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Perché mai il ministro super falco Tremonti ha fatto l’elogio del posto fisso? Per scavalcare a sinistra il Pd?

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€ 1,20 – Arretrati: € 2,00 Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

Martedì 20 ottobre 2009 – Anno 1 – n° 24 Redazione: via Orazio n° 10 – 00193 Roma tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

Lodo Alfano, le motivazioni della Consulta

LA CORTE SBUGIARDA B. NON BASTA UNA LEGGE ORDINARIA Il Papello di Berlusconi di Furio Colombo

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obbiamo prendere atto dei fatti. Silvio Berlusconi, primo ministro italiano, ha deciso di aprire una trattativa con lo Stato italiano. Al le Sue ragioni. Lo Stato lo ha privato della sua immunità, pretende di processarlo e lo ha condannato ad un pagamento (giudicato troppo alto) quale risarcimento ai legittimi proprietari per appropriazione indebita del gruppo Mondadori. Ha presentato “il suo papello” che avvia la trattativa. Sul vigore con cui intende avviare la trattativa precisa: “il toro va preso per le corna” (Sofia, 16 ottobre). Le corna del toro sono la Costituzione e l’ indipendenza della Magistratura. Sulla Costituzione il contropotere anti-stato di Berlusconi ci aveva già fatto saper che “ è di stampo marxista”. Sulla magistratura, visto che le toghe insistono, manda una troupe di gente sua a pedinare e a filmare un giudice con l’ intento di creare una gogna mediatica. Che si tratti di vendette- sia pure come semplice anticipo, nel caso che la trattativa non vada in porto- lo dicono chiaro e tondo gli affiliati del primo ministro. Dicono: “ma come, spiare nei bagni del premier si può, ma lui non può spiare un giudice?”. Inutile soffermarsi sull’evidente squilibrio della frase. La frase è un pugno sul tavolo. La trattativa è fra il capo del governo di uno Stato e lo Stato che quel primo ministro governa. Offriamo alcune illustrazioni utili a capire. La prima. Il giorno 17 ottobre il capo del governo ha “previsto” che il 50% degli italiani non pagherà più il canone che sostiene il servizio pubblico Rai-TV. La seconda. Al convegno di Monza degli imprenditori italiani, il capo del governo italiano lancia l’appello: “ribellatevi”. Ribellarsi, per gli imprenditori vuol dire per il momento, non pagare le tasse. La terza. Il primo ministro spiega che “la campagna contro di me getta discredito sul Made in Italy” e dunque sui prodotti italiani. Gli imprenditori provvedano a negare pubblicità ai giornali e Tv anti-italiani.A quanto pare lo Stato resiste. Bisogna risolutamente passare ai fatti. I fatti sono- e saranno- attentati mediatici. Colpiranno tutti. Dalla A alla Z. Per primo tocca ad Augias. Misteriosi dossier, che sembrano venire da Praga ma più probabilmente sono parte di una spedizione da Mosca, lo accusano di spionaggio “all’elegante caffè Rosati” di Roma. Sia chiaro, Augias è il primo in ordine

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alfabetico. Ma ci sono altre ventisei lettere dell’ alfabeto, alcune corrispondenti a ben altro potere politico, a ben altro livello istituzionale. Però conosciamo la via d’ uscita. Con la pazienza e lo scrupolo del docente, ce la illustra di nuovo l’ editorialista del Corriere della Sera, prof. Angelo Panebianco. Dunque, badate a voi stessi, voi sinistra, voi ingombro, voi opposizione. Pluralista è chi vede davanti a se non un nemico ma un avversario. Se Berlusconi è un avversario, (aggiungo io), sul suo “papello” si può trattare. Ed evitiamo tutte le altre lettere dell’alfabeto, con foto gigante e Titolone sulla prima pagina de “Il Giornale”. Pensate quante reputazioni potremo salvare se scegliamo subito, adesso, di fare le riforme “insieme con l’ avversario”? Che dite, ci sediamo al tavolo e chiacchieriamo con “l’ avversario”? Dicono che, quando è buono, se gli dai sempre ragione, non c’è da pentirsi.

Per cambiare il principio di uguaglianza occorre una norma costituzionale Il premier può essere processato concordando le udienze D’Onghia pag. 5 z

CASO MESIANO x

Udi Massimo Fini

La rivolta dei giornalisti Mediaset

PERCHÉ DIFENDO BRACHINO

Furini e Mascali pag. 4z Fedele Confalonieri (ELABORAZIONE FOTOGRAFICA)

Claudio Brachino. Il direttore di Videonews Dcheifendo ha mandato in onda il contestatissimo servizio su Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato Finivest-Mediaset a pagare 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De pag. 18 z Benedetti.

Udi Angelo d’Orsi

INCHIESTA x Sui treni che non arrivano mai

SPORCIZIA E ABBANDONO IL CALVARIO DEI PENDOLARI di Maurizio Chierici

l giorno si sveglia tardi, quasi sei e dieci. In fila davanIti albuio: Panino per il Viaggiatore, cartellone rosso del bar. Caffè, cappuccini, masticano qualcosa. Ragazzi e ragazze, zaino in spalla. I call center alzano la saracinesca alle otto e mezza e non possono giocare con l’ottimismo della puntualità di treni mai puntuali. Sono le avanguardie dei 500 mila pendolari che ogni giorno sbarcano a Milano. pag. 10 e 11 z

MACERIE (AMERICANE) DOPO L’89 oveva esser pace: è stata Dguerre guerra, un proliferare di atroci e pretestuose. Doveva sorgere la giustizia: si è accresciuto il potere politico ed economico di un’oligarchia globale. Le macerie sotto il muro di Berlino. pag. 14 z

CATTIVERIE Brachino si “scusa” con Mesiano e lo invita in studio: ho tre domande da farle... Con o senza manganello?

PROF. PANEBIANCO, IN ARTE ESTINTORE di Marco Travaglio

omintern, il Pompiere della Sera è impegnatissimo a dimostrare che non è vero, che i cattivi sono altri. Domenica ha reclutato il cardinal Angelo Bagnasco, dedicando alle sue fondamentali illuminazioni il titolo di prima pagina: “Lo scontro danneggia l’Italia”. Di quale scontro parli il Cardinal Estintore, non è dato sapere, visto che l’opposizione è in tutt’altre faccende affaccendata e Al Tappone fa tutto da solo con la sua ex-signora, le sue escort, i suoi coimputati, i suoi avvocati, i suoi telekiller. Ma non importa: anche l’altroieri il quotidiano di via Pompierino ha assolto al suo compito di spegnere gl’incendi che non ci sono. Ieri poi è entrato in scena a sirene spiegate, col caschetto sul capino, la tuta ignifuga, le slip in amianto e la pompetta ad acqua, il prof. Angelo Panebianco,che teme sempre di ustionarsi la barba. Vede “guerra civile strisciante” dappertutto, tant’è che ha appena ordinato un Canadair della protezione civile per dare più efficacia ai suoi editoriali scritti con l’idrante, terrorizzato dai piromani nostrani ai quali si aggiungono pure “rispettabili pensatori di altri paesi aizzati da demagoghi nostrani”. Tipo quel putribondo figuro di Josè Saramago che, non contento di avergli soffiato il Nobel per la letteratura, s’è messo pure a dire che l’Italia non è una democrazia. Possibile mai che uno straniero capisca l’Italia meglio di un professore con barba che vive a Bologna nel Mulino, anzi nel Mulino Bianco? No, impossibile: dev’esserci qualcuno che lo “aizza” di nascosto. E nessuno dice niente, nessuno fa niente: tocca far tutto al professor Panebianco che, sconsolato, distilla per gli eventuali lettori la sua summa theologica: “Conviene tornare ai fondamentali”, intima. Ecco, torniamoci. Primo punto: “Nelle democrazie, la maggioranza dei cittadini ha interesse nullo o sporadico per la politica”. Purtroppo invece in Italia c’è gente che se ne interessa (ovviamente “aizzata” dai figuri di cui sopra): bisogna dissuaderla e lui è lì apposta. Eccolo dunque descrivere i “tre tipi umani che più frequentemente si incontrano in tale minoranza” che si interessa di politica: “l’estremista, il fazioso, il pluralista”. L’estremista è “pericoloso”, “frustrato”, “odia il nemico politico”, considera la politica “una grande discarica” e “alimenta un clima” brutto e violento. “Poi c’è il fazioso” che, “a differenza dell’estremista, non è un caso psichiatrico”, ma ha “orrore per le opinioni diverse dalla sua”. Entrambe le categorie parrebbero descrivere alla perfezione il presidente del Consiglio e i suoi fans (tipo Giuliano Ferrara, che ieri paragonava il pedinamento del giudice Mesiano alle proteste popolari contro Craxi, Poggiolini e Previti, dimenticando di precisare che Mesiano è un galantuomo e gli altri tre sono pregiudicati): invece Panebianco le appiccica ai due o tre “antiberlusconiani” rimasti in Italia. Infine c’è “il pluralista”, e il prof. Panebianco modestamente lo nacque, barba compresa: “quanto più prevale il tipo pluralista, tanto più la democrazia è salda e sicura”. A questo punto il lettore, casomai fosse sopravvissuto, viene investito dal colpo di grazia finale: “C’è poi la questione dell’uovo e della gallina”, di cui facciamo venia ai nostri lettori perché vorremmo conservarne qualcuno. Ma in cui possiamo assicurare che il vicepompiere Galli della Loggia non c’entra.

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A nuoto o tra i boschi cortesie tra i due amici

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INTRIGHI

alle cene ‘a tu per tu’, alle nuotate, fino alle serate tra fuochi di artificio, danze del ventre e canzoni. I vecchi amici Putin e Berlusconi hanno sempre alternato negli anni gli incontri istituzionali a quelli privati scambiandosi cortesie e attenzioni. Già nel 2003, a villa Certosa, i due si fecero una lunga nuotata al largo del Golfo di Marinella. Un incontro di lavoro che divenne poi

informale, anche quello di Zavidovo, vicino Mosca, sempre nel 2003: la visita si concluse con un Berlusconi infagottato in una tuta termica e colbacco che passeggiava nei boschi a meno 24 gradi. Qualche anno dopo, nel 2007, a San Pietroburgo, Putin lo accolse invitandolo ad assistere, assieme all’attore Jean-Claude Van Damme, al simbolico torneo di arti marziali Usa contro Russia. Nel 2008, ancora, Putin

sorprese Berlusconi a Mosca con uno spettacolo di danza del ventre; pochi mesi dopo, il premier italiano lo accolse a Villa Certosa con fuochi d’artificio e le imitazioni di Sarkozy fatte da un comico. Nel maggio scorso a Soci, dopo aver firmato gli accordi sul Gasdotto South Stream, Vladimir, rompendo il protocollo, ha fatto salire in auto accanto a sé l’amico Silvio e lo ha portato a cena in riva al mare.

LA DACIA DEGLI AFFARI

Incontro privato tra Putin, Berlusconi e Schroeder: si parlerà certo di gas (ma non solo) di Stefano Citati

aranno tre amici nella dacia in riva al lago. Putin, Berlusconi e Schroeder parleranno di ricordi, di affari e forse di favori reciproci. Sono tre amici di lunga data, ormai, legati da rapporti economici, da qualche segreto e desiderosi di affrontare a sei occhi argomenti sensibili e assai utili al loro prossimo futuro politico. Ci sarà tanto da discutere e non molto tempo per farlo - venerdì mattina Berlusconi è atteso da un consiglio dei ministri - in una visita dal carattere rigorosamente privato, e “abbastanza misterioso” come ha notato la vicepresidente del Senato Emma Bonino. Berlusconi arriverà in volo da Roma, dopo aver incontrato il re di Giordania, nel tardo po-

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Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. In basso, La giornalista russa Anna Politkovskay (FOTO ANSA)

meriggio di mercoledì e si unirà al suo ospite e all’altro invitato (l’ex cancelliere socialdemocratico tedesco è il molto bene remunerato consulente del colosso russo del gas Gazprom) in una residenza in riva al lago Valdai, non lontano da San Pietroburgo, la città di Putin che l’ex agente del Kgb ha riportato ai fasti zaristi e che rimane il quartier generale del suo potere. Nella pace idillica dei boschi russi si discuterà di energia, delle rotte preferenziali dei gasdotti prossimi venturi che dall’Asia dovrebbero rifornire l’Europa, passando - o meno attraverso la Russia (argomento che infastidisce da tempo la diplomazia americana

che non nasconde il suo disappunto per il rapporto privilegiato tra i due premier). Poi magari durante una passeggiata in riva al lago, o accanto al caminetto di certo acceso, potrebbe darsi che Berlusconi e Putin parlino proprio di quello di cui in tanti hanno accennato in questi giorni e di cui il premier, ex presidente ed ex agente del Kgb è certo ferrato: dossier e agenti segreti. Smentita di persona e con forza

Visita rigorosamente privata ma che arriva nel momento delle rivelazioni di nuovi dossier dall’Est Europa

la voce (del Corriere della Sera) secondo la quale avrebbe chiesto aiuto agli 007 russi per capire se ci fosse un piano di discredito internazionale nei suoi confronti, Berlusconi potrebbe aver iniziato l’offensiva è questa l’ipotesi per ora solo giornalistica - chiedendo una mano su passati peccati e cadute in fallo di vari personaggi politici e intellettuali italiani. Come fa pensare la vicenda portata alla luce dal Giornale su Corrado Augias e come ipotizzato da Repubblica, che tra gli obiettivi sensibili mette in cima alla lista, anche se non in ordine alfabetico, l’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ex ministro degli Interni e ancor prima leader dell’area migliorista del Pci, frequentatore, non solo degli Stati Uniti, ma soprattutto dei paesi d’oltre Cortina.

CASA RUSSIA

LA POLITKOVSKAJA E I SUOI FRATELLI di Lisa

Billing e Massimo Picchianti l terzo anniversario dell'assassinio di Anna Politkovskaja nell'ascensore della sua casa a Mosca è passato sotto silenzio. Ma negli ultimi sette anni più di 72 giornalisti sono stati uccisi in Russia e sempre di più si sente dire da testimoni che viaggiano nell'ex Unione Sovietica che è avviato un processo di restaurazione che vede annullati i progetti per la costruzione di monumenti in memoria delle vittime di Stalin e compagnia, mentre si stanno riparando i cocci o creando nuovi monumenti per il vecchio dittatore. In Russia pare essere in atto la riscrittura orwelliana della storia. L'Unione europea, interessata e bisognosa della collaborazione russa - per le forniture del gas, per fare fronte unita contro il pericolo di un Iran nucleare e contro il terrorismo di matrice islamica in generale - non sempre sembra essere in grado di accorgersene. L'ultimo caso ignorato in Italia e non solo è quello di Aleksandr Podrabinek. Radio France Internationale ha lanciato un appello in cui si chiede solidarietà e si esprime preoccupazione per le gravi minacce ricevute a Mosca dal suo corrispondente dalla Russia. Da diversi giorni il cinquantacinquenne giorna-

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lista, attivista del movimento per i diritti umani, e già dissidente vittima di repressione durante il regime sovietico, è oggetto di intimidazioni ripetute e la sua famiglia viene terrorizzata dalle squadracce dei nascisti, membri di un’organizzazione giovanile che sostiene il governo. Il movimento dei Nashi (nato nel 2005 ai tempi della presidenza Putin e che si proclama ufficialmente antifascista, conta attualmente oltre 120mila membri e il cui vessillo è una bandiera rossa attraversata da una croce, ndr ) accusa Podrabinek di antipatriottismo, perché in un suo scritto ha protestato contro la decisione delle autorità moscovite di proibire ai gestori di un locale l’affissione di un’insegna dal doppio senso satirico-politico. Situato di fronte all’albergo “Sovjetskaja” il locale è stato battezzato, con intento chiaramente polemico: “Antisovjetskaja”. Podrabinek rivendica il diritto di proclamarsi antisovietico in un paese che non è più l’Unione sovietica, definisce criminale il passato regime Tra gli organizzatori della gazzarra anti-Podrabinek ci sono alti funzionari dell’amministrazione di Vladimir Putin. Comunque, prudentemente, rispondendo a domande su questi fatti, il premier ha

definito eccessive le azioni dei giovani squadristi. Tra gli altri, uno slogan intima la cacciata all’estero del giornalista, come si faceva una volta con gli oppositori al regime. Anche diversi ex-dissidenti hanno firmato un appello per Podrabinek, che è costretto a nascondersi per sfuggire alla furia di chi volentieri lo vedrebbe linciato sulla pubblica piazza.

Di seguito, riproduciamo stralci della lettera aperta di Aleksandr Podrabinek che viaggia via internet ed è stata ripresa da agenzie di stampa.

La lettera

LA DEMOCRAZIA E L’URSS DEI VETERANI un peccato che i proprieE’ tari del locale Kebab “antisovietica” abbiano ceduto alla pressione del capo del consiglio municipale del quartiere (Vladimir) Štukaturov e del prefetto (Oleg) Mitvol' e abbiano smontato l'insegna. Dispiace perché le richieste dei funzionari erano illegali. Perché tutto questo è un attentato alla libertà d'impresa. E perché il nome “Antisovietica” deve reggere il

colpo senza piegarsi. I proprietari del locale non vanno biasimati, si possono capire – hanno voglia di mantenere l'attività. Con i capi moscoviti, istupuditi dalle esaltazioni di Stalin, non c'è da parlare. Ma avrei voglia di rivolgermi ai veterani che hanno scritto la denuncia. Vi sembra di aver privatizzato il patriottismo, l'amore per la Russia e la preoccupazione per il suo futuro. Vi sembra che il vostro riposo sia meritato e onorevole. Vi sembra di godere del rispetto generale. Ve l'hanno inculcato molto tempo fa, ma il vostro tempo è finito. La vostra patria non è la Russia. La vostra patria è l'Unione Sovietica. Voi siete veterani sovietici e il vostro paese, gra-

FESTIVAL D’INCONTRI

CONSIGLI DA NOBEL ladimir Putin ha “una doppia anima”: parola dell’ex presidente della Polonia, Lech Walesa. Un parere “informato”, visto che Walesa era a capo di Solidarnosc negli anni in cui Putin, viceversa, lavorava per il Kgb. Stiamo parlando, dunque, di antichi nemici e di conoscenze evidentemente ravvicinate. “Vladimir Putin ha, secondo me, una doppia anima. Quella che vuol fare le riforme e porre la Russia nelle regole di mercato, ma poi c'è un secondo Putin, quello ex Kgb che pensa molto ad avere potere e maggiori zone d’influenza”.

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La dichiarazione di Walesa arriva dal Festival di Roma, dove l’ex Presidente polacco è arrivato per presentare il film Popieluszko di Rafat Wieczynski, che racconta la storia del sacerdote amico di Solidarnosc ucciso 25 anni fa, il 19 ottobre del 1984. Walesa - da Nobel a Nobel - “fotografa” anche un altro potente del mondo, Barack Obama: “È stato un po’ un gioco d’azzardo. Obama è stato eletto per fare riforme. Il problema è se riuscirà a farle. Per quanto riguarda noi polacchi, cerchiamo di sostenere al meglio la sua azione”.

zie a Dio, sono già 18 anni che non c'è più. (...) Vi siete tanto irritati per il nome “antisovietico” perché voi, veterani sovietici, avete difeso il potere sovietico e poi siete stati coccolati da questo e adesso avete paura della verità. (...) La nostra sonnolenta società ancora non è ancora in grado di valutare il significato della resistenza anticomunista, né di onorare la memoria dei caduti nella lotta contro il potere sovietico. La nostra società guarda con indifferenza al proprio passato, non capendo il suo significato per il proprio futuro. Come si fa a far convivere queste cose: che ci sia la democrazia e che i veterani non si offendano, perché bisogna rispettarli?. Eppure merita rispettare chi ha lottato contro il nazismo. Bisogna rispettare la memoria di chi si è opposto al comunismo in Urss. Questi hanno difeso la libertà in un paese non libero. La loro memoria conta qualcosa in una Russia che si proclama democratica? E' l'ora di far cessare le lamentele sui sentimenti dei veterani che sono offesi dagli attacchi al potere sovietico. Aleksandr Podrabinek


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i solito si fa risalire alla guerra fredda la pratica del dossieraggio. Valgano per tutte le storie del cancelliere tedesco Willy Brandt, con l’ufficio infestato da spie dell’Est, e del premier svedese Olof Palme, accusato di simpatie filosovietiche e misteriosamente ucciso il 1° marzo 1986. Ma in Italia il primo caso di un dossier nasceva dalla

Da Brandt a Palme: i colpiti dalle spie venute dall’Est di Sandra Amurri

opo aver letto su Il Giornale di domenica, la prima puntata dell’articolo di Antonio Selvatici, autore di un libro sugli archivi segreti dell’Europa comunista, in cui Corrado Augias veniva descritto come una spia cecoslovacca, una domanda viene spontanea: chi sarà il prossimo obiettivo? Secondo alcuni giornali Berlusconi avrebbe chiesto all’amico Putin di rifornirlo di qualche dossier da usare contro i suoi avversari. E Repubblica ha ipotizzato che il primo della lista potrebbe essere il Capo dello Stato. Del resto per arrivare dalla lettera A, alla N di Napolitano, non ci vuole poi molto come si intuisce anche dalle parole pronunciate dal premier all’indomani della bocciatura della Consulta del Lodo Alfano: Napolitano è comunista. In attesa che la polpetta si faccia ancora più avvelenata proviamo a capire cosa sono questi archivi dai quali Selvatici dice di aver attinto le notizie scritte. “Tutti i servizi segreti avevano i loro archivi ma le regole le dettava il Kgb ed è scontato che tutti gli altri servizi del patto di Varsavia seguissero le stesse regole” spiega Giulietto Chiesa, per vent’anni corrispondente da Mosca per l’Unità e la Stampa. Per i sovietici i rapporti tra il Pcus e il Pci erano molto im-

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INTRIGHI guerra tra correnti dc. Era il 1953, scoppiò il “caso Montesi”. Un fascicolo fu commissionato dal ministro dell’Interno, Amintore Fanfani, ai carabinieri per coinvolgere in un delitto il musicista Piero Piccioni, figlio di Attilio, ministro degli Esteri, designato alla successione di De Gasperi alla testa della Dc. Sesso droga e morte erano gli ingredienti della vicenda di Wilma

I dossier di Feltri e i “segnali” al Colle Il “Giornale” sfodera rapporti del Kgb su Corrado Augias. Sotto a chi tocca portanti, esisteva una clausola, una sorta di gentlemen’s agrement che impediva di raccogliere informazioni ufficiali, intendo verificate, serie, sui dirigenti italiani. Questa era una regola che ho appreso sia da fonte italiana che sovietica, così come non arruolavano uomini del Pci. È ovvio che chiunque abbia avuto per ragioni di lavoro contatti con i Paesi sovietici sia stato oggetto di attenzione di chi stilava relazioni millantando spesso informazioni per dimostrare la propria bravura e fare carriera. Ma non è la verità.

rapporti del Pci con l’Urss mi disse: ricordati di fare attenzione, soprattutto quando incontri rappresentanti commerciali di non riferire loro informazioni diverse da quelle che pubblicherai perché potrebbero usarle contro di te come confidenze”. Questo avveniva negli anni in cui il

Il valore lo dà l’uso che se ne fa. Ricordo che quando fui nominato corrispondente a Mosca, Rubbi, responsabile dei

il quartier generale comunica "

Ieri “Il Giornale” di Feltri ha dato spazio alla difesa-accusa di Brachino rispetto al servizio di killeraggio mediatico riservato da “Mattino 5” al giudice Mesiano

Mitrokhin, Scaramella e l’arte della polpetta I rapporti su Prodi “manipolato dagli 007 russi” e quelli sui capitali di D’Alema: tutti falsi di Vincenzo

Vasile

dossier farlocchi e taroccati sul pasIhanno, sato “filosovietico” dei comunisti di solito, un difetto (dal punto di vista del committente). Il fatto è che molte delle spie sovietiche superstiti adesso fanno parte dell’establishment della nuova Russia, dominata, come si sa, da un ex capo del Kgb, Vladimir Putin, quello che ha regalato a Berlusconi l’ormai famoso lettone di palazzo Grazioli. Particolare che sfuggì all’ex presidente forzista della defunta commissione Mitrokhin, Paolo Guzzanti, che proprio per questo non è più nelle grazie di Berlusconi. Eppure con sulfureo zelo aveva raccolto dal suo consulente di fiducia, Mario Scaramella, uno schedone su Romano Prodi che iniziava così: "Dopo controlli incrociati, molto approfonditi del dossier su Romano Prodi, può essere affermato (e ulteriormente corredato di dettagli) quanto segue. 1) È molto improbabile che RP abbia mai consapevolmente o deliberatamente collaborato con i servizi di intelligence dell'Urss/Russi e vi sono molte indicazio-

Commissioni usate come grimaldelli, report cucinati per infangare: storie d’Italia

ni attendibili al riguardo. 2) Ugualmente ben fondata è la forte impressione che RP fosse o ancora sia ben manipolato dal Kgb e da coloro che gli sono succeduti in Russia attraverso i suoi stretti contatti personali o di amicizia, o di affari, o politici - a cominciare almeno dai tempi del sequestro di Aldo Moro – (…) RP aveva tutti gli argomenti per capire di essere stato manipolato ripetutamente da parte dell'Urss-Russia, ma non ha fatto nulla per fare in modo di mettere fine a ciò ed evitare che la cosa continuasse. 3) Le seguenti personalità appartenenti al più stretto entourage di RP dovrebbero essere sospettate di saldi legami non solo con il Kgb, ma anche adesso con l'Svr (controspionaggio militare) e diversi gruppi "siloviki" (patrioti) in Russia, che collaborano con il Svr…”. Seguivano i nomi dei funzionari che “dovrebbero essere sospettati”. Scaramella fu arrestato il 24 dicembre 2006 per traffico d'armi e calunnia, patteggiò la pena a quattro anni e fu scarcerato per l'indulto. Avendo scontato un anno e 4 mesi di carcere ha chiuso i conti. Assieme a Guzzanti denunciò alcuni tentativi di avvelenamento commissionati da Putin. Non bastassero questi foschi pasticci, ci sono almeno due episodi della “Mitrokhin” che dovrebbero consigliare a Berlusconi e sodali di andarci piano con il dossieraggio. Come è noto, Vasilij Mitrokhin non era un agente segreto. Ma un archivista del primo direttorato del Kgb di Mosca, che occupava il tempo nel ricopiare, sino al 1984, anno del pen-

sionamento, notizie contenute nei faldoni del servizio segreto, poi passate agli inglesi. E il contenuto dei suoi appunti originali è riversato in 261 report in lingua inglese a loro volta trasmessi in Italia con il contagocce dal servizio inglese, l’MI6 ; ma solo uno – uno! - di questi report, il 237, fu ritenuto pericoloso per la sicurezza e riguardava la localizzazione delle ricetrasmittenti distribuite in Italia e in Europa dai sovietici. Nel Report - ahi, ahi, ahi, il povero Mike avrebbe detto - c’è scritto che Il tempo, il quotidiano romano da sempre su posizioni di centrodestra, nel 1974 era “usato dal Kgb”. Ma a quei tempi Il tempo non era diretto da Gianni Letta? Che rispose: “Non c’è limite alla fantasia” Ma nel capitolo sui finanziamenti sovietici al Pci, i commissari della destra furono travolti da un vero boomerang. Interrogato sull’attività dell’ex tesoriere comunista Renato Pollini, fatto oggetto di un dossieraggio su un presunto “vorticoso movimento di capitali” l’allora premier Massimo D’Alema lasciò agli atti della commissione Guzzanti un illuminante siparietto: “… la magistratura appurò che tutta la documentazione relativa a questo preteso vorticoso movimento di capitali era stata falsificata. Pollini e gli altri furono prosciolti. Aggiungo un particolare divertente. Risultò che l’unica società off-shore che avesse trasferito denaro da questa banca di Malta, la Mid Med Overseas Bank, verso banche italiane era una società denominata Arcobaleno, controllata dalla Fininvest”.

Montesi, trovata senza vita sulla spiaggia di Tor Vajanica forse al termine di un “festino”. Piccioni si dimise, ma il figlio fu assolto. L’ex ministro dell’Interno Mario Scelba, amico di Ugo Montagna nella cui proprietà si sarebbe svolta l’orgia, di lì a poco concluse la sua carriera per un altro dossier: il Sifar scoprì che aveva un’amante.

Kgb agiva sulla spinta ideologica e aveva bisogno di produrre informazioni su chi si recava a Mosca. Oggi la finalità è cambiata. Anche i servizi segreti della Russia di Putin, sono quelli di un Paese capitalista, producono informazioni sui leader per stabilire chi può essere comperato e a quale prezzo. Ma la strada intrapresa dal premier di “demolire” l’avversario a colpi di pugnalate alle spalle non è nuova visto che prima di lui aveva provato a percorrerla Bettino Craxi, nel 1993, subito dopo essere stato spazzato via da Tangentopoli, come rivela una sua lettera, scritta a Boris Eltsin - eletto nel ’91 con la prima elezione a suffragio universale presidente della nuova Russia - sequestrata dalla Procura della Repubblica di Milano. Missiva in cui Craxi affermava tutto il suo sdegno di fronte al fatto che, alla luce del crollo del Muro di Berlino, all’insediamento del primo governo non comunista in Polonia, alla conquista della democrazia della Cecoslovacchia ecc… il solo a resistere fosse il Pci. Concludeva con la richiesta-preghiera a Eltsin di indagare per scoprire se esistevano documenti comprovanti lo stretto legame politico-economico tra quest’ultimo e il Pcus “In un momento così difficile per la vita della Repubblica entrano nuovamente in gioco i dossier, le liste di proscrizione, vorrei che fosse chiaro che ci può essere una risposta a tutto questo: difendere con rigore la Costituzione” dice Massimo Brutti, dirigente del Pd, già presidente del comitato sui servizi segreti. Certamente Napolitano è stato il primo dirigente comunista a recarsi negli Stati Uniti negli anni 80, dunque le sue foto, i suoi incontri occuperanno un posto di rilievo nell’album del controspionaggio. Ma potrebbero sempre andare a riprendere negli archivi della Pravda interventi, discorsi ufficiali di Napolitano, utilizzarli strumentalmente per dire: ecco la prova che era filosovietico. I dossier sono sempre esistiti, la novità è che ora la stampa del premier se ne serve per demo-

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lire gli avversari politici del suo padrone seguendo il vecchio detto dell’”infanga, infanga, calunnia, calunnia, qualcosa resterà”. Come hanno fatto con Augias che liquida l’accusa con un laconico “ridicola questi sono i tempi che viviamo”. Tra le carte di Pio Pompa ne venne trovata una in cui era annotato che il 20 agosto proprio Massimo Brutti si era recato a Milano per concordare con i magistrati la strategia giudiziaria contro Berlusconi. I nomi dei magistrati presenti in ufficio quel giorno erano esatti peccato che Brutti fosse nella sua casa al mare con una gamba fratturata. Tutta farina del sacco Sismi. Sismi che non va dimenticato,dalla metà degli anni 70 fino ai primi anni 80 registrava una forte presenza piduista. Eminenza grigia di Santovito, a capo degli 007, era Francesco Pazienza, tornato in libertà da poco.Dunque dalla ripulitura di quei magazzini può uscire di tutto. Poi è arrivata la riforma del governo Prodi, passata all’unanimità, che ha smembrato il controspionaggio delegato al Sismi che durante gli anni della guerra fredda aveva dilatato le sue funzioni, basti ricordare che l’ultimo capo fu quel Mancini sottoposto al processo per il rapimento di Abu Omar. Legge che ha sostituito il Sismi con l’Aise e il Sisde con l’Aisi e ha istituito il Vis, dipartimento informazione per la sicurezza con funzioni di coordinamento. Tutti gli 007 oggi sono nelle mani di Berlusconi e controllati da Gianni Letta. Cioè nelle stesse mani che detengono potere politico, mediatico ed economico.

Il premier aveva detto: Napolitano è comunista E nel ‘93 Craxi chiese “carte” a Eltsin per screditare il Pci di Alessandro Ferrucci

Meno male che Fedele c’è

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e “truppe cammellate” non mancano a Silvio Berlusconi. A ognuno il suo ruolo: Bonaiuti, Gasparri Letta scattano a ogni “bah” politico; Signorini e Rossella si applicano sul lato “rosa”; a Galliani il fronte sportivo calcistico; Feltri, Belpietro, Brachino & c. quello mediatico. Infine esistono i punteros storici, quelli che spaziano dove ve n’è bisogno. Di questi, il principe, è Fedele Confalonieri: “Silvio Berlusconi? Un ottimo padre; forse non un buon marito", racconta in un’intervista alla Cnn. “Si è dimostrato sempre generoso con i suoi figli, non solo dal punto di vista economico. Lo ricordo anche quando erano bambini: nel poco tempo libero che aveva giocava con loro, si prendeva cura della loro educazione”. E lo conferma lo stesso Pier Silvio: "La mia era una famiglia normale, almeno fino a quando mio padre è entrato in politica: una famiglia sana”. Poi il baratro nazionale.


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Il “messaggio” del premier: ne sentirete delle belle

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PERSECUZIONI

ulla lasciato al caso. 7 ottobre, il tribunale di Milano sentenzia: Mediaset condannata a pagare 750 milioni per la vicenda del Lodo Mondadori. Poche ore e da Matrix - in casa, cioè Berlusconi tuona: sul giudice Mesiano “ne sentiremo delle belle”. “Il Fatto” - unico giornale a farlo il giorno seguente - riporta le frasi del

premier: “Sappiamo che è un giudice di estrema sinistra molto attivo, abbiamo molte notizie su di lui”. Più che un messaggio. Che i cronisti del premier prendono al volo. Quelli del Giornale, in primis. Che si scatenano - ancora “Il Fatto” dello scorso 13 ottobre a documentarlo - a caccia di particolari per denigrare il giudice. Poi si muove

anche “Mattino 5” con il pedinamento del giudice fino dal barbiere. Roba - secondo Petralia, membro del Csm - da mafia o servizi segreti. Idem il quotidiano di Feltri, che tira fuori alcune cene “colpevoli” di Mesiano. Ma i segnali continuano, con insinuazioni sempre più pesanti, fatte direttamente da Berlusconi. In attesa delle prossime puntate.

IL BOOMERANG

Giudice pedinato, i giornalisti del Biscione in rivolta: non portiamo elmetti. Le bugie di Berlusconi sul video I PRECEDENTI

di Gigi Furini

e Antonella Mascali A Mediaset cova il germe della rivolta. Con 16 voti a favore, 7 contrari e 3 astenuti ieri l'assemblea dei giornalisti di Videonews ha approvato un documento con cui si rivendica “i diritto di esercitare la professione al di fuori della logica di scontro politico” e si ricorda che “essere giornalisti a Mediaset non significa essere giornalisti militanti” anche perché, scrive l'assemblea, i colleghi “non portano nessun elmetto” e voglio poter fare il loro mestiere “nel rispetto delle loro coscienze e del dovere d'informare correttamente il pubblico”. Il caso di Raimondo Mesiano, il magistrato pedinato e spiato dalle microcamere delle reti di Silvio Berlusconi, all'improvviso sembra rivoltarsi contro chi lo ha ideato. Negli studi di Cologno Monzese, dove pure si esprime solidarietà alla giornalista autrice del sevizio (precaria e quindi “ricattabile” dai superiori) il clima è infuocato. Altri due membri del comitato di redazione di Videonews si sono dimessi, come era già accaduto a Pietro Suber che aveva gettato la spugna quando si era reso conto che la reazione alla messa in onda di un filmato intimidatorio nei confronti del giudice non era stata adeguata. Dopo il gesto di Suber decine di firme, anche di autori delle Iene, sono finiti in fondo a una prima lettera di proteste in cui si denunciava “la difficile stagione con scontri all'ultimo sangue tra testate e gruppi editoriali”. Un documento quasi soft a confronto di quello approvato dall'assemblea di Vi-

QUANDO I LINCIATORI DI MEDIASET MASSACRAVANO CASELLI

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ANTEFATTO

NOI E QUEI CALZINI COLOR TURCHESE

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l calzino turchese “invade” il mondo del web. Spopola. Sono oltre 400, tra messaggi e foto (alcune a pagine 17), i contributi dei lettori su antefatto.it per manifestare tutta l’indignazione nei confronti del servizio di Mediaset, trasmesso su “Mattino 5”, dedicato al giudice Mesiano. Indignazione e preoccupazione di una comunità che sa ancora indignarsi.

ne offrirà altre così... L: Io credo pure perché, soprattutto Caselli, perché è entrato in un isolamento forte nella vicenda Berlusconi (…). L: Quando meno se l’aspettavano e quando stavano aspettando alla controffensiva di un Berlusconi (…), hanno pestato questa buccia di banana (…). G: Son d’accordo con te… io quella buccia di banana, fra l’altro gliela tengo in piedi tre, quattro giorni… L: (…) Allora… la centelliniamo (…). Io penso che di Forza Italia, l’unico che apre e non chiude all’interno del dibattito rispetto con le sue dichiarazioni, sia Pera che tiene buoni rapporti con tutti, quindi sarebbe il caso di far parlare solo Pera e allargare molto nei telegiornali le dichiarazioni ai Boato, ai Pintus (...). G: Io fra l’altro ho dato giù un’Ansa, dove ho detto che nei prossimi giorni li denuncio per istigazione al suicidio o omicidio volontario. L: Sì, sì, son d’accordo con t0e, infatti io ti ho messo un inviato lì (…) che ti seguirà tutti questi giorni. [inc.] E poi seguo la vicenda romana dove [inc.] appunto con i Boato e con [inc.]. G: Ecco, quello che tu devi fare, è contattare... io… non so, anche attraverso Previti o attraverso i tuoi canali, tutti quelli [inc.] di Forza Italia e dire state zitti per tre giorni. L: E be’, ma mo’ glielo faccio dire direttamente da… glielo faccio dire direttamente da Cesare (…). G: Compreso Berlusconi, stiano zitti, per tre giorni, me la vedo io. G: (…) Comunque, dì la verità che sono bravo! L: Sì, sì, ma anche fortunato perché questa cosa qua (…) è stata un colpo inaspettato, molto duro… L’indomani si scatena l’ennesima montatura politico-mediatica, sulle tv Mediaset, su alcuni tg Rai e su vari giornali (compresa l’Unità allora diretta da Paolo Gambescia), che attribuisce il suicidio di Lombardini all’«accanimento» dei pm, definiti da alcuni addirittura «assassini». Solo dopo mesi di linciaggio il Csm, ascoltata la registrazione dell’interrogatorio, libererà i pm palermitani da ogni sospetto: nessun «nesso causale» tra «le modalità di svolgimento degli atti processuali, e l’evento tragico della morte» del giudice. «Gli atti nei confronti del dr. Lombardini», accerterà il ministro Flick, «risultano compiuti in modo corretto, formalmente e sostanzialmente rispetm.trav. tosi delle regole processuali».

l caso Mediaset-Mesiano ha vari precedenti. Uno fu immortalato in un’intercettazione telefonica che dà un’idea precisa sulla Centrale Linciaggio Magistrati attiva da anni in casa Mediaset. L’11 agosto 1998 il procuratore presso la Pretura di Cagliari, Luigi Lombardini, si toglie la vita dopo un interrogatorio e una perquisizione da parte del procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli e di quattro pm. Lombardini era implicato nel sequestro di Silvia Melis e la Procura di Palermo era stata investita del caso, per competenza, dai colleghi di Cagliari. Di qui l’interrogatorio, lungo ma di rara pacatezza, come dimostra la registrazione (alla fine il difensore del giudice, avvocato Luigi Concas, ringrazia i pm per la loro correttezza). Ventitrè ore dopo il suicidio l’editore Nicky Grauso, anche lui all’epoca indagato per il sequestro, parla al telefono Paolo Liguori, direttore di Studio Aperto. Sono le 19,29 del 12 agosto 1998. Liguori: Ho seguito le cose di oggi… anche se io sono in barca, però ho seguito bene perché noi ci siamo mossi molto, credo, abbiamo fatto sei pezzi oggi al telegiornale (…), tu che cosa mi dicevi? (…) Di lasciare aprire molto il ventaglio delle polem…, delle critiche e non chiuderle soltanto nell’ambito di Forza Italia, no? Grauso: Esatto, anzi… siccome stavano arrivando polemiche anche dalla sinistra (…) L: E come no, noi per esempio abbiamo intervistato Boato…poi… G: Qui [...] si tratta di decidere se si vuole essere efficaci o vanitosi. L: No, io credo che in questo momento… è molto meglio puntare sull’isolamento di Caselli. G: Esatto (…). E allora la cosa migliore da fare è non far parlare quelli del Polo. L: Sì, far parlare il Boato, far parlare Pintus… G: Guarda che ce n’è tanto abbastanza, per cui questa è un’occasione irripetibile per fotterli, cioè io non penso che la storia ce

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Un’immagine del video di “Mattino 5” (

deonews, la divisione che mette in onda Mattino 5. Adesso infatti giornalisti criticano aspramente il servizio su Mesiano e soprattutto ricordano ai colleghi che è diritto di ciascuno rifiutarsi di mettere la propria firma sotto pezzi del genere. Ma le continue riunioni tra cronisti, inviati e uomini di desk hanno riservato anche altre sorprese. Prima fra tutte una serie di ricostruzioni che smentiscono platealmente quelle fornite sull’accaduto i dal premier. Berlusconi, come riportato domenica da “Il Giornale” aveva sostenuto durante un incontro con i dirigenti campani del Pdl che le “immagini erano state riprese in maniera amatoriale con un telefonino”. Una bugia bella e buona visto che tutti quelli che hanno lavorato sul filmato confermano che si tratta di riprese professionali con telecamera nascosta giunte da un service esterno. A Cologno, dunque, in molti si chiedono perché l'editore abbia mentito. Una delle risposte possibili arriva da altre sue dichiarazioni. Il Cavaliere, scrive sempre il Giornale, ha parlato di giudici che “parlano da soli” sulle panchine. E poi, questa volta secondo Libero, ha detto che il magistrato “soffre di depressione”. Tutto, insomma, lascia ritenere che il capo del governo abbia sulla sua scrivania una sorta di dossier su Mesiano con informazione in parte raccolte da suoi giornalisti e in parte forse provenienti da altri canali. Proprio “Il Fatto” aveva scritto come un cronista di “Chi” fosse stato inviato Calabria dove faceva domande sullo stato di salute del magistrato. Mesiano comuque la prende con filosofia. “Non ho niente da dire”, afferma, “mi pare che ci sia stata una presa di posizione corretta da parte dei giornalisti”. Il riferimento è tutto per le scuse che Claudio Brachino, il condutto-

re di Mattino 5, ha alla fine ufficialmente presentato. Prima di chiudersi nel suo ufficio e di decidere di non partecipare all’assemblea. In ogni caso i guai per il giudice ce ha osato condannare la Fininvest paiono non essere finiti. Secondo alcune indiscrezioni girate nei giorni scorsi il Guardasigilli Angiolino Alfano avrebbe ha chiesto ai suoi uffici di mettersi a lavorare sull’attività del magistrato. Nessuna conferma ufficiale, però. Contro il giudice del Lodo comunque tira una brutta aria. Perché la vendetta questa volta potrebbe passare attraverso gli ispettori ministeriali.

L’assemblea di Videonews: no a logiche di scontro Oggi il Csm discute la tutela del giudice A meno che non si rivoltino anche loro. Pure le toghe infatti paiono aver rotto gli indugi. Il Csm ha aperto una pratica a tutela, mentre tra i colleghi di Mesiano circola un documento che ha già raccolto più di mille firme. A promuoverlo sono stati tre magistrati di Reggio Calabria che scrivono: “In democrazia tutti, le parti coinvolte nel processo come ogni cittadino, hanno diritto di criticare, anche nel modo più aspro ed acceso, i provvedimenti dei magistrati, con il solo limite della delegittimazione della funzione. Ma a nessuno possono essere consentiti l'attacco e l'invasione della sfera privata della persona-magistrato, solo perché abbia emesso una decisione a taluno sgradita”

NEI PALAZZI DEL PREMIER

VARGAS LLOSA E LE “LISTE” DI EINAUDI argas Llosa dopo Saramago? Il premio Nobel portoghese nei mesi scorsi è stato “espulso” da Einaudi - di proprietà di Berlusconi - per alcune pagine giudicate troppo dure nei confronti del premier, pagine a cui ha dato asilo Bollati Boringhieri. Domenica scorsa invece a dedicarsi al nostro premier è stato un altro collega, lo scrittore peruviano, anche lui della scuderia dello struzzo: “Il primo ministro italiano è in materia sessuale ortodosso e patriota. Quando si tratta di letto vuole belle donne, di destra e compatriote. Tendenza che lo

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apparenta ai 12 Cesari della decadenza, stravaganze descritte da Svetonio: riempie con professioni ste del sesso la sontuosa residenza in Sardegna, ma anche il palazzo di Roma, residenza ufficiale dei capi di governo - scrive Llosa - . (...) Si può fare la morale in questo caso? Se sei l’uomo più ricco d’Italia, padrone di un impero mediatico e un politico che ha vinto 3 elezioni con maggioranze inequivocabili, hai diritto al lusso di fare ciò che le tue venerabili ghiandole sessuali pretendono”. Gli varranno un nuovo editto sempre della casa editrice del capo?


Martedì 20 ottobre 2009

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Dalla legge Schifani alla bocciatura della Corte: la lunga fuga del Cavaliere

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GIUSTIZIA

l primo provvedimento che mirava a sospendere i processi per Berlusconi e le alte cariche dello Stato è stato il Lodo Schifani-Maccanico. Si chiamava impropriamente lodo, per la sua presunta natura di accordo e non di legge ella maggioranza. Effettivamente il senatore del centrosinistra, Antonio Maccanico presentò una prima versione della legge cara a Berlusconi. Ma, dopo

l’introduzione di un emendamento da parte del senatore Schifani che estendeva l’impunità, il centrosinistra ritirò l’appoggio. Il “Lodo Schifani” fu approvato nel giugno 2003 con una blanda opposizione e con il via libera dell’allora presidente Ciampi. Bocciato nel gennaio 2004 dalla Corte Costituzionale per violazione degli articoli 3 e 24 della Carta, raggiunse comunque i suoi effetti rallentando il

processo a Berlusconi e ponendolo su un binario diverso rispetto ai suoi coimputati. Dopo le vittoria del 2008 Berlusconi, con alle calcagna i pm dei procedimenti Saccà, Mills e diritti tv, ha rimesso in pista il Lodo. Il ministro Alfano, dopo aver cancellato i punti colpiti da esplicite censure dalla Corte, lo ha ripresentato. A luglio è diventato legge ma il 7 ottobre è stato dichiarato incostituzionale dalla Corte.

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Lui non è più uguale degli altri

INTIMIDAZIONI

Minacce dalle Br a un delegato Fiom

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na brutta scritta sul muro, quella che hanno trovato ieri i lavoratori della Flexider di Torino. Firmata Brigate Rosse, la scritta conteneva minacce a un delegato della Fiom. La Flexider, occupa un centinaio di persone e ha avviato una ristrutturazione che ha già comportato il taglio di una parte di produzione.

Lodo Alfano, le motivazioni della Corte: “Serviva una legge costituzionale” di Silvia

D’Onghia

a decisione era arrivata lo scorso 7 ottobre, al termine di due giorni di Camera di Consiglio: 9 giudici contro, 6 a favore. La Corte Costituzionale bocciava il Lodo Alfano. Ieri, a distanza di undici giorni, sono state depositate le motivazioni della sentenza. Anche queste, senz’altro, destinate a far discutere. La Consulta afferma, innanzi tutto, che sarebbe stata necessaria una legge costituzionale, poichè si tratta di una deroga al principio di uguaglianza sancito nell’articolo 3 della nostra Costituzione. Da qui il richiamo al 138: “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”. I giudici spiegano poi di essersi mossi nella stessa direzione del 2004, quando venne bocciato il Lodo Schifani. Una risposta alle critiche di Berlusconi, dei suoi avvocati e di molti esponenti del Popolo della Libertà, che avevano sostenuto che, nella sentenza del 2004, la Corte non avrebbe eccepito nulla sull’uso di una legge ordinaria anzichè costituzionale. In quella sentenza, invece, si faceva più volte riferimento all’articolo 138: i giudici ricordavano che il Tribunale di Milano aveva chiesto alla Cor-

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te di bocciare il Lodo perchè attribuiva “alle persone che ricoprono una delle menzionate alte cariche dello Stato una prerogativa non prevista dalle citate disposizioni della Costituzione, che verrebbero quindi ad essere illegittimamente modificate con legge ordinaria”. La Consulta osservava, poi, che, per creare un “regime differenziato rispetto al principio di uguaglianza di tutti i cittadini, occorre prevedere limiti ben precisi”. Nella sentenza del 7 ottobre si affronta anche il tema del “legittimo impedimento”, che può valere, dicono i giudici, solo nel caso di impegni istituzionali. Una questione, del resto, già regolamentata, con una sentenza del 2005, quando la Corte fu chiamata in causa per un conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato. Era il caso dell’onorevole Cesare Previti, in corso di giudizio da parte del Tribunale di Milano. Previti aveva fatto sapere più volte di non poter essere presente in

aula a causa dei suoi molteplici impegni parlamentari. I giudici di Milano ritennero che l’impedimento non fosse sempre “assoluto”, e perciò andarono avanti con le udienze. Camera e Senato fecero ricorso contro questa deci-

Nel caso del Lodo Schifani la Consulta si richiamava già all’art. 138 della Costituzione sione. La Consulta, pur esprimendosi a favore di questi ultimi, stabilì però che il giudice “non può limitarsi ad applicare le regole generali del processo in caso di legittimo impedimento dell'imputato, ma ha l'onere di programma-

Angelino Alfano

re il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari”. Un argomento che invece era stato al centro dell’arringa difensiva degli avvocati del premier, Niccolò Ghedini, Piero Longo e Gaetano Pecorella, secondo cui non sarebbe stato possibile rivestire la duplice veste di alta carica dello Stato e di imputato, “per esercitare il proprio diritto di difesa e senza il sacrificio di una delle due”. I legali avevano

poi tentato di convincere i giudici del fatto che Berlusconi, in base alla legge elettorale del 1999, non è più “primus inter pares”, ma “primus super pares”, essendo tra l’altro l’unico ad “avere investitura popolare”. Questo avrebbe dovuto giustificare il trattamento diverso rispetto agli altri parlamentari. Nessun “primus super pares”, dunque, secondo la Corte, senza una modifica della Costituzione. Che, per fortuna, resiste.

Chi tocca “Why not” paga le conseguenze Il Csm ha punito i due magistrati salernitani che avevano indagato sul caso De Magistris di Antonio Massari

d’ufficio e perdita Tduerasferimento dell’anzianità: ieri il Csm ha punito i magistrati di Salerno – Gabriella

Nuzzi e Dionigio Verasani - che avevano indagato sul “caso de Magistris”. “Un teatrino”, commenta Gabriella Nuzzi, “il processo s’è svolto senza i nostri di Simone Mercuri 140 MILIONI testi e le prove richieste: ricorreremo in Cassazione. C’era incompatibilità e obbligo di astensione peron avevo notizie di questa intercetché, alcuni dei tazione, ora dovremo capirne di consiglieri, più”. Reagisce così il Procuratore di Catania avevano un inVincenzo D’Agata alla notizia rivelata da Reteresse in questo procediport domenica scorsa, che mostrava la trascrimento. Mi rifezione di un’intercettazione della Finanza negli risco agli stessi atti del buco del bilancio del comune. Nel doconsiglieri che cumento durante un colloquio telefonico del emisero la sensettembre 2008, l’allora ragioniere del comune tenza discipliFrancesco Bruno chiama il sindaco Raffaele nare nei conStancanelli e comunica di aver ricevuto fronti di de Mauna telefonata da Berlusconi in cui il pregistris”. mier richiede il valore del patrimonio del La sentenza comune da poter vendere. Il premier, dice emessa ieri dal Csm s’incardiStancanelli nell’intercettazione “vuole una na su un evento scusa” per poter destinare i soldi dei fondi preciso: a gendel Fas, il Fondo aree sottoutilizzate, butnaio, indagantando giù una lista di opere che andrebbero do sui magistrafinanziate. 140 milioni: un bel “bottino”. ti di Catanzaro che avevano

Catania e i “regali” del premier

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POVERTÀ

ereditato le inchieste “Poseidone” e “Why Not”, precedentemente avocate a de Magistris, i pm di Salerno avevano sequestrato alcuni atti della procura di Catanzaro. E ieri, proprio per quel provvedimento, sono stati puniti. I pm indagavano anche sull’avocazione e la revoca delle inchieste a de Magistris. La condanna del Csm è giunta dopo una rapida camera di consiglio, tanto rapida da lasciar intendere una decisione unanime. Una decisione che però è destinata a far discutere. E parecchio. Il provvedimento di sequestro – circa 1400 pagine – già a gennaio, infatti, sotto il profilo disciplinare, fu accusato di “abnormità”. Il punto, però, è che si tratta di un provvedimento che ha retto in tutte le sedi penali. Innanzitutto, sul sequestro, nulla ebbe da ridire il tribunale del Riesame di Salerno, che ne sancì la piena legittimità. E soltanto poche settimane fa, la procura di Perugia, dove i pm erano stati denunciati (insieme con Luigi de Magistris) ha stabilito che “i magistrati salernitani hanno agito non per arrecare intenzionalmente un danno ingiusto, ma per realizzare un fine di giustizia, correlato all’andamento del procedimento in corso”. Denuncia archiviata quindi. Queste sentenze non hanno però scalfito la sezione disciplinare del Csm, che ha punito i due pm di Salerno anche con la perdita, rispettivamente per Verasani e Nuzzi, di quattro e sei mesi di anzianità. Secondo le indiscrezioni, il Csm avrebbe comunque intravisto, nel provvedimento, un “uso strumentale”, non per fini personali,

ma per fini di giustizia che, a questo, punto sarebbero stati comunque mal perseguiti. “Un teatrino”, commenta Gabriella Nuzzi, “nel quale ognuno recitava la propria parte in un copione dal finale già scritto. Non ci è stato neanche consentito di portare i testi che avevamo richiesto”. Tra i testi richiesti dalla difesa, il pm di Crotone Pierpaolo Bruni, e il consulente finanziario delle inchieste Why Not e Poseidone, Piero Sagona. Per i pm di Catanzaro indagati da Nuzzi e Verasani, che risposero al sequestro con un “contro-sequestro”, il Csm si pronuncerà lunedì prossimo. I due procedimenti sono rimasti separati, così come le misure cautelari che, per gran parte dei magistrati di Catanzaro - non hanno previsto alcun trasferimento. A differenza di Nuzzi e Verasani che, invece, erano stati trasferiti rispettivamente a Latina e a Cassino sin da gennaio. Sempre ieri, il Csm, ha dichiarato il non luogo a procedere per il terzo dei magistrati salernitani colpito dai provvedimenti disciplinari: l’ex procuratore capo Luigi Apicella, sospeso sia dalle funzioni, sia dallo stipendio, ha infatti lasciato la magistratura per sopraggiunti limiti d’età. “Una decisione che non desta alcuna meraviglia”, commenta l’europarlamentare dell’Idv Luigi de Magistris, “la sentenza dimostra come giudici liberi e incolpevoli corrano rischi dall’interno della magistratura. Il Csm deve essere liberato dalle logiche correntizie e dagli intrecci pericolosi con la politica”.

Bimbo di sei anni morto a Napoli

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orire a sei anni, intossicato dal fumo di un braciere. Succede a Napoli, al rione Sanità. L’Enel aveva tagliato la corrente elettrica due settimane fa, perchè i genitori di Elvis (che usavano una stufetta per scaldarsi) non riuscivano a pagare la bolletta. Il bambino, originario di Capoverde, è morto sabato scorso ma è stato ritrovato soltanto ieri assieme alla madre agonizzante.

VOTO AGLI IMMIGRATI

Progetto di legge ‘bipartisan’

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n progetto di legge ‘bipartisan’ è stato consegnato ieri alla Camera. L’oggetto della proposta, che ha trovato un’unità di intenti, è il diritto di voto agli extracomunitari residenti in Italia da almeno cinque anni, per quanto riguarda le elezioni amministrative. I primi firmatari sono Walter Veltroni (Pd), Flavia Perina (PdL), Roberto Rao (Udc), Leoluca Orlando (IdV) e Salvatore Vassallo (Pd).

TERRORISMO

6 anni all’ex imam di Perugia

È

stato condannato a sei anni di reclusione Mostapha El Korchi, ex imam della moschea di Ponte Felcino, frazione alle porte di Perugia. Condannati a quattro e tre anni e sei mesi altri due marocchini. Per i giudici sono responsabili di attività di addestramento al terrorismo di matrice islamica. Gli imputati, che hanno assistito in aula alla lettura della sentenza, si sono sempre proclamati innocenti.


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Martedì 20 ottobre 2009

STORIE ITALIANE

IL FATTO POLITICO

L’ILVA DANNAZIONE E SALVEZZA

dc

Nel nome dell’immunità di Stefano Feltri

a cronaca della giornata Lnotizie di ieri registra due in apparenza non

ANATOMIA DI TARANTO di Malcom Pagani

e atmosfere della Lisbona nascosta, le disperazioni di Detroit, l’ombra lunga dell’oblìo che scende a sud del sud, nel Bronx di Taranto, attraversando contromano un mare di dolori taciuti e contraddizioni alla luce del sole. Paolo VI è un quartiere periferico. Case bianche appoggiate al presente come cubi di cemento senza speranza. Prefabbricati divenuti edifici stanziali. Abusivismo trasformato in necessità, promesse evaporate al primo cambio di amministrazione, autobus che non passano, veleni, spazzatura. Uomini e topi, nell’Italia del 2009. Sulle finestre affacciate sulla tangenziale, le lenzuola appese al vento, si colorano di rosso. Microparticelle che fluttuano nell’aria e si attaccano come un debito inestinto alle esistenze dei cittadini. Odore forte di ruggine, motorini scarburati, malaffare e solidarietà. Un vincolo strettissimo tra gli abitanti, una solidarietà reale e una voglia di riscatto che traspira da volti, sogni e visioni strette all’angolo dall’orizzonte ricattatorio dell’Ilva, salvezza illusoria e condanna quotidiana di un avamposto dimenticato. Il giornalista Carlo Vulpio, autore de “La città delle nuvole”, descrive leucemie che nel golfo colpiscono senza tregua bambini e adolescenti. A certe velenose concentrazioni però, l’età anagrafica non è il solo parametro. “Taranto non è un paese per vecchi” sintetizza Alessandro Di Robilant, regista di “Marpiccolo”, evento speciale del Festival del Cinema di Roma nella sezione “Alice nella cit-

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tà”. Come nel film di Wenders del 1974, anche i protagonisti di “Marpiccolo” cercano qualcosa. Uno spavento di felicità che li affranchi dalla brutalità del quotidiano e “dalle malattie che colpiscono con regolarità ogni singola famiglia sia costretta a respirare le esalazioni venefiche dello stabilimento” sottolinea Di Robilant. Un film girato a Taranto e per i tarantini, tratto da un bel romanzo di Andrea Cotti (Stupido, Rizzoli). La seconda vita di Di Robilant ha strette correlazioni con la prima. Era solo quarantenne, questo svizzero di ascendenze piemontesi, quando nel 1994, imponendosi a Berlino, fece conoscere all’Italia la storia del giudice ragazzino ucciso dalla Mafia, Rosario Livatino. Oggi, quasi sessantenne, Di Robilant sembra tornare alle origini, raccontando la storia breve di Tiziano, per cui la scuola è un passaggio di tempo tra un furto e un regolamento di conti. Ha talento, intelligenza, spirito d’adattamento ma anche senza divisa, rimane un soldato ingabbiato in una struttura più potente di lui. Sogna di evadere Tiziano, ma la realtà è uno scafandro che spinge a fondo ogni proiezione di sè. L’adolescente, costretto a scegliere tra l’affiliazione alla criminalità e la fabbrica, opta per la prima soluzione. Arranca, cade, soffre, cade nella rete. Poi paga il debito con la giustizia e al termine della notte, scopre nel tessuto vitale di un apparente non luogo, la corda cui aggrapparsi per riemergere e ricominciare da zero. Oltre le sbarre di un carcere minorile, più in là di un destino già scritto in partenza. A Taranto, nell’acqua che scorre

I due protagonisti di “Marpiccolo” il film di Alessandro Di Robilant su Taranto e gli abitanti del quartiere Paolo VI (FOTO PUNTO E VIRGOLA))

to”. I morti per tumore fanno della città pugliese un limbo scomodo dove la voglia di evadere assorda il circostante. Di Robilant è rimasto colpito. “L’Ilva uccide silenziosamente, ma al tempo stesso rimane una delle poche possibilità di lavorare in un universo degradato. Una dualità diabolica che costringe chi rimane a direzioni obbligate. Da una parte i rischi ecologici, dall’altra la criminalità”. Ma Taranto non è solo questo. C’è di più. “Alle spalle del mostro, esiste una popolazione che non ha smesso di combattere. Una comunità afona che continua a gridare. La riconversione dell’industria salverebbe il territorio ma quando si accenna l’ipotesi, sul ragionamento si innestano eccezioni di carattere burocratico, economico, clientelare. “Marpiccolo” rappresenta un contributo per non dimenticare la condizione dei tarantini, la loro non arresa vitalità”. Di Robilant ci crede. Anche in questo tempo che brucia o spegne, le illusioni. “Viviamo per continuare a coltivarle”. Nel solco di Rosi e Petri. Cinema civile. C’è ancora cielo, spazio per non imbarbarirsi. vicino all’Ilva, passano pezzi di plastica, paracarri, carcasse di mucca. “Non lo sai che quest’acqua è marcia e noi ce la beviamo?”, chiede retoricamente il protagonista. E poi senza attendere risposta. “Basta mangiare una cozza e il gioco è fat-

Il film “Marpiccolo” di Alessandro Di Robilant racconta la città e il suo rapporto controverso con l’industria

Piemonte: il “Lodo Casini” potrebbe fermare la Lega Cota è il candidato più gettonato per il Pdl. L’Udc verso l’accordo con il Pd, ma potrebbe fare da ago della bilancia

di Stefano Caselli

feudo novarese c’è chi Ntile”,loel chiama “l’avvocato genper quanto nel suo pedigree da pasdaran padano non manchino certo tutti gli attributi necessari. Roberto Cota, segretario della Lega Nord Piemonte, potrebbe essere l’uomo scelto dal Pdl per soffiare a Mercedes Bresso la poltrona di Presidente della Regione del marzo 2010. Questo, almeno, è quanto trapela dalle indiscrezioni secondo cui Berlusconi avrebbe garantito a Bossi, oltre al Veneto, anche il Piemonte.

Ad ovest del Ticino, la Lega non ha quasi mai sfondato, ma le forti percentuali del 2008 (fatta eccezione per Torino) hanno cambiato i rapporti di forza all’interno del centrodestra. Il coordinamento nazionale del Pdl si affretta a smentire che esistano decisioni definitive, ma il nome di Cota circola da tempo come quasi sicuro sfidante della “zarina” Bresso, che nel 2005 – a sorpresa – sconfisse al primo turno il presidente uscente Enzo Ghigo, oggi coordinatore regionale del Pdl. Sondaggi alla mano, il più accreditato a ribaltare il risultato sarebbe proprio Roberto Cota, a quanto pare più gradito agli elettori di centrodestra dello stesso Ghigo, del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto e dell’onorevole Osvaldo Napoli. Se a destra sembra regnare l’incertezza, a sinistra pare blindata la ricandidatura di Mercedes Bresso, incoronata ufficialmente pochi giorni fa dalla Convezione regionale del Pd, con il sostegno di tutti e tre i rappresentanti delle mozioni congressuali. Eppure la calma potrebbe essere

soltanto apparente. Il nome del prossimo presidente è, con ogni probabilità, nelle mani dell’Udc, cinque anni fa fedele alleato del centrodestra e oggi – parola di Michele Vietti – in attesa di valutare i progetti matrimoniali di tutti i corteggiatori. L’accordo con il Pd sembra l’ipotesi più

plausibile, ma bisogna fare i conti con quello che a Torino hanno già battezzato “Lodo Casini”: né con un leghista, né con Bresso (notoriamente invisa alle gerarchie ecclesiastiche). Anche i sondaggi democratici indicano il presidente uscente come il candidato

ELEZIONI POPOLARI

vincente, più di Chiamparino, gradito all’Udc. Ma saprà il Pd, data la persistente evanescenza della galassia di sinistra, essere autosufficiente? Improbabile. Di certo c’è che un leghista in piazza Castello rafforzerebbe il patto d’acciaio Berlusconi-Bossi ben oltre i confini del Piemonte.

di Wanda Marra

IL PD E LA PAURA DELLE PRIMARIE è il partito dell’accordo, il partito delle schede bianche e pure il partito della scissione. A meno di una settimana dalle Primarie, il Pd comincia già a immaginare lo scacchiere del dopo. Mentre Repubblica, Eugenio Scalfari in primis, invita ad andare a votare, financo scheda bianca, i due principali contendenti, Bersani e Franceschini, ragionano in maniera sempre più decisa su un eventuale accordo. Ovvero, nel caso nessuno dei due raggiungesse il 51% e si andasse al voto dell’Assemblea costituente, come si potrebbe evitare di far passare la propria vittoria attraverso il consenso dei

C’

delegati di Ignazio Marino? Alleanze strategiche che - forse - potrebbero evitare un rischio scissione, che nessuno denuncia, ma che è pur sempre nell’aria. Ieri Francesco Rutelli dichiarava: “Se vince Bersani, tutto va visto, va visto il risultato, c'è il modo di pronunciarsi dei protagonisti... Per me dobbiamo dare vita a una forza pluralista che rompe tutti gli schemi". E intanto Fioroni sente l’esigenza di smentire l'indiscrezione, che vorrebbe l'ala ex popolare e cattolica in forte disagio in caso di vittoria della mozione Bersani.

collegate tra loro: al Senato, dove già è stato annunciato da giorni un disegno di legge di Lucio Malan del Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare, ne spunta un altro, di Giuseppe Valentino, altro senatore del Pdl. Valentino è un finiano e la sua mossa serve a certificare il placet di Gianfranco Fini al ritorno dell’immunità (che già era arrivato alla Camera con gli interventi del deputato Fabio Granata). L’altro fatto di ieri è il susseguirsi di prese di posizione e polemiche sulla candidatura alla guida del Veneto: Renato Brunetta, in un’intervista, dice che non si candiderà a Venezia ma che vorrebbe la riconferma di Giancarlo Galan alla Regione. La Lega considera già sua la presidenza veneta, ma Galan dice che vuole ricandidarsi comunque anche se il suo partito, il Pdl, ha già deciso di sostenere il candidato leghista, forse Luca Zaia. Il coordinamento del Pdl veneto esprime “la ferma volontà di mantenere la guida della Regione Veneto in capo a Giancarlo Galan”. E tutto questo nella sostanziale indifferenza di Roma. Come può succedere che la periferia sfidi così apertamente l’autorità del centro senza conseguenze? a risposta si può vedere Lallaproprio nelle reazioni bocciatura costituzionale del lodo Alfano. Per Berlusconi la priorità è trovare una via di uscita: che si tratti di introdurre una nuova immunità parlamentare, di accelerare la riforma Alfano della giustizia o di un provvedimento di tipo diverso, il Cavaliere ha bisogno del massimo supporto disponibile. Non può prescindere dalla Lega sia per avere i voti necessari ma anche perché se, come alcuni indizi lasciano intuire, lo scontro con il Quirinale dovesse diventare più aspro, Berlusconi vuole la certezza che Umberto Bossi non appoggi alcun altro governo (nel caso si arrivasse alle dimissioni). E l’unico modo per assicurarsi contro il ribaltone è mantenere il potere contrattuale che deriva dalle regionali del 2010. Il presidente del Consiglio non può neanche correre il rischio, però, di una spaccatura dentro il Pdl su un nuovo asse (di difficile definizione, comunque pro-Galan e regionalista), soprattutto ora che Fini sembra aver ridimensionato le sue recenti velleità di autonomia culturale. Quindi mantiene un margine di ambiguità, promettendo e smentendo, rassicurando e offrendo garanzie. A tutti. Almeno finché sarà possibile.


Martedì 20 ottobre 2009

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GIUSTIZIA

Quello che Grasso non sa e quello che sa ma non dice

TRA STATO E MAFIA RISPUNTA DELL’UTRI IL COLONNELLO RICCIO RICORDA LE PRIME RIVELAZIONI DI UN PENTITO CHE FU SUBITO UCCISO di Giuseppe Lo Bianco

e Sandra Rizza l colonnello Mario Mori, guardandolo dritto negli occhi, aveva detto: ''Certi attentati li avete voluti voi''. Una settimana dopo fu massacrato a colpi di pistola nel centro di Catania. Luigi Ilardo, il ''confidente'' che aveva svelato al colonnello Michele Riccio il nascondiglio di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso e che stava facendo i nomi dei nuovi referenti politici della mafia, fu assassinato il 10 maggio 1996 in circostanze misteriose e con un tempismo davvero sorprendente: otto giorni dopo il suo incontro al Ros di Roma con i procuratori di Palermo e Caltanissetta Gian Carlo Caselli e Giovanni Tinebra, e appena quattro giorni prima di formalizzare la sua piena collaborazione con la giustizia. Chi lo uccise e perché? Nessuno, all'interno di Cosa nostra, sapeva che Ilardo fosse un ''informatore'' e che stesse raccontando agli investigatori tutti i dettagli dell'ultima fase della trattativa: quella proseguita dopo la nascita della Seconda Repubblica. Lo racconta Aurelio Quattroluni, il mafioso che era stato incaricato dell'eliminazione del ''confidente''. Qualcuno avvertì Cosa nostra del pericolo che Ilardo, reggente mafioso delle quattro province orientali della Sicilia, costituiva con le sue rivelazioni? Ne sono certi i pm siciliani che ipotizzano l'esistenza di una ''soffiata'', par-

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tita dall'interno delle istituzioni, per tappare la bocca all' ''informatore''. Ne era convinto anche il capitano Antonio Damiano, che comandava il Ros di Caltanissetta, e che al suo collega Riccio aveva detto, preoccupato: ''Mi sa che la notizia della collaborazione di Ilardo è uscita dalla procura di Caltanissetta''. Per questo gli atti dell' inchiesta sull'omicidio Ilardo, conclusa con un'archiviazione, nei giorni scorsi sono stati acquisiti dalle procure di Palermo e

di Marco Travaglio

baglia Antonio Di Pietro Sprocuratore quando chiede al nazionale

loso Ilardo? Negli incontri con Michele Riccio, avvenuti a partire dal 1993, il ''confidente'' aveva fatto il nome di Marcello Dell'Utri come del ''contatto stabilito da Bernardo Provenzano con un personaggio dell'entourage di Berlusconi''. Un contatto che aveva dato ''assicurazioni che ci sarebbero state iniziative giudiziarie e normative più favorevoli e anche aiuti a Cosa nostra nell'aggiudicazione degli appalti e dei finanziamenti statali''. Un contatto che garantiva il nuovo dia-

Luigi Ilardo parlò dei contatti tra l’esponente di Forza Italia e i boss Citati anche Andreotti e i La Russa Via dei Georgofili a Firenze dopo l’attentato di mafia

Caltanissetta che indagano sulla trattativa tra mafia e Stato. Quella trattativa che, secondo i pm di Palermo, sarebbe all'origine anche della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre del 1995, da parte dei carabinieri del Ros. Proprio su alcuni passaggi del negoziato tra Stato e mafia, nel processo al generale Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per aver lasciato fuggire Binu da quel casolare di Mezzojuso, ignorando le ''soffiate'' di Ilardo, stamane è chiamato a deporre in aula l'ex presidente della Commissione antimafia Luciano Violante. Ma cosa stava raccontando di così perico-

logo tra la mafia e le istituzioni, attraverso Forza Italia. Ma non solo. Ilardo aveva fatto il nome del socialista Salvo Andò, ex ministro della Difesa nel periodo delle stragi. Di lui, il confidente aveva detto che ''i collegamenti di Riina nascevano dai suoi contatti con il Psi''. Ma nell'elenco di Ilardo, indicati come personaggi vicini a Cosa nostra, sono in tanti: Giulio Andreotti, Lillo Mannino, Giuseppe Grippaldi (ex deputato regionale di An in Sicilia), Mimmo Sudano (ex senatore catanese dell'Udc), il magistrato Dolcino Favi (il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a De Magistris l'inchiesta Why not). E

Antonio Subranni, generale del Ros a quel tempo il diretto superiore di Mori. Il confidente disse a Riccio: ''Ho qualcosa da raccontare su di lui...''. Ma secondo Ilardo, Provenzano aveva una linea di rapporto con le istituzioni ''diversa e più segreta'', rispetto a Riina attraverso gli imprenditori: e a Riccio fece i nomi di Ligresti e Gardini. E ancora: il ''confidente'' parlò del senatore Antonino La Russa, e del figlio Vincenzo, padre e fratello del ministro Ignazio La Russa, come di alcuni tra

i ''tramiti insospettabili operanti tra gli ambienti di Cosa nostra e la direzione di Forza Italia per la Sicilia orientale''. Tutti nomi e rapporti ovviamente da verificare. E per questo motivo, Riccio inviò a Mori una serie di relazioni con le ''confidenze'' di Ilardo. Racconta Riccio: ''Mori mi chiese di non inserire i nomi dei politici, ma io quei nomi li scrissi tutti, tranne quello di Dell'Utri''. Perche'? ''Dopo quello che mi aveva detto Mori -spiego' Riccio – sarebbe scoppiato il finimondo''.

“Pillola abortiva? Tanto rumore per nulla” di Paola Zanca

eri l’Agenzia italiana del farmaco (AiIpillola fa) ha dato il via libera alla Ru486, la abortiva, che tra un mese potrà essere somministrata negli ospedali. Nei giorni precedenti non sono mancate le polemiche politiche (sul farmaco si attende inoltre il ‘verdetto’ dell’indagine conoscitiva voluta dal Parlamento) e sono comparse dure prese di posizioni sui media (oltre a quella de L’avvenire, anche Il giornale non è andato leggero, parlando di metodo per “togliere la vita a un piccolo essere umano”) . E ancora ieri mattina, durante la riunione del Cda dell’Aifa, Eugenia Roccella e Maurizio Gasparri hanno continuato a contestare qualsiasi ipotesi di aborto ‘a domicilio’. Secondo Vincenzo Spinelli, ginecologo e direttore sanitario dei Consultori Aied di Roma, la disputa sulla Ru486 è invece la classica tempesta in un bicchier d’acqua. Vediamo perchè. Dottor Spinelli, molto rumore per nulla? Decisamente sì. I casi di aborto con la Ru486 riguarderanno un’esigua minoranza di donne. Nessuno lo sottolinea mai, ma è importante ricordare che l’interruzione di gravidanza farmacologica è possibile solo entro sette set-

timane dall’ultima mestruazione (negli altri paesi invece è possibile entro nove settimane, ndr). Basta fare due conti: sono 49 giorni. Prima di avere il dubbio di essere incinta, di solito passano 30 giorni. Poi, di solito, una donna temporeggia prima di fare il test: aspetta di vedere se è solo un ritardo. E passa un’altra settimana. Poi si fa il test: se positivo, si va al consultorio. Lì il medico rilascia un certificato e, secondo la legge, prima dell’intervento devono trascorrere altri sette giorni, tempo concesso per eventuali ripensamenti. Siamo già al 45° giorno. Capite bene che si tratterà di casi rari. E se il caso è ritenuto urgente? Bisognerà vedere che dice l’Aifa e i risultati dell’indagine conoscitiva. In ogni caso, potrebbero dire che l’aborto farmacologico non contempla casi urgenti visto che comunque dopo i 49 giorni c’è ancora la possibilità dell’interruzione di gravidanza chirurgica. Chi teme che la Ru486 possa trasformarsi in un metodo anticoncezionale sbaglia? Su questo non ho dubbi. Anche perché, e anche su questo bisogna essere chiari, nessuna donna ha voglia di abortire. Se può, demanda il più possibile all’operatore sanitario, come succede nell’Ivg tradizionale.

Come funziona l’interruzione di gravidanza con la Ru486? Se le direttive dell’Aifa rimarranno le stesse, tutte le prassi dovranno svolgersi in condizioni di ricovero ospedaliero. Il primo giorno viene somministrato il Mifepristone, una molecola che consente all’endometrio di staccarsi dalla parete uterina e al collo dell’utero di dilatarsi. Poi, dopo quarantotto ore, si somministra il Misoprostolo, un prostaglandine che induce le contrazioni uterine e provoca le perdite ematiche. Da quando sarà possibile ricorrere alla pillola abortiva? In teoria entro un mese. In ospedale il farmaco ancora non c’è. Bisognerà ordinarlo e, conoscendo i tempi della burocrazia in Italia, se tutto va bene avremo i primi interventi all’inizio di novembre. Come risponde alle obiezioni dei cattolici? Ricordo che anche nel 1978, quando venne approvata la legge 194, i benpensanti dicevano ‘Vedrete, ora useranno l’aborto come contraccettivo’. Non è andata così: il picco massimo delle aborti si è avuto nel 1982, con circa 250.000 casi. Da allora, anno dopo anno, gli aborti sono diminuiti. Oggi siamo intorno ai 140.000 ma va con-

siderato che molti casi riguardano donne straniere che vivono condizioni culturali ed economiche spesso differenti. E poi vorrei ricordare una cosa. Lo sa come nasce la Ru486? Racconti. Il farmaco è stato scoperto nel 1980 in un laboratorio francese della Roussel Uclaf. Nel 1988 la Francia approvò l’uso della pillola ma due mesi dopo la Roussel Uclaf annunciò la sospensione della produzione. Avevano avuto pressioni esterne e c’erano forti reticenze etiche da parte del primo azionista della società, i tedeschi della Hoechst. Che durante la seconda guerra mondiale facevano parte della Ig Farben, la multinazionale che produceva il gas utilizzato nei campi di sterminio. Insomma, credo non ci si possa appellare all’etica solo quando fa comodo.

L’Aifa ha dato il via libera alla Ru486, il ginecologo Spinelli spiega perchè sarà usata in pochi casi

antimafia Piero Grasso di “fare i nomi di chi gestì questa indecente mercificazione dello Stato” con la mafia. E sbagliano le verginelle violate della commissione Antimafia, i vari Tassone, D’Alia e altri, che scoprono all’improvviso l’acqua calda, fingendo di non sapere che ciò che ha detto Grasso non è frutto di sue scoperte o intuizioni recenti, ma è tutto scritto nelle sentenze definitive di condanna degli esecutori materiali delle stragi: dopo Lima e Falcone, Totò Riina aveva in programma di eliminare una serie di politici (Martelli, Mannino, Andreotti, Vizzini e altri); poi però fu dirottato su Borsellino da un input esterno. Così, invece dei politici, morirono il povero giudice e, un anno dopo, altri dieci cittadini inermi. Grasso non può invece conoscere i nomi dei politici che avviarono o coprirono quell’immonda e criminogena trattativa con la mafia: li stanno cercando i pm di Palermo, Caltanissetta, Firenze e Milano che indagano sui mandanti occulti di via d’Amelio e delle stragi del ’93 a Milano, Firenze, Roma e sui patteggiamenti retrostanti fra Stato e Cosa Nostra. Sono altre le domande da porre al dottor Grasso. Riguardano la gestione quantomeno “minimalista” o “sbadata” del caso Ciancimino da parte della Procura di Palermo da lui diretta fra il 2000 e il 2005. Perché la lettera di Provenzano a Berlusconi, sequestrata dai carabinieri nel 2005 a casa di Ciancimino jr., non fu trasmessa ai magistrati del processo Dell’Utri, non fu allegata agli atti del processo al figlio di don Vito, ma fu “dimenticata” in uno scatolone, per giunta strappata e dimezzata? E perché Ciancimino jr. non fu mai interrogato su quella lettera del capo della mafia al capo del governo, né sulla trattativa del Ros con suo padre? E perché Grasso, nel 2000, non avvertì i colleghi sulle riunioni in carcere fra l’allora Pna Vigna e i boss (Aglieri e altri) ansiosi di “dissociarsi“ a costo zero,riunioni di cui anche lui era informato, salvo poi dichiarare: “Se ci fosse stato quel patto ci saremmo dimessi tutti”? E perché il pm Alfonso Sabella, che nel 2001 si oppose ai nuovi maneggi per la “dissociazione” dei boss, fu cacciato su due piedi dalla direzione delle carceri dove lavorava? E’ troppo sperare in qualche risposta esauriente, o anche per il dottor Grasso e i suoi sostenitori a mezzo stampa fare domande è “delegittimazione”?


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Martedì 20 ottobre 2009

La privatizzazione infinita della compagnia di bandidera

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CAPITALISMO ALL’ITALIANA

l 26 agosto 2008 nasce la Cai, Compagnia aerea italiana, non quotata in Borsa e presieduta da Roberto Colaninno. Ne fanno parte sedici imprenditori che si impegnano a conservare le quote per quattro anni. Tre giorni dopo l’Alitalia viene affidata al commissario Augusto Fantozzi che gestirà la bad company (cioè la vecchia azienda)

mentre la Cai, che rileva il marchio Alitalia, comprerà quanto è rimasto di buono provando a rilanciare il vettore aereo. Inizia lo scontro tra lavoratori, governo e Cai per decidere quante persone perderanno il posto e a quali condizioni saranno ri-assunte quelle che lo conserveranno. In un mese, tra il 16 dicembre 2008 e il 12 gennaio 2009, si decide tutti: 10.450 dipendenti

COSÌ TORNA LA VECCHIA ALITALIA uando sabato, all’aeroporto di Verona, i passeggeri di un volo Alitalia hanno iniziato a sospettare che l’annullamento del loro volo nascondesse in realtà un accorpamento, hanno iniziato a farsi una domanda. Non sarà che sta tornando la solita vecchia Alitalia, nonostante le privatizzazioni, i capitani coraggiosi della Cai e i 300 milioni di prestito ponte forniti per patriottismo aziendale dal contribuente italiano? Il caso, denunciato sul “Fatto Quotidiano” da Oliviero Beha, nasconda una prassi sgradevole per i clienti ma normale per l’azienda: “In Alitalia si è sempre fatto - spiega un ex pilota - sulle rotte con voli frequenti non si fanno viaggiare gli aerei mezzi vuoti, piuttosto si sopprime il volo e si spostano i passeggeri sulla corsa successiva. Soprattutto se il numero di persone non basta a coprire neppure i costi di carburante”. Discorso diverso per i voli intercontinentali che possono viaggiare anche quasi vuoti su una tratta se c’è la certezza che torneranno indietro pieni. Il ricorso agli accorpamenti non è il solo indizio che la nuova Alitalia sta tornando a essere come quella vecchia, almeno in certe caratteristiche.

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IL BUSINESS. Nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, si è detto soddisfatto del load factor dei suoi aerei, cioè della percentuale di riempimento: “Il nostro coefficiente di riempimento è salito al 76,8 per cento”, ha detto in un colloquio con “La Stampa” il 13 ottobre. Circa gli stessi livelli della vecchia Alitalia, anche se ancora di qualche punto inferiori a quelli dei concorrenti. Ma sono altre le continuità più rilevanti. Il piano Fenice, quello con cui la Cai (Compagnia aerea italiana, presieduta da Roberto Colaninno e alleanza dei “capitani coraggiosi” raccolti da Silvio Berlusconi) aveva

quattro pilastri: avere “costi più bassi e meno inefficienze”, come ha detto Sabelli; sfruttare al meglio il monopolio su alcune rotte italiane, in particolare quella Milano-Roma (che da sola vale il 10 per cento del traffico interno), avere un’azienda più piccola con meno aerei e farli volare di più. Quest’ultimo punto è stato abbandonato, perché tecnicamente impraticabile, anche se la flotta è stata ridotta di 45 veicoli. Un taglio che, secondo alcuni osservatori dell’azienda, è la vera spiegazione per la tenuta del load factor (stesso numero di passeggeri ripartito su meno aerei che quindi sono più pieni). Per quanto riguarda gli altri obiettivi, Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica alla Bicocca di Milano, spiega: “Con la crisi economica Alita-

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costo del lavoro.

Accorparmenti di voli debiti e bassi ricavi di Stefano Feltri

della vecchia Alitalia vengono assunti dalla Cai, 7000 ricevono una lettera con cui vengono messi in cassa integrazione a tempo indeterminato, 2.800 precari non vengono rinnovati. Il 13 gennaio avviene il passaggio di licenze tra le due compagnie, la vecchia e la nuova Alitalia, e alle 6.30 di mattino parte il primo volo da Roma a Milano.

Assistenti di volo e piloti Alitalia si imbarcano su un aereo (FOTO ANSA)

lia non ha potuto alzare i prezzi sul mercato interno, come avrebbe voluto fare (combinando il rincaro con un taglio delle tariffe per i voli europei e un’altra lieve maggiorazione su quelli intercontinentali), perché non c’erano le condizioni di domanda. Secondo l’Istat il costo dei voli aerei è addirittura sceso del 18 per cento”. I mancati rincari, però, sono stati compensati dal crollo del prezzo del petrolio che in un anno è passato da 140 dollari al barile a 70: nel 2009 la compagnia è riuscita a procurarselo a circa 57 dollari mentre per il 2010 ha già accordi per averlo a 68/69. Ali-

talia sta anche riuscendo a risparmiare sui costi fissi - incluso quello dei dipendenti - che però non sono mai stati il suo vero punto debole, tanto che il commissario liquidatore della bad company (quel che resta della vecchia Alitalia, soprattutto debiti) non lo includeva nella lista dei fattori strutturali che hanno determinato il fallimento, come si può leggere nella sua relazione al tribunale civile di Roma del novembre scorso. E lo stesso sostengono i dipendenti in cassa integrazione di Alitalia che hanno realizzato il documentario “Tutti giù per aria”: il problema non è mai stato il

Perché Giulio Tremonti scopre il fascino del posto fisso ha spinto Giulio Tremonti a fare ieri Croleosa un’apologia del posto fisso? Queste le padel ministro dell’Economia: “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”, e ancora “la variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. Il discorso va inserito nel contesto in cui è stato pronunciato: un convegno alla Banca popolare di Milano, un istituto di credito senza eguali nel mondo in cui sono i dipendenti a scegliere la dirigenza con un sistema di voto capitario (per teste e non per quote di capitale detenuto), dove i posti di lavoro si tramandano di generazione in generazione. E quindi era il contesto più consono per celebrare la stabilità. Anche perché la Bpm è l’unica banca davvero amica di Tremonti, che ha fortemente sponsorizzato la candidatura (vincente) di Massimo Ponzellini alla presidenza contro l’uscente Roberto Mazzotta, esponente di una finanza cattolica lontana dalla sfera culturale tremontiana. Tremonti ha parlato anche di altro, della “compartecipazione che è meglio della cogestione”, delle banche che controllano gruppi industriali “nonostante la Costituzione”. Ma sono soprattutto le sue parole sul posto fisso ad aver suscitato commenti dall’opposizione, da quelli entusiastici del sindacalista della Fiom Giorgio Cremaschi alle critiche di Pierluigi Bersani. Dice l’ex ministro e candidato alla segreteria del Pd che “Tremonti dice tutto e il contrario di tutto, se un precario avesse ascoltato quello che ha detto il ministro sarebbe anda-

to fuori di testa”. In effetti Tremonti, imponendo tagli a quasi tutti i ministeri per ragioni di bilancio, è stato indiretto responsabile della perdita di alcuni posti di lavoro (si ricordano le tensioni con il ministro Mariastella Gelmini per i tagli alla scuola, con Tremonti che è sempre riuscito a imporsi). Ma va anche ricordato che, fin dall’inizio della crisi, il ministro dell’Economia si è sempre presentato come il campione dell’economia reale contro la finanza, il difensore di una via europea al capitalismo “non mercatista” che implicava il rifiuto degli elementi più tipici del modello anglosassone, tra cui i frequenti cambi di lavoro e i licenziamenti facili. Più difficile intuire dietro le parole di Tremonti un progetto politico concreto, visto che finora il ministro non si è mai ingerito in materie di competenza del ministro del Welfare Maurizio Sacconi (di cui è ascoltato consulente Michele Tiraboschi, già collaboratore di Marco Biagi nel progettare un mercato del lavoro più flessibile). A chi parlava, dunque, Tremonti quando affermava che “la stabilità del posto di lavoro è un obiettivo fondamentale”? In parte alla sua maggioranza, sparigliando il dibattito e spostando l’attenzione su un tema diverso da quelli in agenda. Anche se, va ricordato, durante tutta la crisi -la priorità del governo è sempre stata quella di non rischiare posti di lavoro, almeno quelli ad alta sensibilità politica (gli incentivi alla Fiat sono stati dati con questa motivazione, idem i Tremonti-bond e la moratoria sui debiti delle imprese). Ma parlava anche a un pubblico più largo, a cui si ripropone come un politico trasversale che riassume in sé le istanze di una nuova destra ma anche alcuni dei temi classici della sinistra, un ruolo che aveva conquistato con la pubblicazione del suo libro “La paura e la speranza” e poi gradualmente perso nella prassi di governo. (Ste. Fel.)

I CONTI. “Anche la vecchia Alitalia chiudeva il trimestre estivo in pareggio”, dice il professor Arrigo per ridimensionare l’ottimismo con cui Sabelli ha annunciato ieri i risultati del terzo trimestre 2009 alle rappresentanze dei sindacati. Colaninno ha smentito che ci sia bisogno di un aumento di capitale, ma i soci della Cai non sono entusiasti dell’investimento anche se - si è scoperto da poco - nessuno si è ancora sganciato, neppure Emma Marcegaglia che lo aveva annunciato quasi un anno fa. “Il problema di Alitalia è che è riuscita a ridurre alcuni costi, ma non ha trovato un modo per aumentare i ricavi. Ha tagliato alcuni voli intercontinentali che sono quelli con un maggior margine di guadagno per passeggero. Anche per questo, basandomi sui numeri e sui trend attuali, temo che l’azienda chiuderà il 2009 in rosso di 500 milioni di euro”. Nei primi sei mesi ne ha già persi 273. Il recente finanziamento di 100 milioni di euro per quattro anni concesso all’azienda dalle banche Unicredit e Intesa Sanpaolo (che è pure azionista della Cai, oltre che consulente del governo nella fase di privatizzazione) è una normale operazione di finanza aziendale, ma non tutti hanno visto come un segnale positivo il fatto che un’azienda fallita per i troppi debiti ora ricominci a indebitarsi per cifre così rilevanti. I LAVORATORI. Tra i risultati vantati da Berlusconi - “la sfida è quasi vinta”, ha detto nei giorni scorsi - c’è la difesa dei posti di lavoro. Ma quei dipendenti che sono riusciti a conservarlo (sugli aerei e a terra gli organici sono ridotti al minimo, si racconta anche di impiegati distaccati allo scarico bagagli durante l’esodo estivo), stanno scoprendo a quale prezzo. Il movimento delle “mamme inCAIvolate” protesta da mesi contro le lettere di assunzione firmando le quali - con l’avallo dei sindacati - hanno rinunciato a una serie di limitazioni di orario che spettano per legge a chi ha figli piccoli (sotto i tre anni o sotto i dodici se si è unici affidatari) o disabili in famiglia. Oltre a condurre una battaglia legale contro la compagnia, si sono mossi per cercare sponde politiche. E visto che le promesse sui dipendenti sono state una vicenda molto politica, argomento forte della campagna elettorale berlusconiana, bisogna registrare le posizioni in campo: Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, rappresenta la linea dura, che cerca di difendere l’Alitalia per evitare che il malcontento dei lavoratori danneggi l’immagine dell’impresa e dei “sedici coraggiosissimi imprenditori”, come li ha definiti Berlusconi. Le mamme e gli altri dipendenti in rivolta stanno invece trovando una sponda in Mara Carfagna, ministro delle pari opportunità, e in una parte della destra, da Gianfranco Fini ad Alessandra Mussolini. Il ruolo di mediazione, come sempre, spetta al sottosegretario Gianni Letta che ha il compito di non far rimpiangere troppo - almeno ai dipendenti - l’Alitalia di una volta.

CONCORRENZA

L’Antitrust contro le Poste italiane

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Antitrust ha deciso di avviare un'istruttoria per verificare se Poste italiane abbia abusato della sua posizione dominante ostacolando i concorrenti (soprattutto Tnt) nell'ambito dei servizi liberalizzati del settore postale.

BORSA DI CRISI

Migliori e peggiori a Piazza Affari

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econdo il rapporto R&S Mediobanca, i peggori titoli nella crisi (durante l’ultimo anno e mezzo) in Borsa sono stati Seat Pagine Gialle (-89%) e Risanamento (-87%), seguiti da Zucchi ed Eutelia (entrambe -84%), Pirelli Real Estate (-82%) e Aicon (-81%). Questi i migliori: Bastogi (+123%), Ansaldo Sts (+58%), Tiscali (+42%) e Landi Renzo (+36%). Tutte in positivo le società di calcio: l'As Roma è cresciuta nel periodo in questione del 33%, la Lazio del 31% e la Juventus dell’1 per cento.

PETROLIO

La marcia verso gli ottanta dollari

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l prezzo del petrolio continua a salire e tocca un nuovo massimo nelle quotazioni a New York: 79,54 dollari. Continuano le oscillazioni, ma ormai è chiaro che si sta assestando intorno agli 80 dollari al barile.

AIUTI EUROPEI

L’Europa per il Parmigiano

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ra gli aiuti in arrivo al settore del latte in crisi ci sono anche quelli chiesti dall'Italia per il Parmigiano Reggiano. A precisa domanda, il commissario Mariann Fischer Boel conferma che “è possibile utilizzare l'intervento di 280 milioni anche per l'ammasso privato del formaggio”. Le proteste degli allevatori, alcuni anche italiani, questa mattina a Lussemburgo hanno avuto successo: chiedevano aiuto per il crollo dei prezzi nel settore caseario che li costringe a lavorare in perdita.


Martedì 20 ottobre 2009

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Il Governo dimentica il piano casa le Regioni si scatenano

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MATTONATE

l piano casa del governo che doveva risollevare i costruttori dalla crisi e cementificare i sogni degli italiani, a sette mesi dall’intesa quadro Stato-Regioni, si sta rivelando un attentato all’ambiente. I lavori sono partiti in 13 regioni e con regole diverse. La provincia autonoma di Bolzano consente aumenti di oltre il 60% per case di almeno 300

metri cubi. La Toscana è stata la prima ad approvare la legge, ma le richieste presentate sono state meno di 70: sono disponibili ampliamenti di 70 metri cubi per edifici uni-bifamiliari o fino a 350mc, ma i possibili vantaggi interessano a pochi. In Veneto offrono più 40% in caso di demolizione o ricostruzione e addirittura il 50 per la delocalizzazione. Il

Lazio ha esagerato (più 60% per la riconversione turistica) e il governo l’ha bloccato, stessa sorte per la Basilicata. Invece con la Puglia - che aveva istituito l’obbligo di parcheggi “proporzionati” - il governo ha addirittura aperto il conflitto alla Consulta. La Serdegna di Ugo Cappellacci, invece, non risparmierà nemmeno le coste.

CEMENTO SUL DESERTO

La Liguria ha il record italiano di case vuote ma la Regione concederà ampliamenti oltre il 50% di Pino Giglioli

e Carlo Tecce desso gli amici del cemento hanno due patroni da celebrare: San Ugo Cappellacci, il 16 ottobre, e San Claudio Burlando, il 28 ottobre. La prima data, ricorderanno i libri di storia urbanistica, celebra l’approvazione del piano casa sardo che in un colpo cancella l’èra Soru e spinge il limite di edificabilità praticamente sul bagnasciuga. La seconda, invece, ricorderà il giorno in cui una giunta di centrosinistra varerà un piano casa che farebbe impallidire perfino il Cavaliere. Qui dove ci sono migliaia di case vuote. IL PIANO. “Il destino del paesaggio ligure si gioca il 28 ottobre”, avverte Carlo Vasconi. Il consigliere regionale dei Verdi, in veste di presidente della VI Commissione ha in mano le bozze del piano casa che sta per essere approvato e indica alcuni emendamenti: “Ampliamenti di immobili residenziali fino al 75%, tanto per cominciare. Poi possibilità di ampliare del 20% anche gli insediamenti agricoli, artigianali e industriali”. Vasconi fa parte della maggioranza, ma soffre, e si vede: “Sono compresi negli aumenti perfino gli immobili condonati, un segnale tremendo per chi ancora crede

A

nella legalità. La giunta di centrosinistra è andata molto oltre il centrodestra, molto più in là di Berlusconi. Questo è un piano casa che sembra scritto apposta per le lobby del cemento”. Attaccano gli ambientalisti, ma anche esponenti politici dello stesso centrosinistra: “É il peggior piano casa d’Italia”, sostiene Roberto Della Seta, capogruppo Pd nella commissione Ambiente del Senato. É già toccato alla Sardegna amministrata da Cappellacci, pochi, però, si aspettavano che ad ampliare ulteriormente i limiti suggeriti da Berlusconi fossero regioni di centrosinistra. Una in particolare, la Liguria, come ha annunciato Bruno Lugaro sul “Secolo XIX”. SPREMUTA. La stessa Liguria che negli ultimi anni ha già spremuto ogni centimetro quadrato ancora libero dal cemento e, come la Sardegna, campa con il turismo. Negli ultimi anni, infatti, giunte di centrodestra (Sandro Biasotti) e centrosinistra (Claudio Burlando) hanno dato via libera a progetti per oltre tre milioni di metri cubi di nuove costruzioni, mica pochi, soprattutto se concentrati sulla costa, una striscia di terra profonda poche centinaia di metri. Case e moli: nel giro di dieci anni Biasotti e Burlando hanno approvato la costruzione di decine di

Una veduta panoramica del porto di Genova (FOTO ANSA)

nuovi porticcioli turistici, raddoppiando di fatto i posti barca da 14 mila a quasi 30 mila. La Liguria detiene ormai il record di un ormeggio ogni 47 abitanti. Il 28 arriverà il voto decisivo. Le novità più contestate dovrebbero passare senza problemi all’esame dell’aula. Vasconi riassume il piano: “Saranno ammessi aumenti fino al 60% (che arriveranno al 75% per chi rea-

lizza migliorie architettoniche, energetiche e antisismiche) per gli immobili residenziali sotto i 150 metri cubi, del 40% sotto i 200. Sarà possibile costruire stanze e nuovi piani, con quelle aggiunte posticce che hanno effetti orrendi sul paesaggio”. Ma i parchi dell’Entroterra? “Gli ampliamenti saranno possibili, ma ci vorrà il permesso del Parco”. I centri storici? “Occorrerà

Non lo dire in giro he banca è Mediobanca! Che solidità patrimoniale. Che efficienza. Che capacità di resistere all’urto della crisi finanziaria. Certo, per garantire gli eccellenti risultati che emergono dal bilancio 2008-2009 occorre una guida sicura e di qualità. Forse più di un timoniere. Quanti? Parecchi a giudicare dai compensi agli amministratori: a Mediobanca ci sono sei supermanager che prendono più di 1,5 milioni di euro all’anno, stock option escluse. Come dire che ci sono sei amministratori delegati o almeno sei maghi del business pagati come tali. I nomi spuntano tutti i giorni nelle cronache finanziarie. Cesare Geronzi è il presidente, ben noto per i suoi saldi addentellati politici, a destra e a sinistra: nell’ultimo esercizio di Mediobanca ha guadagnato 3,282 milioni, più 24.000 euro (il reddito medio di una famiglia italiana) di emolumenti non monetari. Geronzi ha un ruolo importante, con delle deleghe operative, ma pochi presidenti in Italia guadagnano come lui. Giovanni Bazoli, a Intesa Sanpaolo, viaggia sulla metà. Ma nessuno, piaccia o non piaccia, in Italia ha le “entrature” di Geronzi. Mediobanca vuole il meglio e paga quanto occorre. Anche i suoi manager fanno scintille. Alberto Nagel, l’amministratore delegato di tutt’altra pasta, allevato a

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Chi decide questi “stipendi”? All’interno del consiglio di amministrazione opera un “comitato remunerazioni”, secondo le migliori pratiche della governance internazionale. Ne fanno parte Geronzi stesso, il finanziere francese Vincent Bolloré, l’imprenditore franco-tunisino Tarak Ben Ammar, gli imprenditori Carlo Pesenti, Jonella Ligresti e Carlo Bertazzoni, il professionista Angelo Casò. Un gruppo molto omogeneo e ben affiatato. Del resto di che cosa possono lamentarsi gli azionisti? La banca è solida (con un coefficiente patrimoniale sopra il 10% non la batte nessuno in Italia), è redditizia (anche se la crisi finanziaria ha fatto precipitare gli utili 2008-2009 a 3 milioni dai 1.013 dell’anno precedente), paga un dividendo (quest’anno sarà però di “car ta”, un azione ogni venti possedute), prova a espandersi all’estero (con molta cautela). Ed è nella stanza dei bottoni delle Generali, di Telecom Italia, di Rcs (“Corriere della Sera”). Solo per citarne alcune. Ma per giocare a questi livelli occorrono i migliori. Come dice Florentino Perez per il suo Real Madrid stellare di Cristiano Ronaldo, Kakà, Xavi Alonso e Benzema. E i migliori costano cari.

MEDIOBANCA COME IL REAL MADRID di Joan Robinson

pane e memoria di Enrico Cuccia, sta sui 2,410 milioni di euro, più 150.000 come consigliere di amministrazione e 4.000 di compensi non monetari. Identico il trattamento riservato al direttore generale Renato Pagliaro, un altro dei Mediobanca boys, in sana competizione con Nagel. Ma il compenso da supermanager è riservato ad altri tre dirigenti della banca d’affari di piazzetta Cuccia: Maurizio Cereda (1,577 milioni), Massimo Di Carlo e Francesco Saverio Vinci (1,654 milioni a testa), cui si aggiungono 150.000 euro per il consiglio di amministrazione. I magnifici cinque, escluso dunque Geronzi, devono però essere coinvolti anche nel destino della società che dirigono. E quindi per loro è stato studiato un piano di stock option con tutti i crismi della modernità. Lo scorso anno lo sfavorevole andamento dei mercati ha impedito loro di incassarne i frutti. Ma se il futuro mantiene le promesse, ciascuno di loro potrà arrotondare la non misera paga, disponendo di 575.000 opzioni per comprare azioni Mediobanca al prezzo di 13,244 euro. Dovranno però aspettare almeno cinque anni dal momento dell’assegnazione.

il via libera del Comune”. Nessuna clemenza, nemmeno un panorama fermerà le ruspe: “Nelle aree definite zone-anima, cioè quelle di grande pregio paesistico, ma con vincoli meno stringenti, si potranno ampliare i volumi fino al 60%, purché le costruzioni si trovino ad almeno 300 metri dal mare. Un disastro, perché la bellezza della nostra regione, quella che noi liguri amiamo e che richiama i turisti, dipende proprio dall’integrità delle zone-anima”. E’ previsto anche un aumento del 20% dei volumi per edifici artigianali, agricoli e industriali (con una soglia, però, ancora da definire). Ci sono delle esclusioni: condomini, fabbricati abusivi, aree inondabili o a rischio frana. A Sanremo ricordano un episodio denunciato dalla Stampa un anno fa: nel 2008 il Comune votò compatto – con il sì della maggioranza di centrosinistra e il solo voto contrario della Lega – la trasformazione in zona edificabile di un’area che appena 20 anni prima era stata definita “frana attiva”. A nulla valgono le proteste di chi fa notare che la Liguria detiene il record italiano di case vuote (65.000) in rapporto agli abitanti e soprattutto di spopolamento (secondo i dati della stessa Regione la popolazione nei prossimi 20 anni scenderà a poco più di 1,4 milioni, quasi 200 mila in meno di oggi). L’ASSESSORE. Colate di cemento? Nessuna, solo illusione ottica, per l'assessore all’urbanistica, Carlo Ruggeri: “Il piano era necessario. Il testo approvato in giunta non prevede alcuno scempio. Chi vuole ampliare sino ai 200 metri cubi può usufruire del 30%, poi abbiamo previsto delle fasce. Noi vogliamo aiutare chi possiede poco, non chi ha tanto: non daremo oltre il 10% per i 1.000 metri cubi”. E chi prevede misure antisismiche, pannelli solari? “Potrà usu-

fruire di una premialità, ovvero dei bonus, un altro 10%, per chi ha meno di 200 metri cubi si potrà arrivare al massimo, proprio al massimo al 40%. Il 75? Non esiste”. Eppure all'articolo 4 del disegno di legge, oltre il 10% per gli ambientalisti, si prevedono due “ulteriori” 5%: ovvero 20 in totale e, per chi vuole ampliare 200 metri cubi, è a disposizione un bel 50% e non 40. E per le case condonate? “Noi abbiamo escluso i condoni gravi e meno gravi, certo dobbiamo appurare la legittimità del comma. Se lei compra da me una casa condonata sei anni fa, qual è il problema? Lei non ha un problema. Ci sono una trentina di emendamenti, vedremo”. Ruggeri è infastidito: “Non mettiamo in giro false notizie. Chi dice queste cose? Della Seta?”. PROTESTA. Inizia una settimana decisiva, il testo già di per sé violento con l'ambiente potrebbe inasprirsi, e quindi il presidente Claudio Burlando vuole silenzio intorno. Comincia con il non rispondere al telefono. L’opposizione sollecita un’approvazione rapida, qui dove la trasversalità politica spunta sulle beghe: “Abbiamo perso anche troppo tempo”, spiega Biasotti. Se destra e sinistra sembrano compatti, il Pd e la maggioranza si sfaldano all'interno. I consiglieri delusi di centrosinistra si confidano: “Erano state presentate due versioni del piano. Una, più restrittiva, della maggioranza, un’altra del Pdl con primo firmatario Nicola Abbundo, imprenditore, guarda caso del settore immobiliare. Stranamente gli emendamenti presentati da Luigi Cola, consigliere del Pd e già sindaco di Cogoleto attivissimo nel concedere permessi edilizi, hanno recepito le principali richieste del centrodestra. Sono tutti d’accordo”. Se la politica sembra aver già deciso, il popolo dei blog si mobilita. Il sito della Casa della Legalità ha lanciato un appello: “Sommergiamo di mail la Regione. Per fare un favore ai costruttori, qui si distrugge l’ambiente” Il destino del paesaggio ligure sembra già segnato: i candidati alle prossime elezioni regionali del 2010 saranno Claudio Burlando e Sandro Biasotti (gli stessi del 2005, alla faccia del rinnovamento). Chiunque sia eletto, vincerà il mattone.

Carlo Vasconi (Verdi): “Il destino del nostro paesaggio si gioca il 28 ottobre”


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Martedì 20 ottobre 2009

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L’INCHIESTA

x Pendolari mentre salgono su un treno In basso, l’.a.d. delle Ferrovie Mauro Moretti (FOTO ANSA)

QUEI MARTIRI ITALIANI CHIAMATI PENDOLARI

sognavano la mensa. Ritardi allora come oggi. Il capo stazione spiega a Bocca. Tempo di fermata, un minuto per stazione ma i marciapiedi sono lunghi un chilometro e gli operai fanno fatica a starci. I minuti diventano sette o dieci. Eppure in quell’Italia che respirava male non era mai successo che i treni pendolari saltassero le stazioni. I viaggiatori del duemila accendono i Pc per sapere cosa succede sugli altri treni. La rete dei pendolari è più larga della rete delle ferrovie (15 mila chilometri in Italia, 55 mila in Francia). Internet unisce le pene, qualche volta fa ridere. Una voce racconta l’allarme lanciato da un pendolare Bergamo-Milano. Cancellato il treno delle 7,32, il treno delle 7,20 viene ritardato di quindici minuti per raccogliere gli orfani del locomotore in panne. “In via eccezionale”, annuncia l’altoparlante, il treno avrebbe fermato a Treviglio e Pioltello. Passeggeri di due convogli schiacciatissimi in uno. Ma il treno salta Pioltello: urla, proteste. Arrivano a Lambrate coi pugni in tasca, di corsa verso il pendolare che torna a Pioltello. “Si era accumulato troppo ritardo”, avrebbe risposto il capotreno. “Una vergogna”, il commento che arriva al Pc da Mestre. Piacentini, lombardi, liguri e veneti si rivolgono al Giudice di pace contro Trenitalia. Un po’ con i sindacati, gli altri si affidano alla difesa dei Consumatori. Piacenza strappa la sentenza madre di tutte le sentenze, testo base per mille rivendicazioni pronte a partire. Il Giudice di pace Luigi Cutaia ha riconosciuto all’avvocato Umberto Fantigrossi, professore all’università Cattaneo di Castellana, provincia di Varese, mille euro per risarcire il danno esistenziale del pendolarismo: provoca “grave stato di disagio fisico e psicologico”. Viaggio che esaspera lo stress.

Il racconto di un popolo che ogni giorno combatte con sporcizia, abbandono e fermate soppresse

di Maurizio Chierici

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L GIORNO SI SVEGLIA TARDI, quasi buio: sei e dieci. In fila davanti al Panino per il Viaggiatore, cartellone rosso del bar. Caffè, cappuccini, masticano qualcosa. Ragazzi e ragazze, zaino in spalla. I call center alzano la saracinesca alle otto e mezza e non possono giocare con l’ottimismo della puntualità di treni mai puntuali. Sono le avanguardie dei 500 mila pendolari che ogni giorno sbarcano a Milano. Nella sala d’attesa, afflosciate come stracci, sei nigeriane controllano l’orologio: il Torino delle sei e trentotto dovrebbe essere già arrivato. Hanno finito il turno della notte a luci rosse. A casa, per poi tornare a fine pomeriggio. Malgrado ronde e polizie il lavoro non manca. “Piacenza, stazione di Piacenza”, voce marron dell’altoparlante che ha ancora sonno. Il convoglio pendolari ferma in ogni stazione: 71 chilometri, un’ora e cinquanta, ma diventano sempre due, due e dieci. Arrivano i viaggiatori della seconda ondata. Mancano quattro treni con passeggeri in piedi all’ultimo pendolare delle 7,59. Viaggiatori in bici, moto, qualche macchina. Abitano in città e nella campagna attorno; in viaggio da mezzora. Parcheggi attrezzati accanto alle stanze dell’Associazione Pendolari. Non è un dopolavoro con bigliardo, ma tavoli nudi che a fine settimana diventano tavoli di

rabbia. Assemblee per organizzare vecchie e nuove proteste. Ma é difficile col muro di gomma di Trenitalia. Parole, parole e quasi niente. I passeggeri delle 6 e 12 sembrano meno trafelati, qualche cravatta, signore dalle grandi borse. Sempre abiti scuri o calzoni neri che le ragazze sdrammatizzano nei blue jeans. La spiegazione non cambia a Piacenza o sul Genova-Milano o nelle viaggiatrici che attraversano la Liguria. Come deve vestire una donna costretta dodici ore fuori casa? Macchie da confondere, tessuti lavabili. Femminilità provvisoriamente sfumata e chi lavora fra la gente prova ad ingentilirla in treno. Specchi del trucco che si aprono quando la corsa rallenta davanti alle stazioni, ma appena il treno riparte il dondolio dei vagoni che dondolano su vecchi binari complica le cose. Ecco il nostro treno, prima classe: dovrebbe essere lo 7,01, arriva alle 7 e 12. La lavagna luminosa imbroglia: ferma il ritardo a cinque minuti. Comincia l’accumulo dei minuti perduti. Prima classe, almeno ci si siede: spiegazione di Ettore Fittavolini, quadro direttivo Unicredit Milano, presidente dei Pendolari di Piacenza. Lo seguo per capire. La prima costa il 35 per cento in più della seconda classe anche se è impossibile prenotare il posto. E se il pendolare si siede nel posto prenotato da un viaggiatore qualsiasi, deve alzarsi. Il 7,01 é un treno svelto, ferma solo a Lodi. A parte gli undici minuti di ritardo e la folla che

ESEMPI

GERMANIA: TRENI A 5 STELLE Hannover - Anche Gerhard è un pendolare. Tedesco. Ogni giorno feriale parte di primo mattino e viaggia tra Uelzen, una cittadina di 35 mila abitanti nell’idillica landa di Luneburgo - grandi estensioni di erica, torbiere, pecore al pascolo - e Hannover, dove lavora. L’idea di trasferirsi in città non lo ha mai sfiorato, perché, mi spiega, le sue radici sociali sono nella città in cui è nato e sono troppo importanti per lui. Nei primi anni percorreva in auto, insieme a un collega, il centinaio di chilometri che lo separano dal posto di lavoro, ma allo stress della guida si aggiungeva a quello lavorativo. Così nel 2006 – dopo un brutto, ma in un certo senso provvidenziale incidente – ha deciso di utilizzare i treni, società a capitale interamente privato che gestisce il servizio per i pendolari, la Metronom Eisenbahngesellschaft GmbH che è oggi la più rilevante del settore in Germania. I treni blu e gialli, a due piani della Metronom percorrono attualmente oltre 8 milioni di km all’anno e trasportano 29 milioni di passeggeri (metà pendolari) dai piccoli centri periferici alle grandi città di Amburgo, Brema e Hannover. Tatjana Festerling, addetta stampa della Metronom, sottolinea che il successo raggiunto nei pochi anni di attività dell’azienda dipende largamente dall’orientamento alle esigenze dei clienti. Gerhard non si sente di contraddirla: la puntualità dei treni pendolari è effettivamente molto elevata (tra il 96 e il 98% in relazione alle linee, precisa Festerling), le carrozze sono moderne, comode e climatizzate; servizio accurato che prevede una ricca gamma di offerte, dai distributori automatici di bevande calde e spuntini alla possibilità di portare la bicicletta in determinato orari. La rete Metronom è ovviamente integrata in quella delle ferrovie tedesche e in quelle locali. Hannover (600 mila abitanti) è del tutto rappresentativa della realtà tedesca: 15 linee tra metropolitane veloci di superficie e treni come il Metronom, 12 linee metropolitane, 150 linee di autobus assicurano spostamenti rapidi e sicuri. Chi come Gerhard ha un abbonamento annuale ha la possibilità di prenotare un posto a sedere che gli verrà riservato per tutto l’anno sui treni scelti, e il sabato può fare shopping ad Hannover con l’intera famiglia. Senza alcun costo aggiuntivo. A proposito di costi: Gerhard spende 2136 euro all’anno per il suo abbonamento, che paga in rate mensili. Non è poco, ma viaggiare in auto comporterebbe costi quasi tre volte superiori, senza considerare lo stress, e le norme fiscali tedesche tengono in considerazione queste spese. Non tutto però è perfetto, nemmeno in Germania: sulla bacheca online della Metronom sono molti i viaggiatori che si lamentano. Non per i disservizi dell’azienda, ma per l’inciviltà di certi tifosi del fine settimana che già mentre raggiungono gli stadi eccedono con l’alcol. Danni alle carrozze sono frequenti, ma Gerhard non sembra preoccuparsene troppo: il lunedì mattina il suo Metronom è nuovamente pulito e accogliente come piace a lui.

arremba i predellini, salire può essere complicato. Porte che non si aprono e come pesci nell’acquario chi è dentro fa segno di no. Altri vagoni chiusi con luci spente. Non si capisce perché li portino in giro. Stamattina mancano ferrovieri e il convoglio si accorcia. “Si accorcia ogni mattina. Mancano sempre…”. Non solo malattie e riposi, forse organico snellito. Chissà. Quanto costa l’abbonamento prima classe? “1248 euro, più i 300 euro di tram e metrò. I contratti pendolari sono a macchia di leopardo, cambiano di regione in regione e il confine regionale diventa una frontiera. In Lombardia non valgono gli accordi dell’Emilia Romagna che unifica il prezzo sommando treno e tram. A Milano paghiamo tutto”. Chiacchieriamo seduti, qualche ragazzo di seconda in piedi nel corridoio. Provo ad attraversare le seconde classi. Impossibile. Un muro. Se il treno all’improvviso frena, non cade nessuno. Non vedo mani da operai: lisce, mai screpolate. E gli operai dove sono ? Non conosco i signori attorno ma i signori ascoltano e sorridono dietro al giornale. Appartengo all’universo stanziale, insomma, fuori dal mondo vagante di quasi metà degli italiani. Gli operai sprofondano in un passato in bianco e nero. I loro treni si sono fermati negli anni settanta quando la cintura milanese cominciava a trasformare le fabbriche in centri contabili, supermercati, laboratori, teatri. E i

Brignole alle 6 e 35, treno che arriva da Sestri e raccoglie i pendolari del ponente ligure su Milano. Mi accorgo di scrivere come loro parlano. Contaminazione dei discorsi di viaggio, lessico del pendolare sintetico, puntuale, sbrigativo. La signora è sposata, due figlie. L’organizzazione familiare prevede l’intreccio di tre baby sitter. La prima arriva alle 7 e 15 mentre Claudia è in viaggio e il marito sta per uscire. Vita familiare che insegue al telefono: racconti delle ragazze, novità di chi chiama. Tredici ore fuori casa. Ansie che tornano nelle viaggiatrici di ogni treno. Cecilia Pasini, ricercatrice Cnr a Milano, monta sul pendolare di Piacenza dopo aver distribuito i bambini a nonni, asilo, scuola: dipende dalle stagioni. Anche il marito viaggia. Forse si sono conosciuti così.. Come ogni treno, i treni veloci della Genova-Milano corrono in ritardo. Dieci, quindici minuti anche se è migliorato il rapporto tra gli orari del cartellone e il tempo reale di arrivi e partenze. Ma è solo un artificio dell’italico ingegno. L’ufficializzazione dei ritardi illude sulla precisione dei viaggi. Treni il cui arrivo era previsto alle 8 del mattino, arrivavano verso le 8 e 10. Il vecchio ritardo ha dilatato l’orario ufficiale (8,10, appunto), ma il tempo di percorrenza non cambia. Doverosamente si aggiungono i nuovi ritardi. Caldo e freddo diventano problemi che è complicato superare. Con l’illusione di adeguarsi agli standard europei, nel bagno di ogni carrozza si è insediato un condizionatore. Resta un rimedio precario, trapianto difficile, non sempre funziona. Racconta Claudia Rotondi: “D’estate vanno in tilt, si viaggia senza aria condizionata. Se il capotreno è intelligente sblocca i finestrini”. Ma non sempre lo è: pesci al forno. O il gelo di un’aria mal regolata: “Il pendolare si dota di un abbigliamento supplementare, maglie e scialli di lana. A volte, in pieno inverno, le Tshirt dell’estate. Nella mia borsa non manca il nastro adesivo. Chiudo la bocca dei condizionatori quando il gelo diventa insopportabile o fermo la guarnizione che ieri mi penzolava sulla testa”.

La lavagna luminosa imbroglia: ferma il ritardo a cinque minuti. Comincia l’accumulo dei minuti perduti. In prima almeno ci si siede pendolari mettono la cravatta del manager con segretaria, e le segretarie pendolari parlano inglese e tedesco, e i ragazzi del call center (massimo 900 al mese, contratti a termine, panini nello zaino preparati a casa) se non sono dottori, almeno un diploma. Eppure la vita é la stessa dei padri. Il conforto dei treni ricorda il dopoguerra.

SPORCIZIA E ABBANDONO Non solo sedili macchiati, sfondati, sbilenchi. Il degrado raccoglie l’accumulo di una disattenzione che risale dal passato. Vagoni senza età, restaurati con parsimonia, aggiustamenti in decomposizione. Si viaggia nella rassegnazione di un’Italia dimenticata diversa dalle abitudini di passeggeri che devono avere nervi di lana per assorbire la differenza con la loro quotidianità. Si svegliano in case pulite, insomma normali, per attraversare nei vagoni delle immondizie lo spazio che li divide dal lavoro. “Le carrozze sono sporche, soprattutto fatiscenti. Braccioli o poggiatesta sfondati, macchiati, e poi l’odore. Il restyling non ha retto neppure due anni. Un disastro. Delle ritirate (chiamiamole così), meglio non parlare. Nessuna donna li utilizza se non in casi emergenza. E poi sempre fuori servizio. Chiusi a chiave per vergogna. Anni fa credo di avere inaugurato una tendenza che ha preso piede: portarsi da casa un grande foulard da stendere sul poggiatesta per rilassarsi senza timore di qualche parassita. Ogni sera il foulard va nella roba da lavare”. Claudia Rotondi, docente universitaria, parte da Genova

LA VITA DI CHI VIAGGIA Il “mio” treno arriva a Lodi. Cento metri di marciapiede coperti da una folla che intimidisce, quasi la domenica a San Siro. Piacenza resta l’ultima frontiera della prima classe. Da Lodi in poi il privilegio sparisce. Tutti in piedi, proprio tutti. Il corridoio della prima soffocato da viaggiatori di non si sa quale biglietto. Controllori murati nell’angolo di un vagone lontano. Man mano che Milano si avvicina, libri e giornali si abbassano per guardare l’orologio. Mentre sfilano le stazioni la memoria dei tempi di marcia diventa amara. “Sedici minuti di ritardo…”. Aprono i telefoni: “ Oggi come ieri. Arrivo alle nove, speriamo….”. Libri e giornali. I pendolari conservano il piacere di

una lettura ormai soffocata dall’inerzia del rilassamento televisivo. Sfogliano con una dedizione perduta. Chi scuote la testa sui titoli di prima pagina e chi affonda nei romanzi. Ma cosa leggere in treno? Federica Albini, pendolare delle 7,59, ha lasciato l’insegnamento nel 1994: è redattrice di uno studio editoriale. Arriva in bicicletta al treno di partenza, scende a Lambrate, altra bici per pedalare verso il lavoro. Nella pagina che ogni quindici giorni La Libertà di Piacenza dedica ai forzati del mattino, consiglia i libri da leggere in treno. Consigli allargati al settimanale on line Domani: dieci, dodicimila letture. “Un libro in borsetta è un’effigie deterrente del viaggio di un pendolare. Fa parte del bagaglio e deve rispondere ad alcune esigenze. Deve essere leggero perché il piacere di un paio d’ore di lettura non sia offuscato da un peso supplementare eccessivo. Deve essere leggibile anche in condizioni non ottimali: in piedi o scarsa illuminazione. Niente pagine fitte e scrittura minuta. Per quanto riguarda il genere, deve consentire di non perdere il filo alla fine di ogni viaggio. Meglio evitare storie con troppi personaggi dai nomi esotici. E Guerra e Pace? E Dostoevskij? Si consiglia di attendere le ferie”. Il popolo in viaggio è un popolo di uomini e donne, ragazzi e ragazze. Da sposare o con famiglia. Nei dondolii del treno nascono tante cose, quel parlare che le fatiche della sera e la Tv spengono fra le mura di casa. Ecco i racconti di amori che diventano

Delle ritirate meglio non parlare. Nessuna donna li utilizza. E poi sempre fuori servizio. Chiusi a chiave per vergogna. matrimoni, o bisbigli di intrecci segreti che quando si spengono separano treni e binari. Lui parte alle 7,01, lei si trasferisce nel pendolare dopo. Ma la regola è un’amicizia che non considera i partiti. La trincea a ruote stempera tante cose.

UN TEMPO ERANO STAZIONI Milano si avvicina e il treno rallenta. Immobile nella campagna dei gabbiani che ondeggiano sulla discarica gigante. Semaforo rosso. “Il groviglio della Stazione Centrale è peggiorato con l’arrivo dei super treni”, Fittavolini spiega perché gli ultimi chilometri sono un tormento. “La Centrale ha 22 binari, come Zurigo. La Centrale fatica ad accogliere 700 treni al giorno. Zurigo ne fa girare 1400. Risentiamo di un passato che perseguita il trasporto su rotaia, quegli anni ’60 quando si pensava all’Italia delle autostrade con ferrovie ormai inutili, rami secchi da tagliare, linee portanti destinate a sopravvivere senza sviluppo”. Il Fittavolini pendolare è figlio di Giuseppe Fittavolini, funzionario di banca a Milano, trent’anni su e giù ogni mattina da Piacenza, insomma vocazione respirata in famiglia. Tornano i ricordi, a volte ricordi di ricordi. “La Freccia Rossa è il simbolo della nuove ferrovie. Un’ora e sette minuti da Bologna a Milano. Nel 1936 il fascismo inaugura in pompa magna il primo ‘rapido elettrico’ Bologna-Milano con l’orgoglio dell’incredibile velocità: un’ora e quindici minuti. In settant’anni abbiamo guadagnato otto minuti con ponti e viadotti, binari legati da traversine di cemento mentre i nostri treni camminano più o meno come allora”. Ogni mattina Sonia Zarino parte dalla stazione di Lavagna. Ricostruita non molto tempo fa, ormai stazione declassata. Risente dell’abbandono del personale: spariti perfino gli orologi. Le macchine per obliterare (traduzione: timbrare il biglietto) sono cinque, più o meno quattro sempre rotte. Le macchine che vendono i biglietti informano di non avere moneta da restituire. Ecco il dubbio: sfidare le multe o perdere il resto per non perdere il treno? L’orario delle due biglietterie si riduce a poche ore e quando l’apertura non coincide con la fretta del viaggiatore comincia l’avventura. L’unico funzionario è chiuso dentro

l’ufficio: impossibile vidimare o comprare. Sonia Zarino è un architetto pendolare, laureata discutendo il progetto ‘Una stazione metropolitana nel centro storico di Genova’; consigliere provinciale Pd e presidente della commissione Ambiente, tutela territorio e salute. “Ogni giorno in Liguria viaggiano centomila pendolari. Scendono dalle valli e dalle colline: il treno è il nastro ideale per risparmiare tempo e non appesantire un traffico difficile. Trenitalia è un ente privato di proprietà del ministero del Tesoro, quindi la responsabilità è del governo. Posso ricordare ritardi, la sporcizia, strutture in abbandono, ma il discorso è più profondo. Il 95 per cento degli investimenti per migliorare la rete viene speso per potenziare i supertreni che trasportano il 5 per cento dei passeggeri. Il 95 per cento dei viaggiatori siamo noi. E il 5 per cento investito per migliorare la nostra vita diventa un’indecenza con un doppio peccato. Si preferisce privilegiare i gruppi industriali i quali ricorrono alla rete dei subappalti concedendo un quarto del guadagno. Li ingrassiamo trascurando le piccole imprese. Ma l’errore che ci riguarda è il puntare sui supertreni lasciando atrofizzare le linee indispensabili alla vita della gente. La ferrovia è una rete sanguigna. Non basta preoccuparsi delle arterie trascurando vene e capillari che irrorano il tessuto. I vasi sanguigni devono interagire fra loro. Le Frecce Rosse non interagiscono con le linee considerate minori anche se più frequentate. Alla fine si dirà che sono tratte morte: da chiudere o privatizzare”. Parla dei venti e degli inverni e delle estati impossibili nei vagoni che bruciano. “Non dico confort, almeno rispetto per chi va al lavoro utilizzando un mezzo collettivo, il più razionale in Liguria. Altrimenti, l’automobile. Quasi 6 mila morti l’anno negli incidenti stradali, migliaia e migliaia di feriti ed invalidi. Tolgono ai bilancio dello stato il 2 per cento del Pil”. Insomma, il ministero del Tesoro potrebbe rifare i conti. Cinquant’anni fa Giorgio Bocca ha affrontato gli stessi viaggi che impegnano questa ricerca. “Sulla facciata giallina della stazione c’è scritto Palazzolo sull’Olio. Siamo a 72 chilometri da Milano. Sveglia alle quattro del mattino, acqua fredda. Prima ondata dei 250 mila che ogni giorno arrivano a Milano. I primi a muoversi sono stati quelli della bergamasca. Partenza 4,38 da Piazza, Val Brembana”. Sedili di legno verniciato e gli operai che montano con borse di plastica nera e dentro la ‘schiscèta’, pentolino della minestra da scaldare col fornellino nella pausa pranzo di fabbriche che

VAL LA PENA FARE IL PENDOLARE? Pendolari per necessità ma anche per vocazione. Di padre in figlio, dall’università al lavoro. Dopo una certa età non è il caso di cambiare vita? Gianpaolo Nuvolati va e viene tra Piacenza e Milano dove insegna sociologia dell’ambiente e del territorio all’università Bicocca. Il pendolarismo è l’esperienza che trascrive ed analizza nei suoi libri “Mobilità quotidiana e complessità urbana”, “Lo sguardo vagabondo”, pubblicato dal Mulino. “Se i mezzi di trasporto fossero decenti, è la situazione ideale per crescere senza dimenticare”. La ricchezza che deriva dal vivere nel contesto familiare e lavorare nel contesto di chi guarda avanti ed è in continua evoluzione, arricchisce l’esistenza e cambia il significato della parola provincia. Nella tradizione ha l’aria di uno spazio appena sfiorato da idee e movimenti che agitano la cultura universale. Andare e tornare rinvigorisce non solo i viaggiatori, anche la città che all’alba diventa matrigna. Il ragazzo e la ragazza call center si tengono per mano. Milano apre porte che a Voghera se le sognano. Tanti posti da cercare e da cambiare, perfino adesso con la crisi. Ma una casa decente costa cara. Affitti possibili solo in periferie che non sono né Milano, né un’altra città. Un terzo luogo dove sopravvivere ma non vivere. Allora meglio il treno. Per il momento non ci arrendiamo. Altre voci: figli da crescere dove l’affetto di parenti ed amici li rende sicuri. Così diversi dai bambini pionieri degli americani che cambiano casa e città almeno dieci volte nella vita. Ogni trasloco, una frontiera. Anche i ricordi sono un rifugio nel quale respirare durante i giorni di non lavoro. E poi le conoscenze. Milanesi, compagni di lavoro, di studio, di università. Loro adorano il nostro mare e le nostre campagne e a noi fa piacere avere riferimenti nella città un po’ sconosciuta dove si aprono le nostre scrivanie. Certo, anche i fine settimana di corsa: lavatrici, spese, l’aperitivo, figli da coccolare e i quattro passi con i compagni di viaggio e i compagni che non sono mai partiti. Due vite anziché la solita vita.

ULTIMA META: L’UFFICIO Fittavolini e altri mille scendono alla stazione di Rogoredo. Metrò sotto le rotaie ogni cinque minuti. L’ufficio è dall’altra parte della città, quasi alla Bovisa non lontano dalla moschea di viale Jenner. Corrono con l’occhio all’orologio. Sedici fermate, altri venti minuti. Finalmente le scale di viale Zara. Di corsa al filobus 92. Ancora dieci minuti, ecco la piazza dove sbocca via Bodio, duecento metri camminando e siamo nel cortile del vecchio stabilimento Alcatel. Piccole torri trasparenti, la fontana che fa tristezza, tenda di un caffè. L’ufficio Unicredit è al quarto piano bene illuminato dalla giornata trasparente. Fittavolini e gli altri vedono il sole dietro i vetri, sole di Milano. Alle sei e mezza comincia il ritorno. Buio quand’è partito, buio quando entra in casa.


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Al via la conferenza di Ginevra sul programma nucleare

È

DAL MONDO

cominciata ieri all’Aiea a Vienna una riunione per tentare di definire l’accordo raggiunto il 1° ottobre a Ginevra sul contenzioso sul nucleare. Iniziata poco dopo le 15, la riunione - che si svolge a porte chiuse - è stata aperta dal direttore generale Mohamed ElBaradei e potrebbe durare fino a mercoledì. In

dichiarazioni pubbliche, ElBaradei ha parlato di “buon avvio”, “costruttivo”, dei lavori. Sono stati esaminati quasi tutti gli aspetti tecnici: insomma, un primo contatto formale e interlocutorio. Alla riunione ospitata dall’Agenzia atomica internazionale, partecipano rappresentanti delle delegazioni diplomatiche presso l'Onu a Vienna

di Iran, Stati Uniti, Francia e Russia. Quella iraniana è guidata dall’ambasciatore Ali Asghar Soltanieh. Poche ore prima dell’inizio Teheran ha fatto sapere che non rinuncerà alle attività di arricchimento di uranio e che riprenderà anche l’arricchimento al 20% se i colloqui a Vienna non sortiranno risultati soddisfacenti.

SCONTRO GLOBALE D A L L’IRAN ALL’A F G H A N I S TA N Dopo l’attacco contro i Pasdaran Teheran entra nel Grande gioco dei guerriglieri. L’ombra di uno scontro interno di Stefano Citati

Taliban non bastano più a giustificare la situazione tra Afghanistan, Pakistan e Iran. Tre paesi, una sola regione, una miriade di gruppi armati, un fiume di droga, e il passaggio di armi. L’attentato contro alcuni degli alti papaveri dei Pasdaran, le Guardie della rivoluzione, nel Baluchistan iraniano rivelano come il Grande gioco asiatico sia ripreso con forza a cento anni dall’originale che vedeva inglesi e russi combattersi per spartirsi l’accesso e le rotte del petrolio. A questo punto non molto pare essere cambiato, se non gli attori e in parte le motivazioni, anche ideologiche e religiose, che dividono e motivano i vari protagonisti. Da una parte il regime iraniano che nella vasta zona semideser-

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Un ferito nell'attentato ai pasdaran (FOTO ANSA)

LETTERA IRANIANA

LA RIVOLUZIONE VERDE BATTERÀ UN COLPO di Hamid Ziarati

si preparano le manifestazioni AsciataperTeheran l’anniversario della presa dell’ambaamericana: il 4 novembre sono trent’anni della presa di ostaggi (vicenda durata 444 giorni), che rappresenta uno dei momenti simbolici della nascita e dell’unità della repubblica islamica. Il governo ha autorizzato le manifestazioni che dovrebbero celebrare gli eroi di quei giorni, gli studenti che penetrarono nel compound consolare e per oltre un anno tennero in ostaggio 55 tra uomini e donne. Ma l’autorizzazione dovrebbe venire usata dal movimento verde che riunisce le organizzazioni riformiste, come scusa per scendere in piazza, per far tornare nelle strade di Teheran la protesta che infiammò L’Iran dopo le elezioni presidenziali di giugno, quando i candidati sconfitti da Ahmadinejad accusarono pesanti brogli (che avrebbero riguardato diverse milioni di schede) e iniziarono un braccio di ferro con il regime represso nel sangue (28 le vittime secondo le fonti ufficiali, circa tre volte tanto per i riformisti). L’anniversario cade in un periodo di crescente tensione: il governo pare sentirsi sempre più sotto assedio e al suo interno sono iniziati manovre e scontri di potere che le illazioni sulle condizioni di salute della Guida Spirituale Ali Khamenei stanno accelerando. Nell’ultimo sermone pubblico il leader religioso sciita ha accennato alla sua salute, dicendo che le forze lo stavano abbandonando e chiedendo a dio di dargli la forza di continuare a impegnarsi per il paese. Attorno a lui si è già formato un gruppo di potere (di cui uno degli esponenti di punta è il figlio Mojtada) che sta rapidamente completando la militarizzazione del paese. Il passaggio dei poteri ai vertici militari dei Pasdaran coincide anche con la campagna economica di privatizzazioni con la quale aziende statali d’ogni tipo - telecomunicazioni, miniere, manifatture - stanno passando

tica che divide l’Iran meridionale e il Pakistan (sfiorando il confine afgano) che non ha mai mantenuto il completo controllo dell’area, attraverso la quale passano grandi quantitativi di droga (oppio) proveniente dall’Afghanistan. In passato quella è stata la rotta dei razzi antiaerei Stinger, con i quali la Cia riforniva i mujahiddin che combattevano le truppe sovietiche che avevano invaso l’Afghansitan. Per quel traffico di armi il logista era Osama Bin Laden che gli agenti americani avevano contattato per organizzare depositi e trasporti fin nelle valli afgane. Il futuro creatore di Al Qaeda iniziò allora la sua carriera di guerrigliero globale; una volta sconfitti i sovietici, si rivoltò contro i committenti occidentali. Rotta inversa prendono da decenni i carichi di oppio. E talvolta alte lingue di fuoco s'innalzano da cataste circondate da militari: la droga va in fumo e il regime iraniano acquista credito della comunità internazionale. Le cerimonie nelle quali si bruciano i grandi quantitativi di droga (oppio) confiscati si ripetono spesso nella regione a cavallo tra Pakistane e Afghanistan. Ma ciò non significa che le autorità di Teheran riescano - o vogliano fino in fondo - ad avere un controllo territoriale ed è per questo che i guerriglieri di Jundallah (soldati di dio) hanno modo di attaccare e di essere così attivi. Il gruppo armato - che sarebbe guidato da un 25enne, Abdul Malik Rigi - è nato in Pakistan e ha esteso la sua influenza nel Baluchistan iraniano per via della presenza di una numerosa minoranza di sunniti all’interno della teocrazia sciita. Vi sarebbero dunque anche venature religiose e indipendentiste negli attacchi sempre più

sotto il controllo di persone legate ai Guardiani della rivoluzione. Sul fronte interno, ovvero nei confronti del movimento riformista, la campagna di repressione continua su vari livelli: da una parte una campagna di intimidazione con le annunciate condanne a morte di diversi esponenti dell’opposizione e di esecuzioni di criminali comuni; i processi - per ora mediatici - che hanno iniziato a colpire i leader del movimento riformista: il primo a essere finito sotto i colpi della stampa in mano ai conservatori è Kharroubi, uno dei candidati delle elezioni di giugno, considerato nemico della repubblica islamica per aver denunciato torture e sevizie nelle carceri sui membri del movimento verde arrestati: accuse tutte infondate e inventate secondo i conservatori; infine, a un numero sempre crescente di esponenti dell’élite intellettuale e artistica iraniana viene negato il visto e impedito dunque di lasciare il paese. RADICI CRISTIANE Ultimi casi quelli della giovane regista Narges Kahlor, 25 anni, figlia di Mehdi rmai è stato accolto da tutti gli Stati Kahor, consigliedell’Ue. Ancora non è conclusa la sua re del presidente ratifica nella Repubblica Ceca e certamente Ahmadinejad e accusa dal padre ha avuto i suoi problemi in Irlanda (dove era d’esse “ingannata stato respinto al primo referendum, ma poi è dai nemici passato un anno dopo al secondo). Ma il dell’Iran” e “struTrattato di Lisbona è il documento di mento di propariferimento dell’Europa a 27. Così, con il ganda” per le sue tempismo dell’ultima ora, il Papa ha voluto idee politiche. lanciare il suo allarme e dare il suo Stessa sorte per imprinting: l'Europa, passando “sempre più Jafar Panahi, vincitore del Leone sotto silenzio” le sue radici cristiane, rischia d’Oro a Venezia di finire in balia di “individui e gruppi di nel 2000 e pressione desiderosi di far prevalere interessi dell’Orso d’Arpar ticolari”, e di veder “disfatto, pezzo a gento a Berlino nel 2006.

frequenti e micidiali (colpiti più volte anche luoghi di culto) del gruppo guerrigliero formato nel 2003 che possono contare su diverse centinaia di militanti (pronti al martirio, come è più facile che accada nella tradizione sunnita che in quella sciita). Ma, anche per via della precedente presenza degli agenti americani in Baluchistan e per le continue voci di questi giorni

Jundallah ha esteso la sua influenza nel Baluchistan grazie a una numerosa minoranza sunnita nella teocrazia sciita sulla situazione politica a Teheran, il regime islamico ha accusato la Cia di essere dietro agli attacchi e ha ripetuto gli appelli all’unità, sostenendo anche che i responsabili verranno identificati, catturati e puniti. Non è da escludere che quella che in molti reputano una delle tante emanazioni di Al Qaeda nell’area stia in effetti mandando segnali a Teheran, dimostrando che l’influenza del gruppo armato che fa capo a bin Laden (o a chi per lui continua a dirigere l’internazionale del terrore islamico) sia sta allargando oltre i confini delle aree tribali pachistane e lambisca ormai la periferia del potere degli ayatollah. Che tra le teocrazia sciita ei guerriglieri sunniti non vi siano buoni rapporti è storia; che Al Qaeda voglia approfittare di un momento di debolezza (e siano in difficoltà nei santuari tradizionali del Pakistan per l’operazione militare decisa da Islamabad e scattata nel fine settimana nelle aree tribali) del regime di Teheran potrebbe essere la novità di un’ulteriore escalation in tutta l’area.

SIGILLO PAPALE SULL’EUROPA

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pezzo” il suo “modello di civiltà”. I valori sui quali si fonda l’Ue “sono il frutto di una storia lunga e sinuosa nella quale, nessuno lo può negare, il cristianesimo ha giocato un ruolo di primo piano”. Valori come l’equità in economia, l’ambiente, la vita umana e la famiglia, non del tutto realizzati - rimprovera il papa - perché l’Europa non è “una zona di pace e di stabilità che riunisce 27 Stati con gli stessi valori fondamentali”. Ma, spiega Ratzinger, “quando la Chiesa ricorda le radici cristiane dell’Europa, non va in cerca di uno statuto di privilegio per se stessa, ma vuole fare opera di memoria storica ricordando una verità passata sempre più sotto silenzio”.

N FRANCE TELECOM

Questionario ai dipendenti

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li oltre 100.000 dipendenti di France Telecom hanno ricevuto ieri un questionario sullo stress al lavoro dopo l’ondata di suicidi (finora 25) che sta colpendo la società di telecomunicazioni francese. Gli impiegati dovranno rispondere anonimamente a 160 domande.

VOTO IN AFGHANISTAN

Karzai va al ballottaggio

L’

ipotesi di brogli ha preso corpo. Così l’ex presidente afgano Karzai, e l'ex ministro degli Esteri Abdullah andranno al ballottaggio. La Commissione per i reclami ha infatti presentato il rapporto finale sul riconteggio dei voti. Se ne chiede l'annullamento in 210 seggi su 350. Perchè “sono state trovate prove chiare e convincenti” di irregolarità. Karzai non avrebbe preso il 55,6% dei consensi, ma il 48,3%. Di qui il ballottaggio, come previsto dalla legge afgana.

SPAGNA

A Madrid solo 60mila dimostranti

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elle strade di Madrid, per la marcia anti-abortista di sabato scorso, non ci sarebbero state 2 milioni di persone, ma circa 60.000. Lo riferisce “El Paìs” basandosi sui nuovi dati offerti dall’agenzia Lynce, che sta mettendo a punto una tecnica per contare le presenze in eventi di massa. Tanto da arrivare a enumerare quasi ogni singolo partecipante.

RAZZISMO

La denuncia della miss bianca

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a 22 anni, è bellissima, ma è bianca. Nikole Churchill, la nuova Miss Hampton University, si è rivolta al presidente americano Obama per denunciare di essere stata vittima di razzismo. Si tratta infatti della prima miss non afroamericana nella storia del concorso accademico e il colore della sua pelle ha destato un acceso dibattito tra i suoi colleghi. Da qui la lettera al presidente Obama.


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Martedì 20 ottobre 2009

SECONDOTEMPO SPETTACOLI,SPORT,IDEE in & out

L’ANTICIPAZIONE

OLTRE IL MURO Macerie americane dopo l’89

Valeria Bruni Tedeschi: basta domande su Carla

Elvis Una ciocca di capelli venduta per 15mila dollari

Viagra Il 66enne Julio Iglesias: confesso, io lo uso

Bellocchio Vincere sbanca tutto in America: quattro premi

Doveva essere pace e le nuove guerre si sono moltiplicate. Come gli spazi di democrazia, che nel mondo si sono ristretti: il nuovo saggio di Angelo d’Orsi

di Angelo d’Orsi

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erno del mondo odierno, dove l’ingiustizia sembra dominare sovrana, sorretta dalla forza degli eserciti, e insieme tenuto sotto scacco dalle disperate risposte di chi ormai combatte guerre senza fine e forse con il solo scopo di mostrare che v’è chi resiste allo strapotere dei forti, con le armi del terrore cieco, sono gli Stati Uniti d’America. A questa superpotenza residua, sopravvissuta al 1989, anzi uscita apparentemente vincitrice, tra rumorosi rulli di tamburi e sonori squilli di trombe, dopo il 9 novembre di Berlino, toccò dunque l’onore (e l’onere) del ruolo: l’essere, appunto, l’Iperpotenza. La sola. Ma le dure repliche della storia si sono incaricate di mostrare, anno dopo anno, dolorosamente, per tutti, quanto quel predominio fosse fragile, e l’Impero più potente al mondo dopo quello di Roma antica ha mostrato i segni di uno sgretolamento progressivo. L’11 settembre 2001 – da molti

vista in modo superficiale e affrettato come data epocale – costituisce uno di questi segni, il più macroscopico, ma forse non il più importante. Al mondo reso unipolare, a seguito dal crollo del Muro, inopinatamente, nell’arco dei due decenni successivi, sembra aver fatto seguito «il declino dell’Impero americano», per citare un titolo di una pellicola che anticipava di molto la crisi morale e intellettuale degli States.

Il libro “1989” Angelo d’Orsi ripercorre la disfatta successiva all’89, individuando nelle guerre d’esportazione democratica il carattere principale del ventennio postsocialista. “1989”, (Ponte alle grazie editore, 16 euro) sarà in libreria da giovedì.

è che a vent’anni dal Vla viaero 1989, lo scenario appare suldi una nuova trasformazione. Il duopolio diventato monopolio, sta tendendo verso un oligopolio. Mentre la Russia, sia pure ammaccata e corrosa dalle nuove mafie, sta tornando protagonista sulla scena, altri attori si sono posizionati sul campo, e sebbene dotati di potenza militare ed economica ancora largamente inferiore a quella degli Stati Uniti, sono attori potenti: la Cina, in primo luogo, che la maggior parte degli analisti dà come potenza-leader del futuro; la Cina, non solo per le sue risorse, umane e materiali, ma per il suo retroterra culturale, che le ha consentito di rimanere «refrattaria agli influssi della civiltà americana». Decisioni importanti si prendono altrove che alla Casa Bianca o al Pentagono; e non tutta la ricerca utile allo sviluppo tecnologico – pacifico o militare – si svolge nella Silicon Valley. Ma c’è un dato che rimane costante, inelimina-

bile, e si manifesta come la vera carta d’identità di questo brave new world, il « mondo nuovo » per richiamare il celebre romanzo distopico di Aldous Huxley (del 1932!): la guerra globale. definitiva, dopo le ebbrezze Ipo’niniziali che contagiarono un tutti, e mentre resistevano soltanto i servi sciocchi a cantare le lodi dell’Occidente, oscurandone, o minimizzandone, le tragedie e le colpe, si fecero strada i dubbi, via via più forti, e nacquero nuove paure, in una situazione generalizzata di ansia. Gli osservatori critici cominciarono a vedere un Occidente, vittorioso sull’Oriente (almeno quello europeo), invece che arroccato nella difesa delle proprie rendite di posizione o addirittura nella loro estensione, magari a suon di bombe, piuttosto impegnato in un proCaduta del muro di Berlino (FOTO ANSA)

getto illuministico e cosmopo- il Ruanda, e l’Iraq, dove la guer- siamo addentrati nell’età litico di estensione dei diritti. ra non è mai finita negli ultimi dell’odio, nell’epoca del risenMa si tratta di una posizione che dieci anni, e poi ancora, e di timento che diventa globale cosoltanto negli ultimi mesi, dopo nuovo, e sempre, la Jugoslavia, me lo sfruttamento, senza fronl’elezione di Barack Obama alla la Georgia e vari paesi caucasici, tiere l’uno e senza barriere l’alpresidenza degli Stati Uniti, ha l’Afghanistan, e ancora e sem- tro; l’età del terrore infinito; ripreso quota, dopo essere stata pre l’Iraq… La guerra scandisce l’età della sopraffazione totale. sconfitta nei fatti proprio, in- la nostra quotidianità e le sue Persino il buon Fukuyama, da nanzitutto, dalla sciagurata po- voci, le sue immagini, i suoi suo- qualcuno definito «il più intellilitica estera degli USA, del po- ni, vorrei dire i suoi acri odori, ci gente paladino contemporaneo st-Ottantanove prima con Bush giungono a ogni ora del giorno del liberalismo conservatore», sr., poi con Clinton, infine, dulcis dalla radio, dalla televisione, dai sembra averci ripensato e in in fundo, con la doppia presiden- giornali: implacabile e impieto- tempi rapidi; già a metà degli anza (almeno una delle quali estor- sa, la guerra è il nostro passato e ni Novanta, appariva «più ta con l’imbroglio elettorale) di il nostro presente. Come non preoccupato, meno enfatico Bush jr. Proprio la politica este- credere che sia anche il nostro del 1989 », riconoscendo che « ra di Washington, nonché la po- futuro? Siamo rassegnati e or- c’è molto che non funziona nel litica finanziaria, industriale, mai quasi inerti davanti alle no- liberalismo moderno». Insomagricola, ambientale, decisa e tizie dai troppi fronti che insan- ma, le sue certezze si erano ramessa in atto da organismi guinano la Terra. Non suscita pidamente incrinate. «Forse la extraterritoriali multinazionali, scandalo, la guerra, oggi meno storia non è finita, forse riprendi fatto guidati da centrali statu- che mai, da quando, appunto de il cammino con nuove pene, nitensi, come il G8, il Fmi, varcato il capo dell’1989-91, ci nuovi entusiasmi». l’Omc e altri consimili, ha rivelato come fossero non paritarie LA POLEMICA le relazioni che l’Occidente imponeva al resto del mondo: e dopo il 1989 nessun contrappeso, nessuna mitigazione, nessuna compensazione fu più “Retorica particolarmente i lettori si sono delibati sotto il possibile. O almeno infelice”, banalità dell’analisi, titolo (peraltro efficace) Nostalcosì parve, per i primi rinuncia a “qualsiasi tentativo di gia di un mondo peggiore. Il non-reanni. Quando si è tratcomprendere e spiegare quanto censore tratta il malcapitato autato di decidere quale è accaduto”. Queste sono alcuni tore – il sottoscritto – come un forma dare al proprio degli “argomenti” che Andrea ragazzetto bisognoso non solprimato, tra le tre forRomano ha usato riferendosi tanto di robuste letture, ma di me classiche di supreall’ultimo libro di Angelo d’Orsi, robustissime legnate. Certo, il mazia (influenza, egesul Domenicale del “Sole 24 ore” non-recensore avrà (o riterrà di monia, dominio) l’Ocdell’11 ottobre. Il giornale aveva avere) l’autorevolezza necessacidente ha scelto di concesso all’autore una replica; ria per impartire la sua lezione al esercitare la più forte. ma era “troppo dura” e dunque recensito, che in fondo è solo un Quella appunto fonsi sarebbe dovuta professore universitario da 35 data sull’esercizio del“ammorbidire”, pena la non anni, e, prima di questo suo lila forza militare, inpubblicazione. D’Orsi ha bro ne ha pubblicati una trentinanzitutto: il domirinunciato a pubblicare una na, oltre a un centinaio di saggi. nio. E ciò non poteva replica, che ospitiamo qui di Non v’è dubbio che abbia molnon provocare reazioseguito. tissimo da imparare, l’autore, da ni: il risentimento ha chi fornisce argomenti, invece generato o rafforzato ecensire significa fare un re- che ingiurie. Che Andrea Romal’antiamericanismo, soconto: di libro, spettacolo, no (il non-recensore) non sia ma più in generale evento, di cui, naturalmente, d’accordo, è più che legittimo. l’odio antioccidentaoccorre avere cognizione diret- Ma che due colonne del giornale. Il terrorismo nasce ta. Un libro, ad esempio, occor- le vengano riempite per non didirettamente dalle pore leggerlo. Ciò implica tempo e re nulla del libro è sorprendenlitiche decise nella Cafatica. Siamo tutti indaffarati, di- te. Non piacciono le mie tesi? Lo sa Bianca, come reastratti da mille incombenze, ta- si dica, e lo si argomenti, come zione a esse; quando lora travolti dalla vita. E abbia- io ho argomentato nelle 320 panon addirittura, in formo le nostre idiosincrasie. gine del libro, nel quale il lettore me diverse, non sia Quella del non-recensore del – che mi tocca fare! Autorecenpraticato dagli Stati mio libro 1989. Del come la sto- sirmi… – non troverà nessuna Uniti, dai suoi eserciti ria è cambiata, ma in peggio nostalgia, ma una denuncia, fere dalle sue «agenzie», a (Ponte alle Grazie), sul Sole, do- ma, talora aspra, degli sviluppi cominciare dalla famimenica scorsa, nei miei con- del mondo nell’ultimo ventengerata «centrale», osfronti deve essere particolar- nio, su ogni piano: economico, sia la Central Intellimente acuta, una sorta di malat- sociale, politico, delle relazioni gence Agency. tia che ha prodotto lo sfogo che internazionali, culturale. (AdO) Il Golfo, la Jugoslavia, la Palestina, l’Angola, l’Uganda, la Cecenia,

SAPERE NOSTALGICO? NO, NOSTALGIA DEL SAPERE

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Martedì 20 ottobre 2009

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SECONDO TEMPO

OGNI MALEDETTA DOMENICA

LA COLLINA DELLO SCONTENTO Arbitri, errori, imbarazzi Sembra di rivivere l’epoca di Moggi

di Oliviero Beha

na domenica in Collina, a respirare aria buona. Di pomeriggio e di sera. Subito i fatti, separati dalle opinioni….Durante l’edizione domenicale del Tg3 delle 19, dopo le partite pomeridiane e prima del posticipo Milan-Roma, un commentatore a me non del tutto estraneo snocciola il rosario delle deficienze arbitrali. Che sia un genio o un farlocco, il tale comunque si domanda: “Di fronte a tutti questi errori, dal momento che lo scandalo di Calciopoli era incentrato sulla dipendenza degli arbitri da Moggi, tuttora defenestrato, ci dovremmo fidare della buona fede degli arbitri”. Ossia sbagliano come prima se non di più, ma in totale libertà e indipendenza. E’ davvero il libero arbitrio. Ma in base a che cosa ci dovremmo fidare? Del fatto che estromesso Moggi è andati tutto a posto? Del fatto che il designatore è il miglior ex arbitro in circolazione, Pier Luigi Collina, molto discusso per alcune strane coincidenze da intercettazioni telefoniche all’interno di Calciopoli e per frequentazioni di dubbia opportunità? Del fatto che Collina viene retribuito con 580 mila euro l’anno, più le spese per le missioni, e quindi se viene pagato così tanto, e tanto di più dei predecessori inspiegabilmente, sarà perché è davvero bravo e onesto secondo la logica perversa di questa insensata contemporaneità?”. Diffidenza allo stato puro. Non si fidava, il succitato commentatore, semplicemente perché non aveva motivo di fidarsi. Questa intemerata è stata dunque un “fatto” basato su opinioni e su perplessità di antico stampo. Poco dopo l’arbitro Rosetti, con Collina in tribuna al Meazza di Milano, ne combinava di tutti i colori sbagliando per lo più e clamorosamente a favore del Milan, ma non solo, e comunque sbagliando sotto gli occhi dello

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strasalariato designatore. Si dice, con ragione: sbagliano i giocatori, e nella fattispecie era ridicolo il tasso tecnico-atletico e in parte tattico almeno sulla sponda milanista esibito in campo dalle due squadre, la mediocrità fatta persone, ripeto specialmente il Milan dei nomi berlusconiani, volete che non possano sbagliare gli arbitri? E ho capito, ma i giocatori che sbagliano troppo vengono venduti, mentre temo che gli arbitri che sbagliano troppo subiscano la sorte complementare e opposta. Tre ipotesi stordenti. Ci sono dunque tre generi di opzioni. La prima è quella che vuole i direttori di gara non abbastanza capaci, specie in un campionato spesso più equilibrato e livellato in basso dalla modestia generale di quanto non avvenisse in passato. Ma perché allora pago un Designatore tanto perché designi tanta pochezza? La seconda è quella classica, che ruota intorno non al sistema-Moggi come si riteneva e si ritiene nell’ignoranza e/o malafede, bensì al sistema-calcio, quello della politica sportiva, dei Carraro e degli Abete in una ideale (ideale!?!) continuità. Gli arbitri si regolano secondo il loro senso di opportunità per fare carriera, come certi giudici,certi giornalisti, certi medici, come tante persone in ogni campo. Quindi hanno il fischiet-

Il designatore arbitrale Pierluigi Collina (FOTO ANSA)

to viziato dalla loro sudditanza, come una volta, come sempre. Cercano la carriera all’interno del Palazzo, e tutto ciò è molto umano, assolutamente comprensibile. Ma poi almeno non si parli di “regolarità del campionato”. Vince chi deve vincere, e di questo passo la categoria arbitrale sarà così omologata collinescamente che neppure un eventuale sorteggio totale garantirà il pallone dai suoi condizionamenti di partenza (di potere, di denaro, di mancanza di separazione tra poteri nella Repubblica Ro-

FLOP PADANI Barbarossa (ma con sconto) sindaco leghista Oreste Perri e alla sua giunta, la pellicola di Renzo Aa speselMartinelli che sta riscuotendo un clamoroso insuccesso al botteghino dei contribuenti del canone Rai (è coprodotta dalla Raifiction del

leggendario Agostino Saccà), è piaciuta un sacco. Così il primo cittadino padano ha proposto ai suoi concittadini il biglietto ridotto per una sera: 5 euro appena. “In questi giorni nelle sale cinematografiche è in programmazione un film –si legge in un comunicato stampa diffuso dal Comune di Cremona – che per diversi aspetti l’amministrazione ritiene meritevole di attenzione da parte del pubblico cremonese”. Secondo l’assessore alle politiche educative Jane Alquati, che ha offerto l’opportunità di assistere alla proiezione a prezzo politico (è il caso di dirlo), si tratta di “un modo per accostare i giovani al cinema e sostenere una pellicola che parla della nostra storia”. Insomma tutti al cinema “Tognazzi” a vedere UmFumetti berto Bossi in un imperdibile cameo e la storia del mitico Alberto da Giussano interpretato da Raz Degan. Peccato che, nonostante i L’occasione è ghiotta per gli amanti della satira e per i prezzi stracciati, soltanto 140 citcinefili in generale. Questo pomeriggio, alle 18,30, al tadini ne abbiano approfittato. La Teatro India di Roma (Lungotevere Vittorio Gassman), il metà erano leghisti, con tanto di “nostro” fumettista Stefano Disegni inaugurerà la mostra foulard verde. Forse i cremonesi dei suoi originali pubblicati su Ciak, la rivista cinemanon hanno apprezzato l’iniziativa tografica di cui è uno storico collaboratore. Uno straorpaternalistica. Nella prima settimadinario lavoro che al “giustiziere della settima arte”, na di programmazione la sala è come lui stesso si è definito, è costato “l’odio di mezzo sempre rimasta desolatamente semondo del cinema”, ma anche il plauso del pubblico, mivuota. Si attendono le prossime che a Venezia nel 2008 lo ha eletto “l’unico vero critico mosse della giunta per risollevare della Mostra”. l’agonizzante kolossal: precettaQuest’anno, Disegni ha ricevuto dalle mani di Gian Luigi zione di tutti i cremonesi con conRondi il “Superciak d’oro”. Nelle sue tavole, pubblicate vocazione della polizia municipaogni mese sulla rivista, una critica spietata ma illuminata (Alex Corlazzoli) le.

DISEGNI, IN MOSTRA LE TAVOLE DI CIAK

delle pellicole e degli attori italiani e stranieri. La mostra rimarrà aperta fino al 30 ottobre. (si.d’o.)

tonda, esattamente come l’affabile Silvio vorrebbe che fosse nella povera Repubblica Piramidale). “L’uomo delle istituzioni”. La terza ipotesi è la più affascinante e potrebbe anche contenere le prime due. Un “uomo delle istituzioni” come Collina di fronte ai rischi di ordine pubblico (al Meazza si preparava la bufera delle truppe cammellate milaniste, stufe del degrado calcistico della loro più autentica passione,una passione politico-elettorale a giudicare dagli esiti della cessione di Kakà…), di fronte al peso istituzionale di Palazzo (Chigi) del Milan, di fronte alla perdita grave per il sistema-calcio nel suo complesso di un Milan alla deriva, ha pensato di dover fare qualcosa. Una specie di “salvare il Paese”, o qualcosa del genere. E c’è chi l’ha fatto in vece sua. Aridatece Moggi. E’ l’amara conclusione. Perché le nefandezze arbitrali non finiranno qui, né possono finire qui. Le squadre defraudate infatti cer-

cheranno compensazione. E sabato la Samp con il Bologna, e domenica la Roma con il Livorno tanto per dirne due a caso, se ce ne dovesse essere bisogno potrebbero, dico potrebbero, invocare un occhio benevolo, come dimostra l’ampio fascio di intercettazioni in Calciopoli, compresa la famosa telefonata tra Carraro presidente federale e Bergamo, con Pairetto allora designatore, in cui si spiegava che “la Lazio aveva diritto a…”. Basta consultare le intercettazioni, anzi propongo che questo giornale ne offra delle dispense in contemporanea al processo di Napoli sullo scandalo, tanto per fare un po’ di memoria. Che fare, caro Lenin? Ah, difficile a dirsi. Ma in politica sportiva come nella politica tout court almeno questo si può sostenere: a salvarci non saranno coloro che ci hanno fottuto fino ad ora, è geneticamente al di sopra delle loro forze in una contraddittorietà che li polverizzerebbe. Ci vorrebbe un Cusani di dopo Tangentopoli, che ravveduto lavori per il volontariato assistenziale in carcere…Di sicuro sempre gli stessi, autentici o prestanome che siano, faranno seguitare il calcio nello stesso modo. Altro che tessere del tifoso!!! Contano le tessere di partito…Forse bisognerebbe chiedere a Moggi una consulenza vera… E la Federcalcio? Nel frattempo archivia, archivia tutto con una solerzia operaia degna di miglior causa. Il farmaco dopante di Cannavaro? Archiviato con piccole code per i medici juventini (niente in confronto ai processi al medico Agricola, in latino contadino). Il caso Papi, il guardalinee/commercialista di Prato, con Collina, un esercito di arbitri, una foresta di assistenti tutti nelle stesse carte tributarie? Archiviato. E via andare, come è già accaduto in passato quasi sempre, a meno che non convenisse fare come i gatti presciolosi, una zampatina e l’apparenza di aver fatto pulizia. La verità su 4 ruote. Chiudo con Ecclestone in Formula 1, piena di pasticci come e più del calcio, con più soldi, assai meno sicurezza e la solita copertura-stampa. Dice il tycoon amico di Briatore (con il quale non ha interrotto gli affari per una bazzecola come lo scandalo Piquet jr, di cui era certamente a conoscenza,come tutti o quasi temo…): “La morte di Senna ha reso ancor più popolare la Formula 1”. Una gaffe, poi smentita? Ma no, la pura verità di un branco di ottimati del Basso Impero che offrono il Colosseo ai plebei in cerca di emozioni forti. Forse ci vorrebbe Ecclestone in Federcalcio e Abete nel Barnum dei piloti….

Cinema

L’INDUSTRIA SOMMERSA ggi alle ore 15, nel GreeOromano, nhouse dell’Auditorium il direttore dell’osservatorio Cinema dell’ Uni versità La Sapienza di Roma, Roberto Faenza, Riccardo Tozzi Presidente della sezione produttori dell’Anica, Gaetano Blandini direttore generale per il Ministero dei beni culturali, l’assessore alla Regione Lazio, Giulia Rodano e il Preside della facoltà di Scienze della Comunicazione Mario Morcellini, discuteranno di produzione audiovisiva italiana sommersa. Dall’anno 2000 ad oggi, l’altro cinema, che com-

prende cortometraggi, clip di animazione in 3D, documentari e prodotti che hanno enormi difficoltà ad emergere dal contesto locale o da quello meramente festivaliero, ha prodtto molto. Nonostante l’alta qualità delle realizzazioni analizzate, questa realtà celata agli occhi dei più ha assunto i connotati di una vera e propria industria. I giovani si mettono in gioco ma vengono ignorati. L’obbiettivo del consesso è creare una vera e propria banca dati che verrà resa disponibile in rete attraverso il portale www.cinemonitor.it

RAI UNO

Cinquanta diplomatici e l’eroismo del coraggio italiani: quelli Cpatiinquanta che, nei territori occudal nostro esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, salvarono migliaia di ebrei dalla Soluzione Finale. Sono loro i protagonisti del documentario diretto da Flaminia Lubin, coordinato da Raffella Spizzichino e prodotto da Francesco Pamphili, con l’Interesse culturale del MBAC: 50 italiani, appunto, che dopo l’anteprima alle Risonanze del Festival di Roma andrà in onda su RaiUno in prima serata il 27 gennaio, Giornata della Memoria.Da Guido Lo Spinoso (commissario al “problema ebraico” Oltralpe) a Guelfo Zamboni (console generale di Salonicco), a raccontarli sono gli scampati all’Olocausto in Croazia, Grecia e Francia Meridionale, che uniformemente convalidano quanto scriveva un fascista, il capo dell’ufficio croato del Ministero degli Esteri Roberto Ducci, sul suo diario: “Abbiamo fatto tutto quello che era umanamente possibile per prevenire la deportazione degli Ebrei. Non lo abbiamo fatto per essere degli eroi. Siamo stati solo degli esseri umani”.Questo il punto di vista dei salvati, ma Yael Orvieto, studiosa dello Yad Vashem (il memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme), nel documentario puntualizza: “Se il movente fosse politico o umanitario, che gli cambia a un sopravvissuto?”. Perché, viceversa, gli storici hanno ragioni che le singole biografie non conoscono, né forse vogliono riconoscere: come sottolinea l’americana Ruth Ben-Ghiat, va considerato che la nostra cultura militare era differente da quella della Wehrmacht, che l’esercito italiano non era completamente fascista, e come sulla questione ebraica si giocassero prestigio e autorità in seno all’alleanza nazi-fascista. Una dialettica interna al doc che sventa il pericolo del revisionismo? “Queste azioni non erano solo umanitarie, ma spesso frutto dell’ego e della competizione dei vari eserciti. All’estero non fummo molto ligi nell’applicarle, ma in Italia le leggi razziste volute da Mussolini significarono 8mila ebrei morti nei campi di sterminio”, sostiene Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma che ha dato il proprio patrocinio a 50 italiani. In realtà, forse il pericolo è un altro, come rileva Khaled Fouad Allam: “Non si deve perseguire la simmetria tra leggi razziali e questi episodi di salvezza”. L’ultima parola alla regista, Flaminia Lubin: “Né pro né contro, nessun revisionismo: volevo mostrare, soprattutto ai giovani, come ci furonodegli italiani che seppero fare, coscientemente o meno, qualche cosa di buono e giusto: salvare gli ebrei”. (Federico Pontiggia)


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TELE COMANDO TG PAPI

La conversione di San Giulio di Paolo

Ojetti

g1 Passano sul Tg1, senza T né un’analisi giornalistica e tantomeno un contraddittorio decoroso, due singolari tesi. La prima, quella del ministro Alfano e della “riforma” della Giustizia, dice: la “riforma” stava nel programma di governo, quindi la facciamo e l’Associazione magistrati non si agiti tanto. Sarebbe stato sufficiente far ragionare il ministro: c’era forse nel programma una “riforma” che metteva i pubblici ministeri sotto controllo governativo? C’era forse la minaccia di scompaginare la Corte costituzionale e il Csm? A essere spiritosi, si poteva aggiungere: c’erano forse le assunzioni di escort precarie? La seconda tesi è del ministro Maroni: l’attentatore di Milano era in Italia da 10 anni, se fosse in vigore la legge sulla cittadinanza da ac-

quisire in 5 anni, costui sarebbe stato già cittadino italiano. E allora? Cosa sarebbe cambiato? O forse l’atto terroristico di uno straniero è sottoposto a leggi diverse da quello commesso da un italiano? Sono misteri che al Tg1 nessuno svelerà mai. E poi ci si chiede allarmati come mai il Tg1 perde credibilità. g2 La conversione di TreT monti sulla via del posto fisso è piazzata in apertura sul Tg2. Ma non è uno spot per il ministro ravveduto (che ha lasciato basiti la signora Marcegaglia e i ministri Sacconi e Brunetta) perché la curatrice aggiunge alcuni dati che non ammettono repliche: cassa integrazione + 13 per cento in un mese, mezzo milione di disoccupati in più in tre mesi, altro che posto fisso. Alla ricerca di qualcosa di più coinvolgente, ecco Stu-

dio Aperto pomeridiano, un vero telegiornale, che non nasconde niente e che non truffa lo spettatore: cinque minuti di George Clooney (rubricato come gay senza appello, nonostante Elisabetta Canalis) e le relative copertine del settimanale “Chi”, fiore all’occhiello del gossip berlusconiano e altrettanti minuti sul ritorno degli Ufo. Li aspettiamo con ansia. g3 Sì, la linea editoriale di T Bianca Berlinguer – niente pastoni, niente figurine parlanti di mezzibusti politici sta facendo strada. Prendiamo Danilo Scarrone che intervista Franco Marini a commento della conversione di Tremonti. Domanda: “Allora, come la mettiamo? Fini parla come uno di sinistra, Tremonti parla come un sindacalista. Voi resterete senza lavoro?”. Marini, sorpreso da un giornalista televisivo che fa perfino le domande, sobbalza. “Scherziamo? Noi diciamo queste cose da sempre…” eccetera, eccetera. Comunque, il precariato si assottiglia: erano 4 milioni all’inizio del 2009, adesso sono 3 milioni circa. La differenza la fa quelli che sono finiti a spasso.

di Fulvio Abbate

IL PEGGIO DELLA DIRETTA

Il diversivo di La Russa

gnazio La Russa è personaggio terribilmente televisivo ormai classico, e già questo Idovrebbe suscitare, forse, un qualche simposio sui pregi di certa fisiognomica. Ascoltate intanto un po’. Ciononostante, da qualche tempo la televisione migliore rischia d’essere quella che non sgorga dal tubo catodico (o dallo schermo al plasma) semmai da Internet. Parlo della televisione che nasce perfino dal semplice passante che d’improvviso si accorge di un fatto, un’ingiustizia quindi, già che si trova lì, punta il proprio telefonino e registra l’evento, tutte cose che da lì a poco caricherà in Rete, ed ecco la conferma al nostro assunto: le migliori perle televisive ultimamente vivono davvero alla larga dall’apparecchio fisso. Si tratta soltanto di andarle a cercare su YouTube, per esempio. La perla recente più esemplare del nostro settore, mostra Ignazio La Russa ospite del Columbus Day di New York. Dinanzi a una contestazione da parte di alcuni connazionali presenti nella Grande Mela con cartelli che mostrano il viso di Berlusconi, il nostro ministro della Difesa pensa bene di rispondere al facinoroso dandogli del “pedofilo!” Nel Il Ministro della Difesa, il siciliano dettaglio: c’è la paraIgnazio La Russa, recentemente ta su Columbus Avein missione al Columbus Day nue. C’è La Russa in veste di autorità italiana a bordo, come JFK, di un’auto scoperta. Ci sono i manifestanti (forse due) di “Qui New York libera” che innalzano cartelli e gridano: “Ignazio, lo stato non può trattare con la

Mafia, se Mangano è un eroe, Borsellino cos’è?” Fa finta di niente, La Russa, e intanto l’auto ha modo di guadagnare qualche metro. Quelli però lo seguono imperterriti, continuando a porgli il quesito di cui sopra. Va avanti così finché La Russa non mette in atto una certa tecnica diversiva acquisita nel tempo, la stessa che adottata con Piergiorgio Odifreddi poche settimane prima a “Porta a Porta”: “Lei mi fa schifo, non voglio sentirla,” aveva urlato convinto così di mettere a tacere un possibile “vilipendio” all’autorità religiosa da parte del matematico. Tornando a New York c’è nuovamente La Russa che urla: “Mi ricordo, sei un pedofilo!” Testualmente così rivolto sempre ai contestatori. E ancora: “Vergognati, mi ricordo cosa facevi alle bambine”. La scorta del ministro prova a chiedere l’intervento degli agenti newyorkesi, ma quelli gli spiegano che il diritto di protesta negli Usa è pratica diffusa, legittima. Fino a ieri riconoscevamo a Ignazio La Russa la faccia giusta, perfetta per l’opera dei pupi. Il volto ideale da applicare a uno dei “mori”, dei “saraceni”, degli “infedeli”, un volto che l’artigiano, il geppetto puparo realizza marcando appunto sguardo puntuto, barba non meno aguzza e incarnato nero-pece. Da oggi prendiamo atto che, in realtà, il personaggio è a ben più ampio spettro. Rappresenta la secolarizzazione berlusconiana di quel certo “autoritarismo” che una volta, magari per semplice amore di brevità, usavamo dire “fascista”, ma questo accadeva quando l’unica televisione possibile era ancora quella che si vedeva con un Voxson, oggi che c’è la Rete non c’è più bisogno di chiamare in causa i fantasmi del passato, di fronte all’abuso e alle insinuazioni di potere si dice più sinceramente paese mio. www.teledurruti.it

MONDO

WEB

Parla mister Wikipedia di Valerio Venturi immy Wales star di Berghem de sota. Il fondatore di Wikipedia era a Bergamo Scienza – contenitore di cultura scientifica – per parlare della sua enciclopedia “in 175 lingue” nata, ci dice, “per fornire informazioni neutrali e di qualità per tutti” Chi usa e “spinge” Wikipedia? Nella top rank: Norvegia e Svezia. Anche se pochi parlano lingue come il bokmal, gli articoli disponibili sono tantissimi. La versione italiana è la sesta più importante, con mezzo milione di testi. Per Antonio Angelucci, imprenditore Pdl, la biografia del figlio Giampaolo su Wikipedia è diffamante: vuole 20 milioni di euro. Non so molto del caso. Ma so che la causa è stata intentata a discapito del gruppo locale, e cioè delle persone piu sbagliate: i membri di un club. Speriamo che la questione si risolva in fretta: sono sicuro

J

che finirà in un nulla di fatto. Wikipedia è affidabile? Quando si parla di vandalismo e diffamazione, si dimentica che in Wikipedia ci sono sezioni generate da esperti e da gente per bene. Quando si riscontra un problema con un testo, la community blocca la pagina. Questo evita problemi, ma inibisce la partecipazione. Ora nuove funzionalità permetteranno più controllo, ma anche più apertura. La tendenza globale è di una maggiore partecipazione dei cittadini alla conversazione globale, nessun politico può impedirlo - non a caso in Cina ci sono 1 milione di blogger. Il tentativo irrealizzabile di smorzare la discussione globale può però far danni. State progettando un motore di ricerca per contrastare Google? Stavo lavorando ad un progetto gestito da Wikia, un’azienda profit. Andava bene, ma con la crisi abbiamo rivisto gli

a cura di Federico

Mello

obiettivi. Intanto abbiamo lanciato 'risposte.wikia.com'. E per quanto riguarda Google penso che non sarà mai un monopolio, il suo uso non rende incompatibile l'utilizzo di strumenti di ricerca alternativi. Wikipedia ha cambiato l'editoria? Ci sono stati interessanti mutamenti; era già successo con l'uscita di Microsoft Encarta. Non credo che si possano sostituire i libri; se c'è bisogno di informazioni di base, però, il digitale può aiutare.

è “SCARICA IL FILM DI GOEBBELS” SUL WEB LA PROPAGANDA DI UN GRUPPO NAZISTA

“Vogliamo promuovere l'odio anti ebraico e anti israeliano”. Non conosce vergogna il portavoce di un'associazione antisemita che si fa chiamare Holywar. Il sito Internet del gruppo è una cloaca colma di materiale nazista: sui loro banner si legge “Difendi la tua fede cristiana dalla mafia ebraica”; “Liberiamo l'Italia dalla sinagoga di Satana e dai sui servi massoni” (tra l’altro si trova anche un omaggio al manifesto leghista con l’indiano e lo slogan “Loro non hanno potuto mettere regole all’immigrazione, ora vivono nelle riserve”). Da poco sul sito si trova un'ulteriore vergogna: il film “Suss l'Ebreo” (commissionato da Hitler al ministro nazista per la propaganda Goebbels) sottotitolato in italiano e liberamente scaricabile su www.holywar.org. È stato Klaus Davi a scovare questo gruppo che si definisce “cattolico integralista”: il giornalista ha realizzato un'inchiesta che da oggi si trova su YouTube. Intollerabili le parole del portavoce del gruppo: “Il giovani – ha dichiarato a Davi – devono capire chi sono gli ebrei. Da quel film si capisce che gli ebrei vogliono controllare il mondo, manipolare le nostre coscienze, arrivare al potere. L'alleanza con Israele sta a indicare il progetto di distruzione della società ariana promosso da Israele e dalle lobby ebraiche”. Frasi e concetti che speravamo fossero estinti nell'Italia del terzo millennio. C'è da augurarsi che la magistratura intervenga al più presto.

è DODICENNE MINACCIA SUICIDIO IN CHAT PRONTO INTERVENTO DELLA POLIZIA POSTALE

La scorsa settimana un quindicene di Torre del Greco si è suicidato dopo aver lanciato un appello su Facebook: “Sto arrivando all´aldilà” il suo messaggio prima di impiccarsi nella sua stanza. Domenica un episodio simile è stato sventato dalla polizia postale. Un dodicenne di Bari aveva annunciato in una chat di volersi suicidare per le angerie subite a scuola: “domani mattina a scuola mi butto dal terzo piano”. Per fortuna una segnalazione è arrivata alla polizia postale ed è scattato l’allarme: una volante si è recata a casa del ragazzo che, davanti ai genitori, ha ammesso di aver avuto “un momento di sconforto”. Il preside della sua scuola è stato informato delle pressioni subite dal ragazzo.

DAGOSPIA

LE TETTE DI NOEMI

1) Su Novella (a pallini) Noemi, la Vergine di Portici e di Casoria, ha replicato in tal guisa alla nostra indiscrezione sul tette "rinforzate": "Macché. Ho una bella terza. Di più, una terza ‘coppa B’. Sono alta un metro e settanta, peso 48 kili e porto la 38. Sto bene così". Le fa eco il padre Benedetto letizia: "A oggi non mi risulta proprio che abbia fatto nulla del genere". Allora abbiamo scritto una cazzata? Prima di dirlo, forse sarebbe il caso di chiedere al quel chirurgo di di Napoli che all'anagrafe fa di nome Mario Gioia... 2)Fermi tutti! In alto i remi! Piersilvio ha una nuova "barchetta" lunga ben 35 metri. 3) Sarà molto contento Papi Silvio: durante tutto il fine settimana le reti del Biscione, con rara solerzia, hanno mandato in onda decine e decine di volte la promozione della fiction "Il falco e la colomba" dove recita (ben citata nei promo) l'ape regina Sabina Began... 4) Lo sapevate che a Mediaset è sbucata una nuova produttrice che si chiama Patrizia Marrocco. Essì, è lei, la nuova fiamma di Paolino Berlusconi. Ora l'aspirante cognata di papi Silvio si è messa in combutta con il mitologico press agent Jimmy Wales, la propaganda nazista Alberto Tarallo sul sito holywar, la foto di un lettore è LA SUORA ANTI-INFLUENZA e insieme del Fatto, Sarx88 per Il Fatto SU YOUTUBE: IL VACCINO È UNA TRUFFA? confezionano Un video diffuso su YouTube da una fiction. Ora sono al monaca benedettina di Barcellona ha lavoro con Manuela fatto in pochi giorni il giro del mondo e Arcuri, molto è BANDA LARGA stimata dal Cavaliere creato allarme in Vaticano. Suor Teresa PER TUTTI Forcades, laureata in medicina a del Cialis, e con LA PROMESSA DI BRUNETTA Barcellona e in teologia a Harvard, lancia l'incredibile Gabriel É un annuncio importante un durissimo appello contro il vaccino Garko. quello del ministro Brunetta: che dovrebbe curare l’influenza A, “Garantiremo la banda larga sostenendo che potrebbe essere più per tutti, cominceremo con pericoloso che utile. In un intervento connessioni da due mega a partire dal 2010”. Le avvincente che dura quasi un’ora, con parole del ministro suonano come un impegno numerosissimi riferimenti a pubblicazioni cogente: “I soldi ci sono già, sono in un fondo che scientifiche e a dichiarazioni di autorità dipende direttamente da Palazzo Chigi. Bastano sanitarie di tutto il mondo, avanza il 200 milioni e il piano sarà anche uno stimolo sospetto che potrebbe trattarsi di una economico, perchè vuol dire investimenti sulla grande truffa che andrebbe a tutto rete, nuove tecnologie, minor spesa da parte dei vantaggio delle aziende farmaceutiche, e cittadini”. L’attuale governo, così come quelli che l’allarme pandemia sarebbe del tutto precedenti, si è speso poco sulla rete: siamo al ingiustificato. Già nel mirino della 38esimo posto nel mondo per diffusione della gerarchia ecclesiastica per le sue banda larga nel mondo. Ci accorgeremo presto se dichiarazioni poco ortodosse sull’aborto, Brunetta manterrà questa nuova promessa. ha ricevuto in questi giorni un duro richiamo dal Vaticano. (Alessandro Oppes)

feedback$ è ANTEFATTO.IT Commenti al post: “Siamo tutti Raimondo Mesiano - Anch’io ho il calzino turchese” (di seguito anche alcune delle vostre foto)

Dott. Mesiano, spero legga questo messaggio. E' chiaro il tentativo di intimidire Lei e tutti i giudici coinvolti nei processi del Presidente del Consiglio. Vorrei esprimerLe la mia più sincera e totale solidarietà. Continui col suo lavoro, lo faccia per le persone oneste e che ancora credono che esista

una Giustizia e una Legge uguale per tutti. Con stima P.s. Non ho calzini turchesi, ma ( prometto ) domattina andrò a comprarne svariate paia! (Antonio) Indosserò oggi calzini turchesi, che faranno a pugni con la mia mise,ma lo farò, è una promessa. Dimenticavo: oggi sarò tra gli ospiti in un covo di berlusconiani quindi la mia solidarietà varrà il doppio :). P.s. Fa parte del mio lavoro, quindi mi tappo il naso e ci vado. Forse qualcuno penserà che sono daltonica, ma credo che molti capiranno, e questo mi fa stare benissimo :) Cecilia. Parma. (Cecilia)

Adoro un certo tipo di "stravaganze"... acquisterò una serie di calzini turchesi (da non confondere con l'ormai inflazionato "azzurro-forzista", mi raccomando!). Non oso immaginare quel che si potrebbe dire su dei sovversivi calzini rossi :) (Valentina) Anche io ho il calzino turchese! - e sono una donna stravagante (Maria) Anche io ho il calzino turchese, ma per evitare pedinamenti mi tengo i capelli lunghi (Mauro ) Anch'io ho un calzino turchese... a dire il vero ben più di uno... mi rinchiuderanno in un ospedale psichiatrico? ;) (Valy) Da sempre quando serve calzino celeste o turchese da abbinare a pantaloni blù o camicia celeste... ops forse ho esagerato con le stravaganze. (Lorenzo)


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SECONDO TEMPO

PIAZZA GRANDE Eletto dal popolo, chi? di Bruno Tinti

Il Mattino dell’11 ottobre riporta alcune dichiarazioni di Berlusconi, esternate a Benevento nel corso di una delle sue “Feste della libertà”. Qui il presidente del Consiglio ha detto: “Non credo che si possa consentire di rivolgere infamie, improperi, insulti e volgarità ad un premier eletto direttamente dal popolo, bisogna cambiare questa situazione». Questa storia del premier eletto direttamente dal popolo Berlusconi e i suoi clientes la ripetono ossessivamente ovunque si trovino ad esternare; e dunque in molti luoghi (specie in TV) e molte volte. Così, come oramai avviene in Italia da molto tempo, i cittadini si sono convinti che sia vera, che il “premier” è “eletto dal popolo”. Trattasi di una palla. Cominciamo dalla legge elettorale, la n. 27 del 21/12/2005, (se la sono scritta loro, dovrebbero conoscerla) che, all’art. 5, dice: “…I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione.” Sicché non è il presidente del Consiglio dei Ministri che è eletto direttamente dal popolo ma, a tutto concedere, il Capo della coalizione o del partito. Ma anche quest’affermazione è tutta da rivedere, considerato che ben potrebbe accadere che l’elettore voti un partito o una coalizione solo perché si riconosce nel loro programma; o perché comunque esprime un voto “contro” (è la strategia ben collaudata di Berlusconi): “non voglio assolutamente che i “comunisti” vadano al potere

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Questa storia di essere “premier per volontà popolare” Berlusconi la ripete ossessivamente: ecco perché non è vero (secondo la legge e la Carta)

mier, si arroga poteri che la Costituzione non gli riconosce e si inventa una carica istituzionale che non esiste. Ma torniamo all’elezione diretta del popolo. Si è già visto che anche questa è una fantasia. Ma è anche una fantasia incostituzionale. Dice l’art. 92 della Costituzione: “Il governo della Repubblica è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

e quindi voto per la destra, anche se, a ben vedere non mi piacciono poi tanto neppure loro …”. Insomma nessuno può escludere che gli elettori della coalizione Forza Italia, An e Lega l’abbiano votata a dispetto del plurinquisito Berlusconi (per non ricordare che uno dei suoi lati, diciamo così, problematici), turandosi il naso pur di attuare il programma in cui credevano. Per esempio il federalismo per la Lega o una destra legalitaria e conservatrice per An.

unque è il presidente della Dto Berlusconi, Repubblica che ha nominanon il popolo. E

della coalizione, dunCca,apo que, e non “premier”. Cariquest’ultima, che neppure esiste nel nostro ordinamento costituzionale che prevede solo un presidente del Consiglio dei Ministri. E infatti, secondo l’art. 95 della Costituzione, “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri”. Insomma una gestione collegiale coordinata, non monocratica ed autoritaria. Sicché, quando Berlusconi si investe della qualifica di pre-

nulla gli avrebbe impedito, se avesse ritenuto che il “Capo della coalizione” indicato dalla maggioranza non presentava quei requisiti di onestà, correttezza, serietà, competenza indispensabili per la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, di nominare altro esponente della maggioranza, nel tentativo di ricondurre a ragione la coalizione affinché non fosse portata a tale carica una persona indegna. E se il tentativo non fosse riuscito e gli fosse stata riproposta la stessa indegna persona, non sarebbe stato il popolo a riproporla ma la fazione da questa persona egemonizzata. Il punto è che Berlusconi non capisce proprio che il sistema costituzionale italiano si fonda sull’equilibrio di poteri. Che non vi è una legittimazione popolare, a seguito della quale l’eletto dal popolo può esercitare un potere assoluto privo di ogni controllo; che, al contrario, il popolo esprime la maggioranza politica che governerà e l’opposizione che ne controllerà l’operato; che il presidente della Repubblica

identifica la persona che, autorevolmente (e quindi degnamente) dirigerà il Consiglio dei ministri; che ognuno di questi conserva la sua specifica competenza e responsabilità; che l’azione di governo si esplica secondo le leggi emanate dal Parlamento e sotto il controllo della Corte Costituzionale. Tutto questo, ai miei tempi, lo sapevano gli studenti delle medie che avevano nel loro programma “Educazione civica”; oggi comunque lo sa qualsiasi studente del primo anno di giurisprudenza. E quello che alla fine è davvero preoccupante non è che Berlusconi invece ne sia del tutto inconsapevole. E’ che egli sembra davvero credere che l’investitura popolare (se ci fosse) renderebbe lecito che il governo di un grande Paese possa essere legittimamente affidato a persona più volte sottoposta a processo penale per falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di giudici e testimoni, ritenuto colpevole ma non condannato per prescrizione (e per via di leggi fatte apposta da lui stesso per raggiungere questo risultato). Quello che è davvero preoccupante è che egli sembra credere che l’investitura popolare autorizzi ogni delitto; il che in effetti è avvenuto, anche recentemente, nelle sanguinose dittature europee del secolo scorso; e che credevamo non sarebbe avvenuto mai più.

LA STECCA di INDRO l Tocqueville diceva che “è nel sonno della pubblica coscienza che maturano le dittature” Corriere della sera, 13 gennaio 1996

In difesa di Brachino di Massimo Fini

ifendo Claudio Brachino. Il direttore di Videonews che ha mandato in onda il contestatissimo servizio su Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato Finivest-Mediaset a pagare 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti. Brachino non ha fatto niente di diverso da ciò che i politici, principalmente di centrodestra, e i giornalisti a loro collegati fanno da quasi vent'anni, dall'epoca di "Mani Pulite". Cominciò Bettino Craxi col famoso "poker d'assi" che sosteneva di avere nei confronti di Antonio Di Pietro che aveva aperto un'indagine su di lui e i suoi adepti. Come se l'eventuale corruzione del pm sanasse quelle altrui e non si aggiungesse invece ad esse. Da allora ogni volta che un pubblico ministero inizia un'inchiesta o un giudice pronuncia una sentenza non si sta a guardare il merito del provvedimento ma la prima cosa che si fa è l'esame del sangue, politico e anche comportamentale (da Borrelli a Woodlock i casi più noti) al magistrato che lo ha emesso. Questa è la nuova procedura penale, e ora anche civile, italiana. È del tutto evidente che in questo modo non si può più amministrare giustizia. Non per nulla Alfredo Rocco, che sarà stato anche un fascista ma era un giurista che sapeva il suo mestiere, fece in modo, nel suo Codice, di rendere il più astratta possibile la figura del magistrato disincarnandola da chi la interpreta. Il pubblico ministero si chiama in realtà "sostitu-

D

to procuratore della Repubblica", agganciandolo così a un ordine più alto, e lo stesso iter delle carriere, organizzato sul contestatissimo criterio dell'anzianità, rispondeva a questa concezione, per evitare, tra l'altro, il protagonismo dei magistrati (in Italia si contesta senza mai preoccuparsi di capire la "ratio" di ciò che si contesta). Il motivo di questa impostazione data da Alfredo Rocco al nostro Codice è semplice. La persona del magistrato è sempre attaccabile. Non c'è uomo al mondo, se si esclude Berlusconi, che non abbia delle pecche. E se non sarà lui sarà sua moglie o la sua amante o i suoi figli o i suoi amici. La funzione, in quanto astratta, è invece inattaccabile. Ed è proprio giocando su questa voluta confusione fra ruolo del magistrato e la persona che lo incarna ("antropologicamente un pazzo" secondo Berlusconi) che il premier nella ventilata "riforma della Giustizia" vuole attaccare la funzione della agistratura mettendola al servizio dell'Esecutivo. Cioè al suo servizio. Claudio Brachino (FOTO ANSA)

noi&loro

É

di Maurizio Chierici

LE ORECCHIE DELLA CIA N

el ’94 quando Berlusconi rivoluziona gli arredi di Palazzo Chigi, pubblico e privato si raccolgono in un servizio famoso del Tg1, direttore Carlo Rossella. Quasi il manifesto di un evo diverso. Rilassato nella poltrona del salotto, il presidente risponde alle domande, dita che giocano con i cappelli delle sue bambine (allora erano bambine). Annuncia un paese diverso dalle barbe dei protocolli. Sciolto, moderno. Elenco di promesse, numeri e programmi, ma, diciamo la verità, nessuno ascoltava. Ricordavano le diciture un po’ inutili che corrono sotto le immagini di “ Chi “, al tempo non ancora gazzetta ufficiale del governo. L’attenzione inseguiva il rotocalco delle bambine bionde sulle ginocchia del padre, felicità che inteneriva ogni famiglia dal Brennero a Capo Passero. Stavamo per diventare americani dell’America della famiglia Bush. Passano gli anni e il presidente cambia idea. Proibito mescolare affari di stato, famiglie e divertimenti. Proibito ascoltare, riferire, mormorare. Quando i giornali distribuiscono le voci che si immaginava segrete, che dolore. Talmente profondo da impegnare il ministro Alfano a ristabilire la riservatezza nella nuova giustizia che sta disegnando. Intercettazioni limitate al minimo, tanto per salvare la decenza. Solo mafiosi conclamati, bancarottieri condannati, ricattatori di professione, ma le persone perbene, per carità. Meglio se nomi sono schedati, lasciamo perdere i nuovi. “Ristabilire la civiltà dei paesi civili è l’impegno che dobbiamo ai cittadini. Prendiamo esempio dagli Stati Uniti…”. Giornalisti e tv della famiglia Arcore ripetono autisticamente: negli Usa si intercetta quattro volte meno dell’ Italia anche se la popolazione è moltiplicata per cinque. Vergogna. n mattino mi sono incuriosito nella Miami lontana dal mare, davanti a un palazzo senza finestre. Gli imbianchini avevano disegnato imposte giallo-rosa. Sul tetto galleggiavano tre globi bianchi. Non cisterne d’acqua: il palazzo nascondeva e nasconde un segreto. Dietro l’allegria degli stucchi, pareti di acciaio che resistono agli uragani forza cinque. E’ la sede dell’agenzia privata Global Crossing, agli ordini dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale di Washington. Ogni giorno – ripeto, ogni giorno – registra 650 milioni di telefonate. Soprattutto chi chiacchiera nel paese, ma anche chiamate da Europa, Sudamerica, Oriente infido. Voci che i computer imbustano nel bunker elettronico più discreto del mondo. Altre orecchie nascoste nei mausolei senza finestre ascoltano in California e a Virginia d.c., attorno alla capitale. Registrazioni raddoppiate. Orecchie legate da cavi: in un lampo sa tutto chi deve sapere. Possono pescare i magistrati che indagano anche se già godono la libertà di non dover limitare i giorni (come sta per imporre Alfano) per spiare banchieri, ministri o gaudenti o furbetti che magari non pagano le tasse. “Chi non ha niente da nascondere può dormire tranquillo”, risponde l’addetto stampa della Global ai giornalisti curiosi sbarcati dall’Italia. Perché in Italia non esistono cattedrali d’ascolto impegnate nella tutela della sicurezza, solo spioni bric brac autorizzati ad ascoltare e a riferire solo agli amici che possono garantire una vecchiaia serena come la vecchiaia dell’onorevole Betulla.

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L’Agorà della Cgil di Giovanni Ghiselli

l sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio, ha chiesto trentamila euro di cauzione alla Cgil per concedere l’uso della piazza a una manifestazione di lavoratori. La limitazione dell’uso dell’agorá equivale a una grave mutilazione della libertà di parola. La civiltà ellenica era basata sul dialogo, sul confronto tra discorsi contrapposti (i dissoì lógoi ) e la parresìa era considerata dai Greci un bene irrinunciabile poiché senza la libertà di parlare, politicamente e retoricamente, non sussisteva la democrazia, né la cultura. La capacità di esprimersi verbalmente con eleganza e con forza distingueva la persona educata dall’incolto. La parola, fa notare Canfora, ha uno spazio grandissimo nella vita collettiva (teatro, assemblea, tri-

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bunale) e perciò anche nel racconto storiografico antico essa è largamente presente, e talvolta dominante. I discorsi che Tucidide attribuisce a Pericle, Alcibiade e altri capi, contengono il significato delle azioni, l’idea che le promuove e le attua. La scrittura soprattutto quella esposta - è un surrogato marginale. La parresìa, scrive Massimo Cacciari, è l'elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue dal barbaro. Nell’antica Atene democratica, dove il popolo, a detta di Pericle, amava il bello con semplicità e la cultura senza mollezza, i cittadini non avrebbero permesso ad alcun amministratore di limitare il loro fondamentale diritto a riunirsi per parlare liberamente. Tale limitazione valeva solo per i meteci, quelli che non erano cittadini di pieno diritto. Il protagonista dello Ione di Euripide afferma che lo straniero il quale va a vivere nella città degli Ateniesi, anche se coabita con i cittadini di quella che è la scuola

dell’Ellade, ha schiava la bocca senza la libertà di parola. Analogo concetto si trova nelle Fenicie, quando Polinice chiarisce a Giocasta, sua madre, quale sia la cosa più odiosa per l'esule: “una soprattutto, che non ha libertà di parola”. Infatti, conferma la regina di Tebe, è cosa da schiavo non poter dire quello che si pensa. Ebbene, se veniamo ai tempi nostri, la libertà di parola, da non confondersi con la licenza di chiacchierare a vanvera, rimane uno dei primi valori per la persona capace e desiderosa di pensare. Oggi la parresìa è rappresentata in non piccola parte dalla libertà di stampa: questa, secondo Benedetto Croce “voleva, nei grandi Stati, nell’Europa e nel mondo, tenere l’ufficio che nelle piccole città antiche aveva tenuto l’agorá”. D’altra parte è l’agorá, la piazza dove il popolo libero si riunisce e parla, e ascolta, che prefigura e suggerisce la parola scritta nei giornali seri. Il termine greco è formato sulla radice di un verbo (agheíro) che vuol dire “raduno”. In questi giorni in Italia i potenti temono le riunioni di piazza, poiché paventano il disgusto e la rabbia dei cittadini di fronte all’incapacità di tanti, troppi dirigenti indegnamente preposti alla guida della nazione.


Martedì 20 ottobre 2009

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SECONDO TEMPO

MAIL I politici senza maschere e i cagnolini di stoffa Quando il potere s'appropria del linguaggio, io rinuncio alla parola. Osservo in tv le loro maschere che cadono una ad una. Io ho pazienza. Basta guardare il loro volto senza audio: sembrano quei cagnolini di stoffa che muovono la testa di qua e di la, e tu non sai se ridere, piangere o regalargli un guinzaglio. Rino

Pd, due pesi e due misure Premesso che nel 2009 credo che la parola discriminazione dovrebbe essere cancellata da ogni dizionario e svuotata di senso, mi sorprende non poco il polverone che si è scatenato sul “caso Binetti”. Sul piano politico il voto contrario dell'on. Binetti non credo sia il primo, e temo nemmeno l'ultimo, dei voti scomodi e imbarazzanti che il Pd regala alla maggioranza. Perchè non si sollevano casi come questo quando si parla di indulti e indultini, scudi, lodi e scalate bancarie? Forse questi argomenti non c'entrano con la morale di un partito cosiddetto "democratico"? Perchè l'on. Franceschini in un’ intervista rubata da "Qui Lecco libera" sembrava così scettico sulla cacciata degli illustri assenti alle votazioni sullo scudo

Furio Colombo

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BOX A DOMANDA RISPONDO LA PAURA STRUMENTO DI GOVERNO

aro Colombo, vivo a Milano e la notizia della bomba esplosa mi ha fatto molta impressione. Abito vicino a San Siro e ho sentito le sirene arrivare, la confusione, le voci. Poi ho letto su un giornale che il kamikaze stava in una casa popolare, che nelle moschee incitano sempre le persone all'odio, che questo non era un caso isolato. Facciamo entrare nel nostro paese dei terroristi? Devo avere paura di quelli come lui? Margherita

C

CREDO CHE, se mi fossi trovato ad abitare a Milano vicino a San Siro, avrei avuto la stessa reazione della lettrice Margherita. La stessa ansia, la stessa paura. Ma è la parola "paura" che ci deve guidare nella riflessione. Noi, in Italia, viviamo nella morsa di due paure. Una la viviamo in comune con il resto del mondo. La paura del terrorismo che, dopo il tremendo esordio dell'11 settembre a New York, ha dimostrato di voler colpire dentro e fuori delle aree dell'Occidente, da Barcellona a Bali, da Londra alla frontiera sud-est dell'Iran. E' un pericolo che incombe e che ha dato vita a una catena di attività preventiva e protettiva dall'Arabia Saudita al Nord America, dal Kenya alla Svezia. Per dire che tutto il mondo è in pericolo (ma anche in difesa) contro una piccola parte di mondo votata a imporre la morte come

La vignetta

messaggio politico. Non ho detto "religioso" perché l'Europa e la cultura cristiana hanno troppa esperienza di massacri fatti brandendo il crocifisso. Era politica per il potere allora. E' politica per il potere adesso. Se ci sono fanatici disperati che si fanno arruolare dipende dal fatto che qualcuno li arruola. E qualcuno li ha spinti al fanatismo come unica fuga dalla disperazione. Ma c'è un secondo punto che è triste privilegio solo degli italiani. E' la paura come strumento di governo. Dovunque, in Europa, ci sono gruppi politici xenofobi e razzisti. Ma solo in Italia, con il partito della Lega Nord che occupa il ministero degli Interni e comanda tutte le polizie, solo in Italia siamo autorizzati o meglio spinti dal governo a guardare con sospetto ogni immigrato, anche se è regolare e lavora e produce ricchezza e paga le tasse italiane. Con una sola mossa di scriteriato e incosciente modo di governare, impegniamo, da un lato, forze di polizia e militari a dare la caccia al clandestino, vero o presunto, indicato come "criminale" e che invece contribuisce al benessere del paese, non al pericolo: dall'altro lato facciamo diventare l'Italia una fabbrica di solitudine, umiliazione, disperazione. E questo è il vero pericolo. Un pericolo che il governo Bossi - Berlusconi è impegnato a produrre ogni giorno. Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10 lettere@ilfattoquotidiano.it

mare tutti gli organi costituzionali dello Stato oltre ad aver subito vari procedimenti penali? Perché la magistratura romana apre un'inchiesta su Di Pietro che ha definito atto di viltà inspiegabile la firma di Napolitano sullo scudo fiscale e si permette di archiviare il caso scandaloso Berlusconi-Saccà? Ma dove viviamo? Non è forse quella la magistratura dubbia e non è forse sana la magistratura di Milano che condanna Fininvest a risarcire un danno per aver rubato la Mondadori al legittimo proprietario, corrompendo i giudici? Giancarlo Quaresima

Navi dei veleni affondate, nulla di nuovo mentre oggi è così deciso del contrario? C'entra forse la corsa alla leadership? Vi saluto e ringrazio Francesco Fausto

Non accontentiamoci dell’informazione scarsa Purtroppo non si tratta più solo e soltanto del Tg1. Una certa linea editoriale sensibile ad un dato orienatmento politico può anche essere considerata accettabile, ma quando si superano certi limiti francamente far finta di niente diventa intollerabile e pericoloso. Bisogna manifestare il proprio dissenso. Ta-

cere ed ingoiare ogni giorno questo sistema non è accettabile. Non possiamo essere presi in giro e fare finta di niente. Io ho provato a manifestare il mio disappunto alla redazione del Tg2. Invito anche gli altri lettori a fare altrettanto laddove incorressero (e c'è da credere che accadrà nuovamente) in altri simili e sconvolgenti disservizi; per dire no all'uso strumentale dell'informazione. Ci accontentiamo di poco. Ci basterebbero i fatti! I fatti punto e basta! Andrea Marchetti

La condanna Fininvest mi sembra normale Quando usciremo da questa situazione paradossale di predominio degli organi di stampa e televisone da parte di una sola persona? E perché c'è tanta gente ancora affascinata da un presidente del Consiglio che si permette di delegitti-

Studio fisica all'università di Catania e sono molto interessato alle tematiche ambientali e in particolar modo al nucleare. Intorno all'11 ottobre scorso è apparso su giornali e telegiornali il caso della nave carica di rifiuti tossici affondata dalla 'ndrangheta al largo della Calabria. Da allora si cominciò a parlare di navi "radioattive" affondate come se fosse lo scandalo del momento. Proprio oggi però, sfogliando un libro di scienze del liceo, ho letto un paragrafo sull'inquinamento del mare dove si parlava di autoaffondamenti di navi cariche di bidoni contenenti sostanze radioattive. Il paragrafo è corredato di immagini e sono indicati alcuni siti di affondamento nel Tir-

IL FATTO QUOTIDIANO via Orazio n. 10 - 00193 Roma lettere@ilfattoquotidiano.it

reno e nell'Adriatico. A questo punto mi e vi chiedo: come mai l'affondamento precedentemente citato è stato trattato come scandalo dell'ultima ora se gli affondamenti illegali sono un fenomeno tanto diffuso da essere riportati su un testo scolastico? Stefano Rapisarda

Altro che ponte di Messina pensiamo alle priorità Le stranezze del presidente del Consiglio: promette agli italiani la costruzione del ponte di Messina, mentre ci sono delle zone della Calabria che sono dimenticate anche da Dio, ad esempio la costa ionica da Taranto a Reggio Calabria, circa 600 Km di ferrovia dello Stato a binario unico e non elettrificato ed una ss.106 in stato pietoso (per raggiungere quel tratto servono un’intera giornata ed una nottata. Inoltre hanno scoperto che i mari sono inquinati da rifiuti tossici, così va a morire anche quel poco turismo rimasto! Invece di pensare al ponte, pensasse un po’ a bonificare i mari e a rilanciare l'Italia anche dal punto di vista turistico e non solo. Alduccio

Ho 18 anni e non ci sto, questa Italia non mi piace Sono una neo diciottenne, matricola alla facoltà di giurisprudenza, che non riesce a capire in che mondo vive. Non ho mai guardato un reality show o uno dei programmi alquanto demenziali che si trovano in giro al contrario dei miei coetanei ma avevo, ed ho, l'appuntamento fisso con i programmi che parlano di politica e informazione, argomenti che mi hanno sempre interessata. Volevo lanciare un appello dalle pagine del quo-

IL FATTO di ieri20 Ottobre 1930 “Ateo, per grazia di Dio”. Ossimoro programmatico di una visione del mondo. Firmato Luis Bunuel. Scandaloso, iconoclasta Bunuel, che nel 1930 gira il suo più irriverente apologo dadaista, un inno all’amour fou, sul filo di un surrealismo eversivo. Onirico, sacrilego per scelta, “L’age d’or”, scritto a due con Salvatori Dalì, debutta in una sera di ottobre al cinema Pantheon di Parigi. E per il Tout Paris, invitato alla prima dal mecenate produttore Visconte de Noailles, è subito scandalo. Blasfeme le immagini, “crudelmente insensati” i dialoghi, urticante l’attacco alle istituzioni borghesi. Troppo, per pubblico e censura che, dopo l’assalto allo Studio 28 da parte di squadristi fascisti di Action Française, decide, su ordine del prefetto Chiappe, per il sequestro immediato. Introvabile fino al 1981, il capolavoro del maestro, è la summa dell’or todossia surrealista. Uno sberleffo indemoniato contro una società “marcia e disfatta”, disegnata attraverso inquadrature choc. Tra corpi di prelati in disfacimento, maschere di borghesi coperti di mosche, militari e dignitari ridotti a scheletri, “L’Age d’or” è un grido di rivolta contro i pilastri della borghesia capitalista, chiesa, esercito, stato. Giovanna Gabrielli

L’abbonato del giorno SILVIA MARIOTTI Ci scrivono Silvia e Francesco : “Siamo molto orgogliosi della nascita di questo giornale del quale abbiamo fatto con immenso piacere l'abbonamento per contribuire a una così importante voce in un mondo dell'informazione afono, oltre che imbavagliato”. Francesco è siciliano della provincia di Enna, ha 27 anni. Silvia invece è della provincia di Roma, ha 29 anni. Raccontati e manda una foto a: abbonatodelgiorno@ ilfattoquotidiano.it

tidiano ai miei coetanei a ribellarsi a quest'Italia “sputtanata”, perchè siamo noi il futuro, noi avremo in mano il potere di estirpare le radici di questo squallore. Nicole

Scegliete bene i candidati, non cacciate la Binetti Non trovo per nulla giustificato che si proceda all'espulsione dell'onorevole Binetti dal Partito o dal gruppo parlamentare di cui fa parte. Non è lei il problema. E non trovo nemmeno scandaloso che la Camera abbia rigettato una

pur legittima (negli intenti) proposta di legge anti-omofobia. Perché proprio quello è il compito del parlamento, fatto di donne e uomini liberi che liberamente discutono le loro posizioni giungendo talvolta a delle sintesi che non necessariamente rispecchiano gli schieramenti usciti dalle urne. Bello se funzionasse sempre questo meccanismo. Soprattutto sulle "grandi questioni" di ordine morale per le quali le logiche di appartenenza a questo o a quello schieramento devono necessariamente essere subordinate all'intelligenza individuale dei parlamentari. Il problema che sta alla radice della questione Binetti è proprio questo. Quanto sono "elette" le menti degli "eletti"? Non concordo mai con le posizioni della Binetti ma la ritengo persona intelligente e meritevole (in base alle informazioni in mio possesso) di occupare il posto che occupa. Mi preoccupano di più gli "Yes men" (and women), cioè coloro che si schierano a prescindere. Ieri una senatrice repubblicana del Maine ha fatto "outing" dichiarando che appoggerà la proposta di riforma della Sanità di Obama. Non possiamo giudicare come "voltafaccia" o come "ravvedimento" un parere contrario sulla base di mere logiche di appartenenza politica o di pregiudizio idelogico. Riflettiamo piuttosto sulle modalità di selezione dei parlamentari. La blindatura delle liste porta alla selezione di un numero maggiore di rappresentanti inadeguati. Riportiamo piuttosto in primo piano la giusta battaglia sulla selezione diretta dei candidati unita alla seconda battaglia Grillo-Dipietrista sui requisiti di candidabilità. Guido Bortoluzzi

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Il Fatto Quotidiano (20 Ott 2009)