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Il magazIne della fra a.s. 2016-17 n.5


SOMMARIO I nostri servizi

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Macella di Levrano Vittima di Mafia

pag. 6

La marcia della pace ad Assisi

pag. 12

Emergency incontro con Cecilia Strada

pag. 17

La settimana alternativa AL DI LA’ DEL

pag. 20

Nutrivida un modo possibile‌

pag. 21

La settimana alternativa della 3D

pag. 23

La settimana alternativa della 3F

pag. 26

Le donne nel mondo e nella storia

pag. 29

Bullismo-un muro da abbattere

pag. 38

I muri invisibili

pag.41

Un libro ponte CAMILLA CHE ODIAVA LA POLITICA

pag. 48

Il nazista e la bambina

pag. 52

La rugiada di San Giovanni, il film

pag. 55

Una storia nella storia

pag. 57

Yoga, per una meditazione alternativa

pag. 60

I muri del passato- LA SCUOLA

pag. 63

Prova di Democrazia in Comune

pag. 64

Le CittĂ invisibili

pag. 66


Il Quotidiano in classe

pag. 71

Intervista a Filiberto Molossi

pag. 72

Intervista a Francesco Silva

pag. 74

La PAGINA CULTURALE

pag. 76

Across the Univers Lettera agli attori

pag. 77

Intervallo solidale Natale 2016

pag. 80

Sabbioneta

pag. 82

PARMA BELL’ARMA alla scoperta della nostra cittĂ

pag. 83

Visita allo CSAC

pag. 85

Il Convento di San Paolo

pag. 89

Parmigiano Reggiano il re dei formaggi Visita a un caseificio

pag. 97

REDAZIONE Rebecca Cabrini Gianmarco Gnappi 3A Giovanni Scati Benedetta Baroni 3B Magdala Spagna Musso Sofia Venturi 3C Claudia Bottazzoli Simone Frescura 3D Beatrice Ubbiali

Zoe Bergamini

Olmo Banchini 3E

Olivia Giovanelli Matteo Zurlini 3F Emma Maria Cotza Elena Sequino 3G Caporedattore ed Editorial design Prof.ssa Stefania Popoli


SFOGLIAMO IL NOSTRO magazine

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Marcella di Levrano vittima di mafia

Nell’ambito del progetto “Concittadini Con Legalità”, i ragazzi della 3ᵃA e della 3ᵃE hanno incontrato, nel teatro della scuola, il giorno 20 febbraio scorso, Marisa Fiorani, madre di una vittima della mafia, che oggi collabora con l’associazione Libera. La droga è sempre stato un grande problema, soprattutto per i giovani. Potrà sembrare scontato, ma si tratta di un argomento di cui, forse, non si è parlato abbastanza. Lo sa bene 6


Marisa, madre di Marcella Di Levrano, scomparsa nel marzo del 1990, uccisa dai membri della Sacra Corona Unita. Quella che ci ha raccontato è la storia di una famiglia pugliese che è stata rovinata dalla droga. Marisa, dopo la separazione da un marito violento e irresponsabile, rimane sola con le sue tre figlie e si trasferisce da Mesagne a Brindisi, mentre le bambine rimangono con i nonni fino alla morte improvvisa dello zio. Donna forte e indipendente, che conosce il valore dello studio e lo trasmette alle sue figlie, pur non avendo mai avuto la possibilità di studiare quando era bambina, decide di ricominciare la scuola anche lei, insieme alle sue ragazze, fino ad ottenere la licenza media. Intanto le tre figlie crescono e ben presto tutte e tre frequentano la scuola superiore a Brindisi. È proprio nella scuola superiore, le Magistrali, che Marcella comincia ad avvicinarsi al mondo della droga. Inizia tutto con uno spinello offerto da un'amica, a soli quindici anni. Marcella non torna a casa quella sera e la madre, dopo averla cercata a lungo, la trova confusa e stordita. Dal secondo anno di superiori in poi comincia a drogarsi con l’eroina. Viene quindi cacciata dalla scuola superiore e quando dev’essere curata per un'improvvisa epatite l'ospedale non l'accetta, costringendola così a ricoverarsi a Lecce per ricevere le cure opportune. Passano quattro anni, lunghi e sofferti non solo per Marcella, ma anche per la madre, costretta a entrare ed uscire di continuo dagli ospedali, a causa della tossico-dipendenza di sua figlia, che deve essere periodicamente sottoposta a lavande gastriche. Poi accade ciò che potrebbe cambiare tutto. 7


Marcella scopre di essere incinta e per amore del figlio che deve nascere non assume droghe durante il periodo della gravidanza. Questo per Marisa sembra chiudere finalmente un triste capitolo della sua vita. Nove mesi dopo nasce la piccola Sara. Purtroppo, però, il padre della bimba si rifiuta di assumersi le proprie responsabilità, così Marcella, più che mai delusa e disorientata, riprende a drogarsi. Ma la giovane madre vuole essere una figura di esempio per la figlia, così comincia a parlare con le forze dell'ordine, facendo nomi e cognomi di chi le procurava la dose. Non essendo stata inserita in un programma di protezione, però, rimane vittima delle prepotenze della Sacra Corona Unita, ricevendo spesso botte e minacce. Tuttavia non si arrende. La sua forza di volontà trova sfogo nelle pagine dei suoi diari, dove annota tutto ciò che le succede. Un giorno di fine marzo, Marcella lascia una borsa fuori di casa, forse con l’intenzione di far sapere che non sarebbe tornata. La ragazza viene ritrovata il 5 aprile; il suo corpo senza vita era stato occultato e quando fu recuperato presentava il volto sfigurato e il cranio fracassato da una pietra. Le sue ultime parole furono probabilmente un appello di questo tipo: <<fate di me ciò che volete ma lasciate stare mia figlia>>. Una ragazza che amava danzare, leggere, suonare il pianoforte, dotata di un grande coraggio, uccisa dai membri della Sacra Corona Unita perché aveva osato parlare. La piccola Sara ha scoperto la storia di sua madre dal racconto dei suoi amici, ma ha sempre fatto molta fatica a parlarne. Marisa, invece, viaggia per raccontare la vicenda di sua figlia e dal 2008 ha scoperto “Libera”, un'associazione anti-mafia che la sostiene in questo percorso. Fondata nel 1995 da Luigi Ciotti, “Libera” sollecita le persone a combattere contro la mafia e aiuta chi ne è vittima come Marisa.


“Libera” l'ha aiutata molto e nell'incontro con lei era presente un volontario che l'accompagnava, sostenendola durante il racconto. In definitiva, la storia di Marcella non è altro che la riprova del fatto che la mafia è solo fonte di sofferenza, come lo è stato in questo caso attraverso la droga, uno dei pericoli più grandi che possono insidiare noi giovani.

Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera

Articolo di Rebecca Cabrini e Gian Marco Gnappi 3A


LA MARCIA DELLA PACE PER UN PONTE POSSIBILE

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Domenica 24 settembre 1961. Nacque il primo movimento pacifista italiano: la Marcia della Pace. Il movimento che esalta la pace e la solidarietà dei popoli si estende per 24 km da Perugia ad Assisi, verso la fine di settembre e l’inizio di Ottobre. L’idea ha suscitato, e suscita ancora oggi, grande interesse in tutte le scuole d’Italia che partecipano, ormai numerose a quest’evento. La nostra scuola da diversi anni prende parte alla manifestazione; molti ragazzi il 9 Ottobre, erano orgogliosi di manifestare la pace camminando per le strade di Assisi e creando un gruppo unito. La professoressa Serio, coinvolgendoci nel tema della Pace fin dalla prima media, è riuscita ad orientarci con sempre maggior interesse verso questo progetto, rendendosi anche disponibile ad accompagnaci personalmente sul posto. Questo progetto non si limita solo alla marcia, ma si estende in attività e gite di interesse artistico e culturale come un nostro obiettivo, ovvero la marcia della pace su Roma. La nostra scuola si presenterà a Roma innalzando un cartellone per la Pace, frutto del nostro lavoro durante l’anno.

La giornata del 9 ottobre, in cui abbiamo partecipato alla marcia della pace è cominciata alle ore 5:00 del mattino, partendo da Parma ed impiegando all’incirca tre ore per arrivare a Montefeltro. Arrivati, ci siamo subito recati ad ammirare gli affreschi ed i dipinti della chiesa del paese; molti artisti si ispirano a Giotto e ai principali artisti rinascimentali. Poco dopo, siamo arrivati più o meno sopra Montefeltro e ci siamo incamminati per la marcia della pace verso Assisi, camminando per circa 2,5 km; nella camminata abbiamo innalzato cartelloni della pace, manifestandola nell’essere uniti ed esaltandone il significato cantando e gioendo insieme. Giunti nella parte alta della città, ci siamo soffermati ad ammirare il centro storico e le sue bellezze, divenute nel 2000 Patrimonio Mondiale dell’Umanità.


Assisi oggi è meta continua di pellegrinaggi destinati alla visione di luoghi riguardanti la vita di San Francesco. Poco dopo, ci siamo diretti verso la Basilica di San Francesco, luogo di sepoltura del Santo dal 1230: pare, infatti, che lui stesso abbia indicato il luogo della costruzione, avviata, poi, nel 1228 da Papa Gregorio IX. Famose sono le decorazioni della Basilica, affrescate da artisti di rilievo come

Cimabue e Giotto, artefice delle splendide 28 storie di San Francesco.


La visione di queste opere ha suscitato un notevole interesse in ogni ragazzo, con conseguente arricchimento culturale ed artistico. Lâ&#x20AC;&#x2122;esperienza ha lasciato unâ&#x20AC;&#x2122;impronta culturale ed alternativa nella memoria di ogni ragazzo. Questa giornata, definita INDIMENTICABILE, ha avuto un resoconto positivo non solo in ambiti del divertimento, didattico e culturale, ma anche dal punto di vista umano. Elena Sequino ed Emma Maria Cotza 3G


Un altro mattone per costruire

il PONTE Emergency Il 9 Marzo la nostra scuola ha avuto l'opportunità di accogliere Cecilia Strada, presidentessa della famosa associazione Emergency, Cecilia è la figlia di Gino Strada, che con l'aiuto di amici e parenti ha dato vita all'organizzazione che da 22 anni a questa parte ha curato circa 8.000.000 di persone, in tutte quelle zone in cui nessun altro ha avuto di operare. Ma facciamo un passo indietro che cos'è Eme rgen cy? Lei ce lo descrive con alcune parole, poi divenute pilastro e obbiettivo del gruppo: "Trasformare è diventata una necessità"; hanno la capacità di salvare vite trasformando strutture che la vita avevano perso, o "semplicemente" servendosi di oggetti che prima erano destinati a seminare morte: carri armati, mine anti-uomo, razzi ecc. "Insegnare a pescare" perchè "se dai un pesce sfami per un giorno, se gli insegni come procurarselo quel pesce, si sfamerà per sempre". 17


"Giocare e far giocare", riportare in un contesto di libertà e normalità agli occhi che hanno visto solo guerra e dolore. Poi la sua attenzione si concentra sul discorso delle mine anti-uomo: l'atrocità di questi strumenti, spiega, è che non siano finalizzati allo scopo di uccidere, ma di ledere in modo significativo e irreversibile alle condizioni di vita della vittima e della sua famiglia. Ci spiega che dove le persone non sono in grado di arrivare, loro con ambulanti su ruote li raggiungono. Qualche attimo di silenzio segue la domanda del preside: " Che cosa c’entriamo noi, se la cosa ( guerra ) non ci tocca per primi?" La risposta, però, non tarda ad arrivare " Siamo tutti su una grande biglia catapultata nel nulla, ciò che tocca a loro tocca noi, ma se vogliamo fare un discorso più concreto e meno generico, gli forniamo soldati, armi, mine anti-uomo, come possiamo soltanto pensare di non essere coinvolti in questo incubo?". Una volta concluso l'evento, i ragazzi, soddisfatti, hanno applaudito e ringraziato il prestigioso ospite. Articolo della classe 2D

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IL PROGETTO

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AL DI LAâ&#x20AC;&#x2122; DEL MURO pdf

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Nutrivida Un modo possibile per abbattere il muro delle disuguaglianze

Ciad, Brasile, Bolivia, Argentina: questi sono soltanto alcuni dei tanti Paesi in cui le suore francescane angeline operano aprendo scuole e, soprattutto, offrendo una seconda possibilitĂ a tanti bambini bisognosi.

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A parlarci di questo progetto che si chiama “Nutrivida” sono venute nella nostra classe il 13 dicembre scorso due suore dalla simpatia travolgente: suor Sara e suor Roberta. Noi avevamo già conosciuto Nutrivida in seconda media quando, sollecitate dalla prof.ssa Imbrogno, avevamo organizzato una merenda solidale a favore di quell’organizzazione che però sentivamo come qualcosa di lontano da noi. L’incontro con le due religiose invece ci ha fatto sentire più da vicino quello che loro vivono nella quotidianità delle loro missioni. I filmati ci hanno mostrato la realtà in cui opera Nutrivida: a bambini che non hanno nulla viene data una la speranza di una vita diversa attraverso la possibilità di frequentare la scuola. In quei luoghi e in quelle situazioni, ci hanno spiegato le suore, due mani in più possono veramente fare la differenza e cambiare la storia di molti bambini che avrebbero un destino già segnato. Ma l’incontro non è stato solo l’occasione per parlare delle missioni, le suore, tra una battuta e l’altra, ci hanno anche fatto riflettere sul tema dell’identità, in particolare della nostra identità. Chi siamo veramente noi? Qual è il nostro vero io? Le nostre emozioni, il nostro carattere , il nostro corpo ? Suor Sara e suor Roberta ci hanno sollecitato a meditare su questo tema tanto più importante oggi che viviamo nell’era di Internet e dei Social, strumenti potenti e utili ma che vanno saputi maneggiare con grande accortezza perché nessuno ci possa rubare o possa ferire la nostra identità. Se l’identità di molti bambini è a rischio nei Paesi più poveri anche noi comunque abbiamo il dovere di ottenere il rispetto della nostra identità. L’ora con suor Roberta e suor Sara è veramente volata e, con il sorriso sulle labbra abbiamo ragionato su temi importanti, grazie di averci dedicato un po’ del vostro tempo e a presto. Classe 3C 22


La settimana alternativa Della 3D Il progetto Davanti a noi c’è un muro, altissimo, il muro della guerra, cui sopra si staglia un ponte, ancora più alto, più grosso, più potente, che, purtroppo, arriva solo a metà. È ancora in costruzione; ogni piccolo atto che simboleggi la pace toglie un mattone al muro e ne aggiunge uno al ponte. C’è ancora tanto da lavorare prima che il ponte della pace vada a termine e il muro della guerra venga completamente distrutto ma ognuno di noi può dare il suo contributo. È su questo argomento che abbiamo lavorato durante la “Settimana alternativa”, dal 1 al 7 febbraio 2017, per iniziare il quadrimestre con un attimo di calma. Perché il concetto di pace bisogna conoscerlo fin da ragazzini, anche quando, magari, ha minor valore e non ci coinvolge personalmente. Uno dei principali personaggi di pace che abbiamo incontrato durante questa settimana è Rosa Parks su cui la professoressa Gussoni ci ha letto, con lettura espressiva, un libro illustrato. Durante la lettura, per rendere l’atmosfera ancor più coinvolgente, ci siamo seduti in terra sopra a un cuscino o a un tappetino che quel giorno avevamo portato da casa. Dopo aver preso qualche appunto, abbiamo scritto un commento a caldo. Con Rosa Parks, simbolo della discriminazione razziale negli Stati Uniti, ci possiamo ricollegare ai lavori svolti con le professoresse Castello e 23


Zurro, che hanno rispettivamente trattato di Josè Antonio Abreu

e di Daniel Barenboim,

musicisti e anche loro grandi portatori di pace. Abreu ha, con “El Sistema”, tolto dalla strada migliaia di ragazzi venezuelani attraverso il piacere comune della musica; Barenboim ha creato un’ orchestra che ha unito con la musica i ragazzi palestinesi e quelli ebrei, politicamente sempre in conflitto. Su questi personaggi abbiamo guardato alcuni video e letto dei documenti in rete. Il venerdì, con tutta la classe, abbiamo svolto il laboratorio di teatro, che tratta del bullismo e quindi, anche in questo caso, di un muro che bisogna distruggere e su cui ricostruire un ponte per l’amicizia fra i ragazzi. Inoltre il libro “Cosa tiene accese le stelle” di Mario Calabresi,

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da cui prendiamo spunto per lo spettacolo, ci offre tante storie di personaggi ponte per il futuro. Con la professoressa Pusterla, a coppie, abbiamo lavorato al computer per l’organizzazione di un viaggio, di nostra invenzione. Anche questo è un ponte per la pace tra i paesi e le nazioni, per un mondo più unito. Questo lavoro sui ponti per la pace mi è piaciuto e mi ha interessato. Mi ha sorpreso il coraggio e la determinazione con cui alcune persone vogliono migliorare il mondo e le sue regole. Mi ha aiutato a comprendere l’importanza della pace e come noi, nel nostro piccolo, possiamo aggiungere un mattoncino al ponte che si sta pian piano costruendo tra le persone che, la pace, la sanno manifestare in tutti i modi. Simone Frescura 3D

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LA SETTIMANA ALTERNATIVA NELLA 3^F Nella 3F, tra il 1 e il 7 febbraio, si è svolta la settimana alternativa; essa consiste nel trattare un argomento di attualità e di svolgere lavori dedicati ad esso. L’argomento che abbiamo trattato, è la presenza di muri, fisici e non, nel mondo, che dividono, separano, discriminano, “proteggono”. In italiano la nostra professoressa ha suddiviso la classe in sei gruppi, ognuno aveva il suo compito. Due gruppi dovevano realizzare alcune ricerche per individuare la presenza dei muri nel mondo; un altro gruppo doveva immaginare e descrivere la città ideale di oggi, chiamata Upekkhā, dove le regole principali sono: il rispetto reciproco, il dialogo e l’integrazione; il quinto gruppo doveva realizzare il modellino di Upekkhā, ispirandosi alle fantasiose “Città invisibili” inventate da Italo Calvino, utilizzando legno e cartone. Infine, un 26


ultimo gruppo, doveva fare la mappa dei muri eretti nel mondo, su un planisfero, per aiutarci a individuarli sul planisfero. Il crollo del muro di Berlino nel 1989, che doveva sancire la caduta di tutte le barriere, ha provocato solo la costruzione di altri numerosi sbarramenti in tutto il mondo. Molti muri sono in Europa o ai confini di Stati considerati molto avanzati come gli Stati Uniti, l’Austria, la Grecia, ma anche in Stati molto poveri come l’Africa: per esempio il muro di Ceuta e Melilla, eretto in Marocco nel

1990; quello tra Macedonia e Grecia costruito nel 2015; un altro è situato tra USA e Messico, risalente al 1994 o un altro ancora tra Bangladesh e Turchia... Creare barriere fisiche e mentali non migliora situazioni già delicate e instabili; i muri presenti in Europa e in America, infatti, sono stati eretti principalmente per fermare flussi migratori provenienti da numerosi paesi, che invece di cessare sono aumentati. Dopo i primi tre giorni, finito il lavoro di gruppo, ci siamo dedicati ad altre attività riguardanti il tema affrontato, quali la visione del il film “Welcome” che narra la storia di un giovane ragazzo curdo, di nome Bilahl, che cerca in tutti i modi, partendo dalla città di Calais, in Francia, di raggiungere Londra per potersi riunire alla sua fidanzata, ormai promessa sposa ad un altro uomo. Morirà nel tentativo di attraversare La Manica a nuoto, investito da una barca della “Royal Navy”. Abbiamo anche imparato a suonare una famosa canzone dei Pink Floyd “ The Wall”. Per finire, l’ultimo giorno, abbiamo completato, con la collaborazione del prof. di educazione tecnica la costruzione dello stereotipo


di muro, realizzato interamente con scatole da scarpe, e rivestito con fogli bianchi, ma con una breccia, simbolo che le barriere mentali e fisiche possono essere abbattute.

Articolo di Olivia Giovanelli e Matteo Zurlini


LE DONNE NEL MONDO E NELLA STORIA IL MURO DELLE DISCRIMINAZIONI CHE AFFRONTANO E HANNO DOVUTO AFFRONTARE Che ruolo hanno nella società attuale le donne? La discriminazione verso il loro genere è stata davvero sconfitta? In quali tratti della vita quotidiana possiamo individuare il maschilismo? Sono queste le domande che hanno portato le professoresse della classe 3G a dedicare la settimana alternativa al tema delle donne, i muri ideologici che la separano dall’uomo.

Abbiamo analizzato diverse pubblicità, guardato dei video che ci hanno permesso di riflettere su questo delicato tema. Abbiamo potuto capire come le donne hanno acquisito maggiori diritti dal punto di vista sociale ed economico. Soprattutto nei paesi più sviluppati, dove hanno avuto varie opportunità. Un esempio è la prima guerra mondiale, dove la figura femminile ha dovuto sostituire lavoratori e operai, partiti per la guerra. Da questo episodio le donne hanno, sempre di più, acquisito diritti ed importanza. Almeno nei paesi più sviluppati.

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Un’eccezione è l’India, dove è ancora presente una forte disuguaglianza tra uomini e donne: qui, il tasso di mortalità infantile è molto più elevato nelle bambine, il 35% delle ragazze non riceve cure mediche o sono totalmente prive di assistenza sanitaria. Nelle donne, anche, è alto il tasso di analfabetismo, dovuto dalla poca frequenza alla scuola, che porta a minori opportunità lavorative: tutto questo è causa della discriminazione per le donne, elevatissima in questo paese. In India, ancora adesso, le donne si occupano soltanto della cura dei bambini e della casa.

In altri paesi (come Asia, Africa settentrionale e Medio Oriente) il fenomeno di discriminazione verso le donne è molto presente.

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In questi e altri paesi, molte stelle al femminile hanno brillato nel firmamento dei diritti civili, illuminando il cammino dellâ&#x20AC;&#x2122;umanitĂ : Evita Peron, Indira Gandhi, Anna Eleanor Roosevelt, Aung San Suu Kyi e Malala Yousafzai. Sempre durante la settimana alternativa, con la prof di inglese, abbiamo approfondito la vita di Malala e quella delle donne in varie parti del mondo:

MALALA


Malala was born on July 12th 1997, in Mingora, the largest city in the Swat Valley, that now is a province of Pakistan. When she was 12 years old Taliban gunman shot to Malala, but she survived. After this she started to fight for the women's rights. Malala è nata il 12 luglio 1997 a Mingora, la più grande città della Swat Valley, una provincia del Pakistan.Quando aveva 12 anni dei talebani hanno sparato Malala, ma è sopravvissuta. Dopo questo ha iniziato a lottare per i diritti delle donne. Ha attirato la nostra attenzione, inoltre, il discorso di Malala tenuto all’ONU “Dear friends, on 9 october 2012, the Taliban shot me to the left side of the forehead. They shot, also, to my friends, they thought to silence us but they failed. Dear brothers and sisters, today is “MALALA’S DAY”, this isn’t my day,it is the every woman’s day, of every boy and of every girl that speak up for their rights. There are a lot of guys that they are fighting to arrive at their projects of education and peace. Dear brothers and sisters, today I want to win the fight of women's rights. Girls’ education is very important because every girl can be independent and fight for themselves.”

“Cari amici, il 9 ottobre 2012, i talebani mi ha sparato al lato sinistro della fronte. Hanno sparato, anche, ai miei amici, hanno pensato di metterci a


tacere, ma hanno fallito. Cari fratelli e sorelle, oggi è "IL GIORNO DI MALALA", questo non è il mio giorno, è il giorno di ogni donna, di ogni ragazzo e di ogni ragazza che parlano dei loro diritti. Ci sono un sacco di ragazzi che stanno combattendo per arrivare ai loro progetti di educazione e di pace. Cari fratelli e sorelle, oggi voglio vincere la lotta dei diritti delle donne. L'educazione delle ragazze è molto importante perché ogni ragazza può essere indipendente e combattere per sè stessa.” In parte del discorso, Malala, accenna alle donne nigeriane. Alcuni ragazzi della nostra classe si sono interessati all’argomento, cosi da approfondirlo: WOMAN IN NIGERIA/DONNA IN NIGERIA

With limited access to health services and education, patriarchal norms, and mounting violence, Nigerian women struggle to gain economic opportunities and equality. Common discriminatory practices, amplified by extremist groups, subject women and girls to dangers, including forced early marriage and the possibility they will face violence for going to school. Nigerian men do not value the economic contributions of their wives. They do not view the woman's job and household work as especially taxing.A national feminist movement was inaugurated in 1982, and a national conference held at Ahmadu Bello University. The papers presented there indicated a growing awareness by Nigeria's university-educated women that the place of women in society required a concerted effort and a place on the national agenda; the public perception, however, remained far behind.


Con un accesso limitato ai servizi sanitari e all'istruzione, norme patriarcali, e crescente violenza, le donne nigeriane lottano per ottenere opportunità economiche e uguaglianza. Pratiche discriminatorie, amplificate da gruppi estremisti sottopongono donne e ragazze a pericoli, tra cui precoci e forzati matrimoni e la crescente possibilità di violenza per andare a scuola, cosa mediamente fuori dal comune. Gli uomini nigeriani non considerano e apprezzano i contributi economici delle loro mogli, non pensano che il lavoro della donna e i lavori domestici siano particolarmente faticosi. Un movimento femminista nazionale è stato inaugurato nel 1982, a una conferenza nazionale tenutasi presso Ahmadu Bello University. I lavori presentati in questa occasione ci indicano una crescente consapevolezza da parte delle donne (con istruzione universitaria della Nigeria) che il loro posto nella società richiede uno sforzo esagerato e ,quasi totalmente, inutile. La percezione del resto della Nigeria, tuttavia, è rimasta molto indietro.


Con la prof.ssa di Scienze, invece, abbiamo affrontato l’argomento delle donne dal punto di vista scientifico, in particolare Rita Levi Montalcini:

Rita Levi Montalcini è stata l’unica italiana insignita di un premio Nobel scientifico (per la medicina e la fisiologia), ottenuto nel 1986, è stata anche la prima donna a essere ammessa all'Accademia pontificia delle scienze. Dal 1° agosto 2001 era senatrice a vita della Repubblica italiana. Contrariamente ai voleri del padre, proseguì negli studi e si iscrisse a medicina all’Università di Torino, dove si laureò nel 1936 con 110 e lode. La ricerca che l'ha portata a vincere un premio Nobel sta nella scoperta di un fattore utile per curare malattie come Alzheimer e SLA. Sebbene dichiaratamente atea, dono una parte del premio in denaro del Nobel per la costituzione di una sinagoga a Roma. Oltre che alla scienza, Rita Levi Montalcini ha insegnato altre cose. Ha vissuto i suoi 103 anni consapevole di ciò che le accadeva, e sicura di ciò che pensava. tra le suo frasi più celebri ricordiamo: ➔ “Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore e uniche coloro che usano entrambi.” ➔ “Qualunque decisione tu abbia preso per il tuo futuro, sei autorizzato, e direi incoraggiato, a sottoporla ad un continuo esame, pronto a


cambiarla, se non risponde più ai tuoi desideri.” ➔ “Tutti dicono che il cervello sia l'organo più complesso del corpo umano, da medico potrei anche acconsentire. Ma come donna vi assicuro che non vi è niente di più complesso del cuore, ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi. Nei ragionamenti del cervello c'è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni.” ➔ “Ho perso un po' la vista, molto l'udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent'anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente.” ➔ “Meglio aggiungere vita ai giorni, che non giorni alla vita.” ➔ “Se non riesci a ricordare dove hai messo le chiavi, non pensare subito all'Alzheimer; inizia invece a preoccuparti se non riesci a ricordare a cosa servono le chiavi.” ➔ “In America si lavora bene e si vive male. In Italia si vive bene e si lavora male.” ➔ “Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato.” Bloccato. Ma da cosa? La prof di Italiano invece ha preferito concentrarsi su questo argomento, un aspetto più attuale. Durante una sua ora, infatti la classe ha guardato un interessante video riguardante lo stereotipo femminile italiano e sull’uso del suo corpo in televisione. Che blocca e copre evidentemente l'intelletto femminile. Il documentario era intitolato “IL CORPO DELLE DONNE” , progettato e realizzato da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù. Erano molti i messaggi che il video voleva tramandare, ma certe cose sono davvero rimaste incise dentro di noi. “La TV ha un potere incredibile. Pur parlando del reale, rappresentando il reale riesce a dissimulare. La TV oggi ruba, deturpa, mina il paesaggio della coscienza di tutti. Ci toglie le radici e la fondamenta.” “Dopo anni di lotte e recriminazioni per eliminare la valletta muta affianco dei conduttori ecco che sta tornando in auge la bella ma silenziosa dama di compagnia.” “La presenza della donna in TV è una presenza di quantità, raramente di qualità.” Il messaggio del video è principalmente uno: “la donna sa davvero cosa vuole?”


Questi esempi di donne, portano alla divisione di due figure femminili.

Una forte, indipendente e determinata, che si pone obbiettivi e fa di tutto per raggiungerli, che ottiene il successo grazie a fatica, lavoro ed intelligenza.

Dallâ&#x20AC;&#x2122;altra parte invece abbiamo una figura superficiale che, per ottenere fama, si basa sullâ&#x20AC;&#x2122;estetica, le poche parole ed i sorrisi ammiccanti. Che tipo di donna vorresti diventare? Elena Sequino Emma M.Cotza, 3G


Bullismo Un muro da abbattere Un video che denuncia Durante la 'settimana alternativa', per sviluppare il progetto "Al di là del muro", un gruppo di ragazzi appartenenti alle classi 3E, 3C e 2G, con l'aiuto della prof. Termenini, ha realizzato un video riguardante il bullismo. Questo elaborato racconta la storia di una ragazzina presa di mira dai bulli della scuola. Certo i nomi non sono questi, ma il racconto è uguale a quello di molti adolescenti che, senza una ragione precisa, venivano e vengono sbeffeggiati da tutti. Un'idea dei ragazzi, quella di produrre il cortometraggio, per cui abbiamo deciso di intervistare gli attori per saperne di piÚ sul muro del

bullismo e su come possiamo abbatterlo. Intervistati: Giulia Traversa (ideatrice del progetto, voce narrante, montaggio video), Olmo Banchini (ideatore del progetto e attore principale). Quali sono le motivazioni alle basi della creazione di questo video? 38


Olmo: "La recitazione è sempre stata una mia grande passione, e appena ho saputo di averne la possibilità (per partecipare ad un concorso al quale il prodotto è stato inviato) ho deciso di coglierla al volo. Sono davvero contento del risultato ottenuto, anche perché mi sono divertito molto nella fase di realizzazione." Giulia: "In realtà ho sempre voluto recitare in un film e così, visto che anche Olmo condivide il mio desiderio, ho pensato che avremmo potuto crearci da soli la nostra <piccola pellicola>.Amo recitare, soprattutto se a favore di una buona causa come questa. Sapete, io conosco una ragazza che, come nella storia di Gaia, è stata vittima di bullismo e devo confessarvi che questo cortometraggio l'ho recitato e realizzato pensando a lei e alle sue scelte, non sempre giuste." Come vi siete organizzati? Giulia : "Inizialmente doveva essere un cortometraggio a colori, con battute, ma visto che le scene non erano riuscite come speravo, ho pensato di silenziare l'audio e trasformare il girato in bianco e nero, con in sottofondo la mia voce che raccontava. In questo modo ho cercato di rendere il video più d'effetto e di far impersonare gli spettatori." Olmo: "Io aggiungo solo che abbiamo scelto un giorno che sarebbe potuto andare bene a tutti e abbiamo registrato insieme." Qual è la tua opinione circa il bullismo? Giulia: "Il bullismo è qualcosa di stupido e di tremendamente egoista. Non riesco a capire la ragione della sua esistenza... Io e Olmo abbiamo voluto fare la nostra parte, anche se minima, per far capire al mondo cos'è davvero questo fenomeno. Probabilmente ci hanno ascoltato in pochi, ma la soddisfazione più grande è quella di aver dato il nostro contribuito per abbattere quel muro violento del bullismo." Olmo: "Allora... Penso che non esista un'opinione su questo tipo di argomento ; Ognuno nel suo piccolo può pensare come vuole, ma deve ammettere che il bullismo, oggettivamente, è sbagliato. " Infine alcune domande per Gaia, l'attrice principale: Ti sei immedesimata nel personaggio da te interpretato? "Sinceramente l'ho considerato come un ruolo teatrale, quindi ero piuttosto distaccata. Nonostante ciò penso che un bravo attore dovrebbe essere capace


di identificarsi nella parte che recita, ma immagino che sia una capacità che si acquista nel tempo." Quando hai scoperto la tua predisposizione teatrale? "Ho iniziato dei corsi di recitazione organizzati dalla scuola già in prima elementare, e li ho continuati anche una volta trasferita alle medie. Nell'ultimo spettacolo, ispirato agli scritti di Shakespeare, però, ho ottenuto solo parti come comparsa morta. (ride NDR) Ho trovato perciò questa esperienza come protagonista molto interessante."

Olmo Banchini Zoe Bergamini Beatrice Ubbiali 3E Video

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I Muri invisibili I muri sono certamente uno dei più importanti e gravi problemi del XXI secolo. Essi possono essere di tipo fisico e concreto oppure di tipo astratto e invisibile. Ovviamente, al giorno d’oggi, i muri concreti sono quelli che occupano maggiore spazio nei mass media semplicemente per il fatto che la divisione forzata fra persone o popoli ci colpisce e ci impressiona di più rispetto ad un muro razziale invisibile venutosi a creare tra due persone. I muri invisibili, anche se solo apparentemente meno gravi di quelli fisici, sono però un problema morale e sociale importantissimo perché sinonimo di separazione, di divisione e di chiusura nei confronti del prossimo. Essi sono purtroppo tanti e di vario tipo: i muri dell’indifferenza e dell’incomunicabilità, i muri dell’ignoranza e della discriminazione, i muri della paura e, infine, i muri che ci allontanano dalla realtà. I muri invisibili, secondo noi più importanti e di cui si discute di più, sono quelli dell’indifferenza e dell’incomunicabilità.

Tra noi adolescenti ha un significato particolare l’appartenenza al gruppo, che ci identifica sia come persone che come membri di una comunità. Spesso costruiamo dei muri invisibili nei confronti dei nostri compagni, come accade quando ci troviamo a seguire i leader, cioè coloro che decidono chi può considerarsi “in” o “out”, cioè chi rientra nelle simpatie del gruppo o chi viene 41


in qualche modo emarginato, a volte persino escluso. Ciò può accadere per varie ragioni, spesso insensate, come possono essere l’abbigliamento, una caratteristica fisica, un certo modo di fare o di essere. I leader, che sono quasi sempre i ragazzi più popolari, guidano il gruppo e decidono la “vittima” su cui far ricadere derisioni e prese in giro. Il poveretto diventa “lo sfigato” che, in generale, si comporta diversamente rispetto al gruppo. Le barriere ed i muri diventano sempre più alti e spessi per il compagno preso di mira che finisce per deprimersi, isolarsi e, fortunatamente in casi rari, compiere gesti estremi. In realtà, basterebbe poco per far sì che tutto ciò non accadesse. Invece di alzare un muro nei confronti di chi ci sta di fronte, sarebbe più opportuno capire gli altri punti di vista e sforzarci di costruire un ponte tra noi e gli altri.

Un altro tipo di muro da abbattere assolutamente è quello dell’ignoranza e della discriminazione. La mancanza di istruzione ha creato barriere insormontabili.

In classe abbiamo conosciuto la storia di Iqbal Masih, di Malala, delle bambine afgane che non possono più andare a scuola; storie che ci hanno fatto capire l’importanza dell’istruzione. L’istruzione è la soluzione, come confermano i fatti.


Tutti ricordiamo la storia di Malala, la giovane studentessa pakistana, che nel 2012 subì un attentato da parte dei talebani per aver voluto difendere il diritto allo studio. Sopravvisse e tornò a scuola in Inghilterra (dove tuttora vive) diventando un simbolo per tutte le ragazze. Anche in Europa ci sono casi di esclusione dall’istruzione, come accade nelle comunità Rom. Una delle cause principali dello sfruttamento minorile e, quindi, del mancato studio, è costituita dal diffondersi delle multinazionali che mettono in pratica la delocalizzazione, cioè spostano le loro sedi e industrie in Paesi dove il costo della manodopera è minore e spesso si utilizzano anche i bambini. Dove manca il cibo è difficile capire il diritto allo studio, perché la necessità primaria è quella di sopravvivere, ma tutti dovrebbero rendersi conto che investire nello studio è l’unico modo per costruire le basi di una società più giusta. Diffondere l’istruzione in questi Paesi significa abbattere il muro dell’ignoranza e costruire un ponte verso la società civile. “Un ragazzo, una maestra, una penna e un libro possono cambiare il mondo” (Malala) Negli ultimi anni ci sta colpendo duramente e moralmente il muro della paura provocato


maggiormente dagli attacchi terroristici messi in atto dai movimenti estremisti islamici. Il problema degli attentati terroristici è sicuramente uno dei più gravi del ventunesimo secolo. Questi attentati si verificano dall’11 settembre 2001, quando gli estremisti islamici dirottarono quattro aerei di linea, due dei quali si schiantarono sulle Torri Gemelle, un altro sul Pentagono e l’ultimo non provocò danni solo grazie all’eroismo dei passeggeri. Da quel momento abbiamo iniziato ad interrogarci su come sarebbe potuta evolversi la situazione a livello internazionale.

Negli ultimi anni il mondo intero è precipitato in un clima di terrore per una serie di nuovi attacchi terroristici: i principali in Europa sono stati l’attentato a Charlie Hebdo, quelli di Parigi del 13 novembre 2015, gli attacchi a Bruxelles di marzo 2016 e la strage di Nizza del 14 luglio 2016. Inoltre, la sera del 19 dicembre 2016 un camion si è schiantato contro un mercatino di Natale a Berlino, causando 12 morti e almeno 48 feriti. Insomma, negli ultimi anni l’Europa è stata il principale obbiettivo dei movimenti estremisti islamici, tanto che le principali capitali europee sono state blindate, perché si sentono sotto attacco. In questa situazione la nostra libertà viene molto limitata, non ci sentiamo più sicuri di viaggiare, ma neanche di vivere gli aspetti più normali della quotidianità, come andare al cinema o a teatro. Tutti noi abbiamo paura del terrorismo e temiamo giustamente per la nostra incolumità ed è esattamente quello che i terroristi vogliono. Questo è il vero e proprio muro della paura e noi dobbiamo reagire e continuare la vita di sempre: è l’unico modo per mettere fine al terrorismo. Riprendere la vita normale e riprendere a viaggiare è l’unica speranza per conservare la nostra libertà, per combattere l’odio ed il timore, l’unica maniera per abbattere quei muri invisibili che ci


impediscono di essere liberi. Il mondo è nostro, ed è nelle nostre mani. Tutti insieme possiamo costruire ponti verso gli altri, che ci conducano verso un futuro migliore. L’ultimo ma non meno importante muro è quello che ci allontana dalla realtà attraverso smartphone, tablet e computer.

È facile crearsi una dipendenza attraverso Internet, fino a vivere una “secondlife” dentro di esso. Questo porta le persone a staccarsi dalla realtà e a chiudersi dentro ad un muro creato da loro stesse. Ci sono diversi casi in cui questo fenomeno si è trasformato in tragedia: ragazzi che a causa di questa dissociazione dalla realtà non escono più di casa, si dimenticano delle loro vite e dei loro bisogni, oppure creano danni ad altre persone attraverso insulti online (cyberbullismo) o addirittura violenza diretta. Ormai è un fatto noto che il cyberbullismo danneggia le persone. Internet fa perdere la concezione della realtà, portando il bullo a non rendersi conto delle azioni che commette. Le vittime, invece, si rendono conto della gravità del messaggio fino ad arrivare all’isolamento e ad una solitudine eccessiva. Si creano muri che ci allontanano dalla realtà e diventano sempre più alti e sembrano insormontabili. Un altro problema sono i giochi online; dai videogiochi fino ai giochi d’azzardo possiamo notare che la dipendenza da essi non cambia. Sono davvero troppi i casi in cui si possono vedere ragazzi, adulti o addirittura bambini arrivare ad avere un bisogno così alto di gioco da perdere ogni contatto con il mondo esterno.


Questo chiaramente crea un muro, che divide queste persone della realtà e dalle proprie vite, lasciando che vengano risucchiate da queste realtà virtuali che in sostanza non sono niente. La risposta a questo problema è l’educazione. La società e la famiglia hanno il dovere di educare i ragazzi, facendo capire loro che Internet è uno strumento utile ma anche molto pericoloso, che la vita è una sola e va vissuta nel migliore dei modi, non passandola a guardare in basso, chinati sul proprio telefono. In fondo, la relazioni sociali, gli amici, la famiglia e chi ti sta intorno sono tutto quello che ti serve per vivere una vita felice. Abbiamo visto ed analizzato tutti i tipi di muri e alla fine ci si accorge quanto essi siano spessi ed elevati verso l’alto, ma non bisogna mai dimenticarsi che i muri li abbiamo costruiti noi e come li abbiamo costruiti possiamo senza dubbio abbatterli. Questo sarà possibile se ricorderemo sempre che il mondo appartiene a tutti in ugual misura, che tutti gli esseri umani hanno stessi diritti e stessi bisogni e che le relazioni umane, con i sentimenti e le emozioni che ne derivano, sono la motivazione profonda della nostra vita. Articolo di Gian Marco Gnappi e Rebecca Cabrini 3A


Che fare allora per abbattere i muri? leggiamo…meditiamo… ci informiamo… andiamo a teatro… Cominciamo con l’abbattere i muri dell’indifferenza e dell’ignoranza

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Un libro ponte… Camilla che odiava la politica

“Capitum”,”Polis”,”Ministrum” capire, partecipare, servire:sono le parole che nel romanzo di Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport, assumono il significato e il valore della politica. Questo romanzo parla di Camilla,una bambina di dodici anni che vive a Paludate S.F,un paesino dove tutti conducono una vita tranquilla. Da quando è morto il padre Roby, la vita della bambina, però, è spaccata in due come una mela: la prima parte è stata dolce e piena di succo,la seconda è amara e con il verme dentro. 48


Camilla vive insieme a sua madre, resa anche lei fragile dalla scomparsa del marito e a suo fratello Chicco che riesce a comunicare col padre attraverso una statuetta di legno costruita da nonno Stelio. Roby era una persona altruista e generosa che aveva un sogno:costruire ponti. Quando camminava tra le montagne immaginava ponti che collegassero le vette. Il prof. Sassi, il suo insegnante alla facoltà di ingegneria, gli aveva spiegato però che i ponti più belli sono quelli che si costruiscono tra le persone. Roby era stato sindaco di Paludate ed era ammirato e apprezzato da tutti. In seguito il prof. Sassi era diventato primo ministro, mentre Roby era diventato onorevole. Un giorno Roby venne arrestato da alcuni poliziotti che lo trovarono con diverse cassette piene di soldi, perciò fu accusato di corruzione e incarcerato. Per la vergogna Roby decise di suicidarsi infilando la testa in un sacchetto di plastica. Da quel giorno Camilla è terrorizzata dai sacchetti ,anche se dentro un peluche ne conserva uno come ponte del ricordo e quando è triste infila la testa nel sacchetto e questo gesto le dà conforto. Camilla ,dopo il suicidio del padre, odia la politica in quanto ha causato la morte del padre. Tuttavia Aristotele, un barbone che vive accompagnato da cani, gatti e sacchetti di plastica, le fa cambiare idea. Aristotele riesce a spiegare a Camilla la politica attraverso tre parole: “ capito”, “polis” e “ministrum”, che in breve significano “capire”,”partecipare” e “servire”. Per “capito” si intende che il politico deve capire le esigenze dei cittadini e cercare di soddisfarle. La qualità migliore di un politico è l’ascolto: in questo modo la politica diventa un ponte che unisce quelli che comandano a quelli che obbediscono.


“Polis”,invece, è il nome da cui deriva la parola politica: è l’antica città greca, dove tutti i cittadini prendono parte alle decisioni e dove si realizza la volontà della maggioranza, cioè la democrazia. Essa si esercita per rappresentanza, in quanto i cittadini eleggono i propri rappresentanti in parlamento. I partiti sono gruppi di politici che hanno le stesse idee e i soldi servono per fare politica,spiega Aristotele. Per “ministrum”si allude al fatto che i politici sono i servitori dei cittadini e devono essere al loro servizio per risolvere ogni tipo di problema. Il sindaco che è stato eletto dopo la morte di Roby è il padre di Giampi,un ragazzino che fa continuamente dispetti a Camilla. Quest’uomo invece di ponti crea muri, come quella volta che si è rifiutato di terminare la costruzione della nuova scuola per soddisfare le sue esigenze personali. Camilla cerca di dimenticare le sue preoccupazioni e le sue rabbie praticando sport,prima nella Paluvolley e poi nella Palurugby. Aristotele vive, in quanto barbone, ai margini della società ,tuttavia alla messa di Natale il prete lo fa entrare in chiesa; molti lasciano la messa, contraddicendo così lo spirito del Natale. Il barbone chiede aiuto per portare con sé le sue cose, ma soltanto Camilla si offre di aiutarlo. Il giorno dopo Aristotele chiede di poter incontrare la famiglia di Camilla. Aristotele si presenta con la barba e i capelli tagliati e in quel momento la mamma di Camilla riconosce il prof. Sassi. Il professore spiega che i soldi non erano di Roby ma suoi,ed era quindi colpa sua se il padre di Camilla si era ucciso. Spiega poi di aver vissuto da barbone per cinque anni per scontare le sue colpe e confessa di aver anche lui tentato il suicidio. Egli ha anche un favore da chiedere alla mamma di Camilla: di perdonarlo.


Inizialmente la mamma non ha intenzione di farlo,ma successivamente capisce che si è pentito veramente e che si merita il perdono. Il regalo che fa Aristotele è,invece,incredibile:il prof. Sassi in quei sacchetti ha conservato per molto tempo tantissimi soldi e adesso vuole regalarli a Camilla,che è stata l’unica ad aiutarlo. La mamma si rifiuta di accettarli in quanto sono sodi “sporchi” che hanno causato la morte di Roby; Camilla le fa capire che quei soldi potevano essere usati per fare del bene. Un po’ di tempo dopo la mamma di Camilla viene eletta sindaco e insieme al prof. Sassi e a Camilla costruisce una scuola dove vengono soddisfatte le esigenze di tutti : La scuola della gentilezza. Ho trovato molto efficace la scelta dell’autore di servirsi di Aristotele,un politico travestito da barbone filosofo,per spiegare con solo tre parole a una bambina il senso profondo della politica. Camilla, prima di incontrare il barbone,era convinta che il termine politica derivasse da polipo in quanto le aveva portato via il padre. Il romanzo tratta anche altri temi come i problemi dell’adolescenza ( bullismo ..) e lo sport viene rappresentato come luogo in cui i giovani possono liberare le loro tensioni. La vita è rappresentata dall’autore come una scalata durante la quale non ci si deve mai arrendere. “Camilla che odiava la politica” è un romanzo interessante e coinvolgente che consigliamo a tutti di leggere.

Giovanni Scati- Benedetta Baroni III B


un romanzo Per non dimenticareâ&#x20AC;Ś

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“Il nazista mi puntò il fucile in mezzo agli occhi. Poi ci guardò dentro. E fece salva la mia vita”. Anch’io ho cercato di guardare dentro gli occhi di Liliana Manfredi, autrice de “Il nazista e la bambina”, quando è entrata nel teatro della mia scuola per parlarci della sua esperienza. Ho visto due occhi marroni pungenti e uno sguardo molto intenso, che mi ha colpito. Ho percepito che le persone possono parlare guardandosi negli occhi, anche stando in silenzio. Liliana Manfredi è una donna di ottantasei anni, minuta e di poche parole. Ha avuto il coraggio di raccontare, in un libro, la sua drammatica esperienza. Quando era bambina i nazisti hanno sterminato tutti gli abitanti della Bettola e reso al suolo il suo paese, per rappresaglia. Lei è l’unica sopravvissuta alla strage di quel lontano 24 giugno 1944, la notte di San Giovanni. L’ha salvata un soldato nazista dopo averla guardata negli occhi, mentre era accovacciata in un prato con tre pallottole in corpo e un piede rotto e la paura nel cuore. Le cure di un medico austriaco e poi la giovinezza passata in orfanotrofio le hanno permesso di continuare a vivere, nonostante la solitudine e la difficoltà. Durante l’intervista, Liliana Manfredi ha risposto con calma e con poche parole. Un ragazzo le ha chiesto: “Se incontrasse il nazista cosa gli chiederebbe?” Liliana Manfredi replica così: “Il perchè lui mi ha salvata. Forse, secondo me, si è vergognato di quello che aveva fatto o, forse, ha provato pietà vedendomi”. Un altro ragazzo le ha posto questo interrogativo. “Se avesse avuto la possibilità, si sarebbe vendicata?”


L’intervistata dice che non l’avrebbe mai fatto perché non è una persona vendicativa. Tutte le parole di Liliana Manfredi mi hanno colpito molto, perchè in esse non ho mai trovato sentimenti di odio verso chi le aveva portato via tutto: la sua famiglia, la casa, gli amici e il suo paese. E’ una persona di animo gentile e molto coraggiosa. Leggendo il suo libro e ascoltando le sue parole sono riuscito a immaginare l’orrore della guerra e “l’inferno” vissuto da una bambina di undici anni. Nell’ultima pagina Liliana Manfredi parla del sogno che coltiva e che vorrebbe vedere realizzato prima di andarsene. Riporto le sue parole riferite all’assassino della sua famiglia e che è lui che l’ha salvata: “Coltivo il sogno che ci sia un limite oltre il quale l’uomo ritorna in sè e trova la forza di cambiare non solo se stesso, ma tutto il mondo”.

Edoardo 3D


Un film per ricordare ciò che è stato

LA STORIA DI LILLY: DAL LIBRO “IL NAZISTA E LA BAMBINA” A “LA RUGIADA DI SAN GIOVANNI”. Nuova luce sull’eccidio della Bettola, avvenuto sull’Appennino reggiano, per non dimenticare. La vicenda, tratta dal libro di Liliana Manfredi “Il nazista e la bambina“, si svolge alla Bettola, una piccola frazione di Vezzano sul Crostolo. Il piccolo paese è costituito da una locanda, alcune case e un ponte sotto il quale scorre il torrente Crostolo. Quest’ultimo è un importante collegamento per il passaggio dei nazisti lungo la linea gotica. È la notte del 22 giugno 1944 quando un gruppo di partigiani scende dal bosco e si dirige verso il ponte con l’intento di farlo esplodere, rendendo così più difficile il transito dei tedeschi. Per qualche motivo, forse per la loro ignoranza, forse per il destino, la missione non va a buon fine e il ponte rimane intatto. 55


Il mattino seguente gli abitanti della zona riprendono a lavorare, nonostante la paura per quello che è successo la notte precedente. Tra di loro vi sono i Predieri, una famiglia di sfollati, e Rosa, una donna il cui marito è disperso in guerra. Vivono tutti alla locanda, insieme ad altre persone. Nella casa di fronte, invece, vivono la famiglia Prati e la famiglia Spadacini. Qui vive anche Lilly, una bambina sempre allegra e vivace, tanto curiosa di sapere cosa accade là fuori e cosa sono quei tre buchi sul ponte che hanno fatto capire agli abitanti quanto sia loro vicina la guerra. Tutto sembra essere tornato alla normalità, o almeno così tutti credono; invece la sera stessa i partigiani tornano alla Bettola per portare a termine il loro intento, ma questa volta scoppia uno scontro a fuoco con una pattuglia di soldati tedeschi. Rimane in vita solo un soldato che, oltre a uccidere gli altri partigiani, corre subito dal generale a dare l’allarme. Quindi un gruppo di nazisti partiti da Casina si reca presso la piccola frazione. “Uccideteli tutti!” è l’ordine a cui devono obbedire. L’eccidio della Bettola si svolge nelle più svariate forme di violenza: avvengono fucilazioni, alcune persone vengono ammazzate semplicemente di botte. Liliana vede morire la sua famiglia: è solo nascondendosi sotto il letto dove giacciono i corpi senza vita dei nonni che riesce a sopravvivere con tre pallottole di mitra piantate nel corpo e una gamba rotta a causa di un salto di sei metri per fuggire dalla casa in fiamme. Quella notte persero la vita 32 civili. Il 24 giugno 1944, il sole si rifiutò di illuminare quell’orrore, cercando di nascondere a coloro che erano arrivati in cerca di superstiti quanto crudele e insensata potesse essere la guerra. Dopo la visione del film, al cinema D’Azeglio, ci hanno raggiunto anche la scrittrice del libro Liliana Manfredi e il regista e la sceneggiatrice del film Christian Spaggiari e Samanta Melioli, disponibili a rispondere alle nostre domande. Il film è molto ben fatto, la storia è ben strutturata e si attiene alle descrizioni del libro. Avendo fatto le riprese proprio nel posto dell’accaduto è coinvolgente ed emozionante e ci fa “vivere” la crudeltà e l’orrore della guerra con alcune scene forse un po’ cruente. Per noi è stato importante vedere il film perché, oltre ad aiutarci a comprendere appieno la storia dell’eccidio, ci ha stimolato a pensare a come la violenza si manifesta oggi, alle guerre che ci sono nelle altre parti del mondo e al bisogno, all’importanza della pace. Claudia Bottazzoli Simone Frescura 3D


La memoriaâ&#x20AC;Ś

la chiave di volta del ponte 57


Il 31 gennaio 2017,il deportato sopravvissuto al campo di sterminio di Buchenwald, Gilberto Salmoni, ha portato la sua testimonianza fino a Parma, all’Auditorium Paganini. Dopo l'introduzione di Margherita Becchetti, del Centro Studi Movimenti, che ci ha introdotto la sua storia, il signor Gilberto Salmoni ha iniziato a raccontare con voce decisa la sua esperienza, partendo dal principio, il giorno della sua nascita, a Genova, nel 1928. Man mano che raccontava, la voce così forte ha iniziato ad addolcirsi, a volte commovendo si un poco, tuttavia senza scomporsi troppo. Gilberto ci ha raccontato dell’inizio della tragedia che gli ha cambiato la vita: nel 1944 viene arrestato dalla Milizia della Repubblica di Salò presso la frontiera svizzera, sul Passo della Forcola, mentre cerca di scappare con tutta la sua famiglia dopo la divulgazione delle leggi razziali. Inizialmente viene portato al campo di Fossoli, dove rimane però poco tempo, e viene quindi trasferito a Bolzano. A questo punto ci ricorda il suo primo viaggio, in un vagone chiuso e con sufficiente spazio, dove si era trovato bene. Racconta invece, con più sgomento, il secondo viaggio, terribile, su un treno dove si stava in centinaia su un solo vagone, a volte all’aperto, senza neppure un luogo per fare i bisogni. Il tutto per ben 12 ore! Dopo essere stato a Bolzano, accade una delle cose peggiori per lui: viene separato dalla famiglia. I genitori e la sorella, a causa della loro invalidità, sono costretti ad andare ad Auschwitz, lager più temuto, andando incontro a una morte quasi certa, mentre lui e il fratello sono smistati a Buchenwald, in Germania, campo di minore importanza e con una minore “fama di morte”.


È qui che Gilberto passa il suo ultimo anno di prigionia, lavorando duramente, dodici ore al giorno e in qualsiasi condizione meteo, e vivendo in condizioni critiche. Il cibo è sempre scarso, ma la cosa che Salmoni soffre maggiormente è il sonno, con la sveglia all’alba, alle quattro del mattino. Lo impressionano le sale di tortura e di morte che si trovano sotto al crematoio, nonostante affermi di non aver assistito o subito forme di violenza. Solo uno schiaffone che ricorda molto bene, per non aver tolto il cappello davanti a un nazista. Durante questo periodo avviene un altro fatto drammatico per Gilberto: la scomparsa del fratello, a cui era molto legato, scappato nella “Foresta dei Faggi” che si trovava all’esterno del campo. Inoltre Salmoni scopre un’altra cosa di cui era stato per tanto tempo all’oscuro: all’interno del campo si era formata una sorta di gruppo clandestino, a cui il fratello partecipava, che cercava di contrastare e opporsi ad alcune manovre naziste e aiutava i prigionieri più malmessi, ottenendo porzioni extra di cibo e giorni di riposo. Salmoni conclude ricordando il giorno della liberazione, ponendo fine alla paura di dover compiere una di quelle lunghe e stremanti marce per cambiare campo a causa dell’avanzata americana. Del fratello non ha più avuto notizie. Per noi ragazzi assistere ad una testimonianza così toccante e coinvolgente è stata sicuramente un’esperienza indimenticabile ed irripetibile in quanto ci ha portati verso una strada comune, quella della non violenza, della tolleranza e del rispetto. La memoria è il futuro, la chiave di volta del PONTE tra noi e gli altri. Dall’altra parte del PONTE gli altri siamo NOI. Claudia Bottazzoli 3D


Yoga Per una meditazione

â&#x20AC;&#x153;alternativa" Nell'Istituto Fra Salimbene, per 9 classi, la settimana del 1 febbraio si è svolta in maniera differente dalle altre. Proprio per questo motivo le è stato dato il nome di "alternativa". In questi gradevoli giorni gli insegnanti aderenti all'iniziativa hanno sospeso il programma per concentrare l'attenzione di noi ragazzi sul tema "Muri e ponti".Essi, che siano materiali o ideali, ci circondano in molti aspetti di vita quotidiana. (Musica, politica etc...) La frase che ci ha accompagnato durante il percorso interdisciplinare è stata : "Abbattere muri, 60


costruire ponti." A questo fine , alla classe 3E è stata proposta dalla prof.Bonfrate un'esperienza di yoga. Questa antica disciplina affonda le proprie radici circa 250 anni prima della nascita di Cristo. Pone come obbiettivo il raggiungimento di un collegamento tra corpo e mente e di un atteggiamento positivo verso il mondo intero. Abbiamo svolto il nostro laboratorio nel corso di due ore, nell'aula magna del plesso elementare Jacopo San Vitale. Il materiale utilizzato era costituito da: -materassini specializzati; -cuscini; incenso da bruciare; -coperte/plaid (portati da noi per garantire un comfort totale ed un ambiente familiare); -fogli e colori. Nello yoga la figura di un maestro è necessaria. Noi siamo stati accolti da Eugenia Calunga (un volto familiare, in quanto mamma di una nostra compagna) e dalla sua stimata collega. L'attività didattica è stata divisa in 3 fasi. 1) Fase attiva. Dopo alcuni gesti per eliminare le tensioni muscolari abbiamo realizzato 3 posture ricorrenti. Queste ultime sono : l " albero" , la "foglia" e un'apertura simile al "cammello". Al contrario di quanto si possa pensare, però, questo tipo di meditazione non è solo l'eseguire posizioni. Perciò, camminando lentamente, in cerchio, abbiamo focalizzato il nostro pensiero sui passi. Sebbene siano fondamentali, a questi piccoli movimenti non diamo mai abbastanza importanza. 2) Rilassamento, diviso in due momenti distinti. Inizialmente ci sono stati concessi dieci minuti da dedicare a noi stessi, spendendoli a nostro piacimento. Infine abbiamo seguito istruzione dettate in tono pacato e sincero, che ci hanno portato ad un livello a noi sconosciuto di abbandono del corpo. 3) Restituzione. Le posizioni effettuate avevano rappresentato per noi un muro o un ponte? Attraverso il mezzo che più preferivamo (poesia, disegno ,breve testo...) eravamo liberi di esprimere il nostro parere senza alcun giudizio.


Abbiamo gradito molto questa conclusione; crediamo infatti che un aspetto fondamentale ,per ogni adolescente, sia la possibilità di poter manifestare le proprie idee in libertà, ponendole esattamente sullo stesso piano di quelle altrui. L'esperienza è stata apprezzata da tutti noi perché, nonostante ci risultasse estranea, al suono della campanella abbiamo lasciato l'aula con una raggiunta armonia. Ringraziamo sentitamente la nostra professoressa e le professioniste per la splendida opportunità che ci hanno donato.

Video realizzato dalla Prof.Bonfrate

Olmo Banchini, Zoe Bergamini, Beatrice Ubbiali 3E


Filmato “La scuola”

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Prova di Democrazia per sconfiggere i muri dell’indifferenza e avere cura dell’altro… Lunedì 13 febbraio la classe 2^D ha partecipato a una prova di seduta democratica nella sala comunale di Parma. Entrata nell'edificio, guidati da Marco, esperto di storia locale, ha osservato e analizzato due allegorie di Parma, affrescate sulle pareti, a ricordo e monito di due importanti momenti storici della città: pacifica e bellica. In un secondo momento gli studenti si sono confrontati con la simulazione di una seduta possibile del Consiglio comunale in cui erano presenti il sindaco (Lorenzo Calzi), un presidente (Matilde Galuppo), un assessore comunale (Yasmin Omar) e quattro gruppi, ognuno con le sue proposte per discutere sui “mancati finanziamenti per le biblioteche” della città : Il “Sindaco” e il “Presidente del Consiglio”.

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gruppo A:NO bisogna trovare i finanziamenti gruppo B:SI ma bisogna assumere giovani gruppo C:NO tagliamo il numero delle biblioteche gruppo D:favorevole alla giunta Alla fine delle votazioni, nella massima libertà di votare anche l'idea non sostenuta dal tua gruppo, ma semplicemente la migliore, il vincitore è risultato il gruppo B , ossia l'assunzione di giovani per il l'attività in biblioteca. Terminata la seduta la classe soddisfatta ha lasciato la sala, ripromettendosi di assistere al piÚ presto a una vera seduta comunale.

Alcuni ragazzi seduti nei seggi Comunali.

Articolo di Tommaso Testoni, Edoardo Artoni e Matteo Varricchio 2D


Le cittaâ&#x20AC;&#x2122; invisibili Un sogno possibile

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Da dove siamo partiti Italo Calvino Nato nel 1923 a Cuba, trascorre l'infanzia e la giovinezza a Sanremo. Partecipa alla lotta partigiana, dalla cui esperienza trae ispirazione per scrivere “Il sentiero dei nidi di ragno”( il suo primo romanzo). Scompare a Siena nel 1935. Tra le sue opere citiamo: 'Il visconte dimezzato', 'Il barone rampante', 'Il cavaliere inesistente', 'Se un notte d'inverno un viaggiatore', 'Le città invisibili'. Quest'ultimo, realizzato nel 1972 ed ambientato in un lontano 1280, ha come protagonisti Kublai Khan, imperatore della Cina, e il noto viaggiatore Marco Polo. I due dialogano sulle città presenti nell'immenso regno orientale.

Noi ragazzi, trascinati dall'idea della professoressa Rosetta Termenini, abbiamo analizzato gli scritti e le descrizioni per realizzare sculture basate sulla nostra interpretazione. Zoe Bergamini, Beatrice Ubbiali 3E

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le nostre cittĂ invisibili

lavori in corso


Il prossimo servizio sarĂ un reportage della mostra del 1 aprile


Il quotidiano in classe Il progetto della gazzetta di parma


Le nostre interviste FILIBERTO MOLOSSI Non poteva che fare il giornalista uno come lui, legato da generazioni alla Gazzetta di Parma. Filiberto Molossi inizia abbastanza presto la sua carriera di giornalista, tanto che già ai tempi del liceo comincia a scrivere qualche articolo, senza neanche terminare l’università. Data la sua grandissima passione per il cinema, è critico cinematografico, cosa

che lo ha portato a conoscere diverse celebrità. Qualcuno gli domanda se quando incontra qualche personaggio famoso lo stupisce o lo delude e lui risponde che certe volte gli è capitato di pensare grandissime cose, per poi rimanere deluso ad un incontro a tu per tu. Lui stesso si dichiara schiavo delle tecnologie, tanto al lavoro, quanto nella vita privata. 72


Proprio per questo si sentiva in dovere di scrivere un articolo inerente a questo tema, sempre più presente nelle case di tutti. In questo pezzo ci tiene a esprimere bene le sue opinioni: prima fra tutte quella che internet abbia dato libero sfogo agli ignoranti, che sono spesso (purtroppo) imitati. Si capisce da come ne parla, che il suo mestiere gli deve piacere molto, tanto che lui stesso afferma che per farlo, bisogna fare grandi sacrifici, oltre che essere esposti e aperti alle critiche altrui. Non si sarebbe mai aspettato di fare il giornalista e infatti da ragazzo non lo aveva nemmeno preso in considerazione, mentre poi, come scoprì più tardi, seguì la strada che suo padre avrebbe voluto per lui. Ama fare il giornalista, ama scrivere articoli e ama vedere il frutto del suo lavoro pubblicato sulla Gazzetta, leggerla e sfogliarla molto più che captare qualche notizia qua e là sul cellulare. Nemmeno lui sa, però, se la carta stampata avrà più un futuro, anzi, dice che sarà proprio la nostra generazione a deciderlo. Infatti, già rispetto a quando non esisteva ancora internet, il suo lavoro è cambiato molto. Tutto il procedimento di scrittura, che una volta si faceva a macchina, ora si può fare tranquillamente con ogni tipo di dispositivo elettronico, dotato peraltro di molte più possibilità. Le notizie, così come i fatti, si possono sapere in tempo reale anche essendo dall’altra parte del mondo sul divano di casa propria, cosa che rende molto più facile per lui e i suoi colleghi documentarsi. E’ cambiato il modo di fare giornalismo, cioè il modo di presentare le notizie ai lettori, che, siccome disponibili anche su internet gratis, devono essere attraenti e piene di particolari inediti. Tuttavia, però, cambierà il modo di dare e ricevere notizie, ma l’uomo sentirà sempre la necessità di sapere e essere informato. CLASSE 2A

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DIVERTIRSI CON INTELLIGENTE

I

GIOVANI

IN

MODO

Mercoledi’ 15 Febbraio, la classe 2^D dell’istituto comprensivo Fra Salimbene grazie al progetto “Quotidiano in classe”, affrontato col professor Campanini, ha avuto l’opportunita’ di avvicinarsi al mondo del giornalismo e l’onore di intervistare Francesco Silva noto giornalista e vicedirettore di tv Parma, da poco in pensione.

Il primo argomento trattato e’ stato il cambiamento del giornalismo nel corso degli anni e le sue possibili cause. “Il giornalismo e’ cambiato sia strutturalmente che concettualmente” dice un sorridente Francesco e prosegue spiegando che con la comparsa della tecnologia, a sua detta molto incisiva in questo campo, il giornalismo nel raccogliere e inviare informazioni ha acquisito rapidita’ e nello stesso tempo ha reso il lavoro meno complesso. Inoltre sono cambiate anche le esigenze dei lettori, di conseguenza i giornalisti si sono dovuti adeguare diversificando gli argomenti da trattare: in passato il tema spiccante era la cronaca nera, ritenuta scontata, ora viene messa in secondo piano, preceduta dalla politica. Un altro tema affrontato con Francesco e’ stato quello della “derisione”, argomento importante e soprattutto molto attuale. “La derisione é accettata solo ed esclusivamente se prima si sa ridere di sé stessi.” “Il deridere gli altri e’ da deboli.” Sono queste le frasi con cui Francesco ha fatto riflettere i ragazzi. Questa tematica dovrebbe essere affrontata e approfondita piu’ spesso, dobbiamo combattere la “crudelta’ gratuita” che i ragazzi, ignari della gravita’ delle conseguenze, diffondono. 74


Durante il corso dell’intervista Francesco ha piu’ volte ribadito le qualita’ che in un giornalista non possono proprio mancare: “Un giornalista deve essere curioso e per questo suo intento e’ avvantaggiato da internet che puo’ fungere da grande enciclopedia; la curiosita’ deve essere accompagnata dall’umilta’. A tutto questo si aggiungono precisione e obiettivita’, fondamentali in questo campo.” I ragazzi hanno apprezzato tantissimo questo incontro ed hanno per un giorno “giocato a fare i giornalisti”, incontrando una persona estremamente interessante che ha saputo mettersi in contatto immediatamente con loro con semplicita’ e simpatia. E’ stata una giornata che non dimenticheranno facilmente e che magari ispirera’ le loro scelte future. Picciotti Caterina, Ferrari Isabella, Bernini Beatrice, Tintori Viola 2D


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Quando le emozioni non hanno confini Lettera agli attori dello spettacolo AL Teatro al Parco ACROSS THE UNIVERS Parma 15/12/2016

Cari Attori, sono una studentessa della scuola Fra Salimbene di Parma e frequento la classe 3D. Sono stata molto contenta di vedere il vostro spettacolo al Teatro delle Briciole, soprattutto perché erano anni che non partecipavo a una rappresentazione teatrale. Tutto è iniziato con una scena, a mio parere, molto significativa: quella del minuto di vita. Essa, dal punto di vista morale, ci dà prova della brevità della nostra esistenza. Ci spinge, perciò, a vivere appieno ogni giorno della nostra vita. 77


Un’altra scena molto apprezzata, almeno da parte mia, è stata quella della maratona per raggiungere la fine dell’universo. Scientificamente parlando, esso è in continua espansione. L’uomo, però, prova sempre a dare delle risposte alle sue domande e, anche in questo caso, ha tentato di arrivare al termine di un cosmo a suo malgrado infinito. La scena è stata studiata nei minimi dettagli e mi piaciuto molto il selfie scattato durante la missione! Sembrava quasi voleste fermare il tempo con una foto, come se bastasse riguardarla per provare le emozioni sentite allo scatto… è così che funziona oggi del resto… Devo dirvi che vedendo il vostro spettacolo mi è venuta voglia di fare l’attrice… Magari per la vostra naturalezza o per la “facilità” con la quale ci avete mostrato il vostro lavoro. Forse è meglio che resti solo un sogno nel cassetto perché penso che non sia la strada adatta a me. Vi faccio i complimenti per lo stile con cui avete deciso di trasmetterci le vostre idee. Suddividere lo spettacolo in molti sketch mi è sembrata un’ottima modalità, anche se ha reso la comprensione meno facile: uno spettacolo per nulla scontato. Dovete sapere che nella nostra classe da quest’anno ci sono due ragazze africane che parlano solo inglese. Hanno assistito anche loro alla rappresentazione teatrale e non sono servite tante traduzioni da parte mia: hanno compreso le vostre idee superando l’ostacolo della lingua. Credo dobbiate essere orgogliosi di questo. Infine, vi voglio ringraziare perché mi avete dato un’importante lezione: con la vostra rappresentazione mi avete dato prova di quanto sia piccola in un universo infinito ed enorme. Vi ringrazio per questa opportunità e vi faccio i complimenti.

Claudia, 3D


INTERVALLO SOLIDALE 2016


Un Natale all’insegna della CULTURA

Mercoledì 14 dicembre 2016, come ormai da tradizione, la scuola Fra’ Salimbene ha organizzato la “Merenda solidale”, utile sia per creare un fondo di solidarietà della scuola sia per l’acquisto di libri di narrativa per Liberspazio, la nostra biblioteca alunni. Le classi organizzatrici, la 3B, 3D, 2G, 2B, hanno allestito un tavolo per ogni piano della scuola e ogni alunno ha preparato qualcosa di dolce o salato da vendere ai ragazzi delle altre classi. L’intervallo, esteso per l’evento a 30 minuti, ha dato tempo alla moltitudine di studenti di acquistare cibi e bevande come merenda. Hanno partecipato all’iniziativa anche gli 80


insegnanti, che hanno organizzato e supervisionato, lasciando però agli alunni una certa autonomia nell’organizzazione del banchetto e nel momento della vendita. Infatti, ogni ragazzo aveva il suo ruolo: c’era chi doveva vendere, chi doveva controllare, chi contava i soldi, chi faceva il cassiere e chi, senza farsi vedere, prendeva un pezzetto di torta mangiandolo di nascosto! Durante la merenda sono anche state scattate delle foto, visibili qui sotto. Al suono della campanella, che segnava la fine dell’intervallo, le classi organizzatrici sono andate ad offrire agli insegnanti degli altri piani le pietanze rimaste e così è avvenuto un bel momento di condivisione. Infine, i ragazzi referenti hanno contato il ricavato: complessivamente sono stati ricavati circa 930 euro! La “Merenda solidale” è stata una bella esperienza, un piccolo compito di responsabilitaà per noi alunni: impegno, organizzazione e condivisione sono state le parole chiave di questa “storica” iniziativa solidale, di aiuto e supporto alla comunità scolastica. Sicuramente questa è stata un’ iniziativa molto apprezzata perchè ci ha dato l’opportunità di contribuire, anche nel nostro piccolo, a risolvere un grosso problema che colpisce famiglie a volte più vicine di quanto crediamo. Inoltre è stato divertente e costruttivo prepare e vendere ai nostri compagni cibi preparati con le nostre mani. A volte basta un piccolo gesto per essere grandi. Frescura-Bottazzoli 3D


Sabbioneta La nostra scuola anche questâ&#x20AC;&#x2122;anno ha organizzato per i ragazzi delle seconde una visita a Sabbioneta, la bellissima cittĂ ideata, sognata e voluta da Vespasiano Gonzaga. Noi abbiamo documentato questa bella esperienza in un drive che potrete vedere cliccando questa foto del Principe di Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga, un signore ambizioso, ma anche estremamente colto, grazie al quale possiamo fare un vero viaggio nel passato, il Rinascimento. La classe 2G

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Parma bell’arma Alla scoperta della nostra città dei suoi tesori d’arte E delle sue tradizioni culinarie 83


VISITA ALLO CSAC IL VIDEO DELLA 3D

In febbraio alcune classi Terze hanno svolto un'uscita didattica al Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC). Scesi dall'autobus gli alunni delle rispettive classi, dopo aver varcato l'ampio giardino, sono entrati nella grande abazia. Subito le classi sono state divise, e ad ognuna è stata assegnata una guida che le avrebbe accompagnate lungo il loro percorso. L' uscita è stata incentrata sull’immagine della donna nella comunicazione del Novecento, un’immagine strettamente legata ai vari momenti storici che hanno scandito le tappe dell’emancipazione femminile nel secolo scorso. Naturalmente la guida non ha potuto tralasciare la storia dell'abazia che ospita lo CSAC: ideata da Gerardo Bianchi, ci volle per un secolo per realizzarla! Nella sala Ipogea, un luogo sotterraneo e con poca luce che filtra dalle finestre si trovavano diverse sculture, tra le quali il “Volto sfasciato” di Igor Mitoraj. 85


Dalla Sala Ipogea la classe si è spostata nel refettorio dell'abazia (detta “sala delle colonne” per via delle numerose colonne ai lati). Qui la guida ha spiegato la differenza tra museo e archivio, ovvero: nel museo vengono esposti i capolavori, mentre nel secondo non c'è distinzione tra l'opera d'arte e il progetto. Il progetto è qualcosa di iniziale, si trova alla base di ogni creazione; è importante perché in quello si vedono i cambiamenti dell'opera. Attraverso l’analisi di alcune fonti gli alunni della 3C hanno ricostruito alcuni momenti del cammino della donna nel corso del Novecento: dalle suffragette che lottavano per il diritto di voto alle donne che cominciavano a svolgere lavori dapprima considerati maschili. Poi la 3C si è diretta verso la chiesa dove si trovavano diversi archivi: fotografia, moda, pubblicità e tecnologia. La cappella della fotografia contiene un mare di documenti e di stampe (ben nove milioni!). Una vera miniera per i cultori di questa materia!

Archivio aperto

Gran parte del materiale è fornito dall’Agenzia Publifoto che, fondata nel 1927 da Carrarese, raccoglie immagini per tutta Italia, un tesoro di immagini per lo studioso che voglia ricostruire la storia della figura femminile. Le foto raccontano la realtà e momenti di vita quotidiana della donna ma non solo.


Per esempio la sezione dell'archivio sulla moda era gestito dalle sorelle Fontana di Traversetolo ( Zoe, Micol e Giovanna), che hanno creato la loro sartoria e che sono diventate delle imprenditrici indipendenti. Tra le loro clienti c'erano la regina Elena, Gioia Marconi e molte nobildonne. Il boom arrivò con un abito da sposa che disegnarono per l’attrice Linda Kristian, madre di Romina Power. Molto interessanti sono state le locandine delle pubblicità degli anni '30-'50 erano astratte e prendevano ispirazione dall'arte; con queste belle immagini si cominciò a rendere il linguaggio della pubblicità un linguaggio artistico. Tra gli oggetti in mostra uno spazio è riservato a quelle nuove tecnologie che hanno semplificato il lavoro per esempio le macchine da scrivere e le calcolatrici; fondamentale è stata l’invenzione di quegli elettrodomestici che negli anni '50 hanno reso più facile il lavoro delle donne casalinghe e non. La parte finale della visita è stata incentrata sulle conquiste femminili degli anni ’70. Nel '75 cambia il diritto di famiglia, e le donne non entrano più nella protezione del padre e successivamente del marito. Tutt'ora, in alcune parti del mondo, c'è una lotta per la liberazione della donna e ci sono ancora delle zone più oscure dove esistono ancora forti disuguaglianze.


Pensiamo che quest'uscita ci abbia portato con la mente negli anni in cui la donna lottava per i suoi diritti e per la sua libertà, speriamo di poter fare altre

uscite di questo genere che ci rendono sempre più consapevoli della lunga lotta delle donne per ottenere quei diritti che a noi adolescenti degli anni duemila sembrano così “naturali”. Magdala Spagna Musso, Sofia Venturi 3C


Parma BeLL’arma TURISTI NELLA NOSTRA BELLA CITTà VISITA AL CONVENTO DI SAN PAOLO

Il 21 Dicembre 2016 abbiamo visitato il Convento di S.Paolo. Questa è solo la prima di tante visite che faremo previste da un progetto, “Parma Bell’Arma”, che dà l’occasione, attraverso uscite scolastiche, di conoscere meglio la nostra storica città. Il Convento di San Paolo è uno di quei luoghi conosciuti e visitati da persone provenienti da ogni parte del mondo ma non da noi, che lo abbiamo a poche centinaia di metri dalla nostra scuola! Arrivati in Piazza Garibaldi ci siamo soffermati per qualche minuto poiché la prof.ssa ha voluto parlarci della storia di quel luogo. 89


Piazza Garibaldi si trova dove all’epoca romana c’era l’antico foro, ovvero il centro politico e sociale della città. Due erano i palazzi più importanti: il Palazzo del Comune con la Torre civica, la quale crollò nel 1606, e il Palazzo del Governatore ristrutturato nel ‘700 e ora del caratteristico colore giallo Parma. Su una delle pareti del Palazzo del Governatore é riportata la dimensione del mattone utilizzato per costruire le case del tempo. In base al numero dei mattoni per il perimetro della casa, veniva imposta la tassa per il possesso. Proseguendo in via Cavour, la prof ci ha fatto vedere dove arrivavano un tempo le mura della città, e ci ha fatto notare che non comprendevano Piazza Duomo, nella quale si trovano i monumenti più antichi, come il Duomo e il Battistero. Siamo quindi arrivati al Convento di San Paolo, in via Macedonio Melloni, che un tempo era occupato da monache di clausura benedettine. I monaci benedettini, invece, si trovavano nel Convento di San Giovanni, dietro al Duomo.

Molte famiglie nobili erano interessate a questo ricco convento (possedeva ben due mulini e terreni che circondavano il convento e che ora sono occupati dalle case di via Garibaldi) e qui si insediarono come badesse delle giovani monache appartenenti alle antiche casate di Parma e Piacenza: Pallavicino, Rosa Prati, Rossi…


La badessa più importante nel ‘500 fu Giovanna Da Piacenza, donna di grande cultura, proveniente da una famiglia molto ricca e potente. La sua storia è particolare, piena di intrighi, compreso un omicidio nei confronti di un certo Garimberti che aveva voluto investigare sui conti che la famiglia Da Piacenza in qualche modo falsificava. Il cognato e il fratello della badessa furono esiliati da Parma, ma intrecci familiari con il Papa di Roma, Leone X, li riportarono in città. All’ingresso del convento abbiamo attraversato il vestibolo e siamo arrivati in una sala nella quale si trova un quadro raffigurante L’Ultima Cena, dipinto da Alessandro Araldi per volere della badessa Giovanna Da Piacenza(il quadro è una copia del celeberrimo affresco a Santa Maria delle Grazie di Milano di Leonardo).

Questo dipinto fu utilizzato per il restauro dell’affresco di Leonardo per ricostruire alcune parti che non erano più visibili. Successivamente abbiamo visitato la Sala Capitolare che ha un’architettura in stile gotico-rinascimentale. Una volta la stanza presentava sulle pareti degli


affreschi che ora sono totalmente rovinati e si possono distinguere solo poche figure. In fondo alla stanza c’è la postazione del coro in legno, completamente intagliata e dorata da famosi intagliatori parmensi. La stanza è caratterizzata anche da un soffitto ad ombrello e tutti questi particolari fanno sì che questa camera sia una delle più importanti di tutto il convento. Qui infatti venivano elette le Badesse. A seguire siamo entrati nella stanza dell’Araldi, commissionata nel 1514 da Giovanna Da Piacenza. Alessandro Araldi, per affrescarla, si ispirò alla Camera degli Sposi del Mantegna al castello di San Giorgio a Mantova, e alle grottesche delle Stanze Vaticane di Raffaello; é realizzata con la tecnica della prospettiva e lo sfondo scuro del soffitto mette in risalto le decorazioni molto vivaci e particolarmente fantasiose. Le grottesche circondano lunette nelle quali sono dipinte alcune scene simboliche, come la Castità, la Carità cristiana e altre delle quali non è chiaro il significato.

Camera dell’Araldi

Camera Picta detta degli Sposi di Mantegna

Lunetta della Castità rappresentata da un unicorno bianco.


Questa stanza e la Camera di San Paolo del Correggio restarono per molto tempo segrete perché venivano considerate parte dell’appartamento privato della badessa Giovanna, dove lei riceveva i suoi ospiti che molto spesso erano famosi acculturati dell’epoca. Le grottesche hanno un significato spirituale e simbolico, come ad esempio la donna che uccide il cane rappresenta la giustizia, mentre la vergine con l’unicorno, la purezza. Il soffitto è a sfondo blu scuro per mettere in risalto le grottesche. E’ presente anche un camino, sul quale è riportata una scritta in latino, che in italiano è tradotta così: “ Siamo passati attraverso l’acqua e il fuoco e ci hai condotti al refrigerio”. Il significato è che per raggiungere la serenità e l’armonia si deve percorrere la strada difficile e piena di sacrifici della conoscenza. L’ultima stanza che abbiamo visitato è la Camera della Badessa Giovanna da Piacenza. Nel 1519 il Correggio venne a Parma per affrescare questa stanza; egli pensò di dipingerla come se fosse un pergolato ricoperto da una fitta vegetazione che divide il soffitto in 16 spicchi, quattro per ogni lato.


All’interno degli spicchi, delimitati da canne di bambù, sono presenti ovali con dipinti dei putti che giocano e dietro di loro si intravvede il cielo, mentre appena più in basso ci sono lunette nelle quali sono raffigurate altre scene simboliche. Sotto ogni lunetta delle divinità sono presentati delle teste di caprone che sorreggono con le loro corna dei teli dentro i quali sono si trovano oggetti da tavola come brocche, caraffe, piatti d’oro e d’argento. Al centro del soffitto è presente lo stemma dei Da Piacenza, in cui sono raffigurate 3 falci di luna. Nella camera è presente anche un altro camino sul quale è affrescata la dea Artemide, divinità della caccia e della verginità, cose che la accomunano con Giovanna la Badessa. Come nella stanza precedente, anche questo ha scolpita


nella pietra una scritta in latino che tradotta dice “Non attizzare il fuoco con la spada” : La Badessa con questo voleva ammonire i suoi ospiti a non fare pettegolezzi e mettere discordia fra loro. Lei per prima non voleva che si facessero chiacchiere sul suo conto e sulla sua famiglia. Si sa che c’erano molti segreti da tenere nascosti… La stanza che è piaciuta di più è stata quest’ultima, poiché tutti gli affreschi presenti, sia il pergolato, sia gli ovali con i putti, che le lunette attirano lo sguardo del visitatore dando la sensazione di essere in un vero giardino. Non è facile capire come il Correggio sia riuscito a creare quest’effetto, ma ancora oggi chi ammira questa stanza ne resta incantato e coinvolto. Peccato che siano pochi i Parmigiani che l’hanno visitata, magari sono convinti che nella nostra città non ci siano tesori da scoprire.

Pietro Grassi, Mattia Santarelli 2G


PARMIGIANO REGGIANO IL RE DEI FORMAGGI Visita al caseificio Santo Stefano di Basilicagoiano

Il nostro filmato Lunedì 16 gennaio 2017, la classe 1A fece un’uscita didattica al caseificio Santo Stefano di Basilicagoiano. 97


L’uscita era stata programmata per il progetto “Parma Bell’Arma” per poter fare un approfondimento sulle specialità culinarie della nostra terra, in questo caso è stato scelto il Parmigiano Reggiano, che può essere prodotto solo nelle province di Parma, Reggio Emilia, in alcune zone di Mantova, nelle province di Modena e Bologna. Ad attenderci fuori dalla scuola c’era un pullman che ci ha portato al caseificio dove siamo arrivati alle 8:30 circa. Dentro il caseificio ci hanno fatto indossare un camice, una cuffietta e dei copriscarpe. Elena, la nostra guida, ci ha spiegato prima che entrassimo nell’area di lavoro perché all’interno, per via del rumore delle macchine, non sarebbe riuscita a spiegare in modo che noi sentissimo con chiarezza. La prima cosa che ci spiegò fu come era stato inventato il Parmigiano Reggiano: il Parmigiano risale al medioevo, fu inventato dai monaci benedettini e cistercensi attorno all’anno 1100 a.C. Essi, cercando di trovare un modo per conservare a lungo il latte, lo lavorarono a lungo ottenendo un formaggio a pasta dura che si conserva a lungo, infatti il Parmigiano si conserva anche per anni (infatti vi sono alcuni tipi di formaggi stagionati quasi tre anni). Poi spiegò che il Parmigiano, a differenza di molti altri formaggi, è 100% naturale perché gli ingredienti sono solo: latte, sale, caglio (e anche i fermenti che, però, si formano durante la lavorazione). Può essere lavorato solo nelle provincie di Parma, Modena, alcune zone di


Bologna e Mantova, in provincia Reggio Emilia. Dopo questa introduzione cominciò a spiegarci la lavorazione: il latte viene munto tutti i giorni due volte al giorno, la mattina e la sera. La lavorazione del giorno dopo parte dal latte della sera che viene messo in delle grosse vasche dove riposa tutta la notte, il grasso affiora e il latte diventa parzialmente scremato, poi viene aggiunto il latte intero della mattina entro due ore dalla mungitura. Poi viene tutto messo in delle caldaie che possono raggiungere i 55°c e viene aggiunto nuovamente il liquido emerso dal latte cha ha riposato la notte che si chiama “siero innesto” ed è ricco di fermenti lattici naturali. Viene dunque aggiunto il caglio naturale, di latte di vitello che consente la coagulazione del latte e forma la cagliata, che viene poi rotta in piccoli granelli con un attrezzo specifico, lo spino. A questo punto le caldaie vengono accese, i granelli si depositano sul fondo e dopo un’ora viene estratta


con una pala di legno. Ora la massa viene messa abilmente in un telo da due casari (e devono sempre essere due per questa operazione) e poi appesa ad un tubo sospeso sulla caldaia. In un secondo momento viene tagliata in due: ogni parte è una forma. Da una caldaia, quindi, si ottengono due forme. Sembra incredibile, ma per fare un solo chilo di Parmigiano Reggiano servono

ben 14 litri di latte! Dopo che è stato tagliato viene messo in una fascera di legno o plastica che gli dà la sua forma circolare,


viene spostato in una fascera di metallo, dopo poche ore viene tolto e viene applicata sullo scalzo (la parte tonda) viene messa una fascia che incide i marchi che vedi sul a lato del parmigiano, incide di solito: il luogo di provenienza, il numero del caseificio, la provincia in cui è stato lavorato, la stagionatura (che deve ancora esserci) e tutte le informazioni di cui si ha bisogno per verificare che il Parmigiano sia autentico e lavorato nelle zone nelle quali deve essere lavorato e non altrove.

Dopo questo passaggio il formaggio viene messo per 22-23 giorni in salamoia, ossia in acqua molto salata, nella quale perde un terzo del suo peso e assume il suo sapore leggermente salato. Dopo essere stato messo in salamoia viene fatto stagionare. Vi sono tre stagionatura:

tipi

18 mesi bollino aragosta 24 mesi bollino argento 30 mesi in su, bollino oro.

di


Il Parmigiano stagionato 12 mesi è un formaggio da tavola e non è adatto alla grattugia, invece quello stagionato 24 mesi è il più comune ed è un formaggio che può essere facilmente grattugiato; il Parmigiano stagionato 30 mesi è

quello con il gusto più forte e non a tutti piace. Dopo la stagionatura vi è la battitura, ossia il formaggio viene battuto con un piccolo martello da un battitore che verifica che nel formaggio sia perfetto e senza bolle d’aria all’interno; se è perfetto viene venduto, in caso contrario vengono incise delle linee che indicano che il formaggio non è perfetto e viene venduto come formaggio da tavola.


Dopo aver concluso la visita al caseificio, Elena ci fece assaggiare un pezzo di parmigiano stagionato 24 mesi e uno sempre da 24 mesi ma non perfetto. Notammo che vi erano delle piccole bolle d’aria che il battitore aveva individuato con l’ascolto durante la battitura. Ci disse che i battitori sono solo uomini perché un battitore deve avere la forza spostare le forme, girarle e rimetterle a posto e molte donne non hanno sono in grado di spostare una forma di Parmigiano. Ci spiegò anche che molti casari sono stranieri, il motivo è che lavorare il parmigiano è molto duro per il fatto che non vi sono giorni di vacanza perché le mucche fanno il latte tutti i giorni e dunque bisogna lavorarlo quotidianamente, inoltre richiede una notevole forza fisica per impastare, lavorare e spostare il formaggio, dunque molti italiani non lo vogliono più fare. Dopo la visita tornammo sul pullman e ripartimmo verso la scuola con tante conoscenze su un prodotto che arricchisce la nostra tavola e ha reso famosa la nostra terra parmigiana. Presto andremo a Soragna al Museo del Parmigiano-Reggiano credo che sarà un’altra bella esperienza sul RE dei formaggi.

Baroni Adelaide 1A


Le news Le trovate sul sito della scuola

Magazine 5 marzo 2017 aaa  
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