Issuu on Google+


Edoardo Ingravallo, il commissario più illustre della città, mai un caso irrisolto, si ritrovò per la prima volta nella sua vita davanti a un caso di difficile soluzione. Da ormai due mesi, a Gemini, un ladro colpiva ogni venerdì notte della settimana, tra le 23:00 e le 23:30, rubando vini da collezione del valore di migliaia di euro. Il criminale, soprannominato ormai da tutti Dioniso – qualcuno si chiese perché non chiamarlo direttamente Bacco – non lasciava alcun indizio. Ingravallo, che taluni all’appellativo commissario preferivano quello di matematico – per via della sua indubbia capacità logica nel risolvere i casi come si trattasse di veri e propri rompicapi – stava stavolta rischiando di mettere in discussione la sua fama, la sua preparazione, e di perdere la sua autostima. Era un venerdì sera d’ottobre, media temperatura, cielo stellato, vento leggero, e Ingravallo aveva fatto circondare dai suoi uomini il quartiere in cui abitava l’unico collezionista di vini della città che ancora non era stato colpito, Alfonso Mariani, che allo scoccare delle 23:00 stava sul divano del salone in compagnia di un agente in borghese. Ingravallo, in compagnia di un altro poliziotto, stava intanto nascosto nella stanza a fianco, da una posizione che gli permetteva di avere totale visuale sull’espositore dei vini pregiati. La mezz’ora passò senza che nulla avvenisse, e allo scoccare delle 23:30 Mariani si sentì come sollevato.


Ingravallo intanto era sicuro che ormai il colpo non ci sarebbe stato. Dioniso era troppo preciso per arrivare in ritardo. Passò un attimo e sentì qualcuno correre verso la sua direzione. Era Mariani. «Il ladro ci ha rubato sotto gli occhi la mia bottiglia più preziosa, un vino veneto che mi ero tenuto vicino, e l’ha fatto davanti a noi. Allo scoccare delle 23:30 abbiamo visto la tenda muoversi. Il tempo di alzarci per controllare e la bottiglia non c’era più.» Era terrorizzato, affannava e non credeva a ciò che era appena successo. Non passarono una manciata di secondi che Ingravallo si catapultò in strada. Fu appena girato l’angolo che vide un uomo, a una cinquantina di metri da lui, che correva con una bottiglia di vino in mano. Non credeva ai suoi occhi, era Dioniso. Non doveva farselo sfuggire. Ingravallo si era dimenticato la pistola a casa di Mariani, ma l’avrebbe acciuffato comunque. Dopo parecchi minuti di inseguimento il ladro entrò in un caseggiato. Ingravallo lo seguì, entrò, e si ritrovò in un salone di lusso. Una musica si propagava in aria. «È la quinta di Mahler. La ritoccò per tutta la vita perché non riuscì mai a esserne totalmente soddisfatto.» Ingravallo si girò di scatto. Dioniso stava seduto su una poltrona barocca. Finalmente lo vedeva in volto. «Non agitatevi, Ingravallo, sedetevi. Non vedevo l’ora di incontrarvi.» Ingravallo si senti confuso ma inspiegabilmente


rilassato. Si sedette, come drogato, affascinato da quei modi eleganti e da quel luogo lussuoso. L’uomo gli disse che ammirava la sua genialità nel risolvere i casi, e spiegò che alla propria collezione mancava un vino difficile da rubare. «Solo voi» disse il ladro «sareste in grado con la vostra genialità di aiutarmi.» Poi gli porse un bicchiere di vino. «Ho stappato questa bottiglia solo per voi, è quello di Mariani.» Dal fondo della sala intanto un cameriere portava una tavola imbandita di cibo. «So che non mi deluderete,» disse il ladro, «voi siete lo stratega più in gamba che conosca.» Ingravallo si sentì lusingato. Per un attimo pensò che stesse venendo meno ai suoi doveri e alla sua onestà, ma poi, penetrando con lo sguardo negli occhi dell’uomo che gli stava di fronte e godendo dell’incommensurabile raffinatezza di quel luogo, si convinse che in fondo si era sempre sentito più matematico che sbirro, e prendendo in mano il bicchiere disse: «Ai vostri ordini, signore. Non esiste rompicapo che non riesca a risolvere.» E buttò giù il sorso di vino più buono della sua vita, tra i violini di Mahler e l’aroma delle cibarie appena giunte.


Il ladro di vini