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“La Farfalla d’Ombra” ~ Yali Ou Ametistha

Copyright © 2016 Steam Butterfly, Firenze A35ZAAI8IBNTN8 https://www.facebook.com/steambutterfly/ Immagine di copertina © 2016 Steam Butterfly Editing a cura di Valentina Di Martino e Irene “Emme” Matteini

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Tutti i brani musicali menzionati a inizio capitolo sono ascoltabili su Spotify: https://open.spotify.com/user/11134102412/playlist/7opUZ8Wo7HbXZ5fCg157Vn

Ogni brano di questa playlist è legato al romanzo e alla sua autrice in maniera particolare; infatti tutte e 39 le tracce compongono la colonna sonora de “La Farfalla d’Ombra”.

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A Malesh. Senza di te, le parole sarebbero solo rimpianti. *_+

Al cognato piĂš figo del mondo: il mio.

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PROLOGO

Molte volte mi è stato chiesto di raccontare come fossero andate realmente le cose e io non mi sono mai decisa a ripercorrere la mia vita con la memoria, perché per chi cammina sulle sue gambe da così tanto tempo come me, ricordare diventa un gioco troppo crudele. Ho anche provato ad ignorare ciò che è rimasto dei miei diari, ma non ho mai sopportato i buchi nelle librerie, i lampadari a cui manca una candela o una lampadina, i quadri storti e gli sportelli aperti; quindi, come resistere alla tentazione di rimettere insieme le pagine perdute? Chi mi conosce sorride per il mio modo bizzarro di esprimermi, e vi chiedo pazienza, vi chiedo di perdonare il mio idioma, poiché esso è l’insieme delle lune che sono sorte sulla mia pelle, dei passi che ho messo uno in fila all’altro, delle lingue che ho appreso e parlato, dei luoghi che ho visitato e delle anime che ho preso. Non sono una scrittrice, pertanto è senza maestria che vi racconterò la mia storia. La Farfalla d’Ombra

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1. TUTTO COMINCIA (Opening – Craig Armstrong)

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1. TUTTO COMINCIA «Santa Cleopatra gravida di scimmie impenitenti!» mi guardavo nello specchio pietrificata e rassegnata, sollevando le pesanti stoffe dell’abito color rubino, e provavo per me una pietà infinita. «Sembro quasi una vera sposa». «Solo se togliamo la vostra espressione dalla faccia però». Mio fratello era appoggiato a braccia conserte alla cornice della porta e mi guardava con l’espressione divertita. «Sivyel! Non prendetevi gioco di me, la faccenda è seria; per me potremmo togliere la faccia e tutto ciò che ne viene appresso» pronunciai il mio disappunto adocchiando la piccola finestra che dava sul giardino, continuando a rimirarmi sempre più avvilita. Sentii Syviel segnare con il suo passo il pavimento della stanza. «Lo vedo, lo vedo sorellina. Siete un fiore, ma che dico un fiore? Un intero cespuglio di rose. E non dimentichiamoci delle spine naturalmente, che sono la parte migliore di voi». Il tono canzonatorio di Sivyel era accompagnato da una risata allegra. «Gli ospiti cominciano a domandarsi dove sia finita la sposina». Fin da piccola, quando ero arrabbiata, quando volevo sfuggire alle lezioni o semplicemente per un “no” della nutrice, mi rifugiavo nella stanza di mio fratello, in attesa ch’egli arrivasse per farmi ridere. Lui ci riusciva sempre, tranne quel giorno. «Ma lo avete visto Sivy? È più vecchio di nostro padre!». L’espressione beffarda di mio fratello si rabbuiò lievissimamente mentre si avvicinava. Era un poco più alto di me, aveva i capelli di un biondo rossiccio, simili ai miei come consistenza ma non di colore, infatti io li avevo di un rosso acceso molto intenso. Sivyel aveva preso gli occhi verdi da nostra madre, mentre io avevo ereditato quelli di mio padre: neri e profondi. A guardarci non ci somigliavamo molto, a parte il naso e la costituzione esile ma non dall’aspetto malaticcio. 6


Mio fratello era un abile spadaccino e il suo fisico asciutto gli permetteva di essere veloce e difficile da colpire. Era un fascio di nervi. Un ragazzaccio che non sarebbe mai cresciuto, nonostante il languore che lo contraddistingueva e lo faceva apparire perennemente annoiato. «Sì, è più vecchio di nostro padre, ma è una brava persona. E poi, beh, farete come fanno tutte le mogli che si rispettino». «Cosa dovrei fare?» dissi col tono retorico, storcendo il naso. Lui fece una risatina complice. «Per salvaguardare la facciata, potrete sacrificare il vostro letto con chi più vi aggrada. Credete che il buon vecchio Lord Thremoon non l’abbia già messo in conto?». Le sue parole mi fecero riflettere e quasi mi sentii mancare. «Tutta colpa di quella gatta morta! Tutta colpa sua, ma io non ne voglio più sapere, da oggi lei non esiste più, da oggi potrebbe anche creparmi davanti agli occhi e io non alzerei un dito! Giuro che per lei non sprecherei nemmeno una parola di conforto!». L’espressione di mio fratello divenne affranta. Si rendeva conto che le mie labbra non potevano partorire altre parole all’indirizzo di colei che possedeva la colpa di tutto: nostra madre. Anche lui la odiava per quello che mi aveva fatto. Aveva architettato le nozze tra me e il padrone delle terre che confinavano con le nostre, ma che a differenza delle nostre si estendevano per giorni di cammino. Noi eravamo nobili, ma non eccessivamente ricchi. Da ostentare avevamo il nome, non le proprietà. Questo matrimonio avrebbe rimpinguato le casse della mia famiglia e il prestigio del nostro blasone. Che donna meravigliosa mia madre! Ha fatto svuotare le tasche sul tavolo a mezzo paese per scegliere quale fosse il conto più ricco sul quale depositare l’unica sua figlia femmina. La cosa più buffa era che nella sua ingenua ignoranza si aspettava che io le fossi riconoscente. Sembrava non vedere l’ora di sbarazzarsi di me. Per tutta la mia esistenza mi aveva addestrata, come si fa con i cani, per potermi esibire e vendere al mercato. Quello segnò la rottura definitiva fra me e lei. Dopo che ebbi pronunciato il mio sì e mia madre venne a baciarmi sulla fronte, io volsi lo sguardo al nulla, come se fosse invisibile. Credo che presa dai festeggiamenti non se ne fosse nemmeno 7


accorta. A mio padre, che tanto avevo amato, andò il mio sdegno. Egli sapeva perfettamente quanto mi costasse quel sacrificio, sapeva bene che il suo accondiscendere avrebbe consegnato il mio spirito e il mio cervello a una prigione fatta di carne e ossa. Avrei preferito mille volte rinchiudermi in un tempio di clausura piuttosto che diventare la moglie di un uomo che mi disgustava e che avrebbe preteso non solo che fossi sua moglie sulla carta, ma anche fra le lenzuola. Avevo visto molte compagne della mia infanzia sposare persone che magari conoscevano solo il giorno delle nozze e non riuscivo a concepire il fatto che nessuna di loro si fosse mai ribellata o lamentata in seguito. Vedevo in loro una rassegnazione che mi faceva perdere il lume della ragione. Una condizione per me impossibile da comprendere. Quest’idea mi ripugnava. Mio padre mi ripugnava. Non capivo perché proprio la sua adorata principessa dovesse essere immolata per una causa della quale in fondo anche a lui non importava nulla. Tutto per quella donna priva di scrupoli, sentimento e lume d’intelletto della mia genitrice, per il suo compiacimento. Senza nemmeno dirmi due parole di conforto, evitando di affrontarmi, mio padre diede il suo beneplacito e io, intimamente, non ero più loro figlia. Syviel diede un’occhiata di sotto, dalla finestra, e si sfilò la cintura d’arme, posando la sua spada con il fodero di cuoio sul tavolone. «Nostra madre ha detto che in questo giorno di gaudio non vuole vedere armi indosso a nessuno» interruppe i miei pensieri, forse per stemperare la pesantezza del silenzio calato fra di noi. «Syviel, io voglio morire, non voglio arrivare a questa notte. Non voglio mettere nemmeno una mano su quel dannato letto». In uno slancio balzai via dalla poltrona e mi gettai ai suoi piedi. «Vi prego, aiutatemi, non voglio stare con quel vecchio!» singhiozzai supplicandolo di aiutarmi. Lui si piegò su di me cercando di rialzarmi. «Yalihta, ma come posso aiutarvi? Sapete che farei qualsiasi cosa per voi, ma ormai, cosa potrei fare?». Implorante mi stringevo a lui, i singhiozzi mi scuotevano, facendomi tremare la voce. «Non dite bugie, voi sapete come 8


aiutarmi, io lo so. Aiutatemi, non voglio tornare al banchetto!» deglutii a fatica, poi, staccandomi da lui e avvicinandomi allo specchio, mi obbligai a calmarmi asciugandomi gli occhi. «Dubito che le mie lacrime servano a qualcosa. Nemmeno voi mi aiuterete!». Syviel rimase impotente davanti a me. Sapeva bene che la mia fuga, il mio rifiuto a concedermi, avrebbe significato problemi e umiliazioni per la nostra famiglia. A me non importava nulla. Potevano anche finire in miseria, io per prima. Li odiavo, tutti quanti. «Sorella mia, se potessi vi porterei via. Ma non posso». Si limitò a dirmi questo, avvicinandosi a me, sbirciando di nuovo dalla finestra. «È quasi il tramonto, ci sono tante di quelle persone là fuori che a breve faranno un’ombra unica. Sfido io a riconoscere qualcuno là in mezzo, e poi... se vi affacciate dall’altra parte, potrete gustare un ottimo panorama». Lasciò le finestre spalancate e mi si fece vicino; mi guardò dritto negli occhi, come a imprimere il mio volto nella memoria e infine mi baciò e si allontanò verso la porta. Prima di uscire dalla stanza aggiunse: «Vi lascio in consegna la mia spada. Badate bene che non arrugginisca». Non mi ero nemmeno voltata che questa frase mise in moto dei meccanismi a catena nella mia mente. Avrei voluto dirgli qualcosa ma non me ne diede il tempo. Dovevo ragionare in fretta, organizzare tutto. Da dove sarei uscita? Come avrei fatto ad allontanarmi senza destare sospetto? Girai lo sguardo nella stanza alla disperata ricerca di qualcosa, di un’ispirazione. Gli occhi si posarono sull’armadio di Syviel e l’idea mi investì in pieno. Prima di qualsiasi altra cosa, rinvigorita da una nuova febbrile speranza e dalla paura, spinsi il mobile di legno dorato davanti alla porta, e poi ne bloccai la maniglia appoggiandovi sotto un porta candele vuoto. Chiusi a chiave la porta e mi levai il vestito da sposa strappandomelo quasi di dosso colta dalla frenesia, odiando la miriade di gonne e sopravvesti che ci infiliamo l’una sull’altra come fa il fabbro quando ha finito di preparare i ferri dei cavalli. Presa dai preparativi mi dimenticai di respirare. Rovistai fra i suoi abiti e cercai di sistemarmi addosso come meglio riuscivo un paio di calzoni neri e una camicia bianca. 9


Poi trovai una giubba che cercai di allacciare lottando contro il tremolio frenetico delle mani gelate. «Calmati Yalihta, calmati» continuavo a ripetermi per ogni cosa che facevo. Raccolsi i capelli in una treccia che infilai dentro la camicia, ma mi facevano una strana gobba sulla schiena, allora presi il taglia carte e tranciai di netto la treccia a metà della schiena, riempiendo il pavimento di seta vermiglia. Cercai di non pensarci, ingoiando l’amarezza, affogandola nell’urgenza che mi aggrovigliava le budella. Continuai il travestimento calcandomi in testa un cappello e legai la spada di Syviel attorno alla vita. Era troppo lunga e pesava, un po’ troppo ingombrante per le corse che probabilmente avrei dovuto affrontare, così misi la cintura a tracolla, nascosta sotto la giubba, con il manico della spada che mi spuntava da dietro il collo. Il peso era tale da sbilanciarmi, ma non era nulla in confronto al peso che mi sarei tolta. Da quel momento in poi, accadde tutto molto in fretta. Sgattaiolai fuori dalla piccola finestra, quella che dava verso Ovest, dove sarebbe stato più difficile scorgermi. Mi nascosi fra i cespugli con il fiato corto. Ovunque c’erano persone, signore con grandi cappelli e uomini agghindati a festa. Mi sarebbe bastato attraversare il prato per raggiungere la boscaglia più avanti. Stavo per scattare quando la voce di mio padre mi bloccò e aumentò l’affanno del mio respiro. Stava passando proprio davanti a me, mentre chiacchierava con qualcuno di cui non riuscii a vedere il volto. Stettero interminabili minuti lì accanto e io a momenti svenni per la tensione, ma ad un tratto ripresero il loro passeggiare e si allontanarono verso la folla. Quello era il momento. L’istinto mi spronava a correre, ma pensai che avrebbe dato troppo nell’occhio: così, con la falda del cappello calata sulla fronte, uscii fuori dal cespuglio procedendo lentamente verso il bosco. Non mi avevano notata e man mano che mi avvicinavo alla muraglia di tronchi e foglie cominciai a gioire pensando di avercela fatta. Ma qualcuno alle mie spalle con tono brusco mi chiamò: «Ehi, voi!». Iniziai a tremare come una foglia congelandomi a metà passo. «Dove state andando, ragazzo?». 10


La voce si faceva più vicina, e io senza rifletterci presi a correre più forte che potevo, cercando di non offrire ulteriormente come bersaglio la mia schiena al nemico. Mi gettai con abbandono alla selva di piante e alberi che annunciava il mio ingresso nel bosco, continuando a correre attraverso la vegetazione. Inoltrandomi nel fitto, sentii delle grida che avvisavano di un intruso e il rumore di zoccoli dei cavalli. «Un intruso! Nel bosco!» e cavalli al galoppo, così senza fermarmi, in preda al panico, cambiai direzione e scelsi di allontanarmi dalla campagna, proseguendo in orizzontale, infilandomi in mezzo ad arbusti e rovi che mi ferirono e strapparono i vestiti. Inciampai più volte. Mi fermai infine per mettermi in ascolto. Per un poco pensai di essere salva, ma ad un tratto udii forte il galoppo di un cavallo che era riuscito quasi a raggiungermi, procedendo dal senso opposto al mio e intrufolandosi dove non erano riusciti gli altri. «L’ho trovato!» urlò con eccitazione. Mi avevano scambiata per un ladro, forse, così erano pronti ad acciuffarmi, e a uccidermi. Le mie gambe dovevano andare più veloci, più veloci, ma poi il nitrito del cavallo fu spaventosamente vicino: allora estrassi la spada, a fatica, e il suo peso mi sbilanciò, tanto che fu una radice a fermare definitivamente la mia corsa. Avevo ancora la spada stretta con entrambe le mani e mi voltai a guardare. Sopra di me incombeva il cavallo che mi aveva raggiunta e in sella c’era qualcuno, ma io non riuscivo che a distinguerne la sagoma, perché la luce bianca che filtrava tra le fronde degli alberi mi accecava. Vidi qualcosa scintillare più del sole e d’istinto sferrai alla cieca un colpo con la mia lama, andando a colpire qualcosa. Forse avevo ferito le zampe del cavallo o la sua pancia, tanto che esso si imbizzarrì disarcionando il cavaliere, il quale balzò giù dalla sella. Pensai che quelli sarebbero stati i miei ultimi respiri. Schiena a terra, tirai su la spada con entrambe le mani e colpii ancora una volta, in obliquo, alla cieca. L’uomo, che stava cercando di sfuggire al peso del cavallo, sotto il mio colpo barcollò, e io rotolai di fianco per evitare che mi cadesse a peso morto addosso, ma non riuscii del tutto nel mio 11


intento. Lui aveva ancora la sua arma stretta in posizione di guardia e nel cadere mi colpì la schiena per lungo. Proprio come quando prima di tagliare in due un ceppo di legno si poggia l’ascia per prender la mira del colpo. Soffocai un urlo piantando le unghie nella terra e strappando via l’erba che stringevo nei pugni. Mi concessi pochi istanti per incassare il colpo e recuperare un po’ di energie, durante i quali allungai il più possibile la mano per raggiungere l’elsa della spada che mi era caduta da un lato; con essa tentai quindi di fare leva tra la terra e l’uomo, per liberarmi. Il cavallo, spaventatosi, si era lanciato in una folle corsa a ritroso. Se non mi fossi mossa in fretta mi avrebbero presa. Così strisciai via come un verme e poi mi sollevai aiutata da un tronco per raggiungere almeno il fitto del bosco, sanguinante e con un profondo solco lungo la schiena. Pregavo che i suoi compagni non giungessero in tempo, pregavo che si fermassero a soccorrerlo per darmi il tempo di allontanarmi, perché io non sarei più riuscita a correre ma solo a trascinarmi. Mi inerpicai per i sentieri più bui, più nascosti, dove ero sicura che nessun cavallo sarebbe stato in grado di farsi strada. Avevo perso il senso dell’orientamento, avevo freddo e tremavo. Fino a che non trovai una grotta, e allora mi si allargò il cuore per il sollievo, anche se la mia mente non era d’accordo; nel dubbio, persi i sensi, ancora prima di riuscire a raggiungere l’apertura nascosta nella roccia. Il risveglio fu annebbiato dal dolore che mi squarciava in due. Era ancora buio, ma i rumori del mattino animavano il bosco. Non riuscivo a muovermi, mi pareva che metà del mio corpo fosse stato privato della vita. Sentivo l’odore del sangue sotto le narici, e le mani ne erano piene, incrostate; muoverle per osservarle mi costò un ennesimo svenimento. Nel torpore di quella sorta di dormiveglia, credevo di essere in procinto di lasciare la mia esistenza. Arrivai persino a sperare che le guardie di mio padre mi trovassero, ma poi scacciai subito quell’idea dalla mia testa: a fronte di quell’esito, preferivo la morte. 12


Non ho idea di quanto tempo trascorsi in bilico tra il sonno e la veglia; vidi la luce del giorno e poi nuovamente il buio, non so dire se si trattasse del buio della mente o se effettivamente fosse trascorso un giorno intero. Poi un rumore mi percosse l’udito rimbombando come se fosse nella mia testa: aprii gli occhi quel tanto che bastò per vedere gli zoccoli di due cavalli vicino al mio volto, e poi mi arresi alla nebbia e al freddo, sicura che i miei inseguitori finalmente mi avessero ritrovata. Ormai la morte mi reggeva il capo e mi sollevava da terra, pertanto non mi preoccupai più. Così, ebbe inizio la mia vita.

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2. IL MONDO (The Militia Marches In – AAVV)

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2. IL MONDO «Vi dico che è una donna, Stan». «Come fate a esserne così sicuro? Avete dato un’occhiatina, eh?». «Stan, siate gentile...». «Sì, ma che ci faceva una donna vestita da ragazzo nel bosco?». «In queste cose siete più bravo voi di me». «No, dico sul serio, che facciamo? Io devo tornare all’accampamento». «Andate pure, resto io. Aspetto che il cerusico dia un’occhiata a questa creatura». «Ehi Mcmillan, se è una femmina…». «Se è una femmina sarete l’ultimo a saperlo, ora andate amico mio». «Sì, ma io faccio solo il mio dovere e voi dubitate della mia...». «Cavaliere Alstan! Volete togliervi dai piedi?». «Sì, signore!». «Ah, benedetta Dea…».

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3. IL MIO CERUSICO PERSONALE (We Had Today – Rachel Portman)

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3. IL MIO CERUSICO PERSONALE Uno strano e pungente odore di spezie destò il primo dei miei sensi, poi venne il suono rotto della tosse e il tintinnare di ampolle a svegliare l’udito. Infine i miei occhi si aprirono sulla penombra di un enorme stanzone. Ci misi un istante a realizzare di non essere fra le mura della casa dei miei genitori. E fu con curiosità che notai i drappi candidi appesi intorno al mio letto. V’erano molteplici pannelli a dividere in piccole zone letto la stanza, e dopo essermi riavuta vidi anche una figura solenne e impettita al mio fianco. Un uomo alto, con i capelli corti e neri, sotto il braccio un elmo chiuso mentre sul petto svettava una enorme croce blu con al centro una mezza luna di filo d’argento. Tutto il resto in lui era bianco e color argento. La sua carnagione scura, olivastra, contrastava piacevolmente col candore dell’abbigliamento. Nonostante la barba incolta, quasi trascurata, che arricchiva la sua espressione seria e benevola, tutto di lui sembrava emanare luce. Giacevo su di un fianco, bloccata in quella posizione da un cuscino alle mie spalle. Cercai impulsivamente di mettermi seduta ma il dolore alla schiena mi ricordò in un batter di ciglia il motivo della mia presenza in quel luogo insolito. «Cavaliere dell’Unica, Aalart Mcmillan, per servirvi». Inarcai le sopracciglia guardando quell’uomo farsi sull’attenti per poi inchinarsi in maniera teatrale e buffa verso di me, mentre tentavo di apparire meno contrita in viso di quanto non fossi in realtà. «Yalihta...» sussurrai. «Yalihta.» pronunciai il mio nome per la seconda volta, a sottolineare il mio desiderio di non seguitare con il cognome, che non avrei rivelato. Aalart non mosse ciglio; tacitamente comprese, e il mio semplice nome gli bastò. «Sono lieto di vedere che vi siete svegliata; sono giorni che non aprite gli occhi, credevo che la febbre avesse avuto la meglio su di voi. Sono stato io a trovarvi nel bosco e a portarvi qui, al lazzaretto. Il cerusico vi ha medicato la 17


schiena, e io non mi sono mosso dal vostro capezzale, mia Signora.» Alla parola schiena arrossii violentemente, così lui incalzò: «Non temete, di ferite come la vostra ne ho viste molte e il mio ruolo mi impone un contegno che non posso tradire». Parlai un po’ con quel cavaliere, ed egli mi raccontò della sua missione, del suo culto. Era uno dei Leoni della Dea Madre, secondo loro la genitrice di ogni cosa esistente sulla terra. Era una specie di fanatico religioso, un cavaliere senza macchia e senza paura. Si muoveva come se ogni gesto fosse dedicato alla divinità di cui aveva sposato le insegne e il credo. Parlava con cortese distacco, mantenendo una sorta di abisso tra lui, baciato in fronte da questo essere divino, e il volgo, che eravamo noi, io nella fattispecie, ma non lo faceva tingendosi di superbia, piuttosto come farebbe una guida, qualcuno che è lì a proteggere e a indicare la giusta via. Mi procurava la soggezione che si potrebbe provare dinnanzi ad un santo. Parlammo del motivo per cui mi trovassi nel bosco in quelle condizioni, e lui mi parlò della sua vocazione. Infine, giacché non avevo un posto in cui andare, mi invitò, una volta guarita, a cercare ospitalità presso i loro alleati, alla Corte delle Rose. Un posto consono a una giovane donna come lo ero io. La ferita alla schiena era molto fastidiosa e non mi permetteva agilità nei movimenti, ma per fortuna pareva essere abbastanza superficiale da non compromettere la mia incolumità. Certo, il cerusico mi informò che probabilmente il ricordo di quella disavventura mi avrebbe accompagnata per tutta la vita, sotto forma di una lunga cicatrice che mi avrebbe ricamato la schiena dal collo al bacino, ma secondo le sue conoscenze era sicuro che sarebbe guarita senza lasciare altri danni oltre a quel fastidio. Il medico mi disse che se volevo potevo andare ove il cavaliere mi aveva suggerito, sicuramente un luogo adatto alla guarigione dello spirito e del corpo; così l’aveva definito, e si raccomandò anche di tornare al lazzaretto per cambiare la fasciatura, che mi schiacciava talmente il petto da farmi sembrare il busto pari a quello di un ragazzo. Ero affascinata dal cerusico, un uomo tutto d’un pezzo, con la 18


barba folta e nera e i capelli neri anch’essi, con qualche ombra di grigio qua e là. Possedeva delle mani che avrebbero potuto spezzare il collo a chiunque, e invece erano leggere e precise. Nei giorni di degenza, lo osservai dare punti di sutura o estrarre frecce dai corpi di cavalieri maldestri con una maestria e una pazienza pari alla devozione dei famosi Leoni. Parlammo molto, e attraverso di lui cominciai a capire una grande quantità di cose del luogo in cui mi trovavo. Mi piaceva molto passare i pomeriggi a tempestare Jonec di domande. Ogni tanto prestavo anche il mio aiuto durante le operazioni, quando coloro che oggi chiameremo infermiere erano assenti o troppo oberate di lavoro. Mi insegnò molte cose, e io gli fui molto grata. La torre della Corte delle Rose, invece, fu per un breve periodo la mia casa. In quel luogo incontrai animi votati al bene, che facevano del mutuo soccorso e della spiritualità uno stile di vita. Ma già allora, cercando di imitarli, provavo una crescente irritazione per tutte le manifestazioni di quella fiera di integrità morale. Capire quanto fosse di facciata e quanto invece di ispirazione divina, come la chiamavano loro, era diventato il mio gioco preferito. Erano tutti ostentatamente gentili con me, la forestiera, la fanciulla costretta a fuggire dall’orco cattivo; ovviamente mi ero dipinta vittima, per ottenere il favore di chi mi avrebbe potuto aiutare. A dire il vero, vittima lo ero sul serio, solo che qualcosa mi spinse a modificare lievemente l’espressione del mio stato d’animo per apparire più debole e indifesa di quanto non fossi veramente. Non credevo possibile che l’abbandonare la mia vecchia vita fosse stato davvero così facile, non potevo crederlo e per molto tempo, ogni volta che udivo un rumore di zoccoli avvicinarsi, cercavo automaticamente con lo sguardo la via di fuga più agevole da raggiungere. Non era semplice per me capire come avessi potuto cancellare il mio passato in così poco tempo e con così tanto poco sforzo. Dopotutto, il prezzo che avevo pagato fino a quel momento non mi era parso così alto, ed ero talmente in collera con la mia famiglia che non ne sentivo nemmeno la mancanza. Mio fratello, ovviamente, era 19


escluso da tutto questo: lui mi mancava eccome. Alla torre di stanziamento, c’erano i Leoni accampati sul terreno circostante, e io legai molto con Aalart e con Alstan, che mi appariva così buffo, un’anima divisa tra la solennità della sua missione e il piglio del rubacuori. Un ragazzone alto con la pelle pallida e i capelli castano chiari, il volto da ragazzino e il sorriso facile. Lui e Aalart erano inseparabili, sia nella vita sia nelle imprese che svolgevano per conto dell’Ordine. Aalart tutto d’un pezzo e Alstan che tentava goffamente di imitarlo. Messi vicini si intuiva senza sforzo che Alstan aveva abbracciato da relativamente poco quella missione di devozione e sacrificio. Avevano ideali simili ma diverso modo di portarli sulla terra. Cominciai a prenderci gusto, ed ero diventata la loro protetta. La sera quando le luci del loro accampamento e le risa dei cavalieri riempivano l’aria, mi andavo a sedere sotto il portico dove si intavolavano le discussioni più disparate, che come finale avevano sempre la morale del bene che trionfa sul male. Mi ricordo ancora le frasi ridondanti di Alstan, che mi metteva in guardia: «Cittadina, purtroppo gli eretici han messo piede fra le fila del bene nascondendosi all’interno, dobbiamo guardarci le spalle. Il male ha messo radici profonde nel bene, ora sta a noi eliminarle!». I suoi occhi si illuminavano di fuoco, ardenti come quelli di un innamorato, ma io percepivo nel suo fare il retrogusto dell’insicurezza, quella di chi stia recitando una poesia e non sia sicuro di averla imparata perfettamente a memoria. Era buffo oltre ogni dire, ma era anche sincero e genuino. Una sera di quelle, quando il tempo era ancora caldo ed era piacevole trascorrere all’aperto quel poco del giorno che ci separava dalla notte, venne a trovarmi il cerusico. Gli avevo scritto dicendogli che la schiena mi aveva dato dei problemi, e quando Alastan lo vide arrivare incappucciato sul suo cavallo, subito sguainò la spada e antepose se stesso e lo scudo tra me e Jonec. Era iperprotettivo, specialmente in presenza di Aalart, dal quale aveva ricevuto ordini ben precisi che lui precisamente eseguiva. 20


Jonec, tentando di non scoppiare a ridere, chiese al povero Alstan: «Cavaliere, non siete un po’ troppo zelante?». Il giovane arrossì, ma seguitò a tenere la spada in posizione. «Non bisogna mai abbassare la guardia Signore, è mio preciso compito assicurarmi che nulla turbi la pace di questo luogo... Ma siate il benvenuto» sorrise, abbassando finalmente arma e scudo. Con il medico ci accomodammo all’interno. Chiese che fossero accese più candele possibili e cominciò il suo lavoro. «Che progetti avete per il futuro?» mi chiese Jonec con tono disinteressato, mentre con qualcosa di gelido puliva i punti che tenevano unita la ferita. «Cosa intendete?» risposi mentre piantavo le unghie nei braccioli di una poltrona, in un salottino privato al cui esterno, manco a dirlo, si era messo di guardia Stan. «Intendo che ormai è da un po’ che siete qui, non avete sostentamento e avete più volte espresso il desiderio di guadagnarvi l’indipendenza, quindi...» si interruppe per prendere un respiro, mentre io mi distruggevo un labbro per non lamentarmi; poi continuò: «Avete un carattere che mi piacerebbe trovare in un cerusico». Rimasi con la bocca spalancata. «Dite il vero? Io non avevo mai pensato a questa eventualità, e sì che li farei rigare tutti dritti al lazzaretto! Quelli rubano dalla dispensa quando non ci siete, e poi mentre i malati si lamentano le femmine son tutte in circolo a sospirare per l’aver veduto l’innamorato alla fiera o per aver cambiato le fasce a un soldato». Aveva finito di medicarmi e prese a pulire gli arnesi da lavoro. «Beh, prima di far rigar dritti i colleghi dovrete fare un po’ di gavetta, studiare molto e rigare dritto voi per prima» fece spallucce, mentre io lo osservavo incantata. «Una volta che si sia riuscito a far rigare dritta me, il gioco è fatto!» mi lasciai andare a un sorriso allegro, ma egli non mi seguì nella risata; invece, si fece serio in viso. «Yalihta, voi non avete idea di quanto abbia dovuto sfregare i pavimenti del lazzaretto o accettare compiti che non mi erano graditi. Ma sono sforzi che temprano il carattere, ci rendono più forti e pronti ad affrontare qualunque cosa». Fece una piccola pausa e mi guardò di sottecchi, ritrovando infine il buon umore. «Qualche paziente un po’ sopra le righe.» 21


Ricambiai il sorriso, intanto che dolorante, ma volenterosa di mostrarmi intraprendente, lo aiutavo a riordinare la sua borsa, un gesto che mi era diventato familiare. «Davvero Signore, non avevo contemplato una tale possibilità... Però v’è da dire che le carni squartate e le viscere di fuori non m’impressionano per nulla; son stata in battaglia io, sapete?» Se si consideravano battaglie quelle che scoppiavano nel giardino di casa mia tra me, mio fratello e mio padre che ci insegnava a tirare di spada, naturalmente. «La battaglia tempra il fisico e il morale Yalihta, e nel cerusico deve esser temprato il carattere. Ma avrete tempo per pensarci; non è una decisione da prendere con leggerezza, perché, come vi ho detto, si deve studiare molto prima di pensare di poter armeggiare con uno di questi affari» disse sollevando alla luce della candela un coltellino dalla lama sottile. L’idea di diventare cerusico mi entusiasmava. Ero una donna e all’epoca una femmina cerusico era come pronunziare una bestemmia. Eppure, quel medico dimostrava d’aver riposto la sua fiducia in me. Il nuovo mondo che avevo intorno mi stupiva a ogni sguardo, molto diverso da quello che era stato il mio universo fino ad allora. Anche il lavoro manuale per me era una scoperta: al castello in cui ero cresciuta, il massimo a cui potessi aspirare era diventare una brava e silente ricamatrice. Alla torre invece imparai a distillare i liquori, a preparare le conserve, a governare l’orto, a intrecciare i fiori; acquisii anche i primi rudimenti di sartoria, sorprendendomi ad apprendere che confezionare abiti era una delle cose che amavo di più. Pagavo con il mio lavoro la loro ospitalità, e avevo persino il permesso di andare al mercato a vendere per il mio guadagno. Difatti fu alla piazza del mercato che conobbi quelli che sarebbero stati, in seguito, i componenti della mia famiglia. Ormai, sebbene ideologicamente i miei ospiti non fossero affatto allineati con il mio pensiero, non potevo lamentarmi della loro accoglienza. Convivevo con loro fingendo di essere una creatura buona e refrattaria al peccato. In fondo, un po’ inconsapevolmente, la bontà della Corte delle Rose si era instillata in me ed era bene accetta, mi aiutava a non apparire 22


falsa e dai modi studiati. Le giovinette virtuose che dividevano con me la vita di tutti i giorni erano un po’ l’esempio da seguire, il modello al quale ispirarsi per sembrare più vera e sincera di loro. Quando parlavo con Aalart trovavo buffa l’aria paziente propria degli uomini che hanno visto molto e che tentano con tutte le proprie forze di essere giusti. Aalart aveva fatto da fratello maggiore ad Alstan e lui, per riconoscenza, era diventato la sua ombra. Una volta mi raccontarono di come Aalart salvò la vita a Stan durante una battaglia. Nei suoi occhi e nel tono con il quale mi raccontava gli avvenimenti vedevo ammirazione e devozione, mentre in quelli di Aalart leggevo imbarazzo e senso del dovere. Stan era sempre circondato da fanciulle, mentre Aalart sembrava quasi sfuggirne le attenzioni. Era capace di mettere un confine invisibile tra sé e le donne. Dimostrava più della sua età e incuteva una specie di timore reverenziale. Io ero affascinata da quel cavaliere che infondeva in me un senso di protezione che ancora oggi stento a dimenticare, ma più lo frequentavo e più mi accorgevo di quanto fossimo distanti l’una dall’altro. Due mondi diversi. Probabilmente fu per questo che in me esplose l’infatuazione per lui. I nostri occhi si incontravano spesso, ma egli subito li volgeva altrove, spezzando così il contatto che si veniva a creare. Ovviamente, lui che la sapeva lunga se ne accorse subito, e pur facendo finta di nulla mi parlò di come aveva rinunciato a costruirsi una famiglia. Mi spiegò che aveva deciso di dedicare la sua esistenza all’Ordine e al servizio della Dea. Inoltre, con la vita che conduceva, sarebbe stato impensabile sopportare la responsabilità di una moglie e magari di figli. Non voleva mettere al mondo dei possibili orfani e creare una vedova. Non desiderava doversi mai trovare di fronte a una scelta. Con una moglie a casa in attesa del suo ritorno, un giorno o l’altro sarebbe sicuramente finito nella situazione di dover scegliere tra i suoi alti doveri spirituali e i suoi doveri terreni. Invece, non ci doveva essere nessuno tra lui e la sua Dea. Il suo discorso fu chiaro e mi spinse a metterci una pietra sopra, anche se sentivo il cuore arrivarmi stupidamente in gola ogni volta ch’egli varcava il limitare della torre. Lo 23


vedevo attraversare i prati al galoppo, nella sua armatura splendente, e non potevo fare a meno di sognare, come ogni fanciulla che all’epoca si trovasse dinnanzi ad un bel marcantonio senza macchia, forte e puro come lo era Aalart. In realtà quelli come lui mi annoiavano e non poco, ma lui, forse per l’ombra che nascondeva dietro lo sguardo, forse per le cose che di sé non raccontava, riusciva a suscitare il mio interesse di donna fino ad allora sopito, negato, a causa dell’unico uomo sul quale avevo dovuto forzatamente posare lo sguardo, e cioè quello che avevo sposato. Ormai erano passati mesi dalla mia fuga e pensai che forse era giunto il momento di dare notizie a mio fratello. Glielo dovevo, era stato lui a darmi la forza, lo spunto, per dire addio alla mia condanna. Poche parole, senza indicare il luogo in cui mi trovassi, per dirgli che ero viva, che stavo bene, e che lo ringraziavo per avermi salvato la vita. E così feci, aggiungendo il desiderio, forse ovvio, di non essere cercata in alcun modo. Spesso mi ritrovavo a pensare a lui. Mi mancava, mi mancava il suo sostegno, la sua sagacia, mi mancava il primo uomo che non mi aveva mai trattata come facevano tutti gli altri, e cioè come l’appendice del maschio, la potenziale canestra atta a contenere gli eredi, un essere privo di intelletto e sicuramente povero di parola. Le donne erano questo e molto meno ancora. Qui invece, nel luogo in cui mi trovavo, le cose erano diverse. Avrei voluto tanto raccontarlo a Sivyel. Le donne conducevano una vita decorosa, anche dal punto di vista psicologico. Ho visto donne con l’armatura andare in battaglia insieme agli uomini, ne ho viste altre comandare eserciti, e ho visto donne a capo di una famiglia, abili commercianti o attive nella politica. Qui, le donne, seppur nei limiti di un tempo in cui erano comunque considerate esseri inferiori, avevano una loro identità e persino il permesso di dire la propria in pubblico, di alzare la voce, di bere alcolici e soprattutto di entrare in taverna, inteso come persone normali, non solo come prostitute. 24


Per me era il paradiso. A distanza di tempo, decisi di scrivere ancora a mio fratello; ma questa volta, in forza della fiducia che avevo in lui, gli fornii un recapito al quale inviare le sue risposte, supplicandolo di tenere per sé l’informazione ricevuta e di scrivermi solo di tanto in tanto per non destare sospetti. Andando al mercato a portare la merce da vendere, imparai l’arte della contrattazione e del commercio, prendendo l’abitudine di passare un po’ del mio tempo al magazzino della taverna, dove consegnavo i viveri e dove si riunivano i personaggi più strambi del luogo. V’erano filosofi, artisti, ladri, saltimbanchi e semplici perdigiorno. Li ascoltavo in disparte, con il mio solito bicchiere di rum o di vino davanti al naso. Avevo cominciato ad assaporare queste bevande durante i giorni freddi, in cui entravo nella cantina e il proprietario mi offriva qualcosa da bere per scaldarmi le ossa. Solitamente scrivevo o leggevo, lasciandomi piacevolmente distrarre dai discorsi altrui, o dal loro cantare, magari accompagnati da strumenti musicali improvvisati. Tentavo in quel modo di stare lontana dal cavaliere che mi metteva tanto in subbuglio, anche solo quando venivo a conoscenza della sua presenza nella stanza attigua. Purtroppo o per fortuna, quando tornavo alla torre egli era sempre lì con i suoi uomini; e la sua presenza, addirittura, era palpabile in giro per la cittadina: infatti a ogni armatura luccicante, a ogni stendardo bianco con il simbolo della mezza luna o ad ogni suono di passo cadenzato che udivo, non potevo fare a meno di pensare a lui, che li comandava tutti. Avevo preso una bella infiammata di cuore, tanto che avevo deciso di cambiare idea e di percorrere la sua strada di rettitudine. Cercai in ogni discreta e goffa maniera possibile di mandargli segnali inequivocabili del mio devoto interesse, e lui, da gran signore quale era, cordialmente mi evitava. Evitava di darmi troppo spago e di rimanere da solo con me in una stanza o in una conversazione che potesse farsi troppo intima e scomoda per entrambi. Nonostante questo, la sua gentilezza e il suo modo di 25


rapportarsi a me non mutarono affatto. Ogni volta che mi vedeva arrivare, mi accoglieva sempre con il più luminoso dei sorrisi. Non potrò mai dimenticare il giorno in cui temetti di morire sotterrata dalla vergogna. Ero al pian terreno della torre, in un salottino con delle grandi finestre, arredato con poltroncine in legno di ciliegio e imbottiture color rosa antico, ricamate di piccole roselline di una sfumatura più intensa, e centrini elaborati e tende con le balze sempre nei toni del bianco e del rosa. Stucchevole e ridondante, a dir poco. In mezzo alla stanza vi era il camino sempre ardente, rivestito di pietra bianca. Il verde acceso del mio abito, fornitomi dalle pie Sorelle delle Rose, faceva risaltare notevolmente la mia carnagione chiara e il vermiglio imbarazzante dei miei capelli, che lentamente stavano ricrescendo. A causa della pioggia battente non vi fu mercato per me, quindi rimasi in casa, a guardare fuori dalla finestra lo spettacolo della natura baciata dal sole e bagnata dal temporale. In grembo avevo un libro che non avrei mai finito e sul tavolo v’era il set da scrittura, che non aveva nessuna intenzione di attrarre il mio interesse. I passi precisi e volutamente pesanti fecero scricchiolare il pavimento di legno della stanza. Mi voltai e vidi Aalart. La cervelliera sotto il braccio, gli abiti pregni di acqua e i capelli che rilucevano del cristallo liquido con cui il cielo li aveva battezzati. La mia bocca si scompose in una discreta “O” di meraviglia. Ma naturalmente, come a difesa del mio senso del pudore, salutai con cordiale distacco e finsi di riprendere la lettura. Lui rimase sulla soglia della stanza, ancora gocciolante, lo sguardo sereno; chinò il capo, e mi chiese di poter entrare e approfittare del caminetto acceso. Era in imbarazzo, costernato dal dover infrangere la barriera invisibile che lui stesso aveva imposto fra noi due. Io, asciutta nei toni ma volutamente gentile, lo invitai ad entrare, senza quasi staccare gli occhi dal libro, del quale non avevo letto nemmeno una parola. Si inchinò del tutto, come la regola gli imponeva di fare in presenza di una dama, e poi si avviò al camino, davanti al 26


quale cercò di asciugarsi e riscaldarsi. Per molto tempo nessuno dei due pronunciò una sola parola, quando finalmente con il tono della giustificazione egli ruppe il silenzio. «Mi auguro che la pioggia non continui per giorni, perché l’accampamento sta diventando una palude». «Sì, ve lo auguro anche io». «Vi siete ripresa molto bene, sono lieto di questo. E vi trovate bene qui?». «Sì, vi ringrazio. Non avrei potuto desiderare di meglio per la mia convalescenza». Ancora fu il silenzio ad avvolgere la stanza, quando nuovamente Aalart prese la parola: «Ho notato con piacere, Milady, che avete cominciato ad ambientarvi nel ducato; questo non può che giovarvi e contribuire alla guarigione definitiva del corpo e dell’anima». «Il vero battezza le vostre favelle, mio signore» mi limitai a rispondere con disinteresse. Lui, dopo pochi granelli di clessidra, cercò conversazione con un’altra domanda alla quale io infine risposi così, sollevando il capo dal manoscritto e finalmente voltandomi verso di lui: «Aalart, non siete obbligato a tenere in piedi una conversazione che non desiderate; non sforzatevi troppo, non è mia ambizione mettervi in difficoltà.» Mi ascoltò con attenzione incrociando le braccia al petto. «Mia signora, vogliate perdonarmi, ma purtroppo la nuova carica che mi è stata assegnata è una spada a doppio taglio: molto Onore, ma molto duro lavoro» sorrise senza scomporsi, guardandomi fissamente negli occhi «Sono stato ben poco presente con la mente, così che ho trascurato i miei doveri». Il mio sopracciglio si sollevò dinnanzi a quei rattoppi verbali e sbuffando un sorriso mi accorsi di un rimbalzo nel mio petto. «Doveri? Avete dei doveri nei miei confronti?» scossi il capo e in un attimo, l’unico attimo in cui il coraggio abbracciò la mia sfrontatezza, traboccai il mio pensiero «È con la sincerità che desidero dimostrarvi la stima che ho per voi, non posso fare altrimenti, credo...» ricacciai indietro a fatica un po’ di rossore che mi si affacciava sulle gote e continuai: «Che vi siate accorto degli sguardi che gli occhi miei vi regalano... come l’altro giorno in taverna, per esempio, o come ogni sera sotto 27


il portico. Non è forse questo che vi ha esortato a cercare conversazione questa mattina?». Sul suo indecifrabile volto apparve un accenno di sorpresa, che con maestria dissimulò in fretta. «Milady, siete una donna molto affascinante e i vostri modi son così aggraziati e dolci che a fatica un uomo potrebbe resistervi». «Ma voi sì» d’impeto risposi; lui serrò gli occhi e fece una lunga pausa, proseguendo nel discorso che probabilmente aveva già designato con il pensiero, usando il tono mansueto di un druido. «Ma io sì, esattamente. Io, che alla Dea ho dedicato il mio cuore; ad Ella soltanto sono fedele». Desideravo distruggermi le labbra a suon di morsi, ma non lo feci. Ero seduta e potevo mantenere una parvenza di decoro misurando anche il più piccolo dei miei movimenti, come la risata amara di centellinata strafottenza che precedette le mie parole, seppur colme di rispetto: «Questo lo sapevo già, Signore, e sapevo che con voi mai nulla sarebbe accaduto, che nessuna delle mie, da voi ben descritte, pregiate qualità, avrebbero in alcun modo intaccato la purezza e la devozione del vessillo che portate sul cuore, ma come avrete capito, sono solita parlar chiaro. Voi l’avevate già compreso, eppure avete pensato che fossi tanto sciocca da non aver intuito nulla nel vostro modo di agire e di rapportarvi a me». Aalart parve attendere che il suo sguardo divenisse, in qualche modo, il più adatto possibile alla situazione di cui suo malgrado si era trovato protagonista. Mi colpì per un istante una luce nei suoi occhi: un baleno che esprimeva il desiderio di spezzare le catene del rigore con cui da se stesso si era fatto prigioniero. Trasse un profondo respiro, come a cercare la forza per distaccarsi da quel pensiero o dal desiderio stesso che incoraggiava quel pensiero. In fondo, Aalart era un soldato, e fu il sorriso di un soldato dinnanzi al nemico quello che mi offrì, con fare mansueto e sereno. «Sono un uomo d’arme, devoto all’Ideale e al sacro servizio». Il suo mento si alzò fiero, gli occhi neri come i miei sostenevano lo sguardo che gli anteponevo. Come se rispondesse proprio a loro fece di no con un cenno del capo, prima di proseguire nella sua febbrile arringa difensiva. «Il mio cuore non è puro. In ogni cuore si annida il male, sapete? Anche nel mio, ed è a questo che son votato, a 28


combattere il male in ogni sua forma, anche dentro di me. Solo una volta conobbi l’amore terreno». Una piccola crepa nell’armatura immaginaria fece sentire il suo graffio, perché Aalart davanti a me sospirò lasciandosi andare, facendo trasparire la sua umanità tinta di una debolezza repressa e difesa allo strenuo. Per quei brevi attimi in cui ci ritrovammo l’uno di fronte all’altra, mi apparve disarmato come un qualsiasi essere umano che si abbandoni ai ricordi di qualcosa che lo aveva turbato e ferito profondamente. «Quando lei se ne andò, le giurai che non avrei mai più cercato l’amore di un’altra donna, ma che l’avrei attesa per sempre». Un sorriso amaro comparve sul suo volto e io trovai la sua ultima frase così stucchevole e lontana dalla mia realtà, da non poter pensare che quelle parole fossero uscite proprio dalle labbra del cavaliere che avevo adorato empiamente così a lungo. Ma ero ancora troppo coinvolta, e forse il mio turbamento, come accade agli infanti, era nato dall’inaspettato “no” che avevo ricevuto. E nemmeno fu per la risposta negativa in sé che ricevetti, ma per la motivazione che vi stava dietro. Quella fu una delusione. Mi ero tuttavia ritrovata in piedi e con il fallimento negli occhi, rappresentato dalle lacrime dominate in un velo. Avanzai d’un passo verso di lui, ma Aalart indietreggiò, con delicatezza, di un solo passo, lo stesso che avevo guadagnato io avvicinandomi. Nuovamente quella barriera si innalzò in un momento. Mi disse in un mormorio che era tempo di andarsene. E fu la prima volta che lo vidi distogliere e abbassare lo sguardo: non per scoraggiare il mio, ma proprio per evitare che incrociasse il suo. E feci il danno, con una lacrima che percorse le mie guance, lacrima che con sdegno raccolsi e disintegrai con le dita. Mi tremava la voce, ma con la decenza di una regina, la tesi sino a istruirla alla normalità e con il mento fiero gli dissi quel che il mio disio dettava. «M’auguro che non mi neghiate la vostra compagnia in futuro, per questo episodio di troppa sincerità,» improvvisai un sorriso tirandolo per gli angoli della bocca e 29


proseguii «ma dovete concedermi almeno la risposta a una mia domanda, che sia il premio per la mia audace chiarezza e onestà». Mi interruppe riappropriandosi della fermezza nella voce. «Non v’è cosa migliore che il benedire le parole con la verità, Milady Yalihta; tutto ciò vi fa onore, e la mia compagnia non vi sarà mai negata. Dunque, chiedete e vi sarà concesso». Non mancai di notare il suo sguardo che ora sembrava interessato al destino di quell’unica lacrima. Il mio tono si fece aspro e saccente quando ripresi a parlare, stupendo me stessa per la padronanza con cui ammaestravo i miei sentimenti in tumulto. «Ditemi chiaramente, così come ho fatto io con voi, potete giurare che per me non provate nulla? Che nulla della mia persona v’incuriosisca o v’attragga in alcun modo? E vi prego non rispondetemi con un giro di parole, desidero conoscere la verità, della cortesia non me ne faccio nulla.» Ancora una volta abbassò lo sguardo sfuggendo al mio, sebbene sorrise come si fa con i bambini, e l’espressione dei suoi occhi fu per me una specie di vittoria. «Sarò come son sempre stato con chiunque, sincero e diretto» prese a parlare rialzando il capo «In voi non v’è nulla che non sia armonia e beltà mia Signora, nel vostro sguardo posso intravedere la purezza del vostro cuore e la dolcezza che alberga in esso. Se dovessi ascoltare il desiderio umano di avere una compagna al fianco, beh, credo che non esiterei oltre nel farmi avanti con voi, ma promisi che non avrei mai amato un’altra donna e giurai alla Dea di amare solo Lei e di servirla fino alla morte.» La sua risposta non fece altro che instillare in me l’irritazione più pura. «La Dea Madre nostra non vi chiederebbe mai di rinunciare a una creatura, che a quanto raccontano i suoi figli, ella stessa avrebbe messo sul vostro cammino. Se le anime nostre si sono incontrate, voi sapete meglio di me che non è stato per caso, e se tanto affine mi considerate al vostro animo, come voi stesso affermate, non prendete in giro voi stesso e me in nome di una Dea che non v’ha chiesto nulla.» Il mio volto era una maschera di scoramento e di indignazione. Lui serrò la mascella e il suo volto divenne di cera, mentre io 30


tremavo nel più profondo di me stessa per la vergogna, per la stupidità di quel mio voler turbare la quiete di una persona che chiaramente mi aveva fatto intendere l’indirizzo dei suoi sentimenti nei miei confronti. «Ora la mia dignità non mi permette di restare qui oltre». Man mano che parlavo con lui, sentivo il nervosismo farsi più forte e invadente. «Che la sorte sia benevola quanto lo è la Dea che vi benedice ogni giorno, nonostante voi vi ammantiate del diritto di mutar ciò che lei stessa, che dite di amare, già ha deciso». «Ciò che la Madre ci pone sul cammino son scelte e nulla più, Yalihta» pronunciò la sua affermazione quasi mormorando mentre io già mi dirigevo verso le scale che portavano al piano superiore. «Ella non è costrizione, ma libero arbitrio. Ella non è imposizione, ma dolce invito» aggiunse conciliante. «Dolce invito?» tuonai, ridendo risentita. «Non è mia indole prendermi gioco di me stesso né tanto meno di chi mi si trova di fronte, ma solo seguire ciò che la Dea ha decretato per me: la ricerca della purezza dello spirito e una vita dedicata all’ideale! Questo è stato posto sul mio cammino e io l’ho scelto, altrimenti non trovo ragione di quanto mi sia successo. Altrimenti non posso accettare che mi sia stata portata via colei che amavo più di me stesso! Se non fossi così fermo nei miei ideali, credo che la mia mente non avrebbe più luce da render chiari i pensieri di un uomo che ha scelto un cammino d’amore piuttosto che di odio. Che la Dea che tanto ama i suoi figli possa essere benevola con voi e proteggervi nel cammino». «Sapete? Forse ella stessa è stufa di vedere una delle sue migliori creature, una delle più giuste e più belle, destinata alla solitudine e a non perpetuare nel tempo il rinnovo della vita stessa, che, dopo di lui, alla terra indebolito ritornerà. Mio caro Aalart, entrambi non conosciamo la verità, e tanto io quanto voi possiamo essere certi di avere il cuore nel giusto o nell’errato, quindi non rispondetemi come se parlaste per voce diretta della Signora della quale vi dichiarate servo e compagno... O forse devo pensare che non ritenete abbastanza puro e degno ciò che vi ho confessato?». «Siete in errore, non è ciò che ho detto Yalihta». 31


«Milady Yalihta» lo corressi. «Milady Yalihta, non fraintendete le mie parole; è il cuore mio che va alla ricerca della purezza dello spirito, nel perpetuo rinnovo della realizzazione dell’Ideale, nella crescita spirituale e nel cammino che la nostra anima compie prima di ricongiungersi definitivamente con la Giusta. L’Amore che alberga nel cuore degli uomini è la cosa più pura ch’io ricordi di avere mai visto in tutta la terra abitata, ma può far bene tanto quanto può far male, e allora inquinerebbe ciò che ho rincorso e raggiunto con fatica fino a oggi». Feci appello a tutte le mie forze per trattenermi. «Ma quale bestemmia devo mai sentire? Questo non lo potete dire! Il potere di vedere al di là del vostro presente non l’avete, poiché vi son cose che l’amore può rendere più pure del vostro sterile sacrificio! Ma se siete così fermo nelle vostre idee, dovrò ritenere che ciò che per me avete detto di provare non corrisponda che a una menzogna, a un dolcetto che si promette dopo un cucchiaio di olio di ricino». Il suo volto era una maschera di serenità e paziente accondiscendenza. «Perdonate? Con tutto il rispetto che di certo meritate, ma dalle mie labbra non è uscita alcuna menzogna, perché nulla ho detto di provare nei vostri confronti; che morte mi colga se non dico il vero». «Non ho detto questo, mai mi sognerei di mettere menzogne in bocca a un santo sotto forma di parole che mai avete pronunziato; e lasciate stare l’angelo della morte che ha cose ben più serie da fare che sostenere le convinzioni di un uomo al cospetto di una disarmata fanciulla, che non è così tanto sciocca da dichiararvi un amore che ancora non prova». «Una disarmata fanciulla che si destreggia egregiamente nella dialettica a quanto vedo. Come dite voi, non mi è concesso poter vedere al di là di ciò che è il mio presente, ma mi è concesso trarre insegnamento da ciò che è stato il mio passato. E questo mi ha insegnato: che l’Amore terreno è solo un’illusione». «Bel modo di preservarvi dal dolore, ve ne devo dare atto Signore». Lui strinse i pugni e la mascella contemporaneamente: «L’Amore, per chi ha l’onore di poterlo assaporare, non si coltiva in una vita intera; so bene che domani non ricorderete 32


più nemmeno il nome mio». Prese a muoversi per riattraversare la porta dalla quale era entrato. «Già ve ne andate cavaliere? Che peccato». «Sì Milady, la nostra conversazione ha trovato la sua fine». «E che mi dite di questo: “Se dovessi ascoltare il desiderio di avere una compagna, non esiterei nel farmi avanti con voi”. Cosa debbo capire di questo? Se dite di non riuscire nemmeno a pensare di amare, per quale motivo mi vorreste al vostro fianco?». «Milady, non intendevo dire ciò che ora state pensando». «Fate pace con ciò che sono i vostri desideri e ciò che è invece emulazione del giusto, perché se fra queste due cose vi troverete molta discrepanza, forse allora non è questo il modo migliore per onorare la Madre, ma solo un modo per sfuggire a un’umanità della quale vi rifiutate di fare parte, gioie e dolori compresi. Rimanete pure a godere del calore del camino, lascio io la stanza». E con un sorriso e un chinar di capo mi allontanai in fretta risalendo finalmente le scale. Non avrei sopportato di ascoltare ancora quelle sue parole vuote e pregne di fanatismo, ero arrabbiata. Come poteva una mente così acuta, ragionare in quella maniera così ottusa? Compresi che tutti coloro che professavano il credo per la Dea dovevano essere affetti della medesima cecità. Nascondere dietro un volere che decidono gli uomini la legge di una “Madre” che non ha diritto di parola. Ero stata quasi in procinto di abbracciare in tutto e per tutto quel dogma, ma ora che Aalart mi aveva aperto gli occhi non ero più sicura di voler donare il mio intelletto a un credo religioso così frustrante. Non ero fatta per il sacrificio; l’altruismo non mi era congeniale, così stridente con il mio essere donna in quei tempi e in quel mondo così in evoluzione. Così presi a frequentare sempre meno i portici della torre preferendo a essi la taverna, il mio angolo di democrazia lontano dall’esaltazione. Inevitabilmente cominciai a stringere vera amicizia con i frequentatori della cantina. Gente che non si riconosceva e riuniva sotto nessuno stendardo, se non quello dell’insegna stessa della bettola, dove inneggiavano alla libertà mentale, al 33


libero pensiero, all’emancipazione delle persone in quanto individui, con tutto il loro esser diversi tra di loro e unici. Non c’erano pie donne o cavalieri senza macchia e senza paura. V’era una sorta di cameratismo e di senso di appartenenza che andava al di là di una missione da compiere. Era la vita reale. Erano compagni di vita che si stringevano attorno al diverso per capire cosa lo rendesse tale, senza chiedere, ma vivendoci in sintonia. Non era un paradiso, tutt’altro, era vita di strada. Non c’erano centrini ricamati o tende con le balze alle finestre sudice. Ben altra faccenda. Ovviamente, allontanandomi psicologicamente da quel luogo, mi allontanai anche dall’idea di perseguire la retta via nella carriera di cerusico. Ne avevo avuto abbastanza di doveri e di rispetto dell’onore e della vocazione, di qualsivoglia genere fosse. Non facevano per me quella vita e la disciplina al servizio degli altri, non erano faccende che sentivo aderirmi. In fondo, a essere onesta con me stessa, degli altri che cosa poteva mai interessarmi? Jonec accolse con dispiacere la mia decisione e all’inizio tentò di farmi cambiare idea. Non approvava la mia scelta di non seguire la direzione che mi aveva indicato, e mi propose infatti di dedicarmi al lazzaretto almeno una volta o due la settimana. Si comportava come un padre apprensivo e un mecenate sconfitto nell’impotenza di guarire l’improvvisa paralisi delle mani del suo artista. Negli anni, rimase comunque il mio cerusico personale. Corse ogni volta che ne ebbi bisogno, ma ogni volta leggevo nei suoi occhi l’amarezza che si prova davanti a uno spreco. Perché per lui questo ero: uno spreco.

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4. LO ZINGARO E IL MAGO (The Old Christy Barry’s, the Rolling Waves – Irish Folk Songs)

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4. LO ZINGARO E IL MAGO Avevo pochi danari per sopravvivere, quindi mi arrangiavo a fare un po’ di tutto, dalla raccoglitrice di frutta alla lavapiatti e cameriera in taverna, ricevendo un aiuto dall’oste che mi aveva offerto da bere molte volte. Non c’era più motivo che restassi alla torre, poiché rimanere alla Corte delle Rose mi costringeva a vivere una doppia vita, quella dell’innocente devota alla causa e quella che invece trascorrevo fuori, al limite delle loro regole e del loro senso del decoro. E poi c’era Aalart. La mia impossibilità di comprendere le sue motivazioni mi spingeva alla polemica e al desiderio di scavare a fondo nella sua anima, per vedere quanto davvero fosse incorrotta e solida dinnanzi al peccato. Non ero innamorata di lui, ma preferivo in ogni caso vederlo il meno possibile. Col tempo e con il lavoro sodo, riuscii a racimolare abbastanza denaro per potermi permettere di affittare una stanza sopra la locanda. Ebbi a scoprire due delle passioni che sino ad allora non avevo ancora individuato: la prima era il rum, la seconda il vagabondaggio. Amavo camminare e godere appieno della libertà che avevo conquistato con la fuga. Passeggiare, perdermi nell’osservare i luoghi, le persone, ma soprattutto camminare senza una meta, laddove i miei piedi mi conducevano prima di provare stanchezza. Solo allora mi fermavo e sceglievo un luogo da cui contemplare ciò che mi circondava. La bellezza del senso di libertà da cui mi sentivo abbracciata. E fu proprio durante uno dei miei vagabondaggi che mi ritrovai a percorrere la via del monte, un percorso che si inerpicava verso l’alto costeggiando le pareti rocciose dove il terreno cominciava a farsi più arido. Lì trovai una piccola casa, apparentemente a due piani, arroccata sul ciglio della strada. In realtà v’era solo una piccola gradinata che permetteva di accedervi, e sotto c’era semplicemente la 36


cantina, faticosamente ricavata dalla roccia. Sembrava sdraiata sulla rupe. La parte della casa che dava verso l’esterno era appoggiata su di un terrazzo naturale, un piccolo giardino che finiva sullo strapiombo. Da lassù si poteva vedere l’intera città e spostando oltre lo sguardo, al di là della vallata, le colline verdi e infine il mare. Su una delle colline, attorniata dai boschi e dalle scogliere, in un contrasto cromatico e di forma, svettava un’enorme villa che dal ripiano naturale riuscivo facilmente a vedere. Era bianca, a differenza degli edifici e dei castelli presenti nel paesaggio che emergevano scuri nelle vallate e in mezzo ai paesini. Enorme e candida, sembrava scolpita interamente nel marmo e immersa nel verde più scintillante che la circondava. A volte al tramonto, quando il sole era molto basso, quando stava per tuffarsi nel mare, quella fantastica villa rifletteva il colore rosso dell’astro del giorno, come se ne assorbisse l’essenza del suo pigmento. Spesso mi ritrovavo a fissarla, cercando di scorgerne gli abitanti o cercando di carpire qualche mutamento, poiché a differenza degli altri fabbricati sembrava possedere vita propria. Ogni tanto mi capitava di vedere qualche carrozza coperta giungere lungo il viale di grandi alberi, tutti uguali e ordinatamente ritti uno dopo l’altro come un corteo d’onore, che attenda il passaggio di un Re o di una Regina. E ancora, saltuariamente, specialmente d’estate, la casa bianca si illuminava di torce e fiaccole; probabilmente erano le sere in cui in quel palazzo si davano ricevimenti. La mia casa invece cadeva quasi a pezzi, era una specie di magazzino pieno di polvere e botti di legno vuote. Ma la cosa che me ne fece letteralmente innamorare fu ciò che trovai al centro della sala che occupava quasi tutto il piano: i resti di un’enorme carrozza. Pareva la carcassa di un antico mostro sconfitto. Con ancora la portiera attaccata alle sue cerniere, spiccava nel suo blu lacca incrostato. Anche i sedili al suo interno erano del medesimo colore. L’altro fianco invece mancava quasi completamente. Priva dei vetri e delle lanterne, del soffitto della vettura, rimaneva solo il primo strato di copertura, ma stranamente aveva ancora le tendine intatte. Il cassone del cocchiere era anch’esso miracolosamente in piedi. 37


Nessuno mi seppe dire cosa ci facesse una carrozza di quelle dimensioni là dentro, né tanto meno come ci fosse arrivata, dato che farla passare per le porte sarebbe stato impossibile. Una donna che abitava nella casetta appresso mi disse che l’affitto non era alto, e che se la volevo potevo prendermela perché tanto non interessava a nessuno. E così feci. Mi sembrava perfetta. Non aveva nulla del castello in cui ero cresciuta e nemmeno della pulita perfezione della Corte delle Rose. Era un posto, non era un casa, era semplicemente un luogo. E io forse dentro ero un po’ così, una specie di magazzino pieno di cose e di polvere. Da quel giorno divenne il mio mondo, il rifugio in cui l’umanità non mi avrebbe trovata nemmeno se m’avesse vista. In quella casa, scovai vecchie tele e barattoli di pigmenti per pittura, così cominciai a dipingere e a trasformare pian piano quel posto in un laboratorio artigianale, in cui sperimentavo l’arte che era in me. Tra i frequentatori della locanda conobbi una sarta, che mi aiutò ad accrescere le mie conoscenze di sartoria, qua e là appresi abbozzi di scultura, mentre per quanto riguarda pittura e musica ne sapevo già del mio, avendo avuto un precettore. Apprendevo di tutto, e il più possibile, semplicemente frequentando i miei amici. Osservavo e assorbivo: la mia mente era completamente aperta e, a causa della mia precedente esistenza vissuta nella bambagia, era affamata e vuota. Il pavimento cominciò a riempirsi di bocce di vetro. Conservai la prima bottiglia di rum che bevvi da sola come un cimelio, cosa che in casa di mio padre non mi era assolutamente permessa, e pian piano in terra non vi furono altro che bottiglie. Adoravo il loro rumore quando vi passavo in mezzo, era una specie di prato di cristallo in mezzo al quale dormiva, pronto all’attacco, il mostro guardiano della mia dimora. Il caminetto annerito era sempre acceso, estate e inverno. Se non c’erano resine a bollire, v’erano gli intrugli di erbe che mi ero convinta a sperimentare. Oppure i coloranti con i quali tentavo nuove sfumature per le stoffe con cui mi cucivo alla meno peggio gli abiti, o con cui confezionavo i grembiali e i cuscini da vendere al mercato. Un altro elemento della casa di cui si possono enumerare i 38


ricordi era il divano blu. Divano che avevo rifoderato dello stesso tessuto dei tendoni blu che si potevano trovare in ogni stanza della casa; stoffe che naturalmente avevo recuperato in giro, e poi tinto semplicemente del colore che avevo in esubero. Sì, era tutto malconcio e rattoppato, ma era tutto mio; tutto mio e tutto perfetto, ed ero libera. C’era un altro luogo nel ducato in cui mi recavo sovente: un parco pubblico dotato di gazebo e di laghetto. Con la bella stagione cominciai ad andare spesso a leggere e ad arrampicarmi sugli alberi. Il freddo inverno lo passavo più nelle taverne, ma in primavera il parco era senz’altro più stuzzicante. Osservavo dall’alto le persone che passeggiavano, riconoscendo nel via vai alcuni volti degli abitudinari come me, che sceglievano i giardini quale meta di oziosità. Gli abiti delle donne si schiarivano e appuntavano di fiorellini e rouches, mentre le acconciature ospitavano romantiche coroncine di margherite. C’era un giovane, che ormai avevo imparato a conoscere dal passo. Mi ricordava molto mio fratello, ma non per somiglianza, quanto per modi di fare. La sua andatura, il suo sorriso, persino il capannello di femmine intorno a lui erano gli stessi di mio fratello. Un pomeriggio, e lo rimembro ancora come se fosse accaduto ieri, ero appollaiata su uno degli enormi alberi a godermi quel posto tranquillo, ammirando i cigni che popolavano il lago di fronte a me e fantasticando come mio solito, quando, decidendo di scendere dalla pianta, vidi che proprio sotto di me c’era sdraiato il giovane in questione. La sua posizione mi impediva la discesa, e così, tentando invano di richiamare la sua attenzione, raccolsi una pigna e gliela lanciai addosso. «Ussantidei! E che cos’è?». «Una pigna» risposi. Lui si tirò su con la schiena, ma poi tornò tranquillamente a sdraiarsi con le braccia incrociate dietro la nuca, rivolgendosi a me che ero ancora abbarbicata in cima alle fronde. «Geniale, grazie» e richiuse gli occhi. «Vi chiedo scusa, non era mia intenzione disturbare il vostro 39


sonno, ma dovrei scendere». Mi rispose il silenzio e io incalzai: «Vi prego, dovrei scendere». Lui sospirò: «E allora scendete». Cominciai ad irritarmi, così che il mio tono di voce cambiò, divenendo più teso. «Vi prego signore, potreste spostarvi da qui sotto così da permettermi di scendere?». «Chi io? Naaa, non ci penso per nulla». «Oh, Santa Cleopatra! E se vi casco addosso?». «Ci mancherebbe pure!». Mi diede subito ai nervi. E non stava scherzando, rimase sdraiato esattamente dov’era. Presi dunque a scendere, quando osservandolo con la coda dell’occhio mi fermai. «Ehi! Voltatevi!». «E perché?». «Ma come perché? Voltatevi e basta!». «Che caratteraccio che avete, quante storie! Se dovete scendere, scendete. Chi vi trattiene?». Io mi limitai a imprecare a labbra serrate e mi calai di sotto. Con un balzo gli atterrai accanto. «V’è piaciuto lo spettacolo?». «Sì, anzi, se aveste la buona grazia di tornare sull’albero...». «Manco morta! Anzi, eviterò accuratamente i giardini quando vi vedrò nei paraggi». Presi a sistemarmi con foga mentre già mi dirigevo verso l’uscita, inciampando ripetutamente nella veste. Con un occhio aperto e uno chiuso, egli si sollevò appoggiando il capo su di un braccio. «Arthur des Innocents. E voi?». Fermai il passo, e mi voltai. «Yalihta, Yalihta e basta». E, detto questo, lasciai il parco. Quello non fu l’unico incontro singolare della giornata. La notte stessa, dopo aver terminato il mio lavoro alla locanda, mi sedetti a un tavolo a discorrere con qualcuno dei clienti abituali; il locale era semi vuoto, e io non avevo voglia di tornare a casa. Annoiata e stanca, seguivo a malapena l’accesa conversazione dei due interlocutori seduti al tavolo, 40


quando, con un cigolio sinistro, si aprì la porta, e barcollando, ma con l’aspetto fiero di un nobile decaduto, fece il suo ingresso la creatura più bizzarra che avessi mai visto. Una specie di tuba in testa, con dei ninnoli tintinnanti e piccole piumette di pavone appoggiate sulla falda. L’abito scuro non proprio appena confezionato. Ma la cosa che mi colpì subito furono le due fossette ai lati di quella bocca che tratteneva una pipa. «Lieta notte a voi Signore e Signori, che indugiate al limitar dei sogni. Che sia lieta o che sia amara, lasciate che un bicchiere di vino faccia dell’incerto la poesia di un povero stolto». Al termine del suo discorso, recitato come fosse stato sul proscenio di un teatro, fece un sontuoso inchino, con un sorriso malizioso che avrebbe sciolto il cuore persino della più acida delle zitelle. Io ne rimasi affascinata, letteralmente rapita. Nel piegarsi in avanti gli cadde il cappello dalla testa ed egli sembrò non essersene nemmeno accorto. Il suono noioso di una voce femminile interruppe il divertimento: «Patetico, non trovate?». Io mi alzai e andai a raccogliere il copricapo. Gli soffiai via la polvere da sopra. «Forza, tornate dal vostro padrone, cosa vi salta in mente di abbandonarlo così?» parlai al cilindro, e proseguii porgendolo al proprietario. «E voi, Signore, dovreste trattarlo meglio; chissà cosa gli avete fatto! Per sfuggirvi così dal capo avrà avuto le sue buone ragioni». Per un attimo incrociai i suoi occhi grigi, cerchiati, ma di una lucidità disarmante. Avevano l’argento della luna e l’oro di chi ha vissuto in mondi sconosciuti ai più. Mi guardò e chinò il capo affinché fossi io stessa a calcarlo sulla sua testa. «Rimettetelo voi stessa al suo posto, poiché non credo ci verrebbe di sua sponte; e se glielo chiedo io, non mi ascolterà di certo». Così feci, e poi lo invitai al tavolo per offrirgli un bicchiere di vino. Malgrado il suo aspetto trasandato, ogni parola promossa dalle sue labbra aveva il suono della verità confutata e della filosofia pregiata di una mente geniale. La dama di cui non ricordo assolutamente il nome si mise a 41


parlare e la sua voce stridula fu galeotta alla complicità che nacque tra me e l’avventore dalla tuba ribelle. Mi vide sgranare gli occhi e sbuffare, così con l’aria amabile del gentiluomo mi fece l’occhiolino e si rivolse alla donna. «Milady, perdonatemi, e v’assicuro che la mia non vuole essere scortesia; semmai, un modo per salvarvi dall’essere scambiata per una persona noiosa, e son sicuro che non lo siete affatto. Prendete, bevete un po’ di vino, così l’allegrezza vi spegnerà la voce, e quando sarà impastata nessuno comprenderà ciò che dite, ma almeno tentando di comprendervi il vostro dire sciocchezze diverrà un gioco, e tutti vi ringrazieranno per aver allietato la nostra serata, piuttosto che averla resa la morte della convivialità.» Non credevo alle mie orecchie: le aveva detto esattamente ciò che pensavo! Quindi scoppiai a ridere, e le persone che erano al tavolo risero a loro volta. La donna si sentì offesa ma accettò il vino offertole, zittendosi almeno per un poco. L’oste, affacciato al bancone, si rivolse all’uomo con la tuba: «Allora messer Mago, qualche guaio in vista, oppure siete libero di camminare per le strade? Era da un po’ che non vi si vedeva in giro». «Guai? Io li chiamerei affari piuttosto; come il salvarsi la vita: non è un affare anche quello, forse?». L’oste scosse il capo ridendo di gusto: «Affari poco puliti...». «Oh no, vi sbagliate. Come tutti quelli che mi condannano, quando mi condannano naturalmente, perché non avviene sempre. Non sono affari poco puliti, ma solo fastidi per chi non comprende l’utilità di ciò che vado reclamando». «Per la miseria, ma che diavolo state dicendo? Non vi seguo» dissi io aggrottando la fronte. Il Mago si fermò a fissarmi, con lo sguardo di chi si accorge che qualcosa non torna. «Se non mi seguite è perché dovreste indossare delle calzature più comode». «Oh no, non vi seguo perché voi state menando la strada in tondo senza andare da alcuna parte». Nuovamente il suo sguardo ritornò quello di prima, interdetto e impercettibilmente contrariato. Alzò il bicchiere, come se stesse brindando alla mia salute, e lo vuotò sorridendo sornione. 42


«Lingua lunga, non è vero?». «No, direi piuttosto scarpe comode» gli risposi ricambiando il brindisi. La locanda si svuotò del tutto e io mi avviai verso casa. L’alba non era molto lontana, difatti il cielo non era più una coltre nera impenetrabile e pian piano prendeva le sfumature dell’indaco. Il Mago mi offrì la sua pipa. Non era la prima volta che fumavo: l’avevo già fatto, ovviamente di nascosto da chiunque... Avevo iniziato a fumare con mio fratello, nella fattispecie. Ma quel tabacco aveva un sapore strano. Dopo poche boccate mi sentii frastornata e nel contempo libera, con la mente sgombra e ricettiva. Mi sembrava di conoscerlo da tempo l’uomo che invece avevo incontrato solo quella sera. I silenzi non erano colmi di imbarazzo e le parole non erano vuote. Non parlammo di noi e delle nostre storie, non so nemmeno io di cosa parlammo, so solo che mi sentivo in completa sintonia con quel bizzarro personaggio, di cui non immaginavo nemmeno l’età e che mi risultava indecifrabile. Ma non me ne importava nulla, non era fondamentale saperlo, come non era fondamentale sapere da dove venisse o come si chiamasse realmente. Percorremmo gran parte della strada insieme prima che mi lasciasse al principio della piccola salita che portava alla mia abitazione. «Ora andate di filato a casa, perché questa roba potrebbe farvi cambiare direzione» mi ammonì prima di togliersi il cappello e offrirmi un galante inchino. “Che strana persona”, mi dissi, mentre tentavo di infilare la chiave di casa in una crepa del muro; quando mi resi conto di ciò che stavo facendo, mi resi anche conto del significato dell’avvertimento dell’uomo che avevo appena salutato. Misi il piede in casa e il tintinnio delle bottiglie che c’erano in terra cominciò a diventare una vibrazione che si espanse in lontananza come un’eco, cambiando modulazione. Un suono sospeso nell’aria, e più tentavo di non toccare con i piedi alcuna bottiglia, più invece ne urtavo, o almeno così mi pareva. Quel rumore divenne il sottofondo del movimento della casa 43


che mi sembrava stesse cominciando a fluttuare. D’istinto mi avventai sulla credenza, perché ebbi davvero la sensazione di vederla piegarsi verso l’interno, ma una volta davanti a essa mi sentii molto sciocca. Così cercai di arrivare al divano, dal quale decisi che mi sarei goduta lo spettacolo. Vedevo le cose diverse da prima. Le ombre della stanza si animarono, più nere del solito, tanto che pian piano divennero fenditure, buchi allungati che si aprivano nelle pareti e poi quelle stesse pareti sembrarono ricoprirsi di inchiostro scuro e sparirono, non c’erano più, c’era solo il buio e la sagoma della porta della camera da letto, in fondo a un corridoio appena illuminato. Era sparita la carrozza e anche tutta la stanza. Il nero si era ingoiato tutto quanto, anche lo spazio; mi restava solo quell’angusto corridoio che sembrava sgranato come se fosse fatto d’ovatta e la porta era così piccola o... forse era solo lontana? Volevo dipingere, volevo scrivere, volevo cantare, volevo fare qualsiasi cosa, ma il nero si era ingoiato tutto e non sapevo più dove andare a prendere le mie cose. Mi girava la testa, ma in un modo diverso da quando si hanno i mancamenti; piuttosto, quasi come se fosse il divano a cullarmi, dandomi l’impressione di galleggiare su di una barca. E in un lampo il pensiero successivo che prese possesso della mia mente fu quello di sentire i piedi bagnati, come se il mio divano stesse imbarcando acqua. Assolutamente seducente. Mi tenevo le ginocchia al petto e fissavo a occhi spalancati il fondo del “corridoio”, con la porta che ad un tratto mi sembrò illuminata da una forte luce gialla, così forte che mi faceva stringere gli occhi. Dopo qualche ora l’unica cosa di cui mi importasse erano le provviste chiuse nella dispensa. Ero affascinata. Qualche giorno più tardi, scendendo i gradini del magazzino della taverna, ritrovai lo strano individuo che armeggiava con una botte in fondo allo stanzone. Sembrava non si fosse accorto della mia presenza. Dalla botte estrasse degli utensili molto simili agli strumenti che usava il cerusico. Li accarezzò con cura e poi accese la pipa, voltandosi verso di me. «Vermiglia, potresti darmi quello? In cambio potete fumare questa». Mi porse la pipa, indicando lo 44


straccio che pendeva dalla mia cintura, mentre già mi stavo avvicinando. «Lo so bene, non si da niente per niente; dunque, v’aggrada il baratto?». Gli diedi quel che mi aveva chiesto e, un po’ titubante, guardandomi intorno, portai alle labbra la pipa. Ne feci solo un flebile tiro, perché non mi fidavo del tabacco speziato di quell’uomo, e dovevo lavorare. «Mia produzione, Milady. Anzi, se voleste onorarmi di poco del vostro oro, potreste apprezzarne meglio la qualità nella tranquillità del sacro tempio della vostra casa». «Dite un po’, ma voi per caso fate il battitore in qualche mercato?» gli risposi continuando a tirare, ora senza pensarci, dalla pipa. «Oh, ma non sono io a essere convincente: lo sono la qualità dei miei prodotti, Vermiglia». Io sgranai gli occhi per un istante, perché senza rendermene conto stavo nuovamente fumando quella roba. Intanto ogni creatura che mettesse piede là sotto porgeva il suo rispettoso saluto al Mago, appellandolo nei modi più strambi. «Che cosa sono quelli? Non avete l’aspetto del cerusico voi» gli chiesi ripassandogli la pipa e indicando i suoi arnesi, che con il più devoto amore stava lucidando. Un gesto tanto semplice che però suscitò nei presenti un sospiro di meraviglia. Il Mago alzò il capo e si rivolse ai suoi spettatori: «Le cose cambiano signori miei, le cose cambiano». Ritornò alla sua occupazione e rispose alla mia domanda, sollevando un coltellino, un bisturi: «Questo Milady, grazie al vostro contributo, è tornato a essere uno strumento di perfetta intuizione cerebrale; questa è una chiave, una chiave che non serve per entrare, ma per uscire. È la quintessenza di una precisione insperata, improvvisa, tanto che molto spesso nessuno se l’aspetta». Io aggrottai la fronte, come spesso mi capitava quando apriva bocca, e lo interruppi: «Sì, ma che cos’è?». La mia domanda suonò inappropriata. Era tutto concentrato, in trance, e sembrava elencare febbrilmente le caratteristiche di un portentoso rimedio, quasi dovesse vendermelo; ma io avevo interrotto l’idillio e lui mi rispose frettoloso: «Un coltello Vermiglia, un coltello». 45


«Per la miseria! E abbisognavate di tutto questo gran panegirico di parole per dire coltello? Comunque, che fosse una lama me n’ero accorta da sola». Lo sguardo che mi rivolse era pieno di rimprovero, tuttavia prese a spiegare come se davvero cercasse di insegnarmi qualcosa di serio: «Allora Vermiglia, non posso esimermi dal darvi un prezioso consiglio: quando desiderate sapere qualcosa, pensate prima di domandare, così sarete sicura di fare la domanda corretta» e mi ripassò la pipa, probabilmente, nella speranza che io mi riempissi la bocca di fumo e non di parole, soprattutto non di domande. Ma io continuavo a non capire a cosa gli servissero tutti quegli arnesi. «Sono i miei fidati collaboratori, sono i miei colleghi, il prolungamento della mia mano, gli esecutori della mia mente». Ebbi l’ardire di fargli notare quanto poco mi sembrasse un cerusico. «Ma lo sono, un cerusico, eccome! E sono molte altre cose ignara fanciulla; e voi cosa siete?». «Io, beh, che domande? Sono la vostra adepta, sono una di loro». «Ambiziosa. Ma che sapete fare voi?» mi soppesò con lo sguardo, come se avesse dovuto vendermi al mercato. «Tutto ciò che sarete in grado di insegnarmi, Signor Mago. Tutto questo e ogni cosa che saprò insegnare io a voi». Poi aggiunsi: «So distillare le erbe e...». «Ma no, ma no... Il Mago opera da solo! Qui si inciampa nel conflitto di interessi, signora, e come ci potremmo accordare nel caso? Potrei osservarvi all’opera e vedere che ne viene fuori; potrei, non ho detto posso, ma il fatto diviene via via più complicato eviscerando la questione». «Insomma, mi fate venire il mal di capo Signore... Fatemi tornare al lavoro, che è meglio». Feci per andarmene ma lui mi afferrò delicatamente per il braccio: «La pipa» disse stendendo la mano. «Certo, la pipa, eccola» allungai la mano, ma poi ci ripensai «Anzi no, non era l’oggetto del baratto?». «Il contenuto, non la pipa; eh, quella non vale la pezza sdrucita di tessuto che m’avete dato in cambio». 46


«Con tutto il rispetto, sono affari vostri Signore; voi mi avete chiesto quella, e non altro» stavo mercanteggiando con lui e la cosa mi divertiva. «È vero, ha ragione la Vermiglia» disse la voce di un uomo, e un altro ridendo gli fece eco: «Pare che una sottana v’abbia messo nel sacco, re delle pulci!». Lui si tolse il cilindro e lo guardò come si guarderebbe una persona negli occhi, dicendogli che era tutta colpa sua, e io me ne andai con la sua pipa, dicendogli che gliel’avrei restituita una volta svuotata del suo contenuto. In seguito a questo episodio divenni il suo tormento. Mi insegnò molte cose della strada e dell’arte dell’arrangiarsi. Me le spiegava come se parlasse del tempo, regalandomi senza cura informazioni che parevano senza importanza. Lui mi raccontava la realtà come fosse una storia fantastica e io vedevo le cose che raccontava come se danzassero davvero davanti ai nostri occhi. Mi insegnò l’arte dell’immaginazione, educandomi anche all’assunzione di droghe ed estratti, così da allargare la mia mente: per creare, lasciarmi andare e arrivare alla piena conoscenza di me stessa, liberando quella parte di me che non sapevo di avere. Tutto questo imparare fece di me la sua assistente. Da subito, dalle prime volte che rimanemmo a parlare a lungo, mi disse una cosa che io non avrei mai dimenticato: «Ve lo dico ora, che sia come monito indelebile nella vostra mente di femmina, Vermiglia: io non sono creatura d’amare né d’ammaliare; non vi mettete in testa strane cose, tutte quelle bizzarre faccende che solo voi donne siete in grado di costruire. Non ve lo dico tanto per dire, io sono fatto così e così rimarrò, fatevi i vostri conti che io i miei me li sono fatti per bene». Questa rivelazione me la fece una notte in cui alla taverna eravamo rimasti solo noi due, l’alba tardava ad arrivare e noi finimmo per passeggiare, dondolandoci, verso casa mia. Ormai ero molto, molto lontana dalla torre della Corte delle Rose e da Aalart. La mia vita, per la seconda volta, era nuovamente cambiata.

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I discorsi affrontati con Arthur, il ragazzo conosciuto ai giardini, erano ben differenti. Con lui, molto diverso dal Mago, era sempre guerra: io lo prendevo in giro per le femmine smorfiose che si intrufolavano di continuo nei nostri discorsi, e per il suo caratteraccio, mentre lui mi prendeva in giro per il mio, di caratteraccio. Oltre ad Astrys, nella mia vita c’era lui. A poco a poco, senza nemmeno accorgermene, era diventato una specie di sostituto di mio fratello. Lui era molto bello, ma di una bellezza grezza, artificialmente grezza. I suoi modi in apparenza rozzi nascondevano un animo decisamente sincero e genuino. Spesso si fingeva tonto per non rispondere alle domande dirette che gli venivano fatte. Frequentandolo, compresi a fondo quanto fosse facile per una donna innamorarsi di lui, di quel perfetto Don Giovanni dall’aspetto di una divinità in abiti umili. Mi colpiva il fatto che nonostante il suo egocentrismo e la sicurezza di piacere, dall’esterno non desse la sensazione di essere uno di quei bellocci che si danno tante arie. Lui era così, semplice, un invito ai cuori palpitanti delle giovani donne che avevano la fortuna di incontrarlo. Ed io, assolutamente non immune al suo fascino, ben presto mi scoprii gelosa, ma ovviamente lungi da me il confessarglielo. Perché non mi sentivo innamorata di lui: solamente, e in maniera irrazionale, gelosa di lui. Ma anche Arthur, sotto quell’aspetto verace e sereno, nascondeva un segreto che ebbi a scoprire. V’era il sole a splendere caldo nel cielo, e noi, come spesso capitava, eravamo sotto l’albero dal quale gli lanciai la pigna la prima volta che parlammo. D’un tratto il cielo si oscurò, e inaspettata iniziò a cadere la pioggia. Notai in lui un cambiamento radicale: divenne agitato e si irrigidì, impallidendo. Gli dissi che sarebbe stato più saggio toglierci da sotto l’albero, magari trovando rifugio in una qualche bottega o locanda, ma lui sembrava fuori di sé, con lo sguardo vitreo del terrore più puro. Non sapevo che fare, tranne che convincerlo a seguirmi al riparo da qualche 48


parte. Non rispose, fino a quando un fulmine non colpì il giardino, e un tuono percosse la terra. A quel punto Arthur prese a correre sotto la pioggia, e io schizzai dietro di lui, mentre la pioggia frustava l’aria cadendo di sbieco e impedendo la visibilità. Un altro fulmine si abbatté dal cielo e lui crollò in terra riparandosi il capo, come se il fulmine lo avesse colpito. Mi avvicinai a lui che era immobile, un pezzo di legno, e mi piegai sulle gambe per cercare il suo viso nascosto dai capelli fradici e dalle braccia incrociate. «Non ce la faccio!» mi disse «Non ce la faccio...». Continuava a ripetere la stessa frase con la voce rotta. «Togliamoci da qui Arthur, andiamo via». «Non ce la faccio». «Arthur, venite con me, prendete la mia mano» dissi con tutta la calma possibile. Lui non rispose, anche se cercai di scuoterlo e di farlo ragionare. «Ostinato! Dove abitate? Vi porto a casa vostra, ma vi prego, togliamoci da sotto il diluvio». Continuava a ignorarmi ma non potevo lasciarlo lì, frastornato come un bambino atterrito e perso. Tutta la sua spavalderia si era estinta, disciolta nella pioggia che non lo risparmiava. All’ennesimo tuono, sussultò e si strinse con più vigore nelle spalle, cosicché mi gettai d’impeto ad avvolgerlo nel mio abbraccio. «Arthur ve ne prego, lasciatevi portare via da qui, ci sono io con voi, venite». Alla fine si convinse. Si alzò in piedi e si lasciò guidare, ma senza dire una parola. Lo portai a casa mia. La prima persona che ammettevo nel mio mondo. Eravamo completamente zuppi quando entrammo in casa. Lui entrò con lo sguardo torvo e cominciò a riprender fiato. Il suo respiro era quello affannato di chi è appena scampato a un annegamento. Lo pregai di togliersi i vestiti e di avvolgersi in una coperta, mentre accendevo il camino e preparavo della zuppa per riscaldarci. Rimase in silenzio seduto sul divano, che avevo spostato 49


davanti al focolare. Come se fosse una cosa naturale, presi ad asciugargli i capelli con un panno, anche perché non accennava a togliersi di dosso i vestiti inzuppati. Non volli chiedere nulla, ma mi presi cura di lui, perché mi sembrava di avere tra le braccia mio fratello. Arthur si era infine avvolto nella coperta e a malapena gli si vedeva il volto. Poi, muovendosi come farebbe un lombrico, magicamente mi consegnò i suoi vestiti, tirando fuori solo un braccio. Non toccò la zuppa, ma insieme svuotammo un’intera bottiglia di rum. Inevitabile fu l’addormentarsi ubriachi, insieme, sul divano. Mi svegliai durante la notte. Eravamo allacciati l’uno all’altra e fra le sue braccia mi sentivo a casa. Il senso di protezione riscaldava il mio corpo e il mio cuore, e silenziosamente cominciai a piangere. Il motivo non lo so; forse per la sensazione di solitudine e per la mancanza di Sivyel, forse perché da quando ero fuggita non avevo ancora pensato a quanto avessi lasciato, a cosa mi fosse successo, alla ferita che aveva deturpato per sempre la mia schiena, al cordone ombelicale tagliato con il mio passato e con la mia famiglia. Mi riaddormentai tra i singhiozzi approfittando di quelle braccia così calde e rassicuranti. Il nuovo giorno era nato da molto. Nella stanza la luce filtrava dalle imposte e dalle tende, cercando di impossessarsi delle mie cose. A fatica aprii gli occhi, e le pupille a ogni movimento mi provocavano fitte taglienti alle tempie. Portai le mani ai lati della testa, come se potessi proteggermi dal dolore, come ci si protegge da un suono. In quel movimento scostai la coperta, che scivolò silenziosa sulla schiena di Arthur. Inorridii alla vista di ciò che lo spostamento mi offrì. La sua schiena era un fitto reticolato di cicatrici di varie dimensioni, che formavano bianchi incroci sulla sua carne. Soffocai un grido con la mano sulla bocca, quando Arthur si destò girandosi verso di me, con l’aria di chi non sa assolutamente dove si trovi. Aveva il volto stropicciato, sicuramente come il mio. E si muoveva meccanicamente. Mi guardò accigliato e io alzai le spalle, incapace di dargli 50


qualsiasi spiegazione e cacciando con quel gesto anche lo sgomento che mi aveva appena presa nell’osservare la sua schiena ricamata dal dolore. Muovermi dal divano mi costò la percezione dell’equilibrio, ma riuscii ugualmente a sedermi scostandomi da lui. Ora la sua vicinanza così stretta mi risultava inopportuna. Al risveglio, tutto in verità sembrava inopportuno, e aveva perso il mistero e la complicità della notte. Anche lui si tirò su, dimenticandosi di avere addosso solamente la coperta con cui si era addormentato la sera prima. Fu imbarazzante per entrambi, e lui, goffamente, lottando con ogni probabilità contro il mio stesso mal di testa, si alzò dal sofà trascinandosi via la trapunta. Mi guardò di sbieco: «Almeno giratevi dall’altra parte». «V’assicuro che a guardarvi non ci tengo per nulla! E poi che ci sarà mai da vedere...» risposi a fatica perché ogni parola era una piccola esplosione di piombo che rimbalzava dolorosamente nella calotta cranica, e voltai il viso verso il camino. «Beh, non voltatevi... Ma almeno ci posso andare di là?» chiese indicando la stanza in fondo alla sala. Zoppicando, interamente avvolto nella lana, si trascinò verso la porta, con i vestiti ormai asciutti. In pochi minuti fece ritorno, mentre ancora si infilava la casacca nei calzoni. Con gli occhi bassi mi salutò e uscì di casa. Così, passai il resto del giorno, che stava morendo, sdraiata sul divano, in uno stato di semi incoscienza e di torvi pensieri. Indosso, come lui, avevo solo una coperta, e della sera prima mi restava solo la vaghezza di un ricordo che nemmeno sembrava mio. Anzi, a dirla tutta cercavo di ricordare, ma l’unica cosa che mi tornava in mente era il fatto che non ci eravamo scambiati una sola parola. I miei pensieri si fermavano all’ondeggiare opaco delle fiamme del camino e riaffioravano al mio risveglio notturno in lacrime. Cercavo disperatamente qualcosa che mi facesse intuire che cos’altro potesse essere accaduto oltre all’esserci ubriacati, e al solo pensiero mi vennero i brividi; se un’emicrania così forte non mi avesse devastato il capo, lo avrei scosso per scacciare quell’imbarazzante e sconveniente pensiero. 51


La sera dopo, mi recai come al solito in taverna, anche se non mi ero del tutto ripresa da quella che in gergo si può comunemente definire una sbronza con i fiocchi; lì vi ritrovai un Mago intento nella scrittura, con l’astro d’argento che filtrava dalla finestra semi oscurata. Curvo, vestito di nero, la tuba poggiata sul barile di fronte a sé, sembrava un raggio di luna guizzato dalle sue lame. Poche le candele che rischiaravano la sala pressoché deserta, solo il suo volto spiccava nella semi oscurità. Seduta con i gomiti sulla botte, e il viso sostenuto dalle mani, c’era una donna che osservava silente e in adorazione ciò che il Mago stava facendo. Scesi le scale e nel silenzio risuonò la sua risata sbuffata. «Buona sera, Vermiglia». La sua voce roca raggiunse le mie orecchie; non so se mi avesse riconosciuta dall’odore, come avrebbe fatto un animale, o se la mia visita gli fosse stata annunciata dal mio passo. «A voi, Guizzo di Luna» quell’appellativo mi rotolò fuori dalla bocca come un ricciolo di fumo. Infilai la mano nella mia sacca per estrarre la sua pipa, che posai sulla botte. «Sono venuta a riportarvi questa». La donna, dai capelli insolitamente ricci e di color ruggine, alzò appena il capo verso di me, con l’aria svogliata su un volto truccato pesantemente. Poi tornò ad osservare l’uomo. «Ma allora siete onesta, Vermiglia». «No, preferisco fumare in compagnia» gli risposi. Mi guardò con aria di sufficienza e ritornò al suo impiego. «A giudicare dal vostro aspetto, presumo che di lavorare non se ne parli» disse sollevando il foglio soddisfatto e voltandolo verso la donna, insieme a un altro che sembrava identico. Negli occhi di lei si scatenò la meraviglia. D’impeto si slanciò verso di lui, tanto che a momenti mi aspettavo di vederli rovinare entrambi in terra. Lei lo baciò sulle labbra, e a lui parve non dispiacere affatto. Rimasi perplessa e sollevai un sopracciglio. La voce squillante della donna lo riempì di complimenti. Guizzo di Luna, perché da quella notte per me il suo nome fu quello, cominciò a caricare la pipa, non prima di averla esaminata con dovizia, come se si aspettasse di trovarvi 52


qualche crepa. Innanzi tutto, minuziosamente divise due pugni di tabacco e di un’altra miscela dall’odore pungente, poi con un attrezzo bizzarro, dopo aver riempito il braciere della pipa, spinse compattando il tutto. Infine fu la volta dell’acciarino e in seguito un aroma indecifrabile di rosmarino, resina e aghi di pino invase la stanza. Con naturalezza mi avvicinai e gli tolsi la pipa dalle labbra per assaggiarne il contenuto. Nemmeno feci in tempo a sbuffare fuori il fumo che vidi una mano fendere l’aria e atterrare rumorosamente sulla faccia di lui. La donna gli aveva tirato un ceffone e Guizzo di Luna rimase impassibile. La donna se ne andò, seguita dal mio sguardo sotteso dalle sopracciglia incurvate. «Accidenti, la Signora! Ma che le avete fatto?». Astrys, che non aveva reagito a quel gesto, mi rispose con l’ovvietà di un’alzata di spalle. «Io? Io nulla Vermiglia, siete stata voi e vi ringrazio». Mi ero preparata a sorbirmi una delle sue solite dissertazioni sull’infinito e sulle forze che regolano il mondo, invece la sua risposta si esaurì lì. «Io? Io non la conosco neppure, che cosa avrei fatto?» gli ripassai la pipa che scoppiettò nuovamente tra le sue labbra. «Più di quanto ella abbia potuto sopportare, evidentemente». La situazione, in sé e per sé, mi fece sorridere; a volte però con lui mi trovavo sul limite del divertimento, a un soffio dal perdere la pazienza. «Siete sempre un mistero, un indovinello; chi vi comprende ha tutta la mia ammirazione». «La pipa Vermiglia, la pipa...» disse lui ad un tratto e considerato il fatto che questa si trovava sulla botte, risposi: «La pipa, sì» annuendo come si annuisce ai toccati di mente. «Nessuno fuma dalla mia pipa, almeno non da questa». A quel punto mi fu tutto più chiaro. «Allora perché me l’avete offerta come baratto?». Lui scosse il capo e rise. «La mia pipa non l’ho offerta mai a nessuno. Insomma, cercate di comprendere... E so che potete: le facoltà, nascoste sotto quelle trame cremisi che vi ricoprono, sono sicuro che ci siano. Lo posso giurare: vi ho vista fare di conto, 53


Signora». «E quella razza di... Pardon. E la fanciulla si è risentita, perché ve l’ho rubata dalla bocca?». «Oh, non per quello, ma perché l’ultima volta che lei ci ha provato l’ho spinta contro un muro». «E dunque v’ha colpito per questo? Santa Cleopatra!» risi come una fanciulla. «Ha pensato cose, che solo le femmine possono arrivare a pensare, correndo come schegge di frassino nei loro sentieri mentali. Ma, come vi dicevo, vi ringrazio: mi avete tolto una zavorra; devota, ma sempre di zavorra si tratta. E io sono solo, non m’accompagno se non con la mia ombra. Anche voi mi ronzate attorno, ma non mi date il tormento». «Per questo mi sono meritata la vostra pipa? Interessante». «Quante domande Vermiglia... Voi fate sempre tante domande». «E voi, con tutte le parole che usate per rispondere solo a una delle mie domande, potreste agevolmente rispondere a tutte, anche a quelle che non v’ho ancora fatto». «Siete troppo lucida. Bevete un po’, che così vi mettete in pari con la mia pazienza. Piuttosto, che fine avete fatto? Pensavo già di dovermi trovare un’altra compare». «Ma non avevate detto che voi state sempre solo?». «Eccola, un’altra domanda! Inutile, è più forte di voi, non riuscite a resistere, dovete sempre mettere un punto interrogativo. Peggio di una zecca, peggio delle bolle dell’edera velenosa sulle mani. Peggio di...». «Sì Guizzo, avete reso l’idea» sbottai fermando il suo blaterare. «Miracolo! Nessuna domanda, ma come è mai potuto accadere? Che forse ne siete capace? Questo è da incidere sul doppio fondo del mio scrittoio, solo che se lo facessi in questo momento, voi vedreste cosa nascondo e dovrei uccidervi e non mi conviene; con tutti quei capelli che avete mi scoprirebbero subito! No, no, meglio di no... Tanto voi andate sulla fiducia, nevvero? Dunque lo scriverò, e un giorno quando sarò cibo per i vermi e nessuno vi taglierà la gola potrete leggerlo». «Fermatevi per cortesia, perché mi duole la testa! Io farò tante domande ma voi... Ah, voi siete uno sputa parole! 54


Dovreste mettervi in commercio, perché è un’arte che non va sprecata così; vi basta una frase e il vostro avversario è spacciato: piuttosto che ascoltarvi ancora, si toglierebbe la vita da solo». Eravamo un bello spettacolo. La gente ci osservava divertita e noi ne approfittavamo per fare un po’ del nostro famoso teatrino, che però divenne un battibecco; c’era qualcosa nell’aria: il Guizzo stava covando qualcosa, potevo leggerglielo negli occhi. «Invidiosa, eh? Voi siete invidiosa! Ma se volete vi insegno come si fa, anche se dovreste aver la predisposizione a non perdere il filo durante una conversazione». Cominciava ad irritarmi. «Non ne ho bisogno, grazie». Piegò le labbra in quello che più che sembrare un sorriso pareva uno sfottò, e senza smettere di fare quel che stava facendo mi rispose: «Già, voi tramortite con le domande, altra tecnica la vostra; avessi ancora il cappello sulla testa me lo dovrei togliere per omaggiarvi». Non capivo che accidenti avesse. «Ma che avete questa sera, le maree?». «Io ho sempre le maree Vermiglia, e voi? Le avete avute per giorni, pare». Usai la stessa tecnica che avevo imparato da lui: «Ho avuto da fare». «Avete avuto da fare». Era la prima volta che Guizzo di Luna si mostrava interessato al tempo che non trascorrevo con lui. Ormai per il paese eravamo diventati una coppia. Era inusuale vedere il Mago in compagnia di una donna che non fosse spalmata sulle sue gambe, quindi io ero l’eccezione. Ero alla pari, la complice, la compagna di bisbocce, colei che distraeva i suoi clienti durante i giochi di prestigio, la socia della quale ascoltava il consiglio, e le sue adulatrici mi detestavano e mi guardavano con rancore, mentre i suoi compari con riguardo. In pratica ero diventata la donna del Mago. Il Mago era un po’ il capo quartiere nella vita di strada: lui era quello che prendeva decisioni, che gestiva gli affari, che distribuiva le zone. Malgrado il suo aspetto da barbone, quando la gente ignara dell’organizzazione che egli gestiva gli mancava di rispetto, si ritrovava ad avere a che fare con 55


qualche guaio, senza nemmeno sapere il perché. A me poco importava di cosa facesse per campare, o cosa facessi io. Consideravo il tutto un modo per vivere. Inoltre ero rispettata e avevo degli amici, non ero sola, non ero una persona sconosciuta, e la cosa mi piaceva. Conducevo una vita che se mio padre fosse venuto a conoscere non mi avrebbe uccisa solo perché ne sarebbe morto prima. Vivevo come tutti quelli che protestavano contro i nobili, per cui in un certo senso che protestavano contro mio padre, contro mia madre e anche contro di me. Chissà cosa pensavano di me i miei genitori, e se mi avevano cancellata dalle loro preoccupazioni così come io li avevo cancellati dalla mia esistenza. Forse avrei dovuto scrivere ancora a mio fratello, facendogli domande alle quali avrebbe potuto rispondere. Ovviamente era fuori discussione spedirle dal villaggio, quindi, studiando la situazione, decisi che la soluzione più ottimale fosse quella di trovare una locanda di posta in qualche paese vicino, che non fosse quella da cui avevo spedito l’ultima mia missiva. E così feci. Sfilai un foglio di pergamena da sotto i gomiti del Mago, intinsi la penna e cominciai a scrivere. Mio amato fratello, torno a vergare verbo per voi. Vi annuncio che la vostra intrepida sorella ha trovato casa. La casa non mi appartiene, pago una pigione per poterla abitare, ma v’assicuro che è uno splendore e ha tutto ciò che serve, persino una bella vista dalla quale posso ammirare il panorama in piena libertà. Sì, Libertà. Quanto mi è cara questa parola Sivy, e quanto mi è costata! Sono una donna libera, padrona del suo destino, padrona della sua esistenza e dei suoi sentimenti. Non mi manca nulla, tranne voi. Vi cerco in ogni persona perché mi mancate, così come mi mancava la libertà, grazie alla quale oggi mi sembra di respirare per la prima volta a pieni polmoni. Non storcete il naso per ciò che vi sto per dire. Vostra sorella lavora. Conduco una vita molto semplice, ma, vi ripeto, non mi 56


manca nulla. Qui ho trovato persone che ora fanno parte della mia vita, quindi non sono sola. Sapete caro fratello, questi luoghi sono molto differenti dalle terre in cui siamo cresciuti, qui l’intelletto delle donne ha una sua propria importanza. Le donne non sono solo l’ombra imbellettata degli uomini: qui le donne pensano, dirigono, combattono e fanno anche politica. È un paese molto libero e progressista, dovreste metterci pensiero anche voi; vi trovereste bene, io vi conosco. Questa volta, allegherò un indirizzo, affinché possiate rispondermi e confortarmi con i vostri pensieri. Ditemi che la mia fuga non vi ha creato fastidio o danno, e ditemi che non mi avete dimenticato: è ciò che più mi sta a cuore. Quel che invece desta la mia curiosità è sapere come hanno reagito i nostri augusti genitori alla scomparsa della pecora nera. Penso anche a mio “marito”, che ha perduto sua moglie ancor prima di aver potuto consumare il matrimonio. A tutto questo non posso che sollevar le spalle, perché a ragion del vero è quanto mi importa delle loro sorti. Sono cambiata e sto cambiando ancora. Vorrei che provaste anche voi quanto sto vivendo io, ma per voi è differente, siete un uomo e gli uomini, nella società che condividevamo, avevano il mondo e la propria vita nelle loro mani. Vi abbraccio, Vostra sorella.

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5. TRAME E INTRECCI (A Game of Cricket – A. Johnston)

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5. TRAME E INTRECCI Mia caparbia sorella, vi tranquillizzo subito dicendovi che il vostro segreto è al sicuro. Nessuno ha potuto ficcare il naso negli affari vostri e miei, e tanto meno mi avete causato problemi di alcun genere. Nessuno sospetta ch’io sappia qualche cosa della vostra fuga, ma per reggere il nostro gioco ho dovuto fingere un po’ di rancore nei vostri confronti. Nessuno avrebbe creduto ch’io non ne fossi stato messo a parte, s’io non mi fossi fatto cogliere sconvolto, contrariato e disperato. Sono felice di apprendere come la vostra vita abbia preso una sua forma. Non mi importa cosa facciate per vivere, a me basta sapere che non vi manca nulla, che sia vero ciò che mi avete detto. Debbo però darvi una notizia. Il vostro amato consorte è passato a miglior vita: rosolia. Ve lo comunico senza mezzi termini, perché so che non urto i sentimenti di una vedova. Non comprendo il perché, ma si dice ch’egli v’abbia perdonata; e si dice anche che la sua malattia sia stata così fulminea e inaspettata che nessuno abbia potuto pensare al testamento, che egli stesso aveva redatto e validato prima delle vostre fortunate nozze. Non so che cosa contenga il testamento, né quale sia la portata del suo lascito nei vostri confronti: senza la vostra firma non è possibile saperne di più. Inoltre, credo che i suoi eredi più prossimi siano ben lieti di sapervi dispersa, e suppongo che faranno di tutto affinché voi rimaniate all’oscuro di tutto e non torniate. I parenti dello sfortunato sposino, alla vostra fuga, hanno risposto con tale rassegnazione che a tutti la loro reazione è parsa screziata di un po’ troppa falsa comprensione. Io so queste cose perché, diciamo, ho una buona amica tra i domestici della tenuta del vostro caro estinto. Veniamo ai nostri “augusti genitori”. Vostra madre è vittima dell’apatia e dello scoramento. Che ci crediate o meno è pentita di avervi indotta al matrimonio 59


contro la vostra volontà. Il pentimento si mescola con la vergogna, quella di aver generato una figlia tanto ingrata, in un alternarsi di melanconia e risentimento. Ma conoscete bene nostra madre, non ho da aggiungere altro. Nostro padre, invece, ha posto un veto sul vostro nome. Chi oserà pronunciarlo finirà giù dalla rupe, nostra madre compresa. Tutto questo sorella mia, perché in cuor loro sanno che non tornerete mai più, e in maniera infantile tentano di dimenticarvi. Mancate anche a me, più di quanto avrei mai potuto pensare. Forse dovrei supplicarvi di tornare, ma non posso: qui non sareste certo accolta come l’adorata pecorella che ritorna all’ovile. Quindi, non lo farò. Io sono vostro fratello, e se mai il Fato dovesse voltarvi le spalle, non esiterò a fare il principe e a venire a salvarvi, in sella al mio cavallo bianco, come d’altronde ho sempre fatto. Vi amo. Sivy Le parole di mio fratello mi scorrevano davanti agli occhi, i quali guizzavano da una parola all’altra senza sosta. Rilessi più e più volte la sua lettera, troppo breve e concisa per donarmi sollievo, per rispondere a tutte le mie domande. In poche frasi mi aveva fatto il punto della situazione, aggiornandomi sulle uniche cose che pensò mi interessassero. Non avevo alcuna intenzione di tornare a casa: non avrei voluto tornarvi mai più. Probabilmente sarebbe stato saggio tornare indietro per sistemare la situazione finanziaria, ma al solo pensiero mi si stringeva la gola e mi assalivano i brividi. Era come se il solo respirare l’aria di quei luoghi potesse in qualche modo infettarmi e togliermi qualcosa. Non potevo correre il rischio di ritrovarmi nel luogo dal quale ero fuggita. Sivyel lo comprese, tanto che non mi chiese di potermi incontrare nemmeno una volta. Mi sentivo stranamente libera: come se avessi chiuso una porta ch’era rimasta aperta fermando così quello spiffero d’aria che spezzava il calore in cui mi rifugiavo. 60


Avrei voluto leggere di più, avrei voluto che quella lettera fosse stata lunghissima e piena di lui. Avrei voluto che avesse descritto i particolari della sua vita e dei suoi sentimenti in maniera minuziosa, ma qualcosa lo tratteneva dal parlarmi schiettamente via posta. Tornai più volte ai giardini, ma non vi trovai Arthur: sembrava essersi dissolto nell’aria. Mi capitò una volta sola di incrociarlo, all’ingresso del parco, ma lui nemmeno si fermò; mi salutò da lontano e seguitò a camminare allontanandosi in fretta. Qualcosa mi stava sfuggendo di sicuro, perché da quella notte che passò in casa mia avrei voluto chiedergli molte cose. Tuttavia, ben presto mi fu chiaro che tirar fuori dalla testa di Arthur i suoi pensieri era come tentare di cavare il sangue da una rapa; quindi, per forza di cose, accettai il suo modo di essere e attesi che fosse proprio lui a compiere il primo passo. Sapevo in cuor mio che il suo modo di agire fosse la sua maniera per digerire un qualcosa che non mi era chiaro. Contemporaneamente c’era il Mago, il Guizzo di Luna, con cui le cose erano semplici, ma per questo complicate. Con lui animavamo le serate nelle locande, mettevamo in ridicolo i saccenti e gli stolti, amavamo sfidare gli avventori e i compari con indovinelli, giochi di parole e di prestigio, raccattando ovviamente qualche moneta d’oro. Prendevamo di mira specialmente i signorotti impettiti che trasudavano boria e denaro. Vendevamo i nostri intrugli e le nostre scommesse, e io fumavo sfrontata la sua pipa. Quella vita sregolata e libera calò su di me con la seduzione dell’arte. L’arte diveniva lo sfogo e non solo, essa era diventata la giustificazione alle mie dipendenze, con cui mi annebbiavo la mente e aprivo i cancelli all’immaginazione. Dalla testa tiravo fuori visioni contorte e affascinanti. Ma il più bravo in questo, il mio maestro, fu proprio il Guizzo di Luna, sempre capace di trascinarmi nelle sue, di visioni. Mi portava spesso in un giardino blu, che io vedevo perfettamente ogni volta ch’egli iniziava a descriverlo. Blu perché ogni filo d’erba, o foglia, e persino le cortecce degli alberi erano pregne delle sfumature che andavano dall’indaco al blu. Io mi stendevo sull’erba umida della rugiada cristallina di quei luoghi così vivi nelle 61


parole del Mago. E mi lasciavo cullare dalle sue poesie prive di metrica, ma con il ritmo dell’immaginazione danzante. Una notte, ebbri e instabili nel passo, finimmo per ritrovarci davanti alla porta di casa mia. Quando feci per aprire la porta e lo invitai a entrare, ebbi il tempo di accendere qualche candela: per la prima volta, sul suo viso, vidi la meraviglia. Entrò nella sala che ospitava la carrozza sul tappeto di fiori di vetro. Tutto tintinnava e l’enorme carcassa proiettava la sua inquietante ombra sui muri spogli. Accesi il camino, mentre lui come un bambino sfiorava ogni cosa con gli occhi famelici di chi sembra essere entrato dentro ad un sogno. «Che il demone della birra vi si porti Rossa! Questa è un’autentica tana! Non poteva che essere così la vostra casa, ci avrei scommesso la mia pipa». I suoi occhi non potevano evitare di scrutare le bottiglie che giacevano scomposte sul pavimento, tanto numerose da coprirlo. «Ora capisco perché vi portate a casa tutte le bocce che vuotiamo quando accade qualcosa». Mi limitai a sorridergli e a guardarmi intorno anche io, orgogliosa, mentre tentavo di non perdere il precario equilibrio che ancora stentava a controllare i miei arti inferiori. Così mi buttai sul divano sfilandomi gli scarpini. «Allora, pare piacervi la mia tana». Lui si voltò verso di me e fece no con la testa. «No, no, no, no, alzatevi subito da quell’ordinario e dissacratore rifugio per terga! Voi state bestemmiando in casa vostra signora!» mi si avvicinò tendendomi la mano «Destatevi, poiché debbo portarvi in un posto». Il mio fu un sorriso perplesso, ma mi sollevai cercando le scarpe con gli occhi. «Oh no, lasciatele perdere quelle, non vi serviranno». Così presi il suo braccio, ed egli mi condusse all’interno della carrozza. Entrammo dallo sportello ancora attaccato alla portiera per sederci sui sedili imbottiti e impolverati. Sull’altro lato c’era solo lo scheletro del fianco della carrozza, ma il tetto era quasi interamente coperto. Ci accomodammo e lui preparò subito la sua pipa, che dopo due boccate mi offrì. Mi 62


abbandonai sui sedili con la testa già leggera, e con la pipa accesa mi accingevo a salutare la mia stanza, perché sapevo che di lì a poco quel luogo sarebbe svanito e al suo posto sarebbe comparso qualcosa di magnifico. Il mio compare diede istruzioni precise al nostro cocchiere immaginario. Era tutto sorridente, o, per meglio dire, le due fossette agli angoli della bocca si erano stranamente animate: aveva l’espressione che assumeva quando stava per stupire il pubblico con uno dei suoi congegni estratti dal fondo della botte. Attese il suo turno di pipa, e poi cominciò a raccontarmi una storia.

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“La Farfalla d’Ombra”, di Yali Ou Ametistha - estratto  

Non è un romance, anche se l'amore, in forme talvolta bizzarre, vi fa capolino; non è propriamente un fantasy, nonostante la presenza di vam...

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