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MONDO

DUE anno III n. 4 agosto 2011

www.stileliberoweb.it

il nordest oltre la crisi

Foto: Davide "Dave" Pellegrin - Concept: Alberto Scapin

E SE SE COPASSIMO?

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L'avevamo detto. In tante salse, dentro pezzi spesso uguali a sé stessi. Cambiavano solo le cose essenziali, ovvero le sfumature. L'avevamo detto. Che un modello economico era al capolinea, che il mercato non era eterno, che andava rivoluzionato il modo di intendere l'economia, e quindi il lavoro, e quindi le relazioni, e quindi la vita. Avevamo detto anche quello di cui tutti hanno bisogno, quello che tutti chiedono. Di essere amati. Che qualcuno ti sfiori di bene. Un po'. L'avevamo detto. Per mesi abbiamo annunciato il nuovo mondo, il mondodue. Quello dopo la crisi, quello che necessitava di una nuova resistenza, quello che andava costruito come dentro un nuovo rinascimento. L'avevamo detto, divertendoci su un Veneto di capannoni e puttane, di immigrazione, calcio, cinesi e paesi di merda. Veneto di impresa e lavoro, senza piste ciclabili e senza arte né parte, Veneto di precari e uccelli fragili e di gnocca che civilizza. L'avevamo detto. Poi, d'un tratto, il dire non resta più di nicchia, diventa traccia, orizzonte comune, si intreccia ad altri orizzonti, ad altre visioni, nascono esperienze. Le idee camminano, il vento cambia, il mondo cambia, arriva quello nuovo. Un po' sbolso, a dire il vero. Strano, confuso. Ma siamo ad un passaggio d'epoca. Quello che noi avevamo detto sarebbe arrivato. C'è. È vero. Lo sanno tutti. Lo sentiamo, no? E non era forse questo il senso del nostro "dire"? Solo che, ecco, tutto questo dire e predire per un po' ci ha ammutolito. Ci siamo sentiti orfani dell'idea forte. C'è ancora qualcosa da dire? Di forte, di vero? E, domanda tragica: toccherà a noi dirlo, questo racconto altro, forte, vero? Forse bisogna pensare. Forse bisogna soffrire. Il dolore, si sa, rende intelligenti anche i deficienti. Soffrire perchè nulla sarà semplice, facile, veloce. C'è tanta fatica da fare, tanto da ricostruire, tanto da creare. Forse non basterà solo “dire”. C'è da fare, c'è da creare. C'è da pensare a nuovi verbi. E allora prima di fare, prima di creare, bisogna pensare. Bisogna soffrire. Soffrire dentro luoghi che esistono, dentro storie vere. Paolini traduceva Amleto, o forse Godot, non so:“E se se copassimo?”. E se se copassimo? Non ancora dai. Non "se copemo". Bisogna pensare cose non ancora pensate. E poi fare, creare. C'è da vedere il "dire", un "dire" da toccare, che sudi, che puzzi. Che sia forte, che sia vero. Che rimanga. Ci siamo presi una pausa di qualche mese. Ora ripartiamo. Il suicidio di STILELIBERO, al momento, è rinviato. Sebastiano Rizzardi Mio fratello che guardi il mondo - Fiorella Mannoia

Basta la benzina per portare a casa la ragazza più grande? Quella notte ha accompagnato a casa la ragazza più grande come nei film americani. Ma la ragazza non era bella, non era stata lasciata dal capitano della squadra di “futbol”, non era perfettamente sobria e nemmeno vestita di rosa confetto o con il bouquet appuntato al polso come per la sera del ballo. La ragazza più grande, l’avevano vista parlare al tramonto con un'ombra. L’avevano vista scomparire in mezzo a due braccia. L’avevano vista scappare,

poi, più smarrita di Wendy fra i bambini smarriti e ubriachi della festa, l’avevano vista scoppiare a piangere mentre l’ombra si allontanava, ed era quella di Peter Pan. Anche lui l’aveva vista, lui che dopo tre giorni avrebbe dato filologia romanza all’università. L’aveva vista disperata e vestita troppo leggera per la guerra che portava nel cuore, scappare in strada e poi svenirgli fra le braccia. E allora lui le aveva detto. Ti

accompagno io a casa. Con la faccia pulita di Topexan e sperando bastasse la benzina, per portare a casa la ragazza più grande. Quando si è svegliata, lui la stava guardando con l’azzurro negli occhi. Forse non aveva mai tenuto niente di più fragile fra le mani che una ragazza più grande che non aveva saputo cucirsi addosso l’ombra di Peter Pan e poi farci all’amore. Una ragazza ferita dal suo cuore spezzato.

Una ragazza che guarda al bambino smarrito che ha a fianco e che finisce per gratitudine e tenerezza ad annaspare nella sua bocca, e a cucire labbra sulle labbra il segreto di come si bacia una ragazza più grande. Un segreto lento e smisurato, di piccoli morsi e saliva. Un segreto di superficie, profondo, che lascia andare le mani a cercare e a cercarsi senza fretta. Un alfabeto di respiri brevi. Tuffi da un trampolino lì dove non si

tocca più con i piedi. Cuore che sta tutto dentro alla bocca e si lascia leccare ferita dopo ferita, e resta il segno dei denti. Un segreto che all’alba a lui lascia solo una domanda. Burocratica e tecnica. Quasi attesa. “Ma quello che è successo, posso raccontarlo ai miei amici, vero?”. Rebecca Frasson Stanotte, stamattina - Artemoltobuffa


IL MATRIX-CONSUMISMO E UN'ESPERIENZA "ALTRA" Il canovaccio è logoro oramai. Attraversa mille e mille attori, a cui riesce a far fare la stessa parte. Già vista. Sempre di quella. Eppure il suo diabolico potere di persuasione si rigenera ad ogni esecuzione, aumenta addirittura e rafforza nelle comparse il suo convincimento. A recitare è lei, infatti. La partitura. Si serve di noi solo per alimentarsi e riprodursi, solo per propagare il suo delirio con allucinazioni di benessere, con sensazioni a basso tasso di pensiero su epidermidi giovani e più attaccabili. E attecchibili. Rapprende come una seconda pelle sulle generazioni tristi la scrittura del degrado, si viene al mondo col suo tatuaggio. Da noi, si nasce già programmati al consumo. Viene prima dell’anima e della coscienza. È subito sotto la ghiandola pineale l’induzione a consumare. La differenza, anzi-

tutto. Dei corpi, del giorno e della notte, della fame e della sazietà. Della terra e dell’asfalto. Consumazione delle differenze è il programma che, ignari, abbiamo iniettato tutti noi convinti di essere felici, giovani del crepuscolo. Ignari e ignavi. Macchinette della pulsione a bruciare “questo”, perché la partitura ha già pronto “quello”, la scheda madre ha già la sua risposta: è inutile, tanto è così. Non si esiste fuori dal sistema. È uno sfigato chi gli resiste. Non ti troverai la ragazza senza i mocassini dell’omologazione. E la lampada dell’assuefazione. L’anno scorso, con un gruppo di ragazzi della mia parrocchia, ho avuto l’occasione di frequentare un’esperienza fuori dalla partitura. Quei contrappunti così rari che ad un certo punto non pensi neanche che possano esistere più. Si tratta del Sermig

di Torino (SERvizio Missionario Giovani), fondato da Ernesto Olivero, un signore sulla settantina sposato con figli, che nel corso della sua giovinezza assieme ad un gruppo di amici coltiva un sogno: sconfiggere la fame nel mondo. Siamo a metà degli anni sessanta, nell’onirismo dilagante delle grandi utopie. Solo che, mentre alcune si fermano alle barricate (e altre, purtroppo, al piombo) questa sversa oltre gli argini di quegli anni e arriva ad oggi sotto la forma di un arsenale d’armi (quello dei Savoia, prima che Emanuele Filiberto ci offendesse così tanto finendo a cantare con Pupo) trasformato in arsenale di pace. In questo arsenale vivono un cinquantina di ragazzi e ragazze molto giovani, che hanno fatto la scelta di vivere la povertà, la castità e l’obbedienza senza però sfumare in forme di spiritualità

alienanti, senza carne e affetti. Questi danno da mangiare ogni sera a un migliaio e più poveri della città; accolgono ragazze di strada; animano il quartiere in cui vivono; e fanno cooperazione internazionale in modo intelligente, lavorando sodo (d’estate organizzano campi di lavoro per giovani) e promuovendo autentico contro pensiero. Il tutto senza una nota di leziosità. Senza quella sottile, cattolica talvolta, consapevolezza di essere “di più” e meglio. Un monastero metropolitano fondato da uno sposato, primo caso nella storia, in cui la lode dell’Altissimo è l’amicizia con gli infami. Uno sprazzo di mondo due, visto senza aver tirato una riga. Ma, porcogiuda... C’è niente di più vicino? Luigi Villanova Il cielo su Torino - Subsonica

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C’è chi - con aria saccente - sottolinea l’errore. C’è chi giudica. C’è chi crede di aver sempre qualcosa di interessante da dire. E pensa, anche, di essere letto o ascoltato. C’è chi si trastulla sui social network aspettando la rivoluzione permanente. C’è chi ha la soluzione in tasca. Sono tasche piene, le loro. Quelle dei rivoluzionari infantili, sempre più diffusa specie umana con il pallino della critica sottile. Pensano sia ironia tagliente, ma è solo conformismo autoconsolatorio. Sono tasche piene, le loro. Hanno sempre un oggetto da mostrare, una suppellettile da vendere, qualche libro da citare. Si aggirano con fare misterioso, sguardo di ghiaccio, non si vogliono confondere con la melma. Decidono loro cosa è melma e cosa no. E ci tengono a farlo sapere. Nelle loro tasche non c’è puzza, al massimo qualche odorino sparso. Ma mai puzza. Mani pulite, definizioni tranchant, alito caramelloso. “Un caffè d’orzo, grazie”. Hanno tasche piene, questi rivoluzionari un po’ fetish. E appena si svuotano ci ficcano subito qualcosa dentro. Qualsiasi cosa. Qualsiasi

Anna Trento

I POPPANTI DELLA RIVOLUZIONE

cosa che li faccia sentire vivi, protagonisti della Storia, con la S maiuscola (ci tengono a specificare). Perché loro, la Storia, sanno come modificarla, indirizzarla e plasmarla a piacimento. O almeno così dicono. Aspettano anche anni per dire di avere avuto ragione. Ti attendono al varco. “Ricordi quel post? Dai, quello che ho scritto a ottobre”. Ecco

che la loro parola ottiene verità, si riempie di orgoglio, trasuda carattere divinatorio. Che tasche, quelle dei poppanti rivoluzionari. Mai una volta piene di dubbi, pensieri scarsi, idee sbagliate, tentativi melmosi e sporchi. Mai piene di qualche vuoto sincero. Ci sono, però, da qualche parte, ancora tasche con dentro solo un “qualunque mattino”. Parlano

poco, ma si riconoscono da lontano. C’è una luce riconoscibile quando qualcuno porta nella sua tasca un “qualunque mattino”. Diamo spazio alla timida normalità di chi non parla. Perché sa che il linguaggio parla da solo e non serve aggiungere molto. Paolo Tognon Dentro la Tasca di un Qualunque Mattino - Gian Maria Testa

Breve predica sulla crisi: lavoriamo duro

Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi

i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che

emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla. Albert Einstein

Mensile che tenta una nuova narrazione da Nordest. In copertina. Foto: Davide Pellegrin. Concept: Alberto Scapin. Foto interne: Davide Pellegrin, Giovanni Parolin, Anna Trento. Colonne sonore: Vittorio Mazzonetto, Francesco Parisotto. Direttore: Silvia Bergamin Editing: Stilelibero Team Stampa: Graphico - Cittadella (PD) Contatti: redazione@stileliberoweb.it Distribuito a mano

Hai qualcosa da dire? Scrivilo e manda il tuo pezzo a redazione@stileliberoweb.it. Se ci piace, lo mettiamo nel sito. Se ci piace molto finisce nel giornale, quello vero, quello di carta (a impatto 0).

Identità liquide, locali e globali Il racconto. A prescindere da cultura alta o bassa, è il racconto della realtà che ti incunea la realtà nella testa, e te la fa esplodere dentro. I fatti diventano tuoi o quando ti schiantano la vita, direttamente, o quando qualcuno te li compone in racconto e te li spedisce in testa. Che vuol dire anche: raccontare non è un vezzo da dandy colti, è una necessità civile che salva il reale da un'anestetizzata equivalenza. Il racconto, e non l'informazione, ti rende padrone della tua storia. (Alessandro Baricco) Liquidi 2.0. Viviamo in un' epoca in cui, infranti gli stampi della tradizione, cancellate le consuete «prove di passaggio», ognuno si trova a conformare da solo la propria identità. Ma, in una società che si definisce «liquida», è difficile reperire punti di riferimento capaci di garantire, a questa autodefinizione, continuità e solidità. Siamo tutti chiamati a compiere un continuo processo di identificazione che, se da una parte costituisce una straordinaria possibilità di autonomia e di creatività, dall' altra suscita perturbanti timori di anonimia e d' insignificanza. Poiché l' Io si riconosce soltanto nell' esposizione all'altro e si conferma nell'approvazione altrui, il bisogno di una piazza telematica dove si ritrovino gli spaesati componenti della «società degli individui» è diventato mondiale. A questa esigenza rispondono i network sociali,

quali Facebook e Twitter che, utilizzati da milioni di persone nel mondo, offrono la possibilità di stabilire relazioni di reciprocità plastiche e illimitate. (Silvia Vegetti Finzi, il Corriere della Sera) Un video STILELIBERO conquista la scena tedesca. Buona sera, dear Alberto, thank you very much for your contribution to the Neukölln Short Film Walk. Out of many beautiful contributions we’ve now made our choice and would like to show your film “Guardare fuori” in our program! We liked your film a lot and it goes very well with the rest of the program and the specific locations in Neukölln that we’ve chosen for the tour. (Mail ricevuta dal regista Alberto Scapin) Pajassi. Questa lingua, benché non registrata, benché territorialemente limitata (uno dal Paese di Là parla già diverso da noi), benché tutta divisa in se stessa e di continuo terremotata, non è uno strumento da prendere a gabbo. Gli utenti della koiné "italiana", passando per di qui qualche volta ci si provano. Ma noi possiamo rispondere: "Non c'è modo di mettervelo per iscritto, ma fin che abbiamo fiato possiamo cojonarvi anche noi, pajazzi!" Ma per capire la differenza tra pajassi e pajazzi bisognerebbe che venissero ad abitare qui per qualche anno. (Luigi Meneghello) Scar tissue - Red Hot Chili Peppers


SASSI! SPACCHIAMO! LANCIARE! “Al palazzo! Al palazzo!” Urlano in diversi. Sassaiola, sassate, pietre che rompono. “Spacchiamo!” “Uniti!”. Sembrano furibondi. Ma nei lori occhi si legge soltanto la delusione. I disperati belli, ragazzi e ragazze abbracciati a fare la rivoluzione. È notte, il cielo è di quelli limpidi -un esperto saprebbe leggervi le costellazioni- ma si guarda diritto. Il tempo della poesia è terminato. La presa del palazzo è vicina, i corpi a terra sono molti e sanguinano caldi, ancora per poco. “Escono! Escono!” dice qualcuno, ma sono burocrati minori, dirigenti da poche centinaia di migliaia di euro l'anno. “Fino all'alba, fino all'alba!!” si incoraggiano tutti, stretti nell'abbraccio mortale della rivoluzione. I disperati belli lottano con armi povere, hanno esaurito la poesia, sono

diventati semplici e concreti. “Lanciare! Lanciare!!” Le ossa si premono sotto le cariche dei blindati. Sono rumori innaturali, ossa che scricchiolano, braccia che si piegano e lanciano. Sassi, sassate, sguardi che si toccano. Quando uno cade, un altro è dietro in questo esercito dei disperati belli. Hanno il sorriso deluso di chi ha capito che non c'era alternativa. Per superare il benessere si doveva soffrire, rischiare, morire. Quella notte non sarebbe passata alla storia. Non era la presa della Bastiglia, non c'era quell'aroma di fare la storia. Era la notte che doveva ancora venire, era la notte che si avvicina, la notte che sarebbe stata presto... ma quando? Alberto Scapin Pale blue eyes - Velvet Underground

PROFUGHI TRA CARTE, CRAVATTE E AMORE

Vale quella notte non riusciva a dormire. Il pensiero di quel bambino le toglieva il sonno da giorni ormai. Avvolta in una coperta, fumava nervosamente una sigaretta fuori dalla sua stanza, noncurante della puzza che entrava nella camera e della sua compagna che, invece, dormiva profondamente. Vale si chiedeva come ci riuscisse. Anche lei, in fondo, era coinvol-

ta in vicende umane disastrose, anche a lei venivano affidati casi impossibili da gestire, eppure, dormiva profondamente. Vale continuava a pensare al suo bambino, quel bambino speciale che dal campo profughi doveva essere inserito in una scuola che non lo voleva. Si chiedeva se lei fosse l’unica ad interessarsene. Gli altri volontari erano troppo impegnati

nelle loro imprese per curarsene, mentre i suoi responsabili ritenevano che il suo entusiasmo e la sua voglia di lieto fine meritassero niente di più che uno sguardo compassionevole. Ma Vale non ce l’aveva con loro. Li capiva. Facevano quel lavoro da così tanto tempo che dovevano averne viste e vissute davvero di tutti i colori. Non erano indifferenti, ma disillusi. Vale però non nutriva sentimenti di comprensione per quegli uomini incravattati che arrivavano scortati da auto blindate e vestiti firmati e che tra mille sorrisi distribuivano promesse che sapevano di non poter mantenere. Rappresentavano una Carta, un Giuramento scritto in un’epoca in cui il mondo aveva avuto un assaggio della sua fine, un Giuramento dai principi nobili, sulla Carta, appunto. Quando i primi raggi di sole nascosero le stelle, Vale si rese conto di

quanto freddo facesse quella notte. Decisa a non mollare, si diresse verso la civiltà, intenzionata a rompere le balle a chi di dovere. Durante il viaggio in metropolitana, una signora le fece notare gli sguardi poco rassicuranti di due personaggi piuttosto ambigui. Se fosse stata una giornata qualunque, Vale avrebbe avuto paura, avrebbe forse urlato o pianto, ma quello non era un giorno qualunque. Tornò al campo quando il cielo era dipinto di un arancione acceso, cercò la mamma del suo bambino speciale per darle la bella notizia. La donna si inginocchiò e stringendole forte le gambe pronunciava una parola che Vale non capiva. Guardò con aria interrogativa l’interprete che, sottovoce, tradusse: “Thank you”. Francesca Grego Jeremija - Goran Bregovic

Frammenti di porno a Nordest Verona, voglia di filmini porno in piazza. Filmini porno proiettati nella notte nella piazza centrale di Lazise. Ressa di ragazzi davanti allo schermo del totem-colonna, installato sotto il municipio per fornire informazioni turistiche. Il cartellone consente l’accesso al portale di «Verona Più Online», attraverso una tastiera touch screen. Niente di più facile per un gruppetto di sedicenni superare i firewall, collegarsi a Internet e aprire il sito Youporn. Hanno così programmato sullo schermo una successione di filmati a luci rosse, andati in onda fino a notte inoltrata. «E’ stato un evento storico: non abbiamo mai visto tanta gente così in piena notte in piazza a Lazise», racconta Giuseppe Pachera, titolare con il fratello Guido della birreria Al Drago, frontale al municipio. «Tutti si fermavano a guardare, soprattutto uomini però, le donne ridacchiavano ma poi si allontanavano. Tutti i

gestori della piazza hanno lasciato il lavoro e si sono raggruppati a guardare questo spettacolo». Pare non si sia scandalizzato nessuno. Il Comune, informato il giorno dopo, ha provveduto a bloccare gli accessi. (Corriere del Veneto, 29 giugno) Treviso, una moschea nell'ex sexy shop. Dove prima c’era un sexyshop oggi ci sono i tappeti e il corano per la preghiera musulmana. E’ così rinata, in via Pisa a Treviso, la moschea per la comunità islamica. Ad aprirla la neonata «Associazione culturale multietnica Treviso». Ed è polemica. (Corriere del Veneto, 23 luglio) Verona, maresciallo dei carabinieri top model. Ufficialmente si sarebbe dovuto trovare alle prese con antibiotici per arginare un violento attacco di febbre: il certificato di malattia che aveva presentato al

comando dell’Arma lo attestava. Peccato che sia stato «beccato» da un collega mentre faceva bella mostra di sé a una rassegna di moda in quel di Punta Marina Terme. Il Tribunale militare di Verona lo ha condannato a tre mesi di cella. (Corriere del Veneto, 23 luglio) Cittadella, "mandaci la foto del tuo lato B". «Hai un bel culo e non sai che farne? Scrivici "Antitest" e facci una bella foto». La provocazione è stata lanciata con un volantino dalla band cittadellese Antitest. Giovanissimi amanti della musica e senza peli sulla lingua. Ma nella loro caccia al «lato B» più bello che ci sia, sul quale scrivere il nome della loro band, hanno incrociato l'agguerritissimo blog «Femminismo a Sud». (il mattino di Padova, 31 luglio) Treviso, prostituta al settimo mese di gravidanza: «Mi preferiscono con il

pancione» Vende il proprio corpo per poche decine di euro, come molte altre lucciole che si prostituiscono sulle strade del sesso, Pontebbana e Terraglio. Lei però è ben diversa dalle colleghe: è una ragazza incinta e per giunta al settimo mese di gravidanza. Il pancione è ben visibile e forse anche esibito per mostrare ai clienti forme addolcite, eppure in grado di attirare desideri altrettanto se non ancor più peccaminosi. Al punto che la nuova tendenza sembra andare proprio in questa direzione, con i trevigiani desiderosi di appartarsi e fare sesso con prostitute in gravidanza. La giovane ha raccontato di non essere costretta da nessuno a vendersi, lasciando poi intuire - fra le righe - che ha bisogno di denaro per garantire un sostentamento a se stessa. (il Gazzettino, 2 agosto) Io non sono forte - Valentina Dorme

L'INSOSTENIBILE VECCHIAIA DEL FUTURO Nel nostro Paese, in base alle previsioni dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), la quota di popolazione con più di 65 anni passerà dal 20,4 per cento del 2010 al 27,1 per cento del 2030. In termini assoluti si passa dai 9,6 milioni di ultrasessantacinquenni del 1996 ai 14 milioni e mezzo del 2030. Se si considera la classe degli ultrasettantacinquenni l’invecchiamento della società italiana appare ancora più accentuato: la quota di tale classe sul totale della popolazione passa dall’attuale dal 10 per cento del 2010, al 13,4 percento del 2030; in termini assoluti si passa dagli attuali 3,8 milioni ai 7,2 milioni di cittadini nel 2030. Per effetto di queste dinamiche, nel 2030, sono previste 307 persone con più di 65 anni per ogni 100 ragazzi al di sotto dei 15 anni di età. Le proiezioni demografiche per le regioni del Nord-Est, in particolare, prevedono nel prossimo ventennio un aumento degli ultrasessanta-

cinquenni da un minimo di 200 mila unità a un massimo di 500 mila unità (considerando i miglioramenti della sopravvivenza) e tra queste l’aumento maggiore sarà per gli ultraottantacinquenni (+ 150 mila). L’invecchiamento della popolazione è strettamente connesso all'aumento delle patologie cronico-degenerative. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della salute (WHO2002) indica per l’Italia un’attesa di vita alla nascita con disabilità di 7 anni per gli uomini (attesa di vita 76,2 anni) e di 9,2 anni per le donne (attesa di vita 82,2 anni). Il quadro epidemiologico prefigura uno scenario in cui le condizioni di cronicità, se non adeguatamente gestite, richiederanno nei prossimi anni un assorbimento di risorse tale da generare rilevanti problemi di sostenibilità economica, non solo per il sistema pubblico, ma anche per i bilanci personali e famigliari. m.b.

LA MATEMATICA SERVE PER FARE L'ORTO Silvia una ragazza magretta e molto dolce mi dice: “Lo sai che giovedì sera non vedevo l'ora di mangiare il radicchio che avevo raccolto nell'orto! E dire che a me non piace l'insalata”. Giovanni invece non riesce a stare fermo, vorrebbe correre sempre, non ha mai voglia di aprire il libro e fare i compiti, per via delle sue difficoltà di lettura, ma quando viene da noi è tutto diverso, la mamma ci dice “quando deve venire da voi non vede l'ora anche se sa che lo fate studiare”, perchè Giovanni sa che studia e che poi usciamo e stiamo con i cani. Bruschetta, Wafer, Giasone. Da noi i ragazzi fanno solo esperienza diretta con tutto ciò che li circonda: si cucina, si passeggia, si corre, si sta all'aperto, si gioca, si disegna, s'impasta, si semina, si raccoglie, si taglia, si usano le mani il più possibile. Le mani. L'idea nasce dalla voglia di far stare bene i bambini, farli stare a contatto con la Natura, con Madre Terra. Oggi passano la maggior parte del loro tempo a fare attività al chiuso. Abbiamo notato quanto spesso siano scollegati dalle applicazioni di ciò che studiano, spesso non riescono a trovare collegamenti tra le materie studiate e le esperienze (anche semplicemente pratiche, “manuali“) della vita di tutti i giorni. Ci siamo chieste: "Se provassimo a far loro misurare un campo al fine di progettare e realizzare un orto riusciremmo ad insegnare loro la matemica e al contempo il senso pratico del “fare di conto”?". Una volta per i bambini era normale giocare in giardino, o addirittura in strada, nel quar-

tiere, sperimentando coi loro coetanei queste abilità; oggi per la maggior parte di loro non è così. Consentire ai bambini e ai ragazzi di conoscere il mondo rurale, la sua cultura, le tradizioni del territorio, la vita degli animali, i cicli produttivi naturali, in una sorta di macro-laboratorio all'aperto, permette, adottando un approccio interattivo e ludico, di affrontare diversi temi, molti dei quali legati agli stessi programmi scolastici; penso all’origine dei prodotti, all’etica di un consumo alimentare consapevole, allo sviluppo sostenibile e al rispetto di animali e ambienti. Il contatto diretto con la natura permette di crescere, protagonisti di un'esperienza stimolante, che li incoraggia a toccare, accarezzare, sentire, comparare, assaggiare, in parole semplici, a scoprire e a scoprirsi favorendo lo sviluppo di mentalità aperte piu' inclini ad amare se stessi e la natura. Il nostro lavoro si inserisce anche nell'ottica di incoraggiare nei ragazzi il valore del proprio essere nel mondo, in particolar modo nel proprio territorio: conoscerlo per poterlo salvaguardare, essere protagonisti della propria realtà. Il tutto con tanto tanto amore nei confronti di se stessi, della natura e dei loro amici... Perchè un altro Mondo è possibile! Anna Abbate I «Pomeriggi in fattoria» si svolgono in un'oasi verde a Limena (Padova). Info: www. cavecanempt.it Voglio andare a vivere in campagna - Toto Cutugno


PAR POCO EL COR NON SE SPAURA Il dito gaveva scombatuo tutta la notte. Un po’ il dolore, un po’ sentire il battito cardiaco lì in fondo, sulla punta dell’indice, tutto intorno al taglio, mi aveva lasciato fastidiosamente insonne. La ferita era profonda. L’insonnia da dolore fisico lascia vuoti i pensieri. Il dolore fisico si impossessa della tua persona. E non ti fa andare da nessuna parte. Per questo ero stato sbrigativo, quasi villano, la mattina seguente al pronto soccorso, è stato tagliando i capussi, spiegai all’infermiere. Perché lì, al pronto soccorso, dovetti dire anche della cosa. Dell’ospite nei miei polmoni. In fondo la chemio l’avevo finita solo due settimane prima. Della cosa non ne parlavo, mai, con nessuno. A volte però avrei voluto svaccare, mi divertiva immaginare una situazione in cui sarei riuscito a parlarne con leggerezza, fare il verso alla vecchia zia Ina che sbagliava sempre le parole, a go un timoooore che no te ghe gnanca idea. Quel taglio al dito mi aveva davvero messo a terra. Il dolore fisico e la paura, quando si impossessano di te, sono

una notte a cui resta sempre molto per finire. L’avevo imparato in due fasi diverse. Da subito, il giorno che il dottore mi disse della cosa. Lo ricordo muoversi come un rabdomante, spostava le lastre per la stanza cercando un po’ luce per ri-guardarle ancora una volta. E’ il momento in cui è la paura a prendere il sopravvento. In fondo stavo bene. Venivo da una vita normale. Quel giorno al bar prima di entrare nell’ambulatorio oncologico dal mio dottore, con destrezza, avevo scroccato perfino una cicca (spesso mi prendevano in giro el pi gran scroccatore de cicche dee tre venessie, dai tempi dea guera del quindasedisdoto). Una Lucky Strike. Anche le cicche mi stavano cojonando. La paura. Credo di essere stato davvero bravo. Ho dovuto reimparare a fare tutto: guidare la macchina con la paura, chiedere il giornale all’edicola con la paura, vedere due ragazzi che si baciano con la paura, sentire il caldo con la paura, inciampare in irriducibili momenti di allegria con la paura. La zia Ina avrebbe commentato con uno dei suoi cavalli di

battaglia ove par poco el cor non se spaura. Le sue famose varianti di citazioni fuori tema, memoria di una lontana - e finale - quarta elementare. Succedeva molto raramente, ma quando le imbroccava, le sue citazioni erano come un’intera metafisica che si rivelava. Poi invece, la notte, quella notte lì, si riempie d’altro. La paura lascia il posto al malessere fisico, al dolore. Un dolore

L'utero non è più mio Mi ha usata. Perchè doveva capirsi, lui con l'altra, lui nel mondo, lui e l'amore, lui e la stabilità, lui e la sua vita, lui e il suo stare dentro una coppia. E io sono stata il suo giocattolo. Sì, potrei dire così, facendo la femminista, facendo la donna indignata, facendo la donna usata e giocata, più e più volte: "Gli uomini, non cambiaaanooo". Eppure all'inizio ci avevo provato. Avevo calato il carico. L'avevo calata. "Sessualizza il rapporto, lo legherai a te". Così mi aveva detto un prete, dicendomi di non farlo, e io l'ho fatto. A volte ti senti disinibita. Emancipata. A volte, è una bella sensazione. A volte. Sono momenti, quelli che ti fai il film sui diritti civili, sulla libertà, sul rock, sulla politica e sulla dea del sesso. L'utero è mio, il corpo è mio, solo mio, tutto mio, me lo gestisco io. Ti senti così. Come se il corpo fosse davvero a tua disposizione. Qui, nel secolo ventesimo primo: il mio corpo a mia disposizione per cercare sensazioni, esperienze, particine in microracconti brevi, gli unici possibili, finora, almeno. E poi eccoti, tu, la colta, l'emancipata, l'avanzata, quella che legge, quella che studia. Ti ritrovi a chiedere quello che chiedeva tua

nonna, tua madre. Ti ritrovi provinciale nel mondo globale, ansiosa di sentimenti agricoli nell'universo ipertecnologico-interconnesso. Chiedi quello che chiedono loro, le vecchie. Una storia. Un racconto vero, che non bruci, ma che duri, che abbia un ritmo diverso. Che lasci spazio ad altro, alle sfumature, agli sguardi. Al tempo. E allora senti che potresti rinunciare a pezzi di vanità, di narcisismo. Sarà vero? Sarà perchè oggi ho perso lui? Ma almeno ho innescato una storia. La sua, la loro. Sono stata morbida, accogliente. Lui mi è rimbalzato addosso. Addosso alla mia carne, addosso alle mie forme. Non si è fatto accogliere, non è rimasto dentro. Si è dato la spinta. E ha trovata lei, un'altra. E un suo racconto. Beh, è merito mio. E' merito mio. Su, dai. Non essere egoista. Sii felice. Hai reso possibile un amore. Su dai, devo dirmelo, sii felice. Attendi, attendo. Qualcuno rimbalzerà, prima o poi, da un'altra. E sarà mio. Nichilismo87 N.d.r.: Lettera anonima giunta in redazione, è l'ultima che pubblichiamo, la pubblichiamo solo per pietà e augurandoci che il maschiaccio si senta un po' in colpa. Sally - Vasco Rossi

nuovo. E’ il dolore della cura, gli effetti della chemio. Nelle settimane in cui imparavo questa nuova condizione, nei giorni in cui il malessere era un’eco sottostante e pervasiva, mi tornava alla mente la zia Ina che raccontava di quando andavano, sensa indormia, dal dentista del paese a cavarse via el doeore. E sentivo un’assurda nostalgia per quel dolore fisico così brutale e primitivo,

per quelle notti che finivano. Il filo costante di emicrania, il senso di nausea. E poi le ulcere in bocca. I sapori migliori, bruciavano come l’alcol nelle ferite. Una cosa però accade. Ti scompare la paura. Non hai più spazio per lei. Né tempo. Insomma, tutto accadde tagliando i capussi. Belli, compatti, bianchi. De casa. Il ciclo di chemio era finito da due settimane. Esami fatti. Il giorno dopo sarei andato dal mio rabdomante a sentire la sua ennesima sentenza. Tutto sientifico, s’intende. Stavo un po’ meglio. Anche le ulcere in bocca pungevano meno. Col dito fasciato non riuscivo a fare niente. Adio capussi. Adio capussi sofegai. Adio capussi insaeata. Era tardi, ancora si sentivano gli schiamazzi della sagra. Mi venne un’intensa voglia di carne. Corsi veloce verso il tendone. Lo so per esperienza, alle sagre si chiude presto la cucina, senza eccezioni, senza appello. Trovai uno dei cucinieri in meritato riposo che fumava seduto, solo, in un tavolo appartato. Nella sua faccia molti anni di sagre e molti bicchieri di rosso per placare il calore dell’estate e

Le guerre del “porsèo” Libero

delle braci. Chiesi se era avanzato qualcosa. Vao vedare, ma go timore. Tornò invece dicendo di sì. Che se mi accontentavo, qualcosa c’era e che adesso me lo avrebbero portato. Si sa, alle sagre, i cucinieri non servono in tavola. Lì con lui, in attesa del residuo di grigliata mista, il silenzio mi imbarazzava. Qualcosa dovevo pur dire, anche per dimostrare gratitudine per il suo interessamento. Non mi uscì altro che: capo gavariseo na cicca da offrirme? Con negli occhi una mitezza quasi rude, mi porse una Diana un po’ storta, pacchetto morbido. Accendendomela, senza guardarmi, disse: e ze quee blu, e te fa na tosse bea morbida. Oltre il bancone, in cucina, le donne stavano sistemando le ultime cose. A mo’ di didascalia di quella scena, la zia Ina, il cui spirito ormai si era definitivamente impossessato di me, avrebbe forse commentato traverse e canevasse osillavano lievi al triste vento. Gualtiero Rossi N.d.r.: Gualtiero Rossi era morto la scorsa primavera. Per ora ha deciso di risorgere. Per ora. Crisis - Aucan

Wake Up Alone - Amy Winehouse

INDEPENDENCE DAY Poro Obama, el me fa pecà. Lui, l'uomo che dicono sia il più potente del mondo, il grande trascinatore, uno che ha fatto commuovere anche me, nella notte in cui fu eletto, e guardavo l'America, e pensavo

"ah, che grande Paese, hanno capito che bisogna svoltare di brutto, e toh, azzardano il negro", e adesso a tutti i tiggì me lo ritrovo ad annunciare affaticato e triste che il debito sì, debito no, debito qua, debito là, accordo sul debito vicino, vicino più, vicino meno, quasi vicino, forse vicino, e le banche e le tasse e la spesa e la crisi. Poro Obama, el me fa pecà. Ma cossa vuto fare, in fondo? Crisi, caos, zero politica, zero etica, finanza folle, decenni e decenni vissuti al di sopra delle possibilità, non è che adesso si risolve tutto. Però, forse, ecco, non ha neanche sen-

so stare troppo "dentro" 'sto leamaro. Dai, fora. Obama, fora dal leamaro! Fa anche tu una "dichiarazione d'Indipendenza". I Padri della Patria che tanto citi non hanno fatto la "Dichiarazione d'Indipendenza" dagli inglesi? E tu fa la "Dichiarazione d'Indipendenza" dalla finanza e dagli speculatori, da questi sfruttatori tripla A del XXI secolo. Una "Dichiarazione" per tirare una riga, lo so che la rivoluzione è impossibile, lo so come vanno le cose. Ma bisogna tirare una riga. La farei io, 'sta Dichiarazione. Ma sono un poro porsèo. Non sono Obama.

ASPETTO IL NEMICO, NON SI FA VEDERE DA COSÌ TANTO TEMPO CHE ORMAI ABBIAMO DIMENTICATO CHI SIA Conto e cammino. 1118 all’andata. Uno di meno al ritorno. Ma si sa: la via per tornare è sempre più breve. Notte dopo notte conto e cammino, sotto le mura di questo castello appeso davanti al mare. O almeno a quello che credo che sia, il mare. Mi hanno detto che è blu e verde, ma io non l’ho mai visto, nemmeno nelle notti di luna piena. Tutto ciò che conosco è una distesa di luce e rumore. Faccio la guardia, notte dopo notte. Ma sarebbe più giusto dire che aspetto. Aspetto il nemico, che non si fa vedere da così tanto tempo che ormai abbiamo dimenticato chi sia. Aspetto il principe, che viene a cercare il fantasma di suo padre. Aspetto la luna, che mi racconti col suo lento ingravidarsi e sgravare il ritmo dell’uomo e delle stagioni.

Aspetto che lei si mostri sulle mura, mentre segue il passo del principe che sembra essersi perso nei sentieri confusi della propria mente. C’è stato un tempo in cui aspettavo altro. Un’occasione, magari. Avrei voluto essere un eroe, uno di quelli con la corazza ammaccata e i segni delle battaglie stampati in faccia. Uno di quelli che la gente ferma per farsi raccontare la storia di ogni cicatrice, di quelli che si guardano con un misto di timore e rispetto. E invece l’unica ferita in servizio me la sono fatta scivolando sul ghiaccio a Natale. E al massimo mi porto dietro un po’ di acciacchi figli dell’umido e del freddo. Conto e cammino. E aspetto. Magari che il nemico decida di farsi vedere, e ci sia bisogno finalmente anche di gente come me. Che non è nata per fare l’eroe, ma è convinta di poter es-

sere utile. Conto e cammino. E aspetto. Che qualcuno mi rivolga la parola, mentre guardo correre queste nuvole che sembrano latte cagliato. Magari con una domanda diversa da quella che mi rivolge sempre il principe. “Sentinella, a che punto è la notte?”. Che ogni volta mi vien voglia di rispondergli che basta guardare la luna, o la posizione del Grande Carro, invece di importunare una povera guardia che cammina. Conta e cammina. E aspetta. Ma mi rendo conto che non capirebbe, non saprebbe nemmeno dove guardare. Perchè bisogna viverla, la notte, per conoscerne i palpiti ed i respiri. E allora rispondo, a questo principe inadeguato che cerca fantasmi e non conosce l’oscurità. Che sembra essere l’unico che mi rivolge la parola. E not-

te dopo notte ottiene sempre la stessa risposta. “E’ l’ora che precede l’alba, mio principe. Quella più buia”. E a nessuno dei due interessa in realtà ciò che l’altro dice. Stefano Andrian Arriverà - Rossella Ferrari e i Casanova


PORCAVACCA StileLibero 04/2011