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STEFANO

CECCHI

PLAY

con Daniele Bettella


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Imprenditore e creativo, Stefano Cecchi (Torino, 1971) cresce fra Stati Uniti e Gran Bretagna, dove si laurea nel 1993. Negli anni Novanta apre e sviluppa agenzie di moda a Londra (Wild, Next London); nel 2000 crea un’etichetta discografica (Cecchi Records – 60 dischi all’attivo) importando Buddha Bar in Italia e lanciando progetti di architettura musicale per i grandi brand della moda e del lusso. Contribuisce alla nascita di marchi di abbigliamento (Hydrogen, Bikinifuxia, Melody Maker) e si occupa dell’apertura di concept store (San Carlo Uomo). Nell’ultimo decennio (20002010) collabora con oltre 150 multinazionali sviluppando progetti a trecentosessanta gradi: campagne stampa, operazioni di co-marketing, co-branding, immagine e corporate identity. Del suo lavoro si occupano le principali testate giornalistiche italiane e straniere: “Non c’è persona a cui il marchio di enfant prodige si addice di più” (Capital – ottobre 2007). “Ristorazione, moda, musica sono una cosa sola agli occhi di Cecchi, battezzato Poster Boy dei giovani imprenditori italiani” (Il Sole 24 Ore – aprile 2005).“Manager in ascesa, mixando alta moda, arte, musica, high-tech, ha rivoluzionato il commercio della città.’’ (Panorama – novembre 2003). Nel 2004 Sky tv (E! News) lo inserisce nella top ten dei trentenni di successo.Nell’aprile del 2010 viene chiamato a Malta per presentare il “Lifetime Achievement Award”, premio alla carriera di Michael Jackson che consegna alla sorella La Toya.Vive tra Spagna e Francia vendendo idee in tutto il mondo.


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STEFANO

CECCHI

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con Daniele Bettella


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Š 2011 Stefano Cecchi

I edizione maggio 2011


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PLAY

a Nico e Cipi


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“Non credo ai pettegolezzi su di me perché li metto in giro io.” G. Ferrara

“Se vuoi far ridere Dio raccontagli i tuoi progetti.”

Woody Allen

“Tutto considerato, lavorare è meno noioso che divertirsi.”

Charles Baudelaire


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DUE PAROLE DI INTRODUZIONE Dovunque mi trovi, la gente mi fa sempre le stesse domande: “Com’è nato quel marchio? Qual è il segreto per farcela nel mondo della musica? Come hai conosciuto quella donna?” Non sempre ho tempo di rispondere e di solito prometto: “Un giorno scriverò la mia storia e lo scoprirete.” Ho ripetuto così spesso questa frase che ho finito col prendermi in parola e non aver altra scelta che mettermi a scrivere questo libro; non si tratta di un’autobiografia, ma di una raccolta di aneddoti che mi riguardano. Sono episodi brevi, ideali per essere letti singolarmente, senza grande pretesa di organicità. Lavorandoci mi sono reso conto del valore della scrittura come conoscenza e cura di sé. Dare voce alla memoria, capire cosa è rimasto nella mente e nel cuore, apre uno spazio capace di fornire senso al “qui e ora”. Ho scritto durante la pausa che mi sono preso a metà 2010, un anno sabbatico per rigenerarmi e ripartire con entusiasmo verso nuovi traguardi imprenditoriali. Il titolo del libro è Play: Play come il tasto che si schiaccia per ascoltare la musica e io sono soprattutto un discografico, Play perché nella mia vita gioco e lavoro sono sempre stati una cosa 11


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sola. Nella prima parte, che ho voluto chiamare Play hard, work hard, racconto episodi legati alla nascita e allo sviluppo delle mie aziende, nella seconda, battezzata Just play, mi soffermo su aspetti più personali. Voglio rassicurare gli amici che sono preoccupati per quanto posso aver scritto: non è mia intenzione metterli in imbarazzo, quanto invece tributare la giusta importanza a coloro che in questi anni hanno condiviso con me gioie e dolori. Mi scuso in anticipo se ho dimenticato qualcuno. Se nella ricostruzione degli eventi ci sono degli errori sono imputabili soltanto a me e alla mia memoria. So che scrivere della propria vita prima dei quarant’anni mi esporrà a molte critiche, ma ho deciso di farlo. Ho pensato ai giovani neolaureati in marketing e più in generale agli entusiasti che mi capita spesso di incontrare. Se questo libro saprà riprodurre un quadro realistico della vita, emozionante e battagliera, di un imprenditorecreativo, allora la mia fatica sarà davvero valsa a qualcosa.

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RINGRAZIAMENTI È consuetudine per un autore ringraziare quanti lo hanno aiutato nella sua opera. Trattandosi della mia vita, voglio innanzitutto ringraziare chi mi è stato vicino nei momenti difficili, Tata, Tojo e Lavinia, per esempio. Grazie inoltre a tutti coloro che hanno lavorato come me in questi anni e che si sono fatti trascinare in imprese avventurose: Antonio Vinciguerra, Versae Vanni, Andrea Rametta, Alberto Bresci, Enrico Magnone e Pietro Giola, che, tra le altre cose, mi ha convinto a scrivere questo libro. Nei miei vent’anni di lavoro ho avuto la fortuna di avere delle assistenti preziose che mi hanno sempre fatto fare bella figura, Raffaella e Laura che ci guarda da lassù. Ringrazio anche loro. Sono grato ai miei vecchi amici Marco Boglione e Cristiano Fiorio, che mi hanno dedicato due splendide postfazioni. Un ringraziamento particolare va a Daniele Bettella che mi ha aiutato a scrivere questo libro. E, naturalmente, un grazie di cuore ai miei genitori, Giorgina e Raimondo, e a mia sorella Elena con i nipotini. Oggi, come sempre, la famiglia è tutta la mia vita.

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INDICE

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PLAY HARD, WORK HARD

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Wild Wild London

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Un volo speciale, anzi due

45 51 59 83 107 113 123 135 147 161

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(Londra, Parigi, New York, Posillipo) (Londra, Parigi, New York)

Cecchi goes to Hollywood (Los Angeles)

Portofino: vento di prua (Portofino)

Stefano Cecchi Records

(Nassau, Parigi, Torino, New York, Miami, Londra, Berlino)

San Carlo dal 1973 (Torino)

Beautiful life (Los Angeles, Italia)

Summer Chill Tour

(Saint Tropez, Cannes, Portofino, Porto Cervo, Ibiza, Formentera)

The Music Architecture Company (Londra)

Sheik of chic

(Kuwait City, Dubai, Doha, Beirut)

Forza Toro! (Torino)

Hydrogen, l’energia del futuro

(Padova, Milano, Parigi, Torino, Roma, Tokyo)


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Bikinifuxia

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Boyfriends

187 193 203 213 229

235 243

255

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(Roma, Torino, Miami, New York, Barcellona, Firenze, Formentera, Bali, Istanbul, Mumbai) (Ibiza, Torino)

Un Dono. E un po’ di culo See you later alligator (Istanbul, Miami)

Melody Maker

(Ginevra, Ibiza, Barcellona)

Passaggio in India

(Coimbatore, Mumbai, Kerala)

Lo spettro del fallimento

I consigli di nonno Gabriello Malta Music Award

(Los Angeles, Malta)

Amori e flirt

JUST PLAY

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Cecchi, vaffanculo!

287

Mens sana in corpore sano

305

310

(Ibiza)

I love Pucci (Londra)

Postfazioni

(Cristiano Fiorio, Marco Boglione, Daniele Bettella)

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PLAY HARD, WORK HARD

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WILD WILD LONDON

Tutto è cominciato nel 1993 a Londra. Dopo qualche anno alla University California of San Diego, mi trasferisco per gli ultimi esami e la tesi di laurea alla American Intercontinental University of London. A metà anni Novanta la City è il centro del mondo. Sto con Denise B., la modella olandese protagonista di una delle storiche campagne stampa del marchio di lingerie La Perla. No, scusate, mi sto confondendo: Denise è venuta dopo. Ricominciamo: è il 1993 e sto con April, un’americana. Vive a Parigi ed è una modella di Metropolitan, l’agenzia di Michel Levaton che tra le altre rappresenta anche Claudia Schiffer. Appena può lasciare la capitale francese, April vola a Londra per passare del tempo con me: sto preparando la tesi e non posso muovermi come vorrei. Chiedo allora al mio amico Pucci Albanese di presentarmi qualcuno che a Londra lavori nella moda, ho intenzione di trovare un’agenzia per la mia fidanzata e farla trasferire qui con me. Il mitico proprietario di Pucci Pizza – c’è un 19


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capitolo dedicato a lui – mi mette in contatto con un certo Antonio Vinciguerra, ex parrucchiere di Napoli che ha appena fondato l’agenzia di moda Wild. Anche Antonio meriterebbe un capitolo dedicato, è uno dei personaggi più divertenti che mi sia capitato di incontrare! Ecco cosa succede. April arriva da Parigi per incontrare quello che le ho descritto come uno degli agenti più cool di Londra. Quando il tassista ci lascia in una zona semisconosciuta della città, la mia fidanzata ha un’espressione piuttosto scettica. Come darle torto, un’agenzia di livello non può stare qui. A Londra si fa una battuta per questo genere di periferia: «È in zona 6 perché la 7 non l’hanno ancora costruita.» Suono il campanello e un tizio taglia XXL con un’inguardabile camicia a quadri mi viene ad aprire. «Scusi, devo aver sbagliato» dico. «Chi cerca?» «L’agenzia Wild.» «Antonio Vinciguerra?» replica il ciccione in un italiano stentato. «Terzo piano.» Salendo le scale di questa palazzina decisamente poco londinese, April e io incrociamo prima una casalinga disperata che ramazza il pianerottolo, poi uno che ha tutta l’aria di essere un pusher a caccia di clienti.

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Su una delle porte del terzo piano è attaccato un foglio giallo con scritto a pennarello «WildModel Agency»: il foglio è fissato con dello scotch da imballaggio. Busso. «C’mon» si sente urlare con un accento a metà fra Oxford e Posillipo. L’interior design della Wild Model Agency è un esempio inconsapevole della corrente minimalista: un fax sul divano, quattro o cinque composit di modelle sparsi sul pavimento e un poster gigante di Phil Collins alla parete. Tutto qui. Antonio Vinciguerra ci racconta la sua storia: è nato a Napoli nel 1966 e si è trasferito a Londra nel famigerato 1980, a soli quattordici anni. Ha sempre fatto il parrucchiere e nel suo slang bizzarro spiega «I cut my way true», qualcosa tipo «Ho tagliato la mia strada.» Lavorando come hair stylist ha conosciuto molte modelle e un bel giorno ha deciso di fondare un’agenzia per rappresentarle. Wild è nata così. La storia non convince April. La mia fidanzata si sforza di fare un paio di sorrisi, poi mi stringe il braccio che nella sua comunicazione metalinguistica significa «Andiamocene.» E infatti ce ne andiamo. April non lascerebbe mai una delle agenzie più importanti di Parigi per Wild e non posso 21


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certo darle torto. La settimana seguente Antonio Vinciguerra chiede di incontrarmi, questa volta a Chelsea, il quartiere dove vivo. Vuole il book fotografico della mia fidanzata. «Non importa che lei lo sappia» spiega e aggiunge: «Dammi fiducia. Per lei a Londra ci sono ottime possibilità di lavoro.» Accetto e sette giorni dopo Antonio mi comunica che April è la nuova testimonial di una campagna Pantene Procter&Gamble. Il suo primo contratto londinese è un lavoro da 10mila sterline, niente male per il 1993. Il segreto di Antonio è questo: è un ottimo p.r. ma allo stesso tempo è molto umile ed educato. È una persona che sa farsi volere bene, insomma. Inoltre, grazie ai suoi trascorsi da parrucchiere, mantiene contatti col mondo dell’industria cosmetica e sa come farli fruttare. Un difetto, Antonio ce l’ha ed è il motivo per cui ancora oggi lo prendo in giro. Si accredita come parrucchiere ufficiale di Phil Collins. Peccato che Phil Collins sia praticamente calvo! Dopo il lavoro per Pantene, April viene sempre più spesso a lavorare a Londra. Le cose vanno avanti così per un po’ di tempo. Poi, poco prima di discutere la tesi di laurea

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– i miei anni di formazione fra Stati Uniti e Inghilterra stanno per finire e voglio trovare una scusa per rimanere nella City – propongo ad Antonio di metterci in società. Voglio lavorare con Wild e farla crescere. Il mio programma è semplice: trovare un nuovo ufficio in una zona giusta di Londra, ampliare la clientela e gestire in esclusiva nuove modelle. Antonio è d’accordo e il giorno dopo la festa di laurea chiedo a mia madre un regalo: 60 milioni di lire, i soldi che mi servono per il mio progetto. Mia madre viene a Londra, incontra Antonio e dice sì.

Sloane Square, London 1994

Per il primo lavoro in proprio rinuncio all’auto dei miei sogni (con 60 milioni nel 1993 ci si compra una Porsche Carrera usata) e di23


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vento socio dell’agenzia al 50 per cento. Il progetto della nuova Wild parte dalla ricerca della sede. La scelta cade su un piccolo spazio in Sloane Square, proprio sopra la Barclays Bank. L’ufficio è piccolo ma super curato, ho sempre avuto una vera e propria mania per il design e i dettagli d’arredamento. Con una sede all’altezza occorre incrementare il giro d’affari e per questo faccio fruttare i miei contatti. Qui torna in gioco Pucci Albanese: il mio padrino nella City mi presenta il suo caro amico Riccardo Gay, fondatore di quella che a metà anni Novanta è la più importante agenzia di moda italiana. Quando ci incontriamo nella pizzeria di Pucci in King’s Road, Riccardo si dimostra subito una persona speciale. Mi fa tante domande su Wild e promette di venire a visitare la sede di Sloane Square. Vuole darmi una mano. La situazione è questa: la nuova Wild non ha nemmeno un anno di vita e un’organizzazione più che snella. Siamo in due. Io mi occupo della selezione di volti nuovi e incontro rappresentanti di altre agenzie per scambi di modelle. Antonio fa il booker, la figura che nelle agenzie di moda si occupa del settore commerciale.

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Le ragazze che lavorano in esclusiva per Wild, oltre alla mia fidanzata April, sono solo tre. Poche. Questo è il problema. Qualche ora prima che Riccardo Gay venga a farci visita, mi sembra opportuno fare un po’ di maquillage alla sede di Sloane Square: - attacco sui composit delle altre agenzie un adesivo col marchio Wild, facendo credere di avere molte più modelle in esclusiva di quante in realtà non ne abbiamo; - mi procuro delle comparse e, per fare numero, le faccio sedere al booking table del l’agenzia; - corrompo un paio di amici perché facciano squillare senza sosta i telefoni dell’ufficio.

Quando alle undici e mezza di una bella mattina d’autunno Riccardo Gay fa il suo ingresso negli uffici, Wild sembra una multinazionale. Gente che va, gente che viene, telefoni che suonano senza sosta e ragazze seminude che girano in sala booking: l’atmosfera in Sloane Square è frenetica. Riccardo rimane impressionato dalla nostra organizzazione, tanto che mi chiede: «Quanto ci hai messo a fare tutto questo?» «Meno di un anno» rispondo e lui mi fa i complimenti, facendomi però notare che ho poche modelle. «Ne rappresentiamo solo trenta, ma le se25


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guiamo tutte personalmente» mento. Per capirci: nel 1994 la Riccardo Gay ha sotto contratto trecento modelle, Wild dice di averne trenta ma in realtà ne ha quattro. Riccardo propone: «Senti Stefano, se mi dai un paio di volti nuovi da rappresentare a Milano, io ti do sette o otto nomi importanti da gestire in direct booking su Londra.» «Affare fatto» sorrido, ma comincio a tremare. Ora infatti Riccardo deve scegliere le modelle Wild da rappresentare in Italia e ci sono molte probabilità che scopra il mio bluff. Quando allunga le mani verso il board dove, uno dopo l’altro, stanno in fila i falsi composit dell’agenzia, un brivido mi corre lungo la schiena. Riccardo ne prende uno, lo osserva e lo rimette sul board. Fa così per tre volte: il tempo sembra non passare mai. «Voglio lei» la prima scelta è Courtney Miller. Canadese di quindici anni, Courtney è una delle quattro modelle che lavorano in esclusiva per noi! Credo mi abbia aiutato una gigantografia della Miller appesa all’ingresso dell’agenzia: è uno scatto di Bob Carlos Clarke, un bravissimo fotografo scomparso nel 2006. Clarke è stato un grande artista, ha ritratto praticamente tutti, da Rachel Weisz a Keith Ri-

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chards, da Elizabeth Hurley a Jerry Hall; il suo “highly stylised erotic imagery” è nella storia della fotografia. Ho ancora la gigantografia firmata da Bob, c’è scritto: «Per Stefano e Courtney». Vale parecchi soldi oggi, ma non la venderei per nulla al mondo. È un porta fortuna. Ma torniamo a Courtney: la Miller è una scoperta di Wild. Fa una bella carriera a Londra: il suo atout è il viso di una bellezza straordinaria; a volerle trovare un difetto è bassa, per il lavoro di modella. Per capirci, anche Kate Moss è 5.7 inch, ma Kate Moss è Kate Moss. «Voglio anche lei» la seconda scelta di Riccardo Gay è April, la mia fidanzata. Wild ce l’ha fatta. Il mio bluff innocente ci permetterà di collaborare con una delle agenzie più potenti del mondo. Un po’ di culo al momento giusto non guasta, penso, mentre i telefoni continuano a squillare anche se ora non serve più. Oggi Riccardo Gay è uno dei miei più cari amici e sa tutto di quella pittoresca messa in scena. Ogni volta che lo vado a trovare – si è ritirato in una casa stupenda nel Parco del Ticino – ricordiamo quel giorno ridendo. Lo considero uno dei miei maestri e sono molto amico di sua figlia Giorgia. Ho letto su un libro che «fare il passo più lungo della gamba allunga le gambe»: se si 27


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vuole crescere, bisogna saper osare. La sceneggiata di Sloane Square è stata necessaria ad accreditarci presso un’agenzia come quella di Riccardo. Grazie a un’innocente bugia, Wild ottiene in esclusiva per il mercato inglese nomi che danno prestigio, modelle importanti che ci aiutano a lavorare di più e a incrementare il fatturato. La più importante agenzia di moda italiana ci ha scelto come partner in Inghilterra e per questo motivo si parla di noi come di una delle realtà emergenti nel settore. Non c’è niente come il passaparola in certi ambienti e la stampa comincia a dedicarci i primi articoli. Così, dopo Riccardo Gay, viene a conoscerci Guido Dolci di Major Model Management (ex Italy Model), uno dei competitor più importanti di Gay sulla piazza di Milano. E Wild comincia a collaborare anche con Major. Il business cresce e la nostra agenzia si può permettere di investire nello scouting. A turno, Antonio e io, partecipiamo a convention negli Stati Uniti e in Canada dove cerchiamo di scovare le top di domani. Ricordo un viaggio a Kananaskis, in Alberta, dove a meno venti gradi, oltre a giovani promesse del modeling, ho rischiato di incrociare qualche orso bianco. Selezionare modelle può essere un lavoro pericoloso!

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A metà anni Novanta, Wild comincia ad affermarsi. Antonio e io ne combiniamo di tutti i colori; mi diverto come un pazzo e oggi posso dire che sono gli anni più belli della mia vita. L’alchimia tra me e il mio socio va a meraviglia: lui si occupa della parte più commerciale del business, mentre io mi dedico alla comunicazione e al marketing, trattando Wild come una multinazionale. Lui lavora di giorno, io di notte. Ci sono molti aneddoti divertenti riguardo questo periodo. Una mattina del 1996 faccio tardi a una festa, così tardi che vado direttamente in ufficio senza passare da casa. Quando arrivo in Sloane Square la porta non si apre, sembra chiusa dall’interno. Entro allora dall’ingresso secondario, quello della stanza destinata alla contabilità. Mi dirigo verso la sala booking, dove abbiamo un tavolo con otto postazioni, e mi siedo a una di queste per controllare gli appuntamenti della giornata. Quando allungo le gambe sotto il tavolo, sento qualcosa di strano. Nascosto sotto la mia postazione di lavoro c’è Antonio. La storia è questa: il mio socio è a corto di grano e passa la notte in ufficio. Da non so quanto tempo dorme sul divano della sala d’aspetto. La mattina si sveglia alle sette e come niente fosse si fa trovare pronto per l’apertura 29


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dell’agenzia. Antonio, quante storie avrei da raccontare! Due giorni dopo, mi fa visita Ted Smith, il Direttore della filiale Barclays Bank che sta nel nostro palazzo. Dopo aver sbirciato i composit di un paio di modelle, Ted mi dice che ha un problema con Antonio: «Il tuo socio è titolare di quaranta carte di credito.» «Beato lui» rispondo, anche se capisco che Ted non sta scherzando. Da buon napoletano Antonio ha capito prima degli altri come approfittare del sistema revolving. Fa il gioco delle scatole cinesi: spende il plafond di una carta di credito e dilaziona il pagamento al minimo mensile, pagandolo con le altre carte. In questo modo gli istituti di credito si passano il debito fra loro, senza che Antonio versi mai del denaro contante. Quando Ted Smith di Barclays viene nel mio ufficio, è per comunicarmi che il mio socio è entrato ufficialmente in loop e deve al sistema bancario 40mila sterline. Voglio aiutarlo a saldare il debito e per questo gli liquido il 45 per cento delle quote di Wild; Antonio mantiene un simbolico 5 per cento di proprietà, si toglie dai guai e continua a lavorare per l’agenzia. Il mio socio è un mix esplosivo di fatalismo partenopeo e arte di arrangiarsi: gli voglio bene! Oggi è uno stimato promoter per Live Na-

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tion: anche per lui la moda è stata un ponte per arrivare alla musica.

Nel frattempo, grazie anche al mio lavoro di pubbliche relazioni, Wild comincia a dare fastidio alle agenzie più importanti. Ci sono Storm, Select, Models One ed Elite di Parigi, che nella City ha un branch con Premiere. Wild è la realtà emergente di Londra, il “talk of the town”. Quando attraverso degli intermediari Elite mi contatta, capisco che l’accordo con Premiere è in discussione e ci vogliono proporre una partnership. Parto subito per Parigi e incontro il numero uno dell’agenzia, Gérald Marie. L’ex braccio destro e socio di John Casablancas è il creatore di Elite, una leggenda per chi lavora nel settore. Gérald mostra ai suoi collaboratori il book Wild e urla qualcosa tipo: «Guardate cosa ha fatto questo ragazzo in poco tempo e senza soldi. A Londra parlano tutti di lui.» La verità è che sono sempre stato molto bravo a presentarmi: Wild ha un book da multinazionale fin da quando era una new company senza modelle, clienti, né soldi! Come previsto, quando rimaniamo soli, Gérald mi spiega che a Londra si vuole svincolare dal branch con Premiere per collaborare con 31


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Wild. Cercate di capirmi: siamo nel 1997 e Gérald Marie, una delle personalità più influenti del mondo della moda, ex marito di Linda Evangelista e Presidente di Elite Europa, vuole me come suo braccio armato a Londra. Prendo tempo e chiedo le solite quarantotto ore per pensarci. Ora sì, entra in scena Denise B., la testimonial di La Perla che all’inizio di questo capitolo avevo confuso con April. Denise mi ha accompagnato a Parigi e mi aspetta in una brasserie vicino all’ufficio di Elite. Quando la vedo sono raggiante e ne ho tutte le ragioni. Passeggiando per Rue de Rivoli, le racconto delle nuove prospettive dell’agenzia. Non riesco a smettere di pensare al mio futuro: con l’aiuto di Gérald Marie, Wild diventerà la numero uno della City. In pochi anni dalla casa-bunker di Antonio in zona 6 a Elite. Chi se lo sarebbe aspettato? In Rue de Rivoli c’è la sede di Next, l’agenzia di moda parigina che nasce da una costola di Fashion Milano, creatura di Lorenzo Pedrini. Nel settore Lorenzo è un numero uno, un po’ come John Casablancas, Gérald Marie e Riccardo Gay. Voglio salutarlo. Ci siamo parlati spesso al telefono, ma non abbiamo mai avuto il piacere di conoscerci di persona.

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Chiedo ad Alessandra, la sua assistente personale, di essere ricevuto. A Parigi è tempo di sfilate e in agenzia c’è un caos pazzesco. Alessandra mi chiede di attendere dieci minuti. Ne passano venti di minuti, e Pedrini non si fa vivo. Sto per andarmene, quando la segretaria mi blocca per accompagnarmi da lui. Lorenzo si alza dalla scrivania e mi viene incontro: avrà sì e no quarantacinque anni ma ne dimostra molti meno. È bello, alto, abbronzato e indossa un abito nero di Prada. «Tu saresti il famoso Cecchi?» mi dice tendendomi la mano. «Sono io. Non sono famoso, ma vorrei diventarlo come lei.» «Finalmente ci conosciamo di persona.» «Sono venuto a salutarla, visto che non c’è mai stata occasione di farlo prima.» «Come mai sei a Parigi?» «Proprio oggi mi sono accordato con Elite per aprire a Londra.» Sono un pazzo: non ho ancora firmato con Elite e do già la cosa per fatta. Ho ventisei anni, sono affascinante e un po’ arrogante. Grazie alla mia faccia tosta conosco tutti, ma soprattutto tutti cominciano a conoscermi. Pedrini rimane qualche secondo in silenzio, poi dice: «Se vai con Elite diventeremo nemici. Anche noi di Next stiamo per aprire un ufficio a 33


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Londra.» Siamo alla fine degli anni Novanta e nella City girano soldi veri, è una piazza che interessa a tutti i network internazionali. «Hai già firmato?» ancora Pedrini. «No» rispondo e la sera stessa parto con lui per Londra. Il giorno dopo siede alla mia scrivania nell’ufficio Wild di Sloane Square. Prende possesso del telefono e chiama prima Milano, poi Parigi, infine New York. Passa la giornata a parlare in tutte le lingue del mondo e alla fine della task force, mi fissa e dice: «Domattina parti con me per New York.» Nove ore di volo dopo sono nella Grande Mela. Immigrazione. Timbro. Jet lag. Sembra di essere in uno di quei film dal montaggio frenetico di Guy Ritchie. Quando per la prima volta mi trovo davanti alla sede Next in Watts Street a Manhattan, quasi mi viene... Non mi vergogno a dirlo: godo. Il quartier generale dell’agenzia di cui sto per diventare socio è un palazzo cielo-terra a Soho, una delle zone più cool della città. Stiamo parlando di un’impresa che fattura 100 milioni di dollari negli Stati Uniti e probabilmente altrettanti nel resto del mondo. Next non è una semplice agenzia di moda, si occupa di sfruttamento d’immagine a trecentosessanta gradi: dalle campagne stampa, alle sfilate, dalle copertine alle passerelle, sino al

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cinema. Fa tutto. I soci statunitensi di Lorenzo sono due: Faith Kates, una donnina tanto piccola quanto incazzosa, e Joel Wilkenfeld che è l’esatto opposto di Faith, un tizio friendly con tutti. Senza avermi formalizzato una proposta ufficiale, Lorenzo mi presenta a tutti come «il nuovo socio di Londra». Si è occupato di tutto lui: mi ha messo a sedere in First su un volo Londra-New York, mi ha piazzato a dormire a casa di Joel Wilkenfeld e infine mi ha fatto firmare un contratto. Ora posso dirlo, sono Mr. Next a Londra.

Next opening event in London

La capogruppo americana compra l’80 per cento delle mie quote in Wild ricoprendomi di soldi e come Ceo mi fa un contratto di due anni a 12mila sterline al mese. Quando torno nella City, ho un ufficio nuovo, 35


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una villa a Chelsea, biglietti aerei in First per tutto il mondo, soldi e tanto, tanto champagne per festeggiare. Se ho firmato un contratto così è anche merito di Giorgio Laurenti. Collegato in filo diretto da Londra, il Presidente di Revlon Uk mi ha aiutato a negoziare il contratto. Giorgio è un caro amico e compagno di scorribande londinesi: mi ha presentato molte persone divertenti, tra cui ricordo in particolare Ernst di Hannover.

Pochi giorni dopo il mio ritorno a Londra, un furgone DHL consegna il nuovo materiale Next London. Due operai cominciano a scaricare scatole che contengono i book delle più grandi modelle del mondo. Leggo, uno per volta, i nomi di Milla Jovovich, Yasmeen Ghauri, Tasha Tilberg, Inés Sastre, Molly Sims, Georgina Grenville, Daniela Peštová, Karolína Kurková, Petra Němcová, Diane Kruger, Veronika Vařeková, Yamila Díaz, Adriana Sklenaříková, Nataša Vojnović, Malgosia Bela e Renata Maciel Dos Santos. Ovunque mi giro vedo cover di Vogue Italia, Vogue America, W, V, Numéro, ID e The Face. A un tratto mi rendo conto di rappresentare le donne più belle del mondo, donne da perdere la testa. Fra i mille impegni dei primi giorni da Ceo,

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non dimentico di chiamare Gérald Marie e comunicargli la mia decisione di rinunciare alla proposta di Elite. Gérald è nel mezzo dello scandalo BBC, il servizio “undercover” dei giornalisti Donald MacIntyre e Lisa Brinkworth, e non la prende bene. Due anni dopo è una donna a farci rincontrare: la mia nuova fidanzata Lavinia che è amica della sua seconda moglie. Oggi Gérald e io siamo in buoni rapporti, condividiamo molte amicizie e l’amore per Ibiza.

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UN VOLO SPECIALE, ANZI DUE

A costo di sembrare monomaniaco comincerò questo capitolo parlando di una donna, una bellissima donna. Si tratta di Emma Hemming, oggi più nota per essere la moglie di Bruce Willis. Nel 1996 Emma fa la modella e, anche se non lavora per Wild, è molto amica del nostro booker Versae Vanni, un canadese che ha fatto carriera nel settore delle agenzie di moda e oggi è Direttore di Next London. Sono orgoglioso del suo successo, se lo merita. Versae crede in Wild e parla alla Hemming delle enormi possibilità di sviluppo della nostra agenzia. Credo sia questo il motivo per cui una mattina del 1996 mi arriva un fax da Chelsea Harbour: Flavio Briatore, il numero uno della scuderia di Formula 1 Benetton-Renault, chiede di incontrarmi. Nel 1996 lui e la Hemming si frequentano. Briatore mi propone di allargare il business di Wild allo show business e allo sport, ambienti in cui Flavio si muove da re. L’idea è quella di creare una nuova società che metta sotto contratto celebrities e si occupi a trecentosessanta gradi dello sfruttamento 39


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d’immagine: il mio know-how nel mondo della moda e il loro in quello dello sport sono complementari e sinergici. In sostanza, si tratta di quello che faremo con Next due anni più tardi, ma nel 1996 sembra qualcosa di troppo grande per Wild. Insomma, prendo tempo e ci penso su. Otto giorni dopo il primo incontro, ricevo una telefonata della segretaria di Flavio che mi prega di inviare via fax una copia del passaporto. Spiega: «Domani, se non ha altri impegni, il signor Briatore la invita ad accompagnarlo a Parigi col suo aereo privato.» Cancello dall’agenda tutti gli appuntamenti e mi presento al City Airport di Londra con un trolley pieno di entusiasmo. Ho ventisei anni e sono molto ambizioso: cosa avreste fatto al mio posto? Durante il volo Flavio mi racconta la sua storia. Gli inizi come agente di commercio, i contatti con la famiglia Benetton, per cui cura l’apertura dei primi flagship store americani, sino all’esperienza nel mondo della Formula 1. Per tre volte Briatore è entrato e uscito dagli affari con la famiglia di Ponzano Veneto, ottenendo sempre risultati importanti. A colpirmi, di quest’uomo partito da Cuneo e arrivato a essere uno dei manager più pagati del pianeta, sono la cultura dell’obiettivo e l’abilità nel tessere relazioni internazionali.

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I giornali parlano di lui nelle pagine di gossip descrivendolo come un uomo tutto party e champagne, ma dimenticano che, da team manager di Formula 1, è riuscito a vincere ben sette titoli mondiali, scoprendo un talento come Michael Schumacher. È un piacere sentirlo parlare in aereo. Poi tocca a me raccontare la storia della mia vita e si finisce per discutere del futuro di Wild: lui insiste per allargare il business dalla moda ad altri settori, ma io non mi sento pronto (e alla fine non se ne fa nulla). Poco prima di atterrare, Flavio mi informa che proseguirà da solo sino in Italia per tornare in Francia nel tardo pomeriggio. Mi raccomanda di organizzare qualcosa di carino per la serata. Si fida solo di suo cugino che fa il dentista a Cuneo e ogni volta che ha mal di denti torna nella sua terra, il Piemonte. Per quanto ne so, l’aeroporto Levaldigi di Cuneo potrebbero averlo costruito per lui: perché possa andare dal dentista quando vuole e senza perdere troppo tempo! A Parigi il mio amico Hubert Bokobza mi aiuta a organizzare una cena al secondo piano de Les Bains Douches, il mitico Club della capitale francese progettato da Philippe Starck nei bagni pubblici di Rue du Bourg-l’Abbé. A metà anni Novanta, la Parigi che conta si dà appuntamento in questo locale, dove David Guetta è dj resident e la moglie Cathy direttore 41


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artistico. Gli invitati sono ben assortiti: oltre ai miei amici e agli amici di Flavio ci sono tante belle donne. Cinquanta per cento maschi e cinquanta per cento femmine, la regola aurea per una cena perfetta. Disco Revenge’s dei Gusto dà ufficialmente il via alla serata. A tavola c’è un posto libero e tra gli invitati si insinua la voce che stia per arrivare un grandissimo ospite internazionale. Flavio non ci anticipa nulla, ma l’aria è piena di aspettative. Passano pochi minuti e, preceduto dal mitico doppiopetto che lo contraddistingue, Donald J. Trump fa il suo ingresso a Les Bains Douches. Stiamo parlando di uno degli uomini più potenti del mondo, un mito che durante la serata si dimostra anche una persona cordiale e spiritosa. Così spiritosa da prendermi in simpatia. Sarà che ne sparo qualcuna delle mie, sarà lo champagne, ma quando attorno a mezzanotte Donald decide di scendere al dance floor, a chi credete che domandi di accompagnarlo? Ricorderò tutta la vita questa serata. La mattina seguente Flavio mi comunica un cambio di programma: sarà un suo amico a riaccompagnarmi a Londra. Raccolgo tutte le istruzioni e mi presento all’aeroporto di Parigi Le Bourget all’ora prestabilita.

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Una hostess biondissima mi indica, oltre la vetrata che affaccia sulla pista di decollo, un razzo blu con scritto a tutta lunghezza Donald J. Trump; l’aereo è un Boeing 727-100. Tornerò a Londra con Mister Trump e confesso che non mi dispiace. Oggi ho qualche anno in più e vedo queste cose con un certo distacco, ma a ventisei anni, be’ a ventisei anni, queste cose ti fanno godere. Devo ammetterlo. La hostess mi accompagna al bar dell’aeroporto dove ci sono Trump e alcuni ospiti della cena a Les Bains Douches. Oltre a Paolo Zampolli – anche lui è partito con un’agenzia di moda, è stato Director of International Project Developement per la Trump Organization e oggi, tra le altre cose, è membro dell’Unesco – ci sono alcune persone note che non mi va di nominare. Al bar si materializza anche Flavio Briatore, pronto a partire col suo aereo per destinazione ignota. Accanto a lui c’è una signorina col volto semi-nascosto da un cappello dei New York Nets. Per quanto cerchi di nascondersi, la signorina è una delle donne più belle e conosciute del mondo e non passa certo inosservata.

A differenza dei voli di linea, il 727 di Donald ha un corridoio centrale con stanze a destra e a sinistra. Sembra di stare in un castello: mobili antichi, lampadari di cristallo e opere d’arte (ancorate 43


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con delle staffe); chiunque abbia visto su AD una delle case di Trump può capire a cosa mi riferisco. A bordo del Boeing siamo in sei e inganniamo il tempo giocando a poker. A un certo punto Donald sparisce nel nulla. Quando torna da noi, indossa una giacca da steward e ci serve il pranzo tra le risate generali. Spesso i businessmen di questo calibro sono scostanti e faticano a stringere rapporti umani. Donald Trump non è cosÏ.

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CECCHI GOES TO HOLLYWOOD

È la fine di ottobre del 1996 e volo a Los Angeles per la prima di William Shakespeare’s Romeo + Giulietta, il capolavoro di Baz Luhrmann. Il soundtrack di uno dei miei film preferiti, rivisitazione kitsch adrenalinica della tragedia shakespeariana Romeo e Giulietta, è prodotta da Nellee Hooper, un amico della Londra by night. Credo che quella di Nellee sia una delle più belle colonne sonore della storia del cinema. Tra i brani c’è Young hearts run free di Kymberley Grigsby in arte Kym Mazelle, ex cantante dei Soul II Soul (qualche anno dopo le produrrò un disco, ma questa è un’altra storia). Con me a Los Angeles c’è un amico inglese, Mister X: è stato più di un anno in rehab e ora gli sto dando una mano nel momento più difficile, il ritorno alla realtà. A Los Angeles alloggio al Sunset Marquis Hotel & Villas in Alta Loma Road. È conosciuto come il sancta sanctorum dei produttori discografici e forse è più di un presagio per chi, come il sottoscritto, ha un’agenzia di moda ma comincia a guardare con curiosità al business musicale. La ragione per cui i discografici in trasferta a 45


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Los Angeles alloggiano qui è che c’è una sala d’incisione proprio sotto la piscina, la NightBird Recording Studio. Tra un tuffo e l’altro non è raro incrociare rock band inguainate in pelle nera mentre scendono nel seminterrato a registrare. Solo a Los Angeles succedono queste cose! Il Sunset Marquis è il quartier generale che Wild, la mia agenzia di moda, utilizza per i casting sulla East Coast. Con un portatile si può lavorare in accappatoio a bordo piscina. Conosco molto bene questo posto. Come se non bastasse, nel 1996 uno dei bar dell’hotel, il 1200, è il place to be di Los Angeles: qui la sera, oltre ai musicisti, c’è tutto il jetset hollywoodiano. Il Sunset Marquis non è il luogo giusto per il mio amico che si sta disintossicando, ma certo a me non dispiace… Per non cadere in tentazione Mister X fa poca vita sociale: esce dalla sua suite solo per i pasti e gli incontri dei gruppi di sostegno NA, Narcotics Anonymous. Lo accompagno al primo di questi incontri. Con noi c’è un caro amico di Mister X, Slim Jim Phantom, il batterista del gruppo rockabilly Stray Cats nonché marito di Britt Ekland. È Jim a metterci in contatto col nostro intermediario, perché se a Los Angeles vuoi far parte di un gruppo di sostegno devi avere uno sponsor. Prima cosa che ho imparato: in California è

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cinematografica anche la vita di tutti i giorni. Slim Jim informa Mister X che un tizio telefonerà al centralino dell’hotel chiedendo di lui. Mister X non deve far altro che rispondere e ascoltare le istruzioni. Seconda cosa che ho imparato: mai pensare che un agente hollywoodiano con provvigioni a tanti zeri sia necessariamente una persona felice. A prelevarci in albergo con la sua Rolls Royce è infatti Marty Krofft, uno dei più importanti produttori americani, creatore degli show di Dean Martin e Jerry Lewis. È Marty lo sponsor di Mister X. Durante il tragitto in auto si parla a lungo di quanto sia duro liberarsi dalla dipendenza da antidepressivi e ansiolitici. Terza cosa che ho imparato: come si presenta la propria dipendenza quando ci si introduce in questo genere di associazioni: «Hi, my name is Stefano, I’m from London, I’m a drug addict and I’m here to share a problem with you.» Quando si entra in contatto con uno di questi gruppi non ci si può sottrarre dal dichiararsi “addicted” anche se non lo si è: è per non mettere in imbarazzo i presenti e per rispetto lo faccio anch’io. È un’esperienza forte vedere gli occhi di queste persone che cercano con tutte le loro energie di liberarsi da una schiavitù e che spesso impiegano anni per farlo. Ti guardano fisso in volto, confidano le loro 47


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debolezze e si aspettano che tu faccia lo stesso con loro. Nel mondo che frequento gira parecchia droga, è inutile negarlo, ma, senza falsi moralismi, mi permetto di dare un consiglio ai ragazzi che stanno leggendo questo libro: non esagerate, rischiate di dover rinunciare agli anni più belli della vostra vita.

Qualche giorno dopo al Chinese Theater di Hollywood Boulevard è in programma l’evento per cui sono volato a Los Angeles, la prima di Romeo + Juliet. In una limousine nera viaggiano il sottoscritto, Kym Mazelle, Mister X e Slim Jim Phantom. Durante il tragitto fra il Sunset Marquis e il teatro, Jim chiede di fermarsi per salutare dei clochard che, a giudicare da come lo accolgono, conosce molto bene. Altra stranezza da rubricare fra i ricordi hollywoodiani. All’ingresso del Chinese Theater, sul red carpet, veniamo fotografati uno alla volta. Siamo elegantissimi e adrenalinici. Il teatro è strapieno: in prima fila riconosco gli attori Leonardo Di Caprio, Claire Danes, John Leguizamo e il regista australiano Baz Luhrmann. Quando sullo schermo scorre la sequenza del film con in sottofondo Young hearts run free, Kym, che è seduta accanto a me, si alza e comincia a cantare il suo pezzo dal vivo. Il pub-

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blico esplode in una standing ovation: tutti gli ospiti, attori compresi, cantano seguendo le parole di Kym. È una scena di una potenza indescrivibile. Non escludo che sia scattata qui la mia voglia di confrontarmi col mondo della musica. Uno degli album che produrrò con Cecchi Records, la mia casa discografica, sarà proprio quello dei remix di Young hearts run free, il pezzo di Kym.

Back cover of “The Pleasure is all Mine”. Kym Mazelle by SCR.

Ma questa, come ho già detto, è un’altra storia. Dopo i titoli di coda Kym si esibisce in un bis che diventa tris al gala dinner organizzato dalla 49


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produzione. La vita notturna a Londra è supercool, ma devo ammettere che le feste hollywoodiane, be’, le feste hollywoodiane sono proprio un’altra cosa. Quando il cast di Romeo + Juliet viene nella City per la presentazione al mercato inglese del film, siamo io e Roger Michael, il più importante p.r. di Londra, a organizzare il party post proiezione. Lo facciamo all’Asia de Cuba, il ristorante che Philippe Starck ha disegnato all’interno dell’hotel Saint Martin’s Lane.

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