ». Dunque, ancora una volta, una inesatta trascrizione, una parola troncata, ha generato per tre secoli una serie continua di errori e di supposizioni infondate. c) La datazione della bolla. Anche la datazione della bolla onoriana ha determinato varie incongruenze nelle singole pubblicazioni o nei manoscritti che hanno riportato, in tutto o in parte, i l documento. "

(44) L . DoMTNTcì, La regale S. Leo, ed. s. d., pag. 68-70. Peraltro, lo stesso autore, nella sua Storia Gen. Montefeltrana, cit., pag. 66, nota, aveva riferito ancora S. M a r i a « i n R o m a n i a » alla pieve di S. Leo. (45) A. BARTOLiNf, La rocca di Strigara e i Malatesta di Sogliano, Sogliano a l R . 1960, pag. 41. (46) Cfr. nota 33. (47) Nello studio citato a nota 34. ;


LA

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

71

L'Ughelli aveva letto « I P K a l . Mail », cioè 30 aprile; sulla stessa data concordano i l Marini (48) i l Bullarium Romanum (49), i l Dominici (50). Tuttavia, nella datazione d'epoca romana, comunemente si usava indicare la stessa data con « Pridie K a l . Mail » (51). E ' probabile che per tale motivo si siano generate delle rilevanti confusioni. I l Guerrieri (52), evidentemente ha inteso I I come un 11, per cui calcolando secondo i l calendario latino ì giorni a ritroso dal primo del mese indicato, fa scaturire la data del 21 aprile. Non è nemmeno i l caso di ricordare che nel X I I se^ colo non si usavano i numeri arabi: impensabile, quindi, una tal numerazione in una bolla pontificia. Che i l Guerrieri, nel X V I I secolo sia caduto in tal equivoco, meraviglia relativamente. Meraviglia, invece, che — indipendentemente dal Guerrieri — in analogo errore siano caduti i l Calvi, che dà la lezione « X I Kal. Maii » (53), il Migne (54) e i l Liverani (55), i quali pure determinano la data al 21 aprile. L a fonte, come si dirà, fu la trascrizione da cui derivò anche i l Codice Barberiniano. Del tutto incomprensibile è la datazione del transunto riportato dall'Olivieri (56): 19 aprile.

(48) Cit., a nota 1. • (49) Cit., a nota 27. (50) La regale S. Leo, cit., pag. 213; IDEM, S . Agata Feltria Illustrata, Novafeltria 1959, pag. 169. (51) Cfr. A . CAPPELLI, Cronologia, Cronografia e Calendario Perpetuo, I I ed., Milano 1969, pag. 32. • (52) Cit., a nota 15. (53) Cit., a nota 8. E ' da notare che i l trascrittore del Codice B a r b e r i n i a n o è i l p r i m o ad operare questa confusione: « X I Kal. Mai] ». « M a proprio per tale ragione, questo autore non p u ò i d e n t i f ì c a r s i con l'Ughelli, come vorrebbe i l K E H R , Regesta cit., pag. 228, lett. D, i n quanto l'edizione dell'UghelU h a " I I K a l . M a i i " » . (54) Cit., a nota 29. (55) C t i . , a nota 30. (56) Cit., a nota 10.


F.

72

V. LOMBARDI

Non ci pare i l caso di dilungarci oltre: questo particolare valga come esempio di difformità nella interpretazione di una data che, di per sé, come lettura dell'originale e salvo quanto s'è detto, non doveva presentare assolutamente alcun problema. d) / / vescovo Pietro,

^

Di questo personaggio, che sicuramente dovette contribuire a far riemergere la Chiesa feretrana dopo l'adesione allo scisma del 1074 (57), abbiamo un'altra testimonianza storica, oltre a quella della bolla. Ciò che non si riusciva a capire, era i l fatto che tale vescovo veniva ascritto alla famiglia dei conti di Carpegna, da parte di antichi e recenti studiosi di storia locale (58). Nè l'Ughelli, nè i l Guerrieri fecero menzione di questa sua origine: occorreva, dunque, indagare sulla genesi della strana attribuzione. Questa, per la prima volta, fu avanzata dal Contareni (59) nel 1753, sulla fede di un non meglio precisato documento che sarebbe stato consultato nell'archivio dei conti di Carpegna, a Scavolino, dall'erudito feretrano Ippolito della Torre. Al Marini la cosa non dispiacque: « Pietro è il primo,

(57) Cfr. G . FRANCESCHINI, Vescovi e Prelati della Famiglia dei Conti di Montefeltro, i n : / Montefeltro nei primi tre secoli della loro storia (U50-1350), Sansepolcro 1963, pag. 135 e ss. (58) S i t r a t t a di u n atto con i l quale i l vescovo Pietro riconf c i m a u n precedente privilegio che Papa Gregorio V I I aveva concesso a Gebizone, già abbate del monastero di S. G i o v a n n i « inter Ambas Paras », e i n p i ù dona a l priore i n carica, Lorenzo, l a quart a parte della pieve di S. Martino « in Vedo », l a cappella di S. M a r i a di Sasseto etc. Cfr.

G . B . M I T T A R E L L I - A . COSTADONI, Annales

Camaldulenses,

t.

i n , Venetiis 1758, col. 205 e app. C C X , coli. 310-11 ( E x autographo Fontisboni, P r i v i l . n. 22). (59) Cit., pagg. 102-103.


LA

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

73

che dopo Vanno 1074 sia cognito nella nostra serie, nè vi è difficoltà di crederlo della nobile famiglia Carpegna ». Da questi autori discendono tutti i seguenti (60). A nostro avviso, è assai improbabile che i l vescovo Pietro fosse della Famiglia Carpegna. Questa, stando almeno ai documenti rimastici, non ha mai avuto personaggi nella gerarchia ecclesiastica prima del X I V secolo, tranne l'abate Ranieri (61). D'altra parte non si annovera una simile onomastica nell'ambito genealogico, per l'appunto fino al X I V secolo (62). Ma, soprattutto, appare strano che i l documento sia sfuggito al Guerrieri, che ebbe modo di consultare l'archivio di Scavolino; e che — data anche l'importanza per gli stessi Carpegna — l'atto non sia stato nè pubblicato, nè collazionato, nè conservato. A meno che Pietro, nel documento visto da Ippolito della Torre, non sia qualificato « di Carpegna », come sua patria d'origine, e non come appartenente alla Famìglia dei Conti omonimi.

(60) Saggio di Ragioni cit., pag. 173. D a questi derivano gli aut o r i seguenti: P. B . G A M S , Series Episcoporum, Montefeltre, Ratisbona 1873, pag. 705; G . MORONI, Dizionario di erudizione storicoecclesiastica, voi. 86, Venezia 1857, pag. 110; FRANCESCHINI, / vescovi cit., pag. 138; L . D O M I N I C I , opere citi.; G . T O M B I N I , / Marini di S. Leo, cit., pag. 76, nota 32. P i ù cauto A . BARTOLINI, / Vescovi di Montefeltro, Sogliano a l R . 1976, pag. 2 5 nota 1 . (61) Annales Camaldulenses, cit., T . V,, pag. 7, Venetiis 1760. (anno

1251).

(62) P. LITTA, Famiglie Celebri Italiane, Montefeltro, disp. 126, Milano 1850.

Famiglia

Carpegna

nel


F. V. LOMBARDI

74

3) LA L O C A L I Z Z A Z I O N E

D E I T O P O N I M I (")

« Plebem sancti Pancratij »: è la chiesa plebale di Sestino, nell'alta valle del Foglia, ora comune della provincia di Arezzo. Sorge sull'area dell'antico municipium romano di Sestinum (63). E ' citata, per la prima volta, in una pergamena dell'Abbazia del Sasso Simone, anno 1168 (64). Si veda inoltre quanto è stato già detto in precedenza. « Capellam sancti Martini in Monte »: si tratta di S. Martino di Montelabreve, plebato di Sestino, posta alle sorgenti del torrente Auro, affluente di sinistra del Metauro (65). Nelle « Visite del Nullius » di Sestino è citata varie volte (66). L'identificazione di Montelabreve con Monte degli Ebrei è assolutamente inaccettabile (67).

più

(") Si daranno solo alcuni cenni e si farà riferimento solo ai antichi atti conosciuti, o a quelli maggiormente indicativi.

(63) Cfr. A . MINTO, Sestinum, R o m a 1940. (64) L . DONATI, Regesti di pergamene inedite del Montefeltro, in S t u d i Montefeltrani, I , Milano 1971, pag. 122: « m plebe sistini». I n u n atto del 1232, cfr. L . A . MURATORI, Antiquitates Italicae Meda Aevii, Milano 1738, t. I , col. 225, è detta « plebem. Xixtini de Massa ». (65) I n u n atto del 1462, Montelabreve è diocesi feretrana. Cfr. A . POTITO, Badia Tedalda, F o r l ì 1971, pag. 5 1 ; nel 1506, Montelabreve figvira nel plebato di Sostino, di nessuna diocesi. I B I D E M , pag. 53. (66) « Visite dell'Ordinario di Sestino » in a r c h . V e s c . Sansepolcro, tomo unico. (67)

ZUCCITI-TRAVAGLI,

Animadv.,

pag.

334.

.

.

-

.'

'


LA BOLLA D I PAPA ONORIO I I

75

« Capellam sancte Sophie »: doveva essere sicuramente nel plebato di Sestino, inclusa com e — nella bolla — fra le chiese di Montelabreve e di S. Maria di Piego. Tuttavia non se ne ha più traccia, nè in documenti antichi, nè nella toponomastica moderna. Lo Zucchi Travagli, adombra l'ipotesi che vi sia un errore di trascrizione e che, in realtà, sia da individuare con S. Mustia di Monterone, nel plebato del Foglia (Belforte). Data la collocazione, non ci pare (68). « Capellam sancte Mariae in Plege »: è da identificarsi con S. Maria di Piego (69), situata poco distante da Monterone, lungo la provinciale che collega Belforte Isauro con Sestino. Come s'è detto, i l Marini sostenne indebitamente che S. Maria « in Plege » — che egli legge « in plebe » —, sia da identificarsi con la Pieve di S. Leo. « Plehem sancti Laurentij in Folia »: ovvero la pieve di Belforte Isauro. I l vecchio edifìcio plebale sorgeva ove è ora la chiesa del Cimitero. Questo plebato è ricordato in una pergamena del Sasso Simone, dell'anno 1175 (70). « Capella sancti Michaelis »: dato l'ordine dell'enumerazione, dovrebbe essere ricollegabile con la pieve di Beiforte e, pertanto, dovrebbe trattarsi della scomparsa chiesa di S. Angelo di Piandimeleto, di cui si ha notizia nel 1255

(68) Ivi, pag. 297 « . . . o sia perita la cappella di S. Sofia, o abbia cangiato titolo ». I n u n a pergamena che potrebbe suggerire qualche ipotesi: « . . . secunda in dicto loco... sofia iuxta res... », Cfr. DONATI, cit., i n S t u d i Montefeltrani I I , S. Leo 1973, pag. 115. (69) U n a pergamena dell'abbazia del Sasso Simone, del 2 0 marzo 1261, r i c o r d a l'atto rogato presso l a chiesa di S. M a r i a « in Piega ». Cfr.

M A R I N I , Raccolta

cit.,

I l i , c. 2 9 0 / v . ; G A R A M P I , Excerpta

cit.,

25/r. (70)

DONATI, cit., 1°, pag. 129: « in plebe

sacti

laurentii

in folea ».


76

F.

V. LOMBARDI

(71), e non della parrocchiale di Mercatale di Sassocorvaro (72) che era nel plebato di Macerata F . « Monasterium sancte Marie in Scupitino »: pare evidente l'identificazione con l'abbazia di S. Maria del Mutino; oggi la località è detta Monastero, in comune di Piandimeleto, a pochi chilometri a valle di Frontino. Sono in corso di pubblicazione i regesti delle pergamene di questa abbazia, unitamente a quelle del Sasso Simone, a cura di Mons. Luigi Donati. L a più antica risulta essere quella del 1131. « Plehem sancii Johannis in Carpinio »: è la pieve di Carpegna. E ' citata per la prima volta in una pergamena del Sasso Simone dell'anno 1168 (73) e in varie altre degli anni seguenti. L a ricostruzione della chiesa, di cui rimane ancora l'abside romanica, risale all'anno 1182, come fa fede un'epigrafe posta a « cornu epistulae »: A B I N C A R N A T I O N E A N N I SUNT M C L X X X I I . L a pieve di Carpegna è ricordata più volte nelle « Rationes Decimarum » (74). « Capellam sancti Marini... in Carpinio »: è scomparsa completamente. S i trovava nel territorio della attuale parrocchia di S. Pietro di Carpegna, fra i l torrente Mutino e i l fosso «delle Ginestre», sotto Barione, in fondo ancor oggi chiamato S. Martino. Non è da confondere con la chiesa di S. Marino di Castacciaro, che esiste tuttora. L a chiesa di S. Martino è citata in una pergamena del Sasso Simone del 30 ottobre 1244 (75).

(71) MARINI, Raccolta a t t i del

1281 e del

(72)

ZUCCHI

(73)

DONATI, cit.,

cit., t. I l i , c. 2 3 9 v. E ' ricordata anche i n

1312, cfr. POTITO cit., pagg. 23-24-28.

TRAVAGLI,

Animadv.

I , pag.

cit.,

pag.

334.

123.

(74) Rationes decimarum. Italiae nei secoli X I I I e X I V , Marchia, a c u r a di P . Sella, R o m a 1950, pagg. 194, 196, 200, 204, 205. (75) MARINI, Raccolta, I I I , 289: « Hoc actum ad ecclesiam sancii Martini in Barione ». Cfr. anche GARAMPI, Execerpta cit., c. 2 3 / v .


LA

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

77

« Plebem sancti Cassiani in Pitino >>: si tratta della pieve di Macerata Feltria, la quale ancora sorge a poche centinaia di metri dal capoluogo, sulla strada per Carpegna. E ' costruita sull'area dell'antico municipio romano di Pitinum Pisaurense (76). L'interno presenta caratteri architettonici d e i r x i secolo. Abbiamo notizie di questa pieve in un documento del 1249 (77). E ' pure ricordata nelle Rationes Decimarum degli anni 1291-92, come « Plebs Pitini » (78). « Capella sancti Theodori »: attualmente si chiama S. Teodoro un villaggio rurale del comune di Macerata F . , poco a monte della pieve. Abbiamo memoria di questa chiesa, posta nel piviere di Pitino, da un atto dell'abbazia del Sasso Simone dell'anno 1213 (79). E ' pure ricordata nel più antico libro della mensa vescovile, dei primi anni del X V I sec. (80). « Valle Cava », la frazione di S. Maria Valcava, nel plebato di Pitino, sorge nei pressi della provinciale per Montecerignone (81). « Molledano »: non si comprende bene se si tratta di un toponimo o di un nome comune: « i l mulino ». S i potrebbe opinare che sia quello ora chiamato « Molino del Buono », oltre la pieve di Macerata F . , verso Pietrarubbia.

(76) Cfr. G . S U S I N I , Pitinum

Pisaurense,

i n Epigraphica, X V I I I

(1957), pag. 3 e ss. (77) Z U C C H I

TRAVAGLI,

Animadv.

cit., pag.

326-27:

Ugolino, ve-

scovo d i Montefeltro r i n u n c i a a i suoi d i r i t t i a favore d i « Artusio Archipresbiteri Plebis Pettini ». (78) Rationes, cit., pagg. 195, 196, 199, 202, 2 0 3 . (79) A . M . Z U C C H I TRAVAGLI, Raccolto, ovvero Annali del Montefeltro, m s . i n A r c h . Com.le Pennabilli, t. I I I , c. 17. (80) Z U C C H I

TRAVAGLI,

(81) Ne fu parroco feltro,

(1604-1676).

Animadv.

cit., pag. 2 7 2 .

Pier Antonio G u e r r i e r i , storico del Monte-


78

F.

V. LOMBARDI

« Plebem sancti Theonisii in loco qui dicitur Corina »: la zona di Pieve Corena costituisce oggi un'isola amministrativa del Comune di Verucchio, inclusa fra i l comune di S, Leo e la Repubblica di S. Marino (Chiesanuova). L a troviamo citata in un atto del 1069 (82) e più volte nelle Rationes Decimarum (83). Nel 1311 aveva già i l titolo di S. Maria di Corena (84), dedicazione che tuttora la chiesa conserva. « Plebem sancti Marini cum castello »: è la pieve di S. Marino, capitale dell'omonima repubblica. Ne abbiamo la prima menzione nell'atto del 1069, sopra ricordato. E ' pure citata nelle decime degli anni 1290-91 (85). « Plebem sancte Agathe »: corrisponde alla pieve di S. Agata di Montemaggio, in comune di S. Leo. L'edificio antico si trovava posto sulla terrazza destra del torrente Mazzocco, in località ancor oggi denominata « Pieve », ove c'è una casa colonica (86). L a prima menzione di questa pieve si ha nell'atto del 1069, sopra ricordato (87). E ' citata, inoltre, nelle decime degli anni 1291-92 (88), nonché in un atto del 1310 (89).

(82) L . TONINI, Della Storia civile e sacra riminese, v o i . I I , app. 72, pag. 543. Cfr. anche A . G I B E L L I , Monografia dell'antico monastero di S . Croce di Fonte Avellana, Faenza 1896, doc. V I , pag. 328; C. P i E R U C C i - A . P o L V E R A R i , Le Carte di Fonte Avellana, R o m a 1972, n. 26, pag. 68. (83) Rationes, cit., pagg. 193, 196, 199, 2 0 1 , 203, 205. (84) A . TARLAZZI, Appendice ai Monumenti Ravennati del Conte M. Fantuzzi, t. I , R a v e n n a 1872, pag. 566. (85) Rationes, cit., pagg. 193, 200, 2 0 1 , 205. Per altre notizie, cfr. G. ZANI, La vecchia chiesa di S. Marino, S . Marino 1935. (86) Cfr. C a r t a d ' I t a l i a dell'Istituto Geografico M i l i t a r e , F . 108, q. S . Marino. (87) V e d i nota 82. (88) Rationes, cit., pag. 205. (89) TARLAZZI, cit., I , 566 « dominus Archolanus Arch. Plebis S. Agate »;


LA BOLLA DI PAPA ONORIO I I

79

« curte que vocatur farnito in loco qui dicitur Ovilione »: non si hanno notizie per identificare corte e luogo. « Plebem sancti Martini in Murisiano »: si tratta del plebato che ora fa capo a S. Apollinare di Ginestreto (90), nella valle dell'Uso, in provincia di Forlì, L'antico edificio era in località Morsano. Secondo un atto del 1059, riportato dal Tonini (91), questa pieve figLirava sotto la diocesi di Rimini, ma sia nella bolla di Onorio I I , sia nel libro dei benefici della mensa vescovile (92), sia nel 1310 (93), era sicuramente territorio feretrano, come lo è tuttora. « Plebem sancti Hilari »: è identificabile con l a pieve di S. Ilario di Tornano, oggi scomparsa. E ' comunque localizzabile nel podere « L a pieve », nell'alta valle dell'Uso (94) . Abbiamo memorie di questa pieve fin dal 3 marzo 950 (95) ; poi nel 971 (96). Nelle Rationes decimarum è chiamata « Plebs Tornani » (97). , « Plebem sancte Marie in Vico »: Esiste tuttora ed è la pieve di Secchiano, i n comune di Novafeltria. Sorge su un'area archeologica romana (98). E ' citata fin dal marzo 950 (99). E ' ricordata nelle decime degli anni 1291-92 (100).

Cfr. T. N i c O L l N l , Cenni storici di Ginestreto, R ì m i n i 1940. ( 9 1 ) T O N I N I , cit., t. I I , pagg. 340-534. L a pieve d i S. M a r t i n o « in Morzano » è citata anche nell'atto d i vendita di Ugo Maltalone (90)

a

Malatesta

(1186),

cfr.

FANTUZZI,

cit., V I , pag.

242, e i n un

atto

dell'Arch. A r e . d i R a v e n n a del 1221, C a p s a L , n . 4849. (92)

ZUCCHI

(93)

TARLAZZI,

TRAVAGLI,

Animadv.

cit., pag.

cit., I , pag. 566.

277.

' •

(94) L . BARTOLINI, / / Capobandito Ramberto Malatesta, Feudatario nel Monte Feltro di Tornano e Serra; Sogliano a l R . 1964, pag. 2 . (95)

TARLAZZI,

(96) ARCH,

cit., t. I , pag. 15.

A R C . RAVENNA, C a p s a F , n . 2378.

(97) Rationes (98) S U S I N I ,

cit., pagg. 195, 197, 200, 202. Pitinum

Pis.,

cit., pag. 10.

(99) Cfr. nota 95. (100) Rationes cit., pag. 205.


F.

So

V. LOMBARDI

« Plebem sancti Stafani in Murlo »: come primitivo edificio, non è stato ancora sicuramente identificata (101). Come titolo plebale, il nome ancora permane nella plebale di S. Stefano di Montegelli. E ' ricordata nel Codice B a varo, sotto gli anni 898-905 (102) e poi in altri atti del 927, 949, 950, 955, 972 (103). Nelle Rationes decimarum, è chiamata « plebs Usani » (104). « Monasterium sancti Martini in Saltu »: era nel plebato di S. Stefano in Murlo. Non p u ò , quindi, essere identificato con S. Martino sopra i l monte della Perticara (105), perché questo era sotto la pieve di Tornano. Lo Zucchi Travagli presume che sia i l S. Bartolomeo di Rontagnano, detto pure « Monasterium Salti » (106). Tale monastero è ricordato nella divisione del 28 agosto 1258, come giuspatronato della famiglia dei Conti di Montefeltro

(101) L ' a m i c o D . Antonio B a r t o l i n i m i c o m u n i c a che presentemente nessuna l o c a l i t à della zona è denominata « M u r l o ». A suo parere, l a pieve e r a situata originariamente nella l o c a l i t à ove esiste u n a chiesetta detta « dei M e r l i », sulla destra dell'Uso. I n seguito fu trasportata « in Uxiano », cioè ove o r a c'è i l podere « Compagnia » della p a r r o c c h i a di Montegelli. Infine venne trasportata entro i l castello di Montegelli. (102)

FANTUZZI

cit.,

t.

I , pag.

81.

(103) Nell'ordine cfr.: A. AMADESI, In Antistitum Ravennatum chronotaxini, F a v e n t ì a e 1783, t. I I , pag. 346; F A N T U Z Z I , cit., t. I I pag. 342;

T A R L A Z Z I , cit.,

t.

I , pag.

15;

FANTUZZI,

cit.,

t.

I I , pag.

365;

ivi

pag. 366. (104) Rationes, cit. pagg. 195, 197, 199, 2 0 1 , 204. (105) Cfr. L . BARTOLINI, Perticara nel Montefeltro, R ì m i n i 1974, pag. 39. (106) ZUCCHI-TRAVAGLI, Animadv., cit. pag. 279. I l monastero di S. Bartolomeo « in S a l t u » è citato nel Cattedratico e Censo E p i scopale e s ì s t e n t e presso l'Arch. Vesc. di Pennabilli. E r a ubicato i n l o c a l i t à Vernano di Monte Tìffi, sul limite, verso l a p a r r o c c h i a di Rontagnano. U n fondo è ancor oggi chiamato S. B a r t o l o e v i sono stati r i n v e n u t i resti i n cotto di origine medioevale. (Notizie forn i t e m i da Don B a r t o l i n i ) .


LA

8l

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

(107). Nelle decime degli anni 1291-92 è pure denominato « Monasterium Salti » (108). «Plehem Sancti Petri in Cultu »: è l a pieve di S. Pietro in Culto di Novafeltria. Sorge su un'area archeologica romana. E ' ricordata fin dall'anno 950 (109). S u questa pieve abbiamo redatto un saggio particolare (110). « Plehem sancti Petri ad Missam »: S. Pietro i n Messa sorge sotto Pennabilli, alla confluenza del torrente Messa nel fiume Marecchia. Nei pressi sono stati trovati reperti d'epoca romana. Tale pieve è ricordata i n una carta ravennate dell'anno 912 (111) e poi dell'anno 950 (112). « fundum hermannum »: la sua collocazione lo fa rientrare nella circoscrizione giurisdizionale di S. Pietro i n

(107) C o p i a i n B I B L I O T . OLIVERIANA, PESARO, m s . 376, v o i . I V , ce.

99 e ss. anche ce. 1 7 e ss. « et Patronatus et iurisdictionem quos vel quas habemus in Monasterio Salti, et in Parochia Vernani... ». (108) Rationes cit., pag. 195, 197. (109) C f r . nota 95. • (110) C f r . nota 34. I l locativo «in culto» derivava verosimilmente da « ager » o « locus cultus ». I n diocesi d i Cesena c'era S . A n d r e a « in Domo eulta ». Cfr.

FANTUZZI

cit., t.

I V , pag.

2 9 2 (anno

1193).

Per le decime degli anni 1291-92, cfr. Rationes 198,

cit., pagg. 194,

199, 2 0 1 . (111)

FANTUZZI

cit., t. I I , pag. 364; A M A D E S I

cit., t. I I , pag. 2 2 7 ,

ex A r c h . a r c . R a v e n n a , Capsa E , 1723. (112) C f r . nota 95. C f r . anche atti del 1 2 luglio 1090 « i n plebe S. P e t r i », i n Regestum Camaldulense a cura di L . Schiaparelli e F . B a l d a s s e r r o n i , R o m a 1907-9, v o i . I , pag. 129; i v i pag. 247, (3 maggio

1097);

i v i , v o i . I l i , pag.

7 2 (febb.

1213);

i v i , I H , pag. 209.

Per i reperti romani, cfr. G . C O N T I C E L L I , Penna e Billi descritti, ms. i n R e r u r u m F e r e t r a n a r u m Scriptores d i A. M . Z u c c h i T r a v a gli, a r c h . com.le PennabilH, t. I l i , e. 137 e s s . P e r l a descrizione d i alcuni reperti, cfr. A. M . Z U C C H I TRAVAGLI, Animadversioni etc. m s . i n a r c h . com.le Pennabilli, c. 2 1 3 .


82

F. V. LOMBARDI

Messa. Impensabile, quindi, la sua identificazione con V i i lagrande di Montecopiolo (113) che era nel plebato di Carpegna. « fundum Adinum. »: nel territorio della pieve del Messa, ma — per ora — non localizzabile. , , « Monasterium sancti Salvatoris in fundo Celle Fausti »: è individuabile nell'area ove poi sorse un convento francescano, lungo i l fosso Cerafosso, presso S. Agata Feltria, sempre nel plebato del Messa. E ' ricordato per la prima volta in una lettera di Papa Giovanni V i l i , a Lodovico imperatore dell'anno 874 (114). E ' citato nel Codice Bavaro (115), intorno ai primi anni del sec. X ; in un precetto di Ottone I I I a Leone, arcivescovo di Ravenna del 999 (116); in un precetto di re Enrico I V a Wigberto, arcivescovo di Ravenna dell'anno 1080 (117). « Plebem sancti Martini in Vedo »: tutti coloro che hanno edito la bolla, l'hanno sempre chiamata « in Vivedo ». S i tratta della pieve di Casteldelci, distante qualche chilometro dal castello. E ' citata in un altro atto del 1125, cioè in un privilegio di conferma che i l vescovo Pietro dà a Lorenzo, priore del Monastero di S. Giovanni Ambe Pa. re (118). « Castello quod vocatur Casale d'Ylice »: cioè Casteldelci. Un ramo dei signori di Casteldelci, verso la m e t à del

(113) Z U C C H I TRAVAGLI, Animadv.

(114)

« Nani dicitur

STEPHANI

BALUTII,

cit.,

Miscellanea,

pag.

308.

t. I , pag.

402, L u c a e 1761

Monasterium sanctae Mariae in Cofnaclo quod Pomposia et monasterium sancti Salvatoris in Monte Feretri... ».

(115) F A N T U Z Z I , cit.,

t.

I , pag.

81.

(116) Annales Camaldulenses cit., t. I l i , app. X I V , col. 2 2 . (117) Ivi, t. I , app. L X I I I , col. 155. . ? (118) Cfr. nota 58. / .


LA

BOLLA DI PAPA ONORIO I I

83

X I I I secolo dette origine ai Faggiolani (119). « Plebem sancti Cassiani in Campo Juvenci »: ovvero S. Cassiano di Monteriolo. Dal X V I secolo la pieve è passata in diocesi di Sarsina. L a prima notizia su di essa risale al più volte citato atto ravennate del 3 marzo 950 (120). « Plehem sancte Marie in Romaniano »; attuale chiesa e santuario di S. Maria di Romagnano, territorio di S. Agata F . e ora diocesi di Sarsina. Ne abbiamo trattato in precedenza. « Plebem sancte Miistiole »: la identificazione, nonostante le apparenze, è più difficile di quanto non sembri. E ' ben vero che nel 1311 (121) troviamo sicuramente esistente, come poi sempre in seguito, la pieve di S. Mustiola di Scavolino. Ma la collocazione in coda alla bolla onoriana e i l fatto che questa pieve ebbe sempre pochissime cappelle sotto di sé (122) fanno nascere alcuni dubbi sulla sua originaria esistenza nel territorio di Scavolino. Tutto i l problema merita un approfondimento particolare. « Monasterium sancti Severini »: è antichissimo: r i cordato addirittura nei Regesti di Papa Gregorio I I (715-

(119) Cfr. F . V . LoA-TBARDi, L'origine dei Faggiolani alla luce di un documento inedito, i n S t u d i Montefeltrani, I , Milano 1971, pagg. 51-6S. Per altre notizie, cfr. L . D O M I N I C I , S . Agata F. Illustrata, app. Casteldelci, Novafeltria 1959, pagg. 143 ss. (120) Cfr. nota 95. L o Z U C C H I TRAVAGLI, Animadv.

cit., pag.

294,

segnala altre pergamene dell'arch. a r c . di R a v e n n a , nelle quali è citata questa pieve: G . 2407; del 951; F . 4486; L . 5085; G . 2791. (121) TARLAZZI, cit., t. I , pagg. 566-67. (122) Z u c c H i TRAVAGLI, Animadv. cit., pag. 292. U n a pieve di S. Mustiola è ricordata i n una pergamena delle Clarisse di S. Agata F . dell'anno 1195, m a non è esplicitamente detta d i Scavolino. Cfr. Donati, cit., I , pag. 134.


F. V. LOMBARDI

84

725) (123). Sorgeva sul culmine del monte omonimo, proprio di fronte alla bastionata rupestre di S. Leo. L a chiesa e i l monastero furono poi distrutti e i l titolo passò alla parrocchiale della frazione di S. Leo che porta lo stesso nome. « capellam sancti Proculi »: non esistono altre notizie su questa chiesa. Indebitamente l a si vorrebbe identificare verso Pietrarubbia (124). « fundo Atiliano »: non precisabile. L o Zucchi Travagli propende per una ipotesi non comprovabile: c'era comunque una chiesa di S. Giovanni « de fundo Altilii » nel distretto di Pietrarubbia (125). « fundo bucuniano »: i n merito non si h a altra notizia. Non si p u ò comprovare che sia ai confini della diocesi di Città di Castello (126). « fundo Stabulo »: l a piìi verosimile, p u ò essere una identificazione con Scavolo, frazione di S. Agata F . , data la possibile traslitterazione da « Stabulo » i n « Scabulo » e poi « Scavolo ». « fundo iustorum cum campo qui vocatur martij »: si può tentare di localizzarlo con Monte Giusto (127), anche con riferimento alla cappella di S. Maria che p i ù sotto è ricordata. Nel diploma di Corrado I I a l vescovo di Sarsina

(123) P H . JAFFÉ, Regesta pag. 225. (124)

ZuccHi

Pontificum

TRAVAGLI, Animadv.

cit., t. I , L i p s i a 1888, n . 2193, cit., pag. 309.

(125) I v i . Nell'atto del 3 marzo 950, citato piìi volte, è ricordato u n « fundo Stillano » o Sticiano. (126)

ZUCCHI

TRAVAGLI,

Animadv.,

pag.

309. C ' e r a

una

pieve

di

B u c c u n i a n o a Molello d i S . Sepolcro, i n territorio castellano, m a si t r a t t a d i omonimia. (127) C f r . C a r t a d ' I t a l i a cit., F . 108. q. Sapigno.


LA

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

85

(anno 1028) si cita « Mercato Justi », « in plebe S. Cassiani » (128). « funài artiliani qui vocatur plege »: non sappiamo se possa identificarsi con quel « fundo plegule » citato nell'atto del 3 marzo 950 e in altri (129). « funduni piega »: si potrebbe indicarlo con i l castello di Piega, sotto S. Leo, sulla riva destra del Marecchia. Una distinzione fra i castelli di « Piegole » e di « Piega » si ha nell'atto del 2 die. 1216, con cui Buonconte da Montefeltro fa quietanza delle paghe ricevute dai soldati ai suoi ordini: fra questi abbiamo « Arcon Rigoli de Piegola » e « Petro de Piega » (130). « fundum casalidum »: forse « casaliclum », e allora potrebbe essere Casalecchio sotto Petrella Guidi, sulla riva sinistra del Marecchia. « fundum Casa pleula »: manca ogni altra notizia o indizio per una ipotetica localizzazione.

(128) F . U G H E L L I , Italia Sacra, t. I I , Sassenatenses E p i s c o p i (additio' N . Coleti), Venetiis 1717, col. 655. (129) F A N T U Z Z I cit., t. I , pag. 377. I n u n atto del 9 1 2 è detto « fundus Legule, seu Montem Osculi, terit. Feretran... plebem S. Petri ad Missa», F A N T U Z Z I , cit., t. I I , pag. 364. N e l 1153, R a n i e r i conte di Bertinoro, d o n ò ai camaldolesi v a r i territori del santagatese, fra c u i « capellam S. Andree in loco plegule ». C f r . Reg. Cam. cit., voi. I I ; n. 1100, pag. 205. Questa chiesa sorgeva vicino a l fiume Marecchia, t r a Monte Benedetto e i l castello di Petrella G u i d i , P . GIORGI, cit., ce. 117-119. Giuliano, rettore di S. Andrea di Piegola figura i n u n a pergamena delle Clarisse di S . Agata F . del 12-1-1312. E ' citata nel l i b r o della mensa vescovile cfr. Z U C C H I TRAVAGLI, Animadv. 283. (130)

T O N I N I , cit.,

t.

I I I , app.

X X V , pag.

423.


F.

86 « fundum alfidiarum identificabile (131).

V. LOMBARDI

qui vocatur campus planus »: non

« fundum frigi »: Frigino era un territorio che comprendeva tutta la costa sudest di Montefiorentino e S. Sisto. «fundum

atimaria »: non identificabile.

« fundum columnella »: idem. « fundum post Collina »: i l toponimo Collina esiste tuttora in comune di Talamello. S. Maria « de Culina » è citata nel libro della Mensa vescovile (132). « Capellam sancti Archangeli »: di cappelle dedicate a S. Michele, nel Montefeltro, ne esistevano oltre 20. E ' problematica, quindi, la identificazione. Non comprovata, comunque, quella con S. Michele di Domagnano (S. Marino) (133). « fundum valìis Donatuli »: nessuna altra notizia conosciamo in merito. « Massam Licinianam »: esiste tuttora un agglomerato rurale che porta i l nome di Lucignano, in comune di Sogliano al Rubicone, poco a sud di Savignano di Rigo, in territorio feretrano (134) plebato di Tornano. Un Liciniano è citato nell'atto del 950 (135).

(131) I n u n atto del 9 7 1 è citato « fundum Scavino de Caudatio q. V. ad Fediano, in pleb. S. Ilari » nel Montefeltro. Cfr. AMADESI c i t , t. I I , pag. 267. (132) Z U C C H I

TRAVAGLI,

Animadv.,

pag.

279.

(m) Ivi, pag. 309. (134) Cfr. C a r t a d'Italia, f. 108, q. Montegelli. (135) TARLAZZI cit., t. I , pag. 1 5 « atque a quarto qui est super Liciniano ».

latere

Serra,


LA BOLLA D I PAPA ONORIO I I

87

Nel 1028, la Massa Liciniana è territorio di Montefeltro (136). Nel X V I secolo, nel plebato di Tornano c e l a chiesa di S. Maria « de Lucignano » (137). « fundum Ausi »: si trova fra Poggio S. Giovanni e Ugrigno, in comune di S. Agata Feltria (138). L a chiesa di S. Maurizio « i n loco Ausi » figura nella donazione del conte Ranieri di Bertinoro dell'anno 1153 (139). Pila tardi la cappella di S. Maurizio assunse anche i l titolo della scomparsa chiesa di S. Mustia. Attualmente l a località si chiama proprio S. Mustia. Nel 1227, un atto è rogato nel planarlo dell'ospedale « in Ausi » (140). Nelle pergamene delle Clarisse di S. Agata F . le chiese sono r i cordate anche nel 1264 e nel 1306 (141). « Cella Fausti »: vedasi quanto s'è già detto sopra, r i guardo al monastero di S. Salvatore. . i^,: « Scannulas malore et minores »: secondo lo Zucchi sarebbero da identificare con le « Scalcile di sopra e di sotto », sul torrente Para che sbocca nel Savio, poco lontano dall'eremo di S. Giovanni Ambe Pare (142). I l Dominici cita una località del Santagatese denominata Scaletto (143).

(136) V e d a s i nota 128. (137) Z U C C H I

TRAVAGLI, Animadv.,

pag. 2 7 7 .

(138) P . B E N I G N O DA S . AGATA F . O.F.M., S . Agata

donna

dei Cappuccini,

Feltria

261-62.

(139) V e d a s i nota 129. (140) Z U C C H I

e la Ma-

S. Agata F . 1950, pag. 59: d a P . GIORGI, ce.

TRAVAGLI,

Raccolto,

cit., t.

I l i , c. 3 5 .

(141) Op. cit., nota 138. (142)

ZUCCHI

(143)

D O M I N I C I , S . Agata

TRAVAGLI, Animadv.

cit., pag. 3 0 9 .

cit., pag. 7 7 .


F. V. LOMBARDI

88

« Capellam sancte Aghate cum castro qui vocatur Petra Anellaria »: pare indubbio che si tratti di S. Agata F . , e non di S. Agata di Fragheto (144), o S. Agata di RipaUa (145). « Castro et curte S. Agathe » sono fra i beni che Ranieri di Bertinoro cede al monastero di Montercole, nel 1153 (146). « Capella sancti Gergii »: tre sole chiese risultano aver una tale dedicazione, nel Montefeltro: S. Donato di Sestino, Monte S. Maria, nel plebato di Carpegna e Fiorentino, nel plebato di Corena. « fundum cervianum »: non se ne ha alcuna notizia. « fundum Caprianum »: idem. « curtem que vocatur Grilena... in Castello Felicitatis »: Grillena è un torrente che sfocia nel Tevere presso Pieve S. Stefano (147). Appropriata quindi la localizzazione del fondo entro i l territorio di Città di Castello (Castrum Felicitatis). I n un atto dell'anno 1200 (148), l'abbate di Montercole cede in enfiteusi terre fra S. Egidio i n Latiniana e i l rivo Grillena, nei pressi di Pieve S. Stefano. ^

« Capellam. sacti Martini in Castagnolo »: « Castagnola, que est iusta Gattariam », s i dice in un privilegio di Eugenio I I I ai Camaldolesi nell'anno 1145 (149). Ancor oggi Castagnolo è una borgata di Gattara di Casteldelci. Nel l i bro della mensa vescovile sono citate entrambe le chiese di S. Martino e di S. Angelo di Gattara (150).

(144) Z U C C H I

TRAVAGLI,

Animadv.,

pag. 3 0 9 .

Ivi, pag. 34. (146) Vedasi nota 129. (147) C i t . a nota 144. (145)

(148) Z U C C H I (149)

TRAVAGLI,

Raccolto,

t. H I , c. 1 .

Ann. Cam. cit., t. I l i , col. 4 2 1 .

(150) Z U C C H I

TRAVAGLI,

Animadv.,

cit., pag.

285-86.


89

LA BOLLA D I PAPA ONORIO I I

« Capellam sancte Sophie in Aquatorio »; è « la parrocchiale di S. Sofia alle sponde dei fiumi Marecchia e Senatello » (151). Oggi S. Sofia è inclusa in quell'isola amministrativa toscana all'interno della parte di Montefeltro che è compresa nella provincia di Pesaro-Urbino. « Capellam sancte Marie in Methaiustio »: potrebbe essere la chiesa ancora esistente nella parrocchia di Monteriolo, passata alla diocesi di Sarsina. Nel 1144, i l Priore di S. Giovanni Ambe Pare concesse terre « in locum Metaiusti. . . territorio feretrano in plebe S. Cassiani » (152). I l « castrum Montejusti » è nominato nell'atto di cessione di Uguccione di Taddeo di Casteldelci alla Chiesa romana, dell'anno 1232 (153). L a chiesa di « S. Mariae de Monte Justi » nella pieve di S. Cassiano, è citata dallo Zucchi Travagli e ancor oggi esiste l'agglomerato rurale di S. Maria nei pressi di Monte Giusto (154). « Ecclesiam. sancte Flore in Sapinio »: e non Scapigno, come risulta dalla tradizione corrente. Sapigno è una frazione del comune di S. Agata Feltria, posto su uno sperone di gesso che si protende sul Savio. Nel 980, Onesto, arcivescovo di Ravenna dette in enfiteusi a Tedaldo di Amalfrido « duos fundos Sapinium maiorem et minorem... terit. Feretran » (155). Nel 1028, nel diploma di Corrado I I e Uberto vescovo di Sarsina, è citato « Sapinia » (156). « fundum fondo.

Sititianum

»: non si ha memoria di tale

(151) cit. a nota 144. (152) Regestum Camaldulense, (153)

cit., v o i : I I , pag. 170.

Cfr. MURATORI cit., a nota 64.

(154) Z U C C H I (155) F A N T U Z Z I

TRAVAGLI, cit,

t.

(156) V e d a s i nota 128.

Annmadv. I I pag.

367.

cit.,

pag.

295.


F.

90

« fundum

V. LOMBARDI

Campum Planum »: idem.

« Castellum Novum »: nell'atto di Taddeo di Uguccione del 1232, è citato un « castellum novum » che si è identificato col castello nuovo della Faggiola di Casteldelci, per distinguerlo da quello della Faggiola Vecchia. Peraltro, nel Montefeltro, esiste un altro Castelnuovo presso S. Leo e, nel plebato del Messa, nel territorio di S. Agata, troviamo ima chiesa dedicata a S. Cristoforo « de Castellonovo » (157). «Montem Falcum »: nell'anno 1145 è citata la chiesa « S. Gaudentii iuxta Montem Falconem, in comitato feretrano » (158). Nel 1223, Alberico, Vescovo di Sarsina comprò i l castello di Monte Petra e altri beni « insuper totam curtem Montis Falci in Perticaja » (159). Nel libro della mensa vescovile è ricordata la chiesa di S. Martino di Montefalco, nel plebato di Tornano (160). Le fondazioni di questa chiesa sono state scoperte sulla vetta del Monte della Perticara (161). « Castellum Pojolum »: con ogni verosimiglianza, si tratta del castello di Poggiolo, sopra Novafeltria, tra Talamello e Sartiano (162). « Castellum. quod vocatur Petrella »: si tratta di Petrel-

(157)

ZUCCHI

TRAVAGLI

Animadv.,

pag.

285.

(158) Privilegio di Eugenio I I I ai Camaldolesi cfr. Annal. mald. cit., t. I T I , app. 273, col. 421. Cfr. anche t. I , col. 287. (159)

FANTUZZI,

cit.,

t.

V I , app.

40,

pag.

Ca-

72.

(160) Z U C C H I TRAVAGLI, Animadv. pag. 277. « M o n t i s F a l c i » è citato dopo Ugrigno nella convenzione dei conti di Montefeltro col comune di R i m i n i , dell'anno 1228. Cfr. TONINI, cit., v o i . I l i , app. 48, pag. 450. (161) BARTOLINI, Perticara cit., appendice di foto a c o l o r ì . (162) C i t . a nota 144.


LA

BOLLA D I PAPA ONORIO I I

91

la Guidi, in Comune di S. Agata Feltria, sul versante sinistro del Marecchia (163). Fra i problemi che maggiormente emergono da questa indagine toponomastica e topografica, si rileva quello di giustificare la mancanza della pieve di S. Maria Assunta di S. Leo. E ' ipotizzabile che — a quell'epoca — la « plebs » fosse stata assorbita dalla « civitas » vescovile. Non aveva alcuna funzione l'istituzione plebale in una località capoluogo di diocesi, ove c'era la presenza della « domus » cioè i l duomo. D'altra parte, però, la esistenza di un edificio plebale, presumibilmente ben più antico del Duomo, (attuale e precedente all'attuale), pone problemi circa l'origine del vescovato fererano, che noi sessi abbiamo proposto all'attenzione degli studiosi in un altro saggio. Un secondo aspetto, ptiò rilevarsi nel trovare elencati benefici sparsi, extra elencazione delle pievi, posti nella parte finale. L a maggior parte di questi fondi, cappelle e castelli, risulta localizzabile fra i l versante sinistro del Savio e quello destro del Marecchia, salvo particolari eccezioni (Monastero di S. Severino, Corte Grillena e t c ) . E ' davvero ben strana la frammentarietà di qviesti fondi, che avrebbero potuto essere citati subito dopo le pievi di appartenenza. La considerazione conferma i l sospetto — formulato anche in altra occasione — che in questa zona v i fosse stata un'antica pieve, in seguito scomparsa, in modo tale che le singole « curie » sono state ripartite fra la pieve di Tornano, quella del Messa e quella dì S. Cassiano di Monteriolo. Ma tale ipotesi, come p a r r à ovvio, richiede ben altri approfondimenti.

(163) N e l X I I I secolo v i troviamo insediata u n a famiglia nobile che porta lo stesso nome, o talora anche quello di « Tibertor u m ». Cfr. T O N I N I cit., I T I , app. 25, pag. 421; Annal Camald. cit., t. I I I , pag.

209;

ZUCCHI

TRAVAGLI, Raccolto

cit.,

t.

I l i , c.

131

etc.


92

F . V. LOMBARDI

4) I L DOCUMENTO N E L L A L E Z I O N E D E L C O D I C E URB I N A T E (*).

In nomine domini amen. Hoc est exemplum cuiusdam bulle summi pontificis concessionis et confirmationis quarundam ecclesiarum et capellarum facte per sanctissimum. tunc in Christo dominum et patrem dominum Honorium papam secundum in carta membrana cum bulla plumbea pendenti alligata seu affixa, cum cordula sirica rubei et crocei coloris. In qua ab uno latere apparent sculta duo capita et desuper lictere inscripte dicentes: sanctus Paulus, sanctus Petrus. Ab alio vero latere apparent uripte inscripte lictere, videlicet: Honorius papa secundus. Cuius quidem bulle tenor infra sequitur, et est talis:

CO N e l l a considerazione che si r i p o r t a l a riproduzione fotografica d e i r « e x e m p l u m », nella pubblicazione del documento non si ritiene di dover seguire puntualmente le indicazioni suggerite da A. PRATESI, Una questione di metodo: l'edizione delle fonti documentarie, i n Rassegna degU A r c h i v i di Stato, voi. H I (1957), pag. 312 e ss. I l testo del Cod. Urb., a l l o r c h é c i è parso opportuno, è stato integrato, t r a m i t e l'inserimento di lettere fra parentesi tonde, ed è stato emendato nelle poche v a r i a n t i (es. plebem in luogo di plebes), facendo un r i c h i a m o i n nota.


LA BOLLA D I PAPA ONORIO I T

93

a)

HONORIUS E P I S C O P U S S E R V U S S E R V O R U M D E I V E N E R A B I L I F R A T R I PETRO F E R E T R A N O EPISCOPO E I U S Q U E S U C C E S S O R I B U S CANONICE P R O M O V E N D I S I N PERPETUUM. Offitij (a) nostri nos hortatur auctoritas p r ò ecclesiarum statu satagere, et earum quieti et utilitati salubriter auxiliante Domino (b) providere; proinde karissime (bb) in domino frater Petre sanctam feretranam ecclesiam, cui Deo auctore presides im (c) beati Petri tutelam nostramque protectionem suscipimus. Statuentes presentis privilegij auctoritate ut ecclesie possessiones et bona quecumque (d) vestra feretrana ecclesia in presentiarum iuste et legiptime possidet, sive in futurum largiente Deo (dd) iuste atque canonice poterit adipisci, firma ei et illibata permaneant. I n quibus hec proprijs duximus nominibus exprimnda (e), videlicet: plebem sancti Pacratij ( / ) , capellam sancti Martini in Monte, capellam sancte Sophie, capellam sancte Marie im Plege (g) cum curte sua, plebem sancti Laurentij in Folia cum pertinenti] s suis, capella(m) sancti Michaelis cum curte sua, monasterium sancte Marie in Scupitino (h) cum omnibus suis pertinenti] s, plebem sancti lohannis in Carpinio (0 cum suis pertinenti] s, capellam sancti Marini et possessionem que est in Carpinio (/), plebem sancti Cassiani in Pitino (m) cum omnibus suis pertinenti] s (et) (n) fundum suum in integrum, capella(m) sancti Theodori cum suis pertinenti]s et terram in Valle Cava et Molledano,

Abbreviazioni usate: A = Codice Urbinate; B = beriniano; C = C a l v i ; U = Ughelli.

Codice B a r -

a) B , C , U = Officij; b) B , U - Deo; bb) charissime; B , U = car i s s i m e ; c) B , C , U = i n ; d) B , U = quecumque quae; dd) B , U = Domino; e) C = exprimenda nominibus; B , U - manca; f) C = capellam; B , U manca; g) C = in Plege; B , U i n Plebe; h) C = Scriptinio; B , U = S c r i p t i n o ; 0 B , C , U = Carpineo; l) c.s.; m) C = Pitino; B , U = Pisino; n) m a n c a i n A;


94

F.

V. LOMBARDI

(2)

piebem sancti Theonisti in loco qLii dicitur Corina (a) cum omnibus pertinenti] s suis, plebem sancti Marini cum castello et omnibus pertinenti] s suis (b) plebem sancte Agathe cum omnibus pertinenti]s suis, et curte que vocatur Farnito in loco qui dicitur Ovilione, plebem sancti Martini in Murisiano cum pertinentijs suis, plebem sancti Hylari (c) cum pertinenti]s suis, plebem (d) sancte Marie in Vico cum pertinenti]s suis, plebem (e) sancti Stefani (/) in Murlo cum pertinentijs suis, monasterium sancti Martini in Saltu cum pertinentijs suis, plebem (g) sancti Petri in Culto (h) cum pertinentijs suis, plebem sancti Petri ad Missam cum pertinentijs suis, fundum Herm(m)anum (0 in integrum, fundum Adinum in integrum, monasterium sancti Salvatoris in fundo Cel(l) a (/) Fausti in integrum cum suis pertinentijs, plebem sancti Martini in Vedo (m) cum omnibus suis pertinentijs, cum castello qtiod vocatur Casale de Ylice (n), plebem sancti Cassiani in Campo Juvenci (o) cum pertinentijs suis in integrum, plebem sancte Marie in Romaniano (p), cum omnibus suis pertinentijs, plebem sancte Mustiòle cum pertinentijs suis; monasterium sancti Severini cum pertinentijs suis, capellam sancti Proculi cum pertinentijs suis, et terciam (q) partem. de fundo Atiliano (r), terciam partem de fundo Bucuniano ( 5 ) , terciam partem de ftmdo Stabulo, terciam partem de fundo Justorum, cum campo qui vocatur Martij in integrum; tres petfolas de terra fundi Artiliani (t) qui vocatur Plege, fundum Piega (u) in integrum, fundum Casalidum in integrum, fundum Casapleulam in integrum (v) fundum alfidianum (z) qui vocatur Campus a) C , U — C o r m a ; b) B , U ~ p e r t ì n e n t j i s suis omnibus; c) C ^ H i l a r i i ; B , U ^ H i l a r i j ; d) A , B , U = plebes; e) c.s.; / ) C , B , U = Stephani; g) A , B , U ^ plebes; h) B , C , U = C u l t u ; i) C= H e r m a n u m ; B , U = H e r m a n n u m ; /) A Cela; m) B , C , U = Vivedo; n) B , C , U = I l i c e ; o) U ~ .Tuvenici; p) B , C , U - R o m a n i a ; q)- C,U = tertiam; B = 3-: r) B , C Attillano; 5 ) C Buconiano; t) C , U = Attihani; u) B , C , U = Plegni; v ) C - C a s a l ì d u r a ; B , U ~ m a n c a fundum Casal i d u m i n integrum, fundum Casapleula i n i n t e r u m ; 2 ) B = Alfidiarium; U = Alfidiarum;


LA BOLLA D I PAPA ONORIO U

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0)

Planus, fundum Frigi in integrum, fundum a(n)timaria (a) in integrum, fundum Columnella in integrum {h) fundum post Collina, Capellam sancti Archangeli in integrum, fundum Vallis Donatuli, massam Licinianam (c), in integrum, fundum Ausi in integrum, Cella Fausti, Scanulas maiores et minores in integrum, capellam sancte Aghate {d) cum castro quod (e) vocatur Petra Anelarla, capellam sancti Georgij in integrum, fundum Cervianum in integrum, fundum Caprianum (/), curtem (g) que vocatur Grilena {h) cum omnibus pertinentijs suis in Castello Felicitatis, capellam sancti Martini in Castagnolo, capellam sancte Sophie in Aquat(o)rio, capellam sancte Marie in Methaiustio {hh) in integrum, ecclesiam sancte Flore in Sapinio (0 fundum S i titianum, fundum Campo Planum cum omnibus suis pertinentijs, Castellum Novum, Montem Falcum cum curte sua, castellum Poiolum cum curte sua, castellum (/) quod vocatur Petrella. Salva in omnibus romane ecclesie iustitia et reverentia. Decernimus ergo ut nulli omnino hominum liceat eandem ecclesiam temere perturbare aut eius possessiones auferre, vel ablatas retinere, minuere vel temerarijs vexationibus fatigare. Set (m) omnia integra conserventur tam tuis, quam clericorum et p à u p e r u m usìbus omnimodis profutura. S i qua igitur in futurum (n) ecclesiastica secularisve persona hanc nostre constitutionis paginam sciens contra ea(m) temere venire temptaverit (o), secundo terciove commodita, si non satisfactione congrua {p) emendaverit, potestatis honorisque stii dignitate careat reumque iq) se divino iuditio (r) existere de perpetrata iniquitate cognoscat et a sacratissimo corpore ac sanguine Dei et domini redemptoris ( 5 ) nostri Yesu {t) Christi aliena fiat, atque in extremo examine districte ultioni subiaceat. Cunctis autem eidem ecclesie iura {u) servantibus sit pax domini nostri Yesu Christi, quatinus (v) et hic fructum bone actionis percipiant et apud districtum judicem premia eterne pacis invenìant. • R.

Ego Honorius catholice ecclesie episcopus

B.V.


96

F.

V. LOMBARDI

Datum Laterani per manum Almerici (x) sancte ecclesie diaconi cardinalis et cancellarij, I J Kalendis May, (z) indictione I I J , anno dominice incarnationis M° C X X V , pontificatus autem domini Honorij secundi pape anno 1°.

a) B , U = A n t i m a r i a ; A = A t i m a r i a ; b) C = m a n c a fundum Antim a r i a i n integrum, fundum Columnella i n integrum; c) A = L i c i niana; d) B , C , U = Agathae; e) B , C , U — quae; / ) B = Capejanum; C = Capejanum; U = Capicianura; 'g) U = curtes; h) C = Grillena; hh) B = Methaiustis; C = Methajustis; U = Methavistis; i) B , C , U = Scapinio; 0 B , U = m a n c a : Montem F a l c u m c u m curte sua, Castellum Poiolum c u m curte sua, castellum; C = m a n c a Castell u m N o v u m ; m) B , C ~ sed; n) C = m a n c a : i n f u t u r u m ; o) B . C = tentaverit; p) C ~ condigna; g) A = reamque; r ) B , C = iudicio; s) B , C = manca redemptoris; t) B , C = J e s u ; u) A = iusta; v ) B , C = quatenus; x) B , U = A m e r ì c i ; C = Ayoserici; z) B - XI K a l . M a i j ; C = X I KaLMaiì; U = I J Kal.Maij.

Per quanto riguarda specie il Calvi, non si è tenuto conto delle innumerevoli varianti di lezione relative all'uso della lettera i per j e viceversa; n o n c h é delle maiuscole i n luogo di minuscole iniziali.


IftinMaoruf i^iutwAim nct^if-cf CayclUatt. fawt w^HiiKiiiIìmu urne m i>'innii T ttvm CwwiTiM Ì>t»"'iw ^ftifm Ì<Ji^ m«nWacu! cum 6-nlI.i plumhM pcnJcnn ~iiU^i ihi^ffna cum a-^fUt n'Ha ntlm .rnvca t«lot» "jnq'M alnmol.ifw^.itlMi-tìnrtt-uI

t

IJlut'xrcr .itsxtWiiK ijmmo pwluìwff piciiiù: Vwm m dominofitrtcrp n * (jtiduni f««rr aiwm i«{«(in C U I ^ V » 4i«am pcrfìttìf "n Iwit» p^m Kirelim n^rtiMM i^t pKweWKxiara IH fe^uGpidctitK pi'uteSH . U I C T O H W K 'N^t-?taì« ptfFàfiK^ «• WTI.I ^ U *

r

« ùo, mih. ah» umonut pigut- .lAptfn fumd e''7^Uikini f3Rnuiw«t-. Ini^iutoif fnopj^e dttjatm-* nnmiiM'U;i- -vpwmanì^i ">Otàcl»cs- ^àxm Qnttì puiftnn} Cap^Um idfitn ifwi«»ttinni->nt« Ow^^Idni 'ontK topaie• OipetUm IdmfcOVKW'jmifrfege ma, n«nhjv ?M-^.!tn <.nrt ")otMiinif inCdi:miio orni Cm ':.ràiv.mti\i • (S-f^^m ijtim .rw jiBl- v^r«pimem Cfut ^(Tiuitv.nio2m<^ Odflwnt'inptniw-orni ontnibu.^ Tty [..itluijrHijfe-fiini*<Tn(Tmim mmfvgAim O ì p d l ^ .ondi ^'latoi ^-um aK'petmKn

1 0

A R C H . S E G R . V A T . , Arm. LX, t. 21. f. 10/R. ( C f r . nota 5 ) . L a p r i m a pagina d e l l ' e x e m p l u m è s t a t a g i à r i p r o d o t t a fotograficamente da L . M i c h e l i n i T o c c i , cit. L a seconda facciata è q u i r i p r o d o t t a per l a p r i m a v o l t a .


pÌ^«m tin*ti .fVtrtiii ii;W<ìo »-"m fu» |3«ntv'nH(*' ratti cjl^illo .j* Nsoaihif C^itàU teyUtt.- V^xéxrn .ancn caf(itM in&impo luiumct ntm p»';nnt^^j.•• l'ur- in "jnfiBtttin.- p l e W m CintW i,.iati* turonumiano cum irtii.Auf (Ino petmu-nhf:- p U t r m

[lyi^am itittìiaif'p ujfh»^- £,'ni <rimp> « n i Jtarawr Tna^tl} insfifciprtì. G r e c uettoJa^. ÌK,«m .ìtnl'-im 4>u u « a « i r p U ^ - ^ « U - H Ì p l s ^ lumt^iSnitii. f„ri*I,m *c.i<i liiunt mmtw!;iim- f i i n ^ m aitrtpitwij i n m r ^ u i n • ftinùum .ith'duinu ifooojt-

O i l t a ^ H l l i - C-canuI^ nutfCW-.rmmjKf nirnhignì- O i p t l j (Sndtt i^e^vire-fimi" « r i u i u m n ' iuint«<piir.- t^*n*um

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B I B L . A P . V A T . Cod. 3640).

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Val.

Burherbiiam)

3222 {XL,

19

olim


LA BOLLA D I PAPA ONORIO I I

5) I P O T E S I D I D E R I V A Z I O N E D E I V A R I

97

TESTI.

Dall'analisi comparativa dei vari testi, vengono in evidenza varie considerazioni: innanzi tutto l'Ughelli e i l Codice Barberiniano sono estremamente simili nelle variazioni di lezione, nelle interpolazioni (se di interpolazioni trattasi), nelle omissioni. Ecco le principali differenziazioni riscontrabili in entrambi rispetto al Codice Urbinate e al Calvi: nota hjl Deo, anziché Domino; nota d/l quecumque que, in luogo di quecumque; nota f/1 S. Pancratij capellam, anziché plebem S.P, (Capellam per i l Calvi); nota g/1 in plebe, anziché in plege (in plege cod. urb.); nota m/1 Pisino, in luogo di Pitino; nota b/2 pertinentiis suis omnibus, anziché omnibus pertinentijs suis; nota 0/2 Juvenici, in luogo di Juvenci; nota u/2 omissione di « fundum casalidum in integrum, fundum casapleulam, in integrum »; nota e/3 quae, in luogo di quod; nota //3 omissione della frase « Montem Falcum cum curte sua, castellum Pojolum cum carte sua, Castellum »; Si tratta di concordanze notevoli e significative fra due redazioni più o meno sincrone, cioè Ughelli e Codice Barberiniano; per converso si tratta di divergenze notevoli fra queste e una lezione antica (Codice Urbinate) e una posteriore (Calvi). D'altra parte, la lezione del Calvi stesso, pur non derivando chiaramente né dall'Ughelli, né dal Codice Barberiniano, non trova la sua fonte nemmeno nel Codice Ur-


98

F. V. LOMBARDI

binate. Basterà riflettere sulle seguenti, più evidenti analogie con l'Ughelli e i l Codice Barberiniano, e sulle chiare distinzioni dal Codice Urbinate: nota dd/1 Domino, anziché Deo; nota h/1 Scriptinio (o Scriptino), anziché Scupitino; nota hl2 in Cultu, anziché in Culto; nota m/2 in Vivedo, anziché in Vedo; nota p/2 in Romania, anziché in Romaniano; nota u/2 fundum Plegni, anziché Plege; nota d/3 S. Agathe, anziché S. Aghate; nota i/3 Capejanum, anziché Caprianum; nota i/3 Scapinio, in luogo di Sapinio; nota z/3 X I Kal.Mai, (al pari del Barb.), anziché I I Kal.Maij. Ci pare, quindi, di poter dire che i l Codice Urbinate deriva direttamente dalla bolla originale: a parte l'antichità e l'autenticità, ne fanno fede — circa i l puntuale riscontro di molti toponimi — sia la trascrizione di Mons. Giorgi, sia i l regesto inventariale da cui fece trarre copia l'Olivieri. Per altro verso, riteniamo che la stampa dell'Ughelli e il Codice Barberiniano derivino da una fonte comune: forse la trascrizione manoscritta che lo stesso Ughelli fece dell'originale. Che i l Barberiniano sia posteriore a questa fonte, ma anteriore alla stampa, pare credibile, specie sulla base dell'equivoco in cui è caduto l'estensore del Barberiniano stesso: X I Kal.Maij, in luogo di I J Kal.Maij. Infine, a nostro avviso, i l Calvi — o chi per lui — potrebbe aver visionato la bolla originale, ma la lezione che ne ha tratto ci pare una specie di intarsio fra la trascrizione della stessa bolla e i l Barberiniano. Si ha l'impressione che tale autore abbia trascritto la bolla avendo sottomano, come guida, i l codice: un indizio potrebbe essere costituito dal passo sulla pieve di Sestino. Nella bolla originale egli trovava scritto « pieve », mentre nel '700 S. Pancrazio non esisteva più come pieve del Montefeltro. Nel Codice trovava « capellam » posposto indebitamente, e così ha ricostruito i l testo, premettendo a S. Pancrazio, i l titolo di cappella, anziché « pieve ». E ' tut-


LA BOLLA D I PAPA ONORIO I I

99

tavia una ipotesi che sarà ben difficile comprovare. Tutto quanto s e detto, comunque, p u ò esere verosimile, salvo che la bolla « cosiddetta originale », originale non fosse stata, ma costituisse solo una riproduzione dell'originale per imitazione. Cosa non infrequente, allorché gli antichi documenti si presentavano laceri, consunti, semintelligibili. I n questo caso la redazione dovrebbe essere posteriore al Codice Urbinate, che è estremamente corretto. Ma per verificare quanto sopra, occorrerebbe almeno ritrovare questo eventuale secondo « originale », se non proprio i l primo. Allo stato attuale delle conoscenze, concludendo queste considerazioni, si tenterà di delineare uno schema genealogico dei testi a noi noti, con la consapevolezza di aver aperto forse più problemi di quanti non ne abbiamo r i solti. BOLLA

ORIGINALE

Codice Urbinate (1465)

T r a s c r i z i o n e m s . Ughelli

S t a m p a Ughelli (1647)

Codice B a r b sec. X V I I

Repertorio V a t .

Regesto Olivieri (1758) Regesto Giorgi (1740)

Regesto M a r i n i (1761)

Calvi (1739)


I T A L O PASCUCCI

il toponimo di pantiera

?


Vale forse i l prezzo di dare ragione del vocabolo Pantiera, noto anche in tempi antichi vuoi come strumento venatorio, vuoi come particolare conformazione del terreno adatto alla caccia di anatre, di beccacce e di pernici. Qui intendiamo occuparci del vocabolo Pantiera sotto i l profilo di particolare forma di terreno, senza ovviamente prescindere dal carattere complementare di specifico strumento aucupiale. I n località Pieve di S. Pietro in Messa, frazione del Comune di Pennabilli (Pesaro), i l sostantivo Pantiera è stato identificato da alcuni storici montefeltrani con Pantheon, « tempio sacro a tutti gli dei ». A quel che emerge dalla nostra indagine, i l primo storico che si è lasciato suggestionare dalla somiglianza di suono e dalla illusoria corrispondenza di forma del vocabolo, con Pantheon, è stato A. M. Zucchi Travagli che ha erroneamente interpretato una dizione dello storico secentesco P. A. Guerrieri della Castellacela di Carpegna, dizione che a nostro vedere non presenta difficoltà esegetica alcuna. Trascriviamo la dizione del Guerrieri: « . . . , Nel luogo dove sta questa Pieve (si tratta, come s e detto, della Pieve di S. Pietro in Messa) . . . scorgendosi nelle sue Mura diversità di Pietre, tra le quali si amira (sic) una lapide raccolta dalle notabili macerie, et collocata e murata nella facciata di essa Pieve, nella qual pietra si leggono le seguenti lettere: « Diis Deahusque / Dicatum (1). Per la qual me-

(1) O. O L I V I E R I , Monimenta Feretrana, trad. e pubbl. da G. Ginepri, Pennabilli 1880, p. 30, reca: « . . . d i v e r s a namque gentium et Deorura colebantur in Regione Feretrana Numina, et simulacra, cuius rei non vile monimentum in agro Pinnensi Feretranae Re-


104

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PASCUCCI

moria si denota i v i essere stato nella gentilità un tempio dedicato alli Dei e alle Dee de Pagani, come Panteon » (2). Lo Zucchi commenta: « . . . I l luogo chiamasi Pantiera forse corrotto dal nome Panteon, cioè Tempio di tutti gl'Iddii » (3). L a forma dubitativa colla quale lo Zucchi ha interpretato i l Guerrieri, diventa acquisizione con L . Besi che afferma: « . . . fu ivi (se. alla più volte citata Pieve di S. Pietro in Messa), eretto un tempio sacro a tutte le Divinità. Questo tempio fu detto con greca voce, come costumavasi allora. Pantheon hieron o Panthieron: donde i l nome Pantiera, giunto fino a noi, per denotare quel luogo » (4). A chiosa delle « lettere »: Diis Deahusque / Dicatum che si leggono nell'opera di P. ^. Guerrieri, Della Carpegna Ahh. et del Montejeltro Illustrato, Bologna, 1924, i l Manduchi, che ha curato la pubblicazione dell'inedito, a nota 1, p. 93, osserva: « i v i (se. nella loc. di S. Pietro in Messa) f u eretto un tempio sacro a tutte le divinità, detto con voce greca Panthieron: donde i l nome di Pantiera che distingue anche oggi quel luogo ». I l Franciosi aggiunge: « E traccie (sic) del dominio romano si trovano ancora in alcuni ricordi di nomi come . . . Municipium . . . , e Pantiera nel piano tra i torrenti (sic) Marecchia e Messa, dove rimangono ancora gli avanzi di un Tempio pagano sacro a tutte le Divinità, T^avQ - tep« (5), tempio che fu trasformato poscia in chiesa cristiana, detta Pieve di S. Pietro in Messa ». E i l Tani: « . . . Al-

gionis invenitur sculptum his verbis = Diis Deabusque dicatum = in basi lapidea Templi ibidem antiquitus erecti, huius prisca et sumptuosa aedificìi structura adhuc elicitur illius nobilitas, quamvis in parte diruta, et ex altera residua insìgnis Plebania fuerit S. Petro Apostolo d i c a t a . . . ». (2) P. A. G U E R R I E R I , Della Carpegna Abbellita Illustrato, parte terza, Bologna 1924, p. 63. (3) A. M. Z U C C H I TRAVAGLI, Animadversioni,

et del

Montefeltro

Venezia 1762,

p.

23.

(4) L . B E S I , Lacrime e Vittorie della Vergine delle Grazie Venerata in Pennabilli, Gatteo 1900, p. 96. (5) P. FRANCIOSI, Majolo antico Castello del Montefeltro, San Marino 1923, p. 9.


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tri ricordi e reliquie della civiltà romana nel Montefeltro sono Pitinum Pisaurense ...; un vico romano in vai di Messa, ove sorgeva un tempio dedicato a tutti gli dei e le dee: Diis Deabus, con voce greca Pantieron, donde i l nome attuale di Pantiera, dato a quel luogo » (6). A sua volta i l Do'minici, parlando dei vari fanum (7), di cui nel Montefeltro s e smarrita ogni traccia, cita, tra gli altri, i l « Panthieron, ossia i l tempio sacro a tutte le deità, nel piano detto appunto Pantiera presso Pennabilli » (8). Secondo la definizione del Fanfani, citato da Tommaseo Bellini, Diz. Ling. It., I l i , Torino, s.d., p. 479, « Pantiera è una fossa lunga e larga artefatta vicina a un padule (l'amico Gianfranco Giannini, con cognizione in re, ci parla di acquitrino), dove si adatta una rete per pigliarvi le anitre selvatiche ». Da una breve ricognizione geografica, r i sulta che i l vocabolo è presente in varie località del territorio nazionale; citiamo un caso. L'amico A. Bartolini, in data 31-8-1976, ci informa: « A proposito del vocabolo Pan-

ie) A. T A N I , S. Francesco nel Montefeltro, Città dì Castello 1926, p. 9. (7) Per i vari « fanum » cfr. L. D O M I N I C I , Pennabilli culla dei Malatesta, Urbino 1956, p. 12. (8) L. D O M I N I C I , Storia Generale Montefeltrana, Lanciano 1931, p. 37. Sempre il D O M I N I C I , Pennabilli, Urbino, cit., p. 12, scrive: « . . . e ancora il Panthieron ossia il fanum per eccellenza, sacro a tutti gli Dei, nella pianura detta appunto Pantiera, ove allora si svolgeva la vita del romano Foro di Messa ». . . Eppure il Dominici, almeno a dedurre da quello che scrive a proposito del Foro di Messa, aveva elementi per capire che Pantiera non può essere identificato con Panthieron. Dice il D O M I N I C I in Pennabilli culla dei Malatesta, Rimini, 1966, p. 21: « I I vico o foro di Messa fu invece fondato da famiglie umbre viventi nella zona dedite alla caccia e alla pesca presso la confluenza del torrente Messa nel fiume Marecchia, in località detta Pantiera dal tempio ( P A N T H I E R O N ) che vi sorgeva e ove convenivano gli abitanti dei dintorni per i loro affari specialmente religiosi, ove venne appunto rinvenuto un capitello con la scritta dedicatoria: D I I S D E A B U S , che vuol dire dedicato a tutti gli dei. Questo tempio fu detto perciò PANT H I E R O N che significa appunto sacro a tutti gli dei ».


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riera, un mio cognato mi ha detto che a Porto Civitanova (Macerata) con tale termine s'intende comunemente "laghetto con fango" » (9). P. Sella, a sua volta, scrive che Pantiera è « isolotto sempre scoperto dalle acque che si trova nelle valli delle paludi », soggiungendo che è « luogo di caccia » (10). A completamento della nostra breve inda-

(9) Di recente, in atti pubblicati con rara competenza da G . G. SCORZA, Gli Statuti di Maciano dei primordi del secolo XV, Milano 1968, troviamo usato il toponimo « Pantauro » p. 138; 146; « Pan(ta)uro », p. 143; « Pantaulo » p. 143. A prop. di questo top., noi pensiamo, pur non sfuggendoci il fenomeno delle oscillazioni cui vanno incontro le linguali dentali l,n,r e l'eventuale assimilazione della u dinanzi alla" n, che si debba leggere Pantano; ce lo lascia pensare, tra altri atti che ci interessano e che citeremo a suo luogo, un atto che si legge negli Awiales Camaldulenses, 597, Comitato di Montefeltro, 3 maggio 1097 in cui è d e t t o . . . « infra (orig. anjra) plebe S . Petri a Missa inter fines: da I via plubica (sic), et I I latera silba q. vocatur Pantano .. (evid. da lat. med. Pantanum, diminut. Pantanellum). I n Charta Benedicti PP. ann. 1033; apud Ughellum tom. I Ital. sac. part. I . p. 121: « Vel alias turres, quae extensae sunt ab una parte juxta terram vestram, et Pantanum cum eodem ipso Pantano saliente ad viam publicam, etc. E t pag. 144: C u m . . . pascuìs et sìlvis, Pantanis et rivis cultis et incultis ». Charta Goffridi Alisinae Comitis ann. 1165. apud Mijrator, tom, 2, part. 2 col. 1010: « Primum quidem quemdam locum prope Alesinam Pantano circundatum versus Septentrionem . . . Insuper quamdam domum in praedicta civitate constitutam iuxta domum Marandi Alberti, et prope Pantanum. Ad abundantiam, Charta Friderici Imp. ann. 1211 apud Rocchum Pirrum tom 2, pag. 639: « E t ducere (aquam) psr conductum per terras ipsius domus in parvum Pantanellum suum, et piscarium ibi habere », etc. Alia eìusdem Imp. ann. 1229. ibi. pag. 640: Tenimentum terrarum cultarum et incultarum, quod dicitur Pantanum salsum ». E , se non sbaglio, a prescindere da Dante I 7 110; I 20 83, proprio a Pesaro c'è una località denominata « Pantano ». Così pure c'è una località denominata Pantano, a Riccione, mentre derivata dal diminutivo Pantanellum esiste una località denominata Paltanella (in cui la / sta per n) a Cervia, col significato di fango, palude piena di palta (paltanum). (10) P. SELLA, Glossario latino emiliano, Città del Vaticano 1937, p. 251. Diamo, per quanto è possibile, l'uso cronologico di Pantiera


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gine, aggiungiamo che Pantiera significa anche « rete per pigharvi anitre, beccacce, pernici ed altri uccelH », come si legge in Tommaseo - Bellini, cit., p. 479; in Devoto-Oli: « robusta rete (detta anche stendardo), distesa da due aste o canne, usata di notte, con l'ausilio della lanterna e dei battitori, i^er la cattLira di uccelli » (11). Nel Larousse si legge che « Pantière est espèce de filet tendu verticalement dans un claitrière à l'entrée d'un bois pour prendre, pendant la nuit, les oiseaux migrateurs et en particulier les bécasses » (12). Per Albert Dauzat, Pantiera è « filet pour prendre les oiseaux ( X I V S.), du lat. panther, eris, grec. panthèron, proprem. " (prend) tuot animai ": pan, tout, thèr, animal » (13). Sarebbe bastato che gli storici montefeltrani avessero posto mente che i l vocabolo Pantiera deriva da Ti^av e Ovjpa, per evitare di prendere un grosso dirizzone identificandolo con TvzvQsov (A. M. Zucchi Travagli); con T^àvQstov (lepóv) (Besi, Manduchi); Pantieron (Tani); Panthieron (Dominici). I l vocabolo è presente nel senso di « gran rete da uccellare », in TravOvipov (Omero), donde T u a v Q v ì p a (GÌ), da cui, come osserva Varr. De l. L. V. 100, deriva i l nome della rete da caccia panther (pantera) « Ferarum vocabula item partim peregrina (Varr. allude ad alcune belve i l cui nome

neirEmilia-Romagna e nell'area considerata. « Una panteria, quam laborare consuevi », Reg. S. Apollinare, 281 (A. 1238); « a v e s . . . capiuntur ad panteram... capiuntur multe anates », Pier Crescenzi, f. 138; « silvis, panteriis et blavis », Ravenna sec. X I I I , p. 57; « silvas vel buscos prope panterìas », Rimini sec. X I V , f. 198; « nullus possit facere panteriam de novo vel tensam a pluinìs iuxta aliam ad quadraginta perticas; et inter unam cottimam et aliam de novo fiendam debeat esse distantia viginti quinque perticarum », Cervia 1328, I I , 49: « f a c e r e guardiam suae panteriae », Cesena sec. X V I , p. 363; « si quis panteriam fecerit in territorio », Lugo 1520, I I , 56; nullus destruat aliquod medatum alterius panteriae », Cesena sec. X V I , p. 363. (11) G . D E V O T O - G . C. O L I , Vocabolario illustrato della lingua italiana, I I , Milano 1967, p. 382. S i veda anche U L P . D i a 19.1. 11. (12) Nouveau Larousse Illustre, V I , Paris, s.d., p. 648. (13) A. DAUZAT, Dictionnaire Etymologique, Paris, 1938, p. 529.


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in latino deriva dal greco), ut panthera, leo; utraque Graeca (ma c e chi (14) considera « pantera » un prestito dall'indiano (sanscr. pundarika~h,), a quo etiam et rete quoddam panther et ]e(a)ena; da panther, in lat. esarc. si ha panteria,ae (pantheria,ae). Ad abundantiam, P. Cresc. De agr., 10 17 dà una descrizione circostanziata e scientifica di Pantiera come rete e come fossa (15), mentre Salmas., De Usur., osserva: « -avBiipa , genus est retis, quo omne genus minutarum avium capiuntur: ut Travàypa, quo piscium omne genus ».

(14) VARR., Opere, a cura di A . Traglia, Torino, 1974, p. 116, nota 1. (15) L a pagina che interessa, si legge utilmente, corredata di traduzione, in D E ' CRESCENZI, Trattato della agricoltura, I I , Bologna, 1784, p. 321 sg.


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un documento inedito sulla sepoltura di Cagliostro


• I l periodo trascorso dal Cagliostro in San Leo, involontario ospite delle formidabili carceri di quella Fortezza, è gtato oggetto di studi condotti in special modo da parte di storici locali così minuziosi e particolari da credere che nulla vi sia da correggere o aggiungere in proposito. Specialmente le indagini condotte dal Matteini sulla scorta fidata del cospicuo fondo dell'Archivio di Stato di Pesaro (1), ci permettono di seguire il prigioniero quasi quotquot eunt dies dal suo arrivo nel Montefeltro fino alla morte incompianta e alla misteriosa sepoltura. Non è quindi pretesa di queste note il tracciare una nuova sintesi biografica del Cagliostro a San Leo o di sconvolgere a fundamentis le opinioni fin qui acquisite; più semplicemente ho voluto portare alla luce alcune testimonianze inedite che possono correggere sensibilmente le notizie sin qui correnti attorno alla morte e sepoltura del famoso avventuriero, lasciando ad altri il compito di trarne le dovute conclusioni storiche. La prigionia leontina del Balsamo è forse il periodo della sua vita più ricco di documenti (2) che per i l loro carattere amministrativo (corrispondenza ex offitio fra i l Castellano di San Leo ed il Legato d'Urbino), e quindi di

(1) N . MATTEINI, / / Conte di Cagliostro, Prigionia e morte nella fortezza di San Leo, Bologna 1969. E ' questa la terza edizione dell'opera del Matteini ed è quella citata nel presente lavoro. (2) Cfr. N . MATTEINI, / / Conte di Cagliostro... ; l'a. ci fornisce i riferimenti archivistici dei documenti riguardanti il Cagliostro giacenti nell'Archivio di Stato di Pesaro e di qualche altro documento sparso, di pertinenza di altri Istituti.


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USO esclusivamente interno, non sollevano dubbi sulla loro autenticità (3). Nell'abbondante bibliografia cagliostrana, tuttavia, è incredibile il numero delle pubblicazioni che troncano la narrazione della vita del Balsamo al momento del processo o che proseguono in termini estremamente nebulosi, denunciando una pretesa carenza di ulteriore e successiva documentazione. Fare un elenco, sìa pur sommario, degli Autori che ignorano i documenti dell'Archivio pesarese e gli atti parrocchiali di San Leo sarebbe estenuante e fuori luogo.

(3) Sia p'ir con molta ripugnanza — e a puro titolo di curiosità — debbo citare a questo punto uno stranissimo libello: Pier C A R P I , Cagliostro, Gino Sansoni Editore, Milano (1970 (estratto — pare — a cura di un non meglio precisato CAGLIOSTRO INTERNATIONAL INSTITUTE dal libro La Magia dello stesso Pier Carpi). « Milioni di pagine — esordisce l'autore —, migliaia di libri, una ridda di documenti falsi: ecco l'enorme costruzione che sino ai nostri giorni ha sorretto la più grande calunnia possibile contro un uomo che per le sue idee è stato perseguitato e torturato, anche oltre la morte ». Con tono parimenti delirante il Pier Carpi prosegue confutando in toto l'autenticità dei documenti riguardanti il Cagliostro, senza peraltro fornire la b e n c h é minima dimostrazione di questa pretesa falsità. Per quanto attiene all'atto di morte stilato dall'Arciprete Marini, il tono del Carpi diviene perentorio: « / / documento dell'atto di morte è chiaramente un falso. Scritto in un latino classicheggiante, da una mano ben diversa da quella che aveva steso gli altri atti, è un abile ma grossolano artificio ... ecc. ». Tralasciando l'incongruità dell'artificio in pari tempo abile e grossolano, è da smentire recisamente che l'atto sia stilato da mano diversa. Sotto il profilo linguistico ne è già stata messa in rilievo la derivazione dall'epigrafe di Jano Fianco e debbo alla cortesia del Prof. Italo Pascucci una preziosa chiarificazione. L a costruzione retorica realizzata usando l'aggettivo nelle tre forme progressive di positivo, comparativo e superlativo, è abituale e quasi canonica nel latino ecclesiastico, tanto che la si ritrova abbondantemente usata. Il« nacque infelice, visse ancor più infelice, morì infelicissimo » trova un eccezionale parallelo nell'epigrafe dettata


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Basti qui ricordare quanto scrisse i l D'Almeras (4). E gli dopo aver narrato con indefesso vigore tutta una cospicua serie di episodi assolutamente fantastici ed incredibili, riferiti alla vita dell'avventuriero sino al processo, così conclude la narrazione: « Qualche tempo dopo, i l governo pontificio lo fece trasportare, di notte, nel forte di San Leone (sic), nel Ducato di Urbino. Da quell'epoca se ne perdono le tracce. La maggior parte degli storici s'accorda nel credere — ma senza darne la prova fondamentale — ch'egli morì nel 1795, probabilmente verso la metà di agosto. Si può supporre che la sua fine sia stata tragica; e che i carcerieri, per essere più sicuri che non sfuggisse loro, avessero preso il partito di sopprimerlo... » (5).

per la tomba dell'implacabile nemico del Cagliostro stesso: Papa Braschi. Eccone la trascrizione: P l u s V I I N S E D E MAGNUS ;' EX S E D E MAIOR IN COELO MAXIMUS e questo appena quattro anni dopo la morte di Cagliostro! ' Inoltre al tempo del nostro Arciprete Marini era ancora visibile dietro l'aitar maggiore della Chiesa di S. Maria in Reclauso di Montecerignone — sulla cassa che conteneva il corpo incorrotto del Beato Domenico Spadafora — la seguente iscrizione: « Sì ste viator Coelites quos nutriunt nemora mente revolve B . Dominici Spataforae sanguine ctari, doctrina clarioris, sanctitate clarissimi ». (4) Cfr. E . D ' A L M E R A S , Cagliostro, la massoneria e l'occultismo nel secolo XVIII, traduzione italiana di A. Nessi, Milano 1931. (5) D'altra parte, questo autore ci offre un'anticipazione della sua disinvolta metodica storiografica fin dalla prima pagina del suo lavoro: « Esistevano, nel Milanese, dei Bàlsamo, indubbiamente originari della borgatella di Balsamo presso Monza. Un ramo di tale famiglia era forse andato a stabilirsi in Sicilia. Non c'è nulla che lo provi, ma neanche si può affermare il contrario » (!). Stabilita con tale fondamento la genealogia del Balsamo, il D'Almeras prosegue senza impìccio sino alla fine per ben 277 pagine. Gioverà precisare che fra i biografi del Cagliostro, nonostante tutto, il D'Almeras non è certo il p i ù immeritevole! L'opi-


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La non conoscenza dei documenti scritti riguardanti i l Cagliostro a San Leo originò, quindi, tutta una serie di pazze congetture sulla reckisione dell'avventuriero. A queste si aggiunse un filone favolistico che derivò (e deriva tuttora) da testimonianze orali — né potevano mancare — di presunti testimoni oculari. Ma come nacque questo filone di memorie cagliostrane? « La Civiltà Cattolica » nel corso del 1878 uscì, nella rubrica di cronaca contemporanea, con una serie di articoli sulla massoneria (6). I l tono è tipico della particolare temperie storica di quegli anni: la « breccia » di Porta Pia è ancora una ferita aperta nella coscienza cattolica; i massoni non cessano di sferrare attacchi alla Chiesa gerarchica e al dogmatismo isolazior ista del post-Concilio Vaticano I ; la Civiltà Cattolica rintuzza le offese con vigore di crociata. In questa serie di articoli i l tono polemico e apologetico va anche a detrimento dell'esattezza scrupolosa: framassoni, liberali, mazziniani, il Garibaldi dei fagioli di Caprera, i « giacobini » (di ottant'annì prima!), per i Padri gesuiti de « La Civiltà Cattolica » sono un tutt'uno aborrito, da combattere! Non poteva mancare, in tale polemica, il Cagliostro riscattato dagli anticlericali al ruolo di antesignano — lui malgrado — di liberalismo e progressismo. Nel quaderno 685 della « Civiltà Cattolica », (4 gen-

namento che la morte dì Cagliostro sia in realtà un omicidio voluto dai carcerieri trova consentanei alcuni storici, molti novellieri, numerosissimi giornalisti. • (6) Cfr. « L A CIVILTÀ' CATTOLICA», Quaderni: n. 625 (21 settembre 1878), pagg. 719-730; n. 630 (7 dicembre 1878), pagg. 595601; n. 684 (21 dicembre 1878), pagg. 729-736; n. 685 (4 gennaio 1879) pagg. 90-104. Le corrispondenze, tutte da Firenze, sono anonime e portano le date 12 settembre; 28 novembre; 12 dicembre; 26 dicembre 1878.


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naio 1879) termina questo lungo reportage su Massoneria, Liberalismo e. . . . Cagliostro. L'articolista ha in serbo una sorta di sorpresa finale: ha pregato i l parroco di San Leo — don Giuseppe Turci — di segnalargli il luogo esatto di sepoltura del Balsamo. Lo zelante Parroco va ben oltre i l mandato ricevuto trovando persino tre testimoni della prigionia dell'avventuriero. In ordine inversamente proporzionale all'importanza delle cose riferite troviamo in primo luogo Eugenia Tucci che vuota il sacco delle corbellerie raccontategli dalla madre nell'età sua infantile: vale a dire le finte morti di Cagliostro, i tentativi di evasione, l'attentato alla vita del frate confessore, ecc. Ben lontane dall'interessare lo storico le memorie della Tucci potrebbero prestarsi a qualche considerazione di folklore popolare, notando come la figura del Balsamo sia probabilmente subentrata a quelle tradizionali dei mostri con cui sì zittiscono i bambini petulanti. Vien poi Margherita Gandini — figliuola nobile e nubile del fu Capitano Pietro Gandini — (7) che riferisce cose di secondario valore, raccontategli dal padre, tuttavia autentiche ed ora a noi note anche dai documenti pesaresi. Dopo questi due testi indiretti, il vero superteste è ta-

(7) Nobile e zitella sembrerebbero essere, per « L a Civiltà Cattolica », chic qualità garanti di assoluta veridicità. I l Capitano Pietro Gandini, di cui Margherita era figlia, al tempo della prigionia del Balsamo era comandante della guarnigione militare di San Leo col grado di Tenente. I l Semproni ne era Castellano, ma fra i due non esistevano buoni rapporti come tutto il carteggio relativo esplicitamente dimostra. S i veda, al proposito, N. M A T T E I N I , / / Conte di Cagliostro..., op. cit.


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le Marco Perazzoni, « vecchio nonagenario » (8), vivo all'epoca della prigionia del Balsamo e che riferisce cose « viste di persona ». I suoi ricordi potremmo complessivamente dividerli in tre parti. La prima riguarda la persona fisica dell'avventuriero ed il suo aspetto: « io ho conosciuto il Cagliostro — afferma i l nonagenario — vivo e morto. Era uomo di mezzana statura con barba bianca e lunga: vestiva tutto di bianco e non era brutto » (9). I I secondo gruppo di ricordi riguarda fatti della prigionia e stato del carcere. Anche i l Perazzonì ricorda le dicerie sul tentativo di strozzare i l frate andato per confessare Cagliostro, ma non presta fede alla cosa. Prosegue ricordando che « l'Arciprete di allora Don Luigi Marini, celebre per dottrina, andò pia volte nella carcere per con^ vertire il Cagliostro: ma tutto fu sempre inutile. Il suo carcere, detto il Pozzetto, era posto a levante del Forte, e largo circa due metri e mezzo. Dopo la sua morte, fu chiamato la Cagliostrina. Ora ne restano solo alcune vestigie, perché colVandar del tempo ebbe molte modificazioni » (10). ,

(8) Così viene definito da « L a Civiltà Cattolica », Quaderno 685 del 4 gennaio 1879, pag. 102. Tutti i successivi autori che si sono occupati della prigionia di Cagliostro e che accettano il racconto di Perazzoni credono supinamente all'età attribuitagli dalla rivista dei Gesuiti. (9) Ibidem, pag. 103, (10) Ibidem, pag. 103. I n realtà la cella si conserva per intero, anche perché la parte della fortezza che la contiene non ha subito modificazioni di rilievo. Unica variazione è una porta a livello di pavimento aperta successivamente; infatti al tempo di Cagliostro l'unico ingresso era costituito dalla botola nel soffitto che da ragione al nome di Pozzetto attribuito alla cella. A questo nuovo p i ù agevole accesso si giunge ora attraverso alcune stanzette nelle quali è stato ricavato un fantastico quanto discutibile « laboratorio d'alchimia ». Con vera sorpresa si potrà vedere una rìprodu-


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Fin qui, dunque, cose che già noi conosciamo per diversa fonte; ma la terza parte dei ricordi del Perazzoni è quella che conferisce al suo racconto i l carattere di assoluta novità, riguardando la sepoltura del Balsamo e la sorte del suo cadavere, fatti — allora — del tutto incogniti. Ecco dunque la versione tramandataci da « La Civiltà Cattolica »: « // luogo dove fu sepolto il Cagliostro è notissimo nella città. Del resto difficilmente si potrà dai moderni Cagliostri convertire in Santuario perchè trovasi sul ciglio della rupe. E nemmeno si potrà rinvenire il suo cadavere perché un vecchio nonagenario, per nome Marco Perazzoni, mi dice che uomini di nazione polacca, che vennero in San Leo pochi anni dopo la morte del Cagliostro, ne scopersero il cadavere e ne presero il teschio, di cui si servirono per bere » (11). I racconti del Perazzoni sono un falso e più avanti spe-

zione di questo ambiente posta a corredo dell'articolo con cui Roberto Gervaso, su « S T O R I A I L L U S T R A T A », ha dato un'anticipazione del suo Cagliostro, Rizzoli Editore, Milano 1973. Non sappiamo da chi malamente consigliato l'articolista spaccia codesto laboratorio d'alchimia per il luogo in cui Cagliostro, carcerato, avrebbe continuato a trastullarsi con esperimenti da stregone! ( i l ) Per quanto riguarda la pretesa notorietà del luogo, è bene ricordare ulteriormente come i toponimi Palazzotto- e Casino dell'Oliveta, usati dall'Arciprete Marini nel suo atto di morte per indicare i posti di guardia nei cui pressi fu sepolto l'avventuriero, siano affatto sconosciuti ai Leontini così che nessuno sa dirne con esattezza l'ubicazione. Su questo argomento e sul luogo di sepoltura del Balsamo è nata anni fa una curiosa querelle giornalistica a cui ha posto termine — a mio avviso — un arguto articolo del Ch.mo Prof. Italo Pascucci. Cfr. N. M A T T E I N I , Risolto l'ultimo mistero del celebre gabbamondo. Un impiccato ci rivela dov'è sepolto Cagliostro, in « Domenica del Corriere », Milano, Anno 65° n. 49, 8 dicembre 1963. A questi ha risposto; I . PASCUCCI, Archeo-^ logi e storici suonano il « bidone » sulla tomba del Balsamo, sul periodico riminese « L a Provincia », Rimini 19 dicembre 1963.


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ro di fornirne le prove inequivocabili; qui mi interessa mettere in evidenza l'inquinamento da essi provocato nella successiva storiografia cagliostrana. Questa baja è, infatti, riportata pedissequamente dal Petraccone (12), mentre altri due autori si incaricano di infiorare e rimpolpare la scarna (ma già falsa) evocazione de « La Civiltà Cattolica », fino a codificare una ricca versione dei fatti che poi, sino ai nostri giorni, diverrà canonica. Sono questi il Borgianelli (13) ed il Franciosi (14), che — all'incontro — cede volentieri a forti impulsi da romanziere (15). Il testo definitivo della testimonianza Perazzoni, secondo il Franciosi, è arcinoto, ma ritengo non inutile ritrascriverlo per maggior comodità:

(12) E . PETRACCONE, Cagliostro nella storia e nella leggenda, Milano 1937. Vedasi specialmente a pag. 131. E ' curioso notare cr^me il Petraccone credesse nella totale distruzione del Forte di San Leo in occasione dell'ingresso dei polacchi di Dambrowski, cosicché volendone pur dare una qualche immagine propone una stranissima stampa quasi sicuramente ottocentesca nella quale il capolavoro d'ingegneria militare del Martini assume la foggia di una bicocchetta appollaiata su un cucuzzolo a pan di zucchero alla cui base corre una staccionata con relativo cancelletto! (13) L o scritto di Corrado Borgianelli è apparso sul giornale « L a v i t a » del 30 luglio 1909. Non ho potuto vederne l'originale e traggo pertanto la notizia da L . D O M I N I C I , La regale San Leo, San Leo 1961, pag. 146, dove viene pubblicato il racconto del Perazzoni secondo la versione Borgianelli. (14) P. FRANCIOSI, Giuseppe Balsamo Conte di Cagliostro sua misera fine nel Forte di San Leo, Forlì 1929 (estratto).

e la

(15) I l Franciosi conclude'il suo articolo (pag. 7 dell'estratto): « Nel margine dell'atto di morte, come notizia slnthoUca riassuntiva, sempre del carattere di Don Marini si legge «Liberi Muratori». E da ciò si può con sicurezza concludere: che se Giuseppe Balsamo conosciuto sotto il nome di Conte di Cagliostro, venne in Roma arrestato e tradotto e trattato rigorosaniente nel Forte di San Leo lo si fece non tanto per le sue ciurmerle e per le sue strane specu-


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« Mi sembra di vedere scendere dal Castello i quattro portatori reggendo su le spalle la salnia del Balsamo adagiata su mezza imposta di una porta. Il cadavere, vestito, era scoperto all'usanza del tenipo, ed il mento era ornato di lunga barba. I portatori arrivati alla fine della discesa, affaticati e pieni di sudore, poiché si era d'Agosto, fermarono il cadavere sul parapetto di un pozzo (che tuttora esiste) e si recarono a bere in un'osteria lì presso; e poscia ricaricato il povero morto su le spalle, s'avviarono al luogo della sepoltura. Io tenuto per mano da un mio parente, seguii quel triste convoglio, che, per i tempi che correvano {essendo privo della presenza del prete) metteva in chi spavento, in chi curiosità e meraviglia. Arrivato al luogo prestabilito, mi ricordo ancora che, scavata la fossa e calatovi il morto, quasi come per guanciale gli fu posto sotto il capo un mattone e sul volto un fazzoletto usato. Tutto venne poi ricoperto di terra. Ricordo ancora che quando la fortezza di S. Leo, per ordine del Presidente d'Urbino Ferdinando di Saluzzo, venne ceduta con onorevole capitolazione alla legione polacca, e alle compagnie cisalpine comandate dal generale Dombrowski, il 6 dicembre 1797, quei militi dissotterrarono il cadavere di Cagliostro, e corse voce in paese che nella cantina dei Conti Nardini bevessero nel teschio alla salute dei patrioti » ( 1 6 ) .

lazioni tratte dall'alchimia e dalle scinze occulte, quanto per le sue idee massoniche e liberali ». A questa superficialità il Franciosi fu forse tratto dalla necessità di conchiudere il suo lavoro in tono maggiore. I n realtà i l « Liberi Muratori » segnato dall'Arciprete Marini sul margine dell'atto non vuole riassumere simbolicamente nulla; sta solo ad esplicazione della troppo latina locuzione « Sectae Egiptiacae » che il buon Marini u s ò nel testo per designare i creduli adepti del sedicente conte di Cagliostro. (16) Cfr. P. FRANCIOSI, Giuseppe Balsamo Conte di Cagliostro, cit., pag. 6 dell'estratto. Della straordinaria fortuna incontrata da questa versione delle testimonianze del Perazzoni ho già succintamente detto. L a smania di voler puntualizzare ogni dettaglio del trasporto della salma alla sepoltura porta ad affermazioni addirittura comiche; così il GERVASO, Cagliostro, cit., afferma che il cadavere — « sfigurato dagli spasimi dell'agonia » — era in « avanzato stato di putrefazione », mentre i soldati incaricati della bisogna se ne tornarono alla Rocca « canticchiando » (pag. 358-359). op.


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Per concludere questa parziale e rapida sintesi degli storici della morte di Cagliostro citerò solo due brevi monografie: luna di Francesco Gola (17), l'altra di Luigi Rusticucci (18). Nessuna delle due offre novità storiche di rilievo; tuttavia, a lumeggiare il rigore onde è caratterizzata generalmente la storiografia cagliostrana, mi piace sottolineare alcune cose gioconde. I l Gola sostiene qualmente il Cagliostro, che a suo dire in San Leo « menava una vita relativamente comoda » (!?), fosse rinchiuso nel Pozzetto solo in un secondo tempo e per misura precauzionale. I l motivo (chi lo crederebbe?) starebbe nel fatto che l'avventuriero « continuava a predicare le sue dottrine ai compagni di sventura »! Ad istruzione poi di quei lettori che l'autore ritiene non conoscano «la lingua di Virgilio», l'ineffabile Gola presuntuosamente ci ammannisce una trascrizione dell'atto di morte dèi Balsamo infarcita di mostruosità sintattiche, grammaticali ed ortografiche. L a relativa traduzione, conseguentemente, raggiunge effetti addirittura esilaranti (pagg. 60, 61, 62). I l Rusticucci, più sobrio nell'esposizione, riprende tout-court il Perazzoni senza prodigarsi in spericolati commenti. Ma anch'egli ha le sue debolezze, talché non sa resistere al bisogno di far luce sulle circostanze del primo innamoramento dell'avventuriero siciliano per la bella Lorenza Feliciani: « una sera passando (il Cagliostro) per piazza Trinità dei Pellegrini notò una leggiadra fanciulla seduta su una finestra a pian terreno in una bottega di fonditori di metalli (...) se ne invaghì (,..) dopo pochi giorni la chiedeva in isposa » (19). Tralascio ogni commento sul-

(17)

MONTEFELTRO, Monografìa

di Francesco

Gola, Cesana 1882.

(18) L . R U S T I C U C C I , La prigionia e la morte di Cagliostro fortezza di S. Leo nel Montefeltro, Napoli 1930. (19) L . R U S T I C U C C I ,

La prigioniacit.,

pag. 28.

nella i


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la compostezza dell'incomoda positura in cui Cagliostro trovò la sua Lorenza. Fin qui ho tentato una breve panoramica degli scritti che trattano della reclusione di Cagliostro; grosso modo, come si è visto, la documentazione autentica, costituita dalle carte dell'Archivio di Stato pesarese, è incognita a moltissimi, ed alcuni ne hanno messa in dubbio l'autenticità. Ad ogni modo questi documenti si arrestano all'annuncio della morte dell'avventuriero e non forniscono ulteriori dettagli sulla sorte del cadavere e della sepoltura. A questa carenza suppliscono le testimonianze del Perazzoni, rese ben ottantatré anni dopo i fatti, ma che hanno avuto agli occhi degli autori citati l'incomparabile pregio di provenire da una partecipazione diretta agli episodi narrati. Ho affermato che i l racconto di Marco Perazzoni è un falso ed ora passo a fornire quelle che ritengo siano le prove fondamentali dell'asserzione. I l Castellano di San Leo Conte Semproni nella lettera del 29 agosto 1795 al Presidente d'Urbino (20) partecipando la morte del Balsamo conclude: « Per istruzione del nostro Mons. Vescovo è stato questi (per essere sempre vissuto con massime decise da vero eretico, ne avere mai dati segni di resipiscenza) sepolto fuori di luogo sacro e senza formalità alcuna ecclesiastica ». E ' stato con vera sorpresa che ricercando nell'Archivio Parrocchiale di San Leo qualche documento che riguardasse i l Cagliostro mi sono imbattuto nell'originale di questa « istruzione di Mons. Vescovo » e, per essere i l documento assolutamente inedito, ne fornisco di seguito la trascrizione ed in appendice i l fac-simile (21).

(20) Cfr. N . M A T T E I N I , Il Conte di Cagliostro,

op. cit., pag. 98-99.

L a lettera è tratta dalla corrispondenza de « L a Civiltà Cattolica » del 4 gennaio 1879, Quaderno 685, cit., pagg. 100-101. (21) Di questa lettera del Vescovo è memoria indiretta anche nel copialettere di Monsignor Ferdinando Saluzzo, Presidente d'Ur-


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Molto Illustre e Rev.do Signore mio Padrone ludicia Dei abyssus multai Oh come i l Signore ha voluto al Mondo dar esempio colla morte del disgraziato Balsamo, ch'Ella mi divisa, di sua Giustizia per chi non apprezza la sua Misericordia! Egli è stato Eretico Notorio. Dunque non p u ò seppellirsi in Chiesa, di cui Egli era Membro rescisso. E l l a dunque di notte lo farà trasportare dalla Fortezza in Luogo non sacro, ma vicino al Cimitero, fuori di esso, e vi porrà un segno, perché io ora ne dò parte a Roma, e sentirò le risoluzioni. Ninna Sagra Funzione E l l a faccia, e si abbia per quello, che in vita si è diportato. Nulla di più ora le dico. Così si regolerà. E resto con ogni stima. Di V . S . I l L m a e R.da Penna li 27 Agosto 1795 Di V . S . Dev. servo G.M. Vescovo di Montefeltro /All'Arciprete di / SanLeo / Voras: Al Molto Illustre, e Rev.do Signore Mio Af.mo I l Signore D. Luigi Marini Arciprete dì San Leo

Dunque il Vescovo Giuseppe Maria Terzi (22) prescrive a chiare lettere che il trasporto della salma del Balsamo debba avvenire di notte e ciò contrasta nettamente con la descrizione solare che il Perazzoni ci da dell'accaduto: i portatori ben visibili mentre scendono la china del monte, la calura estiva, la libagione nella cantina vicina al famoso pozzo. Non ho alcun dubbio che le prescrizioni del Vescovo in materia siano state scrupolosamente osservate: innan-

bino, citato dal Matteini nel suo II Conte di Cagliostro a pag. 98 (lettera al Segretario di Stato del 28 agosto 1795). (22) S u questo Vescovo vedi la nota 2 a pag. 52 del M A T T E I N I , // Conte di Cagliostro, cit., ed anche il D O M I N I C I , La regale San Leo, cit., pag. 65. Quest'ultimo autore p e r ò sbaglia nel far iniziare il vescovato del Terzi nel 1799, forse per errore di stampa. Quando questo articolo era già pronto per la stampa è uscito il pregevole volume di A. Bartolìni su / Vescovi del Montefeltro, a cui rimando per le utili ed inedite informazioni su questo (pagg. 167-172) e su altri Vescovi.


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zi tutto perché si tratta appunto di istruzioni vescoviU (come lo stesso Castellano Semproni le qualifica), in secondo luogo perché sono perfettamente in linea col carattere di riservatezza e di segregazione dal mondo a cui fu improntata tutta la condotta carceraria del molto speciale recluso. Come conciliare, infatti, tutte le gelose precauzioni prese in precedenza (23) con l'incredibile noncuranza con cui (secondo il racconto Perazzoni) si sarebbe effettuato il trasporto della salma: addirittura il cadavere, adagiato su una imposta di porta, lasciato incustodito sulla ghiera del pozzo?! La plausibilità della testimonianza Perazzoni, in gran parte, si era basata sulla asserita età del teste all'epoca dei fatti: circa 7-8 anni. Ora basta consultare gli « stati d'anime » ed i registri battesimali di San Leo per rendersi conto che i l preteso testimone oculare, nato nel 1790, non aveva al tempo della morte di Cagliostro che cinque anni (24). Troppo pochi.

(23) L e principali norme di sicurezza prese per impedire rapporti fra il recluso ed il mondo esterno furono che il Balsamo non potesse parlare con alcuno e che non avesse « verun comodo di scrivere » (lettera del Legato al Conte Semproni del 16 aprile 1791) e che in San Leo non avessero accesso, durante la prigionia, persone incognite o vagabonde, n é troppe nello stesso tempo (lettera del Legato al Commissario del Montefeltro Spadini). Cfr. N . MATT E I N I , Il Conte di Cagliostro, cit., pag. 38. L'Aiutante Grilloni, incaricato del trasporto di Cagliostro da Roma a San Leo, si m e r i t ò una notazione negativa per il sol fatto di aver « reso visibile » il recluso in vari luoghi, mentre le ire del Segretario di Stato fulminarono congiuntamente il Semproni, il Gandini ed il Commissario Spadini, allorché una comitiva di nobili riminesì ebbe agio di intravedere il Balsamo fra i battenti di una porta socchiusa. Cfr. N . M A T T E I N I , Il Conte di Cagliostro, cit. pagg. 58-60. (24) Questa è l'età che concordemente gli attribuiscono tutti i documenti anagrafici dell'Archivio Parrocchiale di San Leo; questo è l'atto di Battesimo:


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quindi, per prendere parte così attiva all'eccezionale trasporto funebre e per cogliervi notazioni psicologiche raffinate come l'angoscia dei rari passanti per l'assenza del sacerdote, esorcizzata da furtivi segni di croce, o la pietà umana compendiata dal fazzoletto (si badi bene « usato »!) posto da un effossore sul volto del Cagliostro (25). Se il Perazzoni era troppo fanciullo per partecipare al funerale di Cagliostro (svoltosi in ogni modo in forma del tutto diversa da quella riferita) e per riportarne impressioni così vive e precise, poteva però essere ben presente e cosciente all'ingresso dei polacchi di Dambrowscki in San Leo. Potrebbe, cioè, essere vero almeno il racconto del disseppellimento e profanazione del cadavere di Cagliostro. Abbiamo però di quei giorni di alterne vicende della Repubblica Cisalpina uno strano « documento », anch'esso

Anno Domini 1790. die 4 Mensis M a j . Marcus Antonius Joannes (sic) Infans, hac mane hora circiter octava ortus ex Andrea et Elisabeth conjugibus Perazzoni, hujus Plebalis, baptizatus fuit a me infrascripto Archipresbitero S.cte M.ae Assumptae Civitatis S.cti Leonis. Patrinus fuit D: Andreas Filius D : Felicis Hindi hujus Civitatis. I n quorum fidem Aloysius Marini Archipresbiter Manu propria. Cfr. Libro dei Battezzati, voi. I V (1784-1827), in Archivio Parrocchiale di San Leo. (25) Anche in relazione alla nota precedente, stupisce i l fatto che nessuno abbia pensato di compulsare — oltre all'atto di morte del Cagliostro — anche gli altri documenti dell'Archivio Parrocchiale di San Leo. Dal volume manoscritto degli Stati d'Anime dal 1847 al 1914 si sarebbe appreso sul conto del Perazzoni che era abitante del « Genio », cioè la contrada del famoso pozzo; era possidente ed esercitava lo spaccio dei generi di monopolio. Le fantasticherie sul funerale del Balsamo gli provennero forse da una assidua frequentazione della vicina e famosa cantina del Conte Achille Nardini, che infatti nei suoi ricordi cagUostrani occupa uno spazio fin troppo sospetto. Non sorprende sapere che i l Conte Nardini era genero del Perazzoni avendone sposato la figlia maggiore Rosalia. Quindi in quella cantina il nonagenario era per molti versi « di casa ».


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dell'Archivio Parrocchiale di San Leo, costituito da una serie di appunti autografi di mano del Marini e che riporto in appendice, ancorché non strettamente pertinenti. In sé il documento non prova nulla, ma mi par strano che il Marini non faccia alcun cenno alla presunta violazione della tomba. Egli sapeva bene di quale attualità fosse il personaggio Cagliostro che già aveva dato così ampia occasione di strepito ai gazzettieri di tutta Europa. Nello stilarne l'atto di morte era infatti ricorso coscienziosamente agli stilemi della sua cultura umanistica (26) ed aveva provveduto a divulgarne copia negli ambienti colti del tempo (27). Inoltre sarà appena il caso di accennare come un motivo di incredulità di fronte alla presunta libagione nel teschio possa provenire dalla semplice constatazione che trattavasi di salma inumanata da appena quattro anni! Ma soprattutto si affaccia il dubbio che all'epoca dell'assedio a San Leo da parte dei cisalpini la tomba di Cagliostro non fosse più reperibile. Il Vescovo Terzi, nella sua istruzione, dopo aver prescritto il trasporto notturno della salma, dispone che Ca-

(26) I l Carpi (cit. vedi nota 3) ed altri mettono in dubbio l'autenticità dell'atto di morte del Cagliostro ritenendolo troppo forbito e colto per la mediocre (?) cultura dell'estensore. Chi avesse dubbi sugli interessi letterari dell'arciprete Marini può vedere nell'Archivio Parrocchiale di San Leo una nota dei libri in suo possesso e che in gran parte ancora si conservano. S i tratta di i m insieme di circa 300 opere, la massima parte in latino, comprendenti oltre i libri di interesse dogmatico e liturgico anche molti classici latini in ottime edizioni settecentesche, alcune postillate di sua mano. Quindi tutt'altro che incolto sacerdote fu i l Marini ed in tutto degno del grande zio, storico del Montefeltro, G . B. Marini. (27) Si veda, ad esempio, quanto scrive i l notaio riminese Michelangelo Z A N O T T I nel suo Giornale di Rimino, diario manoscritto inedito conservato nella Biblioteca Gambalunga di Rimini.


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gliostro venga sepolto fuori di luogo consacrato (28) in quanto eretico, ma in forma che potremmo dire provvisoria, in quanto il vescovo aggiunge al Marini: « vi porrà un segno perché io ora ne do parte a Roma, e sentirò le risoluzioni ». Nulla ci vieta di credere (sia pure sottolineando ogni possibile dubbio) che la sepoltura indicata possa essere stata, in secondo tempo, mutata proprio per ordine della corte romana o che siano state prese misure per renderla irreperibile o non identificabile. Tuttavia una risposta definitiva a questo e ad altri ben più importanti interrogativi sul Cagliostro potrà venire solo dalla pubblicizzazione dei documenti dell'Archivio Vaticano, ancora coperti da un segreto ormai ingiustificato. Nel frattempo ho creduto di dare un modestissimo contributo con la pubblicazione di questo documento inedito ed autentico, convinto tuttavia — per dirla col Garampi — che « nelle materie istoriche resta sempre aperto un largo campi per accrescere le nozioni precedenti o per meglio rettificarle e correggerle ».

(28) Se le indicazioni del Vescovo Terzi sono state rispettate, e non ho dubbi in proposito, sappiamo ora che la sepoltura di Cagliostro dovette essere « vicino al cimitero, fuori di esso ». F i n dai, primi del '600 in San Leo si usava seppellire oltre che in Chiesa anche sul sagrato della Cattedrale che aveva appunto nome di Cimitero. Non saprei, però, quale attinenza possa esservi fra questo cimitero e quello nei cui pressi il Vescovo volle fosse sepolto Cagliostro.


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APPENDICE I I

(Da un foglio manoscritto facente forse parte del risguardo di un volume dell'Archivio Parrocchiale di San Leo, ed ora extravagante. Di mano e carattere, palesemente, dell'Arciprete Don Luigi Marini). Addì 6. Febraro 1797. V. Rep; F r a n : Sulle ore otto italiane della scorsa notte comparve a queste vicinanze un corpo di 200. Francesi distaccati dall'Armata che sotto il comando del Generale Bonaparte, rotto l'antemurale in Faenza delle Truppe Pontificie, dopo la conquista della Romagna, scorreva rapidamente ad invadere il rimanente dello Stato Ecclesiastico. I l difetto delle forze consigliò i Cittadini del Paese a trattare l'arresa amichevole con il Colonello Trappier, Comandante di detta Divisione, e dopo Io spazio di un'ora gli assedianti ebbero l'accesso nella Città e nel Forte, ove si acquartierarono per lo spazio di tre giorni. Addì 6. Marzo di detto Anno

v

L a rippugnanza pel Governo repubblicano destò nei Popoli del Monte Feltro uno spirito di rivvoluzione così decisa, che armati in sollevazione coU'intelIigenza di alcuni Cittadini di questa Città rippresero il Forte colla dichiarazione di assogettarsi al Papa. Dopo però lo spazio di nove mesi, la Repubblica Cisalpina spedì un'Armata di Truppe Polacche prese al di lei soldo, in numero di circa 8.000. sotto il comando del Generale Dambrowschi. Gli assedianti cinsero di blocco il Sasso, fecero fuoco vicendevolmente per quattro giorni, e portarono specialmente nella Campagna, le necessarie conseguenze della Guerra. Finalménte le poche Truppe Pontificie capitolarono l'arresa cogli assedianti, che nel giorno 7. Xbre 1797. entrarono al possesso della Piazza.


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Addì 13. Luglio 1799. L'universale allarme, che rinnovava le metamorfosi di tutta l ' I talia, avendo dilatato l'incendio anche nei Popoli del Montefeltro, questi dopo un mese di stretto assedio, che resisterono alle artiglierie Francesi, Cisalpine e Piemontesi, riffugiate in numero di circa 200. in questa Piazza, senza però spargimento di sangue da entrambe le parti, finalmente nel giorno sudetto, entrarono per capitolazione nella Città, e nel Forte a nome di S.M. Cesarea^ Successero in seguito varj cangiamenti di precario Governo, cioè Imperiale, Pontificio, e Cisalpino, finché avuta raggione al Trattato di Tolentino, per impulso del Governo Francese, la Cisalpina rinvestì pacificamente il S. Padre di un possesso permanente di questa Provincia, e sue adiacenze, nel giorno 3. Luglio 1801. Li 11. Maggio 1808. Dietro un Decreto di S.M. Napoleone I m p . de' Frane: e Re d'Italia, che limita per confine del Regno d'Italia il Tronto, la Legazione di Urbino, e la bassa e alta Marca, dovendo far parte del sudetto Regno, nel divisato giorno 11. Maggio del corrente anno queste Provincie furono assoggettate al divisato Dominio Itahco. Li 14. Maggio 1814. Parleranno le Storie sugli avvenimenti i più strepitosi e funesti che accaddero in queste epoche. Basti qui il ricordare, che le Potenze Aleate Belligeranti, riconosciuto come fra i più legitimi il titolo di Sovranità del Romano Pontefice sopra i suoi Stati, queste Provincie furono dal Congresso di Vienna restituite al Santo Padre Pio V I I . che ritornò al possesso de' suoi Domini].


I N D I C E

5

GIROLAMO ALLEGRETTI, Mutazioni circoscrizionali Montefeltro e Massa (1814-1833) magistri

comacini

nel

montefeltro

45

NANDO C E C I N I , / al X V secolo

57

FRANCESCO V . LOMBARDI, La bolla di Papa Vescovo di Montefeltro {anno 1125)

101

ITALO PASCUCCI, Il

toponimo

109

ENZO PRUCCOLI, Un documento gliostro

di

nei Comuni

Onorio

II

di

dal

XIII

a

Pietro

pantiera inedito

sulla

sepoltura

di

Ca-

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Studi montefeltrani, n. 4, 1976  

INDICE: Girolamo Allegretti, Mutazioni circoscrizionali nei Comuni di Montefeltro e Massa (1814-1833) - Nando Cecini, I magistri comacini ne...

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