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“CON NOI” Compendio dottrinale Per la formazione di base FORZANOVISTA


“Arcangelo Michele Principe delle Milizie Celesti valoroso guerriero dell’Altissimo guidaci e difendici nel combattimento


OTTO PUNTI PER LA RICOSTRUZIONE NAZIONALE 1. Abrogazione delle leggi abortiste FORZANUOVA si batte per l’abolizione immediata di tutte le leggi e le pratiche abortive, che in nome di un dichiarato edonismo e di una presunta socialità, negli ultimi decenni hanno insanguinato il mondo, minando il presente ed il futuro dei popoli. Un popolo che uccide i propri figli non ha futuro. Sancendo il principio che la vita inizia dal concepimento e che il fine ultimo dell’uomo trascende il fatto materiale, FORZANUOVA opera per la rigenerazione dei buoni costumi del popolo e considera determinante la creazione di strutture volte all’accoglienza del nascituro in un contesto sociale in cui i bambini siano “unici privilegiati nella nostra società”

2. Famiglia e crescita demografica al centro della politica di rinascita nazionale La famiglia come elemento primo e cardine della società va incoraggiata e privilegiata. FORZANUOVA, riconoscendo nella struttura tradizionale della famiglia un elemento essenziale per la ricostruzione nazionale, protegge e tutela l’indissolubilità del matrimonio, incentiva il lavoro della donna entro le mura domestiche, privilegia ed incoraggia le famiglie numerose. Una forte politica demografica, accompagnata da una nuova visione della società, in cui le


stesse concezioni architettoniche ed urbanistiche si adattino alle famiglie numerose, è alla base della rinascita nazionale.Nel quadro di una politica tesa alla salvaguardia delle giovani generazioni, FORZANUOVA auspica inoltre un deciso impegno contro la diffusione di tutte le sostanze stupefacenti e la stessa cultura della droga sponsorizzata dai “poteri forti”.

3. Blocco dell’immigrazione e avvio di un umano rimpatrio FORZANUOVA vede nell’attuale problema dell’immigrazione una dolorosa ferita nella armoniosa convivenza dei popoli. Infatti, oltre ad essere un elemento di turbamento dell’ordine pubblico e di perdita di patrimoni culturali, l’immigrazione è un salasso d’energie umane per gli stessi popoli immigranti. Pertanto, vista la gravità e l’urgenza del problema, FORZANUOVA si batte per un blocco dell’immigrazione e per l’avvio di un umano rimpatrio degli immigrati. In quest’ottica, vista la particolare pregnanza per il nostro paese del problema africano, FORZANUOVA esalta il ruolo fondamentale dei popoli europei nella ricostruzione del moribondo continente nero; ricostruzione che sortirebbe l’effetto di tutelare il diritto dei popoli africani a vivere dignitosamente nella propria terra.

4. Messa al bando di massoneria e sette segrete FORZANUOVA lotta per la piena indipendenza politica e militare della nostra nazione e per la conseguente estromissione dal nostro suolo di ogni forza d’ occupazione


straniera e la revisione di quei trattati che mettono a repentaglio sicurezza e indipendenza della nazione. FORZANUOVA si batte per l’ immediata messa al bando di tutte le organizzazioni massoniche e quelle che perseguono metodi cospiratori o segreti. Questi corpi hanno già colpito e avvelenato il tessuto morale e politico del nostro popolo e pertanto vanno neutralizzati con fermezza. Vanno inoltre messi in condizione di non nuocere i gruppi la cui fedeltà a potenze o lobby anti italiane è chiara e conclamata. Le potenze straniere resesi responsabili tramite propri agenti o servizi segreti di omicidi o stragi nel nostro paese devono rispondere del loro operato.

5. Sradicamento dell’usura e azzeramento del debito pubblico FORZANUOVA ritiene tra i suoi compiti urgenti la distruzione dell’ usura con la soppressione delle bande criminali dedite allo strozzinaggio e sopratutto attraverso l’attacco all’interesse applicato su prestiti non produttivi. La banca deve essere riconcepita come istituto di vero credito popolare orientato verso il bene comune e pertanto controllato dallo Stato. FORZANUOVA esige che venga cancellato il debito pubblico nei confronti del Fondo Monetario e di altri istituti, fonte di ingiuste imposte. Sia lo Stato, inoltre, a battere moneta negli interessi del popolo, sottraendo alla banca questo potere ingiustamente acquisito. Solo così i popoli della terra si libereranno dall’ ingiusto debito che sta portando miseria e fame in un mondo che grazie all’avanzamento tecnologico potrebbe vivere nell’ abbondanza e nel benessere economico.


6. Ripristino del concordato Stato-Chiesa del 1929

FORZANUOVA chiede il ritorno in vigore del Concordato del 1929 con cui lo Stato Italiano riconosce alla Chiesa Romana il ruolo di guida spirituale del popolo e pone i giusti confini fra opera della Stato ed opera della Chiesa. FORZANUOVA ritiene essenziale che la Fede, che ha accompagnato il nostro paese per duemila anni, venga custodita e trasmessa fedelmente alle future generazioni respingendo la cultura nichilista e laicista oggi imperante.

7. Abrogazione delle leggi liberticide Mancino e Scelba FORZANUOVA sollecita l’ abolizione delle leggi liberticide conosciute come Scelba e Mancino, espressione normative di una cultura dominante che tirannicamente impediscono pensiero ed azione, volti alla difesa della Nostra storia nonchÊ del patrimonio religioso e culturale del nostro paese.


8. Formazione di Corporazioni per la difesa dei lavoratori e delle comunità nazionale

FORZANUOVA si batte infine, per la costruzione di nuove strutture di tipo autenticamente corporativo, che in luogo di un sindacato sempre più burocratico e sempre più appiattito sulle posizioni del potere, si profilino come elemento di riorganizzazione del lavoro e di valorizzazione della proprietà.Il rifiorire delle Corporazioni darà vigore all’ apprendistato , alla sicurezza ed alla pace sociale, restituendo al lavoro l’aspetto sacro di continuazione dell’ opera divina. Di paese in paese, le corporazioni.costituiranno quella protezione per il lavoratore, perla sua famiglia e per la comunità intera, ridando vita ad una Italia ordinata e prospera, nuovamente consapevole della sua missione del mondo.

Orientamenti per la ricostruzione nazionale

Il compito che Forza Nuova si è data è quello di contribuire, in maniera efficace, alla necessaria opera di ricostruzione della nazione italiana, e perché ciò possa avvenire, è indispensabile che vi sia chiarezza circa alcuni punti di


carattere dottrinale. Uno di questi riguarda i principi che fondano l’azione politica, la quale deve essere saldamente ancorata ad essi e non, come invece purtroppo spesso accade, dettata da superficialità e da momentanei entusiasmi. Lungi dalla pretesa di esaurire un simile argomento con queste poche righe, lo scopo di chi scrive è quello di offrire un contributo al raggiungimento della chiarezza necessaria a porre le fondamenta di una vera rinascita nazionale, la quale non può che realizzarsi su principi certi e capaci di orientare rettamente la vita dei singoli e delle comunità. Principio e fondamento dell’agire politico Principio e fondamento dell’agire politico è Dio, il quale ha stabilito ogni cosa. L’esistente c’è in quanto Dio lo ha pensato, voluto e creato (1) dando l’essere a ciò che, altrimenti, sarebbe nulla; conferendo ad ogni ente (2) creato una sua propria natura, uno specifico modo di essere, che lo rende ciò che è e non altro, in un contesto di relazioni, non casuali ma determinate e finalizzate, intercorrenti fra gli enti stessi. L’uomo, animale sociale e razionale, dotato di libero arbitrio, è chiamato a riconoscere questa verità, di per sé evidente, organizzando la propria vita, sia sul piano personale che sul piano sociale, conformemente ad essa. L’organizzazione del consorzio umano associato è compito della politica, la quale è scienza che concerne gli strumenti necessari per realizzare il bene più importante delle cose umane: il bene comune, dal momento che ogni uomo è, per natura, parte della comunità e non può raggiungere il proprio bene, sempre sul solo piano umano, se non


come bene anche della comunità. Il fine più alto della politica, dunque, è quello di organizzare la società degli uomini secondo l’ordine naturale e divino, dato che Dio di quest’ordine è il creatore, e per il bene comune. L’ordine naturale; L’ordine naturale è l’insieme delle relazioni tra le cose umane e materiali esistenti, secondo ciò che tali cose sono capaci di essere e di fare per nascita, ossia per natura. Ma l’ordine naturale non riguarda solo le relazioni tra le cose esistenti, riguarda anche le cose esistenti stesse, le quali, colte singolarmente, mostrano di rispondere ad una costituzione non casuale che le rende ciò che sono. Tale costituzione di principio è riscontrabile osservando le inclinazioni naturali, seguendo le quali ogni ente realizza sé stesso appunto per ciò che è. Per quel che riguarda l’uomo, l’inclinazione naturale è il rapporto di congruenza tra una certa azione e la sua natura umana. Le principali inclinazioni naturali che caratterizzano l’uomo sono: - la conservazione della vita (prima di ogni cosa, occorre vivere); - l’unione dei sessi, l’allevamento e l’educazione dei figli; - la vita in società e la conoscenza della verità intorno a Dio, ossia intorno alla causa dell’esistenza delle cose. Attenzione! Le inclinazioni naturali non sono da intendere come ciò che è sentito come piacevole. Seguendo le inclinazioni naturali, dunque, le cose esistenti conseguono il loro proprio fine, che consiste nella realizzazione di sé secondo ciò che si è per natura, ossia


secondo ciò che si è capaci di essere e di fare per nascita. Questa realizzazione di sé, secondo la propria natura, costituisce il fine ed il bene della cosa esistente. La finalità delle cose esistenti, e la loro costituzione rispondente ad un criterio preciso per cui le cose sono quelle che sono, mette in luce l’esistenza di una causa prima dalla quale ciò che esiste è scaturito: un’intelligenza che ha pensato, voluto e creato ciò che esiste, costituendolo secondo un modo di essere che ne fonda la natura. Dunque, se le cose stanno in questi termini, se tutto è così determinato da una costituzione di principio, fissata da una volontà esterna alla creatura, per quale motivo vi sono persone che vivono in maniera tale da contraddire le inclinazioni naturali, avvertendo come piacevoli cose che sono palesemente contrarie all’ordine naturale? La risposta a questa domanda va ricercata riflettendo sull’uomo e quanto lo distingue dalle altre creature. Ciò che caratterizza la natura umana è la razionalità, ossia il possesso di facoltà quali l’intelligenza e la volontà. L’uomo, a differenza delle bestie, non è guidato dall’istinto ma dalla ragione; egli infatti, attraverso l’uso di tutte le sue facoltà (sensi, intelligenza, volontà), discerne ciò che gli si presenta, scegliendo se fare o non fare una cosa. Questa considerazione, mette in luce un altro aspetto fondamentale della natura umana: la libertà, ossia la facoltà di porre o no l’atto e di scegliere. I sensi presentano le cose all’uomo il quale, attraverso l’uso della ragione e della volontà, decide se accettarle o non accettarle. La libertà presuppone, dunque, la capacità di esprimere un giudizio, il quale dipende dall’esattezza del discernimento operato. Se il giudizio sulle cose è erroneo, ossia non corrispondente


alla verità (verità= adeguazione tra intelletto e realtà), è chiaro che le scelte si rivelano sbagliate, impedendo il conseguimento del fine (3). Può accadere, addirittura, che una persona avverta come piacevole un atto contrario alla natura umana. Come è possibile ciò? Lasciando perdere casi dovuti a forme che potremmo definire di patologia mentale, la risposta più esauriente a questa domanda la fornisce la dottrina cattolica, mediante il dogma del peccato originale. Vi è, infatti, un peccato d’origine, un’offesa recata a Dio da parte dei progenitori, i cui effetti connotano l’umanità d’ogni tempo e d’ogni luogo. Tra questi effetti, vi sono le “ferite” riportate dall’intelligenza e dalla volontà per cui alcuni, sulla base di falsi giudizi, determinati dal cedimento a passioni disordinate di una volontà “ferita”, reputano cosa buona un atto che l’uso della retta ragione mostra, invece, essere contrario alla natura umana ed al bene della persona. Contrario perché non ordinato al conseguimento del fine che è la realizzazione di sé secondo le inclinazioni naturali. Come conseguire il fine dunque, ossia come realizzare sé stessi per ciò che si è? E’ fondamentale, a tale scopo, conoscere sé stessi, innanzitutto per ciò che si è per natura. Contemplare sé stessi e le altre cose esistenti, capire la causa dell’esistenza delle cose e l’ordine che le caratterizza (4). Comprendere che per conseguire il fine è indispensabile seguire una via, una strada giusta che coincide con il rispetto della natura delle cose esistenti. Questa via da percorrere è la legge naturale. Il fatto che le cose esistenti esistano indipendentemente


dalla loro volontà, ma in virtù di una causa esterna e superiore ad esse; l’ordine che caratterizza l’esistente; la finalità di ciò che esiste. Sono cose queste che rimandano all’idea di un piano pensato e voluto per creare e mantenere l’esistente. Questo piano è quello che S. Agostino ed i medievali chiamavano LEX AETERNA. Il concetto di lex aeterna viene dallo stoicismo e ha precursori in filosofie più antiche: al mondo latino il concetto di una legge eterna fu trasmesso da Cicerone e da lui lo attinse S. Agostino. L’irradiazione della lex aeterna nella creatura razionale è la legge morale, quella che S. Tommaso d’Aquino ha chiamato LEX NATURALIS, perché scritta nella natura umana. Il bene comune; Il bene comune è il progetto storico concreto della società civile. Esso impegna, anche se con modalità differenti, lo Stato, la società in tutte le sue articolazioni (corpi intermedi, associazioni) e tutte le singole persone. Il bene comune non è la somma dei beni individuali, così come la società non è semplicemente l’aggregazione di tutti gli individui, ma consiste in una unione. Non vi è contrasto tra bene comune e singola persona umana ma armonia; la persona si ordina al bene comune perché la società, a sua volta, è ordinata alla persona. Il bene comune si concretizza nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono, negli esseri umani, lo sviluppo integrale della loro persona. Per rendere in qualche modo tangibile il concetto di bene comune, può giovare una descrizione di alcuni elementi che, allo stato attuale, possono comporre il bene comune.


Le risorse materiali ed il territorio; gli introiti globali ed il giusto salario; la diffusione della proprietà privata; la sicurezza sociale; i servizi essenziali (strade, trasporti, commercio, acqua potabile, elettricità,casa, salute, ecc.); la conservazione dell’ambiente; la rete di comunicazioni, il retto funzionamento dei mezzi di comunicazione sociale; la pubblica tranquillità e la stabilità sociale; l’armonia delle diverse classi sociali; le occasioni di svago e sano divertimento; la lingua, la cultura e le caratteristiche proprie della nazione; l’educazione lavorativa, sociale, morale e religiosa; la moralità pubblica e la disponibilità di idonee strutture per il culto e la pratica religiosa; lo sviluppo delle arti, delle lettere e delle scienze; la giustizia della legislazione; la corretta organizzazione dei poteri dello Stato; l’adempimento dei doveri civici. L’insieme di questi beni costituisce una sorta di ideale morale, difficile da conseguire integralmente ma da perseguire in ogni caso.

La regalità sociale di Gesù Cristo; Un ordinamento politico retto, trova il suo compimento attraverso il riconoscimento della regalità sociale di Gesù Cristo, Dio incarnato. Riconoscere la regalità sociale di Cristo, significa accettare la Sua signoria sul creato, con tutte le conseguenze che ne derivano anche per l’ordinamento politico che organizza la vita del consorzio umano. Sul piano prettamente attinente le sole cose umane, viste in una prospettiva esclusivamente temporale, il rispetto dell’ordine naturale ed il perseguimento del bene comune possono costituire l’ideale di un giusto ordinamento politico;


ma la realtà umana non si esaurisce sul mero piano naturale, vi è, infatti, una dimensione soprannaturale (5) che riguarda il destino di ogni uomo e che, per ciò, non può essere ignorata. Ecco, riconoscere la regalità sociale di Cristo, vuol dire esprimere nelle leggi dello Stato queste verità (la Sua signoria sul creato ed il destino soprannaturale degli uomini) e favorire di conseguenza, e per quanto attenga le competenze dello Stato medesimo, il culto cattolico, l’azione della Chiesa e la diffusione, a livello pubblico, di costumi capaci di aiutare gli uomini a conseguire il loro fine soprannaturale.

Conclusione; La condotta di vita e la prassi politica che si fondano sui presupposti dottrinali oggetto del presente scritto, esigono una virile accettazione delle conseguenze che ne derivano ed una piena assunzione di responsabilità, da parte di quanti vogliano coerentemente abbracciare la causa della ricostruzione nazionale; uno stile di vita impegnativo e radicalmente diverso dalle mollezze e dalle schizofrenie che la società post moderna, nelle sue varie espressioni, ci regala quotidianamente. Un impegno alto dunque, che spinge la persona ad esercitare, con il necessario aiuto della grazia celeste, un’azione finalizzata alla piena realizzazione di sé secondo l’ordine naturale e divino (6).


Note: (1) Descrivere l’attività di Dio utilizzando il tempo passato è cosa impropria. Per Dio pensare, volere, creare, ordinare e mantenere nell’esistenza gli enti è un atto unico, in quanto Egli è atto puro, al quale non possono essere applicate categorie quali il tempo e lo spazio. (2) Dal latino ens participio presente del verbo esse, ciò che è in atto. (3) I falsi giudizi, o giudizi errati, possono essere frutto sia dell’intelligenza sia della volontà “ferite”. Capisco che una cosa è sbagliata ma la faccio lo stesso perché cedo alla passione scatenata dai sensi, perché penso al godimento dei sensi che una certa cosa mi può procurare e, quindi, la faccio. Oppure, non riesco a comprendere che una certa cosa non è bene farla e quindi la faccio. Il grado di gravità dei due esempi è differente: nel primo caso la persona compie un atto oggettivamente sbagliato, avendone la piena consapevolezza e volendo compierlo; nel secondo caso, invece, la persona compie sempre un atto oggettivamente sbagliato ma, non avendone la piena avvertenza, la sua colpevolezza è meno grave. (4) Non è un compito troppo arduo, si tratta dello sforzo di diventare veri uomini e vere donne. In questo aiutati dalla tradizione, ossia dalla trasmissione della verità e dal


patrimonio di conoscenze ed esperienze accumulato dai Padri.

(5) Fatto già intuibile nel piano naturale e razionale, attraverso la contemplazione della natura umana, nella quale è riconoscibile la presenza dell’elemento spirituale: l’anima, di natura spirituale e, per ciò, immortale. (6) Azione volta innanzitutto al dominio di sé, affinché le superiori facoltà dello spirito prevalgano sul disordine suscitato dagli impulsi provenienti dai bassifondi della psiche.

LO STILE FORZANOVISTA

Un movimento viene giudicato anche dallo stile di vita dei suoi componenti. A tale scopo Forza Nuova invita i militanti ad adottare uno stile di vita conforme ai principi ed agli ideali che sono alla base del movimento. In particolare è necessario che ogni forzanovista faccia propri alcuni consigli e regole di vita.


- Ama Dio, la tua patria, il tuo popolo e la tua famiglia. Dimentica te stesso, guardati da ogni vanagloria. Non sei in Forza Nuova per appagare alcun desiderio di affermazione personale ma per servire la nobile e suprema causa della ricostruzione nazionale: per la maggior gloria di Dio, per l’onore nostro e dei padri, per dare alla nostra patria ed al nostro popolo un futuro di giustizia e di grandezza. - Cammina sempre sulla via dell’onore. Se commetti un atto disonorevole offendi Dio e macchi non solo te stesso, ma anche Forza Nuova, la tua famiglia ed il tuo popolo. - Vivi il cameratismo in ogni circostanza. La suscettibilità è il peggiore nemico del cameratismo, l’umiltà è invece il suo migliore alleato. Nei rapporti con gli altri camerati può accadere di irritarsi, ma, in tal caso, hai il dovere di controllarti e di placare la tua rabbia, il cammino che attende Forza Nuova non è un avventura solitaria, ma una marcia comunitaria. Evita maldicenze, mormorazioni e gelosie tra camerati. Rifiutati di ascoltare insinuazioni sul conto dei tuoi camerati. Quando un camerata è assente non dire e non ascoltare nulla a suo riguardo che tu non gli abbia già detto o che non sia disposto a ripetergli in tutta chiarezza. Spesso uno sbaglia senza cattiva intenzione. Chi non ha mai sbagliato? Non stancarti mai di perdonare il tuo camerata che ha sbagliato, lo ha riconosciuto e con sincerità domanda il tuo perdono. Perdona sempre in cuor tuo. Se hai dei disaccordi, risolvili con il tuo camerata e quando ciò non è possibile, chiedi l’aiuto dei superiori e degli altri camerati. Chi non è pronto a passare sopra i torti subiti, veri o presunti, chi non tratta i suoi camerati con magnanimità è bene che non si definisca forzanovista.


- Sii umile, saggio e forte. Al fondo della natura umana esisterà sempre una componente deteriore, votata all’egoismo e preda delle passioni disordinate. Devi essere tanto umile da riconoscerlo, saggio da ricordarlo e forte per sostenere la necessaria lotta contro te stesso. Questa è la battaglia interiore, la più importante della tua vita perché ne va del tuo essere uomo. Per sostenere questa prova avrai talvolta bisogno dell’aiuto dei tuoi camerati, così come loro ne avranno del tuo. Non restare indifferente di fronte alle manchevolezze ed ai torti: se occorre riprendi, rimprovera ed esorta. Ma sempre con pazienza e serenità, avendo di mira l’onore della nostra causa e di Forza Nuova. Ed ancora sii umile, accettando senza plateali recriminazioni il ruolo che ti è stato assegnato e mostrandoti sempre pronto ad imparare da chi ne sa più di te. - Lavora. Lavora in modo generoso, disciplinato, perseverante e silenzioso. Lavora per la maggior gloria di Dio, per il bene della tua famiglia, della nostra patria, di Forza Nuova. Impara a lavorare non per ricevere lodi e gratificazioni, ma per il solo fatto di doverlo fare. Unica gratificazione sia per te la consapevolezza di avere compiuto degnamente il tuo dovere. Sia per te un punto d’onore lavorare per la causa, e di farlo non solo con la mente e con le braccia ma anche con il cuore. Il lavoro ben fatto, disciplinato e discreto (senza clamori) è quello che da i frutti migliori, fa crescere Forza Nuova e purifica chi lo compie. - Sii obbediente e rispettoso. Occupa degnamente il tuo posto e svolgi con sollecitudine e precisione il tuo dovere. Se qualche disposizione dei tuoi superiori dovesse contrastarti fallo notare loro, dopo attenta riflessione, con discrezione e rispetto. Rispetta i tuoi superiori, considera la


loro responsabilità e aiutali con la tua disponibilità ed il tuo consiglio. - Sii leale, prudente e coraggioso. Non mentire mai a te stesso e non tradire chi ha riposto in te la sua fiducia. Dichiara sempre le tue intenzioni e sii fedele alla parola data. Impara a discernere gli uomini e le situazioni, non essere impulsivo ma parla ed agisci sempre convenientemente e secondo verità e giustizia. - Sii religioso. Conosci, ama e servi Iddio in spirito e verità, e tributa a Lui il culto e l’onore che Gli sono dovuti. Consideralo il primo anzi il solo: il resto è pura conseguenza. Da lui tutto quanto viene e a lui tutto torna. Prendi i mezzi soprannaturali (preghiera, sacramenti) necessari a vivere un’esistenza degna e votata ad un’eternità di gloria, e ricorda: senza l’aiuto celeste nulla di buono e di duraturo potrebbero realizzare i soli sforzi umani. Vivi queste regole e consigli cogliendone soprattutto lo spirito e sforzati di realizzarli e dilatarli in ogni momento ed ambito della tua vita. Il forzanovista deve essere l’uomo integro capace di suscitare ammirazione, infondere coraggio e dare speranza. Nei momenti di scoramento e di stanchezza volgi il tuo pensiero alla causa della nostra lotta e ricorda che è stata una disciplina di vita, simile a quella fin qui tracciata, a fare la grandezza di Roma e della Cristianità romano-germanica.


IN GRECIA LE ORIGINI DELL’EUROPEITA’ La visione di un vecchio film sulla battaglia delle Termopili (L’eroe di Sparta diretto da Rudolph Mate) ha offerto a chi scrive lo spunto per una breve riflessione su alcuni aspetti relativi alle origini dell’Europa (1), intesa come luogo geografico ove si è realizzato un particolare modus vivendi che ha condizionato fortemente la storia dell’umanità. Cosa fa dell’Europa l’entità che tutti conosciamo: è una sua particolare conformazione fisica, ben distinta da altri luoghi limitrofi, o è qualcosa d’altro che fare di questa appendice posta a nord-ovest del grande continente asiatico quella entità che, nel bene e nel male, ha esercitato un’enorme influenza sulla vita di generazioni di interi popoli, anche extra europei? Senz’altro vi è qualcosa d’altro, di diverso e di ordine superiore al mero dato fisico, sia antropologico che geografico. La battaglia delle Termopili (480 a.C.) è l’evento che, assieme ad altri fatti d’arme dello stesso periodo (Maratona e Salamina) può essere assunto quale punto di riferimento per la nostra storia: alle Termopili pochi valorosissimi Greci si sacrificarono nel combattimento, cercando di impedire l’avanzata alle truppe della dilagante potenza asiatica persiana, guidata dall’imperatore Serse. E’ nella Grecia degli eroi Spartani, massacrati alle Termopili, che nasce e si sviluppa la filosofia occidentale; è lì che prende forma quel modo di porsi, da parte dell’uomo, di fronte alla realtà scoprendo l’intellegibilità delle cose esistenti; è lì che l’uomo incontra la razionalità dell’essere (2). Sulla via del pensiero, l’uomo si avvia all’incontro con l’essere; interroga la natura e avverte che nelle cose vi è


qualcosa di più grande del loro valore pratico; comprende la possibilità di capire il senso dell’esistenza delle cose; si rende conto che una profonda e sapiente razionalità è il principio di tutto. Si tratta dell’incontro con il logos, la ragione intellegibile, il senso conoscibile e comunicabile, il principio. Se si fossero imposti i Persiani di Dario e Serse, se avesse vinto l’Asia, lo spirito umano sarebbe rimasto confinato nell’angusto spazio del mito (3) il quale, con le sue luci e le sue ombre, avrebbe continuato a mediare tra la realtà e l’irrealtà. Invece, è nella Grecia che respinge l’orda asiatica (peraltro della stessa origine indoeuropea) che prende vita quello che potremmo definire il tratto distintivo del tipo europeo, ossia dell’uomo che rompe gli indugi e, attraverso l’uso delle proprie facoltà cognitive, si sforza di comprendere la realtà ed il suo senso. E’ il cammino che lo spirito umano intraprende, attraverso la via del pensiero, verso la verità, verso la dimora del logos. Un cammino non facile, irto di difficoltà per la limitatezza della natura umana e, perciò, necessitante di una Rivelazione dall’Alto, ma necessario e che si consumerà nell’incontro con il logos incarnato, Gesù Cristo, la seconda persona della Santissima Trinità. All’antica Grecia delle battaglie di Maratona, delle Termopili e di Salamina, al valore ed al sacrificio di quegli uomini che vi combatterono; a uomini come Milziade, Leonida e Temistocle così come Talete, Parmenide, Eraclito, Socrate, Platone e Aristotele l’uomo europeo deve gran parte della propria identità.


Le battaglie Maratona: A Maratona – costa nord orientale dell’Attica, a 42 km da Atene – nel 490 a.C., si svolse la battaglia tra Persiani e ateniesi che decise la sorte dell’invasione della Grecia, tentata dai Persiani guidati da Dario. L’esercito persiano, sotto il comando di Dati e di Artaferne, si accampò lungo la costa con il proposito di marciare su Atene (il terreno pianeggiante favoriva l’impiego della cavalleria, e l’Eubea poteva assicurare i rifornimenti all’esercito invasore). Gli ateniesi, chiesto aiuto a Sparta, uscirono dalla città e si accamparono alle falde delle colline. Il comandante Milziade, che aveva esperienza di guerra contro i Persiani, impose la tattica vincente: schierati 10000 opliti ateniesi ed i 1000 Plateesi di rinforzo lungo la linea compatta, con maggiore profondità alle ali, durante una momentanea assenza della cavalleria persiana, Milziade attaccò frontalmente il nemico costringendolo a ripiegare sulle navi. La pesante formazione oplita ebbe la meglio sul più duttile, ma leggero, schieramento persiano, svantaggiato anche dal mancato intervento della cavalleria. Secondo la tradizione, caddero 192 Greci 6400 persiani, e la notizia della vittoria venne portata ad Atene da Fidippide, il quale morì subito dopo di fatica per la lunga corsa (da questo episodio deriva la moderna specialità sportiva della maratona). L’esito della battaglia fu di grande importanza politica, perché mostro che i Greci potevano battere il grande impero persiano.


Termopili: Presso le Termopili – valico della Tessaglia posto nella Grecia centro orientale, fra il monte Eta ed il golfo di Lamia – nel 480 a.C. i Greci concentrarono le loro forze terrestri per sbarrare la strada ai Persiani guidati da Serse, successore e figlio di Dario. Ma, dopo tre giorni di aspra lotta, con una manovra di aggiramento, i Persiani sorpresero alle spalle e sbaragliarono i soldati Greci, aprendosi in questo modo la strada per la Beozia e l’Attica. La strenua ed eroica resistenza, nonché la tragica fine, del contingente greco, 300 guerrieri spartani guidati dal Re Leonida, rese leggendari l’episodio ed il passo. Per commemorare il sacrificio di Leonida e dei suoi uomini, nel luogo dove si svolse la battaglia, fu piazzata la statua di un leone sulla quale era scolpita questa scritta: viaggiatore, va a dire a Sparta che noi siamo morti per ubbidire alle sue leggi.

Salamina: Durante la seconda guerra persiana, nel 480 a.C. e dopo la sconfitta patita dai Greci alle Termopili, l’isola di Salamina accolse la popolazione evacuata dall’Attica, ormai invasa dai Persiani, e divenne la base della flotta greca. Il comandante ateniese Temistocle decise di dare battaglia nello stretto braccio di mare l’isola e l’Attica. La flotta da guerra greca, costrinse all’immobilità le navi persiane di Serse, in gran numero e ammassate in uno spazio angusto. I Persiani dovettero ritirarsi con una perdita di circa 200 navi e di un intero corpo, sbarcato nella piccola isola di Psittalia.


Platea e Micale: Nell’agosto del 479 a.C., si svolsero le battaglie che segnarono la definitiva sconfitta dell’impero persiano. Circa 100.000 Persiani (300.000 secondo Erodoto), guidati dal comandante Mardonio (parente di Dario), si scontrarono e persero a Platea (sud della Beozia) contro le forze greche – 80.000 uomini (108.000 secondo Erodoto) suddivisi tra Spartani, Ateniesi, Plateesi, Corinzi e Micenei – guidate dallo Spartano Pausania (tutore di Plistarco, figlio di Leonida) e dell’Ateniese Aristide. Nella stessa estate, la flotta persiana fu sorpresa a Micale da quella greca (al comando di Leotichiade) che la distrusse completamente. D a questi episodi vittoriosi, i Greci compresero che la vittoria in una guerra come quella combattuta contro la grande potenza asiatica, dimostrava che l’unità dei popoli del Peloponneso poteva essere la premessa per fare della Grecia una potenza capace di espansione.

La filosofia La filosofia (ricerca della sapienza) nasce nell’antica Grecia, tra il VII° ed il VI° secolo a.C., in ambienti religiosi soprattutto legati all’orfismo. Dapprima essa si esprime con lo stesso linguaggio della letteratura non filosofica (la poesia ed il racconto mitologico), tentando di dare ragione dell’esistente. I suoi primi e massimi rappresentanti sono Talete, Anassimandro, Anassimene ed Eraclito. Parmenide di Elea (520-440 a.C.), afferma l’unicità e l’immutabilità essenziale dell’essere, intendendo il cambiamento e la molteplicità come apparenze: con Parmenide la filosofia è già metafisica (4). Il grande periodo


della metafisica del VI° secolo a.C. (Pitagora, Parmenide, Eraclito) subisce una battuta d’arresto con i sofisti (Protagora, Gorgia, Ippia, Prodico, Trasimaco) che operano nell’Atene del V° secolo. I sofisti prediligono i temi dell’antropologia e si caratterizzano per una dialettica finalizzata soprattutto all’esercizio della retorica ed all’attività politica; il loro pensiero è essenzialmente scettico (5). La figura di Socrate (470 o 469-399 a.C.) si erge in questo contesto per la sua capacità di tornare alle grandi tematiche della metafisica: la verità oggettiva, i valori eterni, il destino dell’uomo, l’immortalità dell’anima, l’ispirazione divina che guida nella realizzazione del bene. Socrate è l’ideatore della dottrina del concetto, ossia dell’essenza universale delle cose. Egli è colui che introduce nella filosofia il metodo della dialettica finalizzata non a convincere (come la retorica dei sofisti), ma a ricercare insieme all’interlocutore una verità che è intima alla coscienza dell’uomo e che occorre tirar fuori (maieutica). Discepolo di Socrate, Platone (428-347 a.C.) pone e risolve la questione dei principi primi del reale, che scopre nelle idee sussistenti, fondamento di tutte le cose esistenti che , delle idee sussistenti, sono altrettante imitazioni – imperfette, particolari e contingenti – rese tali dalla materia, sede del divenire e fonte di tutti i difetti dell’esistenza. Platone esalta il primato dello spirito e dei suoi valori e svaluta il sensibile ed il temporale. Egli attribuisce ad un Demiurgo – artefice e padre dell’universo, che ordina e non crea – la mediazione tra le idee e materia considerando questa come la necessaria e insopprimibile antitesi delle idee. Platone, più di ogni altro filosofo pre-cristiano, si avvicina a Dio, riconosce la spiritualità dell’anima umana e


riconosce la funzione purificatrice del dolore e l’esigenza di una Rivelazione divina e della vita eterna. Arriva addirittura a descrivere la figura del giusto perseguitato e ucciso, cosa che pare un’immagine profetica di Cristo. Aristotele (385-322 a.C.) rappresenta il più elevato vertice del pensiero umano non illuminato della Rivelazione; sulla scia di Platone, tenta di conciliare essere e divenire, trascendenza ed immanenza, materia e spirito, percezione e pensiero. Secondo Aristotele, conoscere significa sperimentare e astrarre; afferma, contro la dicotomia platonica, l’unione sostanziale tra anima e corpo nell’uomo; riconosce un’anima immateriale e incorruttibile. La sua visione dell’uomo, fonda un’etica che non rifiuta il sensibile ma lo subordina alla ragione, disponendo l’uomo a tutti i beni della vita. Ne risulta un’evidente valorizzazione delle passioni, regolate dalle quattro virtù cardinali, il cui esercizio dispone alla sapienza quale contemplazione dell’Ottimo Intelligibile, ultimo fine dell’esistenza.

Note (1) Il nome Europa deriva dalla mitologia greca e significa grandi occhi. Secondo il mito, Europa era la figlia di Agenore, re di Tiro, di lei si innamorò Zeus, il padre degli dei, e dalla loro unione nacquero tre figli: Minosse, Radamente e Sarpedonte. In seguito, Europa sposò Asterione, re dei Cretesi, il quale adottò i tre figli di lei. Alla morte di Asterione, Minosse diventò re di Creta e diede il suo nome alla più antica civiltà greca, quella minoica. Per onorare Minosse e sua madre, i Greci diedero il nome di Europa al continente posto a


nord di Creta. (2) Secondo Aristotele e San Tommaso d’Aquino, l’essere, nelle sue proprietà e nelle sue manifestazioni, è oggetto primario dello studio della metafisica. (3) In generale il mito è una rappresentazione fantastica di personaggi o di eventi. Sul valore del mito, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le culture tradizionali e anche nella prima filosofia greca, si danno due interpretazioni contrastanti, una positiva e una negativa. Secondo quest’ultima, il mito è pura creazione di una umanità ingenua, infantile, immatura, priva di categorie logiche che, più o meno istintivamente, falsifica la realtà e la storia (è l’interpretazione razionalistica ed illuministica). Di contro, l’interpretazione positiva considera i miti la metafisica dei popoli antichi. Chi sostiene questa tesi ritiene di poter distinguere due tipi di metafisica: una mito-metafisica, che elabora una spiegazione della realtà con la fantasia e la esprime in termini mitici, e una logico-metafisica, che elabora una spiegazione della realtà con la ragione e, quindi, formula una spiegazione fatta di concetti. (4) Metafisica, letteralmente, significa dopo la fisica. E’ un’espressione che adoperava Andronico di Rodi, primo curatore delle opere di Aristotele di fascicoli che si trovavano dopo l’opera titolata Fisica e che trattavano di questioni che trascendono l’ordine dello spazio e del tempo e, quindi, del mondo fisico e


storico. La metafisica è definita da Aristotele filosofia prima, scienza delle cause ultime e dei principi supremi.

(5) Lo scetticismo è la posizione filosofica che assolutizza il momento della ricerca e del dubbio, finendo per non trovare alcun criterio che garantisca una qualsiasi certezza.

ROMANITAS Il contributo di Roma e della romanità alla caratterizzazione etica della politica di quella porzione di spazio geografico conosciuta con il nome di Europa e, più ampiamente, di Occidente è assai noto, soprattutto per l’affermazione del concetto di Stato, quale forma (1) del vivere associato, e del concetto di diritto, al primo strettamente correlato. Una caratterizzazione le cui tracce sono ancora presenti – non solo nelle vestigia scultoree ed architettoniche tuttora presenti – nonostante lo scorrere del tempo e gli avvenimenti che hanno mutato lo stile di vita dei popoli europei. Scopo del presente scritto, è quello di individuare e riproporre alcuni tratti caratteristici della migliore romanità, in particolare quegli aspetti che, sul piano etico e spirituale, hanno determinato la grandezza e la nobiltà del tipo romano e, quindi, della romanità stessa. A parere di chi scrive, l’essenza della migliore romanità va colta nel cosiddetto mos maiorum, il costume dei Padri, che ha caratterizzato soprattutto il periodo della repubblica,


momento storico in cui si è manifestato in modo evidente un certo modo di porsi, da parte dell’uomo romano, di fronte a se stesso, agli altri ed al mondo. Rispetto ad un altro punto di riferimento e pilastro dell’epoca classica, ossia l’antica Grecia delle città Stato e delle grandi conquiste e speculazioni filosofiche, ciò che distingue la romanità è una certa capacità di concretizzare, nella pratica delle virtù, quelle verità eterne che i Greci erano stati in grado di definire ma incapaci di assumere: per dirla con Pierre Grimal “… ciò che lo spirito mostrava loro non è mai davvero penetrato nella loro anima”. Romanitas è il vocabolo usato da Tertulliano per significare tutto ciò che un Romano considera ovvio, istintivo, indiscutibile, connaturato alla propria mentalità. E’ un vocabolo molto affine al termine “civiltà romana”, ove per civiltà si intenda ciò che gli uomini pensano, sentono e fanno. E, se è vero che la civiltà si manifesta in modo tangibile tramite segni esteriori e materiali, è altrettanto vero che la sua essenza è eminentemente spirituale. Secondo Tacito, solo l’ignorante pensa che monumenti, palazzi e raffinatezze siano la civiltà. Humanitas, termine tra i preferiti da Cicerone, illumina un concetto squisitamente romano, nato dall’esperienza di Roma. Esprime, da un lato, il senso della dignità della persona umana, che è unica e deve essere rispettata e messa in grado di svilupparsi pienamente; dall’altro implica il riconoscimento della personalità altrui e il diritto di ciascuno a coltivarla. Ma la frase che più comunemente e con maggiore concretezza definisce la civiltà è semplicemente questa: pax romana. In questa idea il mondo constatò con


maggiore evidenza il raggiungimento di quella missione che il carattere, l’esperienza e la potenza romana avevano a poco a poco scoperto e consapevolmente assunto. Ma qual è l’essenza della romanità? Durante l’intero corso della loro storia, i Romani furono sempre consapevolmente consci dell’esistenza di un potere posto al di fuori dell’uomo, individuo o collettività: un potere imprescindibile. L’uomo deve subordinarsi a qualcosa; se rifiuta di sottomettervisi, o lo fa con riluttanza, è destinato a sicura rovina; se accetta senza riserve il potere che lo trascende, scopre che può anche essere elevato alla dignità di collaboratore di esso, ciò che può consentirgli di discernere la strada e, forse, la meta. La collaborazione zelante e spontanea gli infonde un senso di missione; i fini gli divengono più comprensibili, facendolo sentire agente o strumento nel raggiungerli. In altre parole, egli diventa consapevole di una vocazione, riservata a lui e a quelli che, come lui e con lui, formano lo Stato. Sin dalle origini di Roma è avvertibile nel cittadino questo senso di dovere religioso, inizialmente rozzo e inarticolato, e non disgiunto da superstizioso timore; in seguito espresso con maggiore chiarezza, e sprone nell’agire. Negli ultimi tempi la missione di Roma è proclamata apertamente; spesso a voce più alta proprio da chi, in senso stretto, non è vero romano e più insistentemente proprio quando, nella sua espressione visibile, questa missione è esaurita. Il senso di dovere, di missione, si rivela dapprima in forme semplici, umili, in seno alla famiglia e alla casa; quindi si espande nella città-Stato per culminare nell’idea imperiale. A seconda del momento, esso occupa differenti categorie di


pensiero e assume differenti espressioni, ma nella sua essenza è religioso, poiché trascende l’esperienza sensibile; una volta adempiuta la missione, anche la sua base si trasforma. E’ questa la vera chiave per comprendere i Romani e la loro storia. La mente del romano è quella del contadino-soldato, e ciò è vero anche per i tempi più tardi, quando non può essere né l’uno né l’altro. Lavorare senza sosta è la sorte del contadino, poiché le stagioni non aspettano i comodi di nessuno. Ma il lavoro, da solo, non serve a nulla: l’uomo può far progetti e preparativi, arare e seminare, ma deve pazientemente attendere l’aiuto di forze che sfuggono alla sua comprensione, e tanto più al suo controllo. Se esiste un modo per procacciarsene il favore, egli lo adotterà, ma nella maggior parte de i casi potrà solo collaborare con esse, mettersi al loro servizio per attuare i loro fini e, subordinatamente i propri. In temperie e infortuni potranno rendere vane le sue fatiche; in tal caso dovrà accettare il compromesso e saper aspettare. La semina, la crescita delle messi, la raccolta, nella loro ordinata ripetizione, regolano la sua esistenza; la vita dei campi è la sua stessa vita. Se, come cittadino, sarà spinto a intraprendere un’azione politica, tale azione sarà volta a difesa della sua terra, del suo commercio o della fatica dei figli. Per lui, la conoscenza raggiunta attraverso l’esperienza ha maggior valore di qualsiasi speculazione teorica. Le sue prime virtù sono onestà e frugalità, previdenza e pazienza, operosità, coraggio e tenacia, semplicità e umiltà di fronte a ciò che sta sopra di lui. Sono le stesse virtù del soldato. Anche il soldato conosce il valore della routine come parte della disciplina, poiché è


suo compito rispondere all’appello improvviso con prontezza quasi istintiva. Anche il soldato deve avere fiducia in sé, possedere la forza e la perseveranza del contadino, mentre l’ingegnosità pratica di costui lo aiuta a diventare ciò che il soldato di Roma deve essere: un costruttore di strade, di fossati e di valli, colui che sa tracciare un accampamento o una fortificazione allo stesso modo in cui sa delimitare i confini di un campo o disegnare un sistema di canali di scolo. Sa vivere della terra, perché l’ha sempre fatto. Anch’egli è consapevole dell’esistenza di quel elemento imponderabile che può sovvertire il più cauto progetto: anch’egli crede a forze invisibili e chiama fortunato quel generale che la potenza ignota sceglie a proprio strumento. E’ leale verso gli amici, si affeziona ai luoghi. Se e quando si abbandona alla violenza politica, lo fa per assicurarsi una casa e un pezzo di terra da coltivare quando sarà finita la guerra, e incrollabile è la sua fedeltà al generale che difende la sua casa. Uno dei concetti che maggiormente spiega il pensiero dei Romani, è il concetto di genius. L’idea del genio risale al pater familias il quale, generando i figli, diviene capo della famiglia. Il suo carattere essenziale di procreatore viene isolato e gli viene attribuita una essenza spirituale autonoma. Egli guida la famiglia che gli deve la propria continuità e cerca in lui la protezione. Così, come membro di quella misteriosa sequenza figlio-padre, l’individuo acquista nuovo significato; è posto su uno sfondo, non più continuo, ma spezzato, in cui i pezzi hanno forme diverse, e uno di essi ha la sua forma. Il suo genio, pertanto, è ciò che lo pone in una relazione speciale alla sua famiglia nel passato, che ora è scomparso, e nel futuro,


avrà origine nei suoi figli. La catena di un potere misterioso unisce la famiglia di generazione in generazione, ed è grazie al suo genio che egli, uomo di carne e ossa, può essere un anello di questa catena invisibile. Come il genio della famiglia esprimeva l’unità e la continuità della stessa attraverso le generazioni, così si venne ad attribuire un genio particolare anche a un gruppo di uomini non uniti da vincoli di sangue, ma da interessi e scopi comuni. Il gruppo acquista un’entità: il tutto è più delle parti che lo compongono, e questa misteriosa personalità collettiva è il genio. Nell’organizzazione familiare contadina, la donna occupa una posizione di autorità e responsabilità. Tra i Romani, teoricamente, la donna era soggetta alla podestà del marito e no godeva di alcun diritto legale. Tuttavia non era tenuta segregata e condivideva la vita del marito, stabilendo quel codice di virtù uxorie e materne in seguito ammirate e invidiate. L’autorità dei genitori era rigida: essi esigevano e ottenevano il rispetto dei figli che facevano vivere in stretto contatto con loro, in casa e fuori. Si impartiva ai ragazzi un’educazione “pratica”, e le storie del passato erano presentate in modo che se ne potesse trarre una morale. La famiglia (familia) era il pilastro fondamentale della costituzione romana, il nucleo originario e l’asse portante della società. Alla base di essa vi era l’unione tra uomo e donna, ritenuto istituto umano naturale e fondamentale poiché atto a garantire la sopravvivenza e la continuità del genere umano in generale e in particolare della gens, ossia di un gruppo di famiglie che si pensava discendessero da uno stesso antenato. La famiglia a Roma era considerata


un’istituzione sociale pubblica; sposarsi e mettere al mondo figli era considerato alla stregua di un obbligo e di una necessità sociale. Dopo l’età repubblicana e dinnanzi alla decadenza dei costumi, Ottaviano Augusto prima e l’avvento del cristianesimo poi, ribadirono l’importanza dell’istituto familiare, rafforzandolo attraverso il vincolo della reciproca fedeltà dei coniugi, rifiutando la pratica del divorzio, limitando il potere assoluto del pater familias riconoscendo in maniera esplicita la dignità della donna (questo grazie al cristianesimo). Base della romanità sono i mores maiorum, le qualità morali incarnate dai Padri. Enumerando alcune di queste virtù, che i Romani considerarono sempre squisitamente romane, le troviamo tutte collegate all’assetto primitivo, agli scopi e al tipo di vita, alle prime lotte per l’esistenza e alla religiosità dei primi secoli della Repubblica. Esse formano un insieme organico. La prima di queste virtù appare essere il riconoscimento che l’uomo è subordinato a qualcosa di esterno che ha un potere vincolante su di lui, e il termine che designa tale potere, religio, ha una vastissima gamma di usi. Si definisce “uomo di altissima pietas” l’uomo religioso, e pietas è un aspetto di quella subordinazione alla quale si è appena accennato. Si è pii verso la divinità se se ne riconoscono i diritti; si è pii verso i genitori e gli anziani, verso i figli e gli amici, verso la patria e i benefattori, verso tutto ciò che suscita, o dovrebbe suscitare, rispetto e affetto, se si ammettono i loro diritti su di noi e si compiono i doveri che ce ne derivano. I diritti esistono in quanto i rapporti in questione sono considerati sacri. Gravitas è invece il senso dell’importanza di ciò di cui si


attende, cioè la serietà , lo zelo, il senso delle proprie responsabilità. E’ il contrario della levitas, qualità che i Romani disprezzavano: la leggerezza, l’incostanza, l’occuparsi di cose futili nel momento non adatto. Alla gravitas si accompagnano naturalmente la constancia, che è la fermezza dei propositi, e la firmitas, la tenacia; o, a temperarla, la comitas, che è la giovialità, la bonomia, il buon umore. Disciplina è quel costante esercizio che porta alla fermezza di carattere; industria è l’attività, la laboriosità; virtus, il coraggio, la virile energia; clementia, la condiscendenza a rinunciare ai propri diritti; frugalitas, la frugalità, l’amore delle cose semplici. Ed ancora, il rispetto per l’auctoritas, l’autorità; iustitia, la giustizia, ossia la costante e perpetua volontà di dare a ciascuno il suo; fides, il rispetto della parola data e del proposito manifestato, la fedeltà, verso gli amici e quanti da te dipendono, stimata come una delle cose più sacre della vita. Queste sono alcune delle qualità che i Romani ammiravano; sono doti morali solide, che solo ad uno sguardo superficiale possono sembrare senza attrattive. Le doti che avevano aiutato i primi romani ad imporsi contro la natura e contro i loro vicini, restarono sempre le virtù più alte. Ad esse il romano doveva se la sua città-Stato si era elevata al di sopra delle civiltà circostanti, civiltà che gli apparivano fragili e malsicure senza il sostegno di quelle virtù che egli stesso aveva faticosamente coltivato. Severitas, la rigidezza, in primo luogo verso se stessi, è forse la parola che meglio le riassume. La spiccata pietas religiosa romana, si realizzerà finalmente nel cristianesimo. Il passaggio di Roma dal paganesimo al cristianesimo può


essere felicemente rappresentato dal pensiero e dall’insegnamento di uno dei quattro massimi Dottori della Chiesa cattolica, Sant’Ambrogio vescovo di Milano dal 374 al 397 d.C. (anno della sua morte). Ambrogio – appartenente ad una famiglia di antica nobiltà senatoria ed impegnato personalmente nell’amministrazione dell’Impero, in qualità di consularis della Liguria e dell’Aemilia, legato da vincoli di amicizia e di parentela con le grandi famiglie della nobiltà romana, pagana e cristiana – appare, per la sua cultura di base, fondata su Virgilio e Cicerone, un membro tipico della classe senatoria occidentale e latina del suo tempo. Sant’Ambrogio rifiuta di identificare Roma con la religione pagana e afferma, anzi, che il paganesimo era la sola cosa che, con l’ignoranza di Dio, accomunava Roma con i barbari. Rifiuto, dunque, della religiosità pagana, ritenuta peraltro non specifica del mos romano, ma piena accettazione della tradizione politica, civile e militare identificata, da Ambrogio, con il vero mos maiorum di Roma. Emblematica è l’esaltazione che S.Ambrogio fa delle virtù di Camillo, di Attilio Regolo, di Scipione e dell’antica disciplina militare romana, fatta di fortezza, di vigilanza, di resistenza alla fatica, di dedizione alla causa comune (2). Ed è ancora Ambrogio a fornire, nel De Obitu Theodosii, un chiaro insegnamento della concezione cristiana della fides militum, la quale ha come condizione e contropartita la devozione dell’imperatore al bene comune. Fides che è, insieme, la lealtà dei soldati verso l’imperatore e di questi verso Dio per il quale egli stesso milita. Il travagliato rapporto iniziale tra la religione di Cristo e la Roma pagana, si risolse dunque


nella conversione alla fede cristiana da parte di sempre più vasti settori della popolazione, interessando tanto gli strati popolari quanto la nobiltà e l’ambiente militare, e culminando nella proclamazione del cattolicesimo quale religione dello Stato romano. L’avvento della nuova religione non significò alcuna rottura con l’essenza della romanità, identificata con quei mores maiorum pienamente assunti dalla dottrina cattolica nella forma di quelle virtù naturali che costituiscono la base su cui fondare una retta esistenza, conforme al volere di Dio e, per questo, votata alla gloria eterna.

Note (1) Forma anche in senso aristotelico, ossia principio attivo che ordina la società principio passivo. (2) Tra le figure esemplari della migliore romanità, non può mancare quella di Marco Porzio Catone (234-149 a.C.). Contadino, soldato, console, censore, oratore e storico, Catone (Cato maior) è stato lo strenuo promotore e difensore del mos maiorum e della romanità, contro la decadenza dei costumi, minacciati dalla corruzione di un certo ellenismo, e contro la potenza cartaginese, da lui ritenuta un pericolo mortale per Roma non solo militarmente e politicamente ma anche, e soprattutto, in quanto portatrice di un modello di vita radicalmente diverso da quello romano. Marco Porzio Catone costituisce un punto di riferimento irrinunciabile; il suo operato e il suo insegnamento, costituiscono uno degli esempi maggiori di coerenza e fedeltà al mos maiorum.


LA CONCEZIONE ORGANICA DELLA SOCIETA’ E DELLO STATO Tra le varie crisi che toccano il nostro tempo, ve n’è una che interessa il senso di vivere associato. Le società e gli Stati europei, ma non solo, sono infatti segnati da un disagio diffuso che si manifesta, in ogni ambito di vita socialmente condivisa, nella difficoltà di trovare una propria collocazione e di stabilire rette relazioni. Avendo smarrito la Verità oggettiva sulla realtà delle cose, gli uomini del nostro tempo, figli ed eredi della modernità (1), sono inevitabilmente fautori e, allo stesso tempo, vittime di errori capitali che conducono ad un disordine, individuale e sociale, foriero di illusioni, ingiustizie e disperazione. Lo Stato moderno, infatti, reggendosi su errate interpretazioni della natura umana e della sua dimensione sociale – si tratti del “contratto sociale” di J.J. Rosseau (fondato sul mito del buon selvaggio, corrotto dalle strutture sociali) o del “homo hominis lupus” di T. Hobbes (per il quale i rapporti sociali sarebbero la risultante di un compromesso tra soggetti naturalmente ostili) poco importa – non può che ridursi ad essere o invadente impositore di ideologie contrarie alla Verità oggettiva oppure “fredda” e indifferente istituzione, incapace, in ogni caso, di dare vera forma ad una società sempre più “sfilacciata” e in decomposizione. Ridare senso al vivere associato degli uomini è, dunque, un’esigenza ormai pressante, alla quale è possibile recuperando la via dell’insegnamento tradizionale circa la natura dell’uomo, della società e dello Stato. Solo riscoprendo e riaffermando, sia a livello personale che


sociale, i principi eterni che devono regolare un’esistenza ordinata, sarà possibile edificare nuovamente società e Stati organici, in cui si possa realizzare degnamente l’esistenza terrena dell’uomo.

Società e Stato La società organica è articolata e composta da varie parti ciascuna delle quali, collocata al proprio posto e svolgendo la funzione che le è naturalmente propria, contribuisce alla vita del consorzio umano associato. Le membra dell’organismo sociale sono le famiglie (la famiglia, prima e d essenziale cellula della società, composta dall’unione fra un uomo ed una donna, uniti dal sacro vincolo del matrimonio, contratto davanti a Dio ed alla comunità, e dalla relativa prole) ed i corpi intermedi, costituiti dalle associazioni di “arti e mestieri” (chi esercita una data professione), dalle università, dai municipi, da tutte le associazioni di interesse e pubblica utilità che si interpongono fra la singola persona e lo Stato. La società organica si fonda sui legami naturali che vi sono tra le persone e, ovviamente, sull’ordine naturale (2) che caratterizza le cose esistenti; in essa si riconosce innanzitutto la dimensione sociale dell’uomo che naturalmente, ossia per costituzione (è fatto così) tende ad associarsi, e la famiglia quale luogo naturale dove l’essere umano viene al mondo ed è aiutato a “divenire ciò che è”. Nella società organica o naturale, ogni persona è posta nella condizione di trovare la propria collocazione, non vi sono, in linea di principio, “esuberi” (tipico prodotto del liberismo economico che riduce le persone alle categorie di


“risorse”, “esuberi”, “consumatori”, “produttori” in un’ottica esclusivamente economicistica, fatta di profitti e perdite) eccenzion fatta per coloro che volontariamente si pongono fuori del consorzio sociale agendo contro il bene comune o attraverso la violazione della legge, oppure a causa di una smisurata ed egoistica ambizione, cercando di occupare ruoli che, per mancanza di talenti, non spettano a loro. Come nel corpo umano l’organismo è governato dalla testa, così lo Stato ha la funzione di dirigere la società, di tutelare l’integrità morale e fisica dei suoi componenti e di garantire l’esercizio delle attività proprie di ogni articolazione del corpo sociale. Lo Stato organico è retto da uomini totalmente votati al bene comune, caratterizzati da spirito di sacrificio e competenza, consci del fatto che essere uomini dello Stato significa adempiere ad un’alta funzione paragonabile, con i dovuti distinguo, al ministero sacerdotale. Lo Stato, nel rispetto del principio di sussidiarietà (3) ( non deve fare lo Stato quello che la società è in grado di fare(4)) e di quello di solidarietà ( non lascia, per esempio, la società in balia del liberismo economico(5)), governa il corpo sociale e ne costituisce la forma, così come l’anima è forma del corpo: una società senza Stato è materia indeterminata o massa informe. Lo Stato organico è anche Stato etico, secondo la retta interpretazione di tale concetto. Lo Stato, infatti, non crea l’etica, non la inventa, ma riconosce e si confà all’unica morale, quella naturale e cristiana, rifiutando l’indifferenza religiosa ed il relativismo morale tipici della mentalità liberale e laicista. Per essere pienamente all’altezza del compito ed adempiere alla propria funzione, lo Stato deve essere retto


dai migliori che, attorno al capo e con lui, esprimono al massimo i talenti di cui sono dotati, al solo scopo di servire gli interessi della Patria (6). Il capo può essere scelto, ossia eletto dalla società secondo la sua composita struttura (“un uomo un voto” è dogma della “fede” democristiana) ma la sua autorità deriva da Dio, il quale l’ha voluta per il governo ed il bene della comunità ed al quale il capo, con gli uomini che lo sostengono e con lui collaborano alla guida dello Stato, deve obbedienza attraverso il rispetto della legge naturale e di quella soprannaturale. Il capo è vassallo di Dio, suo Signore, al quale deve rendere conto dell’uso che fa del potere che gli è stato conferito. Nello Stato organico il potere non è in senso assoluto nelle mani del capo o di chi governa, con o senza il consenso della maggioranza della popolazione, in quanto la sovranità è riconosciuta come prerogativa di Dio del quale si riconosce la regalità, anche sociale, ed al quale ci si sente sottomessi ad ogni livello della gerarchia sociale. La modernità, nelle sue manifestazioni culturali, politiche ed economiche, è la negazione della concezione organica della società e dello Stato in quanto, in ognuna delle sue espressioni, rifiuta di riconoscere l’ordine naturale ed anche il fine soprannaturale delle persone con tutto quello che ne consegue. Se organico è ciò che è formato da più parti coordinate ad un medesimo fine, allora è necessario aver ben chiaro quale sia questo fine. La società e lo Stato devono essere ordinati al bene comune del consorzio umano associato, innanzitutto sul piano temporale avendo però ben presente che a costituire la società e lo Stato sono le persone, il destino delle quali è soprannaturale. Affermare ciò significa riconoscere la dimensione spirituale


e sacrale della vita umana, e la necessità di un ordinamento politico fondato sul riconoscimento di tale realtà e, perciò, ad essa conforme. E di necessità si tratta in quanto, essendo l’uomo animale razionale naturalmente sociale, è nella vita di relazione che egli ordinariamente si realizza e consegue il proprio fine.

Ancora sul concetto di bene comune Il bene comune è il bene di una comunità di persone (famiglia, associazione, corporazione, ordine religioso, città, Stato) ed è relativo alla natura della comunità cui si riferisce. Il bene comune più importante è quello della società politica, comprensivo di quello delle comunità particolari proprio perché nella società politica queste trovano il loro sostegno e completamento. Il bene comune è il bene di tutti e di ciascuno, dunque un bene che non deve togliere alla singola persona ciò che gli è essenziale per essere uomo, a meno che – a causa di scelte morali e atti contrari all’integrità del corpo sociale – non sia lo stesso individuo a porsi nella condizione di subire restrizioni o sanzioni comminate dalla legittima autorità posta a protezione del consorzio sociale. La ricerca del bene comune è connaturale all’uomo, in quanto questi è per natura un essere sociale e politico, il quale non può soddisfare i propri bisogni materiali né realizzare se stesso nella dimensione spirituale senza il concorso e la solidarietà degli altri. Come sostiene San Tommaso d’Aquino, sono anche e soprattutto le esigenze di ordine morale che spingono l’uomo verso il bene comune: “Lo scopo infatti che spinge le persone a unirsi è


che stando insieme possono condurre una vita buona, cosa che non si ottiene se ognuno vive da solo. A sua volta però la vita si dice buona quando è ispirata alla virtù. La conclusione dunque è che il fine dell’unione in cui si stringono gli uomini è la vita virtuosa. Una conferma concreta della validità di questa dottrina la troviamo nella constatazione che della società fanno parte soltanto coloro che hanno un reciproco rapporto comunitario proprio nella loro vita buona: altrimenti, se gli uomini si radunassero soltanto allo scopo di vivere, anche gli animali costituirebbero una parte del raggruppamento civile; se invece lo scopo fosse quello di accumulare beni di fortuna, tutti coloro che hanno rapporti di mercato, apparterrebbero alla stessa città; così vediamo che vengono annoverati come facenti parte di una società coloro che sono guidati a una vita buona dalle medesime leggi e da un unico governo” (De reg., 1. I, c.15, n.817). Nei rapporti tra personale e bene comune, il primo è subordinato al secondo sul piano delle cose materiali, in questo caso, infatti, la comunità viene prima del singolo. Ma se si tratta, invece, del bene di ordine soprannaturale che riguarda la vita eterna della singola persona di fronte al bene materiale della comunità, allora il primo posto spetta alla persona: “ il bene del tutto è maggiore del bene particolare di uno solo, se si tratta dello stesso genere di bene. Invece il bene soprannaturale di una persona supera il bene naturale di tutto l’universo” (S. Tommaso d’Aquino III, q. 93, a. 6, ad 2).


L’esempio della Cristianità romano-germanica La filosofia politica della Cristianità europea romanogermanica, altrimenti detta medievale – frutto dell’incontro, mediato dalla Chiesa cattolica romana, tra la fede cristiana, l’eredità classica greco-romana ed i costumi di celti e germani – era dominata dagli ideali di unità, organicità, gerarchia e dalla concezione del potere temporale quale funzione concreta del sacro. Il principio di unità si collocava nel punto più alto possibile, ossia su quello spirituale caratterizzato dalla comune fede cattolica professata ad goni livello della gerarchia sociale. L’unità religiosa era nei cuori e l’unità politica ne era la conseguenza manifesta. L’unità della società medioevale, era costituita un complesso organismo gerarchico, simile ad un corpo con tutti i suoi membri, ciascuno dei quali aveva una funzione vitale da compiere nel proprio posto e con la propria determinata occupazione a beneficio della comunità; dove la dignità di ciascun membro era connaturata al fatto di saper mantenere il proprio rango, ossia compiere fedelmente i doveri imposti dalla propria condizione. Questa concezione della società, implica il principio della subordinazione gerarchica ad ogni gradino della scala sociale ma non esige una subordinazione assoluta, tanto meno la schiavitù. Infatti, ogni singolo membro del tutto è un fine a sé, e il suo particolare ruolo non è semplicemente un compito sociale ma una delle forme con cui si serve Dio e per mezzo della quale si partecipa alla vita comune dell’intero corpo. In ogni aspetto della civiltà cristiana romano-germanica, troviamo la concezione di una gerarchia di beni e di valori e


di una corrispondente gerarchia di ordini e di vocazioni che lega insieme l’intero complesso delle relazioni umane, in modo da formare un’ordinata struttura materiale e spirituale che va dalla terra al cielo. Poi è arrivata la rivoluzione borghese del 1789, preceduta da successive tappe di decadenza (l’umanesimo antropocentrico, il protestantesimo), che dell’applicazione di questa concezione sacrale e organica della vita e del vivere associato ha fatto tabula rasa (7).

Note (1) Con il termine modernità, intendiamo identificare una concezione della vita fondata sul rifiuto di riconoscere l’esistenza di una verità oggettiva, intesa quale spiegazione e regola dell’esistenza. Secondo tale concezione non vi sarebbe dunque alcun ordine naturale da riconoscere e rispettare, essendo tutto ad esclusivo appannaggio della volontà umana nel suo divenire storico. (2) Per una definizione dell’ordine naturale cfr. Orientamenti per la ricostruzione nazionale in Ordine Futuro numero 5, inverno 2008. (3) Non il principio di sussidiarietà deformato dai liberisti in odio allo Stato (ritenuto una sorta di male necessario), ma quello autentico, insegnato dalla dottrina sociale della Chiesa, che tiene nel dovuto conto il ruolo e la funzione insostituibile dello Stato e la legittima autonomia di cui devono godere le membra del corpo sociale (nel rispetto dell’ordine gerarchico tra le diverse associazioni) “…Siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una


maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare.” Ne deriverebbe “un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium afferre) le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle” (Enciclica Quadragesimo Anno di Papa Pio XI°) (4) Infatti lo Stato deve essere presente, autorevolmente ed efficacemente, in settori vitali e strategici quali la difesa e l’ordine pubblico, la giustizia, la previdenza sociale, l’istruzione, le risorse idriche e alimentari, le fonti energetiche, i rapporti tra le categorie produttive, i beni ambientali e culturali e, ultimo ma non ultimo, l’emissione e la politica monetaria. Ciò che contribuisce in maniera determinante alla realizzazione del bene comune sul piano temporale e materiale, non può essere lasciato completamente nelle mani dei privati ed in balia degli interessi particolari, i quali devono essere subordinati alle esigenze del bene comune. Non si tratta dunque di mettere in discussione la liceità della proprietà privata dei mezzi di produzione, cosa del tutto legittima e di diritto naturale, bensì di porre i giusti limiti a questa di fronte al superiore interesse della comunità; “Collegare le forze dell’economia privata ad un piano più alto di fini, ove esse non sono annullate ma integrate” (W. Sombart). (5) Il liberismo economico dissolve i legami comunitari sul piano delle relazioni economiche, così come il liberismo filosofico e politico dissolve i legami sociali sul piano etico: alla flessibilità dei rapporti di lavoro – che genera instabilità, precarietà delle condizioni economiche ed incertezza per il futuro delle famiglie e della comunità – corrisponde la flessibilità delle opzioni morali che mina la possibilità di


un’esistenza ordinata. (6) Sul concetto di patria e di amor di patria cfr. Amare la Patria in Ordine Futuro numero 3, dicembre 2006. (7) “La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.” (C. Marx Il Manifesto del Partito Comunista)

SUL CONCETTO DI TRADIZIONE Nel suo significato più profondo e importante, la Tradizione è la trasmissione della verità circa il senso dell’esistenza. Ma tradizione è anche il patrimonio di conoscenze e di esperienze che i padri trasmettono ai figli per la continuazione della vita. La tradizione assicura la continuità morale della vita di un popolo; essa è il legame che unisce ciascuna generazione a quelle che la precedono.


Il concetto di tradizione è essenza della stabilità, intrinseco all’essere stesso delle cose. Con il termine Tradizione intendiamo definire la conoscenza, e la trasmissione di questa tra le generazioni, della verità oggettiva circa il senso dell’esistenza. Tradizionale è quella società fondata sulla conoscenza e l’adeguamento a tale verità oggettiva, divinamente rivelata, riconoscibile attraverso la contemplazione dell’esistente e insegnata dal Magistero romano tradizionale. “Noi sappiamo che esiste una sola vera Tradizione, che Dio consegnò oralmente ad Adamo, che ci è pervenuta tramite i Patriarchi ed i Profeti, che Gesù ha completata e resa universale, e che ha consegnata ai suoi Apostoli affinché, tramite il Magistero della Chiesa, arrivasse di giorno in giorno, fino alla fine del mondo, ad ogni uomo. Questa Tradizione verace afferma, in sintonia col buon senso e col realismo, che vi è un Dio trascendente il quale ha voluto liberamente creare il mondo, che è finito, contingente e dipendente da Lui e che l’uomo possiede un intelletto il quale per cogliere la verità non dipende da lui, bensì da Dio. A tale Tradizione verace si è contrapposta una Tradizione parassitaria, adulterata che è chiamata comunemente Gnosi la quale è originata dalla Cabala rabbinico-giudaica ispirata in ultima analisi da Lucifero; egli fu il primo a gridare “Non serviam” e a voler essere il fine ultimo di se stesso, senza doversi confrontare e sottomettere ad un Dio trascendente. La Rivelazione autentica ci insegna che tale pretesa “idealista-magica” di Lucifero, sfociò nella sua dannazione eterna e che, da allora, Lucifero non cessa di tentare l’uomo affinché lo imiti nello sciagurato proposito.


Nell’Eden Lucifero suggerì ad Eva di mangiare il frutto proibito per diventare come Dio (“Eritis sicut Dii”)”. (D.C.N.)

IL CAMMINO DELLA SOVVERSIONE: UN’ANALISI TEOLOGICA Lo stato di decadenza fatta di degrado spirituale, morale e fisico, in cui versa l’Europa è un dato oggettivo, frutto di un processo di sovvertimento dipanatosi nel corso dei secoli. Sovversione, dunque, è il nome che identifica un fenomeno di lotta aperta all’ordine naturale e soprannaturale ed alla civiltà che su di esso è sorta in Europa, passata alla storia con l’appellativo di Cristianità romano-germanica, altrimenti detta medioevale (1), sorta dall’incontro fra l’eredità classica greco-romana ed il costume dei popoli germani reso fecondo dalla comune fede religiosa, il cristianesimo, e dall’opera della Chiesa di Roma. Una lotta, tuttavia, che non è cessata con fine dell’epoca medioevale ma che si è protratta e si protrae nei secoli, non avendo ancora realizzato compiutamente il suo obiettivo: l’instaurazione definitiva dell’anti-ordine e la distruzione dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Non si tratta, dunque, di un fenomeno circoscritto ad un determinato periodo storico, bensì di un fatto che continua nel tempo manifestandosi quale riflesso di un dramma metafisico: la ribellione di Lucifero a Dio, il non serviam pronunciato dall’angelo ribelle che rifiuta il piano di Dio, ossia l’incarnazione, l’incontro fra la divinità e l’uomo in Gesù Cristo.


L’osservazione del fenomeno chiamato Sovversione mette in luce il suo carattere di processo dissolutivo. Dopo il suo apogeo, raggiunto nel XIII° secolo, la Cristianità europea subisce un primo attacco da parte di quello che passerà alla storia con i nomi di umanesimo e di rinascimento, fase che segna il passaggio dalla concezione teocentrica (che pone Dio al centro dell’universo e della vita dell’uomo) a quella antropocentrica ( che sostituisce l’uomo a Dio), in un contesto, comunque ed ovviamente, ancora cattolico. Una seconda e terribile tappa del processo sovversivo, è costituita dalla cosiddetta riforma protestante (1517) che segna la rottura dell’unità religiosa dell’Europa, con un attacco diretto al principio di Autorità ed al concetto di tradizione nella Chiesa. A seguire, sul finire del XVIII° secolo, la rivoluzione francese (1789) – preceduta da quella inglese (1642 e 1688) e da quella americana (1776), che pongono le basi per la nascita e lo sviluppo delle potenze protestanti e massoniche anglosassoni – si rivela come irruzione sul piano politico di quanto manifestatosi nelle fasi precedenti, con l’abbattimento del cosiddetto Antico Regime e di ciò che resta di una società tradizionale (2) in qualche modo erede dell’ordinamento medioevale, si afferma l’individualismo e, con esso, il liberismo fondato di fatto sull’affrancamento dell’uomo da Dio. E’ la volta poi della rivoluzione comunista, conseguenza ovvia del processo sovversivo avviato. Sull’opera realizzata dalla rivoluzione borghese del 1789, il comunismo vuole realizzare, sul piano economico e sociale, la totale eguaglianza. Abolendo la proprietà privata, in primo luogo quella dei


mezzi di produzione, istituendo un ferreo ed opprimente controllo sulla società, conducendo una lotta aperta alle cosiddette sovrastrutture (famiglia e Chiesa) – ad eccezione dello Stato, ritenuto ancora strumento utile per la coercizione del popolo ormai ridotto a massa (poi, una volta svolto il compito, anche lo Stato verrà abolito) – l’utopia comunista si propone di realizzare il “paradiso in terra”, dove ogni uomo sarà veramente libero e felice nella totale assenza di ogni vincolo e valore tradizionale: dunque il comunismo che sfocia nell’anarchia, ossia nel liberalismo estremo (fola che i “capoccia” comunisti si sono ben guardati dal propagandare tra le “masse proletarie”, per la paura di essere derisi e meritatamente presi a calci). Per la verità, in una società strutturata in maniera complessa ed ancora caratterizzata da un retaggio cristiano duro a morire, come quella italiana e europea, il comunismo per imporsi, o quantomeno porre le basi di un sia pur parziale radicamento, ha cercato di ricorrere ad un metodo “dolce” volto alla lenta e progressiva penetrazione dell’ideologia in ogni ambito della società: il cosiddetto gramscismo, la strategia dell’infiltrazione pensata dall’intellettuale comunista italiano Antonio Gramsci (18911937), secondo il quale affinché il comunismo si affermasse in una società complessa e pregna di religiosità sarebbe stato necessario infiltrarne i gangli vitali (università, scuola, informazione, letteratura, arte, mondo sindacale, organizzazioni del laicato cattolico, ecc.) ed instaurare l’egemonia culturale. Egemonia che non è un fine ma va instaurata a vantaggio e in funzione della struttura del partito. Il processo sovversivo tocca un’ulteriore ed importante


tappa con la rivoluzione culturale, identificata con gli eventi dell’anno 1968. La sovversione, che già ha profondamente segnato le strutture della società, si cala così in interiore homine. Il Sessantotto – chiamato rivoluzione culturale in quanto ha toccato direttamente i comportamenti dei singoli, provocando un cambiamento epocale degli stili di vita di milioni di persone – riguarda innanzitutto l’uomo. E’ lui ad essere attaccato nella sua interiorità. Attraverso la letteratura, la musica, l’arte figurativa, il cinema, la moda si affermano modelli esistenziali fondati sull’affrancamento dai principi e dai valori tradizionali (ovviamente di ciò che resta in termini di incidenza sullo stile di vita, tanto delle singole persone quanto della società) e che promuovono il sesso libero, l’uso delle droghe – elemento necessario per rompere ogni legame con la realtà e con il pensiero che da secoli caratterizza l’uomo europeo e che ha le sue radici nella metafisica greca (Socrate, Platone, Aristotele), nel diritto e nell’etica naturale di Roma (Cicerone, Seneca) e nei padri e dottori della Chiesa (S. Ambrogio, S. Agostino, S. Tommaso) – il pacifismo, l’omosessualità, la disgregazione della famiglia, l’aborto. La Sovversione è un processo in atto, e gli effetti delle varie fasi susseguitesi nel tempo sono ancora presenti: l’umanesimo antropocentrico apre la via al libero esame protestante e, questo, all’individualismo liberale in politica, al quale succede il collettivismo comunista che, grazie al duro colpo inferto ai legami comunitari tradizionali dalla rivoluzione francese, può agire su una società sempre meno organica e sempre più massificata.


Infine la rivoluzione culturale che, “partorita” dalle menti della cosiddetta “scuola di Francoforte” (3), approda nella sfera interiore di un’umanità sfigurata e quasi totalmente privata delle difese immunitarie necessarie a respingere l’attacco di quella che, a ragione, può essere definita un’infezione dell’anima.

Chiesa cattolica e Sovversione La Chiesa, sin dalla sua nascita, ha dovuto subire le sofferenze causatele dalle persecuzioni e dalle eresie, secondo l’ammonimento di Nostro Signore Gesù Cristo: “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giovanni 15,20). Facendo leva sulle conseguenze del peccato originale, ossia sulle “ferite” inferte alle facoltà superiori della creatura umana, l’antico nemico non ha perso tempo, arruolando in ogni epoca “figli delle tenebre” da scagliare contro i “figli della luce”. Terminate le persecuzioni giudeo-pagane e divenuto il cristianesimo, con Costantino prima e Teodosio poi, religione dell’Impero Romano la Chiesa ha potuto dirigere l’opera di edificazione di una civiltà fondata sulla vera religione: la Cristianità romano-germanica. Attaccata dall’esterno, in maniera sia indiretta che diretta – sul piano religioso dal protestantesimo; su quello filosofico e culturale dall’umanesimo antropocentrico, dal razionalismo, dal sensismo, dall’illuminismo, dal positivismo, dallo scientismo; su quello fisico dalla rivoluzione francese e dal risorgimento italiano (sempre sotto l’egida della “casa madre” dello spirito sovversivo, la


massoneria) – la Chiesa, a partire dagli inizi del 1900, ha dovuto misurarsi con il terribile e rinnovato pericolo costituito dai nemici operanti al suo interno, ossia i seguaci dell’eresia modernista (4). Dal pontificato di Papa San Pio X° (1903-1914) a quello di Papa Pio XII° (1939- 1958), il modernismo è stato arginato e combattuto in modo esplicito ma, con la scomparsa di Papa Pacelli (1958) e con il Concilio Ecumenico Vaticano II° (1962- 1965) è infine riuscito ad imporsi realizzando un cambiamento nella prassi ed anche nell’insegnamento della Chiesa dagli effetti devastanti, sia sul piano strettamente ecclesiastico e religioso sia su quello culturale, politico e sociale. Con l’affermazione del modernismo nella sua versione aggiornata, il neo-modernismo (5), la Chiesa viene investita ed attaccata dall’interno da tutti gli errori che hanno segnato le varie tappe della Sovversione: antropocentrismo, idealismo, soggettivismo, protestantesimo, liberalismo, democratismo, comunismo, pacifismo, relativismo morale e culturale. La bufera si abbatte sulla Chiesa nello stesso periodo in cui le società europee sono investite dalla già citata rivoluzione culturale, sono gli anni sessanta del XX° secolo, gli anni della sbornia collettiva indotta i cui effetti perdurano tuttora.

L’aspetto teologico: processo guidato o sequenza casuale? Se attentamente osservata, la Sovversione rivela una certa linearità nel seguire un percorso volto a “smontare pezzo per pezzo” la Cristianità europea ed i suoi “riflessi” nel


mondo, e ad attaccare l’uomo nella sua dimensione interiore. Vi è, dunque, una finalità nell’incedere della Sovversione, fatto questo che porta a dedurre l’esistenza di una intelligenza e di una volontà che ne stanno alla base. Intelligenza e volontà di chi? Di una somma di uomini che, nel corso della storia, si sono tramandati questo tremendo compito? Oppure un’intelligenza ed una volontà capaci di sedurre alcuni uomini attraverso l’inganno e di utilizzarli quali strumenti dell’opera di dissoluzione? L’episodio narrato nel libro della Genesi, relativo all’inganno perpetrato dal serpente ai danni dei progenitori – mangiate i frutti dell’albero proibito e diventerete come Dio – può dare l’idea di chi sia colui che ispira, o forse guida direttamente, l’azione sovversiva. Un inganno diabolico che illude l’uomo di poter essere come Dio, di poter rifiutare l’unico vero Dio e l’ordine da lui stabilito, ed ambire a prenderne il posto per rifare il mondo. Terribile inganno, che si serve dell’uomo per distruggere l’uomo. Sembra, dunque, certo, che vi sia una causa esterna all’uomo che determina l’incedere di un processo la cui finalità appare piuttosto evidente: la distruzione della Cristianità, del suo retaggio (di ogni sua autentica traccia) e, in definitiva, dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio (6). Tale constatazione porta a concludere che la Sovversione ha un padre: Satana. Questo non significa che tutti sovversivi se ne rendano conto, anzi solo pochi riescono a capirlo e ad accettarlo. Si dice che un genio politico come Lenin, verso la fine della sua vita terrena, sia stato preso dal dubbio di aver tanto lottato solo per realizzare un sistema di governo diabolico.


D’altra parte, questo fatto spesso sfugge anche a coloro che dovrebbero essere i primi a capirlo. Esempio emblematico: l’insurrezione dei Cristeros in Messico, dove al grido di battaglia dei guerriglieri cattolici – “Viva Cristo Re!” – si opponeva quello dei governativi massonici e filostatunitensi – “Viva Satana nostro padre!”. Gli insorti cattolici risultarono i vincitori sul campo di battaglia ma i vertici ecclesiastici li spinsero ad accettare il compromesso nell’interesse della pace, invece di sfruttare il successo militare per prendere il potere, col risultato di consegnare i combattenti cattolici al massacro operato a tradimento dai governativi.

Massoneria e Sovversione La massoneria è un’organizzazione di carattere segreto ed iniziatico, riservato a persone cooptate nella società civile, militare ed ecclesiastica (sic!). Fondata ufficialmente a Londra il 24 giugno del 1717 (ma con origini ben più remote), la massoneria, che ha fatto proprie i simboli delle antiche corporazioni di costruttori, persegue l’obiettivo dell’unificazione dell’umanità sotto il segno della propria concezione del mondo, fatta di gnosi anti-cristiana e cabala spuria rabbinico-farisaica. Secondo la dottrina massonica l’uomo, con le opportune conoscenze iniziatiche, è capace di giungere ad essere come Dio, può dunque plasmare la realtà e, in un’ottica fondata sul mero divenire, “creare” verità. E’ l’antico inganno del Nemico che si è fatto istituzione. Come la Chiesa cattolica romana è il Corpo Mistico di Gesù Cristo, la massoneria è il corpo mistico di Satana,


attraverso il quale colui che è omicida da sempre agisce nella storia. Così come l’ordine è effetto dell’azione benefica della Chiesa tra gli uomini, il caos e l’anti-ordine sono effetto dell’azione massonica, volta a rifare il mondo contro la volontà del Creatore. Ad oggi la Chiesa ha emesso 586 condanne della massoneria, la quale da sempre opera apertamente e subdolamente contro di essa. Nella massoneria la Chiesa condanna, tra l’altro, il veicolo del naturalismo che si traduce nella pratica del laicismo e del relativismo. In tema di azione sovversiva dell’ordine naturale e cristiano, è doveroso citare alcune tra le più importanti organizzazioni che perseguono tale scopo agendo da “dietro le quinte.” Si tratta di sodalizi che influenzano in maniera determinante i governi dei più importanti Stati a livello mondiale. Fabian Society, Council of Foreign Relations, Trilateral Commission, Bildenberg Group, Club di Roma (7) sono i nomi delle più note organizzazioni elitarie che, in maniera “riservata”, si occupano delle faccende che interessano la vita dei popoli sotto i più differenti aspetti: economici, finanziari, politici, militari, ecc. Di tali esclusivi “club” fanno parte alcune selezionate personalità del mondo politico, economico, finanziario e culturale delle principali nazioni, scelte per cooptazione e distinte dalla massima riservatezza sulla loro partecipazione ai lavori di queste realtà sovranazionali. E’ ragionevole pensare che l’agenda di molti governi subisca l’influenza di questi gruppi, tutti caratterizzati da un’impronta liberal-socialista e massonica. Consigli che possono anche promuovere campagna propagandistiche a livello mondiale, finalizzate al raggiungimento degli obiettivi


prefissati. Un esempio su tutti è la campagna condotta dal Club di Roma negli ultimi decenni a favore della massima diffusione dell’aborto a livello mondiale. Caratteristica fondamentale dell’azione di questi centri decisionali dell’oligarchia dominante, è quella di tendere all’unificazione dei popoli attraverso la realizzazione di un unico governo mondiale. E’ il mondialismo, l’ideologia che da alcuni anni cammina sulle gambe della globalizzazione economica e finanziaria e che mira a ridisegnare il mondo attraverso l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale. Un nuovo assetto fondato sulla negazione dell’ordine naturale e soprannaturale, la negazione della rilevanza culturale, etica e politica della religione (8), la negazione delle nazioni e delle identità culturali ed etniche dei popoli – perseguita attraverso la nascita della società multi-religiosa, multi-culturale e multirazziale, un enorme miscuglio da cui far scaturire “l’uomo nuovo” dell’ennesima utopia sovversiva – sul dominio dell’usura e del mercato unico, al fine di realizzare l’antico sogno massonico: la Repubblica Universale, un obiettivo al raggiungimento del quale contribuiscono tutti gli internazionalisti sia liberali sia marxisti. Ciò che emerge, in maniera estremamente chiara, è l’unità d’intenti che costituisce la sostanza tanto dell’azione sovversiva comunista quanto di quella liber-capitalista dominata dall’alta finanza anglosassone. Sotto l’egida massonica comunismo, liberalismo e capitalismo finanziario hanno svolto, ed ancora svolgono, il compito di far tabula rasa di ogni barlume di resto e di idea di civiltà conforme all’ordine naturale e soprannaturale, così come già realizzatasi nella Cristianità europea (9).


Con il crollo dei regimi comunisti nei paesi dell’est europeo, verificatosi tra la fine degli ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, è entrato in crisi il progressismo culturale e politico che, di fatto, ha rappresentato il volto visibile dell’azione sovversiva nel mondo. Al segnare il passo del progressismo, ha fatto immediatamente seguito l’irruzione nel panorama culturale e politico occidentale di un’ideologia neoconservatrice, proposta quale reazione alla decadenza dell’occidente nel segno del recupero dei valori tradizionali, religiosi e nazionali. In realtà, il neo-conservatorismo, pensato negli Stati Uniti d’America dalle menti di intellettuali in buona parte sionisti, ex liberal ed ex comunisti, è una falsa via alla restaurazione dei principi e dei valori tradizionali che devono stare alla base di un ordinamento politico e sociale conforme all’ordine naturale e soprannaturale. Il neoconservatorismo, infatti, ha la stessa matrice sovversiva del marxismo, in quanto sostiene che il mondo non bisogna interpretarlo ma cambiarlo attraverso la rivoluzione permanente di trotskiana memoria. Religione e tradizione sono strumentalmente utilizzate dai neoconservatori per il mero esercizio del potere (servono a mantenere l’ordine nella società), ben convinti, da veri sovversivi quali sono, che non esista alcuna Verità oggettiva ed alcun diritto naturale se non il loro, élite rivoluzionaria (si legga sovversiva), a comandare gli altri. Il neoconservatorismo coniuga il liberismo economico all’autoritarismo, in un orizzonte filosofico e culturale estraneo e contrario alla dottrina cattolica in quanto fondato sul protestantesimo e sul pensiero di Leo Strauss (1899-


1973), il filosofo tedesco-americano (lasciò la Germania con l’avvento al potere del nazionalsocialismo) impregnato di pessimismo antropologico. Un’ideologia ingannevole, dunque, che fa leva sulla constatazione dello stato di decadenza in cui versa l’occidente e sulla necessità di porvi rimedio, volta di fatto a sostenere l’egemonia sionista e statunitense nel processo di globalizzazione in atto (10).

Fascismo e Sovversione Tra la fine della prima guerra mondiale (1914-1918) e l’inizio della seconda (1939-1945), in Europa, si manifesta il fenomeno dei movimenti politici nazionali, altrimenti detti fascismi dal nome del più noto di essi: il fascismo italiano di Benito Mussolini. Una novità che non si concretizza solo in Italia ed in Germania ma anche in Spagna col falangismo di J.A. Primo de Rivera e col franchismo del generale Franco, in Portogallo con l’Unione Nazionale di Salazar, in Romania con la Guardia di Ferro di C.Z. Codreanu, in Belgio col rexismo di Leon Degrelle, in Francia col Partito Popolare Francese di Doriot, solo per citare alcune delle manifestazioni più importanti di quello che può essere definito un fenomeno politico ed esistenziale europeo di portata epocale. I fascismi europei si caratterizzano come volontà di superamento (ma non nel senso del materialismo dialettico, ossia non come sintesi risultante dal confronto fra tesi ed antitesi) del modello dilacerante e stantio impostosi con la


rivoluzione francese (11), al fine di realizzare un ordinamento politico, economico e sociale di tipo organico, fondato sulla concordia tra le categorie sociali e su una concezione della persona vista nella sua integralità (12). La contrapposizione radicale al liberalismo ed al comunismo è, dunque, il tratto marcatamente distintivo dei differenti fascismi i quali, anche al di là delle intenzioni di alcuni dei loro protagonisti, hanno di fatto svolto, almeno in parte, un importante lavoro di intralcio al cammino della Sovversione, opponendosi efficacemente alle sue più evidenti manifestazioni dell’epoca: massoneria, liberalismo, democratismo, comunismo (13).

Conclusione: L’itinerario sovversivo, sin qui a sommi capi descritto, dà ragione, in qualche modo, dello stato di decadenza in cui l’Italia e l’Europa versano, come denunciato all’inizio del presente scritto. Sulle società europee, segnate dagli effetti “corrosivi” della Sovversione, si abbatte oggi l’enorme “ondata” di genti provenienti dai più disparati luoghi del globo terrestre. Un flusso continuo di uomini e di donne destinati a dar luogo alla trasformazione delle società europee in senso multirazziale, multi-culturale e multi-religioso. Questo – unitamente alla promozione sfrenata dell’omosessualità, della transessualità, dell’eutanasia, della manipolazione genetica e dell’ecologismo mondialista e pauperista – è l’ulteriore colpo che la Sovversione vuole infliggere all’Europa, a ciò che resta di un’identità complessa, variegata e certamente in buona parte sfigurata, comunque erede della più alta forma di civiltà: la

Cristianità.


Il meticciato spirituale e fisico, promosso dalla cultura dominante e dalle istituzioni, permeate in vario grado da tutte le manifestazioni della Sovversione, è il futuro prossimo venturo di questa Europa che ha voltato le spalle a Dio, scegliendo la seduzione dell’antico Nemico. Ma la speranza non muore. La retta via, da tempo smarrita, può essere ripresa, i mezzi per farlo ancora esistono: realismo, adesione all’ordine naturale e soprannaturale, preghiera, azione, sacrificio.

Note (1) Il termine medioevo significa età di mezzo ed indentifica il periodo storico posto fra l’epoca classica ed il cosiddetto rinascimento. Si tratta di una parola inventata dai detrattori, umanisti prima ed illuministi poi, di questa epoca, da loro vista come un’età “oscura” in quanto dominata dalla religione cristiana che ha completamente permeato la vita tanto delle singole persone quanto delle comunità, dando vita a quella che è passata alla storia con il nome di Cristianità europea. (2) Per società tradizionale si intende ogni comunità per la quale la verità circa il senso dell’esistenza è un dato acquisito e oggettivo che si trasmette nel tempo e non, come per la società moderna, un prodotto mutevole nel tempo. (3) La “scuola di Francoforte” fu una scuola filosofica e sociologica neo-marxista, con un nucleo originario fondato per lo più da intellettuali tedeschi di origine ebraica. Attivi nella Germania degli anni 20 del XX° secolo, gli esponenti di tale scuola dovettero trasferirsi negli USA a causa dell’avvento al potere del partito nazionalsocialista. Scopo


della “scuola di Francoforte”, fu quello di studiare nuove vie per l’affermazione della rivoluzione marxista in Europa ed in quel mondo occidentale dove il modello comunista sovietico non era in grado di imporsi. (4) Per una conoscenza chiara del modernismo, condannato dal Magistero cattolico, si veda la lettera enciclica Pascendi dominici gregis, documento scritto dal Papa S. Pio X° nel 1907 nel quale l’accurata analisi del fenomeno modernista (definito dal medesimo Pontefice “cloaca e raccoglitore di tutte eresie”) è seguita dalla ferma condanna dello stesso. (5) Tra i suoi più importanti rappresentanti segnaliamo Theillard de Chardin, che del neo-modernismo fu il padre, Henri De Lubac, Marie-Dominique Chenu, Jean Danielou, Yves Congar, Karl Rahner, Hans Urs Von Balthasar, Edward Schillebeeks, Hans Kung. (6) La sovversione o rivoluzione in interiore homine punta a distruggere l’uomo proprio in ciò che lo rende creatura razionale (intelligenza e volontà), realizzando – attraverso la dissacrazione della religione, della morale e lo scatenamento dei sensi provocato dalla rottura dei freni inibitori, favorita dalla diffusione a livello di massa dell’uso delle droghe, stili musicali, linguaggi e mode alienanti – un capovolgimento delle funzioni e capacità tipiche della persona: l’intelligenza e la volontà divengono schiave delle passioni disordinate. (7) La Fabian Society fu fondata nel 1884 ed auspicava un governo mondiale su base socialista, sotto l’egida dell’Impero britannico. Nel nome di questa organizzazione vi è il riferimento al generale romano Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, in quanto se ne volevano imitare


le modalità d’azione. Il Council of Foreign Relations (CFR) nacque nel 1910, su iniziativa del massone Edward Mandell House, dalla fusione dei membri dei sodalizi inglesi della Round Table e della sopra citata Fabian Society. Il Bilderberg Group prende il nome dell’albergo (ubicato a Oosterbeek in Olanda) dove nel 1954 ebbe luogo una sua ormai celebre riunione, sotto la presidenza del principe Bernardo d’Olanda ed alla presenza di David Rockfeller, uno degli uomini più ricchi, potenti ed influenti degli Stati Uniti d’America. La Trilateral Commission venne fondata nel 1973 su iniziativa di David Rockfeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e di vari esponenti del CFR e del Bilderberg Group. Nel nome dell’organizzazione vi è l’indicazione dell’area geografica di provenienza dei suoi membri: il Nord America, l’Europa occidentale, il Giappone. Il Club di Roma fu fondato, invece, nel 1968 dall’italiano Aurelio Peccei e prese il nome dalla città dove si svolse la prima riunione. “Cenacolo di pensatori dediti ad analizzare i cambiamenti della società contemporanea”, secondo la definizione di alcuni, il Club si è particolarmente distinto per la campagna per la massima diffusione della pratica abortiva l’analisi della limitatezza delle risorse energetiche offerte dal pianeta terra. Per un chiaro e semplice approccio alla questione mondialista ed all’azione condotta dalle organizzazioni sopra citate, si consiglia la lettura di Agricoltura e mondialismo di Mario Di Giovanni e Fabio Pedretti edito da Effedieffe. (8) A questo riguardo si rifletta sul vergognoso silenzio


della gerarchia cattolica vaticanosecondista sulla regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo. Un silenzio che sa tanto di rassegnazione e resa al diktat mondialista, laddove non si debba, invece, parlare di mirata opera di demolizione della dottrina tradizionale, effetto di infiltrazione nella Chiesa di uomini al servizio della Sovversione. (9) “Esiste anche un’altra alleanza – a prima vista, una strana e sorprendente alleanza . ma, se ci pensate, un’alleanza che è, in effetti, ben fondata e facile da capire. E’ alleanza fra i nostri leader comunisti ed i vostri capitalisti” Aleksander Solzenicyn. “Gridare abbasso la mondializzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità” Fidel Castro. “Il comunismo nel grande disegno, era il grande alleato per distruggere e riedificare. Per annullare l’idea della fede religiosa, della famiglia e della patria. Per svuotare la società economica e civile accentrando ogni potere nello Stato. Non occorreva altro perché l’altra finanza massonica considerasse il condominio liberal-socialista nel mondo una medicina efficacissima, fino a che non fosse venuto il momento di sbarazzarsi del servo di scena”. (brani tratti da Agricoltura e mondialismo) (10) Per un approfondimento sull’essenza del neoconservatorismo americano e sulla nefasta influenza da esso esercitata in alcuni ambienti della destra italiana, si rimanda al libro di Luigi Copertino Spaghetticons edito da il Cerchio. Con l’avvento alla presidenza degli Stati Uniti d’America di Barak Obama, l’influenza dell’ideologia neoconservatrice sembra essersi eclissata, a vantaggio di un assetto politico di tipo liberal comunque sensibile alle sollecitazioni della


“nota lobby”. (11) “…Perciò il fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo secolo XVIII°; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine…” Benito Mussolini “Dottrina del Fascismo” 1933. “Lo Stato basato sulla vecchia ideologia della rivoluzione francese va in rovina. Nel mondo si pone il problema di uno Stato nuovo.” Codreanu “Il Capo di Cuib”. “…Noi porremo fine alla tirannide del supercapitalismo, e costruiremo il nostro regime economico sulla collaborazione e la pace sociale, sull’accesso più ampio possibile alla proprietà industriale e contadina, sulla protezione del risparmio contro il brigantaggio dell’Alta Finanza”. Leon Degrelle “La comunità popolare” 1937 (12)“Oggi noi seppelliamo il liberismo economico. Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo economico non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è guerriero.” Benito Mussolini, “Dottrina del Fascismo” 1933 (13) Per quanto riguarda, in particolare, il fascismo italiano, la messa al bando della massoneria (1925), il Concordato Stato-Chiesa (1929), le leggi e le opere sociali (carta del lavoro, previdenza, bonifiche, opera maternità ed infanzia, ecc.) sono atti concreti ed indelebili che lo qualificano come ostacolo all’incedere della Sovversione. Il giornale “Famiglia Cristiana” del 29 agosto del 1943 (prima dunque che diventasse espressione del progressismo cattolico nostrano) fece un elenco di conquiste cristiane in venti anni di fascismo:


- Conciliazione e concordato; - Matrimonio religioso; - Legislazione sociale secondo i principi cristiani; - Appoggio per le missioni in Africa; - Possibilità di attività religiose ovunque; - Epurazione della stampa pornografica e iniziata disciplina morale negli spettacoli; - Rispetto del sacro, dell’ordine e dell’autorità; - Penetrazione delle verità cristiane nell’ambito delle scienze superiori, in modo speciale nella filosofia; - Università cattolica del Sacro Cuore; - Ritorno del Crocefisso nei luoghi pubblici. Al quale noi aggiungiamo, ribadendone l’importanza, la messa al bando della massoneria e… contra facta non valent argumenta. Lo spagnolo Francisco Elìas De Tejada, uno dei maggiori pensatori tradizionalisti del XX° secolo, descrisse così il fenomeno fascista italiano: “…se cerchiamo il contenuto, se più in la della forma adusta scendiamo al midollo del pensiero, troveremo nel fascismo la tendenza a fissare il proprio programma sulla realtà storica dell’Italia piuttosto che cercare ispirazione negli universalismi astratti nella libertà rousseauiana o nel materialismo marxista; vi è, cioè, un’ansia di trovare schemi ideologici che si radichino in ciò che vale come punto di partenza per tutte le dottrine del tradizionalismo politico: la nozione dell’uomo concreto.” Ed ancora “…sono punti che definiscono nel fascismo un anelito perenne verso la tradizione” F.E.De Tejada “La monarchia tradzionale”.


Un anelito che, però, secondo il grande pensatore spagnolo, non riuscì a diventare dottrina tradizionalista a causa delle sole armi che arricchivano il patrimonio di Mussolini: Renan, Sorel, Hegel. Forse, aggiungiamo noi, un anelito che non ebbe il tempo di trasformarsi in compiuta opera contro-sovversiva, a causa della terribile guerra che vide le espressioni più evidenti della Sovversione, il liberalcapitalismo, il comunismo e la massoneria, allearsi contro il comune nemico fascista.

POTERE MONETARIO E POTERE POLITICO Parlare di monete, di potere e di sovranità monetaria significa parlare di indipendenza nazionale. La sovranità di una nazione infatti, dipende da una serie di fattori diversi e interdipendenti. In un’epoca di primato della dimensione economica, il sistema di gestione della ricchezza e degli strumenti di scambio dei beni materiali, cioè la moneta, assume un’importanza decisiva. Oggi, il governo delle banche e il controllo della moneta rappresentano il cuore di un sistema sofisticato ma semplice nei meccanismi di penetrazione e assoggettamento delle dinamiche politiche da parte della finanza globale, quella finanza che non risponde a interessi nazionali, ma si trasforma in logiche senza volto e senza patria. La politica, in Occidente (proprio come fa un cameriere nei confronti del suo padrone) mette a disposizione del mondialismo finanziario i suoi strumenti istituzionali e la sua ideologia liberaldemocratica.


E’ questo ora, il suo nuovo volto. Grazie alle conquiste del controllo dei meccanismi di deposito e di credito (le banche), il mondo finanziario ha compiuto l’ultimo passo verso l’esproprio della proprietà privata, proprio quella proprietà che aveva una funzione sociale, intesa come frutto del lavoro e di redistribuzione comunitaria della ricchezza. La perdita della gestione della moneta fin dall’atto della sua emissione, quella moneta che dovrebbe rappresentare la realtà produttiva di una comunità, è il segno più forte di un’uscita di scena della sovranità popolare. Oggi la moneta è un potere a sé stante capace di produrre ricchezza invece che di rappresentarla, che gestisce dinamiche economiche complesse senza più legami diretti con le realtà produttive che dovrebbe limitarsi a “misurare”. Inoltre il sistema bancario-creditizio, divenuto strumento di riassestamento sociale degli squilibri sociali del mondo (FMI), fa giocare alla moneta un ruolo ricattatorio su scala planetaria, che coinvolge piccoli risparmiatori e sistemi di credito nazionali.

LA MONETA Bisogna allora partire proprio dalla moneta, dalla sua funzione originaria di misura del valore e mezzo di scambio di società complesse. “Il denaro è un mezzo per raggiungere un fine, non un fine in sé. Rappresenta un valore di scambio, non un valore intrinseco. Il valore del denaro dipende dal valore dei beni e dei servizi contro cui può essere scambiato, i vantaggi che gli vengono attribuiti dipendono dalla sua spendibilità.” (George Soros) La moneta cartacea oggi è l’erede della antica ricevuta di


deposito, ha come causa una convenzione sociale (Aristotele) e come effetto appunto, di misurare il valore. E’ l’accettazione da parte dei cittadini a darle valore. Tutti conosciamo la storia della moneta, garanzia aurea alle ricevute di deposito, al corso forzoso. C’è un momento decisivo però, che fa datare l’inizio della grande usura bancaria moderna. Fu quando i banchieri decisero di emettere un numero di ricevute bancarie (le attuali banconote) per un valore molto superiore a quelli dei depositi reali, ricevute senza copertura metallica che circolarono insieme alla moneta effettiva. I banchieri cominciarono a creare moneta cartacea dal nulla, senza costi (a parte quello tipografico), pretendendo i relativi interessi. Lo stesso avviene oggi, su due livelli distinti. A livello di piccolo credito: i banchieri prestano soldi che di fatto non hanno e dal nulla percepiscono gli interessi su tali prestiti. A livello di sistema di credito nazionale: le banche centrali prestano allo stato il denaro che esse stesse creano dal nulla, richiedendo in cambio i relativi interessi, oltre ad un importo pari alla moneta prestata. Questa moneta, al momento della restituzione, ha acquistato valore nel corso della circolazione, valore che non aveva al momento dell’emissione. Se al primo livello vittima sono i cittadini, costretti a chiedere prestiti, al secondo livello vittima è l’intera struttura dello stato, che s’indebita con un ente privato, al quale ha trasferito –volontariamente- la propria sovranità monetaria e con essa il potere di controllare tutta la politica economico-


sociale dello stato. E’ il potere monetario, passato di mano per iniziativa dello stato alle banche.

BANCA D’ITALIA ED USURA ISTITUZIONALE Si compie così, nel corso del XX secolo, il processo di espropria zione del potere politico da parte del sistema bancario: “Mi si consenta di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi preoccuperò per nulla di chi emana le leggi” (Rothschild) La frase esemplifica da un lato la centralità della moneta nel sistema capitalistico e dall’altro, l’importanza decisiva data alla gestione della moneta, gestione come sistema di controllo di un sistema. Il processo di alienazione del potere monetario ha avuto una lunga gestazione, che ha trovato il suo apice nel sistema delle banche centrali. In Italia, è la Banca d’Italia (BDI) che ha ricevuto questo beneficio a inizio secolo (dal 1893). La BDI ha ricevuto in delega dallo Sato la facoltà/diritto esclusivo di emettere moneta, avocando a sé il diritto a inserirla nel bilancio come un bene di proprietà e non semplicemente per quello che è: la misura del valore dei beni prodotti, lo strumento di scambio per la vita economica. Il fatto è che la BDI, che da subito ha definito la propria autonomia dal potere politico, si è strutturata come società commerciale per azioni, privata concessionaria di un pubblico servizio, dal quale ricava utili, “consentendo” in


questo modo allo Stato di rinunciare alla sovranità monetaria. Lo stato ha rinunciato alla sovranità monetaria trasferendola ad un ente privato che fa degli utili. La BDI è diventata da ente gestore ad ente proprietario della moneta nonostante non lo sia per nulla giacché, non crea la moneta chi la emette ma chi la accetta, che ne è il proprietario vero. Sono i cittadini che creano il valore monetario: “La banca centrale si comporta nei confronti della collettività come colui che presta reti vuote ai pescatori, e li indebita non solo di queste ma anche del pescato. La banconota creata dalla banca e prestata alla collettività è come una rete vuota (valore nullo) che la banca getta nel mare del mercato e che poi ritira piena di pesci, in altre parole di valore. La truffa consiste nel fatto di considerare e far credere la moneta come proprietà della banca, mentre essa deve essere di proprietà dei cittadini, così come il pesce deve essere di proprietà dei pescatori e non di chi presta loro le reti” (Giacinto Auriti). La BDI dunque, presta alla comunità una moneta che le è dovuta: la banca, infatti, realizza solo un simbolo monetario cui è il popolo a conferire “valore indotto”, accettandola. Poi la inserisce in bilancio fra le poste passive nonostante sia un “debito” che rende utili. La moneta cioè, viene addebitata allo Stato anziché accreditata. La contraddizione risiede nelle banconote stesse, emesse come cambiali a vista “pagabili al portatore”, nonostante il corso forzoso (cioè l’immissione di moneta sul mercato priva di copertura “aurea”) abbia reso questa fattispecie


senza significato. Nel bilancio dunque, la moneta prestata è inserita come posta passiva, come “debito inesigibile” e non come più correttamente “credito “ inesigibile. Il debitore cioè, non paga il debito per legge (e non perché lo decida il creditore) e la BDI realizza un attivo attraverso l’emissione di moneta di cui è solo gestore. Questo comporta un potere incontrollabile da parte della BDI, su cui grava un silenzio costituzionale colpevole. Diverso è il caso della BCE che invece secondo il trattato di Maastricht, ha un potere smisurato e senza controlli politici. La BDI iscrive al passivo i biglietti emessi (senza garanzia ne valore intrinseco, ma con valore convenzionale e mai creditizio) nonostante l’emissione di banconote (false cambiali) non rappresenti neanche contabilmente una perdita: infatti la moneta è soltanto un metro, è una misura del valore delle cose, poi pretende il rimborso con gli interessi (15% in più della somma prestata). Il suo attivo è costituito non solo dagli utili che le provengono da beni e valori immobiliari ricevuti in pegno come corrispettivo delle anticipazioni ma anche dal rimborso della moneta che aveva prestato, giacchè questa moneta, per effetto della circolazione, ha acquistato il valore che non aveva all’emissione. Pensiamo ad un falsario, che presta 1 miliardo al tasso del 15% e alla scadenza riceve 1 miliardo e 150 milioni. L’attivo è cifra intera, il passivo sono solo le spese della fabbricazione (minime). Il falsario guadagna non solo gli interessi (150 milioni) ma l’intera cifra. La BDI invece, pretende di far rientrare all’attivo solo gli interessi e non anche la cifra prestata, creata dal nulla,


come il falsario. Per avere indietro il prestito la BDI alimenta il debito pubblico, addebitando anziché accreditando allo stato la moneta emessa. Per pagare il debito lo Stato, come fonte di finanziamento, ricorre al prestito verso i cittadini in Titoli per avere in cambio la moneta da parte della BDI. La differenza è che mentre la BDI crea dal nulla la moneta, i cittadini forniscono risparmi “veri”, di cui sono legittimi proprietari. Ecco la spirale in cui si è cacciato lo stato, abdicando al potere monetario: pagare i debiti con gli interessi. Di qui il ricorso all’imposizione fiscale, alla vendita di beni patrimoniali, all’emissione di titoli di credito. Così il popolo s’indebita nonostante avrebbe già pagato col lavoro la moneta che gli è necessaria per i servizi e le opere offerti dallo stato. Lo stato infatti, trasferisce in questo modo il debito ai cittadini per poterlo pagare. Ma c’è un’altra forma di posizione debitoria, ancora più odiosa, che il cittadino sopporta nei confronti della BDI: i mutui bancari. Il legittimo interesse da pagare alle banche per un prestito contiene una quota che non può essere considerata legittima: è la quota di interesse che corrisponde al “tasso di sconto” che la BDI determina per le anticipazioni fornite al circuito bancario. Anticipazioni che le banche commerciali devono pagare alla BDI e di cui si rivalgono sui cittadini. Si tratta di un tasso che la BDI varia secondo propri criteri (senza consultare il Tesoro – per una legge del 1992), determinando così anche il costo del denaro e che contribuisce ad aumentare gli interessi bancari. Si deduce


l’enorme potere che ha il Governatore della BDI nel campo dell’economia nazionale e l’incidenza sulle tasche dei cittadini: “Considerate che tutti i principali fattori dell’economia reale dipendono dal tasso di sconto, quindi dal costo del denaro. Quindi nemmeno più dal denaro in sé, ma dalla sua gravidanza isterica: l’interesse” (MassimoFini).

POTERE MONETARIO E BANCA CENTRALE EUROPEA Il potere monetario delle banche centrali, Banca Centrale Europea (BCE), per statuto può prendere decisioni autonome dal Tesoro sulla quantità di biglietti da emettere, avocando a sé funzioni di controllo sulla liquidità dell’intero sistema e di salvaguardia del valore del metro monetario. Il potere monetario è così tutore dello Stato in materia monetaria. Ecco il nucleo della grande usura: si assiste impotenti all’asservimento del popolo alla moneta addebitatagli, nonostante il valore le derivi da esso per processo di induzione (convenzione sociale di accettazione). Il cittadino è debitore attraverso il prelievo fiscale, una moneta che è di sua proprietà. Oggi questo potere è stato trasferito alla BCE: si è registrata senza colpo ferire (senza referendum) la privatizzazione della sovranità monetaria (incostituzionale) senza più alcun controllo da parte degli stati, un trasferimento di funzioni passato in cento anni dallo stato a un ente privato e infine oggi ad un ente straniero. Gli stati hanno abdicato ad un potere decisivo che condanna l’esercizio di tutte le funzioni della vita economica


nazionale, regolando le capacità di spesa e di liquidità del sistema: la sovranità politica, esautorata dal potere monetario resta vuota di contenuto, come un organismo senza sangue. Nel trattato di Maastricht la funzione monetaria delegata alla BCE è senza alcun controllo: la BCE non ha più alcun riferimento con la produzione e con il lavoro dei cittadini europei, figurarsi italiani. Sul tema monetario il Trattato trasforma sostanzialmente la nostra Costituzione (art.41/42/43) in materia economicosociale, cancellando la sovranità popolare. Secondo illustri economisti, lo scopo da raggiungere in questo processo di svendita è stato quello di usare il potere finanziario di USA e GB (non a caso fuori dall’EURO) per esautorare le sovranità politiche e avere come interlocutori solo le banche centrali, fuori dai controlli politici. A questo serve l’Euro: estinguere gli stati nazionali secondo i dettami della logica mondialista. Un’obiezione classica che ha accompagnato il processo di delega del potere monetario, ha riguardato l’abuso degli stati nell’Ancien Regime in merito alla gestione della moneta. Ma si può forse dire che gli altri poteri dello stato non abbiano abusato? Eppure nessuno si è mai sognato di trasferire il potere giudiziario a un ente privato. La differenza sostanziale è che mentre lo Stato “può” sbagliare la banca privata “deve” agire contro l’interesse comune per perseguire quello del suo utile, come la BDI insegna. Tanto è vero che “l’irresponsabilità monetaria” è garantita per statuto. “Dire che uno stato non può perseguire i propri scopi per mancanza di denaro è come


dire che non si possono costruire strade per mancanza di chilometri”.

MONETA DI POPOLO E CONTROPOTERE MONETARIO: IL SIMEC Attraverso un’infinita serie di studi ricerche ed interrogazioni parlamentari, la “Scuola di Teramo” del professor Giacinto Auriti ha elaborato una teoria e una prassi di “contropotere monetario” per contrastare la grande usura silenziosa. Il principio da cui si parte è l’accreditamento della moneta al popolo, punto nevralgico di una riforma complessiva della politica monetaria, che ha come obiettivo il recupero della sovranità monetaria attraverso l’autorità dello stato e la nazionalizzazione della BDI. Lo stato potrebbe evitare di indebitarsi emettendo una moneta di sua proprietà e accreditandola ai cittadini: un biglietto di stato. Questo consentirebbe allo stato, senza indebitarsi verso un ente privato essendo sua la moneta prodotta (titolare è il popolo), il conseguimento dei suoi fini istituzionali, cioè una politica economica libera e non legata ai ricatti creditizi delle banche d’affari. Lo stato emette una moneta (garantita dalla sua autorità, laddove oggi questa garanzia non esiste) per un importo, per esempio, pari al valore di un’opera pubblica effettivamente costruita, in assenza di debito. Il contrario di quanto avviene oggi, con la BDI che gestisce la quantità di “circolante” non in base ai beni che si vogliono


e possono produrre con il risultato di trovarsi in presenza di fenomeni deflattivi (rarità monetaria) o inflattivi (denaro senza opere), più spiegabili come operazioni pianificate dalla stessa BDI. La rarità monetaria, come insegnava Pound, è lo strumento del dominio del sistema bancario finanziario sull’economia nazionale (per eliminarla lo stato deve ulteriormente indebitarsi con BDI), così come l’inflazione è usata spesso come spauracchio, e gestita irresponsabilmente (non sempre, infatti l’aumento dei prezzi è legato all’inflazione, trattandosi di fattori economici diversi e indipendenti). Per scongiurare i fenomeni inflattivi o deflattivi pianificati il volume del circolante deve essere sempre tenuto in rapporto equilibrato con il volume di beni che il sistema ha prodotto ed è pronto a distribuire. Questa funzione di sorveglianza dovrebbe ovviamente essere gestita da un organismo statale. Il governo potrebbe eventualmente procedere con un prelievo fiscale per pareggiare eventuali squilibri (necessità di una diminuzione di circolante). Parallelamente sarebbe necessaria una riforma del sistema bancario: i depositi trattenuti e la concessione di prestiti deve avvenire solo a fronte di una rappresentatività monetaria di effettivi depositi di moneta reale. Nell’ipotesi formulata da Auriti si avrebbe la doppia circolazione di moneta. Il valore monetario della nuova moneta sarebbe garantita per definizione da chi la accetta come misura del valore dei beni. Si supererebbe così la più grave contraddizione del sistema capitalistico mondialista, dove enormi quantità di capitali circolano a fronte di una stagnazione economica diffusa per rarità di moneta (terzo


mondo). La moneta del popolo garantirebbe ad ogni uomo, per il solo fatto di essere membro (non necessariamente attivo) di una comunità nazionale, la certezza di poter soddisfare le esigenze elementari di vita. La moneta di stato funzionerebbe come una sorta di tessera annonaria che mettesse al riparo dagli speculatori finanziari. Lo scopo di questa moneta è quello di garantire a ogni cittadino un potere d’acquisto fornito da uno strumento di scambio alternativo all’Euro della BCE. L’accesso alla moneta sarebbe immediato, all’atto dell’emissione: accreditata per acquistare beni a titolo di “reddito di cittadinanza”. Il valore della moneta le è conferito dal “valore indotto” (è il potere d’acquisto, conferitegli dai cittadini), dall’essere una moneta di proprietà individuale (per induzione giuridica) e un bene collettivo (creato dalla convenzione sociale). Con l’esperimento di Guardiagrele (CH) del luglio 2000, Auriti ha messo in pratica le sue teorie, per dimostrare la validità del concetto di “valore indotto”, mettendo in circolazione i SIMEC (SIMboli EConometrici di valore indotto), di proprietà del portatore. Scopo era dimostrare che i cittadini possono per convenzione creare il valore della moneta locale senza intermediazione del sistema bancario, con l’obiettivo di sostituire alla sovranità illegittima della Banca centrale la proprietà della moneta quale prerogativa dello Stato a favore dei singoli cittadini. E’ il primo passo di una formula monetaria rivoluzionaria in realtà antichissima: usare la moneta come strumento di diritto sociale e dimostrare come il popolo abbia la forza di creare valori convenzionali di moneta, pur senza invadere le competenze della Banca centrale nel rispetto della


parallela circolazione dell’Euro. La realizzazione di una “moneta di popolo” deve articolarsi in due fasi. La prima di avviamento che serva a farle conseguire quel valore indotto che lo oggettivizzi come un bene reale oggetto di proprietà del portatore, distinto dalla moneta ufficiale in corso. Inizialmente questa moneta popolare è garantita dalla riserva-euro con la quale è convertibile. Ma questo fa parte della storia di ogni moneta, che inizialmente viene coperta da una riserva (aurea), poi continua a essere accettata e a circolare nonostante la soppressione della convertibilità proprio per effetto di quel valore indotto che ha consentito alla moneta legale di mantenere il proprio potere d’acquisto anche con il corso forzoso. La moneta di popolo potrebbe fare a meno della riserva in euro se fosse posta in circolazione da un ente pubblico invece che da un’associazione privata, come reddito di cittadinanza. Così alla sicurezza offerta dalla riserva si sostituirebbe quella offerta dal potere dell’autorità. Obiettivo di ogni iniziativa in ambito monetario deve essere il recupero della sovranità monetaria da parte dello stato, momento decisivo di una riconquista del primato politico su quello finanziario-creditizio: una scelta indispensabile per un progetto che si vuole antagonista all’economia finanziaria come destino, vero obiettivo finale della globalizzazione. “Credo che per le nostre libertà le istituzioni bancarie siano più pericolose degli eserciti nemici. Sono già arrivate al punto di erigersi in aristocrazia del denaro che sfida il governo.


La facoltà di emettere moneta dovrebbe essere loro strappata e restituita al popolo, al quale giustamente appartiene. In realtà il potere di produrre moneta dovrebbe essere riservato soltanto allo stato che provvederebbe a metterlo in circolazione a secondo delle necessità”.

CORPORAZIONI E CORPORATIVISMO Corporazione La parola risale al latino tardo corporatus , che forma un corpo, membro di un collegio. Si tratta dell’unione di persone accomunate da uguali interessi per il conseguimento di uno scopo comune, costituenti un corpo distinto nella società e giuridicamente riconosciuti: corporazione di arti e mestieri; corporazione religiosa, ordine, congregazione religiosa. Per estensione, insieme di persone unite da una stessa attività. Nell’epoca più antica i Romani ritennero che i beni di corporazioni artigiane e religiose fossero in comproprietà tra i loro componenti e che la stessa res publica romana s’identificasse con la totalità dei cittadini, cioè con il populus romanus. Questo possiede un proprio tesoro, amministrato da magistrati; servi publici agiscono in suo nome per acquistare beni, anche in caso di successione per causa di morte(eredità, legati, fedecommessi, mancanza di eredi), e per stipulare contratti. Affinandosi la speculazione giuridica, il populus romanus viene considerato un’entità di diritto,


diversa da quella dei singoli associati, appartenente allo ius publicum. Diritti simili a quelli del popolo romano vennero riconosciuti alle colonie, ai municipi, alle civitates, esistenti nell’impero. I collegia per scopi funerari, religiosi, commerciali furono autorizzati da Roma, con la legge Giulia de collegiis, a operare distintamente dai loro membri, avendo la proprietà dei beni comuni e un tesoro collettivo dell’associazione. Un actor gestiva i beni comuni e rappresentava ogni collegium, che poteva avere gli scopi più diversi. Non è noto il modo di conferimento al corpus della capacità giuridica: pare che avvenisse con l’autorizzazione, data dal Senato o dal principe, che approvava lo statuto (lex collegii). Ma, già nella seconda metà del sec. II d.C., il principato determinò la scomparsa delle associazioni per gli appalti dei tributi e, con la monarchia assoluta, rese obbligatoria l’appartenenza alle associazioni di mestiere e costrinse i figli a compiere la stessa attività del padre. Allora il collegium diventò un’associazione obbligatoria. Le corporazioni si svilupparono in seguito nel sistema economico comune. Loro scopo principale era difendere gli interessi degli associati, tutelando la libera concorrenza e la produzione. Dotate di un proprio statuto e di propri capi, raccoglievano i maestri di ciascuna arte, i loro socii e gli apprendisti (discipuli), il cui numero era generalmente mantenuto limitato. Dapprima libera, l’iscrizione a esse divenne inseguito obbligatoria per chiunque volesse esercitare un’arte o mestiere. Dopo il sec. XIII, mentre si accresceva la loro potenza economica, s’imposero anche sul piano politico, dove divenne grande la loro influenza nell’elezione dei membri del governo e dei magistrati.


Tuttavia fu proprio questa eccessiva influenza politica che determinò la decadenza delle corporazioni a cominciare dal sec. XIV: principi e sovrani le sottoposero a uno stretto controllo considerandolo solo un utile strumento di entrate fiscali e di disciplina del lavoro.

Corporativismo Il corporativismo è una dottrina politico-economica che si propone di realizzare un superamento di conflitti fra lavoro e capitale attraverso l’imposizione a entrambi di un rigido controllo da parte dello Stato. L’attuazione di un sistema corporativo prevede pertanto: il riconoscimento di un solo sindacato per ogni categoria professionale; il raggruppamento delle varie rappresentanze di categorie in organismi più ampi, denominati corporazioni, che fanno parte dello organizzazione amministrativa dello Stato; il perseguimento, da parte di tali organismi, di una politica di conciliazione fra capitale e lavoro, garantita se necessario dall’azione dello Stato. Questa concezione si richiama in qualche modo all’esperienza delle corporazioni medievali.

Lo Stato corporativo fascista Nell’epoca contemporanea il corporativismo ha trovato in Italia una compiuta teorizzazione nella “Scuola Sociale Cristiana”, basata sull’insegnamento contenuto nelle encicliche Rerum Novarum (1891) di Leone XIII e Quadrigesimo Anno (1931) di Pio XI e approfondita nel VII Congresso cattolico di Lucca (1897), nelle “Settimane


Sociali” di Assisi (1911) e di Genova (1951), avvalorate dagli studi del suo caposcuola, Giuseppe Toniolo. Principio informatore del corporativismo cattolico è la collaborazione tra le varie classi sociali non solo nel campo economicosociale, ma anche in quello politico-costituzionale. Un superamento quindi del liberalismo individualista e del collettivismo socialista, con la prospettiva di una solidarietà finalizzata all’interesse della comunità nazionale. Il corporativismo cattolico doveva ispirare lo “Stato corporativo” fascista, le cui basi furono gettate nel 1922. I principi generali del nuovo ordinamento erano enunciati nella Carta del Lavoro, varata nel 1927 e posta a cardine del criterio che doveva presiedere “all’interpretazione e all’applicazione della legge”. In questa struttura il corporativismo si concretizzò nel riconoscimento, per ogni categoria professionale, di un sindacato unico e obbligatorio (chiamato corporazione), inserito nell’organizzazione politico-amministrativa statale e dotato di prerogative consacrate dalla legge (come la rappresentanza legale della categoria, la potestà normativa e tributaria, ecc.). L’organizzazione corporativa fascista era dunque ispirata all’esigenza di inglobare l’attività economica nell’apparato burocratico dello Stato, col duplice scopo di appoggiarsi ai centri del potere finanziario e di eliminare, con lo spegnimento della dialettica di classe, l’opposizione di un proletario per decenni educato dal socialismo. Il regime tentò di realizzare in tutte le implicazioni l’idea corporativo, con una serie di disposizioni legislative che si susseguirono dal 1926 al 1939. All’istituzione effettiva delle corporazioni si giunse solo nel 1934, mentre già dal marzo 1930 era stato reso operante il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, quale organo supremo di collegamento e di


rappresentanza di tutte le categorie della produzione unitariamente considerate. Punto d’arrivo del tentativo di trasformare lo Stato in senso corporativo fu l’istituzione nel 1939 della Camera dei fasci e delle corporazioni, assemblea rappresentativa suprema del popolo italiano – composta da membri di diritto del partito e da organi corporativi – in sostituzione della Camera dei Deputati. Le controversie di lavoro facevano capo alla Magistratura del Lavoro, che vedeva allargato il suo campo anche al legislativo con potere di poter emanare norme interessanti intere categorie. L’apparato corporativo fu smantellato, tra il 1943 e il 1945, da una serie di disposizioni del Governo Militare Alleato. Sistemi di corporativismo vennero attuati da alcuni Stati fascisti o filofascisti europei, come Spagna e Portogallo. Il corporativismo fascista si fonda sulla convinzione che ad essere rappresentati presso il potere, devono essere gli interessi reali della comunità, piuttosto che le astrazioni ideologiche. Il corporativismo, inoltre, si fonda sull’idea dello Stato organico, dove tutto, collocato al proprio posto, concorre in maniera ordinata ed armonica alla realizzazione del bene comune, contrariamente alla mentalità liberalcapitalista – fondata sull’individualismo e sull’egoismo, che pretende che la proprietà privata non abbia alcuna funzione sociale ma sia totalmente appannaggio dell’arbitrio individuale: il liberalismo odia lo Stato inteso come organizzazione politica della società, volta a perseguire il bene comune dei governati (dare la guida dello Stato ai liberali è come consegnare le chiavi di casa ai ladri) – ed a quella comunista – fondata: - Sulla lotta di classe, concepita come la necessaria


contrapposizione tra le classi con interessi diversi, in una prospettiva di irriducibile scontro destinato ad alimentare la rivoluzione permanente, ossia il continuo cambiamento rappresentato da sempre nuove sintesi, effetto della dialettica marxista (il materialismo dialettico) secondo la quale la storia è fatta dallo scontro fra la tesi ed antitesi da cui scaturisce la sintesi; - Sulla negazione del diritto alla proprietà privata, soprattutto dei mezzi di produzione; - Sull’egualitarismo, teso ad annullare tutte le differenze naturali, nella prospettiva di creare “l’uomo nuovo” liberato dai vincoli dei legami naturali e tradizionali (famiglia, corporazioni, comunità, chiesa) e destinato al “paradiso in terra”, la cui realizzazione sarà l’esito dell’ideologia e della prassi comunista, destinata a divenire anarchia quando, terminata la propria funzione al servizio del partito, anche lo Stato si dissolverà quale ultima sovrastruttura. - Ideologie entrambe dilaceranti e nemiche sia del bene comune (ne rendono impossibile la realizzazione) sia della verità oggettiva che caratterizza l’esistente (contrarie, in definitiva, all’ordine naturale e soprannaturale: lo negano). Concezioni sulle quali non è possibile fondare nessuna convivenza veramente ordinata al fine dell’uomo – sia sul piano personale che sociale, sia sul piano materiale che spirituale – e della comunità.


GLOSSARIO Angeli Creature intelligenti ed incorporee, di natura spirituale, l’esistenza delle quali è conosciuta dall’uomo per rivelazione divina. Gerarchicamente suddivisi, gli angeli formano la corte celeste, ossia assistono e rendono continuamente omaggio a Dio. A capo delle schiere angeliche sta l’Arcangelo San Michele, il principe della milizia celeste. Anima Termine universalmente adoperato per significare il principio primo della vita. L’anima si distingue in vegetale, animale e spirituale; quella umana possiede tutte e tre le caratteristiche. L’esistenza dell’anima è dimostrata, per esperienza, dalla capacità che l’uomo possiede di elaborare concetti, fare cose di natura spirituale, ossia non percepibile da nessuno dei cinque sensi (olfatto, tatto, gusto, vista, udito), come per esempio la matematica (il modo di operare di una cosa corrisponde al suo modo di essere), ed anche dalla capacità tipica dell’uomo di oggettivare se stessi, ossia uscire dai propri limiti fisici e “vedere” se stesso (l’autocoscienza). Essendo di natura spirituale, l’anima è immortale. Aristocrazia E’ la teoria politica per cui il governo dello Stato spetta ai migliori. Con tale termine si definisce anche la parte della società che si distingue come la migliore, per meriti particolari acquisiti nei campi della religione, della cultura, dell’economia ed in tutto ciò che possa rappresentare beneficio per la società. Astrazione E’ il processo per cui l’intelletto ricava dall’esperienza delle nozioni universali, che sono le idee o concetti.


Assoluto E’ il carattere di ciò che no dipende da altro nell’essere o nell’agire; l’assoluto in senso rigoroso è Dio. Ateismo E’ la negazione filosofica dell’esistenza di Dio come principio universale. Autocoscienza L’atto per cui l’uomo conosce se stesso. In particolare, l’autocoscienza riflessa si ottiene quando una persona concentra l’attenzione su sé stessa, sui propri atti, operazioni, in altre parole sul proprio io, con lo scopo di rendersi conto di ciò che è o di ciò che fa. Autorità E’ la funzione educativa e politica di guidare una società alla conoscenza ed al possesso del bene. Bello In senso ampio è bene tutto ciò che è oggetto di appetizione, di desiderio. Più strettamente, bene è ciò che, conformemente all’ordine naturale, concorre a realizzare il fine della creatura. Bene comune Il bene comune non è la somma dei beni individuali, e non è nemmeno il solo benessere sociale, inteso da un punto di vista meramente materiale. Il bene comune ha una sostanza etica e consiste essenzialmente nel favorire le migliori condizioni, spirituali e materiali, per la conservazione e lo svolgimento della vita del consorzio civile secondo l’ordine naturale. Caos Spazio indefinito e senza ordine. Il caos è quella porzione di spazio e di tempo che esercita tanto terrore nell’uomo delle civiltà tradizionali quanto attrazione nell’uomo della modernità. Capitalismo Sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e della separazione tra la classe dei capitalisti (i possessori di tali mezzi) e la classe dei lavoratori (i prestatori di manodopera). Secondo il liberalismo, il sistema capitalista


deve essere applicato senza alcuna limitazione di carattere morale, dettata dalla preoccupazione del bene comune e dell’interesse nazionale. Civiltà Termine che esprime la maniera in cui è organizzata e condotta la vita del consorzio civile, ossia la cultura, le istituzioni e lo stile di vita che caratterizzano l’esistenza di un popolo, secondo principi di riferimento. Una civiltà. Un modello di organizzazione del vivere in società, giunge al suo massimo compimento, nella misura in cui si rende capace di perseguire il bene comune del consorzio umano di cui è espressione. Comunismo Ideologia politica, di matrice materialista, comparsa in Europa alla metà del XIX secolo, grazie all’opera dei pensatori Marx ed Engels ed affermatasi nel 1917 con la presa del potere in Russia, attraverso la cosiddetta rivoluzione bolscevica. Il comunismo si caratterizza soprattutto per la propria essenza rivoluzionaria, intesa come continua lotta contro lo stato di cose presente. Obiettivo del comunismo è la realizzazione di una sorta di “paradiso” sulla terra, passando attraverso la necessaria opera di preparazione durante la quale operare per l’abbattimento delle strutture tradizionali, ritenute opprimenti, inutili e dannose, come la religione, la patria , la famiglia, le corporazioni, il diritto alla proprietà privata, soprattutto quella dei mezzi di produzione, ed infine lo Stato. Il comunismo ha la stessa radice filosofica del liberalismo, esso rifiuta Dio, la sua opera e l’ordine che la caratterizza, e nutre una concezione individualista dell’uomo e della società: il collettivismo da esso propugnato, infatti, è la negazione della vera dimensione sociale dell’uomo e del carattere organico della società,


costituendo di fatto una mortificante somma di individui caratterizzati dai soli bisogni materiali. Comunità Società caratterizzata da legami di carattere soprattutto spirituale, quali la fede religiosa ed il riferimento a principi che oltrepassano l’ambito del pur legittimo interesse materiale. Concetto Concepito, generato dalla mente. Indica una conoscenza universale, astratta ed è praticamente sinonimo di idea universale. Corporativismo Teoria politica e sociale che mira a superare i conflitti di classe attraverso l’azione dello Stato e la costituzione e collaborazione delle corporazioni delle diverse categorie economiche, nel superiore interesse del bene comune. Corporazione Forma di associazione professionale o di mestiere, rivolta alla tutela di chi vi appartiene ed alla regolamentazione della professione o del mestiere. Coscienza Facoltà che informa l’uomo del bene e del male in concreto, cioè se un’azione è buona o cattiva e perciò se è dovere compierla o evitarla. Cosmo Mondo ordinato. E’ il termine che la cultura greca delle origini contrappone a caos. Cristianesimo Religione dei seguaci di Gesù Cristo, la seconda della Santissima Trinità, ossia Dio fattosi uomo. Il deposito dottrinale della religione cristiana è custodito e trasmesso dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ossia dalla comunità dei credenti, strutturata gerarchicamente, voluta e fondata da Gesù Cristo stesso per la conservazione e la trasmissione della fede, necessaria per la piena conoscenza della verità ed il conseguimento della vita eterna.


Democrazia Nella sua accezione classica, è la forma politica di governo che consente al popolo di intervenire nella gestione del potere. La democrazia moderna, espressione della modernità, è invece la concezione del potere fondato sul dominio della maggioranza e sulla sovranità popolare intesa come fonte assoluta del diritto. Dio Parola che identifica il principio, eterno ed immutabile, causa dell’esistenza delle cose. E’ colui che pensa, vuole, crea, ordina e mantiene l’esistenza delle cose. L’esistenza di Dio è un dato acquisibile per via razionale, ossia attraverso l’uso della ragione, contemplando l’esistente ed in virtù del principio di causalità: ciò che esiste ma non ha in sé la ragione della propria esistenza, ossia non esiste ma non ha in sé la ragione della propria esistenza, ossia non esiste per volontà propria di esistere, è causato da un altro. Diritto L’insieme delle leggi che governano una società, come anche e soprattutto le norme etiche fondamentali alle quali le leggi debbono adeguarsi (legge o diritto naturale). Il diritto è conforme alla legge naturale quando si presenta come l’insieme delle norme che favoriscono e governano la crescita sana di una società, ed è costituito dalle regole fondamentali che definiscono e sanzionano comportamenti, originano istituzioni che fanno vivere, crescere e prosperare la comunità secondo l’ordine naturale. Dogma nella teologia cattolica significa articolo o elemento della fede. Contraddire un dogma di fede equivale a formulare una eresia. Ebraismo (Giudaismo) “Religione” monoteista che fonda l’identità del popolo ebraico, propugnando l’esclusività del rapporto di tale popolo di Dio. Per l’ebraismo quello ebreo è il popolo che discende carnalmente da Abramo, il quale è


destinatario, insieme alla sua discendenza, delle promesse di Dio. Per l’ebraismo la discendenza carnale e l’identità religiosa sono una cosa sola. Il giudaismo post-biblico o talmudico (il Talmud è uno dei principali riferimenti dottrinali dell’ebraismo post-biblico) considera se stesso il destinatario di una promessa divina volta a garantirgli il dominio sul resto dell’umanità. Ente E’ l’essere individuale e concreto che costituisce la realtà. Esoterismo o esoterico Si dice di dottrine segrete e riservate a pochi, alla conoscenza delle quali si accede per gradi detti di iniziazione. Essenza E’ sinonimo di natura, l’elemento formale costitutivo di una cosa, ossia ciò che la assegna ad una determinata specie e la separa da tutte le altre. Essere Filosoficamente indica il principio dell’esistenza: esiste ciò che ha l’essere. Dio esiste da sé, è assoluto, non ha in alcun altro la causa della propria esistenza; le cose esistenti, gli enti, hanno l’essere per partecipazione: Dio ha dato loro l’esistenza. Essoterismo o essoterico Si dice di dottrine destinate ad essere rivelate a tutti gli uomini, ciascuno dei quali, in maniera responsabile, le comprenderà e le accoglierà secondo le proprie capacità. La dottrina cattolica è essoterica in quanto necessaria per la salvezza e la vita eterna di ogni singolo essere umano. Chi non conosce la verità non può conformarvisi e, quindi, non può vivere pienamente secondo la volontà di Dio. Eternità La condizione dell’essere che ha creato il tempo e pertanto lo trascende, ossia lo supera. E’ attribuzione esclusiva di Dio.


Etica E’ la scienza che ha per oggetto il fine della vita umana e mezzi per raggiungerlo. La parola etica è stata applicata alla morale sotto tutte le sue forme, sia scienza del comportamento effettivo degli uomini sia come arte di guidare il comportamento. Propriamente, l’etica si dovrebbe occupare del bene quale valore primario da assumere come guida delle proprie scelte. Famiglia Gruppo umano fondato sull’unione di due persone di sesso diverso (uomo e donna, creature complementari fatte l’uno per l’altra) ed i relativi legami ad essa connessi, primo fra tutti quello della prole, frutto dell’unione dei sessi. E’ il primo ambito sociale dell’individuo umano, il luogo dove, in via naturale, il piccolo d’uomo viene allevato ed educato. La famiglia è il nucleo della società che è unione di famiglie, dalla stabilità di una dipende quella dell’altra. Fascio Oggetto costituito da verghe riunite attorno ad una scure; simbolo del potere esecutivo nella Roma antica, insegna dei re e, successivamente, dei consoli. Il fascio simboleggia l’unione del consorzio civile (le verghe) attorno all’autorità che legittimamente detiene ed esercita il potere ed è chiamata a dare giustizia (la scure). Il movimento fascista italiano, adottò il fascio quale simbolo di unità, forza e giustizia. Fascismo Fenomeno politico affermatosi a livello europeo e mondiale nella prima metà del XX° secolo, soprattutto grazie all’azione e personalità di Benito Mussolini, fondatore e capo del fascismo italiano. Il fascismo si caratterizza per la sua caratterizzazione organicista ed etica dello stato e della nazione, fondata sulla collaborazione di tutte le forze e le classi sociali, per la sua


avversione alla modernità, intesa come rifiuto della tradizione e della dimensione spirituale e religiosa dell’esistenza, e per la sua concezione religiosa, virile ed austera della vita. Fede Assenso della mente e della volontà alle verità rivelate da Dio e proposte dalla Chiesa. Filosofia Studio, riflessione, indagine delle cose umane e divine e delle loro cause. Tutto è suscettibile di indagine filosofica. Fine E’ l’oggetto dell’azione che tende a realizzare il bene di chi lo persegue. In senso ampio, il fine dell’essere umano si realizza secondo le inclinazioni naturali ad esso peculiari. Gerarchia Rapporto reciproco di supremazia e subordinazione. Ogni organizzazione umana di tipo tradizionale, rispetta un ordinamento gerarchico, ossia un’organizzazione delle relazioni tra le persone secondo la loro funzione ed appartenenza in vista del fine comune. Giustizia Fondata sul principio di dare a ciascuno il suo, la giustizia è una delle quattro virtù fondamentali o cardinali (prudenza, giustizia, temperanza, fortezza), quella che riconosce l’anima a riconoscere il diritto altrui. Classicamente si individuano tre specie principali di giustizia: distributiva, commutativa e legale. Nella prima l’onere di dare a ciascuno il suo tocca allo Stato in rapporto ai cittadini; nella seconda, l’onere tocca ai cittadini nei rapporti reciproci; nella terza, l’onere tocca ai cittadini nei rapporti con lo Stato. Grazia Nella teologia cattolica indica l’azione gratuita di Dio che eleva la creatura umana alla dignità di figlio di Dio e la destina alla visione beatifica nella vita eterna. Impero Forma di potere sovranazionale, fondata su un


principio di unità superiore agli interessi particolari, capace di unire popoli e nazioni differenti sotto un unico comando. Vi è una concezione romana e cristiana dell’impero, fondata sul diritto naturale, sull’unicità e universalità dello statuto giuridico ed etico del genere umano e sull’universalità della Rivelazione cristiana, che ha in mira l’unità delle distinte nazioni in vista del bene comune dei popoli (fine terreno) e del destino di eternità degli uomini. Inclinazioni naturali Quelle relative alla specie umana sono: - L’unione dei sessi, l’allevamento e l’educazione dei figli; - La conoscenza della causa e del senso dell’esistenza; - La conservazione della vita: Legge naturale o morale Legge, ossia via al fine, dettata dalla realtà delle cose esistenti. Seguendo la legge naturale si realizza se stessi per ciò che si è, ossia conformemente alla propria natura. Liberalismo Concezione filosofica e politica secondo la quale l’individuo umano è libero (svincolato) da ogni realtà a lui superiore (Dio e l’ordine della creazione). L’uomo è padrone assoluto della propria vita e legge a se stesso. Il liberalismo è la dottrina dell’emancipazione dell’uomo da Dio e dalla verità oggettiva. Quando a farsi liberale è lo Stato l’indifferentismo religioso ed il relativismo morale vengono proclamati e difesi dalle leggi, e la mancanza di coesione fra le parti coinvolte nell’ambito del lavoro è il risultato di una economia lasciata in balia dall’arbitrio dei singoli. Libertà Denota la proprietà peculiare ed esclusiva che l’uomo ha di essere padrone dei propri atti e pertanto responsabile delle proprie azioni. L’essenza della libertà consiste nella possibilità di volere o non volere; la


possibilità di scegliere i mezzi migliori per realizzare il fine. La possibilità di fare il male è un difetto di libertà, dovuto al falso giudizio, ossia all’incapacità o alla non volontà di adeguarsi alla verità. Logica Arte del pensiero per ben ragionare. E’ quella parte preliminare della filosofia che studia le leggi del pensiero, in tutte le sue fasi (formazione delle idee, divisione, definizione, giudizio, ragionamento, costruzione dei sistemi scientifici), i metodi e i principi che consentono di distinguere, nelle loro strutture formali, i ragionamenti corretti da quelli scorretti. Coerenza delle preposizioni. Capacità di condurre un ragionamento in modo che le idee siano connesse e coerenti. Lucifero (Diavolo, Demonio, Satana) E’ il nome dell’angelo che si è ribellato a Dio e lotta contro di Lui e contro gli uomini che intendono essergli fedeli. Male Nozione opposta a quella di bene. In senso ampio, mancanza di qualche perfezione dovuta o desiderabile. In senso stretto, ciò che è contrario alla legge naturale e impedisce la realizzazione del fine. Massoneria Organizzazione di carattere occulto ed esoterico animata da una concezione filosofica fondata sulla presunzione di rifare il mondo secondo la volontà degli iniziati, ossia dell’élite che presume di possedere la vera conoscenza e di poter stabilire cosa sia bene e cosa sia male, in sostanza chi crede di essere e poter fare come Dio, accogliendo la tentazione di Satana “… e sarete come Dio”. Ufficialmente fondata a Londra nel XVIII° secolo, la massoneria ha assunto i simboli dell’antica corporazione dei costruttori, continuando di fatto una tradizione esoterica che affonda le proprie radici nella notte dei tempi e nell’atto


di ribellione a Dio compiuto da Lucifero/Satana (la massoneria opera di fatto per conto di Satana). Principali nemici della massoneria sono la Chiesa Cattolica ed ogni forma di pensiero e di civiltà fondata sul primato dell’essere, ossia sull’esistenza di una verità oggettiva che è nell’ordine naturale e soprannaturale dell’esistente, ed il riconoscimento del cattolicesimo quale unica vera religione. La massoneria si presenta come organizzazione filantropica che persegue il miglioramento del genere umano. Materialismo Dottrina filosofica che riduce tutta la realtà alla materia, intesa come principio primo dell’universo, negando l’esistenza dello spirito. Metafisica Termine che significa dopo la fisica, denominata anche filosofia prima o filosofia dell’essere. La metafisica si occupa di questioni che trascendono l’ordine dello spazio e del tempo, occupandosi, invece, dei principi primi o delle cause ultime. E’ l’unica forma di sapere razionale in grado di affrontare le questioni che scavalcano l’orizzonte della scienza, questioni come il valore della conoscenza, il senso della storia, l’origine del mondo, la sopravvivenza dell’uomo dopo la morte. Mistero Secondo la dottrina cattolica il mistero è una verità superiore, ma non contraria alla ragione umana, verità creduta non per evidenza intrinseca ma per l’autorità di Dio che l’ha rivelata, non potendo Dio ingannare né l’uomo né se stesso. Mito In generale significa rappresentazione fantastica di personaggi o di eventi. I miti sono la metafisica dei popoli antichi. Modernità termine con il quale si identifica una concezione


della vita, fondata sul rifiuto della verità oggettiva, intesa quale spiegazione e regola dell’esistenza. Secondo tale concezione non vi sarebbero dunque alcun ordine ed alcuna legge naturale da rispettare, essendo tutto ad esclusivo appannaggio della volontà umana nel suo divenire storico. Monarchia Letteralmente è la forma politica nella quale il potere è nelle mani di uno. Più precisamente, è il potere detenuto da colui, il Re, che, come un padre, è chiamato a reggere le sorti del popolo. Potenzialmente la monarchia, meglio di altre forme di potere, rappresenta la continuità storica e la tradizione della nazione. Mondialismo tendenza che mira a realizzare una uniformità culturale, economica e politica dei popoli a livello mondiale. Alla base del mondialismo vi è una miscela di istanze liberali e comuniste che sostanzialmente si incontrano nell’ideale massonico di Repubblica Universale. Il mondialismo è una sorta di parodia dell’ideale imperiale, una scimmia dell’impero. Morale Costumi, sistemi di vita. E’ la considerazione del comportamento umano per quello che deve essere in rapporto alla legge naturale. Nazione E’ l’espressione storica dell’esistenza di un popolo e della sua specificità fondata sulla tradizione. Nichilismo Teoria che tenta di distruggere ogni valore assoluto, per cui nulla è oggettivamente valido e vincolante per la coscienza, e l’uomo non ha alcun fine da raggiungere. Oligarchia Governo di pochi nel loro esclusivo interesse. Ordine Assetto, disposizione o sistemazione razionale e armonica di qualcosa nello spazio o nel tempo secondo


esigenze pratiche o ideali. Insieme delle relazioni tra le cose esistenti (enti) che dà origine al mondo sul piano cosmologico, ed alla morale sul piano etico. Ordine naturale o morale L’insieme delle relazioni tra le cose esistenti secondo la realtà stessa delle cose, ossia secondo ciò che le cose sono capaci di essere e di fare per natura. Organicismo Concezione basata sull’analogia tra l’armoniosa disposizione degli organi del corpo umano, tutti ordinati al medesimo fine, e l’organizzazione della società umana in cui ciascun membro partecipa, svolgendo il proprio ruolo, al medesimo fine, ossia la vita ordinata del consorzio civile in vista del bene comune. Patria Il luogo in cui si riconoscono le proprie origini, i propri legami affettivi e spirituali. La parola patria indica il retaggio e l’eredità familiare; il capitale di buone azioni che si sono costituite in santità, eroismo e cultura, veicolato da una generazione all’altra grazie alla tradizione. Persona A partire da Tertulliano, gli autori cristiani hanno adoperato questo termine per definire la singolarità e la nobiltà di ogni individuo umano. Boezio ha definito la persona come SOSTANZA INDIVIDUA E INCOMUNICABILE DI NATURA RAGIONEVOLE. Per S. Tommaso, fondamento della persona è il possesso dell’actus essendi, ossia dell’esistenza. Pietà Il termine latino pietas definisce una disposizione d’animo a sentire devozione ed affetto verso Dio, i genitori e la Patria. Politica E’ lo studio dei fatti che riguardano lo Stato e il governo. Più precisamente, la politica si occupa di fornire allo Stato i criteri per il governo della nazione.


Popolo La moltitudine organica e strutturata delle persone che abitano un territorio e che sono tra loro legate dalla condivisione di un patrimonio storico, religioso, etnico e culturale. Predicato In filosofia, ciò che si afferma o si nega di un soggetto. Principio Inizio, punto di partenza, fondamento. Con la logica si tratta di stabilire quali siano i principi primi di ogni conoscere e che valore abbiano; in tale senso il principio primo è quello di non contraddizione. Principio di identità Ogni ente ha una natura determinata che lo costituisce tale. Principio di non contraddizione E’ impossibile che una cosa abbia e insieme non abbia un determinato predicato; è impossibile che A sia e insieme non sia B. Negando questo principio non è possibile fare alcuna affermazione; non è possibile esprimere un pensiero che abbia significato. Redenzione E’ il riscatto dalla schiavitù del peccato, operato da Gesù Cristo, la seconda persona della SS. Trinità, ossia Dio fatto uomo, con la sua vita, morte (sacrificio volontario di carattere espiatorio) e resurrezione. Relativismo E’ la posizione di quanti sostengono che la conoscenza non attinge verità assolute: ogni verità è solo un punto di vista parziale e soggettivo, oppure dipende dal tempo e dalla storia. Religione E’ l’insieme dei miti e dei dogmi (racconti, testi sacri) e dei riti (preghiere, azioni, sacrifici) con cui l’uomo esprime e attua i propri rapporti con Dio. La religione è l’espressione del senso comune, ossia del senso di finitezza e creaturalità dell’uomo. Rivelazione Nella teologia è il termine che indica la


comunicazione dei misteri soprannaturali da parte di Dio all’uomo. Rivoluzione Rivolgimento, cambiamento netto dello stato di cose. Con il termine rivoluzione, la dottrina cattolica controrivoluzionaria identifica un processo storico di sovvertimento dell’ordine naturale stabilito da Dio; un riflesso terreno dell’atto di ribellione a Dio compiuto da Lucifero. In questo senso, la Rivoluzione può anche essere definita come adorazione filosofica del divenire. Sacro Termine che denota un ordine di cose separato, riservato e inviolabile che deve essere oggetto di rispetto. Contrario di profano, sacro è la qualità specifica che caratterizza la dimensione religiosa. Dio è il sacro per eccellenza e, di conseguenza, è sacro tutto ciò che è in rapporto diretto con Lui. Santo Termine che indica le persone e le cose direttamente legate alla divinità. Nel cristianesimo l’aggettivo santo , nel suo pieno significato, è riservato a Dio stesso e può essere applicato alle creature razionali solo come risultato della grazia, che unisce appunto le creature a Dio e le rende partecipi della sua perfezione spirituale. Sapienza E’ la conoscenza della verità come valore ed è il fine della filosofia. Senso comune L’insieme organico delle certezze, di fatto e di principio, che sono comuni ad ogni persona e precedono ogni riflessione critica. Scienza Modernamente indica una conoscenza rigorosa, sistematica e metodica, quasi sempre nell’ambito dell’esperienza sensibile, e con una formalizzazione estrema. La scienza per gli antichi e per i medievali era un


sapere unitario, facente capo alla metafisica che forniva alle altre discipline i principi. Simbolo Termine adoperato per significare tutto ciò che si collega ad una intenzionalmente con qualche altra cosa e perciò serve a richiamarla. Socialismo Ideologia materialista che propugna la realizzazione della completa uguaglianza tra gli uomini, attraverso la completa abolizione della proprietà privata, soprattutto quella dei mezzi di produzione, e l’abolizione delle strutture tradizionali della società umana: la religione, la famiglia, le corporazioni o corpi intermedi e, in ultimo lo Stato. Il socialismo è il precursore del comunismo. Socializzazione Secondo l’interpretazione fascista, teoria politico-economica che mira alla partecipazione dei lavoratori alla gestione ed agli utili delle aziende di determinate dimensioni ed importanza strategica. L’interpretazione comunista della socializzazione, mira invece al trasferimento allo Stato della proprietà dei mezzi di produzione ed alla soppressione, ad ogni livello, del diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Società L’insieme delle famiglie e dei gruppi associati di persone che intrattengono relazioni e condividono nel tempo l’esistenza in un determinato ambito territoriale. Società tradizionale Per società tradizionale so intende ogni comunità per la quale la verità circa il senso dell’esistenza è un dato acquisito e oggettivo che si trasmette nel tempo e non, come per la società moderna, un prodotto del tempo. Stato E’ l’organizzazione politica della società, ossia l’istituzione chiamata a rappresentare gli interessi della comunità nazionale e a garantire la pacifica e ordinata vita


del consorzio civile perseguendo il bene comune dei governati. L’esistenza dello Stato risponde alle esigenze che derivano dalla natura sociale dell’uomo, il quale, inoltre, trova nello Stato l’organizzazione storica che lo aiuta a realizzare quei principi morali, conferitigli da Dio, e con ciò di assolvere alla sua stessa funzione trascendente di uomo. Sussidiarietà Gerarchica relazione tra comunità di diverso livello. Teologia Discorso su Dio, svolto sulla base di quello che Dio risulta dall’esperienza (che induce a trovare una causa prima di tutti gli enti), oppure sulla base di quello che Dio stesso ci ha comunicato con la Rivelazione. Nel primo caso si ha la teologia naturale o teodicea (giustificazione di Dio), nel secondo caso la teologia soprannaturale o sacra. Aristotele chiama teologia la metafisica o filosofia prima; per tutto il pensiero precristiano la teologia è la conclusione di tutto il pensiero filosofico. La teologia è la scienza che tratta di Dio. Suo oggetto materiale è principalmente Dio e secondariamente le creature nella loro relazione con Dio. L’oggetto formale è l’esposizione scientifica delle verità concernenti Dio conoscibili per Fede nella Rivelazione. La filosofia è necessaria per far teologia, dati i rapporti che intercorrono tra Fede e ragione, che collaborano in armonia e reciprocamente. Tradizione Nel suo significato più profondo e importante, è la conoscenza, e la trasmissione di questa fra le generazioni, della verità oggettiva circa il senso dell’esistenza. Tradizionale è quella società fondata sulla conoscenza e l’adeguamento a tale verità oggettiva, divinamente rivelata, riconoscibile attraverso la


contemplazione dell’esistente e insegnata dal Magistero romano tradizionale. Ma tradizione è anche il patrimonio di conoscenze di esperienze che i padri trasmettono ai figli per la continuazione della vita. La tradizione assicura la continuazione morale della vita di un popolo; essa è il legame che unisce ciascuna generazione a quelle che la precedono. Il concetto di Tradizione è essenza della stabilità, intrinseco all’essere stesso delle cose. La Tradizione è la trasmissione del deposito delle verità di fede e della stessa grazia. Questa Tradizione è il senso stesso dell’esistenza della Chiesa Cattolica, è il passaggio da una generazione all’altra di quanto Dio ha voluto consegnare di più grande all’uomo dopo la Sua Incarnazione. Trascendentale Aggettivo derivante dal sostantivo trascendente. Nella filosofia aristotelico-scolastica sta ad indicare le proprietà fondamentali dell’essere che, secondo alcuni autori, sono tre (l’uno, il vero, il bene) mentre, secondo altri, sono quattro con l’aggiunta, ai tre noti, del bello. Trinità (Santissima) E’ il nucleo essenziale del cristianesimo, l’oggetto primario della rivelazione che Dio ha fatto di sé attraverso l’insegnamento di Gesù Cristo (incarnazione della seconda persona della Santissima Trinità). Dio, unico nella sua essenza metafisica, è al tempo stesso trino nelle persone (Padre, Figlio, Spirito Santo), ossia costituito da tre persone. Dunque, Dio è la Santissima Trinità: uno nella natura e trino nelle persone. Quello della Santissima Trinità è uno dei misteri principali della fede


cristiana. Uomo Composto indivisibile di materia e forma. La materia è il complesso degli elementi corporei, la forma è l’anima di natura spirituale. Dopo l’angelo, l’uomo è l’essere più nobile, la creatura che riassume e supera tutte le perfezioni del creato. Utopia Parola che significa uno stato di cose che non esiste in nessun luogo. Verbo Nella filosofia romana e latino-medievale traduce il termine greco logos ed è usato per designare il concetto, la spiegazione e anche la seconda persona della Santissima Trinità. Verità E’ l’adeguazione tra intelletto e realtà. Si divide in verità logica, che è l’adeguazione del pensiero umano alla realtà extra mentale (per es.: il fiume è pieno d’acqua, se dico che è secco non mi adeguo alla realtà e dico il falso) e verità ontologica, ossia una cosa è vera se corrisponde alla sua natura. Virtù E’ una disposizione, ferma e costante, ad agire bene; è un’inclinazione al bene che si è consolidata, tanto che il virtuoso è portato ad agire bene con spontaneità. Vizio E’ l’opposto della virtù, cioè un abitudine a operare il male.


OGGI 29 SETTEMBRE, SAN MICHELE ARCANGELO, DI FRONTE A DIO ONNIPOTENTE ED AI CAMERATI CADUTI PER LA SALVEZZA D’EUROPA DICHIARIAMO SOLENNEMENTE: CHE NON CI MARCHIEREMO MAI DI FALSITA’ ED INGANNO NE’ CAMMINEREMO MAI SUL SENTIERO DEL COMPROMESSO PER IL RAGGIUNGIMENTO DEI NOSTRI OBIETTIVI. CHE CAMMINEREMO SEMPRE SUL SENTIERO DELL’ONORE E DELLA VERITA’. CHE CERCHEREMO DI IMITARE LE VITE DEI MARTIRI ED EROI CHE HANNO POPOLATO LA NOSTRA PATRIA. CHE OGNI SFORZO SARA’ DEDICATO AL RAGGIUNGIMENTO DI QUELL’ALBA LUMINOSA CHE FARA’ DELLA NOSTRA PATRIA RIFLESSO DELL’ORDINE CELESTE.


Leggere e far proprio il “Compendio di Formazione base Forzanovista” vuol dir capire il Senso piu' alto della nostra Battaglia. Una Battaglia che vuole uno Stato Organico ove il Forzanovista diventa CONTEMPORANEAMENTE Santo, Guerriero, Contadino, Padre di Famiglia, Amante della Patria; senza tralasciare nessun Aspetto. Il Forzanovismo cambia la Vita, ne dà il Senso. Mai sulla Strada del compromesso sempre su quella dell'Onore ! Giuseppe Fortunato Responsabile Forza Nuova Montoro

Vincenzo Stravolo Segretario Cittadino Forza Nuova Napoli Ivano Manno Forza Nuova Avellino


"CON NOI"