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Lo sviluppo di una rete di relazioni umane e professionali è il valore aggiunto della consulenza di Reti: per questo nasce un “Un Caffè con…” “Un caffè con” consiste in una conversazione aperta ed informale, dinanzi ad un caffè e ad una prima colazione, alla presenza di un ospite e di circa 20 persone, con una formula ad invito riservato. La conversazione si impernia sulla presenza di un ospite illustre, proveniente dal mondo delle istituzioni, della politica, del giornalismo, dell’accademia, dell’impresa. L’ospite ha la possibilità di illustrare i temi che segue nella sua attività quotidiana, discorrendo di uno o più temi specifici, offrendo spunti di analisi sull’attualità politica e socioeconomica, in un contesto informale e davanti ad una prima colazione, come se si fosse in un vero e proprio caffè. I partecipanti all’incontro, selezionati ed invitati da Reti in accordo con l’ospite, hanno la possibilità di condividere con tutti domande, spunti ed osservazioni, in un colloquio libero ed aperto. L’appuntamento è alle ore 8.30 in un giorno infrasettimanale, dura non oltre 60 minuti, per non impegnare eccessivamente le agende dei partecipanti. “Un caffè con” ha una sua identità visiva, composta da un logo e da un format di invito (Reti da visibilità a questa sua iniziativa attraverso un articolo e un video di presentazione sul blog www.galassiareti.com . Di seguito riportiamo alcuni degli ospiti che hanno partecipato ad “Un caffè con”, nell’arco temporale ottobre 2011 / luglio 2012. Per ciascun appuntamento indichiamo il tema oggetto dell’incontro ed i soggetti partecipanti più significativi, presenti nei loro vertici o responsabili relazioni esterne ed istituzionali:

Antonio Polito Tema: gli scenari politici.

Augusto Valeriani Tema: twitter factor. Come i nuovi media cambiano la politica internazionale.

Giuseppe Castiglione Tema: il ruolo delle Province.

Pierluigi Battista Tema: gli scenari politici dopo la formazione del nuovo Governo.

Stephen Anderson – Portavoce Ambasciatore USA Tema: Italia ed Europa viste da fuori.

Sen. Emma Bonino Tema: liberalizzazioni ed Europa.

Sen. Nicola Rossi Tema: liberalizzazioni.

On. Roberto Rao, Roberta Maggio, Stefano Menichini, Andrea Di Sorte Tema: la politica viaggia su twitter.


Sottosegretario Giampaolo D’Andrea Tema: i primi tre mesi del Governo Monti

Giorgio Gori Tema: politica, crescita e rinnovamento

Severino Nappi Tema: riforma del lavoro e politiche a sostegno dell’occupazione e della formazione

Gianluca Comin Tema: cambiamento climatico, sovrappopolazione, migrazioni, questione energetica

On. Paolo De Castro Tema: sicurezza alimentare nella politica agricola europea

On. Giuliano Cazzola Tema: riforma del mercato del lavoro

On. Federico Testa Tema: strategia energetica nazionale

On. Deborah Bergamini Tema: Disposizioni per la realizzazione dell’agenda digitale nazionale

Sottosegretario Paolo Peluffo Tema: futuro dell’editoria in Italia: informazione, innovazione e conoscenza

On. Anna Paola Concia Tema: crisi, sport e crescita

On. Mario Valducci Tema: trasporti e telecomunicazioni

On. Angela Napoli Tema: DdL anticorruzione e traffico di influenze illecite

On. Paolo Gentiloni Tema: agenda digitale e nuovi compiti delle Authorities

Andrea Romano Tema: il programma di Italia Futura

Sen. Filippo Bubbico Tema: il Dl sviluppo

Mike Hammer - Assistant Secretary of U.S. Department of State, Bureau for Public Affairs. Tema: Relazioni tra USA ed Europa

Pier Luigi Celli Tema: Prospettive per il Turismo


Berlusconi gioca a scacchi. E arriverà a fine mandato. Un caffè con… Antonio Polito La politica italiana come una partita di scacchi. Antonio Polito, ospite del primo appuntamento di questa stagione del “Caffè con…” organizzato da Reti e Running, usa la metafora del gioco per spiegare la situazione attuale: Berlusconi si è ritirato nello stallo. Come se ne esce? Con la patta, ovvero lasciando stare e andando avanti fino alla fine della legislatura. Perché se per dieci mesi ci si organizza per mandare a casa il governo e non ci si riesce si rischia l’effetto contrario, sinistra avvisata. Per l’editorialista del Corriere della Sera dal 14 dicembre ad oggi stiamo vivendo una crisi virtuale, senza sbocco e con una paradossale stabilità: è la democrazia bloccata dei nostri giorni. C’è chi pensa che un potere non democratico – come la magistratura – possa aiutare: ma attenzione, ricorda il giornalista, nel ’92-’93 non ha funzionato. Introdotto da Claudio Velardi, Polito ha avvisato i presenti: non ci sono elementi scatenanti per mandare a casa il governo, non essendoci le condizioni per un golpe interno al Pdl né per una mobilitazione civile più efficace di quella vista finora. Potrebbe il referendum, se la consulta lo approva. Ma se Berlusconi lo cavalcasse anziché avversarlo l’esito è tutt’altro che scontato. Superficiale, inoltre, l’opinione di chi vuole replicare la soluzione spagnola: qui manca la certezza sul futuro, non sappiamo nemmeno quanti schieramenti si presenteranno alle prossime elezioni, con un centro che potrebbe sdoppiarsi e la Lega che potrebbe affrancarsi dall’alleanza forte con il Pdl. E con questa legge elettorale 5 schieramenti al voto porterebbero a una maggioranza voluta da un numero esiguo di cittadini con il 55% dei seggi, costituendo un assurdo della democrazia. L’incertezza, anche a sinistra, è tra l’altro colpevolmente evidente anche sulla politica economica: nel 2005 l’Unione di Prodi era europeista e proponeva diversi nomi da candidare al ministro del Tesoro. Oggi si brancola nel buio. All’intervento del giornalista del Corriere – che gli utenti di twitter hanno potuto seguire in diretta grazie all’hashtag #caffecon – hanno fatto seguito numerose e puntuali domande e osservazioni dei presenti, appartenenti al mondo delle professioni, della politica, delle aziende, delle associazioni di categoria, cui Polito ha risposto sottolineando come, di fatto, l’uscita di Fini dalla maggioranza l’ha messa in mano a dei ricattatori, ma ciò nonostante rimane improbabile un governo del Presidente, che avrebbe bisogno anche dei voti del Pdl. Ed è improbabile che il premier si accomodi all’uscita. La crisi di leadership, sottolineata da più parti, è per l’ex direttore del Riformista lo specchio della crisi della democrazia parlamentare rappresentativa, aggravata dal moltiplicarsi di forze politiche, media, lobby, “conversazione pubblica”. E in Italia, nella situazione attuale, una leadership non può far nulla se non cambiare: è qui, secondo Polito, il fallimento del Cavaliere, che è stato incapace di scommettere su se stesso. Un’ultima parola per la piazza che tanto spazio e tanti dibattiti ha suscitato negli ultimi giorni: in Italia stiamo reagendo con la sindrome del padre triste. La realtà è che ci sono dei professionisti della protesta che sono entrati in azione, ma è bene sottolineare che anche le vere ragioni del movimento degli indignados, non aiutare le banche e colmare i debiti pubblici con i soldi dei cittadini, sono le stesse dei Tea Party della destra liberista americana. Ed è un dato su cui riflettere.

Il video dell’incontro http://youtu.be/VQ3Zf-2tYYo


Il Twitter Factor: come cambiano le professioni con il web 2.0? Un caffè con… Augusto Valeriani Giornalismo, diplomazia, ONG: mondi che sono cambiati con l’avvento del web 2.0, anche se c’è chi ancora non vuole ammetterlo. Eppure gli avvenimenti internazionali e nazionali degli ultimi mesi ce lo dimostrano ampiamente. Dalla primavera araba alle social-crisi politica italiana, il web e twitter sono stati protagonisti. A Reti ne abbiamo parlato con Augusto Valeriani, o @barbapreta, ospite del consueto appuntamento mattutino del “Caffè con…”organizzato da Reti e Running. Con l’ormai famoso ciambellone alla mano, Claudio Velardi ha introdotto la riflessione sul “Twitter Factor” che ha dato il titolo al libro del nostro ospite. “La sfida più grossa”, comincia Valeriani, “è la collaborazione sul web dei professionisti con quelli che non sono tali, ma sono utenti attivi della rete e dei suoi strumenti”. Ci sono tre modalità, continua, con cui i professionisti dell’informazione si possono rapportare al mondo dell’online: concorrenza, sfruttamento, collaborazione. La concorrenza è figlia della diffidenza con cui il mestiere tradizionale si rapporta alle novità. Atteggiamento sbagliato, così come lo sfruttamento che i giornalisti troppo spesso fanno del web 2.0, attingendovi senza conoscerlo o farne parte. “Bisognerebbe invece collaborare, con modalità nuove. Il web 2.0 è diverso dagli scenari tradizionali, e i professionisti devono sapersi muovere in un ambiente tendenzialmente ostile ad attori pachidermici, che però può essere teatro a proficue interazioni”. Una lezione da apprendere, considerando anche che si tratta di riposizionarmi in un ambiente in cui la leadership si frantuma e comunque non riesce più a controllare. D’altra parte, le potenzialità sono enormi. L’han capito anche i terroristi, che hanno iniziato a considerare web strumento di network: così i “gruppi non organizzati possono fare da soli”. Sul versante, ancora, dell’informazione, fare network online permette di collaborare al reperimento di informazioni, ma attenzione: se non collabori, la rete non ti aiuta. Tante e come sempre puntuali le domande dei numerosi ospiti, cui Valeriani ha risposto sottolineando l’importanza della comunità online, pronta ad aiutare i propri membri con la stessa solidarietà delle comunità tradizionali. E che si instaurino relazioni di tipo “personale” anche sul web è dimostrato, ad esempio, dal fatto che i twitter account di singoli giornalisti spesso sono più seguiti di quelli delle news organization cui appartengono, tanto che se il giornalista cambiasse giornale porterebbe con sé il suo network. Le grandi firme sono avvisate: per stare sul web occorre partecipazione, o si rischia il flop.


Abolire le Province, ma perché? Un caffè con… Giuseppe Castiglione Abolire le Province, ma perché? A Reti si è affrontato uno dei temi più scottanti di questi mesi, su cui si son spesi opinione pubblica e classe politica. Spesso, senza conoscere davvero l’argomento. Il taglio degli enti provinciali è stato più volte proposto come “soluzione di tutti i mali”, o quasi tutti, ma la realtà è diversa. Lo ha spiegato Giuseppe Castiglione, Presidente dell’Upi (Unione Province Italiane), e ospite dell’ormai consolidato appuntamento mattutino “Un caffè con” organizzato da Reti e Running. Introdotto come sempre da uno dei padroni di casa, Claudio Velardi, Castiglione ha fatto notare ai presenti come anche il direttore di Bankitalia abbia spiegato pubblicamente che tagliando le Province bisognerebbe trasferire ad altri le loro competenze, per cui in realtà non ci sarebbe alcun risparmio. In sostanza, è una bufala. Diverso, invece, è il discorso di un riordino delle istituzioni che “è necessario, le province devono avere una dimensione più vasta di quella attuale. E poi va posto il problema dei comuni: ce ne sono migliaia, in Italia, ciascuno con poche centinaia di abitanti. A che servono? “, continua Castiglione. Se c’è un problema comune a tutte le istituzioni, che è lo svuotamento del ruolo dei consigli comunali, provinciali, regionali, finanche del Parlamento, è bene sottolineare comunque l’impegno e le competenze delle amministrazioni provinciali, che ad esempio hanno sottoscritto un protocollo con il Ministero dello Sviluppo Economico per la banda larga. “E’ la dimostrazione di quello che andiamo dicendo da tempo” dice il presidente Upi “ e cioè che le province hanno la dimensione ideale per sostenere e sviluppare il territorio”. Non solo, ci sono 130mila km di strade provinciali che possono essere un patrimonio da spendere per rilanciare l’economia del paese in questo momento di difficoltà. In sostanza, si tratta di enti che hanno molteplici competenze e costano meno di altri istituti: “Se scomparissero, chi ne svolgerebbe i compiti?”, s’interroga Castiglione, aggiungendo che il dl di riforma costituzionale che propone l’abolizione individua comunque un ente intermedio tra Comune e Regione. “Allora è la parola Provincia che non piace?”, scherza. Puntuali e ricche di nuovi spunti le domande della fitta platea di ospiti selezionati per l’evento, cui Castiglione ha risposto ribattendo, tra l’altro, che le province non vogliono essere conservative, ma anzi suggeriscono ipotesi di autoriforma. E conclude con un appello, presentato anche a Monti: la razionalizzazione non può partire sempre dagli enti locali.

Il video dell’incontro http://youtu.be/I6D4YRpbKFY


Scenari del nuovo Governo? Difficile prevederli. Un caffè con… Pierluigi Battista E’ stata la settimana che ha sconvolto la politica italiana. Scenari? Difficile prevederli. Quel che è certo è che siamo in un momento in cui le decisioni ‘sovrane’ non sono più nella disponibilità democratica. L’Europa? Abbiamo demonizzato quelli che, nel vivo della retorica integrazionista, osservavano con sospetto la creazione di una moneta unica non supportata da una reale unicità politica. Ed ora che quella moneta rotola via… Un’introduzione ‘anodina’, quella di Pierluigi Battista, ospite di Reti ad un partecipatissimo Caffè con… dedicato all’analisi degli scenari aperti dalla nascita del governo tecnico guidato da Mario Monti. Non ha senso - è il ragionamento di Battista – definire quello di Monti un governo privo di legittimità democratica. Ha senso invece valutare lo stato generale della democrazia nazionale nella cornice di una sovra-statualità tecnocratica quale è quella oggi incarnata dalle istituzioni comuni. Il fatto è che – osserva l’editorialista del Corriere della Sera – Monti, cioè l’Italia, non ha altra scelta se non quella di realizzare il programma definito nella famosa lettera della Bce, e farlo subito. Alternativa non c’è, se non il disastro. In uno scenario siffatto, quello della politica appare solo uno stucchevole teatrino nel quale i vari attori sulla scena pretendono di incidere su scelte in realtà già compiute: altrove. Il problema – sottolinea infatti Battista – è che l’Italia tutta è in forte deficit di credibilità. Il problema cioè non è mai stato solo Berlusconi, come non lo è mai stata la legge elettorale ‘porcata’. A che serve quindi appassionarsi a questo o quel modello istituzionale, a questa o quella soluzione politica facendone una sorte di terapia miracolosa per tutti i mali sistemici che affliggono il nostro paese, quando sono in realtà i comportamenti a fare la differenza. Ed i comportamenti – dei singoli partiti, dei singoli esponenti della classe dirigente – non sono le leggi che li definiscono. A questo punto, allora, o la scelta istituzionale shock di dare vita ad un esecutivo tecnico viene seguita da un set di azioni altrettanto shoccanti per il sistema, o nulla potrà più risparmiarci dal disastro. Pessimismo realismo? Beh – osserva in conclusione Battista – dobbiamo prendere atto del fatto che il nostro potere di condizionamento sovranazionale è praticamente nullo. E forse lo è ormai anche quello dell’Europa. Il documento più illuminante di come vada il mondo adesso è stato infatti il commento dei cinesi al downgrade degli Usa. È lì, in quella bacchettata all’ex egemone imperialista ormai in caduta, che si trovano infatti le chiavi di lettura del mondo che sarà.

Il video dell’incontro http://youtu.be/SGXK7DOKUIY


“Le liberalizzazioni non producono crescita, ma la favoriscono”. Un caffè con… Emma Bonino “Le liberalizzazioni in sé non producono crescita, ma nell’assenza di risorse da investire certamente la favoriscono”. Emma Bonino, vicepresidente del Senato, non ha dubbi: senza mai perdere di vista l’Europa, bisogna andare avanti su questa strada. Anche se qualche passo falso, ammette senza problemi, il governo Monti l’ha già fatto. La senatrice radicale è stata ospite stamattina del consueto appuntamento “Un caffè con…” formula ormai consolidata di Reti e Running. In una sala gremita e per la prima volta ripresa da Radio Radicale, dinanzi a una tazza di caffè e una fetta di ciambellone, Claudio Velardi ha introdotto la senatrice, che non si è certo sottratta a un’analisi lucida e puntuale. “La concorrenza è un bene pubblico e come tale va favorita”, ha esordito, sottolineando come invece negli ultimi vent’anni, e il tentativo fallito del governo Prodi è solo l’ultimo esempio, non c’è stato alcun passo avanti in tal senso: “A parte i convegni domenicali in Parlamento si va nel senso opposto alle liberalizzazioni, guardate cos’è successo con la riforma dell’Ordine forense. Si volevano addirittura 16 nuovi Ordini”. Bene, dunque, l’intervento deciso del governo Monti, anche se qualche critica da sollevare c’è: con tutto quello che c’è da liberalizzare, a partire da servizi pubblici locali, energia elettrica, gas, gasolio, era proprio necessario iniziare dai tassisti di cui si conosceva benissimo la resistenza al provvedimento? “E poi ho qualche perplessità anche sulla scelta dei tempi operata dal ministro Passera, che vuole un decreto al mese” continua l’esponente radicale, “E’ rischioso e gliel’ho già detto, meglio un pacchetto unico da varare agendo soprattutto a Palazzo Chigi, per evitare che come accade troppo spesso, si parta con una cosa e con il passaggio in Parlamento ne venga fuori un’altra”. Eppure, si dice convinta, se questo Governo non riesce a portare a casa le liberalizzazioni “non vedo chi altro lo possa fare”. Uno sguardo, poi, all’Ue: “La debolezza europea non è macrofinanziaria, ma politica. l’euro è stato un grande successo, comunque se ne dica, il problema è stata l’assenza di governance quando è arrivata la bufera”. E dunque “A noi sembrava che si dovesse procedere velocemente verso l’unità politica, ma sappiamo che non è andata così”, osserva, mentre invece è arrivato un nuovo trattato, basato anche su impegni assunti dal precedente Governo, che è “pesantissimo, di puro rigore. Il governo attuale è impegnato a cercare elementi di flessibilità, altrimenti saremo impegnati in manovre pesantissime per i prossimi dieci anni. Il punto è che o facciamo l’unione politica europea, o continuiamo con costosissimi pannicelli caldi”. Numerose e come sempre ricche di spunti le domande dei nostri ospiti, tutti provenienti dal mondo delle aziende, delle professioni, delle relazioni istituzionali e dell’industria. In molti hanno insistito sui rischi che le liberalizzazioni hanno per il lavoro dei giovani: “Le liberalizzazioni sono utili in un momento di crescita, ma rischiano di essere dannose con la stagnazione”. E ci si chiede: “La commissione europea è debole e i leader politici sono sempre con un occhio alle elezioni. Come se ne esce?”. Emma Bonino lo dice senza mezzi termini: purtroppo l’Europa è fatta in modo tale che praticamente ogni anno c’è un paese che va al voto, ma sarebbe bello che il presidente della Commissione fosse eletto per votazione diretta: “Un governo federale ha bisogno dell’identificazione con il suo presidente, come succede negli Usa”. Per quanto riguarda lo scenario nazionale, l’emergenza è stato il primo impegno del governo che anzi doveva dirlo più chiaramente agli italiani: non si risolve tutto con la manovra, ci vorrà tempo, e servirebbe, dice la senatrice, un miniprogramma chiaro e realistico di un anno, che punti su cose come le dismissioni dei patrimoni immobiliari, una strada senz’altro da percorrere. Per quanto riguarda i problemi delle professioni, “un aiuto potrebbe venire dallo scenario comunitario: le professioni sono ancora poco aiutate dai fondi europei perché non prestiamo attenzione ai bandi; è vero che la burocrazia Ue è complessa ma anche l’italiana lo è. E noi siamo contribuenti dell’Unione, quindi vale la pena informarsi e sfruttarne le risorse”.


Dal Governo liberalizzazioni solo a parole. Un caffè con… Nicola Rossi Liberalizzazioni, il tema che ha infiammato l’Italia: ma a guardar bene questo governo non vuol sentir parlare di liberalizzare nemmeno per sbaglio. Ne è convinto il senatore Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ospite del consueto appuntamento settimanale con il “Caffè con…” organizzato da Reti e Running e come al solito trasmesso in diretta twitter con l’hashtag #caffecon. Introdotto da Claudio Velardi, il senatore è andato subito dritto al punto, esaminando le criticità del decreto, a partire dall’enorme debolezza rappresentata dalla genericità dell’articolo 1. Pesano, poi, le grandi assenze: come poste e ferrovie, ad esempio, cui non si fa cenno. “Per questo governo la parola privatizzazione è un tabù”, accusa Rossi, che poi affronta il tema dell’articolo 18: “La sua rilevanza risiede nella liberalità del rapporto tra privati, in cui lo Stato interviene per tutelare il contraente debole. Pubblicizzare il rapporto tra privati – continua – è il vizio dell’articolo 18, e analogo vizio si trova nel decreto”. Per quanto riguarda le professioni, continua il presidente dell’Istituto Leoni, stiamo qui a discuterne ancora perché, evidentemente, la modalità di regolarizzazione del mercato non funziona. Eppure lo Stato continua a pianificare quanti notai o quante farmacie ci devono essere, forse il problema sta lì: “Perché un laureato in farmacia che vuole aprirne una non può? Facciamoglielo fare, se poi è di troppo sarà il mercato a dirlo facendolo fallire”. Resta, poi, un’altra grande inquietudine, poiché il provvedimento è contraddittorio, per cui il Parlamento ha campo libero e sfrutterà questa debolezza. Riuscirà il Governo Monti, sostenuto da una maggioranza ampia, eterogenea e quindi portatrice di interessi molto diversi, a resistere all’assalto?. La verità, sostiene Rossi, è che a dicembre il Parlamento avrebbe votato tutto, ora è molto più difficile. Puntali e come sempre numerose le domande degli ospiti, tutti appartenenti al mondo delle aziende, dell’industria, del giornalismo, della consulenza, cui Rossi ha risposto offrendo nuovi spunti, come la sua idea di presentare un emendamento per abolire il limite d’età per la creazione di Srl con un euro, oggi riservate ai giovani. E ancora ci si interroga, prendendo spunto dall’osservazione di un ospite che fa notare come il commercio sia, alla fine, l’unico settore liberalizzato: “Gli altri creano dei ‘campioni nazionali’ e noi invece apriamo il mercato? Alcune grandi catene stanno uscendo, non entrando dall’Italia. Noi dovremmo cercare grandi imprese in grado di fare alleanze con altri paesi per diventare campioni sul mercato, si potrebbe puntare alla grande distribuzione se le coop capissero”. Un passaggio anche sul settore ferroviario, dove “la paura della ristrutturazione pesa tanto dal punto di vista sindacale”, e sui servizi pubblici: “Non c’è logica economica nelle partecipazioni di enti statali ai servizi pubblici, bisogna puntare a privatizzazione. Che il gestore sia il proprietario”. Infine, la questione Rai: “Il canone, qualsiasi cosa dica la pubblicità, non è un tributo dovuto. Non lo è affatto”. L’ora stabilita è passata: caffè, l’immancabile ciambellone, e l’appuntamento è rinnovato a mercoledì prossimo, per parlare di Twitter e politica.

Il video dell’incontro http://youtu.be/E88kxUAkeLQ


Twitter, la sua realtà e la politica: come parlare di ciò di cui parliamo? Un caffè con… Di Sorte, Maggio, Menichini, Rao Twitter e politica: in Italia cinguettiamo da poco, ma la mania sta invadendo rapidamente istituzioni, redazioni, case. E sta cambiando il nostro modo di comunicare. Per capire come, quanto e perché ne abbiamo convocato un “Caffè con…” d’eccezione, non uno ma quattro ospiti, tutti twitstar: Roberto Rao o @robertorao, deputato Udc e portavoce di Pierferdinando Casini, Roberta Maggio alias @ubimaggio, regina degli hashtag, Stefano Menichini, ovvero @smenichini, direttore del quotidiano Europa e Andrea Di Sorte (@andreadisorte), coordinatore nazionale dei Club della Libertà. In una diretta Twitter mai così vivace, come testimoniano le decine di messaggi al nostro hashtag #caffecon e le teste chine sugli smartphone dei presenti, tutti attivissimi sul social network, Massimo Micucci ha introdotto l’ormai rituale appuntamento mattutino organizzato da Reti e Running. “Con la rete ho provato a uscire dal cono d’ombra in cui normalmente vive chi fa il portavoce. Ho trovato il modo di comunicare me stesso”, racconta Rao, che ci rivela come se ne sia poi innamorato anche il leader Udc: “Casini ormai gestisce l’account dal suo iphone, e si vede. Twitter è una grande opportunità: dà la possibilità ai politici di uscire dal palazzo, li costringe a entrare in contatto col mondo e rispondere alla gente anche a mezzanotte, anche se la platea è ancora molto elitaria”. L’interazione, dunque, e non una fredda comunicazione dei propri impegni è l’atteggiamento giusto per un politico sulla rete: non si può, ribadisce Rao, abbandonare tutto per venti giorni e poi dire che domani si va in tv, pena il defollow di massa. Un altro vantaggio dei cinguetti? La mattina ci trovi la rassegna stampa fatta dagli utenti più attivi, anche se attenzione, non bisogna smettere di leggere i giornali o si rischia di diventare “parassiti”. La parola a @ubimaggio, che attacca con la sua specialità: “Gli hashtag su Twitter ci danno la linea, ed è secondo me un segnale importante che ci sia, ogni giorno, almeno un tema politico”. E poi sì, belli quelli brillanti e divertenti, ma diciamoci la verità, l’hashtag è come la canzone popolare: buca quello che intercetta il sentimento comune, non necessariamente il più creativo. Una riflessione sui numeri: negli ultimi tempi l’Italia si è accorta di Twitter, e con la crisi politica e l’arrivo dei vip è diventato più pop. Inutile storcere il naso: “Sono più apocalittica che integrata, non credo che Twitter sostituisca Facebook così come non credo che l’arrivo in massa di nuovi utenti sia necessariamente un male”. Il vantaggio indubbio del social network è, comunque, la trasparenza: su Twitter si vede subito se scrive il politico o il suo staff. “Twitter sta diventando un flusso essenziale da seguire nell’arco della giornata”, attacca Stefano Menichini, che però puntualizza: una lettura critica del mezzo dimostra che l‘hardware è ancora quello tradizionale, cioè spesso si appoggia su agenzie di stampa e tv all news. Qual è allora il vantaggio? “L’informazione arricchita da commento diventa subito flusso d’opinione”, dice il direttore di Europa. E come si pone un giornalista riguardo al cinguettio? Conta molto la credibilità professionale acquisita e l’esposizione personale. “La novità è che ci sono giornalisti che decidono quali temi del quotidiano devono finire sulla rete e come seguirli durante il loro sviluppo”. E per quanto riguarda la politica? Un esempio del rapporto innovativo che ha con Twitter è l’elezione del sindaco di Milano con il “vento” che ha sospinto Pisapia, ma attenzione che la mobilitazione reale nel paese non può essere supplita da quella su Twitter, come dimostra il flop di #occupyscampia. Andrea Di Sorte lo ammette subito: il Pdl è in netto ritardo, rispetto ad altri partiti, sulla presenza nei social network: colpa di una cifra originaria, risalente alla discesa in campo di Berlusconi, che li porta a privilegiare tv e giornali. “Twitter lo usiamo come termometro e strumento di comunicazione”, spiega, elencando quali sono invece, per lui, i vantaggi del mezzo: innanzitutto il contatto diretto con il politico, che qui è costretto a risponderti, mentre magari la mail della Camera non la legge nemmeno. “Su Twitter è nato per gioco “formattiamo il Pdl” che ha creato un certo movimento all’interno del partito”. Numerosi e appassionati gli interventi dei presenti, per lo più comunicatori nei partiti, nelle aziende e nelle istituzioni. Si invita a riflettere sul fatto che “la gente usa ancora Google e Facebook per informarsi, per cui nel parlare di Twitter bisognerebbe tener presenti i numeri reali”. E il media editor IDV ci rivela che “capita che Di Pietro twitta direttamente e ci


smonti la linea che avevamo impostato noi dello staff”. Altri leader, invece, non sono online e tutto sommato non è un male: Berlusconi e Fini appartengono ad altre generazioni, su Twitter non ci stanno bene. “Tra l’altro preferisco che i politici siano impegnati a governare”, osserva Menichini, mentre Rao sottolinea che la presenza social non è tutto, ma una gamba del tavolo importante, che può essere utile come “spot” per un programma elettorale. Le potenzialità, insomma, sono tante: grazie alle sentinelle della rete è stato preparato un emendamento che ha bloccato il cosiddetto SOPA italiano. “Attenzione, non abbiamo ancora visto come si comporta la politica con Twitter in campagna elettorale”, avvisa Roberta Maggio. E Menichini rimarca: “Ci rendiamo conto che Twitter è solo una conversazione, con gli stessi rischi di degenerare e creare polemiche?” Poi avvisa ancora: “La rappresentazione della realtà che i giornali prendono da internet diventa una realtà a sua volta, è come per la tv”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/dB169CGjhFA

Liberalizzazioni sostanziali, o vince il più forte. Un caffè con… Francesco Verbaro Semplificazioni, liberalizzazioni: in Italia bisogna stimolare la crescita. Francesco Verbaro, docente Scuola Superiore per la Pubblica Amministrazione, affronta nel merito le riforme proposte dal Governo durante un “Caffè con” ad hoc, appuntamento ormai abituale organizzato da Reti e Running. “Le liberalizzazioni sono la via maestra per lo sviluppo”, assicura, Verbaro, introdotto dal padrone di casa Massimo Micucci. Ma attenzione: “Non sono l’atto in sé, ma la finalità. E dunque bisogna puntare ad aumentare l’offerta qualitativa e la quantità”. La politica, però, a volte mette i bastoni tra le ruote: nell’ultimo anno ci sono stati otto provvedimenti sulle semplificazioni, e ovviamente ogni decreto legge ha pure la sua legge di conversione. Pensate che sia finita? Ma no, ci si mette pure il proroga termini a procrastinare l’attuazione. “Questa giungla normativa rischia di portare allo svuotamento degli obiettivi”, ammonisce Verbaro, che fa un esempio di quanto possa diventare complicato raccapezzarsi tra le normative: “Volevo fare una lezione su enti locali e partecipate e ci ho messo otto giorni a recuperare i testi. Il punto è che siamo in un momento fortemente magmatico, che richiederebbe più ordine”. Il nodo cruciale, però, è il contenuto dei provvedimenti: “Bene intervenire sul livello normativo, ma servono cambiamenti gestionali e culturali per delle semplificazioni efficaci”. Per esempio, i servizi per il collocamento sono stati liberalizzati, ma quanti sono in grado di fare davvero intermediazione? Se gli enti non ne hanno le potenzialità finiscono per dover necessariamente ricorrere ai privati. Oppure c’è il tema dell’accesso al credito, per cui l’Italia è tra gli ultimi paesi, come riportato dal Sole24Ore. E in questo contesto le Srl con un euro di capitale che potenzialità di finanziamento hanno? Quindi, “liberalizziamo, sì, ma se non eliminiamo i vincoli che impongono alle startup costi elevati rischiamo di favorire strutture già organizzate. In sostanza, liberalizzazioni sostanziali, o vince il più forte”. Focus, poi sulle professioni, e in particolare sulla possibilità di creare società di professionisti, la loro previdenza e l’abolizione dei tariffari minimi. Il rischio di quest’ultima novità, però, è la proletarizzazione del lavoro: siamo in grado di reggerla? Precise e ben circostanziate le domande dei tanti presenti, tutti appartenenti al mondo del lavoro e delle istituzioni. C’è tempo, poi, per un’ultima osservazione: “Liberalizzare le partecipate ha un costo, perché in media hanno il doppio dei dipendenti necessario – tutta colpa del massiccio ricorso che si è fatto dell ’in house providing – per cui bisognerebbe pensare a ricollocare il personale in esubero” osserva Verbaro “solo per il settore dei trasporti si parla di 200mila persone”.


Fare presto: i primi tre mesi del Governo Monti. Un caffè con… Giampaolo D’Andrea Tre mesi cercando di non premere il freno, anche se significa dover apportare correzioni in itinere per, come nel caso delle liberalizzazioni. Giampaolo D’Andrea, sottosegretario alla presidenza del Consiglio – Rapporti con il Parlamento è stato ospite del consueto appuntamento settimanale del “Caffè con” organizzato da Reti e Running per tirare le somme su quanto fatto finora e i prossimi appuntamenti del Governo. Introdotto, come d’abitudine, da Claudio Velardi, il sottosegretario ha chiarito le condizioni in cui il governo è nato, con una prima, grande urgenza da affrontare: mettere in ordine i conti pubblici. Il primo obiettivo, dunque, è stato il decreto Salva Italia, con cui si è dedicata maggiore attenzione alla cassa piuttosto che alla competenza, così come richiesto. Poi si è lavorato sulle liberalizzazioni per dare sostegno e rilanciare la competitività del Paese. Era, inoltre, necessario agire sul fronte europeo, e qui D’Andrea si concede una riflessione: “Nell’area europea le politiche andrebbero concertate, perché non si può parlare di paesi deboli e paesi forti. L’appartenenza all’Unione non può comportare solo vantaggi, ma anche una giusta distribuzione dei sacrifici”. Poi c’è il Semplifica Italia, per lo snellimento delle procedure e la loro velocizzazione. Dopodomani il Consiglio dei Ministri esaminerà il Semplificazione Fiscale. “Non immaginavamo di riuscire a fare tutte queste cose. Forse ci sono critiche, anzi sicuramente, ma abbiamo fatto più velocemente possibile e questo significa anche che a volte abbiamo avuto bisogno di correttivi in corsa, perché per far presto non avevamo valutato tutti gli impatti”, spiega il sottosegretario, che aggiunge: “Va sottolineata con positività la responsabilità dimostrata dai parlamentari”. Numerose e interessanti le domande dei presenti, alcune arrivate anche via Twitter all’hashtag #caffecon, tramite il quale è sempre possibile seguire la diretta degli incontri. “Il tema dell’educazione finanziaria mi convince molto”, ha risposto D’Andrea a uno dei presenti, “perché è chiaro che in tempi come questi serve una sorta di alfabetizzazione. E il tema degli strumenti finanziari” ha aggiunto “è sicuramente al centro dell’attenzione del Governo”. Fondamentale ha spiegato, anche il tema dell’energia, e tal proposito ha rivelato che il ministro Passera “ritiene di dover esercitare un’ iniziativa più precisa, infatti arriveranno nel futuro prossimo dei provvedimenti specifici”. Chiarissimo anche sulla questione Rai: “Abbiamo due problemi, uno legato alla conclusione del mandato del Cda e uno strutturale, che ne facciamo? Non può essere la stessa del monopolio, serve un assetto diverso. Ma non so se potrà agire questo Governo” ha avvertito D’Andrea “perché sulla Tv pubblica decide il Parlamento. In ogni caso, penso bisognerà lavorare per modificare la mission della Rai recuperando tutti gli elementi positivi esistenti”. Porta da riaprire per la questione dei farmaci di fascia C, stralciati per “mancanza di convergenza parlamentare”, ma ci si ritornerà, perché “il DL Liberalizzazioni è solo un’anticipazione. Il provvedimento vero deve ancora venire”, mentre va avanti il confronto sul lavoro, con il Governo che punta alla riduzione dei contratti e al riordino degli ammortizzatori: “Con accordo con le parti sociali la riforma avrebbe un iter più spedito in Parlamento”, ha osservato. Chiarissimo anche sulla riforma elettorale: “Nel programma di governo si dice che il Parlamento dovrebbe trovare il modo di fare regole nuove. La riforma delle istituzioni e politica è tema importante per ripresa paese, speriamo che il Parlamento ci lavori”. Un’ultima riflessione sul tema dei giornalisti: “Non so rispondere nel merito della questione dei pubblicisti, ma trovo importante la discussione su equo compenso: ne faciliteremo senza indugi l’iter parlamentare”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/Qs1ElGzfFoc


Un caffè con… Giorgio Gori, l’uomo che la politica non è la Tv 17 anni a Mediaset, quando faceva ancora tv, poi Magnolia, la società di produzione che, nell’asfittico panorama italiano, è riuscita a fare, a suo modo, innovazione; quindi il Pd, anzi: Matteo Renzi. Giorgio Gori si racconta così, in una maniera che la Thatcher avrebbe approvato: dicendo what he has done, e non what he has been. Perché è proprio questo, probabilmente, che meglio dice quello che in fondo vogliamo capire un po’ tutti: what he’s gonna do. Possibile che un uomo come lui – giovane per gli standard italiani, ma insomma diciamo che se li porta bene – possa decidere di dedicarsi alla politica, farlo con spirito volontaristico e, soprattutto, farlo nel Pd? Possibile. “La tv – dice – è stata la mia vita. Ma quasi trent’anni son tanti e poi adesso Magnolia può camminare tranquillamente da sola, ed io – ammette – avevo voglia di fare altro.” Fare cose utili per la comunità, cose utili per il paese. Fare politica, insomma. Ma perché farlo, e perché ora? – gli chiedono gli ospiti del Caffè con… “Perché – risponde lui – la situazione lo richiede”. E poi è stato l’incontro con Matteo Renzi: casuale ma, in fondo, mica tanto. Già Matteo Renzi. Cosa ci fa lei con il sindaco di Firenze, nonché potenziale leader del nuovo Pd? Intanto – precisa Gori – Renzi non ha bisogno né di spin doctor né di guru. Condividiamo obiettivi e progetti ed io mi limito a dare una mano per quello di cui so – la comunicazione, ad esempio. Ma la Leopolda non è stata opera mia: è stata un’impresa di gruppo, un lavoro collettivo. Ma perché, Gori, proprio nel Pd? – gli chiedono ancora gli ospiti del Caffè con… “Perché – spiega – è nei valori della sinistra che mi ritrovo. Valori come l’equità, la difesa dei più deboli”. Quella sinistra – precisa però – che non è conservatrice e non teme la modernità. Una sinistra, insomma, diversa da questo Pd. Eppure – gli viene chiesto – lei ha preso la tessera, nella sua Bergamo Alta, proprio di quel Pd che a molti appare esattamente il partito conservatore che le vorrebbe non fosse. Sarà allora mica masochismo, il suo? “E no – obietta Gori: il Labour non era poi messo meglio del Pd attuale, eppure Tony Blair è riuscito a renderlo il partito non della sinistra ma della Gran Bretagna progressista. Un partito vincente che è stato capace di cambiare nel profondo – ed in meglio – il suo paese. Ecco, perché una cosa simile non potremmo farla noi?” Con Matteo Renzi? Si, certo: anche con Matteo Renzi. Ma in un paese in cui tv e politica…anzi, in cui tv è politica, come la mettiamo con la competizione fair e trasparente, l’informazione libera, partiti contendibili …e tutte quelle belle cose che apprezziamo, appunto nella politica auto-riformatrice britannica? Beh, la questione – ragiona Gori – è sostanzialmente impedire che nel nostro paese possano esserci nuovi Berlusconi. Ma tra gli ospiti c’è chi pensa invece che il problema sia la Rai… E Gori non si tira indietro: “dovremmo fare una Rai pubblica e una Rai privata”. Ma privatizzare così com’è – dice – non ha senso per il semplice fatto che la Rai di ora è “non commercializzabile”. Il problema, cioè, non è trovare acquirenti ma, appunto, fare in modo che ci sia qualcosa di vendibile nella scatola che si metterà sul mercato. Questo ad esempio significa togliere i partiti dalla governance, perché nessuna azienda al mondo è governata alla maniera della Rai, con un cda che si riunisce ogni settimana per disquisire delle più microscopiche inezie editoriali. E comunque, via, la politica non è tutta tv. È il 2.0, ad esempio. E qui entriamo in un terreno delicato: la proprietà intellettuale. Ecco, sul tema, Giorgio Gori la pensa alla maniera liberale: “l’opera d’ingegno va tutelata, ma cercando nuovi modelli di business, ad esempio forme di micropagamento”. La strada, cioè, non è certo una persecuzione repressiva delle eventuali trasgressioni. Comunque, di questo ed altro ne parleremo un’altra volta perché, tra una domanda e l’altra, qui finisce che s’è abbondantemente sforato il tempo massimo concesso al Caffè con…e, come osserva Claudio Velardi, per un uomo di televisione questa è una cosa che non si fa .

Il video dell’incontro http://youtu.be/LwG4JHoWNgQ


La sfida del lavoro in Campania? Passare dall’assistenza allo sviluppo. Un caffè con… Severino Nappi Un luogo difficile come la Campania come punto di osservazione privilegiato per riflettere sulle politiche del lavoro. Con i suoi errori – l’eccessivo assistenzialismo, l’aver trasformato la “formazione” in una parola brutta o quantomeno sospetta – e i suoi punti di forza – le imprese rosa, i dottorati in azienda che piacciono al ministro Profumo, il piano sull’apprendistato concordato con le parti sociali e che avanza le disposizioni che il Governo nazionale vorrebbe mettere in campo. Severino Nappi, assessore al Lavoro e alla Formazione della Regione Campania, ne ha parlato al nostro “Caffè con…”, il consueto appuntamento settimanale organizzato da Reti e Running. Introdotto da Massimo Micucci, l’assessore ha affrontato il tema, che definisce “centrale” in questo preciso momento storico, partendo dalla sua esperienza nella squadra del governatore Stefano Caldoro. E quindi partendo da quel piano lavoro che in Campania si aspettava dagli anni Novanta, e che nel post Bassolino ha puntato su giovani, donne, e disoccupati di lungo corso, tenendo presente che la programmazione in quest’ambito va accompagnata da grande flessibilità, parlando con le parti sociali e con gli operatori del mercato: la contrattazione territoriale è una practice virtuosa. Con la stessa modalità la giunta ha da poco approvato il piano per l’apprendistato – dovrà passare al vaglio del consiglio regionale – che anticipa le norme del Governo e vuole essere in linea con le esigenze del mercato. “Teoricamente uno strumento utile dovrebbero essere i centri per l’impiego. Ma chiunque conosce la materia sa quali sono i problemi”. E i licenziamenti che molti ritengono necessari in un momento di crisi? Meglio tentare la riorganizzazione del lavoro, “come abbiamo fatto nel trasporto pubblico locale dove abbiamo disdetto tutti i contratti di secondo livello senza licenziare nessuno”, spiega l’assessore, che poi manda un messaggio al Governo: “Meglio pensar meno alla finanza e più alla creazione di regole condivise. C’è un mercato globale del lavoro di cui tener conto, e ci sono tanti mercati locali. Quello che è debole è lo scenario nazionale, è lì che il Governo deve intervenire evitando di imporre regole astratte ma rifacendosi alle singole esperienze locali”. Un punto, parlando della Campania, è da chiarire a tutti i costi: le politiche del lavoro non coincidono con l’assistenza. La sfida, in un territorio dove troppo spesso sono state confuse, è trasformarle in percorsi di inserimento. Tantissime e come sempre puntuali le domande degli ospiti, per lo più provenienti dal mondo delle imprese, dei sindacati, dell’università, della pubblica amministrazione. “I viveri per l’assistenza non ci sono più, servono investimenti privati, infrastrutture e sviluppo”, rivendicano al tavolo. Occupazione femminile, orientamento e riorganizzazione delle università sono altri temi caldi, così come la liquidità delle aziende pubbliche e le difficoltà dei professionisti. “Stiamo iniziando a ragionare concretamente sui servizi per il lavoro, e serve ascoltare tutte le voci”, inizia a replicare Nappi, che suggerisce la necessità di uno sportello unico a livello territoriale che riunisca privato e pubblico. “E’ assurdo che in passato le agenzie interinali abbiano avuto serie difficoltà di inserimento”, continua, mentre giura: “Basta ai corsi per veline, che hanno avuto la colpa di criminalizzare la parola formazione. Teniamo presente che gli incentivi non cambiano il mercato. Ma possono aiutare a dimostrare che si può creare domanda nuova. Un anno di politiche per il lavoro ci consegna 20mila nuovi assunti, di cui il 50% sono donne”. E a proposito di occupazione femminile, “abbiamo un problema di mentalità che incide soprattutto sul lavoro subordinato, perché invece per quanto riguarda l’imprenditoria rosa siamo ai primi posti”. E ancora osservazioni critiche: in Campania, dice, ci si è innamorati di “cattedrali nel deserto” che poco hanno portato di buono, mentre bisognerebbe coltivare le piccole e medie imprese. Un tentativo riuscito bene di collegare queste ultime con i giovani è il “dottorato in azienda” – altro che quella specie di Erasmus d’una settimana che qualcuno vorrebbe – una iniziativa apprezzata dal ministro Profumo che vorrebbe “esportarla” in altre zone d’Italia.

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Tecnologia, governance e comunicazione ci salveranno dalla tempesta perfetta. Un caffè con… Gianluca Comin La tempesta perfetta si abbatterà sul mondo intorno al 2030. Se non facciamo qualcosa avremo qualche problema. Ma le sfide per affrontare il cambiamento quali sono? Gianluca Comin, direttore delle relazioni esterne di Enel e ospite del consueto appuntamento settimanale di Reti e Running “Un caffè con…” ne individua tre: tecnologia, governance, comunicazione. Introdotto da Claudio Velardi e Massimo Micucci, il past president di Ferpi, che sull’argomento ha scritto un libro intitolato, appunto, “2030 La tempesta perfetta”, parte da un presupposto: nella risposta alle sfide globali gli Stati non ce la fanno più. E in uno scenario sempre più internazionale le aziende partecipano alla costruzione delle soluzioni. E se la tecnologia più volte ha risolto i problemi dell’uomo, ora la governance deve “crescere”, coniugando le policies locali con quelle globali, che sono diventate fondamentali. Nel frattempo bisogna sopravvivere all’eccessivo populismo della politica, che ha portato a governi eletti con grandissimo consenso finiti in minoranza nel giro di pochi mesi. La veloce perdita di appeal, dunque, induce i governi a scelte populistiche, e a questo punto la comunicazione diventa fattore abilitante per convincere i cittadini. Per cui non si può assolutamente sottovalutare il cambiamento della comunicazione. Un esempio? Il caso Uganda: la rete racconta il dittatore e gli Usa decidono per l’intervento militare. O, per guardare in casa nostra, l’emergenza neve di quest’inverno, assolutamente sociale. “I social network permettono che il cittadino arriva prima a Ferruccio De Bortoli, e alle aziende di arrivare prima al cittadino”, sottolinea Comin, introducendo immediatamente un altro tema di riflessione: se su Twitter siamo teoricamente tutti uguali, l’accountability, termine inglese che grossolanamente possiamo tradurre con credibilità, diventa fondamentale. Per la politica, per le aziende, per i media stessi, e la riprova è il fatto che spesso singoli giornalisti sono più seguiti delle testate di appartenenza. Cambia anche il profilo di chi lavora: la professionalità della comunicazione è un tema di sempre. Oggi c’è più verticalizzazione e specializzazione, ma avverte l’uomo di Enel, alcune professioni anche in questo campo saranno sempre generaliste, perché c’è bisogno di un’ampia sensibilità per le cose. Sollecitato dagli ospiti, Comin fa le pulci al Governo: ottima la comunicazione di Monti e dei suoi, anche perché venivamo da una ‘sbornia’ da cui gli italiani avevano bisogno di riprendersi: “Il premier è un ottimo comunicatore fuori dai canoni, fa il contrario di quello che gli esperti suggerirebbero però funziona. Bisogna vedere, però, quanto l’efficacia della comunicazione del Governo sia per merito o perché i cittadini avevano bisogno di cambiare. Non dovremo aspettare molto, giusto qualche settimana

Il video dell’incontro http://youtu.be/Cv5cQXL5Hkk


La Pac, la qualità e il marchio sulla pizza napoletana. Un caffè con… Paolo De Castro La sfida è approvare il prima possibile la Pac, la politica agricola comune europea. E licenziare entro l’estate le nuove regole sulla qualità, fortemente attese dall’Italia che dell’autenticità dei suoi prodotti fa da sempre vanto ed elemento distintivo. L’agenda setting istituzionale è stata illustrata da Paolo De Castro, parlamentare europeo e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale, ospite stamattina del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con…”, organizzato da Reti e Running. Introdotto come d’abitudine da Massimo Micucci, De Castro ha avviato la discussione (rilanciata come sempre in diretta su Twitter con l’hashtag #caffecon) partendo dal sistema sostanzialmente bicamerale introdotto dal Trattato di Lisbona, che cambia anche la planimetria degli stakeholders, dando maggiore spazio al ruolo degli Stati e pure quello dei portatori di interessi. Allo stesso tempo, diventa molto più attivo il ruolo dei membri della commissione competente: in quella sede le divergenze non sono politiche, ma geografiche: “ Su 85 deputati commissione agricoltura Ue solo tre sono italiani. E uno di questi parla tedesco”, specifica, aggiungendo poi che comunque è piuttosto inutile parlare, in sede europea, di “proposte italiane”. Le nuove procedure di Lisbona, continua, sono state applicate, come fosse una sorta di test, per il codice latteo-caseario. Ora si lavora al regolamento sulla qualità, che vede la scarsa sensibilità di paesi del Nord Europa: “Rischia di sparire il marchio Stg sulla pizza napoletana, che aveva richiesto tanto lavoro”, lancia l’allarme. L’altro problema è la Pac, la politica comune che vale 53 miliardi di euro e rischia di non essere approvata entro l’anno, con notevoli problemi per il settore: “Vogliamo che metta al centro l’impresa, la sicurezza alimentare, l’efficienza, l’innovazione”, spiega. Numerose e molto precise le domande degli ospiti, tutti attivi, a vari livelli, nel settore agroalimentare. Si parte col tema della pirateria: in Europa, spiega l’eurodeputato, valgono ovviamente le regole comunitarie – che saranno rafforzate dal pacchetto qualità – mentre a livello internazionale la situazione si fa più difficile, perché contano le leggi sui marchi e dunque la “soluzione” può essere solo la stipula di accordi bilaterali che soddisfino entrambe le parti. Sollevata anche la questione della domanda alimentare che cresce a ritmi doppi rispetto all’offerta, e che porterà i prezzi delle materie prime ad aumentare ancora. “Torneremo a investire in ricerca e innovazione, da lì viene la risposta ai problemi di scarsità delle risorse”, assicura De Castro, che poi affronta il tema dell’etichettatura: in prospettiva, assicura, sarà completamente elettronica, ma bisogna studiare il modo per arrivarci evitando diseguaglianze tra Paesi. E ancora, una riflessione sul ruolo dell’Italia alla discussione in tema agroalimentare: “Dobbiamo mettere la nostra sensibilità a servizio della visione europea – conclude – altrimenti è provincialismo”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/XpX4ZGSE3kg


“Riforma del Lavoro, il Governo mi ha deluso” Un caffè con… Giuliano Cazzola La riforma del Lavoro? Che sbaglio farla per decreto. Si dice deluso Giuliano Cazzola, deputato Pdl, vicepresidente della Commissione Lavoro, ospite del consueto appuntamento organizzato da Reti e Running “Un caffè con…”. Deluso dal Paese, dal suo partito, e dalla scoperta che il Governo opera sul tema seguendo luoghi comuni. Prendi la flessibilità in entrata, per esempio. C’è l’idea comune che sia un male. E allora si lavora sulle rigidità, anziché sull’elasticità, si considerano “cattivi” gli imprenditori, e soprattutto si rende impossibile il confronto: o la pensi così o stai zitto. Altro nodo, quello dei licenziamenti, su cui per l’onorevole la posizione del Pdl è simmetrica a quelle che sono le presunte difficoltà del Pd. La soluzione alla tedesca per licenziamenti economici passerà perché ragionevole, prevede, ma attenzione: non è vero che il giudice ha libertà di scelta, per i licenziamenti disciplinari per esempio la reintegra può essere obbligatoria. C’è poi il tema dell’apprendistato, anche qui declinato partendo dalla concezione che i datori di lavoro sono tutti cattivi: “L’imprenditore, al termine del periodo previsto, deve assumere almeno la metà degli apprendisti oppure non può più averne – sottolinea Cazzola – per cui in sostanza si è costruito uno strumento coercitivo per la stabilizzazione”. E ancora, perché il contratto a termine deve costare di più? C’è sempre un pregiudizio di flessibilità “cattiva”, quando è chiaro che il contratto forzatamente prevalente è la strada sbagliata. E il deputato cita la vedova di Marco Biagi, che pochi giorni fa ha ricordato l’idea del marito: proteggere la flessibilità, non contrastarla. Bisogna, certo, rendere la precarietà protetta: attualmente gli esodati sono tutelati da norme vigenti, che però non hanno copertura finanziaria, e il rischio è che le risorse verranno dall’innalzamento delle aliquote per disoccupazione. “Questo Governo ha fatto e continua a fare pasticci”, decreta. Ma perché, chiedono gli ospiti, il Pdl che agli imprenditori è intimamente legato non sta loro vicino? “Il difetto che ha la mia parte politica rispetto alla sinistra è l’assenza di legami con le parti sociali”, ammette. E se la flessibilità economica post ’97 ha portato aumento dell’occupazione e crescita economica, il problema oggi è la disoccupazione. Vie d’uscita? Affrontare il tema del costo del lavoro – magari nella legge di riforma fiscale – e semplificarlo, magari con Autorità indipendenti per la certificazione dei contratti. E poi, modificare l’articolo 18: “Ormai è indispensabile”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/76PobKJAFJ0


Abbiamo un mercato energetico, ora facciamolo funzionare. Un caffè con… Federico Testa Per l’energia serve un piano di “manutenzione straordinaria”. Parola di Federico Testa, deputato Pd e responsabile energia dei democratici, che spiega: siamo passati da un sistema con un operatore solo all’avere un mercato energetico, ma ora bisogna ragionare sui meccanismi per farlo funzionare. E plaude alla separazione Snam-Eni operata dal Governo. L’onorevole è stato ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con”, organizzato da Reti e Running. Introdotto come d’abitudine da Massimo Micucci, Testa ha affrontato la questione energetica italiana senza sottrarsi alle numerose domande dei presenti. “Ci sarebbero cose interessanti da fare ma non ci sono soldi, ci voleva un disegno organico”, dice a proposito delle scelte messe in campo dal Governo, per poi insistere sulla necessità di tagliare dalla bolletta alcune voci che niente hanno a che fare con l’energia, visto che il conto per le aziende e le famiglie italiane è sempre più caro, con gravi ripercussioni sulla competitività del sistema delle imprese e sui livelli di vita delle persone. Poi c’è il tema del gas, il cui costo è ancora troppo legato al prezzo del petrolio, sebbene, ha ribadito, l’apertura di un mercato è stata un’iniziativa assolutamente lodevole. E la strategia energetica nazionale dovrebbe sicuramente essere anche collegata ai settori della mobilità e dei trasporto. Servono regole certe, questo è ovvio: il deputato si è detto contrario a interventi di tipo retroattivo sul sistema di incentivazione, su cui ancora molti punti devono ancora essere chiariti. E per quanto riguarda gli accumuli sono, sostiene, un’alternativa positiva, così da fornire l’energia «piatta», con continuità. “Serve un po’ di programmazione anche per le fonti non programmabili”, insiste. In ultimo, sollecita una riforma del titolo V, per rivedere la suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni in tema di energia, questione su cui Testa ha presentato, insieme all’onorevole Mauro Libè, una proposta di legge.

Il video dell’incontro http://youtu.be/KFnTy9-9XkQ


Lo sport fa bene. Anche all’economia. Un caffè con… Anna Paola Concia Anna Paola Concia, parlamentare eterodossa del Partito Democratico, ex atleta, ex manager sportivo (è stata, tra l’altro, dirigente degli Internazionali di Tennis), non ha dubbi su cosa significhi sport: il 3% del Pil italiano. Lo sport è il dominio per eccellenza delle politiche pubbliche: è politica sociale, è politica sanitaria ed è politica economica. Eppure – è l’amara constatazione della deputata piddina – sembra che alla politica non importi granché. La politica, anzi – soprattutto a sinistra – mantiene da sempre un rapporto bipolare (nel senso di schizofrenico) con lo sport, ed il calcio in particolare: lo snobbano senza rendersi conto che, intanto, a Palazzo Chigi è arrivato il Presidente del Milan. Ma non è solo un problema di gauche caviar: la politica italiana (all’estero non è affatto così) non riesce proprio a vedere nello sport un’opportunità per razionalizzare la spesa della salute ad esempio, migliorare l’educazione scolastica, favorire forme di socializzazione sane tra adolescenti e, in definitiva, creare opportunità per le imprese. Ovvero fare dello sport – tutto, non solo del calcio – un asset economico nazionale. Il peso economico dello sport, d’altronde, è già da tempo materia di studio accademico. Il prof Ruta coordina il FIFA Master in management sportivo alla Bocconi di Milano – spiega al Caffè con…Ebbene, dice, abbiamo nel Paese le risorse per formare nuovi e attuali dirigenti dello sport, ma il sistema sportivo italiano potrebbe essere più ricettivo e propositivo. Di che stupirsi, quindi? L’onorevole Concia, anzi, rilancia: i primi a cui bisognerebbe insegnare management sportivo – dice – sono i presidenti delle squadre di calcio. Altra questione sollevata dai partecipanti: ma perché gli atleti nazionali sono praticamente tutti membri delle forze dell’Ordine? Beh – constata Concia – perché l’Arma garantisce loro un lavoro. All’estero non è così. D’altronde, all’estero, non ci sarebbe neppure stato bisogno di organizzare un Caffè con…per sottolineare la crucialità economico-sociale dell’industria sportiva: sarebbe stata pleonastico.


L’agenda digitale, un treno da non perdere. Un caffè con… Deborah Bergamini L’agenda digitale è un grande sogno senza alternative: se non si fa l’Italia è fuori dalla modernità. Il Governo Monti l’ha capito e ha messo su una cabina di regia con scadenze ambiziose – la data del 30 giugno è davvero vicina – che vanno rispettate a tutti i costi. Ma la pattuglia dei “parlamentari” digitali che lavora alla legge cresce ed è multipartisan. Ne ha parlato, nel consueto appuntamento settimanale “Un caffè con..” organizzato da Reti e Running la deputata Pdl Deborah Bergamini, vice-presidente pirateria

e

Commissione,

della

Commissione

contraffazione nonché

e

d’inchiesta

membro

rappresentante

su

della

IX

italiana

al

Consiglio d’Europa. Introdotta da Massimo Micucci, l’onorevole ha immediatamente evidenziato che l’Italia ha un problema già dal punto di vista delle infrastrutture digitali, come l’assenza del cavo. E che sul tema dell’agenda digitale serve la massima collaborazione, sconfessando, per così dire, l’impostazione attuale di un Governo che si assume il peso delle riforme e un Parlamento chiamato a ratificare. Così, per esempio, in Commissione è stata presentata una proposta a firma Palmieri che integra quella Gentiloni, con l’obiettivo di portare un testo unico in aula per affiancare il lavoro della cabina di regia, che nel frattempo sta facendo una serie di audizioni, e a tal proposito la Bergamini anticipa che chiederà di essere ascoltata come relatrice della proposta di legge Gentiloni – Rao. E lancia un appello affinché ci sia partecipazione alla consultazione sull’agenda digitale, così da utilizzare queste settimane per raccogliere nuovi spunti e riflessioni. “Su questo tema si misura il futuro del Paese”, dice convinta, “ci salveremo tagliando la spesa, non tassando. Digitalizzarlo serve a tagliare costi e creare efficienza, e dobbiamo farlo, partendo dalla PA”. E aggiunge: “Il modello produttivo italiano, se regge, è quello che può avvalersi meglio dello sviluppo della rete, può mettere insieme il tessuto delle imprese e tecnologia”. Per questo, suggerisce, bisogna investire in formazione ai cittadini e in start up innovative, che “hanno le carte in regola per affermarsi, ma si trovano davanti mille ostacoli”, oltre che in infrastrutture digitali. “C’è grande volontà di andare avanti sull’agenda digitale”, assicura a beneficio degli scettici, prima di lasciare spazio alle numerose domande dei presenti, che hanno toccato anche il tema della regolamentazione della rete, “ma con l’agenda digitale non vogliamo normarla, piuttosto portarla a tutti”, assicura lei, perché la “rete deve rimanere libera”. E cita la dichiarazione dei diritti dell’uomo: “La libertà consiste nel potere di fare tutto ciò che non nuoce agli altri”. C’è spazio anche per la questione delle “rassegne libere”, sollevata da uno dei presenti che sostiene che “schierarsi a favore delle rassegne libere significa aprire la strada al partito dei pirati in Italia”. La Bergamini non si pronuncia, ma dice soltanto che “da quando sono parlamentare e ho accesso alla rassegna della Camera – che credo essere più completa di quella disponibile sul sito – non compro più i giornali”. Alle nove e mezza la discussione si chiude, c’è tempo ancora per un caffè, una fetta di ciambellone e qualche chiacchiera.

Il video dell’incontro http://youtu.be/3rj3UPJc03M


“Fondi all’editoria? Deciderà il Parlamento”. Un caffè con… Paolo Peluffo Sulla rete ogni giorno vengono scambiati due milioni e mezzo di articoli. Che significa? Che al di là dei dati – l’ultimo trimestre dello scorso anno registrava un meno 20% nella vendita dei libri – non abbiamo smesso di leggere, ma solo cambiato modo. Quanto conta internet? Tanto, tantissimo, e infatti il Governo sta lavorando all’agenda digitale, ma sul tavolo ci sono un’altra serie di questioni aperte, come quella fiscale: è assurdo che l’agevolazione sull’Iva esista ancora solo per il cartaceo. E poi bisogna difendere il pluralismo: “Se avessi le risorse, sosterrei la domanda, più che l’offerta. Ma la situazione è diversa, la realtà è che dobbiamo ragionare con pochi soldi e dovremo continuare a farlo per un po’”. Paolo Peluffo, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione, la comunicazione, l’editoria e il coordinamento amministrativo è stato ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con…” organizzato da Reti e Running. Nell’ora a sua disposizione, tra una tazzina di caffè e una fetta di ciambellone, l’ex portavoce di Ciampi non si è sottratto alle domande dei numerosi presenti. A partire dalla spinosissima questione dei fondi all’editoria. A quando un regolamento? “Non ci sarà. E’ una materia delicata per cui ritengo che bisogna assolutamente passare per il Parlamento. La forma legislativa la deciderà il Cdm. Finanzieremo solo copie vendute – spiega – e cercheremo di sostenere nascita di imprese digitali”. E osserva che il danno fatto al finanziamento pubblico all’editoria da parte di chi, in passato e fino a oggi, ha attuato comportamenti criminali ha nociuto due volte: prima perché ha instaurato una concezione negativa del finanziamento, poi perché ha sperperato risorse, che oggi non ci sono quando invece forse proprio ora ce ne sarebbe più bisogno. Guardando al futuro, la riflessione è che “la perdita di monopolio dell’editore vale anche per il giornalista, che deve tenerne conto investendo su qualità e rappresentazione qualità: è quello che fa la differenza”. Per il diritto d’autore passa la palla alle Autorità indipendenti, “sono state costituite, quindi operino, ma se non lo fanno abbiamo già discusso di come affrontare la questione”. In ogni caso, come per tutto il resto, il Governo non andrà a infrazione con l’Ue. E ai timori che il digitale uccida il cinema indipendente – è accaduto così per la musica, sostiene uno degli ospiti – Peluffo risponde che non è solo la questione del diritto d’autore a metterlo a repentaglio, anzi: sulla rete, lui che ha la “perversione culturale” del cinema italiano vecchio, vecchissimo, ha trovato delle vere e proprie chicche. Piuttosto bisogna interrogarsi sul fatto che c’è una generazione intera che le sale non le frequenta più, ma preferisce il tablet. “Oggi bisogna organizzare nella rete l’incontro tra utenti e autori, e in questo i marchi hanno grande valore”. E sulla mancata comprensione, da parte di produce contenuti, della dieta di consumo di oggi: “La tv dà grande spazio al meteo. Ma la gente le previsioni le guarda sul telefonino”, osserva il sottosegretario, e anche se nessuno da quale sarà domani il modello di business per l’industria della conoscenza è assurdo “pensare di far pagare prodotto digitale quanto il cartaceo”. Tablet e smartphone, assicura, creano linee di valore più elevata di cartaceo e web, e proprio per l’incertezza dello scenario futuro “oggi fare norme troppo rigide è ancora più sbagliato che in passato”. La certezza, intanto, è che l’Italia non può più permettersi poca istruzione, è una sfida strategica. “Dobbiamo riflettere su una cosa: su itunes ci sono solo pochissimi corsi di italiano, e tutti realizzati all’estero. Davvero conta più il kazako?”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/_av1xIUUdWI


Troppi aeroporti sono una follia. Un caffè con… Mario Valducci Trasporti e non solo: l’agenda delle prossime settimane è fitta d’impegni, dal digitale alle nomine nelle Authorities. Ne abbiamo parlato con l’onorevole Mario Valducci, Presidente della IX Commissione Trasporti della Camera, durante il consueto appuntamento “Un caffè con…”organizzato da Reti e Running. Introdotto da Massimo Micucci, il deputato Pdl è andato “dritto al sodo” elencando i prossimi appuntamenti dello scadenzario di Parlamento e Governo: l’agenda digitale, innanzitutto, su cui da domani si lavorerà per sintetizzare le due diverse proposte di legge presentate. E poi c’è l’impegno di dividere il codice della strada in due blocchi, da una parte il comportamento di chi guida, dall’altra il resto, dalla segnaletica alla cartellonistica, passando per le caratteristiche dei mezzi. Si lavora anche sull’omicidio stradale, inserito nella legge delega, “ma nella riunione del comitato ristretto della settimana prossima li divideremo. Anche se sulla fattispecie dell’omicidio stradale è in atto uno scontro con i colleghi della commissione Giustizia. Noi chiediamo la certezza della pena. Anzi, sull’ergastolo della patente sono intenzionato ad andare avanti convinto, nonostante l’ostracismo di alcuni ministri”. Altro impegno, “Stiamo portando avanti l’indagine conoscitiva sulla sicurezza informatica, tema importantissimo” racconta “concentrandoci su una serie di audizioni”. Ancora, il tema Tirrenia, rilevata da nuova compagine di azionisti. Una partita importantissima è quella delle nomine per l’Agcom e l’Autorità dei Trasporti. “Questo Governo, a differenza del precedente, crede nelle Authorities. Aspettiamo che nomini il presidente per i Trasporti. E comunque son sicuro che tutte le nomine saranno fatte entro fine giugno”, assicura. Difficile, invece, prevedere cosa succederà all’agenzia dell’Anas, ma “la mia sensazione è che crei solo confusione”. “Mi auguro che il Governo sia in grado di razionalizzare investimenti in alcuni snodi della logistica italiana”, dice, perché “ventitrè autorità portuali, 40 aeroporti tutti sullo stesso livello sono una follia”. Un piano nazionale aeroporti spetta al Governo, “noi abbiamo contribuito con indagine conoscitiva. Credo che sia fondamentale in un paese a vocazione turistica avere infrastrutture diffuse ma l’aeroporto di Viterbo non si farà mai. Serve un piano di razionalizzazione. In Italia tutti vogliono tutti sotto casa ma non è possibile”. E aggiunge: “Basta parlare di singoli aeroporti. Dobbiamo parlare di Poli aeroportuali interconnessi tra loro “. Nel frattempo, “abbiamo fatto legge sugli interporti chiarendo innanzitutto cosa sono. Al momento è al Senato”. Tantissime le domande dei presenti, cui Valducci a volte ha risposto di non avere le competenze per rispondere perché “il bicameralismo perfetto non vale in pieno per le commissioni parlamentari, non c’è simmetria. I lavori pubblici ne sono un esempio”. A ogni modo, sul tema delle infrastrutture “c’è la necessità di una pianificazione degli investimenti che possa attrarre anche quelli esteri”, mentre per quanto riguarda le assicurazioni il problema per Valducci non è il “cartello delle compagnie” ma il fatto che l’Italia è un paese anomalo, con troppi sinistri e troppi risarcimenti, “per questo credo sia indispensabile lavorare per introdurre la scatola nera a bordo”. Ancora, le multe: il 50% dei proventi dovrebbero essere utilizzati per sicurezza stradali, oggi non è così, eppure è necessario istituire un fondo nazionale, anche a percentuali minori. E soprattutto: “Ce l’hanno i postini, diamo un terminale alla polizia municipale per poter pagare subito le multe!”. Ultima osservazione sul trasporto pubblico locale, “dobbiamo smetterla di pensare che possa essere gratuito. Serve remunerazione adeguata, ma dobbiamo dare più servizi: la gente è disposta a pagare un po’ in più per un servizio migliore. Ma innanzitutto serve un processo di razionalizzazione delle aziende, non possono essere così tante”. L’ora a disposizione è finita, c’è ancora tempo per un po’ di chiacchiere e una fetta di ciambellone. Appuntamento al prossimo Caffè con!

Il video dell’incontro http://youtu.be/z0slZVHZqv8


Lobbying sì, ma senza traffico di influenze illecite. Un caffè con… Angela Napoli Traffico di influenze illecite? Da vietare, assolutamente, ce lo chiede la convenzione di Strasburgo. Ma non parlate di lotta all’attività lobbying, perché quella “buona” va benissimo, e proprio per questo d’accordo con il ministro Severino s’è arrivati alla riscrittura, nel maxiemendamento, dell’articolo in questione del Ddl Anticorruzione. Angela Napoli, deputata Fli e componente della II commissione Giustizia, dov’è relatrice appunto del DdL, difende il lavoro fatto alla Camera durante il “Caffè con…” organizzato da Reti e Running. Introdotta da Claudio Velardi e Massimo Micucci, l’onorevole ha assicurato che la definizione del “traffico di influenze illecite” ci è richiesto dalla convenzione di Strasburgo, che è già stata esaminata dal Senato e per la quale alla Camera c’è l’accordo di non introdurre ulteriori modifiche nel recepimento proprio per non rallentare il percorso del DdL Anticorruzione. “Sappiamo di creare problemi al lobbying” ammette “ma il reato di traffico di influenze serve, serve anche a quanti oggi si comportano in maniera corretta”. E se è vero che fino al 28 maggio c’è ancora tempo per presentare emendamenti, la Napoli è convinta che “d’accordo con il ministro si è trovata una forma che dà un minimo di garanzia”, mentre l’ipotesi di approfittare dell’occasione per introdurre il discusso registro dei lobbisti rimane sullo sfondo. Tanto che, quando Velardi la sollecita dicendo che “noi siamo per una regolamentazione light, un registro che consenta di identificare chi va da un parlamentare e perché, ma non un Ordine”, e il presidente dell’associazione Il Chiostro Giuseppe Mazzei avanza una proposta già scritta di regolamentazione che prevede l’istituzione, appunto, del registro, con adeguate sanzioni disciplinari, da presentare come emendamento del DdL, la Napoli spiega che “prevedere criteri che incidano sulle lobbying sarebbe corretto, ma è più opportuno inserirli in provvedimenti specifici”. Niente, dunque, emendamenti, tanto più che sul testo s’è già trovata la quadra e “nuove modifiche potrebbero bloccarlo”. L’impegno, però, è quello a rendersi disponibile a presentare un ordine del giorno per impegnare il Governo a occuparsi di lobbying. Qualche dubbio, però, rimane. Fabio Bistoncini fa notare che – come gli hanno raccontato dall’estero – nei paesi anglosassoni, proprio dove l’attività di lobbying è più sviluppata, non esiste il reato di traffico di influenze illecite, ovvero la Convenzione da noi presentata come un obbligo lì non è stata recepita. Una differenza d’atteggiamento che secondo l’onorevole non esiste, perché non si può ragionare a priori, visto che ogni paese ha un sistema giuridico a se stante. Velardi osserva che la prima stesura dell’articolo era negativa, ma con il lavoro di commissione e Governo s’è arrivati a un testo tutto sommato accettabile, mentre per Carlo Buttaroni rimane sbagliato il “traffico di influenze in sé, perché è l’approccio stesso alla questione a non essere corretto”. Mazzei, ancora, ricorda il lavoro fatto con il precedente Esecutivo, sostanzialmente annullato da quello attuale: “Abbiamo provato a parlare con la Severino di regolamentazione del lobbying, poi ci siamo ritrovati il Ddl”. Ribatte la Napoli: “Non è vero che il governo Berlusconi aveva pronta la regolamentazione, lo dico con cognizione di causa, anzi aveva impedito l’approvazione di qualsiasi modifica all’art.9”. E ribadisce l’importanza del lavoro che si sta facendo: “Nessuno vuole condannare l’attività di lobbying. Ma intervenire era indispensabile, perché in Italia il livello di corruzione non è tollerabile”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/Qy0ii6zOP3Y


Agenda digitale e nomine Agcom. Un caffè con… Paolo Gentiloni L’agenda digitale? “Arriverà entro l’anno e non comprenderà le infrastrutture”. L’Agcom? “Il presidente è più potente di tanti ministri”. E le nomine? “Due mesi di gran discutere, il problema è sempre chi mandarci”. L’onorevole Paolo Gentiloni, ex anzi “l’ultimo ministro delle Comunicazioni”, come si definisce lui, oggi membro della IX commissione, ne ha parlato al consueto appuntamento settimanale del ‘Caffè con…’ organizzato da Reti e Running. Introdotto come di consueto da Massimo Micucci e Claudio Velardi, ha immediatamente attaccato con l’hot topic delle authorities, nate negli anni ’90 con le privatizzazioni e le sollecitazioni europee. “Abbiamo assistito in questi anni a uno slittamento di competenze e poteri da Governo/Parlamento alle autorità, dove ogni presidenza è diversa dalle altre”. Le paragona a un “moderno leviatano”, perché i commissari nominati gestiscono per 7 anni una “roba gigantesca”, tanto che “i membri son più potenti dei sottosegretari di stato”. E’ un problema? Potrebbe, e un passo in avanti per risolverlo sarebbe trasformare le relazioni annuali, oggi meri show in Parlamento, in occasione di valutazione del lavoro, anziché consegnare le chiavi per sette anni. E visto che siamo in tempo di nomine val la pena ricordare che cotanti poteri richiedono competenze e professionalità, soprattutto perché la nuova Agcom dovrà decidere in tempi brevissimi su asta delle frequenze, copyright e ultimo miglio. Gentiloni assicura: “Noi del Pd metteremo in Agcom gente competente, mi preoccupano gli altri”. Si passa poi a un altro cruciale, quello dell’agenda digitale, di cui avevamo già parlato in un caffè con Deborah Bergamini. Gentiloni conferma l’importanza della sfida e il “clima favorevole” creato dal governo Monti, ma chiarisce: “L’agenda digitale è una marea di cose, ma non chiediamole né infrastrutture né di risolvere la questione del copyright”. Un dubbio sorge invece sulla cabina di regia “troppo pesante, serviva una persona unica e un unico ministero competente”. In ogni caso il testo unico che sintetizzerà le due proposte attualmente esistenti “potrebbe essere la base velocizzatrice di un inevitabile decreto del governo”, anche se è difficile che il ‘Digitaly’ arrivi a giugno, visto che il Parlamento sarà impegnato con la ex Finanziaria, più probabile che arrivi in aula a fine agosto per essere approvato, si spera, entro settembre. L’auspicio è che l’agenda digitale diventi una legge annuale con una cornice. Serve poi uno “switch off per il cartaceo”, con un programma articolato, certo, ma altrimenti il digitale non avrà mai l’impulso che gli si richiede. E ancora, la digitalizzazione della PA e un provvedimento sull’Iva, perché “non è possibile che un paese che vive sul commercio sia penultimo in Europa per l’e-commerce”. Finita qui? Macché. Serve un vincolo serio sui contratti di servizio alla Rai che deve fare la sua parte: in sostanza “dobbiamo convincere la Rai a essere la Bbc” e partecipare così all’educazione digitale. I tempi d’azione dell’agenda digitale, per Gentiloni, dipendono da digitalizzazione PA e mix e-commerce & m-payment, sul quale dice: “Facciamo su m-payment degli standard unici per far fare il botto al paese dei telefonini”. E sullo scorporo della rete guarda con perplessità all’allontanamento di Telecom dal progetto di Gamberale, cui invece si sta avvicinando Telecom, perché il principio è “ce n’è per tutti”. Ultima battuta sulla Rai: “E’ l’unica grande azienda produttrice di contenuti culturali che non dovrebbe avere paura della rete”.

Il video dell’incontro http://youtu.be/_ivC5VJlFeY


Gli sviluppisti di Italia Futura. Un caffè con… Andrea Romano Italia Futura sarà in campo alle prossime elezioni? Alla fine, la risposta non è chiara, anche se è evidente che l’idea c’è e dev’essere ancora strutturata. “Non è più un think tank, ma evidentemente una struttura radicata sul territorio e dunque in cerca di consenso. Ma la trasformazione in partito sarà discussa”. Andrea Romano, direttore di Italia Futura, è semplicemente entusiasta nel parlare del progetto, e guai a indicarlo come una creatura esclusivamente di Montezemolo, indubbiamente il volto più noto ma non l’unico, perché Italia Futura è un gruppo di sviluppisti. Dice proprio così, introdotto da Claudio Velardi al “Caffè con…”, l’appuntamento settimanale di Reti e Running. “Non soddisfatti delle etichette che ci hanno dato: non ci sentiamo moderati né conservatori, centristi men che mai. Sviluppisti sì, crediamo sia l’occasione per fare le riforme mai attuate in Italia e che si debba puntare su crescita e sviluppo, dell’industria culturale in particolar modo”, spiega, per poi riflettere sul tema dominante della stagione politica a venire che sarà quello fiscale, il ritorno alle tasse come leva di crescita (ve lo ricordate il ’92-’94?) - molto più del dibattito sulla casta o del conflitto ideologico che nemmeno esiste più. Nel frattempo si lavora sul territorio, sono nate già 15 associazioni regionali, e circa 60mila iscritti. Romano ci dice pure che la quota associativa più bassa, per i giovani, è di circa venti euro, mentre i “benemeriti” ne pagano 15mila una tantum e diecimila tanto, finora sono circa una settantina. Così si mantiene Italia Futura mentre decide se trasformarsi o meno in un partito, e con chiaro in mente che “non siamo interessati a definire alleanze con pezzi di politica che ha già i suoi problemi”. Tutti avvisati, che questo, per riassumere, “è un tentativo di criticare democraticamente la politica”. Appunto, che pensa del governo Monti? “Sta facendo il suo dovere, il problema è che l’Italia ha perso punti di riferimento”, prendi il berlusconismo, “non l’ho mai demonizzato, è stata una grandissima esperienza. Ma è finito. E Italia Futura? “Ha del potenziale per contrastare la deriva populistica, che non è solo Grillo, e può essere distruttiva. Sarà articolata nei prossimi mesi”. Tutte da vedere le prossime elezioni, dove ci saranno in campo forze “conservatrici” come il Pd, ancorato a una visione pessimistica della produzione, e poi un fronte da riaggregare. “Abbiamo in mente passi concreti, presenteremo un manifesto articolato per la crescita”, assicura, sottolineando “in un Paese normale non ci sarebbe stato bisogno di Italia Futura“. Ovvero, Montezemolo c’è perché i partiti – con la loro altissima mortalità – hanno fallito. Per ora, comunque, candidati del patron della Ferrari non ce ne sono, e anzi quei parlamentari che in questi mesi han provato ad avvicinare il progetto sono stati scoraggiati perché “non ci interessa fare gruppi o altro, piuttosto guardiamo con interesse a bravi amministratori locali magari stufi dei loro partiti. E in generale vogliamo coinvolgere persone che hanno dimostrato di saper far bene all’incrocio tra pubblico e privato”. Il tempo è scaduto, ma Claudio Velardi prenota Andrea Romano per ottobre: e allora dovrà dirci cosa farà Italia Futura…

Il video dell’incontro http://youtu.be/WZu5CYGmNhU


Ma il decreto Sviluppo? Un caffè con… Filippo Bubbico Si doveva parlare di decreto sviluppo, ma visto che del testo affidato al ministro Passera non si sa altro che quello che trapela dalle bozze, “sono qui per far domande, più che dare risposte”. Filippo Bubbico,

senatore del Pd, non scherza affatto. Ospite del “Caffè con“, l’appuntamento settimanale organizzato da Reti e Running, la prima domanda dopo l’introduzione di Claudio Velardi è di quelle da un milione di euro: è possibile non fare un provvedimento per mancanza di fondi e poi rischiare di perdere i fondi Ue? E poi non si può non osservare che a livello energetico non c’è pianificazione ma solo molta confusione: dalla moda del fotovoltaico siamo passati a quella dell’auto elettrica, senza chiederci se l’industria sia pronta o meno. Ancora, c’è il nodo PA, che fare? E come valutare lo

spoil system, una pratica che contribuisce al ricambio o un premio di fedeltà che abbatte il merito? Su una cosa non ci sono dubbi: la politica, tutta, non è all’altezza della situazione. Ma la società civile sta facendo appieno la sua parte? Se Bubbico fa le domande, gli ospiti seguono a ruota e mischiano interrogativi con riflessioni, come la difficoltà create da un ricambio sregolato dei dirigenti che provoca ingenti ritardi nell’erogazione di fondi. E ancora: è da folli chiedere riduzione della

pressione fiscale? Sarebbe, dicono i presenti , l’unico provvedimento per lo sviluppo con effetto immediato. Nei prossimi giorni, annuncia poi il senatore, la commissione Industria tornerà sulla RCA per discutere della scatola nera da montare sui veicoli. E sul decreto sviluppo “potremo sperimentare una dialettica costante, più ordinata ed efficace con imprese e soggetti interessati”. Un’ultima osservazione sull’impiego dei fondi europei: nella realizzazione dei progetti il doppio canale dell’erogazione fondi è ridicolo, bisognerebbe

pianificare in base a quanto si vuole realizzare, e non alla provenienza delle risorse.

Il video dell’incontro http://youtu.be/GoNAANMCQKY

Un caffè con… Mike Hammer Assistant Secretary Bureau of Public Affairs U.S. Department of State


Un piano per il Turismo: “Un caffè con…” Pier Luigi Celli La squadra è già al lavoro per presentare a ottobre il primo piano strategico nazionale del Turismo: è una notizia, ma non dovrebbe esserla, in un Paese come l’Italia che può contare su uno straordinario patrimonio artistico e naturale e teoricamente potrebbe fare del turismo la sua principale vocazione. Potrebbe, perché sebbene una città come Roma sia visitata ogni anni da milioni di persone, la sensazione è che manchi sempre qualcosa. Alzi la mano chi, andando all’estero, non ha mai pensato che altrove sanno “vendere” anche l’aria, mentre qui, dove tra mari cristallini e monumenti strabilianti c’è da far girare la testa, ben poco è davvero valorizzato. Ci potrebbe pensare l’Enit, l’agenzia nazionale del turismo, che da qualche mese è guidata da Pier luigi Celli. Che, ospite del “Caffè con” di questa settimana, l’ormai consueto appuntamento organizzato da Reti e Running, non nasconde le difficoltà: quella dell’agenzia è una situazione “kafkiana”, come solitamente avviene nella PA. “Il 17 rivedremo la struttura, ancora farraginosa, e lavoreremo con l’ICE per la riorganizzazione uffici esteri”. L’obiettivo è fare scelte di razionalizzazione, soprattutto sui Paesi in via di sviluppo. Per lo stesso motivo si migliorerà la presenza sul web, che sarà innovativa: “Dobbiamo essere concreti, la rivista è uno strumento vecchio, mentre internet ci può aiutare ad avere una comunicazione più efficace”. Anche se poi, a fare i conti, il leitmotiv è sempre lo stesso: tanto da fare e pochi soldi. Il piatto forte, però, è il piano strategico che avrà, assicura Celli, spese e quadro di riferimento ben definito: perché qui si tratta di decidere che turismo vogliamo, dove, su quali mercati venderlo. Serve una linea definita: perché ci sono Regioni che oggi si autopromuovono spendendo più di quanto faccia tutto il resto del Paese, o alcuni comuni che spendono cifre importanti per pubblicizzarsi in Italia, e poi all’estero nessuno sa di quei luoghi. Dobbiamo migliorare la nostra visibilità all’estero, e per farlo serve maggiore coordinazione: oggi ci sono Regioni che non si presentano proprio al tavolo con lo Stato. Preferiscono far da sé, ma spesso con risultati poco soddisfacenti. Bisogna far sistema e cambiare il sistema, conciliando cultura e turismo e puntando sull’appeal del Belpaese: il percorso è appena iniziato.

Il video dell’incontro http://youtu.be/wQeTI1RjFkM


Siamo alla fine di questa stagione dei “Caffè con”. Un appuntamento settimanale che si ripete da due anni, e che ha permesso a noi di Reti e ai nostri ospiti di riflettere, imparare tanto, confrontarci e instaurare nuovi rapporti. Un format che è piaciuto, al punto di essere anche copiato (e ne siamo fieri). Per questo piccolo, piccolissimo successo dobbiamo dire grazie a 29 persone, contando solo gli ospiti di quest’anno: Antonio Polito, Augusto Valeriani, Giuseppe Castiglione, Pierluigi Battista, Stephen Anderson, Emma Bonino, Nicola Rossi, Roberto Rao, Roberta Maggio, Stefano Menichini, Andrea Di Sorte, Francesco Verbaro, Giampaolo D’Andrea, Giorgio Gori, Severino Nappi, Gianluca Comin, Paolo De Castro, Giuliano Cazzola, Federico Testa, Deborah Bergamini, Paolo Peluffo, Anna Paola Concia, Mario Valducci, Angela Napoli, Paolo Gentiloni, Andrea Romano, Filippo Bubbico, Mike Hammer, Pier Luigi Celli. Grazie a tutti Massimo Micucci

Antonio Napoli

Claudio Velardi

Appuntamento a settembre, con una tazzina e una fetta di ciambellone. Alle 8.30, in punto!

Un caffè con...  

“Un caffè con” consiste in una conversazione aperta ed informale, dinanzi ad un caffè e ad una prima colazione, alla presenza di un ospite e...

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