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ISSN 2035-0724

Poste It. Spa. Sped. in abb. post. DL 353/03 (conv. in L n° 46 27/02/2004) art.1 comma1 aut.171/2008 Rm. Anno 2 - numero 8 - Maggio 2009

Mensile Anno 2, Numero 8

€5

Direttore politico

Massimo Fini Direttore responsabile

Valerio Lo Monaco

Sistema: ECCO L’ULTIMA BOLLA Fini: IRAN E ISRAELE: DI CHI AVERE PAURA? Economia: È IN ARRIVO UN ALTRO TORNADO Vasco: IL MASSIMO È NON ANDARE AL MASSIMO Lavoro e recessione: PRECARI, DISOCCUPATI, HOMELESS


Anno 2, numero 8, Maggio 2009 Direttore Politico Massimo Fini Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco (valeriolomonaco@ilribelle.com) Redazione: Ferdinando Menconi, Federico Zamboni (redazione@ilribelle.com) Art director: Alessio Di Mauro Hanno collaborato a questo numero: Alessio Mannino, Roberto Alfatti Appetiti, Lucrezia Carlini, Daniele Lazzeri, Francesca Gatto Segreteria: Sara Santolini (sarasantolini@ilribelle.com) 340/1731602 Agenzia Stampa e comunicazione: Agenzia Inedita tel. 06/98.26.24.96 Progetto Grafico: Antal Nagy Impaginazione: Mauro Tancredi La Voce del Ribelle è un mensile della MaxAngelo S.r.l. Via Trionfale 8489 00135 Roma P.Iva 06061431000

Iran e Israele: di chi avere paura? di Massimo Fini

Info e desolazione di Valerio Lo Monaco

La verità, vi prego, sul dolore di Lucrezia Carlini

Chi non lavora si arrangi di Federico Zamboni

L’ultima bolla. Prepariamoci di Valerio Lo Monaco

Homeless noi? Mai e poi mai di Federico Zamboni

Redazione: Via Trionfale 6415 00135 Roma tel. 06/97274699 fax 06/97274700 email: info@ilribelle.com

Il tramonto di questa globalizzazione

Testata registrata presso il Tribunale di Roma, n°316 del 18 Settembre 2008

Bruxelles, che pacchia!

Prezzo di una copia: 5 euro

di Daniele Lazzeri

di Alessio Mannino

Abbonamento annuale (11 numeri): 50 euro comprese spese postali

Borderline: Ortese, giornalista visionaria

Modalità di pagamento: vedi modulo allegato alla rivista

di Francesca Gatto

Stampa: Grafica Animobono sas. via dell’Imbrecciato, 71/a - 00149 Roma

Usciti ieri: Dentro il labirinto di Dio

Pubblicità di settore: adv@ilribelle.com

di Roberto Alfatti Appetiti

Email: redazione@ilribelle.com www. http://www.ilribelle.com

Il film: Gladiatore, anzi superstar

Tutti i materiali inviati alla redazione, senza precedente accordo, non vengono restituiti. Chiuso in redazione il 29/04/2009

di Ferdinando Menconi

Musica: Vasco, quello vero di Federico Zamboni

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FINI

Iran e Israele:

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di Massimo Fini

più grave la posizione dell'Iran, che ha firmato il Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari, ma che viene sospettato di voler costruirsi la Bomba, o quella di Israele che questo Trattato non l'ha firmato e l'atomica ce l'ha già? Sono più pericolose per Israele le dichiarazioni di Ahmadinejad per cui lo «Stato sionista scomparirà dalle mappe geografiche" o sono più pericolosi per l'Iran i missili atomici israeliani puntati su Teheran?» Sono più inquietanti le farneticazioni del presidente iraniano sull'Olocausto o i piani militari di Israele per attaccare l'Iran, la cui esistenza è nota da tempo ma di cui ora il Times rivela i dettagli (F-115 e F-116, assistiti da aerei radar Awacs, aerei cisterna, elicotteri, sono pronti a volare, violando lo spazio aereo di altri Paesi, fino a 1400 chilometri di distanza, per colpire, anche con atomiche "tattiche", Natanz, Isfahan, Arak, i siti dove gli iraniani stanno arricchendo l'uranio, a loro dire per usi civili)? È più preoccupante per il mondo che l'Iran abbia mandato in orbita un satellite per le comunicazioni, come li hanno moltissimi Paesi, L'Italia compresa, o che Bibi Netanyau faccia capire, un

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MASSIMO

di chi avere paura?


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giorno sì e uno no, di voler attaccare l'Iran? Su questa faccenda del satellite i giornali occidentali hanno titolato: "Allarme in tutto il mondo. In orbita satellite iraniano" e Washington ha fatto conoscere la propria "grave preoccupazione" perché "potrebbe far presagire lo sviluppo di un missile a lungo raggio da abbinare alla realizzazione di un ordigno atomico. Gli Stati Uniti sono pronti ad usare tutti gli strumenti della propria potenza nazionale per indurre l'Iran a essere un membro responsabile della comunità internazionale". Un doppio processo alle intenzioni, perché, al momento, c'è solo il satellite e nessun missile a lunga gittata né, tantomeno, c'è un ordigno atomico. Che, dall'altra parte, dalla parte di Israele, l'ordigno atomico ci sia e i missili a lunga gittata pure, non deve invece destare alcuna preoccupazione. L'intera "questione iraniana" corre sul filo della più pura illogicità e prepotenza. Quando Teheran aprì i suoi siti per l'arricchimento dell'uranio gli Stati Uniti pretesero e ottennero dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che all'Iran fossero imposte della sanzioni. L'unica cosa che il Consiglio di Sicurezza poteva e doveva chiedere all'Iran, e solo in quanto firmatario del Trattato di non proliferazione, era la garanzia che “L’intera ‘questione l'arricchimento dell'uranio fosse adibito ad usi civili, cioè energetiiraniana’ corre sul ci, e non militari, per costruirsi l'atofilo dell’illogicità e mica, e che quindi accettasse le ispezioni dell'Aiea, l'Agenzia della prepotenza. dell'Onu per l'energia nucleare. L’Iran fu sanzionato Ma l'Iran fu sanzionato "a prescindere" nonostante questi siti fossero ‘a prescindere’, stati aperti proprio alla presenza benché avesse degli ispettori dell'Aiea. E queste ispezioni sono continuate, con la aperto i suoi siti piena collaborazione di Teheran, nucleari ai controlli tanto che un mese fa l'Aiea ha dell’Aiea, l’Agenzia inviato all'Onu un rapporto in cui dichiara che, al momento, l'arricdell’Onu per chimento dell'uranio iraniano non l’energia atomica” è tale da poter permettere la costruzione dell'atomica. Ma tutti i giornali occidentali, o quasi, gocando su quel "al momento", hanno titolato: "L'Iran si sta costruendo la Bomba". Uno degli argomenti utilizzati dagli occidentali per giustificare il loro niet al nucleare civile iraniano è questo: ma che bisogno ha l'Iran di altre fonti energetiche quando ha già il petrolio? Ma a parte il fatto che la British Petroleum, che se ne intende,

2 LA VOCE DEL RIBELLE


Massimo Fini

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ha calcolato che nel 2049 non ci sarà più petrolio nel sottosuolo, un Paese avrà o no il diritto di diversificare le proprie fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani? È come se noi italiani volessimo riaprire Caorso e qualcuno preten“Il solo Stato desse di impedircelo perché, in che attualmente teoria, da lì potremmo arrivare alla Bomba. ha precisi piani Questo "doppiopesismo", che fa di attacco atomico infuriare non solo Teheran, che si vede lesa in un suo legittimo dirita un altro Paese to, ma anche buona parte dei è il democratico Paesi musulmani, e avvilisce chi in Israele. E i soli che Europa cerca di avere una visione non totalmente autoreferenziale hanno mai usato perché capisce che anche gli altri la Bomba sono stati popoli possono avere verso di noi le stesse paure che noi abbiamo i super campioni verso di loro, si basa sulla convindella democrazia: zione che esistono degli Stati "buoni", perchè democratici, e gli Stati Uniti” quindi "membri responsabili della comunità internazionale" che mai si sognerebbero di usare l'atomica, e Stati "cattivi", anzi "Stati canaglia" (definizione che fa il paio con quella di "Stato totalmente razzista" affibbiata da Ahmadinejad ad Israele alla recente Conferenza Onu di Ginevra), perché non democratici e quindi capaci di ogni avventurismo, anche di sganciare l'atomica. Beh, il solo Stato che attualmente ha precisi piani di attacco atomico ad un altro Paese è il democratico Israele e sarà bene ricordare che gli unici nella Storia che hanno usato la Bomba sono stati i campioni dei campioni della democrazia, gli Stati Uniti d'America. Ottantamila morti in un colpo solo, a guerra finita, e milioni di focomelici semplicemente per far sapere al nemico di turno, l'Unione Sovietica, che si era in possesso di quest'arma micidiale.


Info

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e desolazione Mark Twain: “Se non leggete i giornali siete disinformati. Se lo fate siete informati male”

U

di Valerio Lo Monaco

na delle problematiche più diffuse per rendere efficace la presa di coscienza della situazione attuale che ci sforziamo di offrire - e dunque per provare a ipotizzare delle alternative - è relativa al fatto che per conformazione mentale, la maggior parte delle persone rifiuta acriticamente non solo delle previsioni funeste per il futuro ma anche la lettura della mera attualità. Se da una parte è comprensibile avere delle perplessità riguardo alle possibilità del futuro che sono ovviamente legate a previsioni, è invece del tutto illogico - per chi fa della logica il proprio metodo di analizzare i fatti - che si rifiuti anche di vedere la situazione che si ha davanti agli occhi. È, in ultima istanza, un fenomeno di carattere prettamente culturale. E un risultato della distrazione e della mistificazione. Mentre il primo è tema troppo ampio, data la vastità delle considerazioni che si dovrebbero fare e per le quali non abbiamo in questa circostanza lo spazio adeguato, sugli altri due punti invece si può arrivare a una definizione efficace. Con l'obiettivo, chiariamolo subito, di centrare il problema e trapassarlo al fine di riuscire a vedere la luce. Tempo fa sul giornale El Pais, riportata da Internazionale, è uscita una vignetta satirica veramente ficcante, dove un uomo, procedendo a ritroso all'interno di un tunnel nero, sollecitava il lettore a non uscire dal tunnel stesso, in quanto “fuori la situazione era ancora peggio”. Fuor di metafora, è evidente che la conformazione mentale che impedisce di prendere coscienza della situazione attuale cui facevamo allusio-

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Scelta delle fonti Ovvero scelta dei media ai quali concedere il proprio tempo e la propria attenzione. Attenzione che è del resto la vera merce di scambio che la maggior parte dei grandi media offre agli investitori pubblicitari. Questo è un punto fondamentale che bisognerebbe valutare ogni volta che si sceglie una trasmissione televisiva, o si acquista un quotidiano o un periodico, o anche un libro. Persino ogni volta che si sceglie un sito internet da visitare. Ognuna di queste scelte corrisponde a cedere la propria attenzione al medium. E questo al di là della pur giusta capacità personale di concedere una attenzione critica, ovvero attiva, piuttosto che passiva. Il medium stesso, a questo punto, ha il beneficio di decidere come trattare la attenzione concessagli.

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ne poco fa - i motivi di fondo, della situazione attuale: naturalmente tutti o quasi si rendono conto degli aspetti superficiali e più prossimi - è però esattamente quella che si deve cercare di forzare, a fini migliorativi, se si vuole realmente leggere la situazione per quella che è. Uscire dal tunnel di luoghi comuni, distrazioni e mistificazione è, sebbene per molti non facile e per moltissimi doloroso, indispensabile. Eppure non si può biasimare (almeno non troppo) chi, privo di risorse culturali molto spesso senza personale demerito, bombardato dai sistemi di comunicazione odierni riesce a fatica, o non riesce affatto, a oltrepassare la cortina fumogena che ha il solo scopo - di cui i detentori sono colpevoli - di rendere illeggibile la realtà. La grande fetta di Paese che segue in massa i vari Sanremo, Grande Fratello o X Factor, che discute per settimane intere su un evento che ha visto ventidue milionari rincorrere un pallone la domenica, oppure che si accalora per l'elezione del nuovo segretario del Partito Democratico o ancora per le barzellette di Berlusconi, è spacciata. Almeno per ora. È al resto dunque che ci rivolgiamo. Almeno a parte di esso. Ovvero a chi cerca comunque di capire la situazione - e dunque riesce quanto meno a evitare l'assoluta e colpevole distrazione - a chi sente interesse per la conoscenza e insomma cerca di mettere a fuoco il momento nel quale vive. Ebbene, anche per questi ultimi, il panorama relativo alla informazione reperibile non è poi così roseo. Soprattutto perché molte volte manca il click fondamentale, da far scattare in testa, per stabilire un criterio di scelta delle fonti stesse. La cosa è evidente: data per certa la volontà di seguire la cosa pubblica (nostra e internazionale) si tratta a questo punto di scegliere il medium attraverso il quale in primo luogo lasciarsi raccontare i fatti che accadono (e che altrimenti non saremmo in grado di conoscere) e in secondo luogo lasciarsi proporre delle chiavi di lettura adeguate non già, attenzione, per farsi indottrinare acriticamente, ma al contrario lasciarsi offrire degli spunti utili ad arrivare a proprie personali conclusioni. Come è giusto che sia.


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Il ragionamento, a questo punto, è di una semplicità assoluta: la maggior parte dei mezzi di comunicazione attuali nasce, vive e si sviluppa attraverso la commistione di due elementi fondamentali: politica e commercio. Si tratta di mezzi collegati direttamente a partiti politici o lobby di potere ben definite o (o insieme) a industrie, anche quotate in borsa, che hanno un solo imperativo: fare soldi e mantenere le posizioni dominanti per poter continuare a farli. Nel mondo attuale dominato dall'economia, tanto che la politica stessa è in realtà il braccio legislativo e attuativo di processi economici, cosa aspettarsi dai media che sono dirette espressioni di questi due aspetti? E ancora: quale realtà potranno mai descrivere, quali notizie scegliere (e soprattutto quali no) e con quale chiave di lettura raccontarle che non sia direttamente strumentale al proprio obiettivo? Quale visione del mondo potranno mai stimolare che non sia inerente al modello di sviluppo nel quale tali mezzi sono nati, continuano a vivere e necessitano dunque di perpetuare per la propria sopravvivenza e per il raggiungimento degli obiettivi (politici ed economici) che i gruppi al loro vertice perseguono? Ci si dovrebbe chiedere, insomma, quale è il motivo per cui si sta scegliendo un mezzo di informazione piuttosto di un altro e - attenzione quale è il motivo per cui il medium scelto ci sta offrendo i propri servizi. L'obiezione (debole) più comune a tal riguardo è quella della libertà dei media e dei giornalisti che vi lavorano, i quali deontologicamente sarebbero garanti della pluralità e della correttezza dell'informazione eccetera eccetera. Sciocchezze. Basta vedere quanto importante sia per i partiti italiani la scelta dei vari presidenti Rai. Basta vedere le lotte economiche dei grandi gruppi per entrare nei Cda dei vari grandi gruppi editoriali. Basta vedere il Tg1 del 7 aprile scorso, ovvero del giorno seguente al terremoto in Abruzzo, che ha chiuso l'edizione nazionale delle 13 e 30, dunque una di quelle più seguite, con un minuto e dieci secondi di auto-incensamento con la comunicazione precisa al millimetro degli straordinari dati d'ascolto relativi alle edizioni e agli speciali del giorno prima. Poco dopo, sulle reti Mediaset, in uno speciale di Matrix sul terremoto partecipavano vari giornalisti i quali venivano intervistati per conoscere cosa si sarebbe trovato sulle rispettive testate il giorno successivo, speciali inclusi. Il tutto mentre in Abruzzo la terra continuava a tremare. E le persone a morire sotto le macerie. Se c'è un motivo, tra i tanti, per i quali le Tv perdono ascolti e i giornali copie quotidiane - nei primi due mesi e mezzo del 2009 Rizzoli Corriere della Sera ha perso il 43%, Mondadori il 33% e il Gruppo L'Espresso il 42% - certo non è difficile da capire. Ciò che invece è più ostico da compren-

Ci si dovrebbe chiedere sempre qual è il motivo per cui si sta scegliendo un determinato mezzo di informazione. E quali sono gli scopi di chi lo gestisce.

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Obiettivo conoscenza Nel momento in cui l'informazione non produce conoscenza è inutile. Dal momento che informarsi è difficile, conoscere diventa impresa ancora più ardua. Chi non conosce, chi ignora, non può avere coscienza di quanto accade, e perché. E non è dunque in grado di poter scegliere e decidere. Su nulla. Un popolo senza conoscenza, un popolo ignorante, è un popolo che può essere raggirato facilmente. È un popolo di sudditi. E il cerchio è chiuso. Tutto questo perché riflettere attorno al settore dell'informazione e della conoscenza è - evidentemente - aspetto fondamentale della stessa vita civile delle persone. Naturalmente tralasciamo di commentare l'ignobile balletto di avvicendamento tra direttori di rete e giornali (Rai, Corriere della Sera, Sole 24 Ore) e quello relativo alle nomine Rai: Berlusconi, recentemente prima ha dichiarato che non era vero che tali nomine sarebbero state fatte nel suo salotto (come riportato da alcuni giornali) e poi ha detto che i nomi pubblicati non erano quelli che egli stesso avrebbe indicato, confermando di fatto la propria pertinenza di scelta. Tutto il discorso ruota attorno a una discrepanza: da una parte quello che ci raccontano i media ufficiali, dall'altra quanto realmente avviene. Cosa, quest'ultima, che chi non ha ancora portato il cervello all'ammasso può cogliere ben oltre le verità ufficialmente raccontate. Da qui la - comprensibile - disaffezione nei confronti dei media tradizionali. Beninteso, parliamo principalmente del nostro Paese. Avere notizie corrette dal mondo è affare ormai quasi impossibile. Uno dei motivi principali per i quali i nostri media ufficiali perdono copie e audience è la perdita di affidabilità che, in un mondo dove è più facile arrivare a informazioni ulteriori, non si può più arginare. Naturalmente in questo discorso entra in gioco anche lo sviluppo dei nuovi media, ovvero la caduta delle barriere d'ingresso al fare informazione e a diffonderla, ma proprio perché oggi c'è più scelta, chi ha un minimo di sensibilità e curiosità verso la cosa pubblica, può più facilmente valutare la qualità dell'informazione che ha di fronte. E quindi può scegliere. E dunque abbandonare tante voci che sino a un certo punto, compli-

Proprio perché oggi c’è più scelta chi ha un minimo di sensibilità e di curiosità verso la “res publica” può valutare più facilmente la attendibilità dei diversi operatori

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dere, è come sia possibile, considerato lo stato attuale della nostra informazione, riuscire a informarsi su quanto accade nel mondo. Ovvero mettere in pratica uno dei principi fondamentali per chi voglia essere al corrente di quanto accade e dunque riflettere. Con l'obiettivo della conoscenza, che è il vero e unico obiettivo che dovrebbe scaturire dall'informazione.


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ce il blocco totale del meccanismo, potevano urlare indisturbate mentre sono oggi più soggette a una valutazione comparativa con altre e numerose fonti. Confronti dai quali escono perdenti ogni giorno di più.

In chi sperare Nella fascia del nostro Paese che possiamo definire colta, interessata a quanto accade, lettrice, composta insomma da chi ancora non è del tutto alienato, esiste un numero crescente di persone che sta via via abbandonando i media tradizionali a favore di nuovi attori. Vi è uno spostamento continuo tra la fruizione di una volta nei confronti della contro informazione. Si apre insomma lo spiraglio di luce dell'intuizione che per essere informati correttamente si deve andare a cercare fonti di informazione non dipendenti dal sistema informativo tradizionale. Si può quasi affermare che l'informazione oggi è contro informazione oppure non è. Esiste uno spartiacque generale a dividere l'informazione indipendente da quella che invece dipende da poteri ben precisi. L’attuale sistema dei media tradizionali, come già accennato, dipende da due grandi ambiti: pubblicitario, politico. I quali impongono la propria direzione mediante il controllo degli investimenti pubblicitari e dei finanziamenti pubblici. Giornali (e Tv) che vivono grazie a grandi investitori pubblicitari devono necessariamente tarare le proprie “agenda setting” se non proprio a favorire direttamente i propri inserzionisti, quanto meno a evitare di entrarci in conflitto. Pena la cassa vuota. Giornali (e Tv) che vivono grazie a sovvenzioni pubbliche, non possono che essere filo governative. Considerando che oggi il blocco dei grandi investitori e della politica è in realtà un unico amalgama, i media più embedded al sistema sono naturalmente quelli che sopravvivono grazie a entrambe le cose: pubblicità e contributi politici. Facile individuarli. Facile evitarli. Perdita di copie e credibilità lo confermano. Gli editori puri sono rimasti in pochi. Gli altri, la maggior parte dei grandi, altro non sono che società, molto spesso quotate in borsa, che hanno l'unico obiettivo di macinare denaro. Con buona pace dell'informazione. La quale ha, invece, obiettivi differenti. Ciò che appare dunque su tali grandi media è sempre più spesso non informazione, ma propaganda. Chi si sottrae ha qualche possibilità. Chi ne è preda invece no. E questo malgrado (non poche) lodevoli eccezioni giornalistiche, qua e là. Lodevoli tanto che, sempre più spesso, tali giornalisti scompaiono dai palinsesti e dalle pagine dei quotidiani.

Non si tratta, semplicisticamente, di tenersi alla larga da tutto ciò che circola nei media. Si tratta invece di cercare negli interstizi del sistema. E scegliere il meglio.

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Ne sappiamo qualcosa anche direttamente, qui in redazione. Capire questo, insomma, può sgomberare il campo dalla maggior parte delle problematiche relative alla scelta delle proprie fonti, delle proprie frequentazioni informative e culturali. Tutti aspetti che sono alla base, e il discorso si chiude, della conformazione mentale dei più, che piuttosto di prendere coscienza della realtà, rifiutano anche quella che è di tutta evidenza. Sia chiaro, non si tratta semplicisticamente di fare piazza pulita,nello scegliere le proprie fonti informative, di quanto è presente oggi. Si tratta piuttosto di cercare negli interstizi dei palinsesti, negli editoriali dei quotidiani, nei libri che si sceglie di acquistare o nei siti che si decide di visitare. È ancora possibile oggi trovare alcuni buoni canali. Il punto è selezionarli. E per fare questo molto spesso basta porsi le domande cui alludevamo prima.

Dunque, cosa fare? Ostracismo, oggi, molto spesso è sinonimo di libertà. E se per libertà si intende quella da partiti politici di vario genere, o da interessi economici di vario tipo, ebbene è esattamente lì che si può trovare un’informazione migliore. La prossima volta, ponendoci direttamente le domande appena citate, proveremo a vedere cosa e come scegliere. Valerio Lo Monaco

Non ce ne frega niente di...:  il 25 aprile ****  i cento anni di Rita Levi Montalcini *****  gli ostaggi nelle Filippine, italiano incluso ***  l’Expo a Milano del 2015 ****  il cucciolo Bo,“First Dog” alla Casa Bianca *  le ville che Berlusconi ha offerto ai terremotati **  il quinto anno di pontificato di Papa Ratzinger **  Pannella *****  L’Earth Day ****  David Copperfield ****

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La verità, vi prego, sul dolore Lunedì 7 aprile. Primo pomeriggio. L’Aquila. Tra sciacalli, deontologia e rispetto. Prima d’iniziare l’inchiesta.

I

di Lucrezia Carlini*

l Centro Operativo Misto dovrebbe essere il ponte di comando dei soccorsi. A dodici ore dalla scossa delle 3.32 mancano i ponti radio, mancano le informazioni, manca ogni capacità operativa. Gli uomini della Protezione Civile del Lazio lavorano al buio, gridano contro i responsabili locali, che si aggirano impacciati, muti, dentro un’emergenza annunciata da quattro mesi di scosse quotidiane. Alle 7 di sera sento l’incaricato della Protezione Civile, pazzo di impotenza, implorare gli uomini del comune di metterlo in contatto con il sindaco. Lo chiede dalla mattina. Allora decido che non c’è altro da vedere lì. Chiedo un passaggio a tre volontari diretti alla tendopoli di Centi Colella. Vengono dal Molise, hanno finito il corso da una settimana. Non conoscono la strada, non hanno mappe né navigatore e non sanno esattamente perché li abbiano mandati al campo - i pasti, ci hanno detto di prendere i pasti per i volontari. A Centi Colella stanno ancora sistemando per la notte centinaia di sfollati e nessuno sa nulla di quei pasti. I miei volontari ora ricevono un

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incarico che li riporta indietro: recuperare dei sacchi per i cadaveri, da portare all’obitorio. Lungo la strada, l’ordine cambia di nuovo. Ma siamo già nei viali bui e deserti dell’ospedale San Salvatore, - re-inaugurato nel 2001, mai iscritto al Catasto - e vedo le pareti lesionate, le crepe profonde, le scale pericolanti. I morti non sono più qui. Li hanno trasferiti tutti presso la scuola della Guardia di Finanza. «Non c’è coordinamento – commentano i miei compagni – nessuno sa cosa dobbiamo fare». Scendiamo dal furgoncino. «Hai freddo?» – chiede l’uomo alla guida. E subito «Ti presto la mia giacca». Lo guardo negli occhi con uno sgomento che non ha bisogno di parole. È così, grazie a una giacca della Protezione Civile troppo grande sui jeans neri, che riesco a entrare nel-l’hangar ingombro di bare. Davanti, alcuni tavoli e il personale esausto e cortese che accoglie i parenti per il riconoscimento. Quelli che hanno sbrigato le pratiche se ne stanno composti sulle sedie, occhi dilatati, lamenti soffocati. Giovani psicologhe portano conforto. Voci basse, ovunque una vergogna pesante, il passo incredulo dei nuovi arrivati, ancora integri, ancora al di qua della disperazione. Non è vero finché non è vero, e un attimo dopo la vita non è più la stessa. Molte piccole bare bianche. Un padre pallido, con la voce sottile: la magliettina sembra la sua, ma il viso non lo riconosciamo… non pensiamo che sia lei. Non è lei. Rimango sulla soglia, perché sono una ladra in quel dolore, e non c’è altro che dolore da portare via.

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Martedì. I familiari dei ragazzi della Casa dello Studente sono qui dalla mattina di lunedì. Stanno in piccoli gruppi, in piedi di fronte alle transenne. Da ore fissano le macerie, i vigili del fuoco al lavoro. Non hanno informazioni. Possono solo sforzarsi di decifrare i movimenti della gru, i comandi dei caposquadra. Aspettare aggiornamenti. Sono disarmati, senza pelle contro decine di giornalisti. I giornalisti vorrebbero restare umani, ma hanno il servizio da portare a casa, il caporedattore affamato, il collega senza coscienza, la mente intorpidita, le reazioni automatiche. Questo è il momento di mostrare il dolore, e quasi nessuno si aspetta da loro niente di più. Devono presidiare, nel caso uno dei ragazzi venga estratto morto, o ancora meglio vivo. Trovare qualcosa da dire per il prossimo collegamento. Perciò indagano le facce dei padri, puntano le ottiche sulle madri, cercano rabbia, disperazione, cedimenti. La gente vuole sapere. Il pubblico vuole vedere. Le telecamere devono documentare. Nessuno può andare via, fino alla fine. Ieri è stata una scelta, oggi è una follia di cui si è perso il movente. Io ne faccio parte. Mi aggiro fra i familiari, in cerca di una preda più fragile delle altre, e di una giustificazione.

Anno Zero punta il dito sul re nudo. Racconta i retroscena: l’impreparazione, la mancanza di prevenzione, le denunce senza seguito sulla Casa dello Studente.

Mercoledì. «Noi siamo cinque. Non possiamo essere quattro». La mamma di Luca non piange nemmeno quando arriva Giada, la fidanzata bambina di suo figlio, un’altra madre, minuscola, stupefatta, perché Luca era un ragazzo padre – è, mi corregge sua sorella. I familiari resistono, credono, galleggiano in una bolla di stordimento e rabbia. Sono venuti ministri, sindacalisti, giornalisti – Bruno Vespa è passato oltre le transenne che obbligano loro al di qua dalle macerie, si è fatto raccontare dai soccorritori ciò che loro continuano a chiedere invano, ha interrotto lo scavo per rivelare, a milioni di spettatori, proprio qui sotto ci sono i ragazzi, con l’aria di dire: vi trasmetto da una tomba. Nel pomeriggio qualcuno lascia un sacco nero della spazzatura pieno di confezioni di brioches, pane in busta senza coltello, scatolette di tonno. I rappresentanti delle Istituzioni, protetti dal caschetto, hanno promesso verità, giustizia e una rapida ricostruzione, ma qui non hanno portato un pasto caldo, un riparo dal sole o dalla pioggia, una sedia, un bagno chimico, una linea di confine perché questo dolore potesse rimanere privato. Se qualcuno ora osasse dire la verità, direbbe che un dolore privato non diventa pubblico perché viene mostrato a un pubblico. Che quei ragazzi non sono i nostri ragazzi. Non sono i nostri figli né i nostri

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fratelli. Sono i figli di chi li ha cresciuti, i fratelli di chi è cresciuto con loro. Non sappiamo chi erano, e le foto sui giornali sono una sintesi sommaria e perciò oscena delle loro esistenze. Se qualcuno ora potesse dire la verità, chiederebbe di tacere della loro vita e fare l’unica scelta che ci riguarda: gridare contro la loro morte, e a quella ribellarsi. Pubblicamente.

Giovedì. C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere. È sera. Alla Casa dello Studente non c’è più nessuno dal salvare. Anno Zero punta il dito sul re nudo. Racconta l’impreparazione, la mancanza di prevenzione, le denunce inascoltate sulla fatiscenza del fabbricato. La folla non vede, perché il re è a un funerale, e a un funerale si piange a capo chino. Si celebra un rito, non si grida la verità. Un po’ di rispetto, un po’ di continenza, un po’ di silenzio. Seppelliamo i nostri morti, cosa c’entra ora la giustizia. Non è il tempo di chiedere chi, perché, quando. Ora è il tempo di ostentare lo strazio delle madri giovani gettate sulle piccole bare bianche e aspettare finché le menti siano sature del loro pianto a reti unificate e i cuori, in ogni angolo della solita Povera Patria, trabocchino di compassione. Il vizio antico dell’italica bontà. L’unanime cordoglio. Lo sdegno prezzolato. Presto l’unica reazione davvero umana sarà cambiare canale; e il diritto alla giustizia si smarrirà nel groviglio di rabbiose polemiche e interminabili inchieste.

È il momento del pianto a reti unificate, affinché le menti e i cuori del pubblico televisivo trabocchino di compassione. Il vizio antico dell’italica bontà.

Venerdì. Funerali di Stato. Fra le tante bare, nessuno dei ragazzi della Casa dello Studente. I familiari non hanno voluto. Hanno chiuso il dolore in casa, appena hanno potuto. Hanno rifiutato la riconciliazione con lo Stato, che oggi piange con le altre vittime, in diretta nazionale. Ci sono morti più inaccettabili di altre. Perché a mandarle a percuotere la terra sono gli uomini, non il Destino. * Lucrezia Carlini inviata in Abruzzo

Sul prossimo numero: “Il Delitto Perfetto”. Inchiesta politicamente scorretta - carte alla mano - su altre verità “seppellite” nel terremoto in Abruzzo.

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PROSPETTIVE

Chi non lavora si arrangi

Nei momenti di crisi la disoccupazione si aggrava, ma le sue vere cause sono nel sistema produttivo. La tecnologia cancella più posti di quelli che riesce a creare. E mette fuori gioco sempre più persone

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di Federico Zamboni

eno soldi, meno consumi, meno lavoro. Licenziamenti di massa che dapprima colpiscono singoli settori e via via si estendono ad ambiti sempre più vasti. Decine di milioni di uomini e donne che vengono espulsi dal processo produttivo e che non sanno se e quando vi potranno rientrare. Vite che hanno deragliato senza nessuna colpa, tranne l’acquiescenza a un sistema che è stato preso per buono e che non si è avuta né la lucidità di comprendere né, tantomeno, la forza di combattere. Vite che potrebbero non tornare mai più sui binari di un’esistenza normale. Gente che faceva la sua parte, per come le era stato chiesto di farla, e che tutto a un tratto si è trovata a scoprire che il copione è cambiato: il kolossal si è riciclato di colpo in una produzione low cost, il cast è stato ridotto all’essenziale, la commedia spensierata, se non proprio brillante, ha assunto le tinte fosche del noir. A casa, signore e signori. A casa. Qui non servite più. E sbrigatevi, cortesemente: non lo vedete che siete d’intralcio, ora che il set lo abbiamo dovuto restringere? Il virus si è sviluppato nelle Borse, ma adesso l’epidemia si diffonde ovunque. Nelle aziende. Nelle fabbriche. Tra i lavoratori che ormai, venuta meno la speranza di un mondo più equo, non chiedevano altro che di essere lasciati in pace, a tirare avanti alla

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Negozi aperti e fabbriche chiuse: la contraddizione di un’economia che offre merci ma non dà lavoro

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meno peggio. Ora che la bolla speculativa, l’ennesima, è esplosa, l’onda d’urto si è espansa a 360 gradi, in cerchi concentrici che non hanno ancora smesso di allargarsi. Banche, assicurazioni, strutture finanziarie di ogni dimensione e di ogni tipo. Grandi gruppi industriali e piccole imprese. Una reazione a catena. Un circolo vizioso. Meno soldi, meno profitti. Meno reddito. Meno consumi. Meno lavoro. Soprattutto questo: meno lavoro. Quello che per gli studiosi di scuola liberista era un problema ben noto ma in fondo astratto – l’ennesima variabile di un’equazione in cui, come al solito, le persone diventano numeri e l’unica cifra che interessa davvero è la percentuale di incremento dei capitali investiti – si sta trasformando in un dramma collettivo. Negli Stati Uniti si sono persi oltre cinque milioni di posti in pochi mesi. Secondo l’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, nell’Eurozona la disoccupazione

Informatizzazione, automazione, robotica. Le macchine, sempre più complesse e “intelligenti”, gestiscono interi processi di lavorazione e rendono superfluo l’apporto degli esseri umani. media salirà al 10,1 per cento nel 2009 e all’11,5 nel 2010, con punte del 17,7 e del 19,3 in Spagna, mentre in Italia si dovrebbe arrivare rispettivamente all’8,1 quest’anno e al 9,2 il prossimo. E c’è scommettere che si tratta di stime prudenziali, a metà strada tra l’intenzione di stimolare gli interventi governativi e la necessità di non seminare il panico. Quello che ci si guarda bene dal dire, in ogni caso, è che il ridimensionamento del mercato del lavoro non è dovuto solo alla crisi in corso, e dunque a un fenomeno transitorio che o presto o tardi si esaurirà (a meno di un’implosione generale del sistema), ma a ragioni assai più profonde e definitive. La tecnologia porta all’informatizzazione, all’automazione, alla robotica. Le macchine, sempre più complesse e “intelligenti”, gestiscono interi processi di lavorazione e occupano spazi crescenti all’interno di qualsiasi ciclo pro-

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duttivo, rendendo superfluo l’utilizzo di personale che non sia estremamente qualificato. Il problema, per usare il linguaggio dei tecnici, non è congiunturale. È strutturale.

Era già tutto previsto Jeremy Rifkin lo aveva scritto quattordici anni fa. Un intero volume, dall’inequivocabile titolo La fine del lavoro (Baldini e Castoldi, 1995), in cui spiegava approfonditamente quello che si stava preparando e come determinate, drammatiche conseguenze fossero inevitabili, essendo iscritte nei presupposti stessi dell’organizzazione economica di stampo occidentale. Rifkin ripercorreva la storia dell’industrialismo dalle origini e, analizzando il modo in cui è andato mutando l’impiego della forza lavoro, arrivava agevolmente a individuare una tendenza intrinseca, e inarrestabile, a ridurre l’apporto del fattore umano. Se il taylorismo aveva introdotto i tempi standard per ciascuna lavorazione, e il fordismo aveva ingabbiato le maestranze nella nevrotica routine della catena di montaggio, l’informatizzazione schiaccia gli addetti in una duplice morsa: per un verso li costringe a impegnarsi al massimo per adeguarsi alla velocità e alla precisione dei computer; per l’altro ne controlla incessantemente, con quella stessa velocità e con quella stessa precisione, ogni singolo aspetto, e ogni singolo istante, della performance lavorativa. Parallelamente, e nella medesima ottica di riduzione esasperata dei costi, si sono sgretolate in modo sistematico le fondamenta del rapporto tra azienda e dipendenti, peggiorando le condizioni retributive, precarizzando i contratti non solo degli operatori meno qualificati ma anche di quelli di media e di alta preparazione, fino a coinvolgere il management con l’unica eccezione dei livelli apicali, e ricorrendo massicciamente al lavoro interinale e agli appalti esterni. Tutti questi fattori, scriveva Rifkin,“stanno mettendo sotto una pressione senza precedenti la classe lavoratrice americana. L’ottimismo convenzionale che ha spinto intere generazioni di immigrati a lavorare duramente nella convinzione di poter migliorare le proprie condizioni di vita e nella speranza di un futuro migliore per i propri figli è stato distrutto; il suo posto è stato preso da un diffuso

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cinismo rispetto al potere delle aziende e a un crescente sospetto nei confronti degli uomini che hanno un controllo quasi totale sul mercato globale”. Di fronte ai cambiamenti, e al venir meno delle pur limitate garanzie del mondo in cui erano cresciuti, “la maggior parte degli

I manager ragionano in termini di pura convenienza: è più vantaggioso usare dei nuovi macchinari o assumere altro personale? Non è solo questione di costi. Il punto è che le macchine non hanno nessuna pretesa e nessun diritto. americani si sente impotente”. La visuale, però, deve essere ulteriormente ampliata. Anche se Rifkin non omette di dire che la responsabilità è “di datori di lavoro accecati dal profitto e di Stati indifferenti”, la sua è un’affermazione episodica, affondata (fino a restare nascosta) tra innumerevoli altre. Bisogna urlarlo, invece. La chiave di volta non è nell’incessante evoluzione della tecnologia ma nel modello economico. Il vizio, ancora una volta, è la volontà degli imprenditori di massimizzare i profitti. E, quindi, di ridurre i costi. A partire da questo principio la domanda che ci si pone di fronte a qualsiasi scelta manageriale è costante: ammesso che si possa scegliere, è più conveniente produrre un determinato bene o un determinato servizio impiantando dei macchinari o assumendo delle persone? La risposta prevalente, ahinoi, è che in linea di massima è preferibile la prima opzione. Quand’anche non vi sia un vantaggio immediato, nel senso che le spese si equivalgono, la differenza la fa la libertà d’azione nel gestire le risorse e, specie nei Paesi con forti garanzie sindacali, nel decidere i cambiamenti successivi. Se vuoi modificare o addirittura dismettere un macchinario lo fai quando ti pare. Se vuoi variare le mansioni dei tuoi dipendenti, o addirittura licenziarli, devi fare i conti con una serie di difficoltà: i soggetti possono non essere adatti ai nuovi compiti, e nemmeno in grado di diventarlo attraverso uno o più corsi di formazione; la loro estromissione può suscitare un contenzioso legale e, soprattutto se si tratta di numeri cospicui, provocare una reazione ostile da parte dei diretti interessati e persino della pubblica opinione: picchetti davanti alle sedi aziendali, boicottaggi di vario tipo, perdita di immagine e dunque di vendite e dunque di profitti.

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Insomma: le macchine non hanno nessuna pretesa e nessun diritto, i lavoratori sì. Le macchine che non sono ancora perfette, nell’accezione strumentale dell’impresa, potrebbero diventarlo in futuro. Mentre i lavoratori, anche i più volenterosi e dotati, hanno limiti insormontabili nella propria natura di esseri umani: si sposano, si lasciano, fanno figli, coltivano sogni più o meno infondati, si demotivano per le ragioni più diverse, stanno bene o stanno male in maniera imprevedibile. In maniera illogica. Quel che è peggio, nonostante tutto e al di là di quel che sono disposti ad accettare, essi continuano a nutrire la convinzione di lavorare per vivere e non, come vorrebbero i loro padroni, di vivere per lavorare.

Una certa idea di competizione Dell’innovazione tecnologica abbiamo detto. Ma sui lavoratori delle nazioni più ricche – vedi gli Usa e gli Stati europei che aderiscono alla Ue da prima dell’allargamento a est nel maggio 2004 – incombe un’altra minaccia, quasi altrettanto fatale: la delocalizzazione. Sia in senso proprio, quando si produce in Paesi diversi da quelli in cui si vende, sia in senso lato, quando si produce negli stessi Paesi in cui si vende ma si utilizzano lavoratori stranieri, a condizioni peggiorative sia sul piano dei salari che delle tutele giuridiche. Un altro frutto avvelenato della globalizzazione: aver permesso il libero scambio tra economie profondamente diverse ha snaturato la competizione internazionale, mettendo a repentaglio l’equilibrio che si era lentamente raggiunto nelle aree più sviluppate. Se si accetta di commerciare liberamente, cioè senza una congrua rete protettiva di dazi doganali, con Paesi come la Cina, in cui i costi di produzione sono incomparabilmente più bassi, ci si infila senza scampo in una posizione di debolezza. L’idea stessa di concorrenza ne esce annichilita: a parità di regole vince il più abile, ma se le regole non sono le stesse, e i vantaggi sono tutti da una parte, non c’è abilità che tenga. La partita è fatalmente perduta. A meno che... A meno che non vi sia un obiettivo occulto, che va ben al di là del risultato apparente e che accetta volentieri di subire una sconfitta tattica in nome di un vantaggio strategico. Per esempio: ipotizziamo che in Occidente si vogliano ridimensionare, al ribasso, sia i compensi che le garanzie normative dei lavoratori dipendenti; in condizioni ordinarie apparirebbe come una scelta deliberata e aggressiva, un tentativo arbitrario di danneggiare gran parte della popolazione e di lederne i diritti acquisiti. Un’offensiva “padronale” che, almeno in Europa, innescherebbe le ripercussioni sociali e politiche del caso. Ecco la parolina magica, invece: competitività. Il ridimensionamento non si presenta più come una scelta unilate-

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rale ma come una necessità. Spiacevole e dolorosa finché si vuole, ma inderogabile. È meglio chiudere bottega o fare buon viso a cattivo gioco? Nessun dubbio. Meglio accettare le riduzioni di stipendio e/o di potere d’acquisto, la mancata retribuzione degli aumenti di produttività, il dilagare del precariato con la scusa della flessibilità. E anche lo spostamento all’estero, in Paesi dove il costo del lavoro è di gran lunga minore, di almeno una parte degli impianti.

Primum, sopravvivere Dal punto di vista degli iperliberisti il problema non è mai di natura morale, ma pratica. La disoccupazione non li interessa per l’impatto che ha sulle vite dei singoli disoccupati – essendo ai loro occhi pacifico, quanto meno da Hayek in poi, che l’esistenza è lotta per sopravvivere, e che la debacle degli uni è il prezzo che si deve pagare per la preziosa, insostituibile libertà imprenditoriale degli altri – ma come fenomeno complessivo. Da un lato vi sono le ragioni economiche: chi non lavora non percepisce una retribuzione e, quindi, perde tutta o gran parte della sua capacità di spesa, ovverosia di consumo. Cos’è più conveniente, allora? Erogare sussidi pubblici, che in un modo o nell’altro vanno alimentati dal prelievo fiscale, o mantenere livelli occupazionali elevati e stipendi accettabili? Dall’altro c’è una preoccupazione politica, nel senso del mantenimento della coesione sociale o, se non altro, dell’ordine pubblico: fino a che punto una popolazione è disposta a subire un sistema che nega a molti, o a moltissimi, dei suoi membri le condizioni minime di dignità e sopravvivenza? Non possiamo saperlo. La capacità di reazione dei cittadini varia moltissimo da Paese a Paese e – pur essendo indiscutibile che attualmente, dopo le immani disillusioni patite negli ultimi decenni del Novecento, ci troviamo in un momento di scarsissima fiducia nelle grandi rivendicazioni collettive – non si può escludere che, almeno in presenza di circostanze eccezionali, determinati slanci si riaccendano. Quello che è certo, invece, è che siamo entrati in una fase di passaggio, in cui i potentati economici cercheranno in tutti i modi non solo di sopravvivere alla crisi ma di uscirne più forti di prima. E il primo obiettivo, in questa prospettiva, è affrancarsi dal fardello di norme e di consuetudini originate da decenni e decenni di lotte politiche e sindacali. Più i lavoratori non hanno potere contrattuale, più gli imprenditori possono imporre le loro scelte. Più i cittadini sono indaffarati a sopravvivere, più i politici possono governare nell’indifferenza generale. Scopi convergenti, come si vede.



Federico Zamboni

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PROSPETTIVE

L’ultima bolla Prepariamoci

È il trucco estremo della finanza: gonfiare a dismisura il debito pubblico. È l’attacco finale alle nostre tasche e alle nostre vite. È ciò che deve indurci a una ribellione a tutto campo

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di Valerio Lo Monaco

a cosa peggiore che si possa fare in questo momento è continuare a comportarsi come se nulla fosse. Il che significa mantenere lo stesso stile di vita, e di spesa, che si avevano prima che la bolla speculativa mondiale esplodesse. Beninteso, parliamo di chi oggi è ancora in grado di decidere se continuare a vivere come sempre oppure prendere alcuni provvedimenti. Per la fasce più deboli del nostro Paese, per chi già viveva vicino la soglia della povertà economica, per i lavoratori precari senza rinnovo e per chi è finito in cassa integrazione, quando non ha proprio perso il lavoro, quella scelta non c'è e il confronto con gli effetti devastanti ai quali ci ha condotto il nostro modello di sviluppo è già in atto. A tutti loro, così come a chiunque altro, onestà intellettuale ci impone di suggerire che non è in una ripresa economica che si può sperare. E dunque in un ripristino della situazione anteriore. Attenzione, però. Senza che se ne parli troppo sui media ufficiali, si è già messo in atto l'unico sistema per non far crollare del tutto il nostro Occidente dal punto di vista economico, ovvero creare una nuova bolla. Ed è esattamente quanto ci si poteva aspettare dai padroni del vapore, piuttosto che sparire subito con quanto rimane nelle loro casse, o essere linciati come probabilmente si meriterebbero. La bolla che sta crescendo in queste settimane - e che ovviamente prima o poi esploderà - è già stata innescata. Ed è l'ultima possibile prima della fine: si tratta delle bolla pubblica. Ovvero statale. Dopo il petrolio e la new economy, dopo i mutui subprime e i derivati di Borsa, quale poteva essere l'ultimo elemento su cui speculare a dismisura per sostenere i circuiti finanziari? Lo Stato, naturalmente. L'indebitamento pubblico. Ovvero quello di tutti noi. Banche e assicurazioni e industrie e posti di lavoro si sta cercando di salvarli attraverso l'emissione incondizionata di denaro. Di denaro senza

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valore, quando lo si crea, ma onerosissimo poi, quando lo si dovrà restituire. In primo luogo la Fed, che non solo, e da quasi 40 anni, ha svincolato l'emissione di moneta dall’ammontare delle riserve auree, che pure limitavano, almeno in parte, la quantità di denaro circolante, ma che oggi si rifiuta addirittura di rendere pubblico il dato relativo alla quantità reale di moneta stampata. I dollari in circolazione, se non lo sono ancora, stanno rapidamente diventando carta igienica. A indebitarsi non possono più essere direttamente i cittadini degli Stati, di loro spontanea volontà o facendosi concedere dei prestiti dalle banche secondo la necessità. Ciò non toglie che essi si stiano indebitando, in ogni caso, con il sistema. Senza volerlo. Senza saperlo. Ci stanno pensando i governi al posto loro. Tutto il denaro stampato e messo in circolazione, tutto il debito pubblico dei vari Paesi in crescita esponenziale, è esattamente l'ultima bolla possibile. Ed è esattamente quello che sta accadendo. Si indebita lo Stato, per far fronte alle esigenze attuali, facendo fede sulla possibilità di ripresa di questo modello di sviluppo per poter poi ripagare, un giorno, tale debito. Solo che questo debito non è solo grande. Sta diventando incommensurabile. E nessuno di noi sarà mai in grado di poterlo ripagare. Oltre questa bolla c'è il default statale. A fare fallimento, dopo le aziende, dopo le Banche, le Borse e le Assicurazioni, saranno gli Stati. Siamo, insomma, all'ultima fermata. A meno di sperare di scoprire nuovi pianeti in qualche galassia, e di convincerli a indebitarsi per noi, dunque, economicamente siamo arrivati proprio alla frutta. Dal punto di vista pratico e materiale, almeno per chi è riuscito a mantenere un lavoro, nell'immediato futuro è lecito aspettarsi che non cambi molto. Consumare un po’ meno, visti i ritmi di consumo attuali, non basterà a far scadere troppo il proprio tenore economico di vita. Attenzione: abbiamo scritto economico, perché dal punto di vista psicologico le cose cambiano. Evitare di cambiare automobile, acquistare vestiti o elettrodomestici in quantità inferiore rispetto a prima, o scegliere un luogo di villeggiatura più vicino alla propria residenza invece di raggiungere un paese esotico, dal punto di vista materiale sposta di poco la situazione. Dal punto di vista psicologico invece, in una società che ha nel solo consumo i motivi di gratificazione, la cosa può avere degli effetti piuttosto importanti. Di questi parleremo in altra occasione: il tema è fondamentale non solo per l'immediato, ma anche per cercare di approdare a un sistema di vita, oltre l'economico, migliore di quello attuale. Merita dunque uno spazio specifico che promettiamo di affrontare a breve. Stavolta continuiamo a concentraci sugli effetti materiali. Chi ha perso il lavoro e si trova già vicino all'indigenza deve dunque scontrarsi immediatamente anche con la parte materiale, ma per tutti vale la pena riflettere, soprattutto considerando quanto abbiamo detto nello scorso numero della rivista e considerando i probabili sviluppi dell'economia mondiale, su cosa è plausibile aspettarsi e su cosa è vivamente suggerito modificare. In una società con al centro scambi monetari e consumo in grave crisi finanziaria, dipendente dalle fonti energetiche fossili dirette verso l'esaurimento e con sistemi di vita centrati su tali elementi, è ovviamente sulla privazione di denaro che si deve ragionare.Vuoi per mancanza di lavo-

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ro, vuoi per aumento dei costi e delle tasse. Dunque la prima cosa da immaginare è come vivere con meno denaro. E con costi sempre maggiori anche delle cose indispensabili. È lecito aspettarsi, infatti, maggiori perdite di posti di lavoro, meno guadagni monetari, aumento delle tasse, aumento dei costi dei beni primari. L'Herald Tribune del 23 aprile riportava la notizia secondo la quale l'U.K. sta pensando di incrementare le tasse, per far fronte ai problemi debitori del Paese. Considerando il debito di Stato come fondamentale, visti gli interventi anti crisi di salvataggio della Banche & Co., è probabile dunque aspettarsi - anche per un minore numero di persone in grado di lavorare e dunque di contribuire al gettito fiscale dello Stato - che anche nel nostro Paese assisteremo a un ulteriore incremento delle tasse. È plausibile inoltre aspettarsi che uno Stato privato del gettito Iva derivante dalla riduzione dei consumi - alla quale si collegherà la chiusura di tanti esercizi commerciali e imprese operanti nei servizi connessi, con ulteriore perdita di posti di lavoro - tenti di incidere sulle tasse con un aumento di quelle dirette. E a maggior ragione, considerando che ci sarà una riduzione di spesa sui beni voluttuari di consumo, non vi sarà altra alternativa che vedere una riduzione dei servizi, con ulteriore perdita dei posti di lavoro, e un aumento dei costi dei beni primari. Si potrà vivere acquistando meno merci non indispensabili, ma si dovrà continuare a mangiare, bere e riscaldarsi. Su questo preme anche l'incognita inflazione: la continua immissione di denaro da parte delle Banche Centrali nel sistema, per scongiurare la (inevitabile, comunque) caduta delle Borse, porterà fatalmente a una crescita dei prezzi. E dunque all’aumento dei tassi di interesse (mutui, prestiti) e alla caduta del potere d'acquisto sia dei redditi che dei risparmi.

Insomma, ribadiamo: meno denaro a disposizione. Va da sé, a questo punto, che il fuoco della riflessione debba svolgersi su due binari. Il primo: ipotizzare come vivere con meno denaro. Il secondo: ipotizzare come vivere in modo completamente diverso - sia sul piano psicologico che su quello pratico - rispetto a quanto si è fatto finora. Un’ulteriore riflessione, che facciamo en passant, riguarda il prevedibile aumento di tensioni sociali e di delinquenza, considerata l'escalation di scontenti ed emarginati. Molti consigli sono frutto di semplice buon senso. Il difficile non è starli a sentire considerandoli suggerimenti astratti e spunti di riflessione solo teorica. Il difficile è accettarli, riconoscerli, farli propri e, sopra ogni altra cosa, metterli in pratica. Ovvero, condividere l'analisi. Il treno, in altre (e conosciute) parole, si sta per schiantare. E sta rapidamente arrivando a quell’epilogo. Delle due l'una: rimanere sul treno e aspettare lo schianto, oppure scendere dal treno e cominciare una nuova vita. Il che implica problemi enormi e non aggirabili. Innanzitutto il fatto di scendere da un treno in corsa, e dunque le probabili conseguenze del salto. In secondo luogo trovarsi in una realtà disgregata e da ricostruire. Dove dover ricominciare tutto, o quasi. La differenza, essenziale, è che in quest'ultimo caso però saremo noi a guidare. Chi si sente pronto? Chi è tanto ribelle da farlo?

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Diffidate di chiunque prospetti scenari certi.Ancora di più, come abbiamo visto, di chi (quasi) impone di avere fiducia in una ripresa economica nello stesso solco del sistema che ha portato alla situazione attuale. Fatto questo, non resta che scendere dal treno. Con una serie di manovre essenziali - alcune, certamente, dolorose - e giocando qualche fiche al tavolo della previsione e della lungimiranza. Facendo fede sulla propria cultura e capacità di analisi. Innanzitutto non fare debiti di nessun tipo. Da subito. È il principio cardine sul quale si è retto il nostro sistema prima di esplodere: consumare a oltranza e spendere più di quanto si aveva. Appare persino superfluo, come argomento, non fosse che ancora oggi molti, tra quelli che possono avere accesso al credito, continuano imperterriti a ricorrere a rate di vario tipo pur di acquistare oggetti che il più delle volte sono superflui. In secondo luogo, iniziando un processo inverso, si deve cercare di estinguere il prima possibile i propri debiti. Mentre una volta acquisita la piena proprietà del bene che si è comperato a credito (ad esempio la casa) è plausibile sperare che essa non venga mai più espropriata, è molto alto il rischio che in una crisi strutturale come questa chi è in debito possa precipitare nell’insolvenza. Le ipoteche sono spade di Damocle sulle teste dei debitori. Meglio, dunque, eliminare gli oggetti superflui che si deve ancora finire di pagare, e utilizzare il più possibile il denaro che ancora si ha a disposizione per estinguere i debiti dei beni essenziali. Si tratta, con tutta evidenza, di un processo in primo luogo psicologico ancora prima che pratico, soprattutto nell'imporsi di non contrarre ulteriori debiti, per modesti che siano. Come ha ben scritto Serge Latouche, e per la verità molti altri ben prima di lui, il temi della decrescita e della decolonizzazione dell'immaginario sono fondamentali. Naturalmente tutto il discorso dello studioso francese, pur profondo nel messaggio, è molto superficiale. Il discorso della decrescita si situa nel solco del nostro modello di sviluppo e ne suggerisce un rallentamento, finanche uno stato di fermo. Ma in una ipotetica direttrice rimane nella stessa dimensione del problema. Ciò che in realtà auspichiamo, e ciò per cui ci battiamo, è invero una dimensione ulteriore dell'esistenza nel suo complesso. Una dimensione altra che deve situarsi in nuovi scenari, con approcci e obiettivi differenti. È nel senso, inteso nella duplice accezione di direzione e di significato, che si deve agire. E questo deve produrre degli effetti pratici. Per mettere in atto i quali si deve sposare una visione del mondo e della vita completamente differenti da quelli attuali. Vi è insomma bisogno di una Weltanschauung nuova - o perduta - che discende principalmente da un aspetto: ricominciare a stabilire cosa è importante e cosa non lo è.

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Dal punto di vista culturale e spirituale, la nostra società è infatti di una povertà assoluta. La vita della maggior parte delle persone si può sintetizzare in tre parole, come sappiamo: lavora, consuma, crepa. Se a una famiglia i cui componenti lavorano come schiavi sei giorni su sette togli il centro commerciale la domenica non resta nulla. E questo è tutto. Ovvero, il nulla. Uno dei motivi di tensioni sociali e di crisi attuale deriva infatti proprio da questo. Il pur becero, fittizio e inconistente benessere che derivava dallo spendere denaro e accumulare merce, allo stato attuale delle cose è venuto meno. Ed è rimasta unicamente la schiavitù da questo sistema. Il senso di vuoto, inteso come mancanza di contenuto, fino a ieri riempito dal surrogato della merce, è oggi una voragine che si apre all'interno della gente. Tale vuoto era originariamente colmato dal senso di cittadinanza, dal sapere che si faceva parte di un destino comune. Dai rapporti sociali e comunitari. Ma mentre la nostra società ha svuotato quasi del tutto questo contenuto fondamentale, provocando il vuoto che si andava a riempire attraverso i gironi danteschi degli scaffali, il processo inverso, oggi che viene meno il consumo, è molto più complesso. Perché ha bisogno di un percorso culturale le cui tracce, per chi è maggiormente inserito nel sistema stesso, sono di difficile individuazione. Ed è invece a queste che si deve tornare. Più facilitato, naturalmente, sarà chi non se ne è discostato troppo anche in questi decenni difficili per respirare. Così come lo sarà, almeno in parte, chi adesso si è finalmente convinto di doverle ricercare. Dal punto di vista pratico si deve pertanto resistere al consumo compulsivo per colmare altre lacune. E al frastuono dei centri commerciali, del mondo dei media pubblicitari, si sostituirà il silenzio necessario a scoprire e a percorrere l'altra dimensione dell'esistenza cui facevamo accenno.

Ti puoi fidare dei tuoi condòmini? Molto spesso non ci si saluta neanche più in ascensore. Prepararsi ai prossimi anni necessita invece della riscoperta comunitaria. Potrebbe sembrare di essere soli, tutti contro tutti. In realtà c'è molta gente con la stessa sensazione, con le stesse necessità, che aspetta solo di ritrovare lo spirito comunitario di propri simili. Una delle cose più importanti è dunque quella di iniziare nuovamente a creare una rete, una propria rete di amicizie e persone fidate con le quali trovare coesione, alleanza. Amici, amici veri (quanti se ne hanno?) parenti, persone con le quali condividere gli stessi percorsi, le stesse necessità. Bisogna insomma trovare le basi per affrontare il periodo di transizione che abbiamo di fronte. Se prima pensavamo - meglio: qualcuno pensava - di poter essere felice con il carrello pieno, lo shopping la domeni-

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ca, il nonno con la badante o spedito in un ospizio, i figli con la baby sitter e lavorare quaranta ore a settimana, annodare fili su fili per poi tentare di scioglierli con quindici giorni di ferie all'anno, ebbene per forza questo stato di cose dovrà cambiare. E sarà un bene. Per quanto attiene ai beni immobili il discorso è di una semplicità assoluta. Facciamo due esempi. Il primo, più comune, di chi si è indebitato una vita intera per acquistare un appartamento di 80 metri quadri a un terzo piano di una anonima periferia di una grande città. Il secondo, di chi ha fatto lo stesso per una casa fuori città, magari con un piccolo terreno intorno, o un giardino più o meno grande. Ora attenzione: nel primo caso, cosa si possiede? Una abitazione sospesa a un terzo piano, magari su un pianerottolo con altri tre appartamenti in un palazzo di cinque piani. Il che significa che in realtà si possiede un minimo corrispettivo di terreno, a terra, e un minimo corrispettivo di solaio. Da dividere con tutti gli altri condomini della stessa colonna del palazzo che, appunto, hanno in con-dominio, un tot di terreno sul quale - letteralmente - vivono uno sopra all'altro. Nel secondo caso, per esempio di una casa a due piani con un giardino intorno, non si è più un "Giovanni senza terra" ma si ha qualcosa che oltre a permettere di avere un tetto sopra la testa - di cui si è unico proprietario offre potenzialmente la possibilità di un minimo di sussistenza. Insomma la differenza è enorme, proprio dal punto di vista pratico, e soprattutto in previsione di quanto potrebbe accadere in futuro. Il mondo moderno ha visto l'afflusso verso le città per andare incontro alla domanda-offerta di lavoro nelle attività tipicamente cittadine. Esercizi commerciali o servizi che siano. La concentrazione nelle città ha reso tutti dipendenti da due cose: il denaro per acquistare ciò che in città non si produce e dunque qui si deve far arrivare (soprattutto cibo) e il fatto di dover sottostare ai prezzi altissimi anche per un semplice appartamento. Per non parlare della qualità della vita, all'interno delle nostre città. Molte persone stanno capendo che il gioco non vale la candela. Per molti, soprattutto adesso, ovvero chi non ha un lavoro in città e dispera di averlo in futuro, è chiaro come sia assurdo tentare con le unghie di rimanere in un ambiente costosissimo che offre esattamente, peraltro, lo stile di vita cucito su misura al tipico uomo moderno che meccanismo del lavora-consumacrepa. Cosa si rimane a fare, dunque, nelle caotiche, alienanti, costosissime, cancerogene città? Soprattutto: quanto le grandi città sono oggi in grado di poter offrire quello che serve per vivere? Materialmente, per vivere, non è che serva poi molto. Le esigenze sono sempre le stesse, almeno quelle di base. È dopo aver soddisfatte queste che viene il resto. Fino a ora, il resto significava soprattutto merce, cultura, divertimento. Ma la declinazione, la chiave di lettura di questi altri aspetti, è divenuta consumo. Consumo di merce, di cultura, di divertimento. Appunto.

La vita come un costoso tubo digerente. Il “migliore dei mondi possibili” ha postulato di lavorare, di lavorare sempre di più, prima per vivere, e quindi per consumare. La domanda da porsi, alla

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fine, è sempre la stessa: quanto siamo diventati felici? Non è forse nell'avere meno, nel lavorare meno, nell'avere più tempo per sé che possiamo trovare le basi per affrontare questo periodo di transizione così come di un nuovo paradigma di vita? Non è che ci sia un metodo. Ci sono però alcuni principi. Partono innanzitutto da un processo di eliminazione: del caos, dello stress, del rumore, della lotta metropolitana che inizia la mattina quando ci alziamo per andare a lavoro, prosegue in ufficio, e ancora una volta mentre tentiamo di tornare a casa. È questo il momento di riscoprire alcuni punti chiave, come il contatto con la natura e gli spazi vitali più ampi (via dalle fabbriche e dalle città); le occupazioni più legate al territorio e alla persona (rispetto alla alienazione di produrre qualcosa di inutile); la riscoperta della comunità, della partecipazione e della collaborazione (rispetto alla logica competitiva del tutti contro tutti). Le parole d'ordine, in tal senso, sono riduzione, disintossicazione, localismo, autoproduzione, scambio, prossimità, comunità. Ridurre i consumi anche prima di doverlo fare per forza. Sottrarsi alla dipendenza indotta dalla propaganda. Scegliere un territorio nel quale radicarsi, autoprodurre il possibile e innescare processi di scambio e sostegno reciproco all'interno di comunità che vogliono condividere lo stesso percorso culturale e di vita. Può non essere affatto sbagliato indirizzare i propri figli a studiare agraria. È indispensabile ricostruire il tessuto sociale che la competizione del nostro mondo ha disintegrato per sconfinare nella lotta di tutti contro tutti. E attenzione: se uno dei punti cardine di tutto il processo di transizione è quello della diminuzione, l'altro, ancora più importante, è quello della differenziazione. Perché riduzione non significa vivere nello stesso solco al quale siamo abituati semplicemente impoverendo - dal punto di vista materiale - la propria vita. La chiave di volta è quella di sostituire alcune caratteristiche della nostra attuale vita alienata con altre ormai perdute. Allo spostamento nel traffico si deve sostituire un lavoro locale, che non necessiti spostamento. Alle ore di lavoro straordinario per avere qualche euro in più da spendere in sciocchezze si può sostituire il tempo libero per fare altre attività più edificanti, per se stessi e per la comunità nella quale si vive. Non vi è praticamente attività, passione, attitudine e capacità che non possa essere applicata e declinata anche in situazioni locali, invece che globali come facciamo adesso. È la finalità con la quale si svolge l'occupazione che deve cambiare. Fino a ora era accumulo di denaro e competizione personale. Domani (o già oggi) può diventare miglioramento della propria comunità, oltre che costruzione personale come è giusto che sia. E avremo dato scacco matto al sistema. Torneremo sull'argomento con esempi pratici di chi lo sta facendo. Presto.



Valerio Lo Monaco

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PROSPETTIVE

Homeless noi? Mai e poi mai

Ai più sembra un fenomeno tutto americano, a iniziare dal nome. Qualcosa che da noi non è arrivato finora e non potrà arrivare nemmeno in futuro. Ma è una versione ottimistica. Che presto potrebbe essere spazzata via dalla crisi

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di Federico Zamboni

omeless, senza casa. Negli Stati Uniti è un fenomeno così diffuso da interessare, anche se non sempre in maniera continuativa, circa cinque milioni di cittadini. Qui in Italia, invece, continua a essere percepito come una condizione anomala, che riguarda solo determinate categorie di persone. Non già un problema sociale, che prima o poi potrebbe coinvolgere chiunque all’interno di larghi strati della popolazione, ma il fallimento di singoli individui, che non hanno fatto il loro dovere e che hanno preferito andarsene a vivere per strada, piuttosto che continuare ad affrontare gli impegni di un lavoro stabile e di una normale vita di relazione. Da noi, del resto, non esiste nemmeno un’espressione che sia univoca e del tutto equivalente: gli americani dicono “homeless” e incentrano la parola sul non avere più la disponibilità di un’abitazione (e quindi di un reddito adeguato, e quindi di un lavoro decente); noi, nel linguaggio corrente, diciamo “barboni”, e facciamo riferimento a una specie di disadattati che si sono chiamati fuori dalle regole generali. Oppure parliamo di “sfrattati”, ma pensando a persone che sono sì state costrette ad abbandonare il loro appartamento con l’intervento, effettivo o solo minacciato, della forza pubblica, ma che ci immaginiamo (ci piace immaginare) destinate a trovare quanto prima una nuova soluzione, non

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troppo dissimile dalla precedente. Oppure, infine, diciamo “baraccati”, a proposito degli zingari o degli stranieri che vivono accampati alla meno peggio, ma è una definizione molto vaga. Che anche in questo caso, come in quello dei “barboni”, rinvia all’idea di una distanza incolmabile e, per così dire, originaria. Nelle baracche ci finiscono i nomadi, gli extracomunitari, tutti ‘sti sbandati che nel nostro Paese non ci dovrebbero neppure stare. Già. Noi italiani quella fine lì non la faremo mai. Neppure se dovesse esserci un terremoto, o un’alluvione, o qualsiasi altra catastrofe naturale. Quand’anche dovessimo accontentarci dei famigerati container, che nascono sempre come una soluzione transitoria e poi, spesso, rimangono lì per decenni, non sarebbe ancora la stessa cosa. Certo: un pessimo miscuglio di fatalità e di malcostume politico, ma non ancora un elemento tipico della società nel suo complesso. Un’eventualità remota, non un pericolo incombente. Si sa. L’America è brutale e ipercompetitiva. Noi ci abbiamo il welfare, ci abbiamo.

Sfuggenti, quasi invisibili Consideratelo un documentario, allora. Gli homeless statunitensi e i “barboni” italiani. Un’occhiata a un fenomeno che per ora ci riguarda solo marginalmente e che preferiamo liquidare come qualcosa che, qui da noi, non si svilupperà in termini analoghi a quanto è avvenuto negli Usa, nonostante le premesse economiche di entrambe le società, dal consumismo alla smania di profitto, si assomiglino sempre di più. E nonostante la crisi economica, con la sua ragguardevole scia di aziende che chiudono1 e di lavoratori che perdono il posto, ingrossi le schiere dei “nuovi poveri”. A proposito: uno degli aspetti più sfuggenti è proprio quello relativo ai numeri. Come si contano, gli homeless? Non avendo una casa, né un luogo stabile nel quale vivere o riunirsi, essi sfuggono a qualsiasi censimento sistematico. Qualsiasi rilevazione è estemporanea2. Si contano quelli che si presentano alle strutture di pubblica assistenza a chiedere aiuto. Si contano quelli che si riescono a vedere durante i giri di ricognizione e che sembrano rispondere a certi requisiti. Ma lo si fa in singole città, in tempi diversi e, c’è da ritenere, con mezzi e metodi diseguali che non possono non influire sul risultato finale, fino a renderlo così approssimativo da minarne l’attendibilità. Gli homeless, per riprendere il titolo di un bel programma televisivo realizzato da Marco Berry e messo in onda da Italia Uno nel 2004, sono spesso gli “invisibili” di queste nostre società istupidite dal consumismo e troppo indaffarate a rispecchiarsi nelle vetrine – colme di merci di ogni sorta, merci che diven-

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tano richiami a ripetere il rito dell’acquisto come manifestazione di potere, inviti tra il subdolo e il perentorio a fare sfoggio di sé e del proprio reddito, simboli di un’orgogliosa appartenenza all’opulenta tribù dei “Ben Integrati” – per prestare attenzione a ciò che si discosta dalla messinscena del benessere generalizzato. Gli homeless, agli occhi di chi non ha nessuna voglia di essere distratto dalle proprie deliziose illusioni di matrice pubblicitaria, non sono persone delle quali interessarsi. Nella migliore delle ipotesi sono errori in attesa di essere corretti. Nella peggiore sono rifiuti, o relitti, in attesa di essere rimossi. Sottoprodotti, o scorie, di un apparato che offre tanti di quei vantaggi da giustificare alcune implicazioni spiacevoli/sgradevoli. Spiacevoli per chi le vive. Sgradevoli per chi le osserva.

Dove dormirò, stanotte? È la domanda fissa dell’homeless. Il cibo si può trovare in qualsiasi momento e, se anche non lo si trova, per qualche giorno si può stringere la cinghia e fare finta di nulla, in attesa di tempi migliori. In attesa di quel pizzico di fortuna che porti con sé il regalo di un pasto, solitamente in qualche mensa per poveri, o se non altro di un po’ di cibo per sopravvivere, fossero pure gli avanzi di un ristorante o qualche scarto alimentare gettato via con distratta noncuranza da chi non ha nessun motivo di preoccuparsi di ciò che spreca. Ma il momento di andarsene a dormire arriva fatalmente ogni sera, ogni notte. Arriva col buio. Con la temperatura che si abbassa – e che nei mesi più freddi può diventare una minaccia vera, un nemico spietato. Arriva con la stanchezza fisica di un altra giornata trascorsa a girovagare senza meta, o con quella mentale di essere rimasti accoccolati da qualche parte a far niente, se non, forse, ad aspettare l’elemosina di un passante frettoloso, che non ti guarda nemmeno in faccia e che non aggiunge una sola parola di saluto o di augurio al soldino che si è degnato di darti. Chi è da solo lo affronta meglio, questo momento in cui il disagio pratico si somma più che mai alla dura, ineludibile consapevolezza dell’essere finiti a vivere per strada, dell’essere diventati davvero quello che si appare. Durante il giorno si può sempre fingere, almeno di tanto in tanto, di essere solo

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degli sfaccendati, che oggi si aggirano di qua e di là ma che presto, magari già domani, torneranno a una vita attiva e dignitosa. La notte, quando viene l’ora di trovarsi un giaciglio e di addormentarsi, non c’è più spazio per nessuna finzione. O te ne vai al dormitorio, e in cambio del letto ufficializzi davanti agli addetti il tuo stato di bisogno (la tua oggettiva, inoppugnabile incapacità di provvedere da solo a te stesso) oppure ti stendi dove capita e accetti di togliere ogni dubbio a chi ti guarda. Proprio adesso che tu chiudi gli occhi, gli altri hanno modo di osservarti con la massima chiarezza. Hanno modo di riconoscerti. Sei un poveraccio. Non hai una casa. Non hai un tetto. Non hai nessuno, né un parente né un amico, che abbia la possibilità o l’intenzione di ospitarti. O forse sei tu che non vuoi. Non sei solo povero, allora. Sei uno che ha dei problemi mentali. Troppo orgoglio. O troppo poco. Uno che ha qualcosa che non va, comunque. Ma è ancora niente, finché sei da solo. L’umiliazione completa, la più difficile da fronteggiare, da sostenere, è se hai con te dei figli. Dei figli piccoli. Che dipendono da te. Che da te si aspettano molto, si aspettano tutto. Quanto può resistere il loro slancio affettivo, il loro amore, se non si accompagna alla stima e al rispetto? Come si fa a farsi apprezzare quando tutto ciò che ti circonda, e che circonda anche loro, afferma-ribadiscestrilla che tu sei un fallito e che, con ogni probabilità, lo rimarrai per sempre? Negli Stati Uniti non è affatto una rarità. E riguarda innanzitutto le madri. Donne più o meno giovani che sono state abbandonate dal marito, o dal compagno, o che sono rimaste vedove e, insieme al partner, hanno perduto il proprio ancoraggio a una vita sicura. Ora, in condizioni tanto instabili3, qualsiasi scelta diventa un azzardo. Qualsiasi sforzo in una direzione toglie tempo ed energia a ciò che si dovrebbe fare in un’altra. Se cerchi lavoro devi lasciare i bambini. Se trovi un’occupazione – e lavori come un mulo, magari con due impieghi consecutivi, altrettanto malpagati, e qualche lavoretto extra per aggiungere altri spiccioli a un bilancio che non c’è modo di far quadrare – non ci sei mai e li trascuri. Se non trovi niente ti può venire la tentazione di metterti insieme al primo venuto. O di prostituirti. O di spacciare droga.

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Non eri una persona senza principi morali: lo stai diventando. Non eri una delinquente: lo potresti diventare da un istante all’altro.

Senza casa, senza radici Le cause e gli effetti si annodano nello stesso groviglio, ma bisogna stare bene attenti a non confondere le une con gli altri. Per quanto diffuso, non sempre il disagio psichico che si riscontra nei “barboni” è un dato che preesisteva alla vita sulla strada e che, quindi, ha determinato di per sé il passaggio a questa condizione di marginalità, tendenzialmente irreversibile. Spesso, invece, è un elemento che sopraggiunge col tempo, proprio in conseguenza del venir meno di quella rete di rapporti personali e sociali che circonda l’individuo “normale” e che tanto contribuisce a mantenerlo in uno stato di equilibrio, quanto meno superficiale, quanto meno apparente. Chi non ha più una casa, né un lavoro stabile, né un reddito sicuro, ha enormi e obiettive difficoltà a mantenere le precedenti frequentazioni o ad instaurarne di nuove con persone che non si trovino anch’esse nell’indigenza. La vita di relazione comporta rapporti e scambi che egli non

L’asse lavoro/casa è l’architrave su cui poggia non solo il benessere materiale ma la stessa identità degli individui. Un lavoro adeguato non è solo una fonte di reddito: è ciò che permette di sentirsi persone utili e degne di stima. può più sostenere. Presuppone certezze che egli ha perduto, e che non può certo fingere, se non per un brevissimo periodo, di possedere ancora. Con gli amici, e a maggior ragione coi partner, ci si incontra ora a casa dell’uno, ora a casa dell’altro. Si va a cena insieme. Si organizzano svaghi. Gite di un giorno. Viaggi veri e propri. Intere vacanze. Si parla di quello che si fa. Il lavoro, gli hobby. Hai visto il tale film? Hai letto il tale libro? Nulla di straordinario, ma è un gioco che l’homeless non può più giocare. L’homeless può relazionarsi facilmente solo con altri homeless, ammesso che gliene resti il tempo e la voglia, e saranno comunque rapporti che recheranno il peso (il marchio) di uno stato di necessità, il sospetto che si tratti di un avvicinamento dettato solo dalla convenienza, l’ombra del rispecchiarsi reciprocamente nella

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stessa sconfitta e nello stesso degrado. Rapporti falsati che si attraversano in modo guardingo e, perciò, senza poterne ritrarre quella gratificazione e quell’autostima che danno l’amicizia e l’amore, nel convincimento che ad ispirarli non sia l’opportunismo ma un apprezzamento sincero e disinteressato per ciò che siamo come persone. É così che il disagio materiale si intreccia a quello psicologico. Ed è per questo che è essenziale non dimenticare mai che l’asse lavoro/casa è l’architrave su cui poggia non solo il benessere materiale ma la stessa identità degli individui. Avere un lavoro non occasionale, e pagato a sufficienza, non è soltanto una fonte di reddito: è ciò che permette di sentirsi utili e degni di stima. In un Occidente che parla tanto di diritti universali, e che arriva a fare o a minacciare delle guerre per costringere altri popoli ad adeguarvisi, quello del lavoro deve smettere di essere visto come un problema puramente economico, che ciascun cittadino deve risolversi da sé: il lavoro, e la casa, sono diritti assoluti, che vanno garantiti a chiunque sia pronto a fare la sua parte, mettendo le proprie energie al servizio della comunità alla quale appartiene.



Federico Zamboni

Note: 1 In Italia il saldo negativo tra le imprese che hanno iniziato l’attività e quelle che l’hanno cessata ammontava, nel 2008, a 21.814. Il totale del primo trimestre 2009 è già arrivato a quota 30.706 (dati Unioncamere, Corriere della Sera, 26 aprile, pagg. 8 e 9). 2 In base a un primo studio, condotto dalla Fondazione Zancan di Padova su incarico della Commissione di Indagine sull’esclusione sociale (Dipartimento degli Affari Sociali e Presidenza del Consiglio, nel nostro Paese i “senza dimora” sarebbero circa 17 mila. Ma il dato, è bene ribadirlo, va accolto come una stima con amplissimi margini di errore per difetto, anche perché, risalendo al 2000, è di gran lunga precedente alla crisi che si è aperta nell’autunno scorso. 3 Benché negli Stati Uniti esistano molte iniziative a favore degli homeless, si tratta pur sempre di forme assistenziali o caritatevoli che non bastano a restituire le persone a una vita meno precaria. L’attuale recessione e le crescenti difficoltà di bilancio delle pubbliche amministrazioni, inoltre, hanno ridotto o messo a repentaglio i fondi disponibili per questo tipo di interventi. Un quadro dettagliato dell’intera questione si può trovare sul sito governativo, con testi in inglese e spagnolo, www.hud.gov/homeless.

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ANALISI

Il tramonto

di questa globalizzazione

I potentati economici e finanziari faranno di tutto per uscire sani e salvi dalla tempesta in cui si sono cacciati. Anzi: tenteranno di usare la situazione a loro vantaggio. Ma dovranno comunque rivedere certi metodi e certi slogan

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di Daniele Lazzeri

uella che, da parte degli esperti, viene definita situazione di incertezza, e che appare ormai come l’unico punto fermo nell’evoluzione di questa crisi, non viene smentita nemmeno dai risultati delle trimestrali di alcuni grandi istituti finanziari americani. Dopo le richieste di aiuto rivolte all’amministrazione statunitense, quella di George W. Bush prima e quella di Barack Obama poi, e la conseguente ratifica dei due piani, firmati rispettivamente da Henry Paulson e Tim Geithner, destinati a rifinanziare le banche in gravi difficoltà economiche, ora gli stessi enti creditizi promettono di rimborsare a breve i prestiti ottenuti dal Governo. È il caso di Jp Morgan che, per bocca dell’amministratore delegato, Jamie Dimon, ha rassicurato gli operatori finanziari, dichiarando l’imminente restituzione dei fondi, pari a venticinque miliardi di dollari, ottenuti lo scorso ottobre. «Potremmo dare i soldi indietro domani stesso» ha annunciato con una certa baldanza Dimon, limitandosi a sostenere che la sua Jp Morgan è, esclusivamente, in attesa delle istruzioni del governo sulle modalità di rimborso. Accanto a Jp Morgan, anche Goldman Sachs, leader assoluto dei poteri forti finanziari, ha espresso identica convinzione nella capacità di restituzione del finanziamento pubblico di dieci miliardi di dollari. Sarà il mercato a finanziare l’operazione attraverso l’emissione a pagamento di nuove azioni, per rafforza-

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I dimostranti lo hanno capito: perché dobbiamo pagare “noi” per una crisi causata da “loro”?

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re il patrimonio sociale. La crisi, dunque, è già alle nostre spalle? E allora, perché gli Usa hanno commesso il clamoroso errore di far fallire Lehman Brothers, altro colosso della finanza mondiale, scatenando il panico sulle piazze finanziarie globali? I timori, espressi da Jacques Attali, sull’inutilità delle decisioni prese in sede di G20, sono comprensibili, alla luce dei provvedimenti sinora licenziati dagli organismi internazionali di controllo sulla finanza e sul credito. «Sarà un fallimento – aveva dichiarato Attali – perché si prenderanno decisioni per le agenzie di rating, per gli hedge fund ma nulla verrà fatto per intervenire sulla City di Londra che è il posto più pericoloso». Effettivamente, le uniche direttive uscite dal vertice internazionale sono incentrate sulla revisione dell’impianto complessivo delle regole di funzionamento e monitoraggio della finanza, ma nessuna indicazione concreta è stata fornita per uscire definitivamente dall’attuale situazione d’impasse. Le preoccupazioni dell’economista francese si rivolgono, in modo particolare, all’insostenibile incremento del debito sia pubblico che privato.Tra il 2006 e il 2007, infatti, il debito complessivo degli Usa rappresentava circa il 350% del Pil. Oggi siamo a ben oltre cinque volte la ricchezza nazionale prodotta in un anno dagli States. Continuando di questo passo, e tentando di risolvere il problema con massicce iniezioni di denaro pubblico, il rischio che si corre è quello di rinviare ancora di qualche anno la crisi, ingigantendone, tuttavia, gli effetti devastanti. E i tanto temuti asset tossici? Si comincia a non parlarne quasi più. Sono stati per mesi descritti come il cuore del problema, risolto il quale, si sarebbe potuta vedere la luce in fondo al tunnel. E invece? Nulla di tutto ciò. Niente è dato sapere sul reale valore di questi titoli, né sulla loro diffusione. Non si conoscono le caratteristiche tecniche, dato disponibile a pochi stregoni dell’alta finanza e si è perso, completamente, il controllo sulle dinamiche di “contagio” della tossicità. Le banche, infatti, non hanno ancora comunicato agli organismi di controllo gli importi ed il valore effettivo o presunto di questi titoli e permangono seri dubbi su come registrarli nei prossimi bilanci. Potrebbero essere oggetto di clamorose svalutazioni che provocherebbero ulteriori tonfi sul mercato borsistico, oppure potrebbero essere contabilizzati in voci specifiche in attesa di istruzioni da parte dei Governi,

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impegnati nel difficile compito di uscire dal cul de sac nel quale gran parte del mondo è stato cacciato per colpa delle furberie di pochi. L’esposizione dei dati e le previsioni economiche, assomigliano sempre di più ad esercizi cabalistici per apprendisti stregoni e la numerologia del Fondo Monetario Internazionale e del Financial Stability Forum, non è da meno. Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, da anni al timone del Financial Stability Forum, ha illustrato alla Banca dei regolamenti internazionali, le linee guida sui nuovi principi da introdurre nella disciplina finanziaria, per effettuare una corretta valutazione degli asset tossici. Il loro ammontare complessivo, ma questa è solo la stima della Banca dei regolamenti internazionali, si aggira ancora sui 1.200 miliardi di dollari. Per l’Fmi, invece, le perdite potenziali derivanti dai titoli spazza-

Fmi e FSF hanno già ottenuto il via libera a un allargamento dei loro compiti di controllo e di intervento. Insieme al potere, però, dovrebbero aumentare anche le responsabilità. tura, potrebbero raggiungere i quattromila miliardi di dollari. Dato, quest’ultimo, soggetto a continue e preoccupanti revisioni al rialzo da un anno a questa parte. Ma anche gli enti sovranazionali saranno sottoposti a processi di revisione delle funzioni e dei poteri a loro attribuiti. Sia l’Fmi, guidato dal francese Dominique Strauss-Kahn, sia il FSF di Draghi, hanno già ottenuto il via libera ad un allargamento consistente dei compiti (ma non delle responsabilità) di controllo e di intervento sull’economia. L’Fmi, in particolare, ha ottenuto dal G20 di Londra un ulteriore dote di 500 miliardi di dollari per finanziare programmi a sostegno dei Paesi in crisi e il direttivo, guidato da Draghi, sarà trasformato in Financial Stability Board, un organismo allargato a Commissione Europea e Paesi del G20 finalizzato a predisporre i piani di emergenza per la gestione di crisi finanziarie transfrontaliere e a prevenire il rischio di altre crisi sistemiche. Un altro giro di vite spetta anche alle agenzie di rating, quelle società deputate alla valutazione di

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imprese e titoli quotati nei mercati regolamentati. Sono aziende pagate profumatamente dalle stesse società valutate, per emettere un giudizio sulla solidità patrimoniale e l’affidabilità del loro committente. Non è difficile, dunque, spiegarsi il perché abbiano preso in passato qualche “abbaglio” o non siano riuscite a mettere in guardia mercati ed investitori sul rischio nascosto dietro qualche società sull’orlo del fallimento. Da Parmalat a Lehman, infatti il passo è breve e una riforma in questo senso era necessaria. Il cosiddetto “sistema bancario ombra”, quel pozzo senza fondo, formato dai titoli spazzatura, si è alimentato anche grazie alla “sbadataggine” delle agenzie di rating che hanno potuto rimestare nel torbido anche grazie agli effetti della deregulation che ha svincolato mercato ed operatori

Sul mercato del credito immobiliare si sta per abbattere un’altra tempesta: quella degli “alt-a”e quella degli “option arm”, mutui ad alto rischio per un ammontare che supera i 1000 miliardi di dollari. da normative certe e controlli affidabili. Nonostante le dichiarazioni di cauto ottimismo, provenienti da più parti, dunque, sono ben altre le preoccupazioni che non consentono il ritorno al sereno, sulle piazze finanziarie globali. La crisi nel settore immobiliare americano, infatti, non accenna ad arretrare. Quasi quattro milioni di case unifamiliari e otto milioni di appartamenti sono, attualmente, in vendita negli States. Questo l’effetto combinato dei mutui subprime e della recessione economica. Tuttavia, sta per abbattersi sul mercato del credito immobiliare un’altra tempesta: quella degli “alt-a”, una tipologia di mutui ad alto rischio, per un controvalore di mille miliardi di dollari, e quella degli “option arm” (adjustable rate mortgages), per un ammontare che supera i 500 milioni di dollari. Questi finanziamenti, destinati, al pari dei mutui subprime, ad un target di clientela ad alto rischio di insolvenza, godono di una rata iniziale contenuta. Rata che, a distanza di 3 o 5 anni, viene rinegoziata dalla banca, come da previsioni contrattuali, fino a raggiungere il 30% in più rispetto a quella inizialmente stipulata. L’elemento che desta qualche comprensibile preoccupazione, riguarda le date di rinegoziazione. Mentre, infatti, i mutui subprime sono stati, in gran parte, già rinegoziati (con i disastrosi effetti sopra richiamati), i mutui “alt-a” e gli “option

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arm” giungeranno alla rinegoziazione negli anni compresi tra il 2010 e il 2011, portandosi appresso le immaginabili conseguenze di altri pignoramenti e fallimenti individuali che, a detta degli esperti, sfioreranno il 50%. Che questa sia certamente la fine del capitalismo e della globalizzazione è ipotesi difficile da sostenere. Che, invece, si sia giunti alle soglie di un nuovo corso per l’economia è una considerazione più probabile. Senza dubbio non per scelta ma per necessità. Stiamo, infatti, assistendo ad un fenomeno ben sintetizzato dal ministro per l’economia, Giulio Tremonti, con la formula «questo non è il principio della fine, ma la fine di un principio», frase che faceva riferimento alla fine del capitalismo a debito. Ma anche a detta dello studioso tedesco, Ralph Dahrendorf, abbiamo assistito, nell’ultimo secolo, ad un progressivo e nefasto passaggio dal capitalismo di risparmio a quello di consumo, fino all’attuale capitalismo del debito. Una modifica genetica della struttura stessa del capitalismo che ha abbandonato la produzione e la creazione di valore, in nome del commercio di derivati. Una sconfitta dichiarata dell’economia reale, in favore della finanza virtuale. Ora che la frittata è fatta e che il capitalismo del debito ha mostrato i suoi drammatici effetti, si sta correndo un altro rischio: la graduale sostituzione degli enormi debiti privati accumulati, con un altrettanto massiccio debito pubblico. Le maxi operazioni di bailout e la nazionalizzazione di alcuni importanti istituti finanziari, rappresentano l’ennesimo spostamento del carico debitorio, prodotto dall’inettitudine e dall’avidità dei privati sulle spalle dei contribuenti. Situazione ben descritta dal film documentario American Casino di Andrew e Leslie Cockburn, recentemente presentato al Tribeca Film Festival di New York. In questo film-denuncia, colpiscono le parole di un executive di Bear Stearns, una delle prime banche americane sull’orlo del default, che, desiderando rimanere nell’anonimato, ha illustrato i passi che hanno portato allo scoppio della bolla dei mutui subprime e dei derivati. «Wall Street ha peccato di leggerezza – dichiara il manager – devo anche dire, però, che chi comprava era un idiota, anche lui motivato dalla stessa molla, l’avidità». E proprio queste ultime parole ci riportano alla memoria gli strali poundiani contro la grande usurocrazia internazionale, un sistema nato per soggiogare i popoli grazie al potere del denaro. Ezra Pound, poeta economista americano, che per una vita si è occupato di economia, in compagnia degli eretici del XX secolo, negli ultimi anni di vita, spinse più in là la sua riflessione: «in materia di usura ho sbagliato tutto. No! La moneta non è la radice del male. La radice è l’avarizia, la brama di monopolio».



Daniele Lazzeri

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METAPARLAMENTO

Bruxelles, che pacchia!

Vecchi tromboni e vallette rampanti: tutti in corsa per godersi cinque anni di dolce, e ben remunerato, far niente

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di Alessio Mannino

er gl’italiani l’Europa prende forma in due sole occasioni: quando si annuncia la data delle elezioni per l’europarlamento e quando leggono sui giornali i soliti ritornelli “il commissario Vattelapesca bacchetta i nostri conti”,“l’Unione ha emanato la direttiva zeta sulla produzione di latte” o “Bruxelles chiede riforme e sacrifici”.Vaghe e sconnesse sono le nozioni dell’elettore medio che si recherà alle urne il 6 e 7 giugno prossimi per inviare 78 “euro fannulloni strapagati, assenteisti cronici, pensionati di un residence di lusso”, come li ha definiti la governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso1, inviperita per essere stata scavalcata in lista dal “sindacalista a riposo” nonché sindaco di Bologna Sergio Cofferati.

Beata ignoranza Poco o nulla sa, il nostro votante, di cosa sono, come funzionano e come influiscono sulla sua vita quotidiana la Commissione, il Consiglio, il Parlamento. Per esempio ignora che poco tempo fa, per l’esattezza il 22 aprile 2009, Strasburgo ha varato un pacchetto legislativo che vincola i paesi membri a liberalizzare progressivamente non solo la gestione, ma anche le reti di distribuzione di gas ed elettricità. In sostanza dando il via alla consegna dell’energia nelle case dalle mani pubbliche a quelle, avide di profitti, dei privati, avviati a diventare multinazionali della lampadina e del riscaldamento2. Così non immagina neppure che l’80% delle leggi del nostro Paese è sottoposto all’inquadramento del normatificio europeo. Nessuno gli dice che nelle commissioni dove si sfornano direttive a tutto spiano stazionano giorno e notte lobbisti prezzolati da corporations alimen-

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tari, case farmaceutiche, compagnie del ferro e del tondino e tutte le grandi industrie continentali, intente a infilare il comma favorevole per strappare l’affare milionario. Non si trova un uomo della strada che sappia spiegare cosa diavolo contengano i trattati di Nizza e di Lisbona e perché mai nazioni come l’Irlanda hanno votato contro la loro adozione; al massimo, i megafoni dei gruppi d’interesse proprietari dei media di massa ricorrono alla formula generica dell’anti-europeismo, che detto così non vuol dire un bel niente.

Usa e Euroschiavi Soprattutto, si tace scientificamente sull’unico, vero centro di potere che agisce col paravento dei parlamentari eletti e dei commissari nominati dai governi: la Banca Centrale Europea, controllata dagli istituti nazionali a loro volta posseduti dalle banche private. È a Francoforte, dove non a caso i tedeschi, autori dell’architettura finanziaria dell’Ue, hanno imposto di installarvi la sede, è lì che si decide il destino degli europei. Ed è l’euro, la moneta introdotta in Italia come ancora di salvezza dalla voragine del debito pubblico, l’instrumentum regni di un manipolo di signori del credito che proprio attraverso di esso mantengono eterno il debito frutto del signoraggio. Infine, silenzio assoluto sul grande nemico di un’Europa che non sia solo moneta e regolamenti sui consumi: gli Stati Uniti. Washington è storicamente avversa all’idea di ritrovarsi dall’altra parte dell’oceano un gigante di 440 milioni di anime, che va dal Portogallo alla Romania, potenzialmente in grado di competere con la sua forza bellica e, di conseguenza, con la sua egemonia planetaria.Tanto è vero che da anni caldeggia l’ingresso della Turchia, alleato di ferro del Pentagono nel difficile quadrante che guarda al Medioriente e alla Russia, con la missione di far da sentinella e ficcanasare nelle faccende interne del Vecchio Continente. Così come è vero che di archiviare l’ormai superata Nato, longa manus dell’imperialismo americano, non se ne parla: troppo utile, nel reprimere sul nascere eventuali voglie di autonomia militare degli “amici” d’oltre Atlantico.

Test di consenso Ma tutto questo i sudditi, pardon cittadini, non possono saperlo. Perché è prima di tutto la politica a non volergliene dare notizia. Il motivo è semplice: fatto salvo il condizionamento delle lobby economiche e il ruolo di copertura di un consesso parlamentare ostaggio della Bce, il circo Barnum dei partiti italiani sfrutta il rinnovo dei deputati europei come una staffetta della propria corsa alla conservazione del potere. Le elezioni europee non sono null’altro che un test di consenso che la partitocrazia italica usa per aggiornare i rapporti di forza interni. Sentite mai parlare di problemi specifici che dovranno essere discussi nelle lontane capitali dell’euroburocrazia? Fateci caso: a parte, e sempre che ci siano,

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vuoti slogan su temi facili e di grande impatto (come le energie rinnovabili, scelte dall’Italia dei Valori di Di Pietro), i cartelloni e gli spot delle campagna in atto puntano molto semplicemente sul nome del candidato. Né più né meno, come fosse soltanto una gara a rastrellare crocette fra singoli esponenti del regime partitocratico. Come se fosse? Lo è. Anche perché il sistema elettorale con cui si voterà a giugno è il vecchio caro proporzionale puro con la possibilità di tre preferenze personali: tot voti al partito tot seggi, e i candidati sparsi in cinque circoscrizioni che prendono più preferenze si assicurano la poltrona (per essere sicuri ce ne vogliono 100 mila, ma anche con 50 mila si è a posto). La legge elettorale è diversa da paese a paese. Nel nostro si è aggiunto uno sbarramento del 4%, il che significa che la lista-partito che non supera tale soglia viene automaticamente escluso dalla spartizione.

Elefanti e soubrettes Fra parentesi, il meccanismo proporzionale è quello che caratterizzava la famigerata Prima Repubblica. La casta dei politici italiani, tuttavia, se l’è tenuto stretto per l’Europa. Perché è il metodo più efficace per giocare al bilancino, come dicevamo sopra. Il premier Berlusconi si candida ovunque per misurare il polso del popolo che lui ha ribattezzato della Libertà, e chi se ne frega se poi dovrà lasciare lo scranno europeo per incompatibilità. Idem con patate per Di Pietro e Nichi Vendola, presidente rosso della Regione Puglia: incompatibili ma non sia mai che arretrino alla pugna. Franceschini ha rinunciato, ma mica per la favoletta che racconta in giro, e cioè che lui sarebbe corretto nei confronti dell’elettorato non facendosi eleggere per poi dover mollare la sedia. È solo che il Pd orfano del suo ex principale Veltroni è con le pezze al culo, e così è meglio evitare di fare una figuraccia buscando l’ennesima batosta. Ora, non avendo nessun altro scopo che questo, tutto autoreferenziale e provincialotto, è chiaro che sul bilancino ci finiscono o i politicanti di scarto che si abbarbicano all’Europa pur di accaparrarsi lauto stipendio e generose prebende, o i volti improbabili, i personaggi telegenici, vallette, troniste, nani e ballerine. I primi sono l’ubiquo Mastella col PdL, l’uomo con la coppola Cuffaro, il cino-genovese Cofferati, l’amico fiorentino dei costruttori Domenici, l’uomo-ombra dalemiano De Castro, la badessa azzurra della sanità veneta Sartori, il trapassato Berlinguer, il filosofo Vattimo («Il parlamento europeo? una noia mortale») folgorato sulla via di Tonino, il democristiano Carollo acerrimo nemico del veneto Galan e recordman di menefreghismo (zero relazioni presentate), Vittorio Sgarbi che corre con l’Udc ma contemporaneamente vuole iscriversi alla Lega e candidarsi a Rovigo col Pdl, e via così. I secondi sono la Sozio, la rossa del Grande Fratello immortalata a Villa

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Certosa mano nella mano col Cavaliere; Barbara Matera, scelta personalmente da Silvio per meriti speciali (finalista a Miss Italia, annunciatrice Rai, “letteronza” a Mai dire gol, “letterata” in Chiambretti c'è, inteprete di Carabinieri 7 e “pattinatrice vip” a Notti sul ghiaccio); Staino, vignettista dell’Unità, iscritto al Pd ma candidato con la formazione vendoliana di Sinistra e Libertà «per il bene del Pd»; David Sassoli, mezzobusto del Tg1 dai magnetici occhi azzurri e dalla indefessa fede cattocomunista; il reduce dalla “Fattoria” Fabrizio Corona, gossiparo che ricattava i vip a suon di fotografie, accolto dai camerati della Fiamma (ma non erano quelli che assaltavano gli studi televisivi? cosa non si fa per raggiungere quota 4 per cento). C’è pure un certo Tiziano Motti che ha iniziato a far propaganda come “indipendente” facendosi sponsorizzare dagli enti locali in qualità di presidente di una neutrale associazione per i diritti del cittadino per arrivare così, per posta, nelle case degli elettori; poi ha gettato la maschera e ha conquistato il suo posticino fra le fila berlusconiane.

Una farsa Senza alcuna personalità di rilievo, con pochissimi esperti della macchina europolitica, i gruppi parlamentari zeppi di raccomandati e mezze tacche, logico che perfino nell’arena eterodiretta di Strasburgo l’Italia passa da paesucolo di incompetenti rubastipendio. Parcheggiati lì a bella posta e assenteisti senza vergogna: 56% di presenze nel 2004, e nella legislatura che sta per scadere le cose non sono cambiate granché. Quelle bestie rare che lavorano, dalle parti di Bruxelles, si disperano così: «Dovevo quasi supplicare 20 righe ai direttori dei giornali per far uscire la notizia che avevamo ottenuto importanti finanziamenti», è il ricordo di Franz Turchi, deputato europeo di An vicepresidente della commissione Bilancio nella penultima legislatura. «E quando a Roma passavo alla Camera o al Senato, un sacco di amici mi chiedevano cosa mai si discutesse da noi in commissione, concludendo con un inevitabile. Ma che ce vai a fa’?»3. Noi invece ci chiediamo: ma che votiamo a fa’? Di tutte le elezioni-farsa di una democrazia-truffa come questa, che si pretende e si proclama “rappresentativa” mentre non è che un burattino manovrato dall’alto, l’elezione europea è senza dubbio la più inutile e ridicola. E a noi gli spettacoli truccati non interessano più.



Alessio Mannino 1 “L’ex europarlamentare Bresso: a Strasburgo pensionati di lusso”, Corriere della Sera, 15 aprile 2009 2 “Strasburgo punta sulle liberalizzazioni”, Rinascita, 23 aprile 2009 3 “Eurodeputati: i trucchi e vizi della casta”, Panorama, 23 aprile 2009

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BORDERLINE

Ortese, giornalista visionaria I grandi reportage richiedono doti di scrittore. E addirittura di poeta, se diventano viaggi nell’animo umano

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di Francesca Gatto

i Anna Maria Ortese si è tornati a parlare da qualche anno. Le si rende giustizia, per il silenzio che l’ha circondata in vita, povera e isolata dai giri culturali impegnati e prêt-à-porter. Ci si sente colpevoli per aver misconosciuto un talento di scrittrice fuori dal comune che nel panorama narrativo italiano del secondo dopoguerra può apparentarsi soltanto a quello di Elsa Morante. Anna Maria, salvata da un drammatico stato di indigenza grazie a una tardiva legge Bacchelli, invocata per lei da un altro “irregolare”, il poeta Dario Bellezza, ha lasciato il suo testamento spirituale ed etico nelle parole del piccolo libro Corpo celeste, moderna operetta morale alla maniera del suo amato Leopardi. Ma c’è un altro libro prezioso e introvabile, riproposto nel 1986 dalle edizioni “La Tartaruga”, in cui la scrittrice, molto, troppo in anticipo sui tempi, grida, profetessa inascoltata, la fine, la dismissione della dignità dell’uomo contemporaneo. Questo libro è Silenzio a Milano (prima edizione, Laterza, 1958) una raccolta di inchieste che le erano state commissionate negli Anni ‘50 dall’Europeo e dall’Unità. Silenzio a Milano è un’atea via crucis, una moderna Comoedia, in cui la scrittrice ci fa da guida attraverso una Milano che lei, insieme a noi lettori, impara a conoscere, descritta non nel suo febbrile ed efficiente ritmo lavorativo, non nel suo decantato ruolo di capitale economica italiana, ma nella sua progressiva e incessante opera di desertificazione e alienazione sociale che minaccia gli ultimi, gli emarginati, quelli che rimangono fuori dai “circuiti virtuosi” del consumismo di massa. La sirena dell’industrializzazione, nel periodo in cui la Ortese ne dà conto, chiama a rapporto esseri umani, soprattutto dal Sud, e li invita ad abdicare alla propria consolidata identità per accedere allo status di cittadino consumatore con il suo inestinguibile corredo di elettrodomestici e cambiali. La scrittrice le osserva, queste figure, mentre come formiche si muovono per la Stazione Centrale, estranee ormai

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a se stesse. La loro ansietà, lo sguardo fisso, le labbra serrate, quella interiore immobilità e stordimento di chi crede di correre ma è soltanto trascinato da qualcosa che è fuori di lui. Il giornale le chiede un pezzo sulla Stazione Centrale e lei, nell’incipit del primo racconto, Una notte nella stazione, entra nello studio dell’ispettore. Deve porre al funzionario alcune domande sul movimento dei viaggiatori, dei treni, sull’andamento del servizio, sui costi e rendimenti di un organismo complesso come la Stazione

Nel suo sempre più desolato giro per la città sottolinea comportamenti che vorrebbero essere esemplari, ma sono vilmente ingiusti, inconsapevolmente sadici e aberranti. Centrale. Ma impercettibilmente, dalle risposte apparentemente normali dell’ispettore si innesca in lei, e in noi, uno stato di sottile malessere. La Ortese non coglie, e con lei il fotografo che l’accompagna, allegria e produttiva adrenalina nell’atmosfera, ma – scrive – una volta tornati nella galleria di testa, qualche mutamento s’era verificato in noi... ci guardavamo imbarazzati, il fotografo ed io, cercando di riconoscerci un volume, un’umanità, una consistenza. Ormai era impossibile, ci sentivamo due insetti, e quali oscuri insetti. Da questa kafkiana metamorfosi prende il via il peregrinare di Anna Maria per la stazione e, negli altri racconti, per la città. Aguzzando il suo doppio sguardo, usando quello sguardo, sconosciuto ai più, che vede l’invisibile, si muove in una città parallela. Ma quanto più vera dell’altra, di quella compulsivamente osannante “le magnifiche sorti e progressive”! Nel suo sempre più desolato giro per la città ci consegna facce, scene, personaggi. Sottolinea comportamenti che vorrebbero essere esemplari, ma sono vilmente ingiusti, inconsapevolmente sadici e aberranti. Ecco che il suo occhio coglie una famigliola del sud accampata alla stazione, dietro a un tavolino, la madre, il padre, la vecchia nonna, una ragazza e un bambino di sette anni, smunti, gialli, magri. La cosa che colpiva, guardandoli, era il silenzio, l’immobilità assoluta e il silenzio in cui giacevano. O, più avanti, il professore di lezioni private un avvizzito Socrate metropolitano che parla senza sosta, allucinato. Uomini e donne senza parola, muti, docili, senza verde, luce, aria, trasformati in cemento, vetro, acciaio, trasformati in cose, senza più braccia, mani, volti… per sempre

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caldi, ancora caldi, incrementano la civiltà industriale, cos’è un uomo, mi dica, di fronte all’industria? La visionaria Ortese raccoglie queste voci vere e non le censura. Ne scrive, implacabile e molto in anticipo sui tempi rispetto alle nostre odierne e sconsolanti riflessioni sul sostanziale fallimento del modello industriale. Un fallimento che ci ha traghettato spettatori impotenti davanti all’inferno della ThyssenKrupp e, subito dopo, ad essere testimoni di un ossimoro sociale in cui il padrone e l’operaio si presentano insieme nella stessa lista elettorale. Perdita delle proprie radici di dignità sociale e di classe, perdita della propria intima coerenza; in una parola, perdita della propria anima. Su questo insiste la Ortese. Lo fa anche in un successivo racconto dal titolo La città è venduta. Qui la scrittrice trasloca da una parte all’altra di Milano. O meglio, come lei stessa scrive, da una periferia all’altra. Come un carrello cinematografico, il taxi che la trasporta esplora la città così come si presenta ancora al suo sguardo, che questa volta è opaco e calmo, come la rassegnata calma di chi non è, diversa dalla calma disinvolta e tranquilla di chi ha. La prima tappa è in corso Buenos Aires, nel cortile di una casa dove si imbatte in brandelli di un caos insieme metropolitano e contadino e per questo ibrido, desolante, innaturale. Per le scale dai gradini neri e rotti, foglie di cavolo e una zampa di gallina. Non una gallina viva, quindi, simbolo domestico che rimanda a un’immagine di quiete e armonia, ma una sua parte, una sua degradata sineddoche. E ancora, seguendo la scrittrice in questa sua Spoon River padana ci imbattiamo nella figura del portinaio, prigioniero della sua guardiola, per metà attento e per metà indifferente, come se qualcosa in lui di originariamente vivo fosse stato sopraffatto dalla vita, il costume, le dure leggi economiche della città. E lo stesso tassista che la conduce attraverso spazi non più campagna, non ancora città, a un tratto ha come un sussulto di lucidità: prima loda Milano, perché a Milano c’è un posto per tutti, e poi aggiunge: Però.. è come se ci spingessero sempre più indietro…, la città si allarga e noi, sempre più indietro…. Ma chi c’è nella città? È stata venduta? Per chi costruiscono? E balbettando rimugina tra sé, comprata… venduta. La scrittrice risponde imbarazzata, quasi stupidamente. Le viene in aiuto un albero, su cui fissa i suoi occhi, l’unica creatura viva, tenacemente viva in quel deserto di pietra e cemento. Siamo negli anni Cinquanta, prima del boom, a circa tre decenni di distanza dalla Milano da bere del fruttuoso matrimonio tra politica e affari e Anna Maria Ortese, giornalista visionaria, donna di riservata,

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malinconica e trasparente bellezza, racconta, già denuncia, si schiera dalla parte degli ultimi, degli emarginati, li difende e li ama, ed è per questo che la sua condizione di borderline, di fuori dal coro, fuori da tutti i cori, la confina in una modesta casa in Liguria, a Rapallo, accudita da sua sorella, che per lei è ciò

Nell’ultimo periodo della sua scrittura, lei fa entrare e celebra nel suo mondo degli ultimi anche alcune creature a cui attribuisce una forte valenza simbolica. Il Puma, l’Iguana, il Cardillo addolorato. che resta della diaspora della sua famiglia (mia sorella, la mia famiglia, il mio debito mai saldato). Abbandonata dalla politica a cui pure da militante ha dedicato sincera energia e dai suoi datori di lavoro, scansata anche e soprattutto da quei giornali di sinistra, che del suo talento, ingombrante e ingovernabile non sanno che farsene, la Ortese, nell’ultimo periodo della sua scrittura, fa entrare e celebra nel suo mondo degli ultimi anche alcune creature a cui attribuisce una forte valenza simbolica. Provengono dal regno animale, sono il Puma, l’Iguana, il Cardillo addolorato. Come gli ultimi, gli esiliati tra gli uomini, anche questi esseri sono dotati di una forma superiore d’intelligenza che niente ha a che fare con l’accezione corrente del termine. Al pari degli esseri umani lo sguardo della scrittrice si posa su di loro restituendo bellezza e dignità. Lasciarla con qualche parola da Corpo celeste è un omaggio doveroso alla sua irrinunciabile istanza etica. La scrittrice, in forma di dialogo, finge di farsi intervistare. Il tono duro delle sue risposte incenerisce la superficialità dell’intervistatore. Intervistatore: «Laika, la cagnetta astronauta, è morta, svanita tra le stelle, e per sempre». Ortese: «Ma non per me». I.: «Spiriti, folletti, spiriti di padri morti, di bambini perduti, di piante che sognano, di farfalle che ci guardano… è questa dunque la sua patria?» O: «Sì, è questa». I.: «La conversazione è finita. Riprenderemo fra altri anni? Forse ascolterò, coi suoi lettori, parole meno severe sull’intelligenza?» O.: «Non da me, non da luoghi di esilio». Anna Maria Ortese muore a Rapallo il 10 marzo del 1998. Con queste parole, che chiudono il libro, si congeda dai suoi lettori e dai suoi distratti detrattori.



Francesca Gatto

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USCITI IERI

Dentro il labirinto di Dio Per Chatwin fu un progetto coltivato a lungo, ma uscì solo poco prima che lui morisse. Un gioiello con un grande titolo: Le vie dei canti

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Roberto Alfatti Appetiti

el maggio ’68 l’Occidente sembra prendere fuoco. Gli studenti erigono barricate. Le manifestazioni, dalle università alle fabbriche, riempiono le strade e le piazze. Eppure il giovane Bruce Chatwin, inglese di Sheffield, non ancora trentenne, volge altrove il suo sguardo. Troppo distanti, i suoi interessi, preso com’è dalla preparazione di una mostra dedicata all’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo tra il V e il VI secolo avanti Cristo per conto dell’Asia House Gallery di New York. L’idea è di «scrivere un testo basilare che restituisse ai nomadi un posto importante nella storia. «Ciò che mi interessava di più – spiegò – erano gli individui sfuggiti alla classificazione archeologica, i nomadi, che avevano lasciato tracce sul terreno e non avevano costruito piramidi». Inizia proprio nell’anno della contestazione, il “viaggio” che porterà Chatwin, all’epoca insofferente studente di archeologia, tra le tribù nomadi dell’Afghanistan, dell’Africa, della Mauritania e della Persia. Ben lontano dal cliché, che pure gli è stato cucito addosso, di eccentrico autore di pittoreschi reportage in luoghi esotici incontaminati dal turismo di massa, nelle sue opere Chatwin si dimostra un esploratore dell’animo umano e delle civiltà tutt’altro che superficiale. Senza pregiudizi, né verso gli uomini né nei confronti delle culture cui si avvicinava. Di quel viaggio – che per lui rappresentava un’esigenza insopprimibile piuttosto che un lavoro – ne ha scritto, a coronamento di vent’anni di studi sul campo, in Le vie dei canti, il libro che Chatwin inseguì per anni e che fece appena in tempo a scrivere, prima che la morte lo portasse via nel gennaio 1989 e a soli 49 anni, beffando la smorfia dell’invecchiamento e facendosi mito. Icona esistenziale e marchio commerciale dell’inquietudine delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta. L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1987, arrivò nel nostro paeese – grazie all’Adelphi di Roberto Calasso, che di Chatwin fu

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amico prima ancora che editore – l’anno successivo. Per gli aborigeni – spiega – la terra è tutta segnata da un intrecciarsi di “vie dei canti” o “piste del sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi: erano quelle le “impronte degli antenati” o la “via della legge”. Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vera metafisica del nomadismo. Le vie dei canti, pur essendo strutturato come un racconto, in quanto ci accompagna in un itinerario di incontri e avventure picaresche nel profondo dell’Australia, è anche e soprattutto un percorso di idee – una musica, diremmo – che muove da un interrogativo: perché l’uomo, fin dalle origini, ha sentito un impulso irresistibile a spostarsi, a migrare? E poi: perché i popoli nomadi tendono a considerare il mondo come perfetto, mentre i sedentari tentano incessantemente di mutarlo? Perché il canto era il principale oggetto di scambio per gli aborigeni e in che misura i sistemi adottati in seguito rappresentano varianti di quel modello originario e universale? In realtà, Chatwin non cerca risposte, né tantomeno ha tesi da sostenere. Non è la curiosità morbosa o dottorale del ricercatore a muoverlo, ma il desiderio di (ri)scoprire la radice stessa del proprio essere, una via di fuga dal disagio esistenziale provocato dalla moderna civilizzazione di massa. «La vera casa dell’uomo – aveva annotato su uno dei suoi irrinunciabili quanto ormai “mitici” moleskine neri, tanto rari all’epoca quanto oggetto di un merchandising sfrenato oggi – non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi». Sembra una frase di Jack Kerouac o di uno dei tanti emulatori della filosofia beat celebrata nel suo On the road, ma Chatwin, al contrario, non prescinde mai da una consapevolezza di fondo: non c’è innovazione che non poggi saldamente su qualcosa di radicato, non c’è viaggio fine a se stesso o senza destinazione. E la destinazione è l’autenticità: «Nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene e non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. È un posto con cui ci si identifica». Chatwin, non a caso, non amava essere definito uno scrittore di viaggi: «Mi ha sempre irritato. Per questo ho scritto qualcosa su due personaggi che non si sono mai mossi da casa». Dopo il successo di In Patagonia (1977), infatti, scrisse il romanzo Sulla collina nera (1982), ambientato nel Galles celtico, «il centro emotivo della mia vita». Una zona che Susannah Clapp – editor, amica e confidente dello scrittore inglese, nonché autrice della biografia Con Chatwin (Adelphi 1998) – descrive così: «Zona di cieli alti e chiese basse, di vecchie famiglie di contadini, di coloni solitari e stravaganti. Dagli anni Sessanta si è popolata di alternativi. I più irrequie-

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ti non sempre sono stati ben accolti dalla gente del posto, tanto che nei paesi comparivano spesso cartelli con la scritta QUI NIENTE HIPPIE». Motivo di più per Chatwin di sentirsi a casa. Tanto era il fastidio per gli esponenti della “controcultura” della contestazione, ai quali imputava di aver corrotto a colpi di marxismo e, nel nome di un implicito etnocentrismo, tradizioni secolari. Scrittore di talento, ma anche mercante d’arte, archeologo, giornalista e fotografo, Chatwin era, come sostiene l’amico Salman Rushdie, politicamente un «ingenuo»? Stenio Solinas – tra i primi in Italia a promuoverne la figura e, non a caso, autore della prefazione a L’alternativa nomade, la prima biografia italiana di Chatwin (Settimo Sigillo, 1994) a cura di Nicholas Murray – ritiene di no. Al contrario, aveva idee precise. In Compagni di solitudine (Ponte alle grazie, 1999), nel tracciare la sua “educazione intellettuale”, Solinas così delinea la personalità “politica” dello scrittore di Sheffield: «Non si era appassionato al comunismo sovietico, né ai cataclismi della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippiepacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle “magnifiche sorti e progressive”, e quindi ad un concetto indefinito di progresso. Non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe; detestava “l’internazionalismo specioso”. Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno». Temi quanto mai attuali, oggi, che renderebbero preziosa una voce come quella di Chatwin, ben lontana dal riduttivo clichè di istrionico conversatore troppo occupato a dissipare il proprio talento, di dandy postmoderno innamorato solo di se stesso, che per troppo tempo ha fatto di Chatwin un’icona in bianco e nero dell’avventura fine a se stessa. Certo, del mito Chatwin aveva, oltre a una dichiarata vocazione, le physique du rol. Alto più di un metro e ottanta, capelli biondo cenere, fronte spaziosa incendiata da penetranti occhi azzurri, era, per citare le parole del noto mercante d’arte John Kasmin, di un «fascino quasi oltraggioso». Bisessuale, piaceva agli uomini come alle donne. «Non si tratta solo di bellezza – ha sottolineato Susan Sontag – è un’aura, una luce negli occhi. Ci sono poche persone al mondo con una presenza che incanta e ammalia». Proprio come nell’immagine più celebre che lo ritrae come un giovane e affascinante uomo con gli scarponi da montagna appesi al collo e uno zaino sulle spalle. Che ci guarda e ci rinnova la domanda di sempre: che ci faccio qui?



Roberto Alfatti Appetiti

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CINEMA

Gladiatore

anzi, superstar

Bello. Coraggioso. Invincibile. E perseguitato dal tiranno di turno. Massimo Decimo Meridio è l’incarnazione perfetta dell’eroe solitario che entusiasma il popolo. O meglio: il pubblico. Battimani e batticuore. E poi resta tutto com’è

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di Ferdinando Menconi

Come tutti i peplum che si rispettino Il Gladiatore è l’ultima fonte cui ricorrere per conoscere la storia di Roma, che qui, anzi, viene stravolta come neppure i film degli anni cinquanta-sessanta avevano osato fare: addirittura un tentativo di restaurazione repubblicana all’epoca di Marco Aurelio! Questo per tacere del pastrocchio New Age in cui viene ridotta la religione romana, con visioni dell’Aldilà sottolineate da musiche più adatte alle pubblicità del Mulino Bianco, cosa di cui i pubblicitari si sono immediatamente resi conto. Discutibile è anche la ricostruzione della grandiosa battaglia iniziale in cui viene pronunciata la frase più famosa del film: «Al mio segnale scatenate l’inferno», scagliata contro i germani da Massimo Decimo Meridio, ancora grande generale di Marco Aurelio, l’ultimo degno Imperatore, fatto salvo Giuliano, del grande sogno che fu Roma, che sta per essere assassinato dal figlio Commodo che vuole sventare, appunto, il tentativo del padre di restaurare la repubblica tramite Decimo, il quale di conseguenza vedrà la sua famiglia massacrata e se stesso ridotto in schiavitù a combattere nell’arena per la vita anziché per l’Impero. Lo stupro storico si ha anche su quello che è il tema portante del film, la gladiatura, che andava ben oltre una folle sete di sangue e spettacolo, ma aveva regole quasi sacrali, vista anche la sua ori-

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Solo chi è pronto a battersi a sua volta dovrebbe essere ammesso a guardare i combattimenti altrui

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gine tratta dai riti funerari etruschi, e mieteva molte meno vittime di quanto non si creda: l’addestramento di un gladiatore costava caro e non lo si sprecava così facilmente. Quindi meglio vale fermarsi qui, non indagare oltre e godersi l’alta spettacolarità delle scene. In fondo è un Ridley Scott, non varrà Blade Runner né, tantomeno, I Duellanti, ma è comunque l’opera di un eccellente regista che sa mettere fra le pieghe del grande spettacolo del circo un’allegoria che potrebbe anche giungere a segno, profittando della distrazione dello spettatore.

Hispanico, pensaci tu Il vero filo conduttore è una feroce critica dello show-business e del potere dei media, l’antichità usata per colpire al cuore, ammesso che l’abbia, la modernità. La corretta chiave di lettura del film non è nella facile, e coinvolgente per il pubblico, con-

Il punto è nel perché il pubblico si schieri dalla parte del protagonista. Non dipende dalla nobiltà dei suoi propositi, ma dal fatto che lui è una star dello show-business. trapposizione della nobiltà di Hispanico, il gladiatore, contro l’ignominia di Commodo. Parricida nel film, crimine peggiore non era concepibile nella romanità, mentre nella realtà fu scelto da Marco Aurelio, che non seppe resistere all’amore paterno, esattamente il contrario di quanto ci viene fatto credere nel film, anziché continuare con la tradizione delle adozioni che da Traiano a lui aveva dato ottima prova. Il punto in discussione è nel perché il pubblico si schieri con Hispanico. Non dipende dalla nobiltà dei suoi propositi, ma dal fatto che a promuoverli sia una star dello show-business. Allora come oggi quello che importa non sono le parole ma la fama di chi le pronuncia, poco importa se al Colosseo si è sostituita “l’arma finale del dottor Goebbels” 1. La fortuna nella Roma antica di Ridley Scott è che gli ideali vengono espressi da un gladiatore e non da un buffone da talk show; da uno che rischia la vita

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nell’arena e non uno che rifiuta anche solo di rischiare un ridimensionamento dei propri spazi TV. Tutto è giocato sulla popolarità e la vanità, il nano morale Commodo è odiato dai romani e gioca la carta del “panem et circenses” per comprare l’amore e la fama che gli mancano, sia per il controllo su Roma che per la sua inesauribile vanità… come tutto ciò ricorda altri nani, non solo morali, a noi contemporanei! La sventura di Commodo è che ha a che fare con Roma, i valori sono ancora altri, non può bastare un editto bulgaro o un allontanamento dal Circo, l’eliminazione dell’avversario deve essere pubblica e gloriosa, così Commodo si trova costretto a mettersi in gioco direttamente e, pur in uno scontro truccato, a dover scendere in campo e perdere la sua vita. Costretto a questo anche da un quadro di personalità instabile e

Ancora un volta emerge il dato comune ai film contemporanei in cui la libertà lotta con la tirannide: a salvare la situazione è un eroe solitario. Il popolo sta a guardare. malata – un po’ di psicanalisi in un film americano, per quanto ambientato nella Roma dei Cesari, è ahimé inevitabile – giungendo perfino ad ipotizzare una relazione incestuosa con la sorella, che il puritanesimo impedisce sia mostrata a fondo e che storicamente sarebbe stata attribuibile più a Caligola.

Il duello, lo spettacolo L’abilità di Ridley Scott è nel tratteggiare con maestria lo svolgersi del duello fra i due, che può essere racchiuso nella frase riferita a Hispanico «hai un grande nome, deve uccidere il nome prima di uccidere te» e nel nascondere allo spettatore, dietro a scene di digitale spettacolarità, quello che è il vero filo del film: la feroce critica verso chi gestisce la (in)civiltà dello spettacolo e della disinformazione di massa, e non l’apparente esaltazione dei valori che Il Gladiatore sembra trasmettere al pubblico, che nella realtà ricostruita dal film ha solo sete di sangue e spettacolo. Il Senato, visto come il legittimo detentore della

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sovranità, almeno nella fazione che vorrebbe restaurare le antiche libertà, è troppo aristocratico per comprendere o essere compreso dalla plebe: ne è ormai troppo distante. Sarebbe quasi capace di autoaccusarsi di populismo se passasse dalle astrazioni a un vero tentativo di rendere giustizia al popolo, antica spina dorsale di Roma, a partire dal suo stesso etimo2. Il Tiranno invece ha capito e non esita a sfruttare la situazione, pienamente conscio del distacco fra il popolo ormai diventato plebe, nella peggiore accezione del termine, e i suoi rappresentanti, spostando la partita dai marmi del Senato alla sabbia del Colosseo. Punto cruciale per il successo è riuscire nella missione di distrarre il popolo. Hispanico, però, farà fallire il progetto e salverà Roma, ma ancora un volta emerge il dato comune a tutti i film contemporanei in cui la libertà lotta con la tirannide: è sempre e solo un eroe solitario che salva la situazione, al popolo basta stare a guardare, non c’è mai bisogno di un suo intervento attivo, tutto si risolverà grazie a un uomo della provvidenza. Non c’è mai bisogno di un’azione popolare, e non deve esserci, potrebbe essere un messaggio pericoloso: potrebbe far credere alle genti che anche

La visione del film resta manichea e semplicistica. Ed è anche molto, molto statunitense: solo ciò che assomiglia al liberalparlamentarismo può dare la libertà. Per quanto imperfetto il sistema è la via migliore, se non proprio l’unica. il mondo moderno possa essere salvato e il sistema spazzato via con una presa di coscienza ed una decisa azione popolare. In effetti, però, in questo film, un tentativo di azione di gruppo di pochi e coraggiosi congiurati c’è, ma potrebbe riuscire solo grazie all’intervento delle truppe fedeli al Gladiatore e alla libertà, ma non sono più i tempi in cui Hollywood e gli Stati Uniti potevano far passare il messaggio di un golpe militare per la libertà (non solo sullo schermo, ahimé), anche se nel caso specifico avrebbe potuto esserlo, quindi l’empasse viene risolta con il fallimento dell’azione. La visione del film resta manichea e semplicistica, da una parte la dittatura di un uomo, dall’altro la libertà che potrebbe essere garantita solo dal Senato, che però, salvo

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pochi, è pavido e corrotto, un po’ un contentino populistico di critica ai parlamenti attuali. La visione resta molto, molto statunitense: solo ciò che assomiglia al liberalparlamentarismo può dare la libertà. Sistema che per quanto imperfetto è, deve restare, comunque, la via migliore se non l’unica. Qualsiasi altro esperimento non deve neppure essere considerato, e se è inaccettabile un golpe militare, per la morale comune che si vuole imporre, deve ancor meno essere accettabile la libertà conquistata da una sommossa popolare. Il lieto fine, per Roma non per il gladiatore che muore nell’arena, è solo apparente, sì tutto sembra andare nella direzione voluta dal defunto Imperatore, ma, c’è un ma, a ben analizzare le scene ci si può rendere conto che il piccolo nipote di Commodo ha ben compreso che l’essere diventato il beniamino del grande gladiatore fa di lui il suo erede morale e pur in tenera età già sa come sfruttare il favore del popolo per insediarsi al potere ed usare i media per mantenerlo, altro che Repubblica. Non c’è speranza per un popolo che deleghi ad altri la sua libertà. Un’ultima notazione meritano le grandi scenografie, più o meno computerizzate, che rendono in pieno la grandezza di Roma, ineguagliata metropoli, che viene vista sì, in ossequio al pensiero unico obbligatorio, nella sua realtà multietnica ma, correttamente, non nella multiculturalità, questa è solo apparente. Nella Roma che traspare dal film, come in quella antica, i molti popoli sono uniti nella cultura del mito, unificante, di Roma, che seppe sedurre tutti i quei popoli che vollero uscire dai loro fanatismi particolaristici e comprenderne la grandezza fino a condividerne il progetto. Ferdinando Menconi



Note:

1 - Così Bonvi chiama, nelle strisce delle Sturmtruppen, la televisione che inebetisce in maniera definitiva gli esilaranti soldatini tedeschi. 2 - L’etimo più accreditato è dal verbo populor: devastare.

Ci occuperemo invece di...:  la stampa di regime perde il 100% in più ***  il sequestro dei Manager in Europa Italiani inclusi ****  la mostruosa nascita di una bambina con un seme congelato 22 anni fa ****  Obama che non toglie l’embargo a Cuba ***  le manifestazioni di Londra in occasione del G20 ****  i movimenti di protesta in Grecia ****


MUSICA

Vasco, quello vero Non l'hanno rovinato né il successo né gli eccessi. E le sue parole, dopo quasi 30 anni da star, sono ancora piene di calore e dolore e meraviglia

P

di Federico Zamboni

iù chiaro di così:Vasco apre i concerti dell’ultimo tour e lo dice esplicitamente.Non come una riflessione estemporanea. Non come qualcosa che gli è venuto in mente chissà come e che (beh, se ne dicono tante) gli sembra un bel modo di iniziare. Non è solo una stramberia accattivante. Uno di quei mix che non ti aspetti tra cultura accademica e pop, Andy Warhol di Zocca provincia di Modena. Uno di quei testacoda che li fai di proposito e per puro divertimento – una sorsata di anticonformismo e tre gocce di adrenalina, giusto pour épater le bourgeois, ivi incluso il bourgeois che è in te e di cui non sei proprio capace di liberarti – tanto poi, vecchia volpe della strada e dello show, recuperi la direzione abituale e prosegui imperterrito. Vasco Rossi lo scandisce. Quasi lo sillaba. «Spinoza diceva che chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza. Noi siamo qui questa sera per portarvi un po’ di gioia. GIOIA. GIO-IA-A-A.» Lo dice, lo fa. Sprigiona l’energia che ha dentro per oltre due ore, senza tornare mai più sulla citazione iniziale. Mica è una lezione universitaria. Mica è la traccia del tema in classe all’esame di maturità: “Spinoza diceva che... Il candidato, dopo aver contestualizzato la frase all’interno del pensiero del filosofo e, più in generale, della sua epoca, ne valuti l’eventuale attualità nella società contemporanea. Alla luce, più in particolare, dell’industria dell’intrattenimento, sia nelle sue articolazioni tradizionali che nelle forme più recenti, quali ad esempio Internet”. Poca teoria. Molta pratica. Chi se ne frega se parli benissimo e poi ti perdi in un bicchier d’acqua. O di birra. O di whisky. O di quel che è. Metti che Vasco levava il nome di Spinoza. Metti che diceva solo che chi detiene il potere eccetera eccetera. Era all’incirca lo stesso. Una buona idea da condividere. Un ottimo punto di partenza. Un’osservazione da tenere a mente per dopo, per quando sarai torna-

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to a casa e avrai ricominciato a fare la tua vita.Come dopo certe feste: che in mezzo allo spasso (se no che festa è?) viene fuori anche una cosa più seria, che ti rimane dentro e che riemerge in seguito. Adesso, però, ci divertiamo con la musica. Ci scaldiamo con la musica e badiamo solo a stare bene. La nostra gioia contro il loro progetto di tristezza.La nostra libertà contro i loro condizionamenti. Senti qua che chitarre. Senti qua che batteria. E che basso. E tutto il resto. Senti qua che roba. Senti qua.

57 anni. Un ragazzo Non è che uno ce l’ha con le regole. E nemmeno con le buone maniere. Ce l’ha con le regole e le buone maniere quando sono solo l’involucro del nulla. La buccia tirata a lucido, e tenuta insieme a forza, di un frutto marcito. L’ipocrisia di un mondo che da te pretende tutto e che in cambio non ti dà niente. Solo un sacco di oggetti in cambio di un sacco di lavoro o,quanto meno,di un’entusiastica interminabile promettente sequela di sì, sissignore, I like it very much. E se poi vai a casa e ti ammazzi, perché la vita così ti fa schifo, chi se ne frega. Morto un cliente se ne trova un altro. Venditori, mica assistenti sociali. Che ti credevi? Da ragazzo,‘sta cosa qua, la avverti con l’istinto. A loro, agli adulti, non gliene importa di chi sei e di cosa provi. Gli importa che non gli crei problemi mentre si fanno gli affari loro.Tu giochi e loro fanno sul serio. Tu perdi tempo e loro vanno dritti al sodo. Tu sei sempre in ritardo di almeno un giro. Loro si battono per la vittoria e, quando gli capita di doppiarti, se la ridono soddisfatti. Eccolo lì, il ragazzino. Il bamboccio. Il buono a nulla. Vasco ha 57 anni, ma non si è mica dimenticato. Se lo guardi in faccia vedi i segni, le rughe, le tracce del tempo che è passato e che lui non fa nulla per nascondere. Se lo ascolti a occhi chiusi senti le parole, e soprattutto il tono, di uno che non ha mai smesso di fare a modo suo. Uno che non bada solo ai risultati ma al modo in cui si ottengono, al modo in cui si sono cercati. Uno che se anche combini un disastro – ma in buona fede, senza cattiveria e senza malignità – non ti fa la paternale ma ti dà una mano a rimetterti in piedi.Magari dopo essersi incazzato sì,e pure tanto, ma non come un sergente, o un generale, che redarguisce le reclute: come un amico che ti ha prestato la moto e che, ora, se la ritrova distrutta.‘Fanculo: vediamo se si è salvato qualcosa, va’. ‘Fanculo: ma te, almeno, non ti sei fatto male.

Semplice: basta essere semplici Gli chiedono1: «Sei l’esempio vivente che si può essere maestri di vita senza volerlo. Capisco che non ci tieni, ma è un dato di fatto e uno alla fine dovrà accettarlo, credo. Come la vivi questa cosa?» Risponde: «Non è che non ci tengo, è che non lo sono. Non sono

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certo un esempio da seguire, io sono un caso molto particolare. Come si dice in tivù: sono un esperimento da non ripetere a casa. Non sono un maestro di vita. La racconto semplicemente. Parlo di emozioni e sentimenti che spesso non si confesserebbero nemmeno a un amico. Ma sono veri e profondi. E soprattutto sono quelli che provano tutti. Tutto qua. Sono una espressione, non una guida. Quelli che si riconoscono nelle mie canzoni sono già così, non lo diventano.» Sarà. Ma l’ascendente rimane, e passa di mano in mano da un’infornata di ragazzi all’altra. Se per maestro di vita si intende uno che dispensa consigli, perle di saggezza che ti sollevano dal problema di trovarti da te le soluzioni, è chiaro che lui non lo è e non intende esserlo. E lo stesso discorso, naturalmente, vale per l’essere o non essere un esempio, nel senso di un modello da seguire passo passo nelle sue diverse manifestazioni. Non è che ogni sua azione meriti di essere incorniciata e osservata estaticamente in attesa di replicarla. Non è che per arrivare allo stesso risultato, alla stessa somma, bisogna per forza incolonnare le sue stesse identiche cifre. L’esempio c’è, ma è più sfumato. È un riverbero, più che un’intenzione. L’insegnamento – del tutto involontario, come quello di un artigiano che va avanti col proprio lavoro senza sapere, o curarsi, di essere osservato – non è tanto in quello che lui fa ma nel modo in cui lo attraversa: accettando che insieme al bello ci sia il brutto; accettando che le cose si rivelino diverse da quello che sembravano, e che quella diversità, per lo più, equivalga a un peggioramento. Un’accettazione che aiuta a farsi trovare preparati, quando arriva la botta che ti fa barcollare o che, addirittura, ti spedisce al tappeto, ma che non è certo un’anestesia, un antidoto che ti accompagna per sempre e che ti mette al riparo dalla sofferenza, dall’amarezza. «La realtà che vedo mi fa veramente schifo. Mi ha deluso proprio, la realtà.La realtà è una cosa molto triste e odiosa,se la vedi così, nuda e cruda. Ecco perché ho rivalutato molto i sogni e le illusioni: perché aiutano a vivere meglio. Qualsiasi sogno o illusione: credere in una persona, credere in una donna, in un rapporto, in un amore. Avere una fede. Non è importante che sia vera. L’importante è crederci, perché credendoci tu vivi meglio.»2 Infatti. Deluso e disilluso sono considerati sinonimi, ma forse è una conclusione affettata. Per essere delusi – da qualcosa o da qualcuno, oppure, ancora peggio, da qualcosa e da qualcuno – bisogna coltivare delle aspettative, dei desideri, addirittura dei sogni. Si immagina un avvenimento e lo si modella su ciò che si è. O, piuttosto, su ciò che si aspira ad essere. E se poi la realtà non è all’altezza di quelle aspettative, allora si incassa il colpo e si sposta lo sguardo altrove. Per ricominciare a cercare. Per trovare una nuova visione da seguire, da coltivare, da mettere alla prova.

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La disillusione è qualcosa di più profondo, di più definitivo. È l’errore di valutazione che si cristallizza in paura, nel terrore di sbagliare di nuovo. La sconfitta che induce ad appendere i guantoni al chiodo. Che trasforma il pugile, il combattente, in uno spettatore. Meglio continuare a darle e a prenderle, invece. E sapere che certe volte vinci per puro caso e che certe altre perdi perché te lo sei proprio meritato. Sapere che c’è, e ci sarà, un po’ di gente che ti vuole bene lo stesso, comunque vada: te non sei mica il campione che credi o che volevi,ma loro ti vogliono bene lo stesso. Basta che non racconti troppe balle. E che non te la tiri troppo quando va bene.

Come Steve McQueen C’è sempre il rischio di essere fraintesi, per quelli come Vasco. L’intensità, che è una qualità dell’anima, viene facilmente scambiata con la mera velocità, che è un trucchetto dei sensi. Le parole di Vita spericolata, di Vado al massimo, di Siamo solo noi (e di chissà quante altre), avevano fatto pensare che in fondo la sua fosse solo l’ennesima riproposizione del mito della “gioventù bruciata”. Una corsa incontro al nulla. Il bisogno di accumulare senza sosta esperienze eccitanti. Un’affermazione di sé talmente frenetica e unilaterale da contenere, e sviluppare, i germi dell’autodistruzione. C’era molto altro, invece. E con l’andare del tempo è emerso in modo inequivocabile, sia nei versi delle canzoni che nelle frasi delle interviste. Rifiutare il conformismo (o meglio: gli innumerevoli conformismi che ci si offrono, e specialmente quelli occulti che si camuffano da avanguardia o da trasgressione) non mira affatto allo stordimento. Mira alla verità. Magari una verità del tutto soggettiva, ma ugualmente diversa, e antitetica, rispetto alle finzioni che ci circondano e che ci vorrebbero imporre. L’idea, l’ambizione, è superare le barriere ingiustificate e andare a vedere cosa c’è e se ne vale la pena, non scavalcare la recinzione dei giardinetti per farsi beffe del divieto e calpestare le aiuole.E ridacchiare come scemi. «Mi è sempre piaciuto frequentare i limiti di tutto. Ma la libertà ha un senso se è comunque all’interno di un limite, perché sennò non è libertà: è caos.» 3 Vita spericolata, ma vita



Federico Zamboni

Note: 1 Intervista di Furio Zara, Corriere dello Sport, 30 novembre 2008 2 Presentazione delle canzoni di Il mondo che vorrei, nel dvd dell’ultimo tour 3 Intervista di Emilio Marrese, Il Venerdì di Repubblica, 21 novembre 2008

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di Alessio Di Mauro


Il Ribelle (Maggio 2009)