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Nietzsche e la poesia a cura di Annalisa Caputo Michele Bracco saggi di Annalisa Caputo, Michele Bracco, Gemma Adesso, Francesca Avelluto, Eleonora Palmentura

Stilo Editrice


Collana Filosofia

Isbn: 978-88-6479-059-6 Š Stilo Editrice 2012 www.stiloeditrice.it Finito di stampare nel mese di giugno 2012 presso Arti Grafiche Favia, Modugno (BA)


Indice La Nietzsche-Haus di Valerio Adami Una nota (di colore) di Michele Bracco

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Sull’avvenire delle nostre università Considerazioni attuali di Annalisa Caputo

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I rintocchi del dolore e il sigillo del canto Appunti sulla poetica nietzscheana di Annalisa Caputo Introduzione: a partire da una soglia 1. Dalla poesia alla «passione dei suoni» 2. La struttura dei colpi della campana 3. Il canto del dolore 4. L’avvocato della sofferenza 5. L’eco al dodicesimo rintocco: il sì e l’amen 6. Il canto della poesia: il settimo sigillo Concludendo

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La poesia, il ritmo, il corpo di Michele Bracco 1. Esorcismo e poesia 2. Una carne trémula 3. Danzare in catene 4. Rhythmos 5. Atomi di tempo 6. Barbari nell’affetto 7. Un pensiero più cupo, più estraneo, più lontano 8. Ginnastica e pastiglie Géraudel 9. Ascoltare la luce 10. Tremor manus

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L’immagine muta. Tra Nietzsche e Campana di Gemma Adesso 117 Introduzione: nell’intermezzo 119 1. Ventiquattro fotogrammi al secondo 127 2. Lo specchio tragico: anteprima della visione 132 3. Il testamento di Orfeo 136 4. Le Sang d’un poète 141 5. «Ad ogni poesia fare il quadro» 148 6. Le tonalità suggestive: il bianco e il rosso 155 7. Variazioni sul tema: l’eterno ritorno (dell’immagine) 157 La voce di Nietzsche in Pessoa Decostruzionismo e Neopaganesimo portoghese di Francesca Avelluto 161 Incipit 163 1. Pessoa: tanti, tutti e, in sé, nessuno 164 2. La genesi del percorso 166 3. Pessoa vs Nietzsche 167 4. Intersezionismo 169 5. Il numero periodico di Pessoa 172 6. Antonio Mora e il neopaganesimo portoghese 176 7. Alberto Caeiro e la nuova filosofia naturale 179 8. Dal fanciullo di Caeiro al superuomo sensazionista 186 Conclusione 191 Il ‘Nietzsche di Gadamer’ e il dramma del finito di Eleonora Palmentura 195 Introduzione 197 1. Nietzsche nei testi di Gadamer 199 2. La storia di una seduzione antitetica 208 3. Il dramma di Zarathustra, la tragedia di Nietzsche 215 Epilogo: ermeneutica della finitezza infinità dell’ermeneutica 221


EDIZIONE CRITICA DI RIFERIMENTO e abbreviazioni I testi di Nietzsche vengono citati da: – Nietzsche Werke. Kritische Gesamtausgabe, hrsg. von G. Colli und M. Montinari, weitergeführt von W. Müller-Lauter und K. Pestalozzi, de Gruyter, Berlin-New York 1967 sgg. [KGW]. – Opere di Friedrich Nietzsche, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1964 sgg. [Opere]. – Frammenti postumi, nuova edizione a cura di G. Campioni, Adelphi, Milano 2004 sgg. [FPN]. – Così parlò Zarathustra, in Opere, vol. VI, tomo I [Z].


La Nietzsche-Haus di Valerio Adami Una nota (di colore) Davanti a me si estende una catena di montagne coniche e aguzze, ai piedi di queste un laghetto. Nella direzione in cui volge per primo lo sguardo si trovano delle creature, alcune delle quali somigliano a uomini, altre ad animali1. Valerio Adami è uno dei più grandi e rappresentativi artisti della pittura contemporanea. La sua opera ha goduto di una speciale considerazione anche in ambito letterario e filosofico – si pensi a Italo Calvino e a Jacques Derrida che hanno scritto su di lui. Egli, dopo aver dedicato a Nietzsche un ritratto nel 1966, realizza, esattamente quarant’anni dopo, un quadro ispirato da un disegno di Alfred Kubin, visionario pittore e scrittore di origine boema vissuto tra il 1877 e il 1959, riprendendone il titolo, Über Berg und Tal, ma riproducendo un soggetto differente: Sils-Maria, un luogo diventato nel tempo l’emblema di una ispirazione, di un sogno, di una nostalgia; un paesino dell’Alta Engadina svizzera in cui si trova la casa dove, come recita una targa posta all’entrata, Nietzsche soggiornò dal 1881 al 1888, trascorrendo quei mesi estivi che furono per lui i più fecondi dal punto di vista creativo. In uno scenario solo apparentemente freddo, in cui si va per monti e valli (ma anche al di là di essi), come dice il titolo, dove l’aria rarefatta e pura consente di cogliere le cose nella trasparenza di una rivelazione, la casa di Nietzsche viene riprodotta nella sua essenzialità quasi fanciullesca. Una casa che anche dal vivo assomiglia a quella disegnata dai bambini, una sorta di casa per antonomasia, un topos dell’immaginario riproposto anche in certe cartoline del posto: facciata rettangolare, vialetto, gradini e 1. A. Kubin, Mon expérience du rêve (1922), in Id., Le Travail du dessinateur, trad. fr. Éditions Allia, Paris 2007, pp. 13-15.

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porta d’ingresso, finestre a crociera, tetto innevato con comignolo, paesaggio con alberi e montagne. Nel quadro di Adami la casa è invece di un altro colore, e la continuità e la simmetria delle linee originarie vengono decostruite secondo lo stile tipico dell’Autore che, oltre a seguire quella che egli chiama la ‘croce’ della razionalità, ossia l’asse della verticalità (sopra-sotto, nord-sud) e quello dell’orizzontalità (destra-sinistra, est-ovest), si muove anche secondo la linea della obliquità, che nella pittura rappresenta la linea dell’immaginazione e del sogno. Alla destra della casa si trova un albero mutilo e spoglio, senza foglie né frutti, i cui rami superiori assomigliano a due braccia che fuoriescono da una macchina di tortura, una specie di gogna che allude alla violenza perpetrata per secoli dalla Inquisizione ai danni del corpo, l’oggetto al tempo stesso più bramato e più umiliato dalla religione e dalla morale ebraico-cristiana. All’orizzonte si staglia tagliente e severo, con la forza di un tratto e di una tonalità di colore diventati inconfondibili nella storia dell’arte, il profilo spigoloso di montagne coperte di neve, che evocano quelle altezze dove il filosofo raggiunge la sua massima elevazione, ma da cui rischia di precipitare poiché lì dove crescono le altezze più vertiginose, là anche si spalancano le profondità più abissali. Da queste vette si staccano dei pezzi forse a causa delle sollecitazioni sismiche prodotte dal filosofare col martello, mentre crepe lunghe e profonde minacciano la caduta di pericolose valanghe che sembrano quasi colare, come una lacrima, lungo il bordo lesionato della dura montagna. Una lacrima che fa rima con quella che fuoriesce dall’occhio di uno dei due animali delle altezze, due stambecchi, che stanno, poveri di mondo ma non di emozioni, come due sfingi che custodiscono in silenzio il loro segreto sull’uomo. Adami confessa di essere sempre stato affascinato dalla lacrima, questo strano secreto (e segreto) che l’occhio produce, dice lui, come una forma plastica, quasi modellando quell’acqua che trabocca misteriosamente quando l’intensità di quello che viviamo diventa più grande di ciò che possiamo sopportare. In basso, sulla sinistra, l’Artista dipinge un viandante con zaino in spalla, un personaggio con cui allude certamente a se stesso per via del suo infaticabile e ininterrotto viaggiare per il mondo. 10


la nietzsche-haus di valerio adami

Anch’egli uomo e poeta con le suole di vento, come Rimbaud, un giorno mi ha raccontato di aver visitato quei luoghi nietzscheani passeggiando in compagnia di Diego Giacometti, scultore e disegnatore svizzero fratello del celebre Alberto che, com’è noto, guardava alla montagna come a una metafora della vita perennemente esposta all’erosione, allo sgretolamento, allo sfaldamento rispetto a cui sopravvivono solo rovine che trattengono ben poco della figura originaria. Ma il viandante è soprattutto una figura nietzscheana, quella di colui che va errando nel senso doppio dell’andare senza una meta ultima, trovando riparo qua e là e pronto a ripartire in qualsiasi momento, ma anche nel senso di chi procede per errori, sperimentando e mettendo a rischio la propria vita, in quanto nessuno può indicargli la strada giusta che lo conduca, scortato dalla divinità come il filosofo di Parmenide, fino alle porte di una qualche Verità assoluta. In questo suo andare avventuroso, egli cammina su di una pavimentazione che ricorda quella che Nietzsche calpestò più volte a Torino, città imponente, a tratti sontuosa e austera, «magnifica e singolarmente benefica», lastricata di eleganti mattoni che forse fanno rimpiangere i sentieri di montagna e le passeggiate attorno al lago, suscitando nel viandante un ricordo nostalgico, anche se per lui innaturale, che gli fa volgere la testa verso un altrove che può essere tanto quello di un luogo e di un tempo del suo passato, quanto quello di un evento a venire, il superuomo, che potrebbe giungere di là da quelle montagne, senza preavviso, in quell’attesa di niente che è messianismo senza messia, oppure in quell’attesa di tutto che è eternità di un ritorno. A Valerio Adami va il ringraziamento degli Autori, e quello mio personale, per aver concesso la pubblicazione di questo suo quadro con la generosità di chi ha fatto della propria opera artistica un’opportunità di incontro, di scambio e di ospitalità non solo culturale, ma soprattutto umana… mai troppo umana. Michele Bracco

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Sull’avvenire delle nostre università Considerazioni attuali Nel testo postumo Sull’avvenire delle nostre scuole, che ripropone un ciclo di conferenze tenute da Nietzsche presso l’università di Basilea nel 1872, il pensatore introduce gli ascoltatori (e i lettori) alla tematica del futuro dell’Università e della Scuola (tematica accademica, impegnativa, seria…), da dissacratore quale egli è, presentando una storia, inventando una narrazione1. Scenario: un pendio boscoso, un piccolo posto sgombro di alberi – Heidegger direbbe una Lichtung, una radura – che invita a sedersi e a spaziare con lo sguardo verso l’orizzonte, sopra gli alberi e le macchie2. Protagonisti: due giovani studenti, da un lato; un filosofo e il suo accompagnatore, o discepolo, dall’altro. Per ragioni diverse (fortuite e/o fortunate coincidenze) i quattro si ritrovano nello stesso posto alla stessa ora. I primi con le loro pistole, per una gara di tiro al bersaglio, ma anche per un ritrovo piacevole, in compagnia: per scambiare ricordi, progetti e magari anche interrogativi dal sapore filosofico. Gli altri due, invece, alla ricerca del silenzio e soprattutto della «quiete», dice Nietzsche, ripetendo più volte questo termine nel testo (come sostantivo o aggettivo): ruhig, Ruhe, silenzio, calma, spazio aperto; Ruhigenplatz: uno slargo nel bosco3. Attraverso la narrazione, come fa spesso nei suoi scritti, Nietzsche traccia una geografia che non è solo scenario teatrale, ma anche palcoscenico metaforico. Siamo davanti a due modi di vivere e pensare la ‘cultura’, il futuro delle scuole, la filosofia. 1. F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, in Opere, vol. III, tomo II, pp. 79-207. 2. Cfr. ivi, p. 96: «Sul pendio boscoso, lateralmente al nostro campo di tiro, c’era un piccolo posto sgombro di alberi, che invitava a sedervisi, e permetteva di spaziare con lo sguardo verso il Reno, al di sopra degli alberi e delle macchie». 3. Decisamente ‘altro’ rispetto alla «foresta della conoscenza» criticata da Zarathustra.

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Da un lato la ‘meditazione’, fatta – scrive Nietzsche4 – «con calma, senza fretta», senza pretendere di avere subito dei risultati… Dall’altro lato una ‘cultura’ pensata come luogo di scontri, spari, di tiro al bersaglio, di «rumoroso divertimento»5; di chiacchiera, dirà Heidegger; di «chiasso». Sempre più chiaramente, nel corso delle conferenze, si chiarisce l’obiettivo polemico del giovane Nietzsche: i nessi educazione/economia, educazione/parcellizzazione scientifico-disciplinare, educazione/subordinazione alle logiche statali. Tragicamente profetico, Nietzsche, in queste sue considerazioni – tutt’altro che inattuali (unzeitgemäße) – quando parla di un insegnamento impregnato di utilitarismo, legato al profitto, all’immediato, allo zeitgemäß (a ciò che impone il tempo corrente), alla quantità, più che alla qualità. Lo scopo ultimo della cultura è costituito dall’utilità, o più precisamente dal guadagno. [...] Il vero problema è dunque educare uomini quanto più possibile ‘correnti’, nel senso in cui si chiama ‘corrente’ una moneta6.

Ecco perché, prosegue Nietzsche, è malvista ogni esigenza di cultura che vada al di là del fine del denaro e del guadagno7. È malvista ogni scuola che non sia legata allo specialismo scientistico. E questo, paradossalmente, accade anche nel caso dell’ambito umanistico, spesso aridamente dissipato nella storiografia antiquaria, monumentale, mummificante, storiografia che spinge a guardare un singolo aspetto della realtà (e della letteratura, dell’arte, della filosofia…), a danno del ‘pensiero’ della sua radicale complessità. E «gli strani filosofi delle università» non fanno altro che «complottare» per rafforzare i giovani nella convinzione che la cultura sia proprio (e solo) questo8.

4. Cfr. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole cit., pp. 87 sgg. 5. Ivi, p. 99. 6. Ivi, p. 109. 7. Ivi, p. 110. 8. Ivi, p. 195.

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Così, al posto di una profonda interpretazione dei problemi eternamente uguali è intervenuta lentamente una valutazione storica, anzi addirittura una ricerca filologica: si tratta ormai di stabilire che cosa abbia pensato o non abbia pensato questo o quel filosofo, di vedere se questo o quello scritto possa essergli attribuito con ragione, oppure se questa o quella variante meriti di essere preferita. A un siffatto interesse neutrale per la filosofia vengono oggi stimolati i nostri studenti, nei seminari filosofici delle nostre università; da molto tempo io mi sono perciò abituato a considerare questa scienza come un ramo della filologia. [...] Ora, quindi, la filosofia come tale è senza dubbio bandita dall’università9.

Difficile trattenere il sorriso e non pensare che spesso sono proprio così le nostre università, le nostre ricerche, i nostri testi di filosofia, i criteri di valutazione a cui siamo tutti sottoposti. Ma il sorriso diventa vero e proprio riso (o pianto, a seconda dei casi!), quando l’ironia di Nietzsche si fa sarcasmo: ‘In che modo i vostri studenti vengono in rapporto con l’università?’ [...] Attraverso l’orecchio, come ascoltatori. [...] ‘Solo attraverso l’orecchio?’ Sì, solo attraverso l’orecchio [...]. Lo studente ascolta. [...] Assai di frequente lo studente scrive, anche, mentre ascolta. [...] Questo è il metodo ‘acroamatico’ di insegnamento. L’insegnante, dal canto suo, parla a questi studenti che ascoltano. [...] Spesso il professore legge, mentre parla. In generale egli vuole avere il massimo numero possibile di ascoltatori, in caso di necessità si accontenta di averne pochi, e quasi mai si rivolge ad uno solo. Una sola bocca che parla a moltissime orecchie, con un numero dimezzato di mani che scrivono: tale è l’apparato accademico, [...] la macchina culturale universitaria, messa in attività. [...] E questa duplice autonomia viene entusiasticamente lodata come ‘libertà accademica’. D’altronde l’insegnante [...] può dire ciò che vuole e lo studente può ascoltare all’incirca ciò che vuole: senonché dietro questi due gruppi, a rispettosa distanza e con un certo atteggiamento ansioso di ispettore, sta lo Stato10.

9. Ivi, pp. 195-196. 10. Ivi, pp. 191-192.

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nietzsche e la poesia

Difficile trattenere il pensiero che – oggi più che mai – la profezia di Nietzsche è attuale: perché, dietro l’apparente libertà accademica, c’è lo Stato. E dietro lo Stato c’è la logica dell’efficienza e della quantità. Da tempo, ormai, le ore di lezione ‘sono’ crediti. I crediti ‘sono’ un certo numero di ore di studio. Le ore di studio corrispondono a un certo numero di pagine da studiare e da spiegare. I tempi della docenza e dell’apprendimento universitario sono un imbuto, che si stringe e ci stringe sempre di più. Fare ‘discussione’ durante una lezione è perdita di tempo. Qualche studente potrebbe ribellarsi e richiedere quello che gli è dovuto: ascoltare il professore che parla. Il dialogo è antiaccademico, extraaccademico, contrario alla logica dell’attuale Università. Lo stesso dicasi dei testi. Inutile e dispendioso scrivere: soprattutto se si è ricercatori in ambito umanistico, e ancor più se si appartiene a una università del Sud, visto che non si hanno fondi per pagare le pubblicazioni e visto che, anche qualora un po’ di fondi si avessero, in ogni caso una raccolta di saggi e perfino una monografia rischia di essere risibile, nell’ottica della valutazione scientifico-accademica, secondo la quale ormai ‘valgono’ realmente solo gli articoli: ovviamente scritti in inglese, e possibilmente pubblicati in una rivista giudicata ‘internazionale’ dall’alto, a partire da criteri non sempre chiari e decisamente discutibili11. Ma non tutti accettano di farsi fagocitare. Tra i docenti e tra gli studenti c’è ancora chi chiede e cerca spazi in cui pensare, vivere e riscrivere in maniera diversa l’Università, la Scuola, la cultura. C’è ancora chi non si pone «con le pistole» contro l’attualità e la realtà inevitabile dell’Accademia, che non si pone a distruggere il bosco (azione insensata, visto che la Lichtung esiste solo ‘tra’ gli alberi e non senza di essi), ma che, in ogni caso, lavora per creare una «controcorrente nascosta», all’interno del deserto imperante12. Tra i docenti e tra gli studenti c’è ancora chi si sforza non di «coltivare i deserti», ma di tracciare «oasi 11. Rimandiamo, su questo, ai Documenti prodotti dalla Società italiana di Filosofia teoretica e raccolti nel sito della SiFit: http://www.teoretica. it/?page_id=263 (febbraio 2012). 12. Per dirla con Paul Ricoeur.

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di resistenza»13, difendere radure di pensiero, radure di logica improduttiva (in-utile, in-attuale), di logica non antiquaria, di logica… povera, senza potere. Lettori tranquilli [ruhige] – scrive Nietzsche14 –, uomini che ancora non sono trascinati dalla fretta vertiginosa della nostra epoca rimbombante; [...] che non possono abituarsi a stabilire il valore di ogni cosa in base al risparmio o alla perdita di tempo; che ‘hanno ancora tempo’ [...] per la ‘meditatio’ [...]; che non hanno ancora disimparato a pensare quando leggono, conoscono ancora il segreto di leggere tra le righe, anzi, hanno una natura così prodiga, da riflettere [nachdenken] ancora su ciò che hanno letto, forse molto tempo dopo aver deposto il libro.

Noi speriamo che questo nostro libro possa incontrare alcuni di questi lettori tranquilli, così come le nostre parole hanno già incontrato ascoltatori tranquilli, capaci di Ruhe. Questo testo nasce, infatti, da uno dei tanti incontri seminariali che, da un po’ di anni a questa parte, si stanno tenendo presso l’università degli studi ‘Aldo Moro’ di Bari. Seminari insoliti, un po’ da ‘folli sognatori’. Seminari legati all’insegnamento di Linguaggi della filosofia, in cui convergono liberamente studenti, laureandi, laureati, dottori di ricerca, insegnanti, e in generale chiunque abbia desiderio di approfondire in maniera chiara e insieme rigorosa alcune domande-chiave che emergono dal confronto della filosofia con gli altri saperi e gli altri linguaggi. Il ciclo di seminari 2010-2011 aveva come titolo: Ai confini del linguaggio. E sulla soglia di questo confine il primo seminario è stato su Nietzsche e la poesia. Abbiamo immaginato i nostri seminari come queste radure nietzscheane: «un piccolo posto sgombro di alberi», uno spazio ruhig, che invita a sedersi… e a spaziare con lo sguardo. Uno spazio che abbiamo difeso e vogliamo difendere, semplicemente con la nostra presenza, con la nostra testa, con le nostre bocche, e – oggi – con le nostre mani che scrivono. 13. Per dirla con Ernst Jünger. 14. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole cit., pp. 87-88.

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Per dire che ci siamo. E che è ancora possibile, oggi, pensare. Abbiamo combattuto la tentazione di fare questi seminari ‘fuori’ dell’Accademia. Abbiamo difeso strenuamente la tesi che questo spazio potesse e dovesse essere comunque nell’Università: non in un bar o in un club di amici. E continuiamo a pensare che sia non solo ‘bello’, ma ‘giusto’ così. Perché, se è vero che l’Università – come scriveva Nietzsche (ai suoi tempi!) – è un’istituzione in rovina, resta il fatto che queste rovine, oggi (e solo queste!) sono il luogo deputato alla formazione: scientifica e culturale. Abbandonare l’Università significa gettare la spugna; ritenere che non sia possibile promuovere un modo alternativo di fare formazione accademica. E noi invece ci crediamo. E che siano state tante le persone a frequentare i seminari di Linguaggi della filosofia – tante dell’Università, ma anche esterne all’Università – è stato per noi il segno che abbiamo fatto bene a scommettere e diventa un impegno: a scommettere ancora. In questo senso, riteniamo che i seminari siano stati e possano essere non solo una difesa di spazio e senso, ma anche la costruzione di un orizzonte progettuale. Di questo orizzonte, il libro che presentiamo vuole essere un segmento. Come si legge anche nel nostro sito (www.ilgiocodelpensiero. it, sezione ‘Teoretica’), infatti, i seminari non sono pensati unicamente come luogo di confronto e dialogo tra diversi pensieri e diverse prospettive sul mondo, ma anche come un progetto di ricerca. Ambizioso, per di più. Perché che i ricercatori debbano ricercare è lapalissiano. Ma che questa ricerca non debba essere uno spazio chiuso dentro gli ‘studi’ accademici, ma uno ‘spazio aperto’, in cui i risultati derivino dal confronto e si verifichino nel confronto, per come è fatta l’Università italiana, è meno scontato. Anzi, diremmo, del tutto inusuale. Ma in questo noi crediamo: che alla ricerca tutti abbiano il diritto (e il dovere) di contribuire. E se c’è (e sicuramente c’è) qualcuno che sa di più e guida il dialogo, questo non significa che gli altri debbano diventare «mere orecchie», per richiamare la metafora nietzscheana. 18


sull’avvenire delle nostre università

L’umiltà della ricerca esige il mettersi in discussione e l’imparare da tutti. Da questa convinzione sono nate la struttura e il contenuto di questo testo, a cui hanno contribuito persone con competenze, estrazioni e titoli diversi. Uniti… dalla ‘cosa stessa’, cioè dal desiderio e dalla possibilità di dire qualcosa su ‘Nietzsche e la poesia’. Eleonora Palmentura (che ha ‘solo’ la Laurea triennale in Filosofia e che sta ancora studiando per conseguire la Laurea specialistica) nella sua prima piccola ricerca ha scoperto delle cose originali sul Nietzsche di Gadamer e la sua poetica della finitezza, e nel suo saggio le racconta. Gemma Adesso e Francesca Avelluto, invece, hanno lavorato per la Tesi magistrale sui temi che qui sono diventati i loro saggi: avrebbero meritato ben più spazio i loro lavori preziosi su Nietzsche e Campana, e Nietzsche e Pessoa, lavori in cui il linguaggio denso della poesia e lo scavo acuto del concetto si intrecciano in maniera del tutto singolare. I conoscitori di Nietzsche troveranno in questi studi delle provocazioni letterarie che li costringeranno a ritornare sulle pagine del filosofo con uno sguardo diverso. Gli amanti della poesia, invece, potranno vedere quanti labirinti filosofici, ma anche letterari (nel caso del saggio di F. Avelluto), artistici e cinematografici (nel caso del saggio di G. Adesso) si celino dietro la poetica di Pessoa o di Campana. Intrecci che nessuno pretende di sciogliere, ma che l’intuito intelligente delle due autrici è riuscito a cogliere con tanta vividezza che, al termine delle pagine, il lettore si chiederà… come sia stato possibile non pensarci prima. Michele Bracco, esperto di fenomenologia, docente non solo di Liceo, ma anche presso diverse Scuole di specializzazione di Roma e di Bari, ha accettato di parlare… di un suo amore di gioventù. Su Nietzsche Michele Bracco ha fatto la sua Tesi di Laurea. E, si sa, dei propri Autori non ci si libera facilmente, soprattutto di quelli che segnano l’inizio del cammino (anche io mi sono laureata con una Tesi su Nietzsche). Con grande passione Michele Bracco, nei seminari, ci ha introdotto nella questione del rapporto filosofia/poesia. Con altrettanta passione (e un pizzico di follia) si è tuffato nella rielaborazione di quanto aveva esposto, oralmente, nei seminari. Ne è 19


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venuta fuori una ricerca di cui sentiremo parlare: perché il tema del ritmo (in connessione non solo alla poesia, ma anche alla vita, al tempo, alla musica…) non è ancora stato esplorato, così, dalla critica nietzscheana. Di sé è bene tacere. Sarà sufficiente dire che il tentativo che ho portato avanti nel saggio I rintocchi del dolore e il sigillo del canto. Appunti sulla poetica nietzscheana è stato quello di tenere insieme un’analisi di tipo esegetico (la lettura di una pagina del Così parlò Zarathustra), una domanda dal colore esistenziale (quella sulla sofferenza) e una questione di carattere epistemologico (il rapporto tra il linguaggio della filosofia e quello della poesia). All’eventuale domanda sull’originalità del mio saggio rispondo rimandando alle note, dove il lettore troverà il mio dialogo con la letteratura secondaria sull’argomento. Gettando uno sguardo sull’insieme, mi sembra di poter dire che l’originalità del libro è data non solo dalle singole parti, ma anche (e a maggior ragione) dalla loro vicinanza. Ci sono fili che partono da un contributo e poi si inabissano per riapparire in un altro. Questioni che si richiamano, facendosi eco. Risposte che emergono in un saggio… a domande che erano state poste in un altro. È il miracolo della scrittura, il fascino del labirinto della ricerca. Due ringraziamenti finali: personalmente voglio ringraziare tutti quelli che hanno preso parte ai seminari: con il loro ascolto e con le loro domande. E tutti quelli che hanno tenuto le loro relazioni su altri temi: temi che ovviamente non rientravano nell’argomento di questo libro, ma… che speriamo di poter far rientrare in un altro volume (chissà). Perché se le Tesi sono belle e fatte bene, sono già ricerca. E i professori imparano dai loro studenti: o, almeno, io ho imparato e imparo. A nome di tutti gli Autori, poi, un ringraziamento particolare va al professor De Natale, che con il suo esempio e la sua lungimiranza ci ha sempre incoraggiati ad andare avanti. Concludendo: ci piace pensare e consegnare questo libro come il frutto di un cammino fatto insieme, che ancora cerca lettori con cui camminare. 20


sull’avvenire delle nostre università

Nietzsche diceva in uno dei suoi Frammenti postumi15 che la prefazione (Vor-rede, il discorso preliminare) spetta all’Autore (nel nostro caso a me, che sto introducendo), ma la postilla (Nach-rede, il dopo-discorso), spetta al lettore (nel nostro caso a voi, che leggerete Nietzsche con noi…). E il Nach-rede è la vera meditazione, la vera ricerca, e quindi la cosa più importante. Dunque… buon viaggio! 1° febbraio 2012 Annalisa Caputo P.S. Nel nostro sito, nella sezione ‘Materiali’ della parte ‘Teoretica’, è possibile visionare e scaricare presentazioni in PowerPoint e immagini relative a ‘Nietzsche, la poesia e l’arte’, che arricchiscono il percorso di questo testo. www.ilgiocodelpensiero.it/materiali.htm

15. F. Nietzsche, Frammenti postumi 1876-1878, in Opere, vol. IV, tomo II, af. 24[1].

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Nietzsche e la poesia  

Annalisa Caputo, partendo da alcune pagine di Così parlò Zarathustra, affronta la questione del rapporto tra sofferenza e poesia. Michele Br...

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