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Il prete e la politica «Quel cielo rosso...» Esperienza pastorale indimenticabile1/ Non è facile trattare l’argomento: “rapporto cristianesimo-marxismo”. I motivi sono diversi: il tema è troppo complesso. Semplificarlo significherebbe cadere nel duplice rischio: quello di acuire il contrasto fino all’estremo, oppure quello di trovare un accordo a tutti i costi. L’argomento è complesso, anche perché entrano elementi filosofici e religiosi, tanto più che ogni filosofo ha una sua visione di pensiero, e quando dalla teoria si passa alla pratica non ci sono schemi mentali che tengano. E si sa che quando si entra nel campo filosofico chi ci capisce è bravo. Provate a leggere qualche articolo, e mi darete ragione. Con questo non intendo dire che le idee filosofiche non penetrino facilmente nella testa della gente: tutt’altro! Tranne che non puoi difenderti. Certo, la gente ragiona con le idee filosofiche, ma non sa da che parte le idee provengano. Se le ritrova nella testa, anche senza capirci un accidenti. E le idee lavorano, fermentano, muovono le azioni. Anche se, nella seconda parte, subito dopo le mie riflessioni, troverete delle annotazioni più specifiche, ho pensato di cercare di vedere il marxismo dal punto di vista del cristianesimo. Parlo naturalmente del cristianesimo radicale. Se è vero che - come ha detto papa Giovanni XXIII - le cose che ci uniscono sono di più di quelle che ci dividono, allora perché non tentare un confronto obiettivo, onesto, anche coraggioso tra cristianesimo e marxismo? Lo farò facendomi aiutare da un prete del tutto eccezionale, don Primo Mazzolari, che ha vissuto in un periodo difficile, proprio per le forti tensioni tra il mondo cosiddetto comunista e la gerarchia della Chiesa. Si rischiava allora parecchio, appena si tentava di tendere le mani verso il mondo dei “lontani”. E i “comunisti” si sentivano lontani dalla Chiesa! Oggi la situazione è diversa: il comunismo è crollato, e non fa più paura al potere. Ma succede una cosa strana. Mentre anni fa (fino agli anni ’80), soprattutto nelle zone in cui il comunismo era ancora forte tra le masse, un prete che stava dalla parte della sua gente era accolto a braccia aperte, oggi la gente, imborghesita fin nelle midolla, non vuole più sapere di preti di sinistra, li ostacola, li teme come sovversivi. Prima di presentare qualche significativo intervento di don Mazzolari (nel frattempo, comincerò a presentarvi la sua figura), vorrei dire qualcosa di una mia esperienza pastorale precedente. Ho ritrovato degli appunti che, riletti oggi, hanno ancora il fascino e l’attualità di venticinque anni fa. Dunque, nulla di fantasioso, tutto vero. Mi ricordo il primo giorno in cui - era nel 1984 - da novello parroco, mi sono recato in comune per il certificato di residenza. Era un piccolissimo paese (diviso in due) della bassa milanese. Paese comunista. Con un giovane sindaco comunista. Una dipendente del comune (una vera signora) subito mi è corsa incontro per darmi il benvenuto. Sulla parete un grande crocifisso. Mi sono subito sentito a casa mia. Quale differenza con il primo incontro con i dipendenti di un comune brianzolo: facce da funerale, con la testa incollata sulla scrivania, con le palle girate; una ragazza, quando finalmente ha alzata la testa, ha staccato il sedere dalla sedia ed è venuta per chiedermi con un fare gelido: «Che cosa vuole?». A lei che fossi prete non interessava proprio niente. Aveva imparato a trattare tutti allo stesso modo: con le palle girate! Eppure - pensavo - non è un paese di cattolici praticanti? Bella roba! Se questo è ciò che ha insegnato il cattolicesimo, meglio i paesi in cui a governare sono i rossi! Sono più educati! Torniamo agli anni ’80, alla mia prima esperienza da parroco nei due paesi comunisti. Poca gente in chiesa. Diffidenza verso le istituzioni ecclesiastiche. Una lunga tradizione di


cattivi rapporti con il prete. Anni prima, un parroco era arrivato al punto di comperarsi sistematicamente, nelle prime ore del mattino, tutte le copie dell’Unità, e distruggerle, per non far leggere ai suoi parrocchiani il giornale dei rossi, “pieno di menzogne”, secondo lui. Prima che arrivassi io, nessun parroco aveva benedetto a Natale la Casa del Popolo e le case dei comunisti più ferventi erano lasciate senza l’acqua santa. Ma andiamo adagio. Vorrei chiedervi il permesso di soffermarmi più a lungo. E chiedervi un po’ di attenzione. Sì, sono esperienze di tanti anni fa, ma che possono ancora dire qualcosa. (1/continua) Sono bastati pochi mesi in quel piccolissimo paese della Bassa milanese (in realtà, erano due) per imparare che la gente ha tutta una sua fede particolare. Una pratica religiosa “esistenziale” da capire. Da ascoltare. C’è una scorza sotto cui l’anima è più che mai vivace ed esigente. Esigente del mio “essere prete”, senza scorze dure e tenaci. Quelle formali, non di carattere. Non confondiamo le cose. Reti queste - le formalità religiose -, che rimangono quasi sempre vuote, perché i pesci preferiscono l’acqua dell’oceano. Nel profondo, più profondo possibile, dove c’è vita, e più libertà. Gente difficile, si dice di un paese che ha particolari fobie o apatie religiose. Ma non è prendendo a calci le anime che si riesce a penetrare nel cuore di questa scontrosità. Ci siamo chiesti il motivo di queste allergie al prete o al clericale in genere? E poi, è proprio vero che questa gente rifiuta “il prete in sé”? Non è piuttosto il rifiuto di un certo metodo o sistema pastorale che normalmente si usa, ritenendolo il migliore per accostare o, meglio, per pretendere che queste coscienze “impenetrabili” si aprano al primo richiamo di Dio o al primo suono di campane? E pensare che questa gente apparentemente allergica al sacro è lì pronta a rispondere, appena intravede un barlume di speranza. Speranza di essere capita. Cioè amata così com’è. Ciascuno al suo posto, all’inizio. Io qui, e tu… sta’ pure là. Ma ci si può guardare almeno in faccia? Dirci serenamente le cose? Ascoltarci? Parlarci? Possiamo discutere sul bene comune? Sui quei beni, cioè, a cui tutti quanti tendiamo, di destra o di sinistra, credenti oppure non credenti? Sì, c’è allergia al sacro, come pure c’è allergia all’umano. Si tratta di vedere come mai, e da una parte e dall’altra, tale allergia riduca i valori autentici a frecce di difesa. Frecce che feriscono l’Umanità. Cioè il valore stesso in cui si pensa di porre tutta la propria fede, o la propria religione, o la propria ideologia. E chi ci va di mezzo? Quei poveri che hanno imparato una sola lingua, e cioè il dovere quotidiano, coniugato con tanto sudore per avere un pezzo di pane o una casa o un giusto godimento. Il sindaco, comunista, di quei due paesini della Bassa mi confidava, nel nostro primo informale incontro: «È la prima volta che possiamo parlare con serenità dei problemi reali di questa nostra gente con un prete!». Avevo senz’altro un vantaggio, e cioè non era la prima volta che dialogavo con quelli dell’altra faccia. Gli amici “di casa”, cioè i politicanti “bianchi” (torna mentalmente a quei tempi!), mi avevano sempre deluso. Sai perché? Proprio perché “di casa” (così dicono o fanno finta di esserlo), vorrebbero “loro” porre una etichetta bene in vista su quella benedetta porta “di casa”, da dove si entra solo se… tu fai il “loro” interesse. Quale interesse? Il “loro”! Tra quelli “di casa” non corre quasi mai buon sangue. Tanto più se ciascuno vorrebbe sedersi a capotavola. Sì, è vero, non tutti i preti sanno servire i fratelli, fino a lavar loro i piedi, come ha fatto Cristo nell’Ultima Cena. Ma che ci siano uomini politici o laici cosiddetti responsabili, “di casa”, che sanno stare al loro posto (e cioè “servire” i più umili e servire “il servizio” del prete) è ancora utopia. So di umiliare un certo laicato. Ma forse sarebbe più giusto parlare di “surrogato” del cristianesimo. Il “vero” laicato sa rispettare la libertà del prete. Cioè il suo dovere di amare il popolo, ogni coscienza senza condizionamenti di destra o di sinistra. Rispetto che significa: chiarezza. La coscienza della gente è nel cuore e nella vocazione del suo prete.


Il politico faccia il suo dovere, con coscienza. E rispetti la coscienza degli altri. Questa coscienza non è affar suo. Affare! Che mostruosità pensare che la coscienza degli altri diventi un affare politico! (2/continua) Ti vorrei ricordare che siamo negli anni ’80. A quel periodo risale la mia esperienza pastorale che sto descrivendo. Stavo parlando di rispetto tra il politico e il ministro di Cristo. E il rispetto migliore - ne sono più che convinto - c’è quando il prete riesce a collaborare con un sindaco comunista. In teoria, gli estremi (se così posso dire, per farmi meglio comprendere) si possono trovare a discutere, con più rispetto l’uno dell’altro. Senza, cioè, quella “gelosia” di autonomia (che sarebbe giustissima, sotto altri aspetti) per paura di invadere il campo dell’altro, sotto la stessa bandiera. Ed è qui il punto più interessante: “sotto al stessa bandiera”. E la gente non sa più capire se è la Democrazia Cristiana o il prete ad essere il responsabile di quella cosa. Gelosia di potere. Il tutto per conquistarsi azioni. Cioè i favori della gente. Cioè dei cristiani di vecchio stampo. Il tutto per dire: siamo noi, del partito cattolico, non il prete, i più bravi. “Per dire” è un modo di dire. In realtà non lo si dice. Il campanile è il partito. La sua ombra, il prete. E c’è sempre qualche prete che, ingenuamente, si fa incastrare. E il partito cattolico riesce a far passare “per suo” ciò che il prete, meglio di te, politico da strapazzo, riesce a ottenere. Partito e fede mangiano alla stessa tavola. Vanno a braccetto. Ma, fino a quando? Fino a quando il prete non si accorgerà del “doppio gioco” e non sputtanerà il suo presunto alleato? (Così scrivevo nell’anno 1983). Avere un dialogo coi comunisti non è affatto “pensarla” come loro. Anche se “loro” hanno, pure loro, ben mille ragioni da far valere. «Ma sui principi sono fuori strada!». D’accordo! Ma non può succedere che agiscano pure loro “in buona fede”, con la stessa rettitudine di chi ha “principi validi” dalla sua? E, d’altra parte, non può essere che i “miei” più validi principi teorici non trovino poi altrettanta corrispondenza nella “vita pratica”? Si può predicare bene, e razzolare altrettanto male! E “loro”? Possono predicare “male” (cioè sostenendo tesi oggettivamente erronee) e agire “bene”. Certo, anche “loro” possono razzolare male. E ce ne sono. Tanti. E noi? Ogni dialogo ha i suoi rischi. Mentre un’amministrazione D.C. (allora la Democrazia Cristiana era ancora forte) può crearci tutta una serie di pericoli e di confusioni - fare cioè di tutte le erbe un fascio - coinvolgendo il prete a fare il politicante e annullandolo poi nel suo vero campo specifico, un’Ammnistrazione “rossa” potrebbe far paura. E si sta, ciascuno, sull’attenti. Ci si guarda, con sospetto. Al prete interessano le anime, le coscienze, e tutto il loro mondo più profondo, nella esistenzialità del presente. E sa anche che l’ideologia, ad esempio marxista, ha una visuale diversa dalla sua. Da quella di Cristo. Più terrestre. Orizzontale. Un altro mondo, che potrebbe avere risorse valide se non annullasse il “vero” uomo. Cioè il suo respiro più profondo. Ma non è a dire che, per forza, il marxismo equivalga a: ogni comunista. Il comunista è soprattutto uno che lotta per dare a questa società balorda più giustizia, più benessere distribuito in uguale misura, felicità ai più deboli. I guai succedono, quando pretende, questo marxismo, di farsi dio in terra, di prospettare all’uomo orizzonti corti e angustianti, di creargli attorno una barriera di materia, di non fargli respirare un ideale d’Infinito. Il politicante più pericoloso (non tanto per noi cattolici, quanto per l’uomo stesso) è il marxista ideologo. Colui che dice al contadino: Ti do un pezzo di terra, lo coltivi, e poi da’ allo Stato il raccolto e ricordati che la terra non è tua, ma dello Stato. Anche tu sei terra e in terra tornerai. E tutto finirà nello sterco!». Assurdo! Assurdo! Assurdo! Ma daglielo questo pezzo di terra! Un pezzo a ciascuno! In parti giuste! E lascia vivere ciascuno nella sua libertà di opinione e di fede! E tu, politico D.C., che cosa fai per dare almeno un pezzo di terra, cioè libertà di vivere, ai


più poveri? Le tue sono solo promesse, belle parole in occasione delle elezioni? Certo, parole evangeliche, di fede, di carità. Non sanno di terra, secondo il credo marxista. Ma: come la mettiamo, poi, con i fatti? Sai che è preferibile un pezzo di terra intinto “di rosso” che un vangelo di solo illusioni? Negli ultimi tempi di permanenza a Sesto S. Giovanni (rimasi nella parrocchia di S. Giuseppe per 9 anni, dal 1974 al 1983), in un incontro per discutere su un eventuale passaggio del nostro Centro Fisioterapico a “La Nostra famiglia” di Ponte Lambro, la Presidente dell’Ospedale di Sesto S. Giovanni ci disse: «Passeranno ancora più di cinquecento anni prima che l’Ente pubblico potrà fare in favore degli handicappati quello che voi cattolici avete fatto finora. Abbiamo ancora bisogno di voi». La Signora è una sincera comunista! Qualche giorno prima di avere una importante riunione con il Consiglio Comunale di Sesto per costituire il Centro di Fisioterapia, mi aveva telefonato un consigliere politico: «Se Lei non passa tramite il nostro partito, non ci riuscirà!». Era uno della D.C. E il Centro Fisioterapico il 12 aprile 1978 ebbe inizio, senza l’aiuto della D.C. (3/continua) Dagli appunti stesi su fogli ormai ingialliti del 1983. Due piccoli paesi della Bassa milanese. A pochi chilometri da Milano, ma isolati da vaste distese di campi. Basta un chilometro fuori, e si è in un grande silenzio. Di una natura che non si stanca di farsi carica di meraviglie. AlI’infinito, come ì suoi alti alberi allineati. Perché queste zone sono al novantanove per cento "rosse", per convinzioni politiche? Anche certi tramonti lo sono. Per certe combinazioni magiche della natura. E al mattino capita spesso che il sole si faccia palla di fuoco invitante al dialogo. E se di giorno te ne dimenticassi, non potresti sfuggire al miracolo della sera. A dire il vero non mi sono posto il problema se e in che misura questa gente della Bassa fosse comunista. L'Amministrazione dei miei due piccoli paesi è "rossa". E non mi è dispiaciuto. Sì, in chiesa, pochi. Ma, fatte le debite proporzioni con altri paesi, la percentuale dei praticanti non è affatto inferiore. Nelle grosse parrocchie la chiesa è "piena", ma in realtà ci illudiamo se pensiamo che tutta la gente sia lì con noi. Sì, c’è qualche parroco che si accontenta del “pieno”. Ma “i lontani”? Perché così tanti comunisti-anticlericali in queste zone della Bassa? Il vero motivo non mi sembra di natura strettamente ideologica. La causa di solito è un’esperienza religiosa negativa. La Chiesa, cioè i preti e le autorità, non hanno capito "i loro" problemi. 0, meglio, questi problemi non sono stati affrontati e difesi alla stessa maniera con cui sì sono difesi valori religiosi, come l'andare a Messa, accostarsi ai sacramenti, osservare i comandamenti di Dio. Se tutte quelle famose invettive contro il ballo o altre cose simili avessero avuto, come contesto, anche altre prese di posizione, ad esempio contro certe ingiustizie sociali, la miseria umana, ecc., il popolo avrebbe disertato le chiese? Provate a chiedere al mio sindaco e ad altri comunisti "il perché" hanno fatto questa scelta politica (e di riflesso l’abbandono della pratica religiosa). Vi risponderanno che "nella Chiesa" non hanno trovato un aiuto ai loro problemi sociali. Vero o no? Io credo alla sincerità del mio sindaco. Come credo alla sincerità di tutti quei comunisti che, non solo a parole, si danno da fare per il bene comune. Con la stessa passione con cui il prete si dedica alle anime della sua parrocchia. - Ma questo tuo sindaco è un’eccezione! -, mi si dirà. E... nella Chiesa i Santi sono forse la regola? - Collaborare può essere pericoloso! Si può equivocare sul tuo atteggiamento, come se tu condividessi o giustificassi le idee del sindaco! -.


Io le idee le vorrei sempre rispettare negli altri, e ho fiducia che anche gli altri rispettino le mie. Il che non succede neppure nella santa Chiesa di Dio. Dove la libertà è proclamata, ma non sempre rispettata. In nome di quella libertà dei figli di Dio, entro cui ci stanno comodi solo certi schemi di fede e tante tantissime paure che si allarghi troppo questa "Casa". Mi hanno sempre detto che le convinzioni vanno in qualsiasi modo rispettate. Ogni convinzione ha un fondo di buono. Talora, l'aspetto meno visibile, al momento. Forse il più critico da digerire subito. È su questo fondo di bontà che il dialogo inizia. E si collabora. Tutto il resto è frutto di pregiudizi o preconcetti o prevenzioni. Il senso critico dovrebbe esserci - a mio avviso - soprattutto “in casa”. Anche i comunisti stanno facendo autocritiche. Non è forse vero? E meno male che anche loro stanno dimostrando di avere una testa propria! Sarebbe proprio il colmo se noi cattolici fossimo ancorati alla pura apologetica, come roccaforte da cui sparare, ben difesi, sugli "altri". Ma non ci accorgiamo ancora che "dentro", in casa, c'è tanto marcio, tanti limiti ritenuti magari virtù, tanti privilegi vergognosi, compromessi difesi a denti stretti...? - Ma i panni sporchi laviamoli in casa! -. Sì, ma intanto riconosciamo che questi panni sono sporchi! E poi, non sarebbe di buon esempio metterci a lavarli alla finestra, testimoniando così sincerità anche davanti a chi abbiamo offeso con tante nostre passività o negligenze o durezze? Non vedo cosa ci sia di tanto strano pulirci la faccia alla finestra, davanti a chi sotto, sulla strada, è stato da noi tradito o abbandonato. Non sarebbe un richiamo? (4/continua) È successo che sul grande tema della "pace” ci fossero incomprensioni e divisioni tra le diverse forze socio-politiche ed ecclesiali, operanti nei due paesini. L'invito, su iniziativa del P.C.I. locale, era stato rivolto a tutti, indistintamente. L'invito cioè di creare localmente un Comitato permanente per la "pace". Il P.C.I. assicurava che non avrebbe dettato legge. Solo dato l'avvio. Già su questo ci furono alcune polemiche, subito chiarite. Il problema più grave, prima di discutere il Documento base, è stato se aderire o no al Comitato. Pulci, soprattutto da parte della D.C. I peli nell'uovo si trovano sempre, quando si è in minoranza. Legge di sopravvivenza? Discutere il Documento è stato come aprire il fuoco. Una battaglia quasi vergognosa. Motivo di dissenso: "i missili". Se il Governo aveva già decido l'installazione di questi missili a Comiso, la D.C., facente parte del pentapartito di Governo, poteva in coscienza permettersi la libertà di pensarla diversamente? «No!». Fu la risposta. Assurdo! Al che la mia reazione. Mia, di parroco. Perciò scandalosa, secondo il benpensante segretario della D.C. locale. Certo, si può discutere sulla opportunità o meno di una installazione di alcuni missili. Ma non mi si venga a dire che, siccome il Governo ha deciso in un certo modo, io debba per forza chinare la testa. Non la chino neppure davanti a certe prese di posizioni discutibili del Papa o del mio Vescovo. Davanti a certe loro angolature di fede. Al modo con cui privilegiano certi valori esistenziali. Non penso proprio che, se ci fosse qui oggi, ancora in carne e ossa, Cristo, starebbe dalla parte degli armamenti. Il prete non dovrebbe essere un po' utopico? Cioè credere in ideali che, pur realisticamente, oggi, discutibili o inaccettabili o assurdi, diventeranno domani "realtà" per una vita migliore? Non è forse vero che certe utopie del passato sono oggi meno utopiche e già in parte in atto? Credere è sì rispettare che gli altri siano più realisti di me. Ma ciò non toglie che io conduca la mia battaglia perché questo "realismo" di oggi diventi sempre più "umano",


cioè tale da dare all'uomo il suo respiro di libertà, con minori possibilità di paure e di morte. L'equilibrio fatto su paure è sì realismo del momento (lo dicono anche i Vescovi, tanto che alcuni di loro hanno coniato uno slogan: "il missile non è peccato"!), ma non mi pare l'ideale di lotta di ogni uomo di buona volontà. Tanto meno del cristiano! Così è successo che la D.C. locale dei miei due paesini ha ritenuto opportuno non aderire al Comitato per la pace. E il Parroco invece sì. E uno strascico ci fu, soprattutto per le motivazioni reciprocamente addotte in difesa. Del principio assoluto del partito, l'uno. Del principio di libertà di coscienza, da parte mia. Anche qualche parola di troppo, compromettente ancor più la mia autorità di parroco. E la goccia in più fu la mia rivelazione di non aver votato, a giugno, nelle elezioni politiche. Anche "non votare" è votare. Cioè esprimere un parere. Una protesta. Un giudizio forte. Sulla politica del momento. Sui motivi per cui con estrema facilità certi politici ci prendono per i fondelli, obbligandoci a esprimere un giudizio in tempi e in modi sbagliati. E non mi si dica che è obbligo morale andare a votare! E allora che dire del "non expedit” del 1871, sotto il pontificato di Pio IX? - Allora erano altri tempi! -. Ancora oggi "sono altri tempi”! Nelle ultime elezioni non ho ritenuto opportuno “votare”. O, meglio, ho votato “non votando”. Ho rischiato, se non altro, di più di chi ha ritenuto opportuno mettere scheda bianca. Anche questo è "votare". Però con meno rischi. Non si è giudicati. Ognuno ha i suoi motivi di votare o no. Di votare in un modo o in un altro. Perché non rispettarli? So di preti che danno il voto a partiti “borghesi”, e poi si scagliano contro chi “non ha votato”. Distínguerei poi il voto politico dal voto amministrativo. Nelle elezioni comunali si dà garanzia a chi ha più capacità. Non si dovrebbe guardare al partito. Non si dovrebbe guardare neppure alla "bontà" o "onestà" di una persona, ma alle sue capacità, naturalmente sorrette dalla onestà o coscienza. Al limite, se come prete non potrò mai dare il mio voto al "comunismo” e neppure a tanti altri partiti, in occasione di elezioni politiche (allora ragionavo così, oggi non sarei più di questo parere!), non vedo cosa ci sia di strano se, nelle elezioni amministrative, dovessi dare il voto ad un sindaco comunista o sostenere un’amministrazione "di sinistra", se fosse l’unica, nel paese, in grado di amministrarlo bene. (5/continua) Durante una cena di cortesia con il sindaco del paese, mi sono permesso di rivolgergli in modo esplicito questa domanda: «Voi del partito comunista siete veramente liberi di esprimere la vostra opinione, dissentendo magari, localmente, dalle direttive generali del Partito?». «Per quanto mi riguarda - rispose il sindaco -, agisco come ritengo più opportuno: anzitutto, il bene di questo paese. E, se fosse necessario, alzerei la voce. Ci tengo alla mia autonomia». Certi gruppi ecclesiali non potrebbero prender esempio da questo sindaco comunista, che ha il coraggio di andare magari contro le direttive del proprio partito, pur di dare più giustizia e umanità al suo paese? Mi sono chiesto parecchie volte, dopo ripetute accuse a me fatte di ipercriticismo nei riguardi della Chiesa o, meglio, di una certa struttura di Chiesa, se realmente la mia fosse una malattia congenita, oppure una reazione al duro e tenace mondo di chiusura ecclesiale. Non mi ritengo perfetto. Tutt'altro. Ma neppure vorrei essere pecora. La perfezione per me non è mutilazione di coscienza o abitudine a muffa o a chiavistelli o a sbarramenti di sicurezza "di casa". Libertà è ricerca, su strade polverose e accidentate. Ricerca, senza stancarmi mai di


correre pericoli o di pestare il naso, pur di arrivare a quella libertà, dove Dio si riveli un po' di bene o di pace, o di giustizia, senza tante infrastrutture. Libertà è soffrire. E tanto. I limiti si toccano, quando si è nell'avventura. Anche limiti di carne. Di sangue. Di lotte per dare a questi limiti un argine. Talora ho l'impressione che tutto ciò sia una rivincita del male per renderci figli devoti, seduti a tavola, senza più disturbare il galateo, senza discutere di cose serie, ma solo di piccanti barzellette, tanto per passare il tempo e distoglierci dalla lotta. Perché sono così insofferente a strutture di Chiesa? Perché non mi so dare pace, facendo il prete come lo fanno tutti, buono buono, con tanta carica di fede, di quella fede che fa sì che ognuno scarichi sulla gente, cioè sugli "altri" pettegolezzi, colpevolezze, accuse, come se tutto il male di questo mondo sia da addebitare alla povera gente? Quando si è su certe posizioni e si ha dentro un bruciore da far star male cuore e coscienza, e, come capita di conseguenza, la solitudine disorienta come castigo di Dio, chi potrebbe salvarsi da crisi o debolezze o cadute o accomodamenti vigliacchi? Risorgere e purificare il proprio convincimento e riprendere piccone e mazza e aprire nuove strade è necessità di vita. A dispetto di qualsiasi respiro di sollievo da parte di chi stava finalmente per permettersi il lusso di ringraziare il Padre Eterno. E soprattutto per un debito verso chi stava sperando, una buona volta, in un qualcosa di veramente promettente. Davanti a gente che si dice poco praticante, il prete come dovrebbe comportarsi? Iniziare un dialogo serrato di evangelizzazione o una presenza di silenzio in ascolto? In certi paesi, dove la parola di Dio è ripetuta fino alla nausea, la gente si è stancata di ascoltare. Da dove partire, soprattutto là dove c'è poca disponibilità all'ascolto? Poche parole, molti gesti di carità, di attenzione, reale costante presenza: ecco, per me, il metodo pastorale più efficace. Che la parola di Dio sia importante, estremamente indispensabile siamo tutti d'accordo. Ma come incarnare la Parola nella realtà d'oggi? Questa Parola di Dio si può urlare dal pulpito. E si può meditare nel silenzio. Questa Parola si può vivere, giorno per giorno. E si può farne cultura, e niente più. Si può spiegare con esempi. O con esegesi da idioti. Una Parola da incarnare nella vita dell'uomo d'oggi, dandogli fiducia e speranza. Una Parola di risurrezione. «Alzati e cammina». Perché non diamo all'uomo d'oggi un volto di Dio più umano, più paterno, più misericordioso? Anch'io vorrei fare il mio esame di coscienza. Il mio senso critico è per dare più speranza o per appesantire ancor di più l'autorità ecclesiale? Fin dove tacere e fin dove parlare? Parlare è sì ferire gli altri. Tacere è soffrire da morire. Per fortuna, i miei strali si rivolgono per lo più verso l’alto. Ma che dire di quelli che colpiscono continuamente la povera gente? Ed è qui la mia rabbia. (6/continua) (Dagli appunti di un Diario del 1983: è sempre meglio ricordarlo). Un apostolato "tutto sale" sarebbe stato controproducente nei due paesi di cui ero da poco parroco. Controproducente, almeno secondo il mio criterio. Cioè un apostolato tale, da "indurre" a credere, "per forza". Tutto "sale", cioè evangelizzazione solo culturale, sacramentalizzazione formale e confessionalismo. Parole grosse, dì cui tutti rifiutano, a parole, la paternità o il modello, ma di cui, in pratica, chi più chi meno, ci sentiamo imbevutí, fino al midollo delle ossa. Il dialogo con la gente comune corre sul filo di un rapporto umano, fatto di semplici parole, attenzìoni o sensibilità profonde, di gesti concreti, piccoli e quotidiani, di affetto ai più piccoli. E così è nato il desiderio di un momento educativo (senza esigenze di imporre subito valori trascendentali) per i più piccoli. Chiamiamolo pure "Doposcuola" questo momento.


Giochi comunitari, e un po' di compitini. E tanta "presenza" del prete, come amico, esigente inizialmente solo di valori umani. E questi piccoli rinascono. Imparano a vivere. Socialmente. Che vogliamo di più? Anche formalità di fede? E perchè? Forse per salvare la nostra faccia di preti? Ma questi piccoli, o meglio questi adulti (genitori e no di questi bambini) non hanno forse bisogno di scoprire l'altra faccia del prete, e cioè la sua profonda umanità, la sua carica di sensibilità, il suo cuore, il suo affetto, il suo desiderio di fare di questi piccoli esseri veri uomini del domani, poco importa se cristiani formali o no? - Neanche un segno di croce? Ma perché dovrei rovinare tutta una presenza, con un semplice gesto formale, per di più imposto tra una bestemmia e l'altra? Non capisci che ciò che maggiormente fa riflettere, oggi, è proprio il fatto che tu, prete, magari con la talare, sei lì tra la gente, e non imponi la tua fede? E la gente ti osserva, ti scruta, e si lascia sfuggire tra i denti: «Questo prete qui non mi dice mai di andare e messa!». E si sente a disagio di non farlo: quasi quasi è tentata di andare in chiesa per far piacere a questo prete che non gli rompe l'anima, però crea dentro un certo non so che. Tenere addosso la talare e agire senza metterla addosso agli altri non è cosa che scuote e fa pensare? Al limite, preferirei il prete con la talare, e che agisse coerentemente (come tanti preti anziani), piuttosto che certi altri (e non sono pochi, giovani e non più giovani) che si dicono moderni solo perché si vestono da borghesi (e in realtà lo sono anche e soprattutto "di dentro"). Certo, non è l'abito che fa il monaco. Tanto meno certi abiti che abbiamo nel cuore, e cioè schemi di fede rigidi e freddi, visuali da perfetti visionari, mentalità o modi di pensare da salotto, ecc. La modernità del prete, oggi, sembra consistere solo nel cambiar vestito. E poi, che paraocchi, mio Dio! A chi si meraviglia perché ancora oggi porto la talare (siamo nel 1983), rispondo un po' risentito: «Sai perché? Per non stare alla moda, dal momento che adesso è di moda vestirsi come tutti! Mi piace andar contro corrente!" Preferisco portare un po' di nero "fuori", ed essere un po' "rosso" dentro. (7/continua) In pochi mesi si può conquistare il cuore di un paese? Penso proprio di sì. Anche se solo in certi momenti ci si può rendere conto, di persona. E, cioè, quando si é alla fine o si è costretti a lasciare tutto, per una presa di posizione estrema. Tutto un paese non si muove perché il prete vi ha predicato bene, o ha cambiato l’altare della Chiesa, o perché ha costruito un bellissimo oratorio. La gente la si conquista se si amano i suoi piccoli. Credenti o no, a tutti sta a cuore che i figli abbiano qualcuno che sa perdere del tempo per loro. Se anche ci fossero genitori “assenti", state pur certi che anche loro “a modo loro" ti approvano. Ripongono in te piena fiducia. Così "piena" fiducia che tu, educatore, puoi fare quello che vuoi. A differenza di quei genitori (soprattutto oggi), tanto "presenti" da mettere continuamente e stupidamente delle stanghe tra le ruote, ovunque, pur di parlare, parlare, parlare, dicendo scemate una dopo l’altra, tanto grosse quanto più si “credono” intelligenti. Il primo dialogo con la gente è stare dalla parte dei suoi figli. Non per diplomazia. Ma perché si crede nella preferenza da dare ai più piccoli. Un amore che privilegi, tra i piccoli, i più deboli. Cioè i caratteriali. I difficili. Chi presenta qualche handicap. E tutta la nostra cultura crollerà davanti a questa esigenza d’amore. O meglio, se fossimo coscienti, non metteremmo forse tutto il nostro sapere a servizio della carità? E che cosa è questa carità se non servire, amando, chi è più indifeso? La gente sa capire soprattutto una cosa: il nostro (di preti e di cristiani) darci da fare per


offrire un mondo migliore a questi piccoli. Anche il politico si impegna. Ma si perde via in tante promesse. E chi ci crede? Scandali e scandali offuscano ogni speranza. Nel prete la gente ha ancora fiducia. Ne ha "ancora". Ma fino a quando? Ombre non mancano neppure presso il campanile. Ogni campanile ha la sua ombra. Soprattutto, i grandi complessi o le pesanti strutture, prolungamenti del campanile. Tante ombre. Ombre che raggelano la sensibilità dei poveri. Le loro speranze. Ombre che dovrebbero farci capire i limiti di ciascuno. Capire che anche "gli altri" possono avere le loro ombre. Da non giudicare, sempre, "tenebre" o "vizi". Noi cattolici abbiamo un grande difetto. Vedere cioè solo luce "in casa", e "fuori" solo tenebre. D'accordo che Dio è la Verità in persona. Ma questo Dio è anche infinito, e riempie della Sua presenza ogni angolo della terra. Per Lui non c'è né il "dentro" e né il "fuori". Tutto è "suo". E tutto Gli è caro. Una Luce, quella di Dio, che riscalda. Ma questi benedetti cristiani sono veramente un "fuoco" che dà calore, vita, entusiasmo, gioia? E che dire dei molteplici Movimenti ecclesiali d'oggi? Come funghi, tanto prelibati da vendere caro il loro prezzo. Potranno anche arricchire le potenzialità della Chiesa (l'autorità suprema, comunque, non sa dire altro per non urtare e sentirsi addosso le ire di mille e più carismi): ma perché si credono orticelli chiusi e ben recintati, protetti da ogni intemperie, da ogni dubbio, da ogni problematica esistenziale? E se fanno dialogo (un loro chiodo fisso!) lo fanno solo per annullare la voce degli "altri", quelli dell'”altra faccia", cioè coloro che vengono giudicati sempre in malafede, fonte inquinata, bastardi o figli illegittimi. Il mio paese era luogo di ritrovo di Comunione e Liberazione. Cilindrata di lusso. Nessuno o quasi della mia gente ne faceva parte. Anzi c’era un netto rifiuto. Lo sanno tutti che C.L. é un’èlite per iniziati. Roba da colti. Come tutti i gruppi, ha dovuto fare la sua scelta. Non può farsi "tutto" a "tutti". “Questi” bambini dei poveri? Lasciamoli agli altri. Come si può perdere il tempo con loro? Soprattutto se questi bambini sono del proprio ambiente. Casomai, noi colti andremo a portare il messaggio "ai lontani". A quelli del paese vicino. Ma non ti rendi conto che la gente del paese è "gelosa" e non vuole gente "di fuori", soprattutto chi si crede "superiore" a loro? Pensaci, ciellino. Lo spirito missionario lo si può coltivare anche "in casa". I "veri" lontani non sono forse quelli "di casa"? Ci vivono "accanto", e non li vediamo. Sono tenuti “lontani” dal nostro sentirci "primi della classe". E se ci facciamo "ultimi", lo siamo con "i primi della classe". I colti, i borghesi, i ricchi, i frigoriferi pieni di ogni ben di dio. E, allora, che ci vai a fare “altrove”? Per ritenerti utile là dove non è tanto necessaria la "tua" presenza, ma quella dei "presenti", quelli del posto? Perché, caro ciellino, non stai al "tuo" posto? Qui lavora. Impara a mangiare un po' di polvere coi mocciosi del tuo quartiere o paese. Quando ero a Sesto S. Giovanni, non ci fu spirito eletto né ciellino né focolarino né altro spiritello privilegiato che si prestasse a dare una mano ai bambini del mio Doposcuola. Per loro il tempo non c'era. Altri impegni: studiare, aiutarsi a vicenda, consigliarsi, sorreggersi nelle crisi reciproche, distribuire fogli davanti alla Chiesa per risolvere i "grandi problemi" del mondo... Che grande spirito missionariol E la Polonia: punto di riferimento, in tutto"! Eppure, C.L. ormai è “dappertutto”. Ovunque vai, trovi C.L., come i canti del Sequeri. Una droga, di cui non si può fare a meno. Me lo sai spiegare il motivo? È veramente il buon vino che tutti vorrebbero bere? Vorrei sapere se esiste veramente l'uva! Ciò che dà ai nervi è rivalutare un bene... monopolizzandolo e dargli un orizzonte del tutto unilaterale. Prendiamo la parola "cultura". È il campo di battaglia di C.L. Tutto è “cultura", perfino


andare al cesso. Cultura è parola (starei per scrivere "Parola") rispolverata, consacrata da C.L. Quasi sacramento. Peccato che Cristo si sia dimenticato di inserirlo nella rosa dei sette. Sì, anche un altro prete aveva fatto della sua scuola un ottavo sacramento: don Lorenzo Milani. Prete poco digerito. Anche se talora, adesso, vigliaccamente viene ribattezzato dai suoi precedenti denigratori. Ma don Milani è ... don Milani, E chi lo sa capire non potrà più essere né ciellino o altro. Per questo prete, "cultura" era sedersi sul banco dei piccoli e insegnare loro la parola. Per dar loro la possibilità di dialogare e di socializzare. Tu ciellino vuoi sapere una cosa? Eccola: nutro una profonda allergia (quasi nausea) nei riguardi dei Movimenti ecclesiali a causa del loro fanatismo di struttura. Impalcatura per deboli. E poi mi vieni a criticare il comunismo o i testimoni di Geova! I grandi profeti non hanno creato Movimenti. O, se l’hanno fatto, se ne sono pentiti subito.(8/continua) Ogni paese ha le sue risorse. Talora nascoste. Perciò da scoprire. Risorse profonde. Talora restie a uscire all'aperto. E il paese non aspetta altro che qualcuno si faccia vocazione di attenzione. Di attese e di risposte. Le domande sono già in parte poste. La loro eco perdura nel silenzio per troppo tempo perso in evasioni tali da attardare l’attesa. E le speranze muoiono. Ci vuole una vocazione grande e umilissima. Per questo anch'io sono fuggito. Per non sentirmi all'altezza. Non basta soffrire da morire, per volere stare dalla parte di questo popolo. Portata all'estremo, tale sofferenza ci fa evadere. Sofferenza, che ci fa diventare insofferenti al punto tale da non sopportare più l'attesa. L'attesa che si verifichino condizioni indispensabili per una soluzione chiara del problema posto. Le condizioni che pesano maggiormente su chi ha una sensibilità particolare di rispetto per le coscienze del suo popolo sono quelle "esterne", quelle cioè che provengono da strutture "al di sopra" di un ambiente tanto piccolo da non essere perciò in grado di sopportare gravami troppo onerosi. Questi pesi non è giusto che vengano addossati sulle spalle di chi ha il dovere sì di concorrere, di responsabilizzarsi, ma non da solo. Nei centri più piccoli le strutture materiali (beneficio, chiese, ambienti parrocchiali, ecc.) sono più onerose che in città. Nei grossi centri gli introiti di solito sono più consistenti, e ci sono meno ambienti da mantenere. È giusto lasciare questi piccoli paesi in balìa di se stessi o addossare tutto il peso economico sulle spalle di un povero parroco (cristo in croce!) che, oltre a tutto ciò, sente e soffre indicibilmente un altro peso, la solitudine? Tu, Superiore, hai provato la solitudine di un prete di campagna o di alta montagna? Ti lamenti perché sei oberato da troppi impegni. Ma sai cosa vuol dire essere "solo" e riempire la giornata di tante cose inutili, pur di sopravvivere? Non venirmi a dire che si ha, in questo caso, tanto tempo per pregare, studiare, riposare...! Ma capisci di che pasta è fatta la solitudine? Perché non dài un po' del tuo tempo, pur prezioso, a chi è solo? Questa non sarebbe autentica e sacrosanta carità? Aiuteresti tanti preti a non cadere nei peccati dell'ozio o dell'evasione o della pazzia. Non ti pare? I piccoli paesi, con tutti i loro problemi (ritenuti per questo piccoli) come vengono considerati? Entrano nel cuore del Grande Pastore? Certo, un Vescovo ha ben altro a cui pensare. Ci sono i "grossi" problemi di una grande Diocesi. Dibattiti, Conferenze, Lettere pastorali, Catechesi in Duomo, alla TV, Cene con uomini politici… Chi sono io, povero prete di campagna?


Non sai, caro Superiore, che la povera gente è quel gregge che costituisce tutte quelle piccole parrocchie, che proprio perché piccole sono le più trascurate? Sono una grossa fetta della vasta diocesi milanese. Sono passati i tempi in cui si spedivano in queste zone i preti più ribelli in castigo o in esilio. Sono proprio passati? E i preti “soli”, sai, caro Superiore tutto amor di Dio, cosa fanno? Possono "sbagliare". Sotto il peso della "solitudine" e dell’”abbandono”. Lasciati soli e abbandonati da chi avrebbe il dovere di star loro vicino, aiutarli, consigliarli. Peccato, questo, ben più grave di qualsiasi peccato del povero prete lasciato "solo". Se fossi cardinale di Milano ci penserei due volte prima di sedermi a tavola coi ricchi o coi potenti o coi laureati o coi ben pensanti, prima di tenere una Conferenza nelle grandi sale, o altro. Ma non senti il peso di tutto quel clero che, tutto solo, mangia, scrive, legge, dice Messa, predica alle panche, tira calci ai sassi, suona inutilmente le campane, pur di sentire la voce di un suono, e…? Tu, purtroppo, caro Superiore, hai ancora una grande arma: incutere come virtù e odore di santità la "rassegnazione", come se ciò fosse volontà di Dio, poco importa se poi il gregge si allontana sempre più, tanto rassegnato da non sperare più in nulla di buono. Io non ho inteso "rassegnarmi" a percorrere questa strada della santità. E ho avuto paura della "pazzia". (9/continua) Ti meravigli che un prete possa essere povero? Che ci sia un prete povero? Povero, sul serio? Certo, c'è la virtù della povertà. Una "virtù" nota solo a Dio. Si spera che sia l'ideale anche di ogni prete. Ogni virtù ha i suoi riflessi nella coerenza di vita. Se non ci fossero, prima o poi, si dovrebbe dubitare della stessa virtù. Se un prete è povero in canna, cioè non ha una cassaforte o altro dove custodire i suoi beni, è "anche" perchè crede nella "virtù" di esseri poveri. E se la parola "virtù" può sembrare troppo azzardata o d’alto livello spirituale, diciamo pure che questo prete, povero, crede nel "valore" della "testimonianza" della "povertà". Tra la beatitudine di Matteo e di Luca, preferisco quella di Luca. «Beati voi, poveri...», senza aggiungere «in spirito». Chi non ha mezzi "superflui" e talora fa anche fatica a vivere del minimo (e sto parlando di preti, la cui sussistenza si vorrebbe sperare non oltrepassi questi limiti del minimo, al di sotto dei quali ci sarebbe veramente grave peccato di ingiustizia da parte dei superiori) è perché crede nella virtù o nel valore di essere “prete povero”. Chi non ci credesse, saprebbe trovare molti modi, dovunque, per star bene. Modi, senz'altro puliti. Canonicamente puliti. Basta volerlo. Il che non succede tra i nostri bravi cristiani, talora costretti, per sopravvivere, ad espedienti non sempre legalmente leciti. E noi, pronti a sparare loro addosso. Perché ci si meraviglia che un prete non abbia conti in banca, tali da dare sonni tranquilli sul futuro, un appartamento per la pensione, garanzie di previdenze sociali non certo al di sotto della "minima" dei nostri bravi pensionati, ecc. ecc.? Perché? Mi ricordo quanto mi disse il mio vecchio parroco di città,, quando decisi di fare la mia scelta pastorale rimanendo tra i bambini del doposcuola e rinunciando perciò all'insegnamento della religione in una scuola pubblica. "Ma ti te se matt! Bisogna pensa al duman... a la pension!". Mi avesse almeno detto, per inciso, che insegnare religione potava avere un suo valore di presenza coi ragazzi del quartiere, avrei anche accettato di discutere e di far prevalere la mia scelta. Ma farne solo una questione economica è stato proprio grossa! E so che tanti, tanti preti la pensano così, come quel mio vecchio parroco dì città.


Anche qui il difetto sta nel manico, come sempre. Fino a quando sì lasceranno i preti di parrocchia in balìa di se stessi, cioè senza dar loro quelle sicurezze di poter vivere dignitosamente - magari minime, ma sicurezze di tranquillità, o meglio di libertà per agire, con più spazio, da "veri" preti, senza sotterfugi o scappatoie o impegni di ripiego per sopravvivere - ci saranno sempre questi "limiti" di pastoralità autentica, che per me sono più negativi che non sbagli occasionali di preti che se ne vanno "altrove". Ripeto: il difetto sta nel manico, come sempre. Come, ad esempio, nominare "parroci" in certi paesi preti già poveri, senza preoccuparsi di "come" potranno viverci. Già! Si presume che ogni prete possa far fronte a qualsiasi evenienza, con tutti i suoi conti in banca. Si presume. E questo non è peccato? Tutti sanno ormai che da quando un prete viene nominato "parroco" in un posto (siamo, lo ripeto, nel 1983: oggi le cose sono cambiate), passa minimo un anno prima che possa prendere la "congrua", se ne ha diritto. E in questo anno, lungo anno, "come" può vivere? Settimo: “arrangiarsi”!. È la risposta della Curia. Arrangiati! Cioè, dàtti da fare, prendi dalla parrocchia, inventa qualcosa, va’ a insegnare religione... Io aggiungerei: "ruba" e sarebbe più onesto dirlo! Già! Ma ..come faccio a non possedere proprio nulla? Sono proprio l’unico tonto della Diocesi! Tu, Vescovo, prima di nominare "parroco" un prete, perché non gli chiedi se potrà vivere in quel posto? E tu, Curia, non potresti fare un prestito (spero, senza interessi gravosi, sarebbe altrimenti usura), un prestito da restituire, naturalmente, quando arriverà la “congrua”? È quanto ho chiesto (sarebbe forse più giusto dire: pretendere, se è vero che un prete è a servizio della diocesi), appena arrivato come parroco nei due paesini della Bassa milanese. Sai cosa mi hanno risposto? Che avrei dovuto scrivere personalmente al Cardinale! Preso dalla stizza, ho scritto al mio cardinale. Ho preferito scrivere, piuttosto che rubare. … 5.9.1983 Eminenza reverendissima, sono qui a … come parroco da metà luglio. Si tratta di due piccoli paesi ai confini con la diocesi di Lodi. Il primo impatto mi è stato duro, e mi sto riprendendo. A parte i vari problemi di questa zona, Le sottopongo uno immediato, anche se non è senz'altro il più importante. Mi è stato consigliato di rivolgere a Lei la richiesta di un anticipo economico, tramite l'Aiuto fraterno, perché io possa vivere, in attesa che, fra un anno e più, mi arrivi la congrua. Anticipo che verrà naturalmente restituito. Già in agosto avevo chiesto in Curia, all'Ufficio amministrativo e poi a Monsignor… Mi è stato detto di rivolgermi direttamente a Lei, Eminenza. Le mie attuali possibilità economiche sono limitate a questo meno di settembre. A Sesto S. Giovanni (Lei ben ricorda le difficoltà che ho incontrato di vario genere) il mio mensile era di L. 250.000 (lire). Difficoltà questa di cui ben poco mi sono lamentato nei confronti di ben altre situazioni. Se ora non fossi costretto, non chiederei nulla. In attesa di una Sua risposta Le porgo i miei saluti don Giorgio De Capitani Finalmente una telefonata della Curia. Mi si diceva che la mia richiesta era stata accolta. Tutti d'accordo nel dovermi aiutare, ma c'era ancora un nodo da sciogliere: quale ufficio curiale avrebbe dovuto sborsare i soldi?


Sabato 22 ottobre ricevo il primo anticipo, tramite vaglia postale: lire 350 mila. Per fortuna, il Vicario precedente mi aveva fatto prestito di un milione (senza interessi e da restituire, senza vincolo di tempo). Lire 350.000. Neppure tutto l'anticipo reale della "congrua", che si aggira, mi pare, intorno ai 530/550 mila lire. Una grave contraddizione! Sulla "Rivista diocesana milanese" era stato scritto dal Vicario generale che ogni prete ha diritto a un mensile di L. 650.000 (il parroco 750.000) escluso offerte Messe, ecc., per cui il mensile si aggirerebbe intorno al milione. Vedi "Rivista Dioc. mil." marzo 1983. Mi é stato detto che ultimamente (marzo-aprile 1984) la quota per ogni prete sarebbe aumentata di L. 100.000. E lo, povero cristo di prete, ho avuto diritto a L. 350.000! Dopo non appena cinque o sei giorni dalla riscossione di questa benedetta manna, ecco una sorpresa: una comunicazione della Curia con cui mi si diceva di pagare i diritti di cancelleria per il periodo di vacanza della "parrocchia". In poche parole, ogni volta viene nominato un parroco, bisogna pagare alcune tasse. Alla Curia. Nel mio caso (le tasse sono relative anche agli abitanti, cioè al loro numero) la tassa era di lire 200.000. Da notare che in precedenza avrei dovuto pagare anche una cauzione, come garanzia per il buon mantenimento della canonica. Cauzione che ho rifiutato di pagare. Come avrei potuto? All'Ufficio amministrativo della Curia così ho scritto. … 3.11.1983 Ho ricevuto l'estratto Conto per il conto di vacanza e di immissione per il beneficio parrocchiale di … A parte la mia ignoranza su questi diritti d'Ufficio della Curia, vorrei sapere se ciò è di mia personale competenza o della parrocchia. Nel primo caso Lei sa benissimo in che situazione mi trovo e l'anticipo, in parte, della congrua da parte dell'Aiuto fraterno (lire 350 mila lire) non mi permette di sostenere spese al di là di una ordinaria sussistenza (tra cui luce, gas, telefono...). Dalla parrocchia non intendo prendere la benché minima offerta, né per messe o altro. Nel secondo caso, il bilancio della parrocchia è paurosamente indebitato per l'Asilo... Un'altra lettera al Vicario episcopale della zona. … 3.11.1983 ... In questi giorni mi è arrivato l'Estratto Conto per spese Vacanza e Immissione. La Curia mi chiederebbe L. 200.000. Ho risposto che non ho possibilità di pagare. Quando ho accettato di venire qui a Balbiano (e Lei sa quanti erano disposti ad accettare!) avevo chiesto due condizioni: una parrocchia dove non ci fossero movimenti vari o associazioni vincolanti (e questo è stato più che rispettato); e inoltre dove non ci fossero debiti (e su questo sono stato imbrogliato). Non intendo prendere dalla parrocchia la benché minima offerta, neppure per Messe o altro (mi pago personalmente luce, e telefono...) E ho perciò il diritto di chiedere che neppure la Curia possa chiedermi tasse o altro... (10/continua) “Povertà” è vivere di “gratuità”, cioè facendo del proprio “essere prete” un servizio “gratuito”. Potrebbe risuonare come offesa alla dignità di un ministro di Cristo toccare questo tasto, come se ci fosse qualche dubbio sul fatto di essere o di dover essere "più" poveri. Fin dove questa "gratuità" tocca e deve coinvolgere il mio "servizio" pastorale? È qui il


punto. I servi, un tempo, non erano pagati, perché "schiavi". Oggi noi, "servitori" per vocazione, ci facciamo pagare, perché "liberi" in Cristo. Non è un controsenso? Non si dovrebbe vivere "sui" sacramenti. “Di” sacramenti, casomai. Un assurdo, che sta diventando sempre più "di dovere", per il fatto che il prete deve vivere, e non si vedono o non si cercano altre fonti di sussistenza. Perché l'offerta o, peggio, una “tariffa” per la Messa? Perché "servire" i preti nelle predicazioni, nelle Confessioni ecc. richiederebbe un compenso, talora "salato"? Bisogna pur vivere! L'Ordine o la Congregazione come potrebbe mantenersi? Non ci sono proprio altre fonti che permettano più libertà di "servire", senza compromettersi in tanti giochi o sotterfugi per avere "più" compensi? Anche "il lavoro" è retribuito. E lo dovrebbe essere nel modo più giusto. Coi diritti e i doveri. Ma "il servizio" del "prete" è come "il lavoro"? Non è forse "un dono"? Sono rimasto di stucco, e sinceramente coinvolto, leggendo un libro di Luisito Bianchi, che un carissimo amico di Introbio, Emilio, mi aveva anni fa regalato: “GRATUITÀ” tra cronaca e storia". Nulla di eccezionale nella forma letteraria. Tutto il valore sta nel chiodo fisso, dall'inizio alla fine: "gratuità" del servizio pastorale, cioè di chi si è consacrato a Dio per amore delle anime. "Gratuità" portata alla coerenza più coerente. Altrimenti giocheremmo solo sui bei principi, e poi, in pratica, faremmo, come al solito, quello che "si può". E cioè il minimo. Nei due paesini (di cui stiamo parlando, dove sono stato parroco nel 1983) ho trovato subito una bella iniziativa. Stupenda. Lo dico, per onestà verso chi l'ha introdotta. La Messa era celebrata nel suo essere più genuino. Essenziale. Come Sacrificio di Cristo per tutti gli uomini. Nessuna ombra di ufficio per i defunti o altro, con quelle aggiunte di preghiere o litanie da paranoia. Solo possibilità, per chi lo desiderava, di aggiungere una preghiera particolare per i propri cari. Bastava scrivere il nome del defunto su una agenda, in fondo alla chiesa. Nessuna quota stabilita. I parenti potevano offrire qualcosa, se partecipava alla Messa. Il nome del defunto era letto durante la "preghiera dei fedeli", anche la domenica. Ho sentito che in una parrocchia un prete avrebbe introdotto "uffici cantati", pur di avere un'offerta "in più". - E i debiti della parrocchia come li paghi? Il problema potrebbe essere risolto se la gente fosse abituata (e penso non avrebbe bisogno di monotone insistenze) a capire che “contribuire" per le necessità della Chiesa (che poi sono a favore del popolo di Dio) non va affatto confuso con il "dono" dei sacramenti o di tutti quei beni spirituali di Cristo, il cui prezzo è stato il suo sacrificio sulla croce. Non sai che la gente ormai è così tanto abituata all'idea della “quota" da pagare, che ritiene “invalida" una Messa senza soldi? Con la pretesa, inoltre (ed è l'errore più grosso) di avere dei diritti monopolistici sul sangue di Cristo. Provate a dire una Messa con più intenzioni, e poi che discussioni animate per sapere di "chi" era quella Messa! C'è anche un aspetto positivo in tutto questo. E cioè che, diversamente, tanti parroci accumulerebbero "più intenzioni" per avere "più quote"! Ma pensi proprio, caro prete, che stabilire una quota sia la forma migliore e più educativa e - diciamo anche - più redditizia? Dalla mia poca esperienza da parroco non mi sembra proprio, constatando che la gente dava di più, senza quota o altro. Certo, non pensavo neppure per l'anticamera del cervello a programmare Messe a tutte le ore ( o peggio a ruota libera, secondo le devozioni individualistiche di certi fedeli), pur di "incassare" di più. Cose che capitano, in pieno fervore postconciliare.


Ma Cristo perché si lascia così facilmente strumentalizzare del nostro egoismo o, meglio, dalla nostra "simonia"? Mistero, di cui sapremo qualcosa, post mortem. Purtroppo, qui, in questo dolce peregrinare, si notano conseguenze deleterie fino all'abbandono della Chiesa e della pratica religiosa. Certo, nessun abbandono è scusabile. Ma comprensibilissimo. Ma neppure scusabile il fatto che non ci si rende conto (o non lo si vuole) di tutto questo fenomeno di crisi. E, a spada tratta, si sostiene la necessità, o, peggio, il dovere di giustizia di dare o il diritto di ricevere un compenso sui sacramenti o altro. Porre un freno a questa simonia è difficilissimo, se dall'alto, dico "dall'alto", non riesco ancora a vedere un buon esempio. (11/continua) Da chierico mi era facile entusiasmarmi per un ideale. Rivivo ancora oggi l'impressione che certi film sapevano suscitarmi. Il cui protagonista, prete o suora, a tempo pieno coi poveri, coi derelitti, elettrizzava la mia fantasia. Per il mio domani. E poi, da prete, tutta un'altra musica. Una realtà che ti costringe a vivere di piccolezze, banalità, parole tanto alte quanto sterili, da farsi eco solo nel piccolo mondo borghese della propria disumana cultura. Disumana, sì, perché se fosse solo astratta, vuota, tutto il male sarebbe una dolce e grande illusione. Ma se è cultura di corte vedute, non creerebbe forse ferite, lacerazioni, fratture in coscienze deboli, e fragili? E questo non è peccato? E la cultura si fa spesso e volentieri "cosa". Un insieme di “cose". Magari ricche e geniali invenzioni per rendere più comodo e gratificante il mio dialogare con il mondo. Con il mondo? Sì, con quella specie di struttura di società che "vedo". E così mi pare di essere in avanguardia solo perché sto al passo di quanti mi propongano tecniche o mass media ultra moderni. Certo, tutto può farsi voce. Di bene. Ma mai, ricordatelo, come la coscienza "umana". Più cose non fanno "più" libertà. Più denaro non fa “più” autonomia. Più mezzi potenti non fanno vera pace. Più ambienti non fanno “più" fede. Più fede fa "più" vocazione. Più povertà fa "più" libertà. Anche di dire ciò che si pensa. Senza paura dei potenti. Tanto se "non ho" cosa ci rimetto? Ed è proprio la paura di perdere qualcosa che fa di tanti preti muti o obbedienti come "mummie" o "pecore". Preti che credono nella potenza del proprio "avere" non sono "veri" rivoluzionari. Quelli "veri" sono coloro che credono nel proprio "essere", e "fanno". Un "essere che si fa", cioè si concretizza nell'amore, è la realtà più autentica. Ma tu, prete, io, prete "amo" realmente? Fino a spogliarmi di tutto, anche di ciò che "ho" - lo si può "donare" o in prestito, senza pesi - per amore di chi "non ha"? Per me, prete, "avere" è ferita o abitudine fino a farsi necessità di vita? Ho visto "generosità" in anime "perse", e vedo in me tanti scrupoli morali, senza che mi permettano di essere "generoso" o “misericordioso”. Dimmi tu, prete, perché? Me la pongo anch'io, questa domanda. E vorrei sentirmi più vicino a un "amore" senza scrupoli. Sbagliato? Solo Dio giudicherà. (12/continua)


Quando ero a Sesto S. Giovanni, rimasi senza parole quando seppi che due locali, che desideravo prendere in affitto come sede per il nuovo Centro Fisioterapico, erano di proprietà di un prete. Tutto era però nelle mani di un mediatore che mi sparò una cifra da aguzzino. E lo scandalo fu quando, chiesti alcuni giorni per pensarci, mi accorsi di essere stato preso in giro. Forse meglio così. Non passarono alcuni mesi, e proprio vicino ebbi la fortuna di avere due locali, senz’altro più piccoli, ma con un affitto molto più ragionevole. E il proprietario non era un prete. Cose che capitano. In pieno clima di rinnovamento conciliare. Ma forse, questo rinnovamento non ha inciso per nulla sul valore della "virtù" della povertà. Tanto quanto ad esempio certi studiosi hanno saputo profondere in fantasia e genialità nel darci un quadro più rinnovato nel campo liturgico. Anzi, proprio qui, hanno dato l'avvio a una ricerca spasmodica di modernità, nelle strutture fin troppo mistiche delle nostre Chiese, da impegnare capitali e capitali dei poveri. Capitali, per modi di dire. Sempre meglio di quel "qualcosa", più fumo che arrosto, che certi ricchi fanno pesare di aver dato. Qualcosa, cioè solo briciole. In confronto al loro scrigno strapieno. E queste briciole hanno il potere di coprire la fede e offuscare la generosità dei poveri. E, per farsi "dono", impongono una etichetta tale per cui questo "dono" esige il suo compenso e la sua contropartita. E il parroco va a tavola con i benpensanti. Con coloro che sanno sfruttare la parola, tanto quanto basta a coprire un gesto di carità. Se c'é un gesto, è quello di far sedere alla "sua" tavola il "suo" prete. Costringendolo, il più delle volte, a subire litanie di tanto buon senso borghese o di sfoggio di cultura laicale. C'è anche qualche parroco che sa abilmente "incassare" sia parole che offerte. Mangiare alla mensa dei poveri è amore all'umanità più sincera e semplice. C'è molto da imparare da questi poveri. Dal loro voler ascoltare più che parlare. E il nostro ascolto non potrebbe farsi parola di umanità? Che bisogno ci sarebbe di discutere, fare distinzioni o analisi da perditempo, qualora questi poveri ci offrissero - se noi lo accettassimo - un pane genuino e tanta disponibilità all'ascolto? Se questi poveri si lamentano, non è perché il sole sorge per i buoni e per i cattivi, casomai perché “i più buoni” (i ricchi) se lo vorrebbe sfruttare a svantaggio dei più “cattivi” (i poveri). I poveri sanno ancora credere nella bontà di Dio. Un po' meno nella bontà dei potenti o dei ricchi. Se il prete non si farà bontà dì Dio, perderà la fiducia dei poveri. Tu, prete, che te la prendi tanto per la "durezza" di qualche povero, non ti rendi conto che in parte è colpa tua? Non stai chiudendo anche l'altro occhio sulle ingiustizie dei ricchi? Perché non saluti un poveraccio che si è fatto ostinato come il suo boccone di pane e sei tutto un sorriso con chi sta rubando il “suo” boccone di pane? ? Tu, prete, durante la Messa, hai la coerenza e la sincerità di dire pane al pane e vino al vino contro chi sfrutta i poveri, con affitti disonesti, costringendo coppie di giovani a vivere in qualche modo o a procrastinare un matrimonio da consumare nella libertà di una loro ormai piena maturazione, e non quando si è costretti a cedere a ingiustizie di cristiani, proprietari senza scrupoli, tanto facili al pane eucaristico? Da parte di chi stai, prete? Perché non bussi al cuore di un ricco ma solo alla sua porta di casa? Anche i ricchi hanno bisogno di conversione. "Anche"! Di qualcuno che metta, nella loro coscienza, i diritti dei poveri. Provaci, prete. Hai paura a rimaner solo? Troverai sempre, sii certo, un povero che ti farà compagnia. (13/continua)


Sono venuto parroco a…(i due paesini della Bassa milanese) con questa descrizione dei due paesi. Nella mente, e nel cuore. "Gente difficile... che non va in Chiesa... per lo più di tendenza politicamente ‘rossa’... e con tante problematiche di carattere morale...". Alla mia unica obiezione: «Ci sono debiti?», ecco la pronta risposta: «Particolari problemi di ordine economico non ce ne sono. Ordinaria amministrazione. Debiti, no». Successivamente ho saputo, esperienza finita, che questo “inganno” è di prassi, durante i colloqui prima che un prete accetti (!) di essere parroco di un determinato posto. "Che ci sia gente che va poco a Messa, non faccio problemi. Tanto meno che siano ‘rossi’... Che non ci siano debiti, questo sì mi interessa!”. Così mi illudevo. Ma la realtà fu ben diversa. Come un grosso macigno, in bilico. Tentare di sollevarlo cosa avrebbe comportato? Sono partito nel cercare la causa principale che aveva bloccato la vita parrocchiale. Una causa, non di seconda importanza, non mi è stato difficile individuare. L’Asilo parrocchiale. Un assurdo, o meglio un complesso di anomalie, da crearmi immediatamente la convinzione di volerne uscire, al più presto. Il prete può predicare la giustizia e non pagare il personale alle sue dipendenze? Ecco il primo e dolente punto di partenza. La “gratuità” di un servizio è “vocazione”. Se è gratuità “costretta”, non è forse ingiustizia? Sistemare le cose non fece altro che aggravare il deficit economico in arrivo. Informare i miei superiori è stato il primo passo. Passo di sincerità nei riguardi di chi mi ha mandato in questo paese. È forse peccato dire le cose come stanno a chi di dovere? Sembrerebbe di sì, da parte dei miei superiori. Ho scritto al Cardinale. … 20.9.1983 Eminenza reverendissima mi sembra più che doveroso farLe presente un aspetto della situazione di questo mio nuovo incarico. Qui a … la spina più grossa dal punto di vista economico è l'Asilo Parrocchiale di cui allego il resoconto del bilancio dello scorso anno. Esiste una sola sezione, essendo i bambini pochi: non superano la trentina, con due maestre d’asilo e una cuoca, pagate con contributi. Il bilancio quest'anno aumenterà, poi che mi sono sentito in dovere di sistemare definitivamente la posizione economica del personale (che non era del tutto in regola). Il deficit si aggirerà sui 18/20 milioni. Non mi sembra giusto che tutte le poche entrate della parrocchia siano devolute a coprire in parte il deficit dell'Asilo. Anche la parrocchia ha le sue esigenze, e non poche. Mi sto chiedendo come potrò far fronte a questo passivo. Una soluzione ci sarebbe, ed è attuare una convenzione con il Comune. In questi giorni ho avuto un colloquio con il Sindaco del paese, che pur essendo di partito comunista è del tutto obiettivo e degno di fiducia. Dovrei dare una risposta entro Natale, se siamo d'accordo per questa soluzione di una gestione mista. Io sarei del parere di sì. Aspetto un Suo consiglio. Distinti saluti don Giorgio De Capitani


Ho scritto inoltre al Consulente per la scuola materna della Curia. … 20.9.1983 Rev. Don … in attesa che si raggiunga una soluzione, di cui ho chiesto un consiglio anche al nostro Cardinale (allego copia della lettera), vorrei sottoporre anche a Lei e al Consiglio degli Asili la situazione economica del nostro Asilo, perché si possa coprire il deficit. Quest'anno il deficit aumenterà, avendo, da parte mia, risolto definitivamente la posizione economica del personale: 2 maestre d'asilo (una lavora 7 ore, l'altra 6) e una cuoca (lavora 5 ore), al giorno. I bambini finora iscritti sono 30. Retta: come fisso c'è una quota di L. 30.000 più L. 1.200 ogni pasto (che non viene corrisposta se un bambino rimane assente). Il Comune corrisponde con contributo pasto in lire 1.200 al giorno (non corrisposto se un bambino non frequenta e per i bambini non residenti). Come ho chiesto al Cardinale, sarei del parere di chiedere il personale allo Stato e che il Comune paghi le altre spese. Il Sindaco sarebbe disposto. Attende una conferma. Non vedo altre soluzioni. Aspetto un Vostro consiglio e, se fosse possibile, un contributo per quest'anno. Distinti saluti don Giorgio De Capitani

Una lettera anche al Vicario Episcopale. … 22.9.1983 Rev. Mons... Le faccio avere una copia delle lettere che ho inviato al Cardinale e a don…, sulla situazione economica del nostro Asilo. Allego anche copia del bilancio dello scorso anno. Quest'anno il deficit aumenterà di circa 5 milioni. Ho definitivamente messo in regola il personale (lo scorso anno le due maestre erano pagate per 5 ore e ne facevano 7, la cuoca per 4 e ne faceva 5). Precedentemente l'amministrazione era un disastro. Nessuna maestra in regola e multe da pagare. Situazioni che vengono ora a galla, e non no, per giustizia, come risolvere. A parte questo, non posso pensare di iniziare l'Asilo per il prossimo anno 84/85. Ho parlato con il Signor Sindaco e l'accordo sarebbe di chiedere il personale allo Stato e l'amministrazione comunale pagherebbe le altre spese. I locali rimarrebbero, quelli della parrocchia. D'altra parte come pretendere che il Comune costruisca ora dei locali per l'Asilo? Questa situazione è da più di dieci anni che si sta trascinando, con ripicche da una parte e dall'altra. La gente sarebbe disposta (certo, non tutti, quelli del partito D.C. non accetterebbero!) a evitare alla parrocchia questo deficit che ha fatto sì che le due chiese si deteriorassero. Se non si è d'accordo da parte dei Superiori, mi si dica cosa dovrei fare? Soluzione ottima sarebbe che alla fine di ogni anno la Curia coprisse il passivo. L'aspetto per sabato 22 ottobre ore 20 a …, poi ci sarà una cena in casa mia. Distinti saluti don Giorgio De Capitani (14/continua)


Silenzio quasi assoluto da parte dei superiori. Solo interrotto da un incontro con il Vicario episcopale, in occasione della mia presa di “possesso" della parrocchia. Sabato 22 ottobre. In quell'incontro avevo ribadito le mie preoccupazioni finanziarie. E una pronta risposta per l'Asilo. Perché questo duro silenzio? Non so ancora spiegarmi "perché" nei miei anni di prete, e soprattutto in questi ultimi anni di fuoco e di lotte, abbia tanto sofferto e soffra "duri" silenzi. Il "perché" io "soffra". Non mi so adattare alle situazioni. Non so accettare ingiustizie. Non so aspettare. Non so tacere. Non so sopportare che non mi si risponda. Non so entrare negli schemi di un dialogo, senza discutere. Perché? Vorrei che le situazioni si affrontassero subito. Non vorrei compromessi. Non vorrei cedere per nulla. Perché? Il mio istinto è dir subito la cosa a chi di dovere. Magari con rabbia. E poi tocco il muro. Mi agghiaccia il muro. Vado in bestia per risposte evasive. E vorrei aspettare. Passa un giorno, e domani mi chiedo il "perché" ieri non mi hanno risposto. E il domani mi sembra troppo lontano da sopportare. E l'oggi si fa attesa sofferta. Fino alla nuova domanda. Pretesa di una risposta. Fino all'urto. Alla parolaccia. All'urlo. Alla violenza. All'odio. Odio per la struttura più che per la vittima. Odio per la legalità della burocrazia più assurda. Se tutti fossero così "impazienti" ci sarebbe una società più giusta o una società più nevrotica? Ma?! Non mi pongo il problema, tanto si è soli o quasi a farsi voce per una risposta. Senza mai stancarmi di odiare burocrazie o altro. E l'assurdo è questo: che la solitudine è anomalia o pazzia, da compatire e nient'altro. Provate a dire di aver ragione quando siete "soli" o in pochi. Vi guardano come per dire: Ecco il solito matto o picchiato! E cercano dì incastrarvi, se possono. E se non possono vi lasciano ancor più soli. Prima o poi questa solitudine farà ben impazzire! E l'ordine sarà sistemato. L'ordine dei burocrati. L'ordine dei silenziatori mistici. Cioè dei creatori di pazzi. Quando il dubbio inizia a stringere il cervello e il cuore, l'unico rimedio sarebbe la morte. Una morte lucida. Atto di coerenza estrema. Si esce da questo schema di vita in piedi. A testa alta. Senza paura. Perché piegarsi alla fine, quando tutto si é perso, tranne il proprio "essere"? A un duro silenzio non mi piego, se non con libere scelte più coraggiose. Al momento fraintese. (15/continua) Sì, una piccola popolazione stava rinascendo. Senza che potessi ancora goderne qualcosa. Gesti quasi impercettibili ne erano una prova. A me bastavano. Per il momento. Basta un piccolo passo, e si è in cammino. Cosa desiderare di più, quando anni di deserto hanno intorpidito ogni vitalità? Un grande vantaggio mi favoriva, ed era partire da zero, o quasi, nel campo religioso. Nulla, o quasi, oltre una Messa ridotto all’osso in Chiesa. E in questo i Superiori mi avevano capito. E cioè che io, se avessi avuto tra mano una


comunità in fiore, l'avrei rivangata. Su misura delle mie idee. Ora ero io che mi stavo ponendo un dubbio. E cioè se i Superiori mi dessero sul serio piena libertà o carta bianca a condurre questa parrocchia. È un conto dire: Va’ in quel paese ed evangelizzalo. Fa' quello che puoi! E un conto dire: Fa' come ti pare e piace, purché dia loro, a questa gente, speranza di vita. Su premesse generali o su grandi parole (evangelizzazione, speranza di vita, fede, carità, ecc.) siamo tutti d'accordo. Guai se ad esempio fai qualche appunto, perché, diciamolo schietto, il Superiore si può offendere. In pratica si offende. Prova a dirgli: - Scusi, sa, ma io per evangelizzazione intendo creare un ponte con tutti, vicini e "lontani". Ed ecco l'offeso: - Ma, diamine, siamo qui per questo, per dare ai più "lontani" l'amore di Dio! - Scusi, sa, se mi permetto di specificare meglio il mio pensiero: cosa intende Lei per "amore di Dio"? E la stizza si fa più pungente: - Sono domande da fare? Il prete cosa c’è per fare? Conviene smettere di irritare, e mi rimane la convinzione che questi benedetti Superiori non vogliono capire che "in concreto" le cose non stanno proprio così; ognuno può avere un suo sistema pratico di evangelizzazione, ognuno ha una sua convinzione di farsi dialogo con i fratelli più lontani. Certo, il gesto del Papa che va a dialogare con i lontani è stato giudicato positivo. Da alcuni. Ma non da tutti. Un dubbio c'è anche in me. Ci è andato per dire a loro: “Sono qui da voi per riconoscere i ‘nostri’ sbagli”, oppure "soltanto" per invitarli a ritornare nella Casa del Padre? Si va dagli "altri" anche per dir che siamo loro vicini, vogliamo loro bene. Senza né giustificarli nel loro errore obiettivo (se c'è) e neppure per forzarli a ritornare. Si getta un ponte per togliere odi o incomprensioni o steccati inutili. Con ciò non intendo andare al di là o fuori della Chiesa. Non si ama una persona, per il gusto di uscire di casa. Anche su strade deserte, voglio rimanere me stesso. Con le mie convinzioni di fede. Abbandonare o tradire la Casa per amore di fratelli è ingenuità o debolezza o non capire nulla di un amore vero che se si dona non abbandona, ma si fa presente per "gratuità" di Dio. Senza prendere o lasciare. Si è sempre quello che si è. E non spetta a me cambiare l'essere degli altri. (16/continua) Un timido passo questi due paesini lo stavano proprio facendo. Timido, ma reale. Timido, perché non ancora sicuro della sincerità del prete. Timido, perché troppi anni avevano deluso ogni dialogo. Timido, per me, per le mie speranze di volerlo più deciso, corale, vibrante. Chissà perché noi preti per giudicare la vita di fede di un paese abbiamo per criterio un solo schema di pratica religiosa. E dimentichiamo che ogni paese, soprattutto se si trova in zone con tradizioni particolari di vita e di costume, ha un suo mondo e un suo modo di fede e di religiosità. Perché pretendere che ai miei stimoli o domande ogni paese, indistintamente, risponda allo stesso modo? E perché giudicare i paesi, tutti con lo stesso criterio? La vivacità di un paese la puoi constatare dal suo impegno o dalle sue iniziative nei vari campi sociali, sportivi e religiosi. Ma tale vivacità può esserci, senza vederla subito. La puoi intuire dai tanti modi diversi di comportamento di questa gente. Non puoi lamentarti se non la godi subito. Non sarebbe gratificazione egoistica? E se ti lamenti, questa gente non ne soffrirebbe ulteriormente e non si chiuderebbe come


lumaca nel suo guscio? Notare un gesto, e sorridere. Complimentarsi per una piccola collaborazione. Dire di sì a un invito. Collaborare con tutti, senza privilegi per nessuno. Far attendere uno "di casa" e rispondere subito a uno che è "lontano". Guardare con maggiore attenzione ai più piccoli. Difenderli, privilegiando le loro ragioni. Quelle più deboli. Rivalutare ogni valore positivo, tra la gente del posto. Mettere qualche puntino sugli "i" se qualcuno mi volesse schema. Ricuperare. Ricuperare. Ricuperare... La gente perché ti dà fiducia? Soprattutto perché tu le vuoi bene. Senza farti schema e senza farla schema. Perché la prendi così com'è, con tutto il tuo amore. Senza molto discutere perché é fatta così. Prendila così com'è, e ti rispetterà. Poi ti amerà. Poi ti seguirà. (17/continua) Un paese può avere tanti difetti. E chi non ce li ha? Perché sottolinearli subito? Non sai che certe "durezze" sono frutto di ingiustizie subìte? Le violenze del passato non sono facili a rimarginarsi. Non lo sai? Perché non capire che tanti torti sono nostri? Nostri, di preti. Di amici potenti dei preti. Di "assenze", in quei tempi di lotte per sopravvivere. Mi ricordo che ciò che mi aveva colpito di più, inizialmente, in quei due miei paesini della Bassa milanese era la bestemmia. Dei piccoli e in particolari dei grandi. Abituato, prima, a Sesto S. Giovanni, a far rispettare i valori umani, tra i miei ragazzi del Doposcuola, dove ero riuscito a togliere ogni parola meno dignitosa, al momento, qui nella mia nuova destinazione, mi sono sentito "irritato". Perché questa facilità di bestemmia? Anche in oratorio. Mancanza di rispetto o religiosità non del tutto repressa? Tentativo di reprimere volgarmente un "qualcosa" in cui, bestemmiandolo, si era ancora tuttavia "dentro"? Sì, bestemmiare Dio è assurdo. Ma "perché" lo si bestemmia? Solo per abitudine? Certe abitudini sono frutto di convinzioni precedenti o di prese di posizione contro "qualcosa" o "qualcuno". Ogni bestemmia era una ferita profonda nel cuore. Ferita, perché una causa ci doveva essere e spettava a me capirla senza giustificarla. Rimarginarla. In Chiesa, pochissimi giovani. Quasi nessuno* Perché? Mancanza di fede? Non penso. Timidezza o complesso di inferiorità? Direi ai sì. Ma colpa loro se nascono e vivono di questi complessi? A che serve giudicarli e limitarci a dire: Poveracci!? Cosa abbiamo fatto noi per "stimolarli" di più, e "rivalutare" le loro profonde doti? Tanti oratori sono solo campi di pallone, e ci si lamenta. Ci si lamenta, perché questi


giovani "avrebbero come testa il pallone". Vedrebbero "solo" quello! Ma... noi educatori sappiamo offrire loro qualcosa di diverso? Qualcosa di meglio? Sempre pronti noi, educatori, a bucare questo pallone (ma in realtà abbiamo paura a toglierlo di mano), e non ci diamo da fare (forse perché non ci crediamo a sufficienza) per aprire "loro" gli orizzonti, con ideali, proposte, valide alternative. Lo sport va bene. Ma in giusta misura. E va dosato in rapporto ad altre proposte più positive e anche concomitanti. I giovani possono far giocare i più piccoli. Giocare con loro. Gioco come valore di socializzazione. Giochi comunitari, dove più che la competizione si imponga il rispetto, il valore dello stare "assieme", la collaborazione, il gioco di squadra... In quei due paesini ho notato una nota molto positiva, e cioè il gioco comunitario dei piccoli. Litigiosi, come tutti i bambini di questo mondo, ma sempre pronti a giocare assieme. Dal gioco si possono trarre motivi educativi, suscitare altri interessi, e per i più sensibili ideali più grandi di un pallone. Oltre il pallone, era vivace un gruppo sportivo, il podismo. Camminare é vita. Allenarsi ai sacrifici. È scoprire valori nella natura. Un segno di speranza, per un paese in risveglio. (18/continua) Una sosta. Non perché è ferragosto. Prima di riprendere il racconto - che attingo dai miei Diari del 1983 - della mia brevissima esperienza pastorale nei due paesini della Bassa milanese, vorrei far capire ciò che, anche dal punto di vista psicologico, ha rappresentato per me il trasferimento da Sesto S. Giovanni. Qui, ero rimasto per 9 anni circa, come collaboratore parrocchiale. Allora, la parrocchia di S. Giuseppe era la più estesa della città: venticinque mila anime (la città contava circa centomila abitanti). Immaginate cosa significhi per un prete sentirsi responsabile di una comunità così vasta. Non solo. La città era Sesto S. Giovanni (vedi foto anni '80) , definita negli anni precedenti la Stalingrado italiana. Eravamo poi a pochi anni dal ’68 (venni a Sesto nel 1974). Avevo trovato una situazione stagnante, non solo dal punto di vista religioso (il solito tran tran), anche e soprattutto a causa di una grande chiusura ai problemi sociali. Non è qui il momento di dire tutto ciò che ho cercato di inventare per dare una spinta diversa alla pastorale. Dico solo che durante i nove anni della mia permanenza mi sono sentito del tutto coinvolto nelle problematiche sociali. Non avevo un minuto di riposo. Non mi concedevo tregua. Nonostante avventure rischiose e difficoltà enormi, mi sono sentito veramente a casa mia. Quando tutt’a un tratto sono stato sradicato per essere trapiantato in una piccolissima comunità, il passaggio è stato traumatico. Forse qui sarebbe necessario aprire una parentesi: i preti non sono pedine che si possono spostare in qualsiasi posto, dalla pianura alla montagna, da zone tipo varesotto a zone tipo brianza. La gente non è la stessa, e non è la stessa la pratica di fede. Ognuno di noi ha doti sue, per cui non necessariamente i preti vanno bene per tutte le stagioni. La mia prima esperienza è stata in un paese della montagna, poi in un paese della campagna, poi in una città, poi in due paesini della Bassa milanese. Ed ora… in collina! Ad ogni passaggio dovevo cambiare registro. Adattarmi alla nuova situazione. Studiarla. Tutto ciò chiedeva tempi lunghi, prima di innestare marce troppo spinte. Da parte mia non avevo studiato l’arte di saper aspettare. È nel mio carattere non partire subito in quinta. Ma… quando partivo, allora non c’era alcun santo che mi potesse fermare. Questo è successo nelle esperienze pastorali precedenti, ma… quando mi sono trovato in quei due paesini, qualcosa mi diceva che non potevo aspettare.


Ed è stato questo forse l’inizio della fine. Ma al lettore laico riuscirà difficile capire ciò che può succedere nell’anima di un prete, quando si trova improvvisamente coinvolta in una tale complessità di situazioni per cui la ragione si fa prendere dall’istinto, l’attesa salta al primo urto a contatto di una mina lì lì per esplodere. C’è un altro particolare. Non secondario. Ed è la mia innata allergia ai debiti. I debiti mi distolgono da una pastorale veramente evangelica. Se poi sono insormontabili, allora mi pongo il problema se è il caso di insistere nell’attendere, o non si deve subito togliere l’ostacolo che chiude la strada ad una pastoralità capace di affrontare i veri problemi della gente. Ed è per questo che avevo messo una condizione, prima di accettare di essere parroco: c’erano o non c’erano debiti? Ma per i Superiori probabilmente il prete, tra le altre doti, deve avere anche quella del manager. Ma io non ce l’ho. Per grazia di Dio! (19/continua) (dai Diari del 1983 - il racconto continua e in modo serrato) Sabato 22 ottobre, "presa di possesso" della parrocchia di… (i due paesini della Bassa milanese). Formalità, penso, ma con una sua importanza, se é da fare, con tanto di firme del nuovo parroco e di alcuni testimoni. Presente il Vicario Episcopale, al quale non ho taciuto, davanti a un gruppo di fedeli, di esprimere il mio desiderio e di tutta la comunità locale perché l’autorità facesse sentire la sua presenza e il suo interessamento, al più presto. «Anche i piccoli paesi hanno diritto, direi più degli altri, a che qualcuno, in alto, si interessi a loro». Subito dopo, cena in casa mia. Ho ripetuto le mie preoccupazioni e sollecitato l'intervento dei Superiori, anche perché si doveva decidere sul "come" impiegare o restituire il contributo della Regione per l'Asilo. 12 milioni. E a proposito di questi 12 milioni ho voluto andare in Regione, all'inizio di novembre, e chiarire meglio "se" incassare questi soldi o "restituirli" a chi di dovere, nel caso in cui (e lo ritenevo più che certo) l'attività dell'Asilo fosse chiusa, nei locali della parrocchia. La risposta (più che saggia) fu di "incassarli" per il momento e in seguito, con una modifica, "passarli" al Comune. Il silenzio dei Superiori l'ho interrotto ancora io con una lettera al Vicario Episcopale. Ritenevo opportuno essere sincero. In tutto. Senza nascondere nulla, anche a rischio di irritare. … 3.11.1983 Rev. Don … Vicario Episcopale Le scrivo per rendere nota la situazione di queste mie due parrocchie. Dal punto di vista pastorale, qualcosa si sta movendo. C'è il solito punto spinoso, che è l'Asilo: allego il foglio del bilancio che ho distribuito ai parrocchiani, in questi giorni. Giovedì prossimo avrò un incontro con il Sindaco e la Giunta per definire la cosa. Sono sempre del parere che sia il Comune a gestire l'asilo. In questi giorni mi è arrivato l'Estratto Conto... Col Comune vorrei iniziare un ponte e un dialogo, anche a costo di inimicarmi la D.C. locale (che è su posizioni dure). Sono pronto a obbedire, qualora i miei Superiori fossero di parere contrario. E obbedienza per me sarebbe rinunciare a fare il parroco. Subito. Basta che lo sappia con schiettezza. Saluti don Giorgio De Capitani


Come risposta, una telefonata il lunedì successivo. In due tempi. Mi si ringraziava anzitutto della lettera, e mi si faceva coraggio. Non ebbi il tempo di gustare la gioia di una risposta e il suo amichevole contenuto. Subito ne ricevetti un'altra. Sempre del Vicario, che mi riferiva una viva preoccupazione di don… (Consulente per le scuole materne) circa il mio prossimo incontro con la Giunta comunale. In breve: non avrei dovuto parteciparvi, o al massimo rimanere passivo, senza decidere nulla. Ogni mia decisione sarebbe stata dalla Curia ritrattata. Sentirmi un pugno in faccia sarebbe stata una cosa da nulla in confronto alla umiliazione di essere trattato come il solito bambino che fa capricci e combina guai. Mi sono visto svanire ogni speranza. Di vincere una battaglia già pregustata. Ma una vittoria la volevo. Una vittoria di principio. Non tanto per me. Per aprire una breccia. Per questo paese. Per gli altri. Se uno mi dicesse che sono fuori di testa, me la prenderei sì e no. Dipende. In fondo, in ogni accusa c'è verità e amore. Magari solo un po', ma c'è. Ma se un Superiore che mi ha posto a capo di una comunità, e con tutto quello che segue, mi dovesse dire: Non prendere decisioni, altrimenti interveniamo noi e le vanifichiamo, tu cosa diresti? Che fiducia questi Superiori hanno in me? Sono qui a far cosa in parrocchia? Il burattino? A pagare debiti degli altri, e di ciò rispondere di persona, senza che un cane mi dia una mano? Se non ho alcun potere decisionale, perché dovrei sentirmi io responsabile solo dei debiti? Già! Questi sono miei. Rogne mie! Che vengano qui loro a pagarseli questi debiti! Me ne vado, per sempre. Ma...? Tutto questo rimuginavo dentro, mentre pensavo alla parola data al Sindaco. Perché scomodare inutilmente la Giunta? Cosa sarei andato a dire? Tutte le ingiustizie passate si facevano cumulo in me, tutte di colpo, nel mio orgoglio ferito, nel desiderio di far valere i diritti dei tanti rassegnati da tempo a subire e subire, senza più un filo di speranza. Decisioni troppo drastiche non avrebbero anche significato una certa presa di rivincita mia personale per dei conti in sospeso con la Curia? Certo, anche questo. Si è umani. Chi é capace di decidere senza farsi coinvolgere anche da tutto un carico di insofferenze o di fattori che si accumulano e si ammucchiano sempre più dentro, come una mina pronta a esplodere al primo urto? (19/continua)bis Giovedì sera mi sono trovato con il Sindaco e la Giunta e, pur senza poter prendere decisioni - come potevo?! - si è deciso di scrivere una lettera, da parte del Sindaco, al Cardinale. Una lettera che avrebbe suscitato, non poche reazioni da parte della Curia. Comune di… N. 2984 lì 12.11.1983 All'Eminenza Reverendissima Card. Carlo Maria Martini Arcivescovo di MILANO e.p.c. Mons. Renato Corti Mons. Sandro Mezzanotti


Don Emiliano Vitali Don Giorgio De Capitani Dopo l'incontro intercorso il 10.11.1983 fra la Giunta Municipale, i capigruppo dì maggioranza e di minoranza del Consiglio Comunale di… con Don Giorgio De Capitani sul difficile e sempre più annoso problema della Scuola Materna privata sita in…, unica soluzione, prospettabile razionale e fattibile in tempi brevi, è quella di un passaggio di detta scuola dall'Amministrazione privata all'Amministrazione pubblica (cioè statale). Don Giorgio De Capìtani, sensibile a nostro giudizio al suo alto ministero sacerdotale e pastorale, e tenendo in considerazione la ormai quasi impossibile praticabilità, nel tempo, della conduzione di una scuola materna, nell'ambito della Parrocchia di un piccolo Comune come il nostro, che presenta ogni anno costi crescenti, quindi crescenti passività che vanno a gravare sulle poche risorse della Parrocchia, ha presentato alla Giunta e ai capigruppo queste sue difficoltà e la decisione irrevocabile di trasformare la scuola da privata in statale. Da parte nostra, sapendo che questo servizio sociale è indispensabile alla popolazione, abbiamo deciso di fornire tutta la nostra dispo¬nibilità per una soluzione che sia rispettosa della volontà delle au¬torità religiose preposte. Riteniamo inoltre che tale passaggio da materna privata a statale possa avvenire il prossimo anno scolastico (1984/1985), liberando i locali della parrocchia e Don Giorgio De Capitani dalle angustie di questa difficile situazione. Sperando in un buon accoglimento da parte Vostra della nostra disponibilità, vogliate gradire le nostre migliori cordialità. Per l'Amministrazione Municipale Il Sindaco (Mario Guffi) Ho consegnato questa e le altre lettere, accompagnandole con una mia personale. … 11.11.1983 Eminenza Reverendissima card. CARLO MARIA MARTINI arcivescovo di MILANO e per conoscenza a Mons. Renato Corti Mons. Sandro Mezzanotte Don Emiliano Vitali Gìovedì scorso 10 novembre ho voluto un incontro con i Capigruppo dei partiti del paese e con la Giunta Comunale e con il Sindaco, per discutere "assieme" il problema dell'Asilo parrocchiale. Vista e considerata la situazione finanziaria insostenibile per un piccolo paese come il nostro (ogni anno il deficit dell'Asilo si aggirerebbe intorno ai 15/20 milioni, con una retribuzione ancora ben misera al personale operante); vista e considerata la situazione parrocchiale (locali, due Chiese, ecc.) in regressiva stasi preoccupante (la cui soluzione è bloccata dall'Asilo), siamo rimasti tutti d’accordo nel trovare una immediata soluzione, e cioè affidare in gestione mista, allo Stato e al Comune, il nostro Asilo, nei locali delle Scuole elementari del Comune stesso. Questo è anche il mio parere personale. Qui a… ho trovato una situazione disastrosa. Non vedrei altra via d'uscita.


La gente è in attesa di una rinascita, tentando da parte nostra una via nuova. Da parte mia non ho finora trovato (non è una scoperta di oggi) una umana comprensione dei miei Superiori, che mantengono ancora tanti pregiudizi nei riguardi di chi, ad esempio i Comunisti, vengono considerati solo degli anticlericali o, peggio, senza tener conto invece che, a parte i principi, possano "onestamente" volere una collaborazione di noi preti, per il bene di tutti. Qui … è così. Dopo aver sofferto l'indicibile a Sesto S. Giovanni (dove, soprattutto negli ultimi tempi, ho toccato con mano il silenzio dei Superiori) e constatando l'impossibilità a sostenere, adesso qui, certe remore di una certa struttura di Chiesa (lunedì scorso 7 nov. la dura posizione di don… affinché io non decidessi in merito all'Asilo, come se il Parroco fosse solo, e da solo, gestore di debiti, me lo ha confermato); convinto che certe prese di posizione vanno affrontate da chi è "sul posto"; resomi conto che certi miei modi di fare o metodi o impostazioni di pastoralità non rientrano affatto negli schemi dei miei Superiori; per non cadere nella tentazione di fare di questa parrocchia un isolotto, ritengo onesto rinunciare. Il che significa che non mi sento più in grado di condurre questa parrocchia, senza poter vedere una via d'uscita. Ho accettato di fare il parroco, per far qualcosa, non per starmene con le mani in mano. O peggio lavorare fuori casa. Chiederei pertanto un po' di tempo onde pensarci e riflettere sul futuro. Per ora non intendo accettare nuovi incarichi di nessun genere. Per non lasciare deluse le aspettative di questa gente, se può, Eminenza, nomini al più presto un altro parroco (che possibilmente sia o un cretino o un santo!) più ossequiente di me. Distinti saluti Don Giorgio De Capitani (20/continua

La bomba era stata lanciata. E scoppiò. La reazione fu dura. Il venerdì successivo fui chiamato in Curia. E successe quello che ormai mi sembrava inevitabile succedesse. Non retrocessi dalla mia decisione di dare le dimissioni nel caso in cui non ottenessi ciò che desideravo. Tutto ormai, "dentro di me", era deserto. Mi sentivo impotente, un incapace di condurre la parrocchia, con tutti i suoi problemi strutturali. Una frase del Vicario generale mi convinse a ritirarmi definitivamente dalla scena. «Se tu hai intenzione di fare guerra tutti i giorni, pensaci davvero e forse sarebbe opportuno che ti decidessi di dimetterti». A me sembra che, se fosse necessario, una guerra, anche tutti i giorni, la dovrei fare. Non uso certo i metodi naturali nel voler bene a questo mio popolo. E amare significa tutti i giorni portare avanti una lotta senza tregua. Non potevo più fare marcia indietro, ora che avevo il coraggio e l'opportunità di porre sul tappeto tutte le varie questioni dei mie due paesini. Non c'era solo l'Asilo. E i vari ambienti del Beneficio? Che disastro! E il mio "modo" di vedere la pastorale, cioè di condurre nel dialogo con i comunisti o i lontani? Mi sembrava più schietto chiarire tutto (certo senza la pretesa di ottenere la soluzione a tutto, subito!) piuttosto che fra un anno o più, quando le cose avrebbero potuto peggiorare e la frattura tra me e la Curia insanabile, con conseguenze più pesanti e deleterie.


Se forse ho sbagliato ad essere irremovibile, ho sbagliato di anticipo. Per chiarezza. Forse ho avuto paura di me stesso. E cioè di potermi allontanare troppo da quella "strada" su cui bisogna stare, per fare il parroco. Ho avuto quindici giorni “infernali” per riflettere. A decisioni ormai prese. Pochi giorni non bastano a rimettere in discussione vent’anni di sacerdozio. I giorni passavano e, prima che si avvicinasse l'incontro definitivo con il Vicario Generale, ritenni opportuno, con una lettera, chiarire meglio il mio pensiero. La scrissi, ma non la consegnai. Rimase nel mio cassetto. … 19.11.1983 Don Renato Corti Vicario Generale Ero venuto da Lei un po’ prevenuto, con la rassegnazione di sentirmele, anche perché prima, da don Mezzanotti, ero stato un po' duramente ripreso. Ho trovato in Lei più apertura, anche se le mie convinzioni rimangono ferme su posizioni che non rientrano negli schemi (e non potrebbero essere diversi) di una certa struttura da rispettare. Ciò che mi fa spavento sono le situazioni "oggettive" di questa mia parrocchia (due in verità). E non vedo una soluzione immediata o, meglio, non mi sento in grado di trovarla nella linea di una impostazione pastorale "stile tradizionale". Ciò che mi preoccupa è la "possibilità" che questa gente mi segua, fraintendendo il mio modo di fare. Ciò che invece non è capitato a Sesto S. Giovanni, dove, nonostante le preoccupazioni di certi miei Superiori, la comunità era morta e stantia. E il Parroco ha sempre avuto buon gioco, per questo fatto. La città in sé è morta, non è rivoluzionaria, è menefreghista, e quei pochi che vorrebbero qualcosa di diverso si lasciano sopraffare dalle loro più immediate preoccupazioni personali. Se un prete tenta qualcosa di nuovo, basta trasferirlo, e tutto, in tre secondi, torna come prima Non vorrebbe essere una critica, ma un pressante e sincero consiglio. Sesto S. Giovanni soprattutto, ma anche tanti altri grossi borghi, hanno urgentemente bisogno di "energie" nuove, di aperture coraggiose, altrimenti arriverà il momento, e non sarà lontano, in cui la Chiesa rimarrà deserta. Non basta l'evangelizzazione (è il pallino di ogni prete, soprattutto dei più giovani). Occorre una impostazione pastorale più ricca di umanità. Sono sincero. A Sesto ho ritrovato "la gioia" di fare il prete e l'ho scritto in diversi miei manoscritti. Rileggendoli, ora, mi vergogno, perché mi sembra che tutto sia crollato. Perché? Non lo so. Forse non sono al mio posto giusto. Forse la struttura della parrocchia non è confacente al mio spirito. Forse sono stanco di lottare. Forse... ho sbagliato tutto. Ho passato un'estate tremenda. La solitudine più nera mi ha sconvolto e turbato. Ho sentito il vuoto di tutto. E ho cercato di reagire, afferrando con coraggio la situazione, proponendo una via d'uscita, valutando la realtà e voler subito (giusto o sbagliato non lo so, senz'altro in un modo poco diplomatico!) tagliare ciò che mi sembrava il vero punto dolens, cioè l'Asilo. Assurda realtà che ha distrutto speranze e possibilità di rinascita della parrocchia. Ne sono più che convinto, come sono convinto che il Comune ne non fa il doppio gioco. Non solo l'Asilo. Case, beni in deperimento, tutte cose che non accetto e non vedo in sintonia con quella povertà di cui la Chiesa dovrebbe essere di esempio. Non mi sento tagliato a sostenere queste strutture. Ho una certa allergia innata a tutto ciò che sa di venalità o di soldi o di contratti d'affitto o di conti in banca.


Lei giustamente ha detto: “Fino a quando si tratta di una battaglia va bene, ma se ogni giorno è una guerra, allora bisogna pensarci”. Per me rimanere qui sarebbe una guerra continua contro tutto ciò che contrasta il mio spirito. E l'attrito diventerebbe insostenibile ambo le parti: qui e in Curia. Lo so benissimo che ora, come parroco, le cose sono un po' diverse, e cioè non potrei essere ignorato o messo sotto silenzio. Ho riletto lo scambio epistolare tra me e i Superiori, in quel periodo cruciale maggio/ giugno a Sesto S. Giovanni. Confermo che il silenzio mi è pesato, come sarà stato duro da parte Sua non poter intervenire. Un silenzio tale da essere venuto qui a…, senza sapere più nulla di preciso, se cioè ero ancora io ufficialmente il nuovo parroco. E qui? La via crucis si è appesantita ancor più. Ciò che vorrei chiederle è che ogni prete abbia la possibilità di fare il prete sul serio, quando lo desidera e non lasciarlo nella condizione di sbagliare. Se è povero, lo si aiuti a vivere, senza dover ricorrrere a quei mezzi (tra cui l'insegnamento della religìone, su cui nutro parecchi dubbi) che limiterebbero di molto la sua presenza pastorale in parrocchia. Questa mia lettera non vorrebbe essere pura critica. So di avere tanti limiti, debolezze e modi di fare del tutto originali. Un po' per tutto questo, confermo, concludendo, la mia decisione: ritirarmi per ora, a vita privata. Sul futuro, ci penserò. Già una mia idea sarebbe poter "gratuitamente" dare una mano, in certe occasioni (Natale, Pasqua ecc.) alle parrocchie più povere e disagiate, celebrando la Messa e confessando. Ripeto: "gratuitamente". Potrebbe essere l’inizio di un aiuto pastorale, senza retribuzione. La mia rinuncia qui potrebbe suscitare polemiche. Dai Superiori vorrei solo una cosa: dire cioè alla gente, se fosse possibile, che tutto ciò è successo per alcune vedute diverse, e non addurre il solito pretesto: "per motivi di salute". Entro la fine di novembre vorrei lasciare la parrocchia. Non si può restarci in qualche modo. Grazie don Giorgio De Capitani Mercoledì 30 novembre, ultimo incontro, per ufficializzare la mia decisione. Mi sono state proposte due altre parrocchie, con impegni diversi. Ho rifiutato, senza pensarci su un secondo. Accettare avrebbe anche significato un affronto nei riguardi di questi due paesini. La mia decisione era di ritirarmi. Da tutto. Almeno, per ora. Ho consegnato, per formalità, la lettera di dimissioni, rivolta al Cardinale. … 30.11.1983 Eminenza Reverendissima card. CARLO MARIA MARTINI arcivescovo di MILANOIl sottoscritto DON GIORGIO DE CAPITANI, per motivi di ordine pastorale e personali, in data 30 novembre 1983 rinuncia alle due parrocchie S. Antonino in Colturano e S. Giacomo in Balbiano. Inoltre chiede un periodo di ripensamento. Ossequi don Giorgio De Capitani (21/continua)


Giovedì sera 1 dicembre fui chiamato, per telefono, dal segretario del Cardinale. Per un colloquio. Il giorno dopo. Risposi che intendevo essere fedele ai miei doveri fino all’ultimo e che perciò non potevo assentarmi dal doposcuola coi bambini. L'appuntamento mi fu concesso lunedì 5 dicembre. Lunedì sarei stato uccello di bosco, perciò avrei potuto andare a Milano per il colloquio con Sua Eminenza. Sabato sera, 3 dicembre, l'annuncio ufficiale, dato personalmente dal Vicario episcopale, nelle due Chiese. Ci fu, durante la Messa e dopo, una dura contestazione da parte di tutta la popolazione. Dire anche solo qualcosa di ciò che è successo quella sera sarebbe sminuire la realtà che solo chi ha potuto assistere non potrà mai dimenticare. (Rileggendo ora gli appunti del “Diario” di quei giorni, una cosa la devo dire. Mi ricordo ancora l’impeto con cui soprattutto le donne mi hanno difeso. Sì, le donne! È proprio vero quanto si dice: cioè che le donne, anche nelle lotte sindacali del passato, si sono sempre messe in prima fila. Non so perché, ma le donne sentono in modo particolare la passione per la giustizia, per la pace, per i diritti dei più deboli. Nella donna possiamo trovare anche difetti: è nota la sua arte seduttrice. Ma la donna ha in sé qualcosa “di più speciale” dell’uomo: ha una forza interiore che supera infinitamente la forza fisica dell’uomo! Forse per questo il maschio fa di tutto per reprimere nella donna il suo istinto migliore, riducendola ad una schiavetta. Oggi è deprimente constatare a quale grado di inferiorità è stata ridotta la donna! Schiavette al servizio del potere maschilista! Basta aprire la tv, e appaiono su ogni canale ragazzine-oggetto, consumate dal dio soldo. Puttanelle, puttanelle e… puttanelle che cambiano idoletti di merda, ma a loro, alle puttanelle, interessa solo il loro conto in banca. Si concedono a tutti, anche perché la pelle conta ancora, e al maschio interessa solo consumarla!). Già le voci della mia partenza erano corse, in crescendo, fin da giovedì pomeriggio. Un crescendo fino all'esplosione di sabato. Tentativi di andare a Milano ci furono. Da me, con fatica, dissuasi. Il Sindaco non si rassegnava e si faceva portavoce di tanti che lo sollecitavano perché intervenisse nella sua funzione di primo cittadino del paese. Ciò che mi impressionò fu la coralità e la spontaneità di tutto un paese in rivolta. Non dimenticherò mai l'espressione di certi volti o il gesto o la veemenza di parole per esprimere il loro disappunto. Certo, gli istinti del momento possono farsi troppo cumulo e irritare, uscire dall'argine, e spazzar via ogni buon senso. Ciò che si ha dentro da troppo tempo improvvisamente viene a galla, cacciato fuori dalla rabbia del momento, forse perché tenuto "dentro" troppo a lungo. E il dialogo si fa grido, urlo, bestemmia, rivalsa. Tutto viene buttato fuori, e con gesti assurdi. Il buon senso lo si conosce "in casa". Là dove per forza bisogna osservare certe etichette di galateo o di diplomazia. "Fuori", anche in chiesa, casa di Dio, se occorresse, un diritto sì può fare pretesa di giustizia, di possesso. E la rabbia si fa preghiera urlata, quando questo possesso lo si vede tolto, derubato. Svanito nel nulla, dopo brevi, brevissimi attimi di speranza gustati a sorsi, quasi centellinati tanto sembravano buoni e inaspettati. Una popolazione che si ribella e vuole il suo prete non fa pensare? Ma, oggi, si vuole ancora il prete? Perché? Una popolazione "rossa", "poco, praticante", "fredda" nei suoi rapporti sociali vuole il prete! Ma non ci pensi, Eminenza? (22/continua)


Lunedì successivo, 5 dicembre ore 12.30, ebbi un cordialissimo colloquio col Cardinale. Mi ha ascoltato. E, con chiarezza estrema, si è discusso. Sul mio futuro. Le mie dimissioni potevano costituire sì motivo di riflessione. Ma, ancor più, il mio volermi ritirare da tutto. Un prete diocesano, a 45 anni, può “ritirarsi”? Rifiutare ogni responsabilità di parrocchia? Non lo so. E non m'importa saperlo. So solo che "tanti", che lo dovrebbero fare per il bene di comunità ormai stanche di parroci che "vegetano" a danno di esigenze da rispettare, non lo fanno. E non so il “perché”. Mi importerebbe saperlo! Si può sbagliare lasciando, di colpo, tutto. E si può sbagliare "rimanendo" a tutti i costi, senza rendersi conto che siamo tutti "servi inutili". Che ci stiamo a fare a "vegetare" per trent'anni e più in una parrocchia, dove la gente, repressa e mortificata ormai, si è ridotta ad essere un mucchio di larve? A qualche vecchio e non vecchio parroco vorrei dire, con tutta sincerità: «Perché non lasci ad altri la tua parrocchia? Non vedi che questa sta soffrendo? Il coraggio di una rinuncia è fede e dovere. Rispetto, talora, nei confronti di tutta una comunità che attende nuove risorse».' Ed io mi sento "dentro" rimorsi a non finire. Per il mio gesto di abbandono. Non è che me ne penta. D'altra parte, come non soffrire per aver mortificato le speranze di tutta una popolazione? In fondo, l'aver chiarito le cose non può essere anche obbedienza ad una forma di pastoralità da rispettare tanto da dimettermi, per mia "incapacità" o paura di allontanarmi troppo dalla strada "tradizionale"? La mia allergia alla "struttura" si è fatta pungente e insopportabile, a contatto diretto con la realtà. L'averla sofferta è stata obbedienza. Lo confesso, con tutta onestà. Mi avevano detto (motivi ce n'erano fin troppi): «Lascia Sesto S. Giovanni!». Ho pensato subito al mio futuro. Avrei voluto (e l’ho chiesto) scegliere, allora, con amore, ciò che oggi, umiliato e amareggiato e con un grande peso sul cuore, ho dovuto scegliere, per fallimento. Ho accettato questi due paesini. A occhi chiusi. Avrei fatto bene a discutere? A disobbedire? Dio solo lo sa! «Cosa intendi fare, ora?». A questa domanda del Cardinale, in quell'incontro di lunedì, ho risposto: «Eminenza, mi ritiro. Vorrei servire le parrocchie più povere e bisognose, “gratuitamente”». «Cosa vuol dire "gratuitamente"?». «Senza chiedere un compenso, se non un po' di cibo e un letto per dormire. Neppure il rimborso spese per benzina o altro». «E come farai a vivere?». «Ci penserò. Se sarà necessario, andrò al lavoro. Si lavora per essere più liberi per fare il prete, gratuitamente. Cioè, senza vivere sui sacramenti». E ho aggiunto: «È vergognoso, Eminenza, che ci siano preti o religiosi, che si fanno ben pagare per i loro servizi pastorali!...». E il Cardinale: «Mi sembra che, pur essendo un aspetto valido anche questo servizio “gratuito”, tu però potresti fare "di più”, in una Diocesi come questa, dai grossi problemi ancora irrisolti. Tu mi devi aiutare a risolvere qualcuno di questi. Pensaci. Scrivimi, dopo Natale, e vedremo di discutere assieme». Dopo Natale, ho scritto la mia proposta. Finora, aprile 1984, non ho potuto parlare con il Cardinale. (23/continua)


Ho ritenuto opportuno informare il Vicario generale del mio colloquio con il Cardinale. Milano, 8.12.1983 Mons. Renato Corti Vicario Generale Lunedì scorso ho avuto un colloquio, sincero e cordiale, col Cardinale, che ha voluto sapere tutto, anche della proposta per il mio futuro. Era già a conoscenza di quanto era capitato quel sabato sera. Gli ho anche detto che la popolazione è decisa a fare di tutto per riavermi. Il Sindaco chiederà quest'oggi un incontro con l'Arcivescovo. Sarebbe opportuno fissare l’incontro e spiegare al Cardinale i motivi per cui a questo punto la mia decisione di dimettermi è irrevocabile. Casomai il problema rimane ancora quello di risolvere al più presto la situazione dell'Asilo prima della nomina del nuovo parroco. So di aver creato una situazione imbarazzante. Non immaginavo una cosa simile. Attualmente mi trovo a Milano in casa di…. L'ho riferito a Mons. Mezzanotti e al Cardinale. A dir Messa vado a Bernaga-Perego, tutto perché, essendo nativo di quei paraggi, (Rovagnate) il Parroco don Giovanni Premoli sta facendo di tutto per aiutarmi. Appena risolvo questa situazione, potrei (il Cardinale me l'ha concesso) andare da qualche parroco povero della montagna (magari in Valsassina) ad aiutare a confessare per Natale. Se Lei conoscesse qualche necessità me lo faccia sapere. Circa la mia proposta per il futuro, scriverò al pirù presto, come d'accordo, al Cardinale. Distinti saluti don Giorgio De Capitani

Venni poi a sapere che, dopo qualche giorno dall'assemblea tenutasi a Balbiano martedì 13 dicembre, con la partecipazione del Vicario episcopale e del Decano di Melegnano con tutta la popolazione per risolvere la questione dell'Asilo, tutto si era risolto: l'Asilo veniva dato, per il prossimo anno scolastico, al Comune. Ora la popolazione voleva il mio ritorno. Pressioni ci furono per avere un colloquio con il Cardinale. Senza alcun risultato. Se il problema asilo era risolto, perché “ora" io non potevo più ritornare? Era l'assillo di tutti. E sul fatto che io “potevo” ritornare si equivocava. Per lavarsene le mani. Da parte dell'autorità religiosa. La cosa più odiosa è giocare allo scaricabarile. Palleggiarsi le responsabilità. Buttarsi in faccia la patata bollente. E la gente va in bestia. Non capisce più nulla. E ha più che mille ragioni. Così quelli dei due paesini si sentirono presi, due volte. Decisi ancora di far intervenire ancora i miei Superiori. L'occasione fu un biglietto che ricevetti dal Vicario generale. Mi si diceva che potevo andare, per Natale, a S. Bartolomeo in Valcavargna per dare una mano al nuovo parroco, don Enrico Vitali. E mi si dava anche un prezioso contributo in denaro. Prezioso, soprattutto per la sensibilità dimostratami.Risposi subito. Milano 15.12.1883 Mons. Renato Corti Vicario Generale Anzitutto ringrazio per la Sua lettera e per il Suo contributo. Riprendendo quanto Le avevo scritto l'ultima volta, e cioè sulla irrevocabilità delle mie dimissioni, vorrei sottoporLe alcune mie preoccupazioni.


Ogni giorno ricevo diverse telefonate da Balbiano, perché la gente vuole ad ogni costo che ritorni. Il ritornello è sempre il medesimo: cioè tutto "dipenderebbe" da me, la Curia sarebbe disposta a ritirare le mie dimissioni, se io volessi ecc. ecc. A questo punto non so più come difendermi. Lei sa benissimo che ormai per me tutto é chiuso, per diverse ragioni: asilo e non asilo, rimarrebbe la mia incapacità ad affrontare situazioni economiche, certe mie vedute pastorali non prettamente schematiche, ecc. Forse ho sbagliato ad accettare la mia nomina a parroco, ma anche qui le colpe non sono tutte mie. L'anno scorso (me lo ricordo benissimo) avevo sottoposto a don Claudio Livetti il mio desiderio (più che un desiderio, anche allora) di scegliere una nuova via (una volta, lasciata la comunità di Sesto), quella che sto adesso cercando. Desiderio che mi era stato negato. Sono stato convinto invece ad assumere la responsabilità di una pur piccola parrocchia (e tutto per avere una casa, una sicurezza economica) con la possibilità di fare il prete volante... Ho accettato illudendomi di aver trovato la via giusta. Scartata subito l'idea di giocare fuori casa, mi son trovato sotto il peso di una realtà locale troppo ingombrante, con strutture non confacenti al mio spirito. Stando così le cose. mi è sembrato doveroso prendere di petto la situazione e decidere, sottoponendo ai Superiori il mio dramma. Perciò, non mi sembra giusto dire ora alla gente che io ho dato le dimissioni perché "ho scelto un altro lavoro”, come insiste nel dire don Mezzanotti. Ciò è vero fino a un certo punto. Come del resto, non è onesto dire che la Curia mi ha costretto a dimettermi. La popolazione continua a sottopormi ad un interrogatorio: “Lei desidera o no tornare?”. In questi giorni non faccio altro che rispondere, per telefono, che la mia situazione è nelle mani del Cardinale e che loro non devono intromettersi con manifestazioni e altro. La loro lotta per l'Asilo è stata più che giusta, come altre lotte che faranno per risistemare le situazioni locali. Ma le mie personali decisioni vanno al di là di una dimostrazione di massa. Ciò che vorrei da Lei, Monsignore, e, tramite lei, dal Cardinale, è che non si rimetta più in discussione la mia attuale scelta davanti alla gente, come se tutto "dipendesse da me". Se verranno in Curia si cerchi di far capire loro che per diversi motivi (tra cui la mia incapacità ad affrontare situazioni oggettive troppo pesanti) la mia scelta di fare il prete è orientata in un altro campo non più parrocchiale. Vorrei tanto che tutto si risistemasse nel migliore dei modi, al più presto. Il fatto che non mi lascio allettare dalla volontà tenace di una popolazione a riavermi può essere segno della mia attuale convinzione di andare fino in fondo nella mia scelta. Lunedì 19 dic. andrò a S. Bartolomeo in Val Cavargna dove rimarrò, per desiderio di don Enrico, fino al 9 gennaio. Nel frattempo cercherò di far maturare quanto ho in mente di fare. Sinceri auguri di S. Natale e distinti saluti. don Giorgio De Capitani (24/continua)

Sabato mattina, 17 dicembre 1983, ricevevo una lettera dal Cardinale. Il Cardinale CARLO MARIA MARTINI Arcivescovo di Milano Milano 16 dic.1983


Carissimo don Giorgio Ti scrivo questa lettera con viva preoccupazione. Nel colloquio franco e aperto avuto con te a proposito della tua richiesta di rinuncia alla parrocchia, tu avevi insistito sui gravi motivi di ordine personale che non ti rendevano possibile di accettare più oltre né l'incarico di Parroco in Balbiano né in altro ufficio parrocchiale o di natura istituzionale e burocratica, poiché sentivi una personale incompatibilità con la somma dei doveri amministrativi connessi con tali responsabilità, e chiedevi che si trovasse per te un luogo dove esercitare un ministero sciolto il più possibile da tali legami e vissuto in povertà. Ho preso sul serio questa tua richiesta, anche se con vivo dispiacere per quanto riguardava la tua dichiarata indisponibilità a continuare nell'ufficio di Parroco, e facendoti notare i non facili problemi da risolvere, perché ti si potesse trovare in breve tempo un impegno che avrei voluto il più adeguato possibile alle tue capacità. Per questo è stata per me occasione di viva sorpresa intendere l'affermazione fatta recentemente a Balbiano e Colturano, dove si dice che tu avresti loro dichiarato che eri disposto a ritornare in parrocchia se si fosse data una soluzione ai problemi dell'Asilo. Poiché nel colloquio avevo dichiarato che per i problemi dell’Asilo la Diocesi era pronta a esaminare ogni soluzione ragionevole, non mi è parso possibile che tu abbia potuto in seguito fare una dichiarazione del genere. Non posso, infatti, credere che tu abbia voluto mentire al tuo Vescovo e ti chiedo dunque di rassicurarmi al più presto su questo punto. Tuo cordialmente Carlo Maria Card. Martini Al che risposi di botto. Eminenza Reverendissima Card. Carlo Maria Martini Milano 17.12.1983 Mentre ricevo la Sua lettera, consegno un'altra a mons. Renato Corti, invitandolo a porre fine ai tanti equivoci sulla situazione imbarazzante in cui mi trovo nei riguardi di Balbiano. A quelli di Balbiano ho sempre detto e ripetuto, soprattutto in questi giorni (per telefono, a chi mi chiedeva più che una semplice risposta alle loro pretese di un mio ritorno) che la questione Asilo è stata una delle varie difficoltà incontrate in quei due paesi. Non ho mai detto, soprattutto ora, che "vorrei ritornare", Asilo chiuso. Anzi, il contrario. Mons. Renato Corti lo potrebbe confermare dalle due lettere che gli ho scritto in questi giorni. Mi dispiace moltissimo che Lei, Eminenza, abbia avuto un benché minimo dubbio circa la mia sincerità. Rimango amareggiato. E ciò che ancor più mi amareggia è, scusi la franchezza, il gioco dello scaricabarile che sta facendo mons. Mezzanotti. Non fa altro che ripetere: «Se don Giorgio vuole, può ritornare». E l'equivoco di un mio ritorno (se lo volessi) prende sempre più piede a Balbiano, soprattutto ora che sono illusi di aver risolto il problema dell'Asilo. Il mio dramma è che non posso difendermi. Dovrei forse dire che non mi piace più tornare, dopo averli illusi per cinque mesi? A chi la colpa? Tutta mia? L'Asilo è stato l'occasione per la mia decisione. Occasione non da me cercata, non programmata, non inventata. Occasione, e non altro. Forse Qualcuno ha voluto così. In tutto questo equivoco gioca molto anche la non rassegnazione a perdermi da parte di tutta o quasi una popolazione, e la non del tutto sincerità reciproca (anche da parte della Curia) di dire le cose come veramente stanno. Da parte mia, mentre con Voi sono stato più che sincero, ora mi trovo a non poterlo essere con quelli di Balbiano. Ci sono diverse cose in mio favore. Non sono più ritornato a Balbiano, nonostante ripetute


richieste. Ho sempre smorzato le diverse iniziative di dimostrazioni popolari o altro. Ho sconsigliato che andassero in Curia, in questi giorni. Diverse volte non mi sono fatto trovare per non avere incontri inutili. Bugie che mi saranno perdonate, se Dio perdona quelle dei miei Superiori. Dopo la Riunione di martedì 13, non faccio altro che ripetere, per telefono, che ormai tutta la questione della mia scelta è nelle mani del Cardinale, intendendo con questo che la mia scelta va al di là di una questione di contrasto su un problema particolare, come l’Asilo. Tuttavia, Eminenza, tutta questa situazione fa riflettere su tante cose. Perché, ad esempio, tutto un paese rivuole ad ogni costo un prete... ? Perché nei riguardi di certe strutture non ci sia, tra la povera gente, tanta simpatia... ? Perché la povera gente, se deve scegliere, sta dalla parte di chi ci vive accanto e non si accontenta più di semplici promesse... ? Perché i piccoli paesi vorrebbero anche per loro l'intervento diretto di chi sta in alto... ? La gente è stufa di essere presa in giro, Eminenza! E se ho dato le mie dimissioni, le ho date anche perché non mi ritenevo in grado (è più che verità sacrosanta) di venire incontro a tutte le loro richieste, senza illuderle, perché, prima o poi, sarei uscito da certi schemi, che per forza di cose occorre rispettare, per poter fare il parroco o prete di parrocchia. L'Asilo ne è solo un esempio: sull'Asilo non facevo solo un problema economico. Non vedo l'Asilo privato in quanto privato. Non sono novità, perché ho sempre detto o scritto queste cose. Così come a mons. Renato Corti (e non solo a lui) ho detto come intendevo condurre la parrocchia. Da qui è nato il dovere di trovare una soluzione alle mie convinzioni, soluzione da cercare fuori da un contesto parrocchiale. Eminenza, ho sempre avuto rogne, per avere detto la verità. Se avessi agito diversamente, avrei fatto carriera! La pregherei di leggere ciò che ho scritto e consegnato oggi a mons. Corti. Avrebbe una conferma che il mio attuale dramma non è "voler" ritornare a Balbiano (l'Asilo non è stato forse risanato?) ma far capire a quella popolazione che la mia decisione è irrevocabile. Lunedì pomeriggio partirò per S. Bartolomeo in Val Cavargna ad aiutare il parroco, che mi ha pregato di rimanere fino al 9 o 10 di gennaio. Al ritorno, vorrei avere un colloquio con Lei, per sottoporLe quanto vorrei fare in Diocesi. Ho già una mia proposta. […] Vorrei poter meritare ancora la Sua tanto desiderata fiducia. Sinceri auguri di S. Natale. Suo don Giorgio De Capitani A questa lettera non ho più ricevuto alcuna risposta né colloquio. Almeno, finora. Aprile 1984. (25/continua) Ai primi giorni di gennaio 1984 compariva un articolo su "L'Unità", con la firma di Giorgio Villani. "DIMISSIONATO" IL PARROCO TROPPO ATTIVO Sembra un racconto d'altri tempi, uscito magari dalle pagine del libro “Cuore” ed invece si è verificato nei giorni scorsi a Colturano, un comune della provincia di Milano. Gli ingredienti ci sono tutti, un parroco che viene mandato in un piccolo paese della nebbiosa periferia milanese, il suo felice inserimento nella collettività, gli ottimi rapporti subito raggiunti con gli amministratori della Giunta di sinistra, poi, improvvisa come un fulmine a ciel sereno, la notizia del suo trasferimento alla quale fanno seguito manifestazioni


popolari, raccolte di firme, il mesto caloroso addio e l'impegno di cittadini e amministratori di fare tutto il possibile per farlo tornare. «Noi, dice una signora di questo comune, continueremo infatti a batterci perché riteniamo ingiusto il suo allontanamento». La vicenda ebbe inizio ai primi di luglio, quando don Giorgio, un prete di 45 anni che da sempre si occupa attivamente dei problemi di handicappati, viene mandato come parroco nella parrocchia di Colturano. Poche settimane dopo, don Giorgio è già inserito attivamente nel tessuto sociale di questo comune. «Grazie al suo calore umano e alla sua sensibilità, ci sottolineano, era infatti riuscito a creare un clima nuovo di partecipazione alle iniziative e di fraterna simpatia tra i fedeli». «Da quei giorni, prosegue un'altra signora, ho notato in chiesa molte persone che non avevo mai visto prima». A Colturano esiste però un problema: la scuola materna parrocchiale. Nonostante i contributi comunali ogni anno l'attività di questa struttura fa registrare passivi che oscillano tra i 15 e i 20 milioni. Don Giorgio decide quindi di incontrarsi con gli assessori della Giunta di sinistra per trovare una soluzione al problema, magari attraverso il passaggio della scuola allo Stato e al Comune. Ottenuta la disponibilità degli amministratori, scrive al Cardinale Martini evidenziando tra l'altro che, non esistendo alcuna via d'uscita alla disastrosa situazione economica venutasi a creare, si rende necessario il trasferimento gestionale, «in mancanza del quale, conclude sostanzialmente il parroco, per non deludere le aspettative degli abitanti di questo comune, mi vedrei costretto a rinunciare all'incarico». Mentre i giorni scorrono veloci e don Giorgio resta in fiduciosa attesa, gli abitanti di Colturano, a fronte delle pericolose tensioni internazionali, decidono di costituire un comitato per la pace alla quale aderiscono immediatamente le associazioni, partiti politici "esclusa la DC", e lo stesso parroco che contribuisce anche alla stesura del documento costitutivo. Siamo ormai a dicembre e con le prime iniziative per santificare il Natale cominciano anche a serpeggiare le voci di un possibile trasferimento di don Giorgio; poi, la notizia che la stragrande maggioranza dei cittadini di questo comune non avrebbe mai voluto ricevere, diventa ufficiale; la Curia ha "accettato" le dimissioni del parroco. Inizia la mobilitazione degli abitanti; parecchi cittadini chiedono l'intervento del sindaco; la Giunta di sinistra facendosi partecipe delle continue sollecitazioni prende contatti con la Curia; la protesta arriva fino in Chiesa, quando il vicario episcopale, monsignor Sandro Mezzanotti celebra l'ultima Messa con don Giorgio. Il parroco lascia Colturano non prima di essersi incontrato con il sindaco compagno Mario Guffi e aver donato al comune i molti libri della sua biblioteca personale. La mobilitazione, che è ormai generale, non tende però ad attenuarsi, tanto che vengono raccolte centinaia di firme da inviare al cardinale Martini. Il 13 dicembre sì svolge anche un’assemblea pubblica presso il salone parrocchiale nel corso della quale monsignor Mezzanotti conferma, al numerosissimo pubblico presente, che la Curia di fronte al "diktat" sulla scuola non ha potuto fare altro che accettare le dimissioni. Tre giorni dopo, mentre l'eco dell'assemblea non si è ancora sopita, il sindaco riceve una lettera con la quale la Curia comunica la decisione di chiudere al termine dell'anno scolastico la scuola materna parrocchiale. Poche righe che hanno avuto il potere di gelare amministratori e cittadini di questo comune che si domandano ora quali sono i veri motivi per i quali don Giorgio ha dovuto lasciare Colturano. Giorgio Villani Quali sono i veri motivi per i quali ho dovuto lasciare Balbiano e Colturano? Ho cercato di dir qualcosa con questo scritto anche se rimarranno ancora tanti punti interrogativi.


GRAZIE E adesso che il sipario è calato su Balbiano e Colturano, e un grande silenzio avvolge l'evolversi dei fatti, al pensiero che questa gente ritornerà "nel suo guscio" rendendo vita difficile a chi, con altrettanto amore che ho valuto dare io, tenterà un nuovo dialogo non posso e non potrò dimenticare il bene che io ho ricevuto, e tanto, da loro. Non penso di aver ricevuto un torto. Se non quello di avermi convinto ancor più che tanti torti li abbiamo noi, struttura di Chiesa, ancora stretta, pesante, fredda, aristocratica... Tante cose ho capito e vorrei mai più dimenticare. E in particolare questo. Cioè che la gente oggi vuol essere capita. Amata. Accettata. E il resto, che creda o non creda, che venga o no a messa, poco conta, purché avvenga un dialogo di sincera umanità. Se tanto male ho fatto lasciando “soli” quei due paesi, penso di avere aperta una strada. Sì, solo aperta. Agli altri tracciarla meglio, e continuare. (26/continua)

A venti e più anni dai fatti successi in quei quattro o cinque mesi del 1983, posso stendere ora alcune considerazioni. A freddo, come si dice. Ma il calore ce l’ho ancora dentro. E che calore! Prima serie di considerazioni. Dopo tre o quattro giorni dalla mia partenza da Balbiano e Colturano, la Curia di Milano comunicava all’Amministrazione comunale che l’Asilo parrocchiale avrebbe chiuso entro la fine dell’anno, e che sarebbe passato allo Stato o al Comune. Dunque, ecco la domanda: a che cosa erano servite la mia lotta e la mia partenza? Non ero stato preso in giro? Per rispondere, bisogna tener conto di una cosa che forse la gente comune non riesce ad afferrare. Quando si intraprende una lotta, e una lotta dura, ponendo condizioni intransigenti (“o così o me ne vado”), se ciò succede tra la Curia e un prete (almeno a quei tempi) non c’è via di scampo: la Curia, cioè la Gerarchia, non può cedere, e ne fa una questione di principio. Vede le mie condizioni come un ricatto. Perciò non si discute: la Gerarchia non può perdere la faccia, perché metterebbe a rischio la propria autorevolezza o, meglio, il suo potere gerarchico. Se io avessi lottato ma rispettando i tempi, i lunghi tempi della Gerarchia, tempi necessari perché la Gerarchia assorbisse le mie richieste facendole proprie, così da apparire davanti alla gente che l’intervento proveniva dall’alto, unicamente dall’alto, allora non sarebbe successo ciò che è successo. Io ho avuto il torto di accelerare quei tempi di assorbimento. Ma non potevo aspettare! Ecco il punto. Mi trovavo con l’acqua alla gola. Quando sono partito, il ricatto era finito, e la Curia è intervenuta accettando le mie richieste. Anche perché non si poteva fare altro. Era necessità. Tanto più che io sono stato l’ultimo parroco a Balbiano e Colturano: i due paesini sono passati subito dopo sotto la Diocesi di Lodi! Ognuno con un proprio prete! Di preti Lodi ne aveva in abbondanza! Ma c’è un’altra cosa da dire. In ogni lotta è necessario l’elemento sacrificale: un capro espiatorio. Uno si deve sacrificare per il bene della collettività. I princìpi sono intoccabili: le persone non contano come i princìpi. Non importa se poi, sacrificata la persona, i princìpi cedono di colpo. L’Asilo parrocchiale, finché rimanevo, doveva essere parrocchiale. Poi, dopo la mia partenza, in pochissimi giorni i famosi principi sono crollati. Sì, perché la Curia non diceva mai alla gente che non poteva cedere perché io avevo accelerato i tempi. No! Sosteneva sempre che l’Asilo doveva essere parrocchiale, perché era un bene preziosissimo in quanto “parrocchiale”. Soprattutto in paesini dove il comunismo avrebbe rosicchiato la testa dei bambini, mediante il suo ateismo distruttivo di ogni fede in Dio. Ma


quando sono arrivato a Balbiano, dov’erano i bambini? Non li ho trovati in chiesa! Nonostante l’Asilo parrocchiale! Come “parrocchiale” l’Asilo era un fallimento: la gente mandava i bambini all’Asilo perché l’Asilo parrocchiale era l’unico, e l’Asilo - per chi non sapesse - è un diritto. Parrocchiale o non parrocchiale, i genitori hanno diritto a mandare i figli all’Asilo del paese. E se l’unico è quello Parrocchiale, la gente se ne frega che sia parrocchiale. Manda i bambini e pretende giustamente che siano curati come si deve, che ci siano insegnanti competenti, e che sia rispettata la libertà di razza, di cultura e di fede. In altre parole: un paese che abbia solo un Asilo parrocchiale o confessionale (di una sola fede religiosa) per me è anticostituzionale! Non c’è libertà di scelta. Posso ammettere un Asilo confessionale, purché ci sia nel paese anche l’Asilo statale o comunale. Qui occorre chiarire una cosa. Nella mia lotta per l’Asilo di Balbiano e Colturano sembra che l’unico problema sia stato quello economico. Certo, questo problema c’era. Ma c’era anche perché il Comune giustamente non aveva interesse a sostenere l’Asilo parrocchiale. Per una questione di principio. E qui il principio è importante! I maligni penserebbero subito che il Comune, essendo “rosso”, se prendeva in mano l’Asilo, poteva indottrinare meglio i bambini. Ma se il paese era già tutto “rosso” e se in chiesa all’inzio c’era il deserto! Quando ero a Sesto S. Giovanni - avevo già i miei forti dubbi sulle istituzioni cattoliche, tanto è vero che consigliavo sempre ai genitori di non mandare i figli nelle Scuole private! in uno dei colloqui personali che ho avuto con il cardinale Martini, alla domanda: “Che cosa pensi delle scuole pubbliche?”, risposi: “Eminenza, dalle nostre scuole private escono che sono atei; dalle Scuole pubbliche potrebbero uscire più credenti!”. E dissi di più: «Eminenza, nelle Scuole pubbliche gli insegnanti sono migliori, più competenti. Le Scuole private hanno l’unico vantaggio per i genitori che l’orario è più elastico e che non permettono scioperi. E so di Scuole private, in mano a Suore, che non favoriscono l’inserimento di handicappati (costerebbero troppo!) e che, tra un bambino povero che non può pagare tutta la retta e un ricco, scelgono sempre il ricco!». E aggiunsi: «Eminenza, le Scuole private religiose di cattolico hanno ben poco!». Allora era così. E adesso? Ripeto: avere in un paese solo l’Asilo parrocchiale è anticostituzionale: non si rispetta la libertà di scelta. Non solo. Possono i genitori essere costretti a mandare i figli in un Asilo privato la cui retta è superiore a quella della scuola statale? Non è una forma di ingiustizia? Certo che lo è, se l’Asilo è un diritto! (27/continua) venti e più anni dai fatti successi in quei quattro o cinque mesi del 1983, posso stendere ora alcune considerazioni. A freddo, come si dice. Ma il calore ce l’ho ancora dentro. E che calore! Una seconda serie di considerazioni. Già l’ho accennato nel Diario. Almeno per me non è stato facile passare da una grossa città come Sesto S. Giovanni, con tutte le sue immense problematiche sociali, ad un piccolo paese. Qualcuno direbbe: meglio un piccolo paese, dove si può rimanere tranquilli. Per me non è stato così. Forse perché a me piacciono le situazioni difficili, fare il prete nell’inferno. Ma per situazioni difficili non intendo quelle di tipo economico. Le vere problematiche sono quelle sociali, quelle che prendono l’uomo concreto nella sua realtà sociale, nel suo ambiente di vita a contatto con la società in cui vive. Ora immaginate: da una parrocchia vastissima (25 mila anime!) di una città come Sesto S. Giovanni (a quei tempi forse era più problematica di quella odierna), impegnato com’ero nel sociale, ad una piccolissima comunità (per di più divisa in due, per cui i problemi erano doppi, e inizialmente di tipo economico), il passaggio è stato a dir poco traumatico. Anche nel prete gioca molto la psicologia. Il prete è un uomo come un altro. Forse lo è di più, proprio perché si sente per vocazione incarnato nella realtà più umana, anima e corpo. La gente comune non capirà mai l’”umanità cristiana” del prete. Per “cristiana” intendo


quell’umanità che fa parte del Cristo radicale. E il Cristo radicale non è come una piuma volteggiante nel cielo infinito. Cristo ha toccato nel vivo la carne umana. Anche Cristo si è trovato “solo” o, meglio, ha vissuto la solitudine divina più paradossale. Si sentiva “Uomo” tra gente per nulla “umana”. Gente che aveva tradito l’Umanità. L’aveva tradita in nome di principi come piume volteggianti nel cielo... chiuso da nubi dense di tenebre. Questo Cristo mi affascina, proprio perché me lo sento vicino, e questo Cristo mi fa paura perché non vorrei subire la sua sorte. Vistomi chiuso in una prigione di solitudine e di cose inutili (le questioni economiche), ho tentato di uscire. Subito. Rompendo qualcosa. Dapprima un vetro per far entrare un po’ d’aria pura. O, meglio - per non offendere il paese -, un po’ di speranza, di cui quel paese aveva bisogno. La mia rabbia iniziale è stata quella di vedere un paese distrutto da secolari chiusure ecclesiastiche. Come non capire l’anticlericalismo di quel paese che si era sentito per secoli tradito da una gerarchia per nulla “cristiana”? Oggi, purtroppo, la maggior parte della gente ha dimenticato di essere “figlia” di una nobile generazione “rossa” che ha lottato per ideali, oggi buttati di colpo nella merda berlusconiana. Io mi sento ancora parte viva di quella generazione “rossa”, anche se tutto è cambiato, anche il cosiddetto comunismo popolare. Lasciando quei due paesi, non ho affatto voluto condannare la loro lotta. Solo ho tirato troppo la corda, e l’ho tirata pensando che stavolta avrei vinto io. Anche perché le ragioni per cui lottavo erano troppo “ragionevoli” per essere messe in discussione, nemmeno in nome di un principio, quello del rispetto dell’autorità che non va mai sfidata e tanto messo messa alle corde. Pensavo che le mie ragioni prevalessero sui torti di certi pregiudizi secolari. Ma non è stato così. Ancora una volta ha vinto il principio della forza del potere autoritario, pronto però, subito dopo - tre o quattro giorni dalla mia partenza - a riconoscere le mie “ragioni”. Io assente, però! È chiaro: se il problema economico dell’Asilo non avesse chiuso ogni via d’uscita, e se ci fossero stati altri spiragli per aprire qualche porta alla speranza, le cose sarebbero andate diversamente. Non so cosa sarebbe successo! Ma penso che avrei fatto ciò che sto facendo qui a Monte. Ma la storia di Monte è diversa, molto diversa, anche perché dalle mie dimissioni di parroco a Balbiano alla nomina di collaboratore pastorale qui a Monte sono passati ben dodici anni. E in dodici anni quante esperienze di vario tipo! E non è che qui a Monte inizialmente le cose siano andate meglio che a Balbiano, tranne che a Monte non sono state di tipo economico. E quando la gente mi tocca nelle mie convinzioni, non sono così pronto a dare le dimissioni come ho fatto a Balbiano! Con le autorità sono costretto a cedere, anche perché sono “incaricato” da loro a fare il prete di parrocchia. Con la gente l’è un’altra roba! Non è la gente che mi nomina parroco o altro: di fronte ad una comunità mi sento libero, perché con la gente non ho alcun legame elettorale! Se la devo mandare a quel paese, la mando. E ci rimango! Ci rimango finché il mio cardinale mi lascerà! Un dato è chiaro: anche a Monte inizialmente ho sofferto la solitudine di un piccolo paese. Solitudine soprattutto ideologica! Se nella Bassa milanese, in quegli anni ottanta, un prete di sinistra era raro ma la gente lo accoglieva a braccia aperte, ancora oggi un prete di sinistra è raro, ma la gente non lo sopporta, ne ha vergogna, preferendo un prete di destra o tradizionale nel senso peggiore del termine. Qui a Monte però il tempo ha giocato in mio favore: man mano si sono aperti altri cieli, nella speranza che se ne aprano altri. Comunque, non mi illudo troppo! Anche i sogni si frantumano! Anche gli ideali si offuscano! D’altronde, il Vangelo parla spesso di seme che deve marcire. Le stagioni della storia hanno i loro ritmi, e possono durare a piacimento dei capricci umani. Per di più, parlare di stagioni della storia è fare un’offesa alla natura. Nella natura le stagioni sono sempre vita, anche l’inverno. Nella storia l’inverno sembra morte. Ma... la storia per fortuna è nelle mani di Dio, il quale agisce, nonostante la Chiesa. E per Chiesa intendo la sua


struttura gerarchica, e intendo quella struttura popolare che ha venduto l’anima al dio dell’avere. Un prete di Sinistra è scomodo: è più che naturale. Un tempo veniva fatto fuori dalla struttura della gerarchia, oggi viene fatto fuori dalla struttura della comunità cosiddetta cristiana! (28/continua)

A venti e più anni dai fatti successi in quei quattro o cinque mesi del 1983, posso stendere ora alcune considerazioni. A freddo, come si dice. Ma il calore ce l’ho ancora dentro. E che calore! Una terza serie di considerazioni. Dai colloqui avuti, dalle lettere scritte, dal comportamento della gerarchia milanese può sembrare che ci si trovi di fronte, oltre che ad eccessiva rigidità, anche a qualcosa che potrebbe far pensare a cattiva fede. Non mi sento di affermarlo. Nei miei Superiori, forse per partito preso, ho sempre presupposta la buona fede. Non posso ammettere che ci sia tra la gerarchia ecclesiale nemmeno uno che possa agire con l’intenzione di fare del male. Per me sarebbe il colmo. Ma, dal momento che lo stesso Gesù ha avuto tra i suoi Apostoli un traditore di nome Giuda, può capitare di incontrare un Superiore che agisca con animo cattivo. Ma la gerarchia in sé non può essere giudicata male in toto. Almeno da parte mia c’è un rispetto dei ruoli, e c’è un rispetto della funzione dei ruoli. La gerarchia non può agire diversamente: è gerarchia che ha il compito di far rispettare un certo ordine, certe leggi. La gerarchia è legata strettamente alla struttura. E la struttura può anche cambiare in realtà cambia -, ma ha i suoi tempi, i suoi ritmi, le sue scadenze. Ed è qui il mio problema. Perché non accelerare un po’ questi tempi, questi ritmi, queste scadenze? Si dice che la Chiesa cammina con i piedi di piombo. Non potrebbe accelerare un pochettino di più i suoi passi? Distinguerei tra i Superiori coloro che osservano alla perfezione norme e canoni, fermi al passato, quasi immobili, ignari dei segni dei tempi rivelatrici della Novità di Dio, e coloro che cercano di alzare un po’ la testa, per scoprire il domani che avanza. Parole come “tradizionalista” e “progressista” non rendono bene ciò che vorrei dire. Non ho mai distrutto il passato per guardare solo al presente, e tanto meno ignorare il presente per guardare all’aldilà. Io amo il presente che ha le sue radici nel passato, e che mi porta verso il domani. Il presente è carico di energie latenti, da sviluppare per preparare un domani migliore. Io ho un vantaggio: non solo legato a esigenze di potere, il quale potere ama l’ordine costituito, un presente immobile, e teme ogni Novità. Sì, ho un vantaggio: quello di essere un prete “libero”. Ma devo dire una cosa: sono così perché è stata una mia scelta. Magari potevo far carriera, se avessi amato l’ordine per l’ordine. Perché non riconoscerlo? Non mi si deve venire qui a dire: “Bello tu che puoi fare quello che vuoi! Se tu fossi al posto di quel Superiore cosa faresti?”. Ti risponderei: “Non potrei mai essere al posto di quel Superiore, con il mio passato di scelte ben precise che mi hanno scartato la strada per far carriera!”. Tutto qui! Ai miei Superiori ho sempre chiesto e tuttora chiedo non di tradire il loro ruolo (dovrebbero il giorno dopo dare le dimissioni, e il loro posto sarebbe preso da altri Superiori), ma chiedo di alzare un po’ la testa, e di scoprire i segni dei tempi della Novità di Dio. E questi segni, caro Superiore, Dio li semina nel campo arato da quei contadini che ogni giorno si sacrificano per la loro terra, e si sacrificano perché la amano intensamente. Mi ricordo di aver detto a un Superiore molto in alto che noi preti di paese siamo i badilanti della Chiesa, ma che vedono “la realtà” più dei dottori gerarchici. Siamo a contatto della terra, e riusciamo a vedere i semi che ci sono dentro. Ai miei Superiori ho sempre chiesto e chiedo di ascoltare le voci dissonanti, di prestare


attenzione ai dissidenti, di non chiudersi come ricci quando ci sono problematiche che possono a prima vista compromettere l’ordine costituito. Ai miei Superiori ho sempre chiesto e tuttora chiedo di amare l’Uomo, prima della legge. La legge è al servizio dell’Uomo. L’ha detto Cristo. Le strutture sono importanti. Non possono non esserci. Ma le strutture, se non hanno l’anima dentro, sono morte, e mortificano l’Uomo. Ai miei Superiori ora chiedo che la religione sia messa al servizio del cristianesimo, e non viceversa. Il cristianesimo è anche religione (attenzione, però, a dirlo con superficialità!), ovvero un insieme di riti, di norme ecc., ma il cristianesimo non si identifica con nessuna religione. Non so, forse mi sbaglio, forse mi credo un presuntuoso, può darsi. Penso che, a dire queste cose con tale chiarezza, sia uno dei pochi che vedono lontano, a ritroso. Sì, a ritroso. Il cristianesimo è il Cristo radicale, un Cristo che si è perso nella nebbia dei secoli, fino ad oggi. Ai miei Superiori ora chiedo di servire il cristianesimo più che la religione cristiana, più il cristianesimo che il cattolicesimo. Senza nulla togliere di ciò che di buono il cattolicesimo ha costituito lungo la sua millenaria storia. Ai miei Superiori ora chiedo di “servire” i preti che, proprio perché hanno fatto la scelta di essere “liberi” (e a quale prezzo!), vedono “meglio” i segni dei tempi, per una Chiesa più evangelica. I preti “liberi” possono dire verità scottanti che i Superiori pensano ma non possono dire. Noi vi capiamo, ma voi capite noi! Chiudete se non altro un occhio, e lasciateci dire e fare ciò che voi pensate e vorreste fare. Rispettiamo i vostri ruoli gerarchici, ma voi lasciateci vivere, in libertà, per la libertà della Chiesa! (29/continua)

A venti e più anni dai fatti successi in quei quattro o cinque mesi del 1983, posso stendere ora alcune considerazioni. A freddo, come si dice. Ma il calore ce l’ho ancora dentro. E che calore! Una quarta serie di considerazioni. Un discorso a parte merita il cardinal Carlo Maria Martini. È vero che era lui il mio vescovo negli anni ‘80, quando è successo quel che mi è successo a causa di un Asilo parrocchiale, già nei primi mesi quando ero parroco a Balbiano e Colturano. Precisiamo subito: il cardinale non può fare tutto da solo, e, anche se vedesse le cose in modo diverso, deve pur fidarsi dei suoi più stretti collaboratori. Mettiamoci un po’ nei suoi panni. Ed io cercavo di mettermi nei suoi panni a quei tempi, anche se pretendevo qualcosa di più dal mio cardinale: che prendesse in mano lui personalmente la situazione. Ma nello stesso tempo sapevo che non lo poteva fare. Se l’avesse fatto, immaginatevi la reazione della Curia! Martini si sarebbe trovato poi “solo” nel gestire tutto il resto della Diocesi! Già in quegli anni iniziava a sentire quella solitudine curiale che in seguito lo avrebbe fatto soffrire, fino alle sue dimissioni. Non è a dire che un vescovo sia libero di fare i cavoli che vuole! La gerarchia attanaglia anzitutto il capo, che si sente con le mani legate (anche se il cuore pulsa come vuole!) dalla struttura curiale. Lo stesso lo si deve dire del Papa. È un tema interessante quello della “solitudine” del vescovo o del papa! Ma la mia storia col cardinal Martini era iniziata prima, subito qualche mese dopo il suo ingresso in Milano. Giovanni Paolo II lo aveva eletto alla cattedra episcopale di Milano il 29 dicembre 1979. Il 6 gennaio 1980 veniva consacrato Vescovo in S. Pietro a Roma, e il 10 febbraio faceva il suo ingresso ufficiale nella Diocesi milanese. Mi ricordo la prima impressione che ebbi al sentire il nome di Martini, allora illustre studioso della Bibbia, Rettore Magnifico della Pontificia Università Gregoriana. In realtà non lo conoscevo, ma,


essendo un biblista senza particolare esperienza pastorale, non avevo certo gradito la sua nomina. Soprattutto dopo un cardinale, come Giovanni Colombo, che non mi aveva entusiasmato, anzi mi aveva fatto vedere più di una stella. Proprio per le mie precedenti esperienze non del tutto positive nelle relazioni con i Superiori e la Curia milanese - mi trovavo a Sesto ormai dal 1974 - sul momento decisi di rischiare il tutto per il tutto scrivendo personalmente, nella primavera del 1980, al nuovo cardinale, presentandomi per quello che ero e per quello che apparivo agli occhi dei Superiori. Fu la mia fortuna. Il cardinal Martini mi rispose prendendomi subito a cuore. Da lì iniziarono i miei rapporti di estrema sincerità. Quando ci si incontrava, voleva che parlassi io, e lui mi ascoltava. Poi diceva la sua. In quel periodo, Martini stava recuperando numerosi preti alla deriva, bastonati fino alla pazzia, in quegli anni del ’68 in cui bastava che si muovesse una foglia perché venissimo giudicati contestatori, ribelli, sessantottini, da rimettere in riga oppure… si finiva male. Sul libro nero della Curia! Erano anni in cui un povero prete di campagna, fuori dalle lotte studentesche che coinvolgevano soprattutto le città o i grossi borghi, si sentiva accusato come ribelle solo perché, per un suo pallino evangelico, tentava qualcosa di nuovo tra i giovani. In una Visita pastorale a Cambiago allora piccolo paese, nelle vicinanze di Gessate e di Agrate, dove sono rimasto come collaboratore parrocchiale dal 1966 al 1973 - il cardinal Giovanni Colombo, mentre attraversava il borgo, aveva notato alcuni giovani con il pugno sinistro alzato, e naturalmente… aveva pensato a me, che ero allo scuro di tutto. Durante la Messa ebbi la sfortunata idea di cantare una canzone che richiamava la povertà, senza forse quella carica allusiva che invece fu giudicata come irriverente dal grande Pastore. Fui richiamato, e mi disse su due piedi che non l’avrei passata liscia. Il giorno dopo, mentre era in Visita pastorale a Bellinzago (paese a pochi chilometri da Cambiago), il Segretario mi fece pervenire una lettera di sua Eminenza, in cui, in poche parole, mi si diceva che la mia pastorale tra i giovani era… pericolosa. Tanto da avergli tolto il sonno nella notte precedente! Pensai: “Certo che sono proprio pericoloso se riesco a togliere il sonno perfino a un cardinale!”. Un “pisquano” di prete qualunque sarebbe rimasto inosservato! In che cosa posso aver creato un pericolo alla mia Diocesi? Si criticava il mio modo di condurre la parrocchia, le storte idee che stavo inculcando nei giovani, le iniziative che facevo…

Naturalmente il cardinale era venuto a conoscenza di tutto ciò dal pre-visitatore, un prete speciale della Curia che aveva l’incarico di preparare il terreno alla venuta del vescovo. Veniva qualche mese precedente la visita pastorale, si interessava del paese, si informava, chiedeva, faceva indagini. Tranne che - il pisquano sono stato proprio io - in un colloquio che ebbi con lui avevo detto tutto ciò che facevo, senza nascondere nulla. In quegli anni era proibito l’educazione mista degli oratori: i maschi doveva stare da una parte, le femmine dall’altra. Gli avevo raccontato dei miei campeggi misti, delle mie iniziative socio-caritative, nel campo del recupero degli svantaggiati. In quegli anni avevo dato vita ad un Centro di fisioterapia, alle dipendenze della Don Gnocchi di Milano, sotto la diretta responsabilità di un grandissimo Professore, Silvano Boccardi. Tutto servì per aumentare la dose negativa nei miei riguardi. Perché un prete doveva interessarsi di queste cose? Non spettava a lui! Così mi disse poi il Cardinale. E così via…

L’elenco delle accuse era lungo. In breve: la mia pastorale era tutta da rifare! Dovevo convertirmi! Come al solito, stesi di getto una risposta, e la spedii al Cardinale, il quale subito mi chiamò in Curia. Il colloquio andò per le lunghe, tanto che il Segretario bussò più


volte alla porta dicendo: «Eminenza, ci sono altri preti che stanno aspettando da tempo!». Mi ricordo una frase tra le tante del serrato botta e risposta: «Eminenza, mi mandi in Africa, almeno laggiù starò meglio!». Sapevo che, dicendo così, avrei alterato di più l’animo del mio Vescovo. Erano gli anni in cui i preti più “svegli” chiedevano di andar via dalla Diocesi, e il Cardinale non poteva permetterlo: sapeva benissimo in quale guaio si sarebbe cacciato! Il Cardinale mi rispose secco: «Tu hai bisogno di un mese di clausura!». Risposi: «Non c’è bisogno. In clausura ci sono due ragazze dell’oratorio che pregano per me!». Il colloqui finì com’era iniziato. Non servì a rasserenare gli animi. Venni via, con le mie convinzioni lasciando al cardinale le sue! E il muso duro continuò, fino a quando, nominato collaboratore parrocchiale nella comunità di S. Giuseppe in Sesto S. Giovanni, incontrandolo di nuovo in una Visita pastorale, il Cardinale mi chiese: «Facciamo pace?». Risposi: «Per me va bene», sottintendendo: «Io le mie convinzioni però me le tengo!». Infatti, a Sesto tirai fuori tutto ciò che avevo dentro in quel momento: l’ambiente era favorevole, i problemi allettanti, e la comunità sembrava immersa nella nebbia. Se non altro a Cambiago, i giovani c’erano, ma vivacissimi. A Sesto i giovani c’erano, ma in letargo. A differenza di un paese come Cambiago, la città mi sembrava apatica, immobile, senza alcuna creatività, ferma al tradizionale. Sì, c’era aria ancora di contestazione, ma solo formale: belle canzoni di protesta, ma nulla più. L’impegno sociale rimaneva nelle parole che accarezzavano ideali già traditi in partenza: la realtà problematica era lì, alla porta accanto, ma nessuno voleva sporcarsi le mani. Tutto finiva nella Messa con le chitarre. Tutto finiva in qualche discussione accademica. Nulla che scoperchiasse il tetto di una religiosità disincarnata. Ed eravamo a Sesto! La città brulicava di ragazzini sbandati. Ma nessuno li notava. Il tragitto obbligato era casa-chiesa, chiesa-casa. I giovani avevano un parcheggio in più: i gradini della Chiesa, dove si trovavano a dire cazzate, e basta. La mia rabbia esplose in una serie di iniziative che misero in ansia non solo la comunità cristiana, ma anche i Superiori. (30/continua) A venti e più anni dai fatti successi in quei quattro o cinque mesi del 1983, posso stendere ora alcune considerazioni. A freddo, come si dice. Ma il calore ce l’ho ancora dentro. E che calore! Una quinta serie di considerazioni. Ebbi la fortuna di avere Martini come Cardinale negli ultimi anni del mio ministero pastorale a Sesto. Anni di fuoco. Più che la città di Sesto S. Giovanni infernali furono le situazioni di ottusità contro cui sembrava quasi perdente lottare, dal momento che, quando si è soli o quasi, è impossibile superare certi ostacoli. I Superiori usano tattiche diverse: talora il bastone, talora il silenzio (ancor più duro del bastone), talora delegano indirettamente la comunità a farti fuori. Le strutture, cari miei, sono più che bestie: non ti lasciano respirare più di tanto, ti regolano l’intestino, ti dicono quando e come muoverti. E il colpo mortale arriva quando ti sembra che la porta si sia un po’ aperta. Prova a entrare, e poi ti senti di colpo la porta in faccia, con quel che segue. Più che il dolore fisico, è la rabbia per una speranza sognata e tradita. Certo, il Vangelo parla di seme che deve marcire. Una legge che ha messo sulla Croce lo stesso Cristo. E dalla Croce… sembra che il seme continui a stare sotto terra. Appena esce, lo schiacciano: le strutture ci costruiscono sopra cemento e cemento.

Però mi era di conforto sapere di avere un Vescovo che, pur anch’egli stretto nella struttura ammazza-seme, aveva un cuore capace di oltrepassare la struttura. Per un prete è bello sentirsi in sintonia profonda col suo Vescovo. Talora si avrebbe bisogno di


sentirselo ancor più vicino, ma - già l’ho detto - anche il Vescovo è vincolato da una burocrazia di cui non può fare a meno. Puoi anche sceglierti i migliori collaboratori che vuoi, ma non basta. Chi ha un passo in più, ha un passo in più… e si sente sempre frenato anche da coloro che pensava fossero più aperti, ma che poi in realtà si rivelano bravi burocrati o freddi esecutori di idee per nulla “loro”. Penso che Martini non sia stato capito né dalla Curia né dai preti ambrosiani e tanto meno dalla gente comune, la quale ama l’ordine della rassegnazione o della omologazione che narcotizza cervelli e cuori. La cosa peggiore per un prete è quando si sente costretto a far capire alla sua gente indicazioni pastorali di un Cardinale che vola alto, e vede la sua comunità costretta a subire tali indicazioni. Quale sintonia tra il popolo e la profezia? È una domanda tremenda. Se abbiamo un Cardinale con idee aperte al soffio dello Spirito di Novità, allora ci si sente quasi costretti a sopportarlo finché si può. Se si ha un Cardinale che tira la baracca tanto per superare il momentaccio presente, allora la gente se ne frega, pronta a osannarlo in ricorrenze particolari, tanto per far festa o perché è quasi d’obbligo riverire i personaggi altolocati. Martini non era uno di questi, da manovrare su occasione. E non intendeva far passare il tempo scandendo le solite ricorrenze con frasi fatte o ad effetto immediato. Martini andava capito in quello che lasciava intendere più che in quello che diceva. In certe sue parole si nascondeva un seme. E il seme andava raccolto. Purtroppo non è stato raccolto dalla Diocesi che, come al solito, si lascia prendere dalle novità più banali, e si immerge in un mondo tale di “interessi” da non capire più se la fede è gossip o una cosa seria. Negli incontri col Cardinale una frase mi colpiva sempre: «Tu mi devi aiutare!». Più che un invito, lo sentivo quasi un obbligo morale. E in quelle parole leggevo la solitudine del cuore del Vescovo che batteva per qualcosa che chiedeva una coralità di mani, di cuori, di menti, di idee aperte, di sogni da far calare nella realtà. Tu mi devi aiutare! Sapevo che tanti erano i progetti di Martini: progetti per una Diocesi più aperta al Vangelo incarnato nella misericordia, nella accoglienza, nel sociale, nella politica. Un’accoglienza di braccia aperte ai lontani, ai non credenti, alle persone di buona volontà su tutti i fronti. Ancora una volta ho sentito nel mio Vescovo la solitudine di Cristo: accolto dai lontani, rifiutato dai “suoi”. Forse per questo me lo sentivo vicino, ero in sintonia con lui. Quando Martini era arrivato a Milano, da diversi anni stavo lottando a Sesto S. Giovanni. In mezzo a mille difficoltà. «È Lei che se le cerca!», mi si diceva da più parti. Era vero: ma come potevo pensare di lavorare nel sociale, senza avere qualche rogna? Chi non cerca le difficoltà è perché vuol vivere il solo tran tran. Tra casa e chiesa, e tra chiesa e casa. Magari soffermandosi davanti al sagrato per chiacchierare del più e del meno. È bello parlare con la gente, ma perdere tempo è peccato. Sapere di avere a che fare con più di ventimila parrocchiani, anche se i più erano “assenti” dalla comunità praticante, non permetteva di perdermi in pettegolezzi parrocchiali. E se la maggior parte dei praticanti magari chiedeva più riti, la mia testa era altrove. Più che la testa, il cuore. O ti chiudi in casa, cioè in chiesa, o sbatti la porta ed esci. Bastava un funerale, quando il corteo mi costringeva a osservare attentamente condomini e gente in giro, per caricarmi e farmi decidere. Non parliamo poi delle cosiddette benedizioni natalizie, quando si doveva andare di casa in casa per distribuire un po’ di acqua santa. Allora la nostra Parrocchia aveva scelto (con mille ragioni lodevoli) di andare in giro alla garibaldina, senza inviti particolari. Venivo a casa sconvolto! Deciso a osare di più per una pastorale diciamo dell’incarnazione di Cristo. (31/continua) Una sesta serie di considerazioni. Non è qui il momento di fare tutta la storia della mia avventura pastorale a Sesto S. Giovanni. Ci vorrebbe un libro. Vorrei tuttavia soffermarmi su alcune attività che mi hanno particolarmente affascinato. L’esperienza che mi ha coinvolto anima e corpo è stato il


Doposcuola Sociale, che impegnava ore e ore pomeridiane, tutti i giorni della settimana, tranne il sabato e la domenica (anche se era nelle mie intenzioni estenderlo anche a questi giorni, ma non l’ho potuto mai fare per ordini precisi del mio parroco). Il Doposcuola, partito in sordina, ogni anno si allargava nell’esigenza di offrire più attenzione e accoglienza ai numerosi ragazzi svantaggiati del quartiere. Raccoglieva scolari delle diverse scuole: il che costituiva quell’aspetto di socializzazione più ampia che metteva i ragazzi insieme tra loro, pur non frequentandosi al di fuori della loro scuola. Si era instaurato un bellissimo contatto con le varie insegnanti, soddisfatte del nostro lavoro che faceva di tutto per rispettare il “loro”. Ho parlato di Doposcuola “sociale”: sì, perché quello scolastico non era l’unico aspetto. Si trattava di bambini e ragazzini (il Doposcuola era frequentato da scolari delle elementari e delle medie) che avevano problemi di vario genere, soprattutto familiari e ambientali. Erano quasi tutti meridionali. Allora non c’erano extracomunitari. Qui il discorso potrebbe ampliarsi, visto che oggi più nessuno parla di integrazione meridionale, che allora era un problema altrettanto grave, se non di più, di quello attuale che riguarda l’integrazione degli extracomunitari. Poi, tutto d’un colpo - chissà come! - il problema meridionale si è risolto o, meglio, sparito di fronte all’avanzare prepotente dell’altro, quello extracomunitario. Misteri della vita, o della storia, o di una società che assorbe un problema - in che maniera non importa - appena se ne presenta un altro. E sono sicuro: il problema degli extracomunitari sarà presto assorbito da un altro, appena si affaccerà all’orizzonte. Quel Doposcuola Sociale è stata un’esperienza stupenda dal mio punto di vista, di prete impegnato in una parrocchia dove il problema dell’immigrazione meridionale era forte. Erano gli anni in cui l’occupazione delle case in costruzione era all’ordine del giorno. Occupazione da parte di meridionali, con gli stessi problemi degli extracomunitari di oggi. Ripeto, l’esperienza del Doposcuola è stata meravigliosa: la più bella esperienza che io abbia fatto, da prete. Essere a contatto con dei ragazzi, tutti i giorni (cominciavano a venire alle 12.30 e rimanevano fino alle 17.30), mi arricchiva umanamente, ancor prima che come ministro di Cristo. Non si trattava solo di una decina di ragazzi (un anno ne avevo iscritto più di cento) e non avevo a disposizione l’oratorio (a un certo punto mi è stato addirittura tolta la responsabilità dell’oratorio!). Questi ragazzi, vivacissimi e simpaticissimi - i meridionali hanno doti umane che non ho mai trovato nei nostri ragazzi lombardi! - “occupavano” tre o quattro locali della parrocchia, senza avere a disposizione un metro di terra per giocare all’aria aperta. Tutti dentro, ma tutti contenti di vivere ogni giorno un’esperienza che - l’ho creduto e lo credo tuttora - li avrebbe segnati per tutta la vita. Ho detto “occupavano”: sì, perché in realtà si è trattato di una occupazione quasi abusiva dei locali della parrocchia, inusitati o usati per scopi troppo occasionali. Ho avuto per vie traverse le chiavi, ho aperto, ho messo in un locale un bambino, poi due, poi tre, poi ho preso un altro locale, poi il terzo fino a prendermi tutto il primo piano. Quando la cosa si è risaputa, non potevo più essere fermato. Ci pensano poi i ragazzi a imporsi e farsi valere nei loro diritti. E il parroco ha dovuto, benché a malincuore, accettare il fatto compiuto. Pur mettendomi sulle spine fino agli ultimi giorni della mia permanenza a Sesto. E non c’erano solo i ragazzi e i loro diritti, c’ero anch’io col mio carattere che, quando decide di buttar giù una parete, non ci pensa due volte, senza guardare in faccia se dovesse anche intervenire il Padre Eterno. Contro le strutture occorre un carattere deciso, caparbio, duro come un macigno, e a me non manca, neppure oggi. L’età non mi ha intenerito, anzi. E la gente talora non accetta il brutto carattere: accetta piuttosto la bella struttura che ci frega tutti. Questi ragazzi “abusivi” non avevano dei problemi: ognuno di loro era un problema. Di ordine caratteriale o scolastico o, per la maggior parte, di integrazione sociale. Si stava con loro, per “essere” con loro. Il momento dei compitini era minimo in confronto allo spazio che si dedicava loro. Si cresceva insieme, e ci si confrontava. Anche i ragazzi


discutono, e talora ti fanno sentire in colpa. Si era creato un bellissimo clima di integrazione di valori umani, impensabili in altri ambienti, anche in quelli parrocchiali. Lo posso dire ora anche con orgoglio: i ragazzi del Doposcuola ricevevano valori che neppure la Catechesi riusciva a trasmettere. Da loro esigevo quasi il massimo. Ad ogni sconfitta (quante!), la sera stessa mi chiedevo: che cosa domani farò per riprendere il filo di fiducia con il tal ragazzo che oggi mi ha mandato in crisi? Più che cercare una colpa in lui, cercavo in me il modo “migliore” per riprendere il dialogo. E il clima che si era creato era tale per cui l’educatore veniva quasi accantonato. Diverse volte all’arrivo di un nuovo ragazzo, capitava che alcuni già di casa lo prendevano in disparte e gli dettavano le regole del Doposcuola. Vedevo, gioivo, e lasciavo fare. E quando una ragazza responsabile non si comportava bene, i ragazzi la rimproveravano. Insomma, il Doposcuola era anche loro, soprattutto loro: dei ragazzi. E i ragazzi si sentivano di casa, tanto di casa che non permettevano che qualcuno rovinasse il clima familiare. (32/continua)

Una settima serie di considerazioni. Sto parlando del mio Doposcuola sociale quando ero a Sesto S. Giovanni, nella parrocchia di S. Giuseppe. Un Doposcuola in cui avevo buttato quasi tutte le mie energie umane e che iniziava a dare dei frutti. Quell’indimenticabile esperienza cresceva sotto i miei occhi, e cresceva secondo il principio a me caro, secondo cui prima c’è la persona, poi… tutto il resto. Il bambino ha diritto ad ogni precedenza. Va educato, entrando con lui in un rapporto di totale servizio. Più chiedevo ai ragazzi, e più i ragazzi entravano in naturale simbiosi con quei valori umani che sono dentro ciascuno, come potenzialità illimitate, benché in fieri. Il rischio era che anche i miei ragazzi diventassero vittime di una cultura opprimente e di una educazione alla rovescia. Certo, i tempi e l’ambiente sociale di allora erano diversi dagli attuali: i miei ragazzi di Sesto, essendo emarginati, proprio per questo non potevano diventare vittime di una società che non aveva ancora imparato, come quella moderna, a concedere diritti a tutti senza dare però la possibilità di esercitarli, perché i diritti che hanno i ragazzi d’oggi non sono altro che aborti di diritti. A ripensarci bene, invidio quei tempi: avevo a che fare con ragazzi svantaggiati socialmente, ma ricchi di una tale umanità interiore che difficilmente potrai notare nei ragazzi dei nostri tempi. Ai ragazzi del mio Doposcuola non imponevo nulla, se non l’aprirsi ai valori naturali. I ragazzi devono crescere nel migliore contesto ambientale, senza sentirsi addosso quelle imposizioni che la società bastarda favorisce a piene mani. Essere duri coi ragazzi non significa metterli con le spalle al muro e obbligarli a fare ciò che imponiamo noi. No! La durezza dell’educatore consiste nell’evitare che i ragazzi seguano le mode del momento, obbediscano agli ordini di un sistema sociale disumano e sfruttatore. Duri con le strutture, con il sistema, ma teneri con i ragazzi! Se m’arrabbio, è per chi calpesta il fiore: non me la prendo con il fiore calpestato! Partivo dalle piccole cose. Ad esempio, chiedevo il rispetto reciproco, mi arrabbiavo quando si offendevano. È inaccettabile che i deboli si colpiscano nelle loro debolezze. A esempio, se uno è cieco e l’altro è zoppo, non devono rinfacciarsi i loro difetti. Eppure succedeva così, almeno all’inizio. Poi… i continui richiami ottenevano qualche frutto, e il frutto migliore era riuscire a far capire la legge del servizio: il più grandicello al servizio del più piccolo. Una cosa che ancora oggi, in questo contesto culturale imbevuto della legge dell’imporsi, riesco con fatica a ottenere: addirittura la legge del servizio sembra del tutto incomprensibile nei nostri oratori, dove sta sempre più prevalendo la legge dell’usare gli ambienti, del goderseli senza dare neppure un piccolo contributo: non parlo di soldi, ma di energie vitali. Supposto che i ragazzi d’oggi ce ne abbiano almeno un pochino!


La legge del servizio! È una legge da far imparare già ai poveri, anche se i poveri in quanto tali sono i primi ad osservarla. Chi non si aiuta nel caso del bisogno? Ma i poveri vanno tenuti in guardia, e i ragazzi sono di per sé poveri, deboli, fragili, proprio in quanto ragazzi. Bisogna far loro capire che con il timido avanzare dell’avere la legge del servizio diminuisce per scomparire nel capitale. Non lo dico io perché ho il pallino fisso del capitale come la somma sorgente di ogni male. È l’esperienza quotidiana che ci insegna che l’avere distrugge il rispetto dell’altro, l’amore, la solidarietà, il dovere del mettersi ultimo per gli ultimi. I miei ragazzi del Doposcuola Sociale lo stavano capendo. Il contesto educativo del Doposcuola era favorevole. Lo era di meno il contesto oratoriano o parrocchiale in genere. Sapevano che al Doposcuola c’era la legge dell’uguaglianza. E i bambini dell’uguaglianza hanno un concetto puramente matematico: le attenzioni vanno divise in modo matematico cosicché ciascuno abbia la stessa cosa o lo stesso gesto dell’altro. Quante volte ho dovuto alzare la voce dicendo ad un bambino più fortunato dell’altro: «Non vedi che Marco (invento il nome) ha più bisogno di te!». No! Giovanni (invento il nome) mi rispondeva: «Non è giusto! Ed io chi sono?». Sembrava una battaglia persa. Poi ho capito che i bambini hanno della giustizia una concezione puramente matematica. Tutti hanno diritto alla stessa cosa, alla stessa attenzione… Come far capire la legge evangelica della predilezione dei poveri? Pretendevo che al Doposcuola nessuno mangiasse qualcosa che l’altro non poteva mangiare. Neppure una caramella. Hai mai visto gli occhi di un bambino povero che vede un compagno mangiare un gelato? «Qui non lo puoi mangiare! O tutti o nessuno!». Era duro farmi capire! Ma la legge del tutti o nessuno in questo caso valeva. Eccome! Sempre per proteggere il bambino più sfortunato. (33/continua) Una ottava serie di considerazioni. Una parola a parte merita il gruppo dei giovani e degli adulti impegnati nell’animare e nell’assistere i bambini del Doposcuola Sociale di Sesto S. Giovanni. Inizialmente erano pochi, anche perché la comunità parrocchiale aveva impegnato tutte le sue forze giovanili nella catechesi. Fare la catechista era quasi un obbligo per far parte della comunità: per sentirsi a posto in coscienza. Immaginatevi quale catechesi poteva essere quella impartita da ragazze impreparate! Anche perché fare la catechista - un’oretta la settimana - era l’impegno… più comodo. Costava di meno. Quando ho cominciato a prospettare un impegno più… impegnativo, allora si son viste le facce più strane, i rifiuti, la fuga. Di tempo ce n’è voluto, ma il tempo alla fine premia, se c’è la costanza di insistere nel proporre impegni più coraggiosi, più incarnati nella realtà sociale. Due, tre, quattro… poi dieci, quindici, venti… ragazze e persone adulte (mamme, insegnanti, catechiste). Chissà perché erano tutte donne! L’impegno sociale è forse una prerogativa femminile? Non saprei rispondere. A quei tempi, succedeva così. Poi ho chiesto non solo alle ragazze delle superiori, ma anche alle ragazzine delle medie di venire a dare una mano. È chiaro che non potevo pretendere che tutte le responsabili si impegnassero tutti i giorni. C’era però qualcuna, più di una, che si metteva a disposizione tutti i pomeriggi, ed erano una garanzia. Alcune venivano solo per i compiti. Altre per intrattenere i bambini in giochi o altro. C’era chi era addetta a fare da collegamento con le Scuole, e altre a fare da collegamento con le Assistenti Sociali del Comune. Un bel lavoro di gruppo! I casi di bisogno d’intervento aumentavano a vista d’occhio. Ed era arrivato anche il momento di inserire nel Doposcuola anche giovani che avevano problemi di handicap fisico o psichico. Integrarli con gli altri è stato bello, anche se difficile. Per diverse ragioni. Si tentava ogni sforzo per il meglio, anche degli stessi bambini del Doposcuola che imparavano a convivere con situazioni diverse. Non pensate che tutto filava via liscio come olio. Il bello consisteva nell’affrontare di volta


in volta le varie difficoltà che si presentavano. È chiaro che non bastava la buona volontà. Occorreva anche la presenza di qualche persona qualificata, più preparata, esperta nel campo dell’handicap o del sociale. È sempre stata una mia convinzione: un conto è aiutare i bambini a fare i compiti (qui basta anche una ragazzina delle medie), e un conto è stare con persone affette da handicap particolari (qui occorre una persona esperta). In ogni caso, si è arrivati ad un lavoro di gruppo sempre più qualificato. E ciò dava dei frutti che tutti desideravamo. Ci tenevo che il gruppo dei cosiddetti responsabili capisse “lo spirito” del Doposcuola: non bastava venire, aiutare un bambino a fare i compiti e andare a casa. Occorreva aiutare il ragazzo allargando il discorso all’aspetto più umano-sociale. Su questo insistevo continuamente, con scritti e con riunioni. Volevo assolutamente che entrasse nella testa di tutti, giovani e non giovani, che il Doposcuola era un ambiente di vita, un ambiente aperto, più aperto degli stessi ambienti oratoriani, dove l’elemento fede era indispensabile e poteva creare rotture o rifiuti. Al Doposcuola nessuno doveva parlare esplicitamente di religione! I ragazzi non dovevano essere strumentalizzati per mandarli a Messa o alla catechesi. Se facevano domande sulla fede, si rispondeva. Ma… il fatto che le persone che venivano a dare una mano erano quasi tutte (“quasi”) cristiane praticanti, ciò non era una testimonianza più credibile di tante belle parole inculcate nella testa dei ragazzini? Certo, ho fatto fatica a ottenere di colpo ciò che ritenevo indispensabile per facilitare lo spirito” del Doposcuola Sociale. Ad esempio, chiedevo che anche le persone responsabili non facessero pesare sui bambini il loro stato sociale. Mi spiego. Alle ragazze di un certo ceto sociale (tra le responsabili c’erano anche benestanti), chiedevo che al Doposcuola non venissero vestite da… benestanti, o con l’oro addosso. I bambini guardano, osservano… e si sentono a disagio se tu ti presenti nel tuo stato borghese! Ma c’era di più. Chiedevo alle responsabili il massimo impegno e la costanza. Non dovevano mancare al loro appuntamento, se non per casi di necessità superiore. I bambini, quando la loro animatrice tardava, si agitavano, e mi chiedevano: «Ma quando arriva la mia insegnante?». E, se non veniva, si sentivano traditi. Un giorno - era un pomeriggio in cui c’era anche un po’ di tensione - arriva una responsabile (una bravissima signora!), che mi dice subito: «Non posso rimanere! Devo partecipare al funerale di una mia amica!»: Al che, senza pensarci due volte, rispondo: «Signora, la sua amica è morta: qui ci sono bambini vivi! Rimanga!». Ho notato sul suo volto un po’ di imbarazzo, quasi un gesto di dissenso, poi probabilmente avrà ricordato le parole di Cristo: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti!». Ed è rimasta. Quando ricordo questo fatto, oggi, quasi tutti mi danno del matto, come dire: “Lei non può pretendere simili cose!”. Ma se lo dice il Vangelo? Un altro fatto, che ricordo sempre con particolare devozione. Era deceduto il papà di una animatrice. Ero preoccupato di sostituirla per quel giorno al Doposcuola. Chi avrebbe curato i suoi ragazzini? Non trovando nessuno, li avevo messi con un altro gruppetto di amici. Ed ecco arrivare la ragazza. Immaginate la meraviglia di tutti, me compreso. Una meraviglia che è stata una grande lezione di Vangelo! Altro che non devo pretendere certe cose! Quella ragazza era andata oltre le mie pretese! (34/continua) Una nona serie di considerazioni. Il Doposcuola Sociale dava anche la possibilità di far vivere ad alcuni ragazzi l’esperienza del campeggio, al mare, presso Deiva Marina, vicino alle Cinque Terre. Erano giorni in cui si potevano conoscere altri risvolti del loro carattere: vivere tutto il giorno insieme è un’altra cosa. Questo succede per tutti. Anche per i ragazzi. Ci si conosce meglio: nei pregi e nei… difetti. Era un’esperienza indimenticabile. Dico subito che i ragazzi venivano in campeggio “gratuitamente”, e che venivano serviti “gratuitamente”. Non solo. Chi li serviva pagava la propria quota. Come potevamo sostenere le spese? Del resto il Doposcuola già


in sé aveva un suo costo: fogli (quanti!), matite, pennarelli, giochi, attrezzature, filmini, ecc. Un’entrata veniva dalla raccolta della carta usata. Quanta carta portata al macero! Allora era conveniente: c’era un utile, non grosso, ma c’era. Serviva per andare avanti, senza chiedere l’elemosina alla gente, e senza chiedere alcun contributo ai ragazzi. Il principio della gratuità è fondamentale in ogni nostra opera sociale. Chissà perché oggi lo stiamo strozzando? Forse perché viviamo in un’epoca, dove la gratuità è stata uccisa dalla legge del mercato. Legge che è entrata anche nei nostri ambienti parrocchiali. Si arriva al punto di pagare anche le animatrici e gli animatori dell’oratorio! E se non li paghi, vanno altrove, in quei centri estivi gestiti dai Comuni o non si sa bene da chi. Provate a pensate quale testimonianza si dà per il fatto di essere lì coi ragazzi. solo perché si vuole loro bene, dando l’anima e il corpo! Quando si perde lo “spirito” della gratuità (ho detto “spirito” perché la gratuità può essere talora contraffatta da “interessi” d’ogni genere), si perde l’amore. E l’amore vive di gratuità, come Dio vive di Essere. Succede che, quando parlo di gratuità, m’incazzo da morire, e non dovrei farlo, perché parlare di gratuità è parlare di bellezza, e la bellezza non sopporta la bruttezza. Immaginatevi uno che, mentre parla d’amore, esprime tanto livore da rendere quasi brutto l’amore stesso! D’altronde, è proprio perché si vuole bene ad una persona che ci si può arrabbiare per difenderla. Io sono un po’ così. Quando parlo di certi valori, m’infervoro a tal punto da stravolgere il volto, rendendolo quasi truce. E come si fa a parlare col sorriso sul volto di un valore come la gratuità, tradito da una cultura bestiale come quella del dio avere? Io non ne sono capace. La gratuità va difesa, protetta, testimoniata soprattutto oggi, e in particolare nel nostro rapporto con i ragazzi, con i più deboli. Se un povero sapesse che io lo aiuto perché sono pagato, quale sarebbe la sua reazione? Al momento potrebbe anche fregarsene, purché sia aiutato. Ma quale impressione rimarrà in lui? Ciò che noi non vogliamo capire sono proprio queste “impressioni”, che a lungo andare procureranno una serie di reazioni a catena che non potete immaginare. Oggi siamo il frutto di una somma incalcolabile di impressioni “negative” del passato. Se vogliamo costruire un futuro diverso dobbiamo creare già nei piccoli quelle impressioni che fanno della bellezza o dell’amore o della gratuità o del servizio (sono tutti termini equivalenti) il cuore della società. Scusate la parentesi. Ma è necessaria. In questi giorni sono stato sottoposto a critiche d’ogni genere. Qualcuno mi avverte sempre: “Sei tu a provocarle con il tuo dire urticante!”. Può darsi. Ma almeno si esce allo scoperto, e allo scoperto viene tutto quel mondo sotterraneo di cultura spaventosamente materialista, soprattutto là dove si pensa di respirare aria di Dio. Materialismo e spiritualismo: connubio impossibile, ma reale! Il credente, più che l’ateo, è capace di far convivere gli impossibili! È il credente a sostenere la santa battaglia nell’intento di spiritualizzare il materialismo. E poi, una volta “penetrato”, ci rimane a goderselo. Come si può sostenere la cultura berlusconiana dell’avere? Come può un “cristiano” (non dico “cattolico”, perché già il cattolicesimo è un venir meno al cristianesimo!) professarsi cultore del dio denaro, votando il capitalismo? Come può? Come si può trovare tutte le scuse per dire che in fondo in fondo non c’è nulla di male (è, in ogni caso, il minor male) sostenere disvalori quali la bruttezza del dio denaro, difendendo nello stesso tempo proprio in forza di quei disvalori - valori quali la famiglia, l’amore sacro e indissolubile, ecc. ecc.? Se fate caso, tutti questi benedetti dal vitello d’oro non hanno in mente nient’altro che la famiglia, il loro “schema” di famiglia! Tutto il resto non conta niente! Ma come puoi sostenere la famiglia, e poi lasciarla morire in un contesto sociale distruttivo della famiglia stessa? Contesto che tu, con la tua sporca politica del dio avere, alimenti con il voto, con la tua adesione culturale! A proposito, tu, berlusconiano, hai una mente ancora lucida? Ti è rimasto un granellino di saggezza? A me sembra che ti sia rimasto solo un cervello spappolato! E continua a darmi addosso dicendo, con la santa intenzione di convertirmi,


che io dovrei fare il prete (ma a modo tuo!), e che io dovrei essere di tutti, non odiare le persone, essere gentile con il mondo intero. Lo slogan “vogliamoci bene” di certi Movimenti ecclesiali te lo lascio volentieri (stampalo sulla tua maglietta!), nella speranza che tu muoia con in bocca quelle sante parole. Riceverai subito il premio eterno! Lo vuoi capire o no che la tua cultura berlusconiana sta rovinando il mondo dei più piccoli? Che dico: sta rovinando? Li ha già spappolati nel cervello! Ma non li vedi come crescono? Non li vedi? Certo, se sei cieco, come puoi vederli? Cieco, perché hai nei tuoi occhi l’immagine ingigantita del tuo amato Berlusconi! Torniamo al campeggio. I miei bambini di allora non immaginavano certo che sarebbe arrivato, qualche anno dopo, un messia di merda! (35/continua) Una decima serie di considerazioni. Oltre al Doposcuola Sociale, un’altra iniziativa - il Centro di Fisioterapia - mi ha particolarmente coinvolto, anche se in modo diverso. Il Doposcuola dipendeva da me, ed io mi sentivo tanto coinvolto da non potermi mai assentare, se non in casi rarissimi e per brevissimo tempo. La mia presenza, anche fisica, era indispensabile, senza nulla togliere alla preziosa validità dei miei collaboratori. Il Doposcuola dipendeva da me soprattutto nello “spirito”: era una mia creatura, e tale l’ho sentita fino alla fine, tanto che, prima di essere trasferito da Sesto, ho ritenuto necessario porre fine a questa stupenda esperienza, lasciando eventualmente ad altri di poterla riaprire, ma a modo loro. Quel mio Doposcuola Sociale era finito. Per sempre. Il Centro di Fisioterapia nacque per il fatto che a Sesto non esisteva alcun Centro di recupero fisioterapico. Ma nacque anche per l’esperienza avuta quando ero a Cambiago, dove era sorto, su mia iniziativa e con l’aiuto preziosissimo di una Signora di Milano e del professor Silvano Boccardi, un Centro fisioterapico alle dipendenze, dal punto di vista legale ed economico, della Don Gnocchi di Milano. A Sesto il Centro nacque autonomo, sostenuto economicamente dalla autotassazione di un gruppo di famiglie. Con un atto notarile si era costituita un’Associazione che ci permetteva di assumere personale sanitario e pagarlo: dunque, tutto in regola. Sotto la diretta responsabilità di una bravissima Fisiatra dell’Ospedale Maggiore di Milano, signora Tiziana Redaelli. Da una fisioterapista si è poi passati a due e poi a tre. I locali erano piccoli, ma sufficienti. Attrezzati bene. Iniziò nel 1978. A poco a poco i pazienti aumentavano, e il Centro si faceva conoscere in tutta Sesto. I soldi non mancavano, per l’entrata mensile di autotassazioni di famiglie e per l’apporto di lodevoli iniziative. Nacquero subito dissensi e dissapori ecclesiali. Il parroco mi accusò di portare via soldi alla parrocchia (se la gente dava a me, come poteva darli a lui?) e perciò cancellò dalla sua mente anche solo il nome Centro di Fisioterapia (già ce l’aveva con me per il Doposcuola Sociale, altra “cretinata”, secondo lui, che mi faceva perdere tempo a danno della Comunità: perché preoccuparsi dei bambini “mocciosi”?), i parroci della città mi sottoposero a un vero processo, per dirmi che non era competenza di un prete fare quello che stavo facendo io. Altra cosa che mi diede grattacapi fu una mia presa di posizione, ovvero quella di dire apertamente, stampandolo anche sulla locandina, che il Centro fisioterapico era “aconfessionale”. Non lo avessi mai fatto! Quella locandina fu rifiutata dagli ambienti parrocchiali e religiosi (vedi Scuole delle Suore). A proposito, devo specificare che l’Oratorio femminile (di cui dall’inizio ero il prete responsabile) era ospite degli ambienti delle Suore. Per cui, se da una parte, per mancanza di altri ambienti, non si poteva non ringraziare le Suore per ospitarci la domenica, dall’altra ci si sentiva condizionati: si era in casa d’altri, e… di Suore, in particolare. Quando scoppiò la bomba di quell’”anticonfessionale” (naturalmente su istigazione del mio parroco) e per altre storie che erano successe (frasi provocatorie su alcuni pannelli in una Mostra esposta all’Oratorio femminile) mi venne fatto capire che la mia presenza in Oratorio (o, meglio, negli ambienti delle Suore) non era più gradita. Mi


venne tolta la responsabilità dell’Oratorio femminile, e per di più licenziato anche su due piedi dall’insegnamento della religione, per avermi contestato la scelta di un film alle ragazze delle medie. Fu anche un momento per me “provvidenziale”: ora mi sentivo del tutto libero da ogni impegno strettamente parrocchiale. Avevo più tempo per dedicarmi alle mie “cretinate”, come diceva sempre il mio vecchio parroco. Non sto a narrare tutti gli attriti: alcuni seri, altri ridicoli, altri grotteschi. E i Superiori stavano a guardare fino a che non venivano pressati dalle circostanze o dal mio parroco, e allora mi chiamavano perché - secondo loro - «era mio dovere ubbidire al mio parroco». Dovere! Non importa se mi sbarrava la strada, o se metteva a rischio le mie attività. Prima cosa: obbedienza, ordine, disciplina! Erano tempi così! E poi, non dimentichiamo che eravamo in una città, come Sesto S. Giovanni: bastava un ruttino perché tutta Diocesi lo sentisse! Ecco perché nelle città vengono scelti a fare il parroco preti più che ortodossi, in riga, obbedienti alla gerarchia, tradizionalisti. E se capitava che qualcuno sfuggiva di mano e si rivelava “inopportuno”, “sobillatore”, veniva costretto a tornare in riga. Oppure lo si metteva in condizioni tali da diventare “innocuo”. In un vivace colloquio con il mio Superiore di zona, mi fu posta questa: «Non ci pensi mai a dover lasciare la Chiesa, piuttosto che rimanervi mettendoci continuamente sulle spine?»: Risposi: «Scusi tanto! Ma perché non esce Lei dalla Chiesa? Io ci starei meglio, e probabilmente anche Cristo!». Difficilmente a Sesto ho trovato preti in avanguardia. Bravi, bravissimi preti, ma ministri dei sacramenti e della Parola… disincarnata. Come si poteva a quei tempi fare il prete senza sporcarsi la talare del sudore, delle lacrime, delle solitudini, degli abbandoni, ma soprattutto come si poteva stare in chiesa e lasciare sulle strade centinaia di bambini alla mercé di tutti? Il mio problema non era quello di cosa dover scegliere per impegnarmi in qualcosa, ma se potevo lasciar perdere anche uno solo dei mille problemi che gravavano sulla città. (36/continua) Undicesima serie di considerazioni. Qualche lettore potrebbe dirmi: «Se hai potuto andare avanti, con tutte quelle difficoltà che hai incontrato, dovevi per forza essere sostenuto da una comunità altrettanto decisa come lo eri tu». La risposta richiederebbe un libro, non so di quante pagine. In breve, ecco la mia opinione, e la mia esperienza che vale mille opinioni. In tutte le iniziative d’avanguardia, ci vuole uno che ci creda fortemente, e che da solo apra la strada. Se aspetta, prima di partire, che la comunità sia d’accordo, rimarrà sempre ai blocchi di partenza. E, dopo mille riunioni, tutto cadrà nel vuoto. E sappiamo quanto le delusioni incidano poi sulla gente, anche sui più stretti collaboratori parrocchiali. Ho sempre sostenuto e sostengo che la profezia non potrà mai essere democratica, nel senso che non si deve partire a fare una cosa che si ha in mente di fare (perché la si vede con chiarezza e di cui si è convinti come della propria vita!), solo dopo che la maggioranza avrà deciso. Se vedo una cosa, e la vedo perché i miei occhi - è un dono: perché nasconderlo? - vedono al di là del contingente, dell’immediato, dello schema mentale del momento, di un presente condizionato dalla ferrea legge del tempo cronologico che segue lo scandire meccanico dell’orologio, non ho che una scelta: lanciare la mia proposta, anche contro il parere di tutti. Se poi qualcuno ci crederà, mi potrà dare una mano e l’accetterò, ma a una condizione: che non freni lo spirito innovativo della mia proposta. Succede anche questo, purtroppo. Non è facile collaborare ad una proposta innovativa. Chi l’ha lanciata non dovrà farsi condizionare dai suoi collaboratori, i quali - è sempre capitato - tenderanno a ridurre la profezia su misura delle proprie corte visuali. E la comunità? Il più delle volte sta a guardare, talora ti ignora, a meno che tu non esageri o non la faccia sentire in colpa: allora reagirà di brutto, e ti isolerà. Quando sono venuto a Sesto - penso di averlo già detto - ho trovato una comunità giovanile (quella cristiana praticante) solo a parole fortemente critica verso le istituzioni


(eravamo subito dopo gli anni del ’68), ma in realtà adagiata su schemi tradizionali. A parole sentivi ragazzi e ragazze contestare questo o quello, ma quando si chiedeva loro di far qualcosa di concreto, allora trovavano mille scuse per svignarsela. Beh, oggi siamo in una situazione ancor più paurosa: i nostri ragazzi, figli di Berlusconi, neppure contestano, se ne fregano di tutto; a loro interessa vivere alla giornata, spremendo più che possono le soddisfazioni del momento, lasciando arrugginire il cervello. Viviamo un momento tremendo: a quei tempi i giovani di Sesto, pur incoerenti, se non altro potevano essere punzecchiati proprio nella loro incoerenza. Oggi, più che l’incoerenza, c’è l’appiattimento generale. Non riesci a far presa su nulla: ti sfuggono come le anguille. Ma le anguille sono vive, i ragazzi d’oggi sono rincoglioniti, dei zombi, dei cadaveri rivestiti di apparenze. Hanno perfino il culo firmato. A Sesto inizialmente ho fatto fatica a mettere nella testa il fattore sociale o, meglio, a far capire che la fede è incarnazione di Cristo. E l’Incarnazione è umanesimo redento, cioè salvato. Non è che quei giovani non vedevano la realtà sociale, l’umanità ferita: per loro era un’altra questione: questione politica. Che c’entrava la fede? La solita domanda. Domanda che sembra eterna. Nei primi tempi che ero qui a Monte, mi hanno posto la stessa domanda, da parte di alcuni giovani: che c’entra la fede con i problemi sociali? Più che farmi la domanda (i giovani di Sesto si limitavano a questa), qualcuno mi contestava il diritto di parlare in chiesa di cose “estranee” alla chiesa. Ancora oggi alla domanda segue l’accusa. Un’accusa che si fa generale, appena tocchi sul vivo l’incoerenza sociale e politica della comunità. Non è così? Perché - mi chiedo spesso - è così difficile far capire che il cristianesimo è umanesimo, e che perciò il credente non può assolutamente disinteressarsi di tutto ciò che riguarda l’Uomo? Perché? Forse morirò ripetendo continuamente: “Perché?”. Eppure tanto si è detto e tanto si è cercato di fare per educare la gente ad una fede più “incarnata”, stavo per dire “politica”. No! Si continua cocciutamente e volutamente - perché fa comodo - confondere la sporca politica dei partiti con la “politica” nel suo significato migliore: i care! A me interessa tutto ciò che càpita nel mondo! E proprio perché mi interessa porterò tutto l’esistenziale in chiesa, là dove troverò Uno che si è incarnato per salvare l’Umanità. Come te lo devo dire? Già, mi dimenticavo: tu sei sordo e cieco, figlio di Berlusconi! (37/continua)

Dodicesima serie di considerazioni. Mi dirai: «Quando Martini era vescovo di Milano - dall’inizio del 1980 in poi - non hai avuto alcun appoggio? Eppure eravate amici, o no?». Sì, è vero, il periodo più duro è stato dal ’80 fino al ’83, anno in quando sono stato trasferito a Balbiano e Colturano. Le tensioni aumentavano ogni giorno, i Superiori non aspettavano altro che il momento più opportuno per mandarvi a quel… ovvero in un altro posto. Ciò che mi confortava era il fatto che, più che la mia comunità cristiana, tanta gente “di fuori” ormai mi sosteneva, ammirando il mio operato. E d’altronde, come chiudere il Doposcuola, che tanti ragazzi avevano preso come la loro seconda casa (per alcuni, era la prima!)? Come tradire la loro fiducia? E il Centro di Fisioterapia? Quello no, non poteva essere chiuso! A chi affidarlo? Il Cardinale non diceva nulla? Non potevo pretendere che si interessasse alla mia causa, visto che di problemi, e grossi, già ne aveva: problemi che aumentavano, man mano la sua grande sensibilità umana e la sua grande apertura di fede si imponevano al mondo intero. Anche per lui iniziava quel calvario di “solitudine di casa” che, nel piccolo, provavo anch’io. Perché caricare sulle sue spalle altri pesi, che preferivo tenermeli, anche se… una parola autorevole mi avrebbe fatto senz’altro piacere. In quegli anni non avevo tempo di conoscere tutto ciò che stava capitando attorno al mio Cardinale. Sì, non avevo tempo.


Sono così: mi immergo così tanto nei miei problemi locali da dimenticare il mondo intero. Lo saprò in seguito: Martini stava aprendo strade nuove, tendeva la mano ai più lontani, scontentando alcuni (“quelli di casa”) e conquistando la simpatia di tanti altri (i “lontani”). Che ci fosse un divario di vedute tra Martini e il mondo cattolico cosiddetto tradizionalista (per non dire integralista, come quello ciellino) era sotto gli occhi di tutti, e di questo anch’io, benché impegnato a capofitto nei miei problemi socio-pastorali, mi accorgevo. Lo sentivo nell’aria. Alcuni me lo dicevano. Con grande mia soddisfazione, è naturale. Già stava facendosi strada tra gli addetti ai lavori l’opinione - espressa in alcuni casi come certezza - che il divario arrivasse a coinvolgere il Papa stesso. Martini il nuovo, Wojtyla il conservatore. Ho saputo che a Martini faceva male, molto male rimarcare questo confronto, perché gli rendeva la vita più difficile. Tutto ciò lo costringeva ad essere più cauto, a non sbilanciarsi troppo, proprio per non avvallare un’opinione così antipatica, sapendo che, più che il Papa, il Vaticano si sarebbe irritato, e quando la Curia vaticana si irrita, sono guai! E una mano la diede un giornalista de La Repubblica, Giovanni Valentini, quando pubblicò un libro dal titolo: “Un certo Carlo Maria Martini: la rivoluzione del Cardinale”, Sperling & Kupfer Editori. Il 10 capitolo è provocatorio: “L’anti-Wojtyla”. Martini, in realtà, appena si pronunciava su una questione scottante era subito preso di mira o da cardinali tradizionalisti, come Giuseppe Siri, vescovo di Genova, o dalla stessa Curia romana, o da Comunione e Liberazione. Ridicolo poi è stato il tentativo della Lega Nord, nota per la sua concezione puritana e stantia della fede cattolica, tramite quel personaggio allora emergente, di nome Irene Pivetti, che, credendosi paladina della ortodossia della Chiesa, volle sfidare Martini, cercando di metterlo alle strette, raccogliendo anche firme per il suo trasferimento. Martini avrà pensato: “Chi è mai questa monachella? E che grinta! Piena d’amor di Dio, e di tanto orgoglio che la porterà in alto, per poi trascinarla giù… chissà dove”. Sarà eletta Presidente della Camera dei Deputati, la più giovane della storia repubblicana, e la seconda donna a ricoprire questo incarico. La prima è stata Tilde Jotti, altra pasta, altra elevatura morale, altra donna: vera signora! Ed eccola ora la bella truccata Irene sulle tv berlusconiane (che potenza il richiamo dell’antico padrone!), alla ricerca di un pezzo di pane, dopo aver intascato soldi dallo Stato, anche - si dice snobbando qualche responsabilità istituzionale. Da bacchettona che era, puritana, mezza suora, integralista, eccola ora discinta, intenta anche lei “ad apparire” a tutti i costi. Un camaleonte penso non abbia la capacità di mutare il colore della propria pelle come la nostra Irene. Più che profumo di donna, emana da lei profumo di… arroganza e di soldi! Ma chi ti credi di essere? E Martini si è visto attaccato da una pivellina di nome Pivetti, poco afferrata in materia di fede, con la mente inquadrata, con il cervello chiuso. Penso che sia umiliante per un cardinale essere sfidato da una nanerottola. Certo, Martini non è stato al gioco, l’ha ignorata, neppure ricevuta. Ha fatto bene: coi poveri ci si può sporcare le mani, ma con i palloni gonfiati basta lasciarli volare per il cielo. Prima o poi, uno stronzetto d’uccello li manderà giù a precipizio. (38/continua) Tredicesima serie di considerazioni. Già nei primi anni del suo ministero pastorale a Milano, Martini non solo si è rivelato un grande biblista deciso a tradurre la sua vasta conoscenza della Bibbia nei suoi Piani pastorali, che già nei loro Titoli apparivano azzardati, come se volesse di colpo dare una grande virata alla Diocesi milanese (in parte addormentata, in parte delusa, in parte rassegnata), ma iniziò a lanciare qualche ponte inconsueto sul mondo moderno che sembrava ormai alla deriva. Riprese il dialogo con le categorie più emarginate: operai e handicappati, credenti in grande ricerca e non credenti in attesa di qualcuno che li ascoltasse. C’era anche - già l’ho detto - una parte di clero che era in crisi per le dure prese di posizioni del predecessore, il cardinal Giovanni Colombo. Sì, una buona fetta di


clero, e ne facevano parte anche validi professori, preti coraggiosi, con l’unico handicap di aver visto lontano e di aver aperto qualche squarcio di cielo di troppo. C’erano poi questioni inerenti alla stessa fede: i sacramenti, la Messa, la morale. Bastava poco - che Martini dicesse “però”… “ma”… - e veniva sommerso da domande, e fatto oggetto di critiche, come se volesse ribaltare una certa concezione della vita, che a fatica la Chiesa faceva di tutto per salvaguardare dall’emergente secolarizzazione. Ma ciò che Martini non riusciva a digerire era il motivo per cui ci si ostinava ad arroccarsi su posizioni che stavano per franare. La Chiesa, in quegli anni, stava uscendo da un brutto periodo di crisi istituzionale (pensate agli anni ’68), e non c’era dunque ragione perché si desse corda ad una contestazione che stava per essere arginata. C’era una forte tendenza - la parte della Chiesa più gerarchica e quel mondo integralista che faceva capo a CL - che era decisa a rimettere tutto in riga, entro gli schemi di una fede rigida ed entro una morale mosaica - e c’era un’apertura sempre più allargata, che voleva dare alla Chiesa una svolta storica, anche se - come in tutte le grandi trasformazioni - non tutti erano profeti, ma alcuni erano solo conformisti, allineati alle mode del momento. Martini non poteva ignorare né il peso della Chiesa tradizionalista, e neppure il pericolo di essere strumentalizzato o non capito dai suoi stessi entusiasti estimatori. E poi erano anni in cui iniziava quella invadente ingerenza dei mass media nel mondo cattolico, tutto per ottenere qualche notizia “interessante” da pubblicare. Riflettendo sulla nomina del cardinal Martini e di altri vescovi, o anche di parroci di grosse comunità, mi convinco di una cosa: che gli uomini hanno gli occhi che non vedono, o vedono confuso, l’imprevedibile. Pensano di poter disporre di una persona, a modo loro, e poi càpita che quella persona sfugga alle loro vedute. Chissà con quale criterio Martini è stato scelto per fare il pastore a Milano! Difficile dirlo. Le nomine hanno talora motivi contingenti. Diversissimi. Anche banali. Che richiamano il mondo politico e i suoi strani giochi di potere. Ma una cosa è certa: quando qualcuno sfugge alle prese del potere o, per rimanere nel campo ecclesiale, alle vedute della gerarchia, allora si fa di tutto per ingabbiarlo. E i mezzi o i modi sono tanti. Si può anche cedere per un verso, ma poi si trova il modo di mettere quella persona nella condizione di non nuocere. Non so se l’ho già detto. In ogni caso, lo dico ancora. Montini è stato mandato a Milano come vescovo, senza essere nominato subito cardinale, per evitare che entrasse nel Conclave, essendo fortemente “papabile”. Nella curia romana era forte la tendenza di cardinali che non volevano che Montini, noto come “di sinistra”, prendesse in mano le redini della Chiesa. Tutti sappiamo che cosa è successo durante il famoso conclave del 1963, quando i cardinali, non riuscendo a mettersi d’accordo, hanno trovato un compromesso: nominare il cardinal Angelo Roncalli, ormai vecchio e perciò adatto a fare il papa di transizione. Anche qui, gli uomini hanno preso un grosso abbaglio. Giovanni XXIII darà una svolta radicale alla Chiesa. Altro che papa di transizione! Nessuno si aspettava una cosa simile. Gli stessi cardinali che lo avevano votato, hanno poi cercato di... fermarlo! Si sono pentiti! Ma era troppo tardi! La frittata era fatta! Sì, gli uomini hanno occhi che non vedono, o vedono confuso, l’imprevedibile. E Giovanni XXIII è stato uno dei papi più imprevedibili. Poi, papa Roncalli nominerà Montini cardinale di Milano, preparandogli la strada per essere il futuro papa. Anche qui... l’imprevedibile. Montini è stato costretto, per forza di cose, ad andare contro la sua natura di innovatore, essendo stato preceduto da un già imprevedibile innovatore. C’è voluta tutta la sua grande intelligenza e la sua capacità di governo (non dimentichiamo che Montini era stato Segretario di Stato durante il pontificato di Pio XII) per rimettere a fuoco l’apertura di Papa Giovanni, tanto imprevedibile da spiazzare non solo la gerarchia della Chiesa, ma lo stesso Popolo di Dio, e il mondo intero. Montini, comunque, è arrivato a occupare la cattedra di Pietro, pur nei modi e nei tempi stabiliti da una Provvidenza che prende tutti in contropiede. A Martini invece è stata chiusa ogni possibilità di essere... papa. Secondo me, più che a


causa dell’ostilità della Curia romana e di una parte dell’episcopato della Chiesa, la sua esclusione se l’è scelta e guadagnata lui personalmente. Sapeva che, se avesse insistito nelle sue aperture, sarebbe stato difficile essere ben voluto in Vaticano. E così è stato. Ma Martini non faceva alcun calcolo per il suo domani. Agiva o diceva seguendo la sua coscienza, per il presente, pur sapendo di precludersi l’accesso alla cattedra di Pietro. Ha fatto l’arcivescovo di Milano come si sentiva di fare, e nulla più. Giunto il momento “opportuno”, ha rimesso il suo incarico, e dignitosamente si è ritirato a Gerusalemme. Con grande soddisfazione di... Roma! (39/continua

Quattordicesima serie di considerazioni. Se voglio far carriera, dovrò osservare un certo galateo. Eviterò di essere spigoloso, nei riguardi di qualsiasi persona. Non si può mai sapere. La persona oggi meno considerata, domani magari mi sarà utile. Eviterò poi di esprimere il mio pensiero. Anzitutto, in campo politico dovrò stare molto cauto: qui la terra è minata. Se dico qualcosa di mio, posso saltare in aria, in ambienti in cui a prevalere è una politica contraria al mio punto di vista. Meglio tenere in tasca cento tessere di partiti diversi (esistono ancora le tessere? non importa, nulla cambia se per tessera intendo un’idea politica), pronto a esibire quella più conveniente al momento opportuno. Farò di tutto per assecondare i Superiori del momento, ossequiandoli in ogni occasione. Nel campo ecclesiale, poi, la cosa principale sarà dimostrarmi sempre ortodosso nella dottrina: il campo più minato è quello morale. Qui la Chiesa non discute, se si tratta di morale sessuale. Se mi permetto di esprimere qualche dubbio sulla intransigenza della Chiesa nei riguardi della pillola antifecondativa o sul preservativo, àpriti, cielo! Rimarrò povero parroco di campagna o di un paese sperduto di montagna. Nel campo morale mi gioco la carriera! Se provo a contestare qualche difetto della gerarchia, ci sarà sempre qualcuno, tra i Superiori (quelli più rigidi, perché amanti della carriera) che non vorrà capire o non sarà in grado di capire (non tutti i Superiori sono diventati tali perché intelligenti, anzi) la differenza tra struttura e Chiesa del Cristo radicale. Qui vorrei chiarire una cosa. Qualcuno mi potrà obiettare: «Sembra che tu giudichi in modo negativo tutti i Superiori. Sembra, addirittura, che più si sale sul gradino gerarchico più si è corrotti o tonti». Non è facile rispondere in poche righe. Anzitutto, mi sembra più che logico che l’autorità si auto-difenda o si auto-conservi. Intendo dire che, se per esempio ho una certa responsabilità di potere (in qualsiasi campo, da quello politico a quello ecclesiale), i miei collaboratori li sceglierò tra coloro che la pensano come me, che ritengo mi aiuteranno a realizzare i miei progetti, i miei sogni. Più la struttura da salvare è mastodontica, più i collaboratori dovranno essere fedeli, osservanti delle regole. Ora, se voi pensate alla Chiesa, in cui non si può parlare solo di organizzazione strutturale o di ordinamenti giuridici, ma di verità di fede da difendere a tutti i costi, allora è comprensibile che l’ordine e la disciplina diventino la garanzia di sopravvivenza. Ma... si fanno i conti senza l’oste, ovvero senza Dio. L’ordine e la disciplina diventano fini, e non più mezzi, quando si ha della Chiesa una visuale troppo... terrena. Mi spiego. Io, gerarchia, stabilisco ciò che è giusto o non è giusto in ordine alla salvaguardia delle verità di fede. Di più. Stabilisco io come interpretare le verità di fede, oppure stabilisco che le verità di fede non possano essere discusse, ma lasciate in un cassetto chiuso a chiave. Guai a te se ti permetti di aprirlo! La Chiesa non è stata forse per secoli e secoli la custode assoluta di una verità di fede chiusa in un cassetto? Che concetto si ha della verità di fede? Come qualcosa di statico, da proteggere da ogni dubbio o, ancor peggio, da ogni ricerca? È chiaro che Dio non può permettere una cosa simile. Cristo ci ha parlato di un Regno come di un tesoro da scoprire, e non da tenere protetto in una cassaforte. Cristo ci ha parlato del cristianesimo come di un seme. E il seme non va tenuto sempre sotto terra. È destinato a


crescere, quando però ci sono le condizioni migliori. Che i Superiori abbiano la prioritaria preoccupazione di salvaguardare l’ordine e la disciplina per proteggere la struttura, è più che evidente. Ed è per questo che il popolo di Dio è guidato, curato, amato ma proteggendolo nella struttura, che sembra più sacra del popolo stesso. È la struttura ecclesiale che protegge la salvezza dei credenti. E se le strutture diventano moderne per necessità di cose, la mentalità di fede rimane sempre identica. Anzi, l’ammodernamento delle strutture dà l’illusione che la fede sia più matura. Ma non è così. E succede che, costretti a rinnovare le strutture, si perda quella fede che prima era protetta da una struttura che alla fine l’ha mortificata. Oggi abbiamo belle strutture, prive di... ogni ben di Dio. Morte! Ho perso il filo. Forse un po’. Torniamo a bomba. Non tutte le ciambelle riescono col buco. Non tutti i Superiori si rivelano poi così ligi ai desideri della gerarchia che li ha eletti. Qui vedo la Provvidenza di Dio. Gli uomini hanno progetti su di una persona, e sulle medesima persona Dio ne ha altri. E così succede che gli uomini pensano di mettere come capo della Chiesa un cardinale vecchio, di transizione, ma Dio ha altri progetti. E pensare che la storia sacra ci insegna che Dio sceglie le persone più piccole, più umili, meno considerate per fare “grandi cose”. Chissà perché la Gerarchia non conosce il Magnificat! La cosa grave - già l’ho detto - è che, nonostante questo, gli uomini di Chiesa, invece che aprire gli occhi e riconoscere il pensiero di Dio su quell’uomo, cercano di distruggerlo per portare avanti i propri progetti su Dio. Anche da papi, Giovanni XXIII o Paolo VI, o Giovanni Paolo I sono stati ostacolati. I progetti degli uomini di Chiesa sono irrecuperabili! E pensare che tutti i giorni - ci sono stati e ci sono uomini di Chiesa con l’aureola di santità! - non si fa altro da parte della Chiesa istituzionale che predicare il volere di Dio. Ma quale volere di Dio! Tanti Superiori sono riusciti, misteriosamente - non sto parlando di diplomazia o di furbizia - a imporsi sulla strategia gerarchica, rivelandosi - “dopo” la loro nomina - uomini di Dio, e non uomini a servizio dell’ordine e della disciplina della struttura ecclesiastica. Tra questi “uomini di Dio”, sfuggiti al potere, metterei il cardinal C.M. Martini. (40/ continua) Quindicesima serie di considerazioni. Più di uno mi accusa che io avrei della Chiesa una visione troppo negativa e che, per questo, metterei a disagio tanti cristiani di un certo stampo religioso, e che darei corda a tanti altri che sono lì pronti a sparare sulla nostra religione. Vorrei rispondere, come del resto solitamente rispondo a simili accuse. Sono convinto che dire la verità, purché provenga da un grande amore per la Chiesa - amore di figli! - non ricada a danno di una struttura tanto per disfarsene, ma la aiuti a farsi serva dell’amore di Dio. La Chiesa è anche struttura, e come tale è governata da uomini che hanno mille difetti. Anche i Santi si confessavano. Alcuni di loro più volte al giorno. E - già l’ho detto - non vorrei far credere che non sappia distinguere un fatto oggettivo da un fatto soggettivo. Mettendo sotto accusa un fatto oggettivo - il fatto in sé - non per questo metto sotto accusa la persona che l’ha compiuto (il fatto soggettivo). In tutta la storia della Chiesa, con le sue vicende talora sconcertanti (pensate alle crociate, alle guerre di religione, alla caccia alle streghe, al rogo, all’inquisizione ecc.), non so esattamente, ma penso che la responsabilità soggettiva non vada oltre una minima percentuale. E, del resto, nessuno - tranne Dio - può entrare nella testa di una persona e sapere il motivo per cui si è comportata in quel modo. Ci sono stati santi che, al tempo del papa e dell’antipapa, parteggiavano per l’antipapa, tale era la confusione di quei tempi. Forse è stato il periodo più difficile della storia della Chiesa. Oggettivamente erano in errore, ma soggettivamente erano in buona fede. Ma non sono le intenzioni, belle o brutte che siano, che vanno combattute. Ci può essere una persona che compie un’opera in sé buona, ma con una cattiva intenzione (senza, per questo, giustificare la cattiva intenzione). Ci sono strutture sostenute da uomini devoti e animati da


una grande voglia di santità, ma, se la struttura non va, la devo contestare. Le strutture più pericolose sono quelle oggettivamente decrepite, ma sostenute dalle buone intenzioni. E, al contrario, non devo giudicare un profeta dalla sua santità soggettiva. Se uno apre strade nuove, dà un nuovo impulso alla fede, smuove le istituzioni dal loro immobilismo e dà una mano alla Chiesa perché riprenda la via del Vangelo, avesse anche mille difetti umani, non per questo andrebbe fatto tacere. Non si può con leggerezza mettere sotto accusa tutta l’opera straordinaria di Lutero solo perché ha sposato una ex suora. Meglio un Lutero che ha sposato una ex suora che migliaia di celibi che si sono mantenuti casti per tutta la vita, ma che non hanno mai mosso un dito per asciugare la lacrima di un poveraccio! Ho l’impressione che la santità soggettiva sia servita alla Chiesa, nella sua gerarchia, a tenere in vita per secoli e secoli una struttura che si svuotava, a poco a poco, del Vangelo del Cristo radicale. Certe virtù, inculcate nella testa della gente, come ad esempio la virtù dell’obbedienza e dell’umiltà, sono state usate per convalidare più la struttura che la fede stessa, e la fede che s’incarna nella struttura in quanto tale, tradisce se stessa, e tradisce l’Uomo. Certamente, un riformatore che faccia a meno della santità canonica trova meno difficoltà a contestare le strutture in declino. Parlo di difficoltà o, meglio, di disagi interiori. Si sente più libero di chi, educato alle virtù dell’obbedienza e dell’umiltà, fatica ad andare contro tale educazione, e perciò si muove a passi lenti, graduali, convincendosi giorno dopo giorno che le virtù troppo soggettive disincarnano il Cristo radicale. E penso anche alle difficoltà di chi, già carico di qualche responsabilità, si sente come tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è la profezia che irrompe nel suo animo e non gli permette di dormire sonni tranquilli, e dall’altra l’autorità da rispettare, quell’autorità che gli ha dato fiducia, affidandogli quella responsabilità. Qui il discorso si apre. Vedremo come. (41/ continua)

Sedicesima serie di considerazioni. Insisto ancora nel dire che voler bene alla Chiesa non significa starsene tranquillo in casa, o in chiesa, a pregare per la salvezza della propria anima. Non c’è solo la propria anima da salvare, ma l’anima del mondo. E per anima intendo l’Universo in tutta la sua realtà esistenziale, di cui l’anima è vita reale, di oggi. Come si può permettere che la struttura costringa la Chiesa di Cristo a sentirsi stretta, per non dire strozzata? Quando la Chiesa rallenta il suo passo - è vero che il suo passo sarà sempre lento -; quando la Chiesa dimentica il Vangelo radicale; quando la Chiesa, come i capi politici del popolo ebraico nell’Antico Testamento, cerca strane alleanze, dobbiamo tirar fuori la nostra voce e urlare che il Cristo radicale non lo permette. La struttura, per sua stessa natura, frena lo spirito, per non dire che può ucciderlo. Sappiamo che nella Chiesa ciò non avverrà mai. Dio non lo permetterebbe. Ma sappiamo che Dio aspetta che noi facciamo la nostra parte. La libertà, ancora oggi, ha un senso. Soprattutto nel cristianesimo, se è vero che Cristo l’ha liberato dalle catene del peccato. La Chiesa cammina nella libertà dei suoi figli che camminano sulle orme invisibili tracciate dallo Spirito. Le orme ci sono. Ma sono invisibili. La struttura non le vede. Le vede la Profezia. E la Profezia non sopporta la struttura, e se la sopporta è solo perché la Profezia ha tempi suoi, tempi talora che assomigliano a quelli di una gestazione misteriosa, quella dello Spirito di libertà. La Chiesa è resa brutta da coloro che amano più la struttura che l’anima della struttura, che è lo Spirito di profezia. La Chiesa è resa bella da coloro che ne contestano la struttura, quando essa si rende così rigida da rendere rachitici anche i santi. Certo, c’è modo e modo di contestare. Già l’ho detto. È l’amore, non l’odio, che converte.


E l’amore non è tenero, se la struttura non è tenera. L’amore si fa coraggio, parola che taglia, gesto che spezza. Più la struttura è violenta, più l’amore si fa tenace, caparbio, ostinato. Ma sempre amore. E l’amore punta al cuore, all’essenziale. Più amore, più essenzialità, la quale, ripeto, punta al cuore della Chiesa. Ci sono anche i riti da cambiare, c’è la liturgia da purificare, c’è la Bibbia da ritradurre, ma l’essenzialità è ben altro: l’essenzialità è puntare a ridare alla Chiesa il cristianesimo del Cristo radicale. Se la gerarchia in quanto tale troverà, come è comprensibile, delle enormi difficoltà a riformare la struttura, toccherà alla base farsi avanti, con coraggio, e proporre, proporre, proporre strade nuove. Spetterà alla gerarchia più aperta e sensibile alla voce dello Spirito chiedere aiuto ai suoi collaboratori di base. Se un vescovo non potrà parlare come vorrebbe, non potrà dire certe cose perché la sua stessa posizione non glielo permette, lascerà parlare i suoi uomini migliori, o quei profeti che la penseranno come lui, e potranno dire le cose che lui non potrà mai dire. Qui per me sta il segreto del “resto” della gerarchia, del “resto” che ha costituito nell’Antico Testamento il seme della perpetuità dell’Amore di Dio. Ce ne sono di Vescovi - pensate alla Chiesa latino-americana - che vorrebbero riportare la Chiesa sulla strada del Vangelo più autentico: di quel Cristo che ci ha lasciato il Discorso della Montagna. Questi Vescovi non devono lasciarsi prendere dalla paura della gerarchia ufficiale romana. Perché non lasciano parlare i loro preti di base? Certo, non è bastato un vescovo come Tonino Bello, e non basta tuttora il suo messaggio sempre attuale. Occorrono più vescovi che lascino parlare i loro preti più evangelici. Mi annoio nel ripetere che non faccio questione di santità o d’altro. Faccio questione di preti-profeti, nel senso che hanno lo sguardo in avanti, non per una migliore organizzazione della Diocesi, ma per dare alla Diocesi un altro passo, che è quello di una pastorale che incarni il Cristo radicale. Il cardinal Martini ha cercato di farlo, ascoltando, recuperando preti d’avanguardia messi a tacere, lasciandoli sperimentare qualcosa di nuovo. Chissà perché quando abbiamo un cardinale “aperto” al soffio della Pentecoste, noi preti per primi, e il popolo di Dio per secondo, continuiamo sulla nostra strada di un ostinato tradizionalismo in questione di fede, e in una spaventosa avventura di novità peregrine, che toccano solo la forma, lasciando rachitico il corpo. (42/ continua) Diciassettesima serie di considerazioni. Sì, occorre lasciar parlare i preti di base, che poi sono coloro che vivono ai margini della struttura, proprio perché la struttura li ha scartati come si scarta il buon seme permettendo alla zizzania di crescere. E questi preti di base li puoi trovare “isolati” nelle città o nei grossi centri, ma di norma li trovi nei piccoli paesi, dove si sentono più liberi di dire ciò che pensano, e non hanno nulla da perdere se pensano e dicono secondo quel Vangelo che scomoda tutti, soprattutto la gerarchia. La Chiesa oggi, come del resto la società civile - dove puoi trovare profeti “laici”, che hanno nel sangue il Cristo laico per eccellenza, colui che ha amato l’Uomo in tutta la sua realtà esistenziale, indipendentemente dalla razza, dalla cultura e dalla religione imboccherà la strada della salvezza (c’è anche una salvezza “laica”), solo grazie ai suoi profeti e ai suoi giusti. Non importa il loro numero. Se solo un individuo può mettere in ginocchio il mondo e fargli mangiare polvere per non dire bere sangue, perché un uomo solo non potrebbe salvarlo? Se basta un porco dittatore per far lacrimare milioni di famiglie perché sono stati loro tolti brutalmente figli innocenti, non potrebbe bastare solo un santo o solo un giusto per ridare il sorriso sul volto di milioni di esseri, insanguinato da ingiustizie vergognose, perpetuate in nome di un benessere che solo Dio sa quanto sia demoniaco? Ma, senza pretendere il miracolo dei miracoli - anche se, purtroppo, i dittatori demoniaci sembrano non conoscere crisi - puntiamo sulla profezia di base. Con un credente qui, o un prete là, con un vescovo del nord e un altro del sud, già può iniziare quel cammino del


seme che cresce e del lievito che fa fermentare la massa. Partiamo dal campo ecclesiale. Bisogna ripartire dalle parrocchie, e qui scommettere sulla profezia di base. Basta con la burocrazia. Basta con i documenti. Basta con i piani pastorali buttati giù, e lasciati nel cassetto. Basta con l’organizzazione strutturale. Basta con quel correre a destra e a sinistra per serate o incontri che lasciano il tempo che trovano. Bisogna puntare in alto. Aprire qualcosa di nuovo, che è poi antico quanto l’incarnazione di Cristo. La parola “nuovo” illude, soprattutto i preti di una certa età: i novelli invece sono già vecchi, perché sono figli di un contesto, quello attuale, in cui tutto parla di omologazione, e li vedi questi preti giovincelli… senza alcun mordente profetico. La Novità è il Cristo radicale. L’aggettivo “radicale” è fondamentale. Parlo del Cristo nelle sue radici più profonde: divine e umane. Lo so che è uno sforzo immane andare contro-corrente, in questa società che ha perso la testa per l’avere più insano, tanto insano da contaminate le stesse comunità cristiane. Andare contro-corrente è lottare perché le nostre comunità - partiamo dai paesi più piccoli - diventino comunità di base del Cristo radicale. È chiaro che i preti devono essere sostenuti da un vescovo “illuminato” che, pur schiacciato da una struttura che egli deve almeno formalmente rispettare per non essere schiacciato lui per il primo, troverà il modo migliore per dare l’appoggio perché la profezia di base continui la sua strada, e dalle piccole passi alle parrocchie urbane. Purtroppo succede che la Provvidenza - non la gerarchia - ci invii un vescovo “illuminato”, e qualche prete ci speri, e poi… tutto cade nel solito discorso di fede, con l’avvento di un altro vescovo. Non importa. Cominciamo a raccogliere il “conforto” del vescovo “illuminato”. Io vivo ancora di questo “conforto”, e lo devo al cardinal Carlo Maria Martini, senza togliere nulla gli altri vescovi. Non penso che sia un peccato avere qualche simpatia per un vescovo invece che per un altro. Questo vale anche per il papa. Sono anche convinto che il seme, sotterra, lavora, anche se cambiano i contadini. Prova a nascondere nel terreno un seme che ha dentro una carica esplosiva, prima o poi succederà qualcosa. Lo spero di tutto cuore. (43/ continua) Diciottesima serie di considerazioni. Parlando dei preti di base non voglio rivangare termini che sanno di un recente passato che, anche tra mille difetti, ha una sua storia, una storia da rispettare se non altro per quanto preti e laici hanno sofferto per amore di una Chiesa, che si era allontanata dal Cristo radicale. Stai attento: la gerarchia è portata per sua natura ad allontanarsi dalla fonte originaria. Ed è qui l’azione preziosa dei profeti. Lo hanno fatto anche nell’Antico Testamento, quando i capi politici e religiosi, presi dalla preoccupazione di salvare la struttura, si dimenticavano della vera Alleanza, quella con Dio. Da che mondo è mondo, è sempre successo che Dio si allea con l’uomo, e che l’uomo si allei con il potere umano, con l’intento, magari buono, di garantire l’Alleanza con Dio. Tranne un esiguo numero di corrotti - anche se ne basta uno per “offuscare” l’immagine della Chiesa e di screditarla davanti a milioni di figli - ritengo che la Chiesa sia stata governata da brava gente, ma disincarnata dalla realtà. Eppure Cristo si è incarnato: perché l’avrebbe fatto, se poi i suoi seguaci non fanno altro che disincarnarLo? Documenti, documenti, documenti: carta, carta, carta! Non parliamo poi del linguaggio che si usa per comunicare la Parola di Dio. Viviamo in un’epoca in cui la gente viene attirata da linguaggi facili, da immagini accattivanti, da promesse che incanterebbero anche i serpenti più scaltri, e la gerarchia continua a scrivere documenti che solo gli addetti ai lavori capiscono e che i mass media traducono al popolo nel peggiore dei modi. E così il popolo di Dio capisce solo quello che i mass media traducono tradendo. E noi preti di campagna o di collina o di montagna siamo costretti a rettificare, perdendo tempo e


tempo, mentre sarebbe più opportuno che il popolo leggesse direttamente la parola del papa o del suo vescovo. Ma come fa se la parola del papa o del vescovo è ancora legata ad un linguaggio che è tipicamente “ecclesiastico”, fuori della portata popolare? Già la gente oggi legge poco e quel poco che legge riguarda il mondo dei pettegolezzi: è tremendamente pigra ad ascoltare, è tanto ignorante da credersi intelligente. I nostri bravi cristiani non sanno più nulla della parola di Dio. Snobbano ogni incontro di catechesi. Alla Messa della domenica stanno con gli occhi fissi sull’orologio per vedere se il celebrante supera quei dieci minuti a lui concessi per convenienza. Non mi risulta che Cristo usasse un linguaggio difficile; casomai duro, che è un’altra cosa. Certo, aveva un suo modo di insegnare: non banalizzava mai le verità su Dio e sull’Uomo. Talora non arrivava di colpo al nocciolo della questione: diceva o lasciava solo intravedere, per la semplice ragione che Dio è un Mistero e che il suo Regno ha leggi tutte sue, che non rientrano nelle leggi di qualsiasi altro regno umano. Talora discuteva, litigava, mandava a quel paese i suoi avversari che, guarda caso, erano i teologi del suo tempo. Subito, fin dall’inizio, ci si preoccupò di rendere canonico il messaggio di Cristo, per salvarlo da eventuali eresie che, man mano si diffondeva la dottrina cristiana, aumentavano. E le eresie servivano per approfondire di più il Vangelo, ma nello stesso tempo costringevano la struttura ecclesiastica a potenziare le gabbie protettive, col rischio di bloccare la crescita del seme. Non è che il seme non crescesse, non è che il fermento non lievitasse il mondo, ma il cammino diventava sempre più lento con il crescere sempre più vistoso e imponente della struttura. Si arrivò al punto da ridurre il Vangelo ad una serie di vivaci e polemiche discussioni puramente accademiche, mettendo l’un contro l’altro Ordini religiosi di alto rango culturale, lasciando solo il popolo di Dio a combattere contro ingiustizie sociali, contro quel mondo di potere contro cui Cristo aveva lanciato i più feroci strali. I tempi sono cambiati? Non mi sembra. Sì, le discussioni, le polemiche non sono più le stesse. Ma il popolo di Dio continua ancora oggi a combattere da solo contro ingiustizie da una parte, e dall’altra lo si lascia, nel nostro occidente, in balìa di un progresso materiale che sta distruggendo, non solo il corpo, ma anche l’anima. (44/continua)

Diciannovesima serie di considerazioni. Siamo tutti d’accordo - almeno noi cristiani - che la Parola di Dio è l’unica a garantirci la salvezza, la salvezza dell’Uomo. Ma il problema è che noi conserviamo una Parola esplosiva, però le abbiamo tolto il detonatore. Abbiamo in custodia una Parola, e facciamo di tutto per svuotarla della sua energia prorompente. Nel suo famoso “Diario di un curato di campagna”, Georges Bernanos fa dire a uno dei suoi personaggi: «”Restituiscimi la mia Parola”, dirà il Giudice nell’ultimo giorno». Dio potrebbe chiederci: Che cosa hai fatto della mia Parola? Perché l’hai tradita? Perché l’hai detta a modo tuo? Perché l’hai tenuta per te? Perché hai avuto paura di comunicarLa tutta intera? La gente che cosa ha capito della mia Parola? Come può averla capita se è rimasta chiusa nel cassetto, oppure trasmessa con documenti tali da far scappare la voglia perfino a Me di leggerli? Il problema vero non è quello di offrire alla gente una Parola troppa sostanziosa, o impegnativa o radicale. Il vero problema è quello di interessare la gente alla Parola. La Parola deve essere coinvolgente, deve andare dritta al cuore. Deve sconvolgere la falsa pace. Irritare. Provocare. Suscitare interrogativi esistenziali. Cristo si è incarnato - la Parola fattasi carne - per sconvolgere il mondo intero. Non penso che il Figlio di Dio si sarebbe scomodato per poco: per tenerci una dotta conferenza sulla povertà, sulla pace o sulle virtù morali. Quando si muove Dio, succede il finimondo. Poco importa se poi l’uomo rimane indifferente. Se si muove il mondo, anche l’uomo dovrà pur, prima o poi,


accorgersene. E non importa che la Parola sia comunicata con un tono pacato. Non è sempre urlando che si dicono le verità migliori. Il cardinal Martini, ad esempio, non ha la dote di comunicare la Parola di Dio, trascinando le masse. Non è neanche nel suo stile. Però… lo ascolti volentieri, perché sai che dice cose interessanti. È la Parola che in lui ti affascina. È una Parola pregnante di Novità. Io, al contrario, sono più passionale. So di non avere la grande capacità intuiva di Martini, che, grazie anche alla sua dotta conoscenza della Parola di Dio, si fa ascoltare con attenzione. Mi piacciono anche i comunicatori che trasmettono con la loro voce le vibrazioni della Parola. Purché sia parola pregnante di Novità. Vorrei tanto che la mia istintiva passionalità andasse oltre il tono della voce, ma trasmettesse il calore, la forza, la potenza della Parola. Bisogna credere nella Parola, nella sua forza, nel suo calore, nella sua energia rivoluzionaria. Vedo che il mondo d’oggi, sommerso da un mucchio di parole vuote, oltre che da immagini tanto seducenti quanto vacue, sente il bisogno di una parola parola: una parola parlante più che parlata. Di parole parlate ne abbiamo a iosa, tanto da essere ormai nauseati di tutto quel discutere, quel dibattere, quel falso dialogare che si riduce tutto a un gioco perverso di parole o di contro-parole senza senso. Il giornalismo più becero sta svuotando la parola parlante. I fatti, soprattutto di cronaca nera, sono stravolti da parole oscene, disgustose, blasfeme, e il loro interesse morboso dura giorni, settimane, mesi, magari anni, tanto più se il crimine - per la gioia dei giornalisti e delle tv - assume i risvolti più misteriosi di un giallo che nessun competente in materia riuscirebbe mai a inventare. Ma anche la politica è ormai prerogativa degli incantatori più idioti: basta un po’ di carta appariscente per coprire un scatola vuota. E noi siamo in mano a questi imbonitori, di cui il Silvio Cavaliere è stato ed è ancora - purtroppo - un caso più patologico che mediatico. Ha creato le sue tv, scatole totalmente vuote di parole parlanti. Ne esce un grosso parolame che va a finire nel merdaio, e la gente se lo beve lo stesso: il merdaio berlusconiano ha il sapore del merdaio di una società che vive ormai di cose, che si ottengono con la fusione delle piccole menti dei frullati a dovere. E la Chiesa che cosa fa? (45/continua) Ventesima serie di considerazioni. È vero che il Cavaliere in quegli anni ’80, quando ero a Sesto, non era ancora conosciuto: non era ancora arrivato sul palcoscenico della storiella made italy. Ma era lì lì: le premesse c’erano già tutte. Tranne che nessuno se ne accorgeva. E poi… per tutta una serie di circostanze favorevoli (dire “provvidenziali” sarebbe una delle bestemmie più atroci capaci di far scendere di nuovo il Figlio di Dio sulla terra per lavarci la bocca!) e con il vento che tirava per un verso - anni del craxismo più dittatoriale che imponeva ogni mossa della politica, ogni carica istituzionale e la scelta dei posti più privilegiati in ogni campo, soprattutto in quello sanitario (non potevi essere Primario di un ospedale senza la tessera del P.S.I.) - ecco un pivellino che a furia di dare sgominate trovava sempre il buco giusto per infilarci dentro… il suo portafogli e così ottenere di poter salire di volta in volta un gradino della scala del potere. Non ci vuole intelligenza per salire la gradinata. Basta quel “quid”, ancora a me misterioso ma che magari riuscirò a decifrare, appena mi verrà quell’intuito sul peccato originale di cui già ho in mente una certa teoria. Un quid che lascia tonti, pur spingendo il tonto su su fino ad arrivare quasi al… cielo. In quegli anni ’80 tutto si giocava sul duro contrasto Pci e Dc. Il Psi contava poco, e contava tutto. Un mistero della politica italiana. Basta un partitello per cambiare la fisionomia ad una nazione. Tutto dipende dal capo carismatico. Craxi era un capo indiscusso. Simpatico o no, comandava lui. Noi preti non avevamo idee ancora chiare. Forse ce ne fregavamo della politica, anche perché era tutta pentola in cui bolliva di tutto. Non capivi nulla: non c’era quel qualcosa a cui aggrapparsi per dire la tua opinione, o per prendere una certa posizione in campo sociale. Il voto era ancora strettamente legato alla


“coscienza democristiana”. In quegli anni - me lo ricordo bene: questo sì che mi faceva incazzare! - ad ogni tornata elettorale di qualsiasi genere usciva poco prima un documento della Curia in cui si faceva tutto un lungo ragionamento per dire che dovevi votare D.C., però alla fine ti lasciava libero di votare secondo coscienza. Coscienza “democristiana”! Mi ricordo che proprio il governo Craxi mi costrinse a disertare le urne politiche, avendo spostato arbitrariamente le elezioni alla fine di giugno, quando avevo già deciso di andare in quel periodo in campeggio a Deiva Marina. Non ho ritenuto giusto spostare il mio programma per i capricci della politica! Certo che, appena è arrivato a Milano, Martini ha avuto un bel coraggio a dare una svolta netta alla pastorale, e di riflesso alla società civile, ponendo al centro la Parola di Dio. Un po’ di chiarezza. Riordinare le idee. Riprendere il filo della matassa ormai ingarbugliata. Cercare di capire l’essenzialità della vita, personale e collettiva. È questo di cui abbiamo bisogno, soprattutto nei periodi bui, quando tutto è confuso, quando non si sa più da che parte sta la verità, quando si lavora fidandosi unicamente del proprio intuito. È vero che c’era stato il ’68 a creare quella scossa micidiale che sembrava travolgere ogni struttura. Poi… come in tutte le rivoluzione, era seguito un periodo di sbandamento. Ognuno cercare un pezzetto di verità. Ognuno pensava di fare bene ciò che pensava lui. Il ’68 è servito, eccome! Ci voleva, eccome! Ma poi… occorre trovare la Novità che si pensava fosse stata sepolta dalle secolari strutture precedenti. Dov’era ora la Novità? Ognuno si aggrappava a qualcosa che riteneva fosse la Novità. Non basta fare una rivoluzione per riportare a galla la Verità. Si era nel buio. Lodevoli i tentativi di ricuperare la Novità, ma a poco a poco si rivelavano illusori. Se la Chiesa prima - appena è scoppiato il ’68 - era fortemente preoccupata del traballare delle strutture, poi… passato il ’68 si era preoccupata di raccogliere i cocci e di rimetterli insieme. Non era questo che si doveva fare. Occorreva riconoscere che il ’68 aveva offerto - a modo suo, magari discutibile l’occasione per riprendere quella via evangelica che tutta una serie di rigidità strutturali aveva tradito nell’anima. Sembrava invece che il ’68 fosse stato un ciclone impazzito e che ora occorreva rifare il tutto. Perché rifare? (46/continua) Ventunesima serie di considerazioni. Quando penso e ripenso a quegli anni - ’80 -, in fondo in fondo mi sento più libero oggi, nel senso che ho idee più chiare, anche perché si è creata una netta frattura tra l’avere e l’essere. Con l’avanzare delle Destra politica - che incarnerà in pieno l’immagine berlusconiana del dio avere - non si poteva più tergiversare. Se prima lo scontro era tra una Sinistra temuta per la sua forte ideologia atea e la D.C. sostenuta dalla Chiesa per la sua ostinata opposizione al Comunismo ateo, oggi non c’è più Chiesa che tenga: la scelta è tra il capitalismo anti-evangelico e la Sinistra evangelica, quella del Cristo radicale. Ripeto: non c’è libertà di scelta per un cristiano, e neppure per un cittadino che ami l’Uomo. È osceno, blasfemo, anti-Uomo scegliere la Destra politica che incarna il dioavere. È anti-evangelico. Non c’è un minimo dubbio che possa farmi riflettere per un istante. Non c’è un attimo di ripensamento. La mia scelta è la Sinistra Evangelica, quella del Cristo radicale, quella che pone al centro di tutto l’Uomo e il Creato. Quando parlo di Universo, intendo l’Uomo e il Creato. L’avere per sua natura distrugge l’Uomo e il Creato. Non puoi dubitare: devi scegliere la Sinistra Evangelica. Tu, che stai dalla parte della Destra politica berlusconiana sei fuori rotta e stai contribuendo a portare fuori rotta l’Uomo distruggendo il Creato. Non lo capisci? Allora sei tonto, tontissimo, come quel mostriciattolo di tuo padre! Intendo quell’essere spregevole che all’inizio dell’Umanità, quando ha deciso di mettere in crisi lo stesso Onnipotente ha creato una specie di Omino, il quale, già tonto per sua natura, ha generato un Omuncolo - tontissimo - che seminerà soldi dappertutto, per coprire l’anima. E tu, cristiano, perché non ti accorgi che se sostieni il mercato incarnato dall’immagine berlusconiana, diventi figlio di quel mostriciattolo tonto,


tontissimo? No che non lo capisci? La religione ti ha dato alla testa, la religione del vitello d’oro. Allora, a quei tempi, in cui la politica era prerogativa di una certa Sinistra e della D.C., partito della Chiesa gerarchica, non era chiaro, nonostante tutto, lo stacco tra i due schieramenti, se non per quell’accanito anticlericalismo da una parte e dall’altra per quel clericalismo esasperante anti-comunista che pretendeva di incrementare l’identità cattolica, incutendo più paura che convinzione. Lo spettro di Mosca era negli occhi dei credenti, anche quando dormivano! E si andava a votare usando una matita a forma di crocifisso piuttosto che la coscienza! Certo, è bello dire oggi ciò che sto dicendo. Allora ci si faceva prendere ancora dal rispetto per l’autorità, e la parola del vescovo frenava ogni tentativo di ripensamento. Votare P.C.I. significava per un prete auto-condannarsi, non solo per l’intervento dell’autorità che andava giù duro, ma anche per il prete stesso che non capiva fin dove aveva agito in coscienza! Poi le cose cambieranno. La coscienza prenderà il sopravvento sulla gerarchia, anche perché col Concilio Vaticano II si apriranno tutte le porte della prigione, e la ventata dello Spirito santo spazzerà via ogni pregiudizio ideologico, ogni sacro timore per l’autorità. Arrivò poi il momento in cui un prete ”comunista” era visto dalla gente in certe zone rosse come il benedetto di Dio. E la gente tornò vicino alla fede. Ma oggi? Questa stramaledetta cultura del dio avere ha tolto ogni pudore, ogni minimo senso di rispetto per i diritti umani. La gente è sì tornata in chiesa, ma nella chiesa che cosa ha trovato, e tuttora trova? Preti che se, al tempo del comunismo più anticlericale, mandavano anatemi contro i figli di sanata, ora benedicono il figlio del mostriciattolo più viscido. Non era meglio il popolo comunista anticlericale, che aveva nel sangue l’amore per la giustizia e per la libertà, che non questi cattolici falsi di oggi che mangiano ostie come se fossero monete d’argento? (47/continua) Ventiduesima serie di considerazioni. Il cardinal Martini poneva già, negli anni ’80, le premesse per una nuova visuale di fede, che tenesse conto del momento storico. Come si può continuare a vivere una fede che ci chiude nel nostro piccolo mondo ecclesiastico? Già in quegli anni, in cui mi trovavo a Sesto, mi sembrava spaventoso pensare che una parrocchia della città fosse un orticello privilegiato. Ho trovato un gruppetto di Comunione e Liberazione - allora i ciellini si facevano sentire per la loro “presenza alternativa” o di separazione - che ostinatamente pretendeva di costruirsi un mondo protetto dal mondo esterno. Come puoi parlare di mondo esterno, quando, bene o male, volere o no, ci dobbiamo vivere. E si ostinavano a distinguersi, separandosi, a scuola, sul lavoro, in parrocchia. Sinceramente non capivo se tutto consistesse solo in un libretto di colore giallo, o in formule di loro invenzione che servivano per marcare la loro identità-separazione. Non dicevano Cristo, ma “il Cristo”. E poi avevano i loro riti, le loro usanze, le loro tradizioni. Nelle riunioni tutti dovevano fare la loro personale confessione, e si sentivano in colpa, se in quel momento la paura o altro bloccava la parola. Solitamente le confessioni consistevano nell’aver incontrato o meno Cristo nella giornata. “Incontrato”? Mi chiedevo che cosa significava “incontrare Cristo”. Io non lo incontravo mai, con quella facilità o con quella plasticità con cui un ciellino si sentiva un illuminato. Mi sembrava che l’insistere su queste confessioni comunitarie e sulla necessità di “incontrare” Cristo ad ogni angolo di strada, servisse per legare gli adepti tra loro e con il Movimento. Interessante, interessantissimo studiare i meccanismi di aggregazione, studiati con arte e psicologia per manipolare le menti. Questo avviene non solo nel campo religioso, ma anche in quello politico. Tra parentesi. Ho ben altri problemi che pensare a Mario Borghezio della Lega Nord, che già al vederlo uno si convince che noi deriviamo dalla scimmia. Mi sto chiedendo: nessuno della Lega esprime disapprovazione per quello che fa quel spregevole essere umano? Io, che sono di sinistra (Sinistra evangelica!), sono pronto a sparare sui partiti di sinistra e sugli uomini di sinistra


(sono tanti, tantissimi) che non sanno in che consista l’ideologia di sinistra. Io che sono prete non chiudo gli occhi sugli errori della Chiesa-struttura e, appena ne vedo uno, lo critico apertamente. Come mai - qui c’è qualcosa di patologico - uno che appartiene ad un determinato partito non vede i difetti dei suoi uomini di partito, e non li critica? Questo, purtroppo, capita anche nella Chiesa, a iniziare dalle nostre parrocchie. Torniamo a Sesto. I ciellini della mia parrocchia li sentivo parlare di missionarietà, ma non capivo se il loro farsi missionario, ad esempio nella bassa milanese, fosse solo un modo per conquistarsi dei meriti nel gruppo. Andavano a fare opere buone, non tanto per aiutare la gente, quanto per sentirsi a posto nella coscienza. Ancora oggi - siamo nel duemila e più - siamo qui a continuare una pastorale tradizionale, nel senso più formale e rituale del termine. Non si ha il coraggio di inventare una “nuova” pastorale, la pastorale dell’incarnazione di Cristo. Viviamo in un’epoca, che è questa, la nostra, che presenta forti problematiche esistenziali: basti pensare alla crisi nel mondo del lavoro, al disagio giovanile sempre più precoce, alla speculazione del Creato. E noi credenti ci isoliamo nei ghetti, in strutture pastorali chiuse al mondo. Un discorso che non posso finire qui. (48/continua) Ventitreesima serie di considerazioni. Noi cristiani come possiamo non credere nell’incarnazione di Cristo? Cristo è venuto per salvare l’Uomo, e per salvare il Creato dalla avidità dell’essere umano “coseificato”, cioè reso cosa, cosa, cosa. Viviamo in un determinato spazio, che è il nostro paese, la nostra zona, e non conosciamo i problemi che ci toccano da vicino. C’è gente che sta perdendo il posto di lavoro, e noi cristiani continuiamo a ignorare queste problematiche che mandano in crisi intere famiglie. C’è chi sta speculando sulla nostra pelle, e noi cristiani ce ne freghiamo. C’è gente che ci chiede di avvicinarla a Dio, e noi ci preoccupiamo di quei cristiani che vengono tradizionalmente a Messa, e che forse non sanno di adorare un dio che è solo l’immagine falsa del vero Dio, e la lasciamo col suo dio. Tranquillamente ce ne stiamo nel nostro buco, e pretendiamo di imporre una pastorale che ormai non tiene più: non tiene più perché ci isoliamo dal nostro contesto storico. Una pastorale ancora sacramentaria, una pastorale ancora burocratica, una pastorale ancora preoccupata di mantenere il salvabile, non è una pastorale “nuova”. Non tiene più! A che serve dire alla gente di venire a Messa, se poi la lasciamo vivere in una società dove tutto parla di antivalori, di anti-umanesimo. Parliamo di fede, e poi nella vita quotidiana ci adeguiamo alla cultura dell’avere. Non è giunto il momento, ripeto, di studiare una “nuova” pastorale: una pastorale incarnata nella realtà del presente storico? Almeno, pensiamoci. No! Si parte in quinta sul binario morto! Prima di partire si è già arenati nelle sabbie mobili. Mio Dio! Che spavento! E non è che ci mancano le possibilità, e delle proposte stimolanti. Certo, si parla tanto oggi della missione dei laici, del loro prezioso contributo, della necessità di una presenza che sappia raccogliere le migliori energie di una comunità. Questi benedetti laici che ragionano secondo il peggior clericalismo d’altri tempi! Colpa nostra di preti che preferiamo questi ad altri, più aperti, disponibili alla Novità evangelica. Don Primo Mazzolari, nel lontano 1936, scrisse - firmandosi “un laico di azione cattolica” un libretto che fa riflettere ancora oggi: “Lettera sulla parrocchia - invito alla discussione”. Vorrei riproporvelo. Anzitutto, Angelo Onger, nella sua presentazione (Edizioni Dehoniane, 1979), scrive: «... Purtroppo rileggendo le parole di don Mazzolari si ha l’impressione che nelle nostre parrocchie sia cambiato ben poco dal 1937 ad oggi. O, forse, è più esatto dire che le indicazioni di fondo allora offerte dalla voce profetica del parroco di Bozzolo sono state eluse, perpetuando quello stato di cose che viene qui denunciato. Per sincerarsene basta evidenziare i punti base del discorso di don Mazzolari sulla parrocchia. Egli vede


innanzitutto una frattura profonda tra quanti circondano il prete e la massa dei cristiani. Ha l’impressione che la parrocchia si presenti più in posizione di difesa piuttosto che impegnata in prima linea a proclamare la parola di Dio e a testimoniarla. Scrive: “Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti”. Ritornano i temi cari a tutta la problematica religiosa di don Mazzolari: i rapporti con i lontani, con gli indifferenti, in pratica i rapporti fra la chiesa e il mondo; la libertà spirituale della parrocchia che deve saper superare ogni tentazione temporalistica, oltre le supplenze raccolte in momenti diversi della storia. Don Mazzolari inserisce nella parrocchia queste preoccupazioni che pure sembrano superarne i confini, perché ritiene che la parrocchia è “la cellula vivente della chiesa”; perché “le crisi più paurose per l'unità e la santità della chiesa nacquero o rifluirono nella parrocchia come ogni riforma buona e salutare vi trovò gli inizi e le migliori fedeltà”. Ognuno potrà verificare quanto don Mazzolari cogliesse i problemi nella loro essenza, pensando alla crisi delle parrocchie che oggi tutti soffriamo... Si dice spesso che siamo in ritardo, che dobbiamo modernizzarci. Don Mazzolari ci ammonisce: “Si può aggiornare un'istituzione, modernizzarla e armarla secondo i ritrovati dell'epoca, senza averla sul piano dell'epoca”. Crediamo che oggi come allora non sia una questione di aggiornamento quantitativo, ma qualitativo. Dal punto di vista organizzativo c'è anche troppa efficienza, ma manca spesso lo slancio vitale. Oggi come allora “la parrocchia declina per mancanza di comunione con la vita, ossia per difetto di incarnazione”. Sul piano delle proposte concrete, don Mazzolari insiste su un altro tema di grande attualità, quello della responsabilizzazione del laicato. Un laicato che va accettato e rispettato così com'è, al di fuori di ogni tentativo di clericalizzazione. Infatti “sarebbe fraintendere il pensiero della chiesa se ci accontentassimo di una qualsiasi partecipazione del laicato, il che, lungi dal risolvere, appesantirebbe il sistema attuale con una organizzazione fine a se stessa”. Naturalmente don Mazzolari non si nasconde i rischi e le difficoltà che il superamento della crisi comporta. Egli stesso lanciò un "invito alla discussione" che resta tale non solo perché sono passati più di trent'anni, ma anche per alcune lacune inevitabili in uno scritto così breve. Ancora oggi infatti la parrocchia è alla ricerca di quelle vie che la portino, non provvisoriamente, oltre la crisi. Spesso avverte le deficienze e i pericoli che don Mazzolari denuncia, senza scoprire ancoraggi nuovi e rassicuranti. La lezione di don Primo, oltre il notevole contributo critico (in una discussione che egli definisce “protesta d'amore e documento di vita”), è l'invito a buttarsi nella mischia, magari per perdere il vanto di spettatori mondi della crisi, per diventare protagonisti impegnati di una vita nuova». (49/fine)

Il prete e la politica  

Stralcio di riflessioni di don Giorgio de Capitani nelle quali ricorda anche il periodo di permanenza a Balbiano.

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