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STILE

Editoriale / Editorial Sommario / Summary

Non solo stadio / An Enduring Passion

CULTURA NEL MONDO

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ANNO III. N.6

15 DICEMBRE - 15 MARZO

all ep ar ol e

“Volare alto” / Boroli, Architecture in a Glass

si svela nell’anima delle sue creazioni

I TA L I A N O

Finanza “creativa” / Spectacles in Cinemascope

Galileo. Passaggio al futuro / The “Lady of Pinot Noir”

Capucci

L’uomo e il mare/ Il Rigoletto: The Thrill of Taste Capucci si svela nell’anima delle sue creazioni / Lorenzo: The Sea on the Table

Virtute Siderum Tenus Emozioni ad alta quota / A Life for Ballet Noi Siciliani / Design&Art Dolce brivido tutto italiano / Defending human rights

In ascolto del vento migliore / Simme ‘e Napule paisà! News La Villa del ‘Gattopardo’ / The Villa of the ‘Leopard’ English Version

CULTURA NEL MONDO

Palace Hotel e i suoi ospiti, i libri / Christmas Traditions in Italy

rist a.

Frattini, sicurezza, giustizia e libertà / The Myth (MiTo) Returns

Libertà

2009

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento Postale - 70% - DCB Milano Tassa Pagata/Taxe Perceu/Ordinario

Scarpe come “culto”... / Delta is Sired by Bravo

stile ITALIANO

Libertà alle parole / Arthemisia Focus on

tu u af r u t a r e t t e L

Virtute Siderum Tenus

Intervista a Matteo Marzotto. “Volare alto” Intervista al ministro Frattini. Sicurezza, giustizia e libertà Emozioni ad alta quota Wake 46. L’uomo e il mare Noi Siciliani Intervista a Gino Zavanella.Non solo stadio Finanza “creativa”

Galileo Galilei

Passaggio al futuro Euro 10,00 USD 20,00

trimestrale / NUMERO

6

2009


semplice la periodicità dei numeri di Stile Italiano, la numerazione della rivista, da questo numero in poi, riporterà in costa e in copertina solo il numero progressivo, e in questo caso si tratta del sesto numero. Sicuri di aver fatto cosa gradita auguro a tutti buona lettura con “Stile Italiano Cultura nel mondo”.

STILE ITALIANO / N. 6-2009

Angela Giannini Pagani Donadelli

Per Vostra informazione e per chiarezza dell’editore, anche su suggerimento dei nostri lettori e abbonati, per rendere più

Editoriale

I

Il 4 luglio 2007 a Palazzo Corsini, il Parione, sul lungarno omonimo, presentavamo una nuova rivista, la “nostra” rivista: “Stile Italiano Cultura nel Mondo”. Non solo un magazine, ma un progetto nato dall’idea di raccontare sempre di più, e con sempre maggiori dettagli, l’Italia. Un’Italia vista attraverso le sue bellezze naturali, il suo patrimonio culturale, le sue imprese e i suoi imprenditori di successo che hanno creduto nell’importanza di mantenere la conoscenza, la tradizione e la produzione nel nostro Paese e per il nostro Paese; evidenziando così a buon diritto il valore dell’Italia, di quello che siamo ora, che siamo sempre stati nei secoli e, che continueremo a essere. Nell’aria, per coloro che hanno un approccio positivo alla vita, non è arrivata solo una naturale “primavera”, ma anche il sentore di un desiderio quello di far rinascere un secondo Umanesimo. Il lettore se ne renderà conto, come me, dagli articoli scritti e dalle interviste fatte. Un unico comune denominatore ha unito i differenti protagonisti di questo numero di Stile Italiano, “con le ali”, come l’ho voluto definire. Questa definizione non mi è venuta, perché tra i grandi servizi ce ne sono due che riguardano l’Aereonautica Militare Italiana, ma perché tutti gli articoli – sia che raccontino di Galileo o della Fondazione Internazionale di Trieste per il progresso e la libertà della scienza o del futuro dei nostri stadi; la storia incredibile di un grande sarto di successo come Cappucci o l’orgoglio di essere siciliani – hanno in comune quello speciale desiderio di bellezza, di bontà, di fratellanza, di aggregazione, di etica, di intelligenza per fare sempre meglio per sé e per gli altri. Come auspicavamo nel primo numero, noi oggi intravediamo tutti quei presupposti di risveglio intellettuale e umano che ci fanno sperare in un prossimo Rinascimento di Stile Italiano. Ci sembra che stia nascendo una sorta di energia comune per questo obiettivo. English version on page 142

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STILE ITALIANO / N. 6-2009

Sommario / Summary N.6 / 2009

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Editoriale / Editorial

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Sommario / Summary

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Finanza “creativa” / “Creative Finance”

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Non solo stadio / More than Just a Stadium

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Galileo. Passaggio al futuro / Galileo, the Path to the Future

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“Volare alto” / Flying High

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Capucci si svela nell'anima delle sue creazioni / Capucci reveals the soul of his creations

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Scarpe come “culto”... / A Passion for Shoes

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Libertà alle parole / Words in Freedom

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Frattini, sicurezza, giustizia e libertà / Frattini. Safety, Justice and Freedom

84

Virtute Siderum Tenus

94

Emozioni ad alta quota / Thrills in the Sky

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L’uomo e il mare/ Man and The Sea

118

Noi Siciliani / We Sicilians

124

Dolce brivido tutto italiano / A Sweet Shiver, Wholly Italian

132

Palace Hotel e i suoi ospiti, i libri / Palace Hotel, Its Guests and Its Books

136

In ascolto del vento migliore / Listening for the Best Wind

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News

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English Version

In copertina: Abito-scultura taffetas fucsia “linea a scatola” interno taffetas arancio, di Roberto Capucci e le Frecce Tricolori in volo 2

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Finanza “creativa”

Così si creavano ricchezze fittizie e le istituzioni finanziarie che hanno originato l’attuale crisi globale hanno utilizzato ingentissime quantità di denaro, affidate loro dai risparmiatori, per “speculare” su strumenti derivati complessi come le opzioni e i famigerati mutui subprime

A CURA DI GILBERTO FEDON

B

più opportuno per “creare valore per l’azionista” è stato tuttavia assai grave per l’economia delle aree geografiche in cui hanno operato le organizzazioni economiche ad esso ispirate. L’ormai pervasiva recessione economica ha, infatti, evidenziato la sostanziale mancanza di etica (a livello almeno di risultati concreti) del sovente e a torto pregiudizialmente “magnificato” sistema capitalistico. I governi degli stati interessati dalla crisi, e in particolare quello degli Stati Uniti, sono infatti dovuti intervenire massicciamente nei “mercati finanziari” per salvare numerose aziende di credito da fallimenti che, qualora non fossero stati tempestivamente evitati, avrebbero causato una drammatica corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori e la sospensione pressoché totale dell’erogazione del credito alle imprese produttive. La mano invisibile del mercato avrebbe pertanto determinato la potenziale rovina di gran parte delle economie occidentali se l’azione “interventista” dello stato, di stampo chiaramente keynesiano, non fosse stata posta in essere rapidamente per scongiurare fallimenti sistemici. Tuttavia il marcato rallentamento nell’economia reale non è stato certo evitato. Le quasi generalizzate difficoltà di imprese e lavoratori, oltre al crescente numero di persone concretamente private del posto di lavoro, hanno evidenziato come sia probabilmente necessario rivedere

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Banche di investimento e Banche commerciali La recente crisi di Wall Street ha colpito principalmente banche d’investimento e istituzioni finanziarie quali imprese di assicurazione e agenzie che erogano mutui ipotecari a privati cittadini. Le banche d’affari, gli hedge funds e i fondi di venture capital hanno frequentemente gestito le proprie risorse finanziarie assumendo notevoli rischi nella scelta delle attività su cui investire. L’avidità nella ricerca del profitto è stata certamente alla base di tali comportamenti assai poco prudenti. Anche le banche commerciali, seppure su scala minore, sono state vittime di analoga temerarietà che può essere qualificata come “banalmente affaristica”. Entrambe possono tuttavia utilizzare come parziale scusante delle scelte imprenditoriali errate, a lungo effettuate, le suggestioni che la propaganda neoliberista infonde pervicacemente nell’intero sistema economico. Tale visione politico-ideologica, di stampo chiaramente conservatore, relativamente a quale debba essere il modello ottimale per gestire l’economia è, infatti, ancora decisamente dominante nell’informazione pubblica e privata (seppure, almeno in questi giorni, inizi ad essere sottoposta a una circostanziata critica). Il risultato concreto della “interessata” connivenza dei banchieri al conformismo dilagante riguardo il modo

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Non solo

stadio

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“La mia idea di stadio è un’idea che si rifà all’‘agorà’, un luogo di aggregazione e di cultura. Una condivisione comune di un grande spazio per riceverne piacere e benessere, che va oltre la partita. La partita dura due ore, ma queste strutture possono vivere ogni giorno, per tutto l’anno”

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INTERVISTA A GINO ZAVANELLA A CURA DI ANGELA PAGANI PER I RITRATTI DI GINO ZAVANELLA © JACOPO CECCHINI

I

Incontro Gino Zavanella, nel suo appartamento a Torino, la faccia soddisfatta di chi sa di fare bene il suo mestiere, quello dell’architetto. Un lavoro che nel tempo, è divenuto forte ispirazione: essere soprattutto al servizio della collettività. Ci incontriamo per parlare del suo concept per grandi spazi, applicato in questa fase, agli stadi. L’idea nasce, come mi racconta, dalla necessità e dal desiderio di creare benessere. Semplice parola che però racchiude molti ambiti e che si concretizza realizzando, in una struttura come lo stadio, un insieme di altri spazi funzionali che creano aggregazione e si distinguono per diventare punti di incontro, non solo durante l’evento sportivo. Si ritrova così il piacere dell’incontro tra gli individui, una necessità, che è un desiderio dell’uomo, di non stare da solo, ma di comunicare con gli altri in spazi di intrattenimento da condividere. Il pensiero di Zavanella e il suo progetto per i nuovi stadi, come quelli di Torino, di Viareggio o Legnago... è senza alcun dubbio un “pensiero altruista”. Qui, l’architetto non si è limitato a progettare bene e con responsabilità, ma inserisce e concretizza nella realizzazione, un carattere forte e totalmente innovativo come quello che lui stesso ci descrive. “La mia idea di stadio è un’idea che si rifà all’agorà, un luogo di aggregazione e di cultura. Una condivisione comune di un grande spazio per riceverne piacere e benessere, che va oltre la partita. La partita dura due ore, ma queste strutture possono vivere ogni giorno, per tutto l’anno”. Ecco un modo nuovo per cercare di allontanare ed estirpare quelle zone di violen-

za che oggi si sono impossessate di luoghi nati per il puro divertimento. Come nasce questo progetto, questa intuizione che ha dato vita alla sua idea di nuovi stadi? “Le componenti sono state abbastanza semplici e vengono da lontano, la prima è stata la generosità. Allora mi sono detto: ‘cosa vuol dire oggi, nel terzo millennio, essere generosi , allontanandosi dal concetto prettamente cattolico-cristiano, di generosità?’ Un’interpretazione quest’ultima forse in parte riduttiva, essere generosi significa essere altruisti e cercare di dare; nel mio caso specifico, creando spazi in cui la gente riesca a ritrovare se stessa. Quando dico che il mio scopo è quello di fare dell’architettura che ‘rimanga facilmente nella memoria collettiva’ e che non sia ‘solo autocelebrativa’, intendo dire che l’architetto deve realizzare qualcosa con grande generosità. Vedo l’architettura come un servizio reso agli altri. Viviamo in un mondo in cui la qualità della vita spesso e volentieri è messa in secondo piano, ricordiamoci che la società deriva da noi stessi, dai nostri padri, dai nostri nonni, ma il cui valore etico è sicuramente scaduto. Tolleranza, a esempio, è una parola quasi sconosciuta. Prendiamo parole come generosità, pazienza e tolleranza, diamole a un architetto e diciamogli di armonizzarle in un progetto per la realizzazione di uno spazio dove il fine non è solo la partita di calcio. Oggi non può che nascere una proposta che reinterpreti lo stadio, con il concetto dell’agorà più classico, vero luogo di incontro e non di scontro. Io, come professionista,

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Galileo Passaggio al futuro STILE ITALIANO / N. 6-2009

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INCONTRO CON GIULIO PERUZZI E SOFIA TALAS A CURA DI ANGELA PAGANI

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Visitare la mostra “Il Futuro di Galileo” avendo come guide d’eccezione gli stessi curatori, Giulio Peruzzi e Sofia Talas, è stata davvero una fortuna. La profonda conoscenza di entrambi degli studi di Galileo mi hanno guidato nelle differenti sale allestite dallo studio Studio Gris, con il progetto grafico di Peter Paul Eberl nel palazzo del Centro Culturale Altinate. Una mostra, quella di Padova, che non vuole solo essere un’ennesima esposizione celebrativa per l’anno Internazionale dell’Astronomia dell’Onu per ricordare i quattrocento anni dal primo uso del cannocchiale da parte di Galileo, ma principalmente un percorso che guida il visitatore, prendendolo per mano, attraverso un percorso appropriato e sapientemente allestito. Sappiamo che la nascita della scienza moderna non ha una data precisa, né un luogo definito. La fase di gestazione abbraccia un periodo di quasi centocinquanta anni, emblematicamente racchiuso tra il 1543, data di pubblicazione del De Revolut ionibus di Copernico e del De humani corporis fabrica di Vesalio, e il 1687, data di pubblicazione dei Principia Mat emat ica di Newton. E non coinvolge una singola città, né un singolo paese, ma l’Europa intera che, attraverso l’Umanesimo e il Rinascimento, raccoglie

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l’eredità degli sviluppi medioevali della scienza araba. Visitando a una a una le sale è come vivere un’iniziazione che partendo dal passato ci guida verso il futuro. La mostra è allestita con documenti autentici tra cui libri dell’epoca, illustrazioni e filmati curati e realizzati proprio per l’esibizione. Alcuni oggetti in mostra sono originari dell’epoca, come l’A st rolabio di A rsenius, del XVI, modello bidimensionale dell’universo e gioiello della strumentazione scientifica rinascimentale o come l’A stronomicum caesareum di Pietro Apiano, un volume che viene considerato come il più bello ed elaborato libro astronomico del Rinascimento. Molti sono gli oggetti prestati per l’occasione da istituzioni internazionali come il Cern di Ginevra, la Nasa il centro di fisica nucleare, oltre ai macchinari forniti dal Centro Culturale Altinate. Il visitatore esce con la consapevolezza di un futuro prossimo, dove la recente scoperta della materia oscura potrà dare più significati e più conoscenza di quanto non sia stato fatto fino a oggi. “Quello che manca ora” – sottolinea Giulio Peruzzi, professore di Fondamenti storico-epistemologici della fisica all’Università Statale di Padova – “è una specie di scintilla che ci tolga da questo stallo e, mi permetto di aggiungere, che ci porti realmente in quel fu-


turo dove materia e antimateria si incontrano a una ‘velocità della luce’ per vivere appieno quanto Albert Einstein con la sua teoria della relatività aveva scoperto. Quella scintilla che porti a un avanzamento scientifico tanto atteso ricercato e auspicato per questo terzo millennio”. Questi due grandi personaggi: Galileo e Eistein, assieme a tanti altri scienziati,ci hanno donato scoperte pratiche, che oggi ci aiutano a vivere un mondo senza confini, infinito, senza “paura del buio”, ma pieno di luce, quella luce che ci porterà alla conoscenza di altre dimensioni, di altri saperi da riconoscere e vivere. Proprio al centro di questo lungo periodo di gestazione si colloca l’opera galileiana. La grandezza indiscutibile di Galileo sta nella sua consapevole presa di distanza dalla tradizione dominante e nell’approccio ai problemi della conoscenza della natura così innovativo che quando si leggono i suoi scritti sembra di leggere gli scritti di uno

scienziato di oggi. Anche per questo la figura di Galileo è diventata l’emblema di una svolta: prima di lui la conoscenza dei fenomeni naturali era essenzialmente legata all’osservazione diretta. Da Galileo in poi l’osservazione si affianca e si integra con la sperimentazione. Prima di Galileo gli strumenti erano pochi e usati per alcune misure matematiche e astronomiche o più spesso impiegati per soddisfare bisogni legati alla vita quotidiana; da Galileo in poi gli strumenti diventano indispensabili ausili per ampliare le conoscenze scientifiche. Prima di Galileo la scienza si era ridotta a descrivere il mondo naturale sulla base di regole codificate in libris , dopo Galileo essa è la libera e rigorosa esplorazione di nuovi continenti. Così Galileo ha finito per rappresentare nel corso dei secoli la nascita della scienza moderna, la saldatura tra tecnica e scienza, la consapevolezza del metodo scientifico, la necessità di libertà e rigore nella ricerca scientifica. I settori di ricerca da lui inaugurati e gli strumenti da lui e dai suoi allievi inventati o perfezionati saranno le premesse degli sviluppi successivi della scienza fino a oggi, e da oggi al futuro. English version on page 144

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CANNOCCHIALE TERRESTRE Cannocchiale Terrestre di Leonardo Semitecolo, metà del XVIII secolo circa, cartone, pelle e corno, lunghezza 5 cm, (chiuso) Ø 5 cm, Padova - Galleria Guglielmo Tabacchi, Safilo Group

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“Volare STILE ITALIANO / N. 6-2009

È il titolo dell’autobiografia di Matteo Marzotto. Molto di più di come la cronaca lo racconta, una persona di passioni, di sentimenti e riflessioni con un grande rispetto per la vita

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alto”


INTERVISTA A MATTEO MARZOTTO A CURA DI VALENTINA PAGANI E ZENONE DALLA VALLE

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A

Avevo conosciuto Matteo Marzotto molto tempo prima di questa intervista e di questa rivista, in occasioni sempre informali. È stato strano, dopo qualche anno, invertire il meccanismo; prima le cene, poi il lavoro. Di solito si fa il contrario. Salite le scale di un bellissimo edificio di Milano entro in casa sua. Mille colori, mille evocazioni, un modellino del suo elicottero, tante fotografie. Di famiglia, di affetti, di passioni. Passione. Ecco la parola che userei per descriverlo. La sua passione per la vita. Per il lavoro, per lo sport, per la natura, per il nostro Paese... Matteo, nel giro di un paio d’ore, mi ha fatto intravedere una vita intensa, di chi sa vivere tutto ad alta velocità ma senza perdere il controllo, di chi sa mettersi in gioco con grinta ed entusiasmo, al di là del proprio nome e con la responsabilità del proprio nome. Da dieci mesi presidente dell’Enit, cerca di farsi strada nei labirinti tortuosi dell’amministrazione italiana cercando di portare idee innovative con un piglio imprenditoriale che non guasta. Matteo Marzotto mi racconta di essersi “ritrovato” alla presidenza dell’Enit (Ente Nazionale Italiano per il Turismo) per una sorta di fatalità positiva, di situazione inattesa ed eccezionale... “Credevo che il settore della moda e del tessile rappresentassero il mio mondo in modo esclusivo. Aver raccontato il ‘Made in Italy’, per di più con un brand così importante come Valentino e in un Paese che amo smodatamente, è stato molto intenso. Sicuramente gli anni in Valentino hanno in qualche modo costituito la mia vita professionale, ma mi sono sentito di accettare questa interessante proposta come presi-

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dente di Enit, pensando che fosse, in fondo, una logica evoluzione delle mie esperienze e del periodo storico che stavo vivendo. Oggi cerco di dare il mio contributo, scommettendo me stesso nell’agenzia nazionale del turismo e cercando di dare prova di quello che si fa orgogliosamente in questo Paese”. Come consideri il periodo trascorso in Valentino? “Il 1998/2008 è stato un decennio molto interessante. In questo lasso di tempo si è creato il ‘contenitore’ Luxury goods compartment e si è verificata un’accelerazione smodata verso il lusso più che verso l’esclusività. In quest’ambito si è lavorato per aumentare il range di consumatori, creando un mondo con potenzialità d’acquisto di 2 miliardi di persone, delle quali una percentuale piccola, ma enorme in valore assoluto, poteva comprare questi prodotti. Si è verificata una combinazione di eventi interessanti ed eccezionali, tutti da vivere. Nel mio caso, trovarsi in questo determinato periodo storico in posizioni come quelle che ho rivestito mi ha reso consapevole dell’eccezionalità di queste opportunità e della necessità di viverle. Per me è stata, ed è ancora, una ‘cosa’ bella da cui ho imparato tanto e per la quale ho dato tutto quello che ho potuto, lavorando con grande determinazione”. Che valore ha il turismo in Italia? “Il turismo è sicuramente un settore estremamente interessante che deve essere potenziato perché rappresenta una delle risorse principali di questo Paese. Se consideriamo il rapporto tra numero di addetti e contribuzione al prodotto interno lordo, è forse l’industria più importante che abbiamo. Più dell’11,5 % di PIL e oltre 3 milioni tra addetti diretti e indiretti. Il fatto è che l’Italia


MATTEO E LA MODA Matteo Marzotto, classe ‘66, dal 1994 al 1999 è stato membro del consiglio centrale del “Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria”; Cofondatore e Vicepresidente della “Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica di Verona”, dal 2003 ha fatto parte del CdA della “Valentino Fashion Group”. Presidente del Gruppo Marzotto, oggi accetta una nuova sfida nel mondo della moda: la direzione di “Madeleine Vionnet”. “L’idea è di fare una moda super glamour che competa con le migliori prime linee, tutta realizzata in Italia ma con prezzi accessibili”

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Capucci si svela

nell’anima delle sue creazioni

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“Ho bisogno di circondarmi del bello e della bellezza pura, per trasformarla in energia e realizzare le cose che ho in mente e che ho sempre fatto. Uso tutto per arricchire il mio spirito e questo benessere interiore è presente nelle mie opere. Per me è un bisogno fisico e un esercizio mentale continuo”

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GLI INIZI Isa Miranda, amante degli abiti di Capucci. Diva per eccellenza, affascinante e sofisticata, Isa Miranda ha interpretato molti film anche a Hollywood, tra questi ricordiamo La signora di tutti (1934) di Max Oph端ls Gian Battista Giorgini a Firenze e sotto ancora Giorgini, con un giovanissimo Roberto Capucci durante le sfilate del 1952 La prima sfilata nella Sala Bianca di Firenze nel 1952


A CURA DI GIUSEPPE URSINI

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Difficilmente mi capita di intervistare qualcuno e restarne affascinato per il suo animo. Difficilmente, perché difficile è che l’animo riesca ad emergere senza resistenze, staccandosi dai ruoli e dall’interpretazione esteriore del proprio apparire, sostituto dell’essere. Così mi è capitato con Roberto Capucci. Arrivato a Venezia e recatomi a Palazzo Fortuny, sono entrato in un mondo parallelo. Com’era diverso, rispetto al tragitto venendo dal molo, quell’ambiente cosi forte, pieno di storia e con la poca luce che serve a non disturbare le cose che vi alloggiano. Di colpo, con accostamenti cromatici sapienti e piccoli tagli di luce elettrica, ecco le meraviglie. Sono sincero non avevo mai visto dal vero delle opere di tale bellezza, raffinate, intriganti e sempre pacate. Mi sono trovato a esserne attratto in modo curioso. Per la prima volta in vita mia, ho guardato con attenzione, studiandone i minimi particolari, gli abiti esposti, arrivando persino a immaginarci dentro delle donne. Donne ferme e immobili per non sciupare la grazia di ogni piega o dei volumi che il maestro voleva comunicare con la sua creatura. Percorrendo tutto l’itinerario, attraversando i saloni del palazzo, ho visto Roberto Capucci, elegante come le sue opere, mentre veniva intervistato dai colleghi. Mi hanno colpito il sorriso e i suoi capelli da persona buona. Poi mi ha teso la mano per salutarmi. Che eleganza in quel gesto. Bisogna essere grandi per riuscire a dare per primo il benvenuto a un ospite, senza pretenderlo per regola di protocollo. Quando ci siamo seduti per fare la nostra intervista, ho chiesto il permesso di registrare e me lo ha concesso. Questo mi ha liberato dal prendere appunti o dall’essere innaturale, potendo trasformare la situazione in

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Scarpe come “culto”... “Non vi è limite alla bellezza, né grado di saturazione per l’immaginazione creativa; così come infinita è la varietà dei materiali che un calzolaio può impiegare per decorare i suoi modelli in modo che ogni donna calzi come una principessa e una principessa come regina da fiabe. E infiniti sono stati i materiali da me usati in cinquant’anni di mestiere. Ho usato diamanti e perle, veri e falsi, pelli pregiate. Ho adoperato raso e seta, pizzi e ricami, cristalli e specchietti. Ho usato pelle di pesce, feltro e carta trasparente, gusci di lumaca e rafia, seta artificiale intrecciata. Un calzolaio non deve avere un orizzonte limitato e nulla deve impedirgli di realizzare tutto quanto entri nella sua orbita creativa” Salvatore Ferragamo 56


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A CURA DI ROSSELLA ROSCIANO

O Oggi sappiamo di quando l’uomo si vergognò d’essere nudo, dalla mela e dal giardino dell’Eden in poi. E sappiamo di quando si “stufò” di essere scalzo: tra i ventisemila e i quarantamila anni fa, decidendo, finalmente, di puntare i piedi. Piedi sofferenti per i geloni, lacerati dalle spine, rovinati da tanti percorsi tortuosi che gli si ponevano di fronte. Fu così che decise di realizzare le prime scarpe. Mocassini di paglia, probabilmente. Pedule di foglie. Niente di più. Le più antiche che si conoscano, sono venute alla luce in una campagna di scavi in California e risalgono a novemila anni fa ... e se è vero che molte delle mode “giovani” le lanciano i californiani, quelli di novemila mila anni fa trovarono tanti imitatori: le solette coi lacci degli Egizi, le ciabatte mesopotamiche fra Iran e Iraq, le ruvide pantofole degli Etruschi, le suole alte dei Greci. Quando, però, le prime scarpe iniziarono a essere sinonimo di qualità, ecco lo “stile italiano”: nell’antica Roma i soldati portavano i coturni fino al ginocchio, le patrizie i sandali aperti e i senatori quelli chiusi, mentre il calzare rosso era privilegio solo dell’imperatore. Ma ritorniamo alla nostra infanzia. Quale bambina non

è rimasta affascinata dalla favola di Cenerentola e dalla scarpetta di cristallo persa lungo la scalinata per farsi ritrovare dal bel principe? E come dimenticare la novella di Hans Christian Andersen, Scarpette Rosse, da cui sono nati un balletto, un film e un album? O ancora chi non ha mai immaginato, ascoltando le note di Over the raimbow, di essere “la Dorothy del Mago di Oz” e saltellare lungo una strada di mattoni gialli? Scarpette rosse così belle, quelle indossate da Judy Garland nel film del 1939, e così magiche, che sono state ripensate oggi da Moschino, e da molti altri stilisti, per festeggiare l’anniversario dell’uscita del capolavoro di Victor Fleming. Perché le scarpe sono anche opere d’arte e non sono pochi gli artisti che nelle loro opere le hanno rappresentate come ci ricordano le sperimentazioni di Dalì o del Surrealismo... o le scarpe di Van Gogh. E oggi? Quale donna non rimane incantata davanti a una bella vetrina di scarpe? Molte le collezionano, perché la scarpa è un oggetto ormai diventato di culto.


Pensata nell’eleganza, nei materiali, nella sua “struttura”, tale da renderla per i più sofisticati un “feticcio”, perdonateci il termine, amato da molti e assolutamente personale, tanto che anche nei detti popolari è ribadita questa estrema condizione: “scarpe e cappello, nemmeno di tuo fratello”, come recita un proverbio veneto. Perché le scarpe sono personalissime, rivelano le nostre passioni, il nostro umore della giornata, il temperamento: alte, basse, con il tacco a stiletto, bicolor, francesine, stringate all’inglese, con la zeppa o infradito rasoterra e le mitiche ballerine così amate da Audrey Hepburn e dall’elegante first lady Jackie Kennedy, con la sua camminata inconfondibile per le stradine di Capri. Chiudendo gli occhi potremmo esaltare anche quell’inconfondibile “suono” generato dalle scarpe con tacchi a spillo. Un’immagine di charme che nell’immaginario collettivo è, fortunatamente, destinata solo a poche. Figure alte, snelle, eleganti sia nell’abito, sia nell’andatura… e in alcuni casi l’abito potrebbe anche non esserci!... E non si può parlare di scarpe senza Hollywood, sono celebri, infatti, le gambe e le scarpe bianche

SCARPE & ELEGANZA Un fotogramma con la “scarpetta di cristallo” del capolavoro Disney, Cenerentola e Judy Garland e le sue scarpette rosse nel film del 1939 Il mago di Oz. Audrey Hepburn in Gli occhi della notte (Wait Until Dark) di Terence Young del 1967 e Jacqueline Kennedy esce dalla chiesa di St. Edwards a Palm Beach, in Florida, durante le vacanze pasquali del 1961. Una sfilata di scarpe: il tacco a stiletto e Varina, la ballerina ispirata a Vara, uno dei successi della Ferragamo creato nel 1979 da Fiamma, la figlia maggiore di Wanda e Salvatore Ferragamo. Una classica stringata e infine un’altra opera d’arte della maison Ferragamo, il sandalo chiuso davanti e aperto dietro con tomaia costituita da erba delle Filippine tinta in più colori e lavorata a stuoia (1936-1938)

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SCARPE & HOLLYWOOD Salvatore Ferragamo con le forme delle scarpe degli attori e attrici di Hollywood

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“Veemente dio d’una razza d’acciaio, Automobile ebbra di spazio, che scalpiti e fremi d’angoscia rodendo il morso con striduli denti…” Filippo Tommaso Marinetti, All’automobile da corsa

e l o r a p e l a à eLib rt A CURA DELLA REDAZIONE TESTO TRATTO DAL CD “L’ENCICLOPEDIA DEL FUTURISMO”

{

Il manifesto del futurismo, lanciato da Marinetti sulle pagine de “Le Figaro” il 20 febbraio 1909, è sicuramente un pezzo di bravura letteraria, grazie alle sue qualità declamatorie e retoriche. Il suo autore, allora trentatreenne, poteva già esibire un notevole curriculum letterario. Nel luglio 1899, ancor prima di discutere la pro-

aveva subito catalizzato sull’autore l’attenzione del pubblico colto. Così Marinetti, ideologo del futurismo, fece convogliare nel movimento un’idea tanto inattesa quanto “pericolosa”: l’avvenierismo. Ma qual era il panorama della cultura letteraria italiana e straniera? La letteratura italiana subiva una duplice influenza: quella del neoclassicismo e del misticismo estetizzante. I nomi che andavano per la maggiore erano quelli di Giosuè Carducci, di Giovanni Pascoli, di

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pria tesi di laurea, Marinetti aveva iniziato a collaborare con la rivista italo-francese “Anthologie-Revue” e su quelle pagine aveva pubblicato un poemetto in versi liberi, Les vieux marins, con cui vinse a Parigi un concorso di poesia patrocinato da Catulle Mendès e Gustave Kahn. La grande Sarah Berhnard aveva declamato in pubblico questa lirica e questo fatto, data la fama dell’attrice,

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poo non m s i r retu Il Fu Italia ’ . o L i “ z o n tr Italia Annu i con cci, l’ le D’ uind e u q i d r è r t b a t a a piciC FILIPPO e di G a. Si b a del ale d t o t v m r T e o a a o r g z i i Molte ri OMMASO M ed gaz ano io”. ia b l z o p m a n F t e o ARINET viste, tr I t u ’ o a s l i n e n , n n i a u l a il 190 o A q t o a vevano An 0 e il 19 TI asc ui D’ -rom l e in P d o r o a i c c a v a c r d e o r 01, t lt r n oi u ca di Mari tie ,g ien netti: “L contributi lett rigat stalgi critto , orale s o e teva r o s s n n a e erari e a v n f e n V “ e o La Revu a a va av e Blanc gue”, “La Plu a, pro colos rotom netti i se ne u i e e r me”, h n d it i e a a toric a i g r ” i lo l . l a e -f In rancese tellettu d (G pi 8M Ita ale -egizian “arte l 190 gica, ro, l’ ebbe a o reste e i a i z z d n o z n , , i e a M t n u geor o che una arinetti ” n og bolis “france produz ultim D’An tismo imo F ione se”, co ei sim uest’ eclet vont, d q “ i t n i e coliss s e ti r e d ’ d l tu L s o a it o x a dal p Conquê la to oema e posit o min bolla ssa al es dieu delle ste te des Etoiles pico ratell A pro veva lie sco f l a “ i lato L h ’ (La con l c b o ll o l i e t i t ) i s a i d t u e u e n c n l quista i i 1 q f o D 9 n t 0 e e à i o 2 e dai i s a t , d tr t r g u ) f e c a i a ti o v t c r o poeme m n (Distr e at io res e La vil rthu aggio e l’av eva d le Charn uzione) del 19 tti nunz ese A lingu ment ro av c , a e n i e e v o i D’An ll a d n n e r s e r ( t s a L l a città c 04 1908. D io os ce af str arnale) i tre an saltaz e il n . Suc poet ama e h r è , l n c la o o i e p s a n recede a i d m vata” ti ra - sort sco oss ilis l pa ità nte I , r l h ” . e a c a ” i o p c i d n r o s i n t n fa a o e tro la d rsa rabe po: n al stav pers e u ! m m la d franc o e è o isian a i u t c l c ra l l e ( o Re Bald r e ns l’I oria). La zia Le Roi Bom a ra de odo F ase d ’inco che “ i l b l r o e bance e p e t a o ra t d s p teratu l s a l iz i a p ione di r er co a el lf e Marine miste in qu esser re de rano i frances sì dire a cavall o e a e o t i i n , n r n g o p o e o n te o e quella tra la cu tti da pe iso olt ltura italiana d, sos he pr e (“B enze r lui no e sep c u n u r a o à e g t t , b i d fa e a rm t o s tto ale esse Rim on tm , en ond e avend c s ” n e o n n e i d r m o e e m è n o e ato in E studiato iù v eare, absolu gitto e estr a Parig “Io p a. t delin i ut être ta all s n a i a f t e r l r b I o u e a p t e m e r u i i s f nn pr n mas i”) ve aturaegue di be e r la sua e dern t o t . Così i m t e s t l L te arine amen della del 1912 e blicato su “rché aso M o solut c m i m n e è b o To to tec amentale azione pu , soprattutto po lettes Filipp e f i d d n t o Il Mato testo fonfesto di fonno tale ritard ere il manifes teratura a i t s d Que ni il man mbrare str fatto prece che se la le . Nelle se a n to tre an ” potrebbe rinetti avev a musica, a l movimen o nella l a e l o ol d e r M s Figa rato come pittura e d nella vita steva non ici, i poet o e i s a t i l t t p n l i s e o e c l e c n un elli d e di t a pri blico o del da qu fin d azion nifest l pub i o a e m i t a r n m n l a o l c e r c va e es Ne eggia patto ella d ta pr risse. n a n m t e n i s i ’ e i l i g a h s g , er a anc uriste rio – i orta pecie e fut ttera nci d sti, m gni s e a e l l o f i ’ i t e d n n serat n o a a r ie io ento a di p r reaz a di m adem n e m r c e a p u c i r t a o t g c n le avan mpo atteg delle da ca rovoc conte va un che e a feti l a l e l i e t z a n o che p i n d l a “ de aese le bib i” – m si evi e del re il p iquar n a 1909 t r o n i e a z ’ b i istru ni e d o di l a l la d icero isogn c b i l d a , hè ologi nonc arche ’ d , i r fesso

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Frattini sicurezza, Il ministro: “Dobbiamo conciliare due esigenze fondamentali, contrastare le minacce alla vita dei cittadini e proteggere i diritti fondamentali riconosciuti a livello nazionale ed europeo”

giustizia e libertà

INTERVISTA A FRANCO FRATTINI A CURA DI ANGELA GIANNINI PAGANI DONADELLI

una questione di grande interesse per tutti i suoi cittadini. Il ministro, infatti, afferma: “Dobbiamo conciliare due esigenze fondamentali: contrastare in maniera efficace le minacce alla vita dei cittadini e al tempo stesso, proteggere i diritti fondamentali riconosciuti a livello nazionale ed europeo. Prevenire e combattere il terrorismo e far fronte alle questioni legate all’immigrazione, sono i temi al centro del mio lavoro”. Un grande lavoro, quindi, avviato con numerose proposte legislative della Commissione Europea che riguardano questioni inerenti giustizia, libertà e sicurezza e oggi si sono fatti notevoli progressi costituendo strutture fondamentali per migliorare la cooperazione a livello Europeo, alcune di queste come: Eurojust, Europol e Frontex, sono già operative. È da ricordare anche la disponibilità di Frattini nell’accettare di qualificare l’Istituto Internazionale di Studi sui Diritti dell’Uomo di Trieste con la sua Presidenza Onoraria. Franco Frattini è nato a Roma nel 1957, ha ottenuto la laurea in giurisprudenza nel 1979 e da quel momento la sua carriera è stata tutta guidata da alti principi sociali e morali come abbiamo sopra brevemente elencato, e oggi, nel ruolo di Ministro degli Affari Esteri ben rappresenta il nostro Paese nel mondo. Frattini è stato eletto in Friuli Venezia Giulia, una regione dove la vocazione mercantile,

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Incontrare Franco Frattini, Ministro degli Affari Esteri, vuol dire guardare un uomo il cui sorriso e l’affabilità naturale, sono la testimonianza di chi ha ben saputo conciliare la vita politica, quella sociale e quella di uomo di Stato senza dimenticare di mantenere al centro il rispetto di sé e del ruolo che gli è stato affidato. La sua passione per la montagna e per gli sport invernali rappresentano la fonte della sua indole improntata alla chiarezza e trasparenza, come è proprio dello sportivo e dell’uomo vicino alla natura; così nella preparazione giuridica queste passioni fanno nascere la convinta certezza dello spirito di giustizia che più volte ha dimostrato di avere nel saper distinguere il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso, indipendentemente dalle posizioni di parte. Molti servizi resi da Frattini sono stati finalizzati all’interesse dello Stato, del Consiglio di Stato, alle Commissioni Europee in particolare quella dei “Servizi”. La sua preparazione culturale ha ben rappresentato l’Italia nell’Unione europea e molte sono le iniziative da ricordare, in particolare, quando, ricoprendo il ruolo di Commissario Europeo per la Giustizia, Libertà e Sicurezza con delega ai Diritti Umani, lavorava perché l’Unione europea mantenesse e si sviluppasse come uno “spazio” di libertà, sicurezza e giustizia per i suoi cittadini; un obiettivo fondamentale della Ue, ma anche

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Virtute Siderum Tenus STILE ITALIANO / N. 6-2009

Dal 1923 “Con valore verso le stelle” è il motto dell’Aeronautica Militare Italiana. Espressione dell’orgoglio dell’Arma Azzurra nel garantire sicurezza per il nostro Paese e per il suo Patrimonio

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SUL CIELO DI VENEZIA Formazione di AMX del 51째 Stormo di Istrana. Velivolo da attacco e ricognizione prodotto da Alenia-Aermacchi

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A CURA DI ENRICO CAMEROTTO (GENERALE DI BRIGATA AEREA) FOTO A CURA DI © AERONAUTICA MILITARE (TROUPE AZZURRA; 46a B.A. 5° STORMO)

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43.252 uomini e donne; 608 velivoli; 87.445 ore volate; 3.354,5 milioni di euro la spesa complessiva nel 2008. Questi freddi e asciutti numeri ci aiutano a immaginare la dimensione attuale della nostra Aeronautica Militare (A.M.): la sua “nuda” radiografia elaborata alla fine dello scorso anno. Non a caso, tuttavia, il primo dato è quello relativo al personale: l’anima, il cuore, il carattere della Forza Armata, ovvero la risorsa per eccellenza. Ma che cos’è l’Aeronautica Militare, quali sono le sue funzioni, come è strutturata? Per meglio comprendere ciò che siamo oggi è bene ripercorrere la nostra storia e risalire alle nostre radici più vere. La nascita ufficiale dell’Aeronautica Militare Italiana, come forza armata autonoma, reca la data del 28 marzo 1923. Le sue origini tuttavia sono legate all’impiego dei palloni aerostatici del Servizio aeronautico, costituito a Roma nel 1884, seguito dal primo volo militare in Italia nel 1909 (ricorrono quest’anno i 100 anni!) e dalla costituzione della prima Scuola Militare di aviazione a Centocelle nel 1910, con l’acquisto di 9 dirigibili e 10 aeroplani. Un investimento cospicuo per l’epoca, ratificato dal Parlamento con 10 milioni di lire! Cinque anni più tardi, allo scoppio del primo conflitto mondiale, l’Italia entrava in guerra con una forza aerea di un’ottantina di aeroplani, di costruzione straniera, distribuiti su 15 squadriglie. Nulla rispetto ai 1.150 della Francia o ai 764 della Germania. Tuttavia nei quattro anni del conflitto, gli aeroplani dell’Esercito e della Marina svolsero un ruolo tattico e psicologico, fondamentale per la vittoria finale: su tutte rimangono famose la Battaglia del Piave, del giugno 1918, i 34 abbattimenti realizzati dal Maggiore Francesco Baracca e il volo su Vienna, compiuto da Gabriele D’Annunzio con i dieci SVA della 87^ Squadriglia “Serenissima”. Nei quattro anni del conflitto, l’industria nazionale, che nel frattempo si era organizzata, aveva costruito ben 11.986 aerei, 23.979 motori, quasi 40.000 eliche e 512.400 bombe d’aereo. Quando giunse l’armistizio, il 4 novembre 1918, l’allora aeronautica dell’Esercito, grazie a tale imponente sforzo industriale, contava 70 squadriglie di aeroplani e 5 dirigibili, mentre la Marina possedeva 45 squadriglie e 15 dirigi-

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bili. Le 35 scuole di volo avevano prodotto in brevissimo tempo 5.100 piloti, 500 osservatori e oltre 5.000 specialisti. Il valore dimostrato dai nostri aviatori venne riconosciuto con la concessione di 24 medaglie d’oro, 1.890 d’argento e 1.312 di bronzo al valor militare. Nonostante la pesante situazione economica, conseguente alla guerra, il progresso tecnologico del “più pesante dell’aria” e l’evoluzione delle tecniche di pilotaggio registrarono una straordinaria accelerazione, resa indelebile nella memoria collettiva con le successive grandi imprese aviatorie, che affermarono in tutto il mondo la straordinaria vitalità dell’intraprendenza italiana. Come non ricordare il volo Roma-Tokio di Ferrarin-Masiero del 1920 e, più tardi, dopo la già accennata costituzione della Regia Aeronautica nel marzo del 1923, il volo di De Pinedo di 55.000 km su tre continenti? Come non ricordare il Dirigibile di Umberto Nobile, costruito in Italia, primo a trasvolare il Polo Nord? Come non ricordare le esaltanti crociere Atlantiche di Italo Balbo, dapprima, nel dicembre 1930 dall’Italia al Brasile, con i 14 idrovolanti S55A e successivamente, nel luglio del 1933, da Orbetello a New York, con 24 S55X? Queste imprese, tutte italiane, è bene ricordarlo, oltre a esaltare l’immagine dell’Italia, con un impatto mediatico internazionale, straordinario per l’epoca, hanno di fatto “aperto” la strada ai collegamenti aerei tra i due continenti. Molte altre sono le imprese che arricchiscono, in quegli anni, l’albo d’oro della Regia Aeronautica e sulle quali esiste ampia letteratura. Si pensi che nel 1939, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, sugli 84 primati catalogati dalla Federazione aeronautica internazionale, ben 33 sono della nostra Regia Aeronautica, contro i 15 della Germania, i 12 della Francia, gli 11 degli Stati Uniti e i 2 della Gran Bretagna. I venti di una nuova guerra, che spiravano nei primi mesi del 1940, videro la Regia Aeronautica in fase di riorganizzazione e quando il 10 giugno l’Italia si affiancò alla Germania nel secondo conflitto mondiale, disponeva di soli 1.800 velivoli efficienti. L’eccessiva dispersione degli stessi in uno scacchiere vastissimo, la lenta reazione industriale nella produzione di macchine numericamente e


REGIA AERONAUTICA Gli Spad della 91a Squadriglia schierati sul campo di aviazione di Quinto di Treviso dove il reparto si trasferì l’11 marzo del 1918 ll Savoia Marchetti S.55 divenne celebre per essere stato utilizzato per le Trasvolate Atlantiche del 1930 e del 1933. S. 55 X schierati sul piazzale dello scalo di Orbetello prima della partenza per la trasvolata del 1933 Una formazione di Breda Ba.65 Breda Ba. 19 della “Squadriglia di Alta Acrobazia Aerea”, Gorizia 1934 Francesco Baracca simbolo dell’Aviazione da Caccia nella Prima Guerra Mondiale accanto al suo SPAD


Emozioni ad alta quota STILE ITALIANO / N. 6-2009

Le Frecce Tricolori, per garantire performance al massimo delle loro possibilità , devono sottostare a un regime di vita molto rigoroso ed è necessario che tutti i componenti della squadra siano affiatati, che vadano d’accordo fra loro, che conoscano e rispettino le regole della convivenza e che abbiano piena fiducia gli uni degli altri

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A CURA DI ANGELA PAGANI E KATIUSCIA OLIVA FOTO A CURA DI © 2009 FRECCE TRICOLORI E ARCHIVIO I.M.T. SRL, MILANO

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C Cosa c’è di più emozionante sopra le nostre teste da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire? Il nostro cielo dalle mille sfumature, sfumature che cambiano dall’alba al tramonto e dai suoni a volte spaventosi durante i temporali estivi. Suoni e luci che mutano ogni volta, modificando le nostre sensazioni e che ci danno emozioni differenti: dalla gioia per la contemplazione di un cielo stellato, all’angoscia di uno tempestoso. Nonostante tutto il cielo non smette di entusiasmarci né di attrarci. Ora immaginate un cielo azzurro terso, dove, per chi ha già avuto la fortuna di vederle, volano “le Frecce Tricolori dell’Aeronautica Militare Italiana”. Parlare di entusiasmo non è esatto: si deve aggiungere un’istintiva ansia, perché le loro straordinarie esibizioni talvolta passano sopra le nostre teste in una formazione spettacolare ma da brivido. La loro esecuzione è di una tale perfezione e armonia che si potrebbe paragonare il loro volo a quello degli uccelli, una capacità che è un dono di Dio. Gli uccelli volano in stormi o da soli, quasi giocando gli uni con gli altri, lanciandosi in un volo a testa in giù, per beccare magari un piccolo insetto che solo loro riescono a vedere. Anche le “frecce tricolori” sono paragonabili a uccelli e come loro si muovono nel cielo, avendo ali meccaniche su “corpi macchina” perfetti, che avvolgono e danno ai piloti quella sicurezza per sé e per chi li guarda. Le loro esibizioni sono frutto di un’altissima preparazione, perché estremo è ciò che fanno come avrete modo di sapere più avanti e alla base c’è, oltre alla predisposizione, una ferrea, serena ed equilibrata disciplina che rende queste persone “uomini molto speciali”. Iniziamo così la nostra chiacchierata con il Maggiore Massimo Tammaro, che ci farà conoscere più da vicino questo fiore all’occhiello dell’Aeronautica Militare Italiana. Maggiore Tammaro, come si accede alla carriera di pilota delle Frecce Tricolori? “Da noi arrivano i migliori piloti provenienti dalla linea di combattimento dell’Aeronautica Militare e per la selezione abbiamo stabilito una serie di requisiti oggettivi che tengano soprattutto conto della personalità e del carattere del pilota: lealtà, equilibrio, fiducia, capacità di stare

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con gli altri. La scelta dei membri che faranno parte delle Frecce Tricolori è affidata a tutti quelli che lavoreranno con la persona selezionata, ognuno di noi ha il diritto di scegliere l’uomo con cui preferirebbe lavorare perchè è la squadra che fa la differenza, non il singolo individuo. Affiatamento e stima reciproca sono alla base dell’ottima riuscita delle nostre esibizioni”. Da quante persone è rappresentata la base di Rivolto? “Direi circa 120 persone”. Entrando nello specifico, come avviene l’addestramento? Come è regolata la giornata di un pilota e quanti voli fa al giorno? “L’addestramento è una parte importantissima del nostro lavoro: impieghiamo un anno per addestrare i piloti, che da ottobre ad aprile, quando si apre cioè la stagione ufficiale delle Frecce Tricolori, volano due volte al giorno per quaranta minuti circa. Si tratta di allenamenti impegnativi e personalizzati che hanno lo scopo di rendere ogni pilota unico e insostituibile. Fisicamente il nostro è un lavoro stressante perché le sollecitazioni che si ricevono in aria sono molti forti e necessitano di un’attenta preparazione. Questa, comunque, è una caratteristica che riguarda tutti i piloti dell’Aeronautica Militare (AM) che volano su macchine ad altissime prestazioni. Per garantire performance al massimo delle nostre possibilità dobbiamo sottostare a un regime di vita molto rigoroso ed è estremamente importante che tutti i componenti della squadra siano affiatati, che vadano d’accordo fra loro, che conoscano e rispettino le regole della convivenza e che abbiano piena fiducia gli uni degli altri”. Quando volate vi rendete conto che state effettuando evoluzioni difficili e complesse? “Sì, certamente. Ogni pilota deve avere un grande equilibrio e soprattutto una grande padronanza del proprio aeroplano. In questo lavoro ci vogliono precisione e una dedizione assoluta perché il volo è un’attività che ti ‘costringe’ a dare sempre il meglio sia dal punto di vista fisico sia mentale. I piloti delle Frecce Tricolori sono persone con grandi doti ed evidenti abilità, allenate e preparate a fare


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L’uomo e il mare STILE ITALIANO / N. 6-2009

L’architetto Francesco Rolla e il suo Wake 46, un open di 14 metri, per un nuovo modo di vivere e sentire le emozioni del mare

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WAKE 46 Ha le forme di un motoscafo open, lungo 13,82 metri e largo 4,50 metri. Esteticamente molto elegante grazie alla forma ellittica della coperta, sviluppata su un unico piano

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INTERVISTA A FRANCESCO ROLLA A CURA DI ANGELA GIANNINI

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Le architetture stanno ferme, le barche si muovono. Questo non significa che le prime siano statiche e le seconde dinamiche. Vi sono, infatti, architetture più dinamiche di certe imbarcazioni. L’architettura ha forse un lessico più ampio dal quale attingere le sue forme dato che, questo suo “essere ferma”, le permette di trovarsi a suo agio sia con l’angolo retto, sia con la linea fluida, cosa che non avviene nella nautica. Questa nasce quasi sempre da linee fluide che cercano di armonizzarsi con quelle avviate di scafo e carena. Se l’angolo retto appare, appare come elemento di rottura appunto. Muoversi nel mare significa scafo e carena, che rappresentano le due preesistenze. Queste influenzano in modo determinante il disegno delle linee esterne di murata e coperta. Tali preesistenze nell’architettura non esistono, almeno in via teorica; la partenza progettuale potrebbe quindi sembrare svincolata e più libera. In realtà la preesistenza in architettura esiste ed è spesso vista dai progettisti nell’ambiente circostante; il quale manda dei suggerimenti, delle suggestioni o addirittura regole compositive, ma mai comunque cosi restrittive come lo

DESIGN Sicuramente elegante, il Wake 46 ha una carena planante a V ad angolo variabile 110

scafo, la sua forma, le sue dimensioni e struttura. Difficilmente in nautica si trova, a esempio, la distribuzione a pianta libera che è invece uno dei risultati più entusiasmanti dell’architettura del XIX secolo; questo proprio perché i vincoli dimensionali e strutturali dello scafo raramente lo consentono. Da questo punto di vista la “statica architettura” appare ben più mobile e versatile della “dinamica nautica”. Anche sul tema di progetto vi sono alcune differenze. La nautica è un mondo più piccolo e circoscritto e anche la progettazione difficilmente si discosta dal tema “dell’abitare il mare”, almeno nella nautica da diporto. Mille sono i temi in architettura: casa, chiesa, grattacielo, museo,


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Noi

Siciliani “Come è difficile per noi essere anche moderni, biondi con gli occhi azzurri, parlare la nostra lingua con onore...”

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A CURA DI GIUSEPPE URSINI

A All’aeroporto di Catania, rimodernato e a tratti persino bello, mi accoglie Antonio, l’autista dell’hotel. Sono arrivato in orario e ho tempo per acquistare un giornale da leggere lungo la strada per Taormina. Antonio mi fa notare di aver parcheggiato poco distante, ma all’ombra. Me lo dice con una certa riverenza. Iniziamo questo viaggio e all’inizio resto a guardare fuori dal finestrino. “Dio” – mi dicevo – “è ancora la mia Catania”. Lungo le vecchie mura, c’erano i motocarri a tre ruote, “a lapa” come chiamano l’Ape della Piaggio, cariche a dismisura di angurie col prezzo puntato sopra. Ognuno di questi “mulunari”, è seduto sulla sdraietta di plastica intrecciata ad aspettare in silenzio i compratori. Passando per la piazza della stazione ferroviaria, c’era ancora il chiosco, proprio quello, che vendeva acquaseltz, limone e sale. Quanto mi piaceva da piccolo! Mi sembrava davvero di essere lì con mamma e papà. Avevo chiesto io ad Antonio di fare il giro lungo per vedere la città e lui era gentile. Pensava fossi un turista e iniziò con

Una veduta dell’Etna e in primo piano la città di Taormina

quel bellissimo accento, a raccontarmi le cose della Sicilia, vantandola come una bella terra, ma un po’ mortificata. A ogni punto di interesse mi spiegava la storia di qualcuno o qualcosa. La meraviglia fu quando arrivati a costeggiare il mare dalla strada alta, mi invitò a guardare che bel mare avevano in Sicilia. Era così orgoglioso del suo descrivere, che non ebbi il coraggio di dire che ero siciliano, ma solo per il pudore di interromperlo. E così, sentendomi raccontare la mia Sicilia, mi feci cullare fino all’arrivo. Salutando Antonio gli dissi “si futtunatu a stari ‘nda ‘sta terra”, (sei fortunato a vivere qui). “Dutturi, mi fici fari l’opera i pupi” (“ho fatto la figura del fesso”) mi rispose, seppur con tutto il rispetto possibile e scusandosi per aver parlato troppo. Sul terrazzo della stanza dell’hotel, guardando questo mare infinito, mi preparavo a trascorrere questo mio primo giorno, deliziato da zibibbo freddo e biscottini di mandorla. Ripensando a questo episodio, capii di essere proprio in Sicilia e mi veniva in mente come siamo. Come siamo difficili noi siciliani,


è la storia di chi ha avuto la fortuna postuma, di essere stato attraversato dalle dominazioni più diverse, che hanno portato anche sviluppo e cultura. Siamo greci, turchi, arabi, francesi, africani, spagnoli, normanni, albanesi e poi alti, bassi, secchi, grassi, biondi e scuri, gelosi e generosi. Siamo la “sintesi del mondo” come ha raccontato Shakespeare. Il suo dire mi piace, nonostante sia inglese o meglio, così si crede. Giovanni Verga, catanese, ci descrive come “vinti”. Mastro don Gesualdo, I Malavoglia, Rosso Malpelo e la Capinera, sono dei “vinti”. Ma non mi sento un vinto, e poi vinto da cosa! Verga non ha visto i siciliani che si riscattano e si ribellano. Verga è immobile, vecchio e contemplativo. Non di meno Luigi

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tutti bassi, panciuti e con la coppola. Come è difficile per noi essere anche moderni, biondi con gli occhi azzurri, parlare la nostra lingua con onore, essere artisti, scienziati, poeti, imprenditori, padri, madri e brava gente. Come è difficile essere anche tutti mafiosi, ignoranti, gretti e assassini, e mentre si pensa questo, si lavora, si ama la vita, la famiglia e si rispetta la terra. Così ci descrivono da qualche tempo. Poco in verità, ma abbastanza per avere gettato secoli della nostra storia nel luogo comune. La diffusione e velocità dei mezzi di informazione, e la loro logica perversa, ha reso possibile questo disastro sociale, distruggendo e isolando questo popolo e le sue due culture quella sicula e quella sicana. La nostra,

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Dolce brivido tutto

italiano

Non importa che ci scaldi il sole o che il paesaggio sia innevato, qualsiasi momento è buono per rinfrescare il palato! Che sia granita, sorbetto, artigianale o confezionato, il suo gusto è unico: è gelato. Sceglierlo è un’istituzione, a ognuno il suo sapore.

Cono, coppa o vaschetta, quando l’assaggi sai già cosa ti aspetta. Non è per spavalderia, se vi dico che solo qui puoi apprezzare questa leccornia. Qualcuno storcerà il naso, mi darà del paesano, ma sono fiero del gelato italiano!!!

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A CURA DI GIANLUCA TANTILLO

Scusate se ho iniziato con questa breve poesia, ma non trovavo altro modo per esaltare questa sublime essenza che tutto il mondo ci invidia: il gelato. L’argomento non merita solo rispetto e considerazione, ma quasi assoluta devozione. Io stesso mi inchino al suo gusto, alla sua freschezza e cremosità che, proprio come cito nei miei “modesti” versi, sia durante una calda giornata d’agosto, sia in un freddo pomeriggio invernale, rinvigorisce mente e corpo, rimette in moto, stuzzica l’ingegno e, in alcuni casi, libera anche dai freni inibitori. Perché il gelato,quello vero, quello tipicamente italiano, nonostante tutti i dibattiti medico-scientifici lo associno a un vero e proprio pasto, è ben lungi dall’essere tale. È qualcosa di molto di più. È quello che in gergo napoletano viene definito, uno “sfizio”. Un qualcosa a cui cinque minuti prima non pensi e poi, una volta passati davanti alla vetrina di una gelateria, ti lascia paralizzato, con quella tipica espressione da bambino, pronto a chiedere un cono con tutti i gusti disponibili. Alzi la mano,

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infatti, chi non ha mai esitato almeno cinque minuti davanti al bancone di una gelateria. Chi non ha percorso almeno un paio di volte la lunghezza di quel bancone, partendo dai gusti alla frutta: fragola, limone, frutti di bosco, pistacchio, fino ad arrivare all’apoteosi dei gusti più calorici, in primis al cioccolato, con tutte quelle sue smisurate varianti, sempre diverse, sempre innovative, sempre pronte a suscitare contemporaneamente dubbi e rimorsi. Si perché, lo “sfizio”, in quanto tale è al tempo stesso, sinonimo di dubbio, anche se poi si scelgono sempre gli stessi gusti. L’occhio, infatti, mira dritto a quello che non si conosce, a quello dal nome di un dolce famoso, che magari non si mangia da anni, o del cioccolatino che solo al pensiero fa venire l’acquolina in bocca. Si potrebbe dire che la personalità di ognuno di noi è facilmente riscontrabile dal tempo speso davanti a quel paradiso di sapori che è il bancone delle nostre gelaterie. C’è l’eterno indeciso, quello che proprio non sa resistere, tentato sempre e solo dalle novità, per poi poterle divulgare


Palace Hotel e i suoi ospiti,

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Scriveva Mario Tobino in un appassionato omaggio alla città: “Viareggio era una farfalla che muove lungo la marina le ali tappezzate di colori…”

PALACE HOTEL Una veduta della città e del suo splendido lungo mare. Nella pagina a fianco la facciata del Palace Hotel, il terrazzo e infine una vista delle alpi Apuane che incorniciano Viareggio 132

i libri


A CURA DI ANDREA PORCHEDDU

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Nell’elegante e affollata terrazza dell’Hotel Palace di Viareggio si parla di libri. Il sole regala improvvisamente una giornata di primavera. Si sta bene, guardando il mare che si impone, come sempre, con i suoi colori accesi e il suo respiro cupo. Basta voltarsi, poi, dare le spalle a quel Mediterraneo, che qui ancora si chiama Tirreno e ha il sapore antico degli Etruschi, per essere colpiti dalla bellezza sfacciata delle Alpi Apuane. Sono là, cornice ideale di un panorama mozzafiato: la linea frastagliata e imponente dei monti, il biancore luccicante delle cave di marmo, la neve che fa splendere ancora di più le cime a quel primo sole. Perché Viareggio, si sa, è tutta nei suoi colori: il bianco dei monti, il verde intenso della lunga pineta, il blu del mare. Scriveva Mario Tobino in un appassionato omaggio alla sua città: “Viareggio era una farfalla che muove lungo la marina le ali tappezzate di colori…”. Forse per questo la Versilia è da sempre terra di pittori. A Viareggio è nata una scuola, che ha attraversato il Novecento: da Galileo Chini e Lorenzo Viani, da Moses Levy e Mario Marcucci a Mario Francesconi e Lino Mannocci. Pittori e scultori hanno sempre trovato casa in questa città distesa sul mare. Qui, tra la darsena e la pineta, c’è sempre stato un fiorire d’arti e di passioni. Lo sapeva il lucchese Giacomo Puccini, che scelse di vivere da queste parti (e a Torre del Lago, ogni estate, si celebra il suo genio): il 27 marzo del 1900 Puccini divenne cittadino onorario, ed ebbe anche il piacere di passeggiare in un via a lui dedicata. La casa del compositore è a quattro passi dal Palace Hotel: una villetta, garbata ed elegante, come tante. È ancora emozionante pensare che sotto quell’ombra lieta componesse capolavori come Turandot, opera che, tra l’altro, nel 1938 aprì la stagione di un bellissimo teatro all’aperto, capace di 5000 posti, costruito in pineta. Su Puccini se ne dicono tante: è ormai assodato che amasse il gentil sesso e pare che non disdegnasse portare negli hotel della zona le sue conquiste. Al Palace, che nel 1911 si chiamava ancora Mediterranée, con quel suo gusto liberty, con quel clima elegante e riservato, con quell’affaccio sul mare e sulla pineta, il “sor Giacomo” – come lo chiamavano i viareggini,


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In ascolto delmigliore vento Una grande tensione pervade l’equipaggio durante la virata, poi la barca si rimette in rotta, ritorna il silenzio, nessuno parla, ci sono solo il vento e una distesa d’acqua infinita

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INTERVISTA A CARLO CROCE A CURA DI KATIUSCIA OLIVA

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Il ritmico sciabordio del mare tagliato dalla chiglia, il rumore del vento nelle vele, un uomo, la sua barca, un calmo senso di libertà e un silenzio interrotto soltanto dal canto delle onde. Fin dai tempi antichi la barca a vela è stato il mezzo che ha reso il mondo più piccolo, perché è con la navigazione che l’uomo fece le sue prime grandi scoperte geografiche che lo portarono verso lidi lontani e terre inesplorate. Ancora oggi quando si sale su una barca a vela questo senso di sovranità ci pervade e domina le nostre sensazioni, i nostri occhi scorrono velocemente l’orizzonte, il cielo si confonde con il mare, ed è come una poesia. Poi c’è l’agonismo, ci sono le grandi competizioni veliche, tecnologia portata al parossismo, barche da sogno con alberi di oltre 30 metri, equipaggi superallenati e superveloci in ogni manovra ripetuta per mesi. La frenesia della virata, ognuno al suo posto svolge rapidissimo il proprio compito con maniacale precisione, una grande tensione pervade l’equipaggio per pochi secondi, poi la barca si rimette in rotta, ritorna il silenzio, nessuno parla, ci sono solo il vento e una distesa d’acqua infinita. Un uomo aggrappato all'albero scruta l’orizzonte: non cerca più

terre lontane, ma il vento migliore che porterà tutti alla vittoria in questa continua sfida tra l’uomo e il mare. Incontriamo Carlo Croce, presidente dello Yacht Club Italiano, per parlare insieme a lui del più antico club velico del Mediterraneo, custode di una tradizione e di uno stile unici. Presidente, quali sono i numeri dello Yacht Club Italiano? “Lo Yacht Club Italiano è stato fondato nel 1879, conta circa 1.300 soci e ha rapporti di gemellaggio con Circoli in Italia e in altri paesi. Le quote sociali, i partner sportivi e i posti barca rappresentano in quote molto simili i ricavi del Club”. Quali sono le finalità della vostra organizzazione? “Lo dice il nostro Statuto: ...‘Lo Yacht Club Italiano ha per scopo [...] la promozione e la diffusione dell’attività sportiva dilettantistica nel settore della navigazione da diporto; [...] mediante l’organizzazione e il patrocinio di regate e crociere nazionali e internazionali, la partecipazione dei soci e degli yachts sociali a regate e crociere in Italia e all’estero, l’istruzione dei giovani nello sport velico, l’ottenimento di agevolazioni da parte di autorità nazionali ed


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L’UNITÀ D’ITALIA, ATTRAVERSO LA STORIA DEI REALI DI CASA SAVOIA In attesa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, che giungerà nel 2011, il Comune di Cortina d’Ampezzo, la Regione Veneto, l’Associazione Principe di Venezia e il Ministero dei Beni e Attività Culturali hanno dato vita a una vera e propria marcia di avvicinamento, organizzando nella splendida cornice di Cortina, la “Regina delle Dolomiti”, una mostra molto significativa: “Casa Savoia: Storia di una Famiglia Italiana”. Una mostra che racconti per tappe, uno dei primi grandi sogni, realizzati faticosamente dagli italiani: l’unità del paese, partendo dal padre della Patria, Re Vittorio Emanuele II. La scelta delle Dolomiti Ampezzane è stata fatta, non solo per il grande amore della famiglia Reale, e in particolar modo di re Umberto II e della regina Maria Josè per le Alpi e le Dolomiti, ma soprattutto, perché quei luoghi rappresentano uno dei principali teatri in cui si sono svolte le battaglie della Grande Guerra, che hanno portato a compimento l’attuale unità nazionale. Dal 1861, infatti, anno di nascita del Regno d’Italia, si sono succeduti ben quattro Sovrani e tre carismatiche Regine. La mostra ripercorrerà la vita di questi uomini e donne, offrendo a tutti i visitatori uno spaccato reale di ciò che furono e di come si rapportarono ai loro concittadini. Un modo per

riscoprire ogni aspetto della vita della prima Famiglia italiana, la cui storia ci appartiene al di là di qualsiasi ideologia, o inopportune insinuazioni. Nella storica struttura di Ciasa de ra Regoles (Casa delle Regole), situata in Corso Italia, il celebre corso, che da sempre rappresenta il cuore pulsante di tutta la comunità ampezzana, verranno esposti numerosi oggetti esclusivi messi a disposizione dalla Prince of Venice Foundation, appartenuti a re Umberto II e alla regina Maria Josè, a re Vittorio Emanuele III e alla regina Elena, a re Umberto I e alla regina Margherita, a re Vittorio Emanuele II e a Carlo Alberto. Si tratta di fotografie, onoreficenze, gioielli, busti, abiti, armi, porcellane, quadri e tanti altri oggetti di uso quotidiano. La mostra: “Casa Savoia: Storia di una Famiglia Italiana” verrà inaugurata il 18 luglio 2009 e terminerà a metà settembre, per poi iniziare un vero e proprio tour nella città più significative d’Italia, sedi altrettanto storiche dell’avvicinamento all’Unità nazionale, come Milano, Napoli, Torino, Padova, Trieste, per concludersi a Roma nel 2011, proprio in occasione delle Cerimonie per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

La mostra si terrà a Ciasa de ra Regoles Cortina d’Ampezzo dal 18 luglio al 19 settembre 2009


News

CLASSIFICA FORBES, I 15 ALBERGHI DI LUSSO IN ITALIA La rivista americana “Forbes Traveller”, dedicata ai viaggi e alle mete di lusso, ha stilato la classifica dei quindici alberghi più lussuosi d’Italia. I parametri considerati sono: location, camere raffinate e toillette con splendidi marmi, comfort tecnologici, un roof garden panoramico, una cantina degna di enologi esperti e munita di una prestigiosa carta dei vini, e, non per ultimo, qualità dei servizi e della cucina. Il primo in classifica è l’Hotel de Russie a Roma (sotto), vicino a Piazza del Popolo dove un tempo era possibile osservare Pablo Picasso o Jean Cocteau sbucciare le arance appena raccolte nel giardino dell’albergo. Dopo un lungo intervallo durato 60 anni, l’albergo De Russie è stato ristrutturato e oggi è nuovamente un luogo intimo ed esclusivo. Pare che l’hotel romano prenda il nome in onore dei luminari russi che l’hanno frequentato, da Igor Stravinsky al Ballet de Russie, ai Romanoff. Forse è stata proprio la loro presenza a determinare la scelta di costruire nel 1818 una facciata così discreta (è facile passare vicino al De Russie senza accorgersene). La classifica di “Forbes Traveller” raggruppata per regioni, prevede ai primissimi posti, nomi storici come Luna Hotel Baglioni a Venezia (in basso), il Bulgari Hotel e il Four Season Hotel a Milano, l’Hotel Caruso a Ravello, Villa La Massa a Firenze.

Ufficio stampa: Studio Ester Di Leo tel.: 055 223907 fax 055 2335398

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LA FILIERA SOSTENIBILE In occasione dell’Anno Internazionale delle fibre naturali, la Toscana dedicherà due importanti avvenimenti al meraviglioso universo del tessile. Venerdì 15 maggio a Prato, nel suggestivo scenario di Palazzo Corsini si terrà il Convegno Internazionale “La Lana. Filiera del tessile e sostenibile”, mentre il giorno successivo, 16 maggio, presso la Limonaia di Villa Bardini, Costa San Giorgio a Firenze, si terrà una giornata di studi, riservata agli operatori del settore, dal titolo: “Esperienze e prospettive del tessile sostenibile”. Si tratta di due appuntamenti molto importanti, in cui parlare di esperienze e prospettive del tessile sostenibile per la filiera della lana, la produzione, i mercati, la tracciabilità dei prodotti e la certificazione, la ricerca e l'occupazione. Un viaggio, dedicato a tutti gli appassionati ed esperti del settore, attraverso la storia e la produzione locale di una delle filiere produttive più importanti del paese. In entrambe le giornate, organizzate da OMA, Osservatorio dei Mestieri d’Arte di Firenze dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, si vedrà la partecipazione di rappresentanti dell'Unione europea, delle istituzioni e dei maggiori esperti di produzione e marketing della filiera del tessile italiano. Un confronto tra saperi locali, artigianato e mondo della moda.

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EDITORIAL BY ANGELA GIANNINI PAGANI DONADELLI On July 4, 2007, at Palazzo Corsini, Parione, on the Arno embankment of the same name, we presented a new review, “our” review: “Stile Italiano Cultura nel Mondo.” Not just a magazine, but a project created to recount far more, and in ever greater detail, about Italy. Italy seen in its natural beauties, its cultural heritage, its successful companies and its business community, who believe in the importance of fostering knowledge, traditions and production in our country and for our country, rightly revealing the true value of Italy, of what we are now, what we always have been through the centuries, and what we will continue to be. In the air, for those who have a positive approach to life, we can feel not just the coming of a natural spring but also the premonitions of a desire to bring a second Age of Humanism into existence. The reader will be able to judge of this by the articles and interviews published. A single thread runs through them, uniting the different protagonists of this issue of Stile Italiano “with wings”, as I decided to define it. This definition is not just an allusion to the fact that the major articles include two about the Italian Air Force, but because all the articles – whether they tell of Galileo or the Fondazione Internazionale in Trieste for the advancement and freedom of science, or the future of our stadiums; the incredible story of a great couturier like Cappucci or the pride of being Sicilian – all reflect that special passion for beauty, goodness, fellowship, solidarity, ethics and intelligence, prompting us to always do our best for ourselves and for others. In keeping with the wish expressed in our first issue, today we can see signs of all this intellectual and human reawakening, enabling us to hope for a coming Renaissance of Italian Style. We feel there is a sort of shared energy tending towards this sole objective.

“CREATIVE FINANCE” BY GILBERTO FEDON Investment banks and commercial banks The recent crisis on Wall Street has mainly affected investment banks and financial institutions, such as insurance companies and mortgagelenders to private citizens. Commercial banks, hedge funds and suppliers of venture capital have jeopardized their financial because of the activities they chose to invest in. Their avidity in seeking quick profits certainly led them into taking unjustified risks. Commercial banks, though on a smaller scale, were also victims of this rashness, which can fairly be described as ìbanal rapacity.î Both, however, can offer as partial excuses mistaken business policies, adopted over the long term, the influence of neo-liberal propaganda insistently infused into the whole economic system. This political-ideological vision is clearly conservative in imprint. Unlike the optimal models of economic management it is still dominant in the public and private media, though it is finally beginning to be subjected to detailed criticism. The self-seeking connivance of bankers in the rampant conformism surrounding the best ways to create “shareholder value” has seriously damaged the economy in those countries where it taken as gospel by financial institutions. The spreading recession has, in fact, brought out the substantial lack of ethics (at least at the level of concrete results) in the often wrongly extolled capitalist system. Governments in the countries affected by the crisis, in particular the United States, are being forced to intervene massively in their financial markets to rescue credit institutions from insolvency. Doing nothing would cause a dramatic run on the banks and an almost total freeze in the supply of credit. The upshot is that the invisible hand of the market would have ruined many Western economies if states had not taken rapid action, clearly Keynesian in stamp, to forestall systemic failure. All the same, a sharp slowdown of the real economy is inevitable. The widespread difficulties of businesses and workers, besides the actual increase in the number of jobless, shows how urgent it is to begin an enlightened and ethically responsible review of the rules underpinning the workings of financial markets. Experts and insiders have objective experience of the ethical shortcomings produced by the

excessive deregulation in recent years. Under pressure from vested interests and secret lobbies, it unleashed private egoism in the race to boost earnings. Fictitious wealth founded on “creative finance” The financial institutions that caused the present global crisis used massive quantities of money, entrusted to them by savers, to speculate in complex derivatives, hedge funds and the now notorious subprime loans. In so doing they withdrew huge amounts of money from the production of goods and services in the real economy. The result was that the firms that turn out the kind of products we all need in our everyday lives had less capital available to develop their businesses and expand. The quest for speculative profits by the banks did not produce wealth so much as transfer it between subjects who used it rashly, competing for it in the hope of making money they could use to create even more money. We can say that the economic system culpably deviated from its prudent function of producing tangible assets. Dazzled by greed and the desire for wealth, it engaged in extremely speculative transactions involving bits of paper whose value has now been ravaged by the crisis on Wall Street. Financial institutions that negligently advised their clients to risk their personal savings in such hazardous speculations need to be objectively censored. The quest to maximize profits and get the highest returns for shareholders has frequently proved damaging rather than useful to the whole economy, levels of employment, the security of pension funds and the real prospect of providing a decent future for the new generations. Even in the years before the stock-market collapsed, the failure of a big energy company like Enron or the scandal that destroyed Arthur Andersen auditors clearly showed up the hollowness of the neo-liberal propaganda that put the free market above criticism. In reality, financial instruments like stock options and management policies specially adopted to boost stock values simply encouraged managers to fake their balance sheets. Many executives unhesitatingly exaggerated profits, cut investments in plant and research, juggled earnings or losses, moving them from one financial year to the next. Sometimes they even deliberately cheated stakeholders by posting nonexistent profits to simulate solvency for greedy shareholders and superficial financial backers. The hyping of the concept of value, in itself vague but enticing, pushed banks and businesses working in the real economy to distribute dividends and bonuses on the basis of bogus or purely virtual assets, such as their volatile and often inflated stock valuations in the capital markets. In this case the acute individualism implicit in the capitalist system and the glorification of increasing shareholder value led the financial operators to commit a series of administrative illegalities. They destroyed the (medium-term) efficiency of busi-


hatred and hostility. So why shouldn’t the stadium, which is basically a big piazza, not be more like a beautiful city square? The problem is simply this: the city has to take back the stadium! If today we were to build a stadium devoted only to soccer in any Italian city it would be very unpopular. People would see it as a place of violence, dirt, disorder and confusion. We have to design it so the stadium is an integral part of the city, with a wide range of functions, including the facilities for hosting soccer games. We have to think of how to recreate new meeting points where people will want to get together, take pleasure in each other’s company.” Civilization, this ghastly civilization, has swallowed us up, spoilt us and gained mastery over us. Returning to the question of deadlines, is the public administration proving helpful? “In Italy there’s a total absence of legislation in this sector. Stadiums are conceived only as sports facilities and if we want to introduce other functions we have to change the planning regulations, think of innovations and new integrated ideas. These sports facilities will include hotels, gyms, wellness centers, stores. I thought about the new stadium that will rise from scratch on the site of the old Stadio Delle Alpi in Turin. We planned for 40,000 m2 outside the stadium and 20,000 m2 inside it, plus all these areas where the two are integrated. The stadium in Turin will open in 2011, in just two years’ time. And I obviously realize the stadium is also an opportunity for the city, as an way to upgrade whole neighborhoods and districts. Obviously all the new structures will have to be perfectly integrated with the setting. In the same way Ponsacco will be the object of a study to adapt the stadium to the city and with all the essential features for that area. The same goes for Legnago and so forth...” Did you create this concept from scratch? “The concept behind the project was born about eight years ago and it’s not new, at least not in northern Europe. In Britain, say, where these ideas have long been accepted. In this respect we in Italy are still trailing behind. Today across Europe no one builds stadiums for soccer alone.” Will the stadium be used only by the team? “Today the turf is easily damaged... The pitch only accounts for about 60%. The important thing is the volume surrounding the pitch and the new social facilities around it.” It’s essential to understand the changes in society even though not many people have... If we think back, we lost the war, we used everything, without to thinking about the well-being of the people and today people are coming to understand this malaise, this social disorder. This new concept of the stadium is part of this process of rethinking, in part by starting from soccer, our national sport, now already badly jeopardized. And yet there are people like Gino Zavanella who still want to let us smell the ‘scent of grass’, 143

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MORE THAN JUST A STADIUM AN INTERVIEW WITH GINO ZAVANELLA BY ANGELA PAGANI I meet Gino Zavanella in his Turin apartment. He has the pleased expression of someone who knows he’s good at his job, which in his case means being an architect. Over the years his work has become a powerful inspiration, above all by being at the service of the community. We meet to talk over his concept for designing large spaces, currently being applied to stadiums. The idea, he tells me, grew out of the urge to create well-being. A simple word but one that covers a wide range of applications. He gives it concrete form in structures like stadiums, a cluster of functional spaces serving as points of social focus, but not just during sports events. These are places where people can enjoy being together, fulfilling their basic desire to avoid solitude and get pleasure from the company of others in a place of entertainment. With his plans for new stadiums, like those in Turin, Viareggio or Legnago, Zavanella is clearly being altruistic. The architect has not just designed them responsibly and intelligently. He has also endowed them with a distinctive and totally innovative character, evident in the completed facilities. He describes his approach in this way: “My idea of a stadium draws on the Greek agora, a focus of cultural and social activities. A large community space where people can enjoy a sense of pleasure and well-being quite apart from the match. The game lasts just two hours, but these structures can be used every day and all the year round.” This is a new way of getting rid of those grey patches of violence which have spread to places originally created for pure entertainment. What lies behind this project, this insight that has injected a new vitality into stadiums? “The ingredients are simple and come from way back. The first is generosity. Then I asked myself: ‘What generosity mean today, in the third millennium? Getting away from the purely CatholicChristian concept of generosity?’ This interpretation could be a bit reductive. Being generous means being selfless and wanting to give. Specifically, in my case, it means creating spaces

where people will feel at home. When I say my purpose is to create architecture that lodges easily in the collective memory and is not just self-celebratory, I mean the architect has to design a building with a sense of generosity. I see architecture as a service rendered to others. We live in a world where the quality of life all too often gets pushed into the background. We need to remember that society comes from ourselves, our parents and grandparents. Their ethical values have definitely faded. Tolerance, for example, is a word we’ve forgotten. We need to take words like generosity, patience and tolerance, give them to an architect and tell him to embody them in a project for a space which is much more than a soccer match. Today this means reinterpreting the stadium, with the concept of the agora as a really classical place for keeping company, not stirring up conflict. As a professional, I want to eclipse myself and use my professional skills and technical know-how to rebuild and reinvent, giving people spaces where they can gather as they used to.” Apart from the stadium in Turin, other stadiums are being built at Ponsacco, Viareggio, Legnago. Since these are smaller cities, did you alter the basis concept? “The basic philosophy as I see it is always the same. Obviously the dimensions vary and every stadium has to meet the needs of the location and the city it’s built for. But I want to use the opportunity to create friendly spaces people will enjoy using. If I think of the Darsena in Viareggio, the stadium embodying this concept will enhance a historic area near the port, refurbishing it and providing an alternative to the seafront promenade with lots of shops, restaurants and entertainments.” In the case of a big city, is it even more important to optimize spaces? “ We’re talking about enormous volumes that are used for just two hours a week. Go and have a look at San Siro or any other stadium in Italy. Everywhere you’ll see wire fences, metal gates, turnstiles, security corridors. You want to ask ‘Am I in a stadium or a Nazi lager?’ All at once this enormous volume is miraculously filled and comes to life. But it doesn’t come to life with pleasure in the game. All too often you see only violence, disorder, people who won’t talk to each other, who aren’t having fun together. Here we have almost 80,000 people struggling against each other, bringing their anxieties, their problems to the stadium. Then all at once the show ends, the lights go out and everyone goes back home without even talking to each other. There’s no socialization and this is incredible! At other times they yell like crazy for 90 minutes at their enemies, and again everyone goes home afterwards and that’s it! It’s sheer folly! I want to contrast this with my idea of a stadium, a gathering place... I looked at it like this: if you go to Piazza San Carlo in Turin, you don’t see people shouting, yelling, insulting each other, filled with

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nesses which were actually solid. If differently managed, in the short term, they would probably have provided employment and created real added value for the benefit of the country or (in the case of multinationals) countries where they do business.


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the ‘perfume of living.’ This is possible only when one has worked on himself, because that’s the only way to achieve the extraordinary and work out a new conception of difficult spaces like stadiums... “All this is quite true and it’s a path I’ve followed. I don’t expect to heal soccer. But I think we can use soccer to create something beautiful for both the stadiums and the people, by applying generosity to foster well-being and enhance the quality of life. The basic idea is we can’t just conceive a stadium for soccer alone. Soccer today arouses fear, but we want to build a stadium that is multifunctional, and one of the functions, not the only one, will be the match.” Another important task would be to upgrade the universities and their historic buildings.... “Certainly, because it’s essential to bring development to historic spaces. They have to reflect the new perspectives and cultural developments...” We end our conversation on this note, passing from stadiums to universities, and reflecting on new spaces of social life, the need for other agoras.

GALILEO, THE PATH TO THE FUTURE INTERVIEW WITH GIULIO PERUZZI AND SOFIA TALAS BY ANGELA PAGANI It was a real stroke of luck to be able to visit the exhibition “The Future of Galileo” with two exceptional companions, the curators Giulio Peruzzi and Sofia Talas. With their profound knowledge of Galileo they guided me through the various rooms of the exhibition at the Centro Culturale Altinate. The exhibit was designed by Studio Gris, with graphics by Peter Paul Eberl. The exhibition in Padua seeks to be more than just another commemorative exhibition for the UN’s International astronomy year to mark the four hundredth anniversary of the first use of the telescope by Galileo. Above all it seeks to create a path that guides the visitors, leading them by the hand, through an evocative and skillfully designed layout. We know it is hard to pinpoint the exact date and place of birth of modern science. The phase of gestation embraces a period of almost 150 years, emblematically contained between 1543, the date of publication of Copernicus’s De Revolutionibus and Vesalius’s De humani corporis fabrica, and 1687, with the publication of the Newton’s Principia Mathematica. And it does not involve just a single city or a single country, but Europe as a 144

whole which, through humanism and the Renaissance, drew on the legacy of the medieval developments of Arab science. Visiting the rooms one by one is like an initiation that starts in the past and leads us towards the future. The authentic documents, including books from the period, illustrations and film clips produced specially for the exhibition, make a great impact. Some of the exhibits are original. An example is the astrolabe by Arsenius dating from the 1600s, a two-dimensional model of the universe and a jewel of the art of the Renaissance scientific instrument-maker. Or the Astronomicum Caesareum by Petrus Apianus, a volume held to be the most beautiful and intricate Renaissance book on astronomy. Numerous items have been lent for the occasion by international institutions such as the CERN in Geneva, the leading center for the study of nuclear physics, while much of the equipment comes from the Centro Culturale Altinate. The visitor leaves thinking of the near future, when the recent discovery of dark matter will provide us with much more knowledge than we possess today. “What we now lack,” observes Giulio Peruzzi, professor of the historicalepistemological foundations of physics at the State University in Padua, “is a kind of illumination that will rescue us from this stalemate and, I may be permitted to add, will really take us into that future where matter and antimatter meet at the ‘speed of light.’ Then we will fully experience what Albert Einstein discovered with his theory of relativity. That spark will be the long-awaited scientific breakthrough we are all hoping for in this third millennium.“ These two great characters, Galileo and Einstein, were a model for numerous other scientists, who learned from them to make discoveries that are helping provide scientific and practical answers today. In a world already without boundaries, infinite, without void, without a “fear of darkness” but full of light, that light that will lead us to a knowledge of other dimensions, further wisdom to understand and live. Galileo’s work stands right at the heart of this long period of gestation. The undeniable greatness of Galileo lies in his conscious departure from the dominant tradition and the way he approached the problems of nature in a highly innovative way. When we read his works today, we feel we are reading the writings of a modern scientist. This is why Galileo’s work marks an emblematic turning point: before him our knowledge of natural phenomena was essentially bound up with direct observation. From Galileo on, observation was backed up by and integrated with experimentation. Before Galileo there were few instruments and they were used to make certain mathematical and astronomical measurements, or more often employed to satisfy the needs of everyday life. From Galileo on instruments become indispensable aids in the expansion of scientific knowledge. Before Galileo, science was reduced to describing the natural world on the

basis of rules codified in books. After Galileo it was the free and rigorous exploration of new knowledge. So Galileo, in the course of the centuries, has come to stand for the birth of modern science, the fusion of technology and science, an understanding of the scientific method, the need for freedom and rigor in scientific research. The fields which he first explored and the instruments which he and his students invented or perfected laid the foundations of the subsequent scientific developments, right down to the present, and from the present to future. “Il futuro di Galileo” Padova-Centro Culturale Altinate, via Altinate, 71 www.ilfuturodigalileo.it

FLYING HIGH AN INTERVIEW WITH MATTEO MARZOTTO BY VALENTINA PAGANI AND ZENONE DALLA VALLE I had met Matteo Marzotto long before doing this interview for this magazine, always on informal occasions. It now felt strange, years later, to have dinner and then start work. Usually it’s the other way round. I ascend the steps of a beautiful home in Milan and go indoors. Myriads of colors, endless evocations, a model helicopter, any number of photos, of the family, of affections, of passions. Passion. Here’s the word I’d use to describe him. His passion for life. For work, for sport, for nature, for this country... Over the next two hours, Matteo gives me a glimpse of an intense life, of someone who lives everything at high speed, but without losing control, always ready to put himself on the line with courage and enthusiasm, regardless of his name but with the responsibilities stemming from it. As president of the ENIT in the last eight months, he has been exploring the tortuous labyrinths of the Italian public administration, trying to inject innovative ideas and a much needed business approach. Matteo Marzotto explains how he came to be the president of the ENIT, the Italian tourist board, by a lucky accident, an unexpected and exceptional event… “I thought the fashion sector and textiles were going to be my whole life. Telling the world about Italian products, what’s more with an important brand like Valentino, in a country I’m passionate about, that was an intense experience. Certainly the years with Valentino were the whole of my professional life. But I chose to accept the fascinating offer to become president


“Writing an autobiography, talking about myself, was a lot more difficult than I imagined. I accepted this invitation from Mondadori as a sort of provocation. It’s collection of reflections about my experiences over the years as they passed before my eyes. That was how I came to write the book and I brought it to an end in a precise context, the times we’re living through now. The beginning of the crisis and certain observations on our attitudes to consumption today and in our parents’ time. After resigning as president of Valentino I thought I’d finally have the time to mull things over. Instead I discovered a side of myself I’d never imagined, the fact that I just can’t stay still. An unexpected form of hyperactivity. I found myself reacting to stimuli I’d always ignored. Perhaps because I belonged to that kind of world. So they proposed a thousand things for me to do and I began a new cycle in the knowledge of myself that I’d never imagined before. All this gave rise to my book, an autobiography. The proceeds will go to the Foundation for Research into Cystic Fibrosis. I was one of its founders and I’m now vice president. Being in the public eye is essential. It’s a way to highlight the Foundation created to study and fight the illness to which I lost my sister Annalisa. I want to put a lot of passion and energy into it.” As I take my leave of Matteo he gives me further food for thought. “I thank God every day for what I’ve had. I feel responsible to the people who work with me, for the decisions I take.” In these words I rediscover the person I had fleetingly known long before this interview.

CAPUCCI REVEALS THE SOUL OF HIS CREATIONS BY GIUSEPPE URSINI “I need to surround myself with beauty, with pure beauty, to transform it into energy and create the things I have in mind and have always made. I use everything to enrich my spirit and this inner well-being is present in my works. For me it is a continuous physical need and a mental exercise.” It rarely happens that I interview someone and am enchanted by their soul. Rarely, because it is rare for the spirit to emerge freely, detaching itself from its roles and the external interpretation of its appearance, replaced by being. Yet this is what happened with Roberto Capucci. Arriving in Venice and making my way to Palazzo Fortuny, 145

STILE ITALIANO/ N.6-2009

system is and masking the true causes of the crisis. Our generation is certainly living through a very interesting period, a historical turning point. There’s no immediate risk of a bomb attack, but some people think it’s in the offing. But Italians, so divided and individualistic in some ways, have always shown they know how to tighten their belts. It’s a cultural fact. No one is capable of living through a crisis like us. In 48-50 years of our republic we’ve had 56 governments. If this isn’t a crisis... And I’m afraid there are all the signs of it.” From the private world to the institutional... How has that changed your outlook? “Getting things done in the institutional field is not just difficult, it’s a battle. Sure, there are positive signals, and there’s no lack of resources to promote Italy. But the resources are in the hands of institutions that often just promote themselves. They can’t act for the greater good. They fail to see that Italy’s brand value is what counts today. ENIT, the tourist board, can invest about 11-12 million euros, after paying its expenses and fulfilling all its administrative duties. Compare this with the other EU countries. France can spend over 360 million euro (and since this is the gross figure, it’s a completely different order of magnitude). Spain is said to be able to spend over 400 million... That’s a big difference. Under its mandate ENIT ought to act as a kind of team leader abroad, a sort of central coordinator that guides the regions in their promotions. Politics should not preside over the territory”. Turning to the name and concept on our masthead, don’t you feel we should speak of “Italian Style”, the Italian hallmark and not just things “MADE IN” Italy? “In Italy, I truly hope and believe we will never lose a certain type of industry. I’m struck by the fact that we have never succeeded in making the most of the center-south, with special regulations covering labor costs. All attempts to encourage production to move from the north of Italy to the south have failed, for various reasons, structural and economic. We’ve gone on in this way in an unregulated market, exporting skills and know-how to foreign countries. I’ve never understood if we could do otherwise. In these ten years of hectic growth there hasn’t even been time to attempt a different approach ... we’ve reached the point where we’ve lost skills, perhaps because we ran too fast. I do believe, however, that it’s possible, in certain categories of goods – think of textiles and clothes – or upmarket brands, for Italy to stand for guaranteed quality again. The deeper the crisis the more demanding consumers become about which country their garments are made in. In hard times brand loyalty matters”. Your autobiography has just come out. Writing an autobiography is a bit like drawing a line under the past and looking at yourself from outside, with the risk of discovering a different self...

English version

of ENIT. It seemed was a logical development of my experience and the historical period I was living through. Today I want to do my part by staking everything on my abilities at the National Tourist Board. I wanting to show this country’s proud achievements.” What’s your take now on your time at Valentino? “1998 to 2008, that was a fascinating decade. In those years we created the Luxury goods compartment ‘container.’ We made the breakthrough towards luxury rather than exclusiveness. Against this backdrop we worked to increase the range of consumers, a world with a purchasing potential of 2 billion people. Only a small percentage of them could afford our products, but it was an enormous number if you see it as an absolute figure. It was a fascinating and exceptional combination of events, you just had to live through it! In my case, finding myself in this specific historical period in positions like those I’ve held showed me how rare these opportunities were. You have to experience them at first hand. I still feel it was a wonderful period, when I learned a lot and gave all I could, working with great determination”. How important is tourism to Italy? “Tourism is an extremely important sector than needs to be developed because it is one of the country’s principal resources. If we consider the ratio between the number of jobs it creates and its slice of the GDP, it may well be the most important industry we have. It accounts for 11.5% of GDP and over 3 million jobs, directly or indirectly. Italy tends to neglect these facts. It fails to capitalize on tourism, even though we all live on it to some extent: vacations, business travel, major trade fairs, seasonal activities and much else.... Then tourism has become a primary good, a priority. Fifty years ago things were different. The primary goods were different. Thirty years vacations were longer and more continuous. Today we prefer to take two or three one-week breaks that enhance the quality of our lives, taking the chance to travel near and far. We can explore our artistic heritage and even make it known to young people. I feel this is having an important social effect. In 2007, 43.7 million tourists visited Italy from abroad, passing an average of 4.7 nights here. Nearly 44 million people came and spent a total of 164 million euros. If we could only persuade them to stay for an average of 5 nights and eat one meal more, we could boost our earnings 14% without batting an eyelid.” About the “crisis”... “It’s galling to think about the crisis. It means admitting we now that we were living in a world that was growing anomalously. Ever since the first speculative bubble in the late nineties (19971999) and all through 2000, telecommunications and the luxury sector were distorting values. Then came 9/11 which made everything more complicated, revealing just how vulnerable the


STILE

Editoriale / Editorial Sommario / Summary

Non solo stadio / An Enduring Passion

CULTURA NEL MONDO

6

ANNO III. N.6

15 DICEMBRE - 15 MARZO

all ep ar ol e

“Volare alto” / Boroli, Architecture in a Glass

si svela nell’anima delle sue creazioni

I TA L I A N O

Finanza “creativa” / Spectacles in Cinemascope

Galileo. Passaggio al futuro / The “Lady of Pinot Noir”

Capucci

L’uomo e il mare/ Il Rigoletto: The Thrill of Taste Capucci si svela nell’anima delle sue creazioni / Lorenzo: The Sea on the Table

Virtute Siderum Tenus Emozioni ad alta quota / A Life for Ballet Noi Siciliani / Design&Art Dolce brivido tutto italiano / Defending human rights

In ascolto del vento migliore / Simme ‘e Napule paisà! News La Villa del ‘Gattopardo’ / The Villa of the ‘Leopard’ English Version

CULTURA NEL MONDO

Palace Hotel e i suoi ospiti, i libri / Christmas Traditions in Italy

rist a.

Frattini, sicurezza, giustizia e libertà / The Myth (MiTo) Returns

Libertà

2009

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento Postale - 70% - DCB Milano Tassa Pagata/Taxe Perceu/Ordinario

Scarpe come “culto”... / Delta is Sired by Bravo

stile ITALIANO

Libertà alle parole / Arthemisia Focus on

tu u af r u t a r e t t e L

Virtute Siderum Tenus

Intervista a Matteo Marzotto. “Volare alto” Intervista al ministro Frattini. Sicurezza, giustizia e libertà Emozioni ad alta quota Wake 46. L’uomo e il mare Noi Siciliani Intervista a Gino Zavanella.Non solo stadio Finanza “creativa”

Galileo Galilei

Passaggio al futuro Euro 10,00 USD 20,00

trimestrale / NUMERO

6

2009

Stile Italiano Cultura nel Mondo  

N°6, 15 dicembre/15 marzo

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