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presenta solo per le donne l'orlo tagliato sbieco. Gli uomini invece indossano sulla tunica il “pallio” mantello di origine greca. Dopo la definitiva affermazione del Cristianesimo, non vi furono sostanziali mutamenti nella moda per parecchi secoli e i canoni dell'abbigliamento rimasero fissati a quelli dell'epoca tardo romana. Una delle cause fu l'ondata di depressione economica che attraversò l'Europa fino all'anno Mille. Il senso del sacro, fortissimo nel periodo medievale, e la condanna della carne che ne derivava, mise in ombra l'essere umano come individuo naturale e non a caso l'iconografia coeva rappresenta principalmente la vita di Cristo e dei Santi. La Chiesa raccomandava la massima modestia nel vestire. Troviamo esempio di questo “stile di vita” negli scritti di Sofronio Eusebio Girolamo, noto come san Girolamo o san Gerolamo, Padre e dottore della Chiesa, ricordato anche per il suo rigore morale, il quale si scagliò contro gli eccessi femminili. Quinto Settimio Fiorente Tertulliano scrittore romano e apologeta cristiano, fra i più celebri del suo tempo e anch'egli ricordato anche per alcune opere (De spectaculis, De virginibus velandis, De cultu feminarum) che sono improntate ad un estremo rigorismo morale, in cui condanna ogni mondanità e diletto terreno come un'insidia diabolica; la donna stessa, discendente di Eva, è vista come una creatura del demonio. Con lo sviluppo dei comuni si cambiò completamente il volto della società italiana, perché l'organizzazione della vita cittadina era basata sul lavoro e sulla mercatura, attività in mano alla borghesia. Con l'anno Mille compare la “camicia” e fanno capolino le prime “mutande” che i longobardi chiamavano femoralia. Vi si sovrapponevano poi due vesti, una tunica con maniche aderenti e una con maniche più larghe, che poteva

anche essere sostituita da un mantello. Gli uomini continuarono ad usare le braghe. Il clima gelido delle case dove non esisteva ancora il camino e mancavano le finestre a vetri, determinò la diffusione della pelliccia, elemento di lusso usato come fodera. Abissale era la differenza degli indumenti dei ceti più bassi rispetto a quelli signorili. Mentre i poveri spesso non avevano né scarpe né un mantello per coprirsi, i signori indossavano abiti serici ricamati in oro e calzature purpuree. Non si trattava soltanto di un'esibizione di status: a quel tempo si riteneva che i re e gli imperatori fossero investiti direttamente dall'autorità divina; non a caso uno degli oggetti che veniva consegnato durante l'incoronazione era il globo aureo sovrastato dalla croce, simbolo di potenza benedetta dal cielo. Si forniscono due esempi di costume regale. Nella Vita Mathildis scritta e illustrata da Donizone, la contessa di Canossa indossa una tunica, una sopraveste con grandi maniche a imbuto, un mantello, un velo e un alto copricapo a punta. Tuttavia il più raro e compiuto esempio di corredo, tuttora esistente e conservato al Kunsthistorische Museum di Vienna, è quello realizzato per Ruggero II di Sicilia nel 1133, come attestato dalla scritta in lettere arabe che circonda il bordo del mantello. Usate per incoronare gli imperatori, queste vesti sono costituite da due tuniche, una azzurra e l'altra bianca, da calze, guanti, cintura e da uno splendido mantello di seta scarlatta ricamato in oro e perle con due leoni che abbattono due cammelli. Il simbolo rappresenta probabilmente la vittoria della fede cristiana su quella musulmana. Gian Giacomo William Faillace

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