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Un team building per manager di mischia Difficile non farsi conquistare dalla “haka” degli All Blacks, dai fieri profili delle nazionali anglosassoni, dalla tradizione australiana… Ma è possibile fare team building con il rugby? Certo che sì, e con grandi risultati FABIO ALCINI

uindici uomini da una parte, quindici dall’altra. In mezzo l’erba verde di un Q prato, una porta sbagliata, con pali troppo alti per essere veri. Maglie colorate, fasce sui capelli anche dove capelli non ce ne sono, per proteggere da contatti un po’ troppo rudi. Poi una palla, anch’essa sbagliata, troppo oblunga per essere perfetta, con i suoi rimbalzi incontrollabili. E per rendere le cose più difficili, la si può calciare oppure giocare a mano, ma in questo caso mai in avanti. Questo è il rugby, uno sport di potenza e passione che, dopo una lunga storia semiclandestina sui campi di periferia, si è fatto strada fino al prime time anche in Italia. Tanto da conquistare l’attenzione della meeting industry. Perché il rugby è perfetto per il team building: purché, sia chiaro, maneggiato con cura. MAI IN AVANTI, SEMPRE AVANTI A introdurre l’argomento del rapporto fra rugby e team building (con sapienza, come se si trattasse di un pallone da inserire in mischia) è Lapo Baglini, responsabile training di Pls - Consulenza e Formazione: «Innanzitutto serve una precisazione: introdurre il rugby nell’offerta formativa esperienziale della mia società è stata per me una cosa naturale, non ho

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scelto il rugby per motivi di studio ma per motivi di campo... Sono di parte. Ho giocato (e continuo ancora a giocare ogni tanto, l’ultima volta questa estate) per più di trent’anni, e so bene che senza i compagni, senza la forza e il sostegno della squadra, non sarei sopravvissuto probabilmente a certe mischie aperte, una volta rimasto dalla parte sbagliata del campo». E quante volte anche in azienda ci si trova “dalla parte sbagliata del campo”… Lo sanno tutti. Ma con il supporto di qualche pilone e di qualche mediano di mischia, la vita è più semplice. «In Italia questa metodologia viene utilizzata da neanche una decina di anni, mentre in altri Paesi, rugbysticamente più evoluti, ha radici più antiche. Si tratta


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semplicemente di un aspetto culturale, visto che le due attività si sposano a meraviglia». Chi l’avrebbe detto? Quindi non è soltanto possibile, ma addirittura consigliabile il matrimonio fra giacca e cravatta da una parte e le sudice maglie a righe orizzontali dei rugbisti? «A livello generale, tutti gli sport servono per superare la divisione per ruoli e creare, almeno sul momento, entusiasmo e condivisione. Ma con il rugby si riescono a sperimentare tutti quegli elementi che fanno di un gruppo una squadra. Questo sport infatti si rivela un’eccellente metafora per la vita aziendale. Da questo punto di vista il rugby è lo sport di squadra per eccel-

LAPO BAGLINI, responsabile training di Pls - Consulenza e Formazione: «I team building realizzati attraverso il rugby consentono di sperimentare tutti quegli elementi che fanno di un gruppo una squadra. Questo sport, infatti, si rivela un’eccellente metafora per la vita aziendale»

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Il rugby è lo sport di squadra per eccellenza, perché da soli si soccombe da un punto di vista di gioco e fisico. E perché il raggiungimento della meta (il target aziendale) prevede il placcaggio (il superamento degli avversari) attraverso l’analisi del gioco (il resto del mercato) e la scelta della migliore strategia

lenza, perché da soli si soccombe da un punto di vista di gioco e fisico. E perché il raggiungimento della meta (il target aziendale) prevede il placcaggio (il superamento degli avversari) attraverso l’ana-

QUOTE ROSA? NESSUN PROBLEMA

Ma le signore? Visto dall’esterno, il rugby, tutto muscoli e fango, è uno sport che con il “gentil sesso” c’entra poco. Ma i tempi sono cambiati anche intorno alla palla ovale. «Generalmente – spiega sempre Lapo Baglini, di Pls - Consulenza e Formazione – anche le donne inizialmente più diffidenti, una volta in campo, tirano fuori una grinta e una determinazione pari se non superiore a quella dei col-

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leghi uomini. Forti di questa esperienza in ambito aziendale, quest’anno abbiamo organizzato a Firenze una giornata di Formazione esperienziale con il rugby sull’Autostima Femminile, dedicata solo alle donne. A febbraio abbiamo avuto in campo quaranta signore dai 18 anni ai 75 (sì, non è un errore di stampa) che hanno partecipato a mischie, touches e partite finali. La chiave della giornata era: giocare a rugby per abbattere certi schemi mentali che spesso finiscono con il limitarci. Per una donna l’impatto con questo sport è forte e in questo caso ha funzionato decisamente. La cosa migliore da fare è vedere un video sulla giornata o una delle interviste che ha realizzato la televisione sull’evento. Qualche immagine spiega più di mille parole...».

lisi del gioco (il resto del mercato) e la scelta della migliore strategia. E poi la flessibilità: a rugby si va sempre avanti passandosi la palla all’indietro, unico sport di squadra con questa caratteristica, un assurdo paradosso che comporta fin da bambini un riadattamento mentale continuo alla situazione, una serie di tattiche, schemi e procedimenti in continuo divenire». Da soli si soccombe: ma al di là delle metafore, ci sono sicuramente dei punti forti sui quali un team building a base di rugby può agire con profitto. «Per le sue caratteristiche il rugby impone la capacità di autodeterminarsi all’interno di un gruppo e di sapersi relazionare con gli altri, compagni di squadra e avversari, dei quali si deve avere il rispetto. Autorevolezza e non autoritarismo, quindi, il che è un principio di comunicazione forte all’interno del team. Oltre a imporre il rispetto anche delle regole e degli avversari. Il tutto si traduce in un maggior spirito di appartenenza, facilita la comunicazione interna, il superamento dei ruoli sterili». IL CONTATTO FISICO Tutto assolutamente perfetto: lo spirito di squadra, l’autorevolezza, il rispetto degli avversari… Ma durante le partite di rugby che si vedono in tv si vedono spesso dei marcantoni con ghigni terrificanti, lordi di fango, che si caricano con urla selvagge e si picchiano, magari correttamente, ma in modo che del nostro manager medio rimarrebbe sì e no la ventiquattr’ore. Come la mettiamo? Placcaggi, mischie, contatti fisici sono “moderati” oppure realistici?


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«Molto realistici – spiega ancora Baglini – nella partita finale, alla quale si arriva con un percorso propedeutico. Innanzitutto viene effettuata la classica analisi dei bisogni e una progettazione in linea con gli obiettivi da raggiungere. Un incontro in aula chiarisce i passi del percorso. Poi ci si ritrova sul campo dove colleghi, uomini e donne di diverse fasce di età, si danno battaglia, mettendosi alla prova con coraggio in mischie, touches e momenti di vero e proprio gioco, dove si corre, si placca e si segnano mete. Anche se nella quasi totalità non hanno mai giocato a rugby, vengono coinvolti con esercizi semplici, utilizzati anche nell’allenamento dei giovanissimi, e portati piano piano, con step di difficoltà e intensità progressiva, ad affrontare con coraggio ed entusiasmo un paio di ore di allenamento e di gioco sul campo. I risultati ci hanno confermato la validità dell’utilizzo di questo sport per il team building». Del resto, a pensarci bene, ci sono mischie, touches e colpi bassi anche in azienda, molto spesso. E l’allenamento, e la vicinanza di persone esperte, indubbiamente aiuta a rendere i colpi più “controllati”. «Dopo un momento di relax e di ristoro comune – prosegue Baglini – anche questo nelle immediate adiacenze, con vista sui campi da rugby (un terzo tempo, in ultima analisi) si passa al momento successivo in aula, per capitalizzare l’esperienza e prendere consapevolezza di quanto vissuto ed esperito in mattinata a livello, apparentemente, solo fisico motorio. Nel pomeriggio quindi si resta nella Club House (nel nostro caso del Firenze Rugby 1931) per continuare il percorso formativo. Si prosegue l’attività di team building con un trainer aziendale sperimentando quanto i principi del rugby (motivazione, avanzamento, sostegno, lavoro di squadra, leadership a cui accennavamo prima) siano fondamentali anche nel mondo del lavoro per creare team vincenti. Secondo un’antica consuetudine, e in certi casi per sviluppare o recuperare sentimenti di meritocrazia magari negletti o misconosciuti nella vita aziendale, i partecipanti che in campo si sono mostrati “più meritevoli” possono essere premiati ricevendo come riconoscimento una autentica maglia da rugby MVP (Most Valuable Player). Emozioni e commozione spesso arrivano con semplicità a conferma di una giornata speciale». ANALOGIE AZIENDALI Uno sport completo, molto concreto, con indubbi risvolti formativi. Quindi, in certi contesti, forse più consigliabile per operazioni di team building rispetto ad altre attività sportive. «L’impatto del contatto fisico – conclude

Baglini – unito alla necessità di visione strategica sono elementi decisivi. Nel rugby, su questo campo verde con le due H, ognuno è costretto a dare il meglio di sé in un’ottica di pieno coinvolgimento, collaborazione e sostegno reciproco. L’alternativa è non partecipare. Si punta quindi all’eccellenza della performance, innalzando il proprio livello personale, nella piena e costante consapevolezza che il risultato raggiungibile collettivamente è di gran lunga superiore a qualsiasi risultato individuale. Una visione chiaramente condivisa è il presupposto, in un team e in un’azienda, in grado di far mantenere la tensione verso l’obiettivo (formulato in termini positivi e specifici, armonico, ecologico, controllabile e con un piano di azione) e di ottimizzare le capacità complementari dei singoli». Lo scrittore inglese P. G. Wodehouse scrisse: “Segnare una meta richiede una serie di azioni che in qualunque altro contesto procurerebbe ai protagonisti una condanna a quindici anni di galera”. A ben guardare, forse questa è un’altra analogia con la vita aziendale…

Sul campo i colleghi, uomini e donne di diverse fasce di età, si danno battaglia, mettendosi alla prova con coraggio in mischie, touches e momenti di vero e proprio gioco, dove si corre, si placca e si segnano mete


Team Building per Manager di Mischia - MC 01 2011