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editoriale 4 Una malintesa rappresentazione femminile donna... donne 7 Ode alla donna 9 D come donna D come dirigente 10 Rompere il muro del silenzio 12 Nella mente dell’uomo autore di violenza 16 Asola danza con il mondo per le donne 20 Ferite a morte 22 Leggimi... tu che puoi! 23 “Leggere Lolita a Theran” 24 “Controvento” 25 “Veniamo tutte per mare” 26 Un coraggio straordinario 28 Il talento per la scrittura 30 Femen 33 Donne modello 34 The Iron Lady 36 Coco Chanel 40 Donne e videogiochi il quadrato 42 Investite nelle vostre passioni krisis 44 La rivoluzione dei nuovi rentiers 46 Il lavoro che non esiste più psicologia 48 Stress società 50 Monti ha WathsApp? cinema 52 Se dico De Sica a chi pensi? ismanetto 54 Jailbreak: istruzioni per l’uso sport 56 Corri per... 58 Campionati studenteschi 2013 ipsedixit 62 Aforismi e dintorni chine 65 Wolf 66 Panta rei svago 68 Prof si nasce 70 I giochi di FXP l’oroscopo 72 Le stelle del 2013

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una malintesa rappresentazione femminile Mai perdere di vista il nostro bene principale: noi stesse

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el Casertano, Rosaria Aprea, 20 anni, presa a calci dal convivente con ferocia, è ricoverata in ospedale dove lotta per la vita ma è stata già operata per l’asportazione della milza mentre l’aggressore, 27 anni, è stato fermato dalla polizia. Non è la prima volta che Rosaria veniva picchiata selvaggiamente dal suo convivente. Rosaria è bellissima, e voleva fare la miss: il suo peccato fatale, secondo l’uomo che avrebbe dovuto amarla ma che la possedeva soltanto. Rosaria, purtroppo, non è sola. Ogni giorno ci capita di selezionare, filtrare, scrivere, raccontare, storie di donne abusate, picchiate, ammazzate, mai amate. C’è un filo che lega il delitto del femminicidio a una sub cultura che relega la donna nel ruolo perenne di comparsa, valletta, accompagnatrice, in cerca di approvazione dall’uomo di turno, sempre, in tutti i contesti? Questo estremo bisogno di seduzio-

ne che c’è in giro è l’espressione della stessa malintesa rappresentazione del femminile in un Paese che non riesce a crescere, evolversi? C’è un legame tra l’ostentazione di plateau, siliconi, ritocchi, quarte di seno toniche e vincitrici della legge di gravità anche a sessant’anni, con il nostro essere sempre più emarginate nei posti che contano, nell’economia che conta, nei consigli di amministrazione che contano, nelle scelte politiche che contano? Qualche giorno fa ho intervistato il fotografo Oliviero Toscani, “reo” di non aver censurato quello che troppi uomini pensano: se una donna provoca, poi il delitto se lo va a cercare. La sua teoria fa acqua da tutte le parti: non vengono violentate solo le donne belle e provocanti, tanto per dire la prima obiezione che mi viene in mente. Ma con lui ho discusso a lungo dello svilimento della donna che ho scoperto, con mia grande sorpresa, di condividere: come può passare questo discorso senza che abbia il profumo del machismo di cui Toscani l’ha connotato? Fondamentalmente ognuno deve essere libero di vestirsi/ truccarsi/ acconciarsi come preferisce. Non credo assolutamente ci sia una relazione tra questo e il reato di stupro o il femminicidio, e la violenza in genere. La condanna deve essere senza se e senza ma. Esiste però un rincorrere, da parte nostra, di noi donne, quel modello che proprio l’uomo be-

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cero che ha ridicolizzato questo Paese, ha ritagliato per noi. È evidente. Quell’uomo ci ha messe all’angolo, ma noi osanniamo continuamente i suoi testosteroni. È questo costante “modus operandi” che mi turba. Osservavo le mamme portare in palestra i piccoli: perché arrampicarsi su tacchi 12 vestite incredibilmente sexy? Si gioca continuamente a confondere il “non essere sciatte” con il “dover piacere sempre e comunque all’uomo di turno che ci giudica”, che sia il capo, l’istruttore di spinning oppure l’amico di sempre. Perché corredare una moto con una donna in bichini che si struscia alla carena nei vari motor show? Perché anche le pubblicità di infissi, arredamento, detersivi, giardinaggio e chi più ne ha più ne metta debbano mostrare fanciulle procaci con la mercanzia in bella vista? Perché di un politico donna si mette in risalto la bellezza oppure, se si cerca di essere neutri la “presentabilità”, e l’uomo può essere tarchiato, brutto, decisamente impresentabile? Mi colpisce la “trasformazione” delle anchor: anche per leggere le news occorrono camicette scollacciate, labbra turgide, e testoline messe di lato un po’ ammiccanti. Immaginate la griglia di parten-

za della Moto Gp senza le “ombrelline”: cambierebbe qualcosa nella gara senza questo orpello? No. Vanno benissimo i numeri verde per denunciare lo stalker, i sostegni alle vittime di violenze, devono anzi essere incrementati, ma c’è un’altra battaglia da non perdere di vista: quella che proprio noi dobbiamo combattere, ogni giorno, per non perdere di vista il nostro bene principale, noi stesse.

Stefania DIVERTITO (Direttore responsabile) S_divertito@hotmail.com


ODE ALLA DONNA Stupenda immacolata fortuna per te tutte le creature del regno si sono aperte e tu sei diventata la regina delle nostre ombre per te gli uomini hanno preso innumerevoli voli creato l’alveare del pensiero per te donna è sorto il mormorio dell’acqua unica grazia e tremi per i tuoi incantesimi che sono nelle tue mani e tu hai un sogno per ogni estate un figlio per ogni pianto un sospetto d’amore per ogni capello ora sei donna  tutto un perdono e così come vi abita il pensiero divino fiorirà in segreto attorniato dalla tua grazia.

Alda MERINI (1931 - 2009)


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d come donna d come dirigente

Essere donna è un’avventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai. a cura di Vera GERVASIO, Alice GHIROLDI, Federica SCAGLIONI (IIICri)

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bbiamo pensato a lungo quale esempio più concreto e vicino a noi potessimo includere in questa edizione e la risposta l’abbiamo trovata proprio sotto il nostro naso. Chi, se non la donna che guida la nostra scuola da 4 anni a questa parte è l’icona perfetta, che rappresenta al meglio lo spirito della Donna? Giovanna di Re, laureata in lettere classiche all’università di Pavia. Lei è un esempio reale di donna come punto di forza e di grande coraggio perchè la gestione di una scuola e le responsabilità che ne derivano non sono da poco, ci vuole appunto una prontezza e una preparazione costanti per poter “sopravvivere” al continuo mutamento dei giovani e delle differenti situazioni e difficoltà che ogni giorno si incontrano all’interno delle istituzioni scolastiche. Ma si sa, la donna è una fonte inesauribile, ricca di intuito e ca-

pacità di adattamento, è logica, ragionevole e pronta a difendere ciò che le sta a cuore con tutte le sue forze. La nostra preside si impegna ogni giorno per far sì che ciò in cui crede, ovvero noi, la nostra scuola e la fondamentale importanza dell’istruzione, possano portare ad un risultato evidente e fruttuoso, che ci dia un futuro concreto perchè vede in noi le sole speranze di questa tanto sottovalutata “nuova generazione”. Ed è con queste poche parole, ma per noi molto significative, che a nome dell’intero istituto vogliamo ringraziare

la nostra dirigente per la costante fiducia che ci concede anno dopo anno, per ogni esperienza che ci permette di fare ed organizzare all’interno delle mura del Falcone (ma non solo) e per tutto quello che nei prossimi anni ci offrirà: Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se nascerai donna. Per incominciare, avrai da batterti per sostenere che se Dio esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella ragazza. Poi avrai da batterti per spiegare che il peccato non nacque il giorno in cui Eva colse la mela: quel giorno nacque una splendida virtù chiamata disubbidienza. Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede d’essere ascoltata. (Oriana Fallaci)


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rompere il muro del silenzio Intervista a Patrizia ALDROVANDI Presidentessa del TELEFONO ROSA di Mantova a cura di Rossana VILLELLA (Italiano e Latino)

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a quanti anni esiste il Telefono Rosa a Mantova, è molto attivo? Il centro antiviolenza di Telefono Rosa nasce a Mantova nell’aprile del 1997. L’ascolto telefonico è attivo due giorni la settimana: il lunedi dalle 18.00 alle 20.00 ed il giovedi dalle 19.00 alle 21.00. Gli altri servizi che offriamo alle donne sono: colloqui di orientamento con le operatrici; consulenze legali e psicologiche; gruppi di aiuto. Nel 2012 sono state

70 le donne, di Mantova e Provincia, che si sono rivolte al nostro centro antiviolenza. Quali sono le sistuazioni più comuni che vi trovate a dover affrontare? Le donne che si rivolgono a noi lamentano situazioni di violenza fisica, psicologica, economica, sessuale e stalking. La percentuale maggiore di chiamate arriva da donne che hanno un ‘età compresa tra i 28 ed i 57 anni, generalmente le forme di violenza agita sono più di una. La pri-

ma violenza messa in atto è di tipo psicologico (battute e prese in giro dirette ad umiliare; minacce; isolamento e controllo; insulti anche di fronte ad altre persone..). Spesso la violenza psicologica è il preludio alla violenza fisica ed entrambe sono spesso accompagnate dalla violenza economica (controllo dello stipendio o dei beni della donna; divieto o costrizione a lavorare; obbligo di lasciare il lavoro etc..). Lo stalking (atteggiamento persecutorio con telefonate, messaggi, pedinamenti e minacce) viene messo in atto dopo che la donna decide di interrompere il rapporto. Il vostro aiuto è solo di tipo psicologico o anche materiale (nel caso, ad esempio, che una vostra assistita necessiti di un ricovero momentaneo)? Quando una donna necessita di allontanamento dal proprio maltrattatore ci rivolgiamo alle strutture provinciali, regionali o nazionali che hanno case di accoglienza per donne e minori vittime di violenza. Lavoriamo in rete con le istituzioni del territorio

(forze dell’ordine, servizi sociali, Asl, Pronto Soccorso etc..) e le altre associazioni che si occupano di donne vittime di violenza. Quali professionisti operano nel momento in cui è necessario il vostro aiuto? Le operatrici volontarie attraverso specifici corsi di formazioni sono “esperte” di violenza domestica. La altre figure professionali che operano nel nostro centro antiviolenza sono: psicologhe, avvocate; counselor; educatrici. Sono solo le dirette interessate a contattarvi oppure anche parenti e/o amici? In genere sono le donne stesse a telefonare. Qualche volte ci chiamano anche familiari e/o amici ma in questo caso li invitiamo a farci chiamare dalla donna che subisce violenza. È molto importante che sia lei stessa a decidere di chiedere aiuto altrimenti ogni intervento sarebbe vano. In che modo le donne interagiscono e si confidano a voi? Le donne che si rivolgono a noi trovano un’operatrice che prima di tutto crede a quanto raccontano, generalmente quando una donna chiama un centro antiviolenza ha già cercato aiuto fra le 5 e le 12 volte prima di ricevere una risposta appropriata e di

supporto. La nostra metodologia è centrata su questo tipo di comportamento: a) non giudichiamo il comportamento o le scelte della donna; b) non sottovalutiamo o minimizziamo la situazione; c) non prendiamo decisioni per lei. La centralità della donna ed il rispetto delle sue decisioni sono fondamentali. Quando una donna si sente accolta, creduta e non giudicata si apre con facilità. Qual è il loro atteggiamento nei confronti dell’aggressore? La violenza domestica viene realizzata da una persona a cui le donne sono legate affettivamente, che amano e che spesso è il padre dei propri figli. Questo le porta a giustificare il comportamento del partner, a sviluppare sentimenti di protezione nei suoi confronti e di speranza in un suo cambiamento. Questa speranza le tiene legate al proprio maltrattatore per tanti anni. In che modo riescono poi a interagire con altre persone (in senso affettvo)? Le donne vittime di violenza domestica sviluppano conseguenze di carattere psicologico: paura ed ansia; sentimenti di vulnerabilità, perdita e tradimento; perdita di autostima; auto colpevolizzazione; disperazione, impotenza;

depressione ed ideazione suicidi aria. Questo “sentire” influenzerà gli eventuali rapporti affettivi con altri partner. Come riescono ad affrontare la situazione e a superare il trauma (creando anche una nuova vita)? Le donne riescono ad affrancarsi da situazioni violente con l’aiuto della famiglia e della rete amicale quando presente nonché della rete sociale del territorio (centri antiviolenza, servizi sociali, forze dell’ordine etc..). Purtroppo ci sono poche risorse sociali per queste donne che non sono agevolate, aiutate e sostenute. Se la sente di dare un consiglio a quelle donne che, vittime di violenza, nutrono mille dubbi e mille remore riguardo l’azione da intraprendere? Il consiglio che posso dare è di rompere il silenzio che spesso circonda questo fenomeno. Di non vergognarsi, sentirsi in colpa e parlarne con qualcuno. Rompere il silenzio è il primo passo per uscire dalle situazioni di violenza. Possono chiamare il numero verde gratuito 1522 del Dipartimento Pari Opportunità oppure il centro antiviolenza più vicino. Grazie davvero per la sua disponibilità Grazie a voi.


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nella mente dell’uomo autore di violenza

Intervista al centro LDV di Modena, unico nel suo genere a cura di Andrea MANISCALCO (VBs)

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i sente tanto parlare di violenza sulla donna e delle ripercussioni che questa ha sulla vita delle stesse. Ma l’uomo? Quali sono i fattori che lo spingono ad essere violento con una donna? Per la prima volta proviamo a metterci nei panni dell’uomo autore di violenza, analizzando i fattori scatenanti che lo portano ad essere violento con una donna, e lo facciamo intervistando il centro LDV di Modena, unico in Italia nel suo genere. Solitamente quando si parla di violenza sulle donne si fa riferimento in generale, ad una condizione in cui la donna, essendo di fatto“più debole” di un uomo, subisce delle violenze, che possono essere verbali, fisiche oppure stalking, Siamo venuti a conoscenza del vostro centro , e sappiamo che siete l’unico in Italia nel campo del pubblico, a trattare con uomini violenti al fine di accompagnarli ad un cambiamento. Innan-

dalle quali difficilmente riesce a difendersi diventando così una vittima. Siccome però purtroppo nel mondo, ad oggi, sono ancora molte le violenze sulle donne, bisognerebbe concentrare l’attenzione su quelli che sono i fattori scatenanti di questa violenza. E per farlo bisogna “entrare” nella mente dell’uomo che ha fatto violenza per vedere se effettivamente esistono dei conflitti interiori che si sono trasformati in follia e sono sfociati in violenza, oppure stabilire se dipende dalla cultura e dalle convenzioni sociali. Il supporto psicologico quindi non andrebbe dato solo alla donna ma anche all’uomo che fa violenza, perché è evidente che esiste un qualche cosa insito nella mente dell’uomo che lo porta ad essere violento, e quindi andrebbe preso e curato. In questo senso si è mosso in Italia il primo e unico centro a trattare con uomini violenti. Si chiama LDV (Liberiamoci dalla Violenza), è a Modena, e figura come struttura sanitaria pubblica dotata di psicologi con il fine di accompagnare l’uomo violento ad un cambiamento. Abbiamo posto loro alcune domande sulla loro realtà e il contesto in cui operano per poi entrare più nello specifico ,valutando più da vicino la questione uomo autore di violenza.

zitutto qual è stata l’esigenza principale che vi ha spinto ad aprire questo centro? E perché proprio a Modena? Si è vero, ad oggi siamo l’unico centro in Italia ad occuparci di liberare un

uomo dalla violenza, anche se in questo senso si stanno muovendo molte realtà affascinate e colpite dal nostro lavoro, come ad esempio Torino, dove stanno aprendo un consultorio analogo al nostro, oppure

come a Ferrara dove è appena nato un consultorio analogo al nostro. Il centro è sorto a Modena non per caso, ma per far fronte ad una richiesta di individuazione di strategie a contrasto della violenza sulle donne. Infatti la città di Modena dal 2007, è inserita in un protocollo speciale prefettizio, comprendente istituzioni di vario genere (dalle ASL, alle forze dell’ordine, alle scuole) e anche associazioni. La mission quindi della città di Modena è proprio quella di un lavoro sinergico e cooperativo tra istituzioni e associazioni, a contrasto del fenomeno. Qual è stata la vostra “fonte di ispirazione” ? Vi siete rifatti a qualche realtà analoga già presente in Europa o nel mondo? Il nostro centro innanzitutto, è inserito nel consultorio familiare presso la nostra struttura sanitaria, quindi operiamo nell’ambito del pubblico. Noi ci siamo ispirati al movimento Alternative Violence di Oslo, dal quale abbiamo appreso le varie metodologie di lavoro dalla presa in carico del paziente. Sulla base di questa realtà norvegese poi è partito un corso di formazione per psicologi che hanno appreso e approfondito il lavoro dei colleghi norvegesi. Suc-

cessivamente un docente dell’Università degli Studi di Parma, ha condotto delle interviste a scopo statistico, ai detenuti che avessero fatto violenza sulla donna, delle carceri di Reggio Emilia e Modena. I dati raccolti da questi dati poi sono stati sistematicamente messi insieme per vedere se la violenza sulle donne nel territorio Modenese e Reggiano, fosse il frutto di un vissuto particolare dell’autore della violenza oppure prescindesse da cause di tipo socio-culturale. Inoltre poi sono stati raccolti i dati da infermieri e medici del Pronto Soccorso di Modena, i quali catalogavano tutte le entrate di donne che avevano subito violenza e ne documentavano il triage. Successivamente sono stati incrociati questi dati, sono state attivate delle sensibilizzazioni a livello territoriale sul tema, e poi è arrivato un micro finanziamento dalla regione Emilia Roma-

gna che ha permesso di far partire il centro LDV. Entrando nello specifico del vostro operato. In che cosa consiste il lavoro dello psicologo che prende in cura il paziente violento? Come già citato prima, il nostro lavoro si rifà alla realtà del centro norvegese. In particolare il nostro lavoro consiste in 2 fasi: una di inquadramento e l’altra di terapia vera e propria. Nella prima fase si svolgono 3 sedute per valutare se esistono le premesse per far partire una terapia, ossia valutare innanzitutto che il paziente non soffra di patologie mentali e poi che non sia tossicodipendente e/o alcolista, insomma si valuta che la violenza non sia indotta da fattori esterni dovuti a cause organiche oppure a sostanze assunte. Poi se ci sono le premesse, si inizia la terapia che consiste in un ciclo di 4 incontri individuali oppure collettivi.


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Nella prima seduta si fa ricostruire all’uomo l’episodio o gli episodi, e in particolare che cosa ha provato o cosa prova durante la violenza, quali sono le sue emozioni, i suoi pensieri ed eventualmente se è riuscito a razionalizzare l’accaduto. Successivamente si fa un altro incontro in cui gli vengono spiegate le responsabilità legate all’atto che ha commesso, quindi che cosa pensano i figli, se la coppia ne ha, della vicenda, oppure che idea si è fatta la partner dell’uomo, oppure ancora il clima teso e di paura che si insatura in famiglia, quindi tutto ciò che consegue all’atto della violenza. Nel terzo incontro poi viene stilata una storia personale del paziente, quindi si va a valutare se la violenza deriva da un trauma infantile o da un vissuto particolarmente traumatico oppure se è un fatto di convenzioni culturali o sociali. Infine nell’ultimo incontro si fa acquisire consapevolezza dell’accaduto al paziente che ha così imparato ad accettarlo e a riconoscerlo come grave e perturbante per il contesto famigliare. A questo punto il ciclo terapeutico è terminato, successivamente vengono fatte delle chiamate a domicilio per vedere se vi sono state delle ricadute, quindi si tiene monitorato

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Che tipo di uomini si presentano da voi? Si rivolgono a voi spontaneamente oppure vengono accompagnati da famigliari o nei casi più problematici dalle forze dell’ordine? La prima domanda non può avere una rispoMonica DOTTI sta univoca nel senCoordinatrice so che l’uomo che si il paziente, del progetto LDV presenta da noi, è la che non è dell’A zienda USL persona della porta più un padi Modena accanto. Mi spiego. ziente ma Gli uomini che venè un uomo gono da noi sono persone libero dalla violenza. di tutto rispetto che svolVi avvalete soltanto di gono un regolare lavoro, psicologi oppure anche che magari sono il fruttidi medici psichiatri? È vendolo all’angolo o il carsufficiente la psicoterarozziere di fiducia. Sempia o alle volte è necessario ricorrere anche alla plicemente questi uomini, che non diresti mai essere cura farmacologica in autori di violenze su una ambito psichiatrico? Noi ci avvaliamo solamen- donna, hanno magari un te di psicologi, anche se un passato oppure delle condizioni culturali tali da pormedico psichiatra è a nostra disposizione se vi sono tarli a compiere gesti, che magari neppure loro stesdelle situazioni border-lisi vogliono compiere. Essi ne. Non trattiamo farmasi rivolgono spontaneacologicamente i pazienti mente al nostro centro, e le perché il nostro approccio terapeutico è solo ed esclu- partner vengono avvisate telefonicamente che absivamente psicoterapeutibiamo preso in carico i loro co, quindi non potendo lo mariti o fidanzati presso psicologo prescrivere farmaci non vengono adope- il nostro centro. Dopo le rati. Qualora si verificasse- donne non vengono più ricontattate. ro particolari e importanti Ma entriamo nello specisituazioni di agitazione fico della mente dell’uoil paziente viene affidato allo psichiatra di turno che mo violento e dei pensieri che lo caratterizzano. Che provvederà al trattamento farmacologico di pronto cosa spinge un uomo a fare violenza su una donsoccorso.

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na? Ci sono delle effettive cause scatenanti, per esempio traumi infantili, violenza su di essi da parte di un famigliare, educazione troppo repressiva, che rendono un uomo violento? È evidente che ci sono delle precondizioni scatenanti di queste violenze, e questo è emerso sia dai dati raccolti dal docente di Parma negli istituti di detenzione, sia dalle storie dei pazienti che abbiamo avuto in terapia. Vi sono infatti due tipi di fattori: uno famigliare legato all’educazione e uno sociale legato alla cultura. Ci sono persone infatti, che nella loro età infantile, hanno subito delle violenze da parte di uno dei due genitori, oppure le hanno viste fare tra i genitori. Questo ovviamente è un dato importante perché è chiaro che chi ha vissuto questo tipo di esperienze, che possiamo catalogare come traumatiche, ha una buona probabilità di diventare violento. Oppure vi sono delle cause che attengono a fattori culturali. Ad esempio vi sono alcune culture, che vedono la donna come un oggetto, del quale quindi l’uomo si sente in diritto di fare ciò che vuole; e in questo caso è minore il senso di colpa, proprio perché l’uomo, legato profondamente alla

sua cultura, si sente di aver quasi aderito ad un ideale alto e importante, degno di riconoscimento da parte della società che esprime quella cultura. In che cosa consiste il “cambiamento”, al termine di un trattamento psicoterapico? L’uomo al termine del trattamento terapeutico, può definirsi depurato dalla violenza, proprio perché è stato accompagnato in un percorso che gli ha insegnato a riconoscerla e a catalogarla come negativa. Inoltre noi possiamo dire di non aver mai assistito ad una ricaduta, da parte degli uomini che sono usciti dal nostro centro, quindi probabilmente funziona. Valutando la questione dal punto di vista macroscopico, ci sono stati dei cambiamenti a livello sociale nel vostro territorio (riduzione degli stupri, riduzione delle violenze domestiche, etc. …)? A questa domanda mi risulta difficile rispondere. Le spiego perché. La nostra città, come dicevo prima è stata dotata di un protocollo prefettizio a contrasto del fenomeno della violenza sulla donna. E questa è un’ottima cosa, ma il problema è che ad oggi non c’è mai stato un monitoraggio sinergico

dei dati raccolti da questa macro collaborazione tra enti e associazioni, quindi non posso fornire prove certe della riuscita del lavoro. Una cosa è certa, vedendo sempre più uomini negli anni, che si rivolgono al nostro centro, possiamo dire che qualcosa sta cambiando, se non altro sta passando un forte e chiaro messaggio, che magari in passato non riusciva a passare. Infine, ringraziandovi per il tempo dedicatoci, vi sentireste di consigliare a qualche ente oppure struttura sanitaria di intraprendere la vostra strada aprendo un nuovo centro LDV? Certamente, visto che costituisce una opportunità importante sia per gli uomini, che vengono di fatto depurati dall’odioso demone della violenza, che per le donne, le quali possono instaurare un rapporto migliore e tranquillo con il partner. Diciamo che in generale è utile a tutti proprio perché è mirato al benessere del contesto famigliare, quindi stando bene i genitori, ne consegue che stanno bene anche i figli e la società in generale. Quindi sarebbe opportuno che tante città si approcciassero a questa iniziativa, al fine di contribuire ad instaurare un benessere comune.


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asola danza con il mondo per le donne

Un miliardo di donne stuprate sono un’atrocità, un miliardo di donne che ballano sono una rivoluzione a cura di Cinzia BERTOLETTI e Alessandra VARONE (IIIBfm-ite)

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l 14 febbraio del 1998, da un’iniziativa della drammaturga Eve Ensler, nasce il VDay, “V” come Valentino, Vagina e Vittoria. Ciò che potrebbe sembrare un banale richiamo al giorno di S.Valentino, ha in realtà un messaggio molto più forte, da intendersi come amore e soprattutto rispetto per le donne. L’iniziativa trae inoltre liberamente spunto dall’opera “I monologhi della vagina” della stessa Ensler, nella quale viene celebrata la donna in ogni suo aspetto. Da ultima, ma non meno importante, la parola vittoria, che ogni donna ricerca in milioni di forme diverse e purtroppo non sempre raggiunge. Vittoria che assume significati differenti in relazione ai contesti sociali e al livello di emancipazione femminile in ogni paese, ma anche naturalmente collegata alle aspirazioni personali di ogni donna. Ed è proprio per ricordare che a molte donne ancora oggi non è concesso di arrivare a queste vitto-

rie, spesso ritenute scontate, che il V-Day ha avuto origine e, grazie al contributo di milioni di persone che credono in tutto ciò, cresce ogni anno di più. L’obiettivo è cercare di far capire che la società non è l’unico impedimento, ma quasi sempre l’ostacolo più grande è rappresentato dagli uomini, che siano essi partner, amici, conoscenti o semplici estranei. In Italia abbiamo dirigenti di grandi aziende donne, ministri e parlamentari donne, manager donne, presidenti di importanti società donne e la donna svolge un ruolo fondamentale sia in ambito famigliare che lavorativo. Ciononostante, una donna su tre tra i 16 e i 70 anni è stata vittima nella sua vita dell’aggressività di un uomo. Sei milioni 743 mila quelle che hanno subito violenza fisica e sessuale. Secondo gli ultimi dati Istat, solo nel 2012, 127 donne sono state uccise per mano di un uomo. Almeno una donna su tre nel mondo ha sofferto

ONE IN THREE WOMEN ON THE PLANET WILL BE RAPED OR BEATEN IN HER LIFETIME. ONE BILLION WOMEN VIOLATED IS AN ATROCITY. ONE BILLION WOMEN DANCING IS A REVOLUTION Slogan dell’iniziativa One Billion Rising o soffrirà di violenza nel corso della sua vita. Ma la cosa ancora più scioccante è che più del 90% delle donne non denuncia le violenze subite, ciò significa che il fenomeno è fortemente diffuso, grazie anche alla comune abitudine di ignorarlo o di non vederlo. Di fronte a tanti che tacciono, ve ne sono però altrettanti che scelgono di farsi sentire, scendendo nelle piazze e facendo valere quello in cui credono.

Un mezzo per ribellarsi, ma allo stesso tempo per diffondere la situazione, spesso vittima dell’omertà. E così, ispirata dai concetti di quelle stesse donne che hanno dato vita al VDay, si sviluppa l’iniziativa One Billion Rising (Un miliardo insorge), che è sì un traguardo, ma soprattutto un punto di partenza. Il progetto ha raccolto l’adesione di 202 Paesi, oltre a 5.000 associazioni, innumerevoli ONG e istituzioni, partecipi 7000 isole delle Filippine, 50 città della Turchia, 135 eventi nel Regno Unito, migliaia di manifestazioni anche negli Stati Uniti, in Asia ed Europa, diverse da paese a paese, secondo le tradizioni e le sensibilità nazionali. 100 le piazze coinvolte in Italia, fra le quali siamo

orgogliose di includere anche piazza XX Settembre di Asola. La nostra piccola cittadina è stata infatti occupata da un centinaio di persone, tra alunni e professori del Falcone, ma anche donne venute per sostenere i loro ideali, passanti coinvolti al momento e spettatori incuriositi. A lanciare il primo e fondamentale impulso, una professoressa del nostro istituto, che cogliamo l’occasione di citare e ringraziare. Quasi una settimana prima dell’evento, la nostra professoressa Erminia (da tutti conosciuta come Mimma) Spotti, è entrata in classe proponendoci di aiutarla a realizzare un flash mob, per far sentire la nostra voce anche ad Asola. Passato l’iniziale stupore generale e le perplessità, alcuni di noi hanno accol-

to l’idea e si sono attivati dando vita ad una rete d’informazioni e contatti improvvisata per l’occasione. Incredibile come da uno spunto lanciato per caso in classe, abbia potuto svilupparsi qualcosa del genere, trasmesso prima in un semplice gruppo dedicato agli studenti del Falcone e divulgato poi per passaparola, il messaggio è arrivato fino all’Informagiovani di Asola. Da riconoscere però la diffusione fatta dalla prof.ssa Spotti che, contando sulla propria esperienza in questo campo, ha attivato per prima i suoi contatti, coinvolgendo altri docenti e l’amica Paola Frigeri, la quale dobbiamo ringraziare per aver guidato la coreografia. Ognuno ha collaborato al meglio per trasformare una proposta che ave-


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va creato molti dubbi in realtà. Così, trovate le casse grazie a Filippo Bonazzoli (4c Erika), la piazza si è riempita di persone in nero e rosso, colori simbolo scelti dall’Italia. Qui è iniziato il nostro flash mob, apparentemente una semplice coreografia di 4 minuti, ma in realtà un messaggio forte, un significato importante, un ideale in cui tutti dovremmo credere e per cui tutti dovremmo alzarci in piedi. La canzone Break the Chain, sottofondo dello spettacolo in tutto il mondo, è stata scritta appositamente per

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l’evento ed ha creato un’atmosfera adrenalinica e suggestiva. La vergogna iniziale è stata abbattuta, tra i presenti si percepiva l’entusiasmo e l’orgoglio di ballare per sostenere un proprio principio. Nonostante la consapevolezza che come gesto non possa certo distruggere gli innumerevoli e preoccupanti dati che quotidianamente sentiamo sulle violenze alle donne, questo è stato il nostro modo per “rompere le catene”, che è appunto il significato delle canzone scelta. Rompere le catene è provare a

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cambiare la società, rifiutare ciò che accade nel mondo, aprire gli occhi e non negare l’evidenza, denunciare tutto ciò, manifestare e protestare, donne e uomini insieme, perché la battaglia non può sopravvivere se portata avanti dalle sole donne, ma c’è bisogno di uomini che si mettano in gioco e combattano per i diritti delle proprie moglie, madri, figlie, sorelle, e non, come troppo spesso accade, ne siano i carnefici. Fiere di essere donne e fiere di essere state fra le milioni che hanno partecipato.

IMPRESSIONI Il giorno giovedì 14 febbraio, giornata riconosciuta a livello mondiale a difesa delle donne e contro le violenze da loro subite, si è svolto ad Asola in piazza XX Settembre una manifestazione, un flashmob, conosciuta con il nome di One billion rising, al quale hanno partecipato inizialmente alunni e professori della scuola superiore Giovanni Falcone. Molti passanti incuriositi da ciò che stava accadendo si sono avvicinati; toccati dal motivo per il quale tutto quello stava succedendo e presi anche dalla musica più che orecchiabile, si sono fatti trasportare in una danza liberatoria e significativa sulle note della canzone Break the Chain Vanessa Gloriotti - Maria Cavezzini 3BFM-ITE Il 14 febbraio, chi passava dalla piazza centrale di Asola, era attirato da un grup-

po di ragazze che ballavano per manifestare contro la violenza sulle donne… In quel gruppo c’ero anch’io e, con le mie amiche, in quel momento ci siamo sentite molto unite e convinte che questa manifestazione potesse avere un’ importanza rilevante, perché credo che tutte le donne devono far sentire la propria voce in modo più incisivo. Elena Giudici 3BFM-ITE Partecipare ieri al flashmob contro la violenza sulle donne è stato secondo me un atto molto importante. Far parte di quel milione di donne che si sono ritrovate nelle piazze dei loro paesi per ballare manifestando il loro disprezzo per quello che attualmente succede è una delle cose che più mi riempie di soddisfazione. E’ incredibile infatti come ancora nel 2013, la donna, nonostante giuridicamente venga

considerata alla pari dell’uomo, nella vita di tutti i giorni sia a volte vittima di violenze. Quello che io nel mio piccolo volevo passasse dal flashmob di ieri era proprio questo, il fatto che anche se le donne talvolta non siano senza colpa per quello che succede , un uomo non dovrebbe mai farle del male. Inoltre devo dire che mi sono divertita ed è stato molto coinvolgente perchè quando ballavamo la piazza sembrava piena di gente, piena di calore ed era bello essere tutti uniti per fare qualcosa insieme, qualcosa in cui tutti crediamo. Ho sempre visto solo in televisione questo tipo di cose ma dal guardarle al realizzarle veramente con i propri amici, la propria insegnante e altre persone non c’è paragone. Antonella Mantovani 3BFM-ITE


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ferite a morte

L’uomo non uccide per amore, ma perché non tollera di perdere ciò che considera proprio. a cura di Michelle GALLI (ex studentessa)

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arlare di violenza alle donne può essere rischioso. È facile cadere nella banalità delle solite frasi indignate che scivolano via rapidamente nella convinzione che “tanto a me non può succedere”. La violenza sessuale ha molti volti. C’è una violenza riconosciuta socialmente ed è quella che una donna può subire da uno o più sconosciuti. Poi c’è un tipo di violenza che si stenta a riconoscere ed è quella perpetrata da amici, parenti, fidanzati. Questo perché quando c’è una relazione affettiva tra le persone coinvolte può accadere, e spesso accade, che non si riesca ad avere la piena consapevolezza di quanto sta accadendo. Carnefici e vittime assumono contorni non ben definiti e si rischia di non dare il nome giusto alle cose. Riconoscere la violenza è fondamentale perché l’uccisione di una donna è un femminicidio e non un colpo di testa, e lo stupro è un crimine e non può essere definito una bravata. Accade che spesso, dopo una serata in discoteca o

una festa, ragazze sconvolte, a volte di età inferiore ai 25 anni o addirittura minorenni, si rivolgano a centri di soccorso. Nella maggioranza dei casi, ed è questo che sconcerta, gli autori della violenza sono persone conosciute dalle vittime. Le ragazze si sentono confuse perché si domandano se si può parlare di violenza dato che ad abusare di loro è stata una persona di cui si fidavano. La violenza dal proprio ragazzo o da un amico è più difficile da affrontare, perché è minata la fiducia nel prossimo. Ci si sente doppiamente tradite perché si vive l’accaduto come un proprio fallimento sentimentale. Le vittime si

chiedono se la colpa sia stata loro. Questa oppressione da una colpa inesistente è difficile da superare. Il senso di vergogna ed impotenza spinge molte a non denunciare soprattutto nel caso di persone vicine, poichè si rischia di non essere credute, dal momento che si è data fiducia e confidenza. Gli studi ci dicono che nel caso di violenza sessuale, se a distanza di 3 mesi non si è intrapreso alcun trattamento di elaborazione, il 48% delle vittime sviluppa disturbi da stress post traumatico quali orrore, vergogna e senso di impotenza. La percentuale sale al 67% se non ha chiesto aiuto nei primi due anni dalla violenza. Il 90% dei soggetti che hanno subito violenza sessuale, manifesta disturbi quali depressione, rabbia, senso di colpa, problemi relazionali, problemi sessuali, autolesionismo, disturbi dell’alimentazione. Questi disturbi evidenziano la necessità che il riconoscimento della violenza avvenga anche nella famiglia, a scuola, sul posto di lavoro. Perché una ragazza che non ha denunciato, non ha parlato con

nessuno della violenza subita è una giovane donna che improvvisamente cambia, manifesta quei disturbi che nel caso di minorenni spesso vengono considerati dai genitori solamente delle esasperazioni di comportamenti che fanno normalmente parte dell’adolescenza. Non è facile raccontare una violenza, neppure alla propria madre. (Dati tratti dal Centro SVS e D, soccorso violenza sessuale e domestica della Clinica Mangiagalli di Milano.) Spesso si ha la presunzione di farcela da sole per non investire gli altri della propria sofferenza o per semplice pudore. Purtroppo ciò non fa altro che prolungare gli effetti della violenza, poiché il silenzio e lo scorrere del tempo non potranno che amplificarne il dolore. Molte ragazze non sporgono denuncia, perché si vergognano a dire che erano ubriache, non sapendo che, violare una ragazza che ha bevuto è un’aggravante in sede processuale, dal momento che la vittima non era in grado di reagire e difendersi come avrebbe potuto fare in condizioni normali. Quando si parla di abuso di alcool da parte dei giovani bisognerebbe tenere in considerazione anche questo aspetto e non solo la prevenzione degli inci-

denti stradali. Ubriacarsi o assumere sostanze non significa solo non essere in grado di guidare, ma anche perdere il controllo di sé: per le ragazze divenire vulnerabili e quindi indifese, per i ragazzi assumere comportamenti violenti. Va aggiunta anche la strumentalizzazione politica della violenza ad opera di una propaganda che cerca di alimentare il razzismo e la diffidenza verso le differenti etnie presenti in Italia affiancando tali episodi alla figura degli stranieri. Eppure i dati parlano chiaro: in Italia il 70% dei reati sessuali sono a carico di italiani. I media hanno una grande responsabilità nei confronti della violenza di genere, perché con estrema superficialità presentano il corpo femminile come oggetto di consumo, senza anima, senza voce. In tal modo si creano i presupposti della violenza, abbassando la percezione tra bene e male e la soglia dell’indignazione. Bambini e ragazzi si costruiscono il proprio immaginario erotico attraverso rappresentazioni che rasentano la pornografia. Tutti i mezzi di comunicazione devono assumersi nuove responsabilità senza minimizzare né anteporre a un sano intrattenimento gli inte-

ressi economici di un sistema che vuole i propri consumatori sempre più inconsapevoli e deresponsabilizzati. Se si analizza il tessuto sociale in cui le donne subiscono violenza in Italia si osserva che al Sud come al Nord esiste una cultura in cui le donne soggiaciono al controllo maschile. Ci sono infatti uomini, anche molto giovani, incapaci di instaurare una relazione se non attraverso rapporti di forza o possesso che non hanno niente a che fare con l’amore. Prima della violenza fisica c’è sempre una violenza psicologica che tende ad isolare la donna, allontanandola lentamente dai suoi affetti e dalle sue amicizie. La gelosia diventa così ossessiva e morbosa. Quando la donna si ribella l’uomo non è capace di accettarne l’autonomia, l’indipendenza, la libertà. L’uomo non uccide per amore, ma perché non tollera di perdere ciò che considera proprio. È evidente che il problema è culturale. Gli uomini devono avere il coraggio di lavorare sulle proprie fragilità e rompere il silenzio di eredità pesanti legate a vecchi modelli di virilità e potere che non hanno ragione di essere. Per essere felici, veramente felici in un rapporto di coppia e non solo.


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leggimi... tu che puoi!

“leggere lolita a theran”

Solo l’istruzione e la conoscenza possono rompere le catene e cambiare il mondo

Un salotto letterario clandestino per salvaguardare la propria identità di donna e la propria libertà

a cura di Sara MONIZZA e Luca PARONI (ICri)

a cura di Andrea BERGAMASCHI (IICri)

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h già…molti al mondo non possono leggere questo articolo, strano eh? No non lo è per niente, forse per noi potrebbe esserlo ma per chi si trova in condizioni diverse dalle nostre, come i ragazzi dei paesi in via di sviluppo è la normalità. Purtroppo il diritto all’ istruzione è violato in particolare per le donne alle quali viene attribuito il 34% del tasso di analfabetismo mondiale in contrasto con quello maschile pari al 19%. L’ analfabetismo fa comodo a coloro che vogliono il potere e che, in questo modo, riescono a imporre il proprio volere senza essere contrastati civilmente. Forse hanno paura perché, come dice Nelson Mandela: “L’istruzione e la formazione sono le armi più potenti perché si posso-

no utilizzare per cambiare il mondo”. Ora però c’è un altro punto da chiarire: Perché le donne vengono considerate il sesso debole? Non sono inferiori mentalmente né tantomeno fisicamente, non sono inferiori dal punto di vista artistico, letterario e creativo ma le loro opere nella storia sono in numero inferiore, se non quasi assente rispetto a quelle maschili perché ostacolate da una società profondamente maschilista . Ci sono moltissimi esempi di donne che sono passate alla storia per aver lottato per la parità di diritti, partendo da esempi autorevoli come Rita Levi Montalcini arrivando sino a esempi più recenti come Malala Yousafzai Rita Levi Montalcini è una donna che oltre ad essere diventata senatrice a vita ha anche ricevuto il premio Nobel per la medicina, lei ha difeso la sua teoria sostenendo che: “L’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi sessi”. Inoltre ha affermato di sentirsi una donna libera

sebbene fosse cresciuta in “un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità”, mondo non molto diverso da quello attuale. Tante donne essendo state private del loro diritto all’istruzione si sono rese conto dell’importanza che ha lo studio nella vita di tutti i giorni e si stanno impegnando per non perpetrare questa ingiustizia in futuro, garantendo una società migliore e progredita. Ora tocca a noi costruire il nostro futuro perché, come afferma Sartre: “Ogni uomo è quello che fa per essere. Ognuno di noi è una scultura e il suo scultore al tempo stesso. La natura ha dato a ogni giovane una materia prima da modellare: a uno ha dato il marmo, a un altro il bronzo, a un altro ancora l’argilla. Ognuno ha l’incarico di trasformare questa materia informe in un capolavoro.” Lo studio serve ad affinare una scultura e a far crescere lo scultore. Chi viene privato di questo diritto è come un diamante grezzo e privo di vita.

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egli anni successivi alla rivoluzione khomeinista l’autrice, Azar Nafisi, privata della possibilità di lavorare secondo metodi e convinzioni proprie, abbandona l’insegnamento e organizza un raduno semi­clandestino di letteratura con le sue sette alunne migliori. Le mura del salotto in cui Azar NAFISI si svolge il seminario concedono la magia di a questa ragaztogliersi i veli, di spogliar- zina che Nasi dall’umiliazione e dalla fisi accosta le brutalità: fra storie privadonne iraniate e critica letteraria l’aune, diventate trice permette alle sue ra- il prodotto del sogno di gazze di salvaguardare la qualcun’altro. propria identità insieme Nella sezione successiva al diritto di immaginazio- Gatsby, personaggio di ne, elemento fondamenFitzgerald, aiuta a comtale per chi, come tutprendere il rapporto tra te loro, si trova soffocato realtà e finzione, speranda paure e divieti. Il libro za e illusione concedenè diviso in quattro seziodo anche ai sogni più ni che analizzano accurabelli di avvelenarsi un po’ tamente la realtà svilupcon incubi e terrore. pando nelle lettrici un Con i personaggi di Jamaggior senso critico. mes, invece, ci si misura La prima parte è dedicacon la difficoltà di relatita a Lolita, celebre eroivizzare e si impara a dina di Nobokov: Lolita è il fendersi dalla tentazione sogno perverso di Humdi vedere tutto senza sfubert, che la priva della mature. possibilità di scelta renNell’ultima parte i rodendola impotente ed è manzi di Austen rap-

presentano il tema della libertà individuale, ma anche la complessità degli esseri umani e delle loro relazioni. Donne prive di ogni diritto, pubblici deliri, distruzione e morte in nome di Allah sono solo pochi esempi di cosa rappresenta l’Iran per noi occidentali, ma non abbiamo idea che prima della dittatura di Khomeini si poteva ancora parlare di un paese di sogni e possibilità non così diverso dal nostro occidente. Azar Nafisi è figlia e nipote di donne che avevano potuto sposarsi per amore e vive in pieno il cambiamento tra scelte e restrizioni che la colpiscono come donna e intellettuale ma non spengono la sua voglia di lottare. Significativa è la frase: “Vivere nella Repubblica islamica dell’Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta”. Negli anni successivi al seminario l’autrice decide di trasferirsi negli Stati Uniti e anche per scelte del genere ci vuole un gran coraggio.


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“controvento”

“veniamo tutte per mare”

Il bel libro di Àngeles Caso, uno sguardo intimo, attento alle motivazioni nascoste degli esseri umani a cura di Serena MARALDO (IIICri)

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ontrovento” è un libro di sottomissione e di riscatto, di delusione e di rinascita, di rivendicazione coraggiosa del diritto di madre. Un romanzo che racconta la storia di São, una donna che viene da lontano, da Capo Verde, un’isola al largo della costa africana. Sogna di studiare medicina, di emigrare in Europa e di riscattarsi dalla miseria. Riesce ad approda-

re a Lisbona e questo le sembra un luogo di salvezza. Qui la sua strada si incrocia con quella di una donna europea, colta, benestante, che vive nella paura e che a causa della stessa perde l’uomo che ama. Un confronto tra due culture e un ribaltamento dei ruoli in cui la sventurata diventa salvatrice della privilegiata. Questo libro è un romanzo di amicizie, guerre, d’amore e d’avventura perché questa non è solo la storia di São, ma anche di Natercia, Benvinda e Liliana, donne abusate, picchiate e tradite (e non solo dagli uomini). Ma soprattutto questa è una storia vera che Àngeles Caso, autrice spagnola di questo romanzo coraggioso, ci vuole

raccontare perché in parte è anche la sua storia, è proprio lei la donna europea che è “rinata” grazie a São, sua governante ma anche sua grande amica. Il romanzo è incredibile, affascinante e toccante con un linguaggio sobrio, chiaro che aiuta nella continuazione delle lettura fino a un finale sorprendente in cui prendono la scena uomini molto diversi da quelli disturbati e malvagi che impari a conoscere nelle pagine precedenti. Ecco dunque il senso segreto del libro: uno sguardo intimo, attento alle motivazioni nascoste degli esseri umani, consapevole della fragilità sentimentale femminile e di quella forse strutturale degli uomini. Grazie a questa sua fragilità ma allo stesso tempo alla sua forza il libro è stato vincitore a pari merito con “Il Fascista” di Ignacio Martinez de Pison dell’edizione 2012 del Premio Acerbi.

Una storia toccante e incantevole. Un romanzo vero a cura di Serena MARALDO (IIICri)

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enivamo tutte per mare” di Julie Otsuka è un romanzo coinvolgente e intenso in cui l’autrice con il suo stile semplice e travolgente rapisce il lettore fin dalla prima pagina con una storia fatta di paura, nostalgia, speranza, fatica, dolore, delusione e rimpianto. Il romanzo racconta la storia delle migliaia di giovani donne -le cosiddette “spose in fotografia”- partite dal Giappone all’inizio del Novecento per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, iniziando con il loro primo, faticoso viaggio attraverso l’oceano. È proprio su questa nave che le giovani un po’ ingenue e piene di speranze, si scambiano le fotografie dei loro mariti non ancora conosciuti immaginando insieme un futuro incerto in una terra straniera. Dopo quei giorni seguirà l’arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro stan-

cante nei campi o nelle case signorili, la difficoltà nell’imparare una lingua e cultura nuova, l’esperienza del primo parto e della maternità e l’arrivo della Seconda Guerra Mondiale con l’attacco di Pearl Harbor e la decisione di Roosvelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici. Tutto questo in poche, essenziali e preziose pagine in cui la storia è raccontata non solo dal punto di vista di una sola donna, ma da un “noi” corale, da un gruppo di giovani donne: infatti ognuna ha avuto una storia diversa, ma allo stesso tempo comune perché per loro il destino è unico. Un libro toccante e incantevole in cui Julie Otsuka con poco più di cento pagine cattura

con semplicità le emozioni e sensazioni di queste giovani spose coraggiose strappate dalle loro famiglie e dalla loro patria sperando in un futuro migliore che non si realizzerà. Un romanzo vero.


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un coraggio straordinario

MALALA, simbolo di coraggio e di speranza per tante ragazze come lei a cura di Denise BONATTI e Maria Letizia FIAMMENGHI (ICri)

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ualche mese fa, leggendo in classe la storia di Malala, siamo rimasti davvero colpiti. Dopo esserci documentati, siamo venuti a conoscenza dei fatti. Malala Yousafzai, giovane ragazzina di appena 14 anni, è rimasta vittima di un attentato da parte di un gruppo di estremisti del Pakistan. Le domande che ci sorgono spontanee sono: perché proprio lei? Perché tutto questo? La risposta è semplice: all’età di 11 anni, Malala ha aperto un blog sul sito inglese della “BBC”, in lingua urdu, nel quale denuncia la situazione attuale delle bambine dello Swat. In quel periodo i talebani facevano chiudere una scuola dopo l’altra distruggendo quelle che si opponevano al loro regime. Già nel 2009, a soli 11 anni, la ragazzina si sentiva minacciata dopo che i talebani avevano emanato un editto nel quale proibivano a tutte le ragazzine di andare a scuola. Questo lo si capisce da ciò che scrive nelle pagine del suo diario virtuale. Ad esempio, Sabato 3 gennaio 2009 scrive: “Ho paura. Ho fatto un sogno terribile ieri, con gli elicotteri militari e i talebani. Faccio questi incubi dall’inizio dell’operazione dell’esercito a Swat”. Inoltre, lo stes-

so giorno, su 27 alunne della sua classe, solo 11 sono andate a scuola, per paura di un attacco da parte degli estremisti. Un’altra pagina che colpisce è quella di Lunedì 5 gennaio 2009. Malala, questo giorno, scrive: “non indossare vestititi colorati” e poi di seguito “mi stavo preparando per la scuola e stavo per indossare la divisa, quando mi sono ricordata ciò che il preside ci ha detto: - non indossate le divise, indossate abiti normali -. Perciò ho deciso di mettermi il mio vestito rosa preferito. Anche le altre ragazze indossavano abiti colorati, per cui c’era un clima molto casalingo in classe. Una mia amica è venuta a chiedermi: - Dio mio, dimmi la verità, la nostra scuola sarà attaccata dai talebani? - Durante l’assemblea del mattino ci è stato detto di non indossare più vestiti colorati, perché i talebani sono contrari. Questo ci fa capire quanto la vita di queste ragazzine sia difficile poiché le regole dettate

dai talebani sono loro contrarie. Mercoledì 14 gennaio 2009 scrive: “potrebbe essere l’ultima volta che vado a scuola”. La vicenda che la preoccupa maggiormente è il fatto che da Giovedì 15 gennaio 2009 entra in vigore l’editto contro l’istruzione femminile. Il 9 ottobre 2012 all’uscita da scuola, Malala è stata vittima dei talebani, che le hanno sparato alla testa a lei e alle sue compagne, è stata ricoverata d’urgenza all’ospedale della zona, dopodiché è stata trasferita all’ospedale di Birmingham, dove è stata operata e l’intervento è andato a buon fine. I talebani hanno rivendicato l’attentato dicendo che, se avesse provato a scrivere di nuovo sul blog l’avrebbero uccisa. Il 4 gennaio 2013 Malala lascia l’ospedale di Birmingham. Malala per almeno i prossimi 5 anni vivrà nel Regno Unito, dopo che il padre è stato assunto dal consolato del Pakistan a Birmingham, in qualità di consigliere per l’istruzione. La ragazza a inizio Febbraio è tornata in ospedale per la ricostruzione del cranio. Malala è vista come simbolo del coraggio per tutte le ragazze, ha promesso che tornerà in Pakistan, nella valle di Swat, nella quale ha rischiato la vita.


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il talento per la scrittura Incontro con la scrittrice Paola PREDICATORI nell’ambito del “Premio libro giovani”

a cura di Denise BONANDI, Maria Letizia FIAMMENGHI, Sara MONIZZA, Luca PARONI (ICri)

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enerdì 12 Aprile i ragazzi delle classi partecipanti al concorso “Premio libro giovani “, evento a cui l’istituto Falcone aderisce già da 5 anni, hanno incontrato Paola Predicatori, scrittrice del libro in concorso “Il mio inverno a Zerolandia”. Nella prima parte dell’ incontro, la scrittrice ha fatto conoscere ai ragazzi il suo lavoro di buyer, l’anello che congiunge le librerie e le case editrici. Il suo lavoro è molto impegnativo ed è abituata a leggere molti libri per ragazzi. Lei stessa ha consigliato (ai ragazzi) di leggere dei libri e poi, a distanza di qualche anno, rileggerli, perché in questo modo si riesce a capirli veramente. Questo le capita spesso con i grandi classici dei sui autori preferiti: ama molto “Il barone rampante” di Italo Calvino, ma legge anche Bernard Friot , Salinger, Pavese, Natalia Ginzburg e Aidan Chambers. Ha inoltre dichiarato che il suo sogno è quello di essere ricordata da tut-

ti per i suoi libri. La sua passione per la scrittura è nata da giovane quando ha iniziato a scrivere poesie e poi si è dilettata nella prosa fino ad arrivare a scrivere il suo primo libro e pubblicarlo. Nella seconda parte dell’incontro si è invece soffermata maggiormente sulle domande che i ragazzi le ponevano riguardo il suo romanzo rispondendo accuratamente ad ognuna di esse. Il libro tratta di una ragazzina di 17 anni, Alessandra, colpita dalla morte della madre. Sta per terminare le superiori ma questo periodo della sua vita è molto difficile, così decide di allontanarsi dalle stupidaggini e dalla superficialità trovando la sua “Zerolandia” che, insieme a Gabriele, diventerà un posto ancora più

speciale; il finale è aperto poiché ogni lettore può immaginare cosa avverrà dopo. I personaggi sono adolescenti e ognuno di loro rappresenta una delle tante sfaccettature di quel periodo; i loro nomi sono puramente inventati, ma questa storia è un po’ autobiografica poiché anche la scrittrice è stata colpita dalla morte della madre. Paola Predicatori ha voluto scrivere la sua idea dell’adolescenza legandola ad altri temi molto importanti come la morte che, secondo lei, dovrebbe “spaventare” meno della malattia. Affronta sia il tema della violenza che c’è in ognuno di noi e che istintivamente utilizziamo senza pensare sia quello della chiusura verso gli altri nei momenti di difficoltà che non deve essere intesa come asocialità ma come equilibrio e capacità di restare soli nella propria Zerolandia per un po’. Un altro tema molto importate è quello del talento: ognuno di noi ha un suo talento ed è come

un diamante, quando lo si ha non si sa cosa fare, bisogna scegliere se condividerlo o meno, ma ciò che fa la differenza è ciò che facciamo e quanto ci crediamo. Ha poi dichiarato “ho dato a Gabriele il talento che avrei voluto avere io, quello del disegno”, purtroppo però ogni talento richiede molto tempo per essere coltivato. Proprio in merito ai tempi, ha affermato che scrivere un libro ha bisogno di molto impegno e molte idee. Un consiglio che ha dato ai giovani che si vogliono cimentare nella scrit-

tura è quello di leggere molto ispirandosi agli autori perché “siamo nani sulle spalle dei giganti” e prendendo spunto da altri potremmo provare ad abbozzare una storia che con il tempo migliorerà. Così ha fatto anche lei ed è riuscita a pubblicare un libro che ha molto successo fra i giovani e non solo poiché essendo un “cross-over” è adatto ad ogni età e punta anche a far conoscere e ricordare il mondo degli adolescenti perché, come dice Bernard Friot “Ogni adulto non si dimentica mai dell’ adolescente che è sta-

to”. Paola Predicatori ha detto che non cambierebbe nulla del suo libro, o forse solo il titolo, perchè quando un libro è stato pubblicato ormai è un esperienza finita. Fa bene l’autrice a sentirsi soddisfatta perché il risultato è un libro meraviglioso con molti ricordi importanti affrontati con la giusta attenzione, mescolati con il diario di una ragazzina che riesco a capire essendo più o meno mia coetanea. Un libro imperdibile e un incontro indimenticabile.


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Femen

“Un petto caldo, la mente lucida e le mani pulite” a cura di Letizia DOSSENA (VAs)

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l 24 febbraio 2013, in occasione delle elezioni, tre donne a seno nudo hanno contestato Silvio Berlusconi presso i seggi di Milano, dove l’ex-premier si era recato per votare. Intrufolatesi tra i giornalisti, incuranti del pudore o del freddo, hanno inveito contro Berlusconi mostrando la scritta “Basta Silvio” dipinta sul petto e la schiena, scatenando il caos tra la piccola folla accalcata attorno ai seggi. Rapido l’intervento delle forze dell’ordine e violenta la repressione, una violenza che rimane forse più impressa della stessa contestazione. Le televisioni che riprendono e commentano l’episodio pongono l’accento sulla confusione creata dalle attiviste e presentano allo spettatore il ritratto di tre pazze, violente, pericolose, senza raziocinio o principi. I principi e il raziocinio, tuttavia, non sono sicuramente prerogative assenti nelle attiviste, che sono anzi portavoci di un’associazione fondata interamente sul diritto e la giustizia. Si tratta

di FEMEN, un movimento di protesta fondato a Kiev nel 2008 da Anna Hutsol, attuale presidentessa dell’associazione. Lo scopo è la lotta per tutelare i diritti delle donne, attaccando il patriarcato in tutte le sue forme: la dittatura, la Chiesa, l’industria del sesso. A par-

tire dall’Ucraina, il movimento ha poi superato i confini della nazione nativa fino a portare le sue manifestazioni in numerose città europee. Diverse le occasioni, ma sempre uguale la modalità. Le attiviste sono infatti solite manifestare in topless, con slogan schietti e concisi, spesso crudi, dipinti sul petto e sulla schiena. Ed è questo il caso della contestazione del 24, mossa contro quello che è secondo loro il “leader più sessista di sempre”. Si tratta di simboli. Quan-

do l’intenzione è la lotta per un ideale, tutto si carica di simbologia. Così è nel caso di Berlusconi, per la sua fama. Così nel caso della protesta nella Città del Vaticano a favore degli omosessuali, poiché la lotta per la giustizia e l’uguaglianza sociale è prima umana e poi femminile. Carico di simbologia è anche l’atto stesso del manifestare a seno nudo. Anna Hutsol, fondatrice del movimento, ha una formazione teatrale alle spalle, che le ha fornito le conoscenze necessarie per promuovere la propaganda. L’attenzione mediatica è di fatti l’unico mezzo per poter far progredire un movimento ed il miglior strumento per attirarla è la provocazione. Il topless è uno schiaffo al pudore, al moralismo, è la provocazione che infastidisce e, in virtù di questo, attira l’attenzione e fa parlare di sé. “In un mondo che appartiene agli uomini”, è l’unico modo per “provocarli e catturare l’attenzione di tutti”, sostiene la fondatrice. La nudità implica inoltre un’idea di

nudità interiore, di esposizione di sé e delle proprie intenzioni. Lo spogliarsi e il manifestare a seno scoperto divengono allora dimostrazione di fierezza, di sicurezza e di coraggio. È il dimostrare di non avere armi, eccetto i propri corpi, e di non aver bisogno di altro. Sono le nuove Amazzoni, pronte a creare il caos fino a minare le fondamenta della società patriarcale, a portare la rivoluzione, a battersi con i corpi nudi per la “nuda verità”. Se discutibili e preoccupanti sono i diversi atti di vandalismo e vi-

lipendio rivendicati dal movimento, indubbio è il fascino emanato dalla forza di queste donne, che si presentano bellissime e arrabbiate, convinte profondamente del loro credo. Con i capelli sciolti e una corona di fiori sulla testa a rimando dei valori hippie degli anni ‘60, sono pronte a difendere “l’uguaglianza sessuale e sociale nel mondo” armate solo di “un petto caldo, la mente lucida e le mani pulite” (femen.org). Addestrate sia moralmente che fisicamente per il loro compito, esse sono preparate a qualsia-

si evenienza che le manifestazioni pongano loro difronte, senza tuttavia incorrere mai in una violenza ricercata. Nonostante ciò, rimane una forma di estremismo, o meglio di “SEXTREMISM”, termine da loro stesse coniato, e come tale va controllata e considerata con la dovuta cautela. È tuttavia altrettanto giusto documentarsi a riguardo, per capire cosa spinge ancora oggi a lottare per l’uguaglianza e quanto lavoro manchi per giungere ad una società veramente egualitaria.


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donne modello

L’avanguardia della società moderna a cura di Tunazzina ISHRAT (IVAs)

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na tra le tante varie virtù delle donne è proprio la loro intelligenza, la loro capacità di riuscire a intendere, pensare, affrontare le problematiche con un particolare uso della ragione e con piena determinazione. Se in passato la donna, a causa della sua scarsa considerazione, della poca libertà concessa, dell’impossibilità di accedere alla conoscenza, non riusciva a dimostrare le proprie doti intellettive, nel corso dei secoli recenti invece, la figura femminile ha acquisito maggior importanza portandosi addirittura allo stesso livello degli uomini in ambito cognitivo. Si pensi per esempio, alla nota fisica-chimica polacca Marie Curie, che nello scorso secolo per il suo contributo nello studio delle radiazioni e nella scoperta di alcuni elementi chimici fu la prima donna ad aver ricevuto il prestigiosissimo premio Nobel e addirittura per due volte! Non vanno naturalmente dimenticate le due scienziate italiane Margherita Hack e Rita Levi Montalcini, le quali con passione e determinazione, superan-

“Le donne che hanno  cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza” (R. Levi Montalcini). do ogni difficoltà sono riuscite a portare a termine le ricerche scientifiche in diversi ambiti dando un grande contributo alla scienza moderna. Queste donne con il loro impegno e con le loro competenze sono riuscite in qualche modo ad emergere da quella situazione in cui si trovava la donna nei secoli passati, divenendo così “donne modello” proprio per la loro capacità di essersi imposte indipendenti ed autonome. “A me nella vita è riuscito tutto facile. Le difficoltà me le sono scrollate di dosso, come acqua sul-

le ali di un’anatra.” (R. Levi Montalcini). L’emancipazione femminile in ambito cognitivo non ha però ottenuto lo stesso risultato in tutte le parti del mondo, dove la donna a volte è ancora assoggettata ad una mentalità maschilista: la storia della giovane quindicenne pakistana Malala Yousafzai ne è un esempio. Quest’ultima ha dovuto lottare e addirittura subire molte violenze da parte dei talebani afghani per poter rivendicare il proprio diritto allo studio, ma con la sua tenacia e audacia è riuscita a raggiungere il suo obiettivo: “Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è l’istruzione. E non ho paura di nessuno“. Queste donne, dunque, avvalendosi delle loro capacità intellettive, hanno dimostrato al mondo intero il valore del genere femminile, che non è dotato soltanto di bellezza ed eleganza ma anche di intelligenza; tali doti unite alla caparbietà permettono di superare ogni ostacolo ponendosi all’avanguardia della società moderna.


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the iron lady

“Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo, vuol dire che non lo sei” a cura di Silvia PIAZZA (VAs)

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a notizia della morte di Margaret Thatcher, leggendario ex Primo Ministro britannico, ha scosso l’opinione pubblica. Del resto, la cosiddetta Lady di Ferro era entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo grazie alla determinazione con cui ha affrontato ognuno dei suoi avversari politici, che si trattasse degli operai e dei minatori delle zone industriali dismesse della Gran Bretagna, o degli argentini nella strana guerra per il possesso delle remote isole Falkland.  Questa sua caparbietà le ha regalato l’ammirazione dei colleghi ma anche tante critiche, tanto da ispirare numerosi registi a riportare le conseguenze della sua politica su pellicola. Non è infatti esagerato parlare di un filone thatcheriano del cinema inglese, tanti sono i film che in maniera più o meno diretta si sono confrontati con la Lady di ferro, come tra i più recenti The Iron Lady, lavoro di Phillyda Lloyd in cui la Thatcher è impersonata dalla grandiosa Meryl Streep, che per tale inter-

pretazione si è aggiudicata il terzo Oscar della sua carriera. Spesso, per mostrare le ferite lasciate sulla pelle della classe operaia dalla graffiante Iron Maggie, i cineasti inglesi hanno optato per l’(amara) ironia: è il caso di The Full Monty, grande successo di Peter Cattaneo in cui Robert Carlyle guida un manipolo di disoccupati che, per guadagnarsi da vivere ma anche per ritrovare la dignità, decidono di mettere in piedi uno spettacolo di spogliarello maschile. Il film venne premiato agli Oscar nel 1998 per la Miglior colonna sonora e ricevette altre tre nomination, tra cui quella per il Miglior

film.  Si trova sulla stessa linea d’onda Grazie signora Thatcher, il cui debito nei confronti di Margaret è esplicitato sin dal titolo (almeno in italiano, perché in inglese il film si chiama Brassed Off). In questa pellicola del 1996 un Ewan McGregor a inizi carriera fa parte di una banda di minatori che stanno per perdere il lavoro, ma che, spronati da un appassionato capobanda interpretato da Pete Postlethwaite, sono comunque determinati a partecipare alla finale di un concorso che si svolgerà nella Royal Albert Hall di Londra. L’ interesse di un numero così vasto di registi verso questa donna lo si spiega , forse, solo grazie alla tenacia, alla forza, alla determinazione e allo spirito intraprendente del Ministro, impegnata per anni in importanti scelte di esito non solo politico, bensì sociale ed economico; è vero infatti che nonostante Londra pianga questa figura e celebri la sua grandezza nella storia, numerosi operai, vittime dello sciopero indetto nel 1984 a causa della scel-

ta operata da Margaret di privatizzare alcune miniere di carbone, non dimenticano le sofferenze e le umiliazioni subite e si rifiutano di celebrarne l’Addio. Detto ciò, al di là dei punti di vista e dei pareri più o meno positivi inerenti alle scelte della Thatcher, resta indiscutibile la magnifica determinazione e, se vogliamo, il coraggio, con i quali la donna ha intrapreso tali scelte, andando oltre qualsiasi forma di pregiudizio o limite sociale (ricordiamo che gli anni appartenenti alla prima metà del XX secolo sono stati cruciali per la figura femminile in Occidente). “Io non

sono una dura, sono terribilmente morbida. Ma non persisterò nell’ esserlo”; così si definisce l’ unica donna ad aver rivestito la carica di primo ministro nel Regno Unito. In un certo senso, la Thatcher è la quintessenza degli “uomini della pratica” che “odono voci nell’aria”, descritte da John Maynard Keynes, con la differenza che Margaret queste voci non le sentiva nell’aria, ma da accademici vivi e vegeti, di cui si era circondata e che,quasi per ironia, erano figli intellettuali del grande avversario di Keynes, Friedrich Hayek. Dunque, questa donna della pratica ascol-

tava gli uomini della teoria e ne seguiva, mescolandolo con la sua intelligenza e determinazione, il consiglio. E contemporaneamente, man mano che i risultati di questi suggerimenti si facevano evidenti, contribuiva ad accumulare una solida base a sostegno delle loro tesi. Nonostante ciò, se da una parte collaborava con celebri politici, economisti, statisti, dell’ uomo usava dire, con un briciolo di sano femminismo: “Se volete che una cosa venga detta, chiedetela a un uomo. Se volete che venga fatta, chiedetela a una donna”.


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COCO CHANEL

“Non mi pento di nulla nella mia vita, eccetto di quello che non ho fatto.” a cura di Cecilia ANTONIOLI (IIIAs)

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ivoluzionaria, innovativa, libera: Coco Chanel, il cui vero nome è Gabrielle Chanel, fu una delle prime donne che riuscì a catturare l’attenzione e a farsi strada in un mondo maschile. Nata nel 1883, ebbe un’infanzia difficile, segnata dalla morte prematura della madre. Fu così affidata, insieme alle sorelle Jiulie e Antoniette, ad un orfanotrofio di suore (dal quale deriverà il suo amore per il nero e il bianco e per l’austerità). A 18 anni entrò nel collegio Notre-

Dame dove imparò a cucire. Contemporaneamente intraprese anche una breve carriera come cantante presso un caffè-concerto, dal quale sembra derivare il soprannome Coco. La prima svolta nella vita di Gabrielle fu l’incontro con il suo primo amante, Etienne de Balsan: trasferitasi nel suo castello entrò a contatto con la nobiltà e proprio per questo, lo stile rivoluzionario di Chanel sembrava essere una risposta istintiva all’integrazione con la gente “cool” di Royallieu. La prima attività della giovane fu la realizzazione di semplici cappellini di paglia che, in un’epoca in cui vigevano cappelli suntuosi, scioccarono tutti. Non solo, Chanel al castello imparò a cavalcare: probabilmente fu la vita equestre che le ispirò successivamente i pantaloni da cavallerizza anche per le donne. In seguito incontrò quello che può essere considerato l’amore della sua vita, Boy Capel. Capel la incoraggiò sempre

e finanziò il suo lavoro tanto che le permise di aprire la sua prima boutique al 21 Rue Cambon; ben presto la sua attività si estese anche ai capi d’abbigliamento. Gabrielle ripeteva sempre: “Per prima cosa io non disegno, non ho mai disegnato un vestito. Adopero la mia matita solo per tingermi gli occhi e scrivere lettere. Scolpisco il modello, più che disegnarlo. Prendo la stoffa e taglio. Poi la appiccico con gli spilli su un manichino e, se va, qualcuno la cuce. Se non va la scucio e poi la ritaglio. Se non va ancora la butto via e ricomincio da capo… In tutta sincerità non so nemmeno cucire.”. Non furono però tutti momenti felici: nel 1914 scoppiò la Grande Guerra. Chanel rischiava di chiudere, ma grazie all’aiuto di Capel il suo negozio rimase aperto, l’unico negozio di abbigliamento a Parigi. Coco offriva capi che in quella situazione, si presentavano pratici e adatti alle esigenze: “Finiva

un mondo, un altro stava per nascere. Io stavo là; si presentò un’opportunità, la presi. Avevo l’età di quel secolo nuovo che si rivolse dunque a me per l’espressione del suo guardaroba. Occorreva semplicità, comodità, nitidezza: gli offrii tutto questo, a sua insaputa”. La vita di Chanel fu però segnata da una seconda morte prematura: Boy Capel nel 1918 morì in un incidente stradale e, a causa della grave perdita, la Mademoiselle si buttò a capofitto nel lavoro. La fama di Gabrielle continuò a cresce rapidamente e nel 1921 si lanciò nel mercato della profumeria. Chanel n°5 fu la prima fragranza, che diede il via alla profumeria sintetica: frutto di una fabbricazione, un profumo femminile che odora di donna, “perché una donna deve odorare di donna e non di rosa”. Ma i successi degli anni venti non si fermarono: Coco si impegnò anche nella produzione di abiti per opere teatrali e cinematografiche. Con l’avvento della seconda guerra mondiale, Chanel dovette chiudere il suo atelier, per riaprirlo solo alla fine del conflitto. Non rimase però inattiva, anzi fu impe-

gnata in una strategia di pace tra gli inglesi e i tedeschi: l’Operazione Modellhut. Purtroppo l’operazione non andò a buon fine e la guerra perseverò fino all’arrivo degli americani. Negli anni in cui Chanel si assentò dal panorama della moda, si affacciò con le sue stravaganti proposte Christian Dior che riprese gli stili della Belle Époque che Coco aveva abbandonato. Fu un vestito da ballo realizzato con una tenda a segnare il suo ritorno: si improvvisò sarta ma riuscì ancora una volta a imporsi e tornare di moda. Le proposte di Chanel nell’anno della sua riapertura furono il tailleur e la famosissima borsetta: “Mi sono stancata di dover portare la mia borsa in mano[…] quindi ho aggiunto sottili cinturini, cosicché possa essere usata come una borsa a tracolla”. Gabrielle continuò a lavorare, a stupire il mondo con le sue idee fino al 10 gennaio 1971, quando morì in una camera dell’Hôtel Ritz all’età di 87 anni. Coco Chanel, attraverso la moda, rappresentò il nuovo modello femminile che stava sviluppandosi nel 900: una donna dinamica, che lavora

e che non può più essere schiava dell’abbigliamento costrittivo della Belle Époque: “Una donna attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito. Bisogna potersi rimboccare le maniche”. Non solo, Chanel affermò anche la propria femminilità ma, paradossalmente, con la rivisitazione degli abiti maschili. La Mademoiselle fu esempio per le donne della sua epoca, ma può esserlo anche per le donne di oggi: con la sua semplice creatività e voglia di fare, catturò l’attenzione di tutti, fu moderna, all’avanguardia, conquistò la fama, ma soprattutto conquistò la libertà di essere donna.


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donne e videogiochi

Sabrina Moles, redattrice del sito Gamesoul, ci racconta la sua esperienza e ci spiega il rapporto fra le ragazze e i videogames a cura di Kevin BRUNELLI (IVAs)

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llora, Sabrina, tu giochi ai videogiochi, raccontaci la tua “storia videoloudica” tanto per iniziare. Credo di essere stata una delle poche bambine all’epoca che ha avuto la fortuna di avere un padre e, in generale, una famiglia, con una certa apertura mentale, e che ha ricevuto un Commodore 128 piuttosto che una Barbie. Accadde quando avevo 2 anni, soprattutto grazie a mio padre che ha sempre voluto che fossi al passo con la tecnologia fin da quando ero bambina. Da quel momento ho sempre videogiocato, “macinando” titoli su titoli

per pc, ps1, ps2, gamecube, xbox, wii e xbox 360. I videogiochi hanno sempre avuto un ruolo importante nella mia vita, tanto da influenzare anche la mia vita sociale: ho sempre cercato di circondarmi di chi, come me, avesse la passione per i videogames.  Nonostante i videogames stiano diventando sempre più popolari anche tra le ragazze, sono comunque sempre considerati soprattutto hobby “maschili” e quindi quello delle ragazze che giocano ai videogiochi è sentito sempre come un fenomeno lontano. Come mai succede questo secondo te?

Probabilmente perché le ragazze, soprattutto della mia generazione, venivano ancora cresciute con la mentalità “cose da maschi/cose da femmine”, dove ai maschi si regalavano le macchinine, le pistole-giocattolo, i palloni da calcio... Mentre alle bambine si regalavano le pentoline di plastica, i bambolotti a cui cambiare il pannolino, insomma, il kit della futura donna di casa. Pian piano il fenomeno delle videogiocatrici sta iniziando a non fare più scalpore, e credo che entro una decina di anni i videogiochi non avranno più “sesso”, ma saranno equamente distribuiti tra uomini e donne. Questo lo vedo già con i miei nipotini: la più piccola ha il suo DS, e gioca già da anni, mentre tra le compagne di classe del suo fratellino maggiore, è comunissimo videogiocare con una console portatile, preferibilmente Nintendo. Il fatto che sia sentito ancora come un fenomeno lontano, dipende dalla nostra difficoltà di esseri umani nell’adattarci ai cambiamenti; basti pensare quanta gente calcola ancora gli euro in lire, e sì che sono passati un bel po’ di anni! 

Purtroppo, come capita anche negli sport, pure in ambito videoludico succede che talvolta le giocatrici vengano discriminate dai giocatori. Hai vissuto anche tu, Sabrina, esperienze simili o comunque hai saputo di altre ragazze che ci sono passate? Le vivo tutt’ora! Va ancora di moda l’espressione “le donne vanno in cucina” o quelli che infamano le videogiocatrici semplicemente perché spesso vengono presi a schiaffi morali e digitali da loro. Il sessismo è ancora forte, purtroppo, in questo ambiente che talvolta pullula di ragazzi con troppo testosterone in corpo. Se poi

una videogiocatrice è pure un minimo attraente, figuriamoci! Per loro è impossibile che una videogiocatrice sia anche di bell’aspetto... Questa è la mentalità con cui spesso mi scontro, ma fortunatamente con meno frequenza man mano che passa il tempo. Hai qualche consiglio da dare alle videogiocatrici che leggono il nostro magazine? Di non perdere mai la passione per i videogiochi e, quando saranno mamme (si presume accadrà alla maggior parte di loro), di crescere i propri figli a “pane e pixel”, giocando con loro e crescendoli senza quei pre-

giudizi che a volte ancora ci accompagnano nostro malgrado. Un tuo commento finale su questo argomento? Gli uomini non sono più abili delle donne a giocare, così come le donne non lo sono più degli uomini. Non ci sono impedimenti genetici per cui una donna non possa giocare, ed è ora di finirla con la chiusura mentale da età della pietra. Invece di puntare il dito contro le donne che giocano, i videogiocatori dovrebbero coinvolgere le proprie fidanzate nel gaming: potrebbero scoprire di avere accanto un’ottima co-op partner!


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investite nelle vostre passioni

La CPS incontra CONSOLINI della Virtus Bologna e il Mental Coach Roberto RE

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A cura di Letizia DOSSENA (VAs)

dirigenti e atleti, tra cui Jesl 25 e 26 marzo, presso sica Rossi che anche graRivalta sul Mincio si è zie all’aiuto del Mental Cotenuta la due-giorni di ach ha vinto la medaglia formazione della Consulta d’oro alle Olimpiadi di LonProvinciale Studentesca. I dra 2012 e battuto il record rappresentanti hanno pomondiale nel tiro a volo. tuto approfittare dell’espeNon sono solo persorienza e dell’insegnamento di relatori di competenza Giordano CONSOLINI naggi di rilievo, tuttavia, i destinatari del lavoro indiscutibile e riconosciuriti del Motivatore, che in ta anche a livello internae le regole, che spesso oggi numerosi seminari e confezionale. Primo è Giordasembrano mancare, apparenze ha invogliato migliano Consolini, responsabile iono una necessità più che ia di persone in Italia e nel tecnico della Virtus Bolomai impellente per la promondo a farsi padroni della gna e allenatore degli Unpria realizzazione.Se il fine propria vita e delle proprie der 17 e 19, che con grande è la nostra stessa formazioemozioni. Tutti sono, infateloquenza ha saputo trane, l’impegno da prendeti, artefici della propria vita smettere l’importanza delre è nei confronti degli ale spesso i primi responsalo sport di squadra come tri ma anche di noi stessi. fonte di educazione. La col- Questa la tematica della se- bili del proprio fallimento, e ciò a causa di una mirialaborazione, il rispetto per conda giornata introdotta de di ostacoli che ci si autol’altro e per se stessi e l’imda Roberto Re, Mental Coportanza delle regole e del ach, autore di “Leader di me pone, di “convinzioni inconsce” che impediscono di compromesso sono tra le stesso” e “Smettila di incaagire, della paura di fallire tematiche toccate dal relasinarti!” (Mondadori). Con e a volte di vivere davvero. tore, tematiche che si sono anni di formazione e espeL’invito è ad evitare questi dimostrate proprie non rienza alle spalle, rappreprocessi di “auto-sabotagsolo dell’ambito sportivo, senta oggi l’eccellenza itagio” e di “incapacità apprema anche di una qualsiasi liana nel suo campo e per sa” cercando sempre punti società e rapporto interper- noi un’occasione imperdidi vista differenti, predilisonale. Forte l’invito a inve- bile per imparare qualcogendo il dinamismo mentastire nelle proprie potenzia- sa. Professando l’importanle e trovando nelle passioni lità e passioni, lasciandosi za della motivazione e del e nella fiducia nelle proprie guidare dall’istinto senza controllo di sé, Roberto Re potenzialità la forza di antuttavia sfuggire agli scheha migliorato, negli anni, le dare oltre e afferrare i promi che, in quest’ottica, diperformance di numerosi pri obiettivi. ventano guide e strumenDue giorni di formazione ti per l’ordine, per il lavoro come squadra, ma anche proficuo e il raggiungimencome cittadini e prima di to degli obbiettivi, per ditutto come esseri umani. Si ventare uomini tra gli uoringraziano, dunque, tutti mini. Lo sport si fa così coloro che hanno contribuinsegnante di vita, la squaito alla realizzazione di quedra una metafora della sta notevole opportunità. società in cui siamo inse- Roberto RE


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la rivoluzione dei nuovi rentiers

Come l’oligarchia finanziaria tenta di fagocitare il mondo A cura di Fabrizio COPERTINO (Filosofia e Storia)

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a chiamano crisi – in perfetto stile orwelliano – per non svelare il suo vero nome, ossia golpe o totalitarismo finanziario, di cui la Comunità europea è l’esperimento più avanzato. Ci troviamo infatti al culmine di un processo rivoluzionario che da almeno un quarantennio corrode le istituzioni democratiche dei paesi occidentali e mira al consolidamento di una nuova oligarchia globale. Tuttavia gli strumenti di dominio non sono più gli eserciti ma gli spread, cinicamente usati dai cosiddetti mercati per rovesciare governi, imporre politiche economiche disumane e privare i cittadini di quei risparmi e di quella sicurezza faticosamente accumulati nei decenni e nel corso delle generazioni. Tale rivoluzione è cominciata tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando l’estrema destra, negli Stati Uniti con Reagan e in Inghilterra con la Thatcher, ha imposto il paradigma liberista, secondo il quale lo Stato deve essere ridotto ai minimi termini in favore dell’iniziativa privata e di quel potere che oggi chiamiamo “mercati”. Si diceva che il mercato sarebbe stato in grado di autoregolarsi, alla stre-

gua di un fenomeno naturale, realizzando l’equilibrio economico e sociale, garantendo benessere e prosperità al maggior numero di persone possibile. L’Italia si adeguò subito al nuovo diktat internazionale con quello che è passato alla storia come il “divorzio” tra la Banca Centrale e il Ministero del tesoro; era il 1981 quando con un semplice scambio di lettere – ad onta di qualunque spirito costituzionale e democratico – l’allora capo del governo Andreatta (mentore, fra l’altro, dell’attuale Primo ministro Letta) e il Governatore della Banca Centrale Ciampi resero quest’ultimo istituto totalmente indipendente dallo Stato e, in definitiva, libero da qualsiasi responsabilità o dovere nel perseguimento di quelle politiche monetarie volte a favorire la crescita economica e la piena occupazione. Quello fu il peccato d’origine, l’atto fondativo con cui le nuove oligarchie – i rentiers – iniziarono a dare l’assolto al mondo. Se andiamo a guardare le statistiche ci accorgiamo che è proprio da quel momento che il nostro famigerato debito pubblico comincia a lievitare arrivando alla mostruosa cifra che conosciamo (oltre 2000 miliardi di

euro); la cosa è abbastanza ovvia: con la scomparsa del prestatore di ultima istanza – ruolo svolto fino a quel momento dalla Banca d’Italia – lo Stato si trasforma in una semplice azienda, vittima del potere usurocratico degli speculatori internazionali. Quando nel 1932 venne eletto Roosevelt alla Presidenza degli Stati Uniti, con il mandato popolare di far uscire il paese dalla peggiore crisi economico-finanziaria mai vista – quella del ’29 – lo statista chiese e ottenne dal Congresso poteri speciali, proprio come avviene in una guerra, grazie ai quali addomesticò gli speculatori, creò leggi di tutela del risparmio – come il Glass-Steagall Act che imponeva la separazione tra istituti di credito finalizzati al risparmio e istituti di credito finalizzati alla speculazione, norma che è durata fino a quando il democratico Clinton non l’ha abrogata –, trasformò lo Stato in datore di lavoro nell’ambito delle grandi opere infrastrutturali in modo da riassorbire milioni di disoccupati. Ma soprattutto il New Deal – questo il nome della politica economica in questione – dimostrò empiricamente, in corpore vili, la verità delle teorie interventiste di

keynes (forse il più grande economista della storia) secondo cui la ricchezza non si misura in quantità di moneta – secondo il dogma monetarista attualmente imperante – bensì in beni e servizi (del resto, provate ad immaginare un’isola sperduta nell’Oceano: chi sarà più ricco, il vecchio banchiere carico di dollari, euro e titoli o piuttosto il giovane indigeno con una cassa piena di noci di cocco e la forza nelle braccia per pescare e nutrire la propria famiglia?). Per il grande economista inglese lo Stato, nell’ambito della realizzazione della sua natura di oggettivazione della sovranità popolare, non può avere limiti di spesa; le politiche economiche di uno Stato devono fondarsi sul deficit spending positivo, volto a difendere e stimolare la propria industria, realizzare il Welfare, garantire la piena occupazione e la redistribuzione equa delle ricchezze. Allora sì, la politica fiscale rivelerebbe le sue funzioni autentiche, tra cui la più importante è quella di “drenare” il denaro in eccesso che lo Stato – sovrano e superiore a qualunque interesse privato – ha creato dal nulla (fiat money) per realizzare gli obiettivi di cui sopra. E invece cosa è successo con la nascita dell’euro? Che la BCE si è innalzata a sovrapotere monetario, simile ad un Leviatano di hobbesiana memoria, che immettendo moneta nel sistema esclusivamente tra-

“Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei Paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno dei risparmiatori”. Federico CAFFÈ (il maggior economista italiano) mite il mercato secondario e in modo arbitrario costringe i governi ad approvvigionarsi di denaro dalle banche private con tutte le distorsioni che ne conseguono e costringendo le proprie economie, se non s’inverte la rotta, ad una lenta e irreversibile agonia. In Italia abbiamo persino accettato, fra l’indifferenza generale e con la quiescenza di tutta la classe politica, veri e propri crimini di leso futuro come il pareggio di bilancio in Costituzione e il Fiscal Compact; provvedimenti questi, che costringeranno il nostro paese a politiche fortemente recessive almeno per i prossimi vent’anni e che, quando saranno concluse, lasceranno solo macerie e devastazioni, un’economia da secon-

do, se non terzo, mondo. Un paese che sancisce per Costituzione il pareggio di bilancio è un paese destinato a morire. Questa lunga, seppur non esaustiva analisi, per introdurre il prossimo articolo: una bella riflessione di un ex lavoratore delle Cartiere Burgo di Mantova che con la sua sincerità, il suo disincanto e con quel minimo di buon senso che tutti, ma soprattutto i nostri politici ed economisti, dovrebbero avere, dimostra di comprendere l’esistente e le autentiche dinamiche del potere tecnocratico più di tanti tromboni che pontificano dai media nazionali, biascicando, per incompetenza o malafede, slogan e parole d’ordine – lotta all’inflazione, abbattimento del debito pubblico, austerità, senso di colpa per una vita spesa al di sopra delle proprie possibilità ecc. – instillate nella loro mente da colore che hanno tutto da guadagnare dalla cosiddetta crisi. Da notare soprattutto il sospetto con cui si chiude l’articolo: forse che la distruzione del nostro tessuto sociale ed economico sia lo scotto da pagare per restare all’interno della Comunità europea? Probabilmente sì. Per come è stata pensata e congegnata, l’Europa è attualmente il nostro pericolo maggiore. Ai lavoratori della Burgo e a tutti i lavoratori italiani in difficoltà giunga con affetto il saluto e la solidarietà di FXP.


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il lavoro che non esiste più Abbiamo realmente la necessità di un’Europa così? A cura di Stefano BASSI (ex lavoratore BURGO)

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n “bel” giorno, all’età di 37 anni ti svegli e scopri che il lavoro che hai fatto per anni non esiste più, un lavoro qualificato, per cui ti sei impegnato raggiungendo un certo livello. Fino dalla scuola I lavoratori della Burgo ti hanno insegnato che durante il presidio perse ti impegnavi le cose sarebbero andate bene manente in fabbrica perché “chi si impegna va avanti”; assurdamente ciò che attanaglia il paese il concetto di bene e male volevo presentare un’analisi sommaria della crisi viene talmente tanto inche ha investito la cartieculcato durante gli studi che quando arrivi al mon- ra Burgo di Mantova. L’attuale capacità produtdo del lavoro scopri che tiva dello stabilimento di la realtà è un’altra, anche Mantova si attesta attorguardando le persone no alle 150.000 tonnellache ricoprono incarichi te. Un dato fondamentale di responsabilità nazionale ci si rende conto che che quantifica come l’entità dell’attuale crisi delnon trasmettono esempi proprio edificanti; inol- la cartiera è rappresentato dal fabbisogno annuo tre come già è noto tutte le attività produttive prin- italiano di carta da quotidiano attestato intorno cipali sono in mano alle alle 750.000 tonnellate, banche. Istituti che invein rapporto al dato di soce di lavorare in termini di piani industriali volti vrapproduzione europea per 2.500.000 tonnellate. all’investimento in termiCome primo dato si rileni di occupazione e produzioni competitive, pre- va che la cartiera di Mantova non risulta compeferiscono ragionare sui titiva sul tipo di prodotto numeri della speculazioche risente in modo smine finanziaria ottenendo surato dei costi energetiricavi virtuali che falsano ci italiani, detti costi rapil reale valore di mercato presentano un valore delle aziende e dell’Italia tutta. Senza dilungarsi su maggiore del 40% rispet-

to al costo energetico europeo. La stessa materia prima, “macero”,che necessita del processo di disinchiostrazione per essere ritrasformata in carta, ha prezzi più alti rispetto al prodotto rigenerato, creato negli impianti di produzione. Il problema fondamentale rispetto all’attuale crisi, nel caso dell’attività in questione, sembra rappresentato dall’inettitudine della classe dirigente che, senza un preciso piano industriale, ha deciso di mantenere una linea di monoproduzione di carta da quotidiano nonostante le cifre relative al mercato europeo parlassero chiaramente. Le rappresentanze sindacali già dal 2008 proponevano un piano di diversificazione produttiva per affrontare il calo di vendite dei quotidiani, oltre all’aumento del prezzo di materia prima ed energia, previsto per gli anni successivi; la dirigenza aziendale non prese atto della situazione, come vent’anni prima quando lo stabilimento fu risollevato dalla costruzione dell’impianto di disinchiostrazione che consentì di produrre carta da quo-

tidiano esclusivamente con macero. Ciò permise di ridurre i costi energetici generando un notevole beneficio ambientale, oltretutto la TEA aveva proposto un centro di smistamento del macero all’interno della cartiera ma la dirigenza non partecipò mai, mentre per i costi energetici si era proposto un accordo con ENIPOWER che l’azienda non sottoscrisse. Assurdamente rispetto alla tendenza attuale di riforma del lavoro che punta alla flessibilità, questa qualità non si è ravvisata nel nostro caso, in cui le maestranze chiedevano di rendere flessibile la fabbrica, prova effettuata negli ultimi giorni di produzione che ha permesso di produrre un cartoncino per ondulatori. Un tipo di prodotto più competitivo perché riguarda gli imballi. In sostanza le maestranze hanno subito la rigidità aziendale che da sempre vige nel settore. Un ulteriore elemento di resistenza aziendale è data dalla gestione del gruppo da parte delle banche che in fin dei conti rappresentano il vero nostro problema. Da notare che prima del 2001 quando ancora vigevano le lire l’economia industriale viveva discretamente anche perché lo stato vigilava ed interveniva regolarmen-

te con sovvenzioni e poteva prendere decisioni che non erano legate ad altri stati. Con l’avvento dell’Unione Europea, da notare che è un’unione puramente economica nel senso che è stata unita esclusivamente una moneta con diversi poteri d’acquisto, abbiamo notato come il mercato ha risposto raddoppiando i prezzi per beni che il giorno prima costavano molto meno; proviamo infatti ad osservare il settore immobiliare in cui saranno sicuramente lievitati i costi delle materie prime ma ragionando da cittadino mi chiedo se una mezza bifamiliare che costava 180.000.000 di lire non era più acquistabile al gennaio del 2001 con 90.000 euro ma ci volevano almeno 180.000 euro. Abbiamo realmente la necessità di un’Europa di questo tipo? Anche gli Stati Uniti sono una confederazione di stati che però hanno una moneta unica, la legislazione fiscale è unica e le cose risultano più gestibili. Forse è tempo di ragionare sul fare un passo indietro. L’Europa oggi così com’è è una palla al piede o la riformiamo ragionando in senso nazionalista e federale, oppure conviene uscirne in quanto fino ad ora siamo solo stati vittime di un sistema capitalistico fasullo dove

tantissime risorse vengono sprecate inutilmente per tenere in piedi una bomba ad orologeria. Portando due esempi concreti rispetto alla nostra cartiera, è stato aperto un tavolo di crisi in regione Lombardia riguardante l’energia dove l’azienda chiedeva uno sconto sulla bolletta energetica. Niente da fare, la Regione ha risposto che Burgo, oltre ad essere egli stesso produttore di energia, non poteva avere sconti per una legge europea sulla concorrenza. A questo punto mi chiedo se l’Europa che ha leggi sulla concorrenza sa che in Italia a livello energetico vige il “monopolio” ENEL. Un secondo tavolo a cui gli editori non si sono presentati riguardava l’acquisto della carta da stampare in Italia. Anche questa cosa risulta improbabile in quanto gli editori possono permettersi, per legge, di acquistare un 50% di carta in Europa ed il restante 50% fuori continente. La domanda si ripropone: “Ma abbiamo veramente bisogno di una Europa di questo tipo?” e dalle considerazioni fatte, non è che per caso a chiudere l’azienda nostra e le restanti aziende che hanno già chiuso o chiuderanno a breve sia proprio lo Stato italiano per rimanere in Europa?


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Stress

Come sopravvivere a cura di Francesca GUINDANI (VAS)

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esame di ammissione alla facoltà di medicina consiste in una raffica di domande, che per due ore creano ansia e confusione nell’esaminando anche nel più preparato. In alcuni aspiranti medici questa pressione implacabile rallenta, per non dire blocca, le capacità di ragionamento. Questa esperienza, definita anche soffocamento, blocco cerebrale, nervosismo, tremarella, senso di vuoto, ecc. è familiare a chiunque si è impappinato in un discorso o è incappato nel blocco dello scrittore. La ragione per cui perdiamo il controllo affascina gli scienziati. Dopo il secondo conflitto mondiale, i ricercatori hanno cercato di capire come mai diversi piloti, molto abili in tempo di pace, commettevano errori banali ma fatali conducendo i velivoli nel cuore della battaglia. A lungo

i ricercatori hanno pensato di sapere cosa succede nel cervello nel corso di un esame o durante uno scontro a fuoco in guerra e recenti ricerche rivelano un ruolo inatteso della corteccia prefrontale, l’area cerebrale più evoluta, situata dietro la fronte, un centro di controllo di facoltà cognitive come la concentrazione, la presa di decisioni, l’intuizione e il giudizio. La corteccia prefrontale è la parte del cervello di evoluzione più recente e può essere sensibile alle preoccupazioni e alle ansie quotidiane. Quando le cose vanno per il verso giusto questa struttura tiene a bada le nostre emozioni e gli impulsi più “bassi “. Ricerche recenti dimostrano però che uno stress acuto e incontrollabile scatena una serie di eventi chimici che rinforzano le parti più antiche del cervello. In sostanza lo stress trasfe-

risce il controllo di livello elevato sul pensiero e sulle emozioni dalla corteccia prefrontale ai sistemi cerebrali primitivi, evolutivamente più antichi. E quando il controllo passa alle parti più antiche succede di essere preda di un’ansia paralizzante oppure soggetti a impulsi che solitamente riusciamo a tenere sotto controllo: indulgere in eccesso di cibo, bevande o fare spese folli nel negozio preferito. La corteccia prefrontale matura più lentamente delle altre aree e completa il suo processo solo al termine dell’adolescenza. L’area prefrontale ospita i circuiti neurali del pensiero astratto, e ci permette di concentrarci e di evitare le distrazioni, archiviando informazioni in quel “quaderno per appunti” mentale che è la memoria di lavoro. Quest’area dove si deposita la memoria temporanea, contribuisce a “tenere a mente “ informazioni come la cifra del riporto nell’addizione. E poi come unità di controllo mentale, l’area prefrontale inibisce i pensieri e le azioni non appropriate. Ma le variazioni neurochimiche causate dallo stress disattivano rapidamente la corteccia prefrontale, gli ormoni dello stress “spengono” la corteccia

prefrontale e per contro le aree del cervello profondo assumono il controllo del nostro comportamento. In presenza di dopamina e cortisolo, ormoni dello stress, il nostro sistema nervoso si predispone al pericolo e rinforza i ricordi correlati con la paura e altre emozioni. Strategie comportamentali come il rilassamento, la respirazione profonda e la meditazione, possono ridurre la risposta allo stress. Le ricerche condotte negli ultimi decenni indicano che esistono almeno quat-

tro grandi gruppi di abilità o “competenze” che le persone possono apprendere per gestire lo stress. Queste categorie si dividono in gestione delle fonti (ridurre o eliminare le fonti di stress), rilassamento (praticare tecniche come la respirazione o la meditazione), gestione dei pensieri (correggere i pensieri irrazionali e interpretare gli eventi in modo da non esserne feriti) e prevenzione (pianificare la propria vita in modo da eliminare le cause di stress). L’esempio preferito di Robert Epstein

che ha un dottorato in psicologia , conseguito alla Harvard University e che da molti anni lavora come docente e ricercatore è tratto dalla celebre favola di Esopo: frustrata perché non riesce a raggiungere l’uva, la volpe ristruttura il proprio pensiero e conclude: ”Pazienza, tanto non era ancora matura”. Problema risolto, stress eliminato. Le persone con buona capacità di gestire lo stress risulterebbero non solo meno stressate ma anche più felici e più realizzate sul piano personale e lavorativo.

Come sopravvivere Le sei strategie antistress descritte nello studio del Dottor R. Epstein. ELIMINATE LE CAUSE. Dedicate qualche minuto ogni giorno a individuare le cause di stress nella vostra vita e capire come ridurle o eliminarle. Forse quel cellulare vi fa imbestialire perché la batteria continua a scaricarsi? Compratene uno nuovo! DATEVI ALLA POSITIVITÀ. Nella nostra cultura spesso le persone reagiscono allo stress in maniera autodistruttiva , ricorrendo ad alcolici, droghe, cibo. Impegnatevi a evitare le soluzioni di questo tipo - per un giorno, una settimana o quello che potete - e a sostituirle con alternative positive e salutari. Quel corso di yoga, per esempio sembrava proprio interessante. SIATE LA SEGRETARIA PERSONALE DI VOI STESSI. Le persone che tengono una lista di cose da fare sono più produttive. Usate uno smartphone o, al limite, carta e penna – ve li ricordate?- per tenere una lista dei vostri impegni. Non vi capiterà mai più di uscire dal supermercato con tutto tranne quello che dovevate comprare.

IMMUNIZZATEVI. Praticando quotidianamente le tecniche di gestione dei pensieri o di rilassamento , sarete più preparati ad affrontare gli agenti stressanti senza venirne influenzati. Così come i domatori riescono a rimanere calmi anche in mezzo ai leoni, anche voi, attrezzati con la giusta preparazione, saprete affrontare qualsiasi situazione senza perdere la testa . FATE PIANI A BREVE TERMINE. Dedicate alcuni minuti ogni mattina alla pianificazione della giornata. Sprecherete meno tempo, sarete più produttivi e vi sentirete meno stressati. E A LUNGO TERMINE. Il celebre psicologo comportamentale B.F.Skinner non solo pianificava le proprie giornate e i propri anni, ma faceva addirittura piani decennali . Non c’è bisogno di arrivare a tanto, ma pianificare il futuro è un ottimo modo per avere un maggior controllo sulla propria vita. Più controllo avrete, meno sarete vittime dello stress.


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monti ha whatsapp?

Il canone sulla celebre App ha scatenato polemiche in tanti utenti che lo paragonano ad un furto legalizzato a cura di Stefano SOLAZZI (IVAS) Dopo la rivolta contro l’introduzione dell’Imposta Municipale Proprio da parte del governo Monti, una nuova polemica è sorta dopo che molti utenti si sono trovati di nuovo a sborsare del denaro, ora l’applicazione WhatsApp è a pagamento! Che cosa è WhatsApp? WhatsApp è una applicazione di messaggistica istantanea utilizzabile dalla maggior parte degli smartphone. Oltre al testo ed emoticon è possibile convidere foto, video, registrazioni audio, contatti, la propria posizione (geo-tag) e creare gruppi. Perché l’applicazione ha avuto successo? WhatsApp ultimamente ha surclassato l’invio degli sms (basti pensare che il 31 gennaio 2012 sono stati scambiati 18 miliardi di messaggi attraverso l’applicazione) per molte ragioni: in primo luogo è più economica (per chi ha la possibilità di connettersi alla rete con tariffe adeguate) rispetto agli sms, in secondo luogo l’interfaccia è multifun-

zionale, semplice, intuitiva, personalizzabile. Come funziona? L’applicazione utilizza la rete (WiFi, G, 2G, 3G, 4G) per connettersi al proprio server, dopo di che è possibile utilizzarla a proprio piacimento. Consente l’integrazione totale con la rubrica ed è sicura perché consente il blocco di numeri indesiderati (l’ultima versione consente di caricare manualmente i contatti da inserire nell’applicazione per avere una maggiore tutela dell’utente). Ma facciamo un pò di chiarezza riguardo al costo, e cosa centra Mon-

ti? Per i dispositivi iPhone (iOs) WhatsApp ha un costo unico di 0,89 € (non è possibile installarlo su iPad e iPod senza Jailbreak), per Android, WindowsMobile, Blackberry Symbian, l’applicazione è gratuita per un’anno per poi avere un canone annuale di 79 centesimi di Euro (al tasso di cambio euro/dollaro 1,3569/1). Sul web l’introduzione del canone annuale per alcuni dispositivi ha scatenato una bufera, alcuni lo hanno paragonato al canone rai (che è una truffa legalizzata), alcuni vogliono passare ad altri sistemi IM boicottando WhatApp. Io penso che il prezzo sia adeguato al servizio offerto, poi ognuno è in grado di valutare diversamente. Alcuni ritengono che l’IMU sia illegittima e incostituzionale, che Mario Monti non avrebbe dovuto governare (governo tecnico!), altri che 7 centesimi al mese per WhatsApp sia un furto. Beh, Mario Monti ha un’iPhone, avrà WhatsApp?


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se dico de sica a chi pensi?

Tutto quello che ci perdiamo del grande cinema italiano. a cura di Giulia TONINELLI (IIAS)

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n qualsiasi ragazzo almeno una volta nella vita è stato al cinema: ha riso, mangiato e non si è accorto del tempo che passava mentre un’intera vita gli scorreva davanti agli occhi. Quel qualsiasi ragazzo sicuramente conosce Christian De Sica, perché i suoi film, quelli pieni di parolacce e dal contenuto pari a zero Vittorio DE SICA fanno parte del monitaliano che per il suo do in cui viviamo. Ma quel ragazzo lo cono- splendido lavoro ha regalato al mondo film che sce Vittorio? ognuno di noi dovrebbe Il cognome è lo stesso, De Sica, il genere e la sto- vedere perché fanno parte del patrimonio italiaria no. no e della storia del noVittorio (papà di Christro paese. Ha regalato al stian) è stato un grannostro cinema una fama de regista neoclassico internazionale e per anni dopo la sua scomparsa tutti si sono chiesti se altri grandi registi sarebbero stati in grado di portare avanti il lavoro di Vittorio, e non solo il suo. Negli stessi anni infatti, un altro grande Italiano si affermò nel mondo del cinema, vincendo più Oscar che qualsiasi altro regista nella storia: Federico Fellini. De Sica e Fellini anno per anno si rubarono i riconoscimenti, gli attori e forse anche le Christian DE SICA idee per realizzare ca-

polavori sempre più belli, sempre più immortali. Entrambi i registi lavorarono con Sophia Loren e Marcello Mastroianni due grandi attori che sia nel bianco e nero sia nel cinema a colori si sono distinti per la passione con cui interpretavano i loro personaggi. Ora il cinema italiano non riesce a regalare le stesse emozioni, certo ci sono buoni attori e registi intelligenti, ma forse dovremmo tutti pensare a quei film e metterli a confronto con “ladri di biciclette”, “ieri, oggi e domani” o “la dolce vita” perché è grazie a questi capolavori che il mondo ci conosce. E noi, che siamo italiani, questi film li conosciamo? E Noi, che siamo italiani, ci conosciamo? Io consiglierei a quel ragazzo qualsiasi, che conosce Christian De Sica e che va al cinema per ridere con gli amici, di continuare a fare ciò che faceva, ma di una volta ogni tanto sedersi in parte ad un nonno o un genitore e chiedergli qual è il suo film preferito: io lo faccio sempre, e scopro ogni volta qualcosa di stupendo.

Il 24 Febbraio è stata una notte all’insegna delle sorprese, dei premi e soprattutto dei buoni film. Il 2012 è stata per il cinema un’ottima annata e per fortuna gli Academy hanno sorpreso con scelte ben poco riserviste (come spesso viene definita la giuria). Il trionfatore della serata è stato certamente il film “Argo” di Ben Affleck che si è portato a casa la statuetta come miglior film. Le battute del temuto Seth Macfarlane non sono mancate ma le risate hanno reso l’evento più leggero e divertente. Tra un emozionante tributo a James Bond e una giovanissima Jennifer Lawrence che cade lungo le scale degli Academy, l’intera serata ha fatto rimanere tutti con la bocca aperta, non sapendo se ridere o piangere. La notte è stata lunga e ho la certezza che

molti appassionati si saranno accontentati di leggere la mattina seguente sui giornali i nomi dei vincitori; vi consiglio, però, di non perdervi uno spettacolare Jean Dujardin (Oscar per il miglior attore protagonista nel 2012) che prima di annunciare il nome dell’attrice vincitrice, si concede una breve introduzione, in cui sottolinea il fatto che “forse, se fosse un’attrice, sarebbe anche un attore migliore”.


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jailbreak: istruzioni per l’uso La rubrica dedicata a computer, smarthphones e console a cura di Michele ROMANI (ex studente)

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alve a tutti, inizio questa nuova rubrica con una semplice considerazione: spesso saper usare i nostri terminali tecnologici sembra semplice ma in realta essi hanno da offrirci molto più di quanto possiamo immaginare. Quindi per iniziare ci focalizzeremo sugli smartphone, ormai alla portata di chiunque, e in particolare su una marca che più di tutte le altre monitora (e talvolta limita) le funzionalità dei propri dispositivi per motivi di mercato, di sicurezza oppure per semplice scelta ideologica. Sì avete capito bene,parliamo di Apple, un’azienda che negli ultimi anni ha ottenuto un enorme successo grazie alla sua linea di iDispositivi all’avanguardia ma ha anche ricevuto varie critiche proprio per la limitatezza consapevolmente imposta ai propri dispositivi. Questa guida è specifica per iPhone, il telefono Apple che ormai è largamente diffuso, è valida per tutti i modelli (tuttavia se ci sono delle differenze le specificherò) e salvo mia indicazione sará valida pure sugli iTouch e iPad. Inanzitutto è doveroso farvi sapere che fin dagli albori dell’uscita di iPhone un gruppo ristretto di

utenti non soddisfatti del prodotto e molto smanettoni hanno “inventato” una tecnica chiamata jailbreak (letteralmente: ”rompere la gabbia”) che mira a utilizzare al 100% il proprio dispositivo: già, anche se 8/10 persone che hanno l’iPhone pensano di utilizzarlo a pieno in realtà essi non sanno che solo con questo metodo avrete in mano il codice sorgente (che in termini informatici è il DNA di ogni sistema operativo) e che con un po’ di dimestichezza si possono fare veramente tutte le cose immaginabili col proprio telefono (tranne l’iCoffee, meglio andare dalla Lara al bar per quello, ho provato e con il mio iPhone ha un po’ sapore di transistor). Prima di inizia-

re specifico che il Jailbreak non è illegale, anche se comunque la causa di Apple è ancora in corso, ma se andaste da un tecnico Apple egli potrebbe invalidare la vostra garanzia se ancora la avete. Tuttavia non preoccupatevi, con un semplice ripristino o aggiornamento il jail sparisce ed il telefono torna come nuovo. Essendo arrivati alla versione 6 di iOS (ad oggi in realtà stiamo usando iOS 6.1.3) spiegherò il metodo evasi0n,che è decisamente il più facile. Chi avesse versioni precedenti di iOS, o magari modelli troppo vecchi che non sono piu aggiornabili (iPhone 2g, 3G, iPod 2g, 3G, Ipad 1) possono contattarmi a Michele.romani.gz10@me.com e spiegherò loro passo a passo la procedura che è leggermente piu difficile. È importante che il vostro telefono sia stato aggiornato tramite iTunes e non tramite OTA (over the air, cioe dal telefono su rete wi fi) perche quest’ultima contiene errori e bug a volontà. Se avete gia aggiornato OTA basterà collegare il telefono ad iTunes, fare un backup e poi cliccare su “ripristina”. Il backup è SEMPRE consigliato prima di un jailbreak perchè

se l’installazione dovesse dare problemi almeno non perdete dati personali. Togliete anche eventuali codici di blocco per facilitare l’operazione Ora seguite attentamente: 1. Dal vostro pc aprite il browser web e inserite nella barra in alto www.evasi0n.com oppure cercate evasi0n su google per arrivare alla pagina degli hackers che hanno realizzato il tool. 2. Come vedete è molto intuitivo (ndr: a prova di scemo, davvero) e scaricate il pacchetto relativo al vostro pc, nel mio caso Windows 3. Dentro al pacchetto ci sará un file .exe, avviatelo con l’iPhone (iPod, Ipad) connesso ed acceso ed in pochi secondi il programma lo riconoscerà 4. cliccate sul pulsante “Jailbreak!” e vi consiglio di seguire la procedura assicurandovi che il telefono non si stacchi, cosa che crea sempre dei problemi software 5. ad un certo punto vi chiederà di sbloccare il telefono e premere SOLO sulla nuova app che vi sará comparsa (chiamata jailbreak o evasion) e poi di non toccare altro 6. il telefono si riavvierà, anche un po’ di volte, è normale. Una volta terminato avrete l’app cydia che è uno store alternativo. E ora cosa me ne faccio di ‘sta Cydia? Cydia è tutto e molto di più, non installa solo applicazioni, ma esegue addirittura modifiche

al substrato del telefono, che in termini umani vuol dire che potremo aggiungere qualsiasi funzione il nostro terminale supporti (inviare file col bluetooth, perche no?). Sappiate che tramite certe procedure si possono installare gratuitamente anche le app dell’appstore, ma questa è pirateria e siete responsabili voi di ciò che fate, i tweak di cydia (cosi si chiamano le app di cydia) sono tutti legali e semplicemente non firmati da Apple, anche se negli anni spesso e volentieri molti sono entrati nell’appstore (proprio per la loro fruibilità) oppure inseriti di base nei nuovi ios (ne è un esempio la funzione hotspot dell’iPhone, introdotta tramite cydia e poi inserita da Apple con iOS 5). E per concludere questo articolo vi presento uno dei miei tweak preferiti, realizzato da Ivano Bilenchi (sappiate che su cydia ci sono fior fiore di twe-

ak geniali creati da giovani italiani), che si chiama iCleaner: se gia conoscete CCleaner, programma per il pc, allor sappiate che questa è la sua trasposizione per iDevice e serve a tenere pulita ed in ordine la memoria del telefono. Si puo scaricare dal motore di ricerca di Cydia gratuitamente ed è compatibile da ios4 fino ad ios6. Come funziona? Una volta avviato sará gia preimpostato per i profani e basterà premere “pulisci” per vedere sparire in pochi minuti numerosi megabyte di “sporcizia digitale” con conseguente e notevole aumento delle prestazioni del telefono. L’altra sua funzione permette di disabilitare i daemon, i demoni, del telefono che sono azioni che il nostro terminale compie in background e che non sono tutte vitali in modo da velocizzarlo ulteriormente: se non siete molto pratici prima di fare qualcosa seguite le spiegazioni del tweak che è veramente molto ben fatto e davvero a “prova di scemo”. Con questo si conclude il primo episodio di iSmanetto, sperando che vi sia piaciuto, se avete bisogno di aiuto o avete semplicemente delle domande vi ripropongo la mia mail michele.romani.gz10@ me.com, sempre a vostra disposizione per spiegarvi i misteri della tecnologia. Ci si vede alla prossima uscita


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corri per...

Quando credete veramente in qualcosa la sentite vostra. Per voi è intoccabile A cura di Angelo BADINELLI (ex studente)

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enso di aver visto le immagini almeno un centinaio di volte; non parliamo dei filmati, visti fino alla noia. La maratona di Boston, con la sua storia, le caratteristiche, il giorno in cui viene fatta (il Patriot’s day), è una delle più suggestive al mondo. Ogni volta mi sono posto sempre le stesse domande: perché rovinare una festa? Perché continuano ad esserci gli attentati terroristici? Lo so. Questo è un altro mio articolo nel quale parlo dell’arte della corsa, della quale io sono uno scarso praticante che punta, però, sempre a migliorare. Ma non posso farne a meno, in fondo le endorfine che girano nel mio corpo mi obbligano

continuamente a rifornirlo. E io continuo a correre. E le endorfine continuano a girare. E così via. Faccio una premessa: gli attentati sono un atto vergognoso, in qualsiasi situazione. Politica, sportiva, civile… sono atti di pura codardia, con i quali si crea solo odio e violenza, due sentimenti, se così vogliamo chiamarli, che andrebbero cancellati dal nostro mondo. Dopo la necessaria premessa, ci si può chiedere perché la maratona sia una festa. Bisognerebbe provarla. Solo così lo si capisce. Le migliaia di persone in attesa di faticare, le migliaia di persone che vogliono arrivare fino in fondo, le migliaia di persone che corrono per una

buona causa. Tutte in allegria, tutte felici. Potrei continuare l’elenco, ma non ci sono solamente gli atleti. Certo, senza runner sarebbe fuori da ogni logica creare un evento simile. Gli altri protagonisti sono il pubblico presente. Persone che spendono il loro tempo per incoraggiare, per aiutare, per tifare, per aspettare e per rendere una vera e propria festa una maratona. E fidatevi: con il pubblico, ogni metro è corso col sorriso sulle labbra. Poi, una maratona è il frutto del lavoro e della fatica di tanti: gli atleti che si preparano con allenamenti da almeno 20 settimane prima della gara; degli ufficiali di gara; dei volontari, che

Boston 15 aprile 2013

per fortuna ci sono; di coloro che preparano il percorso; di quelli che ti danno la medaglia; di quelli che ti fotografano. Insomma, dietro ad una corsa del genere, c’è una marea di gente. Ma il tutto è condito con il sorriso, con l’allegria. Però, capita che due giovani, non sapendo cosa fare, vadano su youtube e guardino come si fa a preparare una bomba in grado di ammazzare adulti e bambini. E con naturalezza preparano non una, ma due bombe che, come sapete, hanno provocato una strage. Da maratoneta, appena saputa la notizia, mi sono sentito ferito e colpito perché so cosa vuol dire correrne una (e per la cronaca, parteciperò alla maratona di Carpi il 13 ottobre e a quella di Firenze il 24 novembre, visita medica permettendo). E adesso non è più possibile correre una maratona in pace e allegria? Il pubblico non può più godersi una bella domenica di festa? Io, quei 42.195 fottutissimi metri, li ho corsi in compagnia di migliaia di persone. Li ho corsi in compagnia di bambini e adulti che dai bordi delle strade ti battevano le mani e ti gridavano di non fermarti. Li ho corsi dedicandoli a certe persone, pensando a certe

cose e sorridendo. Sempre. Come tutti gli altri runner. Sorridendo sempre, visto il meraviglioso clima che ci circondava. Quando ho saputo la notizia, il giorno dopo sono andato a correre. Mentre correvo, ho pensato al “giovane” di 78 anni che è stato scaraventato a terra mentre stava terminando la maratona; ai feriti; ai morti. Ho pensato soprattutto al bambino di 8 anni che era andato ad abbracciare suo padre, il suo eroe che aveva corso per lui, al traguardo e che era tornato indietro dalla madre e dalla sorellina; e che per colpa di due persone senza cuore è morto. E ho pensato anche al padre. Ho seguito un consiglio di Antonio Gramsci, che faccio spesso, e cioè di mettermi nei panni dell’altro, in questo caso degli attentatori. Non ci sono riuscito: quei panni mi facevano e mi fanno veramente schifo, sono troppo sudici per provare ad entrarci. Così come mi fanno schifo i panni di tutti gli attentatori, di tutti i mafiosi, di tutti i narcotrafficanti… Quando credete veramente in qualche cosa, qualunque essa sia, quando ci siete proprio dentro, bè, la sentite vostra. Per voi è intoccabile. Per me è la corsa. Per me è la giustizia. Per me è la

ricerca della felicità. Per me è la democrazia. Perché come dice un ironman come Aldo Rock: “Correre è vera democrazia”. Vi propongo, ora, un elenco di perché si corre, ricavato da un video di Radio DeeJay dopo la “non maratona” di New York. Chissà che nascano degli altri runner! Corri per il piacere di correre; corri per sentirti più forte; corri per cambiare un “non posso” in un “ho fatto!”; corri in una gara; corri con i tuoi amici; corri per sentirti meglio la mattina; corri per i bambini; corri per i nipoti; corri per te stesso; corri più veloce di quanto pensavi di poter correre; corri per stare coi piedi per terra; corri per prendere il volo; corri oggi come se non ci fosse un domani; corri perché è tutto quello che sei; corri per vedere chi puoi essere; corri per una causa; corri per un perché; corri perché le endorfine sono meglio del botulino; corri per lavare via i tuoi peccati; corri per credere che nessuno possa prenderti; corri con la tua squadra; corri coi tuoi pensieri; corri come un bambino; corri col tuo bambino; corri per il tuo corpo; corri per la tua mente; corri per far battere il tuo cuore come se fossi innamorato; corri un chilometro; corri per sempre; corri per la vita; run like a deejay


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campionati studenteschi 2013 Grazie alla dedizione dei nostri insegnanti, anche quest’anno il Falcone - tra mille difficoltà - ha raggiunto ottimi risultati A cura della REDAZIONE

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nche quest’anno, nonostante la preoccupante mancanza di fondi, il nostro Istituto ha deciso di partecipare ai Campionati Provinciali studenteschi in diverse discipline sportive. è soprattutto grazie all’impegno e alla dedizione dei nostri docenti di scienze motorie che tale obiettivo è stato raggiunto, per altro con ottimi risultati; dunque ringraziamo di cuore la prof.ssa Giuliani, il prof. Bonandi

e il prof. Rossi a nome di tutta la scuola, non solo per aver ostinatamente lavorato per ottenere i risultati di cui sopra, ma anche e soprattutto per il contributo determinante che da sempre danno alla trasmissione dei valori dello sport (lealtà, rispetto per l’avversario, abnegazione, resistenza di fronte alle avversità e alle sconfitte ecc.) tanto più in una società, come quella attuale, in cui tutti i maggiori mediatori cultura-

li sembrano invece suggerire a noi ragazzi che la competizione senza regole, l’umiliazione dell’avversario, la furbizia siano atteggiamenti vincenti, con tutte le distorsioni che ne derivano e che sarebbe superfluo sottolineare. Riportiamo di seguito una sintetica rassegna delle gare a cui l’Istituto Falcone ha partecipato, evidenziando - non senza un pizzico di soddisfazione - i successi ottenuti.

La squadra Campione provinciale di pallavolo. A sinistra gli allenatori: prof.ssa Giuliani e prof. Bonandi

PALLAVOLO (maschile e femminile) La squadra maschile di pallavolo, allenata dal mitico prof. Bonandi - un’istituzione nell’ambito della pallavolo nazionale - in seguito ad uno strepitoso campionato provinciale ha ottenuto il diritto di giocare la finale contro la squadra dell’Istituto Gonzaga di Castiglione D/S, riuscendo a portare a casa il titolo con un netto 2 a 0. Successivamente la nostra squadra è stata eliminata nelle selezioni regionali dalla fortissima compagine di una scuola bergamasca. Ma il primato provinciale - a dire il vero un po’ insperato - è per noi un grande traguardo, foriero di stimoli e carico di sperane per futuri successi. La squadra femminile, allenata dalla prof.ssa Giuliani, nonostante l’entusiasmo e la buona prestazione non è riuscita a superare la fase provinciale. TENNIS TAVOLO (maschile e femminile) In questa disciplina la nostra scuola ha un’eccellente tradizione. Anche quest’anno infatti entrambe le squadre - coordinate dal prof. Bonandi - hanno trionfato nel Campionato Regionale.

E I Z A R G AZZI G A R

NUOTO (individuale e a squadre) Anche in questa disciplina, coordinata dal prof. Rossi, i risultati non hanno deluso. Il Falcone, infatti, si è qualificato secondo come squadra, mentre nell’individuale femminile siamo ancora in gioco e in attesa dei risultati finali. RUGBY (maschile e femminile) Anche nel Rugby la nostra scuola si è distinta giungendo, con la squadra mashile Allievi, a vincere il Campionato provinciale. PALLACANESTRO (maschile e femminile) Nella categoria Allievi il nostro Istituto ha svolto un ottimo campionato, giungendo a conquistare la seconda posizione con entrambe le squadre, anche in questo caso guidate dal magistrale e instancabile prof. Rossi.

TENNIS TAVOLO I nostri Campioni insieme al loro allenatore il prof. Bonandi


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aforismi e dintorni

Le citazioni più belle ed eloquenti, scelte per voi da FXP a cura della REDAZIONE Le donne son venute in eccellenza / di ciascun’arte ove hanno posto cura. Ludovico Ariosto

perché consiste soprattutto nell’aver a che fare con gli uomini. Joseph Conrad

Non conoscete dunque le donne? sono quelle che sono, devono avere i difetti delle loro qualità. Honoré de Balzac

Donne ch’avete intelletto d’amore... Dante

Le donne sanno spiegarci benissimo le loro grandezze: sono le loro piccolezze, quelle che vogliono lasciarci indovinare. Honoré de Balzac Non si nasce donna: si diventa. Simone de Beauvoir Essere donna non è un dato naturale, ma il risultato di una storia. Non c’è un destino biologico e psicologico che definisce la donna in quanto tale. Tale destino è la conseguenza della storia della civiltà, e per ogni donna la storia della sua vita. Simone de Beauvoir La donna sarebbe più affascinante se si potesse cadere fra le sue braccia senza cadere nelle sue mani. Ambrose Bierce I briganti ti chiedono la borsa o la vita: le donne le vogliono tutt’e due. Samuel Butler Le donne ci piacciono perché sono meravigliose, o ci sembrano meravigliose perché ci piacciono? Achille Campanile Essere donna è terribilmente difficile,

La donna, solo il diavolo sa cos’è; io non ci capisco niente. Fedor Dostoevskij La grande domanda (...) alla quale non sono riuscito a rispondere, nonostante trent’anni di ricerche sull’anima femminile, è: “Che cosa vuole una donna?” Sigmund Freud è una calunnia parlar di sesso debole a proposito di una donna. Gandhi Se dio non avesse fatto la donna, / non avrebbe fatto il fiore. Victor Hugo

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Penso che le donne / sono le depositarie della libertà. Francis Picabia

Onorate le donne! intrecciano e intessono rose celesti nella vita terrena. Friedrich Schiller Noi poeti moriremmo di malinconia senza le donne, e ci scegliamo gli amici per avere qualcuno con cui parlare di donne. William Butler Yeats

sull’acqua.

Catullo

Checché ne dicano i suoi detrattori, una bella donna ha qualcosa in comune con la verità: tutt’e due danno più felicità quando si desiderano che quando si possiedono. Friedrich Nietzsche Nella vendetta e in amore, la donna è più barbara dell’uomo. Friedrich Nietzsche

Le donne sono più aperte alle ragioni ideali che agli opportunismi. Alcide De Gaspari

Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia. Marcel Proust

La rivoluzione femminile deve adesso completare la rivoluzione proletaria, come questa consolidò la rivoluzione borghese, emanazione a sua volta della rivoluzione filosofica. Auguste Comte

L’intuizione di una donna è molto più vicina alla verità della certezza di un uomo Joseph Rudyard Kipling

Il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale del bel sesso. Karl Marx

La donna ha soprattutto un altro talento innato, un dono originario: un assoluto virtuosismo per dar senso al finito. Soren Kierkegaard

Non può esserci e non ci sarà “libertà” vera finché la donna non sarà liberata dei privilegi che le leggi hannoriconosciuto all’uomo. Lenin

Non si ha idea fino a che punto le donne siano un’aristocrazia. Non c’è popolo fra loro. Jules Michelet

Mai fidarsi di una donna che dice la sua vera età. Una donna capace di dir quello è capace di dir tutto. Oscar Wilde

Una donna è un paese straniero / del quale, anche quando vi si stabilisca da giovane, / un uomo non arriva mai a capire a fondo / i costumi, la politica e la lingua. Coventry Patmore

C’è sempre un angolo di silenzio nelle più sincere confessioni delle donne: Paul Bourget Ma quel che una donna dice al cupido amante / scrivilo sul vento, scrivilo

L’uomo è di fuoco, la donna di stoppa, il diavolo arriva e soffia. Miguel de Cervantes (...) usa loro (agli uomini) delle attenzioni e ti trattano come cani non m’importa di quel che si dice sarebbe meglio per il mondo se com andassero le donne non ce le vedreste ad ammazzarsi a vicenda e a scannare (...). James Joyce Mascheriamo come ci piace la nostra schiavitù, / è la donna, sempre la donna, che ci governa. Thomas More Dopo aver riflettuto bene sul destino delle donne in tutti i tempi e in tutti i paesi, ho finito per convincermi che ogni uomo dovrebbe dire a ogni donna, in luogo di buongiorno, “Perdona”, perché i più forti hanno fatto la legge. Alfred de Vigny


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WOLF

di Chiara MICHELOTTI (VAs)


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PANTA REI

di Parwinder KAUR (IICri)


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prof si nasce

profsi nasce Individua il tuo insegnante tra questi innocenti pargoli

Le soluzioni dello scorso numero

a cura di Cristina AGAZZI (Matematica e Fisica)

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ccoci giunti alla terza edizione di questa simpatica rubrica. Allora come è andata? Avete individuato i vostri insegnanti? Se avete ancora qualche dubbio nessuna paura, nella pagina affianco le soluzioni. Provate ora, facendo affidamento a tutto il vostro spirito di osservazione e alla vostra capacità di intuizione, ad indovinare anche questa nuova serie di insegnanti. Buon divertimento!

prof.ssa Mariangela CIPITÌ Francese

prof.ssa Elisa AZZINI

(con il suo splendido bambino)

Diritto

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prof.ssa Brunella PIEMONTESE Diritto

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prof.ssa Jennifer MATTHEWS Lettrice d’inglese (madrelingua)

prof.ssa Ivana MAZZA Scienze


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i giochi di fxp

Per un momento di relax tra una verifica e un’interrogazione a cura di Giulia BELLINI e Giuditta LANZI (IVAs)

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Rebus

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Sudoku

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Riuscirai a trovare l’uscita del labirinto?

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le stelle del 2013

Anno nuovo, vita nuova... ma gli astri cosa ne pensano? a cura di Elisa MILANI e Noemi VOLPI (IVAs)

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o sappiamo, siamo un po’ in ritardo. Ma potete lo stesso avvalervi delle previsioni per i prossimi mesi e, comunque, un vantaggio c’è: avete infatti la possibilità di verificare l’attendibilità di questo oroscopo mettendolo in relazione con ciò che vi è già accaduto.

ARIETE Il tuo 2013 sarà… ENERGICO infatti sei scattante, non senti il peso del lavoro, non ti fermi di fronte a nessun ostacolo. Efficienza e forza sono gli elementi che ti contraddistinguono. Dopo metà luglio però stai attento perché l’energia cala, aumentano le responsabilità, i doveri:la stanchezza non ti dà pace… L’astroconsiglio dell’anno: equilibrio. Vivi un giorno da leone e l’altro sul divano. Dosa il l’energia che è in te e fanne buon uso. TORO Il tuo 2013 sarà…AL TOP : i periodi migliori per potenziare la forma fisica sono i primi mesi dell’anno, l’estate e l’autunno. Sei nella condizione ideale: sereno, piacevole e propositivo. Da fine giugno avrai anche grandi colpi di fortuna!! L’astroconsiglio dell’anno: sarà bene fare il coraggioso con i tuoi desideri. Fai un piano per il futuro, migliora corpo e mente. Per diventare bello come un dio e forte come un carro armato. GEMELLI Per il tuo 2013 serve… RIPOSO, non mettere alla prova il tuo corpo con sforzi fisici o logoranti impegni! Puoi sentirti stanco, affaticato o troppo sotto pressione; prenditi una pausa di riflessione. Ciò che dici e fai riscuote successo…cerca solo di vincere la pigrizia!! L’astroconsiglio dell’anno: Obiettività e

costanza. Se hai paura di restare deluso scegli con cura le poche persone a cui dare tempo, dedizione e incondizionato amore. CANCRO Il tuo 2013 sarà…TRANQUILLO, privo di grandi ostilità! Facile però che nei primi mesi ti senta agitato, preoccupato per il futuro. Non chiuderti in te stesso, stai su di morale. La salute è buona…quindi non sentirti giù… L’astroconsiglio dell’anno: fidarsi è bene e quest’anno sarà meglio soprattutto in amore. Non restare chiuso nella corazza, è tempo di uscire e distrarsi un po’! LEONE Il tuo 2013 sarà… un anno DI TRANSITO, la tua forma è buona in generale…ma non strafare o chiedere l’impossibile a te stesso. Il tuo stato d’animo è pessimo. Stacca la spina, prenditi delle pause dagli impegni quotidiani. L’estate ti ricaricherà alla grande… L’astroconsiglio dell’anno: resistere e procedere consapevole della grande rivalsa nel 2014, anno di liberazione totale. Intanto, fortifica l’io e schiva i colpi bassi. VERGINE Il tuo 2013 sarà…FIDUCIOSO, infatti dopo un 2012 un po’ fiacco arriveranno miglioramenti. Datti una mossa e sforzati di

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sorridere, sta a te dimostrare che sei in grado di gestire al meglio tutte le situazioni…da fine giugno in poi il tuo motto è l’ottimismo: sarai magnetico e brillante con chi ti circonda!! L’astroconsiglio dell’anno: riscopri le amicizie che contano. Sarà un Natale diverso dagli altri, meno polemiche, più regali per gli altri e per te stesso.

BILANCIA Il tuo 2013 sarà…MOVIMENTATO…il desiderio di cambiare e andare all’estero è ricorrente!! le prove che hai dovuto superare negli ultimi due anni sono valse a qualcosa: hai nuove consapevolezze, ti senti più forte e incedi tra grandi progetti. La tua forma è vincente e sei pieno di vitalità!! Soprattutto nella prima parte dell’anno e nell’ultima… L’astroconsiglio dell’anno: brinda a te stesso e ai piccoli piaceri della vita. Tira fuori una doppia dose di tenerezza per ogni volta che farai polemiche. SCORPIONE Il tuo 2013 sarà…ricco di NOVITA’. Non fai neanche più caso alla fatica dello scorso anno tanto le stelle brillano e ti indicano nuove strade. Non c’è tempo da perdere. Di mese in mese ritrovi la tua forma migliore…quindi sii più determinato e meno assorto dai problemi L’astroconsiglio dell’anno: perché rovinare sempre tutto? Masochismo e pessimismo avranno i giorni contati, volersi più bene sarà il tuo mantra. SAGITTARIO il tuo 2013 sarà…ALTALENANTE…vivrai momenti sereni in cui il benessere è a portata di mano e momenti più complicati… In primavera e in estate sarai forte e scattante…ma non dare fondo alle tue energie…lo stress è dietro l’angolo!! L’astroconsiglio dell’anno: sì, viaggiare. Solo o con persone selezionate, meglio

se Bilancia, Scorpione o Gemelli. Più lontano si va e più si ritroverà un contatto con se stesse. CAPRICORNO Il tuo 2013 sarà…ININTERROTTO…i tuoi impegni sono infiniti…Dove sono andate a finire le vacanze? Staccare sarà duro, tanta sarà la frenesia del 2013. Molto accade, molto richiede dal tuo fisico. Ma che tu lo voglia o no sei in una fase di cambiamento decisivo.  L’astroconsiglio dell’anno: rivoluzione e perseveranza. Dai fuoco alle polveri solo dopo una strategia studiata a puntino e un piano B degno di un furbo Capricorno. ACQUARIO Il tuo 2013 sarà…STABILE… infatti ti dona un meritato sollievo, non saranno passi da gigante ma preziose perle di benessere da cui poter comunque imparare molto. Goditi una ritrovata stabilità, in questi due anni hai fatto la rivoluzione: sforzati di godere dei risultati raggiunti. L’astroconsiglio dell’anno: morbidezza e creatività. Non lasciare che le delusioni passate blocchino la tua fiducia negli altri. Sta a te crearti il destino che più ti piace. PESCI Il tuo 2013 sarà… in ASCESA… se avete vissuto difficoltà in precedenza,preparatevi a risolvere ogni problema alla grande in questo anno favoloso. La vostra situazione migliorerà gradualmente durante i primi sei mesi, per decollare decisa verso il successo nella seconda parte dell’anno. Autostima in rialzo. L’astroconsiglio dell’anno: scegli con cura i tuoi desideri. Non tutto quello che vuoi è quello di cui hai davvero bisogno. Avrai un grande potere quest’anno, impara a esercitarlo nel modo migliore.


FXP - Falcone express

anno V - numero 5 - maggio 2013 Organo di stampa ufficiale dell’Istituto “Giovanni FALCONE” via Saccole Pignole, 3 - 46041 Asola (Mn) tel. 0376.710423 - 710318 / fax 0376.710425 e-mail: redazionefxp@iisfalcone.gov.it Reg. Trib: di Mantova n. 2292/07 del 17/05/2007 Dirigente scolastico: Gianna DI RE Direttore responsabile Stefania DIVERTITO Vicedirettore Fabrizio COPERTINO Direttrici editoriali Vera GERVASIO Alice GHIROLDI Chiara PIVA Federica SCAGLIONI Direttore marketing Francesco PASINI Vicedirettore marketing Nicola MORÈ Redazione Stefania DIVERTITO Fabrizio COPERTINO Agnese BOLZONI Vera GERVASIO Alice GHIROLDI Francesco PASINI Chiara PIVA Federica SCAGLIONI Rossana VILLELLA Grafica Letizia DOSSENA Gianluca GORINI Davide SORESINA Web Designer Stefano SOLAZZI Fotografia Francesca GRISAFI

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FXP Maggio 2013 Numero 5  

Donne... donne L'omaggio di FXP all'altra metà del cielo

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