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UNITI NELLA DIVERSITÀ ..............................................................................................................2 VERSO UN MONDO NUOVO.......................................................................................................6 Vita recintata................................................................................................................................9 La Fortezza Europa.....................................................................................................................11 Il separatismo..............................................................................................................................13 Neoliberismo, think tank e destra islamofoba............................................................................14 L’immigrazione è un problema..................................................................................................15 Autoritarismo, Islam e “specialità” alpina..................................................................................19 Miti etnici e razzismo politicamente corretto ............................................................................21 La supremazia bianca.................................................................................................................22 Democrazia Bianca.....................................................................................................................23 LE ALPI TRA DUE FUOCHI.......................................................................................................25 Jugoslavia, Ruanda e la resistibilissima ascesa dei demoni sterminatori...................................27 La democrazia tra due fuochi – il ritorno del darwinismo sociale.............................................32 Il primo fuoco nel mondo...........................................................................................................34 Il primo fuoco in Trentino Alto Adige.......................................................................................37 Sudafrica 1944, Baviera 2012 – Il secondo fuoco nella regione alpina.....................................42 IL CRISTO ARIANO.....................................................................................................................48 Europa cristiana, mai musulmana!.............................................................................................50 Cristi pensanti e turisti polacchi ................................................................................................53 Il Sacro Cuore della Patria..........................................................................................................55 La rana crocifissa........................................................................................................................60 La geopolitica dell’abbazia di Stams .........................................................................................62 LE FANTASIE DELLA RAZZA PADRONA..............................................................................64 Il feroce Sarazino e l’internazionale della supremazia ariana....................................................66 Il razzismo politicamente corretto..............................................................................................70 Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare?.................................................................73 Il mito della segregazione benevola e pacificatrice ...................................................................78 Breivik, McVeigh: la destra in trappola ....................................................................................81 La paura e la supremazia bianca.................................................................................................84 DEMOCRAZIA DIRETTA E MINORANZE...............................................................................87 La democrazia diretta e l’anima nera dell’umanità ...................................................................89 La democrazia diretta in Svizzera..............................................................................................91 La democrazia diretta nel mondo...............................................................................................96 TERRA E LIBERTÀ! – LA SUGGESTIVA FIABA GOTICA DEI BRAVEHEART SUDTIROLESI..............................................................................................................................98 Libero e selvaggio - lo Stato Libero del Sudtirolo ..................................................................100 La Costituzione dello Stato Libero del Sudtirolo e il nuovo maccartismo...............................104 RISPETTARE LE DIFFERENZE, LOTTARE PER L’UNITÀ..................................................108 Il dirittodovere alla giustizia sociale ed all’equità....................................................................110 Il dirittodovere alla libertà ed all’autonomia............................................................................111 Il dirittodovere alla tolleranza..................................................................................................112 Il dirittodovere alla democrazia ed all’uguaglianza.................................................................112 Il dirittodovere alla fratellanza (convivialità)...........................................................................113 Il dirittodovere alla dignità.......................................................................................................114 Il cosmopolitismo alpino..........................................................................................................115 La dimensione planetaria del Trentino – Alto Adige...............................................................119 CONCLUSIONI...........................................................................................................................120


UNITI NELLA DIVERSITÀ MITI PER UN NUOVO TRENTINO ALTO ADIGE Cosa custodivano qui, care compagne e compagni? Cosa difendevano? Armi. Oro. La civiltà stessa . Questo è ciò che dice la guida… Arundhati Roy, “The Briefing”, Manifesta 7, 2008 La mostra non si limita alla presentazione della storia del forte. Illumina anche il termine di fortezza sotto vari aspetti, illustrando le nuove forme di difesa come lo spionaggio, la sorveglianza elettronica e l’Unione Europea – anch’essa una specie di fortezza. Mostra permanente del Forte di Fortezza - studio d’architettura Tacus&Didonè, Gruppegut e Josef Rohrer La comunità come campo trincerato, mobilitato contro i nemici esterni e i dissidenti interni che ne minano la compattezza, vive con un’organizzazione per settori. Ogni settore è concentrato su di sé, ha un orizzonte delimitato, è controllabile dall’alto meglio di una massa di cittadini che almeno in occasioni di consultazioni elettorali potrebbero essere indotti ad allargare lo sguardo oltre il proprio cortile. Per il campo trincerato la società suddivisa in ceti e corporazioni è l’ideale. Un insieme di gruppi dove ognuno esaurisce il proprio orizzonte nella cura delle particolari identità sue equivale alla depoliticizzazione, evita dunque iniziativa da parte di un “popolo” pur tanto esaltato come depositario di ogni linfa vitale. Nicolao Merker, “Il nazionalsocialismo: storia di un'ideologia”, 2013, p. 50 Il testo che vi apprestate a leggere è molte cose ma, più di tutto, è un appello, un appello alla presa di coscienza di ciò che non va, un appello all’azione politica, alla mobilitazione costruttiva, che rivoluzioni il nostro modo di pensare e di vivere senza fare tabula rasa di quel che è venuto prima o cercando scorciatoie miracolose e magiche. Un appello a tutti coloro che, nella crisi di un vecchio mondo che si sta disfacendo, hanno la possibilità di mettere a frutto i propri talenti per costruire una società diversa, a misura d’uomo e di donna, a prescindere dalla sua identità. Convivere con la diversità è difficile per alcuni, piuttosto agevole per altri. Chiunque abbia osservato dei bambini giocare avrà notato che lo fanno con certi bambini e non con altri, per una questione di affinità personale che va ben al di là del colore della pelle, della lingua o dell’accento, dei vestiti indossati e dei cibi consumati. Con alcuni c’è intesa, con altri non c’è. Inoltre, in genere, i figli sembrano avere una soglia di tolleranza alla diversità mediamente più alta rispetto ai loro genitori. I cinici la chiamano beata ingenuità, altri ribattono che è proprio il cinismo a corrompere un’innocenza che renderebbe il mondo adulto meno crudele e doloroso. In ogni caso, tutti nascono interattivi e dipendenti dal prossimo, ossia dall’altro da sé. Quando una società valorizza la separazione al di sopra della condivisione, della comunanza e dell’unione, vengono a mancare maestri di convivenza (es. Alexander Langer) e proliferano i maestri di distanziamento (es. Anton Zelger).


In Veneto, al sindaco leghista di Tarzo (nel trevigiano), Gianangelo Bof, che, avendo subito sulla sua pelle la condizione di immigrato (in Germania) è diventato un maestro di comunione, corrisponde il sindaco leghista di Adro (nel bresciano), Oscar Lancini, che si è dimostrato maestro di separazione. Quando esiste una lingua ponte che permetta di comunicare, gli esseri umani hanno sempre dimostrato di essere disposti a socializzare. Sono “animali” sociali, in fondo: è la loro natura. Altrimenti esisterebbero le razze (mentre l’umanità è meticcia, variopinta senza soluzione di continuità) e sarebbero rare le coppie miste; non sarebbero praticati l’esogamia (matrimonio all’esterno del proprio clan, un’opzione che favorisce lo scambio, l’incontro e l’alleanza) ed il commercio; esisterebbe invece uno stato per ogni lingua parlata nel mondo (c. 6500), mentre in realtà gli stati sono circa 200 e la futura nascita di uno stato europeo o di una federazione araba ridurrebbe di molto questo numero. Perciò non è corretto asserire che istintivamente ognuno sta con i suoi simili e non con chi è diverso. Vale certamente per una maggioranza di persone per la gran parte della loro vita e per tutte le persone in diversi periodi della loro vita, ma la curiosità è una forza irresistibile per quasi tutti gli esseri umani ed il desiderio di allontanarsi quanto più possibile da parenti serpenti, conoscenti scocciatori e comunità soffocanti non è certo un’anomalia nella storia. È sbagliato trascurare questa dimensione dell’umanità, stabilire che la norma sia quella della separazione naturale e volontaria e quindi dare ragione ad Anton Zelger (“più ci dividiamo, meglio ci comprendiamo”) e torto ad Alex Langer (“più ci uniamo, meglio ci comprendiamo”). La convivenza è ardua solo se tra due gruppi umani manca la fiducia, il rispetto e la stima e questo troppo spesso succede perché determinati potentati economici e politici godono di una rendita di posizione derivante dal dividere invece che dall’unire. La componente del potere è sempre al centro dell’agire umano e non deve essere oscurata da un riferimento esclusivo alla sfera culturale. Che ci piaccia o meno, ogni cultura è comunque e prima di tutto espressione di certe relazioni di potere. Non a caso, nel testo tedesco della “dichiarazione di appartenenza ad un gruppo linguistico” – che conta i residenti della Provincia di Bolzano in relazione alla lingua parlata per determinare la titolarità di certi diritti –, non si parla di “consistenza” ma di “Stärke” (forza). Il che ci riporta alle disfide demografiche tra gli stati europei negli anni che precedettero la Grande Guerra: “chi ha la popolazione più grossa?”. Schermaglie viriliste tra potenze con conseguenze deleterie per le persone comuni. Il potere e la sua distribuzione sono sempre i primi fattori da considerare nell’esaminare una società. Una questione di equilibri di potere ha fatto sì che il modello di convivenza (sarebbe meglio dire “coesistenza”) che è stato scelto per l’Alto Adige fosse quello del Nebeneinander (vivere l’uno a fianco dell’altro), per evitare lo sbocco nel Gegeneinander (l’uno contro l’altro) o nell’Ohneeinander (l’uno senza l’altro). Questa scelta ha sacrificato, o comunque rinviato a data da destinarsi, il Miteinander (l’uno assieme all’altro).


È lecito paventare che, senza un risveglio delle coscienze ed un radicale cambiamento di prospettiva a livello politico e della società civile, l’unico fattore di integrazione, a questo punto, potrebbe diventare il nemico comune, ossia gli ultimi arrivati, gli immigrati. Al centro dell’analisi di Giudiceandrea e Mazza, nel loro bel “Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol” (2012) si situa, molto giustamente, l’enunciato che “il conflitto ha dalla sua parte gli automatismi, i pregiudizi, i “pensieri semplici”; esso può contare sul fatto che dividersi, riconoscersi come nemici è la reazione più immediata. Stare insieme invece richiede la fatica dei “pensieri complessi” (op. cit., p. 30). Ma non è forse proprio questo che siamo chiamati a fare in quanto esseri umani? Il dominio dei pensieri semplici è quello dell’infanzia e degli altri primati, di tanti mammiferi, non degli adulti. Senza contare che certi bambini ci stupiscono già in tenera età con intuizioni maestose, pensieri profondi, sintesi che ci lasciano senza fiato (Roehlkepartain et al., 2006). Perché accontentarsi di automatismi, di ragionamenti e comportamenti meccanici quando in noi c’è il potenziale per ben altro? Se uno ha una Ferrari e la guida come se fosse al volante di una Panda difficilmente godrà di un’alta considerazione tra i suoi conoscenti. Dovremmo sentirci chiamati a vincere le nostre paure, pigrizie, piccinerie, egoismi e pregiudizi e dare una mano al nostro prossimo, per il bene comune, in una prospettiva di coralità che beneficia tutti quanti e non solo una minoranza di privilegiati. Personalmente io vedo la storia come un tiro alla fune tra chi interpreta il progresso come la realizzazione dell’inscindibile unità di libertà, uguaglianza e fratellanza e chi invece, cinicamente, non scorge nulla al di fuori della relazione pastore-pecora/padroneservo/élite-massa. L’era della globalizzazione ha reso ancora più netta questa distinzione, polarizzando le coscienze in un senso o nell’altro, in funzione della scelta tra controllo e libertà, gerarchia ed uguaglianza, divisione ed unità. Molti vorrebbero vivere in una società diversa. Non sono però pochi quelli che vorrebbero avere la botte piena e la moglie ubriaca: identità forti e concordia, particolarismo e universalismo, gli Schützen e Langer, separazione ed unione, cambiamento e permanenza, progresso e stabilità, ecc. Questo non è possibile. Non si devono confondere desideri e realtà. Ci sono due tipi di mito. Quelli che imprigionano, che cristallizzano le identità, fossilizzano le menti, inchiodano le coscienze a strutture rigide. Sono i miti della tradizione, della razza, della patria, della famiglia, della civiltà, del sangue, della terra. Io e Mauro Fattor li abbiamo attaccati in “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010). Quelli che aiutano a maturare, che parlano simbolicamente di quelle grandi idee che toccano il cuore e la mente di quasi tutti, ci uniscono e ci fanno fare un salto di qualità. L’indispensabile mito della “unità nella diversità” – che è il motto di Unione Europea, Stati Uniti, Indonesia e Sudafrica – richiede dei sacrifici, richiede agli ego (miti, golem – cf. Fait/Fattor 2010) personali e collettivi di fare un passo indietro, richiede di pagare un prezzo – e il prezzo da pagare per una società diversa è la progressiva scomparsa di quella in cui si è cresciuti.


Un’ultima precisazione. Sebbene io sia un feroce critico della destra etnopopulista, non vorrei che i lettori si convincessero che disprezzo i suoi alfieri. Non è così. Studiandoli, penso di aver capito la natura di una buona parte delle loro preoccupazioni e livori e posso dire che quasi sempre in quel che dicono c’è un fondo di verità che nessuna personale intellettualmente e moralmente integra dovrebbe permettersi di negare. Se una cosa è sostanzialmente vera, non è che diventa falsa perché la dice Hitler, o Haider, o Bossi. Diverse posizioni della destra radicale mi trovano concorde: la loro condanna del neoliberismo, la loro protesta contro l’immigrazione di massa che effettivamente stravolge intere comunità in pochi anni, la loro denuncia della tecnocrazia, delle “guerre umanitarie”, del globalismo (inteso come dominio planetario del capitalismo – io sono un internazionalista, completamente a favore della globalizzazione della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia, della fratellanza e perciò delle coscienze), dell’americanizzazione del mondo, della minaccia costituita dal fondamentalismo islamico (ma anche dall’integralismo cristiano), sull’importanza della religione e della religiosità nella vita delle persone, sul diritto che hanno i separatisti sudtirolesi e leghisti di esprimere le loro opinioni senza essere trattati con sufficienza o ostracizzati per lesa maestà. Ciò che mi distingue da loro, io credo – e potrei sbagliarmi – è una serie di cose. La mia lealtà al principio della dignità umana. La mia viscerale avversione all’autoritarismo – un autoritarismo che si fa sempre più subdolamente sentire in tutto il mondo, proclamandosi democratico. Il mio rifiuto dell’estenuante martirologia e vittimocrazia del “chi ha sofferto più di noi?” e del “non possiamo sbagliare, siamo la parte lesa”. Il mio cronico scetticismo nei confronti di ogni identità determinata negativamente, bisognosa di un nemico: “Noi siamo quel che siamo perché non siamo come voi”. La mia stupita contemplazione del rapporto quasi maniacale con la zolla e con le voci ancestrali degli “eroici” antenati (Abstammung e Herkunft) al servizio dell’Heimat, che rende equivalenti le ingiunzioni: “fuori dal mio campo!”, “alla larga dal mio clan!” e “via dalla mia comunità/nazione!”. Il mio disappunto nel vedere che lo spirito campanilistico spinge ognuno a cercare di difendere i propri interessi a breve termine, senza cercare alternative ad un sistema di artificiosa penuria di risorse, che arricchisce pochi e rovina molti, mettendoci gli uni (indigeni) contro gli altri (immigrati). Infine, credo di poter dire, una visione più sofisticata della realtà, non stravolta da patriottismi/nazionalismi, etnicismi, integralismi, ecc., ma guidata dalla semplice constatazione che, poiché la mappa non corrisponde mai al territorio, nessuna delle nostre rispettive mappe è quella definitiva, e dunque solo un confronto collaborativo ci può portare a destinazione. Più importante di tutto, come si evince in diversi passaggi della mia analisi, voglio evitare che la destra radicale si faccia manipolare da chi vuol far credere di essere di destra, ma non è né di destra né di sinistra. Anzi, è al di fuori della politica. La destra neoliberista non è una vera destra, né è tantomeno di sinistra, anche se gli ex partiti socialdemocratici sono vittime di una “cattura cognitiva” e sottoscrivono programmi schiettamente neoliberisti. Il neoliberismo è un’ideologia social-darwinista che celebra l’individualismo egoista e distrugge lo spirito comunitario della destra e della sinistra, l’unico che possa considerarsi “politica”. È l’unica, vera, dottrina anti-politica: un accordo tra privati (corsari della finanza) per spartirsi il bottino. La manipolazione a cui


accennavo è molto semplice: contrapporre destra e sinistra come se fossero i bianchi e i neri della dama, per evitare che possano allearsi nella difesa della comunità e dei beni comuni. La destra radicale, in particolare, rischia di essere demonizzata e impiegata come carne da cannone (usa e getta). Le mie critiche hanno l’unico scopo di impedire che ciò accada, riportando la dialettica politica nei binari di un confronto equilibrato, estraneo alla logica della lotta senza quartiere, del “mors tua vita mea”, tipica del neoliberismo, appunto. Perciò, quando leggerete le pagine che seguono, tenete presente che non poche volte ho provato anche rispetto, stima e, sporadicamente, affetto per le persone le cui idee cerco di contrastare con tutte le mie forze. Non mi vergogno di dirlo. Forse c’è un po’ di Bruno Kreisky in me? L’accostamento con l’ammirato e contestato ex cancelliere socialdemocratico austriaco non mi disturba. Gravemente imperfetto come ogni essere vivente dell’universo (in quanto finito e perciò incompleto), resta uno dei migliori politici europei del dopoguerra. Devoto al bene comune degli austriaci pur essendo stato costretto a fuggire dall’Austria rapidamente e facilmente nazificata, uno dei più autorevoli proponenti di un piano Marshall per l’Africa e l’Asia che scongiurasse la prospettiva di un crescente indebitamento del Terzo Mondo e favorisse la decolonizzazione, sponsor degli sforzi pacificatori di Arafat (pur essendo un cancelliere ebreo). Era disposto a cambiare idea se le argomentazioni degli avversari erano più convincenti delle sue ed era pronto a procedere caparbiamente se, pur trovandosi in minoranza, riteneva di dover fare la cosa giusta (es. sanare la ferita del passato nazista per ricondurre l’élite e la popolazione nell’alveo democratico). C’è un gran bisogno di riflessioni che uniscano le persone, non nel senso che deve regnare la concordia e l’uniformità – senza conflitto/tensione la vita non sarebbe possibile – ma nel senso della coincidentia oppositorum, cioè a dire quella condizione in cui nessuno degli opposti desidera far scomparire l’altro e restare padrone del campo, ma rispetta il suo diritto ad esistere. È l’unità nella diversità. “E dai discordi bellissima armonia” diceva Eraclito, un aforisma che piaceva molto a R.W. Emerson e che piace molto anche a me.

VERSO UN MONDO NUOVO Forse le regole del gioco sono cambiate senza che ci avvertissero. Forse la politica ha deciso di dedicare le sue attenzioni soltanto ai potenti di cui è serva e ai servi con cui è prepotente. Lo Stato Sociale europeo – malgrado le sue magagne, le sue burocrazie, le sue ruberie – ha rappresentato la creazione più nobile della politica. Oggi se ne parla come di un rudere di cattivo gusto, un lusso anomalo del passato, un ostacolo al libero manifestarsi del Nuovo. A me un Nuovo dove i mercanti ingrassano e i malati di Sla muoiono sembra nascere già molto vecchio. Massimo Gramellini, la Stampa, 3 novembre 2012. Pius Leitner, consigliere provinciale dei Freiheitlichen, ha presentato un ordine del giorno durante la discussione della legge sull' immigrazione avente come scopo di impedire - per legge - l'ingresso in Alto


Adige di immigrati anziani e bambini immigrati malati. Si tratta di una proposta semplicemente inqualificabile. Una vera agghiacciante infamità lanciata in una società che è già devastata da 20 anni di rancori sociali costruiti ad arte contro i migranti, capro espiatorio ideale di ogni disagio sociale. […]. Le grandi tragedie del Novecento non sono nate nel giro di pochi minuti ma attraverso un lungo percorso culturale di costruzione del nemico, di banalizzazione della xenofobia e del pregiudizio, di banalizzazione appunto del Male. Luigi Gallo, assessore, comune di Bolzano È più facile che una gomena passi per la cruna dell'ago che un ricco entri nel regno di Dio. Marco 10, 25 Non potete servire a Dio e a Mammona Matteo 6, 24; Luca 16, 13 Jacques Attali, già consigliere personale di François Mitterrand ed uno dei più autorevoli intellettuali europei ha di recente pubblicato un saggio intitolato “Domani chi governerà il mondo?” (2012) in cui prevede che la crisi mondiale renderà possibile l’avvento di un governo mondiale federale sagomato intorno al modello dell’Unione Europea, con ampie autonomie per gli stati, nel rispetto dei diritti umani. Sospetto che un tale Leviatano, a causa delle pressioni burocratiche e lobbistiche, nonché della sua mole mastodontica, correrebbe un serio rischio di involuzione verso uno stato di polizia planetario intento ad imporre la sua volontà ed interessi – solo formalmente generali - alle volontà ed interessi specifici degli stati e delle regioni del mondo, accusati di essere particolaristici e quindi indegni di considerazione e rispetto, se non inconciliabili con il progresso della civiltà umana. Ciò non toglie che, come nel caso delle utopie marxiste, sebbene i mezzi siano a dir poco discutibili, la destinazione rimane decisamente auspicabile: “Ogni essere umano deve disporre di una “cittadinanza mondiale”. Nessuno deve più essere “apolide”. Ciascuno deve sentirsi a casa propria sulla terra. Chiunque deve avere il diritto di lasciare il proprio paese d’origine e di essere accolto, almeno temporaneamente, in qualsiasi altro luogo. Ogni essere umano deve avere diritto a un insieme di beni universali: l’aria, l’acqua, i prodotti alimentari, la casa, le cure, l’istruzione, il lavoro, il credito, la cultura, l’informazione, un reddito equo per il suo lavoro, la protezione in caso di malattia o di invalidità; l’eterogeneità del modo di vivere, la vita privata, la trasparenza, la giustizia, il diritto di emigrare e quello di non farlo; la libertà di coscienza, di religione, d’espressione, di associazione; la fraternità, il rispetto dell’altro, la tolleranza, la curiosità, l’altruismo, il piacere di dare piacere, la felicità nel rendere gli altri felici, la molteplicità delle culture e delle concezioni di benessere” (ibid., pp. 304-305). La cittadinanza mondiale si comporrebbe di cittadinanze minori (nazionali e continentali o areali, come ad esempio il Mediterraneo), con una funzione di tutela dai summenzionati eccessi autoritari, inevitabili, come detto, in un governo mondiale che deve gestire i destini di 7 miliardi di persone.


Così, la battaglia per le autonomie si coniugherebbe con quella per la cooperazione tra i popoli e per l’unità del genere umano. La realizzazione di un governo mondiale è già stata invocata da Benedetto XVI e da diversi statisti ed economisti, quindi ritengo sia saggio cominciare a riflettere su come costruire questo Mondo Nuovo alle nostre condizioni e non secondo i dettami delle oligarchie finanziarie. Se la transizione verso questa nuova fase della civiltà umana non sarà consapevole ed oggetto di un dibattito autenticamente democratico, il rischio è quello di lasciare in eredità alle future generazioni un mondo come “Globalia”, la falsa utopia immaginata da Jean-Christophe Rufin (medico nel Terzo Mondo e diplomatico francese, nonché membro dell’Accademia francese) estrapolando certi potenziali sviluppi dalle tendenze attualmente dominanti. Nell’omonimo romanzo fantapolitico, il futuro del mondo è Globalia, una rete planetaria di comunità federate protette da cupole trasparenti per proteggere le persone dall’inquinamento, dagli agenti atmosferici e dai “selvaggi” esclusi dal “consorzio civile”, al di fuori delle cupole. La pace e la sicurezza interne sono assicurate dal limite invalicabile delle cupole climatizzate, dalla sorveglianza capillare (carte d’identità genetiche che fungono anche da carte di credito con una valuta unica globale: “non c’è libertà senza sicurezza, la sicurezza richiede sorveglianza, dunque la libertà è sorveglianza”), dal conformismo, dal controllo dell’informazione, dalla tecnocrazia, dalla medicalizzazione di ogni “disturbo”, dal consumismo, dall’individualismo che previene proteste collettive, dal nemico esterno (inquinamento e selvaggi). La democrazia diretta (che registra altissimi tassi di astensionismo) è gestita, da dietro le quinte, da un oligopolio di imprese “multinazionali” (non esistono più gli stati ma un unico stato chiamato Globalia). La reazione popolare a questo tipo di mutazione degenerativa della globalizzazione potrebbe essere un ripiegamento localista non meno autoritario. Anche in questo caso la letteratura ci viene in soccorso. “L’Altra Parte” (Die Andere Seite, 1909/2001) dell’illustratore boemo Alfred Kubin (1877-1959) ci introduce alla visione di una fortezza “mitteleuropea” no-global. Un anziano artista di Monaco (alter ego del narratore) è invitato da un suo amico di gioventù – Claus Patera, del quale aveva perso le tracce dai tempi della loro adolescenza salisburghese – a trasferirsi assieme alla moglie a Perla, la capitale di un regno misterioso collocato nell’Asia centrale cinese, in una dimensione di sogno. L’amico è diventato il sovrano di questo regno in cui si cerca di costruire una società utopica che rispecchi la Mitteleuropa asburgica, prima delle riforme liberali – “le condizioni generali erano, all’ingrosso, simili a quelle dell’Europa centrale, e nello stesso tempo molto diverse” (p. 51). Il protagonista accetta perché la moglie è malata e gli è stato assicurato che là il clima è ideale. Per potervi accedere occorre non introdurre oggetti che risalgano ad un periodo posteriore al XIX secolo. Come la Ridotta Alpina dei sogni della destra cristianista, il Regno del Sogno “è separato dal mondo circostante per mezzo di un muro di cinta, e difeso contro qualsiasi attacco da poderose fortificazioni. Una sola porta permette l’entrata e l’uscita e rende facili i più severi controlli su persone e cose” (p. 7).


Il tedesco è la lingua ufficiale: salvo i pochi appartenenti alle minoranze, il tedesco è la lingua materna della gran parte degli abitanti. Le minoranze sono concentrate in un ghetto (il quartiere latino, o francese): “Questa piccola parte della città, coi suoi 4mila abitanti latini, slavi ed ebrei , era considerata una zona malfamata. La massa pittoresca ed eterogenea viveva ammucchiata alla rinfusa in vecchie case di legno. Questo quartiere, con stradine tortuose e spelonche maleodoranti, non era proprio l’orgoglio di Perla” (p. 54). Sono tenute a bada dalle forze dell’ordine in quello che si dimostra essere uno stato di polizia: “Si manteneva un piccolo esercito che svolgeva i suoi compiti con molto entusiasmo, una polizia, veramente eccellente, il cui principale campo di attività era il quartiere francese” (p. 58). Per scongiurare tali prospettive occorre risolvere alcuni problemi strutturali che ostacolano la democratizzazione di questo processo evolutivo della civiltà umana: l’autoritarismo, i miti etnici, il cristianesimo identitario, l’islamofobia, la supremazia bianca, il neoliberismo, il separatismo, la xenofobia, l’autoghettizzazione, il razzismo castale e . Li tratterò sommariamente in questa prima parte – nei loro aspetti globali – per poi esaminarli più nel dettaglio calandoli nel contesto dell’area alpina. Vita recintata In cambio della - spesso falsa, dicono le statistiche - sensazione di sicurezza e di protezione, sta nascendo una nazione di tetri villaggi neo medioevali, di "castella" chiusi in loro stessi, angosciati dall'assedio di tartari là fuori. Sono soprattutto diffuse negli Stati del Sud, Georgia, Lousiana, Alabama, Texas, in un segnale indiretto ma assai indicativo di un rigurgito della voglia di "apartheid" tradito da nomi che spesso portano dentro la parola "plantation", la piantagione di cotone dello zio Tom. Vittorio Zucconi, “La Fortezza America ha moltiplicato solitudini”, la Repubblica, 20 gennaio 2011 La valanga di «no» alle due domande sulla cittadinanza agevolata è una notizia cattiva per gli stranieri che vivono in Svizzera, ma pessima per gli svizzeri che hanno a cuore la Svizzera. La crisi è seria, perché quasi il 60% degli elettori e più della metà dei Cantoni mettono in difficoltà il governo federale, respingendone le proposte su un tema centrale per l' integrazione. L' innovazione sarebbe stata essenziale in un Paese la cui popolazione quasi per un quarto non ha la cittadinanza nazionale. Questi giovani, ai quali ieri è stata negata la possibilità di diventare svizzeri in tempi più ragionevoli, sono totalmente immersi nella realtà produttiva, sociale, anche sentimentale della Svizzera, qui studiano, si sposano, sono stimati e, quasi mai, discriminati…il risultato è politicamente grave. Svela una crisi di paura, una sensazione di assedio che non ha riscontri con il senso comune del Paese stesso, oggi aperto alla solidarietà internazionale. Gaspare Barbiellini Amidei, Fortezza elvetica, Corriere della Sera, 27 settembre 2004 Sicché quando gli dissero che era il tempo di lasciare la sua roba, per pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: “Roba mia, vientene con me!” Giovanni Verga


Le comunità autonome ad “accesso limitato” (gated communities) obbediscono a meccanismi di esclusione che privatizzano aree pubbliche e beni comuni erigendo muri, steccati, barriere, stanghe, recinti, divieti e, così facendo, impoveriscono una maggioranza a vantaggio di una minoranza. Il crescente individualismo porta all’esasperazione del concetto di proprietà – “egoismo proprietario” –, fa aumentare il coefficiente Gini della disuguaglianza e, superata una certa soglia di disparità sociale, produce la proliferazione di quartieri residenziali protetti o borghi fortificati, isole di agiatezza blindata e sorvegliata circondate da un mare di difficoltà socio-economiche e miseria. Enclavi fortificate che sono un microcosmo partorito dal darwinismo sociale, l’ideologia dell’uomo che non deve chiedere mai, che deve condividere il meno possibile e che vuole interporre distanze, muri e vigilanti tra sé e “il caos là fuori”, pur essendone co-responsabile, come lo è chiunque metta l’egoismo e l’avidità davanti a tutto il resto e che fraintenda il concetto di merito, facendolo coincidere con il prevalere del forte sul debole. Status symbol e termometro del degrado civile, sono piccoli feudi sempre più autonomi rispetto alle municipalità ed agli stati, ritenuti istituzione inutili se non ostili (con la significativa eccezione delle forze armate e delle forze dell’ordine). Unità abitative socialmente, economicamente, giuridicamente ed energeticamente sempre meno sostenibili che interrompono gli spazi pubblici – es. fanno deviare le strade provinciali – e frammentano la comunità, nella convinzione che ormai essa sia morta e non possa risorgere, né abbia senso rivitalizzarla, perché non c’è nulla da condividere con chi ha poco o nulla in comune con noi. Questi obiettori dell’integrazione sociale che esercitano sempre maggior potere e si sentono investiti di sempre minori responsabilità civiche, alimentano l’industria della sicurezza privata, dell’educazione privata, della sanità privata, del governo privato: sono i paladini del privatismo ed i loro insediamenti sono lo specchio di questa ideologia. Si arriva agli eccessi del miliardario statunitense Peter Thiel, sponsor del movimento di estrema destra neoliberista Tea Party, che ha in programma la costruzione di città-stato neofeudali in acque internazionali, dove le leggi degli stati non possono essere applicate (e quindi tutto è lecito, se hai i soldi); oppure alla minacciata evacuazione delle isole greche “sotto-popolate”, da proporre in leasing a stranieri facoltosi per venire incontro alle richieste della troika; o infine alla militarizzazione degli accessi a Disneyland – che sottosta a norme urbanistiche e fiscali diverse dal resto degli Stati Uniti – presidiate da reparti scelti della polizia americana (SWAT). Con l’eccezione di Cuba, questo fenomeno sociale si è diffuso in tutte le Americhe e, più recentemente, è sbarcato anche in Europa, in Asia, in Australia e in Sudafrica. Nei soli Stati Uniti almeno 14-15 milioni di persone (c. 5% della popolazione statunitense) vivono in comunità-ghetto blindate. Nessuno di questi trinceramenti potrebbe resistere all’assalto di una moltitudine di disperati e, in quanto ghetti dorati, sarebbero i primi bersagli. Stanghe, videocamere, vigilanti, muri e rigidi regolamenti interni servono più che altro ad esorcizzare la paura e a convincere i residenti che è tutto in ordine, tutto è al proprio posto. In cambio questi “paradisi artificiali” alienano i residenti non solo dal mondo esterno e dalla sua diversità – sono state chiamate sprezzantemente “colonie extramondo” –, ma anche dai propri vicini. Prende progressivamente piede un processo di atomizzazione e


frammentazione sociale che indebolisce la coesione interna, infantilizza gli abitanti che non si aspettano in nessun caso di dover essere loro a prendere l’iniziativa per il bene della comunità in cui vivono, li deresponsabilizza nella misura in cui ciascuno si persuade che sia giusto solo ciò che sta scritto nel disciplinare della comunità esclusiva e che il resto sia superfluo o inappropriato, sviluppa una mentalità antagonistica nei confronti di tutto ciò che si trova al di fuori, fa trionfare l’interesse egoistico sulla spontaneità altruistica (Blakeley/Snyder 1998; Blandy 2005). Il privatismo è una forma mentis che prevale in quelle società che non valorizzano in modo particolare (lo fanno a parole, non nei fatti) lo sforzo cooperativo per il bene comune; società in cui amare il prossimo, abbassare la guardia di fronte all’irrefrenabile lotta per l’esistenza, equivale ad un suicidio. Il privatismo si impernia sulla tendenza a massimizzare i propri vantaggi materiali nel breve, presupponendo che tutti gli altri facciano lo stesso. Solidarietà e giustizia sono trascurate, il bene comune non esiste, si predilige uno stato autoritario che obbliga le persone ad essere buone, dato che non lo possono essere di natura. L’unico regime degno di rispetto è quello che accentra i poteri ed impone l’obbedienza e l’ordine con la forza. La nostra società, dominata dal paradigma privatistico dell’accentramento oligarchico del poetre è immatura (infantile?) ed egoistica, incapace di essere una vera comunità. Questo è il principale difetto strutturale della civiltà umana contemporanea. Tutti gli altri discendono da esso. Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che “ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione” (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1789). La Fortezza Europa Ventuno anni dopo la caduta del muro, in Germania si erigono nuove barriere, che non separano più l'est dall'ovest, ma i ricchi dai meno ricchi. Da Potsdam a Berlino passando per Francoforte e Lipsia, diverse comunità chiuse stanno sorgendo in quartieri sorvegliati. Si vive nel cuore della città, rimanendone però al riparo. Questo tipo di comprensori eleganti, circondati da recinzioni e cancelli, sorvegliati 24 ore su 24 da rilevatori di movimento e vigilantes, esistevano già in città come Los Angeles, San Paolo o Mosca. Oggi la tendenza è arrivata anche in Germania…. “Andiamo spesso a Merano e vogliamo essere sicuri che tutto sia in ordine al nostro ritorno”, spiega Andrea Braun”. Thorsten Schmitz, Süddeutsche Zeitung, 1 dicembre 2010 I confini dell’Unione Europea si estendono per 9mila chilometri di terra e 42mila chilometri di coste. Gente che attraversa il Sahara, l’Oceano Indiano, il Medio Oriente e l’Atlantico non si farà dissuadere da muri e filo spinato. Per arrivare negli Stati Uniti migliaia di persone attraversano catene di montagne e deserti e, se vengono presi e scacciati, ci riprovano, finché hanno vita in corpo. Molti ci lasciano la pelle, nell’indifferenza o nel disprezzo di chi è al qua del muro, all’interno di fortezze che assomigliano sempre più a ghetti sorvegliati da giganteschi complessi militari-industriali, versioni su scala continentale dei già citati quartieri blindati dei ricchi che una volta esistevano solo negli Stati Uniti ed ora fanno la loro comparsa anche in Europa.


Le stesse tecniche di controllo, difesa, cattura e “trasferimento” degli indesiderabili adottate nella Guerra al Terrore sono arrivate in Occidente e vengono largamente adottate contro i poveri. Chi può escludere che prima o poi non saranno estese a chi già risiede nella fortezza, una “federazione di stati di polizia” come la definisce uno dei più autorevoli (e colti e sensibili) giornalisti britannici, Jeremy Harding (Harding 2012)? Un duo scozzese – gli Hue and Cry –, ha forse colto nel segno quando ha parafrasato la celebre poesia di Martin Niemöller: Quando vennero per gli ebrei e i neri, distolsi gli occhi Quando vennero per gli scrittori e i pensatori e i radicali e i dimostranti, distolsi gli occhi Quando vennero per gli omosessuali, per le minoranze, gli utopisti, i ballerini, distolsi gli occhi E poi quando vennero per me mi voltai e mi guardai intorno, non era rimasto più nessuno... L’arte ci soccorre, assistendo la nostra capacità immaginativa e mettendoci in guardia dal rischio che certe possibilità divengano realtà. Un vero e proprio capolavoro visionario e tecnico della cinematografia, “Children of Men” (“I figli degli uomini”) di Alfonso Cuarón – tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice britannica P.D. James, prefigura l’instaurazione di una democrazia autoritaria (democratura) nella Gran Bretagna del 2027, che si è auto-reclusa per sfuggire all’anarchia che, a quanto è dato di capire, regna nel resto del mondo. I due protagonisti, Theo e Kee, arrivano ad un campo di internamento di rifugiati in fuga dai disordini dell’Europa continentale per scoprire che i guardiani si sono gradualmente metamorfizzati, assumendo le sembianze e gli atteggiamenti delle guardie dei lager nazisti. È peraltro probabile che la coppia in fuga non sia rimasta particolarmente sorpresa nello scoprire il livello di abbrutimento delle forze dell’ordine britanniche, visto che nel corso dell’intero film si notano mezzi pubblici blindati e trasformati in gabbie per la deportazione degli “immigrati illegali”, insegne e comunicati che esortano i cittadini inglesi a denunciare i medesimi, indipendentemente dal rapporto di fiducia che si può essere instaurato con loro. Un evidente riferimento alla caccia nazista agli ebrei, rafforzato dalla scelta di mostrare la cattura e probabile esecuzione sommaria di una loro compagna di fuga (Miriam) al campo profughi di Bexhill con il sottofondo di un brano dei “The Libertines”, intitolato “Arbeit Macht Frei”. La grandezza dell’opera risiede appunto in questa sua capacità di esplorare i risvolti di questioni centrali del nostro tempo come l’immigrazione, la gestione di rifugiati e profughi, la xenofobia, il razzismo, in un contesto degenerato a causa della cosiddetta Guerra al Terrore – si intuisce che un ordigno nucleare è stato fatto esplodere a New York e che è stato possibile salvare solo alcune opere d’arte italiane e spagnole dalle devastazioni rivoluzionarie – e di una possibile terza guerra mondiale, con ricadute radioattive sull’Africa. In un’intervista Cuarón spiega che l’intento era proprio quello di far riflettere gli spettatori sulle implicazioni dell’esistenza di realtà infamanti come Abu Ghraib, Guantánamo e Bagram, in Afghanistan.


Nessuna democrazia è al sicuro dal rischio di deteriorarsi, precipitando verso l’estremo nazista: le cose brutte non succedono solo alle persone di colore. La vista del rifugiato italiano, implorante ed incapace di esprimersi in inglese, che viene trascinato via con la forza da un militare inglese con al guinzaglio il classico pastore tedesco, ha l’effetto di un pugno nello stomaco: non è un arabo, non è un nero, non è “uno degli altri” – è “uno dei nostri”. Uno dei nostri ridotto alla condizione di “nuda vita” (cf. Agamben), essere vivente senza diritti e senza dignità, alla mercé dell’arbitrio e della violenza, condannato a morte non per aver commesso un crimine indicibile, ma solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, appartenendo alla categoria umana “sbagliata”, quella che non è più protetta dalle leggi dello Stato. Un individuo reso apolide, snazionalizzato, e quindi privato di ogni diritto. Un individuo segregabile e scartabile. Il separatismo Il congresso della Südtiroler Freiheit, il movimento politico di Eva Klotz, ha votato ieri all’unanimità la proposta di referendum per separare la minoranza sudtirolese dall’Italia. L’intenzione emersa dall’assemblea del partito che si è tenuta ad Appiano è quella di votare due mesi prima delle prossime elezioni provinciali, nell’autunno del 2013. Tre i quesiti: rimanere in Italia, ritornare in Austria o autodeterminarsi come stato libero del Sudtirolo. Il referendum, è stato spiegato, sarà aperto «a tutti i cittadini con diritto al voto in Alto Adige». Circa trecento le persone presenti al congresso, tra cui anche esponenti di minoranze europee. La Südtiroler Freiheit aderisce infatti ad una raccolta di firme a livello europeo per ottenere il diritto all’autodeterminazione dei popoli. “Via dall’Italia: sì al referendum”, Alto Adige, 25 novembre 2012 Sono per l’indipendenza perché il Veneto ha determinati valori da tutelare e da promuovere e si sente senza dubbio più vicino alla Baviera che alla Calabria. Luca Zaia, presidente della regione Veneto, dicembre 2012 La destra del terzo millennio è ormai prevalentemente neoliberista, razzista, cristianista e secessionista ed usa i referendum per finalità populistiche che poco hanno a che vedere con il bene pubblico e molto con l’avidità e l’egoismo di certe fazioni economicofinanziarie e politiche. I micro-nazionalismi alla ricerca di un “premio di sganciamento” sono tatticamente definiti “progressisti”, pur essendo chiaramente di destra, come di destra è sempre stata, da che mondo e mondo, qualunque istanza particolarista ed anti-egalitaria e specialmente le pretese dei ricchi di non condividere le loro risorse con i meno privilegiati e i meno fortunati (cf. Catalogna, Fiandre, Padania). In Spagna, come altrove, la destra al potere a Madrid e quella al potere a Barcellona – entrambe neoliberiste – usano i rispettivi nazionalismi per convogliare la rabbia popolare verso rivendicazioni etniche ed egoismi localistici (regionali o nazionali) che oscurano quelle sociali e civili, contrastando l’emergere di un fronte comune e solidale contro un pensiero unico che sta distruggendo il tessuto sociale spagnolo e catalano.


Qualcosa di simile sta accadendo negli Stati Uniti del secondo mandato di Obama, dove la democrazia diretta ha significato la raccolta di centinaia di migliaia di firme a sostegno di alcune petizioni per la secessione degli stati repubblicani dall’America “socialista”, “multiculturalista” ed “anticristiana” di Obama, con l’ampia copertura mediatica di Fox News, il caloroso appoggio dei nazionalisti bianchi, dei neonazisti, del Ku Klux Klan, di certe correnti cristiane fondamentaliste e di Ron Paul, già candidato alle presidenziali americane per i Repubblicani e leader del Tea Party, l’ultradestra libertaria. Secondo quanto lui stesso scrive nella sua newsletter, la secessione è un “principio profondamente americano”, alle origini degli Stati Uniti, “i secessionisti dall’Inghilterra da traditori sono diventati i più grandi patrioti di questa nazione” e nessun popolo può essere veramente libero se non può andarsene quando si sente oppresso da un governo che non riconosce come legittimo. Arriva persino a dichiarare che durante la guerra di secessione il governo federale impose al sud di restare nell’unione, ma essere più forti non equivale ad avere ragione. In altre parole, Lincoln avrebbe dovuto lasciare che gli stati confederati continuassero a violare la Costituzione a loro piacimento, dando vita ad un loro stato schiavista, castale – anche nei confronti dei bianchi poveri e naturalmente delle donne –, semplicemente perché questo era il desiderio dei maggiorenti sudisti. Per Ron Paul il tentativo di Obama di istituire una copertura sanitaria decente per milioni di americani è una ragione sufficiente per voltare le spalle all’unione. Sta prendendo piede una letale ideologia secondo cui i pilastri di una società civile – i dirittidoveri che ci permettono di convivere e ci obbligano a rispettare il prossimo, come se ogni persona contasse – sono diventati opzionali per chi si sente o si proclama un genuino interprete dello spirito della nazione. Se uno perde un’elezione sbatte la porta e se ne va: una vera e propria infantilizzazione progressiva delle menti e delle coscienze. Invece di levare le tende e migrare altrove, vogliono però portarsi dietro anche il loro stato. Nel 2009, un altro candidato alle presidenziali per il partito repubblicano, Rick Perry, allora governatore del Texas, ribadì il diritto del Texas all’autodeterminazione separatista. Un quarto dell’elettorato americano sarebbe favorevole alla secessione del suo stato ed un altro quarto era indeciso o non sapeva rispondere. Solo il 42% sarebbe categoricamente contrario. Ci provò la Carolina del Sud nel 1860 e gli sviluppi sono costati la vita a centinaia di migliaia di americani, il 2,5% della popolazione di allora. Succederebbe di nuovo, perché la secessione sarebbe considerata alto tradimento. Neoliberismo, think tank e destra islamofoba Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori. Conclusioni di un’indagine conoscitiva sulle fondazioni statunitensi effettuata da una commissione del Congresso americano nel 1952


È tempo di domandarsi come mai gli eroi e le eroine della destra radicale, come Melanie Phillips, Ayaan Hirsi Ali, Thilo Sarrazin, Afshin Ellian, ecc. siano tutti legati molto strettamente a think tank ultraconservatori come l’American Enterprise Institute di Washington, una fucina di progetti sfacciatamente ed orgogliosamente a supporto dell’imperialismo americano, al settore finanziario e a mass media esplicitamente schierati con l’establishment. Se davvero il loro intento fosse quello di mettere sotto accusa lo status quo, non si capisce perché si farebbero mantenere da chi lo incarna. E ancora: perché il mito di “Eurabia” è stato ideato e massicciamente propagandato in Europa dai think tank e dalle case editrici americane dell’area neocon, quella vicina a Bush, Cheney, Romney, Ryan e Tea Party, per intenderci? (Lean 2012; Mudde 2012). Sorge il sospetto che gli elettori della destra radicale siano stati strumentalizzati, a loro insaputa e loro malgrado, cadendo in una trappola ben orchestrata: convinti di difendere il proprio tenore di vita dalla minaccia immigrata, non si sono resi conto che chi realmente attentava ai loro risparmi era bianco come loro e parlava la loro stessa lingua.

L’immigrazione è un problema Dunque non concentriamoci solo sulle nostre differenze, ma pensiamo anche ai nostri interessi comuni e a come superare tali differenze. E se le nostre divergenze non possono essere risolte oggi, almeno possiamo cercare di rendere il mondo un luogo sicuro per le diversità. Perché, in fin dei conti, il nostro più elementare legame è che tutti noi abitiamo questo piccolo pianeta, respiriamo la stessa aria, ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli, e siamo tutti mortali. JFK, discorso all’American University, 10 giugno 1963 Chi viaggia in aereo sopra l’Europa verso l’Africa o l’Asia, in poche ore trasvola oceani e paesi che furono il crogiolo della storia dell’umanità. In pochi minuti ripercorre gli itinerari che gli uomini seguirono nel corso delle loro migrazioni lungo migliaia di anni; e basta qualche secondo per oltrepassare campi di battaglia dove combatterono e morirono milioni di persone. Le frontiere non le vede, non ci sono profondi abissi o alte muraglie a dividere i popoli: vede solo la natura e le opere dell’uomo: case, fabbriche, fattorie che rispecchiano dovunque lo sforzo comune per rendere più bella la vita. Dappertutto nuove tecniche e nuovi mezzi di comunicazione avvicinano uomini e paesi, accomunando sempre più i loro interessi e le loro preoccupazioni. Questa nuova vicinanza obbliga a gettare la maschera, ad abbandonare l’illusione che le differenze esistano, illusione che sta alla radice dell’ingiustizia, dell’odio e della guerra. Soltanto l’uomo che rimane attaccato alla crosta della terra si aggrappa ancora all’oscura e velenosa superstizione che il mondo abbia per confine il colle più vicino; che l’universo finisca sulla riva del fiume, che l’umanità sia tutta racchiusa nella stretta cerchia delle persone che abitano insieme a lui nella stessa città, che hanno le sue stesse opinioni e lo stesso colore della pelle. Robert F. Kennedy Nel mondo ci sono verosimilmente almeno 150milioni di migranti.


I sostenitori del globalismo neoliberista vorrebbero l’abbattimento delle frontiere e la libera circolazione delle merci e delle persone. Ci si potrebbe chiedere se ciò allevierebbe o aggraverebbe una situazione che, sotto molti punti di vista, è ormai fuori controllo; specialmente perché la crisi ha accelerato il processo di crescente divaricazione del tenore di vita degli abitanti del mondo, con la distanza tra ricchi e poveri e tra paesi ricchi e poveri che si dilata sempre più velocemente e sempre più macroscopicamente e con le risorse del pianeta che si concentrano nelle mani di un numero sempre più ridotto di attori globali. Solo il Brasile sembra riuscire a ridurre in maniera stabile il gap tra ricchi e poveri, ma partendo da livelli di disuguaglianza colossali (dati delle Nazioni Unite e dell’OECD). Pensiamo a cosa è successo in Europa e negli Stati Uniti. Regioni che sembravano avviate ad un futuro radioso si trovano sempre più ad assomigliare a paesi del secondo o persino del Terzo Mondo, sia per la presenza di manodopera immigrata espulsa dal mercato del lavoro a causa della crisi sia per l’insistito ricorso alla delocalizzazione, che condanna alla disoccupazione milioni di lavoratori autoctoni, così intontiti dalla propaganda da chiedere più libero mercato senza rendersi conto che proprio quella è la causa della precarietà dei loro diritti, posto di lavoro e salario. Che cosa si può fare? Non mi pare che nessuno abbia già trovato un rimedio. È più probabile che la soluzione emerga dalla collaborazione di molte menti con un background estremamente diversificato, professionalmente e culturalmente. Serve una vasta rete di persone competenti e di buona volontà: un vero e proprio think tank globale, informale, non soggetto a lobbismi di alcun genere. Quel che si può fare è esprimere dei pareri che aiutino a concentrare gli sforzi in certe direzioni più promettenti. Per il momento prevale troppo spesso una comprensione superficiale del fenomeno che si presta ad interpretazioni buoniste o rigoriste che, lungi dal risolvere il problema, lo perpetuano ed amplificano, oltre a separare la popolazione in fazioni incapaci di trovare un accordo e quindi sempre più a rischio di delegare il tutto a grandi decisori autoritari. Continuare ad ignorare il problema non lo farà andar via e non ci farà maturare come specie e come civiltà. Un passo in avanti nel nostro processo di maturazione è stata la creazione dell’Unione Europea. La nostra storia è costellata di scontri tra popolazioni per il controllo di certi territori che, come un pendolo, passano di mano da una generazione all’altra, non senza il relativo dazio di vite umane e fardello di risentimento, revanscismo, superbia, ecc. L’Unione Europea nasce per porre fine a tutto questo ed è un grande progetto che, come vedremo, è stato pugnalato alle spalle da chi si cura davvero poco del bene comune ed è guidato soprattutto da avidità e superbia. Oltre alla dimensione dell’avidità – nessuno dovrebbe aver bisogno di espandere i suoi profitti oltre una certa misura: poi diventa qualcosa di patologico – esiste anche quella del razzismo. Un immigrato bianco, in Europa come negli Stati Uniti, riceve un trattamento privilegiato rispetto ad un immigrato di colore. In Europa una filippina non sarà mai trattata allo stesso modo di uno spagnolo. Negli Stati Uniti una greca sarà sempre trattata


meglio di un messicano (sebbene, in quello stesso paese, i greci, come gli italiani del sud o gli spagnoli, fossero considerati subumani non più di un secolo fa). Non è una questione somatica/genetica: a parità di caratterizzazione cromatica di occhi e capelli, essere scandinavo o essere slavo fa un’enorme differenza. Chi non sta in cima alla piramide razziale si sente dire molto più spesso: “se non ti piace, puoi tornartene da dove sei venuto!”. Sembra che il vero problema sia la paura di essere sommersi, conquistati, rimpiazzati da persone che non sono come noi, che si somma alla propensione di molti razzisti ad immaginarsi più simili all’ideale nordico che faceva furore nella Germania nazista. Questa paura può indurre molte persone a diventare complici di azioni terribili. Non pare però che l’élite globale sia influenzata da queste considerazioni: denaro e potere “arianizzano” pressoché chiunque. Al contrario, chi non è ricco e potente potrà anche essere il prototipo del maschio nordico, ma questo lo avvantaggerà davvero poco. Alcuni punti che dovrebbero essere ampiamente condivisibili: - Dare la colpa agli immigrati è inutile e insensato. Chi, tra noi, se si trovasse al loro posto, si comporterebbe diversamente (la fame è fame!)? - Né ha molto più senso incolpare noi stessi: è difficile credere che se gli immigrati fossero al nostro posto si comporterebbero diversamente da noi; - Non possiamo rigettarli in mare, rimpatriarli, eliminarli o controllarli. Al di là dell’immoralità, illegalità e dispendiosità della cosa, renderebbe ancora più determinati loro e i loro discendenti: i centri di prima accoglienza e transito assomiglierebbero sempre più ai lager di “I figli degli uomini” di Cuarón; - La radice del problema è la paura di essere assimilati da chi è diverso da noi e il corrispondente impulso ad assimilarli prima che lo facciano loro, oppure a segregarli o, meglio ancora, a tenerli a distanza – l’Alto Adige è un caso esemplare di questo istinto primordiale che tira fuori il peggio dagli esseri umani; - L’attuale sistema economico crea tutte le precondizioni per l’anarchia che avvantaggia i forti a danno dei deboli e per la proliferazioni dei traumi, del risentimento, della paura e dell’invidia. Questo avviene attraverso tre fattori principali: (a) massimizzazione dei profitti e minimizzazione del costo del lavoro; (b) aggressive strategie di marketing che cercano di fidelizzare i consumatori mondiali dividendoli per categorie; (c) attuazione di politiche di divisione e contrapposizione tra le forze che potrebbero mettere in discussione lo status quo; Il petrolio nigeriano, i diamanti ed il platino sudafricano, il cacao della Costa d’Avorio, persino le rendite del turismo, della pesca e dell’agricoltura finiscono solo in parte infinitesimale nelle tasche degli africani: quasi tutto finisce nei conti in banca dei dirigenti di multinazionali straniere. I sussidi destinati al grande agro-business euroamericano (non certo ai piccoli produttori), fa sì che ai ghanesi convenga comprare il concentrato di pomodoro italiano rispetto ai loro pomodori; ai nigeriani conviene importare carne tedesca ed inglese; i giamaicani importano due terzi del loro latte dall’Europa; i cotonifici del Burkina Faso sono stati messi fuori gioco da quelli statunitensi; il riso thailandese schiaccia quello dell’Africa occidentale. Il Terzo Mondo non ha alcuna possibilità di


svilupparsi economicamente, a causa della concorrenza spietata e sleale del Primo e Secondo Mondo. Inoltre, le stesse pratiche del colonialismo ora vengono riprodotte negli stati indipendenti. L’India è un esportatore netto di cibo pur avendo milioni di cittadini che muoiono di fame e lo stesso vale per tante altre nazioni; il Messico ha permesso alle multinazionali statunitensi di colonizzare i suoi stati settentrionali, mettendo fuori gioco gli imprenditori messicani, facendo abbassare il livello medio dei salari e chiudendo gli occhi sui diritti dei lavoratori. Tutto questo in teoria doveva portare benessere e felicità ai messicani. Le petromonarchie del Golfo sono organizzate in un sistema castale sul modello indiano: con l’élite che sovrasta una casta di indigeni, la quale a sua volta calpesta un enorme numero di lavoratori immigrati tenuti in condizione di servaggio, semi-schiavitù. Negli Stati Uniti, la nazione più ricca e potente del mondo ci sono 50 milioni di poveri e quasi due terzi vivranno da poveri per almeno un anno delle loro vite tra i 25 ed i 75 anni di età. In Europa, stando ai dati forniti dall’ufficio statistico dell’Unione Europea, le cose vanno anche peggio: fino ad un terzo della popolazione europea è in miseria o si sta avviando alla miseria. Quella stessa gente che guardava con supponenza le popolazioni del Terzo Mondo, ora si trova dalla parte di chi subisce, di chi viene guardato con supponenza. Multinazionali e speculatori internazionali non guardano in faccia nessuno. Così i cittadini del primo mondo raccolgono quello che hanno seminato, non avendo difeso la dignità ed i diritti dei loro fratelli e sorelle del secondo e terzo mondo quando ancora potevano permetterselo. La prima cosa che va capita è che non c’è alcuna scarsità di risorse. Il problema è il controllo delle risorse e la loro limitatissima ridistribuzione. Un modello più equo e umano verrebbe incontro al desiderio della gran parte dei migranti di potersene restare nel proprio paese, con le proprie famiglie ed amici, nei propri luoghi del cuore. Infatti, moltissimi immigrati, per quanto affezionati al loro luogo di adozione, non avrebbero molti problemi a rientrare in patria, se sapessero di poter vivere dignitosamente. Quasi nessuno è contento di essere straniero e trattato come tale. A dispetto di quel che molti trentini ed altoatesini tendono a credere, non sono poi così tante le persone che non desiderano altro che rifarsi una vita in mezzo alle montagne, con temperature che scendono sotto lo zero da novembre a marzo, a centinaia di chilometri da aree metropolitane, porti, aeroporti internazionali e da una vita culturale esuberante e variegata. Se avessero delle alternative starebbero più volentieri a casa loro, allo stesso modo in cui molte donne, se avessero avuto delle alternative, avrebbero sposato altri uomini, e molti uomini avrebbero preferito non sposarsi. Ci si accontenta, ma non per questo si è felici. La seconda cosa che va capita è che non siamo in guerra con il nostro prossimo. I manifesti leghisti che evocano lo sterminio dei nativi americani ad opera dei coloni statunitensi (ed europei) distorcono la realtà. Pochi coloni erano criminali, sociopatici, sanguinari. Chi ha pianificato e sponsorizzato l’olocausto degli indigeni se ne stava molto distante, nei suoi uffici della costa orientale. Dare la colpa alla gente comune, oltre che razzista, è anche storicamente errato. Molte di queste persone cercavano fortuna altrove


perché nella loro terra i terreni migliori erano già passati sotto il controllo di altri, spesso di latifondisti. Quel che avevano in comune con i criminali (che certamente non mancavano) erano la disperazione e il desiderio di tagliare i ponti con il passato. Questo li rendeva più aggressivi e più determinati e certamente non favoriva i rapporti di buon vicinato, ma è assurdo pensare che i pionieri facessero così tanta strada solo per uccidere un po’ di indiani. Erano pedine in un gioco più grande di loro, carne da cannone che doveva servire a creare un profluvio di pretesti per intervenire militarmente e scacciare gli autoctoni dalle risorse più preziose. Migliaia di famiglie bianche furono sacrificate a questo progetto di destabilizzazione permanente. Fossero stati cinesi o indonesiani, pionieri e “imprenditori della pulizia etnica” non si sarebbero comunque comportati diversamente: il mondo non sarebbe migliore se i bianchi commettessero un suicidio di massa. Ma chi non vede la differenza tra pionieri e migranti del Terzo Mondo e pensa che questi ultimi siano l’avanguardia di un progetto di islamizzazione ed africanizzazione dell’Europa (e non i perdenti del capitalismo oligopolista che agogna forza lavoro a prezzi stracciati e senza pretese) non è in grado di osservare spassionatamente ed obiettivamente la realtà. È in preda alle sue paure e manie e non riesce ad uscire da una modalità di percezione del mondo tipicamente social-darwiniana (e quindi neo-liberista): il forte ed il superiore sopravvive e sottomette o elimina il debole ed inferiore. Una civiltà impostata intorno al criterio “mors tua, vita mea” è turpe, insostenibile, indegna di noi: lo sarebbe su qualunque pianeta dell’universo. È però anche vero che se io fossi una persona molto ricca e non particolarmente ben disposta a condividere il mio benessere, immagino che la mia priorità sarebbe quella di fare in modo che tutti coloro che potrebbero volersi prendere una parte di ciò che possiedo non facciano mai causa comune: userei la questione razziale o religiosa per creare capri espiatori, frizioni e conflitti che distolgano l’attenzione dalla disuguaglianza economica e dalla configurazione piramidale del nostro sistema sociale che così tanto mi avvantaggia. Nel breve e medio termine, la mia strategia funzionerebbe anche se, nel lungo termine, sarebbe disastrosa per l’intera umanità. Autoritarismo, Islam e “specialità” alpina Una semplice, innocua cupola spunta dalla palizzata che protegge dagli sguardi il cantiere di allargamento del cimitero comunale. Costruzione peraltro del tutto simile a quella che sovrasta l’esistente cappella cimiteriale. In quella forma (medio) orientaleggiante, qualcuno ha intravisto il sorgere di una moschea, ha fantasticato minareti con “muezzin” che chiamano alla preghiera e fedeli musulmani chini sui tappeti rivolti verso la Mecca. E la protesta si è scatenata sul web. «No alla moschea che stanno costruendo a Lavis, si vede la cupola!», si legge nel post su «Dillo al Trentino». E via con un botta e risposta tra favorevoli e contrari che ad un certo punto prende la piega della velata offesa personale. Nessuno, invece, che si premuri di verificare la fondatezza della notizia. Per evitare il fraintendimento, alla promotrice della discussione sarebbe stato sufficiente gettare il filtro del pregiudizio e leggere attentamente il cartello di cantiere, che riporta testualmente «Lavori di ampliamento cimitero di Lavis», altro che moschea, minareti o muezzin


Trentino, “La nuova cupola scambiata per moschea”, 16 dicembre 2011 Il termine “terrorismo” è una metonimia per un più grande nemico, l’Islam. La distinzione tra arabi, musulmani e terroristi è evancescente. La contiguità diventa facilmente equivalenza, anche grazie al razzismo – accessorio, casuale, dozzinale, fintamente inoffensivo e falsamente innocente – dei media. Il razzismo, specialmente quello inconsapevole, facilita il compito dei mistificatori. Sono quelle manipolazioni semantiche che servono a giustificare guerra imperialiste all’estero e restrizioni dei diritti civili in patria, com’è successo in tutto l’Occidente dopo l’11 settembre (Kateb 2006). Il risultato di queste semplificazioni retoriche è che centinaia di milioni di persone che compongono il mondo arabo e quello musulmano, in tutto il pianeta, si sentono perennemente inquisiti e condannati, pur essendo innocenti. Come se l’essere musulmani e/o immigrati fosse un reato o una colpa. È evidente che la percezione di essere il bersaglio di continue ingiustizie e il capro espiatorio prediletto non può che produrre risentimento e vendicatività. Se l’obiettivo è la pace nel mondo, questa strada porta nell’altra direzione. Ma è possibile che chi regge le sorti del mondo, almeno al momento attuale, tragga maggiori vantaggi da un mondo instabile, insicuro, confuso, insofferente e violento, e per questo desideroso di aggrapparsi infantilmente alle gonne e pantaloni delle autorità. I seminatori di discordia e zizzania, su scala globale e locale – quelli che dividono invece di unire, che hanno come fine quello di diffondere disarmonia, entropia, eccesso e muri, invece di dialogo, comprensione reciproca, moderazione e ponti – servono scopi malvagi, “diabolici” (diaballein = separare; simballein = unire). Una citazione di Tucidide calza a pennello: “se, riassumendo, si dicesse che sono nati per non aver tranquillità loro stessi e per non concederla agli altri, si avrebbe ragione”. Il loro è un codice morale guerriero. Una regione o stato governato da questa tipologia di militante sarà una fortezza securitaria, che imprigiona i suoi stessi cittadini ufficialmente per farli sentire al riparo dalle minacce, vere o fantomatiche che siano, ma in realtà per eternare il senso di insicurezza che giustifica la loro permanenza al potere. È così che i neoconservatori/neoliberisti hanno preso il potere in Occidente. Poiché il desiderio di sicurezza è inestinguibile e gli appetiti tecnocratici e disciplinari della burocrazia sono altrettanto insaziabili, questa è la ricetta per un progressiva ritirata della democrazia in paesi formalmente democratici. La tirannia è fatta di paura, arbitrio, senso di colpa, confusione e repressione: ingredienti che non scarseggiano nel mondo contemporaneo. Laddove il nemico non c’è, lo s’inventa. In nessuna regione dell’area alpina c’è un vero rischio di svolta tirannica. Quel che però esiste è una cultura democratico-costituzionale deficitaria che oscilla tra populismo e consociativismo senza dare il giusto spazio e stimolo alla società civile, quando c’è, e senza sentire il bisogno di farla crescere e maturare, laddove non c’è. Nelle Alpi la piramide sociale è ripida come i picchi più scoscesi. Questa situazione è aggravata dalla sopravvivenza di: (a) forme di devozione religiosa che si appellano al favore di Dio per certi popoli; (b) la volontà di perpetuare certe tradizioni ed identità culturali a qualunque costo morale e sociale; (c) una considerevole dose di xenofobia, misoginia, preconcetti maschilisti e patriarcali, omofobia; (d) la vanagloriosa convinzione


di essere migliori (“l’Italia come dovrebbe essere”, “l’Austria come dovrebbe essere”, “l’Europa come dovrebbe essere”, “il mondo al suo meglio”); (e) una curiosa tendenza a credere che alla bellezza, autenticità e purezza dei paesaggi corrisponda la bellezza, autenticità e purezza del panorama interiore dei suoi abitanti (confusione tra sfera estetica e sfera etica); (f) una marcata passività ed istinto di sottomissione dei cittadini nei confronti dell’autorità, alla quale si perdona quasi tutto.

Miti etnici e razzismo politicamente corretto Nessuno ha raccontato ai tedeschi che molte delle misure adottate sinora non servivano per salvare i “fannulloni” greci o spagnoli ma per salvare i sistemi bancari tedesco e francese (che detenevano molti titoli di questi paesi, ndr). Molti dei finanziamenti alla Grecia non sono mai arrivati ad Atene, hanno semplicemente fatto un giro da Francoforte a Francoforte. Giovanni Dosi, economista della Scuola Superiore Sant'Anna e collaboratore del premio Nobel Joseph Stiglitz alla Columbia University, 28 luglio 2012 Nei milioni di parole scritte sulla crisi del debito in Europa, la Germania è in genere presentata come l’adulto responsabile e la Grecia come il figliol prodigo. La prudente Germania, dice la storia, è riluttante a salvare la Grecia scroccona, che ha preso in prestito più di quanto poteva permettersi e ora deve subire le conseguenze. Vi sorprenderebbe sapere che in Europa i contribuenti hanno fornito alla Germania lo stesso sostegno finanziario offerto alla Grecia? Lo suggerisce un esame dei flussi monetari Europei e dei bilanci delle banche centrali. “Hey, Germany: You Got a Bailout, Too”, Bloomberg, 24 maggio 2012. I miti etnici (cf. Fait/Fattor 2010) sono miti razziali dai quali, nel dopoguerra, è stata scrostata la patina biologica, che non era poi così esiziale, visto che i pregiudizi esistevano anche prima del razzismo “scientifico” dell’Ottocento con le sue ossessioni anatomiche e biologistiche. Sono cambiati i termini, in ossequio al politicamente corretto, ma il discorso è restato inalterato e anche le finalità non sono troppo dissimili: sempre di gerarchie e sopraffazione si tratta, si rapporti di potere e di interessi economici che si avvantaggiano dell’indifferenza, delle divisioni, delle discriminazioni, delle separazioni, dei conflitti, ecc. Questa mutazione di natura puramente cosmetica ha però reso i miti etnici più subdoli e pervicaci dei miti razziali. La razza è infatti un concetto scientificamente screditato, un’anticaglia, mentre la cultura è un valore assoluto e può servire a cristallizzare presunti caratteri nazionali (che in realtà sono emersi storicamente e solo grazie ai moderni programmi scolastici standardizzati a livello nazionale). Entrambi pretendono di spiegare e prevedere il comportamento degli esseri umani, assegnando meriti (l’innata saggezza dei nativi e fierezza celtica) e colpe (la congenita indolenza dei popoli del sud, la robotica efficienza dei popoli del nord) in modo del tutto arbitrario e su scala collettiva e trasformandoli in dati immutabili e sentenze inappellabili. Non essendo fondato su alcun dato biologico, ma sulla sfuggente dimensione culturale, il mito etnico è più difficile da sfatare ed è in grado di livellare articolazioni, sfumature,


complessità di qualunque vicenda storica senza incontrare significative resistenze a livello popolare e del circo mediatico. Smontare i suoi determinismi ammantati di una intuitiva (ma infondata) pseudo-scientificità richiede pazienza, attenzione, capacità di ascolto, lucidità, discernimento e tempo. In una società in costante accelerazione e votata alla superficialità, le scorciatoie logiche sono la strada più agevole. La supremazia bianca L’autore…ha beneficiato di una promozione straordinaria: il settimanale “Der Spiegel” ha pubblicato cinque pagine di estratti del libro contenenti i passi più sconcertanti; il quotidiano popolare “Bild” per un’intera settimana ha offerto all’autore una pagina perché potesse presentare le proprie idee. Il risultato ha superato ogni attesa: nel febbraio 2011 il libro aveva venduto 1 milione e 200mila copie…Un sondaggio ha confermato che più del 50% del paese approva le sue tesi e che il 15% si dichiara pronto a votare per un nuovo partito che appoggi le idee di Sarrazin. Tzvetan Todorov, “I nemici intimi della democrazia”, 2012 Un’élite di circa 100 milioni di privilegiati (Giannuli 2012) sta prendendo le distanze dal resto dell’umanità, alla deriva in un oceano di miseria, disoccupazione, caos, estremismo ideologico e fanatismo religioso. Non contenti, seminano zizzania. Come l’ex banchiere della Bundesbank, Thilo Sarrazin, ideologo di riferimento dei Freiheitlichen (separatisti) sudtirolesi, autore di un manifesto del nuovo razzismo che pare sia il saggio più venduto in Germania dai tempi del famigerato Mein Kampf. Le sue tesi sono a dir poco aberranti, ma in linea con ipotesi “scientifiche” in voga il secolo scorso, quando genetica ed antropologia erano discipline agli albori e quindi maggiormente soggette a strumentalizzazioni razziste: gli ebrei sono una razza separata dalle altre, con dei geni distinti che li rendono speciali; turchi e musulmani in generale sono mediamente meno intelligenti dei tedeschi ed il loro corredo genetico diluisce ed impoverisce quello dei tedeschi, sono anche in larga misura incompatibili con la civiltà germanica; hanno troppi figli rispetto ai tedeschi, che dovrebbero sentire il dovere patriottico di riprodursi per tener testa a questo assalto. I musulmani sono dei parassiti, vivono in Germania ma sono un corpo estraneo, non creano o producono alcunché di valore ma solo degenerazione, non sono leali alla Germania ma a forze esterne ed ostili che vogliono controllare la nazione e l’Europa. Qualche decennio fa questi stessi discorsi si potevano ascoltare nelle birrerie bavaresi ed austriache, con gli ebrei a recitare la parte dei musulmani. Al di là di qualche generica protesta, è mancato quel soprassalto delle coscienze che ci sarebbe stato in altri paesi, ma soprattutto in una società in cui, in teoria, si sarebbe dovuta sviluppare una particolare sensibilità ed immunizzazione nei confronti di certi toni ed argomentazioni, dati i precedenti. Addirittura, una porzione che oscilla tra il 10 ed il 20% degli elettori tedeschi sarebbe disposta a votarlo se si presentasse alle prossime elezioni. È desolante che la libertà d’espressione sia impiegata dai populisti per rendere


accettabile e persino rispettabile l’odio ed il disprezzo per il prossimo, senza che una nazione senta il bisogno di fare un esame di coscienza. È altresì incomprensibile che qualcosa non possa essere considerato troppo pericoloso od estremo solo perché non può essere paragonato al nazismo. Possono disseminare odio, violenza verbale e psicologica, indottrinare i ragazzini, minacciare il prossimo, minare alle fondamenta la democrazia, ma sarebbe politicamente scorretto e passibile di denuncia definirli razzisti, bigotti, fanatici, estremisti, meschini, ecc. Così, nel terzo millennio, l’islamofobia ha fatto il suo ingresso nella categoria dell’antisemitismo. Sarrazin ha poi rincarato la dose con un secondo saggio – Europa braucht den Euro nicht (“L’Europa non ha bisogno dell’euro”) – in cui, sorvolando sull’irresponsabilità e sulle manipolazioni delle banche tedesche (è stato un banchiere, in fondo) e delle politiche economiche tedesche ostili a tutti gli altri paesi europei (è un economista tedesco, in fondo), assegna tutta la colpa della crisi a Irlandesi e Mediterranei (gli stessi popoli che, guarda caso, erano considerati razzialmente inferiori quando raggiungevano le coste degli Stati Uniti), includendovi anche la Francia ed auspicando che siano lasciati fuori da un futuro progetto di integrazione in senso federale (ossia abbandonati agli avvoltoi finanziari). Anche questo secondo saggio, com’era facile prevedere, ha incontrato i favori dei separatisti sudtirolesi che sono ben felici di poter alludere ad una qualche superiorità congenita del proprio Volk, pur non potendo adoperare pubblicamente il vocabolo “razza”. Democrazia Bianca Il mio esperimento è come un abbozzo di ciò che avverrà nei prossimi anni. Tuttavia nitido e preciso: proprio come l'interno dell’uovo di un serpente. Attraverso la sottile membrana esterna, si riesce a discernere il rettile già perfettamente formato. Vergérus, “L’uovo del serpente”, di Ingmar Bergman In discussione non è la dimensione geopolitica, economica o demografica della mia, della vostra, o forse della nostra patria di domani. In gioco è il carattere delle sue istituzioni e della sua società civile. Prima di decidere pro o contro l’Europa – l’Europa delle nazioni, l’Europa delle Regioni, lo Stato europeo o l’Europa ineffabile ed esoterica degli europeisti – dobbiamo decidere per o contro la democrazia liberale. Il resto viene dopo. Lucio Caracciolo, prefazione a “I confini dell’odio”, 1999 La “democrazia bianca” (cf. Joel Olson, “Whiteness and the 99%”, 2011 – accessibile online per molte vie) è quell’accordo di compromesso (patto faustiano) siglato tra i ricchi ed il resto della popolazione bianca che assicura un certo numero di diritti e di privilegi ai bianchi (o ritenuti tali), a spese della popolazione non-bianca. È una sorta di secessione interna al genere umano che assegna un trattamento preferenziale ad una sua parte, creando la categoria “razza bianca” e condannando gran parte dell’umanità (inclusi i bianchi poveri: infatti è una truffa) ad un variabile grado di sfruttamento. Non sarebbe


stato possibile se il modello di sviluppo del capitalismo oligopolistico (multinazionali e cartelli di banche d’affari) non fosse diventato il pensiero unico del nostro tempo. È una truffa perché è ormai evidente che ci sono bianchi e bianchi (gli slavi, i greci e i napoletani sono considerati meno bianchi degli altri bianchi; i bianchi sotto la soglia di povertà sono grigi) e diversi colorati sono “meno colorati” degli altri e fanno di tutto per mostrarlo, diventando più bianchi dei bianchi (più realisti del re). Moltissimi bianchi sono relegati ai margini e, negli Stati Uniti, vengono chiamati white trash (pattume bianco). Non esiste un analogo epiteto per neri, latini e musulmani, in quanto sarebbe superfluo, una ridondanza. Anche le donne bianche sono chiaramente subordinate. Per molti il fatto di trovarsi comunque un gradino al di sopra dei colorati pare sia sufficientemente consolante: una sorta di contentino simbolico di qualche efficacia psicologica. Una cromocrazia/etnocrazia in cui ciascuno sa qual è il suo posto e cosa ci si aspetta da lui, secondo la logica di un assessore alla cultura tedesca e ladina della provincia di Bolzano, Anton Zelger (1914-2008) che proclamava: Je klarer wir trennen, desto besser verstehen wir uns (“Quanto più ci separeremo, tanto meglio ci comprenderemo”). Alexander Langer rispose con un più umano, costruttivo e saggio: “quanto più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, tanto meglio ci comprenderemo”. Se le idee ed i sentimenti di Langer – la curiosità, la voglia di conoscere e capire, di mettersi nei panni altrui – fossero prevalenti non sarebbe stato possibile chiamare democrazia una società piramidale, fortemente oligarchica, che opera come una tirannia nei confronti di chi si trova alla sua base: una “democrazia” bianca, appunto. Invece siamo come dei giganti monocoli e miopi, come il Polifemo dell’Odissea: grossi bestioni in grado di fare molti danni a causa della loro cronica incapacità di vedere e comprendere la realtà, dettata dall’egocentrismo e dai preconcetti. Forse siamo tutti menomati, alcuni più degli altri, e vediamo il mondo solo per dissociazione, notiamo soprattutto ciò che distingue, e solo sporadicamente ciò che accomuna. Siamo naturalmente faziosi, settari, appendici di una logica del marketing, del capitalismo e della politica che cancella una tradizione all’insegna di ciclicità, organicità e comunità, prediligendo linearità, atomizzazione, individualismo. Siamo circondati da falsi significati che ci mandano in mille direzioni sbagliate e ci impediscono di focalizzare la nostra attenzione su come si può cambiare lo status quo. Come ci ricorda Goethe: non c’è persona meno libera di quella che crede di essere libera. Un carcerato può essere più libero da tabù, ignoranza, pregiudizi, paura, schematismi di molte persone a piede libero. La differenza è che lui le pareti della cella le può vedere e toccare, noi non ci accorgiamo che sono nella nostra mente. L’elettore americano di colore potrà forse trarre conforto dal fatto che un meticcio di ottima famiglia sia arrivato a diventare presidente e quello tedesco di origini asiatiche può felicitarsi con se stesso che il ministro dell’economia e vice-cancelliere federale sia nato a Khanh Hoa, in Vietnam; ma il suo nome è Philipp Rösler ed è stato adottato da una famiglia tedesca all’età di nove mesi. È figlio di un ufficiale dell’esercito tedesco e di asiatico ha solo i tratti somatici. Magrissima consolazione.


Le presunte eccezioni confermano la regola: l’immigrato è pagato meno e licenziato prima. Se è donna le cose possono andare anche peggio. I suoi figli difficilmente riceveranno un’educazione pari a quella dei loro coetanei bianchi. La legittimazione di queste forme di discriminazioni ha impedito che le classi disagiate (bianche e colorate) facessero fronte comune, presentassero delle precise rivendicazioni e riuscissero gradualmente a costruire una società meno iniqua e meno feroce verso i deboli, che si sostiene a spese dei molti. Il paradosso – che rivela una coscienza distorta, una falsa coscienza – è quello di vedere universali glorificazioni della libertà, ma non una libertà universale, bensì la libertà del più forte di imporre il suo arbitrio su chi si trova sotto di lui: licenziosità per pochi, prigionia per molti (colorati o meno). Se i leghisti si prendessero un po’ di tempo per ragionare lo capirebbero. Per di più, questa stessa falsa coscienza induce i bianchi (specialmente se maschi ed eterosessuali) a credere che le loro istanze siano di carattere universale, mentre quelle degli altri sono particolari. Ci è voluta l’austerità neoliberista per far assaggiare a milioni di bianchi (ma non ancora abbastanza, apparentemente) il trattamento riservato a miliardi di colorati per tutta la loro storia. Si può sperare che, un giorno, sarà chiaro che quando parliamo di extracomunitari stiamo parlando di noi stessi, della comune sorte della specie umana e che battersi per un mondo migliore significa battersi per la pari dignità di tutti gli esseri umani, dato che solo così sarà possibile spianare un po’ la piramide sociale che ci accompagna e vessa dai tempi dei faraoni. La democrazia bianca è l’espediente che fa sì che una maggioranza di bianchi trascorra esistenze insoddisfacenti (meccaniche) ed una stragrande maggioranza di colorati possa solo ambire a quelle esistenze insoddisfacenti, mentre una minoranza di bianchi e pochi colorati può continuare a comportarsi come se fosse parte di un élite di amministratori coloniali del pianeta. “I pastori necessitano di pecore, le pecore di pastori” è la loro implicita giustificazione. Personalmente, quando mi guardo in giro, non vedo gerarchie e tassonomie, ma esseri umani; e penso che questa sia una prospettiva più sana sotto ogni punto di vista. Per sfidare la democrazia bianca con un nuovo movimento per i diritti civili occorre capire che battersi per chi è diverso da noi significa battersi per noi stessi: un mondo in cui le donne, gli omosessuali, i musulmani, i colorati, gli animali (notare che gli animali vengono appena dopo i colorati, in particolare se sono musulmani) e l’ambiente nel suo complesso sono tutelati è un mondo migliore per tutti e peggiore per quelle poche decine di milioni di persone che amano le piramidi, trovandosi alla loro sommità. Al contrario, finché quel simbolico 99% resterà diviso e reso apatico dalla mancanza di dubbi, scrupoli e curiosità, la civiltà umana e l’ecosfera non saranno mai al sicuro dal collasso.

LE ALPI TRA DUE FUOCHI


Il grande nemico della verità molto spesso non è tanto la menzogna – deliberata, creata ad arte e disonesta – quanto il mito – persistente, persuasivo ed irrealistico. JFK, discorso alla Yale University, New Haven, Connecticut, 11 giugno 1962 Mi comporto da tedesco e da italiano! / Ho lo charme del francese! / Rido da ungherese! / Faccio il pane alla slava! / Rompo tutto alla fiamminga! / Il latino è la mia settima lingua Oswald von Wolkenstein (1377-1445), poeta tirolese Il modello di sviluppo dominante ci induce ad essere ordinari, mediocri, standardizzati, oppure ad inseguire il sogno della supremazia prevaricando ogni diritto altrui. Servi o padroni. A livello collettivo, ogni persona è quasi tenuta a sentire dentro di sé il dovere di assomigliare ad un prototipo ideale del lombardo, del sardo, del sudtirolese, del tedesco, del bianco, del nero, del musulmano, del gay, ecc. Come se ci fosse un modo giusto ed auspicabile di esserlo. Chi l’ha stabilito? C’è una fortissima pressione a conformarsi e a restare nel proprio gruppo di identificazione. Anche chi lo trascende si ritrova comunque ingolfato in altre pressioni a conformarsi nel nuovo gruppo identificativo (da italiano ad europeo, da escursionista ad ambientalista, ecc.). È facile cedere alle pressioni perché sentirsi parte di un gruppo ci rassicura, ci dà forza e ci deresponsabilizza: non siamo più noi a dover decidere come comportarci, cosa pensare, cosa dire. Esistono delle pratiche pre-esistenti che filtrano le possibili espressioni della nostra umanità (cf. Fait/Fattor 2010). È così che delle questioni genuinamente sociali, di giustizia redistributiva, diventano questioni futilmente ed autolesionisticamente etniche e razziali. È così che l’umanità si divide e combatte guerre fratricide. Chiunque voglia unire gli esseri umani, invece di dividerli, troverà sempre formidabili ostacoli: alcuni dettati dall'interesse, altri dall'istinto e dalla paura, ma comunque sempre da una certa forma mentis che è all'origine dei mali del presente (e del passato e del futuro). Beni comuni, dialogo con i popoli dell'altra sponda del Mediterraneo, pace, giustizia sociale, software libero, ecc. sono tutte istanze in controtendenza rispetto al processo di frammentazione, atomizzazione, partizione e privatizzazione che fa comodo sia a certi esponenti del mondo finanziario, sia ai populisti. A causa di queste egomanie, bramosie e tracotanza, assieme all'indolenza ed indifferenza di tanti altri, l'umanità sta procedendo da tempo nella direzione sbagliata; perciò non abbiamo altra scelta che continuare a fare quel che va fatto, come da esortazione di Langer (“continuate in ciò che era giusto”) e ricercare la verità nella foresta della disinformazione. Partiremo dalla vicenda jugoslava, così ricca di spunti di riflessione, traumi esemplificativi e moniti che non ci possiamo permettere di lasciare inascoltati.


Jugoslavia, Ruanda e la resistibilissima ascesa dei demoni sterminatori Il fatto etnico è stato sottolineato in modo sbagliato. C’è un grosso disequilibrio numerico - i tutsi sono il 15-20%, gli hutu l’80-85% - e questo fa sì che un politico, invece di proporre un programma democratico, vada a fare la sua campagna sull’etnia, così è sicuro di aver subito una maggioranza del 90%. Se tutsi e hutu fossero 50 e 50 queste cose non accadrebbero perché questa questione della razza non funzionerebbe più; anche se le differenze esistono, si vedono, ma al mondo le differenze esistono. La nostra storia ci parla di una convivenza pacifica, non è mai successo prima quello che sta succedendo oggi. Françoise Kalinke, In Rwanda alibi etnico?, Una Città, giugno 1994 Nella crisi jugoslava Alpe Adria ebbe effetti negativi, più che costruttivi: la componente austriaca e quella italiana (capitanata dalla DC friulana) incoraggiarono in diversi modi la Slovenia a staccarsi dalla Jugoslavia, dietro la promessa di nuovi rapporti e vantaggi politici ed economici in Europa… L’Austria, il Vaticano e soprattutto la Germania avevano già deciso di riconoscere le repubbliche separatiste, anche a costo di rompere il fronte europeo. Agli altri paesi sarebbe toccata la responsabilità di decidere se adeguarsi e mantenere in vita il processo di integrazione europea o andare alla rottura con la Germania e l’Austria. Giulio Marcon, “Dopo il Kosovo” Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero…Non penso che il male abbia una forza cosmica superiore. Credo che esso prevalga anche perché sa in anticipo che il cosiddetto bene è ingenuo e cieco fino all’imbecillità. “Imbecille” significa “infermo”, uno che ha bisogno del bastone per sorreggersi: oggi, si usa solo per definire la debolezza mentale. Il termine è perfetto. Qualifica chi si rifiuta di vedere la solare trasparenza di un imbroglio. Esattamente come abbiamo fatto noi in Bosnia… Paolo Rumiz, “Maschere per un massacro”. Ci sono anche quelli che parlano di “Jugonostalgia”, e vengono subito criticati: è difficile non essere nostalgici quando si parla di un passato molto migliore del presente. Nei Balcani è ben radicata la convinzione che quelli fosse l’età dell’oro, molti con amarezza concludono che quegli anni non ritorneranno più; altri cercano di fare qualcosa. Non sono poche le associazioni e i gruppi jugoslavisti sorti nei Balcani negli ultimi tempi (come ad esempio Nova Jugoslavija). La maggioranza della popolazione, benché un po’ scettica riguardo a queste iniziative per via di tutto quello che c’è stato negli ultimi 20 anni a cominciare dalla guerra, non si trova in completo disaccordo: una prova esemplare è arrivata il 4 maggio 2012, sulla rete televisiva croata HRT: nella trasmissione “Otvoreno” (ossia “aperto”) è stato proposto un sondaggio via sms e la domanda, semplice e diretta, era: “tornereste ai tempi del Socialismo?”. Il risultato è stato che ben l’83% degli intervistati ha risposto “sì”. Antonio Lukić, East Journal, 7 agosto 2012 Quando, a Buenos Aires, nell’estate del 1990, la nazionale di basket jugoslava vinse i mondiali, lo stato jugoslavo, sottoposto ad un rigido piano di austerità e con un forte tasso di disoccupazione, si stava già sfaldando, pur avendo preparato la domanda di adesione alla CEE.


C’era tensione e Vlade Divac, serbo, scacciò in malo modo un tifoso perché sventolava una bandiera croata, invece di quella jugoslava, che simboleggiava la vittoria corale di tutti gli jugoslavi: “Siamo Jugoslavia, non Serbia o Croazia”. I suoi compagni croati non gliela perdonarono. Qualche mese dopo il referendum sloveno per l’indipendenza passò con l’88,2% dei voti e fu l’inizio della fine. Divac non arrivò mai a far pace con Dražen Petrović, perché quest’ultimo morì prematuramente in un incidente stradale, lasciando il vecchio amico lacerato dai sensi di colpa, fino alla fatidica riconciliazione con la famiglia, immortalata in un bellissimo video documentario (Once Brothers). Occorre innanzitutto fare piazza pulita della tenace credenza che siano le lealtà etniche a causare le guerre civili. I miti etnici e religiosi sono ingredienti fondamentali di quasi ogni guerra civile, ma si attivano solo se e quando conviene agli “imprenditori dell’etnico” – politici, intellettuali, industriali e finanzieri che hanno interesse a rinfocolare dissidi per dividere la popolazione. Un semplice, incontestabile dato di fatto è sufficiente a confutare una volta per tutte il mito dell’incontenibile forza dell’odio interetnico. Il censimento ruandese del 1991 stimava che la popolazione tutsi ammontasse a 600mila cittadini ed almeno 300mila Tutsi sono sopravvissuti al loro genocidio. Se il conto delle vittime è affidabile – tra il mezzo milione ed il milione –, allora il numero di Hutu uccisi da altri Hutu è paragonabile se non superiore a quello dei Tutsi massacrati dagli Hutu (Davenport/Stam, 2009). A proposito della Jugoslavia, Guido Rampoldi (“L'Occidente allora trovò la sua missione”, Repubblica, 11 luglio 2005) ha parlato di ribaltamento della verità ed ha denunciato due motivi propagandistici convergenti: quello che associava il nazionalismo serbo al nazismo e quello che si agganciava alla teoria fatalistica dello scontro di civiltà di Samuel Huntington, che leggeva ogni conflitto come un fenomeno naturale o un’ineluttabilità storica e perciò incontrollabile: “Nella sua essenza questa era la medesima rappresentazione fabbricata dai regimi di Croazia e Serbia per convincere l'Occidente ad assecondare la spartizione della Bosnia: la guerra doveva risultare uno scontro 'spontaneo' tra popolazioni portatrici di 'civiltà' inconciliabili; e la 'civiltà' dei musulmani doveva avere caratteristiche aggressive (come è anche nell'Huntington più recente). […] È la fabbrica d'una vulgata in cui "civiltà" ha la spiacevole tendenza a funzionare come un'altra pseudocategoria, "razza", cioè a spalmarsi in ogni individuo, quale che siano le sue idee, come si trattasse d'un patrimonio genetico”. Queste impressioni sono state confermate da un progetto di ricerca internazionale che ha coinvolto storici e scienziati sociali e che aveva come obiettivo quello di scrivere una storia il più possibile imparziale del conflitto jugoslavo (MacDonald et al., 2009). Lo studio internazionale riporta che in un sondaggio del 2003, a pochi anni di distanza dalle pulizie etniche, tra il 21% ed il 25% di Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci non avrebbe avuto alcun problema ad accogliere in famiglia un genero o una nuora dell’altro gruppo etnico, indipendentemente dal giudizio della propria comunità.


Dunque perché l’odio assassino? Per una serie di ragioni: la crisi economica, l’autoritarismo e clientelismo diffuso, la manipolazione dell’opinione pubblica da parte di politici che cercavano lo scontro, i mezzi di informazione che battevano il tasto sull’atavicità ed inevitabilità dei conflitti interetnici, perché controllati da lobbies governative ed industriali che pensavano di potersi avvantaggiare da uno scontro generalizzato, le interferenze di Germania, Austria e Vaticano, interessati a favorire i loro protetti e progetti. Ottone, figlio dell’ultimo imperatore d’Austria, Carlo I, che rinunciò ai propri titoli dinastici solo nel 1961, per diventare un europarlamentare, era un fiero sostenitore dell’autodeterminazione dei popoli. Celebre ed instancabile è stato il supporto che ha garantito a Slovenia, Croazia e Kosovo, almeno a partire dal 1988, ben prima che scoppiasse la guerra in Jugoslavia, facendo sì che, nell’ottobre del 1988, il Parlamento europeo potesse ascoltare il discorso di Mate Meštrović, nazionalista croato-americano, presidente del Congresso Nazionale Croato, che per decenni aveva preparato il terreno per la secessione croata. Dopo essersi recato a Zagabria per perorare la causa dell’indipendenza croata, nel 1990 ottenne che i presidenti del parlamento croato e sloveno potessero parlare a loro volta al Parlamento europeo a Strasburgo e dichiarò che la Slovenia doveva tornare sulla mappa d’Europa. Questa sua opera di lobbismo in favore della disintegrazione dello stato jugoslavo gli valse l’ostilità di varie figure istituzionali europee, tra le quali quella del ministro degli esteri lussemburghese Jacques Poos che, come tanti altri, lavorava per evitare che si arrivasse allo scontro aperto prevedendo, saggiamente, che si sarebbe risolto in un bagno di sangue. O quella dell’ambasciatore degli Stati Uniti Andrew Zimmermann, che rimproverava alla Slovenia di esibire un nazionalismo egoistico da prima donna senza tener conto delle possibili conseguenze di certe decisioni. O, quella di Gianni De Michelis e Hans van den Broek (negoziatore per i Paesi Bassi) impegnati, attraverso gli accordi di Brione, a convincere Milosevic ad optare per la via di una Jugoslavia confederale che evitasse la militarizzazione delle divergenze tra le popolazioni jugoslave. A Strasburgo, il 9 luglio 1991, Ottone d’Asburgo chiese il riconoscimento europeo per Croazia e Slovenia e condannò la decisione europea di congelare il processo di autodeterminazione con gli accordi di Brione. Non fu un uomo di pace nella questione jugoslava e, forse per via del rancore che portava dentro a casa dell’attentato allo zio Franz Ferdinand, a Sarajevo, nel 1914, evento che scatenò la prima guerra mondiale, non dimostrò mai nessuna volontà di dialogo con i Serbi. Anche Austria e Germania non si dimostrarono particolarmente disposte alla trattativa e sono state accusate da molti negoziatori, statisti e studiosi di aver sabotato, più o meno consapevolmente, gli sforzi di ricomposizione o comunque gestione controllata del conflitto. Lo storico David Gibbs, nell’acclamato “First Do No Harm: Humanitarian Intervention and the Destruction of Yugoslavia” (2009), tende ad escludere che si sia trattato di semplice incompetenza. Ambizione, avidità e criminale malafede sono termini che gli paiono più appropriati per definire la strategia diplomatica tedesca ed americana che, lungi dal dimostrarsi umanitaria, agevolò l’esplodere della violenza nel 1991,


trascurò ogni tentativo di arrivare ad un cessate il fuoco e fece ciò che era necessario per costringere la Serbia in un vicolo cieco nel Kosovo. La storiografia ci ammonisce a non aderire alla logica circolare per cui la guerra era inevitabile per il semplice fatto che ha avuto luogo. Come ha accortamente notato Rumiz, la debolezza con cui ci si oppose alla guerra fu paradossalmente il risultato dell’impreparazione della popolazione ad un tale sviluppo estremo. La gente non se l’aspettava, era incredula e non si era attivata per evitarla: “Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall’odio, ma da una diffusa ignoranza dell’odio” (Rumiz, 2011, p. 21). Invece politici, produttori d’armi, intellettuali, giornalisti ed organizzazioni criminali avevano investito molto nell’innescamento di una spirale di distruzione ed erano riusciti a convincere un numero sufficiente di jugoslavi che erano stati gli altri a volere la guerra, non “i suoi”. Nonostante questo moltissimi jugoslavi aiutarono i propri “nemici etnici”. Con ciò non si vuol dire che la Jugoslavia fosse un’utopia plurale, Ma non era nemmeno una terra di rancori e faide insanabili dove l’unità era stata imposta da fuori. C’erano separazione e convivenza, tolleranza e pregiudizio, come in ogni altro luogo del mondo. In Jugoslavia, fino al 1981, sei milioni di cittadini si erano imparentati attraverso un matrimonio misto, su una popolazione complessiva di poco più di 22 milioni di abitanti. L’integrazione sociale era dunque un fatto, non un’impossibilità. Nella prima metà degli anni Ottanta per molti era impossibile anche solo immaginare una tragedia del genere. Solo a partire dal 1987 si cominciò a prestare attenzione a quelle Cassandre che avvertivano che c’erano tutti i presupposti per una guerra civile, se le autorità non avessero corretto la rotta. Gli stessi etnografi che lavoravano sul posto, lontano dai centri urbani dove lo tsunami stava montando, non si erano dati pensiero di quel che sarebbe potuto accadere ed effettivamente accadde di lì a pochi anni. C’era sì l’idea di una possibile separazione, ma generalmente non si temeva una guerra civile e certamente non un evento di tale ferocia. In fondo i popoli bosniaci non si erano assaliti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ed anche in quel frangente c’era stato bisogno dell’intervento nazifascista per scatenare l’inferno. Se l’odio fosse davvero stato una costante, un elemento intrinseco ai rapporti tra le genti jugoslave, allora si sarebbe arrivati ad una separazione netta, in aree etnicamente pure, già da secoli. Se la coesistenza fosse stata davvero impossibile e le relazioni interetniche fossero state realmente troncate, come sostengono alcuni, perché comunità differenti avrebbero continuato a convivere e risiedere in territori potenzialmente ostili, come hanno fatto? I Serbi bosniaci furono costretti a tagliare le linee telefoniche tra quartieri etnicamente differenziati: tagliando le comunicazioni tra le persone si ristabilivano i confini che la gente ignorava. L’assenza di informazioni non consentiva di farsi un’idea realistica di ciò che stava accadendo ed era più facile credere alla propaganda. Non era una società tribale, ma fu tribalizzata e si lasciò tribalizzare. Un familismo su scala gigantesca reso possibile da un’accorta e scellerata manipolazione simbolica. Le persone non possono scegliere i loro familiari e, allo stesso modo, non fu più possibile scegliere con chi stare: o con noi o contro di noi. Fu la fine del volontarismo e l’inizio


del sanguinario dominio del fatalismo. Non importava più ciò che uno sentiva dentro, importava la sua collocazione nell’universo simbolico serbo, croato e musulmano. Ognuno era prigioniero, volente o nolente, nella sua gabbia etnica e poteva solo cercare di allargarla a spese delle gabbie altrui (Leone, 2010, p. 53): “Il processo di creazione dell'identità (e di una coesione) nazionale attraverso la religione – assai semplice da realizzare, parlando alle pance e alle paure della gente – così da un lato ha ridotto il messaggio religioso a veicolo propagandistico e a oggetto per la creazione a tavolino di un’identità artificiosa; dall’altro ha radicalizzato i contrasti e le differenze tra i bosniaci dei diversi credo, o meglio dei tre credo principali, poiché quelli delle minoranze sono stati semplicemente rimossi e rinchiusi nel ghetto della diversità…creando nella società bosniaca ed erzegovese quelle fratture che prima della guerra non c’erano e che la propaganda nazionalista aveva invece inventato come le ragioni principali del conflitto del 1992-1995. Un danno spaventoso. E nella trappola sono caduti tutti. Perché i leader nazionalisti delle tre parti – musulmana, ortodossa, cattolica – hanno perfettamente capito che nella divisione estrema e nell’odio tra le componenti di una stessa società possono ottenere molto più potere, importanza e ricchezza che non agendo, lavorando e seminando non necessariamente in una società multietnica, ma almeno tollerante e libera”. La pulizia etnica servì a creare le contrapposizioni, non ne fu la conseguenza. Poiché, essenzialmente, c’era un solo linguaggio, serbi musulmani e croati cominciarono a distorcere le loro lingue per venire incontro al mito della separazione. I musulmani introdussero termini arabi al posto di quelli serbi, i croati cercarono di inventarsi un croato puro ed autentico, con eccessi farseschi, come quando si smise di usare il termine hiljada (mille) che era un vecchio termine croato, perché era stato impiegato dal governo jugoslavo, preferendo il sinonimo tisuca. Si distrussero i monumenti dedicati agli eroi della guerra antinazista, perché erano jugoslavi. Come i nazionalismi precedono l’esistenza delle nazioni e le creano dal nulla, immaginandosi delle comunità che prima non c’erano, allo stesso modo la pulizia etnica produsse legami solidissimi tra i carnefici, che si sentirono uniti dal senso di colpa e dalla necessità di proseguire nell’escalation di odio e violenza per dare un senso alle atrocità compiute in precedenza, in un circolo vizioso di razionalizzazione dell’imbarbarimento progressivo. La crisi jugoslava non va perciò letta come il risultato di odio etnico. Quel tipo di interpretazione inverte la storia e comincia a leggerla dalla fine. L’odio è arrivato alla fine, come pure il vittimismo. Tutti i gruppi si percepivano come vittime, ignorando gli eccessi della propria parte, ignorando le rivendicazioni altrui. Fu uno di quei casi di autismo collettivo che sono molto frequenti nella specie umana. La gente comune non era innocente. Fu dopo tutto una maggioranza di elettori a continuare a votare per dei candidati che avevano enfatizzato la loro etnicità e la contrapposizione rispetto agli altri gruppi etnici e a non votare in massa per chi voleva una pacifica convivenza. Queste persone avrebbero potuto e dovuto immaginare che il continuo rilancio di accuse, l’escalation dei proclami e la progressiva polarizzazione avrebbero causato una guerra civile.


Questa lezione è universale e faremmo bene ad apprenderla (Rumiz 2011, 204): “Se in merito siamo stati - e siamo tuttora - ciechi fino all'autolesionismo, è perché la nostra presunzione di diversità non ha motivo alcuno di esistere. Il virus è presente anche in noi, sia pure in forma temporaneamente meno visibile. Anche in Occidente - dalla Catalogna alla Scozia, dal Belgio alla Grecia - l'Europa è piena di ringhiose identità avvitate su se stesse, di anticentralismi frustrati, insofferenze etniche,rabbie metropolitane, vittimismi regionali e provinciali, nazionalpopulismi e microprotezionismi assolutamente identici fra loro eppure sicuri di essere unici nella loro diversità. Tutti, pronti a farsi collettori di tensioni sociali e a farsi cavalcare con ebete arrendevolezza dal primo capopopolo e da vecchie volpi trasformiste munite di giornali e Tv. E tutti, ovviamente, certi del proprio incrollabile europeismo e della propria estraneità planetaria ai Balcani”.

La democrazia tra due fuochi – il ritorno del darwinismo sociale Lo stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni di indole economica che dovevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. [...] Noi crediamo, ad esempio che il tanto e giustamente vituperato disservizio postale cesserebbe d’incanto se il servizio postale, invece di essere avocato alla ditta stato, che lo esercisce nefandemente in regime di monopolio assoluto, fosse affidato a due o più imprese private. [...] In altri termini, la volontà del fascismo è rafforzamento dello stato politico, graduale smobilitazione dello stato economico. Benito Mussolini, “Opera Omnia” (XVI, p. 101) La mano invisibile del mercato non funzionerà mai senza un pugno invisibile. McDonald’s non può prosperare senza McDonnell Douglas e i suoi F-15. E il pugno invisibile che mantiene il mondo sicuro permettendo alle tecnologie della Silicon Valley di prosperare si chiama US Army, Air Force, Navy e Marine Corps. Thomas L. Friedman, “A manifesto for the fast world”, New York Times, 28 marzo 1999 Quant’è democratico un pacifico sciopero degli investimenti? Quanto lo è una pacifica fuga di capitali o la rilocalizzazione di un’azienda quando l’azione di governo, o quella dei sindacati, deludano le attese di manager e investitori? E quant’è democraticamente accettabile un’altrettanto pacifica offensiva mediatica orchestrata per screditare istituzioni e regole democratiche? Sono azioni formalmente compatibili con la democrazia ma che possono infliggerle danni gravissimi. Alfio Mastropaolo, “La democrazia è una causa persa?”, 2011 Si è seminato molto vento e si sta raccogliendo tempesta. La più grande crisi dai tempi della Depressione, esplosa con lo scoppio dell’ennesima bolla finanziaria, è il prodotto di un intreccio di vizi strutturali del sistema finanziario e produttivo, oltre che di squilibri internazionali e nazionali nella


distribuzione di redditi e risorse, di una bellicosità economicamente e moralmente insostenibile e dell’impatto del cambiamento climatico su un modello di produzione agricola intensiva incentrato sul profitto e non sull’esigenza e dovere di sfamare gli esseri umani. È una crisi che apre scenari nuovi per il futuro. Un cambiamento positivo è quello che consente di diventare più liberi, più consapevoli, più responsabili e più miti (ossia meno prevaricatori). Un cambiamento negativo è quello in cui la piramide sociale diventa più ripida, la dignità delle persone è mortificata, la libertà è compressa, l’iniquità è diffusa, la fratellanza umana è vilipesa. Al momento attuale il Trentino-Alto Adige, come il resto del mondo, si trova preso tra due fuochi: quello della destra neoliberista, affarista e privatista, esportato dal mondo anglo-americano (Wall Street e la City di Londra) – il suo verbo è incapsulato in quel “a me non interessano i poveri” di Mitt Romney –, e quello della destra cristianista (etnopopulista, etnofederalista e portavoce di un cristianesimo identitario e razzista), particolarmente forte nell’area che si estende tra i confini settentrionali della Baviera ed il Po. Il costituzionalista Alfonso di Giovine ha parlato, molto appropriatamente, di “sistema politico dicotomizzato in una destra populista e plebiscitaria ed una destra tecnocratica ed elitaria” (cf. Bonanate 2011, p. 61). Mentre la sinistra moderata fa fatica a dire cose di sinistra, il centro e la destra conservatrice moderata sembrano essere entrati in una crisi quasi irreversibile, anche per effetto di una serie di scandali. Questo è un fatto storico gravissimo e gravido di conseguenze nefaste. Il pensiero neoconservatore, o neoliberista (il liberalismo è tutta un’altra cosa), è una degenerazione del pensiero conservatore, contaminato dall’anarchismo di destra che, fondamentalmente, usa i moderati come un taxi: si fa portare al potere, paga la corsa e poi fa quel che gli pare. Una parte della sinistra europea ha subito lo stesso tipo di circuizione (“cattura cognitiva”) e ora si trova ad appoggiare governi neoliberisti nella convinzione che non ci siano alternative all’attuale modello di sviluppo, che pure ha dimostrato tutta la sua distruttività. I due fuochi delle destre radicali si alimentano a vicenda: il primo spaventa le persone comuni, spingendole verso le soluzioni semplicistiche del secondo (mors tua vita mea) e poi usa i mass media per demonizzarlo, affinché la gente continui a votare per dei governi che non fanno l’interesse generale e che stanno privatizzando i beni comuni, le risorse collettive. L’ideologia neoliberista, che mette al primo posto il capitalismo sregolato ed il privatismo, ha relegato sullo sfondo la politica e quindi la democrazia. Oggi, in Europa, quasi tutte le decisioni cruciali sono assunte da autorità non-elette. Il rischio che corriamo è quello di un ritorno al passato, addirittura ad un sistema neo-feudale su base etno-sciovinista che si proponga come rimedio (falso) alle catastrofi prodotte dal neoliberismo (vere); cioè a dire, ad una ridotta alpina (Alpenfestung) in un’Europa unita di stampo “imperiale” – “Fortezza Europa” la chiamano i critici ma anche chi, come Haider, era contento di poter riesumare l’espressione Festung Europa dal vocabolario del nuovo ordine europeo nazista –, tenuta insieme solo dalla


bramosia di potere e risorse e dalla paura di ciò che sta fuori e di ciò che è sgusciato dentro (milioni di immigrati, molti di loro musulmani). Dopo il 1989 e lo sfarinamento dell’Unione Sovietica, la destra neoliberista e la destra etnopopulista, non trovando più ostacoli credibili – salvo un patetico buonismo di retroguardia che poteva solo limitare i danni e non proporre un’alternativa concreta –, hanno perso il senso della misura, hanno preteso di monopolizzare la politica, di imporre un unico modello di sviluppo, un unico stile di vita. Vanno fermate, va ristabilito un equilibrio tra destra e sinistra che è stato compromesso. Deve riaprirsi la via del dialogo, della negoziazione, dell’ascolto, dello scambio, del sacrificio di una parte delle proprie pretese per il bene comune, del disciplinamento delle proprie emozioni (brame, paure, egoismi, ecc.). Occorre farlo al più presto, per il nostro e per il loro bene. Per il bene di tutti. C’è bisogno che sempre più voci dissentano e che parlino la lingua del’equilibrio, della moderazione, della compassione, dell’altruismo, dell’empatia, del rispetto, della premura, della sollecitudine, della comprensione, della fratellanza, della dignità per noi e per le generazioni a venire.

Il primo fuoco nel mondo Se i mercati e le banche, lasciati a se stessi da politici sottomessi all’economia finanziaria, non riusciranno a distruggere l’Italia, e con lei l’euro e l’Europa, il Paese dovrà riprendere il proprio impegno, a lungo abbandonato, a favore della crescita e della democratizzazione della UE. Alessandra Zendron, Politika 2012 Siamo entrati in una fase degenerativa del capitalismo che, ai suoi esordi, aveva potenziato la libera iniziativa di molti contribuendo ad abbattere il sistema feudale. Oggi predomina un capitalismo di oligopoli generalizzati che mira esclusivamente a massimizzare le rendite monopolistiche. Al crescere della finanziarizzazione cresce la tendenza a considerare la forza lavoro come una merce (i lavoratori come numeri e non esseri umani) e ad affidarsi alle bolle speculative, e quindi la precarietà dell’intero sistema, che passa da una crisi all’altra, senza soluzione di continuità, comprimendo diritti e servizi ogni volta di più. In precedenza la gran parte delle vittime risiedeva nel Terzo Mondo, ora l’impatto si fa sentire pesantemente anche in Europa e negli Stati Uniti: Il reddito del 20 per cento più ricco della popolazione mondiale sta nella proporzione di 90 a 1 rispetto al 20 per cento più povero. Venti persone dispongono di una richezza pari a quella di una popolazione di un miliardo di uomini. Su 6,5 miliardi solo un miliardo e mezzo ha un lavoro con qualche garanzia; un altro miliardo e mezzo fa parte dell’economia informale: si tratta, cioè, di precari in ogni senso (Màdera 2012, pp. 184-185). Una rete di 147 industrie e istituti finanziari controlla il 40% della ricchezza globale (Vitali, Glattfelder, Battiston, 2011). Dobbiamo ad uno studio delle Nazioni Unite del 2006 la scioccante rivelazione che metà delle ricchezze mondiali erano controllate dal 2% della popolazione adulta, un dato


destinato ad aggravarsi con la successiva crisi economica. Ma è solo una ristrettissima cerchia (superclass) di al massimo 6mila “eletti” a decidere per tutti (Rothkopf, 2008). Sappiamo come operano. Le inchieste del Dipartimento di Giustizia statunitense e l’authority di vigilanza sui derivati hanno rivelato che i più importanti hedge fund (es. Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) e le maggiori banche d’affari mondiali (es. Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs e Credit Suisse) coordinano i loro attacchi per poi spartirsi le spoglie, come facevano i bucanieri. Mentre con una mano Goldman Sachs è consulente del governo di Madrid (e prima ancora di Atene), con l’altra raccomanda ai suoi maggiori clienti di fare speculazioni ribassiste con i credit default swaps proprio ai danni del sistema bancario spagnolo (Wall Street Journal, 1 settembre 2011). Nel primo semestre del 2012, 526 famiglie spagnole al giorno sono state sfrattate perché non potevano più pagare il mutuo, anche se solo in Catalogna erano disponibili 80mila appartamenti nuovi e tenuti sfitti dai proprietari, quelle stesse banche catalane che chiedono denaro pubblico per restare a galla dopo le loro pratiche speculative scellerate e che pretendono che quelle stesse famiglie abbandonino le case pignorate. Sono ancora le maggiori banche d’affari statunitensi a controllare le agenzie di rating, come la Standard & Poor’s che, il 10 novembre 2011 fa circolare la falsa notizia di un’imminente perdita della tripla A francese che turba i mercati e mette in difficoltà il governo francese. Segue la smentita e l’indagine della magistratura francese (Federico Rampini, La “cupola” dello spread, La Repubblica, 25 luglio 2012). La procura di Trani ha messo sotto inchiesta le tre maggiori agenzie di rating (Fitch, Standard & Poor's e Moody's) per aver diffuso false notizie al fine di manipolare il mercato ai danni dell’Italia mentre Fitch era consulente del governo italiano (Il Sole 24 ore, agosto 2012). I dati del governo federale indicano che, nel 2010, l’aumento dei redditi complessivo negli Stati Uniti è stato ripartito come segue: 37% allo 0,01% della popolazione (gli straricchi), con un incremento del 21,5% rispetto al 2009; 56% all’1% della popolazione (i ricchi, che guadagnavano già oltre 1 milione di dollari all’anno), con un incremento dell’11,6%; 7% al 99% della popolazione, con un incremento dello 0,2%. Complessivamente, il 93% dei benefici pecuniari prodotti dal capitalismo finisce nelle mani dell’1% della popolazione americana (il famoso 1% contestato da indignati ed occupanti). Anche molti sociologi e politologi italiani di primo piano sono dell’avviso che, al momento attuale, le forze che speculano sul disordine, sul conflitto e sulla progressiva degenerazione della democrazia stiano avendo la meglio. A fianco dei fondamentali saggi di Luciano Gallino (Gallino 2011, 2012), possiamo citare Massimo Salvadori, che parla di “oligarchie elettive” che non sono più sottoposte ad un efficace controllo da parte delle istituzioni democratiche (Salvadori, 2009, pp. IX-X). Carlo Galli, storico delle dottrine politiche all’Università di Bologna, avvalora questa descrizione della situazione globale e paventa una mutazione della democrazia costituzionale in una “democrazia della sicurezza, delle identità (delle civiltà, delle culture) in conflitto, delle ‘radici’ da riscoprire, del controllo sociale e del dominio sulla


vita biologica della persona, del plebiscito autoritario, dell’ignoranza acritica, dell’apatia e del risentimento, soprattutto, in una democrazia del mercato” (cf. Portinari, 2011, p. 45). In un lungo dialogo con Ezio Mauro, direttore di Repubblica, Gustavo Zagrebelsky avverte i suoi lettori che il termine “democrazia” è così vantaggioso, in termini di immagine e potere persuasivo, che nessuna classe politica rinuncerebbe a definirsi democratica, pur non essendolo, specialmente quando così tanti cittadini “di bocca buona, si lasciano persuadere facilmente d’essere loro a tenere in mano le carte del gioco democratico” (Mauro/Zagrebelsky, 2011, p. 9). Egli teme che l’intera civiltà cosiddetta democratica stia scivolando gradualmente verso il “dispotismo democratico” anticipato da Tocqueville verso la metà del diciannovesimo secolo, nel suo “Democrazia in America”. L’insigne giurista lamenta che mentre in passato si misuravano i progressi della democrazia, oggi la tendenza è quella di constatarne i regressi ed una manipolazione semantica per cui la democrazia, che era l’obiettivo principe dei diseredati, l’unico strumento che poteva permettere loro di ridurre le disparità ed i soprusi, ora assume un “volto minaccioso”, è sulla bocca dei potenti, dei privilegiati, è diventato il loro “orpello”, il puntello del loro potere, “un’assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero” (p. 11). Tutto questo è stato possibile solo grazie alle frenetiche attività di forze che preferiscono operare dietro le quinte. È sempre Gustavo Zagrebelsky (“Simboli al potere”, 2012, pp. 89-90) ad aiutarci a metterle a fuoco: “Alla cementificazione del pensiero, all’espulsione delle alternative dal campo delle possibilità, all’omologazione delle aspirazioni, alla diffusione di modelli pervasivi di comportamento, di stili di vita e di status e sex symbol nelle società del nostro tempo, lavorano centri di ricerca, scuole di formazione, università degli affari, accademie, thinktanks, uffici di marketing politico e commerciale, in cui vivono e operano intellettuali e opinionisti che sono in realtà consulenti e propagandisti, consapevoli o inconsapevoli, ai quali la visibilità e il successo sono assicurati in misura proporzionale alla consonanza ideologica. La loro influenza sul pubblico è poi garantita dall’accesso a strumenti di diffusione capillari e altamente omologanti. Non è forse lì che, prima di tutto, si stabiliscono i confini simbolici del legittimo e dell’illegittimo, del pensabile e dell’impensabile, del desiderabile e del detestabile, del ragionevole e dell’irragionevole, del dicibile e dell’indicibile, del vivibile e dell’invivibile? Da qui provengono le forze simboliche potenti che, fino a ora, cercano di tenere insieme le nostre società….come in una religione, per di più monoteista”. Analoghe apprensioni sono state espresse da uno dei principali giornalisti britannici – un vero e proprio insider –, George Monbiot, in un articolo di denuncia pubblicato dal Guardian nell’ottobre del 2012 (“A rightwing insurrection is usurping our democracy”): “La principale minaccia per lo Stato democratico e le sue funzioni non è il governo della masse o un’insurrezione di sinistra, ma è costituita dai più ricchi e dalle multinazionali sotto il loro controllo. Queste forze hanno affinato la loro strategia di assalto alla gestione democratica della società. Non c'è più bisogno – come invece facevano Sir James Goldsmith, John Aspinall, Lord Lucan ed altri negli anni Settanta – di discutere la possibilità di lanciare un colpo di stato militare contro il governo britannico: i plutocrati hanno altri


mezzi di sovvertirlo. Nel corso degli ultimi anni ho cercato di capire meglio in che modo le esigenze delle grandi imprese e dei più ricchi vengano implementate nelle politiche statali, e sono arrivato a capire il ruolo centrale dei think tank neoliberisti in questo processo. […]. Considero queste persone come gli avanguardisti della destra, mobilitati per sfasciare prima e assumere il controllo poi di un sistema politico che è stato concepito per appartenere a tutti noi. Come sovversivi marxisti, parlano spesso di rompere le cose, di "distruzione creativa", di spezzare le catene e togliere il guinzaglio. Ma pare che stiano tentando di liberare i ricchi dai vincoli della democrazia, e al momento stanno vincendo”. Le nazioni più piccole e più deboli possono opporre ben poca resistenza alla forza prevaricatrice dei mercati oligopolistici e dei potentati finanziari. Così, per loro, la globalizzazione si traduce in coercizione, intimidazione, sfruttamento, corruzione, autoritarismo: culture, valori, tradizioni, comunità locali contano davvero poco agli occhi dei grandi manovratori di ricchezze, che sono nella posizione di decidere che cosa e come debbano produrre le nazioni emergenti, quando e dove possano vendere la loro produzione, a che prezzo, quale debba essere il salario dei lavoratori, le condizioni di lavoro, le tutele, i sussidi, ecc. E, attraverso le istituzioni globali, possono anche decretare le politiche monetarie, fiscali, commerciali e bancarie di queste nazioni, punendo i riottosi. Di contro, anche una piccola comunità può servire da modello per tanti altri popoli e comunità, se si prefigge l’obiettivo di sperimentare una strada diversa che potrà essere percorsa anche da tutti quelli che si metteranno alle spalle quelle ortodossie politicoeconomiche che servono solo ad avvantaggiare una minuscola percentuale di potenti che controllano le istituzioni finanziarie internazionali, a detrimento di miliardi di persone.

Il primo fuoco in Trentino Alto Adige Al momento le associazioni di interessi economici dominano l’agenda politica dell’Alto Adige. Non passa giorno che non rivendichino l’ampliamento dell’aeroporto, la diminuzione del numero degli impiegati pubblici o la riduzione delle tasse…non reagisce, o quasi, l’ala sociale dell’Svp. Le associazioni di interessi economici sono caratterizzate dal loro orientamento monoetnico tedesco, mentre il gruppo di lingua italiana gioca un ruolo molto marginale…il loro peso politico e cogestionale nonché come gruppo di pressione è molto alto. Günther Pallaver, L’economia sfugge all’Svp, Alto Adige, 21 novembre 2010 Chissà se la caduta degli dèi cui stiamo assistendo in Sudtirolo aprirà la porta a cambiamenti di democrazia concreta, anche in questo campo. O se accadrà come nel resto d’Italia, che dopo Tangentopoli è arrivato Berlusconi, il re travicello, e dopo Berlusconi, Monti e i suoi banchieri, con il serpente dell’ingiustizia sociale e della finanza messo a fondamento della costituzione reale. Ricongiungere la politica all’etica è un obiettivo urgente, e non deve essere usato per gettare fumo sulle scelte di bilancio. I mass-media locali, pochi dei quali liberi da legami inconfessati, non hanno il diritto di gridare allo scandalo, quando ignorano platealmente che la popolazione del Sudtirolo non ritiene giusto che si taglino i reparti, i letti e la pulizia in ospedale, che si aspetti tante ore al Pronto Soccorso,


che di notte un’infermiera sola segua 36 pazienti gravi, che ad anziani e malati cronici vengano negate le indispensabili terapie riabilitanti, e che si taglino le ore di scuola, mentre non si riduce l’impegno finanziario destinato all’aeroporto, al tunnel del Brennero e al megainceneritore da 130.000 tonnellate. Alessandra Zendron, Questotrentino, 3 novembre 2012 Thilo Sarrazin è l’eroe della destra radicale sudtirolese non solo perché se l’è presa con gli immigrati. È anche uno dei campioni della causa dell’Europa a due velocità, essendo giunto alla conclusione che solo un nucleo “virtuoso” germanico può procedere con l’integrazione, mentre i paesi non-germanici, inclusa la Francia, dovrebbero essere esclusi da un’unione monetaria costruita intorno ad un euro-marco (“Europa braucht den Euro nicht”, 2012). Questo perché non ne sono all’altezza: appesantiti dal fardello delle loro menomazioni culturali – lassismo cattolico, pigrizia mediterranea, inefficienza meridionale –, non ce la farebbero mai a tenere il passo e non è giusto che la Germania si sfianchi per aiutarli. “Jedem das Seine”, a ciascuno il suo, come si diceva al tempo del Terzo Reich. Ottone d’Asburgo Lorena (1912-2011) è un altro degli eroi della destra sudtirolese, che include l’ala economica della SVP guidata, tra gli altri, da Michl Ebner. Ebner, fratello di Toni Ebner, direttore del Dolomiten, di gran lunga il maggior quotidiano di lingua tedesca dell’Alto Adige, è un ex senatore ed ex europarlamentare, amministratore delegato del più grande gruppo editoriale dell’alto Adige (Athesia), presidente della Camera di Commercio della provincia di Bolzano, vicepresidente della Banca di Trento e Bolzano, regionalista e nemico del melting pot (fusione di culture, tradizioni e destini), come spiega in un intervista per “Il Cristallo” (“Regioni e Unione Europea”, 2011), pur tuttavia fautore del plurilinguismo “per comunicare efficacemente con clienti e fornitori all’estero” (Alto Adige, 5 novembre 2012). Ebner è stato amico, collega e collaboratore di Ottone d’Asburgo. Il pensiero economico dell’ultimo arciduca ereditario d'Austria e d'Ungheria non era particolarmente raffinato, ma s’inseriva a pieno diritto nella tradizione della scuola austriaca, fondata da Carl Menger (1840-1921), rampollo della piccola nobiltà boema, fondatore della scuola austriaca di economia, consulente economico presso la casa d’Austria, nonché tutore, confidente ed amico intimo del principe ereditario Rudolf. Da Menger si dipana un filo rosso neoliberista (Younkins 2005) che, passando per Hayek (ammiratore di Pinochet), von Mises (ammiratore dei cancellieri austriaci integralisti cattolici e proto fascisti Ignaz Seipel ed Engelbert Dollfuss), Ayn Rand – arcinemica dello stato sociale e dei poveri, finché la salute cagionevole non la indusse ad avvalersene – e Milton Friedman (implacabile critico della democrazia, teorico dell’“economia dello shock”, anche nota come “capitalismo dei disastri”), arriva alla destra radicale statunitense dei Tea Patriot (il loro referente per l’Italia è Oscar Giannino) ed alle politiche di austerità della troika, criticate da ben 8 premi Nobel per l’economia e, paradossalmente, da una mezza dozzina degli stessi analisti del FMI e della Banca Mondiale. Il lettore prenda nota: il Ludwig von Mises Institute ed il Cato Institute, due think tank neoliberisti, hanno dimostrato nella loro storia una marcata simpatia per le privatizzazioni, i secessionismi e i confederati (quelli che fortunatamente hanno perso la guerra civile). Questo per inquadrare il retroterra ideologico degli aderenti a questa scuola di pensiero.


Dopo essere fuggito dall’Europa in quanto ebreo perseguitato, Von Mises sopravvisse fino al 1969 negli Stati Uniti solo grazie ai finanziamenti della Rockefeller Foundation e del mecenate Lawrence Fertig, che gli pagava il salario da docente all’Università di New York. Prima di poter insegnare a New York ricevette un incarico da Ottone d’Asburgo, anch’egli in esilio negli Stati Uniti, nel Comitato Nazionale Austriaco, che riuniva espatriati austriaci nostalgici dell’impero e che riuscì, grazie al suo lobbismo, a cancellare la complicità dell’Austria nel Terzo Reich, creando il mito della prima vittima di Hitler: La cosa non riguarda solo ambienti dell’estrema destra o conservatori: qui è tutta la cultura politica austriaca, le forze politiche che hanno governato nel secondo dopoguerra a considerare l’Austria solo come una vittima del nazismo, assolutamente incolpevole. Non c’è motivo perché debba fare i conti con il proprio passato nazista perché l’Austria non è stata nazista. Ora questa è una falsificazione storica colossale, perché si sa benissimo che l’adesione degli austriaci al nazismo è stata più radicale, più convinta di quella dei tedeschi al Terzo Reich. Il libro di Hillberg lo dimostra molto chiaramente: fra i funzionari della macchina di sterminio la presenza austriaca è fortissima, Eichman non è affatto un caso isolato. Così Hillberg documenta molto bene come il primo sistematico sterminio di ebrei avvenne in Serbia intorno al ’41, prima, cioè, che venisse lanciata la soluzione finale, e fu compiuto direttamente dagli austriaci della Wehrmacht. Questi sono dati che troppo facilmente vengono oscurati e dimenticati (Pier Paolo Poggio 2000). Mises continuò a rivolgersi a Ottone chiamandolo “Sua Altezza Imperiale” anche negli anni Sessanta. Negli anni Quaranta, in un suo rapporto sulla possibilità di una restaurazione della monarchia in Austria dopo la sconfitta del nazismo, Mises concluse che sarebbe stata fattibile ed accettabile, se la popolazione l’avesse approvata con un referendum, perché solo un sovrano eletto avrebbe potuto garantirsi una base di consenso sufficientemente ampia da potergli permettere di regnare. Questa, e non una qualche irrefrenabile vocazione democratica, è la sconveniente origine della tanto acclamata fede referendaria-plebiscitaria di Ottone d’Asburgo (Hulsmann 2007). Il Dolomiten del suo carissimo amico e strettissimo collaboratore all’europarlamento Michl Ebner (come gli altri media conservatori di entrambe le sponde dell’Atlantico), ha celebrato le gesta di un uomo che aveva come scopo precipuo nella sua vita quello di riprendersi ciò che riteneva gli spettasse di diritto: la sovranità sulla Mitteleuropa. Non che abbia mai cercato di nasconderlo in alcun modo. Nel 1976, in uno dei suoi tanti saggi – “Idee Europa: Angebot der Freiheit” – scriveva: “L’idea imperiale risorgerà nella forma dell’unificazione europea” (Die reichische Idee wird in Gestalt der europäischen Einigung neu erstehen). Carlo, figlio di Ottone, destinato a portare avanti la crociata del padre, ha assicurato che “i principi dell'idea di Impero come ordine sovranazionale, assieme al principio di sussidiarietà come struttura a base cristiana della nostra società, possono costituire il piano regolatore per il futuro” (Cardini et al. 2008, p. 6). Nel 1999 Ottone si recò in Alabama, al Ludwig von Mises Institute di Auburn, per omaggiare l’economista al quale è stato intitolato l’istituto (“The Mises I Knew”, 5-6 febbraio 1999), raccontando come l’aveva conosciuto, che impressione se n’era fatto e quale lascito teorico ne aveva ricavato.


Il militante mitteleuropeista esordiva ripetendo per l’ennesima volta la frottola che aveva raccontato per oltre 50 anni, ossia che l’Austria era stata conquistata dai nazisti contro la sua volontà e ne era la prima vittima; inoltre lui si era dovuto battere come un leone per ristabilire la verità storica contro quelli che chiamava i “fanatici politici di alcune nazioni confinanti con l’Austria” ed anche contro certi politici austriaci in esilio pronti a tradire (dal suo punto di vista) l’Austria. Secondo lui Von Mises – che nel 1922 celebrava la riuscita della Marcia su Roma – era un eroe che aveva affrontato la tempesta, senza seguire l’esempio dei traditori. Lo definiva un faro nella notte, un aristocratico nel vero senso della parola, per i servigi che aveva reso al suo paese ed al mondo. Di quel tipo di aristocrazia che rappresenta un nuovo genere di nobiltà che stava emergendo già allora, indipendentemente dall’ordinamento dello stato in cui viveva. La paragona al sistema feudale giapponese, un evidente, seppure implicita, allusione a “Un’utopia moderna” di H.G. Wells (“A Modern Utopia”, 1905), un romanzo che l’autore britannico aveva concepito anche come un programma politico di edificazione di uno stato mondiale diretto da un’élite di samurai – così li chiamava – una nobiltà volontaria di tecnocrati specialisti nella gestione dei problemi globali che ricevono speciali privilegi ed onori nell’adempimento dei propri compiti. È molto probabile che il favore con cui guardava agli auspici di Wells gli fosse stato trasmesso da Richard Coudenhove-Kalergi, aristocratico per parte paterna e materna (la madre era giapponese, discendente di samurai, legata agli ambienti della potentissima setta Soka Gakkai), ideologo di un’Europa neo-aristocratica, vicino all’austrofascismo, fervente nietzscheano, ostile al suffragio universale, fondatore di Paneuropa, collega, amico e sostenitore di Ludwig von Mises. Nel suo primo articolo, Platons Staat und die Gegenwart (1919), Coudenhove-Kalergi, esprimeva la sua ammirazione per il progetto platonico di una società guidata da un’oligarchia di esperti (una tecnocrazia). In seguito divenne fautore di un progetto di riforma politica dall’alto che prevedeva: (a) il superamento dello stato-nazione, principale responsabile dell’abolizione dell’aristocrazia; (b) la concentrazione del potere nelle mani di intrecci di poteri privati; (c) la restaurazione di una società aristocratica capace di sposare la tradizione con la volontà di potenza di stampo nietzscheano (Gusejnova 2012). Ottone, suo amico e discepolo, proseguirà questo stesso progetto, guarnendolo con una generosa spolverata di neoliberismo, acquistata all’ingrosso della Mont Pelerin Society. Nel suo intervento, Ottone descriveva la Mont Pelerin Society, di cui fece parte, come un’organizzazione quasi decisiva per le sorti del mondo. È un centro studi della destra liberista neoconservatrice – quella, per intenderci, di Reagan, Pinochet, Thatcher, Bush padre e figlio, Sarah Palin, del laissez-faire darwinista sociale, nemica delle campagne per i diritti civili e contraria alle proteste contro le guerre. Estremamente ostile alle politiche economiche espansive di F.D. Roosevelt e di Charles De Gaulle. Molti dei suoi membri partecipavano anche alle iniziative di Paneuropa, l’associazione presieduta da Ottone d’Asburgo, che caldeggiava il sorgere di un’Europa delle Regioni che smantellasse gli stati.


Non è per un accidente del caso che l’Istituto von Mises sia stato inaugurato nello stato più razzista e reazionario degli Stati Uniti, l’Alabama: come detto, i neoliberisti, salvo rare eccezioni, simpatizzano per i Confederati, ossia per i difensori della schiavitù, della supremazia bianca, del latifondismo, del patriarcato, di una società castale ed ipercompetitiva, ma priva di qualunque rete di salvataggio e pezza di appoggio per chi non ce la fa (Mirowski/Plehwe 2009). La partecipazione alle riunioni della Mont Pelerin Society, ricordava quel giorno del 1999 “mi fornì quelle conoscenze economiche di base che sono indispensabili per cominciare una carriera politica”. Osservava come nella metropolitana di Vienna la vista di un nero fosse diventata una cosa normale, ma aggiungeva che ciò avrebbe creato enormi problemi, tensioni internazionali di incredibile gravità. Per porre rimedio alla crescente confusione del mondo, concludeva il suo intervento auspicando più democrazia diretta, elezione diretta dei politici, la frammentazione del mondo in piccole comunità, perché la libertà è meglio protetta in piccole entità. “Le grandi federazioni del futuro saranno grandi condomini con tanti piani e tanti appartamenti”, annunciava profetico, “solo così sarà possibile togliere di mezzo tremendi dittatori come Slobodan Milosevic e Saddam Hussein e ristabilire la pace nel mondo”. Il pensiero politico ed economico di Ottone d’Asburgo armonizza perfettamente i due filoni della destra, che hanno l’obiettivo comune di prendersi una rivincita sulla Rivoluzione Francese, sul socialismo e sul costituzionalismo repubblicano (Luverà 1999; Caramani/Mény 2005; Salzborn, 2005). Paneuropa, nel corso degli anni, si è così riproposta di realizzare l’unità del mondo cristiano europeo (1953); ha ammonito che “se la cristianità dovesse scomparire dal continente, l’Europa morirebbe a sua volta, perché non è la Croce ad aver bisogno dell’Europa, ma l’Europa ad aver bisogno della Croce” (1976); ha ribadito che la cristianità è l’anima d’Europa (1980); si è incaricata, dagli anni Novanta in poi, di portare avanti la ri-evangelizzazione del continente (Neuevangelisierung). Ottone d’Asburgo, integralista cattolico, legato agli ambienti oligarchici ed etnonazionalistici più reazionari è stato commemorato per 13 giorni in Austria e per una settimana sul Dolomiten come se fosse morto un imperatore ed un padre dell’Europa futura. L’Europa futura di Ottone d’Asburgo sembra però piuttosto una proiezione delle fantasie di chi vorrebbe riesumare un passato che non vuole passare, in cui le élite governano le masse senza incontrare resistenze, il cattolicesimo funge da collante e disinnesca le tensioni causate dalle disparità sociali e dall’autoritarismo, le gerarchie tra i popoli, le classi, le razze, le culture, i sessi sono stabilite una volta per tutte, inamovibili. È un mondo patriarcale, vetero-testamentario, sessista, omofobo, anti-democratico, xenofobo, al servizio dei grandi poteri privati, omologante in cui l’utile giustifica quasi ogni mezzo. Ma tutto questo viene mascherato da un ossequio di facciata al multilinguismo, ai diritti fondamentali (dei popoli, non dei singoli), all’unificazione europea, al consociativismo come baluardo contro la tirannia dei mercati, all’universalismo cattolico (che però esclude la pari dignità dei non-cattolici).


Nel 2000, al parlamento della Repubblica Ceca, il figlio di Ottone, Carlo (Karl von Habsburg), studioso del conservatorismo di Edmund Burke – uno dei massimi oppositori della rivoluzione francese e del carattere liberal-progressista di quella americana – ha pronunciato un peana per il suo mentore Russell Kirk, uno studioso che, negli Stati Uniti, incarna la quintessenza del pensiero conservatore. Reaganiano indomabile, è l’autore di “The Conservative Mind: From Burke to Santayana” (1953), in cui riassume i valori fondativi della mentalità contro-rivoluzionaria ed anti-illuminista. Per questi ideologi il mondo non è stato creato accidentalmente, ma con un fine preciso, provvidenziale. Lo stesso vale per la struttura della società. Il riformismo sociale è contrario alla volontà divina (o della natura) ed è destinato a fallire perché la nostra comprensione è limitata. Ogni cambiamento dovrebbe essere modulato in modo tale da limitarne gli effetti sociali. La società è governata da un’aristocrazia naturale composta dagli individui migliori e più potenti. L’unico diritto naturale è quello della proprietà privata. La democrazia minaccia la proprietà privata attribuendo poteri al volgo. Istinti e pregiudizi hanno una funzione importante e debbono guidare il comportamento umano: infatti una persona può anche essere stolta, ma la specie è saggia. Ne consegue che la tradizione non può e non deve essere sovvertita da un gruppo di riformisti. Grande ammiratore di Reagan, Karl ha avuto come precettore Thomas Chaimowicz (Università di Salisburgo e Istituto Internazionale di Studi Europei “Antonio Rosmini” di Bolzano), un cosiddetto paleo-conservatore (persino Kirk definisce “arcaica” la sua visione del conservatorismo), amico personale e consigliere di Ottone d’Asburgo, al quale si rivolgeva chiamandolo, pure lui, “imperatore”. Sudafrica 1944, Baviera 2012 – Il secondo fuoco nella regione alpina Non lasciatevi ingannare, già una volta il fascismo e il nazismo hanno portato il nostro popolo alla rovina, state alla larga da quelli lì, un tirolese sincero non ha niente in comune con loro... Alexander Langer Sì, sarei a favore degli Stati Uniti d’Europa, ma sarebbe meglio chiamarli Popoli Uniti d’Europa, invece di stati. Il carattere dei popoli è essenziale. È molto importante che i Bavaresi restino Bavaresi, i Prussiani Prussiani…il carattere dovrebbe essere conservato. Albert Kesselring, in attesa di essere interrogato al processo di Norimberga. Gli allarmi antimmigrazione si fanno più isterici, addirittura la civilissima Danimarca moltiplica i controlli al confine con la Germania, le folle di giovani vandali disperati delle periferie vanno all’assalto in Francia come in Inghilterra: cosa accadrà quando i tagli e i fallimenti congiunti delle politiche sociali nei paesi ricchi, e l’esaurirsi di ogni prospettiva in quelli poveri e in crescita demografica, si sommeranno? In un articolo di tanti anni fa, quando in Sud Africa c’era ancora l’apartheid, scrivevo che l’apartheid sarebbe stato presto superato, ma che il mondo intero era destinato a trasformarsi in un immerso Sud Africa con apartheid. Penso che questa sia oggi, con maggiore evidenza, la tendenza fondamentale del nostro tempo. Romano Màdera, “La carta del senso”, 2012


Le inchieste e le ricerche di Bruno Luverà, Lucio Caracciolo, Pierre Hillard, Jean Jacob, Undine Ruge, Alberto Spektorowski e Michel Korinman – ma si veda anche la denuncia del senatore Saverio Vertone in “L’oro dal Reno? Finanza tedesca e Lega Nord”, Limes, 4, 1997 e Maria Latella, “Lega e bavaresi, gli anni delle affinità elettive”, Corriere della Sera, 9 luglio 2003 –, mostrano che la Baviera è il cuore di un progetto la cui architettura poggia sulle fondamenta del progetto di un’Europa delle patrie carnali cara a Saint-Loup (1976), lo pseudonimo di uno scrittore francese già volontario per la divisione SS Charlemagne. Il suo testimone è stato raccolto, con molta maestria, equilibrio ed erudizione, da Alain de Benoist (“L’impero interiore”, 1977), uno degli intellettuali di riferimento dell’estrema destra europea, corifeo dell’etnoregionalismo, della federazione europea dei popoli e della democrazia diretta di carattere plebiscitario: In quello che è considerato il suo testamento spirituale, Saint Loup ricorda che nel ’44 le SS nel loro centro studi di Hildesheim, che era una sorta di pensatoio -lui lo chiama "il monastero", monastero SS di Hildesheim- avevano sviluppato un’interessante concezione postnazionalista dell’Europa. Al monastero questo piano lo chiamavano "Haus Germania". Aveva scritto: "Abbiamo tracciato la carta delle patrie carnali" e poi ribadiva che bisognava costruire un’Europa su solide basi razziali e denazionalizzata, nel senso che la nazione era una costruzione artificiale inficiata dalla rivoluzione francese; era lo Stato che in qualche modo aveva creato la nazione. Bisognava allora risalire in profondità nella storia europea per far emergere le autentiche dimensioni comunitarie, vale a dire le patrie carnali. C’è anche un punto in cui dice: "quello che noi abbiamo allora tracciato lo considero perfettamente valido anche oggi", e quando scrive siamo nel 1976. "Perché -dice Saint Loup- oggi come ieri i bretoni non sono dei niçois e i baschi non sono degli andalusi e i bavaresi non sono dei prussiani e i piemontesi non sono dei siciliani, quindi bisogna far riemergere questa diversità", una diversità nell’ordine perché: "noi diciamo ’ciascuno al suo posto’ e le vacche saranno ben sorvegliate", sorvegliate perché la massa è incapace di autogovernarsi. Quindi la sua era anche una provocazione, di cui oggi si può meglio intendere l’efficacia (Pier Paolo Poggio 2000) Quest’idea di Europa predilige il popolo, l’omogeneità e l’esclusione dei diversi, le gerarchie etno-razziali (razzismo differenzialista), lo sciovinismo dello stato sociale (al servizio dell’etnia dominante), la chiusura verso l’esterno in patrie-fortezze all’interno della Fortezza Europa, a guardia della tradizione cristiana bianca. La solidarietà verso il Terzo Mondo ha come unico scopo quello di far restare gli immigrati a casa loro. Assieme all’Unione Federalista dei Gruppi Etnici Europei (FUEV) – generosamente patrocinata dalla provincia di Bolzano, nonostante le sue passate contiguità con ambienti nazisti e neonazisti, ed un presente non al di sopra di ogni sospetto, né facilmente decifrabile (Zendron, 2001) – Intereg (“Istituto internazionale per i diritti dei gruppi etnici e per il regionalismo”) è l’organizzazione cardine di questa galassia, ad alta densità di profughi tedeschi del dopoguerra, particolarmente reazionari, e di intellettuali della destra etnopopulista:


“Gli etnofederalisti si sono raccolti tutti in questa associazione a Monaco di Baviera, l’Intereg, che nasce alla fine degli anni ’70 ed è espressione diretta dell’Ente centrale bavarese d’istruzione politica che, a sua volta, è espressione del governo del Land della Baviera… l’Intereg nasce su iniziativa della Baviera e dell’Associazione dei profughi tedeschi che raccoglie i profughi cacciati dalle regioni dell’Est dopo la seconda guerra mondiale” (Luverà, 1999). Il precetto cardine di Intereg appare in una finestra che anticipa la homepage dell’istituto e recita: “le espulsioni etniche, le pulizie etniche ed i genocidi del ventesimo secolo sono i prodotti dell’ideologia dello stato-nazione che risale al diciannovesimo secolo. Il ventunesimo secolo deve porre fine ad entrambe”. Dove per entrambe si intende le ideologie e le pratiche ad esse riconducibili. Curioso che si affermi una verità così categorica proprio in Baviera, la culla del nazionalsocialismo, un’ideologia che fece un vanto dell’ignorare lo stato tedesco, la relativa costituzione ed i confini nazionali tedeschi, in nome della ricomposizione dell’unità della razza germanica ed ariana. Curioso, dicevo, ma forse bisognerebbe dire esemplificativo delle radici ideologiche di Intereg. Se la visione del mondo è tribale, l’individuo – ossia il cittadino tutelato dallo stato – non esiste: esistono solo le tribù. La homepage di Intereg ricapitola gli articoli della fede etnocentrica ed etnofederalista: lo stato-nazione va smantellato perché meno del 10% degli stati mondiali possono essere considerati etnicamente omogenei e questa eterogeneità forzosa crea conflitti e violenze e può causare pulizie etniche e genocidi. Anche la norma della maggioranza democratica che sceglie per tutti è inadeguata. Intereg propone come soluzione la formulazione di diritti collettivi etnici e la creazione di regioni indipendenti che indeboliscano (senza smembrarli, almeno per il momento) gli stati-nazione, attraverso “Stati regionali autonomi istituiti anche là dove lo Stato centrale nel suo complesso non è organizzato in forma federale”. Etnie e regioni devono potersi sviluppare autonomamente, “in modo da evitare una dominazione straniera su popoli più o meno grandi, su gruppi etnici e su regioni”. A questo scopo, Intereg ha stilato una Carta delle Genti e delle Regioni (Programma di Brno) conforme all’assetto di separazione etnica proporzionale dell’Alto Adige, tramite “rappresentanti eletti per esprimere in modo vincolante le istruzioni dei loro rispettivi gruppi etnici”, con l’aggiunta di una duplice cittadinanza e di forme di cittadinanza regionale. L’impressione è quella di un ritorno al passato, non un passo avanti nel futuro. Un ritorno ad una federazione di popoli inseriti in una cornice a cerchi concentrici – “Europa a più velocità” – cripto-imperiale, che piacerebbe molto all’illustre storico medievista ed ultraconservatore Franco Cardini, anch’egli orbitante in questa galassia, in quanto membro dell’“Associazione per i Popoli Minacciati”, con sede in Germania. Uno degli estensori e sottoscrittori di questa Carta è Peter Pernthaler, dell’Istituto per la ricerca sul federalismo di Innsbruck. È a lui che si sono rivolti i Freiheitlichen domandandogli di redigere la bozza della costituzione del futuro “Stato Libero del Sudtirolo”, uno “stato regionale autonomo”, appunto, qualunque cosa possa voler dire questa formula.


Il piano degli etnofederalisti è il più classico dei divide et impera: L’idea è quella di contrapporre allo stato nazionale gli stati regionali, con l’obbiettivo di far nascere non l’Unione europea degli stati nazionali, ma una federazione europea di stati regionali. Il criterio di aggregazione dell’Europa delle regioni diventa l’omogeneità etnica, che serve a ridisegnare i confini politici dell’Europa valorizzando l’identità locale. Si comincia a parlare di etnopluralismo invece che di società multiculturale. È questa la prima grande frattura rispetto all’idea originaria dell’Europa delle regioni. L’etnopluralismo si basa sull’idea che occorre valorizzare le singole identità, in contrapposizione al processo di integrazione europea, e che, per conservare la purezza di ogni popolo, è fondamentale che ogni popolo sia omogeneo al suo interno. Solo il dialogo e il confronto fra popoli omogenei di Stati regionali può salvare l’identità e impedire quello che la nuova destra chiama etnocidio. Questa è la differenza fondamentale: nell’idea della nuova destra, l’Europa delle regioni tende a escludere, a dividere, mentre l’idea originale tendeva a far vivere e convivere una molteplicità di culture e di identità (Bruno Luverà, “Il nuovo nazionalismo”, Una Città, ottobre 1996). Proverò a riassumere ciò che penso delle peregrine e strumentali persuasioni di Intereg. Non sono gli stati ad essere responsabili delle pulizie etniche e dei genocidi, ma le nazioni, specialmente quelle declinate etnicamente e razzialmente. Lo stato è uno strumento neutro. Il coltello lo si può usare per liberare qualcuno e cucinare o lo si può usare per ferire qualcuno o suicidarsi. Così è lo stato. Lo stato democratico costituzionale è stato l’unico, vero baluardo contro le atrocità, perché ha proibito per legge la tirannia delle maggioranze. La persecuzione nazista degli ebrei, in Germania, richiese molti anni proprio perché Hitler, pur potendo esercitare un potere senza paragoni, dovette prima smantellare lo stato di diritto tedesco e rendere impotenti i magistrati, che erano tenuti a difendere i cittadini tedeschi, di qualunque fede o etnia fossero. Gli stati sono garanti delle autonomie dei popoli nel mondo globalizzato e un autonomista anti-statalista cadrebbe in una palese contraddizione, anche per le ragioni esposte dall’analista di relazioni internazionali Paolo Quercia (Limes, aprile 2010): “Certo, nel corso della storia gli Stati si sono rivelati essere anche feroci strumenti di oppressione della libertà e degli individui e le nazioni hanno originato il drammatico fenomeno dei nazionalismi e dei genocidi. Ma la storia dell’umanità ci mostra che totalitarismi e guerre non sono affatto il prodotto esclusivo del potere statale e del concetto nazionale, ma spesso una drammatica conseguenza della lotta per il potere in quanto tale o la conseguenza di ideologie ispirate all’odio che si impossessano della scatola Stato e del vestito della nazione. Società premoderne e prestatali sono spesso tormentate da guerre e massacri in misura molto maggiore di quello che accade all’interno degli Stati e la violazione dei diritti umani può avvenire all’interno di nuclei sociali molto più piccoli come le famiglie o delle tribù. Se pensiamo alla drammatica fine della Jugoslavia, ci accorgiamo che è stata proprio la dissoluzione di uno Stato e la fine del nazionalismo jugoslavo a generare la peggiore guerra civile avvenuta sul suolo europeo dalla fine della seconda guerra mondiale…E nella strage di Srebrenica, qualche colpa l’avranno forse anche le


transnazionali Nazioni Unite e la fantomatica “comunità internazionale” per aver affidato ad un pugno di imbelli soldati olandesi la protezione della enclave mussulmana?… Stati e nazioni hanno rappresentato anche le più efficienti forme di organizzazione politica e sociale occidentali consentendo il raggiungimento di un’infinità di conquiste economiche e civili ai popoli europei. La stessa Europa come la conosciamo oggi, che sul mondo esercita un duplice primato di benessere e di valori, non esisterebbe se non avesse alle spalle le due potenti creazioni della statualità e della nazionalità. Ma soprattutto, è la stessa democrazia moderna, ad essere un prodotto politico e culturale delle nazioni europee organizzate in stati sovrani, che si sono affermati come alternativa al particolarismo etnico e all’universalismo imperiale. I popoli europei, se ancora aspirano a giocare un ruolo di rilievo nel sistema internazionale, dovrebbero prestare maggiore attenzione alle radici storiche della propria sovranità politica, senza mai dimenticare lo stretto legame esistente tra Stato, nazione e democrazia. Spogliarsi sbrigativamente dei primi due vestiti rischia di mettere in serio pericolo anche l’essenza di uno dei valori fondanti dell’Occidente: quello della democrazia, in Europa nata sovrana e nazionale. Anche nelle società postmoderne tentate dal sogno cosmopolita, Stati e nazioni conservano la loro ragione di essere”. Vorrei fare un’unica puntualizzazione. “Nazione” è sinonimo di popolo e patria, ossia di comuni tradizioni linguistiche e culturali. “Stato” è un’entità giuridica e politica sovrana. La nazione non è tenuta a curarsi delle persone, lo Stato (democrazia costituzionale) sì. Nazioni ed etnie non sono note per aver mostrato un particolare rispetto nei confronti di costituzioni, diritti umani e convenzioni internazionali; sono libere di dare il peggio di sé (nazionalismo e razzismo). Chi difende le nazioni è un patriota/nazionalista, chi difende gli stati è uno statalista. Io non ho alcun problema ad essere bollato come statalista: non lo considero un demerito ma, al contrario, un titolo di merito. Gli stati, storicamente, sono sorti in contrapposizione al feudalesimo, per impedire ai forti di spadroneggiare senza incontrare alcun ostacolo che non fossero forconi e pietre: Accanto alla libertà di scelta che garantisce ai propri cittadini, lo stato ha (o dovrebbe avere) altri obiettivi: proteggere la loro vita, la loro integrità fisica e i loro beni, combattere le discriminazioni, agire in vista della giustizia, della pace e del benessere comuni, tutelare la dignità di tutti i cittadini (Todorov 2012, 162). Gli stati costituzionali sono la realizzazione di questa vocazione alla tutela delle libertà ed alla promozione della giustizia sociale e della solidarietà. Dobbiamo solo essere fieri e grati ai nostri avi che li hanno concepiti e edificati. Quando un giorno prenderà forma un’organizzazione mondiale che unirà l’umanità, saranno gli stati a dove garantire – in quanto corpi intermedi tra regioni e megastato federale planetario – l’autonomia e la dignità dei propri cittadini e a promuovere i loro specifici interessi. Le idee di Intereg che – non lo dimentichiamo, sono sponsorizzate dalla Baviera – ci spingono invece verso un mondo in cui delle microaree saranno impotenti nei loro


rapporti con i futuri megastati continentali e le già esistenti e non-democratiche organizzazioni globali. Non solo, ci avvicinano anche ad un revival dell’apartheid sudafricano, con gli extracomunitari al posto dei sudafricani non-bianchi. Vediamo come. Si tende comunemente a dimenticare che l’apartheid è stata anche una strategia capitalistica per assicurarsi forza lavoro nera e bianca a buon mercato e porre in secondo piano le differenze di classe e le tensioni che da esse potevano scaturire, in nome dell’unità razziale (volkseenheid) e del vittimismo del gruppo privilegiato, descritto come ingiustamente sotto assedio (Terreblanche 2002). I lavoratori bianchi, separati e contrapposti a quelli neri, non potevano dar forma a rivendicazioni comuni (Posel 1991). Non è improbabile che qualcosa del genere possa accadere anche tra lavoratori extracomunitari e lavoratori simpatizzanti per la Lega Nord o per la destra sudtirolese. In entrambi i casi, come in quello del sud segregazionista degli Stati Uniti, l’egemonia bianca cela un’ulteriore egemonia interna al gruppo designato “bianco”, egemonia che deprime i salari e quindi il costo del lavoro (Vickery 1974). Dopo la sconfitta del nazismo e la rivelazione dei suoi orrori, il razzismo biologico fu universalmente esecrato ed anche i fautori dell’apartheid e della segregazione furono costretti a tradurlo in termini culturali per sdoganarlo. I neri erano ora culturalmente diversi e bisognava tutelare le loro specificità, per questo bianchi e neri non dovevano mescolarsi: per proteggere le peculiarità degli uni e degli altri. Questo ragionamento è ancora alla base della dialettica razzista dei nostri giorni, perché sfrutta i meccanismi del politicamente corretto e della valorizzazione delle diversità per legittimare la disuguaglianza tra gli esseri umani. È perciò più ipocrita, subdolo e spregevole della schietta retorica social-darwinista dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Invece di dichiarare apertamente la superiorità della razza bianca, gli ideologi dell’apartheid preferirono alludervi, insistendo sull’essenzialismo culturale (ogni singolo individuo è come un prisma che consente alla sua cultura di riflettersi nel mondo ed ha il dirittodovere di continuare a svolgere questo ruolo nel mondo). La loro sfacciataggine trova il suo apice in una dichiarazione risalente al 1944, che si articolava nei seguenti punti: a) l’apartheid dovrebbe essere adottato perché è nell’interesse sia dei bianchi sia dei neri (ed indiani e cinesi), giacché in questo modo i non-bianchi avranno la possibilità di svilupparsi per conto loro e di raggiungere l’autodeterminazione, amministrandosi autonomamente; (b) vi è un dovere cristiano di assolvere il compito di tutore delle razze non-bianche finché queste non avranno raggiunto una maturità tale da potersi amministrare da soli; (c) gli incroci razziali danneggiano le razze; (d) la gestione degli affari dei bianchi deve rimanere in mani bianche; (e) ogni politica che dissoci l’individuo dal suo gruppo e dal suo popolo è inaccettabile; (f) il bene dei gruppi e popoli non bianchi risiede nella coltivazione dell’orgoglio etnico/razziale/tribale. Si convenne che queste misure erano ispirate alle sacre scritture che testimoniavano la volontà divina che i popoli restassero uniti al loro interno (volkseenheid) e separati tra loro ed erano conformi agli indirizzi scientifici più avanzati (Dubow 1989). Di conseguenza


l’uguaglianza (gelykstelling) e l’incrocio razziale e culturale, o imbastardimento (verbastering) erano anti-cristiani ed anti-scientifici. Una società diversa da questa sarebbe stata meccanica (patologica, innaturale), non organica (sana, naturale). Chiunque stigmatizzasse la separazione etno-razziale interna al Sudafrica era accecato dall’antinazismo e non si rendeva conto che “volk” non era sinonimo di “razza”, che “carattere nazionale” ed “anima” non avevano connotati biologici e che lo sviluppo separato era il modo migliore di rispettare la dignità dei popoli e la migliore garanzia di una pacifica e collaborativa convivenza. Non serve dire che le differenze di classe e di cultura tra i bianchi non erano ritenute degne di nota rispetto a quelle che li distanziavano dai non-bianchi (Dubow 1989). Il lettore interessato potrà approfondire i parallelismi tra i presupposti ideologici alla base dell’apartheid sudafricano (di origine olandese) e della separazione etnica in Alto Adige nel saggio “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un alto Adige diverso” (Fait/Fattor 2010).

IL CRISTO ARIANO Possiamo capire l’apprensione di quegli americani bianchi che sentono minacciata la loro persona e la loro proprietà. Tuttavia si chiede loro soltanto di consentire ad altri ciò che essi esigono per se stessi, una pari opportunità di partecipare alla vita americana. L’intera esperienza della nostra nazione mostra come ogni qual volta è emersa una minoranza, coloro che erano arrivati prima hanno temuto di vedere danneggiato il loro tenore di vita e ogni volta si sono sbagliati. Ciò che ogni gruppo è riuscito a realizzare ha avuto l’effetto di ampliare le prospettive di tutti. Direbbe il presidente Kennedy: “L’alta marea solleva tutte le barche”. Questo sarà ciò che sperimenteremo anche nel caso dei neri. Robert F. Kennedy, Berkeley, 22 ottobre 1966 Il cristianismo (un integralismo identitario) di Sarrazin e delle destre etnopopuliste europee ed americane (Tea Party) rappresenta l’esatta antitesi del messaggio di Gesù il Cristo. Ogni singolo principio trova la sua negazione nei loro articoli di fede e pratiche quotidiane: assenza di compassione, comprensione, altruismo e tolleranza (Giovanni 11, 33-3; Giovanni 4:5-30; Luca 15:21-32; Giovanni 8:3-11; Matteo 5:42; Giovanni 13, 34), venerazione del potere e della ricchezza (Matteo 4, 4; Luca 9: 24-25), razzismo, xenofobia e particolarismo (Luca 10, 29-37), ritualismo (Luca 14, 5), superbia (Matteo 6:2-4), venalità ed avidità (Marco 11, 15-19), disprezzo per i poveri e gli umili (Marco 10: 45), falsificazione della realtà (Tommaso, 5; Luca 4, 1-13), feticismo della vita biologica a scapito di quella spirituale (Giovanni 18, 36; Matteo 10, 28; Matteo 20: 25-28), ecc. I fondamentalisti hanno sviluppato una teologia politica che rende legittimamente cristiano tutto ciò che Gesù aveva rigettato resistendo alle tentazioni di Satana. Gesù rifiuta perché sa che le varie profferte sono fuorvianti e corrompenti, dietro un’apparenza di stuzzicante appetibilità. Compiere qualunque azione sollecitata da Satana equivale a rendersi suo complice e servo. Le opzioni proposte sono inevitabili solo perché Satana vuol far credere e vuol credere lui stesso che lo siano. Non è certo Satana a dover stabilire quali siano le scelte disponibili.


Satana è un controrivoluzionario: gli piacciono le gerarchie feudali e vuole essere lui il capo. Gesù predica l’uguaglianza, ossia l’abolizione di tutte le gerarchie. Satana parla di libertà, ma le sue azioni sono all’insegna della dominazione, della gloria, della fama personale. Non riconosce gli altri come suoi pari. Non è neppure più un mentitore patologico, è una menzogna ambulante, così innamorato di sé stesso da aver rinunciato ad interessarsi a Dio, da desiderare di esistere per conto suo, da credere di non essere mai stato creato. L’orgoglio, l’invidia, il risentimento, l’odio, la furia, la gelosia sono le sbarre della sua prigione infernale. Si sente vittima pur essendo la causa dei suoi mali e questo vittimismo perpetuo lo imprigiona e lo corrompe progressivamente. Non è davvero possibile avere un dialogo con lui, perché il suo intelletto è gravemente compromesso, è virtualmente reso autistico dalla sua assoluta preferenza per se stesso. Satana non è strutturalmente in grado di capire le argomentazioni di Gesù e quest’ultimo non è minimamente interessato alle sue promesse, che considera ben poca cosa rispetto a ciò che già possiede. Questi sono indubbiamente anche gli attributi del fondamentalismo cristiano. Il singolare destino di Gesù è stato quello di dedicare la sua esistenza alla lotta contro l’idolatria, la guerra e la tirannia per poi essere trasformato in un idolo, in un pretesto per combattere guerre sante ed in un oggetto di culto teocratico. Si è mai vista una tale perversa inversione di valori nella storia umana? I cristianisti si proclamano cristiani pur affermando che il Discorso della Montagna va inteso in senso contrario: beati gli arroganti, i materialisti, i ricchi, i potenti, gli aggressori, i violenti, gli iniqui, gli spietati, i perversi, i guerrafondai, i persecutori, i mentitori. Tutto questo è possibile, nelle loro menti, perché, pur essendo privilegiati, si sentono vittime e il risentimento controlla i loro pensieri ed azioni (come accadeva a Nietzsche, che proiettava la sua ombra interiore sugli altri). Sono paranoidi e si sentono circondati da nemici (poveri, immigrati, musulmani, ecc.) che vogliono la loro “roba”; si sentono costantemente sotto pressione – demografica, economica, sociale, culturale, razziale, ecc. Così, ai loro occhi, essere cristiano è sinonimo di essere bianco, prospero (o che si percepisce come tale), in lotta con il mondo inferiore e degradato. Se incontrassero Gesù o Martin Luther King li denigrerebbero, perché sono estremamente puntigliosi nel fare l’esatto contrario di quel che sta scritto nei vangeli. Della Bibba, è l’Antico Testamento che li trova in sintonia: la distruzione dei nemici, la punizione degli abomini, la proibizione di certi comportamenti umani, ecc. Sulle parole di Gesù diventano relativisti: condivisione, identificazione con i meno abbienti e i marginali, accettazione della diversità altrui, non fare agli altri quel che non vorresti che fosse fatto a te, sono precetti che li lasciano perplessi, che preferiscono contestualizzare. Sono loro a selezionare ciò su cui vogliono essere integralisti. “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (Luca 1, 51-53). Come si può ben vedere, non c’è nessun accenno a messe in proprio onore, alla concentrazione di potere e di ricchezza, all’uso dei media e dei partiti per il proprio tornaconto, all’assidua frequentazione degli ottimati, a progetti di instaurazione di


istituzioni post-democratiche. Nulla di tutto questo. Al contrario, Paolo chiarisce che è proprio la brama di denaro e potere ad essere la radice di ogni sorta di male. Quanto credibile può essere, domando retoricamente, una persona che si dice cristiana, sebbene contraddica quotidianamente e senza remore l’insegnamento di Gesù proprio sui principi che per lui erano essenziali?

Europa cristiana, mai musulmana! È triste che alcuni “combattenti cristiani” siano schierati con Alba Dorata per difendere Gesù, quel Gesù che è perseguitato da Alba Dorata, offeso ed umiliato quotidianamente nelle persone dei rifugiati, degli immigrati, persino dei bambini. Pavlos Ioannou, metropolita di Siatista (Grecia), successivamente minacciato di morte da Alba Dorata Proprio perché i simboli colpiscono e riguardano tutti, anche chi ritiene di esserne immune, essi risultano un potente strumento di conquista del consenso politico. Tutti i movimenti politici ricorrono a simboli, non solo per essere identificabili, ma anche e soprattutto per canalizzare un messaggio. Che siano le ampolle del Po, gli ossari, i monumenti, falci e martelli, scudi, slogan (anche quando sono gli stessi: il richiamo alla “libertà” ha un effetto evocativo simbolico molto diverso se viene da sinistra o da destra), questi elementi fanno parte della battaglia politica per il consenso. E inevitabilmente provocano effetti aggregativi, identificando l’amico e il nemico. Insomma, coi simboli siamo destinati a convivere. Non li si può eliminare, ma è essenziale depotenziarli. E due sono le vie per farlo. Sul piano individuale, pensare sempre in chiave critica: ciascuno ha i suoi “valori non negoziabili”, ma occorre sapere che non sono gli stessi per tutti e sforzarsi almeno di comprendere i simboli degli altri e di relativizzare i propri. Sul piano collettivo, oltre alla moderazione politica nell’inevitabile uso dei simboli, è necessario che gli strumenti di governo, le leggi, non diventino esse stesse simboliche, e che esistano rimedi quando ciò accade. Francesco Palermo, “Quei libri bruciati e i simboli altrui”, Alto Adige, 10 marzo 2012 Fra Mezzocorona e Mezzolombardo, per questioni campanilistiche, esistevano dei rancori che passavano di generazione in generazione, rancori sempre tenuti vivi sia dall’antagonismo fra gli interessi delle due ville sia dalle frequenti baruffe fra i bulli d’ambo le parti. Luogo degli scontri era il confine fra i due paesi che era segnato dal Noce, cosicché le rive dello stesso e il ponte “della fucina” servivano da campo di battaglia. Ora avvenne che quei di Mezzocorona appiccassero fuoco ad un crocifisso posto alla metà del ponte dei Mezolombardi. Per salvar il loro crocifisso questi ultimi ricorsero all’aiuto delle forche e con queste impedirono l’atto sacrilego: di qui li uni a gridar “brusacristi” e gli altri di rimando “forcolotti”. Giovanni Battista Fedrizzi, Rivista di Studi Trentini «Pro Cultura», 1912 Chi difende l’“Europa cristiana” dovrebbe tenere a mente che uno dei più impetuosi difensori della cristianità fu Vlad III di Valacchia (1431-1476), tiranno genocidario, impalatore, torturatore. Membro dell’Ordo Draconis (Drachenorden, il suo simbolo era l’uroboro), l’Ordine cavalleresco del Drago del Sacro Romano Impero Germanico, istituito al fine di difendere con ogni mezzo l’Europa dagli ottomani e dagli eretici, fu ripetutamente tradito da quei re “cristiani” che lo mandarono allo sbaraglio.


I suoi eccidi di civili lo resero una figura così sinistra da trasformarlo nell’archetipo dell’Anticristo, associando il drago araldico del suo blasone al diavolo (in rumeno dracul): il non-morto che prende la vita invece di donarla, che condanna alla distruzione invece di condurre alla salvezza, che odia invece di amare, opprime invece di servire, assoggetta invece di liberare, instaura dispotismi gerarchici invece di predicare l’uguaglianza e la fratellanza. Un sondaggio condotto nel Tirolo austriaco dall’istituto di studi sociali dell’Università di Innsbruck nella primavera del 2011 (Donat, 2011) ha rilevato che poco meno della metà dei Tirolesi considera una ferita l’annessione dell’Alto Adige all’Italia (“Die Trennung von Südtirol hat tiefe Wunden hinterlassen”), un valore che resta superiore al 40% tra i giovani. Circa il 60% vede in Andreas Hofer un eroe (48,8% tra chi ha una laurea). Solo un 40% dei 500 rispendenti ritiene che il Tirolo possa o debba cambiare. La metà (58,5% delle donne) vuole che rimanga così com’è ed un 10% vorrebbe tornare indietro (16,5% tra i giovani di meno di 25 anni). Prevedibilmente, l’ordine e la sicurezza sono estremamente importanti per il 59% degli intervistati ed il 36% si proclama tradizionalista. Il 63,2% considera importante (21,2%) o molto importante (42%) testimoniare pubblicamente la propria tirolesità con le bandiere, il costume tipico (Tracht) e parlando il dialetto. Restano una maggioranza anche tra chi ha conseguito la maturità. Il 54% dei Tirolesi pensa che chi arriva in Tirolo abbia il diritto di coltivare la propria cultura ed il proprio stile di vita (nei limiti delle leggi locali), ma per il 56,3% non occorre alcun minareto (“Minarette in unserem Land sind nicht notwendig”). L’autrice dello studio, Elisabeth Donat, ha sottolineato che l’amore dei Tirolesi per la propria terra acquista a tratti una dimensione fisica, corporale, legata alle simbologie del cuore, del sangue e delle radici. Solo un misero 0,6% si sente a casa in Europa ed un 7% considera “casa” l’Austria. Per il 70% casa è il Tirolo, l’Heimat, e una percentuale analoga non preferirebbe vivere in nessun altro luogo del mondo. I 32 ricercatori coinvolti nel sondaggio telefonico notano che la crisi economica e sociale ha ravvivato il desiderio di uno spirito di coesione di stampo hoferiano („Zusammenhalt wie damals am Bergisel”), che lascia perplesso solo il 42,7% dei rispondenti. Complessivamente, il quadro è quello di una società fortemente ancorata ai valori tradizionali (“fest verankert in ihren Wertestrukturen”). Questi risultati sono stati letti dai separatisti sudtirolesi – Südtiroler Schützenbund e Süd-Tiroler Freiheit – come una conferma della necessità di avvalersi dell’indebolimento dei confini nazionali per riunificare il Tirolo. Le rilevazioni delle preferenze e delle valutazioni dei giovani altoatesini e sudtirolesi a cura dell’Istituto provinciale di statistica di Bolzano (ASTAT) offrono molti spunti di riflessione e diversi motivi di sorpresa al riguardo. La ricerca demoscopica del 2006 (Ausserbrunner/Giungano/Koler 2007) si dimostra molto utile per valutare il livello di (in)tolleranza della popolazione locale nei confronti di altre categorie dell’alterità, come gli omosessuali e i non-cattolici. Uno scoraggiante 41% degli intervistati è abbastanza o totalmente d’accordo con il severo ed intollerante atteggiamento della Chiesa nei riguardi dell’omosessualità, mentre solo un misero 26% la critica in modo categorico. Come se non bastasse, disaggregando il dato per età e per genere, si scopre che, tra i giovani fino a 34 anni, quelli dai quali ci si aspetterebbe


maggiore tolleranza ed apertura mentale, oltre il 28% si allinea alla posizione del Vaticano sull’omosessualità. Tra i maschi di ogni età la percentuale di condivisioni sale al 48,1%. A me pare – e mi auguro di essere contraddetto –, che l’interpretazione più realistica di questo valore sia che, almeno tra gli adulti di sesso maschile residenti in Alto Adige, l’omofobia sia purtroppo endemica. Questa mia impressione è confortata da quel 45,1% di ragazzi che considera l’omosessualità innaturale – contro un 14,2% di ragazze – e dal 10,5% che addirittura vorrebbe vederla punita, come se fosse un crimine. È singolare che si possa considerare innaturale e punibile un orientamento sessuale che interessa l’8,8% dei giovani altoatesini tra i 14 e i 25 anni (Ausserbrunner/Bonifaccio/Plank/Plasinger/Sallustio/Zambiasi, 2010). La Chiesa è ancora una presenza imponente nella società altoatesina. Circa il 40% della popolazione è in favore del dogma dell’infallibilità papale, introdotto solo nel 1870, tra forti contestazioni anche in seno alla Chiesa, per contrastare il successo del cattolicesimo sociale e liberale. Quasi un giovane su tre (tra 18 e 34 anni) lo condivide, 4 punti percentuali in più rispetto agli adulti tra i 35 ed i 54 anni. Incontra il sostegno del 43,6% degli uomini di tutte le età. Il 65,5% della popolazione (il 50,0% dei giovani) è soddisfatto delle risposte della Chiesa alle questioni etico-morali in genere. La laicità, ossia la tolleranza delle scelte di coscienza, non pare rappresenti un valore centrale della società civile della Provincia di Bolzano. Alla debolezza della laicità corrisponde immancabilmente una robusta intolleranza verso le scelte di chi non si allinea agli imperativi di un’etica riferita a Dio ed alla Tradizione. Fu il caso di Gesù, come ci insegna Flavio Pajer, docente di pedagogia e didattica religiosa alla Pontificia Università Salesiana di Roma: “L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laici, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, l’eliminazione di ogni menomazione umana” (Pajer, 2007. p. 63). Il quadro che ne ricaviamo è quello di una società ancora fortemente conservatrice ed autoritaria immersa, suo malgrado, in una realtà in continua trasformazione. L’etnocentrismo ne è uno strascico: “l’importanza dell’identità etnica diminuisce man


mano che si passa dall’ambiente rurale a quello urbano, man mano che aumenta la mobilità territoriale, che si avvertono appartenenze territoriali non locali, che diminuiscono l’età e il prestigio professionale. […] L’atteggiamento autoritario è il fattore più strettamente collegato al sentimento etnico” (Goglio/Gubert/Paoli, 1979, pp. 2021). Il problema è che, di norma, la paura del cambiamento tira fuori il peggio della natura umana, il ricorso alla violenza come forma di difesa di un ordine esterno ed interiore che può placare le nostre ansie solo provvisoriamente e che, sfortunatamente, inibisce ogni stimolo a provare a comprendere quel che ci spaventa. Adattarci a questa automutilazione delle nostre facoltà e del nostro spirito equivale ad accettare un isterilimento culturale e sociale. Il problema che fronteggiamo, in Alto Adige, in Trentino e in molte altre realtà alpine, non è strettamente religioso ma culturale in senso più ampio: la cultura patriarcale della violenza, della prevaricazione e dell’abuso. Lo scontro di paradigmi reazionari – il cosiddetto scontro di civiltà – potrebbe introdurre una convergenza verso l’instaurazione di “democrazie” populiste, legate ai valori dell’etnia, del territorio, della tradizione e del consenso sostanzialmente unanime, cioè la negazione della democrazia liberale. Quest’ultima necessita invece di minoranze e soprattutto individui che siano messi nella condizione di farsi sentire e farsi valere, in funzione di stimolo al confronto e di una cittadinanza che sia pronta a mobilitarsi a difesa del diritto socialmente riconosciuto di ciascuno di scegliere liberamente di essere diverso e di sperimentare nuove identità, neutralizzando così la gran parte delle occasioni di scontro e di conseguente oppressione della maggioranza ai danni delle minoranze.

Cristi pensanti e turisti polacchi Oltre 200 Schützen delle 20 compagnie trentine (e rappresentanze dei Bund del Nord e Sudt Tirolo con i rispettivi comandanti in capo) hanno ricordato ieri a San Romedio il pellegrinaggio che Andreas Hofer ha fatto nell'eremo noneso il 7 luglio 1809 alla testa di seicento armati alla vigilia delle battaglie del Bergisel contro le truppe napoleoniche. La cerimonia è stata organizzata nell'ampio spiazzo davanti alla cappella dominata dalla statua del Santo con l'orso. “Schützen trentini pellegrini a S. Romedio”, Trentino, 8 luglio 2012 Il turismo religioso diventa sempre più invasivo: un continuo pretesto per marcare il territorio, ricristianizzandolo. L’esempio forse più citato è quello della statua del “Cristo pensante” che, il 16 giugno del 2009, fu sistemato sulla cima del monte Castellazzo, a quota 2.333 metri slm, una montagna umile, ma gratificante, che offre uno scorcio spettacolare sulle già di per sé meravigliose Pale di San Martino e che sorge all’interno di una riserva integrale del Parco naturale di Paneveggio-Pale di San Martino. L’attrazione religiosa ha attirato decine di migliaia di curiosi e pellegrini, legando simbolicamente questo luogo a Medjugorje e Czestochowa – anche grazie a Paolo Brosio ed ai suoi viaggi organizzati – e quindi promuovendo le Dolomiti sui mercati turistici dell’Est Europa.


Purtroppo l’impatto di migliaia di turisti (presto potrebbero superare la soglia dei 100mila all’anno, ossia diverse centinaia al giorno) non educati al rispetto dell’ambiente non è di poco conto. Le polemiche si susseguono. Il presidente dell’associazione pescatori, Mario Scalet, ha proposto di spostare la statua a passo Rolle, in un’area più accessibile e fornita di servizi igienici. Il consigliere della Comunità di Primiero, Flavio Taufer, ha lamentato l’incuria a cui sono state abbandonate le trincee, ma soprattutto l’ingiuria subita dalla montagna e dalla natura, piegata alle operazioni di marketing e di fede, senza tener conto delle ripercussioni all’interno di una zona tutelata. “Il Monte Castellazzo – contesta l’ambientalista Luigi Casanova – non era una montagna desolata, ma una montagna solitaria, per questo significativa, ricca di spiritualità, che era priva di segni forti ed impositivi, che permetteva a chiunque riflessioni, pulizia della mente ed un incontro reale con la natura, i grandi paesaggi, ed i racconti che giorno dopo giorno ogni montagna ci permette di vivere...In poco tempo, grazie al trekking religioso, eccoci in presenza di una montagna privatizzata, ridotta a pura mercificazione: altro che trekking rivolto alla ricerca delle fondamenta del vivere!” (Questotrentino, 6 ottobre 2012). La natura finora non sembra intenzionata ad inscenare alcuna rappresaglia: si è limitata a far esplodere con una saetta diversi quintali di pietra che formavano la cima del Castellazzo, ad un centinaio di metri dal Cristo Pensante, rimasto però “miracolosamente” indenne (luglio 2012). Trovo molto sagge ed acute le critiche di Piergiorgio Cattani (Questotrentino, 6 ottobre 2012), che tocca tutti i temi essenziali e dolenti della questione: l’industria del sacro, la commercializzazione della religiosità, la proiezione falsamente spirituale dei propri narcisismi, la strumentalizzazione del ritorno alla natura, un’idolatra ricerca all’esterno di ciò che andrebbe cercato interiormente e, immancabile, il culto delle celebrità: Prendi una cima poco conosciuta ma dallo splendido panorama, una statua abbastanza scadente che richiami qualcosa di religioso (meglio se esotico o poco gettonato come può essere un Cristo Pensante), una attenta campagna pubblicitaria, un po’ di Paolo Brosio (adeguatamente stipendiato per guidare i pellegrini) ed ecco sessantamila persone che raggiungono questo bizzarro “luogo sacro”. Il rovescio della medaglia del turismo religioso non sta tanto nell’utilizzo della santità a scopo di lucro o di appagamento dei desideri mondani (l’uomo in fondo è sempre impastato con la terra), quanto nel dover piegare la tradizione fino ad inventarsi letteralmente episodi legati a un preciso luogo, nel rendere la religione un fatto folkloristico perché ormai si sta perdendo qualsiasi tipo di fede, nel mettere sullo stesso piano la visita a un santuario e una camminata enogastronomica, una sosta in una chiesetta alpina con il nuovo tracciato di sci da fondo approntato per raggiungerla, la processione in occasione di qualche ricorrenza religiosa con la desmontegada de le caore. Quando non si sa a che santo votarsi per il turismo, si lancia il turismo dei santi...Ciò dovrebbe far pensare non tanto i laici quanto le persone religiose. La Curia di Trento infatti non vede di buon occhio questi fatti e l’estate scorsa è corsa ai ripari per disinnescare la mina Brosio, che pure trova adepti tra i “marianisti” trentini, sempre pronti a inseguire statuine piangenti (vedi vari casi in Val di Non) e a riempire le sale per mistiche testimonianze di conversioni mediatiche.


Sfortunatamente, la macchina del business pare inarrestabile. Su iniziativa di Claudio Lucian, assessore di Transacqua e presidente della locale associazione artigiani, promotore dell’iniziativa, e con la sponsorizzazione di “Trentino Marketing” (l’Apt provinciale) – ma finanziamento privato –, un albero di Natale del Primiero sarà collocato a Cracovia, in Polonia, di fronte alla casa di Papa Wojtyla, anche per proporre Papa Giovanni Paolo II come “Patrono delle Dolomiti». Non sono mancate le critiche, come quelle del sindaco di Siror, Walter Taufer, che ammette di non capire il senso di “questo miscuglio fra marketing, religione, solidarietà. Non si può confondere il marketing, la vendita commerciale della zona turistica con la religiosità; in questi momenti ognuno deve attenersi ai suoi compiti e soprattutto avere un profilo più sobrio nelle scelte da fare”. Il sindaco di Tonadico, Aurelio Gadenz, ha obiettato che offrire in dono alberi ad un paese che produce 20 volte più legname dell’Italia, confondendo religiosità e pubblicità, gli pare davvero poco lucido. Persino don Giampietro Simion, Decano di Primiero, ha liquidato lapidariamente l’intera faccenda: “Posso dire soltanto che le parrocchie non sono coinvolte in questa iniziativa”.

Il Sacro Cuore della Patria In Tirolo non rimane solo Andreas Hofer ad impersonare un mito carico di forti connotazioni politiche, fulcro di energie coesive e di tendenze separatiste; anche il Sacro Cuore viene fatto scendere in campo. Accanto alla tradizione inventata di un’ininterrotta devozione religiosa al Sacro Cuore fin dal 1796, va riconosciuta un’ulteriore e reale linea di tradizione nella storia di questo culto, che si palesa in una strumentalizzazione dei simboli religiosi del Cuore di Gesù a fini politici. I “fuochi del Sacro Cuore” tornano a dimostrarcelo nel giugno di ogni anno. Claudia Schlager, “Andreas Hofer eroe del Sacro Cuore di Gesù?” (2009) È difficile crederlo ma, tremila anni dopo l’Età del Bronzo, molti sudtirolesi credono ad un patto vincolante siglato con Dio al tempo di Andreas Hofer. Dio è tenuto di tanto in tanto a dare un’occhiata alle vicende alpine, quando non è troppo occupato in Medio Oriente. Questa santa alleanza viene ritualmente celebrata dagli Schützen, uomini in uniforme che marciano imbracciando lo schioppo, nella più fedele emulazione della vita di Gesù. In certe occasioni si portano dietro una corona di spine per far sapere a tutto il mondo quanto è dolente la condizione della minoranza più tutelata e viziata del mondo. Ulrike Mair, la leader dei Freiheitlichen, eredi del notorio Jörg Haider, incoraggia i giovani a mantenere ben salda la devozione al Sacro Cuore di Gesù, rinnovando il summenzionato patto. Un appello che seduce le menti intossicate dalla sacralizzazione della loro militanza politica. Un movimento politico che ha conferito uno status religioso ad un’entità astratta ma terrena (etnia, lingua, classe, razza, stato, rivoluzione, ecc.) che ora è oggetto di venerazione. In Alto Adige, come in Catalogna, il separatismo è diventato quel tipo di religione politica: la nuova patria redenta è un idolo, circonfuso da un alone di gloria e sacralità, inoppugnabile verità rivelata intorno a cui si è elaborata una nuova liturgia


politica, fatta di insegne, sermoni, ritualità, credenze, miti, fervori, eresie, anatemi, crociate, stigmata, messianismi, comandamenti, storia sacra e simboli (Peterlini 2010). Come ogni religione, anche la religione politica può essere integralista, intransigente, intollerante, esclusiva, con la suprema ambizione di governare le coscienze, indottrinandole, convertendole, monopolizzandole. In “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010), io e Mauro Fattor mettevamo in guardia contro i legami “mistici” che si formano tra esseri umani e golem, ossia le creazioni dell’immaginario umano (nazione, popolo, patria, comunità, etnia, razza, ecc.) sorte per difendere la psiche degli individui, ma che con il passare del tempo assumono una propria volontà e si trasformano in vessatori e parassiti della mente. Per questo, in Alto Adige, si celebrano ancora oggi i terroristi sudtirolesi: il culto degli eroi e dei martiri (Peterlini 2010). Il popolo è concepito come comunità mistica di credenti (in realtà intenti principalmente all’autoadorazione – usano la patria come specchio in cui riflettersi). Infatti la destra continua a parlare a nome di tutto il Volk sudtirolese, pur essendo minoritaria (mistica della comunità e del cameratismo). In realtà, essendo minoritaria, disprezza la maggioranza della popolazione, perché non è ancora all’altezza delle loro aspettative: nel nuovo stato avrà mano libera nella sua opera di rieducazione e rigenerazione. La loro personalità e mentalità è totalitaria: hanno in mente un’ingegneria ideologica che si manifesterà in una costante pressione indottrinante. Si arriveranno a veri e propri pinnacoli di deliri ideologici ed imbecillità radicata come a

Dayton, dove serbi, croati e bosniaci pretendevano di avere degli interpreti per comunicare tra loro quando la lingua era virtualmente identica. Lo stesso fanno i rappresentanti catalani al parlamento spagnolo, pur conoscendo perfettamente la lingua nazionale: un enorme spreco di denaro pubblico in ossequio al più meschino e capriccioso particolarismo. È il rifiuto di comunicare con l’altro, la volontà di costruire muri, filtri, pareti divisorie, di essere sempre contro e quasi mai per. Chi controlla la lingua contro un fattore di non-comunicazione, di interruzione dell’interazione umana. Ma è una patologia della psiche: non una tara naturale, ma indotta, coltivata, custodita come una risorsa. La commistione di questo autoerotismo mentale su scala collettiva e della consacrazione della propria anima e della propria persona al servizio di Dio è oscena, blasfema, tragicomica, grossolana. Gli storici hanno abbondantemente documentato che il destino di ogni civiltà è quello di degradare il solenne nel grottesco e nel volgare, quando si avvicina al suo crepuscolo. Il cristianismo identitario delle destre etnopopuliste europee è emblematico di questa involuzione culturale e morale ed è uno dei maggiori ostacoli alla presa di coscienza che l’umanità deve gradualmente riconoscersi come un’unica, grande famiglia con dei problemi di fondo, non congiunturali, da risolvere al più presto. Mentre Gesù predicava sceglierebbe l’interscambio, la contaminazione, l’apprendimento, il bene comune, i cristianisti predicano l’esclusione, o l’assimilazione o l’annientamento del diverso. Con buona pace di uno dei motti degli Schützen “jeder Mensch ist mein Bruder” (“ogni essere umano è mio fratello”). L’acume di Gustavo Zagrebelsky ci torna come sempre utile per inquadrare meglio la questione (“Simboli al potere”, 2012, pp. 29-30):


“Nei primi tempi, i tempi della clandestinità, non esisteva un simbolo dei cristiani, per così dire, ufficiale. Il più diffuso era il pesce, ma ci si riconosceva anche in altri segni, come l’ancora, la palma, la corona, l’albero (della vita), il vitigno, la nave, l’aratro, il pane, la fonte d’acqua viva, l’araba fenice. La croce era assente o, forse, dissimulata con ritegno. Come simbolo cosmogonico di religioni pagane e come strumento di tortura e di esecuzione capitale riservato agli schiavi ribelli e fuggitivi, proveniva da mondi non solo distanti, ma ostili alla nuova religione e testimoniava dell’inimicizia romana nei confronti del fondatore e dei suoi seguaci. Solo con l’avvicinamento e poi l’alleanza tra la nuova religione e l’impero nel IV secolo (il sogno di Costantino e la croce sulle armi dei suoi soldati; l’abolizione di quel tipo di patibolo da parte di Teodosio), il simbolo cristiano per eccellenza fa la sua comparsa nell’iconografia e, da simbolo di persecuzioni e umiliazioni subite, diventa simbolo di vittoria sul mondo. La croce, all’inizio, è nuda; il Cristo crocefisso non compare. Quando inizia a essere rappresentato, a partire dal V secolo, è raffigurato come il vivente per eccellenza, nella veste di Christus triumphans, con gli occhi aperti, lo sguardo diritto sul mondo e il volto glorioso nell’adempimento delle profezie. Era il simbolo di vittoria sulla sua morte e sui suoi persecutori e quindi, anche, di potenza mondana. A partire dal XII secolo, in concomitanza con l’assunzione di politiche aggressive di potenza da parte del mondo cristiano nei confronti degli “infedeli”, gli ebrei “deicidi” e i “mori” che dominavano in Terrasanta, l’aspetto del Cristo in croce cambia radicalmente e diventa il Christus patiens, col corpo ripiegato, il corpo contratto dalle sofferenze o irrigidito nella morte, un corpo che è in se stesso un’accusa e che sembra chiedere giustizia, cioè, in breve, vendetta. È questo il volto del Cristo sotto il quale saranno arruolati i crociati…Ancora questo era il Cristo in nome del quale i re cristiano conducevano guerre tra di loro e convertivano o sterminavano le popolazioni indigene al seguito dei colonizzatori europei. Espressione di aggressività popolana era il crocifisso che il prete fanatico portava in processione alla testa delle spedizioni punitive – i pogrom contro gli ebrei – negli shtetls dell’Europa centrale, come sono rappresentati nella Crocifissione bianca di Marc Chagall, dove all’ombra della croce bruciano villaggi. […]. Da simbolo di trionfo a simbolo di vendetta…a simbolo passivo, perché chiunque può fargli dire quello che vuole, come se fosse una marionetta… Dopo essere stato così secolarizzato, laicizzato, sociologicizzato, per poterlo comunque appendere nelle aule delle scuole e dei tribunali, lo si è addirittura zittito: simbolo muto che non simbolizza nulla, e quindi “inoffensivo” perché morto. Così ha stabilito la più alta giurisdizione europea dei diritti, precisando che non può perciò “indottrinare” nessuno. È stupefacente che il mondo cattolico, nelle sue istanze gerarchiche superiori, abbia gioito di questa sentenza, invece di considerarla oltraggiosa nei confronti del proprio segno più caro, nel quale è concentrata l’essenza della propria fede e del proprio messaggio…Il Cristo in croce resta dov’è, testimone esanime d’una controversia che ormai non lo riguarda, o meglio lo riguarda strumentalmente, come blasfema posta in gioco in una contesa apparentemente di simbologia religiosa, in realtà di puro potere”. Una contesa di puro potere che ritroviamo proprio al centro delle origini delle dispute sudtirolesi, dal culto del Sacro Cuore, al divieto di adibire delle aree pubbliche a luogo di culto per i musulmani, alla contestazione delle iniziative museali, all’insistenza con cui


destra sudtirolese ed SVP ribadiscono che l’Alto Adige non è una società laica, ma cristiana, reiterando così l’ormai classico errore (orrore) di confondere ateismo e laicità. Il culto del Sacro Cuore di Gesù, particolarmente in voga tra gli indipendentisti sudtirolesi, è di recente conio (Jonas, 2000) ed il suo impiego a fini politici in Austria ha subito forti oscillazioni, essendosi quasi dissolto prima del 1848, per poi tornare in auge al servizio dell’Impero (Schlager, 2011), anche se le sue prime manifestazioni risalgono almeno all’epoca di Francesco di Sales (1567-1622). Circa un secolo prima della Rivoluzione francese, alcune visionarie francesi annunciarono di essere in contatto con Gesù. Questi, dopo aver mostrato loro il cuore sanguinante, le aveva istruite sull’epico ruolo della Francia, nazione eletta, e del suo popolo prescelto, chiamato a compiere una missione per conto dell’Onnipotente, se solo re Luigi XVI avesse consacrato la nazione al Sacro Cuore di Gesù, inserendolo in stemmi e bandiere reali. Il sovrano non prestò ascolto a queste suppliche e gli integralisti cattolici francesi continuarono a dargli la colpa per la mancata supremazia francese nel mondo. Il culto si diffuse comunque tra la popolazione, con alterne fortune (i valligiani francesi, a differenza di quelli tirolesi, lo accolsero tutt’altro che entusiasticamente), specialmente ad opera dei Gesuiti, e il simbolo divenne un talismano contro il malocchio e le malattie, impiegato per arrestare la peste marsigliese del 1720 – che fece letteralmente esplodere la venerazione per il Sacro Cuore –, e la “pestilenza” rivoluzionaria del 1789, che rinsaldò il culto attorno al retaggio dell’ancien régime. Gli insorti anti-rivoluzionari Vandeani indossavano il Sacro Cuore nella convinzione che li avrebbe protetti dalla “violenza satanica” della Rivoluzione. Fu allora che il Sacro Cuore, per la prima volta nella storia, divenne un simbolo politico associato alla monarchia, al clero, alle “gerarchie naturali” tra esseri umani, alla devozione, alla resistenza al cambiamento, insomma a quel coacervo di motivi reazionari che, negli Stati Uniti, si identificano nella bandiera confederata. Quel che merita di essere posto in rilievo è che questa liturgia fu fortemente osteggiata dal Vaticano almeno fino al 1765, tanto che i libri ad essa dedicati erano messi all’indice; non fu accolta ed istituzionalizzata fino al 1856. Insomma, ci vollero quasi due secoli perché la Chiesa si adattasse a questo cambiamento. A partire dalla metà del diciannovesimo secolo, i conservatori austriaci che contavano, riuniti in un’alleanza che abbracciava clero, nobiltà e proprietà fondiaria, reagirono all’assalto liberale e del cristianesimo sociale usando le celebrazioni hoferiane come nucleo centrale di un programma di mobilitazione politica che comprendeva tre strategie: manipolare il culto del Sacro Cuore di Gesù a fini politici, incoraggiare lo spirito patriottico localistico con la glorificazione di Andreas Hofer e finanziare le milizie locali (Schützenvereine) per rinsaldare i legami di lealtà tra popolino e dinastia imperiale. Il tutto “für Gott, Kaiser, und Vaterland” (Cole, 2000). L’obiettivo era quello di dar vita ad una vera e propria teologia politica di militanti cattolici e di fare in modo che la religione cattolica fungesse da unica guida morale per la vita politica e sociale tirolese, respingendo il liberal-progressismo cattolico e laico come si era fatto con le armate franco-bavaresi.


Lo storico britannico Laurence Cole ha descritto molto accuratamente la dimensione politica del culto del Sacro Cuore di Gesù, un fenomeno religioso quintessenzialmente barocco, ma decisivo per il trionfo della Contro-Riforma nel Tirolo, grazie alla sua “rappresentazione sensuale del legame personale tra il credente e il Cristo Redentore”, che serviva a sostenere un “ordinato mondo patriarcale dove ciascuno era collocato al suo posto, come decretato da Dio” (Cole, 2001, p. 83). Così, paradossalmente, l’invocazione del sacro nome di Gesù per intercedere tra il credente e Dio era accostata al “sacrosanto” diritto di portare armi e a preservare il sistema patriarcale della primogenitura, un diritto in palese contraddizione con l’egalitarismo nonviolento predicato da Gesù il Cristo. Contemporaneamente, il tradimento, la passione ed il sacrificio di Andreas Hofer per l’imperatore, la chiesa e la patria furono sciaguratamente accomunati a quelli di Gesù il Cristo, mentre il contrasto con il neonato stato italiano spinse gli elaboratori della novella ideologia a riconfigurare l’insurrezione hoferiana come “una ribellione contro tutto ciò che era Welsch” La costruzione di una particolare interpretazione egemonica dell’identità tirolese, a beneficio di certi gruppi di interesse, passò anche per l’estensione dell’antisemitismo tradizionale, che assunse i contorni dell’antisemitismo xenofobico, politico ed economico scagliato contro le varie manifestazioni della modernità (liberalismo, capitalismo, socialismo, cosmopolitismo, ecc.). Ci fu un uso politico dell’Herz-Jesu-Kult anche in forma difensiva, nel quadro di una retorica emergenziale che dipingeva quell’epoca come una fase cruciale dello scontro tra il Bene e il Male in cui i Tirolesi erano il Popolo Eletto destinato a fungere da scudo della vera fede. Queste non furono iniziative intraprese dal basso. Furono il risultato di un disegno politico molto ben pianificato dagli ambienti conservatori più influenti, che riuscirono a manovrare quello che era un eroe popolano, plasmandolo a guisa di campione inconsapevole della loro causa (Faustini, 1985; Cole, 2000). Un metodo che, come detto, funziona ancora oggi, perché non viviamo in una nicchia ecologica, ma in una nicchia simbolica, immersi in simbologie di ogni tipo. Leggiamo le realtà simbolicamente, usiamo un linguaggio che è essenzialmente simbolico, compiamo azioni simboliche, cerchiamo di conferire alle nostre esistenze un valore simbolico. Dalla scelta del capo firmato, a quella dell’anello, dell’auto, dell’emblema del partito, della chiesa, della squadra, della nazione, ecc. quasi ogni momento della nostra giornata è simbolicamente pregnante. Per questo chi controlla i simboli (e in special modo gli archetipi) controlla gli esseri umani. Ciò che avvenne in Tirolo fu che la simbologia legata all’identità contadina (il Bauer archetipico, cf. Fait/Fattor, 2010), al folklore rurale, all’immagine dell’idillio bucolico – descritto come una ridotta alpina in grado di reggere agli assalti rivoluzionari –, alla fede e liturgia cattolica ed alla figura dell’eroe-martire fu artatamente manipolata in modo tale da far credere alle “immorali masse di lavoratori” di essere le vere beneficiarie della mobilitazione, quando invece il fine era quello di conservare il più a lungo possibile la struttura piramidale della società tirolese, con i suoi monopoli corporativi, l’ignoranza, la bigotteria, la sanità arretrata, la discriminazioni di donne, bambini, omosessuali e noncattolici, la scarsa mobilità sociale (Cole 2000, 2001; Cole/Heiss 2007). La retorica del popolo puro, autentico e moralmente ineccepibile, custode di un’era preindustriale, imprigionato (ewiggestrig) nel ciclo dell’eterno ritorno, attirava i turisti in cerca


di esotismi e tacitava ogni forma di dissenso, bollato come anti-patriottico ed anticristiano (Götz 2001; Dann/Hroch, 2003). Andreas Hofer è, ieri come oggi, il simbolo dei patrioti senza se e senza ma, dell’assenza di autocritica, dei tabù contro il contagio di idee sovversive (Peterlini 2010). Nel 1896, il deputato tirolese Franz v. Zallinger esclamava orgogliosamente: “Quella tirolese è un’alleanza registrata formalmente e non una semplice consacrazione al Sacro Cuore. Il Tirolo è l’unica regione d’Europa che ha stretto un’alleanza col Sacro Cuore di Gesù attraverso i suoi rappresentanti giuridici” (Romeo, 1996). Il patto è stato rinnovato fino ai nostri giorni, tanto che gli Schützen sudtirolesi intendevano marciare con una corona di spine (!) in occasione del bicentenario della morte di Andreas Hofer, ma a causa della contrarietà dei commilitoni tirolesi, si sono dovuti accontentare di ricoprirla di rose rosse. Come i loro predecessori, sono pedine di un gioco molto più grande di loro.

La rana crocifissa I simboli, allora, diventano massa e bloccano gli argomenti, il ragionamento, il discorso e, naturalmente, il dialogo, trascinando le passioni, il fanatismo, le paure e spesso le stupidità di migliaia o milioni di persone verso il conformismo passivo e la violenza attiva. Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere” Molti si ricorderanno della famosa vicenda della rana verde che stringe un boccale di birra ed un uovo tra le zampe, autoritratto dell’artista tedesco Martin Kippenberger (1943-1987), torturato dall’alcolismo (e dagli stupefacenti), la sua croce. Nel 2008 fu esposta al Museion di Bolzano e scatenò la furia di una parte della popolazione locale. La destra sudtirolese raccolse migliaia di firme per far rimuovere la scultura. Il presidente del Consiglio Regionale, Franz Pahl, arrivò a digiunare per protesta e a tuonare contro l’amoralità che necessariamente colora ogni prospettiva sul mondo che non sia bigotta: “La Rana è un oltraggio alla nostra cultura. Se continueremo di questo passo arriveremo alla totale anarchia”. Ora, al di là del fatto che la stessa destra che mandava gli Schützen (ce ne sono oltre 5mila in Alto Adige) a presidiare l’accesso al Museion ora bolla come primitivi i musulmani che si sentono ingiuriati da una pellicola trash che ritrae Maometto come un pedofilo-stupratore-pappone-sterminatore, questa è una dichiarazione che esplicita la bizzarra credenza che non insegnare ai bambini la (presunta) verità di una particolare religione equivalga ad educarli al nichilismo. Bizzarra perché c’è da augurarsi che molti concordino nel dire che la fonte più affidabile per una condotta autenticamente morale è imparare a metterci nei panni degli altri. Chiunque dovrebbe essere in grado di farlo, ma sono proprio le militanze ed identificazioni forti (incluso l’ateismo) ad essere di grave ostacolo. Non è una questione da poco. Siamo in presenza di un fondamentale fraintendimento della natura umana. Pahl e chi ha preso le sue difese evidentemente crede, in contrasto con l’evidenza empirica fornita da scienziati cognitivi e pedagoghi, che gli esseri umani non possiedano una coscienza morale innata, cioè a dire che siamo nati immorali (nel


peccato?) e che solo un rigoroso indottrinamento ci consente di attenerci ad una condotta etica. In altre parole, non c’è un istinto innato ma una coscienza culturalmente costruita e quindi la tenace venerazione dei propri idoli etnici (golem) è di importanza centrale. Il problema è che questa tipologia umana, che pure esiste, è minoritaria e rientra nella categoria degli psicopatici/sociopatici che, secondo varie stime, possono arrivare a comprendere fino al 6-7% della popolazione umana e che, essendo privi di coscienza (empatia) e motivati unicamente dal proprio interesse, sono costretti a fingere di essere persone morali imitando gli altri o osservando pedantemente certi codici di comportamento. Non c’è dunque alcunché di psicologicamente salutare ed eticamente desiderabile in questa visione del mondo. Dal canto suo, Elmar Pichler-Rolle, il presidente del partito di governo in Alto Adige, l’SVP, chiese la rimozione dell’opera perché “troppi sudtirolesi si sono sentiti feriti nei loro sentimenti religiosi”. Curiosamente, il “mobbing spirituale” che ingiuria un “sano” timore reverenziale nei confronti dell’Altissimo non include l’uso del sacro cuore e della corona di spine per consacrare i propri narcisismi neotribali e le sfilate in uniforme con lo schioppo. Tutto questo, in Alto Adige, è considerato moralmente e religiosamente legittimo, anzi, nobilitante (Peterlini 2010). Chissà cosa ne pensa l’Altissimo. Un collaboratore di origini iraniane del Museion ne ha pensato tutto il male possibile: “Da noi è iniziata così, con divieti progressivi. Spero nella tolleranza italiana, sono fuggito qui per cercare la libertà delle idee” (L’Espresso, 09 luglio 2008). Verso la fine del 2011 la rana è arrivata a Portland. Anche lì le polemiche ci sono state, perché l’integralismo cristiano non è assente neppure nel progressista nord-ovest degli Stati Uniti. Alcuni hanno perfino citato Pahl e compagnia bella (la globalizzazione dei pregiudizi). Ma, mentre nell’Oregon la controversia è diventata occasione di confronto e di introspezione, in Alto Adige l’opportunità è sfuggita di mano, sommersa dall’impeto di migliaia di animi accesi, non ultimi gli animalisti che se la sono presa a nome di tutte le rane per l’offesa rivolta al mondo animale. Pochi hanno capito che quella rana parlava di noi, a nome di tutti noi. Sergio Camin (“Quella rana siamo noi”, Alto Adige, 27 maggio 2008) ha provato a comunicare questo concetto, ma è stato compreso, come spesso accade, solo da chi aveva già capito: “L’opera di Kippenberger è una sentenza su un modo di campare, dannatamente diffuso proprio qui da noi, su cui è il caso di soffermarsi a ragionare almeno nelle pause tra una festa dello speck e l’altra, caro Durnwalder, ed è proprio quella croce, che ci aiuta a capire. Nessuno scandalo, nessuna blasfemia. Le reazioni che ci sono state, denunciano un clima preoccupante in cui latita la voglia di capire e domina la paura, il senso incomprensibile di accerchiamento, il bisogno di affermazione, che rischia di diventare arroganza. Per un’opera come questa non dovrebbe servire nemmeno la tolleranza, non ce n’è bisogno, non c’è nulla da tollerare, eppure non c’è stata nemmeno la tolleranza di chi non capisce, quella stessa tolleranza troppe volte manifestata e con foga sospetta anche a chi si è trovato davanti ad accuse infamanti di pedofilia. Kippenberger è morto da una decina d’anni, eppure siamo


qui, grazie al suo lavoro, a ragionare su come siamo o dovremo essere, a provare a crescere. A questo mi auguro possa continuare a servire il Museion”. Un lettore, Renato Rigotti, coglie il messaggio, ma solo perché già dimora nella stessa sfera di coscienza (presenza di spirito); la traduzione per lui è istantanea: Io quando ero piccolo vivevo in campagna e vidi molte volte crocifissi dopo i baccanali cani, gatti ed anche rane per l’appunto; - ecco perché la mia mente è colpita con brivido dall’espressione artistica in oggetto. Ma qui ho capito in modo limpidissimo che l’arte moderna non è momento di istruzione, ma di consapevolezza. Come un tempo Fidia e Prassitele vollero raggiungere il bello e proporlo come immagine di ammirazione, così oggi si capisce che qualcuno cerca la strada per rendere consapevoli “uno, nessuno, centomila” di ciò che avviene e nessuno se ne accorge, di ciò che sentiamo e nessuno lo vuole capire. I simboli innescano i processi espansivi o contrattivi della coscienza. È il loro ruolo nell’universo umano.

La geopolitica dell’abbazia di Stams Nella Mitteleuropa ci sono le radici vere dell’Europa, in quanto in quest’area i popoli sono uniti da un modo d’essere e da una cultura comuni che si oppongono all’annientamento della società operata dalla globalizzazione voluta dai grandi finanzieri. Umberto Bossi Da Paneuropa ci dividono obiettivi contrastanti. Ne accettiamo il rigore del principio di organizzazione sovrastatale, la richiesta di abbattimento dei dazi doganali e tutto quello che è rivolto all’abolizione della frammentazione e dei particolarismi europei. Ma per quanto sostenga sinceramente il contrario, Paneuropa avrebbe implicazioni analoghe a quelle che ebbe a suo tempo la Mitteleuropa di Naumann, significherebbe soltanto una nuova forma di imperialismo. Otto Lehmann-Russbuldt, presidente della Lega tedesca per i diritti umani, 1928 Nel duemila tutta la regione del Baltico, con la sola eccezione della Russia, farà probabilmente parte della CEE, e allora si formerà una vasta zona, che includerà la Germania del Nord ma anche gli Stati scandinavi, e la Polonia, con interessi comuni, che saranno diversi da quelli, diciamo, della Germania meridionale. Un’altra regione sarà quella che comprenderà la Renania, il Benelux e il nord della Francia. Una terza quella cui potranno appartenere la Baviera, l'Austria, l'Alsazia e l'Italia settentrionale, ecc. ... Ci sono persone, specie in Italia, che quando parlano di un'Europa delle regioni si riferiscono a entità che non tengono alcun conto delle frontiere nazionali: una zona industriale occidentale, una dell'Europa centrale, una delle Alpi. Per quanto riguarda l'Italia, io penso che la sua parte settentrionale scoprirà di avere molti più interessi in comune con la Germania meridionale che non con l'Italia meridionale. Hans-Dietrich Genscher, ex ministro degli esteri e vice-cancelliere tedesco, intervista all’Espresso, 27 dicembre 1992 Religione e politica sono inscindibili.


Il già citato Michl Ebner, al centro di un importante conflitto di interessi in Alto Adige, è un neoliberista fautore di un’Europa che superi la forma organizzativa degli stati-nazione e che si componga di regioni con un profilo etnolinguistico fortemente radicato (intervista al “Cristallo”, LIII 1, 2011). La festa di compleanno per i suoi 60 anni e per i 40 anni di attività all’Athesia si è svolta nientemeno che nell’abbazia di Stams, in Austria, legata alla figura del suo fondatore, il conte Mainardo II, considerato il progenitore della nazione tirolese. Centinaia di invitati, due ore circa di liturgia solenne celebrata dall’abate stesso, alla presenza delle élite di Tirolo, Trentino, Slovenia, Croazia e di politici giunti direttamente da Roma, Vienna e Bruxelles. Un’aristocratica pomposità auto-celebrativa che non si vedeva dai tempi dell’impero asburgico o, meglio ancora, da quello carolingio, in un luogo che fu impiegato dai nazisti per accogliere gli optanti sudtirolesi per il Reich. C’è la speranza che queste ritualità non siano in alcun modo collegate ad un eventuale progetto di restaurazione di un ente sovranazionale, nato sulle ceneri dell’Unione Europea. Una sorta di impero multinazionale (multi-comunitario), federalista, regionalista e, soprattutto, cristiano, sul modello asburgico, ma anche carolingio, però declinato secondo le sensibilità contemporanee: la famosa terza via tra l’imperialismo mercantile ed il nazionalismo. È un’idea che circola da tempo negli ambienti politologici della cosiddetta Nuova Destra ed è stata elaborata, tra gli altri, da Alain de Benoist, Franco Cardini, Guy Héraud e da un caro amico di Michl Ebner, l’onnipresente Ottone d’Asburgo. È anche sostanzialmente compatibile con il piano di un’Europa a più velocità, auspicato da Wolfgang Schäuble ed approvato da Angela Merkel, con un euro-nucleo nordico (Kerneuropa) ed un’appendice periferica a diversi cerchi concentrici di integrazione. L’europarlamentare Biagio De Giovanni, nell’apprendere i contorni di questo progetto dei democristiani tedeschi, denunciò nel corso del dibattito svoltosi a Strasburgo il 28 settembre 1994 la forzatura che si stava programmando di mettere in atto: “L’Europa unita non può nascere dall’interno dell’egemonia di un direttorio politico o di un imperialismo federativo. Si tratta di una forzatura politico-culturale che va contro il Trattato di Maastricht, si tratta dell’affermazione di un’Europa carolingia che registra i rapporti di forza e li stabilizza così come sono, rafforzandoli anche per il futuro secondo una progressione geometrica”. Un paio di anni dopo, in occasione di una conferenza tenuta a Praga nel gennaio del 1996 (l’intervento era intitolato “La NATO in Jugoslavia. Perché?” ed è facilmente reperibile in rete) Sean Gervasi, già consulente economico nell’amministrazione Kennedy – rassegnò le sue dimissioni in segno di protesta per la disastrosa tentata invasione di Cuba del 1961 – e docente alla London School of Economics ed all’Università di Parigi-Vincennes, nonché Consulente del Comitato delle Nazioni Unite sull’Apartheid, prefigurò precisamente il tipo di evoluzione del progetto europeo paventato da De Giovanni:


“Il centro sarà la regione più sviluppata da tutti i punti di vista: sarà la più avanzata tecnologicamente e la più ricca; avrà i livelli salariali più alti e i redditi pro capite maggiori; si dedicherà esclusivamente alle attività economiche più profittevoli, quelle che la pongono in posizione di comando del sistema. La Germania si occuperà perciò di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attività insomma di programmazione e coordinamento dell'economia delle altre regioni. Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi più bassi. […]. La Germania dunque, coll'appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l'economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attività subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l'esportazione verso il nucleo e i mercati d'oltremare.…Gran parte dell'Europa orientale e dell'ex Unione Sovietica è dunque destinata a rimanere un'area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica”. La crisi dell’eurozona ha reso molto più concreta questa prospettiva, che Lucio Caracciolo (Caracciolo 2010, p. 56) ha condannato senza appello: Questa forse è la peggiore delle derive della tecnocrazia, che tendendo a esautorare la politica riporta in auge gli stereotipi culturali. Come se vi fossero Paesi geneticamente dediti a spendere e spandere, e altri Paesi costitutivamente dediti alla virtù. In ogni stereotipo, come in ogni leggenda, c'è una base di verità. Farne però la regola immutabile, il destino di un popolo, è la fine della politica. Nel caso dell'euro, concepire come hanno fatto e tendono di nuovo a fare i tedeschi, un Euronucleo di Paesi automaticamente virtuosi, è un modo di ragionare antipolitico. Una sorta di etnomonetarismo. Trascurando..che la stessa Germania, oltre naturalmente alla Francia, ha allegramente deviato dalle presunte virtù e dalle regole scritte in più di un' occasione. E dimenticando che gli altri europei hanno pagato un prezzo molto alto per l'unificazione tedesca, contribuendo allo sforzo di Berlino volto a riempire il buco nero della Rdt con enormi trasferimenti finanziari, dai risultati peraltro discutibili. E purtroppo questo etnomonetarismo si sposa con analoghe tendenze interne agli Stati membri. Penso anzitutto al Belgio, ma anche all'Italia, alla propaganda leghista sull'inconciliabilità fra Nord e Sud. Un piano di ingegneria istituzionale su scala continentale che non si discosta da quello già rifiutato da Luigi Einaudi circa un secolo fa perché “[una tale federazione] avrebbe corso il rischio di essere dominata dalla Germania e in tal modo si sarebbe riproposto lo schema di una Mitteleuropea sotto l’egemonia tedesca, che era il progetto di tanti intellettuali e politici degli Imperi Centrali” (cit. Cressati, 1990, p. 27).

LE FANTASIE DELLA RAZZA PADRONA


Proprio in un territorio di minoranze come l'Alto Adige l'immigrazione non equivale solo a una sfida sociale, ma soprattutto anche etnico-culturale e potrebbe diventare una questione di sopravvivenza per il gruppo etnico tedesco e quello ladino. Gli stranieri oggi residenti in Alto Adige vivranno qui, lavoreranno, si sposeranno, avranno figli, otterranno la cittadinanza e quindi godranno del diritto di voto e rientreranno nella ripartizione proporzionale. Questo significa che avranno voce in capitolo. La politica deve quindi analizzare questo fenomeno molto attentamente, per prendere sin d'ora misure affinché gli stranieri non si aggreghino per la maggior parte al gruppo linguistico italiano. Frequentando gli stranieri si può già oggi spesso notare che la gran parte degli immigrati parla solo italiano e quindi si unisce alla popolazione italiana. Ordine del giorno n. 13 del 15 settembre 2011, presentato dai consiglieri Knoll e Klotz, concernente la regolamentazione dell’immigrazione. Quando gli uomini entrano in conflitto non è perché hanno costumi o culture diverse, ma per conquistare il potere, e quando lo fanno seguendo schieramenti etnici è perché quello dell’etnicità diventa il mezzo più efficace per farlo Ugo Fabietti, “L’identità etnica” Abbiamo limitato il concetto di “prossimo” a quelli che sono come noi, che condividono gli stessi usi e costumi, che hanno una faccia bianca rassicurante, che parlano la nostra lingua, che hanno sufficienti risorse economiche per non chiederci niente, e soprattutto che non ci importunano sulla strada se non per un distratto buon giorno o buona sera…con la pigrizia del pensiero, che evita un attento esame della realtà, a essere messi ai margini della storia, in futuro, non saranno gli immigrati, ma saremo noi. Umberto Galimberti, “Il razzismo? Una brutta storia”, D, 8 settembre 2012 È a dir poco sconcertante l’imponderabile casualità della brutalità verso certe categorie di esseri umani che guida le azioni delle molte persone ancora prigioniere di una visione pre-copernicana dell’universo, in cui loro sono al centro di tutto ciò che è vero, buono e giusto. È questa antiquata visione della realtà che permette loro di premere un interruttore e spegnere la coscienza, trasformandoli, a tutti gli effetti, in sociopatici. Un pregiudizio che è come il permafrost e congela i pensieri complessi, quelli più faticosi, quelli più degni di un essere umano, impedisce di capire che ogni membro della categoria disprezzata e temuta è unico come un cristallo di neve: è più facile giustificare il proprio comportamento quando i propri occhi non vedono individui ma masse impersonali. Nel degradare a questo modo l’altrui e la propria condizione, i discriminatori e gli intolleranti non si rendono conto che stanno redendo permanente la loro condizione di macchina da lavoro e macchina da consumo. Non sono molto più liberi di chi si trova sotto di loro nella scala sociale. Lo sarebbero se si unissero a loro e formulassero delle rivendicazioni precise, nell’interesse comune: ma la loro presunzione è un ostacolo quasi insormontabile. Preferiscono essere servi di un sistema iniquo, se sanno che c’è chi è messo peggio di loro (schiavi). Chi invece non riesce a spegnere la coscienza si trova nella scomoda posizione di essere circondato da specchi: gli sfruttati, i perdenti della competizione sociale, gli Untermenschen, sono degli specchi per le loro coscienze e l’immagine riflessa è desolante, a volte


repellente. Non è sempre facile far finta di niente. La filantropia è solo un palliativo. La soluzione, molto spesso, è quella di dare la colpa agli specchi, i capri espiatori delle coscienze sporche. È complicato assumersi delle colpe finché non sei costretto a farlo. Tribalismi, caste, categorie rigide ed impermeabili innescano un processo vecchio quanto l’uomo: l’ignoranza produce paura, la paura produce odio, l’odio produce violenza, la violenza produce altra violenza e alla fine il più forte la fa da padrone e ritiene di essere nel giusto e che le sue azioni e decisioni siano legittime, in quanto trionfatore nella lotta per la sopravvivenza. Figlio di un diplomatico norvegese a Londra e Parigi, Anders Behring Breivik, che aveva frequentato le stesse scuole esclusive dei rampolli della famiglia reale, si immaginava guerriero romantico (rigorosamente ipermascolino, sebbene sessualmente confuso). Il suo nome di battaglia era Sigurd, il Crociato, “cacciatore di marxisti”, impegnato in una battaglia cosmica tra la luce e l’oscurità, il bene e il male, incarnato specialmente dall’Islam, con cui l’Europa cristiana combatte da 1300 anni per difendere la libertà nel mondo. Il suo manifesto (“2083”) è caratterizzabile come un pot-pourri di fede neo-confederata (razzisti degli stati americani del sud, KKK), islamofobia, supremazia bianca, antisocialismo e misoginia. Tre delle 1516 pagine del suo manifesto sono citazioni del Manifesto di Unabomber, le uniche in cui il terrorista anarchico se la prendeva con la sinistra. Il resto è una rielaborazione degli sproloqui dei propagandisti islamofobi ed ultrasionisti angloamericani e nord-europei Robert Spencer, Gregory M. Davis, Phyllis Chesler, Melanie Phillips, Andrew Bostom, Daniel Pipes, Bat Ye'or (Gisèle Littman), Geert Wilders (Paesi Bassi), Koenraad Elst (Fiandre), Fjordman (Norvegia): quasi tutti beneficiari di generosi finanziamenti da parte dei think tank neoconservatori statunitensi e britannici. I temi sono quelli classici: immigrazione come contagio, la minaccia demografica, i finanziamenti sauditi per conquistare il continente, il multiculturalismo ed il femminismo come cavalli di Troia dell’Islam che evirano caratterialmente gli uomini europei, la necessità di creare delle cellule di resistenza e di sensibilizzare le masse, la necessità di costringere gli euromusulmani a convertirsi, non parlare più la loro madrelingua, adottare nomi cristiani, oppure tornarsene da dove sono venuti. È un po’ quel che i re cristiani di Spagna fecero subire agli ebrei e saraceni nella Spagna riunificata al tempo delle spedizioni di Cristoforo Colombo, oltre cinque secoli fa (il tempo vola!).

Il feroce Sarazino e l’internazionale della supremazia ariana Non sappiamo più chi dobbiamo stimare e rispettare e chi no. In questo senso siamo diventati barbari l’uno verso l’altro. Difatti per natura tutti sono eguali, barbari o greci che siano. Ciò consegue da quanto per natura è necessario a tutti gli uomini. Respiriamo tutti attraverso la bocca e il naso e mangiamo tutti con le mani. Antifonte, Della verità, V secolo a.C.


Tutte le zone miste del mondo sono caratterizzate da sterilità creativa, da uno stato di rivoluzione permanente e dall’incapacità di svilupparsi. Otto Scrinzi, nostalgico nazista, “padre politico” di Jörg Haider, sostenitore del separatismo sudtirolese Noi, come paese, possiamo muoverci in questa direzione, verso una netta polarizzazione: i neri fra i neri e i bianchi fra i bianchi, pieni di odio gli uni verso gli altri. […]. [Ma] ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è la divisione; ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è l’odio; ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è la violenza, né l'illegalità; abbiamo invece bisogno di amore e di saggezza, di compassione gli uni verso gli altri e di un senso di giustizia verso coloro che ancora soffrono nel nostro paese, siano essi bianchi oppure neri…Dedichiamoci a ciò che i Greci scrissero tanto tempo fa: a domare la ferocia dell’uomo e a rendere mite la vita di questo mondo. Robert F. Kennedy, Indianapolis, 4 aprile 1968 “Il messaggio di Thilo Sarrazin è giunto in Alto Adige?” è il titolo di un ordine del giorno presentato dai consiglieri Mair, Tinkhauser e Leitner, il 15 settembre 2011. Thilo Sarrazin, grande privatizzatore del settore pubblico berlinese, è un ex amministratore delegato della Bundesbank ed un ex funzionario del partito socialdemocratico tedesco. Si è dimesso da entrambi gli incarichi in seguito alle polemiche scatenate dalla pubblicazione di un libro intitolato “Deutschland schafft sich ab” (“La Germania si sta liquidando da sola”) in cui l’autore assume posizioni a dir poco controverse. Posizioni che, peraltro, sembrano aver riscosso un enorme successo in seno alla destra sudtirolese ed altoatesina che finalmente può citare un nome di peso tra i sostenitori della campagna anti-islamica e per il drastico contenimento dell’immigrazione. Sorprende, a dire il vero, che i suddetti consiglieri elogino il fatto che Sarrazin denunci lo sviluppo di società parallele in Germania, pur essendone i principali fautori in Alto Adige (Fait/Fattor 2010). Mair, Tinkhauser e Leitner concludono spiegando che in Alto Adige “prevale un atteggiamento sempre più conciliante che porta ad allontanarci dai valori fondamentali” e che “chi sacrifica strutture storiche e culturali sull'altare del multiculturalismo a tutti costi, distrugge le basi fondamentali per una pace duratura”, mentre c’è bisogno di un confronto politico aperto sul tema dell'immigrazione e le sue conseguenze sul tessuto sociale in Alto Adige. Nel suo intervento la consigliera Ulrike “Ulli” Mair, leader dei Freiheitlichen lamenta la mancanza di una cultura del dibattito e l’imposizione di certi tabù che hanno portato alla diffamazione di Sarrazin. Non tiene però conto di quali siano le reali motivazioni di Thilo Sarrazin e di chi ha appoggiato la sua crociata. Non di occasione di dibattito si dovrebbe parlare, ma di un progetto deprecdabile che dovrebbe allarmare chi ha realmente a cuore le sorti del pluralismo democratico. È bene inquadrare meglio l’ideologia sarraziniana. Partiamo dal nome. “Sarrazin” è filologicamente imparentato con il cognome italiano “Saraceno” e proviene dal francese. In Francia, alcuni secoli addietro, indicava chi aveva partecipato ad una crociata in Terra Santa. “Nomen omen”, come si dice: passano i secoli ma non cambiano le inclinazioni. Sarasin era il cognome di due esploratori elvetico-tedeschi, i cugini Paul e Fritz, zoologi membri della Società di Berlino, che furono al centro di una polemica per la loro


proposta, formulata in un volume pubblicato nel 1892, di classificare i Vedda, la popolazione autoctona dello Sri Lanka, tra gli scimpanzé. Un’istruttiva coincidenza. A differenza dei suoi oscuri pseudo-omonimi, Thilo Sarrazin è diventato una celebrità ed ha venduto centinaia di migliaia di copie dei suoi libri. L’estrema destra tedesca non ha esitato ad annoverarlo tra i suoi paladini. Sarrazin, che ha ammesso di non avere un singolo amico musulmano, ha provato a corroborare le sue affermazioni con dati statistici che sono stati vagliati e giudicati tendenziosi o parziali. I lettori potranno trovare in rete le puntuali confutazioni a decine di sue affermazioni che non trovano conferma nei dati del governo, dei centri di ricerca universitaria e delle forze dell’ordine (cf. “Sarrazins Thesen auf dem Prüfstand”, a cura di Naika Foroutan). Alcuni tra i più rinomati biologi, genetisti, antropologi, psicologi, storici e sociologi tedeschi hanno messo in rilievo gli stretti legami tra le convinzioni di Sarrazin in materia di quozienti di intelligenza ed una lunga tradizione di razzismo pseudo-scientifico e di sostegno alle campagne eugenetiche, mostrando come le basi teoriche siano insostenibili, in quanto in diretta contraddizione con i dati empirici (Haller/Niggeschmidt 2012). Ha-Joon Chang, docente di origine coreana all’università di Cambridge, uno dei più rispettati economisti del mondo ha esaminato criticamente i miti etnici che popolano l’immaginario dei coniugi Sarrazin e di chi la pensa come loro (Chang 2008). Chang riporta la vicenda del consulente australiano preoccupato nello scoprire che il paese asiatico che stava visitando sembrava completamente sprovvisto di un’etica del lavoro, popolato di gente pigra che non mostrava alcuna intenzione di riscattarsi, di imitare l’esempio australiano. Per questo, a suo avviso, il loro reddito equivaleva a meno di un quarto di quello australiano. Quel paese era il Giappone, nel 1915. Non era il solo occidentale a pensarla a quel modo. Anche i missionari si stupivano dell’inclinazione giapponese alla pigrizia, della loro indifferenza al trascorrere del tempo, la loro assenza di qualsiasi turbamento riguardo al futuro. La socialista britannica Beatrice Webb, qualche anno prima, stigmatizzava l’indipendenza di pensiero dei Giapponesi ed il loro indulgere nei piaceri del tempo libero, lamentandosi del fatto che nel paese del Sol Levante “non c'è evidentemente alcun desiderio di insegnare alla gente a pensare”. A suo modo di vedere i Coreani – come Ha-Joon Chang – erano sporchi, degradati, tristi, pigri, selvaggi e, nel complesso, inetti. Dal punto di vista dei turisti e visitatori inglesi i Tedeschi di un secolo prima non erano molto meglio dei Coreani. Nella prima metà del diciannovesimo secolo i Tedeschi erano descritti come indolenti, ottusi, indisciplinati, disonesti, svogliati (“lavorano quando vogliono”), scarsamente innovatori e curiosi, incapaci di distinguersi, troppo individualisti per cooperare e perciò anche per badare alla manutenzione delle strade. Così John McPherson, viceré dell'India, e perciò più che aduso a strade in pessime condizioni, raccontava che in Germania aveva trovato strade così malmesse da aver deciso di cambiare i suoi piani ed andare in Italia (!). Ha-Joon Chang osserva giustamente che, se i fattori culturali sono così determinanti per il progresso di un popolo, non si capisce come i discendenti dei Tedeschi e Giapponesi di poche generazioni fa siano così diversi dai loro antenati. Tornando al provocatorio banchiere tedesco, curiosamente, pochi hanno notato l’emblematico fallimento dei coniugi Sarrazin nel loro ruolo genitoriale e della moglie, Ursula, in qualità di insegnante. Emblematico perché gettano discredito sulle sue


manfrine pedagogiche. Il figlio ha ripudiato entrambi i genitori ed ora, ironia della sorte, è sotto-occupato – lavora come aiuto giardiniere al cimitero –, vive grazie ai sussidi pubblici e soffre di gravi disturbi psicologici. Il patrimonio genetico e la rigida educazione impartita dalla madre non sembrano aver impedito al figlio di fare la fine della Grecia. Anzi, è possibile che siano all’origine della frattura e della condizione di “pecora nera” di famiglia del figlio. La madre, Ursula Sarrazin, è infatti notoria per essere una delle più temute e detestate insegnanti di Germania. Le lamentele di genitori ed altri insegnanti sono iniziate alla fine degli anni Novanta, prima che il marito diventasse una figura pubblica, e si sono susseguite, senza soluzione di continuità, fino ai nostri giorni. La signora Sarrazin è stata accusata di urlare ai bambini, di distruggere la loro autostima, di farli piangere e terrorizzarli, di perdere il controllo delle classi, di usare nomignoli razzisti per chiamare gli alunni stranieri. La sua fama è tale che in varie occasioni i genitori preferivano iscrivere i propri figli in scuole più distanti pur di evitarla. Un funzionario che ha tentato di farla trasferire per venire incontro alle proteste dei genitori è stato punito. I musulmani, in Alto Adige come nel resto d’Europa, si trovano loro malgrado all’intersezione di forze convergenti generate dalla dottrina neoliberista – Sarrazin, come quasi tutti i banchieri, è un neoliberista – che predica la virtuale estromissione dello stato dall’economia ed un suo maggior peso nel disciplinamento della popolazione. Forze che privilegiano la disuguaglianza e la separazione e che hanno finora operato nel senso di una crescente precarizzazione e sotto-occupazione, del progressivo smantellamento dell’assistenza pubblica (stato sociale/welfare), e dell’esplosione della popolazione carceraria, laddove i penitenziari sono re-interpretati come luoghi di relegamento degli indesiderati (Squires/Lea 2012). Come ampiamente dimostrato dallo storico e sociologo Peter Weingart (cf. Haller/Niggeschmidt, 2012), uno dei massimi esperti mondiali in questo campo, Sarrazin si inserisce in questa strategia, avallando con la sua opera errori metodologici ed intenzionali di ricercatori che fanno parte di una galassia di accademici che desiderano la reintroduzione della categoria razziale nello studio genetico ed antropologico della variabilità umana. Sono scienziati razzisti ed orgogliosi di esserlo. Recentemente, anche grazie a Sarrazin, è riemerso anche il motivo spengleriano della degenerazione della civiltà occidentale. Tra le principali fonti di Sarazin che si collocano in questa scuola di pensiero neorazzista, oltre agli psicologi Detlef Rost, Heiner Rindermann e Richard Lynn, annoveriamo il loro collega Volkmar Weiss, autore di un romanzo significativamente intitolato “Berlin nach dem Türkenaufstand” (“Berlino dopo la sollevazione turca”) e di un altro in cui descrive un futuro Quarto Reich neonazista in lotta contro le razze asiatiche e l’Islam. Richard Lynn, professore emerito di psicologia all’Università dell’Ulster, una delle principali fonti di Sarrazin, ha dichiarato che la procreazione di poveri e malati dovrebbe essere scoraggiata nell’interesse del miglioramento genetico delle popolazioni umane e della nostra specie. I suoi studi sono finanziati dal Pioneer Fund, fondato nel 1937 da Wickliffe Preston Draper, rampollo di una famiglia facoltosa che poté vivere di rendita dedicandosi alla promozione dell’eugenetica, dell’igiene razziale e della segregazione


razziale. Era un simpatizzante nazista ed assegnò i primi finanziamenti a due documentari tedeschi che asserivano di dimostrare il successo delle leggi eugenetiche del Terzo Reich. Tra gli obiettivi della fondazione figuravano il “miglioramento della razza, soprattutto negli Stati Uniti” ed il “rimpatrio dei neri in Africa”. Il famigerato Harry H. Laughlin, uno dei massimi sostenitori delle leggi eugenetiche americane successivamente adottate nel Terzo Reich, fu il secondo direttore della fondazione Pioneer. Strenuo difensore della segregazione razziale americana, nel 1936 ricevette una laurea honoris causa dall’Università di Heidelberg per il suo contributo alla “scienza dell’igiene razziale”. L’attuale direttore è John Philippe Rushton, sanzionato dalla sua stessa università per violazione del codice etico nella realizzazione di “studi scientifici” in cui ricattava i suoi studenti per indurli a rivelare le dimensioni del pene e la potenza dell’eiaculazione. Parlando ad una conferenza a Baltimora, ha tuonato contro l’immigrazione africana e musulmana sostenendo che il problema islamico è anche di natura genetica e quindi è virtualmente irrisolvibile senza un blocco definitivo dell’immigrazione dai paesi musulmani. Richard Lynn è perciò uno degli esponenti di una scuola di pensiero d’influenza tutt’altro che marginale in Nord America, che propaga la credenza nella razza vivente, nel mistero del sangue, nella forza degli atavismi e della purezza genetica, nello schema apocalittico dello scontro finale interrazziale; che predica il dovere di un popolo di riprodurre continuamente la sua essenza, inalterabile e di prevalere, separare e gerarchizzare gli umani, sovvertendo i valori dell’illuminismo e della democrazia, nonché gli stessi insegnamenti cristiani.

Il razzismo politicamente corretto La mostra non si limita alla presentazione della storia del forte. Illumina anche il termine di fortezza sotto vari aspetti, illustrando le nuove forme di difesa come lo spionaggio, la sorveglianza elettronica e l’Unione Europea – anche’essa una specie di fortezza. Mostra permanente del Forte di Fortezza - studio d’architettura Tacus&Didonè, Gruppegut e Josef Rohrer Di esempi ce ne sono moltissimi. L’ultimo piccolo episodio, in consiglio comunale a Bolzano. Un consigliere presenta una relazione scritta nella sua madrelingua. C’è la traduzione simultanea, quindi il contenuto della relazione viene reso accessibile anche agli appartenenti dell’altra lingua, ma si preferisce abbandonare l’aula per protesta. La lettura etnica (anzi dell’offesa etnica) era più importante del dibattito sul Virgolo che era l’oggetto della relazione. E così quando parliamo di Monumento. Quando finalmente eravamo arrivati al punto di aver scelto la via della storicizzazione e si stava spegnendo la polemica etnica intorno al monumento, puntualmente c’era, e purtroppo erano voci dalla mia stessa maggioranza, chi ha dovuto riaccendere il fuoco tirando fuori “piazza della pace”. Come se si dovesse soggiacere a una profezia malefica! Idem per l’Unità d’Italia. E va sempre peggio! Pensate che in altri luoghi questioni come la settimana corta o il trasloco di una scuola sarebbero finite col diventare questioni etniche? Non credo. Credo invece che noi scegliamo attivamente la via della contrapposizione etnica, semplicemente perché dà sicurezza. un terreno già


battuto molte volte, una scena recitata così spesso che ci costa meno fatica di altre scelte. […]. Invece dovremmo, tutti noialtri che vogliamo il dialogo e la convivenza, sfruttare questo momento di debolezza della Volkspartei e uscire dalle orme battute del conflitto etnico. Percepiamo tutti il senso di stanchezza e di svuotamento con cui viene combattuto, spesso strumentalmente o anche solo per vecchia abitudine ed assenza di alternative. Sono ormai più di vent’anni che in Europa e nel mondo cadono i muri. Solo noi sembra che vogliamo fortemente restare aggrappati al nostro, protetti e avvolti dalla sua ombra scura. Questa mia è un’esortazione accorata; e anche una paura. L’esortazione a passare dal conflitto al confronto: litighiamo sulle cose, su quelle piccole di casa nostra come su quelle più grandi, che stanno cambiando il mondo; ma, bitte, sulle cose. La paura è che se non lo facciamo, se continueremo a guardarci da un lato all’altro del nostro muretto locale, la storia (la Storia) verrà a presentarci il conto, e noi non sapremo far altro che chiederne la traduzione..... Brigitte Foppa, “Italiani e tedeschi, basta litigare come in famiglia”, Alto Adige, 9 febbraio 2012 Innumerevoli studi comprovano che, tranne rare eccezioni, la frequentazione di persone culturalmente e somaticamente diverse riduce i pregiudizi. Per questo i razzisti cercano in ogni modo di mettere la più grande distanza possibile, fisica e psicologica, tra loro e l’oggetto dei loro timori e risentimento. È molto più facile ignorare le idee ed aspirazioni di persone con le quali non si è mai fatta conoscenza, non si è riso assieme, non si è condiviso un pasto, l’ospitalità. La convivialità riduce la distanza tra “noi” e “loro”. Le dispute sulla toponomastica l’accrescono. La ridenominazione di Bombay in Mumbai non è servita solo a marcare la transizione dalla soggezione coloniale all’indipendenza, ma anche a stabilire l’egemonia della maggioranza indù sulle minoranze musulmane e sikh. I simboli sanno essere crudeli: sventolare la bandiera confederata è un messaggio esplicito per ogni nero (e bianco). La convivialità infrange l’ideale del gruppo privato, un mito potente che comporta tre inganni: confonde individui e gruppo, essenzializza il senso dell’essere membro di un gruppo, sopravvaluta il significato del gruppo per la vita delle persone. La mitologia spesso diventa un pretesto per negare la complessità della realtà (Fait/Fattor, 2010). Lo stereotipo dello svizzero efficiente, dello svedese e del canadese di sinistra, del giapponese ossequiente, del trentino “chiuso” hanno un fondo di verità, ma credere di poter descrivere una persona in base agli stereotipi associati alla sua provenienza geografica o culturale significa anche credere che il 100% dei membri di un gruppo umano condividono le medesime caratteristiche, il che è folle. Il multiculturalismo è stato accusato di essere all’origine della guerriglia urbana a Parigi e nelle città inglesi. In realtà non c’è mai stato alcun piano per l’imposizione di un fantomatico modello multiculturalista all’Europa. Il multiculturalismo è, molto più semplicemente, il risultato della mancata assimilazione di milioni di persone e non è un fallimento, ma una naturale conseguenza dell’indisponibilità dei forestieri ad azzerare le loro identità per confortare gli animi e placare le ansie degli autoctoni. Chi teme la diversità ha due scelte: o la divora, per poterla metabolizzare e toglierla di mezzo (approccio assimilazionista); oppure la tiene a distanza, in modo da incontrarla il meno possibile (approccio segregazionista/separatista degli universi paralleli). Il primo approccio richiede molte generazioni e non può evitare che abbia luogo una sensibile


trasformazione della società assimilatrice. Il secondo approccio dovrebbe essere sufficientemente screditato, ma trova ancora i suoi difensori. Eppure, non si condanna l’apartheid o la segregazione razziale negli Stati Uniti e nella Germania nazista semplicemente per la sua intensità – un fatto scontato –, ma per la natura aberrante del principio stesso di sviluppo parallelo e separato. Perché dovremmo condannare quella prassi in quei casi specifici e non in tutti i casi? Il problema è che l’impulso segregazionista è irrefrenabile, per alcune personalità, perché è legato alla sfera sessuale: “La paura della contaminazione sessuale o della violenza sessuale da parte della razza ritenuta subumana è vicina al cuore del razzismo brutale e sanguinario ovunque appaia e ogni volta che appare” (Fredrickson, 2002, p. 130). L’esempio più stupefacente ed inquietante, per il grado di rozzezza, morbosità e maniacalità che rivela, proviene direttamente dal Mein Kampf di Adolf Hitler: “Con satanica soddisfazione stampata sulla faccia, la gioventù ebraica dalla nera capigliatura sta in agguato in attesa dell'ignara fanciulla che contamina con il suo sangue, strappandola così alla sua gente. Con ogni mezzo cerca di distruggere le fondamenta razziali del popolo che si è prefisso di soggiogare. Così come con sistematicità rovina le donne, con gli altri non si ritrae dall’abbattere le barriere del sangue, anche su larga scala. Sono stati e sono gli ebrei a portare i negri nella Renania, sempre con lo stesso recondito pensiero e con lo stesso chiaro proposito di distruggere l'odiata razza bianca attraverso la bastardizzazione che necessariamente ne consegue, tirandola giù dalla sua altezza culturale e politica e innalzando se stessi a suoi padroni” I regimi francamente razzisti come quello nazista (leggi di Norimberga del 1935), quello degli stati confederati dopo l’abolizione della schiavitù e quello sudafricano prima e durante l’apartheid, hanno sempre provveduto a promulgare leggi che prevenissero la “contaminazione sessuale” e punissero severamente, anche con la pena capitale o il linciaggio, le violenze sessuali di ebrei e neri ai danni di donne bianche. Fu solo nel 1967 che una sentenza della corte suprema statunitense abolì le ultime vestigia della legislazione che proibiva i matrimoni misti. George M. Fredrickson (op. cit., p. 137), uno dei massimi esperti mondiali della storia del razzismo, dopo aver analizzato la questione della sterilizzazione nazista dei figli meticci delle coppie miste franco-tedesche in Renania, dove erano di stanza soldati di colore dell’esercito francese occupante, dopo la fine della Grande Guerra, è giunto alla conclusione che “se in Germania ci fosse stata una significativa popolazione nera, è immaginabile che sarebbe stata spedita nelle camere a gas insieme a tutti gli ebrei che fu possibile arrestare e ad alcuni zingari”. L’impulso assimilazionista supera l’ostacolo psicologico della competizione sessuale ma non per questo è meno intransigente e feroce. Gli assimilazionisti ingiungono agli altri di farsi assimilare: “integratevi!” Ma è chiaro che il livello di integrazione che pretendono è umanamente irrealizzabile: lo straniero dovrebbe cancellare il suo passato sostituendolo con un nuovo software autoctono. Gli assimilazionisti questo lo sanno bene. Non sono realmente interessati all’assimilazione dell'altro ma a mandare un messaggio ossessivo: “voi, qui, siete e sarete sempre fuori


posto, qualunque cosa facciate. Ringraziate il cielo che non vi scacciamo dalla nostra terra!”. L’unica cosa intelligente che può fare la politica, in una situazione del genere, per scongiurare l’auto-ghettizzazione di una comunità o, peggio ancora, la prospettiva di pogrom o pulizie etniche, è difendere la dignità degli stranieri ed aiutare, educare la società ad incorporare in sé l’idea che esiste una pluralità di modi di essere umani e che questa pluralità ha ragione di continuare ad esistere, non solo perché gli esseri umani, non essendo degli oggetti, hanno il diritto di essere trattati con rispetto e dignità indipendentemente da quanto prezioso sia valutato il loro contributo culturale ed economico alla società in cui vivono; non solo perché il buon senso ci dice non si può definire conversazione quello che è un monologo; non solo perché è impensabile, irrealistico, delirante trattare un essere umano come una pianta, costringendolo ad assumere, claustrofobicamente e monomaniacalmente, un’unica identità; non solo perché una pluralità di punti di vista ci avvicina alla verità; ma perché il diritto internazionale ha sancito che così debba essere e se lo ha fatto è perché non vogliamo più comportarci come dei selvaggi. Questo concetto è così auto-evidente ed universalmente valido – un non-problema, del tipo: “la tortura è un’infamia” o “il cambiamento climatico è un tratto permanente del pianeta Terra” – che uno si potrebbe domandare come sia possibile essere costretti a reiterarlo nel 2012, duemila anni dopo Gesù, trecento anni dopo l’Illuminismo, settant’anni dopo il nazi-fascismo, una generazione dopo la caduta del Muro di Berlino.

Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare? La separazione, cioè la co-esistenza senza convivenza. Il pregiudizio del separatismo è che le culture siano e debbano essere identità spirituali chiuse e che le relazioni interculturali nascondano di per sé pericoli di contaminazione o contagio, per la purezza, in primo luogo, della comunità di arrivo, ma anche di quelle in arrivo. Il punto di partenza è, dunque, la paura unita all’insicurezza… La separazione tra le popolazioni è l’unico modo di evitare lo scontro tra realtà inconciliabili, lo “scontro di civiltà”. Noi non cerchiamo contatti con loro e loro non cerchino contatti con noi. L’optimum sarebbe renderci invisibili gli uni agli altri, vivere come se fossimo soli…In America, questa posizione aveva trovato espressione nel motto “separati ma uguali” che per quasi cento anni ha regolato i rapporti tra bianchi e neri negli Stati Uniti. Gustavo Zagrebelsky “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011, pp. 104-105 Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento. Ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni. L’assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L’assuefazione all’orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso. Gustavo Zagrebelsky, appello del 4 aprile 2011 (Libertà e Giustizia)


Leggendo gli slogan della Lega Nord trentina – “prendiamoci una pausa dall’Islam”, “dobbiamo chiudere per un po’ di tempo ogni genere di rapporto con il mondo islamico”, “no al voto agli immigrati”, “padroni a casa nostra”, “Trento cristiana mai musulmana” ed altre grottesche amenità (amenità solo perché non sono al potere) – è impossibile non notare una certa aria di famiglia che accomuna leghismo e destra sudtirolese. L’errore che può commettere il critico è quello di cadere nella stessa trappola e descrivere la mentalità dei “nativi” razzisti come primitiva, mistica, prelogica ed irrazionale, iper-emotiva, dissociata dalla mentalità delle società avanzate, posseduta da credenze religiose, intrinsecamente inadatta al vivere civile, perché afflitta da una forma patologica di sviluppo interrotto. È chiaro che c’è un fondo di verità nei pregiudizi dei razzisti come in quelli degli antirazzisti, ma è una verità parziale, superficiale, che vale per alcuni e non per altri. Se gli uni e gli altri commettono questo errore è perché viviamo in una società piramidale, ossia gerarchica, razzista, esclusivista. Abbiamo tentato in ogni modo di riformarla rendendola più egalitaria ed inclusiva ma, ogni volta, le conquiste sono state erose dalla reazione di chi crede che gli esseri umani non abbiano pari dignità, perché non hanno pari valore, e quindi ciascuno deve guadagnarsi il diritto a vivere e, in seconda battuta, a vivere dignitosamente. È una società gretta in cui tutto dev’essere monetizzato, inclusi gli esseri umani. Quella stessa logica ha portato allo sfruttamento di Auschwitz da parte della I.G. Farben, la più grande multinazionale chimica del mondo del suo tempo. Si è perso il senso della solidarietà, dell'interdipendenza e della giustizia sociale. Troppi pensano di essersi fatti da sé, troppi desiderano secedere dal mondo e crearsi il proprio piccolo universo personale, a propria immagine e somiglianza. La nostra è, infatti, una società che si fonda sull’ossessione feticista per il valore intrinseco delle essenze. Su questo Marx aveva completamente ragione. Tutto ha un prezzo e più pura è l’essenza di una cosa, maggiore la sua autenticità, più elevato sarà il suo valore. In un mondo globalizzato ed omologante razze, etnie, culture, fedi, lingue, tradizioni culinarie “pure” valgono di più. Il libero mercato, nei suoi scambi, produce differenze, caratteri intrinseci, perché da essi possiamo trarre lauti profitti o vantaggi legati allo status. Essere maschi eterosessuali significa essere meglio quotati in una società patriarcale: è più facile fare carriera. Essere belli è un valore aggiunto. Michael O’Malley evidenzia come i mercati esistano per “assegnare un valore alla differenza - diversi tipi di cibo, diversi gradi di purezza d’oro, diversi tipi di lavoro, in altre parole, per dare una stima il significato della differenza” (O’Malley, 1994, p. 392). Nessuna merce può essere venduta finché le sue proprietà intrinseche non sono note e finché non hanno ricevuto una stima e sono state inserite in un rapporto di equivalenza con un’altra merce. Il denaro – al tempo dello schiavismo in modo esplicito, oggi in modo indiretto e dissimulato – stabilisce il legame tra due beni (es. uomo e donna) e cristallizza le differenze. Ogni diversità diventa preziosa non perché ci aiuta a comprendere meglio la realtà, guardandola da diversi punti di vista, ma perché, materialmente, produce ricchezza per chi vi investe (es. leader etnopopulisti, banchieri, artisti, ecc.).


È perciò, ad esempio, nell’interesse dei pubblicitari sottolineare ed accentuare differenze, peculiarità, specificità, idiosincrasie ed incongruenze di culture e società che vengono descritte come non pienamente confrontabili e traducibili. Ma è anche così che nascono interpretazioni fantasiose sulla concezione di natura umana che prevale nella tal cultura, sulle prerogative del tal gruppo sociale e sulle inclinazioni della tal categoria di consumatori. In pratica, tutte le tendenze dominanti della contemporaneità, congiurano contro la democrazia. L’aveva intuito il Karl Marx della “Miseria della Filosofia”: “Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”. Gustavo Zagrebelsky, in dialogo con Ezio Mauro (Mauro/Zagrebelsky 2011) ha colto nel segno quando a rilevato la drammatica involuzione che sta subendo la democrazia, un’istituzione, come ci ricorda il costituzionalista, che, finora è sempre stata rivendicata dagli inermi, dagli esclusi, dagli ultimi, da “quelli che contano poco o nulla e vogliono contare di più, vogliono farsi valere in società che li tengono ai margini…La democrazia dovrebbe stare dalla parte, dovrebbe essere la parola d’ordine dei senza-potere, contro coloro che dispongono di troppo-potere. Dovrebbero essere i primi, non i secondi ad esserle amici. […]. Mi pare si debba constatare il contrario. Sono i detentori del potere (i dynàstai) a fare della democrazia – della parola democrazia – il proprio orpello, a invocarla per rendere indiscutibile il proprio potere sugli inermi. Quanti abusi di potere si giustificano “democraticamente”! La democrazia, intesa come ideologia dei governanti, è una sorta di assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero” (p. 11). La democrazia, al contrario, continua Zagrebelsky, sta mostrando il suo volto minaccioso proprio nei confronti di chi ha il compito di proteggere e, in nome suo e del consenso popolare, si legittimano e razionalizzano prepotenze, pregiudizi, discriminazioni, soprusi, prevaricazioni, “indecenze di ogni tipo”. Coerentemente con questa forma mentis e modus operandi, le politiche migratorie sono state interamente subordinate alle esigenze del mercato. Gli stranieri, in mancanza di alternative migliori, si lasciano aggiogare ad una relazione contrattuale che li vede esclusivamente come “risorsa economica” al servizio degli ospitanti, come indissolubilmente legato al lavoro. Terminato il rapporto di lavoro, assolti i compiti loro assegnati, scade il contratto e diventano degli indesiderabili, forza lavoro superflua, non individui titolari di diritti, certamente non cittadini.


Troppi politici locali difendono la tesi che l’immigrato è un lavoratore temporaneo, ospite, momentaneamente tollerato, forza lavoro in transito; l’immigrazione è un soggiorno provvisorio. In tempi di crisi, l’immigrato è “fuori posto”, “è di troppo”, è superfluo, la sua presenza diventa sconveniente se non scandalosa, il suo diritto di soggiorno dovrebbe essere revocabile in qualunque momento. La sua qualità di essere umano è subordinata a quella di lavoratore, è marginale. Abdelmalek Sayad, sociologo di origini algerine diventato direttore di ricerca presso il prestigioso CNRS francese, inquadra molto bene il problema (Sayad, 2008), quando accusa destra e sinistra di aver insistito sul piano dell’utilità dell’immigrato, inventariando costantemente costi e benefici, al punto da trasformarlo in un mero strumento – idealmente, “una pura macchina, un sistema integrato di leve” (p. 36) – che, solo in quanto tale, può giustificare la sua presenza. Così si percepisce l’immigrato sempre in relazione ad un qualche problema sociale, dall’alloggio, all’invecchiamento, al ritorno al proprio paese, alla disoccupazione, all’istruzione, ecc. Sono una serie di rappresentazioni collettive – quelle che in “Contro i miti etnici” (Fait/Fattor 2010) ho definito “golem” – che “una volta costituite, diventano realtà parzialmente autonome” (p. 35). Altre rappresentazioni collettive che si impadroniscono dell’immaginario autoctono sono quelle che distinguono tra immigrati “passibili di evoluzione”, “migliorabili” e quelli “senza speranza”, irrimediabilmente fuori dal mondo civilizzato e dal tempo: “analfabetismo, mancanza di cultura e di qualificazione, disadattamento o cattivo adeguamento ai meccanismi propri della società e dell’economia che sono venuti a servire, ignoranza dei principi e delle regole che presiedono al funzionamento di tale economie e di tale società, in breve, barbarie nel senso primitivo del termine” (p. 40) ma anche, convenientemente per chi li governa e li sfrutta, “mancanza di familiarità con le modalità di organizzazione, con i metodi di lavoro, con le tecniche di retribuzione, con le abitudini di calcolo, con tutto il patrimonio oggettivato di una civiltà diversa dalla loro”, ossia mancanza di quelle competenze che possono servire a difendersi dai soprusi (p. 41). Una società che insegna ad amare le cose e ad usare le persone. Una società in cui “l’umanità è per natura divisa in comunità umane separate, ognuna sospettosa verso le altre… il nostro éthnos, il nostro éthos, il nostro ordine, il nostro benessere, la nostra qualunque cosa” (op. cit. p. 96). Con buona pace dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”. Ci siamo assuefatti al concetto di estraneità, di “alienità”, di alterità categorica, che ci permette di vivere in una condizione privilegiata, traendo il massimo possibile vantaggio da un sistema economico-politico-militare-energetico-ambientale che produce iniquità, squilibri cronici e crescenti divaricazioni tra i gruppi umani, senza per questo sentirci in colpa. La filantropia è il metodo che ci aiuta a rimuovere ogni residuo senso di colpa. Lo straniero è qui ma sarebbe meglio che non ci fosse. Secoli addietro lo “straniero” che non fosse stato ospite poteva essere depredato ed ucciso impunemente. Con il passare del tempo si è fatta strada l’idea che, poiché siamo tutti provvisoriamente ospiti di questo pianeta (cf. Kant), è insensato distinguere un essere umano dall’altro, come se l’uno fosse più autoctono del suo prossimo. Di qui il


riconoscimento garantito a tutti, almeno a parole, di un nucleo basilare di dirittidoveri fondamentali. Ma non per questo l’idea di straniero è andata via via sbiadendo (Zagrebelsky, Lo straniero che bussa alle porte dell’Occidente, la Repubblica, 13 novembre 2007): “Ha sempre covato sotto la cenere, a portata di mano per affermare "legalmente" l' esistenza di una nostra casa, di un nostro éthnos, di un nostro ordine, di un nostro benessere. I regimi totalitari del secolo passato vi hanno fatto brutale ricorso. Ad esempio, per restare da noi, la "Carta di Verona", manifesto del fascismo di Salò, all' art.7 dichiarava laconicamente: "Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri", come prodromo della confisca dei beni e dello sterminio delle vite. Una sola parola, terribili conseguenze”. Le leggi europee e quelle statunitensi ostacolano la regolarizzazione dello straniero e facilitano l’irregolarità. Ha ragione Zagrebelsky a definirle “criminogene”. L’irregolarità spiana la strada allo sfruttamento, ossia all’abbattimento del costo del lavoro: è un obiettivo precipuo in un sistema economico condannato a minimizzare i costi e massimizzare i profitti per poter continuare a crescere a spese degli altri (Zagrebelsky, ibidem): “Il flusso migratorio non si arresterà con misure come quote annue d' ingresso, permessi e carte di soggiorno, espulsione degli irregolari. Questi sono strumenti spuntati, che corrispondono all' illusione che lo Stato sia in grado di fronteggiare un fenomeno di massa con misure amministrative e di polizia. Esse potevano valere in altri tempi, quando la presenza di stranieri sul territorio nazionale era un fenomeno di élite. Oggi è un fatto collettivo che fa epoca, mosso dalla disperazione di milioni di persone che vengono nelle nostre terre, tagliando i ponti con la loro perché non avrebbero dove ritornare. Li chiamiamo stranieri "irregolari", ma sono la regola. Siamo in presenza di una grande ipocrisia, che si alimenta della massa degli irregolari, un' ipocrisia che va incontro a radicati interessi criminali. Non ci sarebbe il racket sulla vita di tante persone che muoiono nei cassoni di autotreni, nelle stive di navi, sui gommoni alla deriva e in fondo al mare; non ci sarebbe un mercato nero del lavoro né lo sfruttamento, talora al limite della schiavitù, di lavoratori irregolari, che non possono far valere i loro diritti; non ci sarebbe la facile possibilità di costringere persone, venute da noi con la prospettiva di una vita onesta, a trasformarsi in criminali, prostituti e prostitute, né di sfruttare i minori, per attività lecite e illecite; non ci sarebbe tutto questo, o tutto questo sarebbe meno facile, se non esistesse la figura dello straniero irregolare, inerme esposto alla minaccia, e quindi al ricatto, di un "rimpatrio" coatto, in una patria che non ha più. La prepotenza dei privati si accompagna per lui all'assenza dello Stato. Per la stessa ragione, per non essere "scoperto" nella sua posizione, l'irregolare che subisce minacce, violenze, taglieggiamenti non si rivolgerà al giudice; se vittima di un incidente cercherà di dileguarsi, piuttosto che essere accompagnato in ospedale; se ammalato, preferirà i rischi della malattia al ricovero, nel timore di una segnalazione all' Autorità; se ha figli, preferirà nasconderne l'esistenza e non inviarli a scuola; se resta incinta, preferirà abortire (presumibilmente in modo clandestino). In breve, lo straniero irregolare dei nostri giorni soggiace totalmente al potere di chi è più forte di lui. I diritti


valgono a difendere dalle prepotenze dei più forti, ma non ha la possibilità di farli valere: il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all' integrazione sociale, al lavoro, all' istruzione, alla maternità. Davvero, allora, la parola straniero, nel mondo di oggi, è priva di significato discriminatorio?... Quella sacca di violenza che è il mondo degli irregolari è una minaccia non solo per loro, ma per tutta la società. La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell' espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società”. Questa è la violenza intenzionale contro gli innocenti. Poco importa che molti autoctoni giudichino che un immigrato è già di per sé colpevole di essere tale e siano disposti ad applicare, nei suoi confronti, lo “stato d’eccezione”, sospendendo o comprimendo i loro diritti, fino a nuovo ordine. Sbagliano. Sbaglierebbero anche se fosse una vasta maggioranza, come sbagliavano i nazisti a porsi allo stesso modo nei confronti degli ebrei, ritenuti responsabili di una loro fantomatica condizione “anti-umana”. Questa violenza, agli occhi di Zagrebelsky (Mauro/Zagrebelsky 2011), è il “limite insuperabile”, il “delitto radicalmente inescusabile”, un’infamia che “non può entrare in alcun calcolo di proporzionalità”. È la macroscopica violenza contro gli innocenti che ci nascondiamo, ipocritamente, ma che fonda la nostra civiltà. Ce lo sbatte in faccia Fëdor Dostoevskij, ne “I fratelli Karamàzov”: “Supponi che fossi tu stesso a innalzar l’edificio del destino umano, con la meta suprema di render felici gli uomini, di dar loro, alla fine, la pace e la tranquillità, ma, per conseguire questo, si presentasse come necessario e inevitabile far soffrire per lo meno una sola minuscola creatura, per esempio quella bambina [...] e sulle sue invendicate povere lacrime fondare codesto edificio: consentiresti tu a esserne l’architetto a queste condizioni?”

Il mito della segregazione benevola e pacificatrice Ed è qui che emergono le frizioni: perché, si domandano in molti, alcune categorie godono di agevolazioni dalle quali altre rimangono escluse? Perché il vicino di casa, magari appartenente ad un altro gruppo, può accedere a vantaggi per i quali io devo pagare? Adesso che gli aiuti diminuiscono, la coperta diventa corta e ci si chiede – questa la domanda di fondo – se la tanto sbandierata convivenza pacifica sia stata “comprata”. Convivenza che ormai non riguarda solo i gruppi linguistici tedesco e italiano, ma anche quello, crescente, rappresentato da immigrati di bandiere e culture diverse. Simone Facchini, “Crisi: contrasti in aumento tra i due gruppi linguistici”, Alto Adige, 12 ottobre 2012 Nelle democrazie ci sono molti che vorrebbero vedere il sopravvento di un mito chiuso. Alcuni sono isterici, come i membri della John Birch Society che vorrebbero imporre a tutti il loro mito della “way of life” americana, o come il querulo teutonismo che una generazione fa accolse con entusiasmo la formulazione della mitologia chiusa nazista del “Mito del ventesimo secolo” di Alfred Rosenberg….Poi ci sono gli intellettuali nostalgici, generalmente con forti tendenze religiose, che sono abbagliati dall’unità delle cultura medievale e vorrebbero assistere a una sorta di “ritorno” ad essa. Poi vengono le persone che sarebbero ben felici di far parte di quella sorta di élite che un mito chiuso produrrebbe. E ancora, ci sono


gli individui che credono sinceramente nella democrazia e sono dell’opinione che la democrazia sia svantaggiata dal fatto di non avere un programma chiaro e indiscusso delle proprie credenze. Ma la democrazia difficilmente funziona come un mito chiuso…Una mitologia aperta non può avere un canone. Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo” La formula che la separazione assicura la coesione – il paradigma intorno a cui è stato eretto l’attuale assetto etnocentrico della provincia di Bolzano (Je klarer wir trennen, desto besser verstehen wir uns: “Quanto più ci separeremo, tanto meglio ci comprenderemo”) – ricorda gli slogan della tirannia orwelliana di 1984: “l’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù”. È falsa e lo si sa almeno dal 1954. L’esperimento di Robbers Cave, realizzato nella prima metà degli anni Cinquanta da Muzafer and Carolyn Sherif in un campo estivo dell’Oklahoma, è considerato ancora oggi uno dei migliori esperimenti di psicologia sociale di sempre. Vi presero parte 22 ragazzi separati fin dal momento in cui montarono su due diversi autobus per recarsi al campo in due gruppi di undici elementi in modo tale che non si conoscessero. Ciascun gruppo ignorava l’esistenza dell’altro e per i primi giorni furono mantenuti ad una distanza tale da non scoprire mai la presenza dell’altro gruppo. Fu chiesto loro di darsi un nome. Un gruppo optò per “i serpenti a sonagli”, l’altro si battezzò “le aquile”. Il che è già di per sé curioso visto che nella mitologia indigena americana aquila e serpente sono i due acerrimi nemici per antonomasia (ancora una volta gli animali totemici, la tribalizzazione). Entro pochi giorni in seno a ciascun gruppo si formarono spontaneamente dei rapporti gerarchici. Poi si fecero incontrare i due gruppi e, nel giro di un altro paio di giorni, cominciò a generarsi una rivalità che degenerò in aperta ostilità reciproca. Gli sperimentatori furono costretti ad interrompere questa fase per dare inizio alla terza ed ultima fase, quella dell’integrazione, che prevedeva l’introduzione di compiti, sfide ed obiettivi condivisi che costringevano i ragazzi a ragionare in termini di interessi comuni e sforzi cooperativi, perché nessun gruppo sarebbe stato in grado di farcela da solo. Ciò fu sufficiente: alla fine dell’esperimento tutti avevano fatto amicizia e pretendevano di poter tornare a casa assieme. Le conclusioni di questo esperimento confermavano i risultati di esperimenti precedenti e sono state a loro volta comprovate da altri esperimenti, sempre più ingegnosi, ideati negli anni successivi. Il dato più preoccupante è che è sufficiente dividere le persone in gruppi perché, in modo automatico, i componenti di un gruppo, per quanto eterogenei, comincino ad elaborare dei pregiudizi omogenei nei confronti di ciò che è esterno (negativi) ed interno (positivi) al gruppo e delle forme di dipendenza nei confronti del gruppo stesso (Kecmanovic, 1996). A prescindere da ogni considerazione e senza neppure rendersi conto dell’arbitrarietà delle sue categorizzazioni e linee di demarcazione, una persona indotta a catalogare gli altri in gruppi tende: (a) a minimizzare le differenze tra i membri di questi gruppi e ad esagerare le differenze tra gruppi; (b) a ricordare più facilmente ciò che accomuna i membri del suo gruppo e ciò che lo distingue dai membri di un altro gruppo; (c) a ricordare più facilmente le informazioni positive che riguardano i membri


del suo gruppo, ignorando o rimuovendo dalla memoria quelle negative; (d) a vedere più legami e legami più intensi ed evidenti tra i membri del suo gruppo e se stesso; (e) ad aspettarsi che i valori ed atteggiamenti dei membri del suo gruppo rispecchino i suoi in misura maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (f) ad affezionarsi ai membri del suo gruppo considerandoli maggiormente degni di fiducia, affetto e lealtà; (g) a comunicare in modo tale da preservare un orientamento benevolo e positivo nei loro confronti; (h) ad aiutarli in misura segnatamente maggiore rispetto ai membri di altri gruppi; (i) a sottrarre risorse agli altri gruppi ed essere meno leale verso i loro membri, fenomeno che svanisce quando la separazione lascia il posto all’identificazione dell’altro come persona e non come membro di un diverso gruppo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). Il che dimostra che separare gli esseri umani è “diabolico” e che l’insistenza con cui in Alto Adige si sono tenuti in vita i miti etnici e le barriere, i filtri, i vincoli, i pregiudizi, gli schermi, le maschere ed ogni possibile espediente per contrastare il naturale processo di rimescolamento dei gruppi umani è, oramai, infame e suicida. Quel che serve è unità, collaborazione, coesione, obiettivi comuni, solidarietà, altruismo, compassione, fratellanza e cameratismo. Le strategie sperimentate con successo dagli psicologi sociali per riuscire a superare lo scontro e stimolare la cooperazione includono un processo di decategorizzazione, che sottolinea le qualità individuali degli altri ed incoraggia le interazioni su base personale. Questo è quel che abbiamo cercato di avviare io e Mauro Fattor con il libro “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”. Una strategia alternativa, più semplice, è quella di ricategorizzare i membri che si percepiscono come appartenenti a gruppi diversi in un’unica, sovrastante categoria, come si è fatto a Robbers Cave (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). Questo è quel che alcuni cercano di fare in Alto Adige, estendendo il dominio simbolico e semantico di “patria” fino a comprendere la minoranza altoatesina, affinché si senta coinvolta nel comune progetto di migliorare la società locale. Ciò però comporta lo spostamento della linea di demarcazione (e dei pregiudizi favorevoli o antagonistici) un po’ più in là e può creare un più intenso dualismo con i vicini trentini a sud e i vicini tirolesi a nord, e soprattutto con gli immigrati. Come abbiamo visto, è esattamente quel che sta accadendo: i tre gruppi storici stanno trovando una piattaforma comune nella xenofobia ed islamofobia. Se questo vi sembra un passo in avanti e la garanzia di un futuro migliore… Storicamente, il nazionalismo ha sfruttato questa strategia per superare i regionalismi, con il risultato di pacificare vaste aree, ma anche di causare maggiori frizioni tra nazioni, in luogo delle più limitate faide tra signorie, feudi e contrade. La nuova, più ampia identità collettiva può essere instabile (se i pregiudizi sono troppo radicati), può non arrecare i vantaggi promessi, può essere percepita come un’imposizione ingiustificata e portare di conseguenza all’esacerbamento dei dissidi invece che alla loro risoluzione permanente. Mi pare che questo sia precisamente il caso dell’Italia e dell’Europa negli anni della crisi. Che la soluzione migliore sia quella di invitare le persone ad imparare a gestire una molteplicità di identità collettive – analogamente a come ciascuno di noi passa nel corso di stessa una giornata da un ruolo all’altro senza avvertire traumi o disconnessioni – è


dimostrato dal fatto che chi supera la barriera dell’appartenenza forte ed opta per un’identificazione plurale e complementare tende ad essere psicologicamente più in salute, ad esperire minori livelli di stress e a dedicarsi ad attività che sono più salutari per il suo organismo (Dovidio/Gaertner/Saguy 2009). A ciò si aggiungono due aspetti ancora più decisivi: il mantenimento dell’indignazione e della volontà di denuncia delle disuguaglianze ed ingiustizie, che all’opposto un’eccessiva enfasi sulla coesione sociale inibisce, ed un più alto tasso di pensiero creativo ed innovativo, qualitativamente migliore (Fiske/Gilbert/Lindzey, 2010).

Breivik, McVeigh: la destra in trappola Dopo il processo e la condanna a Breivik i norvegesi islamofobi non potranno più negare che Breivik era in realtà ispirato e motivato dai loro ideali, le loro menzogne e le distorsioni. Né sarà più possibile per il Partito del Progresso, il terzo in Norvegia, negare che la sua retorica rivolta all'Islam ed ai musulmani norvegesi era parte integrante della formazione ideologica di Breivik, che rimase un militante del loro partito per circa 10 anni, fino al 2006. Dopo il trauma nazionale, questo verdetto ci offre l'opportunità di affrontare finalmente l'odio in mezzo a noi con la serietà, onestà e l'impegno che ciò richiede a tutti noi. Sindre Bangstad, “After Anders Breivik's conviction, Norway must confront Islamophobia”, Guardian 28 agosto 2012 Non deve stupire la xenofobia nascente - è la logica conseguenza della politica identitaria degli ultimi 60 anni. Chi ha sempre detto che bisognava non confondersi con gli italiani (o con i tedeschi) per non perdere “l’identità”, non può che temere ancora di più chi è ancora più diverso. Chi sta alimentando in tutti i modi la xenofobia in Sudtirolo, sta giocando di nuovo questa carta della paura per dare una sensazione di identità a chi continua a non averla costruita. È un po’ come con le droghe: bisogna sempre aumentare la dose. La paura degli italiani o dei tedeschi non ci basta più per colmare questo vuoto identitario. Ecco allora il bisogno di travasarla sugli immigrati. È un meccanismo vecchio, sfruttato da sempre dalle ideologie fasciste ed è veramente triste doverlo osservare in questa terra che, se è vittima di qualcosa, lo è proprio dei fascismi. Non abbiamo imparato proprio niente. Perciò finché siamo in tempo (se siamo in tempo) fermiamoci! O andremo veramente allo scontro. Uno scontro nel quale perderemo tutti. E non ci saranno allora tedeschi o italiani. Ma solo vittime. […] Occorre il coraggio di accettare i disagi che la convivenza inevitabilmente comporta, per poter però conquistare un pezzo di identità nuovo. Occorre il coraggio di accettare i “danni” che la storia ha provocato qui da noi, e di cui nessuno di noi è ormai più responsabile. Brigitte Foppa I consiglieri provinciali Sven Knoll ed Eva Klotz – ordine del giorno n. 13 del 15 settembre 2011 – hanno chiesto che si regolamenti l’immigrazione in modo tale da tener conto del fatto che gli immigrati avranno voce in capitolo nelle vicende locali e “rientreranno nella ripartizione proporzionale”. Per il momento tendono ad aggregarsi al gruppo italiano e a mandare i loro figli in scuole italiane, anche perché risiedono in aree già fortemente italianizzate come Bolzano, Merano e la Bassa Atesina.


I consiglieri di Südtiroler Freiheit snocciolano le loro cifre: “tra il 1999 e il 2007 il numero di coloro che sono arrivati dalla Repubblica federale di Germania è aumentato di sole 1.347 unità (da 2.840 a 4.187 persone). E dall'Austria sono addirittura solo 219 (da 1.250 a 1.469 persone). A fronte di ciò il numero complessivo degli immigrati si è però triplicato”. Inoltre: “sebbene in Alto Adige la popolazione di lingua tedesca sfiori il 70%, più del 57% dei bambini stranieri è iscritto in una scuola italiana”. La soluzione proposta per ristabilire i “giusti” equilibri è quella di far affluire preferenzialmente manodopera dal Tirolo e poi dal resto dell’Austria e dalla Germania. Queste bislaccherie sono ritenute da molti come perfettamente normali in una provincia governata dalla logica della divisione etnica e della proporzionalità delle spartizioni. Una settimana prima, l’ordine del giorno n. 5 dell’8 settembre 2011, presentato dai consiglieri Leitner, Stocker Sigmar, Mair, Tinkhauser e Egger, riguardava la priorità da assegnare alla popolazione locale e le proposte per regolamentare l’immigrazione e l’integrazione degli stranieri, Pius Leitner si è detto preoccupato per l’immigrazione islamica che inevitabilmente, a suo dire, comporta l’importazione di terrorismo in Europa. Elmar Pichler Rolle (SVP) ha ribattuto che il terrorista norvegese Anders Behring Breivik era figlio di questo clima di terrorismo psicologico. Leitner ha replicato che si trattava di un lupo solitario e che le sue azioni non erano riconducibili ad aree politiche che criticano legittimamente gli immigrati. Ha citato a sostegno della sua posizione il parere del professor Eckhard Jesse, della facoltà di Scienze Politiche all’Università di Chemnitz, uno specialista di estremismo e terrorismo. Al di là del fatto che numerosi testimoni – inclusi i poliziotti intervenuti con grave ritardo –, hanno parlato di più di un attentatore e che lo stesso Breivik ha affermato inizialmente di non aver agito da solo, chi si occupa di crimini a sfondo razziale sa che il motivo del lupo solitario squilibrato è il più classico e trito espediente usato dai militanti della supremazia bianca per prendere le distanze dai “compagni che sbagliano” ed evitare di essere coinvolti nel giro di vite dello Stato. L’autorevole opinione del professor Jesse è stata poi comunque smentita dai giudici norvegesi. Ma procediamo con ordine. La mitografia occidentale che presuppone che quando l’azione è imputabile ad un terrorista islamico allora i suoi pensieri ed i suoi scritti non possono che essere considerati pienamente razionali e congruenti con l’Islam, mentre se si tratta di un terrorista legato agli ambienti della supremazia bianca allora le sue affermazioni non possono che essere sconclusionate e soprattutto indipendenti da ogni altra ideologia o movimento politico è estremamente conveniente. Breivik non era un dilettante, il massacro era stato preparato meticolosamente, interagiva con una rete internazionale di estremisti proponendo modalità di organizzarsi e di finanziarsi, citava le posizioni di politici anche di primo piano euro-americani ed australiani. È ad un politico di estrema destra finlandese che ha fatto recapitare il suo manifesto politico, scritto in inglese, non in norvegese, per una maggiore diffusione. Migliaia di internauti hanno manifestato la loro approvazione per i suoi crimini e per le sue esternazioni xenofobe, per la sua denuncia della crisi demografica europea, del declino del patriarcato, della minaccia islamica, della marea degli immigrati che è come


un’invasione (poco importa che siano contingenti euro-americani e mercenari stipendiati dai governi occidentali ad occupare militarmente dei paesi islamici). È certamente vero che milioni di musulmani ordinari non sono più responsabili di quello che fa un fondamentalista di quanto lo sia un bianco cristiano per le azioni di Breivik. È altrettanto vero che l’odio verso i musulmani per il comportamento dei talebani e dei jihadisti è tanto irrazionale quanto lo può essere l’odio di un musulmano verso gli Europei o gli Statunitensi per i crimini di Bush, Blair o Breivik. Non per questo certi politici che hanno costruito i loro successi elettorali sul costante, ossessivo refrain della terribile minaccia straniera ed islamica, sull’imperativo morale di difendere la propria gente, sul complotto della sinistra che sta spingendo la civiltà occidentale verso il baratro demografico ed il degrado etnico (razziale), possono permettersi di avere la coscienza completamente pulita. Si possono difendere le proprie tesi senza fare appello agli istinti umani peggiori e senza infilarsi in un vicolo cieco. Sebbene non sembri rendersene conto, l’estrema destra cristianista rischia infatti di fare una brutta fine. Breivik potrebbe essere solo l’inizio. Si consideri solo la svolta epocale che ha rappresentato per gli Stati Uniti d’America l’attentato terroristico di Timothy McVeigh ad Oklahoma City nel 1995. Un vero e proprio spartiacque: da quel momento in poi l’estrema destra si è trovata catapultata in un virtuale stato di guerra perpetua con il governo federale. Si è aperto un fossato pressoché incolmabile tra le due parti, con un’escalation degli armamenti che minaccia di trasformare l’America in una santabarbara. Non è improbabile che un giorno si arrivi ad un vero e proprio scontro aperto tra milizie, guardia nazionale ed esercito federale (cf. “La seconda guerra civile americana” di Joe Dante). I disegni di legge denominati “Terrorist Expatriation Act” ed “Enemy Belligerent Interrogation, Detention, and Prosecution Act” potrebbero privare della cittadinanza americana chiunque sia sospettato di appoggiare il terrorismo o una nazione in guerra con gli Stati Uniti, anche solo celebrando una sconfitta americana o incitando i nemici degli Stati Uniti. La mera accusa di costituire una quarta colonna interna farebbe sì che i militanti di destra (e contestatori musulmani, neri, cinesi, o persino ebrei americani, ecc.) non possano più avvalersi del giusto processo e delle altre forme di tutela specificate dalla Costituzione: non avrebbero diritto ad un avvocato o a un giusto processo e sarebbero sottoposti a detenzione a tempo indeterminato in un centro di internamento militare. Queste due proposte, se approvate, si aggiungerebbero al Patriot Act (prorogato da Obama fino al 2015) ed al Military Commissions Act del 2006, facendo letteralmente a pezzi la Bill of Rights (la Carta dei Diritti) americana. Cosa sarebbe successo in Alto Adige se l’attacco ai rifugiati di Vandoies avesse causato dei morti? La destra sudtirolese si sarebbe trovata sotto assedio, prigioniera da un lato di una compulsione tutta populista a rilanciare con proposte sempre più radicali per non far scoraggiare i propri sostenitori.


La democrazia, sotto il fuoco incrociato degli opposti estremismi che vedono demoni dove non ce ne sono e non li vedono dove ci sono, si sta svuotando di ogni contenuto, per diventare un simulacro, un involucro vuoto, uno slogan consunto.

La paura e la supremazia bianca La paura conduce alla rabbia, la rabbia all’odio e l’odio alla sofferenza…rabbia, paura, violenza, sono loro il lato oscuro… allenati a lasciar andare quello che hai paura di perdere…la paura della perdita conduce al lato oscuro…La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l'ira all’odio, l'odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura. Yoda Quanto più tenacemente una civiltà si difende da una minaccia esterna, quanto più si chiude in se stessa, tanto meno alla fine ha da difendere. Quanto ai barbari, non è necessario aspettarli davanti alle porte della città. Sono qui da sempre. Hans Magnus Enzensberger, “La grande migrazione”. Avverto il loro disagio: la mancanza di fiducia nel bene. e penso che debba essere molto triste non poter credere nel bene. Dev’essere difficile essere una persona che crede solo nelle banconote…Non sto parlando di morale o di coscienza. Non so se ce l’abbiano. Purtroppo ho imparato che esistono persone prive di coscienza morale. Quello che voglio dire è che c’è molta insicurezza nelle persone che riescono a credere solo nei dollari…Ci considerano oggetti da schiacciare, ostacoli da rimuovere. Ma io li valuto molto come persone… Non ho mai imparato ad odiarli. Se lo avessi fatto, sarei stata davvero in loro balia…non si può avere paura di chi non odi. Odio e paura vanno a braccetto… Prima di entrare in politica in Birmania pensavo di essere capace di odiare come chiunque altro. Tuttavia, in seguito mi sono resa conto di non conoscere il vero significato dell’odio, ma che lo potevo vedere nei miei carcerieri…Odio profondo e malvagità…Per superare le tue paure devi prima di tutto dimostrare compassione verso gli altri. Quando cominci a trattare le persone in maniera compassionevole, gentile, partecipe, le tue paure si dissolvono. È un processo immediato. Aung San Suu Kyi Il Ku Klux Klan aveva preso forma attorno al mito di un Sud immaginario ed ai valori che lo avrebbero idealmente caratterizzato, come la cavalleria, la nobiltà d’animo, la misericordia ed il patriottismo ed il suo statuto ingiungeva ai suoi membri di “proteggere i deboli, gli innocenti e gli indifesi dagli abusi, oltraggi ed infamie dei criminali, dei violenti e dei brutali, portando soccorso ai feriti ed agli oppressi” (Lester/Wilson 1905, p. 155). Fu fin dal principio un’organizzazione spietatamente razzista, xenofoba, antisocialista e nemica dei sindacati e dei diritti dei lavoratori, considerati il prodotto di agitatori stranieri alleati con ex schiavi indocili per destabilizzare l’America e sottometterla (Wellman 1977; Dobratz 1997; Hale 1999; Dailey et al. 2000). Sorto allo scopo di puntellare l’autorità di una classe media insicura, preoccupata di possibili vendette da parte degli ex schiavi, di perdere il proprio status e lavoro, di dover rinunciare al proprio stile di vita e di vedere le proprie donne seviziate dai neri, il KKK fu favorevole all’estensione del suffragio alle donne, ma solo alle donne bianche, nella


convinzione che ciò avrebbe salvato il paese dal mescolamento razziale, anche nel Nord. Come tante Giovanne d’Arco (sic!), le donne avrebbero restaurato la moralità, la purezza e la libertà della nazione (bianca) (Blee 1991). Gli appelli erano diretti a tutti quei cittadini che non si rendevano conto che neri ed immigrati non-bianchi avrebbero sbilanciato l’assetto demografico del paese, mettendo in minoranza i bianchi (Eurabia!). Occorreva agire subito per metterli al proprio posto una volta per tutte e conservare la supremazia bianca, anche con le cattive, restaurando quel mondo “ideale”, venuto alla luce a metà del diciassettesimo secolo – e che fu poi sotterrato nel 1964 e 1965 con le leggi sui diritti civili e contro la segregazione, nella speranza che nessuno lo disseppellisse –, in cui la cittadinanza ed i diritti civili erano privilegi riservati ai bianchi. Come si può capire, non erano nobili principi a guidare i membri del KKK, ma la semplice, irresistibile paura: paura di diventare i perdenti della storia, paura di perdere il proprio lavoro e la propria donna, paura di non essere all’altezza in una competizione leale. Ora, un processo analogo, che dalla paura conduce alla discriminazione e ad un sistema cripto-castale con esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B e C si sta affermando nuovamente negli Stati Uniti ed in Europa. Nelle “fortezze” occidentali, oltre alla minaccia terroristica ed a quella dei clandestini, considerati tout court come dei delinquenti in attesa di compiere un crimine, si sta profilando anche la demonizzazione degli stranieri in generale, inclusi i richiedenti asilo, che sono trattati come delle cifre, non degli esseri umani e specialmente dei musulmani, colpevoli di essere islamici allo stesso, identico modo in cui gli ebrei erano colpevoli di essere giudei al tempo del nazi-fascismo (Dzihic 2012). Parallelamente, prende piede la finzione dell’identità europea “giudeo-cristiana”, un’invenzione ideologica in funzione anti-islamica (Laor 2007). Si sta affermando un nuovo, folle, suicida, mito della frontiera: l’ideologia di chi ha già e vuole avere ancora di più ed è pronto a schiacciare chi interferisce. Tutto questo può significare una sola cosa e cioè che la paura e l’avidità stanno facendo sì che le nostre democrazia si trovino risucchiate in un processo di metamorfosi degenerativa che, se non sarà invertito, le farà assumere i connotati di un’etnocrazia (es. Israele, Lettonia, Estonia e, in parte, Ungheria), anche nota come democrazia dell’Herrenvolk (razza padrona), ossia un regime politico in cui l’appartenenza etnica determina lo status del residente e a chi spettino le leve del potere. Un’etnocrazia è uno stato in cui un’etnia esercita il monopolio della violenza legittima e lo usa per difendere e promuovere i propri interessi. Saranno sempre i suoi membri ad avere l’ultima parola e faranno di tutto per evitare di perdere il controllo di questo monopolio. Non serve dire che la decisione di affidarsi solo alle proprie forze, già di per sé autolesionistica, non autorizza a estendere i propri diritti a discapito di quelli degli altri. Questo etnonazionalismo diventa un veicolo di bigottismo, sadismo, superbia, fanatismo, codardia e bramosia sconfinata; tutti vizi che orbitano attorno al vizio supremo, l’hybris, che, immancabilmente, produce le premesse per la sconfitta, talvolta distruzione, di chi ne è affetto.


Il dibattito che ha riguardato il disegno di legge provinciale n. 89/11 – “Integrazione delle cittadine e dei cittadini stranieri” ha fatto emergere i punti nodali della questione dell’immigrazione in un’area disabituata a confrontarsi con l’Altro. Una civiltà matura non si preoccupa dell’integrazione, non pretende che gli altri si integrino. Pretende unicamente che i cittadini, indipendentemente dalla loro fede, colore della pelle, genere, orientamento sessuale, ecc. rispettino le leggi, leggi ispirate ai principi costituzionali che si possono incontrare nei cinque continenti, in virtù della loro universalità e capacità persuasiva. È insensato chiedere agli immigrati qualcosa di più di un’adeguata conoscenza della lingua ed il rispetto dei principi costituzionali e delle leggi. Il termine “integrazione” non ha più alcun significato preciso: è una scatola vuota che viene riempita di quel che ciascuno vuole. Per molti “integrazione” finisce per equivalere ad “assimilazione”: i nuovi arrivati devono giustificare il loro modo di vestire, il cibo che mangiano, la lingua che parlano, i programmi satellitari che guardano, la religione che praticano. C’è l’aspettativa che i loro figli e nipoti divengano sempre più simili agli autoctoni, che si confondano con loro. Nel Consiglio provinciale di Bolzano – Ordine del giorno n. 6 dell’8 settembre 2011, presentato dai consiglieri Mair, Egger, Stocker Sigmar, Leitner e Tinkhauser, concernente corsi obbligatori per genitori – si è arrivati ad ammonire dal seguire l’esempio tedesco, chiedendo invece l’introduzione di “corsi obbligatori per adulti di storia locale, lingua, cultura, tradizioni, usi e costumi” con la motivazione che i meccanismi di tutela dell'autonomia su base etnica non consentono di “tollerare un carico aggiuntivo”: “La capacità di integrazione della provincia ha dei limiti, come del resto la volontà di integrazione degli immigrati… Dobbiamo aiutarli nel difficile compito di conciliare meglio le loro tradizioni e i nostri valori. Anche in considerazione di un preoccupante sviluppo demografico, dimostrandoci troppo concilianti e venendo meno ai nostri principi non si crea integrazione ma ci si autodistrugge. L'obiettivo dovrà essere non solo l'integrazione dei figli, ma anche e soprattutto quella dei genitori”. Come si può capire, l’idea è che l’immigrato debba sentirsi in colpa per la sua “condizione degradante”: “Sono albanese, ma…”. Non c’è spazio per il libero sviluppo della personalità, che è il fulcro delle democrazia costituzionali, perché la società locale – così si sostiene – ha già raggiunto la sua soglia di tolleranza al pluralismo. I nuovi arrivati, con i loro consumi, i loro comportamenti, le loro lingue, i loro desideri, i loro sogni, i loro legami con la comunità di origine rappresentano una minaccia per il bene comune. I pregiudizi degli autoctoni costituiscono invece un solido fondamento giuridico. È una visione del mondo che si disfa dell’empatia, della capacità e volontà di immedesimarsi nell’altro, di volerlo incontrare e capire, di non intruppare la sua individualità in un insieme omogeneo ed indistinto, uno stereotipo culturale, una caricatura degna dell’Ebreo Errante, di presentarsi a lui o a lei senza indossare l’armatura etnica.


Una società matura aiuta i suoi cittadini a superare questi istinti primordiali. Una società immatura li rinfocola. Gli imprenditori dell’etnopopulismo ne ricavano di che vivere agiatamente. La vita è cambiamento ed aggrapparsi al passato significa condannarsi alla paura. Aggrapparsi disperatamente alla patria, all’ideologia, ad una parola/concetto comporta che ogni mutamento ci intimorirà. Non c’è libertà nella paura, non c’è chiarezza di pensiero. Non c’è amore nella paura: è più facile che ci sia odio, menzogna, autoinganno, superficialità, meccanicità, egoismo. La paura serve a controllare. La paura manipola le coscienze. Non si ha facile accesso ai centri superiori del cervello e quindi non si scorgono alternative, non si è più in grado di ragionare lucidamente. Chi usa il terrore come arma politica ci spinge a temere le cose sbagliate, in misura sproporzionata, ad agire senza riflettere e così acquista un controllo smisurato sulle nostre vite. Intere industrie lucrano sul terrore come dei parassiti, e lo stesso fanno i politici autoritari. Tutte queste sinistre figure, interessate solo al proprio tornaconto, rendono il mondo progressivamente più miserabile, oscuro e sgraziato di quel che sarebbe altrimenti. Queste non sono indicazioni di forza, ma di debolezza, di insicurezza, di paura, di una irrisolta condizione psicologica per cui la nazione e l’identità sono sempre sull’orlo del collasso, il che accentua nervosismo e ferocia. I ladri tendono a sospettare che tutti gli altri siano ladri. I bugiardi sospettano che gli altri mentano. I guerrafondai sospettano che gli altri preparino una guerra contro di loro. I razzisti e nazionalisti temono sempre di essere minacciati di distruzione dalle altre razze e nazioni. Si chiama proiezione e colpisce tutti gli esseri umani.

DEMOCRAZIA DIRETTA E MINORANZE L’adesione a principi e valori, contro il nichilismo; la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio; la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazioni dogmatiche; il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l’atteggiamento di fiducia reciproca, che non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; infine, la cura delle parole. Gustavo Zagrebelsky, “Decalogo dell’etica democratica” Che una maggiore estensione della democrazia diretta, resa possibile dal perfezionamento delle più varie forme di comunicazione a distanza, diminuisca il potere della classe politica, o addirittura la elimini, è un'illusione. La democrazia diretta aumenta il potere dei cittadini singoli di prendere decisioni che li riguardano, ma sarà pur sempre un insieme di professionisti della politica che avrà il compito prioritario di articolare le proposte. Norberto Bobbio, “Saggi sulla scienza politica in Italia”


Quanto la democrazia rappresentativa entra in crisi la democrazia diretta torna regolarmente in auge. Il refrain delle destre populiste è che gli eletti hanno il dovere di esaudire la volontà del popolo. Ma questa è una concezione pre- o post-democratica della rappresentanza. I politici devono operare nell’interesse di tutti, ossia anche quello delle minoranze, tenendo conto di tutte quelle variabili che il “popolo” – una maggioranza più o meno solida – potrebbe anche trascurare. Un referendum è molto emotivo. Divide le famiglie, le città e i paesi come delle elezioni non possono fare, perché si tratta di un voto che determina direttamente la sorte di tutti, che infrange istantaneamente i sogni di molti, senza alcuna mediazione, senza il passaggio dalla camera di compensazione di un’assemblea. I referendum vanno usati con moderazione e discernimento. Oggi un’autentica democrazia diretta sopravvive solo nelle assemblee municipali del New England, in quelle dei villaggi buthanesi ed in alcuni cantoni svizzeri più piccoli. Questo strumento decisionale è particolarmente efficace nelle società più piccole, dove è più facile avere un rapporto diretto, faccia a faccia, con politici ed elettori. Intorno al IV secolo avanti Cristo Atene aveva una popolazione di 250mila abitanti (approssimativamente come quella di Verona, o un quarto della popolazione del Trentino Alto Adige) su un territorio di estensione equivalente a quello del Lussemburgo, che però ha il doppio della popolazione. La democrazia diretta pura non è adatta alle società complesse, per questo è sempre inserita in un sistema misto, su base rappresentativa. La democrazia diretta è, di per sé, un’ideale magnifico che ruota attorno a 6 assunti di base: (a) le persone ordinarie sono sufficientemente intelligenti per capire le questioni che riguardano l’interesse comune e prendere delle decisioni ragionevoli; (b) i cittadini sono in grado di capire che il bene comune avvantaggia anche loro; (c) i cittadini sono in grado di tenersi sufficientemente aggiornati; (d) i cittadini, se ne hanno la possibilità, sono interessati a prendere parte all’iter decisionale invece di delegare integralmente la loro sovranità a dei rappresentanti di professione; (e) la fiducia che il buon senso possa individuare tra le varie opzioni formulate dagli esperti quella più adatta; (f) una regolare partecipazione alle decisioni interenti la cosa pubblica accelerano la maturazione morale e civile dei cittadini. Non è difficile capire che i sostenitori della democrazia diretta possano passare per degli ingenui idealisti che, rifiutandosi di accettare l’umanità com’è al presente – piagata da avidità, ignoranza, pigrizia, stoltezza, odio, pregiudizi, violenza e dalla facilità con la quale ci lasciamo intossicare, e non solo elevare, dai simboli e dai miti, preferiscono avere a che fare con un’umanità che ancora non c’è ma, a loro dire, certamente ci sarà, se sarà educata e rigenerata grazie alla prassi della democrazia diretta. Questi benevoli riformatori si dividono in due campi. Ci sono quelli, come ad esempio Stephan Lausch, in Alto Adige, che non hanno in mente, almeno per il momento, di sostituire i legislatori elettori con il popolo votante (à la Rousseau) ma pensano più che altro ad una funzione suppletiva da parte dell’elettorato. Mi pare la posizione largamente più assennata. Al contrario, John Burnheim, che ha coniato il termine “demarchia” (governo del popolo) per rimpiazzare quello di democrazia (sovranità popolare),


preferirebbe trasformare i parlamenti in istituzioni che formulano problemi, li dibattono ed elaborano proposte di soluzioni che devono essere votate da comitati di cittadini scelti per estrazione. Per ovviare al problema della mancanza di un confronto diretto, di un faccia a faccia, Robert A. Dahl immagina la selezione di un “mini-popolo” di circa mille cittadini scelti a caso che dovrebbero ponderare e discutere su una questione della massima importanza per poi annunciare le proprie scelte. Si incontrerebbero online e rappresenterebbero l’intera popolazione. Il loro verdetto sarebbe quello dei cittadini. Per James Fishkin l’opzione più desiderabile sarebbe quella di una riunione di 300-500 cittadini selezionati in modo da costituire una campione rappresentativo della popolazione, un paio di settimane prima di un’elezione o di un referendum. Questi cittadini sarebbero informati in merito alle decisioni che devono prendere, riuniti per un fine settimana deliberativo in cui ascolterebbero i pareri di esperti e politici e porrebbero domande specifiche. Voterebbero prima e dopo il fine settimana. Tuttavia Fishkin non crede che questi comitati siano autorizzati a decidere per tutti: sarebbe ancora il complesso dei cittadini a decidere. Passiamo ad esaminare più nel dettaglio gli svantaggi della democrazia diretta. La democrazia diretta e l’anima nera dell’umanità La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto Benjamin Constant Una grossa fetta dei cittadini non è interessata a partecipare alle decisioni collettive e, in una democrazia matura, non può essere costretta a farlo contro la sua volontà. Uno studio della democrazia canadese (Gidengil/Blais/Nevitte 2004), all’avanguardia in questo settore, ha scoperto che circa un terzo degli elettori non sa associare correttamente i partiti e le loro rispettive posizioni riguardo a questioni rilevanti, che le campagne elettorali servono ad informano solo i cittadini che già di base erano generalmente competenti, mentre chi è poco informato difficilmente diventerà più consapevole. Il che riduce drasticamente la possibilità che i referendum possano supplire alla mancanza di educazione civica stimolando la curiosità dei cittadini. Infine, una maggioranza di Canadesi non sa collocare i partiti lungo l’asse destra-sinistra, non è particolarmente interessata a farlo e crede, erroneamente, che in Canada criminalità ed inquinamento siano in aumento, che il divario tra ricchi e poveri stia diminuendo e che i nativi canadesi abbiano ormai un tenore di vita paragonabile a quello degli altri Canadesi. Un altro dato interessante è che il declino dell’affluenza alle urne non è collegato a disinteresse verso la politica nel suo complesso. Uno sfolgorante e profetico libricino – l’ultima opera che riuscì a completare prima del prematuro decesso –, scritto dal garbato e stimatissimo giornalista e deputato Andrea Barbato (1996), preconizzava tutto quel che sarebbe occorso in questi anni: il progressivo estinguersi della democrazia in società formalmente democratiche. Lo fece


partendo da quella che chiamava “una domanda molto semplice e terribile”, cioè a dire: “le masse sono affidabili?”. Se lo chiese dopo aver esaminato la storia del maccartismo e delle sue relazioni con il mondo dell’informazione, l’opinione pubblica e la politica e prima di poter assistere alle degenerazioni della Guerra al Terrore e dell’Interventismo Umanitario: “Se un movimento liberticida come il maccartismo può avere, in un paese libero e ricco di contrappesi, un periodo relativamente lungo di favore pubblico, addirittura mescolando nei consensi le masse periferiche spodestate con le folle urbane politicizzate…tutto questo non vorrà dire che il consenso, le maggioranze, la democrazia stessa non sono un sinonimo di ragionevolezza e di saggezza nelle scelte? E se un metodo politico come quello di McCarthy può così a fondo influenzare le opinioni, la cultura, gli atteggiamenti, i rapporti personali (es. la delazione), non se ne deve dedurre che l’edificio culturale nel quale abitiamo è fragilissimo, pronto a essere colpito e traumatizzato?” (pp. 48-49). La sua conclusione, valida ancora e soprattutto oggi, era che: “Identificare direttamente, senza filtri, la volontà del popolo con quello che è giusto e moralmente corretto è sbagliato e pericoloso” (op. cit., p. 49). Alla medesima conclusione è giunto Gustavo Zagrebelsky, in “Imparare Democrazia” (2007, p. 32): “Vox populi, vox dei è soltanto la legittimazione della violenza che i più esercitano sui meno numerosi.

Essa solo apparentemente è democratica, poiché nega la libertà di chi è minoranza, la cui opinione, per opposizione, potrebbe dirsi vox diaboli e dunque meritevole di essere schiacciata per non risollevarsi più. Questa sarebbe semmai democrazia assolutistica o terroristica, non democrazia basata sulla libertà di tutti”.

Spostiamoci ora in Alto Adige, dove Elisabeth Alber e Francesco Palermo (Alber/Palermo, 2010), che perorano la causa della democrazia diretta in Alto Adige, precisano a proposito della Svizzera: “Non esiste alcuna garanzia giuridica per la salvaguardia delle posizioni delle minoranze nell’esercizio della democrazia diretta. Anzi, esse sono potenzialmente (anche se non praticamente, a causa della cultura politica) esposte a rischi enormi per la mancanza di limiti materiali all’esercizio della democrazia diretta, che può riguardare essenzialmente ogni normativa, compresa la materia fiscale, quella penale, la concessione della cittadinanza, la ratifica di trattati internazionali, ecc. […] Il caso svizzero non solo è peculiare in sé e non esportabile in altri contesti, ma dimostra anche, e in modo particolarmente evidente, la forte presenza di una potenziale tensione permanente tra democrazia diretta e diritti delle minoranze, proprio perché non prevede alcun meccanismo giuridico di salvaguardia”. Le società alpine sono sufficientemente mature – abituate al pluralismo – da evitare di usare il referendum come strumento di oppressione delle minoranze? Uno dei massimi fautori della democrazia diretta, Bruno Kaufmann, è conscio del problema: “Spesso…lo strumento referendario viene concepito come una sorta di plebiscito “contro”. Questi


meccanismi possono provocare derive populistiche promuovendo semplicistiche per problemi complessi” (Alto Adige, 7 settembre 2012).

soluzioni

Infatti, la necessità di maggiore democrazia diretta è un mantra della retorica populista della destra xenofoba. La destra sudtirolese in blocco ne ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia ed è chiaro che intende usare i referendum come un’arma contro gli immigrati, ben sapendo di poter raccogliere facili successi contrapponendo gli autoctoni ai nuovi arrivati. I demagoghi, i politici che si appellano alla volontà del popolo per sopravanzare i vincoli dello stato di diritto e del diritto internazionale amano la democrazia diretta. Questo dato di fatto non può essere certamente trascurato. In particolare, se il limite più grave della democrazia rappresentativa è che non manda al potere i migliori ma i migliori persuasori, perché la democrazia diretta dovrebbe migliorare le cose, invece di peggiorarle? Il problema più serio della democrazia diretta non è tanto il rischio di attentare ai diritti civili di chi già se li vede riconosciuti – che pure esiste, come vedremo – quanto il suo frequente utilizzo per ostacolare pervicacemente il riconoscimento dei diritti fondamentali di chi non è maggioranza. Chi è oppresso oggi difficilmente sarà lieto di sentirsi dire che, un domani, la maggioranza che lo calpesta, a forza di tornate referendarie, si renderà conto della sua inciviltà ed immaturità e farà finalmente la scelta giusta. La democrazia diretta in Svizzera L'illustre esempio della Svizzera mette a nudo l’insufficienza di una riforma delle istituzioni politiche. Il paese possiede una tradizione associativa molto antica, un sistema federalista che consente interventi estremamente decentralizzati, una democrazia semidiretta, la procedura della consultazione, il referendum, l’iniziativa popolare. In realtà sono i conservatori e gli ambienti liberali dell'economia a ricorrere il più delle volte a tali mezzi e, in fin dei conti, gli svizzeri sono governati dalle loro banche. Alfonso Di Giovine, “Democrazia diretta e sistema politico”. La democrazia critica è incompatibile con l’esistenza di atti politici giuridicamente immodificabili. La questione, al momento attuale, ha a che vedere con la tendenza ad attribuire...al referendum il valore di un Diktat al quale ci si deve solo inchinare, senza poterlo discutere ed eventualmente contrastare ... Nella democrazia critica, neppure la decisione popolare diretta può essere presa come la parola che chiude definitivamente la questione. Gustavo Zagrebelsky, “Il crucifige” I cittadini elvetici hanno praticato la democrazia diretta fin dal 1874 ma questo non ha protetto in alcun modo jenisch, rom, ebrei, donne sterilizzate per ragioni eugenetiche, donne e uomini rinchiusi in centri di detenzione e correzione (administrative Versorgung) per essere “risocializzati”, pur non avendo commesso alcun reato e senza potersi difendere in una corte di giustizia, né ha in qualche misura contenuto lo strapotere politico delle multinazionali e delle banche. Laddove poteva fare veramente la differenza, la maggioranza del paese ha scelto di ignorare le sorti delle sue minoranze e di non toccare i privilegi dei potenti.


La costruzione dell’identità nazionale svizzera non si è fondata solo sul rispetto per la diversità ma anche sull’estirpamento di certe differenze giudicate non-elvetiche o antielvetiche attraverso la mobilitazioni di determinati “discorsi identitari” – la storia che un popolo ama raccontare di se stesso – ad esclusione di altri (Mottier, 2009). Sono queste storie che marcano i confini del noi e dell’altro-da-noi e possono escludere quel che fino a prima era parte di noi decretandone o accentuandone l’alterità. È perciò falsa l’autopercezione svizzera di essere una nazione particolarmente accomodante nei confronti delle differenze. Questo è vero solo in parte: la coesione sociale fu conquistata a spese di chi non era ritenuto degno di partecipare alla comunità (Gerodetti, 2005). Oggi questa stessa predisposizione si fa sentire in certe campagne referendarie che riguardano il riconoscimento dei diritti fondamentali delle minoranze. È fuor di dubbio che la democrazia diretta in Svizzera sia servita a rallentare il riconoscimento dei diritti civili ed universali (Charnley/Pender/Wilkins 1998). Nell’Azerbaigian le donne hanno ottenuto il diritto di voto nel 1919, in Italia nel 1946 e nella tanto ammirata Svizzera, a causa dell’opposizione popolare – che pure aveva avuto quasi un secolo di democrazia diretta per istruirsi ad un suo uso più civile ed umano –, nel 1971, ultima in Europa ad eccezione del Liechtenstein (1984). Il cantone di Vaud aveva introdotto nel 1959 il voto per le donne ma un referendum federale lo respinse a livello federale. Con vari referendum federali la popolazione maschile si oppose alle misure progressiste proposte dai politici che li rappresentavano. In alcuni distretti dell’Appenzell il diritto di voto alle elezioni comunali per le donne non è stato concesso fino al 1990. L’effettiva parità tra uomini e donne è stata sancita costituzionalmente solo nel 1981 ed il referendum del 1985 sulla modifica del codice civile che stabiliva l’uguaglianza dei diritti tra i sessi all’interno della famiglia passò con 921.743 voti a favore e ben 762.619 voti contrari. Il referendum del 1962 respinse una legge che impediva l’installazione di armi atomiche sul territorio elvetico. Nel giugno del 1970 un referendum che chiedeva l’espulsione di 300.000 lavoratori immigrati legalmente residenti ed impiegati ottenne il 46 per cento dei voti e la maggioranza assoluta nei cantoni più tradizionalisti ed anti-federalisti. Nel novembre del 1972, tra chi andò a votare per ridurre entro cinque anni a 500mila il numero di immigrati residenti in Svizzera, il 34 per cento era favorevole a questo progetto di legge. In seguito, ed a più riprese, con le varie Ausländerinitiativen, gli elettori svizzeri si sono rifiutati di rendere più facile se non automatica la naturalizzazione dei residenti di terza generazione, che sono spesso indistinguibili da un ipotetico, ma virtualmente inesistente, Svizzero “puro” o “medio”. Leonardo Coen, nella sua sconsolata analisi del voto referendario svizzero sui minareti intitolata “L’orologio a cucù dell’intolleranza” (Repubblica, 30 novembre 2009), scrive: “Stimolando la xenofobia e promettendo di esaudire gli interessi immediati (meno tasse, per esempio), il referendum si trasforma in uno strumento assai pericoloso nelle mani dei demagoghi, perché li autorizza poi ad andare sempre più oltre: così si istigano le cacce alle streghe, così si autorizzano le ronde contro gli extracomunitari, così si favoriscono l’intolleranza assoluta, la repressione, l’odio nei confronti degli oppositori, la censura, il


pensiero “unico”; così diventa prassi l’idiosincrasia nei confronti dei diritti e della dignità umana, della libertà di stampa e di quella politica”. Nella stessa occasione gli Svizzeri hanno respinto una proposta che ingiungeva alla Confederazione di sostenere gli sforzi per il disarmo e controllo degli armamenti. C’è, infine, il referendum del febbraio del 2011, che ha preservato il diritto di tenersi in casa le armi automatiche fornite dall'esercito. Oltre il 56% degli elvetici ha rifiutato il bando del fucile d’assalto militare dalle case (63,5% nel Canton Ticino). Uwe Serdült, vicedirettore del Centro di Ricerche sulla Democrazia Diretta dell’Università di Ginevra è uno dei più importanti ed autorevoli critici. Nel marzo del 2007 ha concluso un suo intervento alla Conferenza Internazionale per la Democrazia Diretta tenutasi a Buenos Aires invitando i promotori della democrazia diretta ad una maggiore sobrietà e realismo: “L’arsenale della democrazia diretta è un’arma istituzionale nelle mani di interessi organizzati (partiti, lobby, associazioni industriali e sindacati) e non dei cittadini”. Yanina Welp e Nina Massüger, due studiose di democrazia diretta all’Università di Zurigo, rilevano invece come i quesiti referendari trattino sempre più di questioni estremamente delicate da un punto di vista sia giuridico sia etico, come quella della carcerazione a vita per reati sessuali di soggetti giudicati irrecuperabili (2004), delle naturalizzazioni (2008), dell'edificazione di minareti (2009), dell'espulsione di delinquenti di origine straniera (2010). Più recentemente, un’iniziativa che mirava ad introdurre la pena di morte per omicidio con abuso sessuale è naufragata prima di arrivare al voto. Questo genere di consultazioni è in grado di “mettere radicalmente in discussione l’ordine costituzionale” (Kiener/Krüsi 2009) ed è in contrasto con diverse convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani: “a parte il fatto che, tra queste iniziative, ce ne sono di quelle che perseguono obiettivi quantomeno discutibili, non c'è dubbio che al giorno d'oggi la crescente internazionalizzazione del diritto e la crescente importanza della tutela dei diritti umani impongono limiti all'impiego dei meccanismi della democrazia diretta”, specialmente dato l’elevato astensionismo che li caratterizza (Welp/ Massüger 2010). Le due ricercatrici segnalano anche la medesime problematica messa in luce dai colleghi statunitensi: la democrazia diretta costa e “i gruppi meglio organizzati sono avvantaggiati al momento di convocare un referendum, giacché gli interessi più generali e quelli dei meno privilegiati non troveranno un’adeguata rappresentanza” (Welp/ Massüger ibidem). La requisitoria di Regina Kiener e Melanie Krüsi prende le mosse dalla constatazione che negli ultimi anni, in Svizzera, si è diffusa l’ideologia secondo cui la sovranità popolare è assoluta e la sua forza deliberativa deve prevalere anche sui principi sanciti dalla costituzione federale e dalle convenzioni internazionali per i diritti umani. La democrazia diretta deve perciò configurarsi come il valore fondativo dello Stato. Le due giuriste elvetiche imputano questa deriva al potere propagandistico della demagogia che separa tassativamente il “proprio” dall’“altrui”, il dentro e il fuori, e che in nome dell’esclusività e dell’esclusione nega il principio delle democrazie moderne per cui non esiste alcuno stato di diritto senza democrazia e non esiste alcuna democrazia se


lo stato di diritto non viene rispettato. Mentre nell’America della Guerra al Terrore le più gravi ferite allo stato di diritto sono state inflitte dalla Casa Bianca e dal Congresso, in Svizzera un processo analogo si sta verificando dal “basso”, attraverso iniziative popolari che compromettono l’edificio costituzionale (L. Langer 2010). È tuttavia importante capire che questo non è uno sviluppo imprevisto, essendo perfettamente in linea con le xenofobiche “misure contro la snazionalizzazione” (Massnahmen gegen die Überfremdung), promulgate nel periodo fra le due guerre, quando alcuni sostenevano che altrimenti gli svizzeri sarebbero diventati minoranza nel loro paese entro il 1997, allo stesso modo in cui la destra xenofoba e populista dei nostri giorni dichiara che, se non si interviene, la Svizzera sarà islamizzata entro il 2035. Allora le iniziative popolari furono usate per la prima volta per proteggere la purezza e l’autenticità dell’identità elvetica, nonché la sua prosperità, anche sulla pelle di chi fuggiva dai totalitarismi (Kury, 2003). L’analisi esemplare che Lorenz Langer, un ricercatore svizzero presso la facoltà di legge di Yale, fa delle implicazioni, ripercussioni e insegnamenti che si possono trarre dalla vicenda dei minareti (Langer 2010), ha una portata universale. La messa al bando della costruzione di ulteriori minareti è inconciliabile con la Convenzione Europea per i Diritti Umani e con il Patto internazionale sui diritti civili e politici. Questo ci deve far riflettere sulla eccessiva disinvoltura con la quale si ritiene che la democrazia diretta sia un bene assoluto e non una possibile fonte di rischi derivati dall’eterogenesi dei fini, ossia la tendenza delle attività umane a non svolgersi quasi mai secondo le modalità desiderate e nella direzione programmata. Langer domanda ai lettori: la vox populi dovrebbe godere di un’autorità assoluta oppure i voti andrebbero non solo contati ma anche soppesati, in relazione alle norme internazionali che proteggono le minoranze? L’impiego dello strumento referendario per strumentalizzare delle legittime preoccupazioni di fronte alla caparbietà con cui certi musulmani si rifiutano di venire incontro agli usi locali, usandole per imporre l’assimilazione o l’esclusione, in luogo dell’integrazione, non dovrebbe indurre gli Svizzeri a moderare il loro entusiasmo nei confronti della democrazia diretta? Magari spingendoli a rendere più selettive le operazioni di formulazione, approvazione ed implementazione delle iniziative popolari, come succede negli Stati Uniti, che pure hanno preso a modello proprio la Svizzera, ma hanno stabilito che i principi fondamentali sono intangibili, per metterli al riparo della faziosità e delle eccitazioni occasionali? Non è forse tempo di disintossicarsi dalla dipendenza dalla democrazia diretta, che offre fasi di grande esaltazione e piacere, seguite dai postumi della sbornia e da un’escalation di smania referendaria? Il ricercatore elvetico osserva che il dogma dell’infallibilità popolare è così radicato in Svizzera che persino gli oppositori al bando dei minareti non se la sono sentita di condannare la decisione dei cittadini, mentre i vincitori – la destra xenofoba ed etnonazionalista – hanno denunciato ogni critica come anti-democratica e condannato l’“imperialismo del diritto internazionale” negli affari interni alla Svizzera, che impone dei vincoli “irragionevoli” alle iniziative popolari in un paese che è “connaturatamente democratico” e che quindi non potrebbe mai violare i diritti umani di chi vi risiede. Questo dogma è il prodotto di un mito identitario (ossia di un mito etnico, cf.


Fait/Fattor 2010) necessario al ricompattamento di quelle popolazioni eterogenee che istituirono la confederazione elvetica. Il mito dell’autarchia, dell’autosufficienza, del contadino libero ed ugualitario, naturalmente democratico. Un mito, quello del Sonderfall Schweiz, che, come tutti i miti, contiene un fondo di verità, ma rimane nel complesso fallace. Langer ci ricorda che, fino all’invasione francese del 1798, quasi tutti i cantoni erano delle vere e proprie oligarchie rette da aristocratici, corporazioni o clan facoltosi ed una buona parte della popolazione non era libera. Perciò lo stato federale nato nel 1848 non fu il culmine di una tradizione secolare di governo a democrazia diretta di stampo schilleriano (cf. Guglielmo Tell e la sua libera fratellanza) ma fu una costruzione artificiale, “uno Stato in cerca di una nazione”. Tra i tratti genuinamente tradizionali che conservò ci furono l’avversione nei confronti di leggi e magistrati stranieri e l’interpretazione collettivista del concetto di libertà ed uguaglianza, che privava i singoli di alcune prerogative sancite dalle costituzioni di altri paesi. In linea con questa tradizione manipolatoria della presunzione e dabbenaggine delle masse, in un discorso del 2007, un ministro della giustizia elvetico si rivolse al pubblico stigmatizzando il diritto internazionale e paragonandolo alle leggi asburgiche delle quali gli Svizzeri erano riusciti a liberarsi, sostituendole con le “leggi del popolo”, perché il popolo deve sempre avere l’ultima parola. Così facendo, reiterò l’idea che la confederazione è nata grazie ad un’ispirazione esclusiva e non inclusiva, con l’atto di espulsione dei non-Svizzeri. Precisa Langer: “lo scetticismo verso l’altro è una parte integrante del sistema”. Non è un tratto distintivo tipicamente elvetico, ma va anche detto che la Francia, che ha una popolazione islamica molto più grande, deve limitarsi a “tollerare” la presenza di una decina di minareti e che, in Svizzera, il bando alla costruzione di minareti è passato solo grazie al voto delle aree rurali: nei maggiori centri e nei cantoni più urbanizzati (Ginevra, Basilea, Neuchâtel e Vaud), quelli dove la popolazione è a quotidiano contatto con i musulmani, ha vinto il no, ossia l’apertura alla diversità, al pluralismo. Langer legge questa preoccupante deviazione della democrazia diretta in Svizzera attraverso la lente della “fallacia patetica”, un’espressione coniata dal poeta inglese John Ruskin (1819-1900) per indicare l’ingannevole antropomorfizzazione delle cose e di tutto quel che non è umano (es. “oceano crudele”) che tende ad farci perdere il contatto con la realtà, introducendo la menzogna, l’irrazionalità e l’auto-inganno nella nostra percezione del mondo, nelle impressioni che ci formiamo delle interrelazioni tra le cose e le persone, specialmente quando siamo in preda alla nostra emotività. In altre parole, se siamo spaventati o aggressivi tendiamo a proiettare i nostri stati d’animo su tutto ciò che ci circonda, distorcendolo. In una fase storica in cui le persone temono di perdere il controllo delle proprie esistenze, il proibire l’edificazione di una struttura architettonica fornisce l’illusione di poter tenere a distanza un mondo ostile, di preservare il proprio beato isolamento. Langer chiede agli Svizzeri di mettere da parte le loro ipocrisie; se preferiscono una società più uniforme non sono obbligati a perorare la causa dell’uguaglianza e della libertà: “numerose nazioni non approvano la tutela della libertà di culto ed altri diritti civili e politici, ma un paese non può compiacersi della propria tolleranza istituzionalizzata e contemporaneamente concedere la propria tolleranza selettivamente”.


La democrazia diretta nel mondo A volerla considerare un acconcio contemperamento della democrazia rappresentativa, si dovrebbe per lo meno evitare di attribuire alla democrazia diretta ruoli e funzioni tali da poter ridurre gli organi di governo a semplici agenti esecutivi della volontà popolare; tali, cioè, da privarli di quel margine di autonomia decisoria, il quale ... meglio sembra garantire sia la effettività e l'unitarietà dell'azione di comando, sia soprattutto, per la dialettica che la fonda, proprio la sua stessa democraticità. Gustavo Zagrebelsky, “Il crucifige” Perché ci sia democrazia basta il consenso della maggioranza. Ma appunto il consenso della maggioranza implica che vi sia una minoranza di dissenzienti. Che cosa facciamo di questi dissenzienti una volta ammesso che il consenso unanime è impossibile e che là dove si dice che vi sia, è un consenso organizzato, manipolato, manovrato e quindi fittizio, è il consenso di chi, per ripetere il famoso detto di Rousseau, è obbligato ad essere libero? Del resto, che valore ha il consenso dove il dissenso è proibito? I dissenzienti li sopprimiamo o li lasciamo sopravvivere? E se li lasciamo sopravvivere, li recintiamo o li lasciamo circolare, li imbavagliamo o li lasciamo parlare, li espelliamo come reprobi o li teniamo fra di noi come liberi cittadini? Norberto Bobbio I diritti non sono al servizio della democrazia: è la democrazia ad essere al servizio dei diritti umani. Ricordiamoci che Aristotele, nel IV libro della Politica, chiamava “demagogica” la democrazia in cui “sovrana è la massa, non la legge”. Teniamo in debito conto il monito di Meuccio Ruini, che fu Presidente della Commissione dei 75, incaricata di elaborare il Progetto di Costituzione (1953, p. 13): Nel trattare degli attuali istituti del referendum, va fatto cauto uso dell’espressione e del concetto di democrazia diretta; gli antichi istituti ai quali si dà questo nome non erano veramente democratici (si riunivano talvolta pochi privilegiati); e dall’altro lato non è oggi possibile un regime di democrazia diretta (se non altro per le dimensioni degli Stati); la democrazia è essenzialmente rappresentativa; e si possono avere soltanto contemperamenti e, come si dice, “innesti” di democrazia diretta nei casi in cui si ammette, in via secondaria, qualche partecipazione del popolo, in altre forme che l’elezione dei rappresentanti, alla formazione delle leggi ed al funzionamento dello Stato E teniamo anche a mente le conseguenze del rifiuto di prendere in considerazione i pareri delle Cassandre del tempo di Weimar, che avevano consigliato maggiore moderazione nell’applicazione del principio che il popolo avrebbe dovuto fruire di maggior voce in capitolo nelle decisioni del governo e del parlamento tedesco (Pasquino 1998). Uwe Serdült e Yanina Welp, due tra i massimi esperti elvetici di democrazia diretta, hanno studiato le iniziative popolari di democrazia diretta in tutto il mondo dalla prima, nel 1874, al 2009 (Serdült/Welp 2012) ed hanno scoperto che la diffusione della democrazia diretta non ha nulla a che vedere con la crisi della democrazia rappresentativa nelle democrazie consolidate. Infatti la spinta per una maggiore democrazia diretta ha riguardato soprattutto paesi non-europei.


Sono solo quattro su 38 le nazioni dell’Europa occidentale che si sono dotate degli strumenti per attuare la democrazia diretta a partire dal basso. E di queste 38 nazioni solo 19 ne hanno fatto uso dalla fine degli anni Ottanta. La tanto bistrattata democrazia italiana risulta al secondo posto nel mondo, con 62 referendum a partire dal 1974, dopo la Svizzera (336 dal 1874) e davanti al Liechtenstein (56 dal 1925), San Marino (14 dal 1982) e Uruguay (11 dagli anni Cinquanta). Proprio in Uruguay dei referendum di riforma costituzionale sono stati promossi nel 1958, 1962 e 1966 per imprimere una svolta autoritaria al sistema di governo uruguagio. In Estonia, nel 1933, sotto la pressione della Depressione, il regime fascista fu instaurato proprio attraverso un’iniziativa popolare di democrazia diretta. Più recentemente, numerosi studiosi hanno messo in guardia dal sottovalutare la capacità dei gruppi di pressione e dei poteri forti di influenzare l’andamento delle campagne referendarie e l’esito del voto: il cosiddetto “paradosso populista” (Gerber, 1999). David S. Broder (2000) ha evidenziato con abbondanza di riferimenti come, in California ma anche altrove, la fiducia che si ripone del potere taumaturgico dell’iniziativa popolare è tragicamente fuori luogo: laddove c’è un netto divario di risorse, demagoghi e lobbisti strumentalizzano la democrazia diretta senza che gli elettori se ne rendano conto e sussiste un rischio molto concreto che, prima o poi, il sistema democratico rappresentativo e, con esso, la cornice costituzionale, possa essere abbattuto dall’interno, a furor di plebiscito. In pratica, quella che doveva essere una cura contro il lobbismo si è trasformata in un’ulteriore opportunità di manipolazione degli orientamenti dei cittadini, perché la politica non ha ancora provveduto a regolamentare adeguatamente le attività di pressione e renderle trasparenti. Barbara Gamble ha rianalizzato le esperienze di democrazia diretta negli Stati Uniti tra il 1959 ed il 1993 per scoprire che le maggioranze hanno ripetutamente usato lo strumento referendario per tiranneggiare le minoranze, con iniziative contrarie ai loro diritti civili che hanno riscosso una serie straordinaria di successi (Gamble 1997, p. 261). Questo avviene ancora più di frequente nelle comunità più piccole, laddove manca quell’eterogeneità di interessi che ostacola la formazione di maggioranze coese che possano spadroneggiare sulle minoranze (Donovan/Bowler 1998). Il problema principale è che chi è in grado di investire molto denaro ha una concreta possibilità (statisticamente significativa) di far pendere la bilancia da una parte o dall’altra, in accordo con le sue preferenze (Hertig, 1982; Kriesi, 2005; Stratmann, 2006). Hanspeter Kriesi, direttore del dipartimento di politica comparata all’Università di Zurigo e specialista di democrazia diretta, ha rilevato che le iniziative di democrazia diretta in Svizzera sono molto spesso impregnate di emotivismi e di tenaci pregiudizi in favore delle indicazioni di voto del proprio partito di riferimento. Moltissimi elettori decidono fin dall’inizio che cosa voteranno, cambiando idea molto di rado e facendo proprie le argomentazioni che raccolgono durante la campagna referendaria solo per razionalizzare scelte predeterminate e di carattere emotivo. In un intervento alla conferenza internazionale annuale dell’associazione di studi politici sul tema “in difesa della politica” (aprile 2012), l’amara considerazione di Kriesi è stata che l’esercizio deliberativo nelle campagne di democrazia diretta non corrisponde ad uno scenario ideale in cui i votanti prendono delle decisioni sulla base delle argomentazioni


più persuasive. Le élite politiche usano i referendum non per negoziare con gli avversari ma per sconfiggerli, il tutto a scapito della coesione sociale. Mentre l’islamofobia e la xenofobia hanno pesantemente condizionato la pratica della democrazia diretta in Svizzera, ostacolando per esempio gli sforzi dei rappresentanti politici di naturalizzare gli immigrati e garantire i loro diritti civili (Hainmueller/ Hangartner 2012), l’omofobia ha più volte annullato virtualmente tutte le iniziative a livello rappresentativo negli Stati Uniti che volevano garantire pari diritti agli omosessuali. Negli Stati Uniti, tra il 1995 ed il 2004, gli stati che prevedevano la democrazia diretta hanno approvato molte più proposte di legge ostili alle minoranze di quelli che non la contemplano (Lewis, 2011). Dobbiamo sconsolatamente prendere atto del fatto che James Madison, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, aveva ragione quando ammoniva che “quando una maggioranza è unita da un comune interesse, i diritti della minoranza sono incerti” (1787). La democrazia diretta inibisce l’estensione dei diritti concernenti la sfera dell’espressione della propria fede (Danaci 2012) e “può rallentare il processo di rimozione delle discriminazioni” (Marxer 2012, 165). Si consideri, per fare un altro esempio, il referendum bavarese del 2010 – 37,7% di votanti, 61% a favore dell’abolizione dell’autorizzazione a fumare in spazi predisposti –, che ha elettrizzato Stephan Lausch, coordinatore dell’Iniziativa per più democrazia in Alto Adige. Ha stabilito che la Baviera, assieme alla Saar, sarà l’unico altro stato tedesco ad imporre un divieto totale sul fumo nei locali pubblici dove si consumino bevande e cibo, incluso l’Oktoberfest. Mentre gli altri stati concedono spazi appositi per fumatori, la volontà popolare bavarese ha tagliato il nodo gordiano con la brutalità di una decisione che non ammette eccezioni. E questo unicamente perché la CSU, il partito di governo, ha scelto codardamente di lavarsene le mani per non perdere voti, affidando alla volontà popolare quella che doveva e poteva essere una scelta non punitiva per i fumatori, come è stato invece il caso negli altri Länder tedeschi. In questo, come in altri casi – penso ad esempio al patetico tentativo di Papandreou di usare un referendum per scaricare sulla popolazione la responsabilità di opporsi ai diktat della troika, invece di comportarsi da statista e capo del governo –, non è stato un eccesso, bensì un difetto di democrazia rappresentativa a nuocere ai diritti delle minoranze.

TERRA E LIBERTÀ! – LA SUGGESTIVA FIABA GOTICA DEI BRAVEHEART SUDTIROLESI Libertà, da sola, significa una cosa soltanto: autorizzazione a curare illimitatamente i propri immediati interessi, a costo di dissipare i beni collettivi e permanenti che assicurano un avvenire. Solo la responsabilità può togliere alla libertà il suo veleno distruttivo…Un popolo di individui liberi e irresponsabili ha i nervi fragili di fronte all’insicurezza per l’avvenire perché avverte, al tempo stesso, di esserne causa senza avere strumenti per affrontarla. Per questo, più di tutto detesta i profeti di sventura e ama chi lo tranquillizza. La paura è uno strumento politico. Per legare a sé questo popolo, per un


demagogo non c’è di meglio che, prima, diffondere paura e, poi, dissiparla. Al potere starà non il grande fratello ma il grande rassicuratore. Gustavo Zagrebelsky, Piazze piene e democrazia, la Repubblica, 12 dicembre 2006. C’è chi di voi parla dello “Libero Stato del Sudtirolo” che poi sarebbe una nuova Repubblica che dovrà, tanto per dirne una, decidere se chiedere l’ingresso in Europa o starne fuori. Nella vostra marcia ci spiegate anche come farà il piccolo Tirolo con gli attuali debiti pro capite a rispettare i rigidi parametri economici richiesti? O forse volete starne fuori? Allora bisognerà crearsi una moneta e poi provare a stare sul mercato finanziario proprio in questo periodo che non mi pare dei più floridi.... Emetterete titoli di Stato? Suvvia, signori Schützen, siamo seri. Marciare cantando slogan è facile. Creare un nuovo Stato nazionale molto meno. Quello che abbiamo adesso in casa nostra è un tentativo di convivenza nella direzione della democrazia e del rispetto dei diritti; un tentativo imperfetto e perfettibile, ma che ha almeno il vantaggio di avere una storia alle spalle di quasi un secolo. Buttare tutto e ripartire da zero? Per ripercorrere pari pari tutti gli scontri, i dissidi, le lotte, gli errori, magari, dio non voglia, i morti che abbiamo già avuto? Per favore, siamo seri. E siamo, ognuno a suo modo, utili a questa terra. Brigitte Foppa, “Miei cari Schützen, vi prego: non siete degli schiavi”, Alto Adige, 4 aprile 2012 Tra sfide e rancori in India nasce un nuovo stato, il Telangana…la scelta del Congresso sta già ottenendo un effetto boomerang negli altri territori dove ci si batte per l’indipendenza. A Kokrajhar gli animi sono surriscaldati…per una protesta dei separatisti del Bodoland, Karbi e Anglong che vogliono divorziare dall’Assam. Incidenti anche nel Darjeeling per i sostenitori del Gorkhaland, mentre in Uttar Pradesh la ex premier Mayawati Kumari ha rilanciato la sua idea di dividere in quattro il più popoloso stato indiano. Raimondo Bultrini, il Venerdì, 16 agosto 2013 Le nuove, auspicate patrie – Catalogna, Sudtirolo, Fiandre, Paese Basco, ecc. – non potrebbero difendersi dai mercati e dalle pressioni delle lobby delle multinazionali e, a causa delle loro minuscole dimensioni, vivrebbero nel terrore di essere sommerse e cancellate dalle ondate migratorie. Sarebbero come pesciolini che hanno bisogno di un stagno per sentirsi come squali o delfini, senza rendersi conto che il loro specchio d’acqua è in realtà la minuscola baia di un immenso oceano. Se questa tendenza particolaristica prendesse piede, finiremmo tutti in città-fortezza indipendenti, con milizie civiche. Più il mondo diventa interconnesso ed etnoculturalmente eterogeneo e meticcio più diventa insensato rinchiudersi con la propria gente nella propria piccola patria di egoismi tribali, come un adolescente imbronciato che sbatte la porta della sua stanza. Ogni muro serve a tener fuori certe persone ma anche a tener dentro certe altre persone: chi ama la libertà soffoca in piccole nazioni claustrofobiche che si attraversano in un paio di ore di autostrada L'errore che si commette è quello di considerare l'autodeterminazione di un gruppo umano come un valore assoluto e positivo. Ma l'autodeterminazione delle oligarchie finanziarie (deregulation – la chiamano “semplificazione” ma, tra i ricchi e i poveri, tra i forti e i deboli, la legge dovrebbe proteggere i secondi, l'anarchia avvantaggia sempre i primi) non è certo un passo in avanti per la civiltà umana.


L'autodeterminazione dei ricchi che optano per i paradisi fiscali e le cosiddette “gated communities” (quartieri fortificati) perché non vogliono contribuire ad una vita decorosa per i meno abbienti né vogliono subire le conseguenze del loro egoismo non è una cosa buona. L'autodeterminazione della Germania e del Nord Europa dal resto del continente, come se la distruzione del potere d'acquisto degli altri europei non comportasse devastanti conseguenze per le loro economie è suicida, come lo è l'autodeterminazione di una regione del nord dalle altre perché si ritiene depauperata, non rendendosi conto che il sistema economico vigente la trasformerà nel giro di una generazione nel sud sfruttato di qualcun altro. E che dire delle banche del Nord Europa che, dopo essere state salvate con i soldi di tutti i cittadini europei, stanno ritirandosi da tutti i paesi periferici, aggravando drammaticamente la crisi dei loro debiti pubblici? L’economista Vladimiro Giacché ha definito quest’ultimo fenomeno “la balcanizzazione del sistema finanziario europeo” (Pubblico, 4 dicembre 2012). Effettivamente, non si può fare a meno di notare che è in atto una balcanizzazione non solo del continente europeo, ma del mondo intero. Gli stessi Stati Uniti d’America non ne sono immuni. Queste “autodeterminazioni” ed “esclusività” sono egoismi individualisti e collettivisti. Non siamo monadi autarchiche, ma esseri viventi interdipendenti, interconnessi che viaggiano sulla stessa barca: gettare fuori bordo la “zavorra” rende la scialuppa stessa indegna di restare a galla. L'autodeterminazione delle persone che si continuano a considerare interdipendenti (autonomia, individualità democratica) è invece un approccio più saggio. È l'individuazione come salutare processo di maturazione spirituale e civile. Nell’un caso la prospettiva è quella della diversità in equilibrio, del rispetto per l’altro, dell’espansione creativa. Nell’altro caso il prossimo è soprattutto uno strumento, se non un’appendice necessaria al sostentamento della propria pulsione egotista, all’accentramento e controllo delle risorse e del potere, in una completa dedizione alla propria causa che, idealmente, richiederebbe un universo privato, auto-referenziato, la negazione finale dell’interdipendenza di tutti gli esseri umani e di tutto con tutto.

Libero e selvaggio - lo Stato Libero del Sudtirolo Se il simbolo dei sudtirolesi è la corona di spine, che simbolo dovrebbero adottare i palestinesi della Striscia di Gaza? Hans Heiss Conviene…esaminare spassionatamente anzi: sospettosamente quali germi di totalitarismo, di intolleranza, di perdita della ragione, di violenza e di esclusivismo si possano nascondere dietro ogni grande idea o causa che si pretenda generosa o umanitaria o addirittura salvifica. Alexander Langer


…uso l’esempio del Sud Tirolo. Quando ogni regione si auto-organizza, le cose riprendono a funzionare, come lì. Quando si dà uno stop alle interferenze e alle imposizioni di Roma, intesa come centro dello Stato, l’innovazione e la crescita lievitano, scompare la paura dello Stato. E la competitività ne guadagna enormemente. Questo, credo, è quello che l’Italia dovrebbe imparare dalla sua storia… [immagino] un’Italia delle regioni. Il primo passo necessario, probabilmente, sarebbe la separazione tra il Nord e il Sud. Per togliere paura ad ambedue le entità. Poi si dovrebbe andare verso regioni autonome, che si governano da sole. Dopo un po’ si potrebbe introdurre qualcosa che dia un feeling simbolico di identità italiana, ma niente di più. Come in alcuni Paesi è la monarchia. Marcia Christoff Kurapovna, neoliberista sloveno-americana, residente a Vienna, intervista al Corriere della Sera, 14 luglio 2012 Nel dicembre del 2011 Hartmuth Staffler, consigliere comunale di Bressanone per il movimento Süd-Tiroler Freiheit, una persona cortese, un galantuomo direi, che si definisce “orientato a sinistra”, se l’è presa con la befana, colpevole di essere stata introdotta dal fascismo: “Quello che sta succedendo a Bressanone col corteo della Befana mi sembra il goffo tentativo di imitare la politica del ventennio introducendo una tradizione ritenuta migliore della nostra”. Scrive a questo proposito Gabriele Di Luca, nel suo blog (”Sentieri Interrotti”): Nell’ipotesi malaugurata che simili personaggi ottengano davvero ciò che con animo rancoroso si propongono di realizzare (l’indipendenza del Sudtirolo dall’Italia), questo farebbe parte del conto: una negazione aperta e violenta di ogni traccia di cultura “altra”. A pochissimo valgono le rassicurazioni che di tanto in tanto qualcuno di loro si lascia sfuggire, anche se controvoglia. Il progetto di un Sudtirolo liberato dall’influenza culturale italiana ancora presente (seppur ormai recessiva e innocua) è l’unico obiettivo capace di soddisfare una brama di purezza molto pericolosa. In Alto Adige basta essere anti-fascisti per potersi dichiarare di sinistra e quindi dalla parte del bene. Anche i più progressisti tra gli indipendentisti sono inclini a coltivare il pensiero magico, l’idea che una volta ottenuta l’indipendenza tutti i problemi di convivenza si risolverebbero come per incanto. Spesso sono socialisti disillusi che non vogliono rinunciare all’idea che il loro mondo possa essere migliorato in modo radicale e rapido. Siccome la politica ha fallito allora si rifugiano nelle fantasie magiche e nella mistica dei poteri dell’immaginazione. C’è sempre un lieto fine, per quanto irrealistico, perché non si è più obbligati a rispettare i dettami della realtà e della natura umana, che diventano un qualcosa di mostruoso che impedisce al mondo ed all’umanità di diventare quello che erano destinati ad essere. Sono visioni che richiedono un’ambientazione “magica” e scorciatoie logiche che risolvono le contraddizioni di fondo: la secessione avviene consensualmente, pacificamente e senza strascichi di particolare rilievo: la Jugoslavia è un episodio irrilevante; i grandi problemi locali sono risolti localmente non appena si realizza l’indipendenza; la destra etnopopulista resterebbe a contemplare docilmente la transizione verso una democrazia de-etnicizzata; non ci sarebbe più la percezione di un nemico esterno, di un senso di minaccia persistente; i treni arriverebbero finalmente in


orario e ci sarebbero risorse per tutti; l’economia locale ne trarrebbe vantaggio, gli investitori scommetterebbero sull’Alto Adige, non contro l’Alto Adige; l’Unione Europea non avrebbe alcun problema ad accettare la scissione di uno stato membro e l’adesione all’Unione ed all’euro di un nuovo stato membro; i cittadini dello stato libero, pur geograficamente e demograficamente minuscolo, gestirebbero responsabilmente i flussi migratori; la Scozia fa sul serio ed è disposta a fare da cavia per tutti gli altri movimenti separatisti; ecc. Purtroppo, come dice il proverbio, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, di autoinganni e di utopie capaci di soddisfare i bisogni psicologici e spirituali dei militanti. La presunta nobiltà dell'ideale non comporta l’assenza di egoismi e piccinerie; l’impostazione nonviolenta della lotta non implica l’assenza di violenza psicologica e morale; la presunta giustezza della causa non rende automaticamente giusti; il presunto altruismo dello spendersi per una comunità può anche significare che si legittima l'amore narcisistico di sé (aspetto comune a tutti gli esseri umani), trasferendolo su una collettività, persuadendo se stessi che ciò possa renderlo moralmente meno discutibile. Purtroppo, così facendo, agli occhi dei militanti, la comunità diventa la loro immagine riflessa. I sudtirolesi/altoatesini in carne ed ossa (“come sono adesso”) svaniscono, lasciando il posto a cittadini immaginari (“come dovrebbero essere”), l’amore per il futuro spinge a disprezzare il presente, l’amore per i sudtirolesi “liberi” del futuro rende ancora più insopportabile l’inadeguatezza dei sudtirolesi “servi” del presente (Peterlini 2010). I conflitti sorti intorno alle questioni della toponomastica, dei monumenti fascisti, dell'euregio, dell'istruzione, della storiografia locale, dell'integrazione degli extracomunitari e chi più ne ha più ne metta, dimostrano che piuttosto che garantire pace, giustizia, uguaglianza, prosperità e felicità, la realizzazione di questo progetto incrementerebbe dissapori e occasioni di scontro; questo perché mancano un obiettivo comune ed un’identità condivisa. Un governo sudtirolese si dimostrerebbe o totalmente inefficiente e perciò irrilevante, oppure dispotico, e questo in misura crescente. Senza una comunità organica non si formano istituzioni durevoli, ma l’assetto etnicista ha impedito la nascita di una comunità eterogenea e contemporaneamente anche organica. Non basta uno splendido statuto/costituzione per fare una nazione, serve un processo storico e di maturazione, che in Alto Adige non è mai iniziato. Oltre al rinfocolamento del conflitto etnico, le ragioni strettamente pratiche per cui il progetto indipendentista sarebbe funesto sono numerose. L’ipotetico Freistaat Südtirol, ora lo sappiamo grazie alla risposta ufficiale di Barroso si ritroverebbe inizialmente al di fuori dell’eurozona e dell’Unione Europea e dovrebbe chiedere l’adesione ufficiale, con conseguenze finanziarie e commerciali drammatiche che si protrarrebbero per diversi anni (e con il consueto corollario di austerità draconiana). Si registrerebbe un vistoso calo demografico, visto che migliaia di residenti italiani ed immigrati si trasferirebbero in Italia, spinti da paure, disagi, timori, malesseri, scetticismi più o meno giustificati (alcuni lo vedrebbero come un punto a favore). Come se la caverebbe un’economia altoatesina pesantemente dipendente dal mercato italiano (solo il 5% delle imprese locali esporta) se fosse sottoposta a boicottaggio da migliaia di consumatori italiani vendicativi?


Dopo il risanamento, con grande smacco degli amanti della purezza etnica, si verificherebbe un contro-flusso di immigrazione di massa di italofoni e non, per nulla familiarizzati con la situazione locale, alla ricerca, più emotiva che realistica, di un’America della porta accanto o di una Svizzera comunitaria. La totalità delle competenze comporterebbe costi impressionanti ed inizialmente insostenibili – sicurezza, poste, giustizia, sistema carcerario, stato sociale, sanità, infrastrutture, difesa, ecc. Si verificherebbe certamente un boicottaggio di massa da parte di consumatori e turisti italiani, una cospicua fonte di introiti per l’Alto Adige (es. 40% del turismo invernale). Inoltre, un’area balcanizzata è facilmente colonizzabile ed egemonizzabile da chi è più potente. Si citano (es. Franz Pahl, l’ex consigliere provinciale e presidente della Regione) come esempi positivi Israele, Slovacchia, Kosovo, Sudan del Sud, Svizzera. Ma solo quest’ultima è una nazione stabile e democratica, in virtù della sua egemonia bancaria che forse è ciò che ha impedito a certi politici di spingere troppo sull’acceleratore della xenofobia. L’Alto Adige sarebbe comunque una brutta copia della Svizzera, non un nuovo paradiso fiscale concorrente. Inoltre, nell’era della globalizzazione del capitale, gli stati piccoli sono come fuscelli nella tempesta, specialmente se non c’è nessuno disposto a tutelarli. Quanto alla visione di uno stato che però non è uno stato, ma è una patriamatria di nuova concezione, è opportuno ricordare che gli Ebrei, prima di poter essere emarginati e poi sterminati, sono stati snazionalizzati (cf. Hannah Arendt per un approfondimento). Diversamente, lo stato di diritto li avrebbe tutelati ed una sua eccessiva manomissione avrebbe indebolito la presa del nazismo sulla popolazione tedesca, che era tutt’altro che assoluta. Il paragone con quanto accaduto nella Germania di Hitler non è fuorviante perché non riguarda gli Ebrei in quanto tali, ma la configurazione dello stato di diritto come si è affermata nelle democrazie occidentali e ormai in tutto il mondo. Un altro esempio che mi pare calzante è costituito dalla deviazione della cultura giuridica americana nella direzione di un crescente autoritarismo che, facendo leva sulle paure ed insicurezze dei cittadini, sta disgregando l’architettura dei diritti costituzionali denominati “Miranda” (quelli di cui si viene informati al momento dell’arresto, come sa bene chi guarda i film polizieschi d’oltreoceano) e questo proprio attraverso un processo di snazionalizzazione, di perdita della cittadinanza di cittadini statunitensi anche solo sospettati di avere un qualche legame con un’organizzazione considerata terroristica dal governo degli Stati Uniti. Al momento attuale, lo status di cittadino di uno stato a democrazia costituzionale è una forma di tutela irrinunciabile. Il dibattito sulle questioni etniche e sul sub-nazionalismo sudtirolese o padano sta impedendo all'opinione pubblica locale di concentrarsi su quelli che, attualmente, sono i veri problemi (il che non esclude che si possa riprendere il discorso a fine crisi). La risposta alla crisi attuale non è la guerra tra i poveri, ma la regolamentazione dei mercati, la tassazione delle rendite finanziarie, la soppressione dei paradisi fiscali e l’abolizione del gigantismo bancario ed industriale. Come si realizza questo ambizioso obiettivo? Questi subnazionalismi ci avvicinano o ci allontanano da questa meta? Ci uniscono o ci dividono? Ci rafforzano o ci indeboliscono di fronte alle oligarchie finanziarie?


La Costituzione dello Stato Libero del Sudtirolo e il nuovo maccartismo L'azione politica e culturale dei nazionalisti che si sono succeduti negli ultimi novanta anni ha determinato una situazione paradossale, per cui in una terra autonoma, plurilingue e ricchissima, non solo culturalmente, che potrebbe essere un modello di laboratorio di convivenza per l'intera Europa, troviamo gli italiani più antitedeschi ed i tedeschi più anti-italiani d'Europa. Chi ha sempre voluto imporre esclusivamente i propri simboli, non accanto, ma al posto degli altri, pensando che sui pennoni ci sia posto solamente per una bandiera, la propria; che sui cartelli ci sia posto solamente per una toponomastica, la propria; che l'unico ente sovrano debba essere quello dove un gruppo è maggioritario, il proprio, alimentando un nazionalismo reciproco e diffusissimo nonostante l'opulenza, nega non solo il passato ma anche il presente ed il futuro di questo territorio. Giorgio Delle Donne, La storia con-divisa, 2011 Chi rivendica il diritto all’autodeterminazione sottolinea in continuazione che gli italiani – in uno Stato autonomo o nell’ambito dello Stato austriaco – sarebbero tutelati come lo sono i tedeschi in Italia. Ciò significa che la tutela attuale non può essere poi così male. Ma se penso a come l’Austria tutela le sue minoranze, allora il mio scetticismo si acuisce. Basta dare uno sguardo alla Carinzia, dove vive la minoranza slovena. Confesso che in uno Stato sovrano avrei paura del nazionalismo tedesco, dei suoi impulsi vendicativi. Solo fino a pochi anni fa gli Schützen dichiaravano che gli italiani sono solo ospiti in questa terra, un’assurdità che contrasta con i diritti fondamentali dell’uomo, poiché ogni cittadino dell’Unione Europea ha il diritto di residenza in tutti i suoi Stati membri . Preferisco dunque le certezze di oggi: garanzie costituzionali e internazionali e una cultura politica europea di democrazia e tolleranza. Alle promesse di un radioso futuro preferisco le sicurezze del presente. Günther Pallaver, “Stato libero: una visione”, Corriere dell’Alto Adige, 2009 Il progetto di uno stato libero del Sudtirolo ha un obiettivo principale: liberarsi del fardello etnico non-tirolese. I separatisti sanno molto bene che una grossa parte della popolazione di lingua italiana emigrerebbe, non fidandosi del nuovo ordine locale, preoccupata di non poter beneficiare della tutela dello stato italiano. Probabilmente anche molti immigrati (che parlano in maggioranza l’italiano e non il tedesco, tanto meno il tirolese) li seguirebbero. In questo modo, otterrebbero due piccioni con una fava: la loro micronazione ed un’egemonia pressoché inscalfibile. La bozza della costituzione dello Stato Libero del Sudtirolo, approntata dal già citato professor Peter Pernthaler dell’Università di Innsbruck, è una chiara indicazione in tal senso. Lo Stato Libero in questione sarebbe una Baviera, o una Svizzera, più chiusa, più arcigna e più conservatrice, con fortissime venature antidemocratiche. Ci sarebbe il mantenimento della proporzionale etnica, che pure le nuove dirigenze dell’SVP sarebbero disposte a lasciarsi alle spalle perché superata e fomentatrice di scontro invece che di coordinamento, coesione ed attiva collaborazione ad un obiettivo comune. In molti passaggi cruciali si parla di popolo (Volk), non di cittadini, come è invece la norma nel costituzionalismo moderno post-comunista.


Osservo che Jed Leland, in “Citizen Kane” di Orson Welles, accusava il magnate dei media Charles Foster Kane di “parlare del popolo come se fosse di sua proprietà”. Proseguiamo. I referendum potrebbero emendare la costituzione – un enorme pericolo che introduce la prospettiva di una tirannia della maggioranza, come succede in Svizzera. L’articolo 2 sancisce che “I ladini di Cortina, Colle Santa Lucia e Arabba appartengono al popolo (sic!) sudtirolese e possono unirsi allo Stato Libero esercitando il loro diritto all’autodeterminazione”. Il fatto è che il diritto di autodeterminazione non comporta il diritto alla secessione: le spinte secessionistiche non consensuali, in genere, sfociano in guerre civili. Incitare cittadini residenti in Veneto ad unirsi a questo “stato regionale autonomo” non è la maniera migliore per farsi benvolere dalla cittadinanza italiana e dallo Stato italiano. All’articolo 4 si legge che ogni gruppo linguistico ha il diritto alla conservazione della propria identità. S’impone un quesito: essere bilingui o trilingui e quindi poter assaporare, ammirare, fare proprie e condividere e diffondere altre identità è una violazione di questo diritto? È altresì necessario ribadire per l’ennesima volta che le lingue, le patrie, le culture non hanno diritti. I diritti spettano alle persone. L’intera architettura del diritto costituzionale e del diritto internazionale si fonda su questa saggia premessa; saggia perché le astrazioni non possono avere la precedenza sulle persone e, quando invece succede, l’umanità ha patito l’indicibile. Dev’essere chiaro che chi la vuole contestare si troverà come compagni di viaggio fondamentalisti, neonazisti, neofascisti, imperialisti e fanatici assortiti, ossia con tutti quelli che credono che Dio/la Verità/il Bene si schieri con un popolo piuttosto che un altro. Le lingue non impongono obblighi, solo le persone se li assumono nei confronti di altre persone. La decisione di parlare o no una certa lingua spetta al cittadino, dev’essere completamente libera e deve presupporre che la scelta sia reale, ossia che la società fornisca tutti gli strumenti (didattica, bilinguismo diffuso) atti a renderla tale. La politica linguistica non deve dunque danneggiare nessun cittadino. L’insieme del testo proposto lascia peraltro intuire che più che di un diritto si intenda un dovere e che i presunti diritti di un gruppo saranno garantiti per sottrazione ai gruppi di minor peso. Non è peraltro chiaro come i flussi migratori, internet e i matrimoni misti possano essere compatibili con questo articolo. Si dichiara che i toponimi devono essere indicati nella lingua della maggioranza della popolazione locale e nella lingua del gruppo linguistico i cui membri risiedano nella località per almeno il 15%. In Francia ciò implicherebbe l’uso dell’arabo, a Berlino si dovrebbe ricorrere al turco, in certi distretti inglesi sarebbe l’urdu a farla da padrone. Sembra quasi che si dia per scontato che in futuro saranno adottate misure tali da impedire che l’attuale proporzione etnolinguistica locale sia alterata nelle prossime generazioni. Forse si sta già pensando a costruire un muro come alla frontiera con il Messico o, nel caso israeliano, con i paesi arabi? Ci si dovrà mettere il cuore in pace: nessun muro ha mai impedito alla gente di fare amicizia e amarsi indipendentemente dalla lingua, dalla fede, dal colore della pelle. Chi cerca di arginare il corso della storia e della natura è destinato ad essere travolto. Più oltre incontro una formula singolare: “Lo Stato Libero promuove i rapporti culturali transfrontalieri dei gruppi linguistici con il loro popolo di origine”. Il che mi fa


immaginare un futuro in cui ogni bimbo altoatesino e sudtirolese sarà tenuto a comprendere e tenere a mente che è un’appendice di un fantomatico “popolo di origine” ma, a giudicare dalle prese di posizione della destra in consiglio provinciale, lo stesso non vale per i figli degli immigrati, che dovrebbero farsi assimilare al più presto. D’altronde l’articolo 6 garantisce che i giovani saranno “protetti da minacce per il loro sviluppo fisico e spirituale”. I consiglieri della destra altoatesina e sudtirolese considerano l’Islam una minaccia, ne consegue dunque che lo Stato Libero sarà una regione de-islamizzata? Come si concilia l’articolo 6 con il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 10, c. 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950; art. 11, c. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000; art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948; art. 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966), che la Dichiarazione dei diritti della Virginia del 1776 – la madre di tutte le costituzioni – definiva “uno dei grandi capisaldi della libertà, e non può mai essere limitata, che da governi dispotici»? L’articolo 7 pone le basi di ingenti fardelli fiscali che non incontreranno il favore dei cittadini. Impone infatti di curare le istituzioni con un radicamento locale, la cultura popolare, gli usi e costumi e le particolarità delle singole località e regioni dello Stato Libero. L’articolo 8 auspica un rafforzamento del regionalismo europeo, ma anche qui tutto dipende da che tipo di regionalismo si stia parlando. I successivi articoli sono molto belli, molto importanti e molto condivisibili, ma mettono a nudo una contraddizione a mio parere insanabile. L’articolo 9 salvaguardia la dignità dell’uomo, definendola inviolabile. Altrettanto inviolabile, stando all’articolo 14, è la libertà di fede, di coscienza, di culto e dell’orientamento religioso e ideologico. L’articolo 10 stabilisce che “ogni persona ha diritto al libero dispiegamento della propria personalità, purché ciò non violi i diritti di terzi”. L’articolo 13 proibisce la discriminazione o il favoritismo “sulla base del sesso, dell’origine, della razza, della lingua, della patria e della provenienza, della fede, del suo orientamento religioso o politico”. Tutti questi buoni propositi sono in diretto e massiccio contrasto con le proposte di legge della destra in materia di immigrazione, che sarebbero considerate incostituzionali dalla stessa costituzione proposta dalla destra. Il che ci porta ad un’unica possibile conclusione: il tentativo di conciliare il vecchio Alto Adige localista con un nuovo Alto Adige internazionalista è necessariamente fallimentare. Sono in buona parte incompatibili. La cosa non ci rallegra, come non ci fa piacere sapere che il 99% delle specie vissute su questo pianeta si sono estinte prima dell’avvento della civiltà umana e non le potremo mai ammirare. Però la realtà è cambiamento e non ci possiamo fare nulla. Chi prova a congelare il divenire storico incorre in esiti non particolarmente felici. Un esempio per tutti è lo statuto degli Schützen, in cui si ingiunge: (a) la fedeltà a Dio ed alla tradizionale fede cristiana dei padri, nonché all’eredità mentale (sic!) e culturale degli avi; (b) la difesa della patria, dell’integrità del popolo (Volksgruppe), dello stile di vita e del paesaggio locale; (c) la libertà e la dignità dell’uomo. Non è difficile capire che il punto “c” fa a pugni con gli altri due. Innanzitutto perché l’indigeno è tenuto a conformarsi alla tradizione, trasmettendola integralmente ai posteri, autentica e pura, indipendentemente dalle sue propensioni e dalla trasformazione che la


sua visione del mondo subisce necessariamente con il passare del tempo e l’accumularsi delle esperienze di vita. Cosa succederebbe se diventasse consapevole della sua omosessualità? Se volesse sposare una residente di provenienza sub sahariana? Se scoprisse un’irrefrenabile passione per le danze latino-americane? Non è certo questo il modo di garantire in misura significativa la dignità e la libertà delle persone. In secondo luogo perché diverse migliaia di Schützen, per poter tener fede a questo patto, sono costretti a contrapporsi ai nuovi arrivati ed alle nuove generazioni, che nulla sanno della tradizione degli avi e possono anche preferire il suo abbandono, se essa viola la loro libertà e dignità. Come la costituzione proposta dai Freiheitlichen, anche lo statuto dei bersaglieri tirolesi cerca di mediare tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità, ma non vi riesce, perché tra desideri e realtà c’è di mezzo l’oceano di una quotidianità che fa a pezzi le astrazioni e pretende concretezza e compromessi. Degli interrogativi che sarebbe legittimo porsi potrebbero essere i seguenti: la libertà di praticare la propria fede include anche la messa a disposizione di luoghi di culto per musulmani ed hindu e il diritto di indossare il velo (che nelle grandi città musulmane è diventato un accessorio che valorizza l’abbigliamento, il volto ed il trucco)? Il divieto di censura tutelato dall’articolo 15 riguarda anche le voci che si levano in difesa dei diritti degli immigrati oppure quelle voci saranno zittite perché minacciano “la comprensione tra i popoli” e il “diritto alla conservazione della propria identità”? L’articolo 18 vieta la costituzione di “associazioni i cui scopi o la cui attività contrastino con il principio della comprensione tra i popoli”. Tra le associazioni che violano “il principio della comprensione tra i popoli” ci sarebbero anche organizzazioni come le Burschenschaften austriache, ossia gruppi di estremisti razzisti dei quali fa parte anche il leader della destra austriaca e successore di Haider, Heinz Christian Strache? O sarebbero solo le associazioni musulmane ad essere messe fuori legge? Quando all’articolo 23 si sancisce che “i cittadini hanno il diritto di scegliere liberamente la propria sede formativa”, ciò vale anche per le scuole confessionali non cattoliche? L’articolo 33 precisa che, in occasione della prima seduta a cui partecipano i membri dell’Assemblea per prestare giuramento, “è consentita l’aggiunta di un’invocazione religiosa”. Vale anche se un giorno il presidente dovesse essere induista, ebreo o musulmano? A me pare evidente che chi ha elaborato questa costituzione coltivi un’incrollabile certezza nel fatto che l’ordine attuale sia immutabile e che il gruppo etno-linguistico dominante sia destinato a restare tale, sebbene la storia dimostri che questa pretesa è assolutamente puerile e dai risvolti a dir poco terrificanti. Nulla, nell’universo, dura per sempre, grazie a Dio! Le utopie sono terribili perché tendono a non includere nei loro calcoli la storia e la precarietà delle istituzioni e velleità umane. Se la democrazia si è imposta come alternativa più praticabile è proprio perché nasce da questa constatazione e non cerca di essere eroica, gloriosa, epica, immortale, estatica, tracotante, grandiosa, ecc. Non sfida la storia, non sfida la natura umana. Invita al rispetto per gli esseri viventi, all’aiutarsi l’un l’altro per superare le continue difficoltà, turbamenti e disagi, ad essere responsabili e giusti a lasciare liberi chi si ama e chi si odia, finché questi fanno lo stesso nei nostri confronti.


RISPETTARE LE DIFFERENZE, LOTTARE PER L’UNITÀ La polarità, o azione e reazione, noi la incontriamo in ogni settore della natura; nelle tenebre e nella luce; nel calore e nel freddo; nel flusso e riflusso delle acque; nel maschio e nella femmina; nell’ispirazione e nell’espirazione di piante ed animali; nelle sistole e diastole del cuore; nella gravità centrifuga e centripeta; nell’ondulazione dei fluidi del suono; nell’elettricità, nel galvanismo e nell’affinità chimica. R.W. Emerson Ciò che in lui [Alexander Langer] come visione, come predilezione per l’essere umano al di là di ogni costrutto, come fede nel bene e nell’onestà, come fame e sete di giustizia, appariva nelle edizioni dei suoi scritti, era la summa di tutto quello che doveva sembrare possibile, se soltanto lo si fosse voluto, se non si fosse preferito e si preferisse tenersi abbarbicati a tutte le barriere che sono nella nostra testa, perché tanto si sa che l’altro è fatto così e potrebbe rappresentare per me una minaccia e io sono quello che sono e non posso fare altrimenti (cioè, non è che non vorrei, ma non ho il coraggio di farlo, per usare le parole di Karl Kraus). Hans Karl Peterlini, da “Stare insieme è un’arte. Vivere in Alto Adige/Südtirol” (Giudiceandrea/Mazza 2012) Conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nel concepire grandi progetti, portarli rapidamente a termine, avere il superfluo in abbondanza, possedere cavalli d’ineguagliabile velocità, armi d’incomparabile potenza e bellezza, gioielli squisiti per le proprie amanti, dimore magnifiche, i servi migliori, poter danneggiare i propri nemici più di ciò che a chiunque altro sia consentito, essere ammirati dal maggior numero possibile dei propri simili. Ancora: ci sono le persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili, l’agricoltura, come armonia con la natura. Gustavo Zagrebelsky, “Il welfare del pensiero: perché le idee sono un bene comune”, la Repubblica, 31 agosto 2012 In questa sezione conclusiva desidero presentare una visione morale e sociale per un diverso modello di sviluppo e progresso applicabile all’area alpina, ma non solo. Competenza, efficienza, senso del dovere, puntualità, lindore, diligenza, obbedienza, efficienza, dedizione, coesione, ordine, disciplina, parsimonia, utilità, mansuetudine, accuratezza, rapidità, prevedibilità, precisione, celerità, continuità, unità, rigorosa subordinazione, riduzione degli attriti, massimizzazione, ecc. sono virtù secondarie, non primarie. Le virtù secondarie servono a far funzionare una società come una macchina con gli ingranaggi ben oliati. Ma sono le virtù primarie a mantenerci umani, virtù come la dignità, il rispetto, la sollecitudine, la premura, la compassione, l’equità, la solidarietà, l’amore, il cameratismo, l’amicizia, la concordia, ecc. Le virtù secondarie includono tutte qualità generalmente associate alle operazioni delle macchine. Sono utili per il vivere associato perché ci aiutano a vivere in maniera organizzata ed efficiente ma sono strumenti in vista di un fine e nulla di più.


Diversamente, c’è il rischio che formino gli anelli di una catena di male che termina in luoghi come Auschwitz. Solitamente, le virtù secondarie si giustificano per la loro utilità. Gli utilitaristi, invece, mettono in dubbio la validità di quelle primarie. In realtà le virtù primarie non necessitano di una giustificazione razionale, come non ne hanno bisogno l’amicizia, la solidarietà, la collegialità, la fraternità, il cameratismo, ecc. che la alimentano e ne sono alimentate. Occorre giustificare l’amore dei genitori, la lealtà amicale, la buona azione del buon samaritano? Quest’ultimo avrebbe potuto vivere con se stesso e con la sua coscienza se non avesse aiutato il bisognoso? Aveva una scelta? Doveva elaborare razionalmente la sua condotta? Dovrebbe essere piuttosto evidente che non serve alcuna verifica, autenticazione, approvazione superiore. Non serve neppure una qualche definizione condivisa: una piena comprensione di quel che è importante nelle nostre vite non richiede una definizione precisa? Molte delle nostre definizioni non stanno in piedi ad un’attenta analisi. Quel che importa è l’idea ed il comportamento che da essa origina, non la sua definizione. L’umanità non potrebbe esistere senza la condotta morale e, poiché entrambe esistono, non ci dovrebbe essere bisogno di alcun approfondimento. Vaclav Havel (“L’idolo infranto dello Stato sovrano”) ebbe la sventura di fare esperienza sulla propria pelle della violazione dei suoi diritti e dignità e questo è il suo autorevole parere: “Mi sono spesso domandato perché mai gli esseri umani abbiano dei diritti. E sono sempre giunto alla conclusione che i diritti umani, le libertà umane e l’umana dignità hanno le loro radici profonde da qualche parte al di fuori del mondo percettibile. Questi valori sono tanto potenti perché, in determinate circostanze, la gente li accetta senza esservi costretta ed è pronta a morire per essi. Questi valori hanno un senso solo nella prospettiva dell’infinito e dell’eterno”. La coscienza umana è virtualmente infinita. Non c’è realmente alcun limite significativamente circoscrivibile al numero e qualità di espressioni creative dell’umano in una varietà di combinazioni parimenti indeterminabile. L’umano è, infatti, tale – e non merita di essere trattato come sono stati trattati Saddam Hussein e Gheddafi – perché è un essere indeterminato ed indeterminabile, imprevedibilmente trascendente. Dalle suddette virtù derivano dirittidoveri che, a loro volta, non abbisognano di spiegazioni e giustificazioni. Sono intuizioni morali spontanee il cui significato e cogenza possono sfuggire solo a persone prive di empatia o introspezione. In un ipotetico consesso di civiltà della Via Lattea esemplificherebbero l’ethos umano, sarebbero il nostro biglietto da visita, qualcosa di cui essere orgogliosi. Possiamo e dobbiamo augurarci che chi verrà dopo di noi sia sufficientemente maturo da non necessitare di alcuna certificazione divina dei principi morali. Che capisca quanto sia puerile pretendere che qualcuno spieghi logicamente perché gli esseri umani dovrebbero trattarsi con decenza l’un l’altro, come se servisse il permesso di Dio o una legge di natura per non maltrattarsi.


Se una maggioranza di esseri umani non facesse quel che va fatto non ci sarebbe alcuna vita umana. Basta trattare gli altri come vorresti essere trattato, nel pieno rispetto della dignità di ciascun essere umano. Tutto qui. Esistono dei dirittidoveri universali ed eterni che affondano le loro radici nella regola d’oro (F. Stella, 2006, pp. 207-208): “tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12; Lc 6,31); “quel che non desideri per te, non farlo neppure ad altri uomini” (Confucio, Dialoghi); “non fare ad altri ciò che non vuoi che essi facciano a te” (rabbi Hillel, Sabbat); “Nessuno di voi è un credente, fintanto che non desidera per il proprio fratello quel che desidera per sé” (al-Nawawi, Hadith); “l’uomo dovrebbe comportarsi con indifferenza verso le cose mondane e trattare tutte le creature del mondo così come vorrebbe essere trattato” (gianismo, Sutrakritanga); “una condizione, che non è gradita o piacevole per me, non lo deve essere nemmeno per lui; e una condizione che non è gradita o piacevole per me, come posso imporla ad un altro?” (buddismo, Sanyutta Nikaya); “non bisognerebbe comportarsi verso altri in un modo che non è gradito a se stessi: questa è l’essenza della morale” (induismo, Mahabharata). Questi dirittidoveri sono inscindibili, perché a ciascun diritto corrisponde il mio dovere di rispettare l’altrui diritto e di farlo rispettare, così come ogni dovere promana dal riconoscimento di una dignità intrinseca che fonda i suddetti diritti. Per questo non ha senso parlare di diritti e di doveri, bensì di dirittidoveri. Questa verità intuitiva, come quelle sopracitate, era considerata un’ovvietà lampante nel passato, ma oggi sofismi e razionalizzazioni dialettiche l’hanno oscurata. Così mi trovo costretto ad argomentare ciò che non andrebbe argomentato. Cercherò almeno di essere il più possibile conciso. Il dirittodovere alla giustizia sociale ed all’equità Nella filosofia greca classica giustizia e senso della misura erano inestricabilmente connessi. Archita elogiava la giusta misura, che neutralizza “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Eraclito, Anassimandro, Esiodo, Solone convenivano sul fatto che il fondamento della moralità umana sia la misura e la repressione dell’eccesso e che mutualità e giustizia sono le virtù che producono l’uguaglianza. La giustizia non è semplice imparzialità o equità, presuppone uguaglianza nel rispetto, trascende le norme di legge: sei un mio pari, ti tratterò di conseguenza. La giustizia è qui intesa non come ideale ma come una prospettiva sul mondo. Sono in una posizione di privilegio rispetto alla tua, ma è un accidente, un caso del destino e quindi un mio eventuale senso di superiorità sarebbe del tutto ingiustificato. Non c’è giustizia se manca il riconoscimento della comune umanità e il desiderio di riparare ad un’ingiustizia occorsa ad un altro come se l’avessimo subita in prima persona. Per questo la civiltà contemporanea sta affondando e dalle sue ceneri non dovrà nascere una fenice, ossia un clone del presente, ma un mondo nuovo e diverso.


Il dirittodovere alla libertà ed all’autonomia La libertà è lo svincolamento da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona la passività e prevedibilità della materia grezza. Gli oggetti hanno cause, i soggetti hanno motivazioni e ragioni complesse ed anche contraddittorie. La libertà è la dimensione di apertura illimitata che consente all’essere umano di trascendere la finitezza. È una condizione d’esistenza indispensabile allo sviluppo della psiche e della coscienza. Essere libero, libero di essere onesto con me stesso, di pensare senza dovermi chiedere ogni volta cosa gli altri penseranno di me, di vivere pienamente ed abbondantemente. Non c’è umanità senza libertà di scegliere, non esiste morale e maturazione spirituale se una persona non può essere libera di compiere il male. Quella persona sarebbe un’arancia meccanica, un congegno, non un essere vivente. Per questo nei campi di sterminio il suicidio e lo sciopero della fame erano proibiti e severamente puniti, anche se acceleravano la morte dei detenuti. Ogni atto di autodeterminazione era bandito. In una democrazia che rispetto libertà ed autonomia, io conto, le mie decisioni possono fare la differenza, perché sono mie; non sono trascurabile, la mia volontà ha un peso. Mi si devono delle spiegazioni, posso esprimere il mio parere, posso contestare quello altrui, ho diritto di poter ascoltare il parere altrui, di prendere parte alla vita della comunità. In questo risiede la mia dignità, nel fatto che sono imprevedibile perfino a me stesso; sono solo parzialmente determinato dal mio corredo genetico e dal mio ambiente socioculturale; c’è qualcosa in me che è unico e che è in larga misura inespresso. Sono un progetto, un lavoro in corso, posso e debbo riflettere su chi sono, da dove vengo e dove voglio andare. Posso scegliere, mi creo e ricreo ogni giorno e non sono un prodotto, un manufatto, una merce, un burattino, un automa. Posso trovare il coraggio di essere me stesso, di vivere consapevolmente e sento che questo enorme beneficio vale per tutti gli altri, che vivrei meglio in una comunità in cui tutti potessero farlo, senza violare l’altrui diritto di poterlo fare. Una comunità di persone libere e responsabili che si sforzano di consentire agli altri di essere nelle condizioni di poter esprimere e migliorare se stesse, di non nascondersi a se stesse ed agli altri, di cambiare, di desistere e ricominciare da capo. Non sono la proprietà di nessun altro, neppure della mia comunità, di una casta, della società, di una multinazionale, o dello Stato. Nessuno mi può trattare come un bambino o un animale domestico se sono un adulto e mi comporto come tale. Ci sono dei confini che non devono essere violati, ho dei diritti inalienabili che mi permettono di procedere nell’elaborazione del progetto di me stesso, assieme agli altri, coralmente. Mi pongo al servizio del prossimo ma non sono a disposizione degli altri per qualunque cosa, eccezion fatta per le persone che amo ed anche lì con dei distinguo. Devo poter vivere a modo mio anche se le mie scelte sono impopolari e magari persino considerate aberranti, purché non leda il diritto altrui di fare lo stesso e non danneggi il mio prossimo (ma non certo la sua sensibilità, che è un arbitrio e come tale non merita rispetto a prescindere dalle circostanze e dalla persona).


Il dirittodovere alla tolleranza È più facile essere tolleranti quando si è consapevoli della nostra finitezza, dei nostri difetti e della nostra ignoranza. La disposizione d’animo di chi ritiene di poter apprendere dal prossimo è il fondamento della tolleranza. Il bisogno di convertire il prossimo al nostro punto di vista è invece alla radice dell’intolleranza. La persona tollerante è pronta ad includere nel principio di libertà l’altrui espressione anche di idee che personalmente ripudia. Ciò non significa però che la tolleranza debba essere illimitata. Esistono dei principi fondamentali incastonati nelle nostre costituzioni che fanno sì che non si varchi mai quella soglia oltre la quale una democrazia non è più in grado di gestire un eccesso di pluralismo e sprofonda nell’anarchia, nell’anomia, nel caos. Il dirittodovere alla democrazia ed all’uguaglianza Democrazia è bello perché le decisioni sono più ragionate e precise, perché ci sono meno possibilità di lasciarci la pelle, perché c’è maggiore prosperità, perché una società democratica è tenuta a difendere i suoi assunti fondanti: l’essenziale dignità dell’essere umano; l’importanza di proteggere e coltivare la personalità dei cittadini in un clima di collaborazione e non di divisione (pluralità unitaria); l’eliminazione di privilegi basati su interpretazioni arbitrarie ed esagerate delle differenze tra esseri umani; l’idea che l’umanità possa migliorare; la convinzione che i profitti debbano essere ridistribuiti il più possibile tra tutti ed in tempi ragionevoli; il pari diritto dei cittadini di far sentire la propria voce su questioni delicate (coesistenza del maggior numero possibile di opinioni, o pluralismo) e di decidere autonomamente chi li debba rappresentare; la premessa che i cambiamenti sono normali, possono essere molto vantaggiosi e vanno realizzati tramite processi decisionali consensuali (spirito del compromesso, suffragio universale) e non con la prevaricazione e la forza bruta. La democrazia è un ambiente in cui, idealmente, ciascuno, anche la persona più mediocre, ha qualcosa da esprimere che merita la nostra attenzione, ha valore di per sé e non in relazione ad un gruppo di appartenenza o riferimento, ed in cui nessuno ha la verità in tasca. Di qui l’obbligo di concedere spazi di sperimentazione per le coscienze. La società democratica è una grande scuola dove tutti sono alunni e maestri, dove tutti imparano insegnando ed insegnano imparando, dove è indispensabile essere curiosi, attenti e ricettivi e nel contempo difendere la propria indipendenza di giudizio; dove ciascuno deve fare la sua parte nel processo di democratizzazione delle relazioni umane, di rafforzamento del senso di uguaglianza tra le persone, di espansione della capacità di sospendere il nostro giudizio prima di aver ben compreso. Ascoltare, dibattere, partecipare, deliberare, acconsentire, mettere in discussione: solo così ogni singolo cittadino acquista valore, “peso”, diventa consapevole del suo ruolo nella società e nel mondo e dell’importanza del parere altrui.


Il dirittodovere alla fratellanza (convivialità) Il più grave errore commesso dai rivoluzionari francesi è stato quello di trascurare la fraternité, sacrificata in nome della lotta alla controrivoluzione, all’edificazione di un’utopia in terra sfociata nel Terrore giacobino, alla volontà di schiacciare il movimento indipendentista ed anti-schiavista degli Haitiani, all’idea di una repubblica campanilista e uniforme nella sua volontà che stava tanto a cuore a Jean Jacques Rousseau ed ai suoi discepoli, Robespierre e Saint-Just. Rousseau ci offre un esempio particolarmente efficace di come si possa ripudiare l’anelito alla fratellanza continuando però a credere di battersi per il bene dell’intera umanità. Orfano di madre dalla nascita e di padre dall’età di 15 anni, senza fissa dimora, Rousseau conduce l’esistenza di un nomade, legandosi a chi lo ospita, specialmente a figure materne. È straniero in ogni luogo e patisce questa condizione di precarietà ed estrema vulnerabilità. È ossessionato dall’altrui generosità, eternamente sospettoso di ogni dono, delle motivazioni degli altri, fino al punto da rifiutarli, per paura del fardello dell’obbligo di reciprocità. L’ospitalità lo fa sentire alienato, un eterno straniero nel mondo. C’è in lui una forte ambivalenza: ne ha bisogno ma odia il senso di dipendenza. È ingrato verso le sue protettrici, senza l’assistenza e l’ospitalità delle quali sarebbe restato nell’anonimato e magari persino deceduto prematuramente. Finisce i suoi giorni come un eremita, prediligendo la compagnia del suo cane a quella degli altri esseri umani e quella dei libri alla compagnia di un amico. Preferisce il visitare all’essere visitato, si sente ostaggio, non ospite; rifiuta i doni per non doverli ricambiare. Immanuel Kant è l’opposto di Rousseau. Per lui mangiare da solo è malsano, nocivo (ungesund), equivale alla morte del filosofo, che perde vivacità ed acutezza, non potendo avvalersi del contributo stimolante di un punto di vista alternativo, quello dell’ospite al suo desco. Il filosofo che consuma il suo pasto da solo diventa autarchico, autoreferenziato, si auto-consuma (il proprio cibo, come le proprie idee, a ciclo continuo), disperdendosi (sich selbst zehrt) in ragionamenti circolari, idee fisse, vicoli ciechi. Perde il suo vigore, la vivacità dell’intelletto (Munterkeit). L’ospitalità è invece apertura al resto del mondo, all’altro, è una messa in discussione di se stessi, una breccia nel proprio egoismo. Per questo Kant sente il bisogno di avere sempre degli invitati al pasto, a costo di domandare alla servitù di invitare un passante a sedersi al tavolo con lui. La compagnia conviviale deve essere eterogenea ed includere dei giovani, per variare la conversazione e renderla più giocosa. Il piacere deriva dalla presenza di commensali con interessi diversi dai nostri: “non mi attrae chi ha già ciò che possiedo, ma chi mi può dare ciò che mi manca”, spiega il filosofo di Königsberg. Al contrario, Rousseau non sa gestire la diversità, ne è allergico, vorrebbe controllarla. Non ama mangiare con gli altri: mangia un boccone alternandolo con una pagina di libro. L’ospitante, nei suoi racconti, è incline al dispotismo, all’assimilazione cannibalistica dell’ospitato. Per questo muore da eremita, in preda alle allucinazioni, vittima del peso del matricidio, l’uccisione della madre, l’ospitante per eccellenza. Il sentimento di fratellanza è quello dimostrato dal buon samaritano. Non viveva per compiere buone azioni – aveva sicuramente altre occupazioni, nella vita –, ma le faceva


quando si presentava l’occasione. Non era l’amore a guidarlo, ma la compassione. La regola d’oro, infatti, si applica in egual misura alle persone che si amano o con le quali esiste un rapporto amicale o di intimità e familiarità ed agli sconosciuti, agli stranieri, agli immigrati. Lo straniero bisognoso d’aiuto non lo incomoda, non è più straniero, non è etnicamente/razzialmente differente, non è meno reale e meno degno di lui. Straniero, vicino, amico: non conta. Lo Stato salvaguarda i dirittidoveri, ma è il samaritanismo dei cittadini che deve supplire alla sua inevitabile e anche necessaria ed opportuna (in quanto lo stato è comunque coercitivo) assenza. Nel 2009 Walt Staton, un programmatore elettronico dell’Arizona, è stato condannato ad un anno di libertà vigilata per aver lasciato brocche d’acqua con scritto “buena suerte” (buona fortuna) sul percorso attraversato dai chicanos che entrano clandestinamente negli Stati Uniti attraverso la frontiera con il Messico. Dava da bere agli assetati in un’area in cui negli ultimi vent’anni, sono morti come minimo 5mila immigrati illegali, in gran parte per disidratazione. L’accusa: aver inquinato il parco naturale “Buenos Aires National Wildlife Refuge”. Libertà, uguaglianza e fratellanza: o trionfano unite, o restano solo sulla carta. Il dirittodovere alla dignità L’idea di dignità umana – “ci sono cose che non si fanno agli esseri umani” – esisteva in nuce già tra i Cro-Magnon che, a differenza dei Neanderthal, mostravano una spiccata sensibilità nel trattamento dei cadaveri e pare si astenessero, in genere, dal cannibalismo. È con Socrate – o, forse, prima di lui, con Pitagora – che si diffonde nell’Occidente il precetto che tutti gli esseri umani hanno un medesimo valore, pari dignità intrinseca, ossia il principio su cui si fondano lo stato di diritto, le carte costituzionali di tutti i paesi democratici, le convenzioni internazionali per la tutela dei diritti umani, insomma tutto ciò che ci separa dalla barbarie. Socrate è convinto che sopravvivere non sia sufficiente; sopravvivere senza una coscienza integra è peggio che morire. C’è un confine che molti esseri umani, come Socrate, non osano oltrepassare, ci sono azioni che queste persone non commetterebbero mai, indipendentemente dagli ordini che vengono loro impartiti o da quanto disperata sia la loro situazione. Questo perché sentono, istintivamente, che varcata quella linea, non potrebbero più tornare indietro, non ci sarebbe più un punto ulteriore dove marcare il confine del nec plus ultra (non oltre). Una tale azione, se compiuta, causerebbe un danno irreparabile dentro di loro, distruggerebbe qualcosa che vale più della loro stessa vita. Eseguito un certo comando, diventerebbe più difficile rifiutarsi di eseguirne altri, ancora più discutibili e riprovevoli. La soddisfazione con cui persone dalla coscienza assopita si prestano ad ogni tipo di servizio corrisponde al patimento di chi quella coscienza ce l’ha ben desta e non si rassegna all’idea di eseguire certi ordini. Per questo Socrate affronta a testa alta un processo ingiusto, per insegnare a tutti che il valore etico fondativo delle nostre società è la dignità, non la forza, il giudizio di chi vince le elezioni, la presunta sovranità popolare incarnata nel capo.


Nell’assenza di confini precisi risiede la dignità intrinseca dell’umanità, che è il fondamento dei diritti umani (nonché il suo libero arbitrio e quindi il senso morale e di responsabilità). La sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile: ha un potenziale indeterminabile, inestimabile, appunto. È creativo, innovatore. Come aveva intuito Sartre, gli esseri umani sono sempre più di quel che credono di essere in ogni singolo istante della vita e se scelgono di negarlo, è per mala fede o falsa coscienza. Tale è la nostra condizione che ogni persona è unica ed individuata, non interscambiabile, anche quando non è interessata ad esserlo, senza però per questo essere esistenzialmente e moralmente superiore a chiunque altro. La specie umana è solo parzialmente naturale, rappresenta uno scarto rispetto alla natura. Questo la rende la più speciale tra le specie, ciascuna a suo modo speciale. Con buona pace degli animalisti, l’umanità è la parte più interessante della natura, nel bene e nel male, l’unica che può aiutare la natura a riflettere su stessa, a valorizzarne la dignità in modo consapevole.

Il cosmopolitismo alpino I colloqui con vecchi e giovani fascisti, con skinhead sudtirolesi, con ex dinamitardi, con patrioti più e meno ragionevoli mi indussero a imparare a vedere le cose tenendo conto anche del punto di vista degli altri; queste esperienze contribuivano a rendere sempre più fine la mia sensibilità per le necessità, le angosce, le speranze esistenziali che spesso si nascondono dietro posizioni politiche esasperate, esagerate o anche solo accentuate. Hans Karl Peterlini, “Capire l’altro. Piccoli racconti per fare memoria sociale”, 2012 Diretta conseguenza dell’emigrazione di massa è stata la creazione di tipi completamente nuovi di esseri umani – individui che si radicano in idee piuttosto che in luoghi, tanto nelle memorie quanto nelle cose materiali; gente che è stata obbligata a definirsi – perché così vengono definiti da altri – sulla base della loro alterità; gente nel cui io più profondo avvengono strane fusioni, unioni senza precedenti fra ciò che sono stati e il luogo nel quale si vengono a trovare. L’emigrazione comprende la natura illusoria. Per vedere le cose così come sono, è necessario attraversare una frontiera. Salman Rushdie, “Patrie Immaginarie” C’è una piccola, semplice domanda che vorrei rivolgere a tutti coloro che vorrebbero trasformare la pace salutare ed umana che speriamo di avere in Europa in una pace di ferro imposta da un internazionalismo militarizzato. Vorrei, in particolare, porre questa domanda a chi si dichiara, come faccio io, liberale. Se questa persona nega che la guerra possa essere giusta, negherebbe anche che la rivolta possa essere giusta? Supponiamo infatti che nasca uno Stato Mondiale, che bandiere e frontiere non siano più riconosciute; supponiamo scompaiano tutte le uniformi, salvo quelle del sacro poliziotto cosmopolita. Il mio interlocutore riterrebbe di poter negare ad una parte dello Stato Mondiale il diritto di ribellarsi contro la sua restante parte, se si considera tiranneggiato, come i Francesi si rivoltarono nel diciottesimo secolo? Se proibisce la ribellione, nega il principio basilare del liberalismo. Se invece la consente, consentirebbe anche la guerra, semplicemente una guerra priva dei canti, delle musiche e degli emblemi che le conferiscono una certa poeticità e distinzione. Lo Stato Mondiale sarebbe autorizzato a sparare ai suoi prigionieri di guerra: questa sarebbe quasi l’unica differenza.


G. K. Chesterton, Illustrated London News, May 29, 1915. “Capire l’altro. Piccoli racconti per fare memoria sociale”, di Hans Karl Peterlini (2012), è un testo magnifico ed evocativo. L’Alto Adige diverso che auspicavamo io e Mauro Fattor (2010) traspare con forza nella sua analisi e nelle interviste mirate, ripetute ad una decina di anni di distanza per esplorare il cambiamento dell’orizzonte psicologico e morale (della coscienza) di alcuni giovani sudtirolesi che avevano scelto di diventare Schützen. Oggi quelle stesse persone che, in precedenza, “guardavano il mondo da un oblò (etnonazionalista)” dimostrano di riuscire ad amare con autentico e commovente trasporto la propria terra senza essere patrioti, senza chiusure etnocentriche, aggressive e regressive. Riescono ad amare il prossimo, l’umanità ed il pianeta nelle sue espressioni locali e nei luoghi del mondo in cui hanno posato il loro cuore, senza scadere nel sentimentalismo umanitario globalista e dozzinale tipico dello stile pubblicitario della Benetton, Coca Cola, dei gestori della telefonia mobile, delle campagne virali sui social networks, spesso viziate da secondi fini. Questi giovani stanno parlando di persone in carne ed ossa, di cose concrete, palpabili, di buon senso, non di astrazioni vuote, fredde o senza spessore, non di mondi fittizi da usare come ripari emotivi o come compensazioni narcisistiche. Il loro è un cosmopolitismo ancorato alla realtà vissuta (il Lebenswelt), non agli slogan edificanti, edonistici o consumistici. La vista delle montagne è quello che dà loro i brividi, ma è una cosa che succede anche a mia moglie, extracomunitaria e non certo amante dell’escursionismo, quando rientra dalla Pianura Padana, pur vivendo a Trento solo da pochi anni. Peterlini constata una vera e propria rivoluzione nella consapevolezza di Sigmar Decarli, rispetto a 10 anni prima (1997/1998). Ha esplorato altri paesi, ha fatto amicizia con degli italiani ed extracomunitari e si è anche trovato una ragazza di lingua italiana. Così si è allontanato dalla posizioni oltranziste del padre e del fratello minore. È diventato interculturale e si sente soffocare in un ambito orgogliosamente monoculturale. Ingo Hört ha capito che, per continuare ad esplorare il Tirolo e la “tirolesità”, “non serve nessuna divisa e non serve nemmeno difendere in continuazione il proprio onore…Per me la questione se un confine passa da lì o da là non ha nessuna importanza. Mai potrei dire che il Sudtirolo è la mia Heimat, perché per esempio della Val Pusteria conosco forse un due per cento, ci sarò stato lì da bambino…ma intanto conosco certe parti tra il confine italiano e Vienna meglio che non la Val d’Ultimo. Perché me ne dovrei preoccupare della mia carta d’identità? Se non dovessi averla per legge, potrei anche buttarla via….l’identità è una cosa totalmente individuale…potresti scrivere che sono io stesso la mia Heimat” (p. 92) Dagmar Lafogler era una sfegatata ammiratrice di Andreas Hofer con fortissimi pregiudizi contro gli extracomunitari. Oggi resta la diffidenza verso gli extracomunitari, ma si è trasferita a Lana e ha delle amiche extracomunitarie (una musulmana): “E sai perché? Perché la gente di Lana, quelli che sono nati qui…quelli trattano me, sì me, come se fossi un’extracomunitaria. Capisci?” (p. 106). Suo figlio l’ha chiamato André. Un po’ in onore di Andreas Hofer, ma con la pronuncia francese, perché ha scoperto che il suo cognome risale ad un tale Laffolier, un soldato napoleonico – un nemico di Hofer,


uno di quelli che era tenuto ad ucciderlo, se ne avesse avuto la possibilità – rimasto in Alto Adige dopo la sconfitta dell’eroe tirolese. Kriemhild Astfäller era vigorosamente pantirolista. Oggi Innsbruck rimane la sua città del cuore, ma spiega che “servire la Heimat può essere anche dare la vita a dei figli ed educarli bene, può essere la tutela dell’ambiente, della tradizione…E può anche significare: andare via e tornare con nuove idee ed un sapere arricchito” (p. 120). Johann “Johnny” Ebner non ha più una Heimat ubicata in un luogo preciso: “Per me non ha alcuna importanza a che Stato appartiene il Sudtirolo. Nel mio passaporto c’è scritto Italia, ma anche se ci fosse scritto Uruguay, per me non farebbe differenza….Alla Heimat non appartiene tutta quella roba radicale, quelle cose, diciamo, esagerate, no, non hanno niente a che fare con la Heimat….è sempre un danno quando si esagera” (p. 133). “Qui è la Heimat” ed indica il tavolo, la casa, la ragazza e la vita che stanno cercando di costruire assieme. Questa sua ragazza, Priska, comincia a sentirsi a casa quando supera il Brennero entrando in Sudtirolo e avverte certe sensazioni piacevoli anche quando arriva da sud: “ma in quel caso ero sempre in Italia, allora non lo sento così forte” (p. 139). Si stupisce che il suo amato Johnny non senta alcun legame con la Heimat. Gli chiede: “Ma per te essere ad Amburgo o qui è la stessa cosa?”. E lui ribatte: “Perché no? Se è bello perché non dovrei sentirmi a casa…non mento. Basta che sia bello, che stia insieme a gente simpatica, allora può essere bello ovunque”.In “Contro i miti etnici” ho condannato senza appello ogni genere di patriottismo, dedicandovi lunghe riflessioni che, da allora, hanno trovato molte più conferme che smentite e che sono diventate ancora più attuali alla luce del dibattito sui separatismi negli stati dell’eurozona più duramente colpiti dai diktat della troika. Ma nel frattempo ho imparato anch’io una cosa: il patriottismo contiene in sé un sentimento comunitario che può essere messo a frutto (non si butta il bambino con l’acqua del bagnetto). Un corso d’acqua può spazzare via tutto sulla sua strada quando esonda ma, se viene curato, disseta i campi ed illumina le città. Allo stesso modo, i tribalismi, se convogliati nella giusta direzione e senza eccessive impetuosità dalla politica, dai media, dall’associazionismo e dall’intellettualità, può aiutare chi non sa o non si sente o non vuole essere cosmopolita ad integrarsi in un mondo inevitabilmente cosmopolita senza sviluppare risentimento, voglia di rivalsa, rancore ed alienazione. Non è facile, ma va fatto. Purtroppo la società civile non sempre aiuta; anzi, spesso ostacola questo processo di integrazione (Peterlini, op. cit. 144): “Sarebbe troppo bello se da questa ricerca risultasse che la vita pone riparo a tutto. La vita aggiusta sicuramente tanto, ma gli eventi, le esperienze condotte nel mondo della vita non portano automaticamente a miglioramenti di sistema; anzi, certe ombre contenute nel sistema, certe immagini del nemico, certi stereotipi, certe minacce più psicotiche che reali sopravvivono anche quando sono fortemente contraddette nel mondo della vita. Lo dimostra in modo eclatante lo studio del caso di Dagmar, che nonostante le sue amiche musulmane e dell’Europa dell’Est, in linea di principio rimane ferma sulle sue posizioni contro gli immigrati”. Siamo partiti citando Jacques Attali, uno dei campioni del progetto di un governo mondiale che ponga fine a dissidi e crisi cicliche.


Questa non è un’ideologia recente, legata alla globalizzazione. Già uno dei massimi filosofi del passato, Democrito (460 a.C. – 360 a.C.), diceva che “al saggio tutta la Terra è aperta, perché patria di un'anima bella è il mondo intero”. Ciò era di un’evidenza lampante per chi viveva in società caratterizzate da estesi scambi commerciali e culturali, com’era la Grecia del quinto secolo a.C. Chi si chiudeva all’interazione con l’altro era considerato un selvaggio. Pensiamo al Libro IX dell’Odissea, a come Omero descrive i Ciclopi che hanno scelto un’esistenza isolata dal resto del mondo ed imprigionano e mangiano i forestieri. Le simpatie di Omero per i cosmopoliti Feaci sono inequivocabili. L’Antigone di Sofocle sfida le leggi della sua città appellandosi a norme universali di decenza: ci sono leggi non scritte che annullano quelle di Creonte. Già allora vigeva il principio dell’unità nella molteplicità, che sta alla base della costituzione americana, dell’Unione Europea, della Repubblica Indonesiana e dello ius gentium (diritto dei popoli) romano che, in teoria, consentiva a molteplici popoli di coesistere e ai singoli cittadini di pretendere giustizia in ogni angolo dell’impero. Identità è relazione. Lo “stesso” non può essere riconosciuto come tale senza l’ “altro” e l’ “uno” senza i “molti”. Cicerone, un cosmopolita, ricordava agli interlocutori che Ercole si era battuto per tutti e si era posto al servizio di tutti, senza distinzioni di sorta. Gesù era cosmopolita, pur avendo scelto di insegnare lontano dalle città ed all’interno di un’area relativamente ristretta: chiunque poteva ascoltarlo, chiunque poteva essere salvato. I Giusti dell’Olocausto erano persone di varia estrazione sociale e formazione culturale che misero da parte le lealtà particolari per venire incontro al Diverso in difficoltà, offrendo rifugio e salvezza a chi era stato condannato a morte dalla sua comunità, indecisa tra la denuncia alle autorità, l’indifferenza e la volonterosa collaborazione con gli occupanti nazisti. Misero in pratica il principio kantiano del diritto all’ospitalità (per gli ebrei l’intero Terzo Reich era diventato terra straniera). Nemiche del cosmopolitismo sono state invece tutte le dittature del novecento, europee e non, e le teocrazie cristiano-islamiche. I diritti umani non si oppongono alla scelta campanilistica, mentre la morale ed il diritto localista in generale impediscono di compiere scelte differenti, in nome della coesione, dell’unità, dell’ordine, dell’omogeneità, dell’autenticità ed integrità del gruppo contrapposto al mondo esterno. Per il cosmopolita tutte le persone contano, nessuna è spendibile. Ogni decisione deve tener conto del valore intrinseco, non-strumentale, degli altri. L’enfasi sull’individualità garantisce l’uguaglianza: se ognuno è legittimato e per quanto possibile assistito nella ricerca della sua realizzazione personale, allora gli obiettivi degli uni non possono valere più di quelli degli altri. Montesquieu, Kant e R.W. Emerson hanno compreso e fatto propria la semplice verità che la vera soddisfazione, l’autentica felicità, si ottiene con gli altri, non dagli altri e che, per godere della loro presenza, si deve rispettare il loro modo di essere autentici, oppure cercare altrove una compagnia più consona. Questo è il significato di “fare comunità”. Porsi al servizio del prossimo senza sentire il bisogno di controllarlo o possederlo, o di appropriarsene in termini esclusivi delle risorse della comunità (beni comuni) per la propria gratificazione personale. Il nodo centrale della questione è che le relazioni speciali che forgiamo con certe persone aumentano quel che è loro dovuto, nel momento in cui ci associamo, ma non diminuiscono quel che dobbiamo a tutti gli altri.


In sintesi, l’etica cosmopolita è estremamente semplice: in nome del senso di responsabilità nei confronti del prossimo, l’individuo si sente obbligato ad essere sollecito nei confronti di tutte le persone che incontra nella sua vita e che richiedono la sua assistenza, indipendentemente dalla loro provenienza e meta, finché queste non gli si dimostrano ostili o eccedono nelle loro richieste. Un impegno a favore non solo degli intimi, ma anche di chi non conosciamo ma incontriamo perché le nostre vite si intersecano, tanto che il nostro comportamento può influenzarne il destino. Nessun cosmopolita crede che abbiamo gli stessi doveri verso un parente o verso un mozambicano. Quello è solo un personaggio immaginario caricaturale creato per primo da Rousseau per poterlo irridere con più facilità. È una specie di Ebreo Errante, una macchietta sovraccarica di stereotipi. Forse qualcuno si avvicina a questo estremo, ma solo a parole: nei fatti si comporterà come qualunque persona di buon senso. La dimensione planetaria del Trentino – Alto Adige [Dobbiamo] elaborare una visione capace di connettere in maniera nuova il “territorio” (luogo di radicamento e di partenza ormai imprescindibile per ogni politica), lo Stato, l’Europa e il mondo. Solo costruendo un legame intellegibile fra queste diverse realtà (elaborando un disegno riformatore che comprenda -allo stesso tempo- le istituzioni locali, nazionali ed europee) potranno essere mobilitate energie adeguate alle dimensioni della sfida, suscitando l’attenzione di settori sociali, specialmente giovanili, ormai completamente disillusi. Mario Raffaelli Ginevra è sede di quasi 200 organizzazioni internazionali, tra le quali spiccano il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), la sede europea delle Nazioni Unite, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e il Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare (CERN). Nei fatti, è una delle capitali della civiltà umana. È prevedibile che, negli anni a venire, aumenteranno le opportunità di esercitare un’influenza decisiva in settori chiave come lo sviluppo sostenibile, il diritto internazionale, la pace e le questioni umanitarie. Sono convinto che il Trentino Alto Adige debba seguire l’esempio ginevrino e intraprendere un’avventura comune, con un respiro internazionale e scopi di utilità generale, globale: porsi al servizio della pace, della giustizia, della fratellanza (unità nella diversità) e della prosperità nel mondo, diventando una piccola potenza umanitaria. Le due province di Trento e di Bolzano hanno già dimostrato in questi anni un lodevole attivismo in questo ambito e la regione è nota in Europa e nel mondo per il suo policentrismo e pluralismo culturale-linguistico, la sensibilità autonomistica, la tutela delle minoranze, la vocazione egalitaria, il civismo (cura per l’interesse comune) e infine la capacità e la volontà di coniugare locale e globale, tradizione e modernità. Si tratta solo di coordinarsi e mettere in comune risorse e progetti per poter incidere di più e, se possibile, imitare Strasburgo e l’Alsazia, attirando una qualche nuova, importante, organizzazione planetaria o quantomeno europea, le cui funzioni sarebbero equamente ripartite tra Bolzano (comparto nordeuropeo) e Trento (comparto euro-mediterraneo).


CONCLUSIONI Con malanimo verso nessuno; con carità per tutti Abraham Lincoln, secondo discorso inaugurale, 4 marzo 1865 Il Canada al quale dobbiamo devozione è il Canada che non siamo riusciti a creare….l’identità che non siamo riusciti a realizzare. È espressa nella nostra cultura ma non realizzata nella nostra vita, come la nuova Gerusalemme di Blake da costruire nella verde e bella terra inglese non è ideale meno genuino solo perché non è stata edificata laggiù. Ciò che resta della nazione canadese può ben essere distrutto da quella sorta di dispute settarie che per molta gente sono più interessanti della vita vera dell’uomo. Ma, mentre entriamo nel secondo secolo di vita contemplando un mondo in cui il potere e il successo si esprimono così ampiamente in menzogne stentoree, in una leadership ipnotizzata e nell’atterrita repressione della libertà e della critica, l’identità non creata del Canada forse non è, dopotutto, un retaggio così brutto da accollarsi. Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo” Arriverà il giorno dove la pace, una pace sincera, avvicinerà, dal Bosforo alle Colonne d’Ercole, dei popoli ai quali mille ragioni antiche quanto la Storia comandano di riunirsi al fine di completarsi. Charles De Gaulle, Ajaccio, ottobre 1943 Alla logica fredda della ragione strumentale, basata sull’analisi e la segmentazione, succede la conoscenza condivisa e scambiata. Il dialogo fa avanzare la storia, perché ogni cultura offre alle altre una parte della verità umana, perché nessuna la possiede tutta intera. Perché ogni popolo a bisogno di un contatto con gli altri per sbocciare. I popoli sono passaggio e circolazione. Nulla lo illustra meglio che gli innumerevoli legami tra le due rive del Mediterraneo, che hanno costantemente preso a prestito l’una dall’altra, dialogato l’una con l’altra, forgiato la nostra identità e il nostro destino. Come le labbra di una stessa bocca, non parlano fino a quando non sono conciliate. Dominique de Villepin, “Le requin et la mouette”, 2004 Non sono venuto qui a proporre una lista di rimedi specifici, né esiste una simile lista. A grandi linee però sappiamo che cosa si debba fare. Quando insegni a un uomo a odiare e a temere il proprio fratello, quando gli spieghi che è un uomo inferiore a causa del suo colore, delle sue credenze o delle politiche che persegue, quando insegni che chi è diverso da te è una minaccia per la tua libertà o per il tuo lavoro o per la tua famiglia, allora anche tu impari a trattare gli altri non come concittadini ma come nemici, da affrontare non con spirito di cooperazione bensì come spirito di conquista, da soggiogare e da dominare. Impariamo, alla fine, a considerare i nostri fratelli come degli estranei, gente con cui condividiamo una città, ma non una comunità; gente a cui ci lega l’essere vicini di casa, ma nessuna cooperazione. Impariamo a condividere solo una paura comune, solo un comune desiderio di allontanarci gli uni dagli altri, solo un comune impulso a reagire al disaccordo con la forza. Per tutte queste cose non ci sono risposte risolutive. […]. Le nostre vite su questo pianeta sono troppo brevi e il lavoro da compiere è troppo grande per consentire a questo spirito di prosperare ancora sulla nostra terra. Ovviamente non possiamo sconfiggerlo per mezzo di un programma o di una risoluzione. Forse però possiamo ricordare,


almeno per una volta, che coloro che vivono insieme a noi sono nostri fratelli, che condividono con noi lo stesso breve periodo dell’esistenza, che non cercano, proprio come noi, niente altro se non la possibilità di vivere la propria vita dandole un senso e un po’ di serenità, cercando la soddisfazione e l’appagamento che potranno ottenere. Certamente questo vincolo di una fede comune, questo vincolo di un fine comune, può cominciare a insegnarci qualcosa. Di sicuro possiamo almeno imparare a guardare a coloro che ci sono intorno come ad altri uomini, e di sicuro possiamo cominciare a sforzarci un po’ di più per curarci reciprocamente le ferite e tornare ad essere nei nostri cuori fratelli e compatrioti. Robert F. Kennedy, Cleveland, 5 aprile 1968 Think tank, tavole rotonde, luminari, editoriali, studi commissionati dalle maggiori organizzazioni internazionali annunciano tempi eccezionali, cambiamenti epocali, sciagure climatiche, carestie, guerre regionali soggette ad imprevedibili escalation, crisi finanziarie a ripetizione, rivolte popolari e scioperi di massa. Nell’opera precedente (Fait/Fattor 2010) avevo già accennato a certi nodi che sarebbero venuti al pettine; ora ci troviamo nell’occhio del ciclone. Sappiamo bene che la nostra civiltà è moralmente, socialmente, economicamente ed ecologicamente insostenibile. Se vogliamo avere un futuro e garantirlo a chi verrà dopo di noi dobbiamo essere artefici del nostro destino piuttosto che accettare passivamente il destino del fatiscente paradigma del vecchio mondo. Si tratta di preparare ed aiutare la nascita di un nuovo futuro, a livello personale e collettivo. Le dinamiche della globalizzazione abbatteranno, inevitabilmente, confini e divisioni frutto dei nostri dogmi personali e culturali (strutture di credenze) che perpetuano la separazione e la guerra. Si arriverà alla rinuncia delle false barriere e credenze che prendono la forma di ben precise strutture politiche, religiose e finanziarie che perpetuano la separazione e la conseguente anarchia artificiale della nostra epoca. Una cosa è certa: non succederà in maniera lineare, spontanea e consensuale. Più probabilmente, molti continueranno a difendere ad ogni costo le loro persuasioni separatiste. Non è difficile prevedere che instabilità, volubilità, iperattività, incapacità di portare a termine le cose la faranno da padrone, assieme alle paure associate alla sopravvivenza, alla morte ed alla trasformazione, la paura di essere o restare soli, di lasciarsi andare. La paura di cambiare, di essere spontanei o di adottare misure radicali si può manifestare nel senso di colpa per la propria specificità ed eccentricità o nella condanna dell’altrui unicità. Questi atteggiamenti servono a celare la paura di essere respinti, perseguitati. La ricerca dell’omologazione, dell’identificazione forte è un mezzo per ottenere l'accettazione. Così la persona fa proprie e divulga le verità e le filosofie degli altri in luogo delle proprie. Servono buoni esempi e buone letture che fungano da veicoli di de-programmazione, emancipazione e di apertura, che contribuiscano all’abbattimento di paradigmi vetusti che frustrano il potenziale umano e che ci rendono più vulnerabili alle illusioni emotive e psichiche degli altri. Occorre adoperarsi per un cambiamento decisivo e spingere le persone a darsi da fare per liberare coloro che sono oppressi e soggiogati e per porre fine all’egemonia patriarcale che perdura ormai da troppo a lungo, specialmente nelle valli alpine.


Serve una rivolta dello spirito come quella invocata da Alexander Langer, Martin Luther King e Aung San Suu Kyi, una rivoluzione che ci sospinga sulla strada della cooperazione con il resto dell’umanità, nella nostra quotidianità ed in una prospettiva globale. La prospettiva globale è quella che ci rammenta i nostri bisogni fondamentali, che condividiamo con l’intero genere umano, ciò che non dovrebbe essere negato a nessuno, ciò che ci spinge a provare sentimenti genuinamente umanitari, a tutelare la vita e la dignità altrui. Si tratta di motivare se stessi e le altre persone ad adattarsi rapidamente ai radicali cambiamenti in corso, creare soluzioni innovative per cavarsela dignitosamente ed aiutare il prossimo a farlo. Molti non se ne sono ancor resi conto, ma siamo già da tempo impegnati in una lotta contro forze collettiviste contrarie al nostro diritto irrinunciabile all’emancipazione della coscienza, come i miti e golem che io e Mauro Fattor abbiamo denunciato in “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010) e come l’attuale paradigma tecnocratico neoliberista (ossia darwinista sociale) che è disumano ed indegno di una civiltà matura. Una lotta che è una nostra precisa responsabilità, indipendentemente da quanto sostenuto dai guardiani del politicamente corretto, nell’area alpina, come altrove. Si può prevedere un risveglio, forse rude, che trascina le persone a rifiutare di restare intrappolate nel circolo vizioso dell’indebitamento e della manipolazione delle risorse collettive per mano degli ambienti finanziari e di burocrazie autoritarie continentali e globaliste che non sembrano mettere al primo posto il benessere dell’umanità, dell’ecosistema e del pianeta nel suo complesso (che sono inscindibili). Dobbiamo moltiplicare la lucidità intellettuale ed una chiara enfasi umanitaria, possibilmente non troppo antropocentrica che si assuma sì le sue responsabilità ma senza intraprende interventi invasivi (es. ingegneria del clima o tecnocrazia sociale che standardizzi la civiltà umana). Non sono le comunità a dover essere smantellate, sono le forze che indirizzano i loro sforzi nella direzione sbagliata (violenza, soprusi, prevaricazioni, sfruttamento, discriminazioni, ecc.) che vanno fermate. Non c’è nulla di grandioso nell’infischiarsene delle regole. È l’atteggiamento classico dei sociopatici, che pensano che le regole valgono solo per gli altri. Ci sono regole superate, regole infami ed altre regole che invece hanno dimostrato di aiutare le persone a convivere pacificamente e costruttivamente. Serve discernimento, non basta dire “questa regola va abolita perché mi fa schifo”. Non c’è nulla di intrinsecamente encomiabile nel voler cambiare il mondo, dipende da come lo vuoi cambiare: lo puoi voler rimodellare a tua immagine e somiglianza, in funzione dei tuoi desideri o, in alternativa, l’idea potrebbe essere quella di vivere tutti assieme in un mondo più rispettoso, sereno, equo, umile e sostenibile.

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Uniti nella diversità  

Il testo che vi apprestate a leggere è molte cose ma, più di tutto, è un appello, un appello alla presa di coscienza di ciò che non va, un a...

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