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LINEE GUIDA NEL CONTROLLO DEGLI AGENTI INFESTANTI Si definisce la disinfestazione genericamente come l' insieme di operazioni tendenti alla eliminazione o, per lo meno, limitazione dei parassiti tra cui artropodi, muridi e malerbe e dei loro danni. Questo termine include sia la semplice applicazione spray con bomboletta in ambiente domestico, che i veri e propri piani di lotta che ogni serio disinfestatore, degno di tale nome, dovrebbe sempre intraprendere. Va aggiunto che spesso, con tale vocabolo si indica la lotta agli insetti, mentre si usa derattizzazione per i ratti e diserbo per le malerbe. LE VARIE FASI Approfittiamo dell'occasione per ricordare che una razionale disinfestazione dovrebbe comprendere le seguenti fasi: Monitoraggio per le opportune valutazioni (grado e specie infestante, condizioni ambientali, ecc.) E' una fase spesso trascurata o data per scontata e da ciò nascono numerosi malintesi. A voler analizzare in dettaglio emergono tre sottofasi: •

Studio dell'ambiente con particolare riferimento alla "pressione di infestazione"

Valutazione dei parassiti presenti

Progetto del piano di lotta, in cui è fondamentale approfondire i reali aspetti economici.

Pratiche di prevenzione che tendano ad eliminare o diminuire i fattori che favoriscono sviluppo degli infestanti (per esempio pulizie mirate) o a renderne difficile l'accesso (Pest e Rat Proofing). Nella filiera alimentare o nei presidi ospedalieri questa fase si integra con gli interventi di corretta manutenzione, cosa che peraltro dovrebbe avere carattere generale. Riteniamo utile sottolineare il fatto che, in una logica di management, il binomio disinfestazione-manutenzione ci mette al riparo da interventi di emergenza ovviamente indesiderati per il pericolo sanitario, nonché di immagine e le ovvie implicazioni economiche non previste e quindi fuori "budget". Intervento vero e proprio di lotta, eseguito a 360°, con tecniche e mezzi adeguati alle necessità. Questa fase, che analizzeremo più avanti in dettaglio, deve essere supportata da una pianificazione in grado di adattarsi alle reali necessità, soprattutto se l'infestazione è soggetta a variabili climatiche. Monitoraggio di controllo per un'attenta verifica dei risultati. Ovvio, ma proprio per questo spesso trascurata, questa fase rappresenta lo strumento di verifica e, nella sua formalizzazione, di certificazione. Sottolineiamo l' importanza della corretta documentazione dei risultati in funzione del fatto che ciò è richiesto dalle norme che regolano questi servizi nel contesto dei luoghi adibiti a qual si voglia manipolazione di alimenti o derrate alimentari. Inoltre i "flussi di informazione" relativi ai controlli, ma non solo, rientrano nei protocolli delle norme ISO 9000 dei sistemi Qualità. Altre fasi non devono essere trascurate, quali la cartellonistica di segnalazione e di avvertenza e la reciproca corretta informazione fra i fruitori del servizio e gli addetti ai lavori;in questo capitolo devono essere evidenziate quelle pratiche di collaborazione tese ad ottimizzare i servizi anche nella logica della sicurezza.


I PIANI DI LOTTA Attualmente i "piani di lotta" si rifanno alle strategie dell' Integrated Pest Management (IPM) che verranno successivamente dettagliate e devono anche integrarsi con gli Hazard Analysis and Critical Control Point (HACCP) ovverosia il superamento dei punti critici del processo soggetto alla nostra opera. Ciò premesso analizziamo i vari tipi di lotta in una logica di enunciazione quasi didattica; l'obiettivo è definirne i limiti e le caratteristiche. LOTTA MIRATA Si definisce in questo modo l' intervento che serve a eliminare o ridurre in modo da rendere non dannoso, solo l'organismo bersaglio, agendo quindi in maniera non indiscriminata, ma, come la parola ricorda, mirata. La selettività di tale metodologia applicativa è realizzata attraverso varie tecniche, per esempio con una distribuzione di prodotti limitatamente ai luoghi frequentati dai parassiti bersaglio. Oppure gli interventi vengono realizzati in quei momenti in cui i parassiti sono presenti in massima concentrazione mentre i "non bersaglio" non ci sono o sono presenti in minima parte. O ancora si utilizzano risorse tecniche in grado di consentire solo alle entità infestanti il contatto con il biocida, un esempio classico sono i bait-box (erogatori di sicurezza per l’esca topicida) per roditori. Naturalmente l' uso di trappole a feromoni o di prodotti che interferiscono con le mute (gli I.G.R. = Insect Growth Regulator) sono i mezzi a più alta selettività intrinseca. In questo capitolo è doveroso menzionare i cosiddetti insetticidi biologici, derivati per la quasi totalità dal Bacillus Thuringiensis. Trattasi più precisamente di prodotti di origine biologica appunto, il cui meccanismo di azione però si esplica attraverso l'ingestione delle endotossine prodotte dal bacillo. Queste agiscono con buona selettività inducendo dismetabolie che conducono a morte i lepidotteri defoliatori (B. thuringiensis varietà thuringiensis) e le zanzare allo stadio larvale (B.thuringiensis varietà israelensis). LOTTA BIOLOGICA Conosciuta soprattutto in campo agricolo da quasi un secolo, è il baluardo degli ecologisti. Utilizza tutti i metodi, esclusi quelli chimici, atti ad eliminare direttamente le entità infestanti. Sono favoriti i metodi che impiegano predatori o, meglio, parassitoidi specifici, nonché il trappolaggio. Non si desidera eliminare completamente l' infestante, cosa comunque normalmente assai difficile e improbabile, ma a ridurlo a una presenza "accettabile", sia in termini igienici che economici. A questo scopo si definisce una soglia di danno e si attua un monitoraggio continuo atto a rilevare i momenti di intervento più idonei in relazione ai mezzi biologici a disposizione. Appaiono evidenti i potenziali vantaggi sul territorio; in questo caso però i limiti sono l' ancora scarsa o nulla efficacia, ma emerge anche la non applicabilità del metodo nel contesto sanitario o nell' industria alimentare, ove la presenza di qual si voglia insetto non può essere tollerata. LOTTA INTEGRATA O GUIDATA Come per la lotta biologica, prevede la determinazione di una soglia di danno (o di intervento) e include tra le pratiche anche l'uso di prodotti chimici da utilizzare solo quando la scelta è necessaria ed in modo molto oculato, privilegiando i formulati più selettivi e quelli che presentano profili tossicologici più favorevoli. La tendenza attuale è rivolta a questo tipo di lotta, sia in campo agricolo, che in campo civile, con il progressivo abbandono della tradizionale e ormai superata lotta generalizzata o indiscriminata che dir si voglia. Anche per la lotta integrata sono necessari continui monitoraggi atti a rilevare l'andamento della presenza di entità infestanti e regolare di conseguenza le azioni mirate di disinfestazione.


LE RISORSE TECNICHE Nella pratica dei servizi di disinfestazione è necessaria una serie di risorse tecniche che rappresentano gli indispensabili strumenti di concretizzazione dei servizi stessi. Il binomio prodotti-attrezzature ne costituisce l'asse portante. I PRODOTTI Questo capitolo comprende una numerosa gamma di risorse. In questa sede ci concentreremo sui prodotti "chimici" cercando, attraverso la loro corretta conoscenza, di averne una visione positiva ed è quindi ragionevole affermare che "la chimica ci è amica" nella misura in cui noi ne facciamo un corretto uso. Oggi disponiamo di una farmacopea in grado di soddisfare tutte le esigenze, certamente più il formulato è sofisticato più richiede attenzione, competenza e precisione d'utilizzo, ad esempio l'utilizzo di un regolatore di crescita (IGR) ne vincola l'applicazione in precisi momenti e luoghi legati allo stadio giovanile dell'insetto che vogliamo combattere. I prodotti che generalmente vengono impiegati sono Presidi Medico Chirurgici (BIOCIDI), vale a dire risorse chimiche naturali o di sintesi che sono autorizzate nel loro specifico impiego dal competente Ministero della Salute dietro assenso tecnico-scientifico dell'Istituto Superiore di Sanità. Un PMC è costituito da un'insieme di parti e precisamente: •

IL TESTO DELL'ETICHETTA *

IL PRINCIPIO ATTIVO

I COFORMULANTI

IL CONTENITORE

* IL TESTO DELL'ETICHETTA RAPPRESENTA LA PARTE CHE DETERMINA LE MODALITÀ D'UTILIZZO, LE RELATIVEAVVERTENZE E I DOSAGGI: IN ULTIMA ANALISI È LA "CARTA DI IDENTITÀ" DEL PRODOTTO. E' importantissimo, anzi obbligatorio, leggere e attenersi a quanto prescritto in tale documento, oggi più che mai, vista l'attenzione che il legislatore pone al capitolo sulla sicurezza. I prodotti sono caratterizzati, fra le altre cose, da un nome e da un numero di registrazione che ne identifica "la ricetta" nel suo insieme; è quindi una generalizzazione non priva di pericoli quella di identificare i prodotti indicandone il solo principio attivo. Sono classificabili in vari modi, ad esempio per lo stadio in cui colpiscono l'entità infestante: si avranno quindi prodotti adulticidi, larvicidi e più raramente oocidi, in alcuni casi il prodotto può essere larvo-adulticida o addirittura esplicare le tre azioni contemporaneamente. Invece in relazione allo spettro d'azione avremo prodotti blatticidi, moschicidi o, come più spesso accade, polivalenti. Altro carattere distintivo è il loro modo di azione: per contatto, per ingestione, per asfissia. Anche la durata d'azione comporta un differente modo di ordinare i prodotti e si avranno prodotti ad azione abbattente o ad effetto residuale. b) I principi attivi che costituiscono il nucleo del prodotto ne determinano le caratteristiche di efficacia. Anche la natura chimica del principio attivo rappresenta un importante metodo di classificazione, ad esempio fra i composti inorganici citiamo l'Acido borico e fra i composti organici nominiamo l'estratto naturale di piretro (costituito da sei piretrine), i piretroidi di sintesi (suddivisi in due sottogruppi: fotolabili e fotostabili), i carbammati, i fosforganici, i clororganici e i derivati della cumarina. Sempre più importante diventa anche la formulazione in quanto, attraverso i diversi coformulanti, si determinano le caratteristiche tecniche e tossicologiche del prodotto: abbiamo emulsioni concentrate, microemulsioni acquose, soluzioni, polveri secche o bagnabili, microincapsulati, ecc.. La complessità dell'argomento ci suggerisce di sintetizzarlo in una tabella a cui rimandiamo il lettore. c) Per quanto concerne i coformulanti in parte abbiamo anticipato l'argomento con i tipi di formulazione e quindi ci limitiamo a sottolineare l'importanza del loro interagire con il principio attivo per ciò che riguarda l'utilizzo del prodotto. Ad esempio un piretro può essere distribuito con una irroratrice o con un termonebbiogeno in relazione al tipo di "ricetta" di fabbricazione.


d) I contenitori rappresentano la parte esterna dei nostri prodotti e, dalla loro forma, capacità, robustezza e natura, possono essere in diversa misura sicuri, agevolmente manipolabili, facilitare precisione di dosaggio e, aspetto non più trascurabile, essere facilmente lavabili, la qual cosa interagisce anche con il loro smaltimento. In questa sede ci limitiamo a ricordare che non devono essere dispersi nell'ambiente. Non è possibile concludere questo capitolo senza citare il metodo di misurazione di un principio attivo. La tossicità è riportata in letteratura con la sigla DL che indica la quantità di milligrammi per chilo di peso corporeo in grado di indurre la morte del 50% della popolazione (in genere ratti) a cui è stata somministrata la sostanza. I moderni prodotti hanno profili tossicologici talmente rassicuranti che risultano meno tossici del sale da cucina, ciò però non deve indurci in comportamenti professionalmente sconsiderati, infatti il nostro obiettivo deve tendere ad eliminare ogni rischio. Quindi attenzione e prudenza, la chimica è amica solo a queste condizioni.

TAB. 1 TIPI DI FORMULAZIONE FORMULAZIONI CONCENTRATE Polvere bagnabile WP Concentrato sospendibile SC Concentrato per nebbie fredde NH Liquidi per applicazioni ULV

Emulsione di olio in acqua EW Concentrato per nebbie calde HN Generatori di fumo FU Microincapsulati concentrati CS

Liquidi miscibili in idrocarburi OL Polvere bagnabile WP Concentrato sospendibile SC Concentrato per nebbie fredde NH Liquidi per applicazioni ad Ultra Basso Volume ULV Liquidi miscibili in idrocarburi OL

Flowable SC Emulsione di olio in acqua EW Concentrato per nebbie calde HN Generatori di fumo FU Microincapsulati concentrati CS Flowable SC

FORMULATI PRONTI ALL’USO Esche pronte all’uso RB Polveri aspersorie BP Spray AE Flowable pronti all’uso SC FORMULATI PRONTI ALL’USO Esche pronte all’uso RB Polveri aspersorie BP Spray AE

Polveri traccianti TP Microincapsulati pronti all’uso CS Liquidi pronti all’uso (in solventi organici o acqua) LPU Granulati G Polveri traccianti TP Microincapsulati pronti all’uso CS Liquidi pronti all’uso (in solventi organici o acqua) LPU

TAB. 2 ESEMPIO DI VALUTAZIONE “ARITMETICA” DELLA TOSSICITA’ DI UN PRODOTTO INSETTICIDA TOSSICITA’ DI UN PRINCIPIO ATTIVO DL 50 orale ratto = 400 mg/kg TOSSICITA’ DI UN PRODOTTO AL 20% DI UN PRINCIPIO ATTIVO (considerando eccipienti e coformulanti non tossici) DL 50 = 400 mg/kg : 20/100 DL 50 = 400 mg/kg : 0,2 = 2.000 mg/kg = 2 g/kg


LE ATTREZZATURE In questo capitolo ci soffermiamo sui mezzi di distribuzione di un insetticida, ritenendo l'argomento di particolare importanza dal momento che spesso si riscontra una certa imprecisione nei dosaggi dovuta alla confusione generata dal considerare il rispetto della percentuale d'uso sufficiente a garantire il rispetto del dosaggio unitario. In primo luogo analizziamo i parametri più importanti che identificano un apparecchio erogatore. Essi sono la portata, la velocità operativa e il tipo di goccioline emesse (diametro e numero di gocce per centimetro quadrato). Ovviamente ciò non deve farci dimenticare altri fattori quali la conformità alle norme, la precisione di regolazione, la robustezza, la facilità di manutenzione, l'assistenza post-vendita e la reperibilità dei pezzi di ricambio, nonché la potenza, il peso, le dimensioni, gli optional a corredo e le caratteristiche di erogazione (distanza e ampiezza di distribuzione). Tornando al problema del dosaggio, se un prodotto deve essere usato ad una certa concentrazione, ad esempio all'1%, e viene distribuito con una pompa a spalla il dosaggio varierà in funzione della velocità di esecuzione. L'esperienza ci dice che con 10 litri di soluzione, a seconda delle condizioni operative e del "passo" dell'operatore, potremo fare dagli 80 ai 200 mq . Appare evidente che, se distribuiamo i nostri 10 litri all'1% in 100 mq, il dosaggio unitario sarà di 100 cc/mq mentre se li irroriamo in 200 mq il dosaggio unitario sarà a metà, ossia 50 cc/mq e naturalmente il risultato sarà diverso. Certamente non è sempre possibile eseguire una misurazione precisa dei metri quadrati fatti, ma è possibile farlo empiricamente, ma con sufficiente esattezza, tramite una valutazione del grado di bagnato che lasciamo dietro di noi. Ad esempio, su una superficie orizzontale non assorbente 100 cc/mq producono un velo di bagnato ben visibile che asciuga in un tempo abbastanza lungo (in funzione della temperatura), mentre 50 cc/mq si percepiscono con un leggero velo di umido che asciuga con facilità. Su una superficie verticale, nel primo caso osserviamo i primi segni di sgocciolamento, nel secondo ciò non avviene. L'esperienza "ragionata" consente la valutazione delle situazioni intermedie, anche in relazione alle varie tipologie di superfici più o meno porose. Le casistiche sono numerose e si complicano nel caso di valutazioni spaziali, ma la nostra professionalità impone di approfondire questo capitolo con particolare impegno, anche se ci obbliga all'utilizzo di pur semplici operazioni matematiche. Per facilitare il compito del nostro lettore, nei limiti imposti dalla natura della pubblicazione, riportiamo in tabella due esempi di conteggio. Un ultimo importante suggerimento è quello di valutare attentamente la tipologia degli ugelli erogatori perché da loro dipende la caratteristica delle micelle erogate e la loro uniformità di distribuzione. Ciò premesso non rimane che enunciare i tipi più comuni di apparecchiature per la distribuzione, partendo dai più semplici. IRRORATRICI Sono costituite da una pompa che imprime una pressione ad un liquido che passando da un ugello si nebulizza. •

Spruzzatori a pompa: sono noti a tutti, soprattutto per l'uso domestico che se ne fa. Il serbatoio varia di solito da 1 a 10 litri e la pompa viene azionata da una sorta di leva manovrata manualmente.

Spruzzatori spalleggiati: sono un'estensione del sistema precedente, di maggiori dimensionie con un serbatoio di norma da 10 litri; la pressione si ottiene manovrando una leva.

Pompa a spalla: simile alla precedente però in questo caso la pressione è determinata da una campana d'aria realizzata da una pompa che l'operatore manovra prima dell'erogazione.

Ve ne sono di parecchi tipi fra cui modelli altamente professionali dotati di ottimi corredi atti alle più svariate esigenze. Fra i modelli menzionati ne esistono anche a motore elettrico, sia a batteria che alimentati in rete. •

Sempre fra le irroratrici ve ne sono di più grande potenza, in questo caso azionate da un motore a scoppio anche oltre i 10 CV di potenza con portate teoriche di oltre 50 l/min. I serbatoi sono dimensionati in proporzione alla potenza e possono arrivare a 10 q.li.


ATOMIZZATORI In questo gruppo vengono ascritti i sistemi misti acqua/aria caratterizzati da una girante che crea un flusso d'aria in cui viene iniettato il liquido da erogare. La potenza è assai variabile e parte dagli atomizzatori spalleggiati da pochi cavalli fino ai gruppi autotrasportati da 30-60-80 HP ed oltre. Tali potenze comportano capacità di erogazione che permettono di avere portate di oltre 300 l/ora con gittate orizzontali di oltre 30 metri e verticali di poco inferiori. Le velocità operative medie variano da 4 km/h a oltre 12 km/h; ciò comporta una capacità operativa di 120.000 mq/h (pari a 12 ettari) calcolata su una velocità di 8 km/h e una fascia di lavoro orizzontale di 15 metri; volendo una valutazione spaziale e stimando l'altezza lavorativa di 12 m., essa risulterebbe, fermo restando i parametri enunciati, di 1.440.000 mc. vale a dire poco meno di un milione e mezzo di metri cubi ora. Appare ora chiara la necessaria precisione di progettazione (scelta dei formulati, percentuale d'uso, stima del dosaggio unitario necessari, ecc. ecc.) e l'estrema attenzione operativa conseguente. Un gruppo di attrezzature che trova identità di metodo di calcolo è quello costituito da nebulizzatori, aerosolizzatori, ultra basso volume (ULV) e termonebbiogeni. Tutti, con varie potenze e caratteristiche erogative, distribuiscono sistemi misti liquido-aria. Due precisazioni si rendono necessarie: la prima per i termonebbiogeni, in quanto sono in grado di distribuire nebbie calde e per questo necessitano di particolari prodotti pronto uso o da veicolarsi in solventi adatti; la seconda per gli ULV, che in genere richiedono liquidi a bassa tensione di vapore, in quanto erogano microgoccioline (pressoché invisibili) che troppo facilmente evaporerebbero se ciò non fosse. Per particolari impieghi esistono impolveratori in grado di distribuire polveri secche; vanno inoltre citati gli spray il cui uso richiede più attenzione di quello che la loro diffusione in ambito domestico farebbe pensare.


DOSAGGIO PER VOLUME Esempio di calcolo Dato un volume da trattare, la concentrazione unitaria, la portata dell’attrezzatura, calcolare il tempo di erogazione necessario: t = V x ppm/Q t = tempo in minuti primi V = volume da trattare in metri cubi ppm= parti per milione ovvero cc per metro cubo Q = portata in cc per minuto primo Ad esempio se si deve trattare un magazzino di 200 mq alto 4 metri (800 mc) con un termonebbiogeno della portata di 160 cc/min utilizzando un prodotto che è efficace alla concentrazione di 2 cc/mc avremo: t = 400 x 2/160 = 5 minuti primi IMPORTANTE: 5 minuti sono lunghi con un termonebbiogeno ma se questo tempo non viene rispettato gli insetti (il tribolium in particolare) ringraziano. DOSAGGIO PER SUPERFICIE Esempio di calcolo: Per calcolare la quantità di soluzione necessaria per trattare una data superficie: q = S/s q = quantità di soluzione S = superficie totale da trattare s = superficie trattata con un litro di soluzione Ad esempio se la superficie da trattare è di circa 300 mq. e non si deve bagnare molto, sarà necessario trattare 15 mq. con un litro di soluzione: q = 300/15 = 20 litri NOTA BENE: se con un litro trattiamo 8-10 mq significa chetrattiamo bene, se trattiamo 18-20 mq bagnamo molto poco.Infatti, nel primo caso distribuiamo circa 100 cc. per mq; nel secondo caso, per la stessa superficie utilizziamo 50 cc.Se la pompa eroga 10 litri in 8 minuti, impiegheremo 16 minuti per terminare il nostro lavoro pari a 18,75 mq. al minuto.


DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE (DPI) Definizione: "Per DPI si intende qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata o tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro". Obbligo di uso: "I DPI devono essere impiegati quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti da misure tecniche di prevenzione". Data l'importanza dell'argomento abbiamo riportato alcune righe della legge 626/94 sulla sicurezza, va da se che tale legge o le successive modifiche ed integrazioni devono essere note a tutti i datori di lavoro e ai lavoratori per gli specifici obblighi. Data la delicatezza dell'argomento ci limitiamo ad indicare che i più comuni DPI impiegati nelle operazioni di disinfestazione sono i guanti, gli occhiali, il copricapo (cappello o elmetto a secondo delle necessità), le scarpe o gli stivali e le maschere naso-bocca o facciali con i relativi filtri (ricordiamo che nel contesto non ci occupiamo di gas tossici altrimenti dovremmo menzionare gli autorespiratori). Due raccomandazioni: riteniamo che l'uso delle maschere e relativi filtri comporti una specifica istruzione all'uso e alla manutenzione e pur non essendo l'abito da lavoro in genere considerato DPI, potrebbe rientrare nel contesto qualora si rendessero necessarie ad esempio alcune specifiche caratteristiche di impermeabilità. L'attenzione del legislatore presuppone, lo sottolineiamo come conclusione, una costante verifica di idoneità e una continua attenzione al problema per gli adeguamenti che man mano si rendessero necessari.

PREDATORI E PARASSITOIDI Non possiamo trascurare l'argomento anche se in questo contesto ha sapore culturale, peraltro in futuro potrebbe avere anche risvolti professionali. L'uso di predatori e parassitoidi è conosciuto soprattutto in campo agricolo, dove si impiegano, per la lotta biologica nella difesa prevalentemente delle piante da frutto ed orticole. I più conosciuti ed utilizzati sono, le coccinelle e le crisope (predatori di afidi ed acari) ed il tricogramma (parassitoide di uova di lepidotteri). Questi insetti vengono allevati in modo massivo in veri e propri laboratori industriali dove vengono organizzate le loro ottimali condizioni di sviluppo, in funzione dei periodi di maggior utilizzo.


LE COMPETENZE PROFESSIONALI Le risorse umane e le relative competenze e motivazioni sono di fatto il nocciolo della questione. A nostro avviso la consapevolezza dell'importanza igienica dei servizi di disinfestazione dovrebbe rappresentare lo stimolo professionale di partenza. E' doveroso in questo contesto fare un accenno all'Integrated Pest Management come la realizzazione di un sistema di lotta integrata in cui interagiscono anche visioni gestionali di più ampio respiro. Come nella Qualità, anche in questi nuovi approcci professionali, l'importante è crederci, non come atto di fede, ma come un razionale e dovuto tributo alle nuove necessità produttive. INFORMARE/FORMARE ED ADDESTRARE Abbiamo in questo contesto utilizzato la terminologia che il legislatore adotta nell'ambito della sicurezza in quanto la professionalità di un "disinfestatore" deve comprendere in maniera inscindibile sia la competenza tecnica che le relative norme di sicurezza intesa in senso lato: la propria, l'altrui, senza dimenticare l'ambiente. Per tornare al profilo professionale del disinfestatore possiamo sottolineare la necessità di conoscere le caratteristiche tecniche dei prodotti che utilizza, delle attrezzature e dei dispositivi di protezione individuali. Deve inoltre essere ben informato sulle tecniche applicative: dove, come e quando operare e a ciò si aggiunge una competenza generale dei parassiti e la tossicologia dei principali prodotti e relativi principi attivi utilizzati. Il profilo professionale si completa con un po' di familiarità nel contesto dell'impiantistica, soprattutto elettrica, e con un discreto grado di capacità nell'eseguire piccole manutenzioni. Soprattutto deve essere nelle condizioni di sapere quello che non deve fare e perciò dovrebbe disporre di dettagliati protocolli operativi. Anche la capacità di avere buoni rapporti interpersonali è un bagaglio professionale di una certa importanza. Certamente il mestiere del disinfestatore, o del PCO (Pest Control Operator) per dirla all'inglese, sconfina un po' nella tuttologia, e ciò rappresenta l'onere e l'onore di questa professione. GLI ASPETTI BIO-ETOLOGICI DEI PARASSITI Se, come consigliano i testi di strategia bellica, per combattere meglio il proprio nemico bisogna conoscerlo a fondo, anche nell'ambito della disinfestazione, che per l'appunto spesso si definisce come "lotta", si deve attuare questo concetto. Infatti la conoscenza dell'entità infestante è basilare per poter scegliere sia la tecnica che i mezzi più idonei allo scopo. Innanzitutto è necessario definire di quale/i specie si tratta in base a molteplici indicazioni fornite dall'ambiente in cui si è determinata l'infestazione: danni, tracce, tane o rifugi possono aiutare, ma molto meglio è prelevare un campionamento per effettuare l'identificazione diretta tramite le caratteristiche morfologiche specifiche; molto spesso occorre l'esame microscopico. Dopo questa fase si dovranno conoscere quante più informazioni possibili cominciando dal ciclo biologico, anche in funzione delle condizioni ambientali (temperatura, umidità e persino cibo possono far variare notevolmente i tempi di sviluppo). Queste variabili sono anche importanti per definire le condizioni ottimali di vita e quelle limitanti. Per esempio, per ostacolare alcuni tipi di infestazione, si può agire variando la temperatura e/o l'umidità ambientale. Studiare il ciclo biologico in questi termini consente di sapere quando agire, quale stadio colpire e fornisce gli strumenti per stabilire degli intervalli fra i trattamenti, quando questi, come ad esempio nel caso di blatte e pulci, non sono attivi verso rispettivamente le ooteche e le ninfe quiescenti. Infine, ma di grande importanza, non bisogna tralasciare gli aspetti etologici dei parassiti: attrattività alla luce o fotofobia sono gli aspetti più sfruttati dal mercato, basta ricordare le trappole luminose per insetti volanti o i formulati spray stananti per le blatte. Ma altri aspetti del comportamento si possono dimostrare utili ai fini di una lotta ragionata: per esempio sapere quando sono più attivi, se sono buoni volatori, quali preferenze alimentari hanno o che tipo di ripari ricercano solitamente. Conoscere è quindi il punto di partenza per ben operare. CONCLUSIONI Quanto esposto voleva indicare i vari ingredienti costituenti la "ricetta disinfestazione". Disporre degli ingredienti è un passo avanti per realizzare un buon servizio, ma così come nell'arte culinaria per ottenere dei manicaretti è necessaria l'opera di un cuoco preparato, anche nel nostro lavoro bisogna essere professionalmente preparati. Pur rischiando di cadere nell'ovvio ricordiamo che il nostro lavoro di operatori ambientali richiede prudenza, competenza e buon senso. Concludiamo ricordando a tutti che il fatto di intervenire in qual si voglia settore migliorandone il livello igienico, quindi anche disinfestando, non rappresenta una spesa, ma un lungimirante e razionale investimento.


GLI INSETTI VOLANTI SPECIE MENZIONATE Certamente il metodo di classificazione (il criterio tassonomico, per gli accademici) è discutibile e al limite dell'ortodossia scientifica, ma sicuramente pratico anche se le specie che andremo ad approfondire, mosche e zanzare, ci pongono subito di fronte ad una contraddizione: la forma larvale di queste specie non volano affatto, ma è innegabile che in ognuno di noi, anche il più accanito entomologo, quando sente parlare di ditteri, si affaccia alla mente un'entità volante. Questo però non ci farà trascurare anche gli aspetti tecnici di questo fondamentale tipo di lotta. Inoltre, è innegabile che i lepidotteri (farfalle) sono anch'essi, nella forma adulta, insetti volanti e saranno trattati nel raggruppamento degli insetti delle derrate alimentari. Tutto ciò è fatto in nome della praticità, con la finalità di rendere "operativa" la consultazione del trattato. MOSCHE Per mantenerci fedeli al principio di semplicità classificheremo questi insetti raggruppandoli per habitat di elezione (vedi tab. 1). CICLO BIOLOGICO Uova Tempo di schiusa: da 2 a mezza giornata in funzione della temperatura Sviluppo larvale (due mute): da 20 a 4 giorni Tempo di "sfarfallamento": da 20 a 4 giorni Dallo sfarfallamento all'accoppiamento passano da 1 a 2 giorni circa. Dall'accoppiamento all'ovodeposizione trascorrono mediamente 3 giorni (min. 2 - max 9, sempre in funzione della temperatura). La femmina depone le uova in gruppi di 100-200 per volta (circa 1.000-2.000 uova nell'arco della sua vita). Il potenziale biologico è enorme, ma la sopravvivenza èmediamente dell'1%. Il numero di generazioni nell'arco dell'anno è di 10-15. Lo svernamento può avvenire in ogni stadio larvale. ETOLOGIA Le mosche allo stadio adulto possono cibarsi di alimenti liquidi; possono altresì liquefare sostanze solide (zuccheri) attraverso il rigurgito della saliva. Allo stadio larvale si cibano di sostanze organiche, per lo più in fase di fermentazione. In genere gli adulti non si spostano molto dall'area da cui sono sfarfallati, ma non sono rare migrazioni di più ampio respiro allorquando avvengono per trasporto passivo (soprattutto su treni e/o aerei). In genere la M. domestica si ritrova all'interno delle strutture durante le ore fredde, mentre si sposta all'esterno nelle ore più calde. HABITAT

SUPERFICI maggiormente frequentate

TIPO DI LOTTA

ADULTI

Aria

Residuale di contatto (1)

Irroratrici

Residuale di ingestione (2)

Esche alimentari

Trappole (3)

A vischio A cattura

Abbattente (4) Residuale di contatto (5)

Atomizzatori Irroratrici

LARVE

Sostanze Proteiche in fermentazione contatto (5)

PRODOTTI ATTREZZATURE

PRODOTTI ATTREZZATURE


SCHEMA DI LOTTA (riferimento Mosca domestica) In primo luogo è necessario chiarirsi bene gli habitat ove è più significativo intervenire (vedi tab.). PROTOCOLLI DI INTERVENTO ADULTI LOTTA RESIDUALE • •

Scegliere le superfici da trattare e valutarne l'estensione Preparare le superfici (facoltativo)  spolverare  lavare per irrorazione Preparare con attenzione la soluzione/sospensione d'uso.

N.B.: è importante verificare lo stato d' efficienza delle attrezzature prima dell’ intervento • •

Operazioni complementari (facoltative) - aggiungere alla soluzione: zucchero, melassa, latte in ragione dell'1%. Lo scopo è quello di aumentare nella fase iniziale la frequentazione delle superfici trattate da parte delle mosche, soprattutto se si trattano parzialmente (a strisce) oppure se si impiegano superfici di richiamo, quali fogli di plastica (in particolare quando l'intervento avviene in locali vetusti, con pareti fatiscenti, sporche e molto assorbenti). Norme di sicurezza Avere cura di ottemperare alle avvertenze riportate in etichetta, con particolare attenzione per quanto riguarda le sostanze alimentari e la presenza di persone o animali. Controllare il proprio corredo: maschere, filtri, abbigliamento

Effettuare con cura il trattamento rispettando i dosaggi unitari

Attendere che le superfici asciughino prima di "riattivare" i locali, magari con arieggiamento preliminare.

Valutazione obiettiva dei risultati.

LOTTA RESIDUALE DI INGESTIONE Posizionare con attenzione i punti di avvelenamento rispettando le indicazioni riportate in etichetta. TRAPPOLE • •

A collante vischioso Ad attrattivo alimentare o a feromone.

Questa tecnica si presta bene al monitoraggio. LOTTA ABBATTENTE Tecnica da usare solo se non è possibile farne a meno: in presenza di infestazioni di particolare gravità, in occasione di eventi epidemici in cui le mosche siano un importante anello della catena epidemiologica, limitatamente ad aree "a rischio" di massima frequentazione muscina (zone rifiuti, concimaie, ecc.). Rispettare scrupolosamente i dosaggi privilegiando i prodotti a rapida degradazione e a profilo tossicologico "favorevole".


G

F

M

A

M

G

L

A

S

O

N

D

1. La lotta residuale deve iniziare per tempo, alla comparsa della infestazione, e seguire un calendario con cadenza mediamente mensile in relazione alle condizioni ambientali, al tipo di prodotto scelto ed ai trattamenti complementari. M

A

M

G

L

A

S

1. Trattamenti complementari che possono essere risolutivi 3. Rappresentando il delta che consente di superare la soglia d’efficacia risolutiva. Inoltre si prestano bene nella filiera agro-alimentare e nell’industria alimentare. 4. Solo se necessario in condizioni estreme e/o in aree circoscritte, in genere nei mesi caldi di massima presenza muscina. A

M

G

L

A

5. La lotta larvicida sarebbe auspicabile, è indispensabile integrarla con gli altri interventi e, se ben condotta, ripaga ampiamente l’impegno profuso.

LARVE LOTTA RESIDUALE DI CONTATTO Fatte salve le indicazioni generali del punto 1. avere cura di bagnare bene, in modo da far penetrare il liquido nell'area di riproduzione larvale e attenersi ad un calendario dei trattamenti coerente con la gestione del letame o dei rifiuti. N.B. = CERTIFICARE I TRATTAMENTI SU APPOSITO MODULO, AGENDA O DIARIO DEI LAVORI, PENA LA VANIFICAZIONE DEI LAVORI SVOLTI CALENDARIO DEI TRATTAMENTI Abbiamo indagato sul come intervenire, sul dove intervenire, ora vediamo quando intervenire e concluderemo sul perché intervenire (anche se a questo punto è ormai un dato ovvio). Un concetto, mai abbastanza approfondito, è quello della necessità di integrare le varie parti del mosaico affinché il tutto rappresenti, in modo compiuto, l'intero disegno nulla trascurando: i prodotti giusti, applicati in modo corretto, nei luoghi dove è necessaria l'applicazione, rispettando con un adeguato calendario d'intervento il ciclo biologico della specie bersaglio ed il relativo susseguirsi delle generazioni nell'arco dell'anno. Il tutto, con scrupolosa attenzione nei riguardi della nostra e altrui sicurezza (vedi tab.). PERCHÈ INTERVENIRE? ASPETTI ECONOMICI Non a caso il termine BEELZEBUB (dall'ebraico Ba al zebub = signore delle mosche) ha assunto nel Nuovo Testamento il significato di diavolo. Le mosche sono un vero e proprio flagello: la loro presenza è sinonimo di sporcizia e rappresentano un rischio sanitario umano e veterinario ed igienico industriale e zootecnico non trascurabile (lo vedremo in dettaglio nella tabella dedicata alle malattie veicolate dalle mosche). Inoltre, la loro presenza costituisce un fattore non trascurabile di depressione della produttività di qualsiasi allevamento, ma anche nel contesto turistico e dello sport (equestre in particolare) le mosche sono indice di una cattiva immagine e di possibili incidenti. Va aggiunto che un corretto programma di lotta alle mosche deve essere attuato con l'intendimento di raggiungere concreti risultati al di sotto dei quali è inutile parlare di costo/beneficio. Infatti, per i cultori della matematica, ma non solo per loro, se il beneficio tende a zero il rapporto tende all'infinito: in termini pratici il denaro viene gettato in interventi alibistici, privi di logica economica


ZANZARE Con il termine "zanzare", che già nella pronuncia ricorda il ronzare di questi fastidiosi insetti, sono indicate numerose specie di insetti per lo più pungenti che gli specialisti chiamano "culicidi". E' indubbio che le zanzare costituiscono un grande pericolo per l'uomo in quanto sono il vettore della malaria, malattia che in alcune parti del mondo rappresenta un pericolo mortale tanto da far lanciare appelli su appelli all'Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) sui pericoli del contagio soprattutto per il fatto che gli interventi terapeutici sembrano perdere sempre più la loro efficacia per la resistenza che i vari plasmodi vanno acquisendo. L'Italia ha eradicato questa malattia negli anni appena successivi alla seconda guerra mondiale, ma attualmente sorgono dubbi sul rischio di reintroduzione dovuti al turismo esotico e ai lavoratori in missioni estere nelle aree a rischio. Specie menzionate. IMPORTANTE Numerose città del Nord e Centro Italia sono colonizzate dalla specie originaria del Sud-Est asiatico: Aedes albopictus, nota anche con il suggestivo nome di "zanzara tigre" per gli anelli chiari della sua livrea. Nelle aree d'origine è vettrice di pericolose patologie improbabili nelle nostre latitudini; resta però un esempio eclatante della possibilità di colonizzazione dei nostri territori di specie esotiche e la necessaria attenzione che dovrebbe essere posta al problema. Esempi similari di notevole portata sono l'affrancarsi della Tingide del platano, ormai una epidemia diffusa in tutte le alberature cittadine. I nostri platani ormai sono di un verde clorotico, indice di uno stato di sofferenza consolidato. La rapida espansione dell'Ifantria americana nella pianura padana ci appare nella sua drammatica realtà soprattutto nei mesi estivi, ove numerose specie arboree e arbustacee mostrano apparati fogliari devastati dalle mandibole delle larve di questo lepidottero introdotto in Europa dalle truppe alleate nord-americane. Nei prossimi capitoli ci limiteremo alla lotta urbana nei confronti del gruppo Culex pipiens in quanto rappresenta più dell'80% del problema. Ciò non deve farci dimenticare l'importanza di identificare anche le altre specie anche dal punto di vista quantitativo e "topografico" affinché il programma di lotta sia veramente mirato, adeguato, e quindi efficace.

LOTTA ALLA ZANZARA DI CITTA' CICLO BIOLOGICO Dal momento della ovodeposizione allo "sfarfallamento" della zanzara adulta passano mediamente due settimane. La variabilità è soprattutto in funzione della temperatura. Ciò va riferito al "gruppo" Culex pipiens in quanto in alcune specie di Aedes l'uovo, in quanto tale, può rimanere quiescente anche alcuni mesi, in genere tutto il periodo autunnale e invernale. In dettaglio possiamo indicare che l'uovo nella specie di riferimento (C. pipiens) schiude dopo due/tre giorni dall'ovodeposizione. La giovane larva passa dallo stadio L1 allo stadio L4 con tre mute, ogni fase dura da due a tre giorni, un'ulteriore muta porta la nostra zanzara allo stadio di pupa (mobile) che dopo quarantotto ore dà origine all'adulto volante il quale, dopo alcuni giorni, effettua l'accoppiamento. Successivamente, il ciclo così come esemplificato ricomincia ripetendosi nell'arco dell'anno una dozzina di volte, ovviamente in relazione all'andamento climatico. Gli adulti vivono alcune settimane, fatta eccezione per gli adulti che vanno incontro all'inverno ai quali è delegato il compito di sopravvivere ai rigori della fredda stagione rifugiandosi negli scantinati, nella rete fognante, nei luoghi riparati, non troppo freddi.


HABITAT

TIPO DI LOTTA

PRODOTTI

ATTREZZATURE

ADULTI SVERNANTI: rete fognante, scantinati ecc.

Residuale e/o abbattente (1)

termonebbie

ATTIVI: secondo necessità, vegetazione e luoghi di grande frequentazione serotina

Abbattente (più raramente residuale con molta precauzione) (2)

nebulizzatori a medio e ULV termonebbiogeni

Ristagni d’acqua sia primari che secondari Residuale (3)

Residuale (3)

irroratrici (granuli e simili)

LARVE

ETOLOGIA Si ricorda che la zanzara pungete è la femmina la quale deve fare il cosiddetto "pasto di sangue" per approvvigionarsi di alcuni aminoacidi che non è in grado di metabolizzare e che le sono indispensabili per portare a termine la maturazione dell'embrione. I maschi si nutrono di liquidi zuccherini di origine vegetale e si riuniscono in gran numero, in occasione dei voli nuziali. Le larve invece si nutrono di materiale organico in sospensione nell'acqua, alghe e microrganismi.

SCHEMA DI LOTTA (riferimento al gruppo Culex pipiens) Anche in questo caso è bene identificare gli habitat ove è più efficace l'intervenire (vedi tab.).


G

F

M

A

M

G

L

A

S

O

N

D

N

D

1. Lotta agli arbusti svernanti. È ovviamente in funzione dell’andamento climatico, ma in termini di dati medi può essere intrapresa da novembre a febbraio. G

F

2. Lotta agli adulti attivi (pungenti). Ne ribadiamo il carattere di eccezionalità che si concretizza in interventi mirati e circoscritti; resta il fatto che il periodo entro cui fare questi interventi resta quello della stagione calda. 3. Lotta larvicida. Ricordiamo che facciamo riferimento al gruppo del Culex Pipiens in quanto per altre specie è ipotizzabile anche un diverso tipo di pianificazione, in particolare per alcune specie del genere Aedes. M

A

M

G

L

A

S

O

N.B.: nei mesi meno caldi l’intervallo di tempo fra un trattamento e l’altro è di tre settimane, mentre nei mesi caldi è bene intensificare il programma dei trattamenti soprattutto se vengono impiegati prodotti facilmente degradabili. PROTOCOLLI DI INTERVENTO ADULTI SVERNANTI LOTTA RESIDUALE-ABBATTENTE •

identificare le aree e le nicchie da trattare.

preparare con attenzione le soluzioni d'uso.

*la scelta del prodotto può essere rivolta verso un'azione abbattente nel caso si renda necessario non avere residui attivi, in genere una certa azione residuale è però auspicabile.

verificare le attrezzature e regolarle in modo da ottenere il tipo di erogazione e la portata necessaria per rispettare i dosaggi.

norme di sicurezza

stimare i risultati e verificare i risultati nella stagione calda.

attenersi alle indicazioni riportate in etichetta (norma generale). controllare il proprio corredo

ADULTI ATTIVI LOTTA ABBATTENTE (RESIDUALE) Tecnica da usare solo in caso di reale necessità: in genere si attua in concomitanza di manifestazioni e feste tenute all'aperto nei mesi caldi; in luoghi di aggregazione sociale; in luoghi di ristorazione come anguriere, trattorie, ristoranti ecc. Vengono utilizzati atomizzatori a medio, basso volume con dosaggi calibrati, i minimi possibili. Si adottano prodotti a destino ambientale breve eccezion fatta ai trattamenti sulla vegetazione spontanea o addirittura infestante o ornamentale in cui una azione residuale risulta di indubbia maggior efficacia. LOTTA LARVICIDA È indubbiamente la tecnica da preferire in quanto colpisce l'entità infestante all'origine, una forma di intervento preventivo. I risultati si ottengono solo se è possibile intervenire su una percentuale di focolai di riproduzione significativa.


La scelta dei prodotti deve tener conto del grado di inquinamento dell'acqua in cui si intende agire. N.B. LA LOTTA ALLE ZANZARE DEVE SVOLGERSI CON PRECISI RIFERIMENTI CARTOGRAFICI E CON ATTENTA, PRECISA E TEMPESTIVA ELABORAZIONE DEL LAVORO SVOLTO

CALENDARIO DEI LAVORI Ripeteremo i concetti chiave in più di un'occasione in quanto, anche se ovvi sono sovente trascurati. Ad esempio, la lotta agli adulti svernanti è spesso non realizzata, così come la fase progettuale e di monitoraggio. Orbene, dopo avere visto come e dove intervenire è bene occuparci di quando intervenire: un'attenta pianificazione rappresenta uno dei punti fondamentali per ottenere buoni risultati in una logica di economia di esercizio (vedi tab.). PERCHÉ INTERVENIRE? ASPETTI ECONOMICI. La lotta alle zanzare il più delle volte è effettuata per la molestia che queste "siringhe volanti" procurano; non va però dimenticato l'aspetto sanitario che la puntura delle zanzare comporta. Al di là della malaria, la zanzara può veicolare altre forme morbose, anche virali, per gli esseri umani e per gli animali: basti pensare alla filariosi del cane. Non entriamo nel dettaglio in questo capitolo per non correre il rischio di enfatizzare aspetti che i medici ben conoscono e che per i non addetti possono rappresentare una sorta di terrorismo scientifico. Per gli aspetti economici è fondamentale, allorquando si realizza una lotta alle zanzare su territori di una certa estensione, inquadrare tale lotta in un programma ben studiato, meglio se formalizzato in un progetto, con tecniche di rilevamento e gestione dati, tali da consentire la capitalizzazione delle esperienze. Se è vero che l'ambiente è un patrimonio comune da salvaguardare, e nulla ci autorizza a negarlo, è necessario intervenire in modo razionale e possibilmente integrato con tutto quanto in tal senso viene fatto. Solo così gli obiettivi saranno raggiunti in modo sicuro ed economico. INSETTI STRISCIANTI SPECIE MENZIONATE Parlando di "insetti striscianti" vengono subito in mente vermi, bruchi, e larve, eppure con questo termine chi opera nel settore dell'igiene ambientale comprende quelle specie, infestanti che colonizzano prevalentemente le superfici (pavimenti, pareti, ripiani, strutture, ecc.). Inoltre il termine insetto è usato talvolta impropriamente poiché in tale raggruppamento vengono inclusi acari, zecche, ragni, scorpioni, millepiedi, e porcellini di terra. Quindi possiamo affermare che questa classificazione, lungi dall'essere propriamente entomologica, risulta invece ottimale in termini pratici, in quanto presuppone una certa uniformità nella modalità di trattamento disinfestante, mirato alle superfici maggiormente frequentate dagli artropodi in questione. Tra gli insetti striscianti i più classici ed anche i più diffusi sono rappresentati dalle blatte, dalle pulci e dalle formiche; vi sono inoltre le lepisme, i dermestidi dei tappeti e delle case, nonché agli artropodi quale già citati scorpioni, ragni ed acari.


Altri ancora sono dal punto di vista del disinfestatore di importanza relativa, per l'occasionalità della loro presenza a livelli di danno; citiamo ad esempio i grilli del focolare, le forbicine, i coleotteri delle cantine, i pidocchi dei libri (psocotteri), i collemboli, ecc. BLATTE Le blatte sono insetti arcaici, di ogni dimensione, da molto piccole a gigantesche; hanno forma appiattita, lunghe antenne filiformi, zampe spinose e un paio di vistose appendici addominali (cerci). Generalmente sono provviste di due paia di ali, di cui le anteriori, leggermente coriacee, vengono tenute piatte sul dorso; volano comunque raramente ed alcune specie, come la Blatta orientalis, hanno femmine con ali ridotte. Delle 3.500 specie conosciute, 400 circa sono presenti in Italia, ma sono pochissime quelle dannose per l'uomo, poiché la maggior parte vive tra la vegetazione. Le più note e diffuse sono lo scarafaggio comune (Blatta orientalis) e la blatta grigia (Blattella germanica), ma gli operatori d'igiene ambientale devono sapere riconoscere anche altre due specie ampiamente diffuse; il grande scarafaggio americano (Periplaneta americana) e la blatta dei mobili (Suppella longipalpa = Suppella suppellectilium). Forniamo una classificazione riferita ad alcuni tra gli habitat di elezione (naturalmente da non considerare in maniera troppo rigorosa). Aggiungiamo un ulteriore classificazione di tipo "climatico". AMBIENTI FRESCHI Blatta orientalis AMBIENTI CALDI Supella longipalpa AMBIENTI CALDO/UMIDI Blattella germanica e Periplaneta americana AMBIENTI FRESCO/UMIDI Periplaneta americana SPECIE

Cantine fognature

B.germanica

Abitazioni industrie *

B.orientalis

*

*

B.americana

*

*

B.longipalpa

*

cucine

bar

ospedali

discariche

*

*

*

*

*

*

*

LA LOTTA ALLE BLATTE CICLO BIOLOGICO Varia in funzione della specie ed è importante conoscerlo ai fini di un corretto programma di disinfestazione. Per quanto riguarda la B. germanica: l'ooteca schiude in 14-20 giorni; lo sviluppo delle forme giovanili (simili nell'aspetto agli individui adulti, ma senza ali -neanidi- e successivamente con abbozzi di alari -ninfe-) si svolge in 1-2 mesi richiedendo 5-7 mute. L'ooteca di Supella Longipalpa schiude 40 giorni dopo la sua deposizione ed il ciclo completo ha la durata di 3 mesi in condizioni ottimali. Periplaneta Americana depone ooteche che schiudono dopo 1- 1,5 mesi. Il ciclo può variare in relazione alla temperatura e alla umidità da 6 mesi a 3 anni. Gli stadi giovanili crescono attraverso una decina di mute. Per tutte le specie citate i cicli, durante l'anno si accavallano e troviamo nello stesso tempo adulti, neanidi e ninfe di ogni età, nonché ooteche. E' bene ricordare che queste ultime sono le forme più resistenti agli agenti ambientali, fisici e chimici, quindi insetticidi compresi. Il potenziale biologico della B. germanica consiste in 4-8 ooteche per femmina contenenti ciascuna 37-44 uova, per un totale di 148-352 discendenti per femmina. Il numero degli eredi di una B. orientalis femmina sarà invece 128-144 fuoriusciti da 8 ooteche contenenti ognuna 16-18 uova.


Periplaneta Americana ETOLOGIA Le blatte vivono in maniera gregaria e tale comportamento sembra essere sollecitato da feromoni, chiamati infatti "di aggregazione", contenuti nelle feci. Posseggono inoltre delle ghiandole speciali, poste nell'addome, che secernano un liquido nauseabondo che funziona da repellente per gli altri insetti; tali ghiandole prendono il nome di "ghiandole repugnatorie" e l' odore emesso è percepibile anche dall'uomo in quei luoghi in cui vi è una elevata concentrazione di blatte. Generalmente sono attive nelle ore notturne; vederle alla luce del giorno presuppone l'esistenza di una notevole infestazione. Infatti in tali orari solitamente riposano in zone oscure e riparate. Istintivamente rifuggono la luce; infatti se di sera accendiamo improvvisamente l'interruttore della luce in un locale infestato, vedremo le blatte, che stavano liberamente scorrazzando, precipitarsi fulmineamente nelle zone più riparate ed oscure della stanza. Dal punto di vista alimentare sono onnivore e banchettano indifferentemente tra i rifiuti o sui piatti della più raffinata "nouvelle cuisine". Hanno capacità corsorie notevoli (sono velocissime!) ma, differenza fondamentale ai fini di una corretta disinfestazione, la B. germanica si arrampica con perizia su superfici verticali lisce e soffitti, che verranno quindi trattati, mentre la B. orientalis non è in grado di competere in quanto non possiede ventose sotto le zampe. SCHEMA DI LOTTA Riconoscere innanzitutto la specie infestante. Definire quindi il perimetro dell'area su cui intervenire in modo da evitare pericolose fughe in zone adiacenti non infestate e di conseguenza non trattate, che diverrebbero vere e proprie "zone rifugio". Occorre quindi prima di incominciare i lavori di disinfestazione veri e propri effettuare un attento monitoraggio, utilizzando delle trappole collanti e/o degli spray che abbiano un attività stanante come ad esempio quelli a base di piretro. PROTOCOLLI DI INTERVENTO LOTTA RESIDUALE •

Scegliere le superfici da trattare e valutarne l'estensione.

Preparare le superfici: lo sporco eccessivo può inattivare rapidamente il prodotto usato, vanificando il piano d'intervento.

Preparare con attenzione la soluzione/sospensione d'uso.

Verificare le attrezzature.

Operare secondo le corrette norme di sicurezza: rispettare le indicazioni riportate in etichetta sui dosaggi, avvertenze e modalità d'uso (attenzione a sostanze alimentari, persone e animali presenti nell'ambiente); utilizzare sistemi di protezione adeguati.

Trattare in senso centripeto, ossia partendo dal perimetro esterno dell'area seguendo una "tattica di accerchiamento del nemico". Irrorare le zone del battiscopa, gli angoli, le fessure, le crepe e sotto e dietro mobili, macchinari, lavelli, ecc.

Intervenire sugli impianti elettrici con insetticidi apolari e, comunque, non utilizzare mai per queste soluzioni acquose o insetticidi contenenti acqua.

Se l'infestazione è causata da B. germanica operare anche sulle superfici verticali, soffitti, cappe, ecc. dove si possono annidare gli insetti.


Attendere che le superfici asciughino ed arieggiare i locali prima di soggiornarvi nuovamente.

Verificare i risultati in maniera oggettiva.

Certificare sempre i trattamenti su appositi moduli o diario dei lavori.

LOTTA ABBATTENTE In alcuni casi è inoltre consigliata, con le dovute precauzioni, una nebulizzazione finale a forte carica abbattente. TRAPPOLE Ad attrattivo alimentare o feromone di aggregazione, con superficie collante: sono utili soprattutto per il monitoraggio e per l'identificazione della specie infestante, per la valutazione del grado d'infestazione e per l'individuazione dei punti di maggior concentrazione degli insetti. BONIFICA AMBIENTALE •

Pulizia dell'ambiente.

Corretta gestioni di alimenti e rifiuti.

Ristrutturazione degli edifici.

Blatta Germanica

Blatta Orientalis

CALENDARIO DEI TRATTAMENTI Intervenire periodicamente con trattamenti cadenzati nelle strutture a rischio (p.es. ospedali, cucine, ristoranti, ecc.). L'intervallo varierà in funzione della specie, della gravità della infestazione, dei fattori ambientali predisponenti lo sviluppo delle blatte (temperatura, umidità, presenza di cibo e anfratti per gli insetti, ecc.). Si potranno quindi eseguire da 4 a 13 trattamenti in un anno. Far coincidere le date dei trattamenti programmati con i periodi di maggior proliferazione che in genere coincidono con l'accensione e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento. PERCHÈ INTERVENIRE: LE MALATTIE La blatta è morfologicamente predisposta a raccogliere germi e sporcizia che trova sul suo cammino. Oltre a veicolare microbi col corpo con le zampette spinose e con le lunghe antenne li dissemina nell'ambiente attraverso le deiezioni e rigurgiti. Quante volte siamo stati colti da leggera dissenteria dopo avere mangiato in luoghi pubblici, mense o alberghi poco puliti? Abbiamo così incolpato il cibo, forse non proprio fresco, ma è più probabile che siano stati gli scarafaggi i quali, durante le loro scorribande notturne hanno trasportato qualche enterobattero, rimasto poi su pane o cibi non protetti o sulle stoviglie. Poteva andarci peggio: una salmonellosi! Queste sono le forme patologiche più diffuse dalle blatte, ma non bisogna scordare che in luoghi a rischio, quali ospedali e comunità in genere, il potenziale biologico d'infezione e contagio è superiore e più pericoloso. Ricordiamo infatti che oltre i batteri responsabili di gastroenteriti (Escherichia coli) e salmonellosi (Salmonella spp.), gli scarafaggi sono vettori Staphylococcus responsabili di ascessi, Pseudomonas che producono infezioni, Shigella, Proteus, Mycobacterium e addirittura Pasterella pestis (rilevata sugli insetti in un focolaio di peste ad Hong Kong), per un totale di ben 48 ceppi di batteri patogeni. Possono inoltre diffondere protozoi, nematodi e cestodi, pericolosi per l'uomo.


LE PULCI Sono gli infestanti più comuni, dopo le blatte, in ambiente urbano. Il randagismo per lo più felino e la presenza di ratti sono le fonti di infestazione di scantinati, solai, aree dismesse, depositi, ecc.; da questi le pulci possono poi invadere abitazioni ed uffici adiacenti. Le specie relative agli ospiti specifici sono la pulce del gatto (Ctenocephalides felis), la pulce del cane (C. canis) e quella del ratto (Xenopsylla cheopis). Ogni femmina produce nella sua vita, che dura anche un anno, diverse centinaia di uova. Le larve vermiformi vivono negli interstizi dei pavimenti, nei ricoveri degli animali, tra i peli di tappeti e moquette; si mimetizzano ricoprendosi di detriti, polvere e rifiuti, fonti tra l'altro di cibo. Dopo tre brevi stadi di crescita, le larve mutano in ninfe, immobili ed anch'esse ben mimetizzate, dalle quali usciranno le pulci adulte pronte a saltare su un ospite specifico per succhiarne il sangue. In mancanza di questo possono assalire e pungere persone che si trovino a passare nei paraggi. In condizioni ottimali il ciclo completo si conclude in circa tre settimane. Possono quindi susseguirsi parecchi cicli in un anno, concentrati in particolare nei mesi estivi. Per il controllo delle pulci bisogna fare un primo trattamento ad elevato potere abbattente per risolvere il problema immediato determinato dagli insetti adulti. Quindi eseguire un'accurata pulizia per eliminare polvere, detriti, rifiuti e con essi uova e stadi giovanili. Utilizzare aspirapolveri forniti di sacchetto di carta asportabile, che verrà distrutto. Lavare tutte le superfici che saranno nuovamente trattate con un insetticida residuale. Anche le pulci possono trasmettere patologie all'uomo e agli animali, per esempio la teniasi provocata dal Dipilydium caninum.

LE FORMICHE Le specie più comuni che possono penetrare nelle abitazioni, nei magazzini, negli ospedali e negli edifici in genere sono le seguenti: FORMICA ARGENTINA (Iridomyrmex humilis) FORMICA FARAONE (Monomorium pharaonis) FORMICA NERA (Lasius niger) FORMICA ROSSA (Pheidole pallidula) FORMICA RIZZACULO (Crematogaster scutellaris)


Vivono in colonie (formicai) formate da una o più regine fertili e da parecchie operaie sterili che si occupano della gestione del nido: accudiscono regina e uova, allevano e nutrono le larve, curano le pupe, mantengono pulito il formicaio, lo riparano e lo allargano, quando è necessario, raccolgono e immagazzinano cibo. Alcune operaie, chiamate soldati e morfologicamente differenti (hanno la testa più grossa), si dedicano infine alla difesa della colonia. Le formiche sono presenti tutto l'anno negli ambienti riscaldati e sono generalmente più invadenti nei mesi primaverili ed estivi, quando la ricerca del cibo è una delle attività preponderanti e le colonie sono in fase di sviluppo. La sciamatura delle alate, maschi e femmine fertili che fonderanno nuove colonie, avviene in estate. Le formiche sono onnivore; alcune specie prediligono alimenti zuccherini, altre sostanze proteiche, altre fanno incetta di semi, altre ancora allevano afidi e cocciniglie per la melata. Quando trovano una fonte di cibo, p.es. rifiuti, vi arrivano seguendo sempre lo stesso percorso. Lo schema di lotta prevede l'individuazione e la distruzione dei nidi. A questo scopo si possono anche utilizzare delle esche alimentari avvelenate che agiscono quando vengono trasportate dentro il formicaio. Questo metodo diventa poco efficace quando la disponibilità alimentare è elevata e la scelta dei cibi varia. I nidi possono trovarsi dentro gli edifici infestati, sotto i pavimenti, entro i muri, in fessure, interstizi e cavità varie, oppure all'esterno negli angoli dei palazzi o dei marciapiedi, nelle zone sterrate, nei prati o nei tronchi degli alberi, persino in luoghi distanti dalla infestazione. Nel caso in cui le formiche provengano dall'esterno ed i nidi non siano stati individuati è necessario l'uso della lotta residuale che serve per creare delle barriere provvisorie e risolvere la situazione temporaneamente anche se con efficacia. In seguito dovranno essere valutate caso per caso le tecniche e le ristrutturazioni atte ad impedirne nuovamente l'accesso. La presenza di formiche negli ambienti confinanti è indice di scarsa igiene. Specie

Tipo di ambiente

T ottimale

U ottimale

Lepisma saccarina

Ambienti caldi e umidi

22°-32° C

75-97%

Thermobia

Ambienti più caldi e secchi

32-37° C

-

LE LEPISME Più note come pesciolini d'argento per il loro aspetto, le lepisme che possiamo reperire negli edifici sono come nella tabella riportata, classificate secondo il tipo di ambiente. La prima è più frequente negli appartamenti, nei magazzini, nella biblioteche, negli archivi; la seconda predilige le panetterie e le cucine. Lepisma saccarina è ricoperta di squame argentate mentre Thermobia domestica ha una livrea più scura ed antenne e cerci molto più lunghi. Questi insetti praticano una sorta di danza nuziale che permette la fecondazione indiretta della femmina, senza accoppiamento. Ogni femmina di lepisma saccarina depone 1-3 uova giornaliere, per un totale di 50-100 nella sua lunga vita, dalle quali fuoriescono neanidi simili agli adulti, ma più piccoli. Dovranno compiere ben 50 mute per diventare degli insetti completi e questa crescita richiederà almeno 4 mesi. Le lepisme sono attive di notte, così il loro numero aumenta progressivamente inosservato ed anche i danni commessi. Si nutrono con tutto ciò che trovano sul loro percorso privilegiando le sostanze amilacee. Sono attratte dalla colla della carta da parati e da quella dei libri rilegati. Digeriscono anche carta, stoffa e pelli; possono così rovinare volumi pregiati, quadri, stampe, tappeti, moquette e carta da parati. La lotta residuale è efficace ma bisogna scegliere prodotti che non alterino le caratteristiche dei manufatti di valore.


I RAGNI I ragni non sono insetti, ma appartengono alla classe degli aracnidi, che si distinguono per avere 4 paia di zampe ed il corpo diviso in due sezioni, cioè capo e torace saldati ed addome; si riconoscono infine per assenza di antenne. Formano l'ordine degli Arameidi che costituisce il gruppo più numeroso di aracnidi, contando ben 30.000 specie. Tutti producono seta, che non sempre viene utilizzata per comporre ragnatele, ma anche per proteggere le uova ed i piccoli o per costruire la propria tana. Tutti sono inoltre predatori e paralizzano le vittime inoculando veleno. I maschi sono generalmente più piccoli delle loro compagne e si riconoscono per i palpi rigonfi. In Italia non esistono ragni letali per l'uomo benché viva in un'areale limitato alla zona di Volterra un parente della Vedova Nera (Latrodectes Mactans); questo ragno nostrano, detto per l'appunto ragno volterrano (Latrodectes Tedecimguttatus) si riconosce per le 13 macchioline rosse sull'addome nero, vive nel terreno tra la vegetazione e se morde l'uomo può causare una grave forma di avvelenamento spesso accompagnata da febbre. Comune nei nostri giardini è il ragno crociato (Araneus Diadematus) che tesse le tipiche ragnatele circolari con fili a spirale su una raggiera. Sverna, come molti altri rappresentanti di questo gruppo, alla stadio di uovo, protetto all'interno da piccole sfere di seta. Folcidi e Salticidi frequentano le nostre case: i primi colonizzano gli angoli, dove costruiscono vistose ragnatele, i secondi percorrono gli ambienti a piccoli salti (da cui il nome) alle ricerca di prede. La Tegenaria domestica, grosso ragno peloso e invece comune nelle cantine, dove realizza tele non appiccicose che servono ad avvisare il predatore del passaggio di una vittima. Magazzini, depositi ed industrie sono spesso visitate dagli aracnidi che possono trovare un habitat ideale per proliferare. Per il loro regime dietetico, le infestazioni di ragni seguono solitamente quelle di altri insetti. Anche in questo caso è indicata la lotta residuale con prodotti di contatto. Naturalmente è consigliabile eseguire prima del trattamento un adeguata pulizia comprendente la rimozione delle ragnatele. La presenza di ragni è indice di scarsa igiene e trascuratezza ambientale.

I DERMESTIDI Nelle abitazioni sono comuni due specie di piccoli coleotteri dei tappeti: Anthrenus verbasci e Attagenus pellio. Gli adulti sono floricoli ed entrano nelle case per deporre (circa un centinaio di uova per femmina). Le larve, riconoscibili dal corpo ricoperto di setole (A. verbasci) e dal lungo ciuffo di peli all'estremità addominale (A. pellio), sono responsabili di danni a tappeti di lana, pellicce, piumini, manufatti in pelle ed animali impagliati. In condizioni ottimali il ciclo si svolge in tre mesi anche se in genere si ha una sola generazione in un anno. Lavaggi, spazzolature, uso di aspirapolvere sfavoriscono lo sviluppo di questi insetti. Nel corso di forti infestazioni si attua la lotta residuale che garantisce una protezione duratura. Anche in questo caso bisogna scegliere prodotti che non alterino le caratteristiche di manufatti di valore.


GLI SCORPIONI Anche gli scorpioni non sono insetti che appartengono anch'essi alla classe degli aracnidi. Posseggono due appendici boccali trasformate in pinze ed un addome allungato e terminante con un uncino ricurvo: il pungiglione. Gli scorpioni italiani appartengono al genere Euscorpius e non sono pericolosi per l' uomo nonostante possono pungerlo. Le specie piÚ comuni sono Euscorpius flavicaudis (scorpione dalla coda gialla) originaria dell'Europa meridionale e l'affine Euscorpius italicus (scorpione italico) sono piccoli rispetto alle pericolose specie straniere (già nella vicina Francia esistono scorpioni velenosi come il Buthus occitanicus, giallastro e di dimensioni superiori); misurano infatti da adulti 3-5 cm (E. italicus) e 3-4 cm (E. flavicaudis) e sono di colore bruno scuro. Nell'Italia settentrionale, soprattutto in Alto Adige troviamo anche l'Euscorpium germanus (scorpione germanico), presente fino a 2.000 m di altezza. Le femmine sono delle madri premurose che accudiscono la prole, portandola costantemente sul dorso fino a quando i piccoli non diventano autosufficienti. Questi sono di aspetto simile all'adulto e per crescere compiono diverse mute. Vivono in luoghi riparati, bui ed umidi; possono trovare un habitat ideale in sottoscale, cantine, lavanderie, legnaie di case rustiche. Gli scorpioni sono predatori attivi nelle ore notturne. Si cibano di altri artropodi che catturano con i cheliceri (le pinze) ed uccidono con il pungiglione. Quando è necessaria si attua la lotta residuale.

GLI ACARI Si tratta di una sottoclasse appartenente anche questa al gruppo degli aracnidi. Se vogliamo essere pignoli definiremo le zecche, di cui parleremo in seguito come acari dell'ordine Parasitiformes; mentre gli acari, come generalmente vengono intesi, fanno parte dell'ordine degli Acariformes. Questi ultimi hanno colonizzato ogni habitat: piante, terreno, esseri viventi, derrate immagazzinate e perfino gli ambienti domestici. Tra gli acari che infestano il verde ricordiamo gli Eriofidi che formano galle ed i Teranichidi o ragnetti rossi che si nutrono della linfa delle foglie decolorandole (per esempio Panonycus ulmi); possono anche ricoprire la vegetazione con una fitta tela sericea sotto la quale vive la popolazione di acari (per esempio Tetranycus urticae). Gli acari che vivono, come parassiti o come soprofiti, su altri esseri viventi sono parecchi. Gli ospiti possono essere innumerevoli, dagli insetti, come api, formiche, mosche, ai mammiferi, finanche all'uomo: ricordiamo l'acaro della scabbia (Sarcoptes scabiei), l'acaro della mietitura (Trombicula autumnalis) che provoca l'eritema autunnale e il piĂš innocuo Demodex folliculorum che vive nei follicoli piliferi umani soprattutto nelle pieghe nasali.


Nelle nostre case infine abitano minuscoli inquilini: sono gli acari della polvere, ragnetti dal corpo globoso ricoperto di setole. I Piroglifidi, i maggiori rappresentanti di questo gruppo, si sviluppano in condizioni ottimali in un mese. La femmina depone diverse decine di uova (circa una al giorno) nel corso della sua lunga vita (100-150 giorni). Da queste schiudono larve esapode che, in breve tempo, attraverso una fase quiescente di due giorni, mutano in protoninfe con 8 zampe, quindi in tritoninfe ed infine, sempre attraverso una fase quiescente, si trasformano in adulti. In ambienti favorevoli le generazione si susseguono e si accavallano. Gli acari possono essere causa di reazione allergiche di varia entità (rinite, asma, dermatiti). Spesso ci si accorge dell'insorgere di forti infestazioni dall'aggravarsi di tali reazioni allergiche. Ciò di solito coincide con la fine dell'estate e l'inizio dell'autunno; si creano infatti le condizioni ottimali per lo sviluppo degli acari della polvere, cioè un'elevata umidità ambientale (U.R. 60- 90%) ed una buona dose di caldo (20-25°C). Inoltre ambienti caldo-umidi possono incrementare la presenza di muffe e spore fungine, base alimentare di alcuni acari Glicifagidi. Anche rappresentanti della famiglia Acaridi si possono reperire nella polvere, ma in misura limitata, prediligendo come habitat le derrate alimentari. La lotta agli acari è problematica e non standardizzabile. Si può intervenire sia agendo sui fattori limitanti lo sviluppo, che utilizzando mezzi chimici. Nel primo caso diminuendo l'umidità e la temperatura ambientale ed eliminando dai locali moquette, tendaggi, tappeti, peluches ed altro che posso trattenere polvere ed acari. Nel secondo caso con trattamenti ambientali di vario genere (abbattenti e/o residuali) dopo attenta valutazione di un perito.

LE ZECCHE Le zecche appartengono alla sottoclasse degli acari e rappresentano fin dall'antichità un grande pericolo per l'uomo e per numerosi animali a causa delle numerose malattie che possono trasmettere: borelliosi (malattia di Lyme), rickettosi (febbre Q.), spirochetosi, arbovirosi, piroplasmosi, ecc. Le zecche più comuni appartengono alla famiglia degli Ixodidi (zecche dure) e a quella degli Argasidi (zecche molli dei colombi). Il ciclo biologico (uovo, larva, ninfa, adulto) può essere complesso interessando più ospiti intermedi ed anche la durata è assai variabile da pochi mesi ad alcuni anni. Questi artropodi succhiatori di sangue presentano alcune curiosità, ad esempio le forme giovanili hanno sei zampe mentre gli adulti otto come ogni aracnide che si rispetti e, cosa ancor più stupefacente, riescono a sopportare lunghi periodi di digiuno, anche più di un anno, nell'attesa di poter parassiterizzare il loro ospite. La lotta può interessare grandi areali soprattutto ove viene praticata la pastorizia oppure ove vi siano problemi di randagismo canino nonché nelle aree urbane a grande infestazione di piccioni. Da ciò consegue la necessità di tenere sotto controllo il fenomeno del randagismo e di occuparsi attivamente degli stormi di colombi delle nostre città. Per quanto concerne la lotta nelle aree infestate o potenzialmente a rischio è importante effettuare trattamenti residuali con irrorazioni di prodotti ad attività insetticida-acaricida avendo cura di bagnare bene. Pratica di una certa importanza risulta anche l'intervenire asportando le feci dei colombi e procedendo anche ad interventi complementari di disinfezione. Per i ricoveri degli animali da reddito o d'affezione è bene organizzare interventi periodici in quanto la diffusione di questi parassiti sta interessando sempre più vasti areali con catene "epidemiologiche" sempre più ramificate dalle piazzole di parcheggio e ristoro delle autostrade (zecche dure dei cani) ai sottotetti delle nostre case (zecche molli dei piccioni). GLI INSETTI DELLE DERRATE ALIMENTARI INTRODUZIONE Dai primi albori dell'agricoltura e delle pratiche di allevamento, l'uomo si è trovato di fronte ad un problema di non facile soluzione, ovvero quello legato alla conservazione nel tempo dei prodotti vegetali ed animali. Pratiche come l'essiccamento e la salatura risolsero la questione a livello pratico, impedendo la degradazione di frutta, legumi, pesci, carni ecc.. Altri alimenti, come i cereali, non necessitavano che di un "semplice" immagazzinamento, in contenitori quali anfore, vasi, olle per piccole quantità, depositi e sili per produzioni elevate (già nell'antico Egitto si parla di locali appositi alla conservazione dei cereali), per garantire quelle condizioni di temperatura e umidità necessarie a mantenerli inalterati nel maggior tempo possibile.


Risolti questi problemi, di non poco conto, se ne sovrapposero altri che spesso vanificarono gli sforzi fatti. E' vero che dove abbonda il cibo si riuniscono gli affamati, così gli insetti, date le loro caratteristiche fisiche (dimensioni ridotte, apparati boccali taglienti, ovopositori estroflessibili), potevano penetrare negli ambienti in cui stazionavano gli alimenti e farne razzia. Molto si è cercato di fare per opporsi a tali "invasioni" ed ancora oggi, nonostante le tecniche di conservazione ed immagazzinamento raggiunte, la partita è ancora aperta e bisogna stare sempre attenti a non consentire agli insetti di nutrirsi alle nostre spalle.

LE SPECIE INFESTANTI L'argomento in questione è molto vasto poiché i divoratori di derrate alimentari sono parecchi e le scelte dietetiche di ciascuna specie possono essere particolari o includere tutto ciò che è commestibile, toccando tutte le possibilità comprese in questo raggio di scelta. Inoltre alcuni insetti diventano infestanti secondariamente, per motivi diversi, per esempio perché sono state aperte le vie di penetrazione dagli infestanti primari (se una specie –vedi tabella coleotteri- si nutre solo di semi rotti, può più facilmente svilupparsi dove questi siano stati forati da un'altra già insediatasi), o perché predatori o parassiti dei medesimi (cimici, elateridi, forbicine, imenotteri braconidi, ma anche altri artropodi quali i diffusissimi ragni), o anche perché favoriti da tecniche errate di conservazione (diversi insetti detriticoli, cioè che si nutrono di detriti organici, o micetofagi, ovvero mangiatori di muffe e funghi, possono anch'essi frequentare le derrate alimentari immagazzinate). Verranno trattate le specie più frequenti di lepidotteri, ditteri e coleotteri, mentre tralasceremo, pur citandoli in un'apposita tabella, quelli onnivori o comunque con una variabilità alimentare molto ampia, come le blatte, le formiche, le lepisme, i grilli, le mosche domestiche e le vespe. Infine accenneremo agli acari, segnalando le specie che comunemente possono attaccare le derrate alimentari, ricordando che questi minuscoli artropodi non appartengono alla classe degli insetti, bensì a quella degli aracnidi. LEPIDOTTERI Le seguenti specie presentano alcune caratteristiche in comune. Sono tutte di piccole dimensioni, con apertura alare intorno a 1,5 - 2,5 centimetri, vengono di solito chiamate tignole e le loro larve generalmente infestano le derrate producendo bave e tele sericee. Spesso per impuparsi si allontanano dagli alimenti infestati. Non sono delle buone volatrici. PLODIA INTERPUNCTELLA Volgarmente detta tignola fasciata, si riconosce per le ali anteriori, quelle che in posizione di riposo ricoprono il corpo, che sono color crema fino a metà e nettamente bruno-rossastre l'altra metà. E' estremamente diffusa per la sua polifagia: attacca sfarinati, cariossidi di cereali ed altri semi, pasta, dolciumi, frutta secca, cacao, cioccolata, mangimi per animali, e molte altre sostanze. È la specie più frequente nelle abitazioni, nei magazzini e nelle industrie di trasformazione. Il ciclo biologico ha una durata variabile in rapporto alle condizioni ambientali (T, U.R. e cibo): in condizioni ottimali si svolge in poco più di un mese, ma può prolungarsi per parecchi mesi. Si hanno in genere 1-2 generazioni annuali al nord e 3-4 al sud.


EPHESTIA KUEHNIELLA Nota come tignola grigia, ha le ali anteriori, grigie, screziate di grigioscuro;le ali posteriori, non visibili quando è posata, sono biancastre.E' la specie più frequente nei molini, e la sua diffusione negli altri ambienti, segue la tignola fasciata. Predilige soprattutto farina e semola di cereali, m può infestare anche innumerevoli derrate quali, semi, legumi, frutta secca, spezie, cioccolata, pasta, dolci, funghi secchi, latte in polvere, ecc.. Il ciclo si svolge in 2-3 mesi in condizioni ottimali; si possono avere da 1 a 5 generazioni annuali. CORCYRA CEPHALONICA E' chiamata tignola del riso, ma attacca spesso numerose altre derrate quali cacao, cioccolato, biscotti, frutta secca, farina, semi di sesamo, ecc.. E' molto comune nei depositi di cereali e nelle industrie dolciarie. Le ali anteriori appaiono di colore bruno-giallastro, con leggere striature, le posteriori bruno-grigiastro. La durata del ciclo varia in funzione delle condizioni ambientali da un mese e mezzo a sei mesi; si possono così contare 3-4 generazioni annuali. PYRALIS FARINALIS E' la tignola della farina, più grande delle altre e con caratteristiche macchie nelle ali di colore bruno. E' un infestante particolare, che indica generalmente un cattivo stato di conservazione delle derrate: attacca farine, cereali, fieno, frutta e funghi secchi, soprattutto se umidi ed ammuffiti. Si rinviene prevalentemente nei depositi di granaglie, nei molini e nei mangimifici. Il ciclo dura un mese e mezzo o due, in condizioni ottimali, ma in genere si rileva una generazione annuale. CALENDARIO DEI TRATTAMENTI Intervenire secondo necessità in rapporto ai dati forniti dal monitoraggio, e dalle ispezioni alle strutture e ai materiali (importante è stabilire le soglie di intervento). Il calendario standard prevede trattamenti periodici ogni due, quattro settimane in relazione alle condizioni climatiche ed ambientali (per quanto concerne le infestazioni da tignole).


DITTERI

PIOPHILA CASEI E' conosciuta come mosca del formaggio e le sue larve, conferendo ai formaggi un gusto particolare, sono ancora considerate una specialità gastronomica in alcune zone del nostro Paese. Ricordiamo però che il consumo di prodotti infestati può provocare disturbi intestinali,miasi, ulcerazioni gastriche ed infezioni batteriche. Gli adulti sono piccole mosche che frequentano anche sostanze in decomposizione (rifiuti, escrementi, ecc.) diventando così potenziali veicoli di germi patogeni. Depongono le uova su formaggi grassi, insaccati, carni e pesci affumicati, farina di carne. Le larve sono caratterizzate dal particolare modo di spostarsi, se disturbate. Afferrano la coda con la bocca, formando un cerchio, quando lasciano l'estremità scattano come molle: possono saltare fino a 10 cm di altezza. Il ciclo completo si conclude in 2-3 settimane e possono susseguirsi, soprattutto nei mesi caldi diverse generazioni. L'insetto si sviluppa solo sopra i 10°C. DROSOPHILA SPP. Le drosofile sono note per gli studi genetici dei cromosomi, ma purtroppo anche perché infestano diverse industrie di trasformazione. Si chiamano infatti in numerosi modi: moscerini della frutta o dell'aceto o del vino o del mosto, in funzione delle sostanze attaccate. Gli adulti sono delle minuscole mosche di circa 3 mm, con grandi occhi rossi. Le larve, di forma conica come negli altri ditteri, si sviluppano sulla superficie dei materiali in fermentazione. Il ciclo dura 15 giorni in condizioni ottimali e si possono avere fino a 20 generazioni in un anno. L'adulto è attratto dalla luce. LUCILIA SPP., CALLIPHORA SPP. E SARCOPHAGA SPP. Sono molto comuni e conosciuti come mosconi della carne: il primo è verde metallizzato, il secondo blu ed il terzo grigio con occhi rossi. Gli adulti si trovano spesso sui fiori, poichè si nutrono soprattutto del loro nettare, frequentano però numerose sostanze in decomposizione quali cadaveri, escrementi e rifiuti ed in tal senso sono potenziali vettori di microrganismi anche patogeni. Sono infestanti delle industrie di lavorazione e trasformazione della carne e del pesce. Possono attaccare anche salumi e formaggi. Il ciclo si completa in 2-3 settimane in condizioni ottimali e si possono avere numerose generazioni in un anno. CALENDARIO DEI TRATTAMENTI Anche in questo caso si opera in genere secondo necessità. Nei periodi caldi i trattamenti vengono eseguiti ogni 1-3 settimane in funzione del ciclo dei ditteri infestanti. COLEOTTERI DERMESTES LARDARIUS E' detto dermeste del lardo; ha piccole dimensioni (6-10 mm), ed è facilmente riconoscibile perchè di colore nero con una caratteristica fascia giallo ocra maculata sulle elitre. Attacca numerose sostanze di origine animale quali lardo, insaccati, carne e pesce secco, mangimi zootecnici, formaggi stagionati, pellami, ecc.. E' stato rinvenuto anche su arachidi e biscotti. Il ciclo biologico dura circa 2 mesi e si possono contare da 1 a 6 generazioni annuali. Le larve sono molto pelose e le setole se ingerite possono ulcerare l'apparato digerente o causare allergie. Ricordiamo inoltre che le larve mature, per impuparsi scavano delle nicchie nel materiale circostante (per esempio bancali in legno) danneggiandolo. LASIODERMA SERRICORNE L'anobio del tabacco è un coleottero minuscolo (2-3 mm), di forma ovale, marrone, con elitrelisce. Vola facilmente. Le larve sono giallastre, con cuticola molle, corte, grassoccie e si dispongono curvate come una C. Attaccano una moltitudine di derrate alimentari: spezie, semi, tabacco, frutta secca, farine, dolciumi, cioccolato, cacao, semi oleosi, mangimi zootecnici, ecc.. In condizioni favorevoli il ciclo si conclude in circa un mese (a 32°C e 75% di U.R.). Solitamente si hanno 3 generazioni in un anno. Hanno una notevole capacità di perforare diversi involucri e di penetrare in confezioni apparentemente chiuse (p.es scatole e sacchetti).


ORYZAEPHILUS SURINAMENSIS Comunemente viene chiamato silvano. Appare come un coleottero minuto (2,5 - 3 mm), di forma stretta e allungata, con un protorace vistoso e caratteristico, fornito di prominenze laterali appuntite. E' un infestante molto diffuso: frequenta molini, magazzini, industrie di trasformazione, e depositi di cereali. Le larve si cibano di svariate derrate, cariossidi (solo se spezzate o già attaccate da altri parassiti) di cereali, farine e derivati, frutta secca, semi oleosi, legumi, cacao, tabacco caffè, spezie, ecc. Gli adulti sono detriticoli. Il ciclo si svolge in 20 giorni in condizioni ottimali (32°C e 90% di U.R.); il tempo necessario allo sviluppo quadruplica a 20°C. Si possono svolgere da 2 a 8 generazioni in un anno. STEGOBIUM PANICEUM L'anobio del pane è simile a quello del tabacco; differisce per le elitre che presentano dei solchi striati. La larva è simile a quella degli altri anobidi. E' un insetto essenzialmente polifago ma attacca prevalentemente prodotti amilacei come pane, pasta, biscotti, crackers, farina, crusca. Può svilupparsi anche a spese di droghe, spezie, semi, dadi da brodo e persino legname in opera. Il ciclo si svolge in 2 mesi in condizioni ottimali. Si hanno in genere da 1 a 3 generazioni in un anno. TENEBRIO MOLITOR E' specie tipica dei molini da cui deriva anche il nome comune: tenebrione mugnaio. E' un coleottero di grosse dimensioni (13-18 mm), di colore bruno. Le larve sono coriacee, cilindriche, giallo-brune. Infesta prevalentemente farine, crusca, grano ma può attaccare anche pasta, biscotti, fiocchi d'avena, panelli e residui vegetali. La presenza di questo insetto è indice di scarsa igiene poichè presenta un ciclo molto lungo anche in condizioni favorevoli che dura da 4 - 8 mesi. Generalmente si svolgono 1-2 generazioni in un anno. TRIBOLIUM CASTANEUM Il tribolio è un piccolo coleottero (3-4 mm) di forma allungata e colore marrone scuro, buon volatore. La larva è giallo-bruna, coriacea, poco più lunga dell'adulto. E' un infestante dei molini, dei depositi e delle industrie di trasformazione dei cereali. Infatti attacca prevalentemente cereali in granella, farine e derivati. E' in grado di nutrirsi anche di frutta secca e latte in polvere. Il ciclo biologico si può concludere in meno di un mese e solitamente in 3. Di solito si svolgono 4 - 7 generazioni annuali. Le farine infestate per due o tre mesi assumono un'odore sgradevole, acre e pungente ed una colorazione rosa-brunastra. SITOPHILUS GRANARIUS Il punteruolo del grano, o calandra, è un coleottero di dimensioni ridotte, sotto il mezzo centimetro, di colore bruno e con caratteristico rostro allungato che identifica il suo nome comune. Attacca cariossidi di cereali, pasta, legumi, ecc.. Il ciclo biologico dura circa un mese in condizioni favorevoli. Il numero di generazioni in un anno si aggira intorno a 3-6. CALENDARIO DEI TRATTAMENTI Intervenire secondo necessità in rapporto ai dati forniti dal monitoraggio, e dalle ispezioni alle strutture e ai materiali (importante è stabilire la soglia di intervento). Il calendario di intervento prevede trattamenti periodici ogni 15 giorni circa, soprattutto in presenza di infestazioni multiple. Se si conosce l'insetto infestante si opera in rapporto alla lunghezza del ciclo nelle condizioni ambientali correnti.


ACARI Gli acari sono degli artropodi minuscoli, al di sotto del millimetro, che però possono diventare evidenti quando infestano i prodotti immagazzinati, sia perchè si riuniscono in agglomerati, sia perchè deteriorano le sostanze attaccate. Alcune specie possono essere frequenti nei depositi, nelle celle di stagionatura e nelle industrie alimentari. Per brevità e chiarezza elenchiamo le più diffuse in una tabella in cui vengono inserite anche in un contesto sistematico. CALENDARIO DEI TRATTAMENTI Controllare le condizioni che favoriscono lo sviluppo degli acari (temperatura ed umidità elevate). Operare secondo necessità: utilizzare in maniera integrata i vari prodotti, alternando i principi attivi (è nota la capacità di queste specie di "contrarre" resistenze semplici o crociate) e disinfettanti con potere antimuffa.


GLI HABITAT Gli insetti delle derrate, seguono da vicino l'iter di trasformazione degli alimenti, partecipando attivamente alla catena alimentare. L'infestazione può addirittura partire dal campo stesso e quindi penetrare nei depositi delle materie prime. Se non vengono fatti i controlli idonei gli insetti potranno essere esportati alle relative industrie, che dovranno fermare gli insetti all' entrata. E' bene ribadire che l'attacco può in ogni caso cominciare da qualsiasi punto debole della catena. Non è quindi sufficiente, anche se necessario il controllo delle merci in attesa di stoccaggio, ma bisogna sempre vigilare con adeguati sistemi di controllo, quali ad esempio il monitoraggio costante o eseguire trattamenti preventivi alle strutture per impedire l'affrancarsi di focolai di infestazione latenti. Nelle industrie di trasformazione poi molteplici fattori possono favorire l'insediamento di altri insetti, attratti dalle nuove caratteristiche organolettiche delle sostanze lavorate. Il più ovvio riguarda certamente la pulizia di locali e macchinari dai residui delle lavorazioni. Infatti polveri e liquidi percolanti, se non rimossi a dovere sono degli ottimali focolai di infestazione per molti insetti, il cui sviluppo viene favorito anche da temperature e umidità particolari che si possono ritrovare in alcuni locali o addirittura in specifiche zone di un locale come nei pressi di macchinari, forni, aree di essiccazione (microclimi a rischio). I prodotti finiti seguono poi l'itinerario dei punti di distribuzione dove alcuni accorgimenti dove bisogna mantenere le stesse procedure utilizzate nei locali di transito: brevi periodi di immagazzinamento, eliminazione immediata di confezioni deteriorate, rotte o con evidenti anomalie, nuovamente pulizia dai residui alimentari, monitoraggio, basse temperature e umidità, trattamenti preventivi alle strutture. Gli insetti possono infine giungere fino a noi, nelle nostre dispense, sia attraverso i prodotti finiti, ma fortunatamente si tratta di casi limitati, che penetrando dall'esterno, richiamati dalla presenza dei substrati alimentari. E' ancor più facile che già nelle abitazioni stesse siano presenti dei piccoli focolai di infestazione, spesso latenti, di insetti polifagi, quali l'anobio del tabacco (Lasioderma serricorne) che può infestare sigarette e fiori secchi per poi passare ad una moltitudine di alimenti conservati o la tignola fasciata (Plodia interpunctella) che può proliferare soprattutto in presenza di confezioni aperte o mal sigillate. Anche la frutta secca, come le noci o le arachidi, può nascondere larve (p. es. di Ephestia spp.), i cui adulti periodicamente sfarfallano minacciosamente. Ricordiamo infine che se gli insetti spesso viaggiano con gli alimenti, è anche vero che trovano spazio e riparo nei numerosi anfratti che presentano gli imballaggi. Ciò è favorito dal comportamento di diverse specie che, in alcune fasi del loro ciclo di vita, lasciano il substrato alimentare come per esempio accade durante lo stadio di larva matura, quando migrano alla ricerca di un luogo protetto per trasformarsi in pupa. Quindi attenzione alle confezioni di cartone, in particolare quello ondulato, alle pieghe dei sacchi di ogni genere, ai bancali in legno (p. es. il dermeste del lardo - Dermestes lardarius - è una delle specie capaci di scavare nel legno per crearsi una nicchia idonea all'impupamento), ma anche alle fessure dei pavimenti e delle pareti dei mezzi di trasporto e dei locali di transito. I DANNI Le perdite annuali dovute all'intervento dei parassiti sulle sostanze alimentari immagazzinate,si aggira, secondo la F.A.O., intorno al 9% nei Paesi tecnicamente più avanzati, ma sale al 35% nelle nazioni ancora in via di sviluppo. I danni sono dovuti solo parzialmente al consumo diretto; ben più importanti sono le perdite derivate dal deterioramento e quindi dall' impossibilità di consumare i cibi infestati. Questi infatti rimangono imbrattati da spoglie di insetti, dalle loro bave, fili sericei e deiezioni, nonché da microrganismi di ogni genere, talvolta anche patogeni, cui fungono da veicolo. Sotto il profilo sanitario, inoltre, bisogna considerare, le possibili reazioni allergiche che possono causare il contatto e l'ingestione di acari, peli di dermestidi, ed altri residui di insetti. In diversi casi anche leggere infestazioni possono rendere inutilizzabili alcune derrate, per esempio le farine attaccate da Tribolium spp. assumono un odore ed un sapore sgradevoli.


Non bisogna inoltre dimenticare i danni di immagine e di conseguenti ispezioni sanitarie che possono provocare insetti e larve rinvenuti all'interno di prodotti confezionati. Infine, se i luoghi di lavoro sono igienici, anche dal punto di vista entomologico, cioè esenti da insetti, anche il personale si sentirà più motivato ad operare in maniera ortodossa, mantenendo un atteggiamento di attenzione al problema. IL CONTROLLO: PREVENZIONE - MONITORAGGIO - LOTTA La lotta agli insetti delle derrate alimentari, deve tenere conto di alcuni fattori specifici, primo fra tutti la presenza di alimenti, che devono giungere al consumatore, privi di residui e secondo le norme previste dalla legge. Inoltre, spesso nei luoghi di trasformazione, si aggiunge la presenza pressoché costante del personale lavorativo. Infine dal punto di vista applicativo, sempre nelle industrie di trasformazione, si possono avere temperature e umidità elevate e strati di materiale organico derivato dalle lavorazioni, in grado di influire sulla riuscita dei trattamenti chimici. E' quindi importante in questi casi utilizzare la sola lotta farmacologica come ultima risorsa, impiegando invece tutta una serie di metodi e mezzi integrati (Integrated Pest Management), che comunque non escludono l'ausilio della chimica, in grado di portarci al raggiungimento del nostro fine. Bisogna quindi agire in modo da limitare il più possibile l'affrancarsi di infestazioni. La prevenzione comporta un'attenzione al problema in questo senso. •

Progettazione di ambienti a prova di insetto.

Ristrutturazione di ambienti allo stesso scopo: doppie porte con ritorno, reti a maglie sottili applicate a finestre ed altre aperture, sigillatura di crepe e fessure di vario genere e così via (la ristrutturazione di ogni luogo deve sempre essere valutata caso per caso).

Pulizia dei locali di transito con relativo ordine nella sistemazione delle merci, che devono sempre poter essere ispezionate: collocazione su bancali sollevati da terra e distanziati tra di loro e dalle pareti, evitare in ogni caso confezioni aperte e materiale sfuso.

Trattamenti (utilizzando Presidi Medico Chirurgici) preventivi dei locali eseguendo programmazioni che prevedono periodicamente a brevi scadenze il "tutto vuoto".

Ispezione delle merci in entrata.

Controlli delle produzioni con il filth-test (indica l'eventuale presenza di insetti o parti di essi, nonché di altro materiale estraneo quali peli, feci di topi, ecc. negli alimenti lavorati.

Se spesso risultano improponibili le soluzioni che riguardano i primi due punti, molto si può fare, riguardo alla pulizia, all'ordine, ai trattamenti preventivi ed ai controlli. Anche il monitoraggio è un'altra forma di controllo che solitamente viene utilizzata a scopo preventivo. L'uso di trappole per la cattura di insetti infestanti che impiegano come attrattivi feromoni, alimenti, luce o colori (singolarmente o talvolta associati) serve a valutare le variazioni di presenza di determinate specie in un ambiente. E' un metodo semplice e pratico in qualsiasi luogo (magazzini, industrie di trasformazione, molini, supermercati, negozi, ecc.) e permette di agire con tempestività ed anche precisione. Infatti, in un locale con parecchi alimenti differenti, è possibile in molti casi individuare più facilmente un focolaio di infestazione a partire dalla specie cui si è riscontrato un aumento. Anche per questo motivo è utile saper riconoscere gli insetti infestanti le derrate alimentari. Il mercato offre numerosi tipi di trappole per le diverse esigenze. La lotta si può attuare con mezzi fisici (alcuni dei quali di difficile realizzazione) o chimici. I primi comprendono l' uso di: •

calore , conseguito con il semplice riscaldamento delle derrate o con impianti a microonde o con l'impiego di radiofrequenze

freddo, la refrigerazione è spesso usata per lo stoccaggio di cereali in granella; ma ricordiamo che un abbassamento della temperatura in grado di determinare un buon discostamento dall'optimum di sviluppo della specie rallenta in modo notevole la crescita di un'infestazione

forza centrifuga vi sono macchine apposite chiamate "Entoleter" che vengono usate per la farina ed il frumento in granella


vuoto è un metodo abbastanza costoso che viene quindi utilizzato soprattutto per la conservazione dei prodotti finiti

atmosfera controllata si pratica in particolare nei sili di cereali sostituendo l'ossigeno con l'azoto o l'anidride carbonica.

luce, uso di trappole fototropiche

I mezzi chimici comprendono gli insetticidi/acaricidi e i fumiganti. In senso lato anche l'uso dei feromoni per la cattura massiva o per causare confusione sessuale (difficoltà di incontro fra maschi e femmine durante il periodo fecondo) può essere inteso come mezzo chimico di lotta ma in questo contesto viene solo citato. Ricordiamo in primo luogo che l'impiego dei prodotti chimici, in presenza di sostanze alimentari, deve sempre essere fatto da personale specializzato e competente. Gli insetticidi/acaricidi da applicare alle strutture vengono denominati, secondo norma di legge, Presidi Medico Chirurgici (PMC), mentre quelli che si distribuiscono sulle derrate stesse si chiamano Presidi Sanitari (PS), che per intenderci comprendono i prodotti chimici per uso agricolo. Innanzitutto va detto che la lettura dell'etichetta è atto doveroso così come attenersi alle disposizioni ivi riportate. Come informazione di carattere generale, questi prodotti vengono valutati per il loro meccanismo di azione sugli insetti (per contatto, ingestione, asfissia) o in base alla residualità (mantenimento dell'efficacia di azione del formulato nel tempo) e all' abbattenza (capacità di azione immediata). Molto importanti sono i mezzi di distribuzione e citiamo: • •

le irroratrici: un liquido forzato ad uscire da un ugello comporta una sola fase liquida; gli atomizzatori, nebulizzatori, termonebbiogeni, ULV che invece sono in sintesi un flusso d'aria, fredda o calda, in cui sono spraizzate delle microgocce (due fasi: aria acqua).

Le dimensioni delle goccioline erogate è molto importante, tanto più sono piccole quanto più sono adatte ad azioni abbattenti, nell'aria ambiente e tanto più bisogna fare attenzione alla deriva (da 5 a 20 micron). Per diametri superiori, dai 50 micron in su, l'azione è rivolta a trattamenti su superfici con efficacia residuale. Attrezzature in grado di erogare mix calibrati (dai 5 ai 50 micron) consentono interventi sia sulle superfici che nell'aria, per questa ragione è importante farsi dare questi dati dal produttore. IL SISTEMA H.A.C.C.P. PIANIFICAZIONE: • • • • • • • • •

ANALISI CRITICA DELL'INSIEME DETERMINAZIONE DEI PUNTI CRITICI E DELLE RELATIVE PRIORITA' SPECIFICAZIONE DEI CRITERI: PREVENZIONE, ELIMINAZIONE, O RIDUZIONE DEL RISCHIO METODICHE DI MONITORAGGIO REALIZZAZIONE DEGLI INTERVENTI CONTROLLO DEI RISULTATI FLUSSI DI INFORMAZIONE (BANCHE DATI) ATTIVAZIONE DI PROCESSI MIGLIORATIVI

GLI HAZARD ANALYSIS CRITICAL CONTROL POINT (H.A.C.C.P.) Il sistema H.A.C.C.P. è stato proposto in occasione della "National Conference on Food Protection" svoltosi nel 1971. L'obiettivo era ed è quello di impedire l'insorgere di problemi di carattere igienico e sanitario durante tutte le fasi della filiera alimentare: il flusso dei prodotti dall'origine al consumo deve scorrere in un processo quanto più possibile esente da rischi di contaminazione, pertanto sottoposto a controlli specifici: per l'appunto gli H.A.C.C.P. A livello metodologico il team di analisi degli H.A.C.C.P. deve valutare l'insieme dei punti critici di controllo (p. es. nel trasporto, nello stoccaggio, nella lavorazione) che possono provocare l'insorgere di rischi compromettenti la qualità igienico sanitaria degli alimenti. Bisogna poi valutarne la priorità di soluzione (in un'ottica di prevenzione) e quindi pianificare gli interventi necessari.


L'obiettivo è di ridurre progressivamente il numero dei punti critici e di tenere sotto controllo quelli che non possono essere eliminati. In questo contesto si sottolinea l'importanza delle verifiche (prelievi ed analisi di campioni dai fornitori, magazzini, processi di produzione, mezzi di distribuzione ai punti vendita nonché ispezioni e monitoraggi per il controllo di tutti gli ambienti), della frequenza di tali verifiche in funzione della gravità e della probabilità del rischio e, non trascurabile, dell'onere che comporta tale verifica. Certamente il sistema richiede un atteggiamento culturale indirizzato alla qualità e prevede notevoli doti di coordinamento; peraltro l'impegno è ripagato dall'ottimizzazione dei vari processi, dalla maggior sicurezza di produzione e dall'acquisizione nel tempo di un miglioramento della propria "immagine". Alcuni aspetti relativi agli H.A.C.C.P. meritano la nostra attenzione: in primo luogo il sistema non è statico, ma può evolvere congiuntamente alle scoperte tecnico-scientifiche ed ai miglioramenti comportamentali che il sistema stesso favorisce. Non dobbiamo dimenticare che l'obiettivo è prevenire, eliminare o ridurre al minimo qualsivoglia rischio in ogni processo che, viene esaminato. Nel contesto del mondo microbico, la valutazione è fondamentalmente affidata ad adeguati protocolli igienici ed ai relativi monitoraggi periodici. Per ciò che concerne il problema delle infestazioni parassitarie, è importante affidarsi a misure di pest-proofing, a interventi mirati (sicuri ed efficaci), ad attente e periodiche ispezioni in ogni fase del processo di approvvigionamento, produzione e distribuzione. Una parte fondamentale degli H.A.C.C.P. è costituita dalla documentazione relativa alle procedure effettuate ed alla costituzione di banche dati che testimoniano nel tempo l'attenzione rivolta alla qualità. E proprio in questo contesto vorremmo richiamare i punti di contatto con le norme di autovalutazione e di sicurezza degli ambienti di lavoro (ad es. DL 626/94), le ISO 9000 e le linee guida dell'IPM (Integrated Pest Management). Certamente il sistema H.A.C.C.P. ben si sposa alla logica di miglioramento continuo: la Qualità è una strada in salita e non una scala, magari costituita da alti gradini. Ovviamente l'esempio non è sempre calzante ma esprime con semplicità visiva l'importante concetto. CONCLUSIONI La tabella di intervento si propone di suggerire delle linee guida, in un contesto molto diversificato come quello che comprende la filiera alimentare, partendo dallo stato igienico delle strutture dei nostri fornitori all'analisi dettagliata delle materie alimentari in ogni fase di produzione e di trasporto. E' comunque importante porre l'attenzione costante al problema, utilizzando primariamente ogni forma di prevenzione, non dimenticando gli interventi chimici alle strutture a scopo preventivo e ovviamente a scopo di controllo; in questo caso bisogna cercare di attuare interventi quanto più possibile mirata.


I RODITORI SPECIE MENZIONATE Prima di parlare dei topi e dei ratti potrebbe risultare interessante occuparci dell'ordine dei roditori. A questo grande gruppo di animali appartengono numerose famiglie accomunate da una particolare dentatura costituita da due incisivi taglienti come scalpelli, a crescita continua. In questo assomigliano molto ai "cugini" lagomorfi (lepri e conigli), che però hanno un secondo paio di incisivi assai ridotti. Curiosità è comunque la tendenza a creare problemi, basti pensare ai danni invero disastrosi venuti a creare in Australia, all'introduzione e rinselvatichimento dei conigli. Fra i roditori annoveriamo gli scoiattoli, (a titolo di curiosità ricordiamo l'esistenza in Finlandia di una specie "volante": Pteromys volans); le marmotte (abitatrici delle Alpi intorno ai 2.000 m. di quota); i castori (è il più grosso roditore europeo, ormai confinato nelle valli dell' Elba e del Rodano, è stato soppiantato in alcuni areali dal cugino canadese); l'iracondo istrice (è il più grosso rappresentante dei "rodenta" italiani, armato di forti aculei è uso, se infastidito o attaccato, "ingranare la retromarcia" e correre all'indietro per conficcare gli aculei nella pelle del nemico); la nutria detta anche "Castorino" (di origine sud americana ne è stato introdotto l'allevamento come animale da pelliccia; alcuni esemplari fuggiti e inselvatichiti hanno fondato colonie di una certa consistenza numerica); i ghiri (che cominciano a creare qualche danno nei solai delle nostre case e ai pini da pinoli); i criceti, (nelle nostre latitudini presenti solo come animale da affezione) i lemming (abitatori delle foreste di conifere e delle tundre del nord Europa) le arvicole; i topi campagnoli ; i topolini domestici e i ratti delle fogne e dei tetti: specie che tratteremo un poco più approfonditamente, per ovvie ragioni.


ARVICOLE Alla famiglia dei Cricetidi (sottofamiglia Microtini) appartengono le arvicole fra cui alcune specie possono causare danni di non poco conto ad alcune colture agrarie, forestali ed orticole. Valgano gli esempi dell'arvicola campestre per i meleti del Trentino e l'arvicola del Savi per le carciofaie ed altre colture di pregio. Questi roditori hanno costumi ipogei, vale a dire che scavano gallerie piuttosto superficiali e raramente si avventurano ad escursioni in superficie, di tale comportamento bisogna tenere conto nell'impostare una corretta lotta. In alcuni casi è risultato utile procedere a pratiche agronomiche (lavorazioni frequenti e superficiali del terreno, impiego di diserbanti e/o geodisinfestazioni) in modo da rendere difficoltoso l'insediarsi di questi animaletti. In altri casi è bastata una distribuzione a spaglio di esche attivate da anticoagulanti a bassa tossicità. Importante in queste circostanze è verificare l'inaccessibilità dei siti trattati a persone, in particolare bambini, e animali non target. Nelle situazioni più difficili si può arrivare a scavare piccole fosse profonde poco più di una spanna ove collocare dei punti esca. Particolare attenzione va posta nel ricoprire i solchi con paglia, pattume o erba.

Il topo selvatico è in grado di adattarsi a numerosi ambienti dal pieno bosco, alle aree coltivate ai magazzini, ove contende l'habitat al più "domestico" topolino. I danni possono assumere rilevante consistenza soprattutto appena dopo la semina; ne consegue che in tale periodo e in presenza di tale infestazione è bene intervenire ponendo nelle aree perimetrali o prossime a strade e reti irrigue, recipienti contenenti esche rodenticide (con p.a. a bassa tossicità). Le "mangiatoie" dovranno preservare le esche da manipolazioni indesiderate proteggendole altresì dalle intemperie e, naturalmente, impedendone la disponibilità ad uccelli ed altri animali. TOPI E RATTI Alla stessa famiglia dei topi selvatici, MURIDAE, ma di maggior interesse igienico-sanitario, appartengono i topi (Mus musculus) e i ratti (Rattus norvegicus e Rattus rattus). Hanno corpo snello, coda scagliosa pressoché priva di peli e lunga quasi quanto il corpo o di più per il ratto nero dei tetti.

TOPOLINO DOMESTICO Roditore ormai famoso, tanto da essere chiamato da quasi tutti i disinfestatori con la sua denominazione linneiana. Il Mus musculus è un'entità infestante in grado di colonizzare ogni sito, dalla lavatrice di casa (ove l'istinto lo preserva dagli innegabili rischi delle parti mobili: basti pensare al cestello rotante delle biancheria durante la centrifugazione!) alle alte tecnologie dei centri di elaborazione dati computerizzati ove il suo potenziale insediamento è visto come una vera e propria calamità). Più frequentemente lo troviamo nella filiera agroalimentare ove può essere definito un'entità endemica, con manifestazioni epidemiche allarmanti. Il "nostro" topolino può arrivare fino a 30 g di peso, però è un buon mangiatore: da tre a cinque g al giorno (proporzionalmente un uomo di 70 Kg di peso dovrebbe mangiare da 7 a più di 10 Kg di cibo al giorno), in compenso beve poco (da 1 a 2 cc. al giorno) ma può stare senza acqua per lunghi periodi.


Produce 1,2 cc di urina al giorno con 2 g di feci disseminate in piccoli "boli" che l'animale depone con una frequenza costante per tutto il periodo della sua attività che in genere è serotina e notturna. A sua giustificazione anche l'alimentazione è diluita in 10-15 spuntini (da duecento a cinquecento milligrammi per ingestione). In effetti quest'ultimo dato non dovrebbe essere messo fra parentesi perché rappresenta una caratteristica di cui tenere ben conto nei programmi di lotta: di fronte ad un assaggiatore di questa forza bisogna disporre di armi e tecniche applicative adeguate. I dati bio-etologici più importanti sono: durata della vita in condizioni di cattività fino a quattro anni, aspettativa di vita (in condizioni naturali) stimata a circa 6 mesi. Maturità sessuale a due mesi e mezzo dalla nascita, gestazione 20 gg. così come lo svezzamento; numero di nidiate in un anno per femmina 6-10 per una cinquantina di neonati! Le caratteristiche psico-fisiche di questi muridi si possono sintetizzare in una notevole curiosità attenuata dalla paura, giustificata peraltro, con non evidenti fenomeni di neofobia (paura del nuovo). Inoltre, presentano performance eccezionali: riescono a saltare fino a 30 cm, si buttano senza danni da altezze superiori a 2 m. passano in buchi poco più grandi di un centimetro di diametro e sono in grado di arrampicarsi su ogni superficie: dei funambolici mini atleti. Di queste caratteristiche altamente invasive è necessario tenere conto nelle valutazioni di rat-proofing. TECNICHE APPLICATIVE La lotta ai topolini spesso si risolve con la loro vittoria, vuoi perché queste entità infestanti sono dotate, come abbiamo visto, di ottime caratteristiche psico-fisiche, ma anche di una notevole resistenza fisiologica alle sostanze che più comunemente sono utilizzate come rodenticide. Ciò complica notevolmente il realizzare interventi di lotta anche perché in alcuni casi vengono impiegate esche il cui principio attivo è "attivo" nei confronti dei ratti, meno o per nulla contro questi più piccoli roditori. L'impostazione della lotta che (salvo rarissime eccezioni) si svolge in spazi confinati si basa sulla valutazione generale dell'ambiente in cui s'intende operare. L'area da trattare deve essere divisa in zone infestate, zone a rischio ed è altrettanto importante individuare la pressione d'infestazione ovvero le vie in cui è presumibile supporre l'arrivo dei "colonizzatori" dai denti aguzzi. Una volta monitorata l'area d'intervento, viene identificato il "modus operandi", che generalmente è costituito nell'intervenire a livello manutentivo-preventivo: sigillare i passaggi, mettere in opera reti e sbarramenti ed eliminare nel contempo aree di rifugio (questa fase può essere preliminare oppure eseguita successivamente al collocamento delle esche). Dopo aver creato le premesse per il posizionamento dei punti esca, è necessario stabilirne il numero e i relativi luoghi. Ogni punto esca così individuato deve essere definito nel tipo di esca (base alimentare e p.a.), quantità di esca e tipo di protezione più idoneo alla bisogna. In alcuni casi di particolare difficoltà può essere utile effettuare un trattamento di pasturazione (pre-baiting) con l’uso di placebo (esca non attivata con alcun p.a.); ciò con l’intendimento di valutare l’entità dell’infestazione, le abitudini alimentari e/o indurre abitudine all’esca che si intenderà utilizzare. Una sorta di prova generale, suggestiva nell’enunciazione, sovente citata nella dotta letteratura, ma assai poco adottata nella pratica comune: come tutte le possibilità tecniche può essere efficace nella misura in cui essa è impiegata la dove è realmente necessaria, ed un ulteriore caso di applicabilità della pasturazione è quello di assuefare i topolini ad aree di alimentazione poco o nulla interagenti con le attività svolte nei siti di bonifica murina. Una volta collocati i punti esca essi devono essere ripristinati e man mano adattati alle esigenze che si vengono a creare. Terminata la fase di bonifica è spesso utile effettuare un finissaggio manutentivo, posto che se ne ravvisi la necessità, ma è importante la verifica critica di tali trattamenti. Ciò fatto non resta che pianificare il calendario degli interventi con l’obbiettivo di mantenere i risultati ottenuti, via via migliorandoli e, consolidare contemporaneamente la prevenzione del rischio di reinfestazione: con interventi antiinvasione, con attenti monitoraggi ispettivi, con la valutazione dei fornitori, e, non trascurabile fatto, con il miglioramento delle nostre conoscenze e competenze nel contesto della troppo spesso trascurata materia della igiene ambientale. Ciò vale anche nel caso l’intervento sia mirato alla valutazione di un servizio appaltato; va ricordato che la Legge sulla sicurezza del lavoro fa riferimento al rischio igienico e alla necessità di eliminare o quanto meno ridurre al minimo i rischi, di qual si voglia natura, all’origine. A livello professionale il tutto deve o dovrebbe essere certificato su moduli che consentano di valutare i risultati lungo tutte le fasi d’intervento e per tutto il periodo di tempo in cui il calendario si concretizza. Questa fase comune a tutti gli interventi di bonifica per qualsiasi specie infestante sarà indagata più avanti in uno specifico capitolo.


IL RATTO NERO DEI TETTI Questa specie è giunta nei nostri areali dalla lontana Mesopotamia, probabilmente approfittando dei traffici marittimi realizzati con le triremi dell'impero romano. E' certamente la causa delle più importanti epidemie di peste nell'epoca medioevale e ancor oggi rappresenta un potenziale vettore di numerose malattie infettive: salmonellosi, afta epizootica, adenovirosi, leptospirosi, listeriosi, rickettosi, arborviriosi, dermatofitosi, leishmaniosi, verminiosi ed altre ancora. Più agile del forte ratto delle fogne, in genere colonizza i solai le strutture elevate dei silos e sovente le chiome degli alberi, con una certa predilezione per i pini marittimi e le palme. I maschi della specie possono raggiungere i 300/500 g di peso, la lunghezza del corpo può arrivare a 16-21 cm, mentre la coda è più lunga del corpo di almeno un paio di centimetri. Le orecchie sono piuttosto lunghe e in genere riescono, ripiegate, a coprire l'occhio. La dieta è onnivora, con preferenza alle proteine di origine vegetale e giornalmente giunge a superare i 20 g di sostanza secca e 20 ml di acqua, ma il ratto nero dei tetti può restare senza bere per più giorni. Le feci e le urine sono di poco inferiori alle quantità ingerite. La durata della vita in cattività può arrivare a sei anni, mentre in natura in genere non riesce a superare l'anno. La maturità sessuale giunge dopo due mesi e mezzo dalla nascita, la gestazione è di tre settimane, lo svezzamento di quattro. Le nidiate per femmina in un anno sono fra le sei e le otto per un numero di nati di 34 soggetti. In questa specie la neofobia è forte soprattutto in popolazioni insediate da un certo tempo e quindi da consuetudini consolidate. Le caratteristiche psicofisiche lo fanno un abile arrampicatore (riesce a salire entro tubature verticali di 10 cm di diametro, al punto che può apparire nella tazza dei bagni e misteriosamente scomparire) un buon saltatore e un discreto nuotatore. TECNICHE APPLICATIVE Dovendo cimentarsi nella lotta al Rattus rattus bisogna tener conto della neofobia di questa specie e quindi ogni intervento di bonifica è bene che sia rimandato a eradicazione avvenuta. I trattamenti sono impostati con alcune analogie metodologiche già esaminate nel capitolo Identificazione dei luoghi infestati e, delle aree a rischio nonché delle possibili vie di infestazione. Tali luoghi sono riconoscibili per la presenza di untume (betalanolina), feci, rosicchiature, camminamenti e tane o "nidi". Localizzata l'infestazione si passa al posizionamento di punti d'esca in numero adeguato e con esca idonea per tipologia alimentare. Anche in questo caso può risultare utile la tecnica della pasturazione con placebo. Il calendario dei trattamenti in genere comporta interventi ispettivi/applicativi con cadenza mensile e attenti interventi antiinvasivi che devono sempre tener conto dell'agilità e delle capacità arrampicatrici di questa specie. Attenzione quindi a tubi, fili, pali, e quant'altro consenta al nostro funambolico ratto di"accedere", ivi comprese le pareti non perfettamente lisciate. Anche in questo caso è buona norma negli interventi professionali formalizzare i dati relativi ai trattamenti con precise e circostanziate certificazioni.


IL SURMOLOTTO O RATTO DELLE FOGNE In poco più di un secolo, partendo dalle steppe russe, questa specie ha conquistato la quasi totalità del pianeta. Infatti, nella seconda metà del XVIII secolo, probabilmente per un fenomeno tellurico di vasta portata, inizia l’ immigrazione che in pochi decenni gli consente di invadere l'Europa e, successivamente con i traffici commerciali giunge nelle Americhe e via di seguito negli altri continenti. Animale vigoroso e aggressivo sottrae spazio al Rattus rattus e fa suoi in breve tempo gli habitat sotterranei, soprattutto se collegati alla rete idrica o fognante. I maschi possono superate i 600 g di peso con dimensioni simili al ratto dei tetti, ma con corporatura più tozza, con coda più corta del corpo e orecchie ed occhi più piccoli. In laboratorio giunge a vivere fino a 7 anni, ma in natura l'aspettativa di vita difficilmente arriva a 10/11 mesi. La maturità sessuale giunge fra i due mesi e mezzo e i tre mesi. La gestazione è di poco superiore alle tre settimane e lo svezzamento di quattro. Una femmina in un anno è in grado di produrre una figliolanza di 40 unità in 4-5 nidiate. La dieta solida è onnivora, con una certa preferenza alle proteine animali e arriva al 10% del peso corporeo con un apporto idrico di poco inferiore; urina e feci in proporzione. Le caratteristiche psico-fisiche sensoriali indicano animali con odorato, gusto, tatto-udito molto sviluppati; mentre possono contare su una vista piuttosto ridotta. Sono animali assai forti, in grado di fare salti in alto di quasi 80 cm e salti in lungo (da fermi) di 10/20 cm superiori al metro e con la rincorsa raddoppiano le performance; capaci di nuotate in superficie e in apnea di tutto rispetto; riescono a scavare lunghe gallerie nel terreno perforando sbarramenti di cemento magro e metalli teneri. TECNICHE APPLICATIVE La maggior parte di quanto è stato detto per le precedenti specie vale anche per il surmolotto, o pantegana che dir si voglia (vedi la neofobia del ratto nero) è bene quindi cercare di lasciare tutto come sta, intervenendo con pratiche di rat-proofing e di manutenzione solo dopo la fase di eradicazione. Per gli interventi di ampio respiro la procedura dovrebbe (se possibili) seguire un andamento centripeto, con barriere sanitarie che impediscano ad individui ormai isolati e allarmati di migrare in altri siti, diffondendo micro infestazioni in grado di affrancarsi in breve tempo data l'alta capacità riproduttiva della specie. Particolare attenzione va posta nel proteggere le esche in quanto l'habitat di questi roditori coincide spesso con quello di animali non-target e, in non pochi casi con quello dell'uomo. PIANIFICAZIONE E CALENDARIO DEI TRATTAMENTI È buona norma attenersi all'obiettivo di eliminare il problema nel più breve tempo possibile, non è razionale ridurre l'infestazione senza mai arrivare a risolvere il problema in termini quanto più risolutivi. Ciò comporta in genere un intervento massiccio realizzato in due/tre fasi. E qui inizia la fase più delicata e, a nostro avviso, importante: il mantenimento dei risultati. Perché difficoltosa? Soprattutto perché cessata la fase di emergenza si tende a diminuire l'attenzione al problema ed inoltre perché i pochi esemplari rimasti tendono a sfuggire a monitoraggi abituali, richiedendo infatti maggior impegno ispettivo. TRATTAMENTI COMPLEMENTARI I trattamenti complementari sono fondamentali perché hanno la finalità di rendere difficile la reinfestazione e diventano nelle proiezioni futuribili una sorta di "prevenzione". I trattamenti antiintrusione comportano l'apporre barriere e reti a prova di ratti. È assai importante in questa fase analizzare i sistemi di chiusura (porte con fotocellule o a chiusura automatica) adeguati alle specifiche esigenze, soprattutto nel contesto industriale o presidi ospedalieri. Per il territorio bene sarebbe porre attenzione alla rete fognaria, ai bacini idrici, nonché agli allevamenti agricoli. Questo capitolo ben si collocherebbe in contesto di bonifica del territorio e/o di ingegneria "igienico-sanitaria".


MODULISTICA - RILEVAMENTI PLANIMETRICI Questo aspetto della bonifica murina fa parte della gestione dell'informazione. I dati raccolti in termini cartacei o elettronici consentono di misurare e valutare i risultati, con conseguente ottimazione dei trattamenti futuri. Appare naturale ad ognuno di noi che si appresti a giocare una partita a carte di riordinare le carte secondo schemi adeguati al gioco: ad es. tutti i semi di quadri da una parte e ben ordinati dai più bassi a quelli più alti. Le possibilità di vittoria si basano anche sulla facilità di controllare le carte e ciò è agevolato dal fatto di vedercele in sequenza davanti agli occhi: il disordine renderebbe facile l'errore.


LA DISINFEZIONE AMBIENTALE UOMINI E MICROBI Quale fu il primo contatto? Una malattia o l'assaporare un cibo frutto di una trasformazione microbica, ad es. del vino o del pane lievitato. Una cosa è certa: quando i primi uomini cominciarono ad abitare il Pianeta terra i microbi c'erano già. Anzi, molti pensano che furono loro i primi abitatori della terra. Riteniamo che anche per il più consapevole microbiologo pensare al proprio corpo come il frutto di una simbiosi fra lui e qualche miliardo di microbi lo porti ad un "attimo" di smarrimento. Eppure ciò corrisponde a verità. Per parlare di DISINFEZIONE bisogna accettare che l'aria che respiriamo sia una miscela di gas e di microbi, che lo stringersi la mano tra due persone comporti uno scambio di microbi, così come il toccare il telefono o la tastiera di un computer. Ma anche mangiare significa accettare il fatto di introdurre nel nostro corpo un numero assai grande di entità microbiche. Perché non ci ammaliamo? Perché la maggior parte dei microbi ci è o utile o indifferente. Solo poche specie microbiche sono potenzialmente pericolose. Quindi dobbiamo difenderci solo da loro e ricordarci che il nostro obiettivo non è la sterilità ma un livello igienico coerente con l'ambiente in cui operiamo: diverso è parlare di una corsia d'ospedale, di un ufficio o di una struttura produttiva facente parte di una filiera alimentare. IMPARIAMO A CONOSCERLI Batteri, protozoi, funghi e muffe, alghe, virus. È veramente difficile districarsi in questo grande universo al punto che il loro studio si divide in settori specialistici: ad es. la protozoologia (protozoi), la ficologia (alghe), la batteriologia (batteri) , la micologia (funghi) e la virologia (virus), ma dal punto di vista funzionale esiste una microbiologia medica, industriale, alimentare, ecc. ecc., ovverosia lo studio di tutti quei microrganismi che interagiscono positivamente o negativamente nel contesto sanitario, o in un processo industriale, o nella filiera alimentare. L'uomo vive da sempre circondato dai microbi, ma da poco più di 2 secoli ne ha coscienza diretta. Da allora ha cominciato a classificarli avvalendosi di tecniche sempre più sofisticate: in estrema approssimazione un microbiologo inizia la sua opera allevando dei microbi raccolti in un determinato ambiente. Ad es. appoggia una gelatina sterile su di una superficie: detta gelatina racchiude tutti gli elementi per favorire la crescita della maggior parte dei microrganismi. La gelatina è contenuta in una piastra munita di coperchio e, dopo l'inoculo, viene posta in un ambiente la cui temperatura favorisce la crescita dei microbi. Dopo 2 o 3 giorni sulla superficie di questa gelatina si noteranno delle colonie per lo più di forma circolare. Il colore, l'odore, la forma e il tipo di crescita indicheranno all'occhio allenato del nostro biologo l'appartenenza di quella colonia ad un certo gruppo: valutazione “macroscopica” possibile ad occhio nudo Se l'indagine richiedesse ulteriori approfondimenti il nostro esperto raccoglierebbe una piccola frazione da ogni colonia e procederebbe all'allevamento di colture pure: tale tecnica prende il nome di "ISOLAMENTO", dopo di che procederebbe ad un'osservazione microscopica e, attraverso l'identificazione di alcune caratteristiche, trarrebbe le opportune considerazioni: Un po' come il botanico con i fiori di una pianta. In genere però l'osservazione microscopica non può prescindere dalla valutazione dei caratteri fisiologici che permettono di indagare alcune caratteristiche biologiche per lo più metaboliche che consentono agli specialisti gli approfondimenti del caso. Ovviamente le indagini possibili vanno ben oltre e oggi coinvolgono sofisticate tecniche di bio-ingegneria, ma i dettagli esulano dalle nostre attuali necessità. UN ESEMPIO DI COLORAZIONE Riteniamo interessante dettagliare, sia pure in prima approssimazione, una tecnica di colorazione molto famosa che i nostri lettori avranno probabilmente visto nelle istruzioni all'uso dei più comuni antibiotici che recitano: "efficaci sia su batteri GRAM negativi che GRAM positivi". Detta dicitura è in genere riscontrabile anche sulle schede tecniche dei disinfettanti. Orbene, partiamo dalle nostre colonie microbiche, frutto della riproduzione dei batteri presenti sulla superficie e raccolte dal nostro tecnico con una gelatina sterile e "allevata" in apposito termostato per 48 ore a 27 °C. Raccogliamo il nostro materiale microbico con una punta metallica resa sterile su di una fiamma e successivamente raffreddata e lo poniamo su di un vetrino (un vetro resistente al calore di circa 2 cm per 5, dello spessore di 1,5 mm). Stemperiamo la massa microbica in una goccia d'acqua e facciamo asciugare il tutto su di un flusso d'aria tiepida, poi passiamo il vetrino su di una fiamma cercando di non scottarci.... peraltro si dice che per diventare buoni microbiologi bisogna scottarsi almeno 100 volte. a) Trattiamo il preparato con cristalvioletto, che tinge le cellule di bleu e sciacquiamo con acqua per eliminare il colore in eccesso, quindi poniamo una goccia di soluzione iodio durata sul vetrino per rendere la colorazione insolubile in acqua; b) Se a questo punto laviamo 2 o 3 volte con alcool il nostro preparato le cellule di alcune specie batteriche saranno decolorate;


c) osservando al microscopio noteremo delle cellule colorate in bleu: i GRAM + o Grampositivi; d) aggiungendo sul vetrino della safranina i batteri che non hanno trattenuto lo iodio si coloreranno di rosso, o quanto meno di rosa: GRAM- o Gramnegativi; e) a questo punto nel campo visivo del microscopio avremo cellule bleu e cellule rosse, il che facilita il nostro compito di microbiologi o apprendisti tali.

CLASSE: DEUTEROMICETI GENERE: ASPERGILLUS

MORFOLOGIA Muffa con colonie di aspetto granuloso uniforme di colore generalmente bianco, talvolta beige; le essudazioni sono incolori. E' un aspergilio biseriato con teste conidali mature sferiche di diametro fino a 200-300 micron. I conidioferi, alti fino a 500 micron, hanno un diametro di circa 5 micron. I conidi, sono giobosi, non pigmentati e presentano una parete liscia e sottile; il loro diametro è di circa 2,5 micron. DIFFUSIONE Sono molto comuni in natura, sui vegetalim in fase di finale di deterioramento. Si trovano frequentemente sui cereali ammuffiti e sui grani insilati. Sono stati reperiti anche sulle superfici di prosciutti stagionati, salame, pesci essiccati, frutta secca e pane di mais e crusca. PATOGENICITA' Questa specie produce ub antibiotico attivo contro i batteri, la candidulina poco tossica per gli animali (DL50 sottocutanea per iltopo: 250mg/kg) ma anche acido coico che ha un ruolo importante in determinate intossicazioni alimentari. CARATTERISTICHE SALIENTI Possono crescere in presenza di bassissimi valori di umidità e fino a 550C di temperatura. MODALITA' DI CONTAMINAZIONE Lo sviluppo di questa muffa dipende dallo stato di freschezza degli alimenti e dalle condizioni ottimali di temperatura e di umidità. PROFILASSI L'uso delle corrette tecniche di conservazione, non consente lo sviluppo di questa muffa. COME SI SVILUPPANO I microbi, come ogni altro essere vivente, per svilupparsi hanno bisogno di un ambiente favorevole e del necessario nutrimento. Quindi temperatura, pH, presenza od assenza di ossigeno, umidità rappresentano i parametri ambientali più importanti per facilitare o meno la crescita dei "nostri amici/nemici" microbi (vedremo più avanti perché amici/nemici). La disponibilità di un substrato alimentare di tipo proteico piuttosto che lipidico con abbondanza o meno di zuccheri semplici o complessi favorisce o meno la crescita di quell'insieme microbico piuttosto che di un altro. PERCHÈ AMICI ? Perché senza microbi, o per lo meno senza certi microbi non potremmo vivere in quanto essi agiscono positivamente sui grandi cicli di mineralizzazione della sostanza organica e sull'organicazione delle sostanze minerali. Perché ci consentono di assimilare alcuni cibi (si pensi alla flora intestinale), perché soprassiedono ad importanti trasformazioni alimentari. PERCHÈ NEMICI ? Perché certe specie possono provocare malattie, perché interagiscono negativamente sui processi di trasformazione alimentare e altre nefandezze del genere.


COME CONVIVERE POSITIVAMENTE COI MICROBI La risposta è apparentemente semplice: agevolando la crescita dei microbi "buoni" e cercando di eliminare o quanto meno sfavorire lo sviluppo di quelli "cattivi". Dal punto di vista sanitario ciò si ottiene attraverso la creazione di ambienti salubri, stili di vita sani che potenzino le nostre capacità difensive e, in caso di necessità, con l'uso di antisettici nella disinfezione delle ferite e di sulfamidici e antibiotici per le infezioni "interne"; l'argomento meriterebbe ulteriori approfondimenti, ma per noi può essere sufficiente. Dal punto di vista "industriale", nel senso più ampio della parola, le linee guida sono simili: creare un ambiente igienicamente coerente con quanto viene fatto in quella struttura, evitare il contatto delle sostanze che vengono prodotte/trasformate con ceppi microbici patogeni o favorenti trasformazioni non conformi e, cosa importante e non facile, impedire inquinamenti non desiderati dei microbi che stanno "lavorando per noi", vedi le delicate fermentazioni della vinificazione o della panificazione o delle trasformazioni lattiero casearie. Lasciando le pratiche terapeutiche o di processo agli specialisti medici, o tecnologi che siano, caliamoci nei panni degli igienisti ambientali. I DISINFETTANTI L'aceto usato dal "Buon Samaritano" era a tutti gli effetti un antisettico, in un'era più vicina ai giorni nostri i primi composti fenolici rappresentavano le prime risposte che la "chimica amica" metteva a disposizione degli igienisti. Ai giorni nostri la farmacopea è assai vasta e, a tal proposito, alleghiamo tabella riassuntiva. In termini generali per valutare un disinfettante bisogna leggere con attenzione il testo dell'etichetta che rimane a tutti gli effetti il riferimento ufficiale, è però importante approfondire anche : • • • •

lo spettro d'azione la concentrazione necessaria per ottenere il livello di disinfezione desiderato il tempo di contatto la fase di contatto, intendendo per "fase" se il disinfettante agisce in fase gassosa, o liquida (acquosa, idroalcolica o altro) o secca, quando il film liquido si è asciugato.

Altre variabili importanti sono rappresentati dalla temperatura, dal PH, dalla presenza di sostanza organica e/o di altre sostanze chimiche, quali detergenti. Naturalmente non va dimenticato il substrato su cui si opera: alcuni formulati sono corrosivi. Bisogna anche aggiungere che i disinfettanti (analogamente agli insetticidi) possono avere azione abbattente residuale, ovviamente ciò comporta diversi settori di applicabilità. LE ATTREZZATURE Le attrezzature applicative sono gli aerosolizzatori, gli ultra basso volume (ULV), nebulizzatori, gli atomizzatori, i microirroratori, le irroratrici. Inoltre, sono utilizzabili strumenti umettanti come scope a frange, stracci e strofinacci monouso. Le attrezzature di distribuzione indicate partono da quelle in grado di sminuzzare le goccioline in modo assai elevato fino alle irroratrici che al contrario hanno un'alta capacità bagnante. Come vedremo più avanti ogni sistema ha specificità d'utilizzo. I SISTEMI DI PROTEZIONE INDIVIDUALI (DPI) L'operatore deve proteggersi dal contatto con i prodotti utilizzati e, a tale scopo, in funzione del tipo di applicazione sono utilizzabili idonei abiti da lavoro, calzature, copricapo, occhiali, guanti e maschere che possono essere naso bocca con filtri o addirittura maschere facciali o caschi integrali (tipo astronauta per intenderci) in caso di micronizzazione spinta (ULV) oppure, al contrario, può essere sufficiente una buona mascherina "per le polveri", meglio se a carboni attivi qualora venga utilizzata una irroratrice munita di ugello a ventaglio. Naturalmente queste indicazioni hanno carattere generale e devono essere "personalizzate" in relazione allo specifico utilizzo e al disinfettante utilizzato. LE TECNICHE APPLICATIVE Le tecniche applicative devono ottimizzare l'integrazione prodotto/attrezzature in relazione allo scopo per cui si effettua la disinfezione. MORFOLOGIA E' un bastoncino gram positivo, sporigeno, senza citrocromi e catalasi. E' un anaerobio obbligato, ovvero si sviluppa solo in assenza aria: solo le forme vegetative sono sensibili all'ossigeno, mentre le spore sopravvivono. DIFFUSIONE E' presente quasi dovunque, dall'acqua del mare al suolo e persino nei ghiacciai polari. Alcuni lo considerano invece indice di contaminazione fecale. E' stato riscontrato su diversi alimenti come il latte bollito e carne cucinata lasciati raffreddare per lungo tempo a temperatura ambiente.


PATOGENICITÀ Dal punto di vista medico, questa specie è causa di gangrena gassosa a seguito di ferite lasciate o lesioni tissutali; da quello alimentare è nota la possibilità da parte di alcuni tipi di C. perfrigens di provocare intossicazioni che si manifestano con diarrea (sono assenti febbre e vomito). CARATTERISTICHE SALIENTI Ha una azione prevalentemente saccarolitica e leggermente proteolitica. MODALITA' DI CONTAMINAZIONE Soprattutto tramite manipolazione e gestione termica degli alimenti non correttamente eseguite. PROFILASSI Adeguate tecniche di manipolazione, raffreddamento e conservazione dei cibi preservano dalla contaminazione di questa specie microbica. DISINFEZIONE DELLA SUPERFICIE E DELL‘ ARIA In questo caso bisogna disporre di un'attrezzatura in grado di erogare particelle piccolissime che "galleggino" a lungo nell'aria e particelle più grandi che depositandosi sulle superfici le disinfettino. Gli esperti scegliendo il giusto mix di goccioline riescono a dare più o meno peso alla disinfezione delle superfici o dell'aria a seconda della necessità. DISINFEZIONE DELL'ARIA Per fare ciò le goccioline devono essere veramente piccole, in alcuni casi inferiori a 5 micron. Importante è sottolineare che in questo caso ci troviamo di fronte ad un liquido talmente sminuzzato che si comporta come un gas con tutte le attenzioni che questo comporta: protezione delle vie respiratorie, chiusura dei locali, arieggiamento prima del riutilizzo, scelta del disinfettante e del veicolo da utilizzare per l'erogazione, ad es. glicoli. ALTRI TIPI DI DISINFEZIONE A queste applicazioni possiamo aggiungere, senza peraltro dettagliarle, quelle gassose, quelle delle condutture di liquidi alimentari, quelle delle grandi superfici con idonee attrezzature (ad es. lavasciuga) e quelle con effetto disincrostante con idrogetto ad alta pressione ad es. per i cassonetti dell'immondizia. CONCLUSIONI Nella pratica della disinfezione è importante valutare il perché si fa e qual è l'obiettivo. In funzione di ciò si sceglie il prodotto, l'attrezzatura idonea, i sistemi di protezione adeguati e le tecniche applicative mirate alla bisogna. Vorremmo segnalare l'opportunità di ruotare i principi attivi onde non selezionare specie o ceppi resistenti o indurre resistenze in specie normalmente sensibili. Tale pratica è tanto più utile quanto meno si procede alla determinazione qualiquantitativa dei risultati attraverso l'analisi delle cariche batteriche prima e dopo. Ci sembra coerente concludere sottolineando il fatto che i microbi non si vedono, ma sono dappertutto con i loro cugini virus e che non tutti i microbi sono "cattivi". Da ciò deriva il fatto che prima di procedere è necessario valutare criticamente i protocolli di intervento che intenderemmo attivare, magari interpellando un esperto o il nostro fornitore di fiducia. All'origine della disinfezione esiste non solo una necessità di sopravvivenza della specie, spesso attaccata violentemente, ma anche e soprattutto, via via con lo sviluppo sociale di ogni civiltà, la volontà di vivere in un ambiente igienicamente sano. È ormai fuori discussione che le tecniche di disinfezione attuate con prodotti chimici, se impiegate correttamente e razionalmente, rappresentano un valido ed indispensabile aiuto, capace di contrastare efficacemente la diffusione di agguerriti e mascherati nemici, ma sono anche tutti concordi nell'affermare che la disinfezione chimica non è l'unica possibilità di "Sanificazione ambientale". Occorre una vera e propria sinergia tra la pulizia e manutenzione (anche maniacale) dell'ambiente e l'utilizzo di adeguati disinfettanti chimici perché la sanificazione di qualsiasi ambiente non sia un fatto episodico e sporadico, ma rappresenti un modo di vivere. In definitiva, è un fatto di sensibilità, di volontà, di mentalità e, se volete, anche di cultura. Precauzioni durante la disinfestazione: • • • •

asportazioni o conservazioni in armadi di materiale cartaceo, effetti personali, utensili, stoviglie lasciare agire il disinfettante per circa 1 ora risciacquare e pulire accuratamente tutte le superfici aereazione degli ambienti (circa 30 min.) prima del reingresso delle persone

Precauzioni durante la disinfestazione: • • • •

allontanamento degli animali pulizia delle stalle e degli ambienti trattamento delle attrezzature ritorno degli animali, previa disinfezione degli zoccoli


Linee guida controllo agenti infestanti - DISINFESTAZIONE