Issuu on Google+

Le cose in cui crediamo di PAOLO LEVI

N

el nostro dizionario quotidiano ci sono parole ormai logore, di cui si è perso il concetto originario per il troppo uso. Cosa significa ancora arte? In verità sono molto imbarazzato, soprattutto quando un pittore o uno scultore mi dichiara, con una sicurezza che gli invidio: «La mia è vera arte!» e a me viene voglia di chiedergli: «Amico mio, e quella degli altri?» Da Platone in poi il dibattito è stato continuo, ogni filosofo ha detto la sua e ogni critico si è aggrappato, e ancora si aggrappa, ai pensieri e ai modelli che gli sono più affini e congeniali. Per parte mia, invidio da sempre i messaggeri di certezze, che utilizzano il termine arte sfruttandolo fino alla nausea, con la sicumera dei sacerdoti pronti a mandarmi al rogo, se mi permetto di contraddirli. In effetti, dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri, si sono succedute in Italia e nel mondo correnti di pensiero che hanno tirato per gli stracci la nostra povera Musa, stabilendo paletti su cosa è la vera forma, su cosa sono i veri contenuti e la tecnica espressiva giusta per realizzarli. Nel prima metà del Novecento ci siamo lasciati alle spalle il Postimpressionismo, il Futurismo, il Cubismo, il Surrealismo e l’Arte Concreta. Ma i grandi giochi sono stati fatti dagli anni Cinquanta in poi, col traino di quella splendida locomotiva che chiamiamo mercato dell’arte. È nato così un grande e attivo teatro internazionale, con personaggi dai ruoli ben precisi, artisti, galleristi, critici, musei, case d’asta, riviste del settore. Ogni corrente, come il Realismo Sociale, l’Informale, il Concettuale, la Transavanguardia, ha avuto i suoi protagonisti che, l’uno contro l’altro, si sono fatti una guerra senza esclusione di colpi. L’Informale ha messo

all’angolo il Realismo, emarginandone gli autori; il Concettuale ha deriso l’Informale, annunciando la morte dell’arte, profeticamente decretata anche da Achille Bonito Oliva tramite la Transavanguardia. Di fronte a tutti questi fendenti, c’è da chiedersi cosa sia rimasto di credibile e definibile oggi come status culturale dell’arte. Ogni epoca ha l’arte che si merita, e l’arte è lo specchio della sua anima, ma viviamo in tempi oscuri, ed è quindi logico che questo XXI secolo non offra creazioni spirituali, ma solo messaggi negativi o manufatti per arredamento, presentati con tutti i crismi presso arti fiere di prestigio internazionale. Del resto, non c’è dubbio che certi operatori di oggetti antiestetici hanno diritto di cronaca quando raggiungono la notorietà con il massimo della provocazione. Proprio per questo motivo, penso all’attuale impossibilità di certezze su questa parola antica, troppo usata per definire intingoli insulsi e convulsi, che si appellano alla cultura del villaggio globale per accertarsi di esistere. Facciamo un passo indietro e interroghiamoci sulla possibilità di un lento restauro della parola arte, dopo circa un secolo di logoramento. Iniziamo a guardare e a goderci gli artisti dai messaggi semplici, quelli che hanno un taglio personale, la qualità e la cultura per rivolgersi alle memorie e alle lezioni del passato. Sono loro i giusti che salveranno l’arte, se ogni giorno, prima di prendere in mano tavolozza e pennello, sapranno chiedersi: «Dove eravamo rimasti?». La cronaca irrompe improvvisa, ma non abbiamo parole per dire l’apocalisse. Lascio alle prime pagine di Effetto Arte il compito di celebrare solo per immagini la bellezza del Giappone.

EFFETTO ARTE

1


3 editoriale