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Gian Maria Casadei

Sergio D’Osmo a Trieste Sergio D’Osmo e Trieste


Come si diventa uno scenografo? Anzitutto bisogna capire una cosa, come si fa ad avvicinarsi al teatro. Che cosa significava per noi il teatro? Significava ciò che ha significato allora cioè questo luogo dove manifestare le proprie volontà, i propri desideri, i propri sogni. Come si gridava: “Viva Verdi” nel risorgimento così si gridava: “Viva Verdi” sotto i tedeschi. […] Mi ricordo ancora quel momento in cui un signore in un palco, un ebreo tra l’altro, incominciò a gridare: “Xè come de noi, xè come dei noi. Bravi, bravi” e venne la fine del mondo, arrivarono i fascisti dal fondo della sala ed iniziò un pestaggio generale con abbastanza violenza. Ecco questo era il modo di avvicinarsi al teatro. […] Questo per dire che le ragioni sono diverse e ti portano ad avvicinarti al teatro ma, la base è soprattutto amare il teatro, capire che questo non è un gioco ma è una roba seria. Certamente uno fa teatro e crede di cambiare il mondo ma, per te hai cambiato il mondo ma non hai fatto niente, forse due spettatori dell’ultima fila, ma il fine è quello. […] Ero partito con l’idea di fare l’attore ma, allora dire: “Faccio l’attore, vado all’accademia era come bestemmiare in chiesa”. […] Da ragazzo sono stato espulso da tutte le scuole del regno perché ho affermato che io ero ebreo, ma non ero ebreo ero “mezzo ebreo”. Quindi ho fatto la matura nel quarantacinque, cioè quando era finita la guerra perché prima non potevo più. Avevo vent’anni ed andai a Venezia a studiare architettura ma, sempre con questo desiderio di fare teatro. Infatti a Venezia fondammo insieme a Scandella che era un grande scenografo e ad alcuni attori che poi diventarono bravi attori, in un momento dove a Venezia c’era tutta l’arte italiana, tutti concentrati, dal teatro alla pittura, alla musica, tutto era a Venezia, era una cosa incredibile, qualcosa di meraviglioso, era arte che camminava dappertutto e fondammo Il Milione. […] Facevamo degli spettacoli nelle piazze, commedie d’arte: Arlecchino servitore di due padroni, prima che lo facesse Strehler, quindi era abbastanza rudimentale ma comunque significò qualche cosa perché era portare il teatro nelle calli dove il popolo stava in piedi a imparare cos’è il teatro. La povertà di mezzi ci faceva fare tutto, dal martello a recitare ed uno cominciava a prendere delle vie, la prima è stata quella di arrivare a Trieste e dire: “Voglio fare il teatro stabile”. Una cosa assurda, però c’era questo signor Strehler e il signor Grassi a Milano. Allora chiamai a Milano […] Noi giocavamo a Barcola insieme da bambini, lui si ricordava più di me. Dissi: “Senti Giorgio io voglio fare il teatro stabile a Trieste”. Lui rispose: “ Ma dai non sta a far monade”. Mi passò Grassi, che fu invece molto gentile e molto interessato. […] Andai da lui a Milano. Mi fece vivere per tre settimane la vita del Piccolo Teatro, era il cinquantatre, ed era eccitante questa storia. Mi servì per capire che quello che è più difficile è far nascere un teatro e dirigere un teatro. Dirigere un teatro significa rinunciare a fare il regista, a fare lo scenografo, a fare l’attore, significa rinunciare a fare tutto ciò che ti piace e però iniziare a lavorare in un campo dove non disprezzi nessuno, ami il collettivo, ami il pubblico e quindi decidi di fare l’organizzatore. Divenni subito il direttore del teatro stabile di Trieste, fondai questo teatro, costruii, grazie ai miei studi di architettura, questa nuova sala, che era un’ex piscina del Partito Nazionale Fascista trasformata in cinema dagli alleati. […] La prima scena che io ho fatto è stata con Visconti, ma non l’ho firmata. […] Io continuai a fare lo scenografo, ho fatto cinquantasei allestimenti al teatro stabile di Trieste, gratuitamente, scene e costumi, gratis e senza firmare sino al duemiladue. […] Non è difficile fare il regista, è la cosa più facile. Più difficile secondo me è fare i costumi, perché il costume non è una cosa astratta dall’individuo che lo indossa e dal personaggio, perciò devi servire due persone, l’attore e il personaggio, e farti capire dal regista, è difficile, è complesso farlo bene, e anche lo scenografo è difficile. Devi rinunciare a tutto ciò che ti può solleticare, al gusto del segno. Io non capivo perché Lele Luzzati aveva smesso di fare i bozzetti. Lui mi diceva che non serve fare i bozzetti, basta che racconti la scena. Io capii che aveva ragione lui, il bozzetto non serve, è una esibizione ma non serve assolutamente a niente, è tutto ciò che sta a monte del bozzetto, cioè l’ispezione parola per parola. Per fare lo scenografo tu devi sapere più di tutti. Devi sapere se serve una tazzina di caffè, un ventaglio, un chiodo, tutto ciò che avviene nello spettacolo tu lo devi sapere prima, perché devi collocare tutte queste cose in modo da accoglierle e quindi deve esserti chiaro assolutamente tutto. Quindi devi sapere più del regista, io ho visto che fare il regista è l’ultima cosa. Il regista è un capostazione, non è l’ideatore dei treni e nemmeno il conduttore. Cosa è oggi e cosa è stata Trieste? Guarda Sgarbi, Sgarbi è riuscito a fare una cosa per cui io l’ho ammirato, è riuscito a riempire il porto vecchio. È un’impresa incredibile. Io riuscii a riunire, prima che entrasse in politica e me lo presentò, mi sembra Missoni, Berlusconi e altri personaggi, che non ricordo più. Vennero a Trieste a vedere.


Berlusconi voleva fare un centro cinematografico, gli studi, cioè tutto poteva avvenire qui. Missoni voleva, invece che andare a portare le cose in Cina, partire da qui, per amore, perché eravamo stati insieme a scuola. Quindi era già fatto tutto, c’erano i soldi c’era tutto e non son riuscito. Io credo che il teatro sono riuscito a farlo, grazie agli americani, che poi sono andati via proprio quando hanno incominciato a picconare il teatro. Si, l’Italia arrivò nel cinquantaquattro e la prima cosa che fecero fu arrestarmi perché avevamo occupato l’ex teatro nuovo che era un bene fascista datomi dagli americani ma che avevo pagato […] Sono riuscito a fare il teatro perché nessuno se ne era accorto, altrimenti non lo riuscivi ad aprire, e così fu per la riapertura del teatro romano, fu estremamente difficile, se non incontravo il padre di Magris, che mi diede due milioni non sarei riuscito ad aprirlo. È incredibile come questa città riesca ad annullare le enormi possibilità che ha. Il cinema è venuto qui perché nessuno si era accorto che giravamo film, poi se ne è appropriata la regione ed è diventata una macchina burocratica, allora non ha più senso, non ha più quella brillantezza della lotta, dell’invenzione e del gioco. Trieste è un set incredibile, perché tu hai la Budapest che non esiste più, hai a due passi il fiume, hai cose incredibili, puoi fare quello che vuoi, ma nessuno se ne accorgeva e se ne accorge o non vuole. Pensare che cosa poteva diventare negli anni sessanta il porto, diventava una cosa enorme, Mediaset sarebbe stata a Trieste insomma. Ma fare teatro, se non secchi nessuno, è possibile, perché non frega niente a nessuno. Credevano portasse voti ma, non porta voti […] Quello che è triste è vedere come un bene così qualificato, quasi fisicamente, nella città, come il Teatro Verdi o come il Politeama Rossetti, che era un teatro in ghisa, quindi un monumento come quello di Genova, sia stato verniciato. Sono riusciti a verniciare la ghisa, a dipingerla, a parte rovinando l’acustica ma, è una delinquenza, la ghisa è una cosa stupenda no? Sono riusciti a ucciderlo. E adesso addirittura a trasformarlo nella sede del musical di ripasso di terzo ordine che diverrà ancora peggio, perché il musical diventando popolare si abbassa di qualità logicamente. Tutto ciò che diventa popolare si abbassa di qualità. Ho hai un popolo tipo gregge, tipo quello sovietico, che puoi obbligare ad andare a vedere anche le cose che non gli piacciono oppure non riuscirai mai a fare un teatro popolare di cultura. Non è immaginabile, vedi la televisione cos’è. […] Il dialetto sarebbe importante se venisse recuperato storicamente ma, non viene recuperato storicamente. Si parla un triestino che non è più triestino. Anche Svevo traduceva in triestino, ma traduceva dal tedesco in triestino, non dall’italiano in triestino. Non esiste più, neanche le venderigole del Ponte Rosso non parlano più triestino, non lo conoscono. Qualche sloveno riesce ancora. Parliamo di fascismo e delle sue contraddizioni. Non ho mai approfondito con mio padre, cosa era lui, prima di diventare un D’Annunziano. Era impazzito per D’Annunzio, che io ho conosciuto e con il quale sono stato anche a pranzo. Un uomo eccezionale. Era vecchio ma, aveva ancora una luce dietro di se. Mia madre lo odiava ma io non riuscivo proprio perché sentivo che emanava una luce da dietro lui, bastava che dicesse qualcosa. Era creativo in ogni cosa. […] Ma Trieste era fascista. Trieste non ha fatto la guerra, pochissimi partigiani a Trieste, pochissimi. […] Non siamo ancora usciti da quella fase storica, non possiamo esaminare con freddezza il perché. Il perché il fascismo non è ancora uscito dalla porta, perché lo abbiamo ancora che gira ogni tanto. Chissà perché, chissà cos’è il fascismo? Non è una camicia nera il fascismo, è tutta un’altra cosa. Ecco fare teatro è veramente essere antifascisti, questo si. Non puoi essere fascista e fare teatro, non puoi. Puoi fare il buffone ma non fare teatro. Fare teatro è dura, è un sacrificio, devi rinunciare ad un sacco di cose, soprattutto a far soldi. Ma è giusto, i regali che hai, è il più bel mestiere al mondo ed è libero, libero, libero. È un sogno continuo. Un sogno nella realtà. Il nuovo sindaco ha parlato di Menia, Damiani e altri personaggi, cosa pensa? È incredibile che vivano ancora. Per me sono personaggi, che sono talmente puzzolenti che mi fanno rabbrividire, ma come si può? Se tu sei a quel posto, non è possibile che tu ammetta che esiste un certo individuo, uno sprangatore. Spiegavo a Illy, quand’era sindaco. Capisci che Damiani è intelligente, è un amico ma era uno sprangatore. Dovrebbe chiedere perdono ogni giorno. E invece non lo ha mai chiesto. […] Non puoi far parte della vita pubblica, non puoi. La vita pubblica deve proibirtelo. Dicono che non lo è più ma, non esiste uno smacchiatore con cui ti lavi, non esiste.


Parlando ancora di contraddizioni, cosa pensa della nascita del cinema neorealista, e del fatto che, i registi avevano iniziato con film di propaganda fascista? Ma d’altro canto se tu pensi che ai nudi iuvenes, che si svolgevano alla stazione marittima, arrivavano gli esponenti della cultura fascista da tutta l’Italia, c’era Gottuso, c’erano tutti. Loro non avevano la nomea di spranga tori. Ma come si poteva essere fascisti, questo non riesco a capirlo. In fondo avevano la mia età, ma come si poteva? Ma come? Non era ammissibile. Io ho due fratelli, uno bellissimo e di mondo. Però non era fascista. Fu sfiorato anche lui, dal fascino della divisa, però ha capito la buffonata. Ha capito il male che c’era dentro. […] Chissà che cosa è successo, chissà cosa sta succedendo oggi? Se tu pensi che siamo a far guerra in Libia e che i ragazzi muoiono in Afghanistan, è una follia, una follia. Voi non avete nessuna colpa per subire queste offese, che le nostre generazioni vi riversano addosso, però siete certamente voi che scegliete la guerra in Libia o di mandare un alpino in Afghanistan a morire. Capisci che quando dici è morto uno, per noi è morto tutto. Per noi è morto il mondo, per questo la gente non sente questa colpa enorme. Questo povero ragazzo muore, i parenti piangono, la moglie piange e la televisione li riprende, in fondo è anche un divertimento una cosa del genere. Ma lui no povero, non vede più. È la follia, è la follia, chissà che cosa è successo? Nel film Un anno di scuola, di Franco Giraldi, del quale è stato lo scenografo, vengono messe in evidenza le differenze di classe sociale presenti allora a Trieste. Differenze anche tra maschi e femmine, che ancora oggi rimangono. Cosa pensa? Per uno sloveno nato a San Luigi era dura venire in piazza Goldoni. Se non passava e diceva: “Viva l’Italia” non entrava. Se tu pensi a cosa è oggi il maschilismo e il femminismo, sono due cose di una disperante anormalità. Le quote rosa? È come dire chi è alto un metro e ottantacinque può diventare ingegnere chi è alto un metro e ottantadue no. […] E sono cose che non sono fatte dalle donne ma dagli uomini, è questa la cosa incredibile. Pensa che in testo teatrale, normalmente sono al venti per cento i ruoli femminili. Quanto è legato a Trieste e quanto lo è il suo lavoro? Per volontà si, per volontà proprio si. Io potevo andare al Piccolo Teatro e non sono andato, ho detto no, non posso lasciare la città. Poi sono stato cacciato dal potere politico, sono andato in pensione. Allora andai prima a Palermo poi a Roma. Poi tornai qua perché mi avevano chiamato, ma potevo rimanere a Roma però trovai giusto tornare qua. […] La città è come una donna, tu pensi, ti illudi che abbia bisogno di te sempre e allora dici no, non posso, devo stare qua. E così la città. È il tuo sangue, sei nato qua, con gli odori e con i sapori, navi, vento, uccelli. Come fai a lasciare tutto? Ogni offesa che viene fatta alla città per me è una pugnalata. […] Con Giraldi era facile fare un film, perché noi giravamo per il Borgo Teresiano e sentivamo gli odori, le spezie, i sacchi fuori dalle porte ed era bellissimo. Giraldi è una persona per bene e difatti ha fatto così e così. Poteva fare molto di più. Trieste è ancora Saba, Svevo e Joyce o si può fare dell’altro? No. Però quando tu la pensi la devi pensare con le parole di questi. Non puoi. Non puoi. […] Fortuna ha avuto Trieste. Ha avuto un Novecento stupendo. Un fine Ottocento e primo Novecento eccezionale. E io ho avuto la fortuna anche di incontrare questa gente. Questa è una fortuna enorme. […] Erano personaggi incredibili. […] Un triestino non sa neanche pronunciare il nome di Joyce, “Joìce” dicono, non sanno nemmeno chi è. E invece arrivano i turisti che vanno a toccare la spalla di Joyce ed a fotografarsi. […] Tu devi pensare una cosa, ci sono due Trieste, quella prima del quarantacinque e quella dopo del quarantacinque, quando sono arrivati gli istriani, che hanno cambiato completamente la fisionomia di una città che era laica. Ma laica proprio dalla testa ai piedi, con poche chiese, di ogni religione ma, poche. Arrivarono gli istriani e portarono chiese e preti dappertutto. Cosa pensa dell’architettura e del ruolo dell’architetto, spesso denigrato, anche per ragioni di omofobia? Questo succede in architettura, come in pittura e anche nel teatro. Io passavo per essere un omosessuale perché mi occupavo di queste cose. E gli architetti erano tanti. Senti, l’architettura è una meravigliosa scienza. L’architettura è una scienza umanistica, non è scientifica. È umanistica, se no fai l’ingegnere. È umanistica e ti lascia tracce quando la studi, ti lascia. E Rogers fu un grande, per me era grande lui come uomo.


Cosa pensa che siano la televisione ed il cinema oggi e quanto influisce su di essi il consumismo? Il mondo è ucciso dal consumismo. Pensa a quanta gente che si raffigura in certi personaggi, per te spregevoli e per loro invece mitici, diventano dei miti. È incredibile. È consumismo questo. Il calcio è diventato consumismo. Io ricordo quando si giocava a Montebello. Pasinati calciò e la palla arrivò in tribuna colpendo in testa mia madre, sugli uccellini che aveva nel suo cappello. E però c’era questa partecipazione. Il calcio era frequentato come Montebello, da una certa borghesia. E poi è diventato un fatto del popolo. Ma prima no, prima erano dei buffoni ma al servizio dei ricchi che si divertivano a vederli. Questo sarà orrendo, ma è così. Tutto ciò che diventa popolare si corrompe poi. La corruzione è tremenda. La ricchezza toglie anche l’iniziativa. Devi poi dare un prodotto, che viene mangiato, come un gelato. Pensa che orrore che sono quelle navi che portano in giro un paese, di persone che vivono per quindici giorni insieme e che non si incontrano mai. È incredibile. Mettiamo a confronto la decadenza culturale del paese oggi con il periodo fascista, invece, positivo almeno dal punto di vista culturale. Ma vedi prima non avevi la scelta, non avevi neanche l’antifascismo. Direi fino alle leggi razziali, che crearono la frattura. Prima uno poteva essere d’accordo o meno con la guerra in Etiopia ma, per il resto pochi si mettevano la camicia nera al sabato. Non eri obbligato ,mio padre non se l’è mai messa. L’ho visto una volta in divisa e in fondo era il presidente dei piccoli industriali ed avrebbe avuto l’obbligo di metterla ma nessuno gli ha mai detto niente. E c’era un fermento culturale. In fondo avevi Enrico Toti, avevi qualche riferimento. Adesso che cazzo di riferimento hai? C’è poco da dire, se nasce un Berlusconi, è perché era il popolo che lo aspettava. Uno nasce tanto per nascere? No. È come il fascismo. […] Lei diceva: “Anche al professore più antifascista era stato tolto un pezzo”. Io ho visto dei fascisti, che lo erano fino al giorno prima, diventare antifascisti quando Mussolini fece il discorso in piazza unità dichiarando le leggi razziali. Ma come non te ne eri accorto prima, ma come è possibile? Con l’umorismo che avevano gli ebrei, con la finezza. I secoli di storia. Io capisco i cattolici imbranati dalle divise, da tutte le parure ufficiali della religione ma, come si può diventare fascisti? Eppure, forse sarei stato anche io fascista chissà? Chissà, sono casi secondo me, tutto è fatto di casi, di incontri. È che oggi è molto più difficile, è tutto molto più allargato. Mentre prima c’era il figlio del portinaio, e si diceva: “Intelligente quel figlio del portinaio”. Adesso invece c’è una massa, tutti uguali, si vestono tutti uguali. E non sai più distinguere, se quello ha talento, o se quello non ha talento. Non sai più, o non vuoi più. Il sessant’otto fu un momento stupendo e orrendo nello stesso tempo. Valido e per le stesse ragioni non valido, per le stesse ragioni, le stesse identiche. Io litigavo con mia moglie che faceva la sessantottina sfegatata. Comunque fare teatro è importante, è importante e ancora oggi può essere utile. Certamente non c’è più bisogno della bravura. A me non interessa più che Albertazzi sia bravo. Albertazzi è una merda di individuo e merda rimane. E merda è anche quello che dice e che produce. Fare teatro è una responsabilità enorme o dovrebbe esserlo. Purtroppo no. Però dovrebbe essere una grossa responsabilità, come quella di un chirurgo. Che può uccidere o salvare una vita, e così tu con il teatro. Perché pensa che uno a teatro, quando è seduto a teatro, sente tutto ma, percepisce il trenta per cento. E del trenta per cento il cinquanta per cento non riesce a deglutirlo ma, l’altro cinquanta per cento però si. Ecco allora che in quel piccolo pezzo è fondamentale, è importante, tu la puoi dare una buona o una cattiva lezione. Questo è il teatro. Io spero di non dare mai cattive lezioni. Spero. Cosa pensa della pornografia latente nella televisione? È sempre stata buttata la. Cominciò il programma Grandi firme con seni e culi e pian piano tutti furono complici in questa storia. Anche il soffio d’aria che viene da sotto la gonna può essere una cosa divertente ma, può essere anche una cosa di merda. Oggi pensa che quasi tutte le conduttrici politiche sono donne. […] Un paese come il nostro, senza partito socialista, è destinato a finire sempre più nella merda questo è il punto. È grave, è una cosa incredibile che non ci sia. È incredibile. È incredibile.


Cosa ricorda di James Joyce? Mia madre diceva che aveva l’impermeabile dall’ufficio di mio padre, che aveva l’ufficio in casa, giro d’aria. Io credo che fosse un uomo altero oltre cui scrive è un modo altero di porgere il concetto

sporco e che quando usciva bisognava aprire le finestre e fare che ubriacone. Anche il modo in e la parola, non è accomodante.

L’architettura a Trieste è ferma? Ricordiamo alcuni esempi. Ad esempio tu recuperi il Salone degli Incanti ma devi dargli una funzione sociale, o se no è meglio lasciarla come era prima, pescheria, perché aveva una funzione, oggi non ha più una funzione, è uno spazio. Improvvisamente abbiamo inventato questa roba degli spazi. Lo spazio deve avere una funzione e deve essere finalizzato a qualche cosa se no non serve a niente. E se no è solo un fatto estetico ed un fatto estetico con serve a un cazzo se non è fruibile secondo me. Perché anche un quadro della madonna deve essere fruibile no? Non è solo un fatto estetico, è anche un fatto fruibile, si legge in un certo modo. Non è un fatto estraneo. […] Se uno pensa di sostituire il masegno, con quell’orrendo materiale di cui è fatta Piazza Unità, è un’offesa al buongusto. Come si fa ad iniziare a lavorare nel teatro o nel cinema e questo oggi è possibile a Trieste? Ma si. Se ti metti fuori della porta dell’ingresso, non quello davanti ma, quello dietro, quello dei tecnici e ti metti la e prima o poi entri dentro e da quel momento fai teatro. È lunga e paziente l’attesa, bisogna cogliere il momento possibile, uno non può andare all’accademia e pensare subito di uscire. Bisogna guadagnarselo e meritarselo. Però si può. […] Io non credo negli eventi. […] Evento è anche entrare in un ospizio per anziani e suscitare un fatto teatrale con loro. Perché anche quello è un evento. Un evento è andare al Coroneo e fare teatro. Se non hai altro fai con i bambini, i bambini sono pronti a fare teatro e sono bravissimi. Non bisogna pensare di partire ed arrivare subito col nome in grande a Broadway. […] Non certamente aspettare una lettera a casa che ti chiami, anzi faranno di tutto perché non entri.


Sergio D'Osmo a Trieste Sergio D'Osmo e Trieste di Gian Maria Casadei  

intervista a Sergio D'Osmo - tema d'esame

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