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VERSIONE rivista universitaria gratuita realizzata da Starc Mantova

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“Ragazzi… avremmo una proposta da farvi per un certo progetto da realizzare in uni…” “…per piacere, parliamone davanti ad un mojito… è stata una giornata pesa!” E davanti a quel mojito, rigorosamente del Cubano, pian piano prese forma l’idea di far qualcosa per la nostra vita di studenti all’interno della nostra sede. Il mattino successivo alle 10:00, davanti alle macchinette del caffè della Magna, avevamo già l’autorizzazione dai piani alti per fondare un’associazione studentesca, e alle 10:30 di quella stessa mattina “Architettura… Studenti… Studenti… Architettura… Arc… Stu… St… Arc… Starc… STARC!” e per la prima volta venne pronunciata la parola magica! Sembra una cavolata, ma provate a pensare quante volte avete pronunciato la parola “Starc”… ! Così è nata la nostra associazione, pensando agli studenti di architettura (soggetti unici nel loro genere) e pensando alla nostra vita universitaria qui a Mantova, cioè pensando alla nostra realtà e a tutti gli aspetti che la caratterizzano. Dalla prima riunione tenuta da ben 3 persone, siamo arrivati a riunioni di 33 persone, al colore arancione, al nostro cerchio arancione che ha invaso bacheche di facebook e che è stato stampato sui braccialetti che vi hanno accompagnato per serate indimenticabili, ad avere aule piene che seguivano i nostri corsi ed a riunire 900 persone per festeggiare tutti insieme l’inizio dell’estate. A quella prima riunione di 3 persone sono seguiti giorni di grandi reclutamenti, di grandi progetti e soprattutto di grandi punti

interrogativi, ma il nostro scopo è stato sempre quello de “l’unione fa la forza” e la volontà di aiutarsi a vicenda sia come studenti, ma soprattutto aiutarsi come persone, ha fatto si che gli obiettivi comuni di migliorare la propria vita da studenti e crescere personalmente per il proprio sapere, per le proprie passioni e per la futura professione, ci accomunasse negli intenti. Il primo grande progetto fu quello dell’organizzazione di corsi che parlassero dei software che scandiscono ogni nostro singolo giorno, non per la presunzione di salire in cattedra, ma con la volontà di mettere a disposizione di tutti quel sapere personale acquisito negli anni e con l’intento di organizzare momenti di incontro tra studenti di corsi e di anni differenti. Con l’uscita della seconda serie di corsi, nuovi soci sono entrati nell’associazione e hanno preso forma molti altri progetti che avevamo nel cassetto e che oggi costituiscono “il fare” di Starc. Corsi, viaggi studio, organizzazione delle esposizioni di lavori dei corsi di studio, accoglienza degli studenti stranieri, aiuto nell’organizzazione di conferenze aperte all’intera città, organizzazione di eventi e, non per ultime, serate universitarie per “vivere la notte mantovana”: tutto questo è stato possibile grazie all’appoggio della nostra sede che ha creduto in noi fin dall’inizio, ma soprattutto grazie ai soci Starc che hanno deciso di dare il loro contributo, il loro tempo, la loro personalità e principalmente la loro passione e il loro cuore nella speranza di vivere appieno la vita universitaria. Versione parla di tutto questo, di noi e di voi.


VERSIONE 13

ottobre 2017


Contents

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VERSIONE 13 - ottobre 2017 Architetti contemporanei L'architettura come servizio alla comunità: il lavoro di TAMassociati a cura di Alessandro Peja

Architettura contemporanea The Silo: COBE Architect a cura di Andrea Zuberti

Architetti nella storia L'incantesimo del corpo a cura di Oreste Sanese

Architettura nella storia Tesori nel cuore di Genova: i Palazzi dei Rolli a cura di Chiara Dalla Bà

Architetti moderni Luis Barragàn: il silenzio della bellezza a cura di Raffaele Dongili

Architettura moderna La foresta come punto di incontro tra vita domestica e natura: Casa Kaufmann di Frank Lloyd Wright a cura di Veronica Rigonat Architetture ritrovate Il laboratorio del paesaggio. Il restauro rigoroso di Cannatà e Fernandes a Guimarães a cura di Kristal Virgilio Spazi urbani Kastrup Sea Bath: una piazza nel mezzo del Mar Baltico a cura di Sebastiano Marconcini

Arte & Architettura L'arcobaleno in una stanza (e non solo): le sculture tessili di Gabriel Dawe a cura di Giovanna Fabris e Sara Stermieri

Diario eventi Le visioni surreali di un pittore nordico del '400 a cura di Alberto Milani

Diario eventi Carlo Scarpa e il Giappone a cura di Carola Fagnani

Diario eventi Van Gogh Alive - The Experience a cura di Greta Petrarca

Diario eventi Il tessuto come arte

a cura di Stefano Sarzi Amadè

Intervista / interview L’intervista a Olenka Palomino

a cura di Carolina Donati e Cristina Lonardi

International training Faculdade de Arquitectura da Universidade do Porto: l'esperienza di Cesare Cantoni a cura di Chiara Zanacchi Italian training A puzzle of mystery and depth, not a simple cube! by Fereshteh Nazari

Intervista anticonvenzionale L’intervista a Diego Cisi

a cura di Francesco Coroni e Chiara Zanacchi

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L’elemento tecnologico Volte piane ad incastro topologico a cura di Marco Mangiamele

Design Bauhaus, le origini del design

a cura di Alessandro Biggi e Kristal Virgilio

Arte The end

a cura di Elia Zanandreis

Grafica Che typo sei? Seconda parte

a cura di Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

Cinema Joel ed Ethan Coen / Per chi ha voglia di un film...corto! a cura di Alessandro Peja

Serie TV Glow / Girlboss, storie di intraprendenza al femminile a cura di Sebastiano Marconcini e Elena Modena

Letteratura José Saramago / Saramago da leggere a cura di Cristina Lonardi

Musica L'arte di una cantautrice "invisibile" / I dischi di Sia che consigliamo a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

Fashion style Marcelo Burlon, County of Milan: le origini che definirono il brand a cura di Andrea Zuberti

Bacheca Eventi

a cura di Alberto Milani

Bacheca Bandi e concorsi

a cura di Alberto Milani

Starkitchen Avocado toast / Stuzzichini natalizi a cura di Alice Tomasoni

APPuntamento mobile Le migliori app scelte per voi

a cura di Sebastiano Marconcini e Marco Morandi

Archiquiz Il cruciverba

a cura di Francesco Coroni, Giovanna Fabris e Alberto Varchi

Oroscopo L’oroscopo

a cura di Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

Lo specchio La foto / date da ricordare a cura di Carolina Donati

Poli Adventures! Sotto i riflettori

a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

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Senza paradossi si può affermare che l’architettura è proprio l’edilizia “più utile”, in quanto, oltre alla destinazione pratica e all’organismo tecnico, riflette l’uso psicologico e spirituale. Bruno Zevi


Architetti contemporanei

L'ARCHITETTURA COME SERVIZIO ALLA COMUNITÀ:

IL LAVORO DI TAMASSOCIATI a cura di Alessandro Peja

“L’architettura, quando si prende cura degli individui, dei luoghi e delle risorse, fa la differenza. È parte di un processo collettivo in cui occorre pensare alle necessità, incontrare le persone e agire negli spazi.” TAMassociati è nato a Venezia come gruppo di ricerca architettonica a partire dagli anni '80, nell'ambito dell'Associazione Utopica European Architects Network. È un progetto collettivo che unisce professionisti attivi nei campi dell’architettura, dell’urbanistica, della progettazione del paesaggio, della conduzione di processi partecipativi e didattici, della grafica e della comunicazione sociale, con sedi principali a Venezia, Bologna, Parigi. Lo studio si attiene ai principi di una progettazione etica e responsabile. Svolge, con il proprio lavoro, un’azione in favore dei diritti umani e di uno sviluppo sostenibile.

Lavora principalmente per istituzioni pubbliche, associazioni ed organizzazioni non profit. Fra i premi vinti dallo studio c’è anche il premio “Architetto dell’anno” nel 2014 “per la sua capacità di valorizzare una dimensione etica della professione realizzando, attraverso un approccio rigoroso e un linguaggio sempre controllato, progetti di architettura di qualità non solo in Italia ma, all’estero, anche e soprattutto, in realtà di particolare disagio, spesso caratterizzate da condizioni estreme causate da guerre, carestie, epidemie”. Infatti lo studio, oltre a numerosi

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Simone Sfriso, Massimo Lepore, Raul Pantaleo (Fondatori di TAMassociati). Fonte: www.icondesign.it/news/padiglione-italia-2016-biennale-di-architettura/

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Architetti contemporanei progetti in Italia, lavora molto in Africa, come ad esempio a Khartoum con la realizzazione, fra il 2004 e il 2007, del centro di cardiochirurgia per Emergency. L’edificio ribalta la tendenza a guardare alla verticalità del “modello Dubai” delle metropoli africane, ma al contrario riprende l’orizzontalità delle costruzioni vernacolari ed è tecnologicamente all’avanguardia e completamente sostenibile. Inoltre mira alla bellezza come valore “etico”, un’isola protetta dalle guerre e dalle carestie, un nuovo punto di riferimento per tutte le comunità del territorio. Il tema dell’inclusività è ben espresso dal padiglione per la preghiera costruito nel 2007 che è valso allo studio anche il premio “Aga Khan Award for Architecture”. Il Padiglione completamente percorribile si innesta lungo una passerella sopra uno specchio d’acqua e due bianchi volumi cubici contengono gli spazi per la preghiera. All’interno la copertura in cannucciato permette alla luce di filtrare creando uno spazio fortemente evocativo e, pur senza una definizione religiosa specifica, profondamente spirituale. All’interno del progetto appare importante anche la dimensione ecologica che non si ferma alla costruzione con tecnologie di recupero dell’energia innovative, ma continua con il riciclo degli elementi di scarto, come per esempio i container necessari al trasporto del materiale necessario alla costruzione dell’ospedale, i quali sono stati riconvertiti a moduli abitativi. TAMassociati manifesta costantemente l’interesse e la capacità di ricerca di soluzioni tecnologicamente avanzate e allo stesso tempo semplici, cercate anche nella cultura e nelle tradizioni locali delle comunità, come ad esempio nel progetto che lo studio sta portando in Africa per la prototipazione di un Eco-Vilagge in Sengal. L’idea si sviluppa attorno all’autosufficienza delle abitazioni, attraverso sistemi di raccolta e riciclo delle acque e di produzione di energia elettrica. L’iniziativa propone di divulgare le conoscenze alla popolazione locale attraverso un sistema open source e fornendo un modulo

tecnologico base permette l’espansione tramite l’autocostruzione di moduli in pisè. Tutto il progetto è stato sviluppato attraverso la partecipazione e il coinvolgimento degli abitanti locali e l’intera iniziativa mira alla costruzione di comunità sostenibili e cooperative e ad oggi vede il completamento del primo tassello l’”ecomaison” H2O, un volume semplice, il quale trova la sua forza architettonica nel rapporto dei materiali con la luce e con il contesto. Quello dell’abitare è un tema particolarmente caro allo studio, ne è un esempio l’ecoquartiere di Villorba (Treviso) nel quale l’ideazione di abitazioni per il co-housing si mescola con il progetto di paesaggio. Anche in questo caso le scelte guardano alla tradizione per le soluzioni formali e il rapporto con il paesaggio del contesto, ma vengono implementate da tecniche di costruzione sostenibili. Le abitazioni vengono pensate con un linguaggio sobrio e omogeneo ma anche contemporaneo e fresco che assieme agli spazi comuni rappresentano un esperimento riuscito sulle nuove possibilità dell’abitare condiviso. Il lavoro di TAMassociati non dimostra solo una grande capacità di fare architettura, ma di farla rispondendo alla necessità contemporanee rendendo evidente come anche operando con poche risorse ma con grande attenzione e abilità l’architettura abbia le capacità di migliorare la vita delle persone, riportando così al centro del dibattito della disciplina la ricerca per l’architettura come bene comune Proprio di questo ha parlato l’esposizione al Padiglione Italia della XV biennale di architettura di Venezia, curato dallo studio veneziano. L’allestimento stesso utilizza materiali semplici e pochi elementi, spesso utilizzando geometrie semplici ed archetipiche, come nella loro opera quotidiana, in grado però di definire in modo chiaro uno spazio contemporaneo e coinvolgente all’interno dell’arsenale, e di guidare il visitatore attraverso le tre fasi della mostra: pensare, incontrare, agire. Queste tre sezioni rappresentano il modus operandi del team, che in questo

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caso vuole mettere in mostra le migliori esperienze contemporanee invitando tutti, professionisti e non, ad agire. I progetti esposti sono lontani dai progetti da rivista o non riportano firme di grandi archistar, ma rappresentano per la maggior parte esperienza sparse piene di contenuto e significato, hanno cura dei luoghi in cui si inseriscono e hanno come fine ultimo il bene comune. Proprio per questo fine è importante il lavoro pratico e divulgativo dello studio TAMassociati, per riportare l’architettura nelle strade, attraverso la partecipazione collettiva e lo sviluppo sostenibile dei territori e delle comunità. “Desideriamo un’architettura che sia motore di nuove visioni, potente mezzo comunicante, strumento attraverso cui le tante periferie dell’abitare possano rivendicare diritti, progresso, opportunità, inclusione”. TAMassociati

a destra, dall’alto: 1. Prayer and Meditation Pavillion. Fonte: w w w. t a m a s s o c i a t i . o r g / w p - c o n t e n t / uploads/2015/03/MB_IMG_9237.jpg 2. Riutilizzo dei container a Karthoum. Fonte: www.akdn.org/sites/akdn/files/media/akaa2013-salam_centre_06.jpg 3. Ecomaison H2O in Senegal. Fonte: archidatum. com/media/9471/eco-maison-keur-bakarsenegal_h2os-studio-tamassociati-01.jpg 4. Fotomontaggio per un ecovillage in Senegal. Fonte: www.tamassociati.org/PAGES/SNG/ data/images/04view.jpg 6. Padiglione Italia alla XV Biennale di Architettura di Venezia. Fonte: www.divisare. com/authors/888895588-studio-tamassociati/ projects/built

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Architettura contemporanea

THE SILO

COBE ARCHITECT a cura di Andrea Zuberti

Nelle città di oggi è possibile imbattersi in grandi edifici che in passato hanno suscitato sentimenti di disprezzo: le alte ciminiere, dalle quali uscivano senza tregua interminabili serpenti di fumo seguiti da un rumore e un battito che durava tutto il giorno, generando una triste atmosfera di miasmi e di gas che avvolgeva le città in un velo grigio, sino a farle scomparire. 62 metri. L’anima in calcestruzzo è stata conservata interamente e, al suo interno, l’intervento ha mantenuto l’integrità originaria del manufatto, aggiungendo nuove funzioni pubbliche e private. La composizione, in pianta e in alzato, è ordinata da unità modulari quadrate e da sotto-moduli che, in facciata, acquistano una nota dinamica attraverso l’alternanza degli elementi che la generano. La struttura in calcestruzzo è stata incisa da nuove bucature e rivestita in acciaio zincato, il quale crea una superficie scultorea dotata di sporgenze sfaccettate con balconi

Eppure, nonostante la meschina esistenza presente e passata, oggi è impossibile non essere affascinati dagli edifici industriali dismessi, nei quali si sublima la bellezza grezza della matericità che li genera, com’è accaduto nell’area portuale di Copenaghen. Lo studio danese COBE ha trasformato un silo dismesso in un edificio residenziale, diventando il polo di riferimento della riqualificazione post-industriale del quartiere di Nordhavn. L’ex-silo, utilizzato originariamente come granaio, è caratterizzato dalla forma lunga e stretta per un’altezza complessiva di

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The Silo. Vista, dal basso verso l'alto, della facciata. Fonte: www.cobe.dk


Architettura contemporanea alternati. Si generano ombre complesse che conferiscono diversi piani di profondità al prospetto, concluso dalla scatola in vetro dal quale ammirare il panorama. Il nuovo involucro è uno scudo climatico, adatta gli spazi alle esigenze degli standard abitativi, ma soprattutto offre un nuovo volto all’antico granaio. Testimonianza tangibile del cambiamento urbano, l'edificio non dimentica il passato industriale. Anche l’interno è sviluppato sulla memoria dell’edificio, le cui abitazioni presentano una spazialità unica, generata dalla precedente funzione di manipolazione e conservazione del grano. L’edificio è composto da 17 piani nei quali si distribuiscono 38 unità abitative singole o su più livelli, dalle dimensioni variabili tra i 106 mq e 401 mq, con altezze che raggiungono i 7 metri. Il paramento interno coincide con il materiale originario in calcestruzzo, il quale rievoca il suo carattere industriale grezzo. Tutti gli appartamenti dispongono di finestre panoramiche da pavimento a soffitto e di balconi, molti dei quali sono stati conservati in calcestruzzo grezzo. I vetri delle finestre sono nascosti all'esterno dei muri in cemento esistenti, offrendo viste spettacolari sullo skyline della città e sulla costa dell’Oresund. Oltre a queste unità abitative, vengono aggiunti al piano terra uno spazio per ospitare eventi, e un ristorante panoramico situato all'ultimo piano, completamente vetrato, che offre ai clienti una vista mozzafiato a 360 gradi di Copenaghen. Il mix di programmazione pubblica e privata permette di vivere la zona per tutta la giornata, peculiarità essenziale in un contesto di rinnovamento urbano. Dan Stubbergaard afferma: "Le abitazioni private e le funzioni pubbliche assicurano che l'edificio rimanga attivo tutto il giorno. Le funzioni pubbliche poste in alto e in basso garantiscono anche un'esperienza multidimensionale per i vari utenti dell'edificio. Dalla sommità si abbraccia con uno sguardo tutta la città di Copenaghen. Un edificio completamente unico, qualcosa che tutti gli abitanti di Copenhagen avranno la possibilità di

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sperimentare. Il Silo sarà abitato, ma sarà anche una destinazione pubblica. Un punto focale urbano per il nuovo sviluppo di Nordhavn. Rivitalizzando il nostro patrimonio industriale, scopriamo nuovi potenziali e evidenziamo le tracce storiche nelle nostre città. Essi rappresentano una risorsa costruita. Rappresentano la nostra storia. Così facendo, possiamo trasformare ciò che oggi molte persone percepiscono come rifiuti industriali in tesori”. L’idea di “COBE architect” è stata riconosciuta ed apprezzata da molte persone che hanno avuto la possibilità di vedere questo progetto dal vivo. Uno studente di architettura del Politecnico di Milano, Jacopo Zani, ha affermato: “Mi sembra molto interessante per come viene mantenuto intatto il più possibile l’interno del vecchio edificio; è stato ricoperto in modo tale che comunque dall’esterno si riescano a percepire le gigantesche dimensioni del vecchio scheletro industriale. E’ inoltre molto interessante il modo in cui The Silo e i nuovi edifici circostanti creano nuovi spazi pubblici adatti alla vita quotidiana”. Una curiosità: COBE è stato fondato nel 2006 dall'architetto danese Dan Stubbergaard. Da allora COBE si è affermato con una serie di progetti premiati a livello nazionale e internazionale. I progetti più significativi dello studio includono Nørreport Station - la più affollata stazione di Copenhagen; il North Harbor di Copenhagen – tra i più grandi progetti di sviluppo urbano in Scandinavia; un nuovo edificio iconico per Adidas, in Germania; e il Danish Museum of Rock Music a Roskilde aperto nel 2016. pagina a fianco, dall’alto: 1. Edificio preesistente 2. The Silo, in fase di costruzione 3. The Silo, progetto ultimato questa pagina, dall'alto: 4. Particolare di un interno 5. Tipologia di appartamento 6. L'edificio e lo spazio pubblico esterno. Fonte delle immagini: www.cobe.dk

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Architetti nella storia

l'incantesimo del corpo a cura di Oreste Sanese

” L’uomo ha risollevato il capo fiero e libero! E l’improvviso raggio della prima bellezza Fa palpitare il dio nell’altare del corpo! Lieto del bene attuale, smunto del mal sofferto, l’Uomo vuole sondare tutto, e tutto conoscere! ” “Sole e Carne”, Arthur Rimbaud Geniale e turbato nel profondo, ricordato tra i più grandi di sempre, tra quelli che travalicano il confine dell’oblio e rimangono onnipresenti, solo con il nome, nella formazione di tutte le generazioni, personalità tanto indimenticabili quanto inarrivabili. Leonardo, Raffaello e Michelangelo sono stati artisti che hanno raggiunto capacità umane espressive e creative mai più eguagliate. Uno per la grandiosità intellettuale di comprensione della meccanicità del mondo e di larga visione ingegneristica, l’altro per le predilette affinità al pennello e l’indispensabile vitalità sociale, l’ultimo per la forza espressiva della figura “astoricizzata”, innovativa e già universale.

ad una nuova valutazione critica della storia dell’arte richiamando a modello i grandi esempi della Grecia antica da poco riportati in luce. Questi frammenti rimandavano, con la loro pallida e contemplativa presenza, ad una magnificenza sublime e superiore a qualsiasi altra estetica che le varie civiltà fossero mai riuscite a realizzare. Tra i pochi risparmiati ritenuti all’altezza delle stesse capacità dei vari Fidia, Policleto e Prassitele, vi era il “Divino Michelangelo” così già riconosciuto dai suoi contemporanei, anche lui esempio della tanto declamata “nobile semplicità e tranquilla grandezza”. Le sue opere furono, in fondo, capaci di attutire i tragici tormenti e i conflitti interiori dell’artista toscano. Manifestazioni che esibivano al mondo l’equilibrio tra la perfezione dichiarata iconografica e le mutevoli malinconie personali. La calma bellezza risplendente era, assieme all’estenuante sforzo fisico, figlia soprattutto delle sue ripetute insoddisfazioni.

Il primo teorico e critico d’arte, profondo conoscitore della cultura ellenistica e padre dell’epifania neoclassica del XVIII secolo, Johann Joachim Winckelmann aprì la strada

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L’universalità del gesto: Creatio Adami, Cappella Sistina, Roma, Michelangelo Buonarroti, 1508-1512. Fonte: www.lastampa.it

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Architetti nella storia nell’intellettualità la via per cambiare la società, nell’arte il modo per produrre cultura, parlando dell’essenziale e delle cose neoplatonicamente più alte, e tramite il “non-finito” ci mostrava la virtù della pochezza, del gesto chirurgicamente disegnato, dell’espressione esatta che non può essere ridotta o alterata, non accademicamente verista o viziosa di ornamenti, ma primitivamente potente ed efficace.

Fondamentalmente si ritrovò a dover, da solo, riuscire a costruire l’immagine del rinnovato potere cattolico, a scolpire i vari Cristi, a dipingere i Santi e concepire mausolei innalzati a Dio, addossandosi tutte le responsabilità del caso. Ma mai nessuno riuscì effettivamente ad avvicinarsi o a comprenderlo appieno e non pochi furono infatti i litigi dovuti al suo ingestibile temperamento conflittuale. Nessuno poteva sapere del forte senso religioso bastonato dall’eco delle prediche del Savonarola udite in gioventù e dalla condanna alla corruzione delle famiglie vescovili e papali, assieme alle sue incertezze sentimentali e all’ambiziosa rivoluzione culturale di cui era annunciatore. Spesso isolato da un mondo in cui non si riconosceva, con cui non avrebbe mai potuto condividere la propria sensibilità, si rifugiava nelle confessioni poetiche, scritte più per se stesso che per un pubblico più ampio, e la mattina seguente ricominciava, bruciando dentro, a ripiegarsi gobbo sui blocchi di pietra, o a subire impensabili posizioni curve dipingendo la volta della Cappella Sistina, vinto dalla necessità di dover produrre con le sue mani qualcosa che riuscisse a saziarlo, qualcosa che potesse domare anche temporaneamente le sfrenate ambizioni esistenziali. Ma fu probabilmente proprio questa angoscia il vero motore del suo animo, ciò che lo rese sempre consapevole della consumazione del tempo e della materialità, del continuo perire.

"ma sse alto in cielo è povertà gradita, qual fia di nostro stato il gran restauro, s'un altro segno amorza l'altra vita?" Nonostante si ritenne sempre in primo luogo fino intagliatore lapicida capace di fare emergere le superfici esterne delle figure nascoste nei marmi, vide nell’architettura l’opportunità di definire per la prima volta dall’interno la tridimensione, riconoscendone tuttavia le specifiche facoltà sceniche e le potenzialità per creare relazioni urbane, se pensate in un contesto più grande. Così arrivò ad esporre la nuova composizione spaziale del Campidoglio verso la città, a concepire la magnificenza del cupolone di San Pietro, o a rovesciare lo spazio lineare delle Terme di Diocleziano in un ambiente liturgico monumentale mai immaginato prima. Aveva metabolizzato i grandi del passato, afferrato le complessità degli ordinamenti precedenti, riutilizzandoli guardando ai loro singoli elementi architettonici per riproporli individualmente in modo personale, portandoli ai loro estremi ed esplorandone i limiti, in scale e rapporti formali-funzionali arditi e avveniristici.

Cosa se non “la ombra del morire per cui si ferma ogni miseria” fu in grado di mantenerlo per quasi un intero secolo nell’instabile tormentoso sentimento di vita, di lotta sisifiana, di superamento quotidiano dei propri limiti, per poter estendere il suo essere attraverso le sue realizzazioni, per poter abbracciare l’eternità nella gloria dell’arte? Ed a pensarci bene sembra esserci riuscito, rimanendo oltre la sua morte, per muovere emozioni e per entrare nell’attività cerebrale della memoria e della percezione della bellezza. La genialità del segno dei suoi profili riuscì ad influenzare il polso dello spagnolo Picasso; le danze armoniche di proporzioni e movimenti delle sue sculture illuminarono l’istinto alla corporeità dell’inglese Moore. Moderno come pochi, vissuto nel 1500, aveva visto

Michelangelo fu la diga e il torrente del periodo Rinascimentale; diga che contenne ed assorbì i codici brunelleschiani e bramanteschi rivolti al mondo romano e classico; torrente che sommerse coloro che vennero dopo di lui che, storditi e mai completamente coscienti, cercarono di seguire le “maniere” aperte dal Maestro. Fu il primo artista a vivere, come su una nuvola, esterno alle circostanze umane, al di fuori della storia e della società, il Nicodemo sincero e libero che pose sempre l’arte al di sopra di qualunque problematicità

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politica, il primo vero artigiano nobile ad interfacciarsi con i massimi poteri e a poter deliberatamente decidere se asservirli o permettersi di respingerli. Accedeva alla realtà solo tramite il sacrificio e il sudore delle sue creazioni, educando la propria fantasia, lasciando che le proprie passioni ed introspezioni si concretizzassero in vene e tensioni muscolari, in pose epiche e precise che, lapidee, affrescate o edificate che fossero, come un incantesimo, riuscirono e riescano ancora a fermare il tempo di chi le osserva. “Giunto è già ’l corso della vita mia, con tempestoso mar, per fragil barca, al comun porto, ov’a render si varca conto e ragion d’ogni opra trista e pia. Onde l’affettuosa fantasia che l’arte mi fece idol e monarca conosco or ben com’era d’error carca e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.  Gli amorosi pensier, già vani e lieti, che fien or, s’a duo morte m’avvicino? D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.  Né pinger né scolpir fie più che quieti l’anima, volta a quell’amor divino c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.” a destra, dall’alto: 1. L’incantesimo del corpo: L’aurora, Sagrestia Nuova, Firenze, Michelangelo Buonarroti, 15241527. Fonte: Giuseppa Caronia, Ritratto di Michelangelo Architetto, pg.67, Laterza, Roma-Bari, 1985. 2. L’essenzialità dell’espressione; Pietà Rondanini, Museo Castello Sforzesco, Milano, Michelangelo Buonarroti, 1555-1564. Fonte: Giuseppa Caronia, Ritratto di Michelangelo Architetto, pg.132, Laterza, Roma-Bari, 1985. 3. La presenza scenica: Ingresso della Biblioteca Laurenziana, Firenze, Michelangelo Buonarroti, 15241526. Fonte: Bruno Zevi, Sapere vedere l’architettura, pg.86, Piccola Biblioteca Einaudi, Trento, 2012. 4. L’esplorazione degli elementi architettonici: particolare di Porta Pia, Roma, Michelangelo Buonarroti, 1561-1565. Fonte: Robert Venturi, Complessità e Contraddizioni nell’architettura, pg.77, Edizioni Dedalo, Bari, 2010. 5. La rinnovata monumentalità: Santa Maria degli Angeli, Roma, Michelangelo Buonarroti, 1562. Fonte: David Watikin, Storia dell’architettura occidentale, pg.225, Zanichelli editore, Bologna, 2012.

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Architettura nella storia

tesori nel cuore di genova: i palazzi dei rolli a cura di Chiara Dalla Bà

Nella Repubblica rifondata da Andrea Doria tra 500 e 600, avviene la trasformazione di Genova con la realizzazione di dimore adeguate ad ospitare visite di stato e di ospiti prestigiosi. Nascono così i palazzi dei Rolli, edifici giunti fino a noi, che testimoniano un tipo di struttura urbana ben definita e ci raccontano le storie di re, dogi e principi. Genova, città caratterizzata da porti, piccole vie strette e tortuose, grandi piazze e maestosi palazzi. All’interno di essa si trovano i Palazzi dei Rolli, così chiamati perché facenti parte di un elenco chiamato i Rolli degli alloggiamenti pubblici di Genova, questo gruppo di palazzi apparteneva alle famiglie nobili di Genova che ambivano ad ospitare personalità di alto rango che si trovavano in transito per visite di stato. Ad oggi 42 dei 114 palazzi iscritti ai Rolli fanno parte dei patrimoni dell’umanità, l’UNESCO ha inoltre inserito in via Garibaldi, cioè la via dove sono collocati la maggior parte

dei palazzi, una targa che motiva la scelta di inserire i Rolli fra i patrimoni mondiali dell’umanità: “Le maggiori dimore, varie per forma e distribuzione, erano sorteggiate in liste ufficiali (Rolli) per ospitare le visite di stato. I palazzi, spesso eretti su suolo declive, articolati in sequenza atrio – cortile – scalone – giardino e ricchi di decorazioni interne, esprimono una singolare identità sociale che inaugura l’architettura urbana di età moderna in Europa”. Grazie alla targa realizzata dall’UNESCO abbiamo una visione generale dei palazzi Genovesi, solo tre sono i palazzi visitabili

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Vista del doppio ordine dei portici della corte interna di palazzo Doria Tursi. Fonte: archivio personale dell'autore


Architettura nella storia perché di proprietà del comune di Genova, questi sono Palazzo Bianco, Palazzo DoriaTursi e Palazzo Rosso. Palazzo Bianco venne eretto fra il 1530 e il 1540 per Luca Grimaldi, membro di una delle più importanti famiglie genovesi. Questo edificio anche dopo i vari passaggi di proprietari, rimase piuttosto modesto. Palazzo Bianco venne donato al Comune di Genova dalla duchessa Maria Brignole-Sale De Ferrari, nel 1884, in modo da potervi insediare una galleria pubblica, all’interno sono conservate le opere che vennero traferite dalla dimora parigina a quella francese dei Galliera. Il museo è organizzato in aree che seguono i periodi storici delle opere conservate all’interno. Gli interni delle sale e dei corridoi si configurano con pavimenti in pietra bicromi, neri e bianchi, romboidali, pareti stuccate di bianco, soffitti, con volte a padiglione nelle sale e a botte nei corridoi, anch’essi stuccati di bianco, ed infine una sottile cornice di stucco in rilievo decorata da ghirlande e fiori. L’accesso a Palazzo Bianco avviene attraverso un ampio atrio, al centro del quale è posizionato uno scalone di pietra che sbarca su un lato del porticato interno. Le sale si snodano attorno ad atrio e porticato, il giardino è visibile dal porticato interno ma separato da una stanza in cui si accede direttamente da esso. Il giardino a impianto rettangolare suddiviso in 4 aiuole verdi attorniate da una siepe bassa, al centro del giardino è collocata una fontana ottagonale con statue di satiri. Confinante con Palazzo Bianco troviamo Palazzo Doria-Tursi una volta separato, oggi comunicante in modo da poter proseguire la visita da un edificio all’altro. Come il precedente, anche palazzo Doria-Tursi si snoda attorno ad una corte centrale, alla quale si accede con la stessa modalità di palazzo Bianco. Palazzo Doria-Tursi presenta pavimenti in legno o marmo che subiscono variazioni nel decoro da una stanza all’altra, e lo stesso accade nei soffitti, dove si collocano affreschi di differenti grandezze, importanza e ricchezza. La facciata è caratterizzata dall’alternarsi di materiali di

diverso colore: il rosa, il grigio-nero e il bianco. Il prospetto principale si compone di due ordini sovrapposti. Il piano rialzato presenta finestre demarcate da paraste rustiche aggettanti, sostituite al piano superiore, da paraste doriche. Il portale marmoreo è coronato dallo stemma della città di Genova. L’ultimo palazzo di cui parleremo è palazzo Rosso, edificato tra il 1671 e il 1677 per la famiglia Brignole Sale, anch’esso venne poi donato dalla duchessa Maria di Galliera al comune di Genova. L’interno delle sale si trovano affreschi di pittori dome Domenico Piola, Giorgio De Ferrari e, successivamente, viene chiamato a collaborare alla realizzazione degli affreschi Paolo Gerolamo Piola. I bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero quattro sale, che vennero poi ripristinate. Il prospetto su strada è scandito orizzontalmente da quattro spesse fasce marcapiano rosse che demarcano il livello dei solai, le finestre con le loro cornici bugnate rosse e l’alternanza con la parete di fondo, gialla, accentuano la verticalità. Il decoro della facciata di Palazzo Rosso presenta teste leonine che segnano le architravi delle finestre dei due piani nobili, mentre al centro del portale d’ingresso, con preciso riferimento all’arma araldica dei Brignole, troviamo un altorilievo raffigurante un leone rampante sotto un albero di prugne (in dialetto genovese “brignole”). I piani del palazzo si differenziano per stile e arredamento, al piano primo sono collocate sale completamente affrescate, pavimenti marmorei con decorazioni geometriche differente in ogni sala e l’arredo originale del palazzo, si trovano ancora sedie tavoli, scrivanie, credenze, specchi e lampadari. Al secondo piano troviamo due aree separate, nella prima troviamo una “casa” completa di salotto, sala da pranzo, camera da letto, bagno e cucina, curati da Franco Albini, il quale ha realizzato l’allestimento anche delle altre sale espositive del museo. La seconda area è un’altra casa in cui abitavano gli ultimi anni i Brignole Sale, all’interno sono

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conservati gli arredi originali della famiglia, come quelli da salotto e della biblioteca, alcuni dei quali provengono dalla dimora parigina della duchessa Maria. Oggi molti dei palazzi dei Rolli ospitano banche, clubs, circoli culturali, antiquari, negozi, uffici pubblici e privati. Sicuramente una visita all’interno di questi palazzi, se ci si trova a Genova, è d’obbligo. I tre palazzi da noi visitati sono aperti dal martedì alla domenica, sia in estate che in inverno. Se siete interessati vedere da vicino i modelli architettonici genovesi all’interno del contesto storico, e scoprire il loro grande splendore, dovete partecipare ai Rolli Days. Si tratta di un evento che ha luogo due volte all’anno, in primavera e in autunno, dove vengono aperti al pubblico anche palazzi privati, ed è possibile prenotare visite guidate che percorrono questi affascinanti edifici.

a destra, dall’alto: 1. Pianta di palazzo Doria Tursi. Fonte: www. architettura.unige.it/e-books/gauthier/pics/ tav029.jpg ) 2. Rampa di raccordo tra palazzo Bianco e palazzo Doria Tursi. Fonte: archivio personale dell'autore. 3. Facciata su strada di palazzo Bianco. Fonte: archivio personale dell'autore. 4. Enfilade di palazzo Rosso, è visibile la decorazione della stanza da letto. Fonte: archivio personale dell'autore. 5. Sala dell’ultimo piano di palazzo Rosso con arredi originali della duchessa Maria Brignole Sale. Fonte: archivio personale dell'autore. 6. Vista di Genova dal tetto di palazzo Rosso. Fonte: archivio personale dell'autore.

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Architetti moderni

Luis Barragán: il silenzio della bellezza a cura di Raffaele Dongili

” Credo che lo spazio ideale deve contenere elementi di magia, serenità, stregoneria e mistero.” Luis Barragàn Luis Barragán nasce a Guadalajara (Messico) nel 1902. All’età di 22 anni conseguì la laurea in Ingegneria e solo successivamente anche in Architettura. Tutta la sua vita da progettista era stata consacrata alla “sacra ricerca della Bellezza”. La sua fama esploderà solo in seguito alla mostra curata da Emilio Ambasz al Moma di New York del 1976, per culminare nel 1980, anno in cui ricevette il Pritzker Prize. Le opere più importanti di Barragán, cioè quelle per cui è riconosciuto in tutto il mondo, sono quelle della maturità che si distribuiscono tra il 1954 e il 1983. L’architetto messicano morirà nel 1988 all’età di 86 anni. La produzione di Barragán risente di influssi regionali, di international style, ma anche da alcune sue esperienze di

viaggio come quella fatta a l’Alhambra, nel sud della Spagna, dove entrò in contatto con i magnifici “giardini d’acqua” e con l’atmosfera surreale del luogo, temi che approfondirà molto bene nei suoi progetti. Nel corso della sua carriera svilupperà uno stile personale caratterizzato dall’utilizzo di tinte molto forti ispirate alla tradizione messicana applicate ad ambienti surreali. Gli edifici disegnati da Barragán sono tutti caratterizzati da una poetica del ritiro e della contemplazione. Infatti l’architetto è solito progettare degli elementi di chiusura verso l’esterno che spesso provengono dalla tradizione contadina, la quale prevedeva numerosi patii e giardini introversi. Barragán percepisce l’abitazione come un “rifugio” dal caotico mondo esterno. L’edificio con i

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L’ippodoromo di Luis Barragàn. Fonte: www.pritzkerprize.com/1980/works. Photo: © Barragan Foundation

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Architetti moderni suoi alti muri dotati di piccole aperture che cingono ogni ambiente interno o esterno che sia, preservano la quiete dell’inquilino in un mondo quasi astratto ravvivato da continui stimoli sensoriali: lo scroscio di una cascata, una lama di luce che taglia una parete, uno specchio d’acqua scura che riflette la natura che lo circonda… Barragán quindi rifiuta le idee del funzionalismo per abbracciare quelle di un’architettura “emozionale”, governata dalla bellezza. L’elemento primario dell’architettura di Barragán è il semplice piano rettangolare intriso di colore luminoso, che declinava in mille usi diversi, poteva essere: un gradino, un pavimento, un muro, un soffitto o una partizione collocata ambiguamente tra interno ed esterno. Barragán riuscì a rendere tridimensionale e materico il linguaggio della pittura astratta del periodo (ammirava particolarmente De Chirico e Mirò). Leggere distorsioni degli spigoli erano usate per creare particolari effetti visivi che facevano apparire lo spazio o più compresso o più espanso mantenendo sempre un estremo controllo dell’armonia generale tra gli elementi. Casa Gilardi è l’opera-testamento dell’architetto messicano. Commissionata da Pancho Gilardi, proprietario di un’agenzia pubblicitaria nel 1976 a Città del Messico. La casa si sviluppa su un terreno lungo e stretto e ruota intorno all’albero di jacaranda, fulcro dell’intera planimetria. L’edificio si divide su più livelli, il volume dell’edificio è semplice e puro, gli interni sono definiti da pochi elementi d’arredo scelti dall’architetto: anfore, pezzi d’antiquariato e sculture grandi e piccole. Sulle pareti vibranti echeggiano le tinte dell’artista Chucho Reyes Ferreira. Colore e luce creano una diade perfetta in tutte le sue opere e si rivelano, in quest’ultimo progetto, in spazi introversi dalla dirompente energia espressiva. L’edificio è provvisto di una corte interna inserita all’interno del recinto rettangolare che la lega all’edificio. La poesia di Barragán arriva ad uno dei suoi livelli più alti nella sala da pranzo, accessibile da un corridoio “rituale” di colore un colore

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giallo acceso che prende luce dalla corte attraverso numerosissime aperture verticali dal ritmo sincopato. Oltre il corridoio si apre davanti al visitatore la il pavimento della sala da pranzo interrotto improvvisamente da una piscina coperta dalla quale emerge un grande pilastro rosso che diventa il protagonista della sala. Tuttavia il momento più mistico orchestrato da Barragán è quello in cui un fascio di luce solare scende da un’invisibile varco del tetto posto appena dietro al pilastro, illumina la grana blu delle superfici che compongono lo spazio e penetra il piano liquido ed immobile della vasca. A questo punto il tempo sembra bloccarsi in uno spazio metafisico posto in una dimensione altra, diversa da quella caotica della contemporaneità. Non resta che assaporare il silenzio dello stupore. Bibliografia e linkografia: www.domusweb.it/it/dall-archivio/2013/03/23/luisbarragan-una-casa-introversa.html William J. Curtis, L’architettura moderna dal 1900, Phaidon, 2006 Antonio Riggen Martínez, Luis Berragán, Electa, 200á

a destra, dall'alto: 1.Ritratto di Barragàn. Fonte: www.newyorker. c o m / m a g a z i n e / 2 0 1 6 / 0 8 / 0 1 / h ow - l u i s barragan-became-a-diamond 2.Casa Folke Egerstrom. Fonte: www.archinect. com/news/article/85753170/luis-barrag-nhomage-tweaks-vitra-the-copyright-owners 3.Interno del convento di Tlalpan. Fonte: www. arquitectosvalencia.org/el-instituto-oficial-dearquitectos/ 4.Piante casa Gilardi. Fonte: www.blog. arquitecturadecasas.info/2012/02/casamoderna-urbana-entre-medianeras.html. © Barragan. 5.Albero di jacaranda. Fonte: www.rldiseno. com/la-colorida-casa-gilardi-luis-barragan-laciudad-mexico/ 6.Corridoio interno alla casa. Fonte: www. cosasdearquitectos.com/2011/11/casa-gilardide-luis-barragan/ 7.Sala da pranzo con piscina. Fonte: www. arquitecturaydiseno.es/arquitectura/ultimacasa-luis-barragan-habla_452

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Architettura moderna

La foresta come punto di incontro tra vita domestica e natura:

Casa Kaufmann di Frank Lloyd Wright a cura di Veronica Rigonat

“Fallingwater è una grande benedizione fra quelle che si possono ricevere qui sulla terra.” (dal discorso di Frank Lloyd Wright alla Taliesin Fellowship) “Penso che niente abbia mai uguagliato il coordinamento, l’espressione empatica del grande principio di serenità in cui foresta, torrente, roccia e tutti gli elementi della costruzione formano un’associazione così quieta che veramente, se vi mettete in ascolto, non percepite alcun rumore, nonostante vi sia la musica del torrente. Ma si ascolta Fallingwater così come si ascolta la quiete della campagna”. Queste le parole scelte da Frank Lloyd Wright per descrivere le emozioni che l’architettura domestica di casa Kaufmann a Bear Run, Pennsylvania, risveglia in chi la vive. Sicuramente, si tratta di una delle opere più conosciute e pubblicate dell’architetto, il simbolo mediatico dell’architettura successivamente definita “organica” e della

visione usoniana, seppure molto diversa dalle altre dimore private che fanno parte di questo gruppo. Tanto quanto il rapporto tra essere umano e natura che lo circonda, è forte anche la volontà di definire lo stile di vita del modello nord-statunitense. I suoi progetti per abitazioni private insieme a quello urbano della perfetta anti-città, Brodacre City, sono il manifesto della sua ideologia in fase matura. Uomo e natura sono fatti della stessa essenza e, allo stesso momento, sono complementari l’uno all’altro. L’architettura che disegna gli spazi e la relazione tra di essi è decisa dall’osservazione attenta dello stile di vita dell’uomo usoniano. Una ricerca che non si limita alla definizione di volumi ed alla scelta dei materiali, che sono fondamentali

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Vista della Casa Kaufmann dalla foresta. Fonte: www.dezeen.com/2017/06/07/fallingwater-frank-lloydwright-pennsylvania-house-usa-150th-birthday/


Architettura nella storia per dichiarare con forza l’identità organica del prodotto architettonico, ma si muove dalla definizione dello spazio esterno fino al progetto degli interni. Il mobilio scandisce il ritmo della giornata, come nel caso della Robie House a Chicago, dove le sedute hanno uno schienale molto alto rispetto ai canoni, con l’intenzione di definire una stanza senza la necessità di pareti. Quando la famiglia si riunisce intorno al tavolo si definisce un momento. Questi alti schienali racchiudono i commensali in una stanza immateriale, in un ambiente intimo e protetto. L’architettura di Wright è una narrazione di emozioni e di momenti, un supporto alla vita di comunità. Progettata per il proprietario di una famosa catena di negozi tra il 1934 ed il 1937, la Kaufmann House in modo molto deciso dichiara che la natura è parte attiva della comunità, della vita domestica. Non solo, il paesaggio è un elemento di composizione. I pavimenti in pietra naturale penetrano negli ambienti interni dando l’impressine che si stia camminando sul letto del torrente. Gli infissi verticali delle grandi finestre in legno seguono il ritmo dei fusti degli alberi della foresta e, d’un tratto, ci troviamo proiettati nel bosco. Il paesaggio altri non è che una sala della dimora, una presenza ricordata da udito, vista, olfatto e tatto. Osservata esternamente la villa è protetta dalla folta vegetazione. Gli elementi verticali sono pilastri in cemento rivestiti in pietra naturale del luogo, facendo apparire l’abitazione un tutt’uno con le rocce della collina, in contrapposizione ai componenti orizzontali in calcestruzzo intonacato che non si mimetizzano affatto con il contesto. Se Mies Van der Rohe lavora con il Travertino anche negli States, la scelta di Wright ricade esclusivamente sui materiali del luogo. L’ingresso può essere raggiunto solo attraverso un ponte a monte della cascata dove un pergolato stabilisce la continuità tra casa e collina. Si tratta di un ingresso nascosto che permette l’accesso ad un unico ampio ambiente al primo piano dove le grandi vetrate si affacciano sulla cascata. Il

pavimento è in scabra pietra locale. Questo elemento piatto si solleva improvvisamente in prossimità del camino: si tratta della pietra sulla quale è stata realizzata la casa che irrompe nello spazio domestico. Come per altri architetti di questo tempo, l’elemento del focolare identifica la dimensione famigliare, il momento di raccolta e condivisione che rende questo spazio il centro della casa. Al piano superiore si organizzano tre camere da letto e a tutti i livelli si accede alle terrazze che sembrano galleggiare. Da una di essere parte una scala, priva di alzate e le cui pedate sono poste tra loro ad una considerevole distanza. Scendendo questa rampa, protetta solo da un lato da una sequenza di elementi lignei verticali, che ancora una volta richiamano il pattern disegnato dai tronchi nella foresta, si raggiunge il torrente. La scala non tocca l’acqua ma resta di poco sospesa, galleggiante come le terrazze. Ciò che l’architetto desidera fare in Fallingwater, similarmente al progetto dell’Imperial Hotel, è di evocare un pericolo. Viene introdotto l’elemento energico e incontrollato della cascata torrentizia per poi stabilire un rapporto tra tecnica e natura. Per fare questo è necessario pensare ad un’architettura che non vada a definire un involucro ma che, anzi, rompa gli schemi e le consonanze e introduca le leggi della libertà e del mutamento, come scrive Bruno Zevi. Wright si pone a distanza dall’International Style, dal Movimento Moderno, che definisce come una “superficiale nuova estetica di superficie e massa”. Anni dopo il figlio di Kaufmann, che presentò al padre Edgar l’opera di Wright, descrisse così l’esperienza di Fallingwater: “Quando Wright arrivò sul posto apprezzò il potente suono della cascata, la vitalità della giovane foresta, l’effetto drammatico degli strati rocciosi e dei massi; questi erano gli elementi che dovevano essere intessuti con i sereni spazi volanti della struttura. Wright capì che le persone erano creature della natura e che pertanto un’architettura conforme alla natura sarebbe stata conforme alle esigenze fondamentali

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delle persone. Per esempio, anche se tutta Fallingwater è aperta da ampie bande di finestre, le persone all’interno sono al riparo come in una grotta profonda, sicure, grazie alla collina alle sue spalle”. William Curtis descrive casa Kaufmann come una chiara evidenza della rinnovata vitalità di Wright come creatore ed un ampliamento delle sue scoperte precedenti. E il progetto è evidentemente il frutto di questo suo riscoprirsi dopo la crisi degli anni venti. La dimora è parte della foresta e per Wright la foresta una frontiera: un punto di incontro tra due entità diverse. È il luogo di ritrovata unità tra uomo e natura, in essa si è in grado di riscoprire l’individualità. Bibliografia: B. Zevi, Frank Lloyd Wright, Zanichelli, Bologna 1979 B. Brooks Pfeiffer, Frank Lloyd Wright, Taschen, Milano 2002 B. Brooks Pfeiffer, Frank Lloyd Wright. 1867 – 1959. Costruire per la democrazia, Taschen, Colonia 2006 W. J. R. Curtis, L’architettura moderna dal 1900, Phaidon, Londra 2007 M.Biraghi, Storia dell’architettura contemporanea I, 1750-1945, Einaudi, Torino 2008

a destra, dall'alto: 1. Vista dell’ingresso nascosto e della pergola che accompagna il visitatore dallo spazio naturale a quello antropico. Fonte: www. creative-architecture96.blogspot.it/2016/07/ blog-post_17.html 2. Vista sull’ambiente interno: la zona living.. Fonte: www.interiorsandsources.com/news/ design-news/news-detail/articleid/21270/title/incelebration-of-frank-lloyd-wright-s-150th-birthday 3. Vista sul camino nel soggiorno, dettaglio della pavimentazione che viene rotta dalla pietra della collina sulla quale la dimora poggia. Fonte: www. it.pinterest.com/pin/575827502345736866/ 4. Dettaglio della scalinata che dalla terrazza scende fino a sfiorare l’acqua del torrente. Fonte: www.slate.com/articles/arts/architecture/2011/09/falling-for-fallingwater.html# 5. Vista dell’innesto della costruzione sulla collina rocciosa. Fonte: www.commons.wikimedia.org/ wiki/User:Der_Golem/Frank_Lloyd_Wright

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Dettaglio prospettico del progetto. Fonte: www.cannatafernandes.com/built/laboratorio-da-paisagem/


Architetture ritrovate

il laboratorio del paesaggio

il restauro rigoroso di cannatÀ e fernandes a guimarÃes a cura di Kristal Virgilio

“Bisogna sempre ricordare che fare architettura significa costruire edifici per la gente, università, musei, scuole, sale per concerti: sono tutti luoghi che diventano avamposti contro l'imbarbarimento. Sono luoghi per stare assieme, sono luoghi di cultura, di arte e l'arte ha sempre acceso una piccola luce negli occhi di chi la frequenta.” Renzo Piano Lo studio d'architettura portoghese Cannatà&Fernandes arquitectos nel 2010 ha vinto il concorso per il progetto del laboratorio del paesaggio a Guimarães, riqualificando una vecchia fabbrica in una riserva ecologica nazionale, riutilizzando gli spazi interni per creare dei laboratori di ricerca per giovani architetti ed urbanisti. La facciata principale si prospetta sul fiume Ribeira de Selho. La morfologia del terreno è caratterizzata da una rilevante differenza di quota e da una fitta vegetazione con percorsi in terra battuta, dai quali è possibile ammirare ciò che offre il paesaggio. Un

antico ponte di pietra collega il paesaggio naturale alla costruzione. All’interno del nuovo edificio, sul lato est vi è una sala conferenze ampia e luminosa. Una seconda entrata, proseguendo verso ovest, conduce direttamente ai laboratori per architetti ed urbanisti, i quali ambienti e sale sono divisi dai blocchi dei servizi. Il primo volume ricostituito con calcestruzzo bianco, sembra, da una certa prospettiva, sospendersi nel vuoto: esso definisce l’ingresso principale alla prima sala. L’accesso è stato creato dalla demolizione di alcuni dei tetti originari, e conduce il

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Architetture ritrovate visitatore, attraverso un camminamento, al momento più intenso e solenne dell’edificio: la facciata fronte stante il fiume. Parte di essa è costituita dai grandi blocchi dei mattoni originari, ripuliti e riposizionati a volere degli architetti. Le parti più degradate sono state ricostituite con del calcestruzzo bianco, a formare volumi massicci, ma delicati e rigorosi. Questi volumi, in particolar modo, risaltano a contrasto con l’antico mattone, per un dialogo senza fine tra vecchio e nuovo, una coesistenza per ricordare quella che gli architetti stessi definiscono “l’indiscutibile contemporaneità di una riabilitazione”. Questa fascia prospettica ha un ritmo irregolare che è definito dall’antico e non da una nuova regola dettata dal gusto dei progettisti portoghesi, e ciò la dice lunga sull’atteggiamento di Cannatà e Fernandes nei confronti della storia. Questo ritmo, a prima vista illogico, rende caratteristico soprattutto lo spazio interno, che è pulito nei cromatismi e nei materiali, ma particolare nella forma e nel suo impatto con la luce. All’interno della struttura, la percezione è di armonia tra luce e materia, immerse in una freschezza contemporanea senza eguali. La pulizia del colore bianco di maggior utilizzo sia a livello cromatico di soffitti e pareti ma anche per l’arredo, sobrio e funzionale, rimarca l’importanza del paesaggio circostante visibile dalle ampie vetrate. Inoltre, la pavimentazione in legno chiaro accompagna ulteriormente la delicatezza degli ambienti. Interessante è anche la scelta dell’illuminazione artificiale, la quale viene posizionata in modo da esaltare ulteriormente la particolare andatura delle falde del tetto. Il risultato è un’armonia di scelte, alcune delle quali sono state fatte per sottolinearne altre. Questo esempio di restauro contemporaneo è interessante in quanto la matrice storica del tipo architettonico, nonostante la nuova funzione sia completamente differente, rimane inalterata. Sebbene l’edificio storico non fosse “speciale” ma semplicemente un’opera di edilizia corrente, si riconosce

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una matura capacità critica che ha considerato la discrezione di una scelta antecedente. Giovanni Carbonara nel suo scritto “La reintegrazione dell’immagine” afferma: “Il restauro ha funzioni educative e di memoria, per le future generazioni, per i giovani; riguarda, in fondo, non il compiacimento per gli studi in sé ma la formazione d’ogni cittadino e la sua qualità di vita, intesa nel senso spirituale e materiale più esteso”. Il tema del restauro ai giorni nostri è piuttosto complesso. Da una parte, abbiamo un tentativo di restituire l'opera architettonica al suo mondo storicamente determinato, ricollocandola idealmente nell'ambiente dove è, considerando funzione e struttura originaria nella sua forma idealmente più pura; contemporaneamente, quello di operare su di essa per renderla nuovamente viva ed attuale, quale parte valida ed integrante del mondo contemporaneo. Tra i diversi modi dell’operare il rispetto per l’opera architettonica, è stato deciso il riutilizzo di alcuni elementi autentici, ripuliti e riutilizzati nella creazione di una struttura dove presente e passato, completamente contrapposti in questo caso, vengono amalgamati seppur rimanendo contraddistinti. Bibliografia e linkografia: G. Carbonara, “La reintegrazione dell’immagine”, Bulzoni, Roma, 1976. www.cannatafernandes.com/built/laboratorioda-paisagem/

pagina a fianco, dall'alto: 1. Vista da ovest del nuovo progetto. 2. Vista da est del nuovo progetto. 3. Particolare dell’interno. 4. Particolare della sala conferenze. questa pagina, dall'alto: 5. Particolare dell’interno di una delle sale di studio. 6. Dettaglio dell’andatura delle falde dall’interno. 7. L’edificio originario. Fonte delle immagini: www.cannatafernandes. com/built/laboratorio-da-paisagem/

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Il Kastrup Sea Bath osservato dalla spiaggia. Foto: Š White Arkitekter. Fonte: www.en.white.se/projects/kastrup-sea-bath/


Spazi urbani

kastrup sea bath: una piazza nel mezzo del mar baltico a cura di Sebastiano Marconcini

Un nuovo approccio al tema dell’acqua ha permesso di individuare nel mare un sito ideale per lo sviluppo di una nuova idea di spazio pubblico. Opportune scelte compositive e funzionali hanno portato alle concezione di un luogo confortevole e accessibile a tutti, riscoprendo il rapporto che si può instaurare tra la città e il mare. Nella progettazione dello spazio pubblico e dell’architettura del paesaggio, uno dei temi che ha sempre dato vita alle più belle suggestioni è quello dell’acqua. Il rapporto che una città può instaurare con quest’ultima è sempre diverso, ma il progetto realizzato dall’architetto danese Fredrik Pettersson, dello studio svedese White Arkiteckter, rappresenta sicuramente un approccio unico nel suo genere. Inaugurato nel 2005, il Kastrup Sea Bath è un progetto inserito in una delle principali

aree verdi di Kastrup, sobborgo della città di Copenaghen, ai più noto come sede del suo aeroporto. All’interno del parco che prende il nome di Kastrup Strandpark, viene così realizzata una nuova spiaggia con annesse due nuove strutture, una più piccola contenente spogliatoi e servizi igienici ed una più grande che si sviluppa direttamente sull’acqua. La volontà che ha portato allo sviluppo di questo progetto è stata la tendenza, intrapresa in quegli anni dalle città danesi, di

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Spazi urbani definire nuovi spazi urbani che favoriscano le attività ricreative legate all’acqua, durante tutto l’anno. Il clima freddo e ventoso di queste zone, infatti, ha sempre limitato l’uso delle aree marittime da parte dei cittadini danesi; per questo motivo, il progetto proposto ha cercato di creare le condizioni opportune per godere del Mar Baltico, indipendentemente dalle condizioni meteo stagionali. Elemento principale che definisce il Kastrup Sea Bath, o come viene chiamato dai locali “La Lumaca”, è una struttura circolare in legno, che a circa 100 metri di distanza dalla costa inizia a stagliarsi sopra il livello del mare. Come una scultura dinamica infatti, la superficie che delimita le passerelle e lo spazio di questa piscina a cielo aperto continua ad innalzarsi, fino arrivare alla parte terminale che misura ben 5 metri di altezza. Non è solo quest’ultima a cambiare, è la sezione stessa della struttura in legno a variare in tutto il suo sviluppo, offrendo sempre nuove conformazioni degli spazi per le diverse attività proposte. Lungo gli oltre 870 metri quadri di pedane in legno che compongono la struttura, infatti, è possibile trovare molteplici soluzioni di seduta, spazi liberi per svolgere attività fisica o prendere comodamente il sole, spogliatoi e diverse piattaforme da cui potersi tuffare. Uno spazio ricco di attrezzature che ha fatto sì che il Kastrup Sea Bath diventasse uno degli spazi pubblici più frequentati della città. In particolare, sono diversi gli elementi che caratterizzano questo progetto e ad aver contributo al suo successo. Innanzitutto la forma circolare, per due chiari motivi. Il primo è che le superfici in legno hanno permesso di definire una spazio protetto dai forti venti marittimi ed incanalare verso un unico centro i raggi solari, garantendo maggiori condizioni di comfort al suo interno anche durante il periodo invernale. Il secondo, legato alla forma della circonferenza aperta e non chiusa verso la costa, è che la struttura sviluppa questo forte legame visuale tra il mare ed il parco

della città, invitando i cittadini a vivere maggiormente questo luogo. In tal senso, un ulteriore concetto fondamentale dietro alla realizzazione del progetto è stato quello di garantire l’accesso alla struttura a tutti. Infatti, il Kastrup Sea Bath è stato ideato come un luogo non esclusivo, sempre aperto a tutti. Come detto in precedenza, l’arredo è stato ideato in modo che sia garantita un’ampia offerta di attività. In questo modo è soddisfatta sia la persona anziana, che vuole uno spazio confortevole dove passare un momento della propria giornata, sia il giovane o il bambino, che vogliono poter far sport e giocare in sicurezza. Rispetto a questa concezione di progetto è interessante notare come la struttura sia stata progettata in modo che, attraverso un sistema di rampe, il luogo sia reso completamente accessibile anche alle persone con disabilità. Attraverso tali accorgimenti, la particolare struttura a conchiglia ha incanalato dentro di sé tutti i valori insiti nel concetto di spazio pubblico, luogo di comfort in cui ad una persona è garantito svolgere la attività legate allo socialità, trasformandosi così in una vera e propria piazza sospesa sopra il livello del mare. Oltre a questi aspetti appena citati, è necessario riconoscere la capacità con cui questa particolare soluzione progettuale permetta di vivere l’esperienza di uno dei più belli e particolari paesaggi esistenti. La conformazione della struttura, infatti, rappresenta l’anello di congiunzione di tre panorami diversi tra loro. Dall’interno del Kastrup Sea Bath è possibile avere una nuova visuale sul paesaggio dell’entroterra, mentre la grande apertura finestrata centrale permette di osservare i meravigliosi blu e grigi del Mar Baltico; infine dalla piattaforma più alta è anche possibile avere una visione privilegiata verso il ponte di Øresund, celebre struttura di collegamento tra Danimarca e Svezia. In aggiunta a quanto appena detto, sempre nell’ottica posta alla base del progetto, di rendere il luogo sempre fruibile a chiunque, desta grande interesse il sistema

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di illuminazione, il quale permette di vivere questo luogo di mare anche nei periodi delle lunghe notti nordiche. Il carattere scultoreo della struttura, già di per sé enfatizzato dall’uso dell’acciaio galvanizzato ed il legno Azobé, di origine africana e scelto per la sua resistenza alle più estreme condizioni atmosferiche, è ulteriormente estremizzato da un doppio sistema di luci. Il primo, di colore giallo, si sviluppa lungo tutto il perimetro interno della struttura tramite luci verticali, mentre il secondo, di colore blu, è posizionato al di sotto di scale e piattaforme per i tuffi. Ciò che ne risulta è un contrasto di colori che evidenzia la “drammaticità” del clima locale, ma che allo stesso tempo, grazie anche al riflesso dell’acqua, costituisce un faro di riferimento, sia fisico che metaforico, nel Mar Baltico. D’altronde è stato lo stesso Pettersson a dire del suo progetto: “La mia idea è stata di creare una forma scultorea e dinamica, che potesse essere vista dalla terra, dal mare e dall’aria”.

a destra, dall’alto: 1. Il Kastrup Sea Bath frequentato da persone di tutte le età. © White Arkitekter. Fonte: www. archdaily.com/2899/kastrup-sea-bath-whitearkitekter-ab 2. Le piattaforme per i tuffi del Kastrup Sea Bath e sullo sfondo il ponte di Øresund. © White Arkitekter. Fonte: www.archdaily.com/2899/ kastrup-sea-bath-white-arkitekter-ab 3. Interno del Kastrup Sea Bath, con l’apertura per la vista sul mare. Fonte: www.archdaily. com/2899/kastrup-sea-bath-white-arkitekter-ab 4. Il Kastrup Sea Bath Illuminato. © ERCO. Fonte: www.world-architects.com/en/whitearkitekter-goteborg/project/kastrup-sea-bath 5. Vista del Kastrup Sea Bath dalla piattaforma più elevata. Fonte: www.archdaily.com/2899/ kastrup-sea-bath-white-arkitekter-ab

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Dettaglio di Plexus A1, Renwick Gallery of the Smithsonian American Art Museum, Washington DC, 2015. Fonte: www.gabrieldawe.com/installation/plexus_a001.html


Arte & Architettura

L'ARCOBALENO

IN UNA STANZA (E NON SOLO):

LE SCULTURE TESSILI DI

GABRIEL DAWE a cura di Giovanna Fabris e Sara Stermieri

“Ciò che è da sempre stata ritenuta un’arte minore e prettamente femminile viene svincolata dai pregiudizi e reinterpretata.” Gabriel Dawe

“Se vuoi vedere l’arcobaleno, devi sopportare la pioggia”, diceva Hazel Grace Lancaster, ma non tutti la pensano così. Gabriel Dawe è un giovane artista concettuale di origine messicana che propone di omettere la parte cupa triste della frase e di concentrarsi solo sulla metà positiva. Dawe nasce a Città del Messico nel 1973 e si laurea con onore in Graphic Design. Le origini di questo artista sono molto importanti per capire il significato intrinseco delle sue opere, costantemente influenzate dalla cultura popolare messicana. Le

sculture tessili di Gabriel Dawe risentono intensamente della tradizione artigianale e cromatica propria del suo Paese d’origine, diventando una critica nei confronti del maschilismo ed un tentativo di sovvertire le nozioni denigranti, prevalenti al giorno d’oggi, nei confronti della figura della donna. Dawe lavora, infatti, con un grosso ago da cucito per connettere le estremità opposte con fili Gütterman di infinite gradazioni di colori differenti: il lavoro è tutto gestito manualmente, risultando un’operazione colossale per la cucitura tra

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Arte & Architettura le innumerevoli crune, adattate a qualsiasi elemento architettonico e disposte in serie. Superfici piane, verticali, parapetti e colonne diventano parte delle sue installazioni, che spesso vengono scambiate per giochi di luce colorata. Insomma, che forma ha un arcobaleno? Al Museo d’Arte di Toledo è una spirale, che dal pavimento si arrampica fino al soffitto: “Plexus n.35” incornicia la visita al museo, famoso per le sue esposizioni di arte classica, ed è illuminato dall’alto grazie al lucernario di cui Gabriel si è servito per ingannare i visitatori sulla natura della sua arte. Quando si dice sfruttare il contesto a tuo favore per illudere gli altri! E che dire se si potesse attraversare una soglia passando sotto alla meraviglia dei colori dell’arcobaleno. “Plexus A1” rende reale questo sogno, il sogno di tutti: 15 colori per rappresentare l’intero spettro della luce visibile e per creare un meraviglioso intreccio di 96 chilometri di filo! Un’esplosione di colori per un ambiente classicamente bianco, una colorata sovversione di un ordine rigidamente schematico. Nel 2014, l’entrata del Brigham Young Univerisity Museum of Art, che sorge vicino al Lago Utah, era incorniciata da “Plexus n.29” che, a partire dal lucernario ottagonale, penetrava nelle balaustre del primo piano del museo. L’effetto ottenuto grazie alla luce zenitale rende quasi reale l’entrata dell’arcobaleno nella sala, ma restando a debita distanza dal percorso museale lascia al visitatore la trascendenza della sperimentazione di questo falso fenomeno luminoso e lo induce ad una “danza” con l’opera stessa, alla ricerca del suo inizio o della sua fine. Le opere di Dawe non sono destinate solo ai musei, ma anche ai luoghi dove tutti, passando, possono goderne della vista. Al San Antonio International Airport, in Texas, dal 2016 è possibile ammirare “Plexus c18”, una composizione di più di diciannove colori che creano un effetto prismatico a rappresentare tutte le sfumature di colore dello spettro solare. L’installazione vuole emulare la forma dinamica di un aereo, sospesa sul soffitto a volta della Ticketing area del Terminal A, dove resterà per tre anni.

Non in tutte le opere di Gabriel Dawe, però, vengono usati tutti i colori per ricreare l’effetto della rifrazione della luce: “Plexus n.4”, installato al Dallas Contemporary nel 2010, prevedeva una variazione cromatica dal giallo al viola, creando un involucro di colori sempre vividi e squillanti, ma in tonalità più calde e rassicuranti dei toni freddi del blu e del verde. Vedendo le opere di Gabriel Dawe si potrebbe essere portati a pensare che il suo lavoro sia dettato da qualche programma di design informatico che ricrea l’effetto finale prima della effettiva realizzazione. Nulla di più falso: Gabriel utilizza sì dei software per i suoi schizzi, ma le forme non sono mai generate dal computer, bensì create e progettate appositamente per la stanza che ospiterà l’opera, in un dialogo intuitivo con l’ambiente. “Cerco sempre di sapere in anticipo come funziona il processo […] Non ho molto tempo per improvvisare a causa della natura intensa del lavoro…”. Gabriel, infatti, arriva in sito armato di disegno grafico e lavora seguendo un ordine molto specifico, costruendo le varie parti per strati. In ogni luogo, quindi, lo attende una sfida diversa dalla precedente, ma l’intento rimane invariato: l’intera serie Plexus, ad esempio, il cui nome rimanda alla rete di vasi sanguigni e nervi che sostengono il corpo umano, è una provocazione contro gli stereotipi di genere. In molti si sono chiesti se il rimando ai colori dell’arcobaleno possa essere ricondotto ad una politica presa di posizione a favore delle comunità LGBTQ, a simboleggiare gli ideali di orgoglio ed uguaglianza, ma Gabriel stesso ha sempre sostenuto che non fosse e non sia questa la sua intenzione: “Non l’ho mai fatto per questo, ma l’arcobaleno rappresenta la luce, non l’oscurità, e quindi l’idea che tutto è uno, inclusione e unità”. L’opera di Dawe si pone a cavallo tra la moda, il design e l’architettura. Le opere della serie Plexus esplorano il bisogno umano di riparo e il concetto di vulnerabilità. La moda e l’architettura, afferma l’artista, hanno in qualche modo un denominatore comune, ovvero la funzione di proteggere e coprire l’individuo. L’artista sceglie, dunque, di utilizzare il tessuto, l’elemento cardine della moda, per dare vita a una forma architettonica nella quale la struttura

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e il materiale sono astratti dalla loro comune accezione, poiché prendono parte alla realizzazione di una “non struttura”, una costruzione nella quale l’uomo non può rifugiarsi e per mezzo di cui non può sopperire ai suoi bisogni materiali. Al termine di ogni esposizione Gabriel Dawe recupera i diversi fili, partecipando allo smantellamento dell’opera che prende vita sotto una nuova forma: la serie di opere intitolate Relics, letteralmente “cimeli”, è infatti costituita dai fili delle installazioni della serie Plexus, i quali vengono raccolti in contenitori cubici, creando un groviglio di mille sfumature.

a destra, dall’alto: 1. Plexus no. 29, Brigham Young Univerisity Museum of Art, Provo (Utah), 2014. Fonte: www.gabrieldawe.com/installation/plexus_029. html 2. Plexus A1, Renwick Gallery of the Smithsonian American Art Museum, Washington DC, 2015. Fonte: www.gabrieldawe.com/installation/plexus_a001.html 3. Dettaglio delle crune di Torres de Satélite, Centraltrack, Dallas (Texas), 2011 Fonte: www.gabrieldawe.com/installation/ torres_de_satelite.html 4. Plexus C18, San Antonio International Airport, San Antonio (Texas), 2016. Fonte: www.designboom.com/art/gabriel-daweplexus-c18-colored-thread-san-antonioairport-10-16-2016/ 5. Relics Plexus 4, Dallas Contemporary, Dallas (Texas), 2011. Fonte: www.gabrieldawe.com/ relics/plexus_004_002.html

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Allestimento della mostra a Palazzo Ducale. Fonte: www.palazzoducale.visitmuve.it/it/mostre/archivio-mostre/mostrabosch/2017/02/17900/le-opere-di-jheronimus-bosch-a-venezia/

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le visioni surreali di un pittore nordico del '400 a cura di Alberto Milani

Sono state oltre 50 le opere esposte presso il Palazzo Ducale di Venezia, provenienti da tutta Europa, che ruotano attorno ai tre capolavori di Bosch custoditi in Laguna. A questo artista, Venezia, unica città in Italia a conservare le sue opere, ha dedicato da febbraio a giugno una mostra di grande fascino, il cui punto focale sono proprio le grandi opere di Bosch custodite alle Gallerie dell’Accademia che sono state restaurate di recente. Ma chi è Bosch? Il suo vero nome è Jeroen Anthoniszoon van Aken, e poiché è orignario di Aquisgrana il suo nome viene trasformato in Bosch in onore del luogo natale (da Bosch e Bois le Duc, traduzione francese di 's-Hertogenbosch, e cioè Bosco Ducale, la città dove visse l’artista a cavallo tra il XV e XVI secolo). Bosch è stato un geniale pittore fiammingo contemporaneo di Leonardo da Vinci ma con una cultura molto diversa da quella del grande artista del Rinascimento Italiano. Le sue opere sono piene di figure grottesche, strane e mostruose, che suscitano stupore in colui che le guarda. Bosch è anche un ricercato intellettuale che tenta di riassumere tutta

la fiaba della fine del medioevo, quando questo periodo, un tempo pauroso, oramai appartiene al passato e non incute più paura, ma genera nuove fantasie nella gente. La prima domanda che sorge spontanea non appena si varca la prima sala dell’esposizione è come sono potute arrivare a Venezia queste opere fiamminghe. Per rispondere a questo, bisogna immaginarsi come poteva essere la città di Venezia in quel periodo, un luogo caratterizzato dalla presenza di mercanti e persone provenienti da ogni luogo, ma soprattutto di contatti che il Cardinale Grimani aveva con gli ebrei residenti a Venezia. Molto importante sarà in particolare il contatto con il suo medico

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Diario eventi teologia, amante della scultura greca antica, di Tiziano, di Raffaello e di Leonardo da Vinci. Il Cardinale era poi attratto anche dall’arte delle Fiandre e soprattutto interessato fortemente a quelle visioni fantastiche immaginate negli ambienti colti della Venezia dell’epoca. All’interno delle raccolte del Cardinale, le opere di Bosch, con i loro particolari difficili da interpretare, potevano essere occasione per discussioni animate. Il tema del sogno ricorre anche nel romanzo pubblicato a Venezia nel 1500 da Aldo Manuzio, intitolato “Hypnerotomachia Poliphili”, e nell’incisione “Il Sogno di Marcantonio Raimondi” probabilmente tratta da un dipinto di Giorgione nel quale si vedono due donne svestite dormienti e vari mostriciattoli, e nel fondamentale bulino di Domenico Campagnola raffigurante l’Astrologo. Le immagini di demoni e mostri in questi casi non deriverebbero da Bosch ma sarebbero la conseguenza di una precisa “moda”, di un interesse già diffuso negli alti ambienti intellettuali, basta soffermarsi a guardare i piccoli bronzi di soggetto mostruoso e fantastico che decoravano gli studioli del tempo, come il Calamaio in forma di mostro marino o come il Satiro seduto intento a bere. Questa emblematica figura presente a Venezia non condizionerà immediatamente la produzione artistica in Italia, essendo l’interesse per i paesaggi “alla fiamminga” già ampiamente diffuso sul mercato italiano e in laguna. Le opere hanno contribuito a diffondere il mito di Bosch come creatore di demoni e hanno fatto proliferare, nella seconda metà del Cinquecento nei Paesi Bassi, e poi ancora in pieno Seicento, una produzione di immagini “alla Bosch” abbastanza standardizzate ma richiestissime.  Nell’ultima sala è esposta una selezione di opere di anonimi seguaci del grande artista presenti in laguna; queste opere ci confermano la nascita di un mito; la diffusione dei motivi boschiani anche nella grafica è testimoniata da un nucleo di prestiti importanti della Koninklijke

personale Meir de Balmes che, presentò van Bomberghen al Cardinale. È proprio Van Bomberghen che farà da tramite tra Venezia e le Fiandre, aiutato anche da Cornelis De Renialme, nipote e associato in affari, che risulta aver gestito le trattative per le opere rimaste nella bottega di Bosch dopo la sua morte, compreso il prezioso cartone di Raffaello con la Conversione di Saul. Fondamentale, nella ricostruzione del rapporto tra Bosch e Venezia, risulta la testimonianza di Marcantonio Michiel, conoscitore e critico d’arte, il quale nel 1521 descrive la collezione di opere d’arte del Cardinale Domenico Grimani. Da questo inventario si viene a conoscenza del fatto che, accanto ad una straordinaria serie di dipinti nord europei, compaiono tre opere di Bosch con mostriciattoli, incendi e visioni oniriche: opere che il cardinale, alla sua morte avvenuta due anni più tardi, lascerà in eredità, assieme ad altri beni, alla Serenissima Repubblica. Per lungo tempo le casse piene d’opere rimasero nei sotterranei di Palazzo Ducale fino a quando, all’inizio del seicento, una parte venne recuperata ed esposta nella residenza dogale anche se, in realtà, solo due lavori di Bosch attualmente conservati in laguna sembrano corrispondere a quelli descritti dal Michiel. La mostra si apre con l’esposizione delle opere realizzate da Bosch intitolate “La santa Liberata” e “Inferno e Paradiso” e continua focalizzandosi sulla figura di Domenico Grimani, anello di connessione tra Bosch e Venezia Possiamo avere un’idea di chi era il Cardinale osservandolo assieme al nipote in un tondo esposto, e da solo in una raffigurazione su una medaglia. Nei pressi ci sono anche altre opere d’arte, come alcune statue greche, che confermano i suoi interessi collezionistici, e l’eccezionale Breviario Grimani che con le sue 110 miniature è probabilmente il più bello e il più importante tra i manoscritti miniati prodotti nelle Fiandre. Il Cardinale Domenico Grimani era grande amante dell’arte, una personalità con interessi che andavano dalla filosofia alla

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Bibliotheek van Belgie di Bruxelles. Se le visioni infernali e gli spettacoli allucinanti, in patria sono raffigurate come nell’enorme tela che mostra l’apoteosi seicentesca di Bosch, a Venezia è Joseph Heintz il Giovane a far rivivere con i suoi “stregozzi” l’universo cupo e onirico, le creature deformi e grottesche, in perfetta sintonia con il clima negromantico e gli interessi di molti esponenti dell’Accademia degli Incogniti. Con l’arrivo del nuovo secolo, il seicento, i tempi ormai sono cambiati. Ora questa pittura è puro estetismo d’effetto: non ci sono più messaggi da ricercare e capire, e nemmeno retaggi religiosi o morali; la dimensione del sogno lascia il posto al manierismo e alla meraviglia del barocco. Alla fine del percorso espositivo siamo stati coinvolti in un’attività nuova per le mostre a Palazzo Ducale. Indossando degli speciali occhiali si è potuto entrare in un viaggio soggettivo dall’Inferno al Paradiso così come suggerito dal grande pittore, dove si è potuto scorgere i paesaggi dell’opera, permettendoci di compiere l’esplorazione virtuale degli scenari rappresentati dal pittore.

a destra, dall’alto: 1. Jeronimus Bosch, il volto. Fonte: www.ristorantegranviale.it/file/news/12/jeronimusbosch-in-mostra-a-venezia-palazzo-ducale_1234_1_zoom.jpeg 2. Jheronimus Bosch, Trittico dei santi Eremiti. Fonte: www.palazzoducale.visitmuve.it/it/mostre/archivio-mostre/mostrabosch/2017/01/17792/jheronimus-bosch-evenezia/ 3. Il Cardinale Grimani con il nipote nel tondo e un busto della collezione. Fonte: archivio personale dell'autore 4. Il Breviario Grimani. Fonte: www.mariapaolaforlani.blogspot.it/2017/02/jheronimus-boschvenezia.html?m=0 5. Il trittico di Santa Liberata dopo il restauro. Fonte: www.artribune.com/wp-content/uploads/2016/01/Jheronimus-Bosch-Trittico-diSanta-Liberata-dopo-il-restauro.jpg

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Ingresso alla mostra. Fonte: archivio personale dell’autore

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Carlo Scarpa e il giappone a cura di Carola Fagnani

«Possiamo dire che l'architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia, come un bellissimo viso di donna. Ci sono forme che esprimono qualche cosa. L'architettura è un linguaggio molto difficile da comprendere, è misterioso, a differenza delle altre arti, della musica in particolare, più direttamente comprensibili... il valore di un'opera consiste nella sua espressione: quando una cosa è espressa bene, il suo valore diviene molto alto». Carlo Scarpa Il legame tra “Carlo Scarpa e il Giappone” è stato documentato in un’unica mostra al Centro Archivi della Fondazione MAXXI di Roma, in concomitanza con l’esposizione “The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi”. Carlo Scarpa è considerato un ideatore e in quanto tale ha avuto sempre la necessità di viaggiare, scoprire e vedere. Le prime esplorazioni di Carlo Scarpa sono avvenute

attraverso i libri, quei libri che descrivevano una cultura e una tradizione differenti da quelle occidentali. Scarpa era profondamente affascinato dal Paese del Sol Levante e nel 1969, su incarico della ditta Cassina, fece il primo dei suoi due viaggi in Giappone, accompagnato dall’amico Aldo Businaro e da un paio di testi di Mario Gromo e Fosco Maraini. Questa esperienza colpì in modo

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Diario eventi significativo la sua sensibilità di architetto e fu da quel momento che la sua conoscenza letteraria si rafforzò con la realtà della cultura giapponese. Scarpa nutrì un interesse anche per la poesia giapponese, amava leggere gli haiku di Bashō Matsuo, grande poeta e viaggiatore del XVII secolo, al quale l’architetto si ispirava. Durante il suo ultimo viaggio in Giappone, che avvenne nel 1978, è stato supposto che Scarpa avesse ripercorso un itinerario verso il nord del Giappone molto simile a quello del poeta giapponese. Nello stesso anno l’architetto morì a Sendai in un incidente. In un video documentario “La Pietà del Vento”, prodotto da Stefano Croci e Silvia Siberini, è stato ideato un dialogo “mai avvenuto” tra il poeta giapponese e l’architetto veneto. Quest’opera cinematografica è stata proiettata anche alla 71° edizione del Festival del Cinema di Venezia nel 2014. La sua forte attrazione per l’oriente è rimasta viva nella sua architettura tanto ammirata e al contempo anche nel suo pensiero che viene tramandato mediante i suoi disegni e i suoi scritti. La mostra è stata realizzata con frammenti di idee e di caratteri, racchiusi negli oggetti personali di questo grande maestro. L’acqua, la luce, l’astrazione, le ombre, le forme semplici divennero le componenti primarie della sua architettura. È possibile riconoscere i tratti della sua filosofia architettonica attraverso uno dei suoi ultimi progetti, che ha elevato la sua estetica: il progetto per la Tomba monumentale Brion. Dal 1969 al 1978 Scarpa lavorò al complesso monumentale, che gli fu commissionato dalla coniuge Brion; la Tomba Brion rappresenta la sintesi di un’ampia ricerca che il maestro aveva compiuto nel corso della sua vita. Gli elementi della tomba funebre si incrociano in un percorso tra la terra e il cielo, che può essere visto come una metafora tra la vita e la morte. All’interno della tomba è possibile percepire un percorso meditativo, tipico della filosofia Zen, che l’architetto decise di evidenziare

in maniera netta attraverso l’utilizzo di materiali, quali il vetro di Murano, il bronzo e il cemento. Nonostante l’intera struttura sia stata concepita da enormi parti di cemento nudo, emerge un carattere prettamente armonico, quasi sintomatico in ciò che è l’arte giapponese, ossia non altro che un’unione tra la natura e l’uomo. “Io amo molto l’arte giapponese, sono così bravi che se i nostri studenti facessero un viaggio in Giappone imparerebbero tanto!… La cultura giapponese permette di raffinare il proprio spirito”. Furono queste le parole che Scarpa pronunciò ai suoi studenti durante una lezione di architettura. Esse testimoniano quanto l’architetto fosse meravigliato dalla cultura nipponica. Come nell’architettura giapponese, il maestro fu dedito ai dettagli che possono essere prodotti in un’opera architettonica. L’architetto veneziano fu curatore di mostre, allestimenti e autore di piccoli edifici, negozi, complesse sistemazioni museografiche, quale il restauro del Museo di Castelvecchio a Verona. All’interno di questo museo quasi centenario, Carlo Scarpa individuò due possibili percorsi per i visitatori: il primo archeologico - architettonico e il secondo artistico museale. Lui stesso da attento artigiano e conoscitore delle tecniche materiche aveva disposto le opere artistiche secondo una logica, che potesse catturare l’attenzione del visitatore. La stessa logica con la quale questa mostra ha ricordato la vita del maestro veneto. L’iter espositivo è stato opportunamente suddiviso in tre parti: forme materiali, piani spazi e acqua giardini. All’interno della mostra è stato possibile avere un contatto diretto con la conoscenza sviluppata da Scarpa, che ha spaziato dagli scatti fotografici ai disegni dei particolari costruttivi che tanto lo appassionavano. «Scarpa utilizzava il disegno come pensiero, nei disegni dava spazio a riflessioni e ragionamenti, si poteva vedere in diretta il suo pensiero che si imprimeva sulla carta: disegnava una serie concatenata di figure,

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ma con una logica diversa da quella usuale degli altri architetti, che è di tipo concettuale. Essa era governata da una ragione che generava passaggi momentaneamente apparentemente inutili e ovvi, ma che successivamente si dimostravano particolarmente produttivi. Il suo sistema compositivo era svolto mediante il disegno, con modalità esemplificative ma anche con dettagli tipici della raffigurazione, della citazione» (citazione di Sergio Los, “Scarpa”, Taschen, Köln 1994).

a destra, dall’alto: 1. Lo spazio espositivo. 2. I fascicoli originali di Japan Design House. 3. I documenti originali di Carlo Scarpa. 4. I dettagli costruttivi (disegni originali). 5. La fotografia degli interni di Tomba Brion. Fonte delle foto: archivio personale dell'autore

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Van Gogh Alive - The Experience. Notte Stellata, 1889, olio su tela, Saint- RÊmy. Fonte: archivio personale dell’autore

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van gogh alive -

the experience a cura di Greta Petrarca

La mostra multimediale più visitata al mondo dedicata al celebre artista olandese arriva a Bologna dal 4 maggio al 31 ottobre 2017 e si sviluppa negli spazi dell’ex chiesa di San Mattia. Dopo il grande successo in Australia, Stati Uniti, Russia, e dopo aver spopolato a Roma con oltre 150 mila spettatori in soli 6 mesi, l’esposizione sbarca a Bologna con il racconto della vita e delle opere di Vincent Van Gogh, nel periodo compreso tra il 1880 e il 1890. Van Gogh Alive – The Experience è una mostra multimediale e multisensoriale che utilizza la tecnologia SENSORY4™, un sistema che incorpora 40 proiettori ad alta definizione, una grafica multi canale e un suono surround come quello delle sale cinematografiche. Con le sue immagini cristalline, giganti e nitide la mostra prende vita e ci si immerge, per circa 45 minuti, nella vita e nell’arte dell’artista, vivendo un’esperienza emozionale nei 500 mq della chiesa di San Mattia, con un impianto a navata unica. Le immagini riempiono

grandi schermi, pareti, colonne, dal soffitto al pavimento, e sono realizzate su misura per lo spazio, coinvolgendo lo spettatore nei colori vibranti e nei dettagli tipici dello stile di Van Gogh. La musica, la maggior parte coeva all’artista, guida il pubblico per tutta la durata della mostra. Ognuna di essa comprende un gruppo di opere che riflettono i dipinti di Van Gogh e le sue emozioni in quel determinato momento della sua carriera. Vincent Van Gogh nasce in una cittadina agricola nel nord dell’Olanda e sin dalla giovane età conosce il mondo dell’arte; dopo aver lasciato la scuola a 16 anni, comincia a lavorare alla Goupil et Cie, una casa d’arte nella quale suo zio era socio. Venne coinvolto nell’organizzazione di mostre e nella vendita di opere. Durante i sei anni in cui lavorò alla Goupil et Cie ebbe

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Diario eventi l’occasione di viaggiare a Londra e a Parigi dove studiò l’arte a lui contemporanea. Rimase particolarmente colpito dal lavoro di Jean- Francois Millet e da altri artisti della scuola di Barbizon.

vengono dipinte con toni terrosi e cupi. Dopo essersi trasferito a Parigi, Van Gogh, ispirato dall’Impressionismo e dall’energia parigina, è pieno di ottimismo e i suoi dipinti sembrano quasi rinvigorire fino a sviluppare uno stile vivace. Probabilmente rappresenta il periodo più felice e produttivo della sua breve vita.

“L’unico momento in cui mi sento vivo è quando dipingo.” Dopo varie vicissitudini personali, a 27 anni si riavvicina al mondo dell’arte e rivolge la propria attenzione all’Impressionismo e al Post Impressionismo, in particolare ad artisti come Monet, Pissarro, Bernard e Gauguin. Nonostante dipinse solo per 10 anni, in qualità di artista autodidatta produsse più di 2000 opere, ma nella sua vita vide venduto solo un dipinto: “La Vigna Rossa”, un dipinto olio su tela datato al 1888. L’influenza di Gauguin è evidente nel vigneto di Arles dove Van Gogh viveva, in quella che sarebbe poi diventata nota come la Casa Gialla. Van Gogh sognava di creare una colonia di artisti e desiderava condividere il suo atelier. Fu molto felice quando Gauguin, conosciuto due anni prima, venne a fargli visita nell’ottobre 1888. I due artisti lavorarono insieme a molti progetti, nonostante ciò il soggiorno finì male con l’automutilazione dell’orecchio di Van Gogh. L’artista restò incantato dai rossi e gialli autunnali e dai riflessi della luce del tramonto che scintillava sul fiume. Dipinse quest’opera a memoria dopo una passeggiata serale. Van Gogh ignorava le regole della teoria dei colori e dei contrasti cromatici. Il risultato fu uno stile avanguardistico rispetto al suo tempo e generalmente non accettato da gran parte della comunità artistica. Si percepiscono i pensieri e le emozioni tra Parigi, Arles, Saint-Rémy e Auvers-sur-Oise dove realizzò i suoi capolavori. L’esperienza inizia con una serie di autoritratti che, attraverso lo stile e la tecnica, raffigurano le sue inquietudini e la continua evoluzione spirituale. Si prosegue con la città natia dell’artista. Questo periodo “olandese” è stilisticamente cupo: i paesaggi, le persone e le nature morte

“Forse saprai che la peonia è di Jeannin, l’altea appartiene a Quost, ma il girasole è in qualche modo mio…” La mostra multimediale continua con la visione di “Girasoli” per poi attraversare la vita, i paesaggi e la gente della Provenza, fino ad arrivare alla passione di Van Gogh per l’arte giapponese. Successivamente entra, a contatto con lo spettatore, la malattia mentale dell’artista: il dipinto “La camera di Vincent ad Arles” rappresenta un punto di svolta della sua instabilità emotiva. Ci si immerge, in un secondo tempo, nei pensieri di Vincent Van Gogh attraverso la proiezioni di numerose lettere scritte negli ultimi 10 anni di vita. Scritte in olandese ed in francese, contengono schizzi ed appunti sui suoi dipinti, oltre ad essere una visione del viaggio personale ed artistico di Van Gogh. “Non so nulla con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare.” Un cambiamento emerge nel momento in cui l’artista viene ricoverato nel manicomio di Saint-Rémy, in questo periodo dipingerà immagini distorte e paesaggi tranquilli. Un esempio di questo periodo è “La Notte Stellata”, un dipinto che trova un equilibrio tra il conflitto tra crisi ed autocontrollo e che culmina con un barlume di speranza. “A volte penso che la notte sia più viva e più ricca di colori del giorno.” La Notte Stellata rappresenta la vista dal manicomio, un cielo notturno nuvoloso e una mezzaluna con undici stelle dominate dal cipresso in primo piano, e dal campanile

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sullo sfondo. Entrambi conferiscono profondità al dipinto. Le pennellate fluide di Van Gogh e il turbinio del cielo evocano un’emozione intensa e descrivono lo stato mentale disturbato dell’artista senza, tuttavia, trasmettere disperazione. Le proiezioni si concludono con opere che esplorano gli ampi paesaggi di Auvers- surOise. Questi dipinti sembrano ricordare il senso di vuoto avvertito da Van Gogh in quel periodo. Il “Campo di Grano con Corvi” riesce a catturare una visione sincera dei sentimenti che precedono gli ultimi giorni di vita dell’artista. Probabilmente si tratta del suo ultimo dipinto in cui è evidente il suo disturbo mentale, la malinconia incombente e persino la morte. E’ una riflessione sulla sua “grande tristezza ed estrema solitudine”. Questa è la descrizione che Van Gogh diede al dipinto. Il cerchio si chiude: un “movimento” finale, come una retrospettiva, esamina gli intensi e spesso tetri autoritratti realizzati da Van Gogh nel corso della sua carriera.

a destra, dall'alto: 1. Ramo di Mandorlo in Fiore, 1890, olio su tela, Saint- Rémy 2. Notte Stellata sul Rodano, 1888, olio su tela, Arles 3. Natura Morta: Vaso con 12 Girasoli, 1888, olio su tela, Arles 4. Particolari di girasoli 5. Iris, 1889, olio su tela, Saint- Rémy Fonte delle immagini: archivio personale dell'autore

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Particolare di un libro campionario, nei quali sono conservati i campioni originali delle stoffe prodotte dall'azienda Ratti. Fonte: archivio personale dell’autore, per gentile concessione del Centro Internazionale di Arte e Cultura di Palazzo Te

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il tessuto come arte a cura di Stefano Sarzi Amadè

Antonio Ratti è stato un grandissimo imprenditore che non solo ha fondato una delle più importanti aziende ancora attive del settore tessile, ma ha lasciato in eredità una Fondazione che racchiude nelle sue iniziative tutta la passione per la cultura e l’arte, muse ispiratrici che hanno di lui fatto una delle figure più innovative per l’arte e la lavorazione del tessuto e, più in generale, della produzione industriale nel mondo. Ad esso è dedicata una speciale mostra, allestita a Palazzo Te di Mantova, dal 1° ottobre 2017, al 7 gennaio 2018.1 Antonio Ratti, nato a Como nel 1915, apre nel 1934 il proprio studio di disegni e, in seguito, fonda nel 1945 la Tessitura Serica Antonio Ratti, dedicata alla creazione e commercio di cravatteria. Un grande spirito di innovazione porta Ratti ad intraprendere un percorso che, attraverso la lavorazione dei tessuti e la conquista di molti settori nella produzione tessile, porta la sua azienda ad essere una delle eccellenze riconosciute ancora oggi in tutto il mondo. Durante questi anni la passione per la cultura, per l’arte e per i nuovi linguaggi spinge l’imprenditore a collezionare, durante i suoi numerosi viaggi, stoffe preziose provenienti da diverse parti del mondo e realizzate in diverse epoche storiche, e ad incentivare eventi ed iniziative

culturali ed artistiche. Questa volontà sfocia con la nascita, nel 1985, della Fondazione Antonio Ratti, che promuove numerose iniziative, tra le quali corsi di arti visive e workshop. Quella dell’imprenditore comasco è una galassia ricca di ricerca e poesia ripercorsa negli spazi espositivi della mostra ospitata alle fruttiere di Palazzo Te, il cui percorso inizia già dalle sale monumentali con diversi tessuti drappeggiati nei Mannequins. L’ingresso alla mostra allestita alle fruttiere è ampio e colto, metafora del prestigio dell’industria e della ricerca operata dall’imprenditore: il capolavoro Denderah, un preziosissimo scialle in cachemire, e lo specchio realizzato da Gerard Richter, che ne riflette le trame, sono il simbolo della

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Diario eventi ricerca del passato e dello sguardo verso l’arte del futuro che rappresentano una costante del pensiero di Ratti. All’industria è dedicata l’introduzione del percorso espositivo: dominata dall’immagine dell’imprenditore, sono esposte una raccolta di copie della rivista aziendale, documenti originali scritti dallo stesso Ratti, e le foto d’epoca del fotografo Roberto Zabban che ritraggono la vita nello stabilimento inaugurato nel 1958 e progettato dall’architetto Tito Spini. La materializzazione degli ideali innovativi concepiti dall’imprenditore nel rapporto tra cultura d’impresa e arte (umanistica), non vuole essere un rapporto dettato dalle forme, dalle regole imposte o dalla semplice focalizzazione sulla fantasia, ma diviene di carattere etico, così come lo stesso Ratti afferma: “cultura è affidare alla conoscenza critica l’immobilità di quanto ci viene affidato dal passato e dal presente”.2 La nuova sede rappresenta un modello industriale nuovo: alle attività produttive vengono associati spazi culturali che ospitano attività e iniziative, luoghi multifunzionali a servizio dei lavoratori e progetti legate all’arte, in un’ottica dinamica e fruibile per chi produce e vive la creatività artistica. Lo spazio espositivo principale si rivela come un grande open space nel quale sono distribuiti i vari nuclei espositivi; esso diviene un salone nel quale sembra trasfigurarsi poeticamente lo spazio privato dell’imprenditore, al centro del quale lo sguardo e la visita sono accompagnati da una grande e colorata pedana morbida, sulla quale è possibile accomodarsi e sostare per “comprendere” personalmente l’arte tessile attraverso i diversi tessuti presenti e le monografie dedicate ad Antonio Ratti. L’allestimento racconta un percorso creativo fatto di studio, ricerca e creazione che inizia dal momento in cui i progetti prendono forma. I primi lavori esposti sono i raffinatissimi disegni di studio per cravatteria e sciarpe, realizzati dagli anni ‘30 agli anni ‘60 con diverse tecniche, che raccontano la meticolosità e la dedizione di un approccio manuale, accompagnati da campioni di seta che riproducono le trame progettate.

Il valore di questo approccio creativo è percepito anche nella bellissima suggestione cromatica delle Carte de nuances esposte. Si tratta dei cataloghi di colori distribuiti dai tintori, che presentavano su ogni pagina una serie di matassine di organzino di seta colorate, al fine di suggerire alle industrie seriche i colori e gli abbinamenti cromatici proposti per le diverse stagioni.3 Le Carte de nuances sono affiancate da teche che custodiscono i preziosissimi e ricercati tessuti antichi damascati, broccati e ricamati a mano che Ratti raccoglie come fonte di ispirazione per i suoi lavori, consapevole che attraverso la conoscenza, la conservazione e la valorizzazione del passato, nasce la fonte di un nuovo linguaggio. Il racconto espositivo si completa attraverso le due imponenti raccolte di libri campionari: bellissimi volumi originali che contengono migliaia di campioni di tessuto e che esprimono tutta la complessità e poeticità di un accurato lavoro nelle loro bellissime fantasie, trame e lavorazioni. Come già accennato, l’attività di Antonio Ratti ha promosso il linguaggio creativo dell’arte e, con le iniziative sfociate nella nascita della Fondazione Antonio Ratti e del Antonio Ratti Textile Center presso il Metropolitan Museum di New York, l’imprenditore ha favorito il linguaggio artistico che qui è rappresentato dalle numerose installazioni che rafforzano il legame e il dialogo tra diverse forme d’arte. Nell’esposizione sono presenti proiezioni video realizzate durante i diversi workshop con artisti sia emergenti che conosciuti e opere d’arte che esprimono un linguaggio familiare al mondo di Ratti, nei materiali, disegni e concept come, ad esempio, le due opere video di Jimmie Durham e Joan Jonas e L’opera autentica di Giulio Paolini. Sopra la grande pedana al centro dello spazio espositivo è presente l’installazione Tracing di Renée Green composta da diverse bandiere, sui cui colori campeggiano nomi di giardini antichi, alcuni perduti nel tempo, che poeticamente richiamano quella ricerca del passato e delle preziose trame floreali tanto care all’imprenditore, al punto che i

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fiori sono presenti in qualsiasi luogo da egli frequentato.4 Se per un poeta la scrittura trasmette il senso dello stupore per le cose nuove, analogamente per Antonio Ratti l’arte del tessuto è caratterizzata dalla costante ricerca di novità e innovazione e, come ci suggerisce l’esposizione, la sua passione è dedita a migliorare sempre di più il proprio mestiere, con l’umiltà di chi è alla costante ricerca di nuovi obiettivi senza sentirsi mai appagato nel proprio fervore artistico, proprio come si intuisce leggendo le note biografiche dell’imprenditore: “a 101 anni sarò decisamente arrivato e in grado di far meraviglie. Solo allora se mi vorrete scrivere mi direte se sono stato veramente bravo”.5 Note: 1. Mostra prodotta e realizzata dal Comune di Mantova, dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te, dal Museo Civico di Palazzo Te e dalla Fondazione Antonio Ratti, è curata da Lorenzo Benedetti, Annie Ratti e Maddalena Terragni. 2. Lorenzo Benedetti, Prefazione alla mostra “Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate. 3. Vocabulaire Technique des Tissus, Centre International d’Études des Tissus Anciens, Lione 1959. 4. Lorenzo Benedetti, Prefazione alla mostra “Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate. 5. Biografia introduttiva alla mostra, Poesia visionaria, Antonio Ratti, Como, 1986. Un ringraziamento speciale al Centro Internazionale di Arte e Cultura di Palazzo Te, agli addetti e ai responsabili della mostra, per la cortesia e disponibiltà dimostrate, e per la concessione alla realizzazione degli scatti fotografici.

a destra, dall'alto: 1. L'ingresso dell'esposizione allestita alle Fruttiere. 2. Le riviste aziendali e alcune foto esposte. 3. I disegni di studio realizzati a mano. 4. La pedana al centro della grande sala espositiva. 5. Un particolare delle molte Carte de nuances esposte. 6. Dettaglio di una teca che custodisce i tessuti antichi raccolti da Antonio Ratti. 7.Una delle due raccolte di libri campionari. Fonte delle immagini: archivio personale dell'autore.

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Intervista / interview

L'intervista a

olenka

palomino Olenka è una studentessa peruviana di 27 anni, ha studiato architettura presso la Facultad de Arquitectura y Urbanismo, Pontificia Universidad Católica del Perú a Lima. Ha sempre amato l’Italia, tanto che ha deciso di imparare la lingua per poter venire qui a studiare. a cura di Carolina Donati e Cristina Lonardi

Why have you chosen Italy over other countries for your studies? Italy was the first choice in my list, I was in L’Italia era la prima scelta della lista, ero love with the language since I was a child. affascinata dalla lingua sin da quando On weekends, my father always played old ero piccola. Durante il weekend in casa Italian music, while preparing pasta talking si ascoltava vecchia musica italiana, e nel about Italy; that’s why I love Domenico mentre mio padre ci preparava la pasta e Modugno’s Volare. parlava dell’Italia; ecco perché mi piace Later on I decided to study Italian at Istituto tanto Volare di Domenico Modugno. Italiano di Cultura di Lima, where I learned Perciò ho deciso di studiare italiano more about the country, and was the start all’Istituto Italiano di Cultura di Lima, point to come study my master. dove ho imparato molto di più sull’Italia. È stato il punto di partenza per poter venire a studiare alla magistrale.

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Would you reccomend your choice to someone else? Yes, of course! Actually, this semester some Certamente! A dire il vero questo semestre of my university’s friends are enrolled in alcuni dei miei amici universitari si sono three different Masters in Milan and some iscritti a tre diversi corsi magistrali a Milano others want to come next year. e altri studenti vorrebbero venire qui l’anno prossimo. The strangest episode you’ve lived since you’ve been here in Italy? Not sure if strange but for sure it was an Non lo definirei proprio strano, ma interesting moment. As soon I arrived to piuttosto un momento interessante. Appena Mantova’s train station, a woman offered sono arrivata alla stazione ferroviaria qui me a ride to the student’s residence. She was a Mantova, una donna mi ha offerto un kind and was really interested in knowing passaggio fino allo studentato. È stata molto why a Peruvian architect chose Mantova for gentile ed era veramente interessata nel her master studies. In Lima I never could sapere come mai un architetto peruviano accept a lift by a stranger because of the abbia deciso di studiare a Mantova per la sense of insecurity there is nowadays. magistrale. A Lima non avrei mai potuto accettare un passaggio da uno sconosciuto per via del senso di insicurezza generale che c’è in questo periodo. Choose a few memories you'd love to bring back home from this experience. The possibility to study and live with people La possibilità di studiare e anche vivere from different countries and cultures. con persone provenienti da diversi paesi e Also the trips, not only around Italy but culture. Anche i viaggi non solamente qui in also Europe, because you learn from each Italia ma anche in Europa perché si impara experience not only in a classroom or da ogni esperienza, non solamente durante books. le lezioni o dai libri. What do you miss most of your town? My family and close friends for sure, but it La mia famiglia e i miei amici più cari senza is easy to be in contact with them, the only dubbio, ma ormai è facile tenersi in contatto problem is the time difference, sometimes con loro, l’unico problema è la differenza di mom calls at 3:00 am! orario, alle volte mia mamma mi chiama alle I miss our food, my country has an 3 di mattina! incredible variety of dishes according to Mi manca il nostro cibo, abbiamo una each geographical region, but I can’t prepare varietà incredibile di piatti, ma atti non posso some dishes here, certain ingredients are of prepararli qui perchè alcuni ingredienti my native land. sono autoctoni del mio territorio. Your favorite food. Ceviche, it’s the main Peruvian typical sea Ceviche, è il principale piatto tipico food and it is quite different according to peruviano a base di pesce di mare e varia the region. The regular one is prepared in base alle diverse regioni. Il piatto tipico with raw fish macerated in lemon juice, salt è preparato con pesce crudo lasciato a and pepper, accompanied by onion, spicy marinare in succo di limone, sale e pepe, pepper (ají), potatoes and sweet potatoes. accompagnato con cipolla, peperone piccante (ajì), patate e patate dolci.

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Intervista / interview What do you like about Mantova? Lima is a huge crowded city and people Lima è una città molto grande e affollata, live life in the fast lane, so the day-to-day quindi la vita di ogni giorno diventa alle life is sometimes annoying and stressful. I volte noiosa e stressante. Solitamente used to spend weekends with my parents in passavo alcuni weekend con i miei genitori a place called Costa Verde, which is on the in un posto chiamato Costa Verde, si trova coast border, in front of the Pacific Ocean. sulla costa di fronte all’Oceano Pacifico. Il The sound of the waves and the green of suono delle onde e il verde della vegetazione the vegetation mixed with the rocks of the assieme alle rocce della spiaggia mi facevano beach made me feel calm. Being here in sentire calma. Stare qui a Mantova, in un Mantua, in a smaller charming place where posto piccolo e incantevole dove il tempo time seems to pass so slowly, makes me feel sembra passare molto lentamente, mi fa more relaxed so I can appreciate more each sentire molto più rilassata e apprezzare di moment. più ogni momento. Where would you like to live? I’m really in love of three Italian cities: Mi sono veramente innamorata di tre città Venice, Florence and Milan. The first one italiane: Venezia, Firenze e Milano. La prima because it’s not only romantic but also perché non solo è romantica ma anche interesting and mysterious, the second interessante e misteriosa, la seconda per via because of its wonderful architecture and della sua fantastica architettura e la terza the third because of its movements, fashion per i suoi movimenti, moda e dinamismo. Il and dynamism. My dream is, if not now to mio sogno sarebbe, se non già da ora poter work and live here, at least spend my elder vivere e lavorare qui, almeno passare la mia hood in one of these cities. vecchiaia in una di queste città. Favorite artist (group, architect, painter) Enrique Seone, he is a Peruvian modern Enrique Seone, è un architetto peruviano architect, not known as much as other moderno, anche se non è conosciuto come modern Latin American architects. I’m invece altri architetti moderni latino amerifascinated by his approach, he was part of a cani. Sono rimasta affascinata dal suo apgroup of architects who care about Peruvian proccio, faceva parte di un gruppo di archiculture: “peruanistas”, in many of his works tetti a cui importava della cultura peruviana: it’s possible to recognize the influence of “peruanistas”, in molti dei suoi lavori è pospre-Hispanic textures and volumes which sibile riconoscere l’influenza di texture prenormally are underappreciated even in our ispaniche e volumi che normalmente sono days. sottostimati anche ai giorni nostri. Favourite book ever Le città invisibili, by Italo Calvino. My Le città invisibili, di Italo Calvino. Durante first semester project was based on this il mio primo semestre, per un progetto book, we had to read it and then propose ho usato come riferimento questo libro, spaces built in bamboo and paper, it was lo dovevamo leggere e poi proporre degli an interesting creative process. The book spazi in bambù e carta. È stato un processo opened our young minds in thinking about creativo molto interessante e il libro ha the many possibilities of progressing, think aperto le nostre giovani menti nel pensare that’s why I love that much this book. alle diverse possibilità da sviluppare, credo sia per questo che amo ancora di più questo libro.

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Your motto Happiness is in the simple things of life, so La felicità sta nelle piccole cose della vita, live as intensive as you can, travel as much quindi vivi intensamente, viaggia il più as possible, learn from your mistakes, and possibile, impara dai tuoi errori e continua persevere. a perseverare. Cult movie Two mute movies: Metropolis by Fritz Due film muti: “Metropolis” di Fritz Lang, Lang and The Cabinet of Dr. Caligari by e “Il gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene, because of its sceneries, one Robert Wiene, per via dei suoi scenari, uno futuristic and the other psychedelic, quite futuristico e l’altro psichedelico alquanto different for that period. diversi per quel periodo. Tell us something about your country Perú is a heterogeneous country, you Il Perù è un paese molto eterogeneo, puoi non can not only practice surf, sandboard, solo fare surf, sandboard, sci e arrampicata skiing, climbing but also visit incredible ma anche visitare incredibili architetture pre-hispanic and hispanic architecture, ispaniche e preispaniche, conoscere nuovi experiment different tastes in food, buy gusti e cibi, comprare coloratissimi tessuti colorful lama, alpaca and vicuna’s textiles, di lama, alpaca e vigogna, essere in contatto be in contact with wildlife and admire con la vita selvaggia e ammirare incredibili incredible natural and artificial sceneries. scenari artificiali e naturali. It’s peculiar from every point of view, with È caratteristica da qualsiasi punto di vista, lots of colorful festivities as Señor de los con le sue magnifiche festività come il Señor Milagros (the main religious festivity during de los Milagros (la principale festa religiosa October), or Virgin Candelaria’s Carnival che si svolge nel paese durante ottobre), o (celebrated in Puno, the highest city we il Virgin Candelaria’s Carnival (celebrato a have). Puno, la città più alta che abbiamo). Whoever visits Peru always want to return Chiunque visiti il Perù vuole sempre because it is impossible not to love its tornare perché è impossibile non amare la diversity, so come to Peru! sua diversità, quindi venite in Perù!

Ringraziamo Olenka per la disponibilità che ci ha mostrato, ci siamo divertiti molto in questa occasione nella quale ci ha permesso di conoscere la sua simpatia. L’idea dell’intervista è nata come occasione per poter dare voce e conoscere molti studenti provenienti da diverse realtà che ogni anno attraversano i nostri corridoi. Speriamo che molti di voi si facciano avanti in futuro!

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International training

faculdade de arquitectura da universidade do porto: l'esperienza di Cesare Cantoni a cura di Chiara Zanacchi

Cesare Cantoni, dopo aver acquisito un bagaglio di conoscenze architettoniche alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano nella sede di Mantova, decide di aprire i suoi orizzonti sulle tracce dei grandi architetti della scuola portoghese. Sceglie quindi di partire per un anno di erasmus

consiglio a qualsiasi studente, soprattutto a chi studia architettura, perché dà la possibilità di aprire il proprio pensiero a una cultura differente, una cultura che deve piacere. Un erasmus in architettura non va scelto in base alla città, a quanto è bella o a quanto è bello il paese ma soprattutto a

presso l’università FAUP di Porto, dove poter trovare la sua idea di architettura confrontandosi con quelle dei grandi maestri.

com’è la cultura architettonica del paese e della scuola. Quindi, scelta la propria strada, penso che sia essenziale fare un’esperienza per immergersi in una differente ottica di pensiero e di diversa analisi e soluzione del problema.

Quale sensazione si prova il giorno della partenza per un’esperienza di un anno all’estero? Paura, senso leggero di disagio perché si lascia una realtà consolidata e gli amici per partire per un anno, che non è poco. Comunque dietro tutto questo c’è sempre consapevolezza che in un anno si andranno a creare nuove amicizie, nuove dinamiche e tutto bene o male ritorna in un suo equilibrio. Quando parti lo hai a casa ma sicuramente sai che ne trovi un altro.

Come mai proprio il Portogallo? È importante saper scegliere la scuola di pensiero. Io non ho scelto il Portogallo e non ho scelto Porto. Ho scelto la FAUP, facoltà di architettura dell’università di porto, perché è lì che volevo andare. In altre facoltà a Porto non sarei andato, così come non avrei scelto altre città in Portogallo. Questo perché nella mia cultura architettonica mi sono appassionato all’architettura dei grandi maestri che sono usciti da quella scuola ( la scuola di pensiero che si chiama scuola di Porto) di cui fanno

Come mai hai deciso di partire? Perché è un’esperienza interessante che

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parte tantissimi nomi importanti fino al più attuale Souto de Moura. Io volevo andare lì per fare l’esperienza di capire le varie ideologie, non tanto per copiare l’architettura finale, ma per capire come loro arrivino all’architettura finale per poter io di conseguenza arrivare alla mia, che magari potrà essere completamente diversa dalla loro, ma avere lo stesso filone compositivo.

facoltà prettamente tecnica, là sono una facoltà puramente artistica (con narrativa, dialettica compositiva…). Per loro il progetto è scrivere col disegno. In più il professore non ha la cattedra, quando arriva si siede coi ragazzi, insegna loro e impara con loro. Si è sempre in costante apprendimento, anche fuori dall’università, a qualsiasi orario racconta ai suoi studenti l’architettura.

Come hai vissuto la questione della lingua? Quando sono arrivato non sapevo niente, non una sola parola di portoghese. Però una volta che decidi di andare, in Portogallo impongono di studiare, parlare, leggere e in generale comunicare in portoghese, quindi

Raccontaci qualcosa del tuo corso di progettazione, modo di lavorare, qualche aneddoto? Ho fatto più dritti là in un anno che qua in tutta la carriera universitaria. Là gli esami sono singoli quindi sei chiamato ad

non avevo scelta, sono andato un mese prima e mi sono fatto un corso intensivo per imparare le basi e poi come dicono loro vais andando, ovvero si va giorno per giorno.

affrontare il tuo progetto da solo, sotto tutti gli aspetti, e in più i tempi sono gli stessi. Per noi che in Italia siamo abituati a lavorare in gruppo all’inizio è debilitante, si è provati, ma si è sempre messi in quella condizione che stimola la passione. Si arriva a casa distrutti ma felici. Si impara molto. In progettazione si parte dalla scala al mille fino ad arrivare alla scala al due. Si analizza il progetto sotto tutti gli aspetti. Mi sono accorto che è un modo di procedere totalmente diverso e questo non vuol dire che il nostro sia sbagliato, ma non basta. Ognuno deve trovare la propria declinazione e integrare il percorso.

La realtà della FAUP è molto diversa dall’università in Italia? Completamente diversa, la cosa più banale è che la FAUP è uno spazio per studenti messo a disposizione totalmente agli studenti, quindi una facoltà che non chiude mai 24 ore al giorno 7 giorni a settimana, è la vita degli studenti. Capita che ci siano più persone di sera che di giorno. Altro aspetto fondamentale è tutto il percorso didattico, alla FAUP è tutto centrato sull’artisticità del processo creativo architettonico. Mentre noi siamo proprio Politecnico quindi una

Foto nell’articolo tratte dall’archivio personale di Cesare Cantoni

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Italian training

A puzzle of mystery and depth,

not a simple cube! by Fereshteh Nazari

Giuseppe Terragni, was one of the members of Gruppo 7 during the years of Italian Rationalism 1926-43 Gruppo 7 was a group of Italian Architects who aimed to reform architecture by the adaptation of rationalism . This group of young architects declare that intent was to strike a middle ground between the classicism and the industrially inspired

is different, hinting at the internal layout and rhythmically balancing the open and closed spaces. On everyside (except the south-east elevation which stresses the main stairs) the fenestration and the external layers of the building are manipulated in such a way as to express the presence of the internal atrium. Inside, cantilevered stairways and offices are arranged around a great covered courtyard

architecture, a synthesis between the nationalistic values of classicism and the structural logic of machine age. despite this declaration of faith in tradition, the early works of Rationalists, particularly those projected by Giuseppe Terragni, displayed a preference for compositions based of industrial themes. In 1932 Terragni produced the canonical work of the Italian Rationalist movement, the Casa del Fascio (now the csaa del popolo) in Como. Planned as a perfect square and half as hight as its width of 33 meters, the half cube of the Casa del Fascio established the basis of strictly rational geometry. Looking like a giant Rubik’s Cube, the building is a serious game of architectural logic. within this volume, it not only revealed the logic of its trabeated frame but also the rational code underlaying the modeling of it’s layered facade. Each of the building’s four facades

illuminated from above by skylights in concreteframe glass panels. The Casa del Fascio is one of the key architectural references. Also as an urban object it is exact, and situated precisely in relationship to the cathedral, neighboring buildings, railway lines and roads. It can be read as an urban villa with an enclosed, covered courtyard space at its heart. Equally the Casa del Fascio had a very public role to play and the blank panel to the right of the front facade was conceived as a space for propaganda images. This condition could probably be seen as the consequence of Terragni's difficulty with an overall symmetry and, more precisely, it assisted with the handling of the corners and reading of the building as a four-sided object. Closer inspection reveals a highly exacting control of the stone cladding. The sizing of the structural members makes it clear that this is not a tectonic facade, but

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one which explores the freedom accorded by the frame structure. In this respect it projects a very modern image, further emphasized in the frame section sizes on the side elevations and balcony loggia spaces on the front elevation. It strikes me that Terragni was very aware of the ambiguity at work in the manipulation of material (stone) and structure in the making of these facades. ''It was just this beautiful, pristine white cube that had a certain aura, It wasn't Cubist, it wasn't modern. It was between classical and something else.” Architect Peter Eisenman. Eiserman has studied two buildings by Italian Giuseppe Terragni including casa del Fascio. "When viewed for the first time, the complexity of the Casa del Fascio is not

nuance, turning from a simple cube into a puzzle of mystery and depth. "To look at Terragni's work solely within its political context," Eisenman argues, "is to obscure the critical differences between his work and other work that fits more easily within these categories." But to dismiss the historical and moral dimension, besides being slightly creepy, prevents an honest study of the design. Take the front entrance, an unusual bank of glass doors pulled back from the middle third of the facade; Eisenman places great emphasis on the destabilizing impact of "the unspecific and dematerialized location and condition of the doors, partly inside and partly outside." Terragni's explanation isn't nearly so enigmatic: The party needed

immediately apparent," Eisenman concedes. "Rather, the building appears to be pristine, contained, and ordered, yet charged with something beyond mere physical presence, charged with an aura.” he spends hundreds of pages trying to define that aura. Each side of the building gets a chapter; so does the front entrance and the central atrium. The written word is but one tool; there are also photographs and dozens of drawings that present window rhythms, tile patterns, contrasts of planes and voids. he believes that within each new lens of examination the building gains depth and dimension and

a porous design "making it possible for a leader to speak to the listeners meeting within and at the same time be followed by the masses gathered in the square." Bibliography: Eisenman Peter, Terragni Giuseppe, Tafuri Manfredo Giuseppe Terragni: transformations, decompositions, critiques Monacelli Press, 2003 Thomas L. Schumacher,Surface and Symbol: Giuseppe Terragni and the architecture of Italian Rationalism, Architecture Design and Technology Press, London, 1991 Kenneth Frampton, Modern Architecture: A Critical History, 1980

this pages, left to right: 1. The Casa del Fascio in its heyday. Source: www.pintrest.com 2. Plan of the ground floor. Source: www.archdaily.com 3. Plan of the first floor. Source: www.archweb.it 4. Schematic analysis on the Casa del Fascio’s facade. Source: www.presidentsmedals.com/Project_Details 5. Axonometric analysis of Casa del Fascio by Peter Eisenman. Source: Giuseppe Terragni: transformations, decompositions, critiques ’s book cover 6. Bird eye view of Casa del Fascio and the surrendering site. Source: www.eardleydesign.com

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Intervista anticonvenzionale

L'intervista a

diego

cisi a cura di Francesco Coroni e Chiara Zanacchi

Se dovesse presentarsi, cosa le piacerebbe dire? È una domanda molto difficile. Non mi conosco nemmeno io fino in fondo, perciò non credo di potermi ben descrivere o raccontarmi compiutamente a qualcuno.

Che tipo di studente universitario è stato? Venezia era una città che aveva pochi spazi per i divertimenti, complici anche i veneziani che sono per carattere abbastanza chiusi, perciò è stato difficile coltivare delle amicizie locali. La mia vita era sostanzialmente legata all’attività da studente e alla frequenza universitaria.

Data di nascita? Sono nato il 14 dicembre del 1964. Perché architettura? Non c’è stato un vero e proprio input particolare; è una dimensione affettiva per una disciplina che ti accompagna per tutta la vita, ho sempre lo stesso stato d’animo da quando ho cominciato a studiare la materia.

Da studente, c’è un professore che ricorda in particolare? Sono cresciuto parecchio con Luciano Semerani e Giovanni Fraziano e a entrambi devo moltissimo. Questi insegnanti mi hanno fatto capire che l’architettura non è solo tecnica, ma una cosa più articolata e complessa, che ha a che fare con la vita dell’uomo, con la cultura, la poesia, con tanti meccanismi che agiscono simultaneamente.

Che università ha frequentato? Mi sono laureato a Venezia, che è una scuola fantastica, io devo tutto alla scuola che ho fatto. Probabilmente se non avessi incontrato le persone che ho conosciuto lì non sarei quel poco che sono. Quando studiavo a Venezia insegnavano Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Francesco Venezia; ho fatto l’esame di storia con Manfredo Tafuri, estetica con Massimo Cacciari, letteratura artistica con Franco Rella, disegno e rilievo con Massimo Scolari. C’erano dei personaggi con cui ho avuto la fortuna di entrare in contatto che mi hanno fatto crescere tantissimo.

Qualche aneddoto da studente? Un anno eravamo andati a visitare a Vienna le abitazioni di Josef Frank, Adolf Loos e di Otto Wagner. Mi trovavo nella hall d’ingresso dell’albergo con Semerani e Boris Podrecca e parlavamo dell’esperienza della visita di queste case; Semerani mi chiese: “Tu quindi hai capito la straordinaria complessità dello spazio interno di queste case?”. Alla mia spiegazione mi rispose che se avevo capito tutto ciò ero già architetto.

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Lo spazio interno è un artificio della luce, della materia, dei rapporti, dei percorsi.

Sogno nel cassetto? Io sto facendo quello che ho sempre sognato, sto vivendo la vita che ho sempre desiderato fare.

Quale è stato il suo viaggio più recente? Sono stato in Puglia poco tempo fa, quest’estate.

Se dovesse dirci il suo miglior pregio e il suo peggior difetto? Non saprei, forse dovrei chiedere a mia moglie.

Cosa l’ha colpita maggiormente? Sicuramente i bellissimi paesaggi e le spiagge. Ma anche la sorpresa di trovare luoghi fantastici dove meno te lo aspetti, anche, viaggiando in mezzo a queste grandi coltivazioni di ulivi. Bellissimi gli scorci tipici di Ostuni e Alberobello e anche le costruzioni tipiche, come i trulli e le masserie.

C’è qualche tema di attualità che la preoccupa maggiormente? Credo che la nostra società abbia bisogno di un pensiero femminile, soprattutto ai vertici. Il pensiero maschile ha fatto il suo tempo, non è più in grado di elaborare strategie per la nostra società. Sono convinto che il pensiero femminile sia in grado di tenere insieme la pluralità e l’ambiguità delle cose e che sia più forte del nostro pensiero maschile. Dobbiamo fare un passo indietro per lasciare alle donne quello spazio che si meritano, perché abbiamo bisogno del loro pensiero articolato.

Oltre all’architettura che altre passioni ha? Per me l’architettura è una dimensione pressoché totalizzante, ci sono dentro da mattina a sera in forma maniacale. Credo che uno psicanalista la definirebbe una condizione maniacale, non lascia molto spazio per altre passioni.

Che consiglio darebbe ai ragazzi di oggi? Vi consiglio di cercare di fare le cose che vi rendono felici, di lottare con tutte le forze che avete per la vostra felicità. La vita ha degli alti e bassi per tutti, ma se hai qualcosa che ami essa ti terrà sempre in carreggiata; anche dopo gli sbagli troverai sempre la forza di riprenderti.

Ascolta musica? Ascolto sempre qualcosa. Giro spesso con gli auricolari, creo delle mie playlist, anche se non ho degli autori preferiti, ho alcuni pezzi che ritengo particolarmente piacevoli. Ascolto molto il pop, cerco sempre della musica che abbia dell’energia, da Jovanotti agli Articolo 31, musica in cui scorre vita. Non amo molto i generi contemplativi, molto cerebrali come il jazz, in un certo senso mi annoiano.

C’è un’attività o un’abitudine quotidiana di cui non potrebbe fare a meno? Probabilmente da buon italiano medio, il caffè e il giornale al bar.

Se potesse scegliere in quale epoca poter essere architetto quale sceglierebbe? Probabilmente delle altre epoche abbiamo una conoscenza troppo ristretta, insufficiente per capirle fino in fondo, penso di essere contento di vivere in questa epoca. Non credo che esista un momento migliore o peggiore, credo che ogni epoca abbia delle proprie questioni che non possono essere capite da chi non la vive. Non sogno mondi diversi.

Starc ringrazia il Professore Diego Cisi per la grande simpatia e disponibilità, con le quali ci ha parlato un po’ di sè in modo anticonvenzionale!

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L‘ elemento tecnologico a cura di Marco Mangiamele

volte piane ad incastro topologico

Accade spesso che grandi innovazioni restino sepolte nei meandri della storia o in piccoli salotti dei più avveduti per vari motivi, fra i quali, i limiti imposti dalla tecnologia del tempo.È stato così per i brevetti presentati dai francesi Joseph Abeille e Sebastien Truchet (XVII sec.) per una nuova apparecchiatura di volte piane formate da blocchi squadrati. Se la Stereotomia nasceva dai concetti matematici di tassellazione del piano, queste nuove strutture si immergevano nell’infinito mondo della tassellazione dello spazio. Tali volte portano avanti, ampliandoli, i concetti affrontati da Honnecourt, Da Vinci e Sebastiano Serlio nelle strutture autoportanti (reciproche) da loro ideate fra il XIII e XVI secolo. Queste sono concepite accostando “conci” con particolari forme geometriche in modo da creare una struttura spingente, i cui blocchi sono vincolati nelle tre direzioni spaziali. Se pensiamo invece alle volte semplici che vediamo nelle nostre città esse sono strutturate da elementi vincolati solo nelle direzioni x,y. In sintesi possiamo dire che l’Interlocking Topologico è una composizione retta da vincoli cinematici fra gli elementi, derivanti dalla loro stessa forma e dimensione (Kanel-Belov, 2008). Abeille e Truchet concepiscono due tipi differenti di volte piane ad incastro topologico, il primo usa tetraedri tronchi accostati gli uni speculari agli altri, il secondo invece predispone appositi blocchi osteomorfici con superfici concavo-convesse. Fu proprio la complessità e l’impossibilità di realizzare tali blocchi di legno che la tecnica fu messa questa pagina, dall'alto: 1. Brevetto volta piana di J. Abeille. Fonte: Giuseppe Fallacara, Vincenzo Minenna, Stereotomic Design, Edizioni Gioffreda, 2014 Lecce, pg. 10 2. Brevetto volta piana di S. Truchet. Fonte: Giuseppe Fallacara, Vincenzo Minenna, Stereotomic Design, Edizioni Gioffreda, 2014 Lecce, pg. 10 3. Metodo costruttivo della volta Abeille. Fonte: Irina Miodragovic Vella, Toni Kotnik, Geometric Versatility of Abeille Vault. A Stereotomic Topological Interlocking Assembly, in Shape, form and geometry, Volume 2, pg. 393 4. Volta Truchet 3D. Fonte: Irina Miodragovic Vella, Toni Kotnik, Geometric Versatility of Abeille Vault. A Stereotomic Topological Interlocking Assembly, in Shape, form and geometry, Volume 2, pg. 395

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da parte e si perse fino ai primi anni duemila. Fu infatti possibile, con i moderni mezzi digitali a controllo numerico, riscoprire e testare tale sistema strutturale che idealmente potrebbe essere usato per apparecchiare sistemi di facciate intelligenti e maggiormente performanti, nuovi sistemi strutturali facilmente manutenibili e anti-sismici. I test effettuati nelle maggiori università del mondo hanno riscontrato alcuni grandi vantaggi nell’uso della tassellazione dello spazio per apparecchiare volte piane/solai. Alcune prove di laboratorio hanno rivelato come la suddivisione della struttura portante in “conci” impedisca la propagazione delle fessurazioni per via dello sbarramento prodotto delle interfacce di adesione fra blocchi a differenza delle piastre in calcestruzzo armato. Altre positività sono date dalla pre-fabbricabilità, dalla sensibile riduzione del peso del solaio, dalla tolleranza alla mancanza di blocchi (ad una rottura è quindi possibile intervenire sostituendo il blocco senza aggravi strutturali) e dalle potenzialità offerte da assemblaggi con materiali differenti, a cambiamento di fase o nei quali poter variare la porosità. I blocchi usati nelle prove di laboratorio erano tutti riconducibili a geometrie pure come cubi, tetraedri, icosaedri, ottaedri, dodecaedri, ma possono essere adoperate anche forme “impure” come profili tubolari o osteomorfici. Gli strumenti digitali consentono oggi di produrre assemblaggi con infinite tassellazioni non regolari o addirittura che usano due o tre diversi tipi di blocchi. È inoltre possibile concepire e produrre strutture curvilinee modificando gli angoli di incidenza delle facce degli elementi. Possiamo dire che questa tecnologia coniuga gli insegnamenti della storia delle tecniche costruttive ai moderni sistemi di produzione digitali in una meravigliosa e proficua nuova ricerca nel campo della tecnologia dell’Architettura. questa pagina, dall'alto: 5. Intradosso di una volta Abeille in Laboratorio. Fonte: Francois Fleury, Evaluation of the Perpendicular Flat Vault Inventor’s Intuitions through Large Scale Instrumented Testing, in “Proceedings of the Third International Congress on Construction History”, Cottbus, Maggio 2009 6. Prova a carico distribuito di una volta Abeille. Fonte: Francois Fleury, Evaluation of the Perpendicular Flat Vault Inventor’s Intuitions through Large Scale Instrumented Testing, in “Proceedings of the Third International Congress on Construction History”, Cottbus, Maggio 2009 7. Volta a profili tubolari. Fonte: Oliver Tessmann, Topological Interlocking Assemblies, in “Digital Applications in Construction”, volume 2, pg. 216

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Rubrica: design

bauhaus,

le origini del design a cura di Alessandro Biggi e Kristal Virgilio

questa pagina, dall'alto: 1. Walter Gropius. Fonte: www.phaidon.com/resource/ gropiusleadii.jpg 2. Poltrona Wassily, conosciuta anche come sedia Modella B3, disegnata da Marcel Breuer nel 1925. Fonte: www. designlover.it/tag/marcel-breuer/ 3, 4. Manifesti del Bauhaus. Fonte: www.abduzeedo.com/ node/76990

Il Bauhaus nasce nel 1919 in un contesto storico del tutto particolare: una Germania che esce sconfitta dalla prima guerra mondiale, distrutta politicamente ed economicamente, ed è ciò a caratterizzare questa sorta di atmosfera spirituale che accompagna Walter Gropius alla fondazione della scuola. Il primo quesito in questi anni è sulla possibilità di progresso, di sviluppo, quella che i tedeschi chiamavano la civilizzazione industriale, la possibilità di essere ottimisti sul futuro dell’umanità. Altro aspetto rilevante e decisivo del Bauhaus è il ruolo che sta avendo l’architettura e l’arte in quel periodo, come vengono utilizzate e con quale scopo. Ed è qui che Gropius parla della riunificazione di tutte le arti, l’incontro di pittura, scultura, artigianato per produrre un’opera d’arte totale, sotto il segno dell’architettura, che di tutte le arti è la più aulica, concreta. Per lui intesa come “madre” di tutte le arti, tuttavia aveva cessato di essere tale nel corso dell’800 quando, invece, la cultura industriale aveva prodotto specializzazione, divisione e separazione tra i diversi generi. Non è definibile uno “stile Bauhaus” in architettura, né in pittura e tanto meno nel design, ma esistono delle vere e proprie icone, nate all’interno della scuola che hanno esercitato un’influenza primaria nella storia del design del nostro secolo. Il Bauhaus è identificabile tra il razionalismo ed il funzionalismo, dialetticamente intrecciati all'estetica tramite una continua ricerca, culturale e tecnologica, ponendo particolare attenzione alla cura dello spazio in relazione all'individuo. Dal Bauhaus sono scaturiti dei prodotti e delle architetture con uno stile senza tempo, esempi di sobrietà stilistica che dopo quasi un secolo di distanza mantengono inalterate le loro caratteristiche di fascino estetico e funzionalità. Il Bauhaus ha rivoluzionato la progettazione

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dei prodotti industriali, creando le basi del moderno concetto di design industriale intrecciandosi in particolare con i concetti del Movimento Moderno e dell’International Style, introducendo nuovi punti di vista definibili come i primi approcci moderni di interior design. A tal proposito, i prodotti d'arredo del Bauhaus sono considerati “seme” del design moderno: oggetti funzionali, dalle forme semplici e geometriche, destinati ad entrare nelle case della gente comune, inserendosi nella loro vita quotidiana. Questi oggetti comuni vengono connessi alla realtà tecnologica ed industriale, sempre in evoluzione, senza perdere la cura dei dettagli e l'attenzione per la qualità dei materiali. I mobili progettati presso la scuola Bauhaus si annoverano tuttora fra i classici degli arredi moderni. Tutti i concetti descritti precedentemente riguardanti questa scuola di pensiero trovano forma in diversi elementi, concretizzandosi in vere e proprie icone nate all’interno della scuola del Bauhaus. Una di queste è la Poltrona Wassily, conosciuta anche come sedia Modella B3, disegnata da Marcel Breuer nel 1925. Questa sedia fu rivoluzionaria nell’uso dei materiali e nei metodi di produzione, infatti vengono utilizzati tubi di acciaio e eisengarn, materiale di tipo tessile. Si dice che la bicicletta Adler lo ispirò a usare tubi d'acciaio per costruire la sedia in quanto ottimo materiale, resistente e reperibile in grandi quantità. Breuer, si rivolse alla ditta Mannesmann per la costruzione del primo prototipo. Il modello della sedia, nel tempo subì diverse trasformazioni, fino al 1927, anno in cui viene costruito il telaio della versione attuale, costituito da un tubo continuo senza alcuna giunzione, che piegandosi più volte circoscrive uno spazio cubico. Il risultato finale è quello di una riduzione (o purificazione?) delle forme della pesante poltrona imbottita in una struttura leggera, che allo stesso tempo è resistente, funzionale. Bibliografia e linkografia: Magdalena Droste, Bauhaus: 1913-1933 riforma e avanguardia, Taschen, Germania, 2006 www.settemuse.it/arte/corrente_bauhaus.htm www.abitudinicreative.it/2013/05/storia-del-design-ilbauhaus.html www.designindex.it/index/design/wassily-chair.html

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questa pagina, dall'alto: 5. Esempio di incontro tra architettura, geometria ed arte. Fonte: www.ineoteric.com/bauhaus-interiors/bauhaus-interiors-3/ 6. Marcel Breuer. Fonte: www.arquine.com/entre-laexperiencia-y-la-experimentacion/ 7. La sede di Dessau. Fonte: www.buzznews.it/storiadella-bauhaus-scuola-arti-mestieri-cambio-architetturadesign-69732/


Rubrica: arte a cura di Elia Zanandreis

THE END nella tela nello stile di Lucio Fontana. La svolta di Cattelan è l’approccio mediatico nel metodo della realizzazione delle opere. Siamo nel 1989 in piena campagna elettorale. A Bologna, sulle pagine della Repubblica, sotto il faccione di Craxi che rappresentava il Partito Socialista, compare una scritta inequivocabile: “Il voto è prezioso, tienitelo.”, firmato dalla sedicente “Cooperativa Scienziati Romagnoli”. Un anno più tardi, nell’aprile del 1990, è la rivista Flash Art, una delle più autorevoli del momento, a cadere vittima del talento veneto: un numero limitato di copie viene distribuito con una copertina diversa, fatta stampare e sostituire dall’artista, raffigurante un castello di carte formato da vecchi numeri della rivista stessa e vendendo spazi pubblicitari negli spazi restanti, come ad evidenziare la fragilità sul quale il “sistema arte” si reggeva. Da quel momento inizia l’ascesa dell’artista, il cui obbiettivo è stupire, far parlare la critica e la gente che vede le sue opere. E ci riesce. Invitato alla Biennale di Venezia, affitta il proprio spazio ad una agenzia pubblicitaria, intitolando l’opera “Lavorare è un brutto mestiere”. Di fatto l’opera d’arte non esiste, non si può toccare, esiste solo il messaggio da diffondere, che faccia scalpore e che faccia discutere. Inoltre promuove ed organizza la “sesta Biennale dei Caraibi”, dove la critica accorse scoprendo a proprie spese ce non vi era nessuna opera esposta, trattandosi solamente di una vacanza al quale l’artista aveva invitato dei colleghi. Le opere di Cattelan sono apparse non solo sulle riviste del settore, ma anche nei telegiornali, proprio per lo scalpore creato.

Cos’è arte? Cosa spinge un artista a considerarsi tale? Nessuno lo sa. Maurizio Cattelan sì. Cattelan è l’artista italiano vivente più conosciuto nel mondo, ma non è un’artista tradizionale, non ha frequentato nessuna accademia, molte delle sue opere non esistono, e quelle materialmente esistenti e tangibili sono contese in tutto il mondo. Cattelan è provocazione, discussione, ridicolizzazione, una rincorsa a prendersi gioco di tutto, della società, della politica, della morale comune cattolica o meno, dell’arte. Cattelan è l’arte che divora l’arte, si digerisce, si espelle e si divora ancora, in un ciclo continuo degradante e magnifico. Prendete un simbolo come l’oro, sfavillante emblema di potenza da sempre, e plasmatelo sottoforma di water, ma non un semplice orinatoio esposto, bensì un water funzionante ed utilizzabile. Prendete il vostro curatore e convincetelo a travestirsi da coniglio dalla forma a dir poco ambigua e a girare per le sale della vostra esposizione o a farsi attaccare alla parete con del nastro adesivo. Oppure prendete tre manichini raffiguranti bambini ed impiccateli ad un albero in centro a Milano. Maurizio Cattelan nasce a Padova nel 1960. Dopo numerosi lavori, tra cui un’esperienza in un’impresa di pompe funebri (che si rivelerà utile nella creazione di alcune opere), si avvicina autonomamente all’arte. La sua formazione è, infatti, autodidatta ed inizia a Forlì, frequentando un gruppo di artisti locali. Il suo percorso ha un inizio definibile “post-dadaista”, con la realizzazione di oggetti non funzionanti e la rielaborazione in chiave ironica di altre opere d’arte, come nel caso della grande Z ottenuta con tagli

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Il Papa colpito da un meteorite, bambini impiccati nel centro di Milano, il dito medio davanti al palazzo della borsa, sono simboli, certezze morali distrutte e derise da un pazzo con allestimenti semplici e geniali, con un messaggio chiaro, efficace ed immediato. Dopo un recente periodo di pausa dalle esposizioni, durante il quale ha fondato la rivista di immagini “Toiletpaper” insieme a Pierpaolo Ferrari, Cattelan torna a far parlare di sé nel 2016, con la realizzazione di “America”, un water d’oro 18 carati funzionante, collocato tra l’immancabile stupore generale in un bagno del Guggenheim di New York. Il lavoro di Cattelan non è facile da spiegare o analizzare, ma contiene sempre degli elementi definiti, come la caricatura o l’appropriazione di lavori di altri artisti, l’esposizione della morale e dei valori propri della società e la loro irriverente distruzione. Il sensazionale è opera d’arte, non più l’opera stessa, che diventa effimera e con nessuna difficoltà realizzativa, a volte addirittura inesistente.

a destra, dall’alto: 1. Maurizio Cattelan (2012), Fotografia, Pierpaolo Ferrari, Collezione privata. Fonte: www.ildiavolocompramaver.files.wordpress. com/2015/01/cattelan_pierpaolo-ferrari.jpg 2. Strategie (1990) – Pubblicazione. Fonte: www.klatmagazine.com/wp-content/ uploads/2013/01/15-Maurizio-Cattelan-Strategie-1990-Copertina-Flash-Art.jpg 3. Charlie don’t surf, 1997, Scultura, Collezione privata. Fonte: www.s-media-cache-ak0.pinimg. com/originals/36/fe/a3/36fea334fa40543fdf2 9c24ba2f04b21.jpg 4. La nona ora (1999), Scultura, Collezione privata. Fonte: www.collezionedatiffany.com/ wordpress/wp-content/uploads/2016/05/slide_278407_2054919_free.jpg 5. A perfect day (1999), Performance, Galleria De Carlo, Milano. Fonte: www.68.media.tumblr. com/30d16976cce5df9cce3ab7a00ba84d32/ tumblr_nk7ym16M4I1r6qt0jo1_1280.jpg 6. America (2017), Scultura, Collezione privata. Fonte: www.rivistastudio.com/wp-content/uploads/2016/09/Tomkins-Gold-Toilet-1200.jpg

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Rubrica: grafica a cura di Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

che typo sei? seconda parte

L’autentica rivoluzione nel nostro rapporto quotidiano con le lettere e i caratteri tipografici ebbe inizio nel 1984, grazie a Steve Jobs e al suo progetto del computer Macintosh, il primo con un’ampia gamma di font. Egli, nel 2005, durante un discorso all’università di Stanford, raccontò la sua esperienza al Reed College, luogo che offriva il miglior corso di calligrafia degli Stati Uniti, in cui ogni manifesto e ogni etichetta erano scritti a mano. Qui Steve Jobs imparò a distinguere i caratteri con e senza grazie, a variare la quantità di spazio fra diversi gruppi di lettere e capì cosa rende tale la grande tipografia. Fu uno splendido viaggio tra arte e storia che egli trovò molto affascinante. Effettivamente le font non possono essere considerate un semplice disegno di lettere dell’alfabeto, ma possiedono storie e un’innata capacità comunicativa, grazie alla quale spesso sono diventate delle vere e proprie icone scolpite nell’immaginario collettivo di ogni epoca e parte del mondo. Ma vediamo alcuni esempi insieme. GILL SANS: Gill Sans è un carattere inglese. Il suo inventore fu Eric Gill, incisore, appassionato di progettazione grafica e dedito all’artigianato. Questo carattere comparve nel 1928 e fu uno dei primi sans serif classici del ventesimo secolo. La sua sperimentazione avvenne sui cartelli che aiutavano i turisti ad orientarsi nel monastero Capel-yffin, ma iniziò poi a prendere forma sull’insegna di un negozio di libri a Bristol (“Douglas Cleverdon”). Dopo questo lancio importante Gill ricevette sempre più incarichi che portarono il suo carattere ad avere una fama indescrivibile. Si trattava del font più britannico che si fosse mai visto: fu adottato dalla Chiesa d’Inghilterra, dalla BBC, dalle prime sopraccoperte della Penguin e dalla British Railways. Era un

carattere senza fronzoli e dotato di forte praticità. Recentemente, in un forum online, è stato proposto un boicottaggio del Gill Sans, a causa del passato eccentrico, fuori dai limiti e caratterizzato da continui scandali del suo inventore. Ciò, in realtà, ha semplicemente aumentato la sua fama. Eric Gill disegnò altri 12 caratteri tra cui i popolari Perpetua e Joanna. FRUTIGER: Questo carattere è stato ideato dal designer svizzero Adrian Frutiger, inventore anche di font come l’Univers e l’Helvetica. Il primo fu progettato all’età di 28 anni e può essere considerato un esercizio intellettuale che ha portato Frutiger, nell’età adulta, alla creazione dell’omonimo font. Si tratta di un carattere con un volto umano, pensato perché fosse semplicemente gradevole per l’occhio. Il suo uso predominante si ha sui cartelli segnaletici, per la sua facile lettura da distanze non trascurabili. Fu disegnato, infatti, nei primi anni ’70 per l’aeroporto Charles de Gaulle. Un altro contesto in cui il Frutiger diventa protagonista è lo stadio. Viene infatti utilizzato nei campionati nazionali, per le divise dei giocatori, in modo che i loro nomi siano visibili anche dall’ultimo posto dell’ultimo anello. FUTURA: Futura è un carattere tedesco, creato dal pittore, tipografo e conferenziere Paul Renner. Fu commissionato del 1924 da un editore e nonostante abbia più di ottant’anni, presenta ancora un aspetto molto moderno. Le parole con cui Renner decise di sperimentare il nuovo carattere furono “Die Schrift unserer Zeit”, ovvero “Il carattere del nostro tempo”. Ma nonostante questo inizio, creò un carattere intramontabile, sospeso tra la tradizione e quella visione di avvenire che porta nel nome. La Volkswagen, con i suoi ideali di marketing socialisti, usa ancora il Futura per le sue pubblicità. Cambiare carattere per

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l’azienda sarebbe come manomettere i freni delle sue automobili…una certezza! Tuttavia, l’apparizione clamorosa di tale font fu nello spazio, quando gli astronauti dell’Apollo11 lasciarono una targa scritta in Futura maiuscolo. Nell’agosto 2009, IKEA cambiò carattere: abbandonò il Futura a favore del moderno Verdana. La cosa più strana fu che il pubblico se ne accorse; molti clienti, non solo i fanatici ma anche la gente comune, furono contrariati. All’improvviso scoppiò una guerra delle font. Fino a poco tempo prima, gli argomenti di discussione nel parcheggio dell’IKEA erano i piccoli oggetti di arredamento e le candele profumate, da quel momento le persone cominciarono a discutere sostenendo un font o l’altro. Tale mutamento per l’azienda non fu meramente una questione di carattere, bensì di vantaggio. All’epoca si stavano diffondendo i siti web, e in quel campo il Verdana era uno dei pochi font utilizzabili e studiato appositamente per i corpi piccoli tipici dell’era digitale. Il Verdana in questo modo acquistò ancor più fama: si trovava ovunque, ma rischiava di diventare un nonfont che nessuno avrebbe più notato. Esistono molte altre storie, spesso anche divertenti, riguardanti le diverse vite segrete dei font: val la pena, con un po’ di interesse e curiosità, cercarle e scoprirle!

a destra, dall’alto: 1. Stampa a caratteri mobili. Fonte: www.tipografos.net/tecnologias/fundicao-tipos.html 2. Esempi di diversi font sulle riviste moderne. Fonte: www.ilovetypography.com/2008/05/30/abrief-history-of-type-part-4/ 3. Insegne totem “British Railways”. Fonte: www. farm4.static.flickr.com/3481/4039876127_ c543a59b58.jpg 4. Serif e Sans Serif. Fonte:www.grafigata.com/ 2014/11/cose-font-tipografia-spiegata-bene/ 5. Differenze tra stili. Fonte: www.ilovetypography.com/2008/05/30/a-brief-history-oftype-part-4/ 6. I font utilizzati in una immagine che cita una frase di John Wayne. Fonte: www.ilovetypography.com/2007/08/26/who-shot-the-seriftypography-terms/ 7. Gerarchie. Fonte: ilovetypography.com/ 2008/02/28/a-guide-to-web-typography/

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Rubrica: cinema a cura di Alessandro Peja

joel ed ethan

coen

I fratelli Joel David Coen e Ethan Jesse Coen sono una delle realtà più interessanti ed influenti nel mondo del cinema contemporaneo e rappresentano un binomio indissolubile come registi, sceneggiatori, produttori e montatori. Nonostante solo Joel abbia intrapreso una carriera di studi incentrata sulla cinematografia lavora sempre in simbiosi con il fratello Ethan, laureato in filosofia, condividendo le scelte sia in fase di scrittura dei soggetti che sul set; per questo vengono definiti “un regista a due teste”. Il loro cinema è difficile da inquadrare in un preciso genere, ma sin dai loro esordi dimostrano una grande originalità autoriale e, infatti, al loro debutto ufficiale con “Blood Simple” (1986) al festival del cinema di New York vengono accolti con grande favore ed entusiasmo dalla critica, che non li ha mai abbandonati. Da allora, e per tutti gli ultimi trent’anni, la loro prolifica produzione ha sfornato grandi lavori fra cui “Barton Fink” (1991), divertente black comedy che mostra una spaccato del circus cinematografico degli anni 250 americano, “Fargo” (1996), che ha vinto l’oscar e ha ispirato la celebre serie TV nella quale compaiono come sceneggiatori, il cult “Il Grande Lebowski” (1998), “L’uomo che non c’era” (2001), “Ladykillers” (2004) - altra black comedy con Tom Hanks come protagonista nonché primo film ufficialmente firmato in coppia - e il grande successo della pellicola drammatica “Non è un paese per vecchi” (2007), tratto dal romanzo premio Pulitzer di Cormac McCarthy, che è valso i premi oscar per miglior film, regia e sceneggiatura non originale. Questi film rappresentano la grande produzione di due autori quattro volte premi oscar originali, capaci di affrontare temi e generi diversi pur mantenendo un solido stile estetico, narrativo e cinematografico già nell’olimpo dei grandi personaggi del cinema.

Il grande Lebowski

“The Big Lebowski” è uno dei tanti film cult della coppia di registi americani, nonostante un primo insuccesso alla prova del botteghino. La pellicola racconta le avventure di Jeffrey Lebowski (Jeff Bridges), noto anche come Drugo, uno “spiantato” che passa le giornate giocando a bowling, fumare erba e bere l’iconico white russian. La vita di Drugo viene sconvolta dall’irruzione di due scagnozzi di un produttore di porno che pretendono il pagamento di debiti, scambiandolo per l’omonimo miliardario Jeffrey Lebowski. Per sfregio i due urinano sul tappeto a cui Drugo è molto affezionato poiché, non possedendo molte cose e vivendo in una disordinata casa di provincia, “quel tappeto dava davvero un tono all’ambiente”. Come in un’ironica avventura epica questo avvenimento dà il via alle peripezie del Drugo alla ricerca del risarcimento per i danni, durante cui si ritrova coinvolto in falsi rapimenti, dispute familiari e furti. Jeff Bridges è accompagnato dal vulcanico compagno di bowling, nonché reduce del Vietnam, Walt Sobchak, interpretato da John Goodman, e da Donny, Steve Buscemi, uno dei loro attori “feticcio”. Il film è ancor oggi uno dei film più importanti nella cultura cinematografica, inserito nel 2014 nel National Film Registry, e ha anche ispirato la pubblicazione “The Year’s Work In Lebowski Studies”, raccolta di articoli pubblicati dall’Indiana University Press che ne analizzano stile di vita ed influenza culturale.

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PER CHI HA VOGLIA DI UN FILM...

...corto !

SIX SHOOTER Regia di Martin McDonagh, Irlanda/Regno Unito, 2004, 27 min Il corto indipendente vince il “best liveaction short” nel 2006. Questo corto di genere drammatico racconta la storia di Donnelly nel giorno in cui sua moglie viene dichiarata morta. Per la maggior parte del tempo il film è ambientato sul un treno su cui Donelly è di ritorno dall’ospedale dove incontra uno strano ragazzo con cui inizia a conversare. Il corto si sviluppa come un climax sul tema della morte, nel quale si inseriscono anche i personaggi di due viaggiatori che hanno appena perso un figlio e che non gradiscono la presenza del ragazzo che insinua siano stati i due ad ucciderlo. Di questo corto sono particolarmente accattivanti la regia di McDonagh e la sceneggiatura che fa riflettere sul tema della morte e che, pur nella breve durata, riesce a caratterizzare bene i personaggi.

CASTELLO CAVALCANTI Regia di Wes Anderson, Stati Uniti/Italia, 2013, 8 min Dal geniale regista di “Gran Budapest Hotel” e “Il treno per il Darjeeling” arriva un piccolo gioiello d’estetica prodotto da Prada. Il corto, ambientato negli anni ’50, racconta l’incidente di un pilota durante una corsa automobilistica. Il protagonista, interpretato da Jason Schwartzman (uno degli attori preferiti di Wes Anderson), si ritrova nel borgo di Castello Cavalcanti, il paese dei suoi antenati prima che emigrassero in America. Nella breve durata di 8 minuti, che rappresentano anche il tempo della storia, il regista racconta le contrastanti emozioni che il protagonista prova ritrovando il luogo delle proprie origini e fornisce un elegante ed estetico spaccato dei borghi nell’Italia di quegli anni.

KUNG FURY Regia di David Sandberg, Svezia, 2015, 31 min Questo delirante ed ironico omaggio ai film di kung fu e polizieschi degli anni ‘80 racconta la storia di Kung Fury, un detective della polizia di Miami, che acquista straordinarie doti nel kung fu dopo essere stato colpito da un fulmine e morso da un cobra. Dopo aver sconfitto alcuni delinquenti, fra cui un malvagio robot, lascia il corpo di polizia temendo di perdere durante l’azione anche il nuovo compagno Triceracop. Il film prende davvero quota nella sua dimensione di trash-movie e B-movie quando Hitler, o “Kong Führer”, si inserisce nella linea del tempo e Kung Fury è incaricato di sconfiggerlo. Questo corto si prende gioco di tutti i cliché dei film anni ‘80 con divertente ironia, portando agli estremi tutte le assurdità.

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Rubrica: serie TV a cura di Sebastiano Marconcini e Elena Modena

GLOW / GIRLBOSS storie di intraprendenza al femminile “What a wonderful time for women in television!”. Così Julianna Margulies iniziò il discorso di ringraziamento, dopo aver vinto il suo secondo Emmy come attrice protagonista per il ruolo di Alicia Florrick in the Good Wife nel 2014. Da questo momento, se pensiamo all’attuale panorama delle serie tv è chiara una sempre maggiore attenzione verso i ruoli femminili all’interno della narrazione televisiva. Le grandi protagoniste delle storie a noi raccontate sono sempre personaggi complessi, ricche di sfaccettature e svincolate da certi stereotipi che troppo spesso hanno contraddistinto i personaggi femminili. Nell’attuale offerta seriale, GLOW e Girlboss rappresentato solamente due pezzi, e tra loro molto distanti, di un puzzle ben più grande, che ci racconta di forza e intraprendenza al femminile.

C’è qualcosa di intimamente “americano”, nel wrestling, che travalica i muscoli degli atleti e i loro costumi carnevaleschi per farsi emblema di un discorso più ampio, relativo alla società dello spettacolo e al suo rapporto con il pubblico. In un paese dove tutto sembra programmato e messo in scena, il wrestling è l’emblema di questa artificiosità. Uno spettacolo accuratamente coreografato dietro la maschera di uno sport, dove una narrazione di tipo “cine-televisivo”, con tanto di pseudo-drammi e una divisione manichea tra buoni e cattivi, è finalizzata a suscitare una specifica risposta nel pubblico. In poche parole, un mondo rassicurante dove non c’è spazio per le sfumature. Su questi presupposti, le sceneggiatrici Liz Flahive e Carly Mensch, guidate da Jenji Kohan (Orange Is the New Black), danno vita a GLOW (acronimo di Gorgeous Ladies Of Wrestilng), esplorando il terreno pressoché inviolato degli anni ’80 e delle lottatrici dai costumi succinti e glitterati, dal carattere netto e stereotipato che permetteva di evocarne la nazionalità, l’appartenenza etnica o lo schieramento “morale”. Le G.L.O.W. erano spesso attrici, modelle, danzatrici o stunt women che cercavano di entrare nello show business dalla porta di servizio. Non è certo un caso che la protagonista della serie, Ruth, sia un’attrice fallita e senza un soldo in tasca, al cui ennesimo fallimento decide di dare un cambio netto alla sua vita. Ad interpretarla troviamo Alison Brie, al cui personaggio sa infondere bene quell’aria altezzosa da prima della classe, già nota agli spettatori di Community. Anche qui risiede l’arguzia di GLOW: la protagonista non facilita l’empatia, è artisticamente pretestuosa e sentimentalmente disonesta, ma è attraverso i suoi occhi che viviamo le disavventure dello show, finendo per apprezzare il suo impegno quando studia Hulk Hogan per entrare nello spirito dello spettacolo.

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C’è un’accurata caratterizzazione di tutti i personaggi: proprio come nel wrestling, le ragazze sono immediatamente riconoscibili da una caratteristica fisica, un’inflessione vocale e/o una scelta estetica, che ispirano le rispettive gimmick. Il discorso vale anche per Sebastian “Bash” Howard (Chris Lowell), giovane produttore che finanzia l’impresa con i soldi della mamma, imbevuto di edonismo e stupefacenti. Ciò che ne deriva è una comicità stralunata e quasi surreale, che gioca con il parossismo del wrestling e del cinema di genere più ardito, come dimostra l’irresistibile copione post-apocalittico che Sam scrive per lo spettacolo, immaginando un futuro di sole donne dove finalmente queste scapestrate attrici possono interpretare un ruolo da protagoniste. Nonostante il suo rude sessismo, Sam offre loro ciò che l’industria cine-televisiva continua a negare, rendendole il soggetto, e non più l’oggetto, della narrazione.

Paradigma della self made woman nell’era digitale, Sophia Amoruso ha saputo imporsi come un modello da seguire per molte aspiranti imprenditrici, diventando un vero e proprio fenomeno social, oltre che finanziario.  GirlBoss  trae liberamente ispirazione dalla storia dell’omonima autobiografia, lasciando quindi ampio spazio all’immaginazione di  Kay Cannon, sceneggiatrice dei tre Pitch Perfect.  Siamo nel 2006 e Sophia Amoruso (Britt Robertson) è una ventitreenne di San Francisco che lavora in un negozio di scarpe, cercando un modo per guadagnarsi da vivere con il minimo sforzo. Appassionata di moda vintage, Sophia passa le sue giornate tra i negozi di vestiti usati per scovare qualche gioiello nascosto, nella speranza di rivenderlo a miglior prezzo su internet. Arriverà così a capire le potenzialità di lavorare in proprio, aprendo uno store online. Motivata dal recente licenziamento e dalla diagnosi di un’ernia al disco, oltre che dover pagare l’affitto,  Sophia  è costretta ad accettare un impiego alla reception dell’università per ottenere l’assicurazione sanitaria, mentre continua a costruire il suo store, il Nasty Gal. GirlBoss è una commedia stralunata, a cui Kay Cannon attribuisce alla protagonista una caratterizzazione ben precisa: Sophia è costantemente stravolta, sopra le righe ed è tanto apatica sul lavoro quanto intraprendente nei suoi progetti personali. Non è un personaggio con cui è facile entrare in sintonia, almeno all’inizio. Sophia disfa la retorica del sogno americano con un percorso che ne replica le apparenze ma non i valori, come se le situazioni in cui una giovane donna in cerca di indipendenza economica e affermazione individuale, imponessero misure disperate. La sua storia ha un’indubbia rilevanza in termini di empowerment femminile, soprattutto per come è rappresentata nella serie.  Ne risulta la parabola di una donna che vive un momento decisivo nel rapporto tra reale e virtuale: le vicissitudini della rete possono avere la medesima importanza di ciò che accade nella realtà, spesso influenzandola nel bene o nel male. Internet diventa il paradiso dei millennials, un universo dove chiunque può costruire il suo piccolo impero economico, senza una formazione specifica o una precedente esperienza imprenditoriale. GirlBoss lo racconta con toni leggeri e spiritosi, pur concedendosi qualche pausa introspettiva per accennare al passato di Sophia e al rapporto con suo padre, esponente di un punto di vista ben più tradizionale nel rapporto col lavoro. Ma Sophia è l’avanguardia di un mondo nuovo, strabiliante e illusorio, con tutte le promesse e le delusioni del caso.

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Rubrica: letteratura a cura di Cristina Lonardi

josé saramago “L’uomo più saggio che io abbia mai conosciuto non era in grado né di leggere, né di scrivere” Josè de Sousa Saramago, nacque ad Azinhaga in Portogallo nel 1922. Narratore, poeta, drammaturgo e giornalista, considerato uno tra i più grandi romanzieri contemporanei, è stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1998, il primo e unico scrittore portoghese ad aver ricevuto questo riconoscimento sino ad ora. Morì nel 2010 a Tìas, nelle Isole Canarie. Trasferitosi da giovane con la famiglia a Lisbona, non riuscì a terminare gli studi all’Istituto Tecnico, fu così che iniziò a lavorare nel campo dell’editoria. Nel 1944 scrisse il suo primo libro Terra do pecado (Terra del peccato), lavoro che non fu ben accolto dal dittatore Antònio de Oliveira Salazar; Saramago si è sempre opposto alla sua politica totalitarista, causando periodicamente la censura degli scritti di Josè sul giornale. Nel 1969 si iscrive al Partito Comunista Portoghese, altro motivo che causa l’antipatia nei confronti del regime, riesce però ad evitare di finire nelle mani della Pide, la polizia politica del regime. Negli anni successivi divenne molto criticato per le sue opinioni nei confronti di alcuni politici o dello Stato israeliano. Proprio a causa di alcuni suoi commenti e polemiche che indirizzava nei confronti di Berlusconi, nel 2008 fu censurato da Einaudi, per passare poi alla casa editrice Feltrinelli. Durante gli anni sessanta, divenne critico letterario per la rivista Seara Nova, conseguendo molto successo, e diventando direttore letterario e di produzione per i seguenti dodici anni: il suo periodo di formazione, pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. Dal 1974 in poi, dopo la cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, si dedicò

completamente alla scrittura e gettò le basi per quello che poi sarebbe stato definito un nuovo stile letterario, e dando l’avvio ad una nuova generazione di scrittori legati al periodo post-rivoluzionario. Con il romanzo Memorial do convento (Memoriale del convento) del 1982 iniziò il suo successo letterario, seguono poi O ano da morte de Ricardo Reis (L’anno della morte di Riccardo Reis) del 1984 e A jangada de pedra (La zattera di pietra) del 1986. Ma il suo riconoscimento livello internazionale avviene con Història do cerco de Lisboa (Storia dell’assedio a Lisbona, 1989), O Evangelho segundo Jesus Cristo (Il Vangelo secondo Gesù Cristo, 1991) che gli causò non pochi problemi negli anni a seguire, e Ensaio sobre a Ceguiera (Cecità, 1995). Senza dubbio uno dei tratti che più identificano Saramago, è il suo stile narrativo. Usa la punteggiatura in modo insolito, non vengono segnati discorsi diretti, i periodi sono molto lunghi, intere conversazioni si susseguono di pagina in pagina senza ben definire le parti. I suoi romanzi iniziano con scene insolite, quasi surreali, ciò per mettere al primo posto l’animo umano, cerca di farci capire come risponde e si comporta l’essere umano di fronte a certi avvenimenti, lasciando al secondo posto la storia. Usa spesso l’ironia, non si risparmia nell’avanzare critiche riguardo il comportamento di alcuni personaggi, che non vengono mai identificati con un nome. Studia i comportamenti umani mettendo in luce sia gli aspetti positivi, la sua grandiosità che la sua debolezza.

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saramago da leggere: Viaggio in Portogallo, Viagem a Portugal, 1981 Il libro racconta di un viaggio, più nello specifico di un viaggio in un viaggio, poiché il pellegrino intraprende il cammino attraverso il Paese ma al contempo anche all’interno di se stesso. Descrive l’esperienza del viaggiare, come esperienza interiore, che arricchisce, fa riflettere, conoscere il nuovo che ci circonda ma anche meglio sé stessi. Mostra un cammino, il suo cammino poiché proseguendo nella lettura si capisce che il viaggiatore non è altro che il narratore stesso, Saramago. Ci fa capire che capita di sbagliare strada e dover tornare indietro, ma possiamo anche scegliere di perseverare lungo il cammino fino a trovare nuove strade da percorrere che ci conducano comunque alla meta da noi prefissata. Il nostro viaggiatore percorre il Portogallo da Nord a Sud descrivendo da un lato ciò che vede, che incontra, paesaggi, persone, monumenti, dall’altro ciò che sente, emozioni, impressioni, opinioni che lo accolgono lungo il suo pellegrinaggio. È diviso in tre parti, in base alla geografia del Paese: il Nord, l’Alentejo o la regione centrale, e l’Algarve che corrisponde alla parte sud del Portogallo, che approfondisce meno rispetto alle altre regioni. Cecità, Ensaio sobre a Cegueira, 1995 Il “mal bianco” si espande contagiando sempre più persone in una città senza nome, di un paese qualsiasi, in un periodo al di fuori del tempo. Prima colpisce un signore che aspetta tranquillamente in coda al semaforo, poi un ladro, una donna con gli occhiali scuri, un bambino, un dottore. Uno ad uno di colpo si ritrovano immersi in questo mondo lattiginoso, bianco; all’inizio ci si domanda se siano tutte collegate tra loro queste strane cecità. I malati vengono radunati e portati in quarantena in un manicomio dove sono costretti ad imparare a vivere e convivere con questa loro nuova condizione. È qui che si sviluppa l’intera vicenda. I malati continuano ad aumentare, si instaura una piccola società al comando fino al rovesciarsi delle normali posizioni, e viene svelato piano piano la natura umana, prevale l’istinto di sopravvivenza dell’uomo su qualsiasi altro tipo di legame. Sembra essere immersi in un esperimento sociologico, ci sarà un ritorno all’ordine? Che significato ha la cecità, può essere che sia in realtà unico modo per vedere, per scoprire veramente com’è fatto l’essere umano? Saggio sulla lucidità, Ensaio sobre a Lucidez, 2004 Esercitiamo veramente la nostra libertà in questo mondo, o crediamo solamente di farlo? Che cosa accadrebbe se alle elezioni votassimo tutti scheda bianca? Un romanzo sul potere, sul crollo della democrazia contemporanea dove la massa che acquista voce il giorno delle elezioni, diventa improvvisamente muta, e questo silenzio lo esprime con la moltitudine di schede bianche che compaiono nel paese. È sempre ambientato in un luogo fuori dal tempo e dalla nostra percezione, non riconoscibile e non specificato. La lucidità del titolo si riflette in quella del popolo che scopre l’inganno e il meccanismo della politica, del sistema elettorale. E come accade in situazioni simili, il governo non si interroga o riflette su se stessa, ma si difende accusando direttamente gli elettori e indicandoli come rivoltosi, i biancosi. Mostra una politica lontana dai suoi cittadini, fredda, concentrata solo su se stessa.

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Rubrica: musica a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

L'ARTE DI UNA CANTAUTRICE "INVISIBILE"

ero più solare e piena di energia”. Il successo della cantante alimenta i problemi di depressione, dipendenze da alcool, droghe e psicofarmaci che si sono intensificati dalla perdita del fidanzato. Consigliata da un amico, Sia si ritira dalla carriera solista, recuperando coraggio e lucidità. Nel marzo 2014 pubblica il nuovo singolo “Chandelier”, che anticipa “1000 Forms Of Fear”. Nel 2016, grazie al materiale che la cantante aveva composto per alcuni colleghi (tra i quali Rihanna, Celine Dion, Ne-Yo, Rita Ora, Katy Perry, Beyoncé, Kylie Minogue, Britney Spears ed Eminem), nasce “This Is Acting”, settimo album in studio. Il titolo sottolinea l’interpretazione che Sia è costretta a recitare in ogni brano, calandosi in panni diversi di volta in volta, ma anche la necessità di nascondere quasi sempre la propria identità indossando copricapi o parrucche che coprano completamente il viso. La reticenza di Sia a mostrarsi in pubblico è ben spiegata dalle sue parole in “Il mio manifesto anti-fama”: "Se tutti coloro che si trovano davanti a un personaggio famoso, sapessero cosa significa esserlo, non vorrebbero mai essere famosi. Immaginate il personaggio stereotipato, presuntuoso, completamente disinformato della suocera e applicatelo a ogni ragazzino con un computer, nel mondo intero. Poi aggiungeteci tutte le persone annoiate, e quelle il cui lavoro è scrivere delle celebrità. Poi, immaginatevi questa creatura, questa forza, che ti critica per un'ora, almeno una volta al giorno, ogni giorno, giorno dopo giorno".

Sia Kate Isobelle Furler nasce nel dicembre 1975 ad Adelaide, da una coppia di musicisti. A metà degli anni ‘90 si unisce ad un gruppo acid jazz, i Crisp, con i quali pubblica “Word And The Deal” e “Delirium”, cominciando a dedicarsi ad un progetto solista nel 1997, “Onlysee”. Il sogno di Sia è quello di attraversare l’Europa con il fidanzato che purtroppo la lascia troppo presto, perdendo la vita in un incidente stradale nel giorno del proprio compleanno a Londra, mentre Sia è in Thailandia. I piani cambiano e il Regno Unito, che doveva essere una tappa del viaggio, diventa la sistemazione definitiva. I successivi testi autobiografici aiutano a lenire il dolore, “Some People Have Real Problems” (2008) prova a sfondare in Europa e le sue struggenti ballate conquistano Gran Bretagna e America: “Il titolo mi aiuta a ricordare che quando sarò ricca e famosa non dovrò trasformarmi in un'idiota”. Nel 2009 Christina Aguilera invita Sia a collaborare nella scrittura di alcuni brani di “Bionic” e della colonna sonora di “Burlesque”. Dopo “We Are Born” (2010), che si aggiudica tre ARIA Music Awards, la carriera di Sia prosegue con “Kill And Run”, nella colonna sonora del “Grande Gatsby”, ed “Elastic Heart”, in “Hunger Games”. Nel 2010 afferma: “Non esco spesso, solo quando devo portare fuori i miei cani, perché non voglio essere riconosciuta”, e ancora: “ero davvero amichevole prima, ora vorrei solo essere invisibile. Mi piacevo molto di più quando non ero famosa,

La Top 20 delle canzoni di sia da ascoltare mentre progetti!

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2014 CHANDELIER 2010 CLAP YOUR HANDS 2016 ALIVE 2016 THE GREATEST 2014 BIG GIRLS CRY 2008 DAY TOO SOON 2016 BIRD SET FREE 2004 BREATHE ME 2010 BRING NIGHT 2000 TAKEN FOR GRANTED

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2009 YOU'VE CHANGED 2016 MOVE YOUR BODY 2016 ONE MILLION BULLETS 2004 NUMB 2000 DRINK TO GET DRUNK 2016 ANGEL BY THE WINGS 2014 ELASTIC HEART 2004 ACADEMIA 2003 DON'T BRING ME DOWN 2004 BUTTONS


I DISCHI DI SIA CHE VI CONSIGLIAMO Sia COLOUR THE SMALL ONE

Go! Beat

Colour the small one, sebbene sia già il terzo album dall’artista, arriva molto prima del grande successo commerciale delle pubblicazioni più recenti, ed è testimone di un percorso artistico conquistato negli anni. Si tratta della prima opera di Sia sulla quale si focalizza l’attenzione di critica e pubblico. Siamo ancora lontani dalle grandi hit pop scalaclassifiche: Colour the small one è un disco folk acquerellato, sulle cui tinte pastello si adagia la voce sussurrata della cantautrice e gli arrangiamenti delicati e raffinati. Sono gli anni in cui Sia collabora con gli Zero7, la cui dilatazione atmosferica si sente anche tra le note di questo album. Ne sono un esempio i singoli pubblicati: sono tutte ballate, raffinatissime, bellissime. Colour the small one è un gioiello imprescindibile per chi vuole conoscere un aspetto meno popolare della cantautrice.

Sia WE ARE BORN

Monkey puzzle / RCA

Sia 1000 FORMS OF FEAR

Monkey puzzle / RCA

Sia THIS IS ACTING

Monkey puzzle / RCA

Il fenomeno Sia sta per scoppiare, e a breve arriveranno le prime celebri collaborazioni che iniziano con Christina Aguilera e il suo Bionic dove Sia è presente come autrice e produttrice. We are born ci mostra una cantautrice già in linea con lo stile nel quale tutti la riconoscono, ed è composto da una tracklist quasi completamente composta da brani upbeat pop e funky. Questo clima di festa, rispecchiato anche nella coloratissima copertina è, a detta dell’artista, dovuto alla sua felice vita sentimentale e alle influenze musicali di artisti come Madonna e Cyndi Lauper. Ascoltando il disco vi ritroverete a canticchiare le melodie o a improvvisare un balletto sulle note delle variopinte melodie, che preparano Sia al grande salto nell’olimpo della musica pop.

1000 forms of fear esce quando Sia è famosissima come autrice di brani per artisti del calibro di Beyoncé, Rihanna, Katy Perry, Britney Spears, Jennifer Lopez, ma ancora non come interprete dei propri brani. E questo album le dà quella fama, che lei però rifugge “nascondendosi” dai riflettori. Da ora in poi Sia non si presenterà esplicitamente più né sulle copertine dei propri album, né all’interno dei propri video e durante le esibizioni dal vivo. Ma la sua scrittura e timbro vocale sono ormai la firma stilistica di un’artista ambitissima. L’album si apre con una delle sue canzoni di maggior successo, quella Chandelier dal ritornello caterpillar scritta inizialmente per Rihanna e Beyoncé, ma tenuta per sé, e prosegue con brani eterogenei, ma sempre lontani anni luce dalle atmosfere rarefatte dei primi lavori. Per Sia, 1000 forms of fear è l’ingresso ideale per entrare nel mondo pop dalla porta principale.

La genesi di This is acting è alquanto curiosa. Le canzoni che compongono la tracklist sono state inizialmente scritte per altri artisti, per poi rimanere nelle mani della cantautrice che, incoraggiata dal successo di Chandelier e dell’album 1000 forms of fear, decide di continuare a interpretare le sue canzoni. Tra i brani sono presenti il super-singolo Alive scritto con e per Adele, la quale però scarta la canzone, Cheap thrills respinta da Rihanna, Bird set free rigettata sia da Rihanna che da Adele, Move your body scritta inizialmente per Shakira. Una deluxe edition, pubblicata in concomitanza con il singolo The greatest, aggiunge alla già edita tracklist una manciata di nuovi brani, in attesa del nuovo lavoro targato Sia. Nel frattempo la cantautrice sforna singoli per altri progetti, e brani per altri artisti, con ritmi impressionanti…

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Rubrica: fashion style a cura di Andrea Zuberti

MARCELO BURLON, COUNTY OF MILAN LE ORIGINI CHE DEFINIRONO IL BRAND County of Milan è un brand di moda fondato nel 2012 dall’argentino Marcelo Burlon, che in due anni e mezzo è riuscito a creare un’azienda che fattura oggi 20 milioni di euro l’anno. Cosa unisce la cultura rave contemporanea agli antichi riti di purificazione sciamanica? La risposta forse la possiamo trovare nelle creazioni di Marcelo Burlon in County of Milan., dove riunisce il suo amore per il clubbing anni '90 della Riviera Romagnola alla spiritualità della sua terra natale, la Patagonia. L’idea di realizzare delle t-shirt è nata per la sua esigenza di lasciare un qualcosa di se stesso a chi veniva ai suoi eventi. Con le t-shirt, su cui sono impressi elementi della natura, simboli esoterici della cultura rave e della sua terra, esprime le sue radici e la sua identità. L’Argentina, in particolare la Patagonia, rappresenta uno dei caratteri distintivi delle linee e dei motivi grafici utilizzati nel design e nelle texture dei capi d’abbigliamento da lui disegnati: falchi, lupi, piume; tutti simboli dello sciamanesimo e della tradizione degli indigeni della Patagonia. I disegni che Marcelo stampa o ricama sulle sue maglie, sui suoi capi e sugli oggetti delle sue collezioni vengono dalle culture iconografiche di ogni parte del mondo, come Asia, America del Sud. I colori e i disegni si rispecchiano nelle diverse parti del capo e si moltiplicano nello spazio, sono tutti di carattere etnico. Trasmettono il bisogno di diventare, essere e sentirsi autentici, originali e liberi attraverso la ricerca di se stessi rappresentata dalla metafora del viaggio: Marcelo compie realmente questo viaggio, andando alla ricerca di un’ispirazione, offrendola ai suoi

questa pagina, dall’alto: 1. Marcelo Burlon, profilo. Fonte: www.millionaire.it/marcelo-burlon-dalla-patagonia-fatturati-milionari/ 2. Stile brand County of Milan. Fonte: www.blog.marceloburlon.eu/collection/men-ss15-2/ 3. Casa di Marcelo Burlon. Fonte: www.icarius.com/house-of-burlon-county-of-milan/

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clienti attraverso i capi che disegna. “Scopri te stesso attraverso la scoperta del mondo”. Il suo successo è garantito dall’alta qualità di ciò che lui crea nella moda, nella musica e nel pubblico che lo segue; e questo standard qualitativo ha sempre segnato il suo percorso imprenditoriale facendolo diventare un personaggio interessante e coinvolgente nella scena italiana, senza però rinunciare ad essere una persona vera, diretta, carismatica e coraggiosa. La forza del suo marchio è tutta nella grafica. La croce del logo rappresenta la chiave dell’universo che racchiude tutta la vita. Marcelo ha riunito le sue capacità acquisite negli anni lavorando come PR, organizzatore di eventi e dj nel suo marchio personale, County of Milan. Nonostante abbia una visione forte non si definisce però un  designer. Afferma infatti, "Sono un creative director che dirige un gruppo di designer. Metto assieme i pezzi, come ho sempre fatto in altre occasioni. Voglio raccontarmi attraverso la grafica. La natura, la vita e le mie tradizioni natali. Ma anche la mia esperienza di deejay, i rave. Tutti i miei progetti sono venuti con naturalezza, ho sempre fatto quello che mi piaceva fare”. Il suo più grande obiettivo è che i ragazzi della nuova generazione si riconoscano in quello che fa. "Non c'è nessuna celebrità in particolare che vorrei veder indossare i miei abiti" spiega, "ciò che mi interessa soprattutto è che i ragazzi giovani conoscano la mia storia e si rivedano in ciò che faccio. Vorrei veder persone con una forte personalità indossare i miei abiti, persone che hanno qualcosa da dire, che vadano oltre le apparenze”. Nuovi stilisti e giovani creativi, uscite dalle vostre torri d'avorio, lasciate i vostri atelier e immergetevi nelle strade, nei locali e nei ritrovi delle nuove generazioni. Lì si annidano le migliori intuizioni e lì la vostra creatività può trovare il trampolino capace di farla volare.

questa pagina, dall'alto: 4. Maglia con piume d’uccello. Fonte: www.marceloburlon.eu/en/DK 5. Maglia con serpenti intrecciati. Fonte: www.lyst.com/clothing/marcelo-burlon-county-of-milan-moon-snake-print-tshirt/ 6. Felpa con lupo. Fonte: www.ikrix.com/sk/cruces-sweatshirt-marcelo-burlon-39325 7. Felpa per Lamborghini. Fonte: www.ikrix.com/it/felpa-lamborghini-con-cappuccio-marcelo-burlon-59824

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Bacheca

a cura di Alberto Milani

Eventi organizzate visite guidate a cura di un archeologo dell'Associazione Archeonaute. Le visite a contributo gratuito, avranno una durata di circa 40 minuti con la proiezione di un video multimediale in italiano con sottotitoli in inglese. I posti sono limitati ed è necessario prenotare.

EVENTI Dal 25 luglio 2017 al 22 dicembre 2017 "Osservatorio astronomico Fiamene" Presso l’Osservatorio Astronomico sarà possibile osservare le stelle tramite il telescopio più grande di Verona e provincia. All’esterno, un ampio terrazzo consente osservazioni visuali di costellazioni e Via Lattea. Fino a dicembre, ogni primo e terzo venerdì del mese, l'osservatorio astronomico aprirà gratuitamente al pubblico.

www.cittadiverona.it/eventi/scheda17809/mostre/ apertura-straordinaria-corte-sgarzerie-.html

MOSTRE Dal 1 ottobre 2017 al 7 gennaio 2018 “Il tessuto come arte: Antonio Ratti imprenditore e mecenate” Palazzo Te, Mantova. Mostra dedicata all’industriale comasco che ha realizzato un’impresa e una Fondazione riconosciute a livello internazionale, mettendo sullo stesso piano la produzione e la creatività d’impresa con l’arte e la cultura.

www.cittadiverona.it/eventi/scheda18037/mostre/ aperture-osservatorio-astronomico-di-fiamene.html

MOSTRE Dal 2 settembre 2017 al 29 ottobre 2017 "San Benedetto Po: il territorio, la storia, la gente" Monastero Polironiano, Refettorio Monastico. La mostra, particolarmente incentrata sulle vicende della città, racconta la storia passata tramite immagini d’epoca e interessanti testimonianze. Il tutto ospitato all’interno del refettorio del Monastero Polironiano.

www.centropalazzote.it/tessuto-arte-antonio-rattiimprenditore-mecenate/

MOSTRE

www.gazzettadimantova.gelocal.it/tempo-libero/artee-fotografia/evento/il_territorio_la_storia_la_gente

Dal 2 settembre al 1 novembre 2017 "Antichi Romani, nostri contemporanei" Museo Diocesano, Piazza Virgiliana (MN). Daniele Lucchini propone un viaggio attraverso le fotografie che ci permettono di passeggiare in un foro dell'antica Roma o in una via della Veio etrusca. La mostra consiste in una galleria di ritratti fotografici scattati nel 2016 e realizzati come close up cinematografici, di sculture del Museo nazionale romano alle Terme di Diocleziano e del Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, a Roma.

MOSTRE Dall'8 settembre al 5 novembre 2017 "Che resta - Was bleibt" La Galleria - Arte Contemporanea, Piazza Sordello (MN). Mostra di cinque artisti che risiedono e operano a Lipsia, mossi dalla necessità di condividere un’idealità dell’arte senza negare la dimensione emotiva e sensoriale. Attraverso scultura, pittura, papercutting, stampa e incisione, le loro espressioni rivelano connessioni che conducono al denominatore comune della narrazione viva.

www.turismo.mantova.it/index.php/eventi/scheda/ id/41647

www.turismo.mantova.it/index.php/eventi/scheda/ id/41702

VISITE Dall’8 settembre al 24 novembre 2017 "Aperitivo culturale alla scoperta di Verona sotterranea" Area archeologica Corte Sgarzerie (VR). Ogni venerdì sera per tutti i mesi di settembre, ottobre e novembre sono

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Bacheca

a cura di Alberto Milani

bandi e concorsi ● Site Theatre: idee per trasformare la Fortezza di Baleal in un luogo per spettacoli

all'aperto

Iscrizione entro il 6 novembre 2017; consegna entro l'11 novembre 2017 Il teatro dovrà costituire una destinazione culturale nuova e fornire un luogo per spettacoli all'aperto finalizzati al miglioramento dell'esperienza vissuta all'interno del paesaggio. I partecipanti dovranno elaborare proposte capaci di stabilire un contatto con la terra, con il cielo e con il mare, permettendo a pubblico e artisti di osservare e diventare partecipi dello scenario naturale offerto dal luogo. www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/24157/Site-Theatre-ARKxSITE-alla-ricerca-di-idee-pertrasformare-la-Fortezza-di-Baleal-in-un-luogo-per-spettacoli-all-aperto

● Barcelona

Social Housing: cercasi risposte alla carenza di alloggi in affitto nel

centro di Barcellona

Iscrizione entro il 19 novembre 2017, consegna entro il 4 dicembre 2017 ARCHmedium lancia un concorso di architettura per esplorare nuove tipologie di housing sociale nel centro di Barcellona, sempre più caratterizzato da case vuote e dalla mancanza di alloggi in affitto. L'intento della competizione è quello di garantire la funzione sociale delle abitazioni attraverso un ripensamento dello spazio abitativo. Le proposte dovranno concentrarsi su un edificio adibito a uffici da convertire in alloggi in affitto. www.student.archmedium.com/competition/bsh/

● #athenscall. Una terrazza per l'Acropoli Iscrizioni e consegna entro il 15 dicembre 2017 STaRT fortalents, associazione culturale per la promozione e la diffusione della cultura architettonica, bandisce un concorso di idee per immaginare, a poca distanza dagli antichi templi, un nuovo cuore pulsante per Atene: un punto di vista privilegiato sull'area archeologica con un'architettura capace di tradurre le istanze di passato in nuova contemporaneità. La terrazza dovrà essere pensata per diventare un polo d'incontro funzionale con auditorium, zone ristoro e luoghi d'interazione per mostre e eventi. www.startfortalents.net/athenscall-contest-startfortalents/

Marseille Social Housing: vivere il centro storico con un nuovo sistema di

connessioni sociali

Iscrizioni e consegna entro il 5 gennaio 2018 Concorso di idee finalizzato alla ricerca di soluzioni abitative per il centro storico di Marsiglia. Si richiede di immaginare, nel distretto di Le Panier, una Social Housing con una piazza pubblica inglobata a servizio dell'intera comunità multietnica . www.archicontest.net/

Chicago greening jungle concrete: tetti verdi e orti urbani nei grattacieli di

Chicago

Iscrizione entro il 3 febbraio 2018, consegna entro il 10 febbraio 2018 Concorso internazionale di idee, per la realizzazione di un nuovo grattacielo a Chicago. Si richiede una particolare attenzione al tema ambientale in quanto Chicago risulta essere una città con pochissime aree verdi. Il concorso prevede la progettazione di un grattacielo residenziale e la relativa riorganizzazione con l'inserimento di un tetto verde piano e orti urbani. www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/24249/Chicago-greening-jungle-concrete-tetti-verdi-e-orti-urbaninei-grattacieli-di-Chicago

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Starkitchen a cura di Alice Tomasoni Sono ormai diventati famosissimi, li chiamano SUPERFOOD e sono tutti quei cibi che fanno molto bene alla nostra salute. La loro fama deriva soprattutto dalle numerose proprietà benefiche che contengono e che li rendono super alleati del nostro organismo: sali minerali, vitamine, antiossidanti e proteine talmente sopra la media da essere una vera e propria fonte di energia. Ce ne sono moltissimi sul mercato, per esempio la barbabietola, lo yogurt greco, la curcuma, il the verde, l’avocado o il mirtillo, e la lista potrebbe continuare a lungo. Oggi ci concentriamo su un frutto che ormai spopola, e che abbiamo imparato ad utilizzare abitualmente nel nostro stile di vita: l’avocado. Col suo alto contenuto di sali minerali e vitamine è un frutto perfetto per integrare tutte quelle propietà che non assumiamo con regolarità. Non contengono amido, presentano una piccolissima percentuale di zucchero, e sono considerati la risorsa ricca di grassi buoni e proteine più facilmente digeribile tra tutti i cibi: costituiti per l’80% da grassi salubri e per il 15% da proteine. Forniscono più proteine del latte vaccino e contengono tutti i 18 amminoacidi essenziali, i mattoni costitutivi delle proteine.  Come scegliere un buon frutto Non esiste un tipo solo di avocado, ma generalmente quelli più diffusi sono due, uno dalla pelle decisamente verde e liscia e un secondo più rugoso, di colore decisamente scuro. In entrambi i casi è bene toccare il frutto, e capirne la consistenza: abbastanza morbido, ma non troppo (per evitare che sia troppo maturo). Un secondo accorgimento è quello di staccare il picciolo, dovendo esso staccarsi con molta facilità; è inoltre necessario controllare il colore sottostante: deve risultare di un bel verde, se è color giallo chiaro o marrone, significa che la carne non è ancora ben matura, se invece sotto è marrone scuro, l'avocado potrebbe essere già troppo maturo. Avocado toast Tempo di preparazione: 30/40 min Costo: 10€ (a seconda degli ingredienti) Ingredienti: 2 avocado fette di pane succo di limone fette di salmone (rigorosamente abbattuto o cotto) 1 uovo pomodorini semi di papavero Aprire in due il frutto e separare la polpa dalla buccia: una metà ponetela in una ciotola e con l’aiuto di una forchetta riducetela in crema condendola con olio, sale, pepe e limone, l’altra metà tagliarla a fettine per decorazione. Far tostare la fetta di pane per renderla decisamente croccante, coprirla con abbondante salsa di avocado e farcirla a piacere! Tra le tante idee, alcune potrebbero essere: farcire il toast con pomodorini tagliati a cubetti, fettine di avocado e semi, un uovo o delle fettine di salmone!

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Il Natale si avvicina, e con lui la voglia di alberelli, omini di zenzero e stelline; sicuramente non quella di organizzare feste, cene o pranzi super impegnativi. Per questo si sta diffondendo la moda del buffet di Natale, soprattutto se organizzato per augurare buone feste a conoscenti e colleghi universitari. Buffet e aperitivo, in queste situazioni, sono un vero salvagente perché permettono di festeggiare senza preparare una vera e propria cena natalizia. E’ importante che gli stuzzichini siano facili da “maneggiare”, quindi è bene preparare alimenti di dimensioni limitate da consumare in piedi e magari senza posate, come avviene per il finger food! Il problema principale di un buffet è uno solo: che non risulti troppo banale. Bisogna trovare delle proposte divertenti, fantasiose e gustose per organizzare qualcosa di originale per i propri ospiti, con semplici idee ma di grande effetto. Un consiglio: tempo e spazio permettendo, la cosa migliore da fare è allestire due buffet separati, uno dolce e uno salato. Piattini di carta (e non di plastica), forchettine non trasparenti, ma colori natalizi e bicchieri di plastica rigida renderanno il vostro buffet decisamente più chic.  Stuzzichini natalizi Tempo di preparazione: 30 min Tempo di cottura: 10 min Tempo totale: 40 min Costo: 10/15 € Ingredienti: Pasta sfoglia già pronta 1 uovo Mozzarella di bufala Prosciutto crudo/cotto Nutella Preparato per crema pasticciera  Lamponi Smarties  Gocce di cioccolato Semi di sesamo Sono necessari stuzzicadenti e formine dal tema natalizio. Srotolare la pasta sfoglia e con le formine o l’aiuto di un bicchiere creare delle simpatiche basi su cui poter lavorare. Per gli stuzzichini salati, spennellare la sfoglia con un tuorlo, infornare e poi farcire o comporre a piacere, per le tartine dolci è necessario cospargere la superficie con dello zucchero, e successivamente farcire con le creme o frutti. Infine, in entrambi i casi, far cuocere in forno qualche minuto (circa 5 minuti, ovviamente a seconda della grandezza). Tartine a forma di alberelli di Natale possono essere composti da tre dischi di pasta sfoglia e farciti con prosciutto crudo e mozzarella, oppure con crema pasticciera o Nutella e lamponi. Si può semplicemente cospargere la base di sfoglia con granella di zucchero, gocce di cioccolato e qualche lampone, o farcire tra due basi con prosciutto cotto e mozzarella. Per un’idea sfiziosa, è possibile aggiungere dei semi di sesamo sopra le tartine salate, mentre della golosa panna montata sopra quelle dolci!

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APPuntamento mobile a cura di Sebastiano Marconcini e Marco Morandi Le app dei nostri smartphone e tablet possono essere strumenti molto utili, ma come fare per scegliere tra la moltitudine di applicazioni esistenti? Ecco una breve rubrica dove, in ogni numero, presenteremo alcune tra le migliori app appartenenti a diverse categorie. SPLITWISE Finanza Disponibile per iOS e Android. Con l’inizio del nuovo anno accademico sono ricominciati i laboratori e con loro anche la corsa alle stampe. Per fortuna, oltre al lavoro, si dividono anche le spese! Quest’anno il lavoro del contabile lasciatelo fare a Splitwise. Basta iscriversi, creare un gruppo con i compagni di laboratorio e, ogni volta che si sostengono delle spese, basterà aggiungerle a bilancio. L’applicazione terrà monitorati gli importi, segnando chi paga e chi invece deve restituire dei soldi e a chi. Provatela e non la abbandonerete più. Le possibilità non si fermano qui, visto che si possono creare diversi gruppi, ad esempio potreste anche creane uno se con i vostri coinquilini fate sempre la spesa comune e poi vi dimenticate di segnare tutto su un quadernino. Quando ci sono spese da dividere, Splitwise è la soluzione per voi e con questa applicazione nessuno avrà più scampo! BOBBY Finanza Disponibile per iOS. Nel pieno boom dell’era digitale, una delle conseguenze principali è stata una sempre maggiore diffusione dei servizi in abbonamento. Netflix, Spotify e Dropbox sono solo alcuni esempi di questa lunga lista di prodotti di cui bisogna pagare una quota mensile per poterne usufruirne. A volte però, può capitare di dimenticarsi delle spese da sostenere, ma ecco che arriva in nostro aiuto Bobby, applicazione che ci permette di controllare tutte le nostre sottoscrizioni. All’interno dell’applicazione è possibile inserire tutti i servizi che vogliamo, impostando ogni quanto si rinnova l’abbonamento, il suo costo e quanto tempo prima voglia che ci avvisi sull’imminente pagamento da fare. Il bello dell’applicazione è che oltre ai già numerosi sevizi preimpostati, ci è offerta anche la possibilità di creare nuove categorie per tutti i tipi di spese fisse, dall’abbonamento in palestra all’affitto dell’appartamento. Abbinatela a Splitwise e avrete le vostre finanze tutte sotto controllo! WUNDERLIST Produttività Disponibile per iOS e Android. A volte serve un piccolo aiuto nel ricordarci tutte le cose da fare e tra le tante applicazioni del genere “To-do list”, Wunderlist è una delle app più apprezzate della sua categoria. Creato il proprio account personale, si può iniziare a creare una lista, categoria personale che raccoglierà diverse attività. A questo punto sarò sufficiente entrare all’interno della lista che ci interessa e inserire una nuova attività, con tante possibilità di personalizzazione. Oltre ad impostare scadenze e relativi promemoria delle nostre “cose da fare”, è possibile inserire sottoattività, che potranno essere via via spuntate, note ed anche condividere file, che saranno allegati tramite link. Uno degli aspetti più utili di Wunderlist è inoltre la possibilità di condividere le nostre liste e la funzione commenti, che senz’altro vi aiuterà ad organizzare i compiti all’interno del vostro gruppo di lavoro, conversando direttamente nell’app. SNAPSEED Foto e video Disponibile per iOS e Android. Da futuri architetti tutti noi siamo abituati a fare editing delle fotografie con strumenti professionali quali Adobe Lightroom o Photoshop. Quando però siamo in giro e vogliamo condividere le foto su instagram ci accontentiamo di un editing veloce fatto direttamente sul telefono. Se anche per voi è impossibile aspettare di tornare a casa al pc per modificare le fotografie e poi caricarle sui social, Snapseed è un’alternativa interessante per ottenere discreti risultati. L’applicazione è molto intuitiva e veloce, possiede tutti i tool di cui avete bisogno. Vi consigliamo di provare, oltre alle classiche feature, la funzione “Trasforma”, per cambiare la prospettiva o l’angolazione della fotografia, e quella di “modifica selettiva”, che permettere di regolare contrasto, saturazione e luminosità in una particolare zona da te scelta.

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Archiquiz

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a cura di Francesco Coroni, Giovanna Fabris e Alberto Varchi 6

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Orizzontali 1.La casa produttrice del videogioco Fifa 3.Architetto finlandese del terminal TWA dell’aeroporto JFK (iniz.) 5.L’architetto affronta quello progettuale per l’approvazione dei suoi elaborati 10.Ci lavorano le mondine 15.Carlo, architetto di Adriano Olivetti 18.Ci...tanto amati 20.Fra i topi 21.Suono del tamburo 22.Il nettare degli dei 24.Provincia di Lecco 26.Rinfrancare, soccorrere 29.Automantic Exposure 31.Bagna Firenze 32.Pari in bitume 33.Eternit lo usava per le sue coperture ondulate 37.PAROLA DA INDOVINARE 41.Morale, condotta 42.L’architetto di Villa Mairea (iniz.) 43.Cialde di pane azzimo di forma circolare usate nelle liturgie cattoliche 44.Non malate 46.Contrapposto a in 48.Tra Vietnam e Tailandia 51.Riverbero fra i monti 52.Precede la settima 54.Fulmine, folgore 57.Sugli elettrodomestici assieme a off 58.L’Express era un treno 60.Elessero, privilegiarono 62.Compagnia per crociere 63.Deve essere 1/8 della superficie di pavimento 64.La seconda delle dodici fatiche di Ercole 67.Strada romana fra Roma e Brindisi 69.Associated Press 71.Volute minori del capitello corinzio 72.Piutos che nint, l’è mej un... 73.Fornisce ortofoto della superficie terrestre

Verticali 1.Superficie esterna di una volta o di un arco 2.Intensificare, aguzzare 3.La 70...a New York 4.Servizio Polifunzionale per le Adozioni Internazionali 6.Livido, cereo 7.Protagonista di un’opera letterale, teatrale o cinematografica 8.Governatore etiope 10.Atollo delle Maldive 11.In testa a Imola 12.La quinta sul pentagramma 13.Con “tu” fa “noi” 14.Altro nome della certificazione energetica 16.Ricopiavano manoscritti 17.Cenno d’intesa 19.Lo è il curriculum 23.La scuola di architettura di Dessau 25.Lo sono le vecchiette 27.A notte fonda 28.Antico boudoir 30.Proprio di un popolo 34.Mister 35.In auto, sistema anti bloccaggio 36.Piccolo teatro greco per concerti 38.Non è no 39.Ravenna sulle targhe 40.Gropius, architetto delle officine Fagus 45.Che fluttua nell’aria 47.Ci mette le mani il nullafacente 49.Atlanti...senza fine 50.Miraggio nel deserto 53.Compagna dello studente di architettura 55.È trimestrale quello della banca 56.Arrostisce i cibi 59.Dispositivo di rilevazione di traffico aereo 61.Ascoltai...poetico 65.Assicurazione per danni involontari causati a terzi (iniz.) 66.Ci razzolano le galline 68.Piano terra 70.Pronto Soccorso 71.Dio del pantheon semitico

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Oroscopo a cura di Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

Ariete

dal 21 marzo al 20 aprile

Helix Bridge, Singapore Non sarà un periodo facile, caro Ariete! Tieniti stretto gli affetti e i parenti. Ma soprattutto, armati della tua forza ed energia: devi sempre essere pronto a stupire e ad impressionare! Un po’ come l’Helix Bridge a Singapore. Come è già stato detto, il 2017 sarebbe stato l’anno delle svolte, svolte che si concretizzeranno proprio a partire da ottobre, senza più Giove in opposizione. Siate però più intraprendenti e dinamici, solo così troverete la giusta strada per raggiungere l’altra sponda!

Toro

dal 21 aprile al 20 maggio

Ponte di Donghai, Cina Il forte e testardo toro anche questo mese cercherà di non fermarsi davanti a niente, un po’ come Ponte di Donghai, che solo dopo 32.500 m raggiunge la sua destinazione. Siate, appunto, inarrestabili. Nonostante tutte le difficoltà, questo è il vostro momento, anche per l’amore! Contate sull’appoggio di Plutone, Nettuno e Giove per raggiungere un caotico, pratico e bellissimo tipo di perfezione. Ma non siate egoisti!

Gemelli

dal 21 maggio al 21 giugno

Infinity Bridge, UK Gemelli, siete ancora un po’ spossati e fuori forma, forse questo è dovuto ad un Saturno in continua opposizione. Questa situazione a breve si risolverà, riprenderete vigore e felicità! Eh si, perché gli affari continueranno ad essere ottimi e l’amore sempre al massimo! Attenzione ad alcune scelte impulsive, siate piuttosto sempre pazienti. Dopo qualche tempo passato rinchiusi in casa è il momento di uscire di nuovo e dare il meglio di voi! L’Infinity Bridge è il ponte che si adatta a questo momento della vostra vita!

Cancro

dal 22 giugno al 22 luglio

Ponte dei Sospiri, Venezia Farete molta strada nell’arte di essere concreti, pratici e stabili. Ma per riuscirci dovreste anche dedicarvi a coltivare una vigorosa e ardita immaginazione! Ma non temete, questo non vale per l’amore: la più grande possibilità di incontrare la persona giusta arriverà proprio in questo periodo! Approfittate della vostra buona fortuna e tenete sempre gli occhi aperti. Per questo motivo il ponte che più si addice a voi in questo periodo è il ponte dei sospiri, perché un po’ di romanticismo non guasta mai!

Leone

dal 23 luglio al 23 agosto

U Bein Bridge, Birmania C’è ancora qualcosa che non quadra da sistemare, ma il periodo è tutto sommato fortunato. Sappiate fare buon uso di questa fortuna, coraggiosi leoni. Non avrete più problemi: tutto fila liscio, potrete vivere un nuovo amore e nuove esperienze e avere più tempo per voi stessi soprattutto per curare i piccoli problemi di salute. Non sottovalutatevi mai e tutto andrà bene. Rimanete saldi nella vostra semplicità.

Vergine

dal 24 agosto al 22 settembre

Ponte Vecchio, Firenze Siate minuziosi come orafi, ma se qualcosa va storto non arrendetevi! Lasciatevi trasportare dalle arti e dalle passioni e godetevi ogni istante. Nel frattempo, grandiosi progetti di lavoro prenderanno forma. State riprendendo piano piano il controllo della situazione, come piace tanto a voi. Cercate di trovare un equilibrio ma continuate così, per la vostra strada! Il vostro ponte è Ponte Vecchio: un punto fisso, di certezza, tradizionale, ma che racchiude in ogni dettaglio grande bellezza. Attenzione, però, alle sviste!

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Bilancia

dal 23 settembre al 22 ottobre

Ponte Carlo, Praga E’ tempo di chiarimenti per i giovani bilancia. Sembra che, dopo un periodo di confusione, stiate ritornando voi stessi. Continuate a ricercare il vostro equilibrio, si, ma non perdete di vista occasioni e situazioni piacevoli. Se siete in difficoltà, cercate di trovare comprensione nelle parole di chi vi è vicino ma state attenti ai vostri amici: tra di loro c’è una persona falsa, un traditore: dimostrategli che non riuscirà a farsi beffa di voi tanto facilmente! Credete sempre nella giustizia e nel vostro intelletto.

Scorpione

dal 23 ottobre al 22 novembre

Ponte di Brooklyn, San Francisco Nonostante per lo Scorpione sia l’anno della fortuna e dell’amore, in questo periodo, con il vostro attuale umore, sarebbe meglio restare da soli. Se qualcosa non va, però, non siate i soliti testardi e non esitate ad accettare l’aiuto offerto dai vostri cari per tronare alla normalità e alla vostra vita sociale. Superate le paure e non generalizzate su chiunque è intorno a voi. Forse avete pregiudizi inutili di cui avete bisogno di sbarazzarvene. Keep calm!

Sagittario

dal 23 novembre al 21 dicembre

Tower Bridge, Londra La parola d’ordine per voi sagittario sarà “saggezza”. Il vostro compito sarà fidarvi della vostra saggezza istintiva, sfruttandola anche per mantenere l’attuale posizione sul lavoro! Ma vi metto in guardia: non sarà affatto facile, soprattutto in un ottobre di rottura. Forse avete fatto troppi errori nell’ultimo periodo che non riuscite a rimediare, forse vi sentirete oggetto di ingiustizia. Ma non abbattetevi, anzi, ritornate in gioco più energici che mai! E’ solo un sentimento temporaneo, e forse sarà proprio la persona che state cercando a farvi cambiare idea!

Capricorno

dal 22 dicembre al 20 gennaio

Ponte Python, Amsterdam Per i Capricorno tornano energia e grandi speranze. Si preannuncia un autunno di grandi occasioni. Niente potrà fermare la vostra ascesa se non il vostro solito pessimismo. Per questo motivo vivrete periodi di picco intervallati da qualche momento di discesa, creando così un andamento insolito. È il momento di uscire dagli schemi, dalla paura di sbagliare. L’obiettivo è trovare l’occasione di sentirsi nel posto giusto, dove potersi esprimere senza condizionamenti.

Acquario

dal 21 gennaio al 19 febbra-

Viadotto di Millau, Francia State volando alto, poco più basso dell’Empire State Building. Non lasciate che le vertigini vi assalgano per farvi cadere perché imparerete che è necessario combattere le difficoltà con tutte le vostre forze. Vi renderete conto, solo dopo aver esaminato gli eventi passati, che le esperiente negative possono davvero rendervi più maturi e forti come titani se riuscirete ad interiorizzare gli insegnamenti importanti. Sapete di non essere perfetti ma non nascondetevi in mezzo alle nuvole, mostratevi per quello che siete senza paura.

Pesci

dal 20 febbraio al 20 marzo

Ponte di Rialto, Venezia Se vi si presenta l’occasione, non sottraetevi dal fare nuovi incontri. Restate in mezzo alla gente. Sul ponte di Rialto le persone vanno e vengono, non sarete mai soli! Avrete una forte percezione interna e sarete ispirati. Tutto quello che dovete fare è organizzarvi e stabilire le vostre priorità. In questo modo sarete in grado di trovare l’armonia perduta, anche nei rapporti. Non tentate di imporre le vostre idee, ci sono sempre modi per trovare un accordo, cercate di andare incontro anche alle esigenze degli altri.

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Lo specchio a cura di Carolina Donati Tutti siamo informati sugli anniversari più famosi della storia, talvolta suggeriti dai media o dalle nostre ricerche storiche. Ma quanti di noi conoscono la storia che si cela dietro a oggetti e soggetti che ci circondano e rappresentano, o hanno rappresentato, la nostra quotidianità? "Lo specchio" è questo: lo strumento attraverso il quale dare uno sguardo, anche curioso, alla storia delle cose, e scoprire che i tempi moderni sono il frutto di un passato riflesso nel presente.

4 settembre 1957

La foto: "Elizabeth Eckford e Hazel Massery" (foto di Will Counts) Arkansas, sud degli Stati Uniti. Un gruppo composto da sei ragazze e tre ragazzi di colore, in ragione di un rendimento scolastico eccellente e dei risultati nei test attitudinali, viene ammesso al principale liceo pubblico di Little Rock, in uno dei tentativi di integrazione forzata messa in atto in quegli anni negli USA. Tra i nove ragazzi c’è Elizabeth Eckford che quella mattina, indossando il suo vestito nuovo, si dirige verso la scuola. La sua famiglia non possiede il telefono e la ragazza non sa che il suo gruppo di Little Rock Nine si è accordato per andare insieme a scuola quel giorno. La fotografia la ritrae proprio fuori dall’istituto, mentre una folla di 250 ragazzi bianchi, capitanati dalla quindicenne Hazel Bryan, protesta e la insulta. Tutte le volte che tenta di raggiungere l’ingresso la ragazza viene respinta anche dalle truppe della Guardia Nazionale, che agiscono per ordine del governatore Orval Faubus. Elizabeth non ha paura, ma la folla la segue e i 35 minuti trascorsi alla fermata del bus, in attesa di correre tra le braccia materne, sembrano infiniti. I giornalisti, speranzosi di una dichiarazione a caldo, la proteggono. Pochi giorni dopo tutto il gruppo torna a scuola ma piuttosto che convivere con quei nove ragazzi l’istituto chiude.

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settembre

26 settembre 1969

ottobre

date da ricordare:

23 ottobre 1888

I Beatles pubblicano l'album "Abbey road"

Frutto di una genesi travagliata, e di tensioni che sfoceranno nello scioglimento del gruppo l'anno successivo, "Abbey road" rappresenta l'ultimo vero album in studio dei Beatles. Paul McCartney è il membro più coinvolto nel progetto, in un clima dove gli altri componenti sono intenti alle rispettive carriere soliste. Mentre la scaletta dell'album raccoglie nel lato A brani singoli, Paul suggerisce l'inserimento nel lato B di un medley, tra brani rispolverati e altri inediti. Ringo Starr, per gioco, propone come titolo dell'album "Abbey road", e da qui nasce la leggendaria copertina che ritrae i Beatles attraversare la strada situata di fronte agli studi di registrazione. Oggi l'album è inserito nelle più prestigiose classifiche degli album più importanti della storia, e ha venduto quasi 30 milioni di copie nel mondo. Gauguin e Van Gogh convivono ad Arles Febbraio 1988. Van Gogh si trasferisce ad Arles, nel sud della Francia, per concentrarsi sul suo atelier. Quattro modeste stanze in cui condividere lavoro e pensieri con altri artisti. Il primo a raggiungerlo doveva essere Gauguin, per il quale Van Gogh nutre profonda ammirazione, che si mostra però piuttosto reticente. Le possibilità di contatto con il fratello di Vincent (mercante d’arte a Parigi) e l’aggravarsi delle condizioni economiche lo convincono ad accettare l’invito dell’amico. La convivenza, comunque, non dura molto: poco più di due mesi costellati da liti, culminanti nell’annuncio di Gauguin di raggiungere un Atelier ai tropici. Vincent non sopporta tale notizia e si mutila un orecchio, sprofondando nella spirale della follia. Dopo un periodo di silenzio i due riprendono a scriversi.

novembre

18 novembre 1976

Muore Man Ray Durante gli anni Settanta, malgrado l’artrite che lo perseguita e dopo una vita dedicata alla sua arte, Emmanuel Radnitsky (meglio conosciuto come Man Ray) lavora ancora quotidianamente nel suo studio. Viene ricoverato in una clinica privata in seguito a problemi respiratori e pochi giorni dopo muore lasciando la moglie Juliet, accanto a lui in quel momento. A dieci anni dalla sua scomparsa, nel cimitero di Montparnasse in cui è sepolto, Juliet fa erigere un monumento in cui essere sepolta insieme all’amato marito, sulla cui lapida fa incidere “Unconcerned but not indifferent - Man Ray - 1890-1976 - love Juliet”. Sulla propria tomba invece, sotto una fotografia che li ritrae insieme, queste parole “Juliet Man Ray - 19111991 - together again”.

dicembre

22 dicembre 1948

Inaugurata la prima mostra di arte astratto-informale del Movimento Arte Concreta Dodici stampe astratte realizzate da Dorazio, Dorfles, Fontana, Garau, Guerrini, Mazzon, Monnet, Munari, Perilli, Soldati, Sottsass e Veronesi vengono esposte alla mostra dedicata all’arte concreta in Libreria Salto a Milano. Lo stile si rifà al concetto di Max Bill del 1936 secondo cui l’arte “concreta” attinge a forme, linee e colori elaborati personalmente dall’artista e non sono semplicemente astrazione di immagini naturali. A proposito di ciò Dorfles afferma che “la corrente concretista andava alla ricerca di forme pure, primordiali e prendeva posizione per un fare estraneo al compositivismo geometrizzante basato sul calcolo”. Il gruppo MAC si scioglie nel 1958.

gennaio

29 gennaio 1996

Un incendio distrugge il teatro La Fenice di Venezia 13 dicembre 1836, un incendio colpisce il Gran Teatro La Fenice di Venezia, consacrato a prestigiose opere musicali. L’edificio viene ricostruito sul modello originale del 1790 e ospita moltissime prime di prestigiose opere di Rossini, Bellini e Verdi. Purtroppo a distruggere buona parte del teatro è un secondo incendio, quello del 1996. Il fuoco durò ore e mise a rischio anche alcuni edifici circostanti. Il processo di ricostruzione per riportare l’opera esattamente com’era fu lungo e per festeggiarne la riedificazione venne programmata una settimana inaugurale, aperta con un concerto dell’Orchestra e dal Coro del Teatro La Fenice diretti dal maestro Riccardo Muti.

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Poli Adventures! a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

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hanno collaborato alla realizzazione di questo numero (in ordine alfabetico):

Rubriche a cura di: Alessandro Biggi Francesco Coroni Chiara Dalla Bà Carolina Donati Raffaele Dongili Giovanna Fabris Carola Fagnani Cristina Lonardi Marco Mangiamele Sebastiano Marconcini Alberto Milani Elena Modena Marco Morandi Fereshteh Nazari Elena Ogliani Alessandro Peja Greta Petrarca Veronica Rigonat Oreste Sanese Stefano Sarzi Amadè Sara Stermieri Alice Tomasoni Alberto Varchi Kristal Virgilio Chiara Zanacchi Elia Zanandreis Andrea Zuberti Comics: Alice Botturi Coordinatore: Stefano Sarzi Amadè Editing: Carolina Donati Sebastiano Marconcini Stefano Sarzi Amadè Kristal Virgilio Progetto grafico: Stefano Sarzi Amadè

il materiale all'interno degli articoli è utilizzato sotto responsabilità degli autori


lità di Cremisi, è situato in una scala di colore tra il rosso e il rosa. Originaiamente ottenute dal colorante prodotto da alcuni insetti, le tonalità del Cremisi presentano gradazioni che includono il nero e il viola. La posizione del Cremisi Elettrico nella scala cromatica è stata definita per la prima volta nel libro "A Dictionary Of Color" nel 1930.

colour: Electric Crimson. hex triplet #FF003F; (r, g, b) 255, 0, 63 (c, m, y, k) 0, 100, 75, 0. Il Cremisi Elettrico è un colore che, come tutte le tona-


versione

[ver-sió-ne] s.f.

1 Traduzione da una lingua in un’altra, effettuata soprattutto come esercizio scolastico: v. dal latino all’italiano; una v. libera, fedele 2 Trasposizione di un testo da una modalità espressiva a un’altra o da una certa forma artistica a un’altra SIN adattamento: la v. in prosa di una poesia; la v. cinematografica di un’opera letteraria 3 Variante, redazione di un’opera d’arte: la prima v. dell’“Orlando Furioso” 4 Tipo di prodotto che presenta varianti rispetto al modello base: la v. a gasolio, a quattro porte di una macchina 5 Modalità soggettiva di interpretare ed esporre uno stesso fatto: dammi la tua v. dell’incidente 6 non com. Rivolgimento, rovesciamento • sec. XVIII


periodico ad accesso e distribuzione limitati , nell’ ambito dell’associazione studentesca, presso la sede di Mantova del Politecnico di Milano, Starc Mantova (Studenti Architettura Mantova), senza scopo di lucro

Be smart, be Starc! Immagine di copertina: Palazzi dei Rolli, Genova. Dettaglio di un affresco all'interno di Palazzo Rosso. Foto: Chiara Dalla BĂ

Starc Mantova "Versione" 13 - Ottobre 2017  
Starc Mantova "Versione" 13 - Ottobre 2017  

Rivista gratuita realizzata dall'Associazione Starc Mantova (Studenti di architettura del Politecnico di Milano, sede di Mantova)

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