Issuu on Google+

Al nuovo mondo (da noi profetizzato anni addietro, da veri ganzi) serve una nuova economia (altra proposta iperganza) e l'intreccio veloce e virtuoso del web sta già erodendo le fondamenta dell'economia vecchia e ingiusta della civiltà dei consumi, dove due mesi all'anno li lavori per mantenere non te ma la tua automobile; civiltà ed economia obese, inquinate, contorte, in cui qualcuno si arricchisce sempre di più ed altri si impoveriscono sempre di più, e da 20 anni a questa parte va sempre peggio per la maggior parte delle persone. Un'idea di partenza interessante - ma ce ne saranno tantissime, ed è bello che in tanti si dicano cose sempre più simili - è quella che viene descritta in "GreenWebEconomics" (Egea, 18 euro). Copio dall'introduzione: "Mentre i media continuano a guardare alla vecchia economia delle grandi banche e delle multinazionali globalizzate, c'è una nuova economia che si sta diffondendo attraverso la rete, che si ispira al principio Green del fare il massimo utilizzando il minimo e che è già leader dell'unico vero indicatore economico che conterà in futuro, il brain capital. Questa nuova economia è più egualitaria, democratica e intelligente di quella vecchia e potrebbe cambiare radicalmente i mercati simbolo della GreyEconomics: l'automobile e la casa. La GreenWebEconomics è anche un cambiamento epocale e antropologico, che modifica la nostra società alla radice e che ci richiede una diversa prospettiva rispetto ai valori del profitto, dell'impresa e del lavoro; è la nuova frontiera a cui dobbiamo guardare se ci sentiamo responsabili, per dirla con Marguerite Yourcenar, "della bellezza del mondo"". In un Veneto di capannoni e terre stuprate, in un momento mai così grave di licenziamenti - fallimenti - mobilità - battaglie con Equitalia, oggi che "a sente non paga pì parchè non ghe sè pì skei", la nuova economia avrà bisogno di "nuove imprese", che colorino i capannoni, diano nuova fertilità alla terra, creino opportunità. Le nuove imprese fatte di lavoro vero, di arte a artigianato - inseriranno a bilancio relazioni e umanità. In una parola, faranno i conti con i nostri "beni relazionali". La domanda radicale è: "Un'economia vera può non mettere in conto la sostanza della vita?". Il paradosso non sta, oggi, nel "mettere a bilancio i beni relazionali", ma nell'essersi così ubriacati di consumi dall'aver derubricato l'enorme domanda di vita, di un po' di bene, di verità che viene da ogni donna e da ogni uomo. E allora che la crisi sia il tempo in cui aderiamo fino in fondo all'economia che vive anche di "beni relazionali" e che - allo stesso tempo - ci consente di risparmiare felicemente i mesi di stipendio che consumiamo sulla vecchia economia. Chiusa la finestra, potrebbe aprirsi un portone. Sebastiano Rizzardi



ARISTOGANZI - StileLibero 07/2011