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VERSIONE rivista universitaria gratuita realizzata da Starc Mantova

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“Ragazzi… avremmo una proposta da farvi per un certo progetto da realizzare in uni…” “…per piacere, parliamone davanti ad un mojito… è stata una giornata pesa!” E davanti a quel mojito, rigorosamente del Cubano, pian piano prese forma l’idea di far qualcosa per la nostra vita di studenti all’interno della nostra sede. Il mattino successivo alle 10:00, davanti alle macchinette del caffè della Magna, avevamo già l’autorizzazione dai piani alti per fondare un’associazione studentesca, e alle 10:30 di quella stessa mattina “Architettura… Studenti… Studenti… Architettura… Arc… Stu… St… Arc… Starc… STARC!” e per la prima volta venne pronunciata la parola magica! Sembra una cavolata, ma provate a pensare quante volte avete pronunciato la parola “Starc”… ! Così è nata la nostra associazione, pensando agli studenti di architettura (soggetti unici nel loro genere) e pensando alla nostra vita universitaria qui a Mantova, cioè pensando alla nostra realtà e a tutti gli aspetti che la caratterizzano. Dalla prima riunione tenuta da ben 3 persone, siamo arrivati a riunioni di 33 persone, al colore arancione, al nostro cerchio arancione che ha invaso bacheche di facebook e che è stato stampato sui braccialetti che vi hanno accompagnato per serate indimenticabili, ad avere aule piene che seguivano i nostri corsi ed a riunire 900 persone per festeggiare tutti insieme l’inizio dell’estate. A quella prima riunione di 3 persone sono seguiti giorni di grandi reclutamenti, di grandi progetti e soprattutto di grandi punti

interrogativi, ma il nostro scopo è stato sempre quello de “l’unione fa la forza” e la volontà di aiutarsi a vicenda sia come studenti, ma soprattutto aiutarsi come persone, ha fatto si che gli obiettivi comuni di migliorare la propria vita da studenti e crescere personalmente per il proprio sapere, per le proprie passioni e per la futura professione, ci accomunasse negli intenti. Il primo grande progetto fu quello dell’organizzazione di corsi che parlassero dei software che scandiscono ogni nostro singolo giorno, non per la presunzione di salire in cattedra, ma con la volontà di mettere a disposizione di tutti quel sapere personale acquisito negli anni e con l’intento di organizzare momenti di incontro tra studenti di corsi e di anni differenti. Con l’uscita della seconda serie di corsi, nuovi soci sono entrati nell’associazione e hanno preso forma molti altri progetti che avevamo nel cassetto e che oggi costituiscono “il fare” di Starc. Corsi, viaggi studio, organizzazione delle esposizioni di lavori dei corsi di studio, accoglienza degli studenti stranieri, aiuto nell’organizzazione di conferenze aperte all’intera città, organizzazione di eventi e, non per ultime, serate universitarie per “vivere la notte mantovana”: tutto questo è stato possibile grazie all’appoggio della nostra sede che ha creduto in noi fin dall’inizio, ma soprattutto grazie ai soci Starc che hanno deciso di dare il loro contributo, il loro tempo, la loro personalità e principalmente la loro passione e il loro cuore nella speranza di vivere appieno la vita universitaria. Versione parla di tutto questo, di noi e di voi.


VERSIONE 11

febbraio 2017


Contents

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VERSIONE 11. febbraio 2017 Architetti contemporanei Architetture di calcestruzzo: Marte.Marte Architekten a cura di Lorenzo Fravezzi

Architettura contemporanea Nel blu dipinto di blu: la Domus di Piazza Sordello a cura di Tomas Maria Lopez

Architetti nella storia Il volto profano della bellezza a cura di Oreste Sanese

Architettura nella storia Castel del Monte a cura di Federica Morgillo

Architetti moderni Alvar Aalto, mediatore tra natura e uomo. L'architettura come perfezionamento del paesaggio a cura di Kristal Virgilio Architettura moderna Il fluire dello spazio e la bellezza del quotidiano in Casa Frea a cura di Veronica Rigonat

Architetture ritrovate Restauro ed alchimia: quando il degrado diventa opportunità di rinascita. Centro culturale di San Francesco a Santpedor a cura di Kristal Virgilio Spazi urbani Proap: Castello di Silves, il canto del paesaggio a cura di Stefano Sarzi Amadè

Arte & Architettura La cristallizzazione di un attimo: Cornelia Konrads a cura di Giovanna Fabris

Diario eventi Nella mente di Vincenzo Scamozzi: un intellettuale architetto al tramonto del rinascimento a cura di Alberto Milani Diario eventi XV Biennale di Architettura: reporting from the front a cura di Carola Fagnani

Diario eventi Salvare Venezia. Siza chiude il padiglione portoghese a cura di Tomas Maria Lopez

Diario eventi Mattone, malta, intelletto e composizione. Gabine e de arquitecture a cura di Alessandro Leoni

Intervista / interview L’intervista a Ruzica Markus a cura di Mateja Lazarević

International training Cile, agosto 2016. Il tirocinio di Andrea Cazzarolli a cura di Mateja Lazarević

Intervista anticonvenzionale L’intervista a Elena Ginanneschi Arnaldi a cura di Francesco Coroni e Chiara Zanacchi

L’elemento tecnologico Il padiglione d'Israele e il futuro della tecnologia architettonica a cura di Marta Mengalli

Design Gaetano Pesce: il design è femmina a cura di Isabella Polettini

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Arte Dal Giappone con furore a cura di Elia Zanandreis

Grafica La grafica al cinema, seconda parte

a cura di Silvia Marmiroli, Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

Cinema Stanley Kubrick / Per chi ha voglia di un film...in bianco e nero a cura di Sebastiano Marconcini e Alessandro Peja

Serie TV Gomorra / The young Pope: when "italians do it better" a cura di Sebastiano Marconcini e Elena Modena

Letteratura Johann Wolfgang Von Goethe / Consigli per la lettura a cura di Cristina Lonardi

Musica La luce di una stella cadente nera / I dischi dei di Amy Winehouse a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

Fashion style Coco Chanel, una femminista modaiola a cura di Isabella Polettini

Software in pillole Adobe InDesign: lo strumento "trova / sostituisci" a cura di Sebastiano Marconcini

Bacheca Eventi

a cura di Alberto Milani

Bacheca Bandi e concorsi

a cura di Alberto Milani

APPuntamento mobile Le migliori app scelte per voi

a cura di Sebastiano Marconcini e Marco Morandi

Starkitchen Sformatino di zucchine e verdure. Involtini di zucchine con formaggio frasco e prosciutto cotto a cura di Alice Tomasoni Tutti fuori Una tradizione d'oltreoceano: il mondo delle Bakery a cura di Lorenzo Fravezzi

Oroscopo L’oroscopo

a cura di Silvia Marmiroli, Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

Starc Party! Movember Party

a cura di Ines Marinello e Alice Tomasoni

Archiquiz Il cruciverba

a cura di Giovanna Fabris e Alberto Varchi

Lo specchio La foto / date da ricordare a cura di Carolina Donati

Poli Adventures! Semplici strutture

a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

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Progetta sempre una cosa considerandola nel suo più grande contesto, una sedia in una stanza, una stanza in una casa, una casa nell’ambiente, l’ambiente nel progetto di una città. Eliel Saarinen


Architetti contemporanei

ARCHITETTURE DI CALCESTRUZZO

MARTE.MARTE ARCHITEKTEN a cura di Lorenzo Fravezzi

Quando si parla di architettura contemporanea, sovente il pensiero va alle esperienze che le scuole di architettura sono solite proporre, dalle forme pure ed i volumi stereometrici della scuola portoghese, alle eleganti architetture di pietra dei maestri europei. In questo saggio invece approfondiremo l'opera architettonica di una firma europea non ancora conosciuta alle masse, ma che ha saputo negli anni definire un suo stile inconfondibile fatto di calcestruzzo a vista e pulizia assoluta delle forme. Stiamo parlando ovviamente di Marte.Marte Architekten, lo studio fondato dalle menti dei fratelli Bernhard e Stefan Marte originari di Dornbirn, una piccola comunità a capoluogo del distretto Austriaco di Vorarlberg, sul confine con Svizzera, Germania e Liechtenstein. I due architetti, nati rispettivamente nel 1966 e nel 1967, hanno entrambi frequentato l'università di Architettura di Innsbruck, dove si sono potuti confrontare con alcune tra le figure più importanti del panora-

ma architettonico Altoatesino/Austriaco, come Othmar Barth, considerato il pioniere dell'architettura contemporanea nel Tirolo e Rainer Köberl, un suo più giovane allievo, presso il quale entrambi i fratelli Marte lavorarono per un breve periodo di tempo durante i loro studi. È a partire dal 1993 che nasce di fatto lo studio Marte.Marte Architekten, a Weiler, una piccolissima realtà dalla quale poi la firma farà fortuna attraverso lavori pregni di capacità architettonica, che saranno

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Stefan Marte and Bernhard Marte. fonte: www.4.bp.blogspot.com/-GXhenZw_IR8/VTiw7OudStI/AAAAAAAABTk/ qK9DI2nEDn8/s1600/Stefan%2Bund%2BBernhard%2BMarte%2B.jpg

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Architetti contemporanei inoltre copiosamente premiati e pubblicati su monografie e stampa di settore. Non da meno, lo scorso 2016 i due fratelli sono stati presenti alla XV Biennale di Architettura di Venezia, con un'installazione titolata "Alla ricerca dell'inaspettato" inserita all'interno degli spazi dell'arsenale.

proporzioni volumetriche e l'inserimento accurato all'interno del pendio montano, fanno sì che agli occhi di chi guarda, questo piccolo edificio sembri al contempo slegato e legato al territorio in cui si trova. Cercando di approfondire diverse tematiche architettoniche affrontate da Marte.Marte, non possiamo non citare l'ambito musealeespositivo, prendendo in considerazione un piccolo intervento che è però molto significativo al fine di comprendere l'aspetto del legame materico tra architettura e luogo o, ancora meglio, tra l'architettura e la percezione della stessa. Stiamo parlando del Museo Diocesano di Fresach, un'altra piccola comunità austriaca, in cui la firma si è dovuta confrontare con la realizzazione di un edificio di modeste dimensioni, ma che al contempo aveva una forte carica sacra. L'edificio infatti si attesta in prossimità di una piccola chiesa protestante, dove si apre con una grande vetrata che fa permeare il sagrato verso lo spazio interno. L'intero volume si articola su due livelli caratterizzati da una grande sintesi formale, entrambi in cemento levigato a vista, sia per quanto riguarda gli esterni, sia per gli interni, volutamente austeri ed ermetici in forma di rispetto verso i principi di sacralità e silenziosità della chiesa. Infine un ultimo esempio delle architetture di calcestruzzo dello studio Marte.Marte, è un'opera atipica; infatti ci spostiamo dall'architettura degli edifici, per dedicare uno sguardo ad un manufatto infrastrutturale, nello specifico al ponte di Shanerloch, a Dornbirn. Un piccolo ponte che valica un torrente alpino, una scultura di calcestruzzo che si va ad inserire tra due speroni di roccia, talmente plastico ed austero nelle finiture che sembra poggiarsi delicatamente su questo paesaggio così selvaggio ed ostile con estrema leggerezza. Ancora una volta, un manufatto in semplice calcestruzzo a vista, simbolo dell'antropizzazione per eccellenza, diventa elemento integrante dell'ambiente naturale grazie ad un attento studio di forma e finitura.

Il tema principale su cui ci andremo a focalizzare in questo breve saggio, è il leitmotiv delle architetture di Marte.Marte, ovvero la fredda matericità del calcestruzzo, che, utilizzato secondo diverse tecniche, restituisce dei risultati spaziali e volumetrici unici. Per comprendere al meglio questo aspetto, la nostra attenzione è da porre su diversi interventi dello studio, che essendo di diversa natura, richiedevano naturalmente diverse tipologie di ragionamento, ovviamente affrontato con estrema attenzione a garanzia di risultati sorprendenti. Inizieremo quindi da uno dei temi più amati dagli architetti, la residenza, parlando della Germann House; un grande monolite di calcestruzzo che si adagia sul pendio collinare della cittadina di Feldkirch, immersa nell'arco alpino dell'Austria occidentale. Provenendo dall'accesso, situato sul lato Nord-Est, si legge un'architettura ermetica e molto slegata dall'ambiente bucolico circostante, tuttavia, non appena si varca la soglia, ci si trova in un elegante interno caratterizzato da finiture in legno chiaro e calcestruzzo levigato, dal quale le grandi vetrate poste a Sud-Ovest permettono una totale immersione nella vallata del Voralberg. Un altro intervento di tipo residenziale di cui parleremo, è il piccolo rifugio montano sito a Laterns; un piccolo volume in calcestruzzo, scavato al fine di ottenere una terrazza panoramica dalla quale sarà poi possibile accedere agli spazi interni. Guardando all'edificio più nel dettaglio, è facile notare l'uniformità della superficie scabrosa in calcestruzzo, interrotta solamente dalle aperture quadrate delle finestre in legno, disposte arbitrariamente sui vari affacci della torretta. Nell'insieme, la finitura esterna, le

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Avendo analizzato questi esempi, possiamo ora comprendere quale sia effettivamente l'aspetto interessante di questa architettura, quale la volontĂ di interpretare il materiale calcestruzzo non relegandolo alla sola funzione strutturale, ma rendendolo elemento di finitura e dettaglio caratterizzante dell'intero intervento.

a destra, dall’alto: 1.Germann House, Feldkirch. Fonte: www.archdaily.com/52393/germann-house-marte-martearchitekten/50089f3d28ba0d50da0013ce-germann-house-marte-marte-architekten-photo 2.Mountain Cabin, Laterns. Fonte: www.archdaily.com/407047/mountain-cabin-marte-marte-architekten/51f14d98e8e44ea5b700015bmountain-cabin-marte-marte-architekten-photo 3.Fresach Diocesan Museum,Fresach. Fonte: www.archdaily.com/537160/fresach-diocesanmuseum-marte-marte-architekten/53eaa5ffc 07a80388e000206-fresach-diocesan-museummarte-marte-architekten-photo 4.Shanerlochbruecke, Dornbirn. Fonte: www. archdaily.com/451186/schanerloch-bridgemarte-marte-architekten-zt-gmbh/528ec2b1e8e44e53680001ee-schanerloch-bridge-marte-marte-architekten-zt-gmbh-photo

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Architettura contemporanea

nel blu dipinto di blu

la domus

di piazza sordello a cura di Tomas Maria Lopez

Negli ultimi mesi Mantova è stata al centro dell’attenzione dei più importanti giornali locali e nazionali per via della realizzazione, in Piazza Sordello, di un piccolo volume in parte ipogeo, destinato ad ospitare i resti dei mosaici di un’antica domus romana, scoperti casualmente nel 2006 sotto la Piazza. Il progetto affidato al Politecnico, inaugurato il 28 Gennaio, ha avuto come responsabile scientifico la Prof.ssa Luisa Ferro, Architetto specializzata in aree archeologiche. Ero una matricola quando per la prima volta ho sentito parlare del progetto della Domus per Piazza Sordello. La lezione della prof. Ferro si intitolava “Nel Blu dipinto di Blu” e ricordo bene che ne spiegava i disegni con gli occhi sognanti di chi crede in qualcosa di grande: “L'antico viene fuori e fa paura perché ci rivela le regole su cui si è stratificata la città e ce lo dice senza tanti giri di parole, con i muri. L'orientazione della domus ci spiega perché palazzo ducale è orientato così per esempio... Il pensiero comune non vuole sapere di regole e tantomeno di passato o meglio pensa che il passato sia un qualcosa di immobile, un qualcosa che è così da sempre e che non si debba toccare. E questo non è vero (lo sapete) perché l'antico si conserva proprio attraverso il nuovo quando ne segue la logica segreta (anche con linguaggi differenti) e mette in luce nuove potenzialità che appunto senza

il nuovo non sarebbero leggibili”. Risalenti al terzo secolo dopo cristo, i mosaici ritrovati suggeriscono la scansione ortogonale degli isolati Romani quadrati, che componevano il primissimo nucleo urbano, oggi sepolto da secoli di stratificazioni storiche successive. Così il progetto è inserito lungo una “Passeggiata archeologica” che partendo da Palazzo Te, segue il cardo della città, l’antico percorso del Principe, passando davanti ai monumenti più importanti fino a concludersi in Piazza Sordello, con l’ingresso a Palazzo Ducale. Il volume della “nuova” Domus si configura in pianta come una composizione di cinque quadrati, che sfalsati anche in sezione, danno origine a doppi piani visivi, pavimentazioni, passaggi e piccoli spazi di sosta, guidando il visitatore poco alla volta sotto terra, verso il cen-

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“In alto a sinistra la passeggiata archeologica che finisce in Piazza sordello. In alto a destra l’inquadramento planimetrico e sezione in relazione alla Piazza. In basso una foto della piazza qualche giorno dopo l’inaugurazione.”fonte: disegni della progettista e foto dell’autore


Architettura contemporanea tro del progetto. Sfruttando la differenza di altezza esistente fra il lato ovest ed est della Piazza (circa un metro e mezzo), risulta possibile accedere al livello dei mosaici evitando che il nuovo volume copra le facciate degli edifici che lo circondano. Un muro ad angolo in blocchi di pietra di Verona funge da filtro tra il fuori scala della Piazza e lo spazio coperto più intimo che protegge i mosaici come una sorta di scrigno. L’intenzione è chiara, quell’angolo della piazza, per quei pochi passi, viene dedicato unicamente ai reperti risalenti ad uno dei periodi più antichi della storia della città. Nonostante la lunga gestazione, le numerose modifiche e i passaggi burocratici che ha superato -basti pensare che la sua inaugurazione era inizialmente prevista in occasione di Expo 2015polemiche di ogni tipo riguardanti il progetto hanno riempito le prime pagine dei giornali delle ultime settimane. I cittadini, la prof.ssa Ferro, il prorettore del Politecnico Federico Bucci, il Sindaco di Mantova Mattia Palazzi, storici dell’arte, restauratori, studenti, politici, giornalisti e perfino Vittorio Sgarbi hanno dato la loro opinione sulla vicenda. L’ex Assessore Giampaolo Benedini, sostiene che i mosaici andavano sotterrati e propone un creativo sistema di camuflaggio, con specchi riflettenti e piante rampicanti finalizzate a ridurre “l’impatto visivo” della domus. Altri come il Sindaco, prendono le distanze dal progetto. "A Mantova abbiamo raccolto una sfida, si è scelto di affrontare il passato archeologico della città. È chiaro che altera il presente, ma sono certo che la città capirà (…)Lasciamo che l’opera sedimenti nel tempo. Lasciamo che entri nel corpo della città". Così il prof. Bucci commenta il progetto per la Domus, che nel frattempo apre ai Mantovani, permettendo loro di vivere finalmente l’edificio di persona. Nonostante l’accesa atmosfera mediatica, visitando Piazza Sordello nei giorni successivi all’inaugurazione si respira un’aria tutt’altro che polemica. Gruppi di persone fin dalle prime ore si radunano intorno alla domus: alcuni temerari si fiondano immediatamente all’interno per visitare i mosaici, altri si fermano prima per qualche attimo, misurano da lontano l’inci-

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denza dell’edificio nel contesto con un occhio chiuso e una spanna sospesa in aria. Altri scattano foto, si consultano sui materiali, palpando i blocchi di pietra per sentire se sono veri. Bambini acrobati camminano sui muretti, tenuti per mano dai genitori, mentre altri appannano i vetri osservando curiosi i mosaici e chiedendo “Mamma, cosa sono?”. Una vecchia Signora, riferendosi alle colonne bianche all’ingresso esclama “Io mi sento violata”, e l’amica, distratta dai dettagli del pavimento a tessere rosse e bianche, le risponde “Ma smettila! Guarda qui, tu che ci vedi”. Intanto il custode si tiene in disparte, poggiato sul muro di pietra osserva la scena sorridendo. Forse si sta chiedendo: Quanto siamo legati all’immagine consolidata dei luoghi delle nostre città e quanto siamo disposti a a vederla modificata? Quanto tempo è necessario per abituarsi al cambiamento? Forse quello che oggi ci sembra una novità, domani farà parte della nostra storia, forse i bimbi curiosi che oggi giocano fra le pareti della domus, domani si batteranno per difendere i luoghi in cui sono cresciuti, da un eventuale nuovo cambiamento.

pagina a fianco, dall’alto: 1.Foto dell’interno della Domus 2.Vista della domus da nord 3.Vista della relazione fra la domus e il muro "filtro" 4.Vista della relazione in sezione fra il muro della domus e la piazza questa pagina, dall'alto: 5 e 6.Vista della domus da via tazzoli 7.“confronto volumetrico fra il “cubo” e l’attuale progetto”fonte: Gazzetta di Mantova 8.“relazione fra la domus e la piazza. Fonte delle immagini: archivio dell’autore

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Architetti nella storia

il volto profano

della bellezza a cura di Oreste Sanese

Andrea Palladio rappresenta la figura dell’architetto nell’immaginario occidentale, lo conoscono tutti ai giorni nostri e lo conoscevano tutti nei secoli passati, il più copiato in lungo e in largo, in Europa ed oltreoceano. Certo ci aveva visto lungo promuovendo per primo in assoluto una propria monografia, “I Quattro Libri dell’Architettura“, in cui cita le sue opere mescolandole con le testimonianze antiche. Mette in paragone le sue ville, con i più importanti edifici della classicità, esponendole gerarchicamente sullo stesso livello. A fianco alla forza simbolica così tanto rimarcata accosta anche un corredo di precisi dettagli costruttivi che regalano gratuitamente ai lettori le soluzioni pratiche per poterle riprodurre. Si capisce bene il motivo del rapido successo della sua pubblicazione ed assieme dell’ampia diffusione di un nuovo modo di vedere la costruzione, non riconducibile soltanto alla grammatica di qualche colonna ma piuttosto ad una nuova estetica, così precisa e vera, da autorizzare nuove usanze e comportamenti. Il percorso deve cominciare qualche secolo prima, nel tardo Medioevo, quando il poeta vate per eccellenza, Francesco Petrarca inventa la villa in campagna. Probabilmente le guglie gotiche non gli stavano molto simpatiche e gli spazi, gli odori, i rumori della cittadella labirintica ed ammassata reprimeva le sue facoltà creative intellettuali; il suo rifugio era il mondo dei latini, per lui era una vera passione, voleva potersi sentire come uno di loro, poter di nuovo curare i sensi del corpo, riscoprire la solitudine e silenziosamente la propria persona. Così se ne costruì una in cui andò a vivere, all’insegna del produttivo otium letterario. La presa di posizione di un artista con l’aureola, così importante, tanto quanto quella di un

nobile, di rifiutare un elegante palazzo in piazza per allontanarsi dalle attenzioni e dai disturbi cortigiani, influenzò in primis l’avvicinamento delle ancora acerbe sensibilità rinascimentali verso la rivalorizzazione del modus vivendi della romanità antica. Si parla qui della stessa romanità di cui l’aristocrazia veneta si sentiva ereditaria, in particolar modo quella dell’entroterra che reclamava una propria identità rispetto a quella veneziana. Tra il XV e XVI secolo, in breve tempo saltarono i secolari equilibri all’interno della Repubblica per via della perdita di tutte le certezze finanziarie e mercantili in Oriente. I turchi conquistarono Costantinopoli e assieme ottennero il pieno controllo del Mediterraneo; per non dimen-

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“Fu il Palladio nella conversazione piacevolissimo e facetissimo, sicché dava estremo gusto alli Gentiluomini e Signori coi quali trattava, come anco agli operai, dei quali si serviva, tenendoli sempre allegri, e trattenendoli con molte piacevolezze faceva che lavorassero allegrissimamente. Aveva gran gusto d’insegnare a quelli con molta carità tutti i buoni termini dell’Arte, di maniera che non vi era muratore, scarpellino o lignuiuolo che non sapesse tutte le misure, e i membri e i veri termini dell’architettura.” (Paolo Gualdo, 1615) Fonte: www.commons.wikimedia.org/wiki/File:Mandsportræt_(Portræt_af_arkitekten_ Andrea_Palladio).jpg

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Architetti nella storia rappresentate la dea Atena, che serviva da presenza protettrice della città. Ecco spiegata la sua nuova funzione: salvatore e protettore di Vicenza dai vecchi malcostumi e dalla bruttezza costruita. L’architetto vicentino infatti non si era fermato alle dimore rurali, allargando l’influenza dei suoi interventi alle più larghe strutture della città e del territorio. La sua modalità di pensare per piccole parti, derivante dalla suo originario lavoro di tagliatore di blocchi di marmo, gli aveva permesso di descrivere la casa come aggregazione di spazi conclusi, la città come rete di singoli interventi generanti un eccitante linguaggio riappacificatore ed il circostante paesaggio come sistema di satelliti, inglobante ville e palazzi urbani assieme, come risultato delle comuni vitalità temerarie del Veneto della Rinascenza. Dobbiamo immaginarci quindi un ragazzotto con una grande esperienza manipolatrice della realtà fisica, capace di fornire qualunque tipo di soluzione tecnica ad ogni volontà di rappresentazione, e risvegliato nello spirito da un forte sentimento di rinnovamento. “Appresso coloro che conoscono quanto sia difficil cosa lo introdurre una usanza nuova, massimamente di fabricare, io sarò tenuto molto aventurato, avendo ritrovato gentiluomini di così nobile e generoso animo et eccellente giudizio c’abbiano creduto alle mie ragioni e si siano partiti da quella invecchiata usanza di fabricare senza grazia e senza bellezza alcuna.” (Andrea Palladio, I Quattro Libri dell’Architettura, 1570) Le volumetrie, il bianco, e le perfette geometrie devono essere state una combinazione stravolgente agli occhi di chi era abituato a palazzetti di due piani, deformi e stretti. Le sue sono delle nuove cattedrali, adesso fatte per gli uomini. Porta la sacralità tra i mortali, destituisce il trono del mondo religioso e lo depone nelle industrie dei bachi da seta. Palladio è il Robin Hood del ‘500, libera le cornici auliche dal potere simbolico della Chiesa e le regala sotto vesti laicizzate alla vita rustica. Ha introdotto una nuova spazialità magica all’interno delle abitazioni, costruito scalinate imperiali per poterci entrare, posto delle cupole sulla testa dei signori e dei braccianti che lavorano la terra, misurato le distanze tra le stanze ed la vasta pianura esterna con le colonne che prima

ticare che, di lì a poco, il genovese Cristoforo Colombo tornò in Spagna con una piccola novità. Tutti i veri poteri sono ora coinvolti sul fronte Oceano. Venezia perde l’originario timbro bizantino e si reinventa promuovendo una politica economica incentrata sul proprio territorio. I vicentini partivano avvantaggiati: si sentivano adesso i veri protagonisti della scena storica, essendo infatti i più importanti produttori di seta in tutta Europa e avendo, già da tempo, aperto le porte ad una politica internazionale con i mercati francesi ed olandesi. Erano una classe attiva e piena di risorse, erano coloro che riempivano le testate dei quotidiani di paese con i loro ripetitivi litigi, omicidi, sgarri notturni, intrighi lussuriosi, gelosie, favoritismi. Con le buone o le cattive facevano diplomazia e regalavano in questo periodo una peculiare vivacità cittadina. Questo è il mondo in cui cresce un giovane scalpellino, di nome Andrea di Pietro della Gondola, che mai avrebbe pensato di diventare l’eroe dei suoi signori e delle molte generazioni successive. Nasce con le mani sporche dell’artigiano, senza camicia e senza alcun libro sotto al braccio. Era un professionista dei materiali, formatosi in un’importante bottega padovana, dove probabilmente ebbe anche l’opportunità di ammirare alcuni schizzi del San Micheli e del Sansovino. Ma lavorare la pietra non aveva mai saziato appieno le sue ambizioni; mostrava interesse invece verso il disegno, come strumento per poter inserire le piccole parti prodotte dalla manovalanza all’interno di un insieme completo. Ne sono una prova i suoi vari studi sulle formazioni militari proprio sul punto d’inizio delle battaglie, ferme nei loro schieramenti squadrati ed equilibratamente posizionati. Sarà il colto Gian Giorgio Trissino a mostrarli la luce e ad iniziarlo al mondo più alto dell’arte. Gli presenta il trattato vitruviano, lo porta per ben quattro volte a Roma, gli fa conoscere le teorie dell’Alberti, la grazia dei codici michelangioleschi e lo riempie di smania di cambiamento di una realtà culturale decadente, la loro, tanto disprezzata. Quello che ne viene fuori è un vero e proprio criminale ideologico, nominato dallo stesso nobile letterato come Palladio. Il “Palladio” non era altro che una statua

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definivano le facciate dei templi di Dio. La sua vera rivoluzione quindi non è tanto nell’aver adoperato perfette proporzioni fornite da matematiche platoniche, nell’aver definito una bellezza assoluta, perché prima di essere oggetti scultorei ammirabili da tutte le direzioni, queste ville erano diventate sinonimo di nuovi costumi. E’ una bellezza capace di superare la percezione visiva dell’immagine, che integra tutte le inevitabili contraddizioni, è l’estetica suprema, così alta che diventa etica. Si tratta di aver capito che si può andare a dormire tranquilli su una collina lontana dal centro abitato, che si può fondare una ricchezza famigliare anche senza dirette dipendenze ecclesiastiche, che non è rozzo glorificare i piaceri carnali, che eroticamente la contadinella in fondo non è niente male, che di carne e verdura fresca nei pasti non si può più farne a meno, che gli odori autentici della terra sono tanto meglio delle latrine a cielo aperto tra i vicoli medievali. Tutto ciò viene finalmente legittimato, i valori precedenti vengono riconsiderati sotto una nuova chiave di lettura, quella della bellezza profana derivante non da un fanatismo celebrativo quanto dalla sensualità del mondo che ci circonda. Soprattutto, l’abbandono delle vecchie formalità morali ne ha determinato una nuova concretezza fisica, un volto appunto, che diventa veicolo di rappresentazione di un nuovo modo di vivere prima che di costruire. E’ un’architettura che ha generato entusiasmi prima ancora di armoniose composizioni. Sarebbe bello poter ancora essere in grado di rivitalizzare i valori di un passato che sembra lontano, di comprendere la raffinatezza e la forza del mito classico, per poter mantenere viva la speranza che anche il nostro mondo potrebbe essere trasformato in una mitologia presente, che anche noi innalzeremo delle statue che ci raffigurano, che anche noi fonderemo qualcosa di duraturo per il domani che verrà. a destra, dall’alto: 1.Il lavoro per parti singole standardizzate dell’artigiano. Fonte: www.artuk.org/discover/artists/bassano-leandro-15571622 2.La calcolata composizione geometrica per gerarchizzare e bilanciare le parti. Fonte: www.nonciclopedia.wikia. com/wiki/File:Andrea_palladio_la_battaglia_di_sellasia_edizione_illustrata_di_polibio.jpg 3.Il disegno per controllare le parti in un insieme unitario. Fonte: www.slideplayer.it/slide/608490/ 4.Gli spazi sono moduli dalle proporzioni fisse, assimilati a seconda dei casi nella struttura unitaria, bilanciata e calcolata della composizione della villa. Fonte: rielaborazione grafica dell’autore

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Architettura nella storia

castel del monte a cura di Federica Morgillo

"D'altra parte il numero 8 e la forma a ottagono hanno un significato particolare come numero della resurrezione, della compiutezza, del nuovo inizio (come ottava in musica), della rinascita spirituale […] significato che tornerà a svolgere in seguito un ruolo in Leonardo.” Hermann Kern, Labirinti, 1982. Castel del Monte è una fortezza  risalente al XIII secolo che venne fatta costruire dal sovrano del Regno di Sicilia Federico II in corrispondenza­­ dell’altopiano delle  Murge occidentali in Puglia, a circa diciotto chilometri dalla città di Andria. Si tratta di un manufatto dallo spiccato valore artistico-architettonico; Castel del Monte entra infatti nel 1936 a far parte dell’elenco del monumenti nazionali

italiani e nel 1995 in quello di patrimoni dell’umanità dell’Unesco. L'origine dell'edificio risale ufficialmente al 29 gennaio 1240, quando Federico II Hohenstaufen ordinò a Riccardo da Montefuscolo, Giustiziere di Capitanata, che venissero predisposti i materiali e tutto il necessario per la costruzione di un  castello  presso la chiesa di  Sancta Maria de Monte  (oggi scomparsa). Questa data, tuttavia,

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Castel del Monte in una vista dall’alto. Fonte: www.hiddenarchitecture.net/2015/12/castel-del-monte.html


Architettura nella storia non è accettata da tutti gli studiosi. Incerta è anche l'attribuzione a un preciso architetto: alcuni riconducono l'opera a Riccardo da Lentini ma molti sostengono che a ideare la costruzione fu lo stesso Federico II. Dai tempi dell'imperatore Federico II fino a Giovanna I, regina di Napoli, la fortezza fu sempre denominata "Castello di Santa Maria del Monte". La prima volta che fu descritta senza l'appellativo "Santa Maria", quindi semplicemente "Castel del Monte" è in un decreto di re Ferdinando d'Aragona, che riporta la data 1 dicembre 1463. A partire dal  XVII secolo  si registra un lungo periodo d'abbandono, durante il quale il castello venne spogliato degli arredi e delle decorazioni parietali e divenne oltre che  carcere  anche un ricovero per pastori,  briganti  e profughi politici. Nel  1876  il castello, in condizioni di conservazione estremamente precarie, venne acquistato per la somma di 25.000£ dallo Stato italiano, che ne predispose il  restauro  a partire dal 1879. Nel 1928 il restauro diretto dall'architetto Quagliati non arrestò il degrado della fortezza e si dovette procedere a un ulteriore restauro tra il 1975 e il 1981. Il castello si erge su un’altura a 540 s.l.m ed è costruito direttamente su un banco roccioso. La sua notorietà è dovuta principalmente al fatto di presentare, in pianta, otto lati. In corrispondenza di ognuno degli otto spigoli si innestano otto torri anch’esse di forma ottagonale. L’edificio è realizzato in pietra calcarea locale, dal colore chiaro, ed una cornice marcapiano si preoccupa di scandire il ritmo dei prospetti esterni. Otto monofore, sette bifore ed una trifora, rivolta verso Andria, sottolineano la scansione delle facciate. Nonostante l’utilizzo di pietre chiare, vengono a crearsi interessanti contrasti cromatici derivanti dall’utilizzo di breccia corallina e marmi, oltre che di pietra calcarea. Inoltre, un tempo erano presenti anche antiche sculture; oggi resta solamente la lastra raffigurante il Corteo dei cavalieri ed un frammento di figura antropomorfa. Particolarmente suggestivo è il cortile interno, anch’esso di forma ottagonale;

il visitatore riesce a percepire in maniera molto chiara e immediata la forma planimetrica del cortile e dell’edificio. Dal cortile sono ben visibili aperture a tutta altezza, poste al primo piano. Sotto ad esse sono presenti elementi aggettanti ed alcuni fori, forse destinati a reggere un ballatoio ligneo utile a rendere indipendenti l'una dall'altra le sale, tutte comunicanti tra loro con un percorso anulare, ad eccezione della prima e dell'ottava, che sono separate da una parete in cui si apre, in alto, un grande oculo, probabilmente utilizzato per comunicare. Per ciascuno dei due piani sono presenti otto sale dalla forma trapezoidale. La cui soluzione adottata per la copertura risulta essere piuttosto ingegnosa; lo spazio è ripartito, infatti, in una campata centrale quadrata coperta con volta a crociera costolonata. Sono inoltre presenti semicolonne    in   breccia   corallina a pianterreno e pilastri trilobati di marmo al piano superiore. Infine i residui spazi triangolari della volta, sono coperti da volte a botte ogivali.  Le chiavi di volta delle crociere sono diverse fra loro, decorate  da  elementi  antropomorfi ,  zoomorfi  e fitomorfi. Il collegamento fra i due piani avviene attraverso tre scale a chiocciola inserite all’interno di tre diverse torri. Alcune delle torri accolgono cisterne per la raccolta delle acque piovane, in parte convogliate anche verso la cisterna scavata nella roccia, al di sotto del cortile centrale. In altre torri, invece, sono ubicati i bagni, dotati di latrina e lavabo, ed affiancati tutti da un piccolo ambiente, probabilmente utilizzato come spogliatoio   o   forse   destinato ad  accogliere vasche per abluzioni, poiché la cura del corpo era molto praticata da Federico II e dalla sua corte, secondo un'usanza tipica di quel mondo arabo così amato dal sovrano.  Grandissimo interesse riveste il corredo scultoreo che, sebbene fortemente depauperato, fornisce una significativa testimonianza dell'originario apparato decorativo, un tempo caratterizzato anche dall'ampia gamma cromatica dei materiali impiegati:

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tessere musive, piastrelle maiolicate, paste vitree e dipinti murali. Attualmente sono ancora presenti le due mensole antropomorfe nella Torre del falconiere, i telamoni che sostengono la volta ad ombrello di una delle torri scalari ed un frammento del mosaico pavimentale nell'VIII sala al piano terra. Nella Pinacoteca Provinciale di Bari sono stati temporaneamente depositati, invece, due importanti frammenti scultorei, raffiguranti una Testa ed un Busto acefalo, rinvenuti nel corso dei lunghi restauri, che non hanno restituito alcuna traccia, invece, della vasca ottagonale posta al centro del cortile, citata da alcuni studiosi del secolo scorso.   Bibliografia: A.VV., Castel del Monte - Un castello medioevale, a cura di R. Licinio, Adda Editore, Bari, 2002. H. Gotze, Castel del Monte, ed. Hoepli, Milano, 1988. R. Licinio, Castelli medievali di Puglia e Basilicata: dai Normanni a Federico II e Carlo d'Angiò, con presentazione di G. Musca, Bari 1994.

a destra, dall’alto: 1.Vista verso l’alto dalla corte interna. Fonte: www.ilsileno.it/2012/05/26/federico-ii-disvevia-e-louis-isadore-kahn-due-colossi-aconfronto/ 2.La volta a crociera che sovrasta la campata di forma quadrata. Fonte: www.imperatoreblog. it/2013/09/02/castel-del-monte-un-tesoro-dascoprire/ 3.L’entrata alla fortezza. Fonte: www.flymeaway. lv/blogs/lv/2016/09/27/celojums-uz-italijubari-un-apulija-lieldienas/ 4.Veduta degli interni della fortezza. Da notare l’interessante contrasto cromatico che insiste tra materiali diversi. Fonte: www.favoladellabotte. blogspot.it/2011/02/castel-del-monte-ilmisterioso-castello.html

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Architetti moderni

alvar aalto, mediatore tra natura e uomo

l'architettura come perfezionamento

del paesaggio a cura di Kristal Virgilio

“Lo scopo della nostra ricerca è un sistema che ci consenta di realizzare case secondo una varietà funzionale e in rapporto a specifiche condizioni ambientali. Le case devono risultare diverse le une dalle altre, ma in un modo organico, non arbitrario. L'architettura deve garantire all'edificio, e all'uomo in particolare che è la cosa più importante di tutte, un contatto organico con la natura, in ogni momento.” Alvar Aalto Bruno Zevi lo definisce il maggior esponente della generazione post-razionalista. Non si possono tracciare vere e proprie “regole aaltiane”, lui stesso era diffidente nei confronti dei principi teorici, ragion per cui non scrisse mai libri: “Io non scrivo, costruisco”. Nel corso del suo lungo ed ampio percorso da progettista – si contano circa trecento progetti, di cui duecento realizzati – vi sono stati cospicui mutamenti nel suo modus operandi, pensati come superamento e maturazione delle proprie conquiste precedenti. Oltre ad essere opposto al mito futurista dell’industrialismo, il concetto di natura come elemento positivo col quale rapportarsi è permanente nelle opere di Aalto. Nato nel 1898 a Kuortane, una piccola cittadina della Finlandia sud-occidentale, Alvar Aalto è costantemente a contatto coi luoghi caratteristici della sua terra, fra cui acqua e foreste disabitate, e questa vicinan-

za si ripercuoterà nei suoi progetti futuri, rimanendo un elemento di continuità nel suo approccio progettuale, indipendentemente dalla scala dell’intervento e dal tema trattato. L’unione tra costruzione e natura non si limita ad una ricerca di coesistenza armonica. Avviene, bensì, una vera e propria risistemazione e reinvenzione del territorio, nel quale la struttura viene inglobata totalmente, diventando l’elemento mancante a completamento del paesaggio. Per fare ciò ci vuole di certo talento, oltre ad una spiccata sensibilità ed una coscienza profonda del rapporto uomo-ambiente. Caratteristiche di cui sicuramente Aalto non era sprovvisto, sviluppate con ogni probabilità durante la sua permanenza tra le terre originarie finlandesi. Opera che esemplifica al meglio tutti gli aspetti descritti in precedenza è Villa Mairea (1937-39) situata a Noormarkku nella Finlandia occidentale. La struttura

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Fotografia di Alvar Aalto nel suo studio. Fonte: www.0.design-milk.com/images/2013/11/Alvar-Aalto-600x792.jpg

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Architetti moderni rappresenta la versione nordica dell’architettura organica e, in alcuni suoi elementi, si fa metafora di un paesaggio della memoria, con riferimenti alla terra scandinava. Elemento aaltiano che contraddistingue il suo lavoro dagli altri progettisti è la linea curva una costante nei suoi progetti “maturi”, più liberi dalla rigidità e dall’austerità del funzionalismo - derivante anche dalla riscoperta dei materiali tradizionali e dalla sperimentazione di una nuova forma che caratterizza molti dei suoi progetti. Questo elemento rende le strutture molto più “morbide”, in apparenza meno studiate e più naturali. Ritornando alla struttura della villa, l’impianto è molto semplice, costituito da due volumi disposti ad “L” che definiscono una sorta di corte, un microcosmo che funge da filtro tra struttura e la natura circostante della foresta. Nel mezzo del giardino è collocata una piscina dalla sagoma sinuosa. Si nota una distinzione funzionale fra i due livelli: il pianterreno è riservato alla vita sociale - lo spazio è studiato in modo da renderlo così fluido da avere la percezione di essere contemporaneamente all’interno e all’esterno dell’edificio – e il piano primo, strettamente privato. La quasi totale diversità dei due piani in termini di articolazione planimetrica, orientamento e carattere, esemplificano la sua strategia di differenziazione. L’abitazione è creata per mettere in contatto gli abitanti con la natura circostante, mentre volumi, ambienti ed aperture sono pensate con l’unico fine di sfruttare ogni possibile approccio con l’intorno naturale: “L’architettura non deve sostituire né la foresta né la fattoria, bensì porsi come completamento di entrambe”. In Italia, Aalto progettò la chiesa a Riola di Vergato, nel bolognese (1966-1978). Di questa chiesa colpisce l’armonia tra luce e forma, in un ambiente quasi surreale. Da questo progetto traspaiono una semplicità e un equilibrio estremi, nonostante i materiali utilizzati fisicamente molto pesanti. Un luogo di culto, di primo impatto quasi anticonvenzionale, ma totalmente conforme a un’idea soggettiva che probabilmente Aalto ha della religione: spazio e uomo in sintonia

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grazie all’elemento della luce, simbolo della divinità, intangibile, immateriale, ma chiarificante. Aalto non ha progettato solo “buona architettura”, ma ha sperimentato tecniche e materiali per compiere una missione, prettamente civile e sociale, di miglioramento della qualità della vita. Ed ecco perché in Aalto è visibile il superamento del funzionalismo inteso in un senso meramente tecnico: l'architettura moderna si apre all'inclusione di aspetti emotivi e psicologici, fattori importanti per un'”umanizzazione” della stessa. Natura, uomo, architettura: tre concetti che possono raggiungere un equilibrio. Tra uomo e natura esistono molteplici diversità, e l’architettura, funge da ponte tra i due, soddisfando i bisogni di entrambi. Bibliografia: “Alvar Aalto 1898-1976” , a cura di Peter Reed, Electa Architettura Paperback, Milano, 2007; “Alvar Aalto” di Luca Gelmini, Motta Architettura, 2007; “Architettura Contemporanea” Manfredo Tafuri, Francesco Dal Co, Storia Universale dell’Architettura, 1976; Andres Duany, Principi compositivi di Aalto, online documento in PDF. pagina a fianco, dall’alto: 1.Villa Mairea, Noormarkku, Finlandia. Dettaglio esterno. Fonte: www.images.adsttc.com/media/ images/5037/e752/28ba/0d59/9b00/039d/large_jpg/stringio.jpg?1414231227 2.Villa Mairea, Noormarkku, Finlandia. Dettaglio delle finestre. Fonte: www.ripullulailfrangente.files. wordpress.com/2013/06/20130610-235634.jpg 3.Maison Louis Carrè, dettaglio del soffitto. Fonte: www.architravel.com/architravel_wp/wp-content/uploads/2015/10/Villa-Mairea_3.jpg questa pagina, dall'alto: 4.Villa Mairea, Noormarkku, Finlandia. Dettaglio ambiente interno. Fonte: www.constructionrepair.net/villa-mairea-wikipedia-the-freeencyclopedia_2.html 5.Galleria Villamar, Biblioteca de Viipuri, dettaglio interno, soffitto tipico a onda. Fonte: www. cuartopoder.es/detrasdelsol/alvar-aalto-la-curva-es-bella/7012 6.Interno della chiesa a Riola di Vergato. Fonte: www.blog.zingarate.com/crescereviaggiando/ riola-la-chiesa-alvar-aalto/

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Architettura moderna

il fluire dello spazio e la bellezza del quotidiano in

casa frea a cura di Veronica Rigonat

Sono per un’architettura delle cose molto fisica, per una pittura molto di colore e molto di forma. Insomma non sono assolutamente uno che sublima. [...] L’unica cosa importante era ed è potersi esprimere attraverso le forme. Perchè quello è il modo a me più cogneniale di rapportarsi con gli altri e il modo per me più vitale di conoscere il mondo. Dalle parole di Umberto Riva in Umberto Riva: muovendo dall pittura Pittore, designer, architetto ed urbanista, Umberto Riva si presenta come un artista eclettico, un architetto artigiano. I suoi elaborati sono veri documenti di istruzioni che illustrano come realizzare i manufatti da lui ideati. Attraverso il disegno descrive il suo metodo di lavoro, offrendoci una produzione unitaria nello sviluppo del suo pensiero progettuale durante la sua carriera e richiamando nei suoi lavori le forme proposte nei suoi dipinti. Il periodo della formazione ha un ruolo chiave per la lettura del percorso dell’architetto. Da un lato, il suo percorso accademico, prima al Politecnico di Milano poi allo Iuav, dove Riva ebbe l’opportunità di incontrare grandi maestri. Dall’altro, la confusione e lo spavento della sua generazione,

come li definisce Riva, per la caduta del fascismo e i fatti di Hiroshima; sostenne più volte come il contesto socio-politico sia sempre stato molto rilevante nell’educazione professionale dei giovani architetti. Del suo periodo milanese va fatto cenno della collaborazione per la rivista Il Risorgimento, con sullo sfondo la Casa della Cultura di Milano, per la quale si occupava della grafica insieme a Giacomo Scarpini, richiamando il lavoro di Persico per Casabella degli anni Trenta. Secondo Guido Canella, nel suo brano “Una testimonianza per Umberto” in Album di Disegni. I Quaderni Lotus, Umberto aveva la capacità di percepire e reinterpretare con naturalezza taluni antecedenti figurativi, dall’art nouveau al razionalismo purista. Se da un lato trovava lo

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Copertina – Pianta di Casa Frea. Ridisegno di studenti per il prof. Gianni Ottolini – Politecnico di Milano. Fonte: www.atlasofinteriors.polimi-cooperation. org/2015/11/20/umberto-riva-studio-frea-milan-1983/


Architettura nella storia spirito teorico della Scuola Veneziana, con la sua astrazione verbale e la sua inclinazione urbanistica che a Riva pareva offrire una prospettiva impraticabile, sostanzialmente incomprensibile, dall’altro le dinamiche che si svilupparono alle spalle di figure di rilievo come Scarpa ed Albini ebbero una fortissima influenza sul percorso dell’architetto, che si arricchì ancora con il confronto con De Carlo e Louis Khan. Al termine di questo percorso di studi, Riva si trova a dare forma alla sua identità architettonica. Ricco, quasi sovrabbondante, il suo background che richiederà un po’ di tempo e cura per essere riordinato. L’eccezionale coerenza dei suoi studi si legge chiaramente nella collezione dei disegni di progetto, ancor più che nelle sue opere realizzate. “L’affinità con la figurazione pittorica” – scrive ancora Guido Canella – “si verifica inizialmente nella compatibilità a due dimensioni, ma si completa nel trasferimento al predestinato grado di oggettualità [...] le opere di Riva non andrebbero analizzate opera per opera ma tratto per tratto, tanto dense risultano di intenzioni, riserve, rimandi, invenzioni.” Casa Frea si pone circa a metà del suo percorso professionale, all’inizio degli anni ottanta, e propone un nuovo ambiente domestico. La fortuna di una committenza molto disponibile ed attenta, come la descrive Umberto Riva, ha permesso un intervento radicale e coerente. Si tratta di un’abitazione unifamiliare, parte di un sistema a schiera risalente all’inizio del ‘900. L’architetto abbatte tutte le partizioni verticali e le solette orizzontali, mantenendo solamente i setti trasversali delle scale. Vengono ricavati un seminterrato di sevizio e un piano rialzato con ingresso, soggiorno, cucina e sala da pranzo. Il primo piano è dedicato ai genitori: soggiorno, camera da letto e bagno; mentre il secondo è lo spazio dei ragazzi: con due camere, un bagno e uno studiolo. Nel redesign di questa piccola unità, lo spazio esterno viene restaurato mantenendosi fedelmente allo stato originale, con unica eccezione l’elemento della veranda: un elemento dalla forte identità che si impone

sul giardino prolungando esternamente la sala da pranzo. Dal prospetto frontale il visitatore non può immaginare lo stravolgimento dei canoni che lo attende varcata la soglia. Una soglia che, sia nel caso dell’ingresso principale sia in quello della porta d’accesso al cortile posteriore, espande concettualmente il suo spessore, trasformandosi da luogo di transito a spazio vero e proprio. Dilatandosi prende per sè una porzione degli ambienti che separa, definendo un flusso continuo. La scalinata d’accesso anteriore, l’apertura nel muro perimetrale che indietreggia insieme alla porta, la parete attrezzata in legno e vetro che si allarga quasi fosse un diaframma sono un unico momento. Il flusso prosegue attraverso le porte scorrevoli, che quando chiuse isolano il corpo verticale e separano l’ambiente cucina dal soggiorno, accedendo alla sala da pranzo. È la credenza, ancora in legno e vetro, ad introdurre la soglia. La porta vetrata si sviluppa concava, così, anche in questo caso lo spazio di transito si espande e la volontà di portare all’esterno lo spazio interno diventa una vera e propria dichiarazione. La veranda è una stanza, è collocata alla stessa altezza, ne ha il medesimo valore. La pavimentazione lignea irrompe nello spazio domestico e si slancia sopra al verde prato che sovrasta in tutto il suo sviluppo trasformandosi in struttura di supporto del roseto. Il tratto dell’architetto nei disegni di questi spazi, l’arredo che rifiuta l’ortogonalità, che si riconfigura per accompagnare vista e corpo si pongono in continuità con il suo percorso professionale, richiamando figure e geometrie che propone in progetti che lavorano a scale differenti come lo studio per il prototipo per un serramento, il suo progetto urbano per Vita, la scuola di Faedis e il Bar Sem a Milano. Nel restiling di Casa Frea, Riva pone l’accento sull’aumento della permeabilità visiva e fisica grazie anche all’uso della luce naturale. La luce, secondo Riva, è il mezzo che serve alla forma per potenziale l’ombra. L’architetto ha una forte consapevolezza nell’uso di questo strumento. Nel caso

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specifico ci troviamo al Nord d’Italia, ciò significa che l’ombra si sfalda, non ha forza, diventa subito penombra. La scala, con rampe in profilato metallico, pedate in beola, pianerottoli a navata metallica e soletta in cemento armato, diventa un pozzo di luce, un impluvio intorno al quale si sviluppano gli ambienti. Come scrive Maria Bottero in “Lo sperimentalismo di Umberto Riva” (Album di Disegni), la struttura reticolare in ferro verniciato bianco accompagna lo spiovere della luce. “L’incontro con le sue opere è sempre emotivamente silenzioso, mai eclatante, ma in grado di lasciare un segno indelebile per il suo carattere complesso”, scrive Andrea Felice in Saper credere in architettura. Trentanove domande ad Umberto Riva. Bibliografia: Adriano Cornoldi, Gli interni nel progetto sull'esistente, Il Poligrafo, Padova 2007 Andrea Felice, Saper credere in architettura. Trentanove domande ad Umberto Riva, Clean Edizioni, Napoli 2004 Bruno Danese, Marco Romanelli, Jacqueline Vodoz, Umberto Riva: muovendo dall pittura, Asociation Jacqueline Vodoz et Bruno Danese, Parigi 1997 Gianni Ottolini, Forma e significato in architettura, Politecnica, Milano 1996 Mirko Zanardi, Pierluigi Nicolin, Umberto Riva, Editorial Gustavo Gili, Barcellona 1993 Umberto Riva, Guido Canella, Maria Bottero, Album di Disegni, in I quaderni di Lotus, Electa, Milano 1989

a destra, dall’alto: 1.Modello del piano terra di Casa Frea. Fonte: www.atlasofinteriors.polimi-cooperation. org/2015/11/20/umberto-riva-studio-freamilan-1983/ 2.Vista veranda e giardino dalla sala da pranzo. Fonte: www.ledevoir.com/photos/ g aleries-photos/double-pied-de-nez-a-larchitecture-standardisee/172214 3.Vista sul soggiorno. Fonte: www.ioarch.it/ stanze_d%20autore-1017-0.html 4.Studio del Soggiorno. Fonte: www.lablog.org. uk/wp-content/060503-riva.pdf 5.Foto della veranda e disegno in pianta. Fonte: www.it.pinterest.com/pin/430586414350634676/

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Facciata della chiesa di San Francesco trasformata in centro culturale,Santpedor, Catalogna, Spagna. Fonte: www.davidcloses.wordpress.com/2012/05/18/convent-de-sant-francesc-2/


Architetture ritrovate

RESTAURO ED ALCHIMIA:

QUANDO IL DEGRADO DIVENTA OPPORTUNITÀ DI RINASCITA

CENTRO CULTURALE DI SAN FRANCESCO A SANTPEDOr a cura di Kristal Virgilio

In Giappone, quando si rompe un vaso è usanza che le crepe vengano riempite con l’oro per sottolinearle e valorizzarle: non solo non c’è alcun tentativo di nascondere il danno, ma anzi, il vaso rotto e riparato brilla, letteralmente, di luce nuova. Le crepe non sono viste solo come rotture, ma come imperdibili opportunità. Ed è qui che questo semplice principio, applicato all’architettura, fa rinascere la storia, dandole un nome. Lo stesso atteggiamento è stato tenuto da David Closes i Núñez, architetto catalano classe 1967, laureato all’Escola d’Arquitectura de Barcelona (ETSAB), nel suo progetto di riqualificazione della parte rimanente del convento di San Francesco a Santpedor (Catalogna), Spagna. Avviato nel 2005, il restauro della chiesa di San Francesco e la sua trasformazione in Polo Culturale venne completato nel 2011, conseguendo il pre-

mio Catalunya Construcciò nel 2012, e nel 2014 venne selezionato per il padiglione della Catalogna della Biennale di Venezia. Insomma, ebbe un notevole successo e il motivo non stupisce di certo. Il convento di San Francesco venne costruito per volere dei sacerdoti francescani nella seconda metà del 1700, venne saccheggiato e distrutto nel 1835, e in seguito abbandonato. Non venne toccato fino al 2000, in cui ne venne

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Architetture ritrovate demolita gran parte. Ne restò solo la chiesa, anche se soggetta a seri danni strutturali. In poche parole, questa è la storia del decadimento di un edificio, del quale non restarono che le rovine. Nonostante ciò, in questo rudere, Closes vide una grande occasione e trasformò un insieme di vecchi mattoni conferendo loro una nuova vita, una nuova identità. Mantenendo interamente l’impianto originario, l’architetto ha ripreso questo storico “contenitore” senza modificare spazi e struttura, trasformandolo in un centro polivalente totalmente contemporaneo, soltanto attraverso un gentile inserimento di elementi moderni, utilizzando prevalentemente il vetro, materiale che si distingue nettamente da quelli storici. Lo spazio della navata centrale è stato mantenuto tale senza suddivisioni di ambienti, mentre spazi estranei alla struttura religiosa (come servizi e locali tecnici) sono stati sistemati all’esterno. L’obiettivo di Closes è chiaro: il restauro non deve intaccare la storia e l’anima stessa del relitto. Lo dimostrano i crolli sul tetto, che non sono stati toccati né riparati, ma anzi, riutilizzati attraverso la realizzazione di lucernari per il filtraggio di luce naturale dall’alto. Inoltre, all’interno sono state sistemate scale per accedere ai piani superiori, sviluppando un percorso museale in cui il soggetto in questione è la struttura stessa. Il trattamento che Closes riserva alle architetture storiche è speciale, come se l’edificio avesse una propria ed intoccabile genuinità, e lo riporta al suo antico splendore: si parla di rispetto per quello che è stato, in quanto con una sua ragione d’essere. Tra i nuovi inserimenti troviamo la parte vetrata in facciata, che racchiude una prima scalinata, visibile dall’esterno, che porta ai piani superiori. Questa parte fuoriesce dalla facciata, distaccandosene volutamente, sottolineando l’innesto del nuovo nell’esistente. I prospetti laterali introducono altri elementi in vetro e metallo che si distinguono in modo altresì cromatico. Inaspettatamente, le aggiunte sembrano convivere con la storia con armonica naturalezza. L’eterno dibattito tra chi restaura un edificio producendo un falso storico pur di “salvarlo” e chi lo la-

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scia malinconicamente decadere pur di non intaccarne l’autenticità, viene qui risolto in un meraviglioso ed educato compromesso. Closes dimostra come storia e contemporaneità possono coesistere, interagire, arricchirsi l’una con l’altra. Si arrende all’agire del tempo, al divenire, alle trasformazioni, al decadimento, e là dove altri vedono degrado, egli trova opportunità. Atteggiamento adottabile a vasi rotti, a strutture storiche da ristrutturare ma, soprattutto, alla vita di ogni giorno. Bibliografia: www.davidcloses.wordpress.com/ www.architetti.com/restauro-e-architetturacontemporanea-il-convento-di-san-francesco-asantpedor-in-catalogna.html www.blog.casa.it/2012/10/25/conventoriqualificato-spazio-cittadini/ www.ristrutturareonweb.com/it/david-closesarchitect/progetto/il-nuovo-incontra-lesistentecentro-culturale-catalogna

pagina precedente, dall'alto: 1.Interno della struttura. Fonte: www.davidcloses.wordpress.com/2012/05/18/convent-desant-francesc-2/ 2.Dettaglio della scala. Fonte: www.davidcloses. wordpress.com/2012/05/18/convent-de-santfrancesc-2/ 3.Dettaglio della copertura dall’interno dell’edificio. Fonte: www.davidcloses.wordpress. com/2012/05/18/convent-de-sant-francesc-2/ questa pagina, dall'alto: 4.Dettaglio esterno dell’inserimento contemporaneo alla struttura. Fonte: www.davidcloses. wordpress.com/2012/05/18/convent-de-santfrancesc-2/ 5.La scala d’ingresso vista dall’interno. Fonte: www.davidcloses.wordpress.com/2012/05/18/ convent-de-sant-francesc-2/ 6.Scorcio di una parte esterna all’edificio.Fonte: www.davidcloses.wordpress.com/2012/05/18/ convent-de-sant-francesc-2/

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Scorcio del parco con le scanalature del terreno. Fonte: www.divisare.com/projects/305241-topotek-1-hg-merz-hanns-joosten-unescoworld-heritage-abbey-lorsch-germany Foto: Š Hanns Joosten


Spazi urbani

PROAP:

CASTELLO DI

SILVES

il canto DEL PAESAGGIO a cura di Stefano Sarzi Amadè

L’architetto Joao Antonio Ribeiro Ferreira Nunes e il suo team PROAP, da sempre rendono speciali i loro progetti grazie a un’attenzione sensibile all’identità e alle caratteristiche morfologiche e storiche degli spazi nei quali intervengono e ad una delicata poetica ricca di significato che fa di ogni loro proposta un simbolo di eleganza e preziosità, un gesto di grande rispetto verso il paesaggio, dall’animo nobile e unico. Il progetto del Castello di Silves è sicuramente tra gli esempi più annoverati nell’affascinante catalogo di interventi curati dal gruppo PROAP, capitanato dall’architetto Nunes, ed è tra i simboli più immediati dell’approccio di grande sensibilità che il gruppo adotta nella progettazione degli spazi urbani. Ideato nel 2004 su committenza della città di Silves, in Portogallo, e completato nel 2008, il progetto di collegamento tra la città

e il castello storico è un articolato sistema di servizi e rapporti con il paesaggio, che stringe due nuclei cittadini in un rapporto indissolubile ma al tempo stesso delicato ed elegante, in cui è la natura a dettare le regole. In particolare, il nuovo intervento ha il ruolo di ricucire la città storica, situata in collina, e l’area urbana situata a Nord-Est, focalizzando l’attenzione sul declivio collinare situato a Nord del castello di Silves lungo

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Spazi urbani una superficie di quasi 45.000 m2, completamente caratterizzato dalla vegetazione tipica del territorio, attraverso un dialogo fisico e mentale che, seppur formando un dialogo diretto tra le aree, non entra in conflitto con il carattere naturalistico dell’area. Il progetto ideato e realizzato dal gruppo PROAP è caratterizzato da tre zone distinguibili per funzione e, parallelamente, per posizione altimetrica: uno primo spazio, situato ai piedi della collina, a funzione ricettiva e di servizio, una seconda zona, fulcro del significato poetico dell’intervento, che rappresenta l’elemento di cucitura e si sviluppa sul pendio collinare, e la terza area che, situata alla posizione più elevata, si sviluppa all’interno delle mura del castello a partire dalla Porta da Traição, il portale di accesso al castello. Il primo dei tre spazi è accessibile attraverso le strade carrabili e pedonali della città, ed è caratterizzato da una vera e propria piazza, ai piedi della collina, e rappresenta l’elemento di accesso che dal parcheggio adiacente conduce al percorso verso il castello. È l’ambiente dalle caratteristiche più “urbanizzate” dell’intero progetto, ed essendo il filtro tra la città e lo spazio naturale, racchiude in sé elementi caratteristici di entrambi gli ambiti. Per la realizzazione dell’arredo urbano, l’impiego della pietra grezza e del legno riconduce alla natura e l’utilizzo della bianca pedra da região della tradizione portoghese, mentre una nuova struttura costruita introduce un nuovo carattere ricettivo e ricreativo, rinnovando il ruolo della piazza e arricchendolo con la presenza della Quinta do Camacho e dell’Edificio del Centro tecnologico de Citricultura. In questo modo lo spazio non rappresenta solo un punto di accesso e di accoglienza, ma diviene anche fulcro attrattivo nel quale svolgere differenti attività, e spazio prestigioso dal quale percepire la città nei suoi suggestivi panorami. La seconda area che, come accennato, svolge la funzione di cucitura è caratterizzata da un sensibile linguaggio progettuale attraverso il quale si introduce il visitatore nel paesaggio naturale lungo il pendio che conduce

alla città alta. Questo linguaggio è ottenuto grazie alla realizzazione di passerelle lineari in legno, palificate e rialzate dal terreno per non invadere la natura, poste con inclinazioni differenti al fine di assecondare totalmente la morfologia e le altimetrie della collina. Le passerelle non sono direttamente comunicanti, ma sono collegate da un sistema di isole verdi caratterizzate da un manto erboso omogeneo, che assumono il ruolo di spazi di sosta e di snodo, e da zone realizzate in terra battuta pensate per poter ospitare esposizioni temporanee ed eventi. Le altre essenze impiegate riprendono e recuperano la vegetazione spontanea e caratteristica del paesaggio. La pedra da região viene impiegata in questi spazi per la realizzazione di sedute, le quali accompagnano un arredo urbano focalizzato soprattutto all’informazione del luogo. Sebbene il sistema di percorsi individui nell’insieme di passerelle e piazze verdi il cammino principale - che permette la facile percorribilità a persone dalla diversa mobilità e dissuade il visitatore dall’attraversare zone impervie e instabili - asseconda completamente la natura, individuandone il carattere e intervenendo con il suggerimento di un approccio attraverso le passerelle, ma lasciando al visitatore la scelta di un proprio percorso all’interno della natura. È un’espressione di poesia, nata dal costante studio del linguaggio della natura e dalla lettura dei suoi aspetti, non solo per trarne ispirazione e indirizzo, ma soprattutto per esaltarne l’identità e il valore emotivo. Non ci stupiamo infatti di questa costante ricerca di dialogo con la natura: l’architetto Nunes ricerca sempre, come un poeta fa con le parole, la magia e l’unicità racchiuse negli elementi e nei dettagli naturali. Possono essere le textures e la grana di terreni e rocce, l’organicità delle fibre del legno, i pattern della vegetazione o le grandi strutture equilibrate nascoste nelle foglie, gli elementi che l’architetto legge e poi traduce, con sensibilità poetica, all’interno dei progetti (basti pensare ai progetti per il Giardino di Setúbal, il Giardino Almirante Reis, il Parco lineare di Ourém e la Bank regeneration di Lagoa das Furnas), come ad utilizzare il

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linguaggio della natura per la natura. La terza area di progetto è rappresentata dal complesso del castello e delle sue mura storiche che ospitano diversi servizi di carattere ricettivo ed archeologico. L’intervento progettuale recupera le caratteristiche strutturali delle mura e, secondo il tipo di degrado riscontrato, ne migliora la fruizione, consolidandone la stabilità attraverso una lavorazione di tipo artigianale. Il rispetto per il paesaggio si riflette, inoltre, nello studio per rendere meno invasivo possibile l’intervento: utilizzando i terrapieni e realizzando alcuni scavi si raggiungono le funzioni per il drenaggio delle acque, per l’irrigazione e l’illuminazione, nonché il raggiungimento delle quote per le rampe e per le fondazioni, permettendo inoltre, in fase esecutiva, di contenere notevolmente i costi di realizzazione. Il progetto di PROAP per la città di Silves è un intervento organico, flessibile e mutabile nel tempo, parallelamente all’evoluzione del paesaggio e degli aspetti urbani, ma è soprattutto un progetto pregevole per la percezione del grande rispetto adottato nei confronti del paesaggio e per la capacità di leggerne il valore fisico ed emotivo. Proprio come fanno i poeti con le parole.

a destra, dall’alto: 1.L'accesso alle passerelle sul pendio, dove è visibile la Quinta do Camacho. Fonte: www.proap.pt/ it/progetto/silves-castle-hillside-3/ 2.Le passerelle immerse nel verde del pendio collinare, dal quale si vede il panorama di Silves. Fonte: www.divisare.com/projects/205045joao-antonio-ribeiro-ferreira-nunes-proap-fernando-guerra-fg-sg-castello-di-silves 3.L'integrazione del nuovo intervento con il paesaggio naturale circostante. Fonte: www.divisare. com/projects/205045-joao-antonio-ribeiro-ferreira-nunes-proap-fernando-guerra-fg-sg-castello-di-silves 4.Il percorso di avvicinamento al Castello. Si nota la posizione rialzata delle passerelle rispetto al terreno. Fonte: www.proap.pt/it/progetto/ silves-castle-hillside-3/ 5.Il Castello di ASilves, oggetto di intervento di consolidamento. Fonte: www.divisare.com/projects/205045-joao-antonio-ribeiro-ferreira-nunesproap-fernando-guerra-fg-sg-castello-di-silves

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Walkaway, Plettenberg Bay (South Africa), 2013. Fonte: www.cokonrads.de/index.php/home/portfolio/site-specific-works/28-walkaway-2013


Arte & Architettura

la cristallizzazione di un attimo

cornelia konrads a cura di Giovanna Fabris

“Reputo il luogo non uno sfondo, ma una struttura. Lo scopo è che la mia opera diventi parte di questa struttura – alla fine, non è chiaro se sia sempre stata lì o se cambi o scompaia l’attimo dopo.” Cornelia Konrads giorno di San Valentino del 1957, ha insita la passione del costruire nonostante le dicano che non sia una “cosa per ragazze” e si dedica agli studi filosofici. La filosofia è parte integrante dei suoi lavori perché, dice lei stessa, la filosofia è l’arte di porsi domande ma anche l’arte visiva ruota attorno al porsi domande, solo non è vincolata ai limiti che derivano dalla lingua parlata ed è quindi più libera. Cornelia realizza installazioni temporanee o permanenti direttamente in sito, creando oggetti straordinari con materiali semplici assemblati in modo tale

Chi da bambino non ha mai sognato di vivere in un mondo pieno di magia, in un mondo fantastico che ignori le leggi della fisica? E chi non mai ha provato a costruirsene uno tutto suo, sfidando anche la gravità stessa? Queste però sono immaginazioni legate a fantasie infantili mentre per gli adulti non è così facile lasciarsi andare agli inganni della mente. Questo è quello che invece fa Cornelia Konrads, trasformando la realtà in cui viviamo in un ambiente misterioso e fatato. Cornelia nasce a Wuppertal, in Germania, il

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Arte & Architettura da stupire l’osservatore. “Raccolgo ciò che giace sul mio cammino – storie, forme, materiali, usi e costumi locali – finché non arrivo in un luogo in cui queste impressioni che ho raccolto si condensano in un’immagine”, dice l’artista in un’intervista per l’International Foundation of Women Artists e da questo nascono le sue “sculture”, che sembrano smaterializzarsi davanti agli occhi fondendosi con l’ambiente che le circonda. Quando, ad esempio, una semplice passerella di legno emerge dalla sabbia e si perde man mano nel cielo, nasce un’opera come “Walkaway”, in Sud Africa: una scala di legno dall’aspetto dimesso, e, si direbbe, alquanto instabile, si staglia verso l’oceano e verso un mondo selvaggio fatto di spiagge bianche cullate dal vento. Ma per ammirare le straordinarie illusioni di questa creatrice di mondi surreali non è necessario arrivare fino alla fine del continente nero. A Borgo Valsugana, in provincia di Trento, la Konrads ha realizzato “Piled Forest”, impilando dei tronchi di pino in prossimità del percorso Arte Natura di Arte Sella. Una catasta piramidale di legna, tipica dei boschi trentini, sembra attratta verso l’alto da una forza mistica e i tronchi cominciano a fluttuare verso di essa dissolvendo così la pila e sottraendosi all’inesorabilità del fuoco che li attenderà nelle stufe dei cittadini. La struttura portante di questa opera si confonde con il paesaggio circostante, per cui mai si noteranno i perni metallici che reggono i fusti che si staccano dalla catasta. In questo mondo in cui nulla si comporta come dovrebbe e in cui tutto si rifiuta di adattarsi all’ordine che ci si aspetta troviamo “momenti” come “Schleudersitz”, la panchina pronta ad essere catapultata oltre l’orizzonte, oppure l’angolo di una casa che spunta dal fianco della collina, “La maison de St. Flour” in Francia, oppure “Knotty Stilts”, i pilastri annodati della California State University. Un altro lavoro molto affascinante è “Settlement”: con quest’opera, Cornelia esplora l’ambivalenza fra costruzione contemporanea e rovina antica, trasformando una fat-

toria nel simbolo di questa ambiguità, accostando un solido basamento ancorato a terra e intonacato a dei cumuli di mattoni e pietre che svaniscono verso il cielo. A 60 km da Parigi, nella foresta di Fontainebleau, troviamo invece l’opera più famosa di questa artista tedesca. Due colonne di mattoni segnano l’inizio di un sentiero e l’entrata nella foresta: “The Gate” sorge su ciò che rimane dell’antico cancello d’ingresso, in un fermo-immagine di una dissolvenza che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi e anticipando al visitatore, grazie ad un poetico nonsense, le sensazioni che proverà immergendosi nell’ambiente ovattato della foresta.Sottili fili di ferro mantengono sospesi gli elementi di cui queste colonne si compongono, semplici pietre e mattoni che si sollevano e si staccano dal loro abituale uso. “Moment of decision” è un’opera straordinaria quanto provocante: il silenzio del paesaggio innevato e la luce radente e fioca di un inverno svedese aumentano il senso di mistero e se idealmente pensiamo alla neve come a un’indefinita coltre bianca che si posa dal cielo, la Konrads la pone in levitazione, come se il tempo si fosse fermato. La struttura è simile ad un altarino nuziale ed è realizzata con neve, funi d’acciaio e filo da pesca, emblematicamente armonizzati ad evocare l’attimo che precede la decisione. Ma l’opera più suggestiva di tutte, e figurativamente il riassunto più intriso della filosofia della dissolvenza di questa straordinaria artista, è “Passage”: rappresenta uno dei tanti portali che ha realizzato in tutto il mondo e propone un’ideale soglia di passaggio fra ideale e reale.Questa installazione è stata costruita con i rami rinvenuti in loco, che sono stati tagliati e poi re-assemblati tra loro grazie a dei fili trasparenti di nylon che fanno sembrare stiano fluttuando attorno ad una porta. Sappiamo tutti che si tratta solamente di un’illusione, che i tronchi e i sassi non levitano nelle radure e che i rami non si comportano come stormi di uccelli e poco importa se c’è un trucco che calzi alla perfezione e studiato appositamente a creare

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questi incantesimi. Le opere di Cornelia sono realizzate in contrasto con la logica del “ciò che è il caso che sia”, così come lei stessa si pone nel panorama artistico, soverchiando lo stereotipo dell’”arte al femminile” perché “un’opera d’arte ha il potere di parlare per sé, indipendentemente dal colore della pelle, dei capelli o del sesso dell’autore”.

a destra, dall’alto: 1.Piled Forest, Borgo Valsugana (TN), 2006. Fonte: www.cokonrads.de/index.php/home/portfolio/site-specific-works/10-piled-forest-2006 2.Schleudersitz, Eining, Neustadt a.d. Donau (Germany), 2010. Fonte: www.cokonrads. de/index.php/home/portfolio/site-specificworks/22-schleudersitz-2010 3.Settlement, Cahir (Ireland), 2010. Fonte: www. cokonrads.de/index.php/home/portfolio/sitespecific-works/23-settlement-2010 4.The Gate, Fontainebleau (France), 2004. Fonte: www.thisiscolossal.com/2012/04/gravitydefying-land-art-by-cornelia-konrads/ 5.Moment of decision. Fonte: www.cokonrads. de/index.php/home/portfolio/site-specificworks/2-moment-of-decision 6.Passage. Fonte: www.glamouraffair.com/cornelia-konrads-ci-porta-in-un-mondo-fantastico/

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“ Nella mente di Vincenzo Scamozzi�, vista dell'allestimento interno. Fonte: archivio personale dell’autore

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Diario eventi

nella mente di vincenzo scamozzi: un intellettuale architetto al tramonto del rinascimento a cura di Alberto Milani

In occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Scamozzi, avvenuta a Venezia nel 1616, il Palladio Museum e il Canadian Centre for Architecture di Montreal con la collaborazione della Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Zurigo hanno realizzato la mostra “Nella mente di Vincenzo Scamozzi” con l’obiettivo di raccontare come Scamozzi concepiva le proprie architetture. Vincenzo Scamozzi, nato a Vicenza nel 1548, figlio di un facoltoso impresario edile, non si forma nella bottega di un pittore o nei cantieri come Palladio. È fra i pochi architetti del Rinascimento che si forma attraverso lo studio svolto su libri e fu tra i primi a possedere una biblioteca personale composta da molti volumi delle più diverse discipline. Dato il rango benestante, cresce a contatto con l’ambiente erudito dell’Accademia Olimpica e del Seminario di Vicenza e lo stesso racconta di aver frequentato le lezioni di un famoso matematico gesuita durante un soggiorno a Roma tenutosi attorno al 1580. Possiamo definire i libri come i “mattoni” del suo progetto di fare un architetture fondate su una visione teorica rigoro-

sa, capace di includere conoscenze nuove, provenienti da altri paesi e altre culture, a partire dalla tradizione gotica e dagli stimoli delle nuove scienze. Sappiamo che Scamozzi acquista la sua prima copia di Vitruvio a 21 anni a cui poi negli anni successivi si aggiungono un manoscritto di Francesco di Giorgio e uno di Leonardo da Vinci oltre a una nutrita collezione di testi a stampa; di questa collezione oggi però non rimane che qualche volume. Abbiamo notizia che i libri venivano acquistati nelle librerie di Rialto a Venezia altrimenti potevano essere condivisi o ottenuti dai suoi amici; testimonianze riportano che ricevette una copia de “ L’Opera Ionica” scritta dall’architetto mantovano Giovan Battista Bertani.

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Diario eventi Scamozzi, come Palladio, pubblica un trattato chiamato “Idea dell’Architettura Universale” stampato a Venezia nel 1615 e destinato a trasmettere il proprio sapere, ma anche per far conoscere i propri progetti in un modo del tutto differente rispetto ai predecessori; la sua architettura non può più basarsi solo del rapporto con l’antico ma si allarga andando ad assorbire conoscenze provenienti da altre culture e dalle nuove scoperte scientifiche. Nel trattato vengono citati molti autori antichi e contemporanei e ci sono rimandi a circa 250 testi, a cui Scamozzi deve aver avuto accesso, è poi possibile ritrovare 22 volumi che gli sono sicuramente appartenuti e che oggi sono conservati in 12 musei e collezioni sparse per il mondo. Un’ulteriore parte della mostra tratta del rapporto della luce nelle architettura, argomento che compare anche nel suo trattato con una precisione degna di un elaborato di ottica. Negli edifici di Scamozzi la luce è calibrate con un attenzione e una sensibilità tale da andare ad anticipare le invenzioni dell’architettura barocca del secolo successivo. Per esprimere in maniera efficace questo concetto Scamozzi si avvale del progetto per villa Bardellini a Monfumo nei pressi di Treviso (oggi distrutta) andando qui a descrivere le diverse tipologie di luce e la loro incidenza sulle diverse aree dell’edificio. Qui vengono indicate con lettere le sorgenti luminose, con numeri i raggi di luce, e con archi l’ampiezza del cono di luce; zone d’ombra e chiaroscuri sono resi tramite il tratteggio. Nel trattato saranno poi minuziosamente descritte le varie fonti di luce naturale presenti in un’edifico. Successivamente Scamozzi applica i principi nell’allestimento della statua di San Marco opera di Jacopo Sansovino, nella chiesetta del Doge in Palazzo Ducale a Venezia. Scamozzi qui si trova ad affrontare il problema di come illuminare nel miglior modo possibile la statua non accontentandosi della luce presente. Per ottenere l’effetto desiderato Scamozzi crea una nicchia profonda e vi spinge dentro la statua innalzandola su di un basa-

La domanda sporge spontanea: “Ma come Scamozzi utilizzava i propri libri?” I libri esposti, provenienti dalle maggiori biblioteche storiche italiane ed europee, ritrovati grazie ad un lungo e minuzioso lavoro di ricerca da parte della studiosa americana Katherine Isard possono aiutarci a rispondere a questa domanda. Prima di tutto li leggeva accuratamente, sottolineando e annotando i passi che gli sembravano i più interessanti, talvolta si concentrava anche sulla lettura delle illustrazioni andando anche ad aggiungerne di proprio pugno. Un esempio eclatante di questa sua abitudine è quello presente su un’esemplare dei cinque libri di architettura di Serlio del 1551 in cui l’architetto arrivò ad applicare nei margini del volume delle piccole strisce di carta in cui andava ad annotare le proprie osservazioni per poi facilmente ritrovarle in caso di bisogno. Successivamente iniziava con quella che oggi potremmo definire la seconda fase cioè la stesura del riassunto dei contenuti appena letti in brevi testi conosciuti come “Sommari” di cui in mostra uno straordinario esemplare dedicato ai testi latini. Scamozzi usava anche gli strumenti di conoscenza più tradizionali come ad esempio il disegno dal vivo degli edifici. Non abbiamo suoi disegni di studio e rilievi dal vivo degli edifici come non possediamo suoi disegni di studio e rilievo di antichi monumenti romani . “Palladio va a tastoni” scriverà Scamozzi, marcando la propria differenza ma non si tratterà di quella che possiamo sintetizzare come “invidia professionale”, quanto di un cambiamento radicale di scenario e prospettive. Scamozzi ricerca nuovi modi di apprendere allargando i confini della propria disciplina come è documentato da un suo interessantissimo taccuino redatto durante un viaggio tra Parigi e Venezia. Qui Scamozzi disegna accuratamente le piante e le sezioni delle cattedrali gotiche che incontra lungo il percorso; è il primo architetto rinascimentale che mostra interesse verso l’architettura gotica.

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mento. La profonda nicchia crea lo spazio per due finestre laterali che sono nascoste all’osservatore. Da esse filtra una luce perfetta per far risaltare le forme plastiche della magnifica statua: è un vero e proprio progetto di allestimento di una scultura in uno spazio che non ha nulla da invidiare ai moderni studi di illuminotecnica. Un altro progetto dove è stata accuratamente studiata la luce è stato quello per il duomo di Salisburgo rientrato per la prima volta in Italia dalle collezioni del Canadian Centre for Architecture di Montreal. Scamozzi è l’ultimo dei grandi architetti del Rinascimento, stretto fra la tradizione trionfale della generazione di Palladio e le nuove scoperte scientifiche che si stavano succedendo. In questo ambiente è stato un architetto che ha cercato una propria dimensione in una visione dell’architettura come pratica, razionale, attenta agli aspetti funzionali, all’economia dei mezzi, ma anche a un nuovo rapporto con il paesaggio, producendo capolavori come la Rocca Pisana a Lonigo nei pressi di Vicenza, il teatro di Sabbioneta, le Procuratie Nuove in piazza San Marco a Venezia. a destra, dall’alto: 1.Le annotazioni di Vincenzo Scamozzi a un esemplare dell’edizione di Sebastiano Serlio, Il primo [–quinto] libro d’architettura (Venezia 1551). Monaco, Zentralinstitut für Kunstgeschichte.  Fonte: www.palladiomuseum.org/exhibitions/ scamozzi/press 2.Vincenzo Scamozzi, Prospetto principale del duomo di Salisburgo, 1607. Collezione Canadian Centre for Architecture, Montreal. Fonte: www. palladiomuseum.org/exhibitions/scamozzi/press 3.Modello del duomo di Salisburgo. Fonte: archivio personale dell’autore 4.Vincenzo Scamozzi, Taccuino di viaggio da Parigi a Venezia, 1600: pianta, prospetto principale e sezione della basilica di St. Denis. Vicenza, Pinacoteca Civica, Gabinetto dei disegni e delle stampe. Fonte: www.palladiomuseum.org/exhibitions/ scamozzi/press 5.Villa Pisani detta La Rocca, Lonigo. Fonte: www.laroccapisana.com/ 6.Il teatro di Sabbioneta. Fotografia di Lorenzo Polvani. Fonte: www.lorenzopolvanifotografie. com/

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Alejandro Aravena alla presentazione della XV Biennale di Architettura. Fonte: archivio personale dell’autore

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Diario eventi

speciale biennale

xv biennale

architettura reporting from the front a cura di Carola Fagnani

La XV Biennale Architettura si coniuga attraverso una scala, per la quale ad ogni gradino si prospetta la visione di un fattore antropologico, che si sviluppa con processi o semplici fenomeni di adattamento per far fronte a necessità comuni e pervenire a soluzioni concrete. La XV Biennale Architettura a Venezia si pone come la riconciliazione tra l’architettura e il mondo civile, a partire dalla riflessione dell’architetto e curatore Alejandro Aravena. All’apertura di Reporting from the front, Aravena anticipa la mostra sostenendo che non c’è nulla di peggio che rispondere bene a una domanda sbagliata. Le parole del Premio Pritzker lasciano un segno equiparabile alle linee di Nazca, che l’archeologa tedesca Maria Reiche stava osservando dall’alto della sua scala, con questo strumento e la sua brillante mente di studiosa è riuscita a non alterare le linee astronomiche che le pietre costituivano. L’immagine dell’archeologa diventa simbolica per l’atteggiamento nei confronti delle battaglie che la Biennale dell’architetto cile-

no si impegna ad affrontare. È il tempo del cambiamento che fa prevalere l’informazione, la sostenibilità e la comunità, quando l’architettura diviene un bene pubblico in senso tecnico e si funge da motore di un processo migliorativo. In tal modo possedere un’idea comune di vita spinge ad alimentare una rete infinita, volta a contaminare positivamente le esigenze e le necessità civili. Anche i problemi sono comuni, gli stessi che rappresentano le grandi questioni che avvolgono la realtà dei fatti, dal tema più volte dibattuto delle periferie all’argomento delle migrazioni sociali. Gli aspetti che vengono trattati dalla Biennale 2016 si muovono in una direzione collettiva, per la quale vengono messi in campo i progetti che hanno migliorato la qualità di vita dell’ambiente costruito e di chi lo abita.

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Diario eventi La forte crisi economica nel settore delle costruzioni ha influenzato largamente le nostre vedute e ha messo in difficoltà le nostre condizioni abitative, perciò è necessaria una continua ricerca da parte dei professionisti, anche quando l’architettura si attua come una scelta politica. Uno Stato ha saputo cogliere e sfidare le proprie debolezze meglio di altri, è il caso della Spagna. Nel territorio iberico molte costruzioni non sono mai state completate, definite propriamente come relitti architettonici, vengono risolte attraverso la presentazione di nuove architetture in grado di adattarsi sinergicamente ai mutamenti economici, sociali e ambientali. Il nome del progetto, nonché dell’installazione spagnola, è “Unfinished”, nato come una traduzione contemporanea di forme e significati architettonici, che ha ricevuto il Leone d’oro per la migliore Partecipazione Nazionale. Il team paraguaiano Gabinete de Arquitectura di Solano Benìtez è stato premiato con il Leone d’oro per essere stato il gruppo di migliori progettisti; la loro installazione ha previsto l’assemblaggio di un volta leggera in mattoni e calce dal linguaggio pressoché iconico, simboleggiando la ricerca nell’utilizzo di materiali facilmente reperibili e di scarsa qualità, per permettere di costruire architetture anche nelle zone più povere. A meritare il Leone d’argento della medesima categoria è stato l’architetto olandese Kunlé Adeyemi, fondatore del gruppo Nlè per la scuola galleggiante a Lagos in Nigeria, un progetto che è stato in grado di determinare l’importanza dell’architettura per l’istruzione locale. Una menzione speciale è andata alla siciliana Maria Giuseppina Grasso Cannizzo per la sua installazione Onore perduto, dove l’architetta ha raggruppato i suoi numerosi e configurabili lavori. Infine il premio che onora il lavoro di un architetto, il Leone d’oro alla carriera, conferito all’architetto e urbanista Paulo Mendes da Rocha, meglio conosciuto per il suo spiccato anticonformismo e allo stesso tempo per il suo cruciale realismo. Ogni padiglione si è impegnato a trasmettere

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ai visitatori come risolvere le condizioni di contemporaneità con i propri dispositivi. L’installazione del padiglione Italia riguarda proprio questo tema, Taking care – Progettare per il bene comune. I venti progetti di studi italiani si sono occupati di rendere esplicita la volontà di contribuire a diffondere i principi che regolano e accomunano la società, che spaziano dal lavoro alla salute e dall’istruzione alla cultura, condividendo con il pubblico anche i progetti che toccano quei luoghi dove i diritti mancano. Per allestire la mostra italiana, come anche negli altri padiglioni, sono stati utilizzati materiali di recupero per rendere ancora più tangibile il messaggio del curatore e degli architetti stessi. La Biennale è un evento che ha molte diramazioni, e oltre a svolgersi nel complesso dei Giardini e dell’Arsenale, si è sviluppata con gli eventi collaterali che hanno invaso diversi luoghi della città veneziana, aprendo dibattiti e mostre per circa tre mesi. Una mappatura di ogni realtà architettonica è quello che traspare agli occhi di chi sa guardare e cercare l’architettura nella XV Biennale, un continuo confronto tra i grandi problemi e le grandi o piccole soluzioni. Come ha rilasciato in un’intervista il Presidente della Biennale Paolo Baratta, è utile che l’architetto contemporaneo non solo impressioni il mondo civile con l’architettura nel modo in cui è stato fatto nel passato, ma che abbia anche le capacità di organizzare e curare la “vita civile”. pagina a fianco, dall’alto: 1.Padiglione Venezia: Up! Marghera on stage 2.Padiglione Spagna: Unfinished, Contemporary Spanish Architecture 3.Padiglione Uruguay: REBOOT, Architecture lessons from “guerrilla Tupamara” and the Andes plane crash 4.Padiglione Centrale: Onore perduto, Maria Giuseppina Grasso Cannizzo questa pagina, dall'alto: 5.Padiglione Centrale: Volta in muratura, Gabinete de Arquitectura 6.Arsenale: Makoko floating school in Lagos, Nlé 7.Padiglione Italia: Modelli del progetto Dispositivo Zero Fonte delle foto: archivio personale dell'autore

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Siza fra gli studenti alla chiusura del padiglione portoghese. Fonte: archivio personale dell’autore

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Diario eventi

speciale biennale

salvare venezia

siza

chiude il

padiglione portoghese a cura di Tomas Maria Lopez

In occasione della Biennale di Venezia, Il padiglione del Portogallo ha ospitato la mostra intitolata “Neighbourhood – Where Álvaro meets Aldo”, una vetrina sui lavori di Alvaro Siza dedicati all’architettura residenziale popolare, percorrendo i suoi interventi nei quattro diversi quartieri di Porto, Berlino, L’Aia e Venezia. Quest’ultimo ha fisicamente dato luogo al padiglione portoghese, all’interno di un’ala dell’edificio ancora in costruzione. L’esposizione ha così acquisito un valore fortissimo, garantendo dalla possibilità di guardare gli schizzi iniziali, le interviste agli abitanti dei quartieri, fino a poter effettivamente toccare con mano l’edificio realizzato. Più di un centinaio gli studenti accorsi fino all’estremità opposta dell’isola per poter incontrare di persona Alvaro Siza il giorno della chiusura ufficiale del padiglione portoghese. Giovani volontari della Biennale indossano buffi caschi gialli da cantiere, cercando di guidare in modo ordinato il flusso di persone verso l’interno del piccolo padiglione, senza successo. Compressi in

poche decine di metri quadri, ragazzi e ragazze di tutte le età immaginano ansiosi come sarà trovarsi davanti l’architetto di cui conoscono fino all’ultimo progetto. Ogni piccolo movimento, ogni suono, si somma a quello degli altri creando grande confusione. Improvvisamente, uno dei volontari risponde alla radio, fa un cenno al collega immerso all’estremità opposta della

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Diario eventi folla e un silenzio pesante appiattisce subito lo spazio. Siza era arrivato…

la tradizionale altana veneziana. Aldo Rossi e Carlo Aymonino realizzeranno due volumi a est, dando una propria interpretazione della tipologia a Corte, ma condividendo con l’edificio di Siza l’affaccio di una “calle”. A rafael Moneo verrà affidata la progettazione di un volume lineare che chiude il lato ovest del Campo centrale, edificio che però non è ancora stato realizzato. Ad oggi, solo uno dei due lati della L di Siza è stato completato e consegnato agli abitanti, mentre il secondo, ancora in costruzione, ha ospitato quest’anno il padiglione portoghese. Proprio in quel cantiere, Siza era appena arrivato.

Ma cosa ci fa uno degli architetti contemporanei più importanti della scena internazionale, fra le case popolari delle periferie veneziane, circondato dai pilastri del cantiere di un edificio incompleto? La Giudecca, la lunga isola a sud di Venezia, è stata coinvolta negli ultimi cinquant’anni in una serie di interventi finalizzati a salvare la città dal crescente abbandono da parte dei suoi cittadini. Numerose aree industriali dismesse vengono trasformate in residenze e interi nuovi quartieri vengono costruiti nel tessuto storico della città, dei quali fa parte quello di Alvaro Siza per Campo di Marte. Nel 1984 viene indetta a Venezia una competizione internazionale dall’IACP (Istituto Autonomo Case Popolari), l’attuale ATER, a cui partecipano 10 diversi architetti provenienti da diverse parti del Mondo. Spiccano Rafael Moneo, Aldo Rossi, Carlo Aymonino e Alvaro Siza, oltre a importanti professori dello IUAV. Il progetto di Siza risulta vincitore, per via della sua capacità di stabilire una relazione di continuità con il contesto urbano. Il masterplan si basa sulla continuazione e il miglioramento della connessione pedonale est-ovest dell’isola, mediante la previsione di un “campo” longitudinale e l’orientamento dei nuovi volumi lungo l’asse nord-sud, al fine di reinterpretare il tradizionale sviluppo residenziale, che prevede la disposizione di volumi a pettine rispetto alle sponde del Canal Grande. All’interno di un progetto unitario, la sua proposta ricerca una grande varietà di linguaggi, assegnando la realizzazione dei volumi a diversi architetti. L’edificio a “L” di Siza apre lo spazio pubblico principale del quartiere verso la laguna a Sud, prevedendo la realizzazione di un totale di 39 appartamenti distribuiti su tre piani. Al piano terra il particolare basamento funge anche da seduta, mentre il coronamento del volume viene alleggerito dalla reinterpretazione del-

(…) Parla piano, quasi non si sente, mentre fissa i modelli dei suoi quattro vecchi progetti concentrato, spiegando le vicende che hanno portato alla loro realizzazione. Gli studenti attorno a lui nel buio, prendono appunti con ogni mezzo, dai più tradizionali sketchbook fino agli smartphones ultimo modello. E’ bellissimo. La visita alla mostra interna è breve e si passa all’esterno, davanti al vicolo, alla “calle”, sulla quale si affacciano anche gli edifici di Rossi e Aymonino. Il cielo è sereno e subito Siza accende una sigaretta, una dopo l’altra, mentre un rappresentante dell’associazione di quartiere gli mostra dei grafici incomprensibili sulla qualità degli appartamenti da lui realizzati e diversi giornalisti registrano il tutto. L’architetto risponde con calma, fermandosi solo per fumare e per dare un’occhiata agli edifici che lo circondano. Una studentessa dello IUAV si fa coraggio e chiede come sia stato dover progettare un edificio in un contesto urbano così complesso come quello veneziano. Siza sorride, torna serio e risponde “E’ molto difficile, ma l’importante è parlare con le persone che ci andranno ad abitare” L’intervista si chiude, Siza e i suoi accompagnatori entrano nel piccolo bar del quartiere e in un attimo la folla di studenti si disperde. Dalla scelta della posizione periferica rispetto ai giardini e all’Arsenale, fino all’effettiva

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realizzazione della mostra all’interno dell’edificio in costruzione di un nuovo quartiere residenziale, e alla presentazione pubblica da parte di Siza, il padiglione portoghese è stato un successo, richiamando visitatori a percorrere spazi della città solitamente ignorati durante la Biennale. Uscendo dagli schemi tradizionali e rivelando una Venezia sconosciuta ai più, sembra suggerire la speranza che la città non sia destinata a rimanere soltanto la triste musealizzazione di una città morta, ma possa avere un futuro diverso, legato ad un nuovo sviluppo urbano.

a destra, dall'alto: 1.Assonometria di inquadramento generale. in evidenza l’edificio ad L di Siza. Fonte: Assonometria di progetto dell’architetto 2.Vista dell’angolo dell’edificio ad L. Fonte: Laurian Ghinitoiu Photography 3.Siza durante la lezione aperta nel padiglione portoghese. Fonte: foto dell’autore 4.Siza fra gli studenti davanti al padiglione portoghese. Fonte: foto dell’autore 5.Soluzione del basamento con seduta. Fonte: www.Archdaily.com

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Gabinete de Arquitectura, dettaglio dell’installazione alla XV Biennale di Venezia, 2016. Fonte: archivio personale dell’autore

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Diario eventi

mattone, malta, intelletto e composizione. gabinete de arquitectura a cura di Alessandro Leoni

Solano Benitez (Gabinete de Arquitectura), architetto paraguaiano, opera in un modo di necessità e sfide. Da ciò nasce una magia fatta di intelligenza e profonda conoscenza dei materiali. In occasione della 15° Biennale di Venezia progetta un arco a tutto sesto generato da una rete spaziale di mattoni piatti e cemento armato. Questo capolavoro gli vale il Leone d’oro. Ci troviamo di fronte all’opera di un mago. Francesco Dal Co Il Paraguay è uno stato dell’America latina, confinante per l’80% con corsi d’acqua ma distante 1000km dal mare. È un paese dove 45° C sono all’ordine del giorno e ciò rende molto difficoltoso, tra tutti, il lavoro da muratore. È un paese con un alto tasso di corruzione e tra i più poveri dell’America meridionale. Ebbene, in questo paese introverso e controverso, Solano Benitez decide di portare un’architettura di qualità a comunità che ne sono escluse e vede nella mancanza di specializzazione (manodopera) non un ostacolo, bensì una grande opportunità. Attraverso soluzioni costruttive geniali e un sapiente uso di materiali e maestranze abbatte il costo di costruzione da 350 $/mq ad una improbabile cifra di 50 $/mq. “Il nostro limite, che è una condizione fondamentale dell’architettura, è la paura. La paura però può essere vinta grazie al pensiero, l’intelligenza. Conosciamo per costruire, ma allo stesso tempo costruiamo

per conoscere. Tutti possiamo pensare, e dobbiamo sfruttare il pensiero per creare un mondo migliore, sviluppare una nuova condizione di vita.” S.B. Sede Gabinete de Arquitectura Per la realizzazione dello studio avevano a disposizione 100 mq e 5000 dollari. Tutto ciò che avevano imparato all'università non era realizzabile. Non ad un costo di costruzione di 50 $/mq. In una parete in mattoni l’azione peggiore è creare un'apertura: più si smaterializza e più si indebolisce, ma se interpretiamo la fenetre lungeur non come una finestra, ma come una trave, ecco risolto il problema statico. Il mattone viene generalmente posato di piatto e ciò implica l’uso di una consistente quantità di malta, ma se il mattone viene disposto di taglio, ovvero secondo la sua dimensione minore, la quantità di malta diminuisce notevolmente e ciò consente di ri-

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Diario eventi sparmiare mantenendo invariata la manodopera impiegata. Le pareti vengono realizzate a terra, una sorta di prefabbricazione, poi, una volta esiccata la malta, vengono erette. Sarebbe impossibile costruirle erette a causa dell’instabilità verticale della sottile parete. “I muratori lavorano con 45°C, le maniche giù per non scottarsi, 4 cappelli sotto il caschetto, ma sempre con il sorriso, come espressione della condizione umana.” S.B.

neo, ma l’architetto con estrema sensibilità decide di riportare ogni singolo mobile e soprammobile della madre nella nuova casa. Le altezze degli spazi raggiungo i 6m in modo che nelle ore fresche del mattino possa entrare aria a sufficienza da garantire una temperatura gradevole durante tutto l’arco della giornata. Vi è poi una finestra lunga e sottile attraverso la quale la madre di S.B. gode del paesaggio esterno. “Mia mamma guarda tutto, quale passero arriva, quale canta e quale no, a che ora arriva...è tutto sotto controllo.” S.B.

Casa Abu&Font Dopo il tragico sequestro della zia (sorella della madre) di Solano Benitez, terminato con la scomparsa della donna nonostante il pagamento di due volte e mezzo il riscatto, la madre esprime il desiderio di poter vivere tutti (genitori e sette figli) sotto lo stesso tetto. La famiglia Benitez acquista un lotto sul quale verrà edificata un’abitazione di circa 700 mq, ad un costo di costruzione di 150 $/mq (contro i 600 $/mq preventivati) La malattia di uno dei fratelli dell’architetto rende difficoltosa, dal punto di vista economico, la realizzazione dell’opera, dovendo far fronte a spese mediche non previste. “Avevamo considerato soldi che in realtà non c’erano, ma questa è la vita, sempre sorprendente. Siamo costretti a cambiare costantemente il nostro pensiero per essere felici. Lamentarsi è una perdita di tempo…” S.B. Il materiale maggiormente impiegato è, come nella maggior parte dei progetti di S.B., il mattone. Avvicinandosi all’abitazione la natura ci segue quasi penetrando negli spazi interni. Lo spazio principale è sormontato da una volta composta da mattoni disposti lungo la diagonale della costa. S.B. è consapevole della scarsa qualità della malta impiegata (molto liquida), ma, allo stesso tempo, è consapevole di quanto i mattoni utilizzati siano permeabili e porosi. In fase di realizzazione viene utilizzata una consistente quantità di malta in modo che il mattone assorba quella in eccesso, si dilati in fase di essiccazione e dia come risultato una superficie uniforme di “mattone armato” “C'è una sola parete intonacata, serve per le proiezioni delle partite di calcio…quando il Paraguay vincerà la finale della coppa del mondo contro l’Italia!” S.B. Il linguaggio è estremamente contempora-

Sede Fondazione Teleton Il progetto vuole segnare la fine della corruzione e negligenza del Governo Paraguaiano. S.B. riconosce che ogni singolo mattone della sede esistente della Fondazione Teleton è frutto di una donazione e come tale non può andare perduto durante la demolizione. “Chi distrugge senza costruire nuovamente con le materie che derivano dalla demolizione è solamente pigro. Non sa come utilizzare i rottami”. S.B. Così, ancora una volta con sapienza ed ingegno, nulla viene sprecato e ogni mattone viene recuperato. I frammenti vengono amalgamati con malta cementizia a creare sottili e sensazionali volte di copertura e pareti mobili. A ciò si aggiunge una sapiente composizione architettonica. Dalle piscine destinate alla riabilitazione in acqua emerge un albero, anch’esso in mattoni, che sorregge copertura e pareti. Singolari sono le coperture geodetiche formate tra triangoli in mattoni. “Noi usiamo i mattoni, il materiale più comune ed economico qui in Paraguay. In realtà il mattone è romano. Pensate al Pantheon: bellissimo, una cupola di 45 metri, Apollodoro di Damasco? Un genio! Ma se guardi la sezione, la cupola è di soli 5 metri e riempita di calcestruzzo. Il mattone ha un lavoro molto umile. L'evoluzione ci ha permesso di ridurre sempre di più la parte di calcestruzzo. Ingegnere civile messicano ha capito tutto ciò e ha rubato l'idea: Heberto Castillo Martinez l’inventore della tridilosa.” S.B. S.B. sostituisce i triangoli di acciaio della tridilosa con triangoli di mattoni. Un’intuizione geniale.

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Allestimento alla XV Biennale di Venezia Siamo stati chiamati a progettare uno degli spazi più importanti della Biennale di Venezia in occasione della sua quindicesima edizione. Avevamo un limite di peso da rispettare, 1872 mattoni. 1872 mattoni corrispondono ad una stanza di 3mx3mx2m. abbiamo realizzato una grande struttura curva, non un arco, composta da barre di mattoni al fine di utilizzare la minor quantità di materiale possibile. Solamente 5 giorni per realizzarla ed altri 5 giorni per permetterne l’essiccazione. S.B. Tomba del padre Dieci anni per progettare un quadrato di 9 metri di lato. Quattro travi, ciascuna sorretta da un pilastro. Le travi, realizzate in calcestruzzo armato, sono rastremate e ricoperte di specchi nella superficie che dialoga con l’interno della stanza all’aperto. La superficie specchiata e il quasi annullamento dello spessore degli elementi in cemento fanno sì che una volta entrati scompaia la struttura Gli specchi portano all’interno del quadrato la natura circostante ed entrando in questo spazio si ha la percezione che il mondo esterno entri assieme a te. Avvicinandosi sembra che tutto sia animato da una forza centrifuga, grazie al contrasto generato dal cemento armato con la natura, ma non appena si varca la soglia, tutto si anima di una sensazionale forza centripeta. “In genere si pensa che lo specchio sia narcisistico, ma io sono dentro il mio corpo e il mio limite è il mio corpo. Solo quando sono allo specchio posso essere fuori.” S.B.

a destra, dall'alto: 1.Installazione alla XV Biennale di Venezia, Venezia 2016. Fonte: Laurian Ghinitoiu 2.Cassero ligneo, Venezia 2016. Fonte: Archivio personale dell’autore 3.Sede dello studio di architettura “ El Gabinete de Arquitectura”, Asuncion. Fonte: Leonardo Finotti 4.Interno di Casa Abu&Font, Asuncion 2006. Fonte: Enrico Cano 5.Sede Fondazione Teleton, Lambare 2010. Fonte: Federico Cairoli 6.Tomba del padre, Piribebuy 2010. Fonte: Erietta Attali

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Intervista / interview

L'intervista a

ruzica

markus

Ruzica è una ragazza montenegrina di 23 anni, è arrivata in Italia dalla città di Podgorica circa un anno e mezzo fa per intraprendere il percorso della Laurea magistrale nel nostro polo. Consiglia la sua esperienza a chi come lei è affascinato dalla storia e dalla cultura italiana. a cura di Mateja Lazarević

Why have you chosen Italy over other countries for your studies? Reasons I have chosen Italy mainly come Le motivazioni che mi hanno spinta a from the fact that I wish to learn from it scegliere l’Italia derivano principalmente how to praise your own cultural heritage dal fatto che vorrei imparare da essa come and develop it more and more every year. elogiare il vostro patrimonio culturale Also having in mind a rather tight relations e svilupparlo sempre di più di anno in Montenegrins had with Italian people in anno. Anche avendo riguardo della stretta the past, I realised I would be incentified relazione che ebbero i montenegrini con to get to know more about Italy and italian il popolo italiano in passato, mi sono language I was very interested in since my resa conto che sarei stata avvantaggiata a childhood. conoscere qualcosa riguardo all’Italia e la lingua italiana, alle quali ero interessata sin dalla mia infanzia.

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What would you bring from your homeland university here in Italy and what would you change? Organization in my University in MonteL’organizzazione della mia università in negro was quite different. In Montenegro Montenegro era abbastanza diversa. In We used to have some group works but Montenegro eravamo abituati a fare alcuni also a lot of individual projects. I know that lavori di gruppo ma anche molti progetti a group works are very useful for future arlivello individuale. So che i lavori di gruppo chitects and I like it, but on the other side, sono molto utili per i futuri architetti e if You work individually, then You are the ciò mi piace, ma dall’altra parte, se lavori only one responsible for all work, it gives individualmente, sei il solo responsabile You a chance to stand out as an individual, di tutto il lavoro e ti dà la possibilità di you can express your own ideas and stile. spiccare come singolo, si ha la possibilità di So maybe it could be a good idea to keep esprimere le proprie idee ed il proprio stile. group but include individual projects as Perciò, potrebbe essere una buona idea well. mantenere i lavori di gruppo ma includere anche dei progetti individuali. Choose a few memories you'd love to bring back home from this experience. Its hard to choose few memories because É difficile scegliere solo qualche ricordo there were many. But I will definitely perchè ce ne sono moltissimi. Ma io mi remember study trips in Rome and Porto ricorderò assolutamente il viaggio-studio a and workshop with Souto de Moura. Roma e a Porto, oltre che al workshop con Souto de Moura. Would you reccomend your choice to someone else? I would recommend my choice to Consiglierei la mia scelta a chiunque, pereveryone, because this is completely new chè questa è una esperienza di vita complelife experience. I worked with people of tamente nuova. Ho lavorato con persone different cultures and educations, I had dalle diverse culture e preparazioni, ho avumore opportunities to travel and meet new to più possibilità di viaggiare e conoscere people, and also being away from my family gente nuova e inoltre lo stare lontana dalla made me more independent. mia famiglia mi ha resa molto indipendente. The biggest obstacle you found as soon as you've arrived here. I had small difficulties at the beginning to Ho avuto delle piccole difficoltà all’inizio get used to new environment, lectures on ad abituarmi al nuovo ambiente, lezioni in different language, finding apartment, and lingue diverse, trovare l’appartamento e, of course, being away from my family for certamente, allontanarmi per la prima volta the first time. dal ‘nido’. What's your biggest regret? I am trying not to regret about anything in Sto cercando di non avere nessun rimpianto life. Yes, mistakes happen to everyone, but nella mia vita. Certo, gli errori capitano a you can only learn something from it. chiunque, ma da essi si può solo imparare la lezione. Your motto! My motto is: “A problem is chance for you Il mio motto è: “Un problema è un’opporto do your best.” tunità per te per fare del tuo meglio”.

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Intervista / interview Where do you see yourself in ten years? In 10 years I see myself happy with my Tra 10 anni vedo me stessa felice con la family, as successful architect. mia famiglia, come donna architetto di successo. Tell us something about your country. Montenegro is another Mediteranian Il Montenegro è un diverso paese meditercountry, neighbouring Italy just across the raneo, che confina con l’Italia solo tramiteil Adriatic sea. It`s small but nowhere else Mare Adriatico. Non è molto esteso, anzi, è you can find so much natural wealth, lakes, piccolo ma vi si possono trovare ovunque rivers, beautiful mountains, beaches. There moltissime ricchezze naturali: laghi, fiumi, are so many places for everyone. For young splendide montagne, spiagge. Ci sono posti people but also for people who just want per i gusti più disparati. Per i giovani, ma anto have a rest and enjoy its architecture and che per le persone che vogliono anche solo nature, cheap and very luxurious places as rilassarsi un po’ e godersi la sua architettura well. I think anyone who visit it would find e natura, vi sono posti economici e anche something that loves, but also its nature di lusso, certamente. Credo che chiunque can`t leave anyone indifferent! visiti il Montenegro possa trovare qualcosa che apprezzi, ma anche la natura non lascia indifferente nessuno! Your 'ideal' day' My ideal day is waking up in a place I Il mio giorno ideale è svegliarmi in un posto have never been before, spending day in nel quale non sono mai stata, trascorrendo exploring new city, food, culture, with a la giornata esplorando nuove città, cibi, person I enjoy spending time with, and culture con una persona con cui mi piace planning where else we can go tomorrow. trascorrere del tempo e pianificare dove altro possiamo andare domani. Your favorite food. My favorite food is pasta, another reason I Il mio cibo preferito è la pasta, un’ altro enjoy Italy. motivo per cui adoro l’Italia. First memory that comes on your mind. Memory that comes on my mind is my Il primo ricordo che mi viene in mente è il first visit to Italy. It was maybe 8 years ago, mio primo viaggio in Italia. É stato circa 8 and I went in Rome. I spent there a month anni fa, quando andai a Roma. Vi trascorsi doing a language course. I fell in love with un mese facendo un corso di lingua. Mi inRome, architecture, I met many people. We namorai di Roma, dell’architettura, conobbi visited many cities and since then I feel that molta gente. Visitammo molte città e da alItaly must be a perfect place for studying lora sentii che l’Italia sarebbe stata il luogo architecture. It`s one of the many reasons I ideale dove studiare architettura. É una deldecided to come. le ragioni principali che mi hanno spinta a decidere di venire qui. What do you miss most of your hometown. I miss the most my family and friends, Più di tutti mi mancano la mia famiglia ed i homemade food, favourite bars and places. miei amici, il cibo locale fatto in casa, I miei locali e luoghi preferiti.

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Describe yourself in 3 words. Persistent, adventurous, altruistic. Tenace, Avventurosa, altruista. Favourite artist and why. My favourite artist is Dado Djuric. He is Il mio artista preferito è Dado Djuric. Montenegrin painter and sculptor. I like Lui è un pittore e scultore montenegrino. him because I admire the way of expressing Mi piace perchè ammiro il suo modo di his sense of world trough art. His art is esprimere il senso del mondo attraverso dynamic and exciting. l’arte. La sua arte è dinamica ed eccitante. What do you think you’ll miss of italy? I will miss a lot of great people i am glad Mi mancheranno molte fantastiche persone I had the opportunity to meet, beautiful che sono lieta di avere avuto la possibilità di architecture and nature of Italy. incontrare, oltre che bellissime architetture e la natura dell’Italia. Do you have an hobby? I love sports, I used to play handball and Mi piacciono gli sport, giocavo a pallamano tennis, so I enjoy being in nature and worke a tennis, perciò mi piace molto essere out, I also enjoy reading,learning foreign immersa nella natura ad allenarmi. Mi piace languages and travelling. anche leggere, imparare lingue straniere e viaggiare. Your biggest imperfection. It's difficult to talk about myself, but I Mi riesce difficile parlare di me, ma potrei would say that my biggest imperfection is dire che il mio difetto più grande sia che that I am too impatient. sono troppo impaziente. Most admired historical figure and why. I admire Leonardo da Vinci, I think he Ammiro molto Leonardo da Vinci, credo was a successful inventor, a man beyond che sia stato un inventore di successo, un his time, he has given so much in every uomo oltre il suo tempo, ha contribuito aspect of art and inventions that people are molto in ogni aspetto dell’arte e delle invenusing nowadays, he is definitely one of the zioni che le persone stanno usando ancora greatest. oggi, lui è assolutamente uno dei migliori. Cult movie! One of my favorite is American history x. Uno dei miei preferiti è American History x. Favourite book. There are many books I like, but let’s say the Ci sono molti libri che mi piacciono, one I am reading at the moment, Inferno by diciamo che sia quello che sto leggendo al Dan Brown. momento, Inferno di Dan Brown. Ringraziamo Ruzica per la disponibilità che ci ha mostrato, ci siamo divertiti molto in questa occasione nella quale ci ha permesso di conoscere la sua simpatia. L’idea dell’intervista è nata come occasione per poter dare voce e conoscere molti studenti provenienti da diverse realtà che ogni anno attraversano i nostri corridoi. Speriamo che molti di voi si facciano avanti in futuro!

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International training

CILE, AGOSTO 2016

IL TIROCINIO DI ANDREA CAZZAROLLI a cura di Mateja Lazarević

Ho sempre pensato che affrontare un’esperienza all’estero fosse un’avventura emozionante e che arricchisse notevolmente il bagaglio culturale di una persona. Per tutto lo scorso mese di agosto, ho avuto la possibilità di affrontare un’esperienza di tirocinio presso uno studio, specializzato nella

ovest. È una città enorme, di quasi 8 milioni di persone (la metà della popolazione totale cilena), con una zona metropolitana vastissima, causa anche di un inquinamento sempre crescente. Nella città, sono facilmente distinguibili le zone più povere, principalmente nella zona sud-ovest, da quelle più

progettazione di spazi pubblici, a Santiago del Cile. Su consiglio di alcuni amici di Santiago, ho inviato curriculum e portfolio alla Universidad Catolica de Chile. Così a inizio luglio mi ha contattato un professore dicendomi che mi avrebbe accolto volentieri nel suo studio personale, dove in più di un’occasione avevano già ospitato tirocinanti stranieri. Ero entusiasta, non vedevo l’ora di partire, anche perché da tempo volevo visitare il Cile, di cui avevo sempre sentito parlare bene, in quanto paese sempre più in via di sviluppo, trainante nell’America Latina, con un fascino naturale e culturale secondo a pochi, e con una tradizione architettonica sempre più importante. E difatti le mie aspettative non sono state per deluse. Santiago, la capitale, è una città stretta tra la catena montuosa delle Ande a est, imponente e sontuosa, e la cordillera de la Costa a

moderne e sviluppate, nella zona nord-est. Sono riuscito a trovare un affittacamere in una zona moderna, sviluppata, e ben collegata al centro. Più volte ho visitato la città da solo senza alcun timore e senza alcun problema, rimanendo comunque sempre vigile e attento a non finire nei barrios sbagliati. Lo studio si trovava nella zona più commerciale di Santiago, lungo la via principale che collega la città da est a ovest, ovvero quella che dalle montagne scende direttamente verso l’oceano. All’interno vi lavorano 15 ragazzi, tutti molto giovani. Lavoravo dal lunedì al venerdì, dalle 9 di mattina alle 6 di sera; quattro settimane non sono tante, e sono passate molto in fretta, soprattutto per il fatto che al lavoro mi sono trovato benissimo: più che lavoro era come ritrovarsi tra amici, dove ai momenti più professiona-

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li si alternavano momenti più rilassati (ovviamente quando il capo se ne andava per fare lezione), sempre rimanendo comunque focalizzati sui propri compiti. Pronti via, dal primo giorno sono stato inserito in un gruppo formato da 4 persone che doveva affrontare un progetto di riqualificazione di un parco urbano, che ci avrebbe impegnato per tutto il mese. Ovviamente, passata l’adrenalina iniziale è subentrata l’ansia da prestazione, dovuta anche al fatto che io di spagnolo non sapevo praticamente una parola. Ma i miei colleghi si sono dimostrati sempre gentili, disponibili e comprensivi nei miei confronti; soprattutto, per mia fortuna, nello studio lavorava da anni una ragazza italiana che mi ha aiutato moltissimo,

sia fondamentale anche a livello professionale. Ciò che ho veramente apprezzato è stato essermi sentito effettivamente partecipe del progetto, prendendo parte alle decisioni progettuali e svolgendo compiti si secondari, ma comunque necessari. Mi sono sentito veramente membro, anche se per poco, dello studio. È stata un’esperienza che porterò nel cuore, e che consiglio vivamente. Ho avuto l’opportunità di gettare le basi per apprendere una nuova lingua, cosa sempre utile oggigiorno, e di mettermi alla prova in un ambiente estraneo, con un approccio metodologico e mentale differente dal nostro. Dal punto di vista dell’intrattenimento, tra buon cibo e molto Pisco, un distillato tipi-

facendomi quasi da mentore. Mi ha aiutato ad entrare nella mentalità dello studio, a capire la modalità esecutiva di un progetto, dall’approccio inziale alla stesura finale, a capire come funziona un concorso, e di quante cose debbano essere tenute costantemente in considerazione nella realizzazione di un progetto. Sono rimasto sorpreso nel vedere come anche lì, come da noi in università, si affrontassero revisioni puntuali col capo, che approvava, migliorava o cambiava totalmente le idee proposte fino a quel momento. Ho trovato molto interessante il coinvolgimento di architetti esterni con specializzazioni diverse, per rispondere in modo più puntuale alle richieste della commissione, facendomi capire quanto il lavorare, ed il saper lavorare, in gruppo

co cileno praticamente onnipresente, non mi sono di certo annoiato, anzi… Santiago è una città molto viva ed ho potuto conoscere la movida locale, grazie anche ai miei amici del lavoro. Il primo weekend sono stato ospite a casa di amici lungo la costa: purtroppo l’acqua dell’oceano già è fredda di suo, se poi aggiungiamo il clima invernale, il bagno diventa improponibile. A fine mese poi, terminate le 150 ore di tirocinio, ho potuto organizzare una piccola vacanza di qualche giorno nel nord del Cile, nella regione dell’Atacama, famosa per il suo deserto di sale, che è il più arido al mondo nonostante si trovi a 2500 metri di altitudine, e per le sue bellezze naturali incredibili. Consigliatissimo!

Foto nell’articolo tratte dall’archivio personale di Andrea Cazzarolli.

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Intervista anticonvenzionale

L'intervista a

elena

ginanneschi

arnaldi a cura di Francesco Coroni e Chiara Zanacchi

Elena Ginanneschi Arnaldi: in una parola? Solare, come suggerisce l’etimologia del mio nome, con qualche nuvola malinconica, di tanto in tanto, dovuta alle esperienze della vita.

roli, le sue lezioni mi hanno aperto l’orizzonte sulla storia della fisiognomica, che poi è diventato il mio interesse più profondo. Come vede gli studenti di oggi? Sicuramente eccezionali, mi danno molta energia e mi aiutano a restare giovane. Sono anche educati, richiedono attenzione e rispetto, che a volte non sono così scontati. Se trovano rispetto e attenzione li restituiscono.

Data di nascita? L’anno in cui sono usciti i due primi LP dei Beatles, in cui Martin Luther King ha fatto il suo discorso “I have a dream”, l’anno dell’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy: il 1963.

Come mai storia dell’arte? Ho nutrito la mia anima con l’arte sin da quando ero piccola, disegnavo sotto il tecnigrafo dello studio di architettura di mio padre. Credo che conoscere l’arte renda l’uomo migliore.

Che tipo di studentessa universitaria è stata? Molto tormentata. Dopo la maturità classica di fronte alla grande decisione di cosa fare, ho seguito un iter razionale, quindi Giurisprudenza, un lavoro sicuro. Poi la rivoluzione totale, dopo una crisi, ed ho scelto storia dell’arte, seguendo più la strada del cuore.

Cosa l’ha portata a scegliere di diventare professoressa universitaria? In realtà non ho deciso di diventare professoressa, è stata un’opportunità imprevista. Sono stata chiamata al Politecnico di Milano per una sostituzione quattro giorni dopo la laurea e lì mi sono resa conto che a volte gli imprevisti sono meglio dei programmi. Ma io non mi sento una professoressa, mi ritengo un docente per caso e mi piace vedere le mie lezioni come performances educative, ispirate ai monologhi di Joseph Beuys – artista “sciamano” tedesco – che vede nel comunicare agli altri le sue idee, una forma d’arte. Trovo utile che le lezioni siano anche dialogo e visione aperta.

Di questa esperienza universitaria, da studentessa, ci può raccontare qualche aneddoto singolare o divertente? Al primo esame universitario, di storia del cinema, sono entrata in aula. Salita sulla pedana rialzata, nel momento in cui ho tentato di sedermi, sono caduta all’indietro. Una volta aperti gli occhi ho visto il professor Bruno più pallido di me che mi chiedeva se stessi bene. L’esame, nonostante la rocambolesca caduta, è andato benissimo. Da studentessa c’è un professore che ricorda in particolare? Un professore che ha segnato la mia vita universitaria è stato sicuramente Flavio Ca-

Se non avesse fatto la professoressa, quale sarebbe stata l’alternativa? In realtà non lo so. La mia idea da liceale

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era quella di fare una cosa che forse non è distante da quello che ho perseguito, ovvero neuropsichiatria infantile. Un altro campo, comunque legato al discorso dell’anima e dell’interiorità.

anche qui, entrando nelle aule universitarie, mentre in altre sedi il clima risulta essere più freddo. Che consiglio darebbe ai ragazzi di oggi? In generale direi loro di seguire l’intuito, nutrire la propria creatività in tutti i campi e non demordere mai per perseguire i propri obiettivi.

Le piace viaggiare? Sì, mi piace viaggiare, ma non seguendo itinerari programmati o troppo strutturati, infatti con mio marito e mio figlio viaggiamo in camper. Andiamo dove ci porta il cuore o anche il caso.

Sogno nel cassetto? Nel breve periodo, mi piacerebbe realizzare, anche con il coinvolgimento di mio figlio e mio marito, un piccolo frutteto sull’Appennino Tosco-Emiliano, di cui spero di coglierne i frutti. Nel lungo termine vorrei vedere realizzato un progetto di svolta con l’aiuto della casa editrice Arnaud. L’idea è di creare uno spazio polivalente che coinvolga le varie espressioni d’arte, fra cui anche la culinaria, in uno contenitore espositivo e di incontro per artisti, scrittori, poeti, architetti, giovani emergenti e non solo... Creare inoltre una rete tra diverse città, che faciliti le connessioni e gli scambi culturali.

Qual è stato il suo viaggio più recente? Ad Amsterdam quest'estate, sulle tracce di Van Gogh e Vermeer. Cosa l’ha colpita maggiormente? Ci sono tante cose che mi hanno colpita. Certamente un’emozione particolare è stata quando mi sono trovata di fronte agli Iris di Van Gogh. Se dovesse partire domani preferirebbe scegliere una destinazione o una direzione? Sicuramente sceglierei una direzione.

Se potesse scegliere in quale epoca artistica, le piacerebbe vivere? Quella futura, fra vent’anni o forse anche di più, per curiosità.

C’è qualche suo hobby che non conosciamo? Ultimamente, non so come mai, a dire la verità, ho scoperto di avere una passione particolare nel fare delle marmellate non comuni dal sapore antico. L’ultima, a dicembre, era di bacche di rosa canina raccolte nel bosco. Secondo me è un po’ una cosa da monaci, perché ci vuole una pazienza incredibile. Ho impiegato quattro ore a pulire solo parzialmente un chilo di bacche... con tutti quei semini!

Quale quadro la descrive maggiormente? In realtà mi vengono in mente sia una musica che un quadro. Pensando alla musica, quella che più mi rappresenta, è sicuramente il Canone di Pachelbel col suo motivo che ha qualcosa di malinconico, ma ha anche una vitalità incredibile. Come opera d’arte mi vengono subito in mente proprio gli Iris, che Van Gogh dipinse a maggio nell’ultimo anno della sua vita, neanche due mesi dopo morì, era il 1890. In questi Iris si riassume la potenza della natura, come forza vitale, una vitalità che riesce ad emergere nonostante le difficoltà della vita. Anche i colori che usa sono molto evocativi: l’azzurro che vira al viola è il colore della malinconia e l’accostamento del giallo acceso dello sfondo è un grido alla vita.

C’è qualche tema di attualità che la preoccupa particolarmente? Certamente la mancanza di rispetto per la vita altrui che invade il nostro mondo. La negazione delle libertà. È il suo primo anno di insegnamento a Mantova. Impressioni su questa realtà? L’ambiente universitario mantovano è piacevolissimo, tornassi indietro mi iscriverei qui. Mantova ha una dimensione umana ed è una città splendida, magica e ricca di positività. Tutte queste qualità le ritrovo molto

Starc ringrazia la Professoressa Elena Ginanneschi Arnaldi per la grande simpatia e disponibilità, con le quali ci ha parlato un po’ di sè in modo anticonvenzionale!

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L‘ elemento tecnologico a cura di Marta Mengalli

il padiglione

d'israele e il futuro della tecnologia

architettonica Questa rubrica ha spesso trattato il tema della biotecnologia. Si tratta di un tema che appare sempre molto astratto, forse troppo complesso da prendere in considerazione e applicare nei progetti che svolgiamo. Tuttavia nel 2016, io come molti altri, ho avuto l'occasione di visitare il padiglione di Israele alla biennale di Venezia e ho visto questo tema concretizzarsi nella mostra intitolata "LifeObject: Merging Biology and Architecture" nata dall'impegno di architetti, dottori, scienziati e anche del Premio Nobel per la Chimica nel 2011 Dan Scechtman. La mostra presenta una serie di sperimentazioni che mettono in relazione architettura e scienza, mostrando come la natura abbia influenzato le forme architettoniche e i materiali, ma soprattutto mostrando le similitudini fra la struttura delle forme viventi e l’architettura, permettendo di guardare al futuro e alle possibili applicazioni nel campo architettonico. Entrati nel padiglione non è immediato capire che la prima istallazione che ci troviamo davanti è frutto di studi biotecnologici, ma appare più come un'istallazione puramente artistica. È bastato chiedere qualche informazione al personale per scoprire che quei tubi intrecciati sono la scannerizzazione in 3D di un nido di uccelli realizzato combinando materiali di differenti origini e integrati con dispositivi intelligenti sviluppati nel campo della bio-ingegneria. Il risultato è un organismo sensibile ai cambiamenti dell’ambiente e che è basato sul principio di pagina a fianco, dall’alto: 1 e 2.Riproduzione in 3D di un nido di uccello. Fonte: www.floornature.it/media/photos/38/11710/4._gianlucagiordano_biennale_lifeobject_israel.jpg 3.Breathing Building. Fonte: www.inexhibit.com/wp-content/uploads/2016/06/Breathing-Building-Israel-VeniceArchitecture-Biennale-2016-Inexhibit-04-1.jpg

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resilienza. La resilienza è il concetto su cui si basa l'intera mostra, è una qualità necessaria alla sopravvivenza della specie umana ed è infatti un elemento essenziale dei sistemi biologici che si riferisce alla loro capacità di affrontare uno shock o un trauma. Ritroviamo infatti questo concetto in un'altra istallazione che illustra come potrebbero venire utilizzate le tecniche diagnostiche usate in ambito medico, per rilevare il sovraffollamento urbano e crea quindi un parallelo tra la crescita vascolare connessa ai tumori e la densificazione della città Israeliana di Tel Aviv. Un altro progetto molto interessante è quello che mostra come sia possibile realizzare edifici sostenibili, riciclabili e flessibili con l'utilizzo di materiali basati sulle nanocellulose di origine naturale. Questi edifici sono stati studiati per le comunità Beduine che vivono nel deserto di Negev. Vi è poi una ricerca che spiega la possibilità di trasformare in sensori ambientali dei batteri geneticamente modificati che potrebbero essere impiegata per il monitoraggio della qualità di acqua, aria, terreno o cibo. L’ultimo progetto tratta di un edificio sostenibile, ventilato in modo naturale, da realizzare al largo delle coste di Ashdod nel mar Mediterraneo. Si tratta di un edificio ispirato a dei minuscoli invertebrati acquatici capaci di architettare colonie fatte di strutture estremamente complesse. Questi progetti e la mostra in generale ha la volontà di indagare come la biologia possa influenzare positivamente la ricerca architettonica, gli ambiti dell’urbanistica e della rigenerazione urbana. Ecco quindi che la realtà della biotecnologia in relazione all’architettura, nonostante ad oggi si limiti a sperimentazioni e raramente ad applicazioni, è destinata ad evolversi e a prendere sempre più piede in un futuro non troppo lontano per la costruzione di un mondo davvero sostenibile. questa pagina, dall'alto: 4 e 5.Installazione Urban Angiogenesis / Bio Smart City 3.0. Fonte: www.inexhibit.com/wp-content/uploads/2016/06/Urban-Angiogenesis-Israel-Venice-Architecture-Biennale-2016-Inexhibit-06.jpg 6.Istallazione Nanucellulose Desert Shelter. Fonte: www.inexhibit.com/wp-content/uploads/2016/06/Nanocellulose-Desert-Shelter-Israel-Venice-Architecture-Biennale-2016-Inexhibit-10.jpg

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Rubrica: design

gaetano pesce il design è femmina

a cura di Isabella Polettini Artista trascendente, scultore, designer e architetto, Gaetano Pesce ha sempre messo il concept al primo posto nei suoi lavori, durante una straordinaria carriera che dura da 50 anni. I suoi audaci esperimenti con le forme e I materiali hanno prodotto pezzi singolari – e spesso politicamente impegnati: da sedie femministe a precoci versioni di facciate architettoniche ricoperte di verde. Gaetano Pesce è un artista conosciuto per la sua estetica particolare e anticonvenzionale, che è stata parte integrante della sua arte fin dai primi anni ‘60. È stato uno dei primi designer ad intaccare l’iceberg del Modernismo negli anni ‘60 con un nuovo tipo di arte funzionale, radicalizzando l’aspetto degli oggetti così che non uscissero dalla linea di assemblaggio freddi e standardizzati, ma imperfetti e quindi più umani. La sua filosofia di creazione è basata sull’elasticità mentale e fisica. Con le sue opere vuole mettere in moto un pensiero, dare il via a un processo di interpretazione potenzialmente illimitato. Alla ricerca continua di nuovi materiali per realizzare le sue idee, uno dei suoi favoriti è la resina liquida che dà un’elasticità e una morbidezza molto adatta al valore del cambiamento costante. Applicando le sue conoscenze di architettura e disegno industriale, ha creato un’arte figurativa influenzata dai movimenti del periodo, come la Pop Art e la Op Art, che spesso avevano a che fare con la politica e le questioni sociali, anche in Italia. Con l’obiettivo di creare prodotti di design che avessero qualcosa da dire, invece di essere solamente belli dal punto di vista estetico e soddisfare il loro scopo funzionale, Gaetano Pesce ha usato l’ironia e l’umorismo per esprimere se stesso e per richiamare l’attenzione ai problemi della società contemporanea. Quello che risalta più chiaramente è la maestria di Pesce nel trattare i materiali, organici e tecnologici contemporaneamente, talvolta dalla consistenza di un chewing-gum appiccicoso su un marciapiede di Manhattan talvolta gonfiabili trasparenti. Se avesse dovuto dare un nome ai materiali del nostro tempo, sarebbe stato questa pagina, dall'alto: 1.Organic Building, Osaka, 1993. Fonte: www.commons.wikimedia.org/wiki/File:Organic_ building_-_Osaka.jpg 2.America Table, 2002. Fonte: www.pamono.com/stories/tete-a-tete-praet-vs-pesce 3.Moloch, 1971. Fonte: www.sothebys.com/en/auctions/ecatalogue/2007/important-postwar-and-contemporarydesign-n08378/lot.111.html

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qualcosa di femminile: traslucidi, morbidi, tiepidi, colorati, sensuali, pensiero che si traduce perfettamente nelle sue opere. I suoi lavori di resina, schiuma e uretano hanno una forma e una bellezza tattile uniche, spesso coloratissimi e pieni di particolari. Formatosi come architetto a Venezia nella soave tradizione tutta Italiana del “bel disegno”, durante gli studi svolge ricerche nell’ambito dell’arte cinetica e seriale. Si occupa di teatro e di cinema, servendosi di mezzi d’espressione quali luce, movimento e suoni. Si è trasferito a New York 34 anni fa perché la città “era la capitale del ventesimo secolo”: da allora, con un ufficio a SoHo e un workshop a Brooklyn, ha costantemente prodotto dichiarazioni anti-design in technicolor gommoso. Un’Arca di Noè di figure eccentriche, personaggi ed oggetti, animali, umani ed animistici, che offrono di nascosto dei commenti sociali. C’è l’America Table (2012), con un piano prodotto in resina rossa bianca e blu della bandiera Statunitense, supportato da gambe-lettere che sillabano la parola “indipendenza”; e c’è la lampada Moloch (1971), un geniale fuoriscala che dà vita a un forte impatto scenico di decontestualizzazione. Ma forse i più famosi e celebrati pezzi d’arte di Gaetano Pesce sono quelli appartenenti alla Serie UP, che ha progettato dal 1969 fino al 1972 per B&B Italia. Il designer ideò sette poltrone che oggi sono diventate il vero e proprio simbolo del disegno industriale italiano, grazie al loro importante messaggio sociale. Il quinto pezzo della serie, la UP5 Chair prende la forma da una figurina femminile della fertilità di epoca preistorica, a cui è attaccata un pouf rotondo (la UP6), attraverso un “cordone ombelicale”. La sedia è un omaggio alle donne, ma rappresenta anche una vera e propria affermazione politica di denuncia della condizione femminile di sottomissione, della mancanza di diritti umani fondamentali per le donne negli anni 60’, e la durezza delle vite che erano costrette ad affrontare per colpa dei pregiudizi maschili. Gli elementi della natura e dell’acqua sono così presenti nel suo flusso creativo da aver progettato la serie Six Tables on Water, che propone sei grandi tavoli, Stagno, Oceano, Laguna, Fiume, Lago e Pozzanghera, realizzati in silicone, resine e schiuma, che mimano l‘acqua con i colori intensi della natura. questa pagina, dall'alto: 4.Up5 La Mamma, 1969. Fonte: www.daniellaondesign.com/blog/gaetano-pesce 5.Sofa il Giullare, 2012. Fonte: www.arq4design.wordpress.com/2011/04/30/i-saloni-2011-sofa-modular-ilgiullare-by-meritalia-designer-gaetano-pesce/ 6.Divano Notturno a New York, 1980. Fonte: www.archiexpo.it/prod/cassina/product-9515-1306503.html 7.Serie di vasi Fish, 1995. Fonte: www.claudiavincodesign.wordpress.com/2012/11/18/gaetano-pesce-ed-il-fish-design/

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Rubrica: arte a cura di Elia Zanandreis

dal giappone

con furore

Pur non essendo esperti di arte giapponese, ci siamo imbattuti tutti - magari per sbaglio - nella “grande onda” (in caso contrario sfogliate le emoji di whatsapp) che ispira luoghi lontani, abitati da una cultura distante dalla nostra, con usi e costumi affascinanti e differenti rispetto ai quali siamo abituati. In realtà la distanza è più breve di quanto possiamo immaginare. La “Grande onda di Kanagawa” fa parte di una serie di stampe più ampia chiamata “Le trentasei vedute del monte Fuji”, pubblicata attorno al 1830 da Katsushika Hokusai, uno dei massimi esponenti del periodo insieme, tra gli altri, a Utagawa Hiroshige e Kitagawa Utamaro. La tecnica delle stampe non è semplice. Consiste nell’intagliare delle matrici per poi immergerle in inchiostri colorati in un ordine prestabilito a seconda del colore e del grado di precisione che si vuole ottenere. Il risultato è un capolavoro di accuratezza che ha il vantaggio di poter essere riprodotto in più copie. Ogni artista ha il proprio stile e i propri soggetti: ci sono scene legate alla tradizione culturale e religiosa, paesaggi, cascate, figure di animali, fantasmi, mostri inquietanti, raffigurazioni di cerimonie, vita quotidiana e scene erotiche. Può capitare di vedere un ritratto dello stesso luogo eseguito da due artisti diversi, raffigurato in maniera totalmente differente. Con la violenta apertura all’Occidente dell’Impero del Sol Levante, attorno al 1850, iniziano ad arrivare in Europa, tramite mercanti d’arte, delle collezioni di stampe. Theo Van Gogh è uno di questi. Il fratello di Theo, di cui conosciamo opere e fama, ne è stato prepotentemente influen-

zato nelle sue opere e, inizialmente copiando e poi assimilandone le caratteristiche durante il proprio percorso artistico, è arrivato in certi casi a riprodurre gli ideogrammi delle stampe, ricreando cartigli e disposizione dei soggetti. Non è solo il pittore olandese ad essere affascinato dalle stampe del Sol Levante. In realtà, prima di lui, anche gli impressionisti furono influenzati da questo fenomeno detto “giapponismo”, specialmente in paesaggi e viste floreali. Basta dare un rapido sguardo alle opere di Monet come “Ponte giapponese”. Tornando ai nipponici, le stampe vengono utilizzate con molti scopi, ad esempio per fabbricare ventagli, biglietti di invito raffinati, libretti per il teatro, o per raccontare poesie, come nel caso dei lavori di Hokusai “Specchio dei poeti giapponesi e cinesi” e “Cento poesie per cento poeti in racconti illustrati della balia”, dove viene illustrato il racconto narrato nel cartiglio. In risposta al collega e rivale, Hiroshige pubblica le “Cinquantatré stazioni di Tōkaidō”, nelle quali percorre un ideale tour del Giappone attraverso le più importanti stazioni di posta, sperimentando l’inserimento della prospettiva nei suoi capolavori. Differente tra i due anche l’uso del colore grazie al quale un occhio esperto riesce subito ad identificare l’appartenenza dell’opera. Le stampe che impressionano maggiormente per la precisione e il realismo con le quali vengono realizzate sono indubbiamente le raffigurazioni di animali. Qui la cura maniacale del dettaglio tocca ogni piuma di uccello, ogni squama di pesce ed ogni foglia o petalo di fiore, restituendo come risultato dei magnifici e commoventi capolavori. Mentre Hokusai e Hiroshige fanno a gara per

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accaparrarsi commissioni con le loro stampe di soggetti raffiguranti paesaggi, flora e fauna, Utamaro ed altri artisti divennero più famosi per le stampe a carattere erotico. Nei soggetti più “pudici” non mancano sguardi maliziosi e vesti cadenti, fino ad arrivare a materiale decisamente più esplicito dove le donzelle approfondiscono la conoscenza con uomini, vecchi ubriaconi, fantasmi e strani animali. Gli artisti giapponesi tengono in ordinati quadernini rilegati i loro disegni di studio, con cartigli e diciture accanto, come a comporre dei cataloghi di riferimento, con storie che parlano di vicende reali e di fantasia. Erano gli antenati dei “Manga”. Sappiamo bene poi come il progresso abbia portato allo sviluppo degli anime, ma - se state attenti - anche nei nostri “cartoni animati” preferiti sbucano riferimenti a quell’antico mondo lontano. Possiamo trovare questi riferimenti artistici in maniera più immediata come nel caso del simpatico procione Totoro e in altri capolavori dello Studio Ghibli o in serie più inaspettate e commerciali come i Pokemon, tornati recentemente alla ribalta. Per citare un famoso spot, in fondo il Giappone “non è mai stato così vicino”. a destra, dall’alto: 1.“La grande onda di Kanagawa”, K. Hokusai, 1830, Stampa. Fonte: www.museoradio3.rai.it/dl/ img/2016/03/1457019868108Onda_grande.jpg 2.SX “Fioritura del prugno”, V. Van Gogh, 1887, Olio su tela, Van Gogh Foundation Collection, Amsterdam. DX “Il giardino di Prugni a Kameido”, U. Hiroshige, 1857, Stampa. Fonte: www. shahrazadart.files.wordpress.com/2015/01/fpttpgik.jpg 3.“Gufo e luna piena”, U. Hiroshige, 1832, Stampa. Fonte: www.artspecialday.com/9art/wp-content/uploads/2016/09/Hiroshige-Gufo.jpg 4.SX “Il tanuki Totoro”, Il mio vicino Totoro (film, Studio Ghibli, 1998), H. Miyazaki, illustrazione digitale. Fonte: 1.bp.blogspot. c o m / - 6 - r p L s C - n G M / U VG F x H n j N F I / AAAAAAAAA7Y/j1qbh2_jdEg/s1600/totoro_by_noodlecutie123-d3j76oj.png. DX “Tanuki e la luna”, K. Hokusai , 1831, Stampa. Fonte: www.discoverjapannow.files.wordpress. com/2013/11/hokusai-tanuki-380x590.jpg

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Rubrica: grafica a cura di Silvia Marmiroli, Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

la grafica al cinema seconda parte

Quando si va al cinema difficilmente si presta attenzione a ciò che sta ai “margini” del film. Spesso si attiva la concentrazione solo quando inizia la prima scena, lasciandosi però alle spalle tutto l’interessante mondo dei titoli di testa. Proprio in questa parte vediamo come il cinema riesca ad interagire con gli altri ambiti espressivi della quotidianità, coniugandosi con gli stili tipografici, la grafica, l’immagine pittorica, l’animazione e il valore ritmico-sentimentale della componente musicale. Questo importante confronto arricchisce quello che è il vero obiettivo dei titoli di testa, ovvero presentare i protagonisti della storia del film dalla nascita alla sua completa realizzazione. Tra gli anni ’70 e ’80 si verifica un importante cambiamento all’interno della grafica dei titoli di testa: i primi rudimentali esempi di grafica 3D e di effetti speciali. Alcuni dei casi più significativi sono i film Alien del 1979 e True Lies del 1994. Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione che nasce dalla necessità e dalla ricerca di un nuovo stile grafico, distintivo, diverso, innovativo per richiamare l’attenzione sul cinema. È proprio in questi anni, infatti, che fu introdotta la tv via cavo americana e questa, con tutta la serie di nuovi canali tematici dedicati ai giovani e alla musica, ha iniziato ad allontanare il pubblico dal cinema. Era necessario qualcosa di nuovo che tenesse attaccati gli spettatori alle sequenze del film. Inizia, dunque, una nuova era. Con la grafica tridimensionale di R/Greenberg Associated del film Superman (1978) si raggiungono livelli molto alti. È il primo caso di movimento nei titoli di testa. Con la grafica di John Wash in Halloween III: Season of the witch (1982) si può notare come la grafica computerizzata sia sempre

più diffusa dagli anni ’80 ed inizi ad essere utilizzata anche dai designer: i titoli di testa di questo film ne sono un eccellente esempio. I software per gli effetti tridimensionali si evolvono sempre di più, e questo lo si nota in Twelve Monkeys (1995) con la grafica di Penny Causer. Si semplifica sempre più, quindi, la visualizzazione dei titoli di testa sullo schermo. Dagli anni ’90 ad oggi, grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie, all’avvento del web e alla crescente necessità di video che potessero coinvolgere emotivamente sempre di più l’utente, sono nati capolavori come i titoli di testa di Seven di Kyle Cooper (1995), graffianti e fastidiosi, arricchiti e valorizzati dalla colonna sonora di “Closer” dei Nine Inch Nails. Si tratta di una delle sequenze iniziali più suggestive degli ultimi vent’anni e che, non a caso, ha saputo influenzare con il suo linguaggio molti altri film (ma anche serie televisive). Un montaggio nervoso di immagini simboliche e primissimi piani che David Fincher utilizza deliberatamente come una sorta di premessa a quello che lo spettatore vedrà in seguito. Nel 2000 la “digital revolution” permette uno sviluppo di tecniche e stili che porta ad una fusione di tutti i trends, di tutti i linguaggi e i modi di lavorare, e la tecnologia stessa, e, dunque, ad una grafica sempre migliore e sempre originale. Nonostante questo, dal 2000 ai giorni nostri si verifica una sempre più evidente riduzione dei titoli di testa, in alcuni casi addirittura omissione, in parallelo ad un aumento dei titoli di coda. La maggior importanza data ai titoli di coda, tuttavia, distoglie l’attenzione degli spettatori, che, a film finito, non si interessano più di quest’ultimo. Questo lo si può

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notare per esempio nella grafica di Richard Etchells in alcuni film di Woody Allen come Scoop (2006) e Vicky Cristina Barcelona (2008), delle semplicissime scritte bianche su sfondo nero. Tuttavia, decisamente significativo è il contributo di Jamie Caliri, i cui significativi ed influenti titoli di coda del film Lemony Snicket’s – a series of unfortunate events (2004) rimangono nella classifica dei 5 più guardati: importante riconoscimento poiché, ultimamente, una volta finito il film si accendono le luci e gli spettatori se ne vanno senza dare rilevanza a ciò che segue. Vengono riprese, poi, alcune tecniche del passato, facendo diventare i titoli di testa parte dello spazio del cinema e del film stesso. Per esempio nel film Panic Room del 2002, il grafico William Lebeda inserisce i titoli come parte di scritte dei cartelloni pubblicitari e delle insegne della città set cinematografico, come in My Man Godfrey del 1936. Ai giorni nostri, sono sicuramente amatissimi i titoli di coda di numerosi film d’animazione di successo, come ad esempio il fortunato Up (2009), perché riservano delle sorprese di animazione che lasciano gli spettatori letteralmente “incollati” allo schermo fino allo scorrere dell’ultimo nome.

a destra, dall’alto: 1) “Superman” di Richard Donner, 1978. Fonte: www.youtube.com/watch?v=1qHDWdGPomw 2) “Halloween III: Season of the witch” di Tommy Lee Wallace, 1982. Fonte: www. artofthetitle.com/title/halloween-iii-season-ofthe-witch/ 3) “Seven” di David Fincher, 1995. Fonte: www. designspiration.net/image/28920735355/ 4) “Vicky Cristina Barcelona” di Woody Allen, 2008. Fonte: www.woodyallenwednesday.com/ vicky-cristina-barcelona.html 5) “Lemony Snicket’s – a series of unfortunate events” di Brad Silberling, 2004. Fonte: www. artofthetitle.com/title/lemony-snickets-aseries-of-unfortunate-events/ 6) “Panic Room” di David Fincher, 2002. Fonte: www.youtube.com/watch?v=sqIclb4qsJI 7) “Up” di Pete Docter e Bob Peterson, 2009. Fonte: www.epicdash.com/24-awesome-facts/

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Rubrica: cinema a cura di Sebastiano Marconcini e Alessandro Peja

stanley kubrick Stanley Kubrick è stato fotografo, direttore della fotografia, montatore, scenografo e scrittore ma soprattutto un regista che ha dato uno tra “i più importanti contributi alla cinematografia”, come afferma il critico cinematografico Michel Ciment. Si avvicina al mondo del cinema quando a diciannove anni frequentava quasi quotidianamente la sala di proiezione del MoMA e imparava la tecnica all’accademia di arti cinematografiche. Uscito dalla scuola passa alcuni anni a girare cortometraggi e a lavorare per il giornale “Look”, finché nel 1953 gira “Paura e Desiderio”. Dopo alcuni film di buon successo come “Il Bacio dell’Assassino” (1955) o “Spartacus” (1959) Kubrick raggiunge la sua grande maturità. Infatti, fra il 1962 e il 1963, gira “Lolita” (tratto dall’omonimo libro di Nabokov) e “Il Dottor Stranamore”, due film molto diversi fra loro ma che introducono la grande ecletticità del regista, in grado di passare da un genere all’altro senza perdere mai la sua estetica e i capisaldi della sua regia. Infatti, nel corso della sua carriera lunga quasi mezzo secolo, girerà tredici film che spaziano dal thriller alla fantascienza passando dall’horror al dramma. Nonostante la sua produzione sia povera in termini numerici è qualitativamente incredibile e molti dei suoi lavori sono tutt’oggi annoverati fra i capolavori del ventesimo secolo. Fra i suoi film più noti troviamo “2001: Odissea nello Spazio” (1968), “Arancia Meccanica” (1971), “Shining” (1980) e “Full Metal Jacket” (1987). Soprattutto “2001: A Space Odyssey” e “Full Metal Jacket” sono considerati film importantissimi poiché il primo rappresenta la svolta per quanto riguarda i film di fantascienza, tanto da rientrare nell’archivio del National Film Registry, mentre il secondo è famoso anche per i valori etici che esprime, inserendosi prepotentemente nel dibatto sulla guerra in Vietnam.

La chiave del successo di questi film la troviamo nel modo di trattare i temi in modo non convenzionale da parte di Kubrick, infatti molti dei suoi lavori furono anche soggetti a critiche, specialmente per quanto riguarda la sua “estetica della violenza”. arancia meccanica Risulta difficile cercare un film rappresentativo della carriera di Kubrick, soprattutto per la miscellanea di argomenti trattati e l’altissima qualità di tutta la sua produzione. Tuttavia una chiave di lettura interessante per capire la sua opera può essere trovata nel film “Arancia meccanica”, “A Clockwork Orange” nella versione originale, poiché rappresenta in pieno l’ossessione per il realismo del regista, il suo gusto per il grottesco e per la violenza, anche se mai fine a sé stessa ma sempre con una valenza estetica e morale. In questo, come in tutti gli altri lavori, Kubrick ha il controllo su tutti gli aspetti della produzione anche se il film è tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess che racconta la storia della banda dei drughi che passano il loro tempo in rapine e violenze di tutti i tipi. Questo film mette in luce la figura di Alex DeLarge, il capo della banda, un ragazzo della classe operaia di un futuro distopico, “i cui principali interessi sono lo stupro, l’Ultraviolenza e Beethoven”. Il personaggio è uno dei più iconici partoriti dalla mente di Kubrick, infatti rappresenta un esempio di quegli antieroi che hanno poi invaso la cultura cinematografica.

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PER CHI HA VOGLIA DI UN FILM...

...in bianco e nero

IL MONELLO regia di Charlie Chaplin, Stati Uniti, 1921, 68 min

Il monello è il primo lungometraggio realizzato da Charlie Chaplin, nato dalla volontà di collaborare con il giovanissimo Jackie Coogan (aveva solo sei anni). Al centro della storia vi è un bambino che, dopo esser stato abbandonato dalla madre per indigenza, viene salvato e adottato dal vagabondo Charlot (celebre personaggio interpretato da Chaplin). Una volta cresciuto, i due escogitano un astuto sistema per sopravvivere: il “monello” rompe i vetri delle case delle vie da cui, di lì a poco, passerà il vagabondo con gli strumenti adatti a ripararlo. Sfortunatamente, prima di giungere al lieto fine, le cose si metteranno male per i due. Con questa pellicola, per molti uno dei migliori film dell’attore-regista, Chaplin inizia a far emergere quella vena malinconica, dovuta anche alle difficoltà personali affrontate durante la realizzazione del lungometraggio, che caratterizzerà la sua produzione cinematografica. D’altronde è lui stesso, nei titoli di testa, a definire Il monello: “Un film con un sorriso e, forse, una lacrima”.

A QUALCUNO PIACE CALDO regia di Billy Wilder, Stati Uniti, 1959, 120 min

Siamo nella Chicago del 1929, in pieno proibizionismo. Joe e Jerry, musicisti squattrinati, sono involontariamente testimoni della strage di San Valentino. In cerca di soldi e in fuga dalla mafia, i due dovranno intrufolarsi in una jazz band tutta al femminile, trasformandosi in Josephine e Daphne. Ma quando l’amore è dietro l’angolo, sono molte le divertenti peripezie che i protagonisti dovranno affrontare per mantenere il loro segreto. A qualcuno piace caldo è considerata, ancora da molti, una delle migliori commedie della storia del cinema. Brillante ed allo stesso tempo sofisticato, il film di Billy Wilder è caratterizzato da dialoghi esilaranti, supportati da un cast eccezionale. Ai protagonisti, Tony Curtis e Jake Lemmon, si affianca Marilyn Monroe, che, nonostante i problemi personali che si racconta tormentassero il set del film, lega indissolubilmente questo film al suo nome. Qui regala quel mix di perfetta comicità, ingenua fragilità e sex appeal che l’ha resa l’icona del cinema che ancora oggi tutti ricordano.

8 e 1/2 regia di Federico Fellini, Italia, 1963, 138 min

Protagonista della pellicola è il regista Guido Anselmi (interpretato da Marcello Mastroianni, vero e proprio alter ego cinematografico di Fellini), turbato non solo da una crisi creativa, ma anche da una esistenziale. Mescolando realtà e sogno, emozioni e ricordi, Fellini trasmette sul grande schermo le sue stesse paure. Dopo il successo de “La dolce vita”, il regista stava sviluppando l’idea per un nuovo film di cui però non aveva un’idea chiara. Non vi era neanche un titolo, per questo si utilizza il provvisorio “8 1/2”, poiché la pellicola succedeva sei film da lui diretti, più tre “mezzi” da lui co-diretti con altri registi. Da qui l’idea geniale di basare il lungometraggio proprio su questo. Ma il film è molto più di questo, come ci ricordano i numerosi personaggi nella passerella finale, sulle stupende note di Nino Rota. È un omaggio all’arte, che vince sull’ineluttabilità della morte. È un omaggio alla vita, l’accettazione di se stessi e degli altri, perché è solo dandosi la mano che si può affrontare il circo dell’esistenza.

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Rubrica: serie TV a cura di Sebastiano Marconcini e Elena Modena

gomorra / the young pope when "italians do it better" Quando ci si ritrova a parlare di serie tv, subito si pensa a prodotti provenienti dagli Stati Uniti o l’Inghilterra, dato che la televisione italiana sembra non essere in grado di andare oltre a serial farciti di buoni sentimenti o tormentate passioni recitate malissimo. A partire dagli anni 2000 però, con serie come Boris e Romanzo Criminale, l’Italia è riuscita a dare ai propri prodotti un linguaggio universale di più ampio respiro, senza rinunciare alla propria personalità e alle storie più vicine alla nostra sensibilità ed alle realtà che ci circondano. Infatti, sono serie tv come Gomorra e The Young Pope che hanno permesso di far conoscere a livello internazionale la qualità che, a livello televisivo, le eccellenze italiane possono raggiungere.

Gomorra è qualcosa che rivoluziona totalmente il modo italiano di approcciarsi al “prodotto” televisivo. È cinema per il piccolo schermo, che scorre puntata dopo puntata, spingendo lo spettatore a non stare più nella pelle nell’attesa dell’episodio successivo. A suo modo è l’ennesimo segnale del potere mediatico che possono avere i prodotti nostrani in campo internazionale, visti anche i record di ascolti raggiunti dalla serie targata Sky. La direzione delle riprese è stata affidata a tre diversi registi, tra i quali, a dirigere numerosi episodi e curare la supervisione artistica generale, Stefano Sollima, lo stesso che, con Romanzo Criminale, serie tv del 2008, ha provveduto ad alzare esponenzialmente la qualità delle produzioni televisive italiane. Nonostante si possa notare la mano diversa dei tre registi, inconfondibile e tesa quella di Sollima, dark ma più femminile quella della Comencini, personale e pragmatica quella di Cupellini, il filo conduttore tra le puntate è il cast tecnico che fa dell’adattamento dell’omonimo Best-seller di Roberto Saviano, un vero e proprio capolavoro. La fotografia di Paolo Carnera, il montaggio di Patrizio Marone, le musiche dei Mokadelic e le scenografie di Paki Meduri restituiscono un alto livello di realismo, rafforzato dalla scelta dell’uso di un dialetto verace, non edulcorato o macchiettistico come spesso si usa nelle commedie e nei cinepanettoni. Una scelta che richiama il neorealismo italiano, che dà tanto non si vedeva nei serial nostrani e che è stato particolarmente apprezzato all’estero. Attraverso l’inflessione sporca, volgare e a volte incomprensibile si ha il senso della parlata quotidiana della Napoli più autentica. Certo, Gomorra non può esimersi dai cliché di una serie sulla camorra napoletana, come le canzoni neomelodiche o le case dei camorristi con arredamento pacchiano. Ma lo stereotipo

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è superato con facilità grazie ad un plot molto strutturato e mai abbandonato lungo i diversi episodi. È una trama che racchiude in sé tanti temi: lotte intestine e tra bande rivali, l’iniziazione al male, la fine dell’epoca dei vecchi e l’ascesa di quella dei giovani, ma anche la figura della moglie del boss oppure il “fedelissimo” che non arriva al “trono”. Tutti questi frutti li possiamo assaporare grazie ad un cast in formissima e assolutamente coeso: non solo i protagonisti, ma anche tutti i personaggi secondari che affollano la corte dei Savastano, la famiglia mafiosa che fa da pretesto per questo racconto. Insomma, Gomorra è una rapina a mano armata e con sul fronte della serie tv italiane, un qualcosa di esplosivo che ogni spettatore apprezzerà.

“His religion is revolution” recita lo slogan che campeggia sulla locandina di The Young Pope di Paolo Sorrentino. Ma questa maestosa co-produzione di Sky, HBO e Canal+ è davvero una rivoluzione per il piccolo schermo? Certamente è significativo vedere uno dei maggiori registi italiani di oggi, Paolo Sorrentino, dopo i numerosi riconoscimenti degli ultimi anni, “concedersi” ad una serie tv. Qui il regista adatta la sua personalissima espressione artistica, fatta di elisioni, sospensioni, sogni e stile prima che contenuto, ad un prodotto per la televisione, pur di altissima qualità. In tal senso, è significativa la presentazione della serie in anteprima internazionale, con i primi due episodi, durante la 73a edizione del Festival del Cinema di Venezia, quasi a non voler spezzare quel sottile legame che lega il regista al grande schermo. The Young Pope, risulta così una non serie tv, più simile ad un film, lungo dieci ore, pieno di andate e di ritorni, di dettagli, di citazioni e di teologia, ma anche di tanta e bellissima musica. Citando il maestro, “nella vita, c’è sempre spazio per la musica” e in The Young Pope ha trovato anche forza, forma e posto. Il Sorrentino che si può leggere è diverso, meno complesso e più alla portata di tutti, anche per coloro che non sempre hanno apprezzato lo stile del regista. The Young Pope racconta la storia di Lenny Belardo, un pontefice americano molto giovane. Il suo volto è quello di Jude Law, e con l’attore infatti condivide lo sguardo enigmatico, giovane e bello. È un sex symbol, irraggiungibile come una rockstar, che vive nella contraddizione di sé. Un Papa che fa colazione con la Coca Cola, che fa miracoli con una semplice ma insistente preghiera e che ci viene mostrato nudo come un Adone. Insomma, è un Papa di eccessi, che solo per questo non può che suscitare ansimante curiosità. L’identificazione con lo spettatore risulta immediata. Ma nel cast spicca soprattutto Silvio Orlando, che nella serie interpreta il Cardinale Voiello, fra tutti il più abile nel rubare la scena al protagonista, merito di un’incredibile interpretazione e di una capacità linguistica che non gli ha valso rivali nella recitazione in lingua inglese. The Young Pope va così incontro a episodi fenomenali, che sono riusciti a dividere la critica tra chi ha lodato e chi invece ha criticato l’opera del maestro. Rimane comunque una serie nostrana, anche se girata all’estero, che è riuscita a regalare grandissime emozioni e non solo grazie alla complicità delle maestose scenografie Vaticane.

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Rubrica: letteratura a cura di Cristina Lonardi

johann

wolfgang von

goethe “Tutto quello che puoi fare, o sognare di fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere, magia. Incomincia adesso.” Johann Wolfang von Goethe nasce nel 1749 a Francoforte sul Meno in una famiglia numerosa. Il padre, all’età di sedici anni, lo manda a studiare legge a Lipsia, nonostante già da giovane dimostri notevoli doti poetiche. Dopo un periodo di malattia che lo costringe a ritornare a Francoforte, nel 1770 si trasferisce a Strasburgo dove completa i suoi studi di giurisprudenza e scrive la sua prima raccolta di poesie. Riceve l’incarico di addetto al tribunale a Wetzlar, e vi si trasferisce fino al 1774. Qui conosce Charlotte Buff, di cui si innamora, ma la donna è già fidanzata e non ricambia l’affetto di Goethe. Decide di tornare a Francoforte, dove riceve la notizia di un suo amico morto suicida per amore. Questi due fatti saranno determinanti nella vita dello scrittore, tanto che lo porteranno a scrivere il suo primo romanzo giovanile “I dolori del giovane Werther” che diventerà una delle sue opere più accolte della contemporaneità. Scritto nel 1774, è il frutto più alto dello Sturm und Drang, il movimento culturale che in quegli anni si fa spazio in Germania per poi propagarsi in tutta Europa. Nel 1775 si trasferisce a Weimar, alla corte del mecenate duca di Sassonia. Diventa suo consigliere e inizia ad interessarsi a diversi aspetti della natura, della geologia, botanica, biologia e ottica; grazie alla sua fama e all’aiuto del duca i suoi testi teatrali iniziano ad essere rappresentati con successo. Dopo la sua fuga dalla corte, passando prima dalla Svizzera, arriverà in Italia il cui Grand Tour verrà ripreso nella pagine di Italienische Reise (Viaggio in Italia). Passa da Trento alle rive del Lago di Garda, a Verona, Vicenza dove conosce e ammira le opere del Palladio, per poi passare a Padova, Venezia, Bologna e Firenze, anche se la sua vera meta è la città

eterna. Decide di stabilirsi a Roma dove studia scultura antica e i poeti latini; ricorderà questi anni come i più sublimi della sua carriera artistica. Il suo viaggio prosegue poi a Napoli fino ad arrivare in Sicilia. Nel 1788 ritorna a Weimar, dove diventa direttore del Teatro di Corte e conosce Christiane Vulpius, dalla cui relazione avrà un figlio, August, si sposano nel 1806. In questo periodo scrive la prima versione dell’opera teatrale “Faust” completata nel 1808, e nel mentre pubblica nel 1797 “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister”. Assieme a Friedrich Schiller collabora alla rivista Musenalmanach (L’almanacco delle Muse), la loro amicizia cresce, condividono e scambiano diversi interessi, ispirandosi continuamente a vicenda. Dopo la morte dell’amico, nel 1805, inizia il periodo di crisi interiore del poeta che si sente sempre più solo e nonostante sia considerato come uno dei più grandi poeti dell’epoca, l’autore non si riconosce in quel ruolo e si distanzia dalla nuova generazione di poeti tedeschi dallo spirito romantico. Segue un periodo di intensa attività letteraria fra saggi e romanzi, fra i quali “Le affinità elettive” del 1809, la prima parte dell’autobiografia (composta in quattro parti, la cui ultima verrà pubblicata postuma nel 1833), “Divano occidentale-orientale” del 1819, “Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister” del 1821 e la seconda parte del “Faust”, la sua opera più grande pubblicata, per suo volere, postuma. Johann Wolfgang von Goethe muore il 22 marzo 1832 nella sua casa a Weimar.

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goethe da leggere: I dolori del giovane Werther, Die Leiden des jungen Werthers, 1774 Questo romanzo è forse la prima opera letteraria tedesca ad entrare nel canone europeo. A riconoscere l’importanza del romanzo in quel periodo, vi è un aneddoto che racconta l’incontro fra lo scrittore e Napoleone, dove quest’ultimo critica l’opera di Goethe asserendo che non sia naturale combinare l’amor proprio offeso e la passione amorosa. Ma è veramente così? È un elogio alla forza soprannaturale dell’amore romantico o Werther è solamente attratto da Lotte per via della sua irraggiungibilità? Il romanzo approfondisce il conflitto che nasce fra l’individuo e il mondo esterno: Werther è un irrequieto viaggiatore, un’anima alla costante ricerca, contrapposta alla figura di Lotte armoniosa, sensibile e calma. Nelle lettere scritte all’amico Wilhelm, il protagonista è in lotta con sé stesso, indaga e riflette su ciò che Lotte cambia in lui, sul valore dell’esistenza umana e il significato della vita. Werther in realtà non chiede a Lotte di lasciare la propria vita o Albert, la sua passione ha certi limiti, quindi il suo si può considerare un amore romantico? Le affinità elettive, Die Wahlverwandschaften, 1809 Nel leggere un romanzo, siamo soliti seguire le vicende dal crescere della storia romantica fino al lieto fine che quasi sempre si conclude con il matrimonio, mentre qui Goethe affronta la vita che si cela nelle case e nelle vite dei protagonisti dopo il matrimonio. Charlotte, moglie quasi perfetta che cerca di nascondere la dissolutezza del marito tanto da apparire come una donna sciocca. Eduard marito borghese sempre attento a come appare in società e con una profonda dilezione per l’alcol. Ottilie, la nipote, da personaggio innocente rivela lati inaspettati e passionali. Goethe in questo periodo, aveva iniziato a interessarsi alle leggi che guidano la natura. Gioca sul concetto di affinità, partendo dalla legge dell’affinità fra alcali e acidi, secondo la quale si attraggono per poi legarsi modificandosi, rompendo il legame originario e dando vita ad una nuova sostanza. Cerca di comparare tale legge ai rapporti umani, nello specifico ai rapporti coniugali, poiché crede che la natura imponga le sue leggi al cuore umano così come alle reazioni fra elementi chimici. Teoria dei colori, Zur Farbenlehre, 1810 Fra i vari studi scientifici intrapresi da Goethe troviamo il saggio relativo ai suoi studi sul colore. Osservò che le teorie newtoniane, le quali studiavano i colori solo a partire dalla luce e avevano un approccio prettamente scientifico, erano da considerarsi in parte scorrette. Goethe infatti si oppone con la ragione nel confutare la tesi di Newton secondo la quale la luce scaturisce dai colori, e analizza quest’ultimi sia a partire dalla luce che dall’oscurità. Pone al centro dei suoi studi l’uomo e i suoi sensi, per questo la sua teoria verrà molto apprezzata e seguita nel mondo dell’arte. Un saggio interessante sia per le teorie elencate, che per il fatto che faccia riflettere molto su come noi vediamo il mondo. Il libro consta di tre volumi, un primo riguardante lo spettro luminoso; un secondo che enuncia la sua polemica contro le teorie di Newton, e dove compare il famoso cerchio cromatico di Goethe. Nel terzo volume elenca aspetti storici del colore, ripercorrendo l’evoluzione filosofica a partire dai greci fino a Galileo e Newton.

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Rubrica: musica a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

la luce di una stella cadente nera

Amy Jade Winehouse nasce a Enfield (Middlesex), il 14 settembre 1983 da una famiglia ebreo-russa. Respira musica da sempre, gli zii sono tutti musicisti jazz e la nonna è stata la fidanzata del leggendario Ronnie Scott. La piccola Amy adora Dina Washington, Billy Holiday e Judy Garland, ma soprattutto ama cantare le canzoni di Frank Sinatra con il padre. A dieci anni fonda un piccolo gruppo musicale, gli Sweet’n’Sour e pochi anni dopo viene ammessa alla prestigiosa scuola di teatro Sylvia Young di Londra, ma è tutt’altro che una studentessa modello. Tuttavia, la titolare della scuola fa in modo che entri a far parte dell’orchestra giovanile di jazz, da cui attingono case discografiche e impresari. “La chiamai e le dissi: ‘Puoi venire domani alle 12:30 a cantare quattro canzoni?’ e lei mi rispose: ‘Ma io non conosco quattro canzoni… vabbè, le imparerò durante il viaggio in metro’. Così arrivò da Finchley, dove abitava, e imparò i pezzi. Li cantò perfettamente. Con me c’era un amico, un sassofonista, che mi disse: ‘Se non metti sotto contratto questa ragazza, lo faccio io. Diventerà una stella”. Quel signore aveva ragione. Il giorno che Simon Fuller, creatore di pop idol, ha bisogno di una voce jazz per la sua etichetta, la 19 Records, Amy partecipa ad un provino e firma il suo primo contratto. Nel 2003 esce Frank, il primo album di Amy Winehouse. Il singolo che lo anticipa, Stronger than me, va dritto al numero uno della classifica britannica. Poco dopo l’uscita di Frank, in un pub di Londra, conosce Blake Fielder-Civil, un video maker di 23 anni bello

e dannato. È il colpo di fulmine ma insieme a Blake Amy inizia a far uso massiccio di droghe pesanti. Al suo manager, che preoccupato le chiede di disintossicarsi, Amy risponde con Rehab. Il singolo anticipa Back to black e le canzoni contenute nell’album non sono che un beffardo presagio di ciò che succederà. Amy e Blake si sposano nel 2007, ma la nuova situazione famigliare non fa che peggiorare la sua salute. Amy va in coma dopo aver assunto un cocktail di cocaina, eroina, ecstasy e vodka e il tour americano salta. Il marito viene arrestato dopo una rissa in un bar e per aver tentato di corrompere il gestore con una mazzetta. Amy ammette pubblicamente di fare uso di droghe pesanti e questa volta in rehab ci va davvero, anche se per poco. Dopo essere uscito dal carcere, Blake chiede il divorzio per adulterio e due si separano, ma senza mai lasciarsi davvero. Amy è l’ombra di se stessa e sembra aver rinunciato per sempre alla musica. La sua solitudine è davanti agli occhi di tutti. Nel 2011 parte un breve tour europeo, per rilanciare l’attività di Amy - che, nel frattempo, ha provato davvero a disintossicarsi - ma qualcosa non va e si presenta sul palco ubriaca, barcollante e senza ricordare il testo delle canzoni. Il tour viene cancellato. Il momento giusto per ripartire non arriverà mai. Amy trascorre l’ultima notte della sua vita a rivedersi su Youtube, dopo aver cenato da sola in camera, bevendo vodka fino all’eccesso. Il suo corpo viene trovato senza vita il 23 luglio 2011, nella sua casa di Camden Town.

La Top 20 delle canzoni di amy winehouse da ascoltare mentre progetti!

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2006 BACK TO BLACK 2007 VALERIE 2006 LOVE IS A LOSING GAME 2006 REHAB 2004 WILL YOU STILL LOVE ME TOMORROW 2003 YOU SENT ME FLYING 2003 FUCK ME PUMPS 2003 STRONGER THAN ME 2006 ME & MR. JONES 2007 TO KNOW HIM IS TO LOVE HIM

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2006 TEARS DRY ON THEIR OWN 2010 IT'S MY PARTY 2011 BETWEEN THE CHEATS 2006 YOU KNOW I'M NO GOOD 2003 IN MY BED 2011 THE GIRL FROM IPANEMA 2003 TAKE THE BOX 2011 LIKE SMOKE 2011 BODY AND SOUL 2006 WAKE UP ALONE


I DISCHI di amy winehouse Amy Winehouse FRANK

Island

Amy Winehouse BACK TO BLACK

Island

È il 2003, e sul mercato musicale internazionale si affaccia un’artista allora sconosciuta: Amy Winehouse. Il disco di debutto si chiama Frank ed è stato, fino alla morte della cantante, un album relativamente poco conosciuto, una sorta di pietra preziosa che in Italia passò praticamente inosservato. Accolto in patria (UK) da una reazione commerciale felice ma non clamorosa, e da critiche musicali divise tra chi gridava “al miracolo” e chi era più scettico sulla sua forma colta di pop, l’album è un mondo delizioso di canzoni trasudanti atmosfere e riferimenti al mondo jazz (la leggenda narra che il titolo dell’album sia in parte un omaggio al crooner Frank Sinatra), in cui l’anima soul della cantautrice emerge con tutta la sua forza emotiva. Nasce proprio con questo disco il mito della diva tormentata e ribelle (Amy ha un passato personale e musicale tutt’altro che facile), ed è con questo disco che appare il modello della cantautrice “vintage” negli anni 2000, mito cercato e desiderato da tantissime colleghe musicali di quegli anni. Amy Winehouse sembra una Nina Simone moderna, mentre ti accarezza o ti prende a schiaffi nei suoi testi, e tutto questo all’impressionante età di 20 anni. Nell’articolata tracklist di Frank (che tra Intro, Outro, hidden tracks, raccoglie molti più episodi musicali di quelli che appaiono in copertina), sono diverse le contaminazioni che si uniscono al jazz, tra le quali si intravede una predisposizione all’r’n’b che sarà il preludio al suo futuro capolavoro. Sebbene da alcuni Frank sia considerato il frutto di una personalità creativa ancora acerba, l’album è un assoluto gioiello di qualità incredibile, come se ne vedono pochi di questi tempi, ed è un’opera d’arte assolutamente da scoprire per quelli che, ancora, non lo hanno fatto.

La perfezione. È questa forse la parola più appropriata per l’opera seconda (e purtroppo ultima) della cantautrice. A tre anni di distanza dal debutto che lasciava presagire alcune inclinazioni musicali r’n’b, arriva sul mercato Back to black che già dal titolo dichiara apertamente le sue intenzioni: la musica black. E la direzione verso la musica nera e quello stile Motown degli anni ’50 traspare in tutta la concisa tracklist. Il disco, all’epoca della pubblicazione, acquisisce subito un hype commerciale enorme, mentre la cantante, con fare stralunato, dichiarava nelle interviste che gli altri volevano mandarla nelle cliniche di disintossicazione, ma a lei non fregava un bel niente. La scelta di avvicinarsi al mondo musicale di Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin, e l'accuratissima produzione del già consolidato Salam Reemi e di Mark Ronson, si riveerà vincente, senza dimenticare l’incredibile qualità delle composizioni incluse. Back to black è infatti una successione micidiale di brani dal potenziale altissimo, e dall’anima graffiante ma ferita: il cinismo e la spietatezza con la quale Amy racconta le sue storie lascia quasi sconvolti; non si possono non citare i singoli Rehab, Back to black, Love is a losing game. I lividi che si ascoltano nell’anima nera profonda del disco si riflettono purtroppo nella vita della cantautrice la quale, dopo un lungo e difficilissimo periodo autolesionistico e sbandato, cerca inutilmente di risorgere (diverse persone, nel panorama musicale, l'avevano avvisata che di quel passo si sarebbe autodistrutta). Back To Black è, già dalla sua pubblicazione, un classico istantaneo, e lo è ancor di più oggi che siamo consapevoli non avrà mai un successore, così come probabilmente per molto tempo non ci sarà nessun erede musicale di Amy Winehouse. La quale però ci ha lasciato un testamento musicale che vale infinito.

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Rubrica: fashion style a cura di Isabella Polettini

coco chanel una femminista modaiola

“Prima di uscire guardati allo specchio e levati qualcosa” No, non è Mies Van Der Rohe e una declinazione modaiola del suo Less is more, bensì un’altra delle protagoniste indiscusse della storia moderna. È impossibile negare che Gabrielle “Coco” Chanel sia la più famosa fashion designer della storia – la sua reputazione supera di gran lunga quella dei suoi rivali. La sua più grande forza stava nell’abilità di leggere i tempi e le tendenze che li cambiavano, e di solito ci riusciva prima di chiunque altro. La sua storia è diventata leggenda, mitologia della moda, anche per i non addetti ai lavori. Nata a Saumur nel 1883, crebbe in un orfanotrofio gestito da suore, il che la rese ribelle nei confronti di ogni forma di disciplina stabilita e le insegnò a combattere per ottenere ciò che voleva. Appena poté, iniziò a lavorare come sarta e a cantare nei bar, dove le venne affibbiato il nomignolo Coco per una delle sue canzoni. La sua carriera iniziò nel 1906, quando grazie al suo primo amante, imprenditore tessile e appassionato di cavalli, riuscì ad entrare in contatto con i suoi primi clienti fabbricando cappelli da indossare, secondo la moda dell’epoca, all’ippodromo. Estremamente semplici e di paglia, in un momento storico in cui usavano cappelli sontuosi e ricoperti di piume, le creazioni di Coco destarono scalpore nell’élite parigina. Poco dopo aprì il questa pagina, dall’alto: 1.Coco Chanel. Fonte: www.seefashion.co.uk/2016/10/27/coco-chanels-10-most-iconic-designs/ 2.Little black dress, American Vogue, 1926. Fonte: www.hungertv.com/feature/ten-ways-coco-chanel-changed-fashion/ 3.Chanel Little Black Dress. Fonte: www.sewlikeinparis.com/coco-chanel-thank-you-for-the-little-black-dress/ 4.Chanel No.5. Fonte: www.bostonmagazine.com/fashion-style/article/2016/09/04/chanel-no-5/

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suo primo negozio nella capitale francese, ma Coco non era soddisfatta della moda del periodo, troppo pesante ed elaborata: iniziò un’insidiosa guerra privata per fare in modo che le donne si sentissero moderne e a proprio agio con i loro vestiti quanto gli uomini. Con il suo secondo negozio a Deauville nel 1913, iniziò a vendere capi per donne attive e per l’aria aperta, scandalosamente puri nello stile e quasi privi di ornamento. Fu il momento perfetto: in tempo di guerra non c’è spazio per la stravaganza, e le privazioni resero le donne più che mai ricettive verso uno stile semplice. Al termine del conflitto non vi era famiglia che non avesse subito la perdita di un marito o di un figlio, e le strade di Parigi e Londra erano piene di donne vestite a lutto. Intuì lo stato d’animo delle più giovani, che, vedendo le loro madri perdere tutto, avvertivano un impulso a non innamorarsi mai per non soffrire. Stava cambiando l’idea di femminilità verso uno stile garçonne chic e indipendente, e Coco l’aveva capito in anticipo. Fu negli anni ’20 che inventò il little black dress, destinato a diventare una delle icone della moda di tutti i tempi, con cui dichiarava ufficialmente l’uguaglianza delle donne col genere maschile. Era ormai riconosciuta come una dei leader della moda no solo a Parigi, ma in tutto il mondo. Il suo stile e la sua palette erano moderni allora tanto quanto lo sono ancora oggi: chic e sportiva di giorno, elegante e romantica ma con linee autoritarie di sera. Dopo la seconda guerra mondiale fu esiliata in Svizzera per la sua relazione con un ufficiale tedesco durante la guerra, ma ciò non la fermò, e tornò sul mercato più forte di prima con la fragranza Chanel No.5, che diventò il mito che tutti noi conosciamo. Disegnò la sua ultima collezione nel 1954, a 71 anni, presentando lo storico tailleur Chanel, giovane e sexy ma morbido ed elegante, che verrà indossato dalle teenagers ma anche dalle loro nonne. questa pagina, dall'alto: 5.Tailleur Chanel indossato da Romy Schneider, attrice. Fonte: www.wevux.com/it/il-tailleur-chanel-2004752 6.Chanel petite robe noir moderno, sfilata fw 2016. Fonte: www.stylezza.com/les-celebrites-au-defile-de-chanel2016-metiers-dart-2722 7.Tailleur bouclé Chanel, FW 2016. Fonte: www.dailyelle.fr/date/2015/07/page/5 8.Borsa chanel 2.55. Fonte: www.inspiredbyfashionlook.blogspot.it/2013/03/chanel-255.html

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Software in pillole a cura di Sebastiano Marconcini

adobe indesign:

lo strumento "trova / sostituisci" Ormai tutti conoscono InDesign come uno dei migliori software in circolazione per l’impaginazione. Tuttavia quando importiamo i nostri testi nel programma, soprattutto se non scritti da noi, può essere che ci siamo dimenticati di correggere qualche errore al suo interno. Altre volte invece, al termine del lavoro, sopraggiungono ripensamenti sul font o lo stile del testo. InDesign viene in nostro aiuto con una funzione che ci permette di trovare e modificare velocemente gli elementi che ci interessano del nostro testo, senza dover analizzare l’intero documento. Questo strumento prende l’esplicativo nome di Trova/Sostituisci. Per utilizzare questa funzione vi basterà andare nella barra superiore al menu Modifica > Trova/Sostituisci.

Apparirà così la finestra di comando. In questo tutorial vedremo lo strumento applicato al testo, ma dalla prima fila di tasti si può vedere che lo stesso può essere utilizzato con i stili GREP, i glifi e gli oggetti presenti nel nostro documento.

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A questo punto possiamo utilizzare la stringa Trova per digitare la parola che vogliamo trovare, in questo caso ho inserito un doppio spazio (classico esempio di errore da battitura), e nella casella Sostituisci con il cambiamento che vogliamo apportare, qui il singolo spazio. Sotto, tramite il comando Cerca in, possiamo scegliere se vogliamo fare che la ricerca solo per il documento in cui si sta lavorando, una parte di esso o tutti i documenti aperti. Sotto a questa funzione, invece, troviamo ulteriori icone che servono a selezionare varie opzioni, come ad esempio se considerare i livelli bloccati all’interno della nostra ricerca oppure no. A questo punto possiamo cliccare sul pulsante Trova successivo ed il software ci indicherà il primo errore. Ora possiamo cliccare su Sostituisci, per procedere a modificare gli errori uno ad uno, oppure su Sostituisci tutto, per apportare la sostituzione su tutto il documento. In questo caso apparirà una finestra che vi comunicherà il numero di modifiche fatte.

Se invece volessimo modificare il font o il colore del testo ci basterà utilizzare le finestre di Trova formato e Sostituisci formato (se non li visualizzate automaticamente, vi basterà cliccare sul pulsante Più opzioni). Cliccando sull’icona a lato formata dalla lente di ingrandimento e una T da cui possiamo selezionare gli elementi che vogliamo modificare, come ad esempio Formati base caratteri per il font.

Grazie a questo strumento correggerete i vostri testi e apporterete tutte le modifiche che vorrete in men che non si dica. In poche parole Trova/Sostituisci è una delle funzioni di InDesign da saper assolutamente utilizzare. Vi ricordo che potete visualizzare in qualunque momento questo tutorial con immagini ad una definizione più elevata anche sul nostro sito internet: www.starcmantova.com

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Bacheca

a cura di Alberto Milani

Eventi esaurito. La serata a Mantova è la tappa del tour italiano della cantante.

MOSTRE Dal 28 maggio 2016 al 1 settembre 2017 “L’Egitto a Verona” Museo archeologico, Teatro Romano – Verona. Si tratta di una collezione limitata di circa cento pezzi provenienti dall’Egitto o ispirati all’arte egizia che sono entrati a far parte dei beni del museo. La mostra si trova al piano principale del Museo, articolata in sezioni, è visitabile negli orari di apertura del Museo Archeologico.

https://www.evensi.it/lindsey-stirling-mantovapalabam-palabam-mantova/191541468

MOSTRE Dal 1 dicembre 2016 al 28 febbraio 2017 “Mantova fortezza” Mantova. Mostra dei disegni di Guglielmo Calciolari che illustrano la storia secolare della fortezza di Mantova che fu molto importante nelle vicende risorgimentali. Nell'occasione dell'inaugurazione sarà presentato il sito Internet «Mantova fortezza».

http://museoarcheologico.comune.verona.it/ nqcontent.cfm?a_id=52214

ARTE

http://www.mantova2016.it/it-ww/mantovafortezza-1217.aspx

Dal 15 ottobre 2016 al 12 marzo 2017 “Picasso, Figure (1906-1971)” Arena Museo Opera (AMO) - Verona. In mostra un'opera d’arte per ogni anno della vita di Pablo Picasso in un arco temporale che va dal 1906 fino agli anni ‘ 70 per un totale di oltre 90 opere esposte. In esposizione opere di pittura, scultura e arti grafiche che creano un percorso che racconta la metamorfosi a cui l’ artista sottopone la rappresentazione del corpo umano.

EVENTI Dal 24 al 26 febbraio 2017 "Mantova Comics & Games" Palabam, Mantova Un evento giovane, dedicato ai giovani, ormai diventato un appuntamento fisso, saranno presenti grandi autori di fumetti, i più amati e famosi youtuber e blogger con tantissime postazioni di gioco, workshop, incontri con gli autori e un mare di cosplayer che daranno vita ai personaggi più amati dei fumetti e della TV, per un weekend all’insegna del divertimento.

http://www.mostrapicassoverona.it/

MOSTRE Dal 3 dicembre 2016 al 4 giugno 2017 "Andrea Palladio. Il mistero del volto" Vicenza, Palladio Museum. Del più conosciuto architetto degli ultimi cinque secoli non esiste un unico ritratto; sono state molte le versioni che si sono succedute nel tempo. La mostra ha tentato di ricostruire l’intricata storia che sta dietro al volto di questo architetto fra vari dipinti conosciuti e quelli recentemente scoperti.

http://www.mantovacomics.it/

VISITE GUIDATE Dal 5 febbraio al 30 giugno 2017 “I tesori nascosti del doge” Venezia, Palazzo Ducale. Un nuovo affascinante itinerario storicoartistico all'interno di Palazzo Ducale si aggiunge ai percorsi che già oggi conducono a scoprire l'edificio. Il percorso si svolge negli ambienti riservati al doge, situati nell'ala di Palazzo Ducale contigua alla Basilica. Sarà possibile effettuare la visita solo su prenotazione e con accompagnatore qualificato che ne illustra le caratteristiche.

https://www.palladiomuseum.org/exhibitions/volto

MUSICA 4 marzo 2017 “Lindsey Stirling in concerto” PalaBam Mantova. Violinista d’eccezione, ottima ballerina, nata dal fenomeno YouTube. Lindsey Stirling, ha ottenuto molti consensi e nel corso degli ultimi anni sta registrando ovunque il tutto

https://venezia.virgilio.it/eventi/i-tesori-nascostidel-doge-italiano-itinerari-segreti-di-palazzo-ducalevenezia_2289489_100

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Bacheca

a cura di Alberto Milani

bandi e concorsi ● Light-Craft, progettazione di un corpo illuminante da esporre al Fuorisalone 2017 iscrizioni e consegna entro il 3 marzo 2017 Orama Factory lancia il concorso di design Light - Craft per la progettazione di un corpo illuminante che sviluppi e integri, i temi della compatibilità ambientale e dell'artigianato, caratterizzato da un connubio tra manualità e nuove tecnologie.Il progetto dovrà rappresentare una lampada o un sistema di lampade basati sull'utilizzo di sorgenti luminose a basso consumo, sul ricorso a strumentazioni consumer collegate al mondo dei maker e sulla replicabilità sia a livello industriale che dell'autoproduzione. https://www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/23411/Light-Craft-progettazione-di-un-corpoilluminante-da-esporre-al-Fuorisalone-2017

● Lx Campus Ideas Competition: un campus accogliente per la città universitaria

di Lisbona

iscrizioni entro il 6 marzo 2017, consegna entro il 31 marzo 2017 Nell'ambito della Landscape and Life International Conference viene promosso il concorso di idee Lx Campus Ideas Competition per esaminare e discutere sulle interazioni degli spazi esterni e ciò che essi possono offrire alle persone, in termini di benessere, in tutte le diverse fasi della vita. Architetti, paesaggisti e urbanisti sono chiamati a presentare un masterplan generale. https://lxcampus.wordpress.com/

● Un'Opera

per il Castello: giovani artisti chiamati a realizzare un'opera d'arte per Castel Sant'Elmo consegna entro il 22 maggio 2017

Il concorso è rivolto a giovani artisti, a cui è richiesto di realizzare progetti site-specific, con particolare riferimento ai camminamenti panoramici e alla suggestiva Piazza d'Armi. Le idee dovranno innescare relazioni con l'articolata struttura del castello, con il territorio circostante e con il pubblico, costituendosi come una vera e propria esperienza di condivisione. Il bando non pone limiti teorici, tecnici e creativi ma solamente al tema e al budget stanziato. http://www.polonapoli-projects.beniculturali.it/index.php/bando

● Milan Residential Complex iscrizione e consegna entro il 14 aprile 2017 Con questo concorso d’idee promosso da STaRT fortalents si intende raccogliere proposte per la realizzazione di un nuovo complesso residenziale che sorgerà in prossimità del distretto di Porta Nuova, tra il quartiere Isola e il Centro Direzionale. Le idee dovranno tener conto del contesto in cui si inserirà il progetto: una città caratterizzata da molte identità andando a concepire un'architettura che sia in grado di dare una risposta alle esigenze abitative attuali. https://www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/23360/Milan-Residential-Complex-il-concorso-di-ideelanciato-da-STaRT

● Cercasi concept per i nuovi punti vendita Mondadori Retail iscrizione entro il 24 marzo 2017, consegna entro il 31 marzo 2017 Mondadori Retail bandisce un concorso di idee, che si svolgerà integralmente online, per la realizzazione di Concept per nuovi punti vendita. I partecipanti dovranno elaborare le linee guida che caratterizzano la fase esecutiva per esprimere al meglio la qualità del concept stesso. http://www.youandhome.it/concorso-mondadori-retail/

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APPuntamento mobile a cura di Sebastiano Marconcini e Marco Morandi Le app dei nostri smartphone e tablet possono essere strumenti molto utili, ma come fare per scegliere tra la moltitudine di applicazioni esistenti? Ecco una breve rubrica dove, in ogni numero, presenteremo alcune tra le migliori app appartenenti a diverse categorie. MONEFY - MONEY MANAGER Finanza Disponibile per Android. Noi studenti universitari abbiamo un grandissimo problema da tenere in considerazione: il budget mensile a disposizione. Far quadrare i conti con la spesa, le stampe per le revisioni, i costi di trasporto e qualche capriccio è un’impresa difficile. Ma proprio qualche giorno fa ho scoperto un’applicazione che ci aiuta in questo: Monefy ci permette di segnare i soldi che si guadagnano e si spendono giornalmente, inserendoli nelle categorie esistenti o creandone di nuove. In questo modo abbiamo la possibilità di vedere il bilancio giornaliero, settimanale e mensile espresso nelle diverse categorie. E se stai pensando anche alle sigarette… beh ti aiuta a riflettere su quanti soldi spendi. L’applicazione offre anche la possibilità di impostare un budget che ci permetta di verificare gli obiettivi di spesa impostati. Molto interessante anche la funzione di esportazione dei dati e la sincronizzazione con Dropbox. ADOBE PHOTOSHOP SKETCH Disegno Disponibile per iOS e Android. Per gli amanti del disegno a mano libera, Adobe ha sviluppato un’applicazione che permette di ottenere disegni straordinari, pur nella sua semplicità. Photoshop Sketch, infatti, è dotato di pochi strumenti essenziali per il disegno, i quali però si arricchiscono di alcune funzionalità tipiche del software principale che tutti ormai conosciamo. Per ogni strumento, infatti, oltre a scegliere dimensione, flusso e colore, è possibile applicare i metodi di fusione. Lo stesso principio vale anche per i livelli del lavoro che abbiamo realizzato, a cui si possono apportare tutta una serie di modifiche. Molto utili sono anche le griglie, in particolare quella prospettica, se si vuole lavorare nelle tre dimensioni. Infine, va ricordata l’opportunità di importare librerie personali per pennelli e simili, oltre alla possibilità di importare i file in Photoshop e Illustrator mantenendo la divisione dei livelli. VIVINO: SCANNER PER IL VINO Mangiare e bere Disponibile per iOS e Android. Quante volte vi è capitato di trovarvi al ristorante, in cantina o al supermercato e di dover scegliere un vino, ma non saper proprio quale prendere? Una soluzione social e molto interessante è a portata di smartphone. Tutto quello che devi fare, con Vivino, è fotografare l’etichetta del vino e aspettare pochi secondi perché essa si carichi nel database. In un attimo avrai recensioni degli utenti, abbinamenti e prezzo dei migliori rivenditori on line. Nel caso in cui si scansioni un vino che non è contenuto nel database, quest’ultimo verrà aggiornato con la tua foto. Molto utile è anche la funzione che permette di salvare tutte le etichette dei vini fotografati, in modo tale da poter tenere in costante aggiornamento la collezione personale. TVSHOW TIME Intrattenimento Disponibile per iOS e Android. Siete dei veri appassionati e avete perso il conto delle serie tv che state seguendo? Oppure seguite solo occasionalmente certi prodotti televisivi e non sapete quando trovare i nuovi episodi? In qualunque categoria rientrate, TVShow time è l’applicazione che fa per voi. L’applicazione vi permette di selezionare le serie tv che state guardando o vi interessano, fornendovi numerose informazioni. La prima, fondamentale, è il calendario della trasmissione degli episodi, per cui poter scegliere se seguire quella in lingua originale o quella italiana. Attraverso la pagina “da vedere”, TVShow Time vi permette di sapere a che punto siete arrivati con la visione di una determinata serie tv. Oltre alle esaustive informazioni ogni singolo episodio è dotato della propria scheda descrittiva. Un altro elemento che arricchisce l’applicazione e la possibilità di usarla come un vero e proprio social network per gli amanti delle serie tv, votando e commentando gli episodi insieme agli altri utenti della app.

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Starkitchen a cura di Alice Tomasoni Lo sappiano che durante le feste vi siete concessi qualche peccato di gola. Panettoni, pandori, dolci e chi più ne ha, più ne metta. Ma non preoccupatevi. Sono numerose le ricette che ci aiutano a depurare l'organismo ma con gusto. Per il post-feste, gli esperti consigliano di consumare a volontà frutta e verdura di stagione e di ridurre la quantità di carboidrati e di alimenti grassi. Occhio anche al metodo di cottura dei cibi e a non esagerare con i condimenti! Ecco, quindi, alcune proposte light con un ingrediente sano e gustoso come protagonista: la zucchina.

Sformatino di zucchine e verdure Tempo di preparazione: 15 min Tempo di cottura: 10/15 min Tempo totale:30 min circa Costo: 5/10€

Ingredienti: 1 zucchina 1uovo verdure tagliate a cubetti piccoli (in questo caso carote) sale, pepe e spezie a seconda dei propri gusti Tagliare finemente le zucchine, le carote e tutte le verdure a vostro gradimento in dadini piuttosto piccoli e porli in una terrina. A parte sbattere l’uovo con sale pepe e spezie, ed infine incorporare nella terrina con le verdure. Imburrare una coppetta per muffin e versare il composto. Infornare per circa 10/15 minuti controllando la cottura. Per uno sformatino più gustoso si possono aggiungere salumi e formaggi, ma occhio alle calorie! J

Involtini di zucchine con formaggio fresco e prosciutto cotto. Tempo di preparazione: 15/20 min Tempo di cottura: 0 min Tempo totale: 20 min circa Costo: 10/15€

Ingredienti: 1 zucchina formaggio fresco prosciutto cotto Tagliare le zucchine a listarelle abbastanza sottili e farle grigliare. Una volta conclusa la cottura, e lasciatele raffreddare, si compone l’involtino aggiungendo del prosciutto cotto ed infine il formaggio. Arrotolare e servire! Per una idea più gustosa si può sostituire il formaggio fresco con della scamorza e infine infornare.

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Tutti fuori a cura di Lorenzo Fravezzi

una tradizione d'oltreoceano:

il mondo delle bakery Che cos’è una bakery, e perché è diversa da una classica pasticceria? Forse non ce lo chiediamo spesso perché, come per tantissimi altri termini ormai ci siamo abituati a sentirli ed utilizzarli nel lessico quotidiano, ma non dobbiamo dimenticare che questa tipologia di locale è un’invenzione tipicamente americana. E’ un luogo adatto a tutti i momenti della giornata. I menù seguono la regola dei “3 times” (morning, afternoon, evening), ossia i tre momenti principali della giornata in cui vengono consumati i pasti.

Il grande successo delle bakery nel nostro Paese è dovuto, non solo alla bontà di torte non tipicamente nostrane (la cheesecake, la carrot cake, l’oreo cake o la red velvet) ma anche dalla realtà e atmosfera di questi locali che curano nel particolare l’allestimento e la composizione dei piatti serviti. Le bakery made in Italy, infatti, si caratterizzano per un delizioso stile shabby chic, fatto di tavoli e sedie bianche o color pastello, fiori alle pareti ed ampie vetrate che si affacciano su irresistibili e coloratissimi cupcakes. LA DOLCELIA Via Giulio Romano 10 Piccolo ambiente, curato nei minimi dettagli, dove ogni singola prelibatezza viene preparata come una volta. Gli ingredienti sono semplici, naturali e di qualità e tutto è prodotto

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direttamente nel piccolo laboratorio annesso alla caffetteria, dove si può gustare una deliziosa fetta di torta accompagnata da un cappuccino o un te in foglia biologico. Tra le possibilità c’è la colazione con prelibatezze dolci o salate oppure pranzare con delle leggerissime piadine artigianali cotte al momento. Nel piccolo laboratorio nascono anche bellissime torte decorate emblema del cake design. A pochissimi passi dal centro, un ambiente nuovo e al passo con i tempi che offre prodotti deliziosi e senza glutine, rivisitando le prelibatezze rendendole per tutti! Un piccolo break diverso dal solito a due passi dal museo Nuvolari. KIKI BAKERY: Corso Umberto I, 52 Locale carino e caratteristico, assolutamente in linea con la filosofia “bakery all’italiana”. Precisamente, è situato all’interno della galleria Apollo lungo Corso Umberto I, facilissimo

da raggiungere e vicinissimo al centro storico e all’università, ottima scelta per una piccola pausa dopo un giretto pomeridiano tra le bellezze della nostra città. Piccolo e molto accogliente, Kiki bakery ha all’interno pochi tavoli ma all’esterno un piccolo giardinetto estivo e qualche posto lungo la galleria. I prodotti che offre seguono la linea della vera bakery, quindi vari per i diversi momenti della giornata, ma i fantastici cupcakes conquistano lo sguardo e il palato appena varcata la soglia. Dalla colazione all’aperitivo è possibile gustare ogni prelibatezza anche in versione dietetica (per alcuni dolci) e gluten free. Ovviamente tutto rigorosamente home made.

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Starc party! a cura di Ines Marinello e Alice Tomasoni

17 novembre 2016

movember party ! Movember

La parola viene dall’unione delle parole, “november” e “moustache” (novembre e baffi): quindi tutti quelli che aderiscono alle varie campagne all’interno del movimento si chiamano “Mo bro”, “fratelli di baffo”. In particolare, Movember, è una charity foundation che ha origine nel 2004 e che ha fatto nascere un vero e proprio movimento di sensibilizzazione globale riguardo salute maschile. Concretamente si tratta di un intero mese, quello di novembre appunto, in cui gli uomini si fanno crescere i baffi, aderendo così a diverse campagne di raccolta fondi. Questo per attirare l’attenzione su alcune tra le più importanti tematiche, come il cancro alla prostata e ai testicoli, la salute mentale precaria (e quindi la prevenzione del suicidio) e l’inattività fisica. Il tutto è nato da quattro ragazzi australiani, nel 2003, e negli anni ha riscosso sempre più successo trovando a supporto testimonial famosi e sponsorizzazioni importanti. Ovviamente, non è necessario essere un uomo per avere a cuore la salute. Anche le donne, le “Mo Sista, sorelle di baffo” appunto possono partecipare all’iniziativa donando denaro e diffondendo la consapevolezza dell’importanza della prevenzione fra amici e conoscenti. Come ogni novembre, per far conoscere questa importante iniziativa,

Starc Mantova

organizza una festa in onore di questo grande movimento, e quindi sensibilizzare la gente sull’ importanza della prevenzione e dell’aiuto nei confronti di queste iniziative. La serata è caratterizzata senza ombra di dubbio dal simbolo fondamentale della fondazione: baffi e barba. Via libera alla spensieratezza e al divertimento, grazie alla musica del dj Francesco Andreoli che come ad ogni festa riesce a scaldare tutti. Ottima location e fantastici drink, nella nostra fedele location, il MaMu cafè! Quindi un ringraziamento speciale a Starc, che riesce a far divertire tutti, ma soprattutto a evidenziare un movimento così importante come il Movember, sensibilizzando le persone e facendolo espandere anche nella realtà mantovana.

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Archiquiz

il cruciverba 1

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a cura di Giovanna Fabris e Alberto Varchi 6

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A causa di un errore nella numerazione, vi riproponiamo il cruciverba del numero precedente di Versione, appositamente corretto. Buon divertimento!

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1.Casetta sull’albero 2.Non vi ci arriva la volpe 3.La “parola da indovinare” ci ha progettato le sue famose terme 4.Varietà del quarzo 5.Carichi a briscola 6.Il piano comunale per la disciplina urbanistica 7.La Magli, che fu filosofa italiana 8.Animali a strisce nella savana 9.Macchine per i Movimenti di Terra 10.Non miei 11.Progettò la Haus Zum Wolf a Magdeburgo (iniz.) 12.Il contrario di in 13.Fortezza costruita su un’altura 16.Parte colorata dell’occhio 20.Far prendere aria 24.La città della torre pendente 26.Elisa per gli amici 27.Legno pregiato di colore molto scuro 28.Statuetta sul frontone 29.Return On Equity 30.Retribuzione in busta 31.Non qui 32.Scavo di sbancamento o di splateamento 33.Famosa barriera dei mari tropicali 35.Il nome della Sirenetta 37.Abbreviazione messaggistica per “non” 38.TotalLoss Absorbing Capacity 41.L’alieno di Spielberg 42.Insieme alle mogli…dei paesi tuoi 43.Tubercolosi 46.Privo di onestà 47.I limiti dell’eretteo 49.Relative alla terra 51.Lo esclama il tifoso quando la sua squadra segna 52.Catena montuosa italiana 53.Ancona 54.Permeabili, filtranti 56.I confini della Sardegna 60.Un po’ di cera 61.Animale… da zitella 62.Maglia della tuta 64.Lo era Brontolo 65.Treni… senza fine 66.In mezzo ai troiani 69.Torna…senza testa 71.Numero per spedire lettere 73.Ha realizzato l’aeroporto di Shenzhen-Bao’an 74.Pari in orafo 75.Sono doppie nei coralli 76.Il CEO italiano

ORIZZONTALI

1.Tazio, che fu un asso del volante 8.PAROLA DA INDOVINARE 14.Il ciclista Basso 15.Stanno attorno al tavolo 17.Si accende in banca 18.Salvador, il surrealista dai baffi all’insù 19.Scortese, maleducato 21.Trasformano la panca in tacca 22.La Manchester d’Italia 23.Furori, rancori 25.Arrecare danno, compromettere 28.Antico altare 30.Prodotto Interno Lordo 32.Si salgono e si scendono 34.Antico strumento per far di conto 36.Rette a cui si avvicinano le funzioni che tendono all’infinito 38.Attirare, dedurre 39.La signora dell’architettura 40.Il colore degli abiti dell’architetto 41.Altro nome dell’enula campana 44.Vanto del collezionista 45.Occupational English Test 46.Schiaffi, manate 48.Guida la nazionale 50.Mattoncini assemblabili 52.Quello denaturato è rosa 53.L’inizio dell’aperitivo 55.L’architetto padre della libreria Casablanca (iniz.) 57.Re…a Parigi 58.Articolo determinativo 59.Disegno in pianta secondo Vitruvio 63.Pennarello…da architetto 67.Estensione per file compressi 68.Il dio greco dei venti 70.Il nome della D’Amico 71.Pietra per affilare coltelli 72.Fu figlio di Anchise 73.Planivolumetrico 77.Contrapposto a OFF 78.Freelance Photographers International Organization 79.Spiovente del tetto

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Oroscopo a cura di Silvia Marmiroli, Elena Ogliani e Chiara Zanacchi

Ariete

dal 21 marzo al 20 aprile

Della serie “Urban Landscape”, Franco Fontana, Los Angeles, 1990

Hai occhi diversi, caro Ariete. Tutti gli elementi della tua vita acquistano nuovo significato e capisci che tutti insieme compongono un quadro che ti descrive perfettamente. Non è accettazione, è evoluzione! La serenità e la tranquillità che hai conquistato ti daranno la giusta carica per raggiungere i tuoi futuri obiettivi. Un nuovo pragmatismo ti porterà ad esplorare percorsi ambigui verso il successo. Pane per i tuoi denti!

Toro

dal 21 aprile al 20 maggio

“Moai, Study 47”, Michael Kenna, Rano Raraku, Easter Island, 2001

L’anno passato ti lascia l’amaro in bocca. Gli incidenti di percorso possono succedere ma ciò non deve abbatterti. Sarà il caso di trovare una nuova strategia? Prendere una direzione meno alternativa rispetto a quella che hai in mente? Fermati e osserva quello che veramente vuoi dal futuro, valuta la strategia migliore e seleziona le opportunità… magari arriverà il momento per pronunciare “verso l’infinito e oltre”!

Gemelli

dal 21 maggio al 21 giugno

Della serie “Portraits – Chistina Aguilera”, David LaChapelle

Bene, caro Gemelli, pronto a lasciare le mezze misure ad altri? Allora tira fuori il tuo vestito leopardato e quei pantaloni rosa shocking! Devi prepararti alle tue nuove avventure! Saranno molte e saranno molto particolari… improvvisamente il tuo modus operandi è cambiato, aggiungi un po’ di pepe alla tua vita perché è il tuo momento! Sii energico e positivo, perché tutto ciò te lo sei guadagnato da solo!

Cancro

dal 22 giugno al 22 luglio

Della serie “Marpessa”, Ferdinando Scianna, Caltagirone, Catania, 1987

Tanto per la cronaca la modella in questione non era una “sicula” doc, ma bensì olandese. Questo per dire cosa? Che a volte, caro Cancro, chi dimostra audacia e sicurezza può far credere a se stesso e agli altri ciò che vuole, colpendo nel segno! Non sono di certo io a dovertelo insegnare… sai benissimo affrontare le sfide da solo, quindi abbi il coraggio di osare! Sii spudoratamente abbagliante!

Leone

dal 23 luglio al 23 agosto

Della serie “Genesis”, Sebastião Salgado Non ho resistito! Un maestoso leone per il re dello zodiaco: è un regalo per la tua perseveranza e per il raggiungimento di risultati tangibili. Per un po’ di tempo sei stato il re delle nuvole piuttosto che quello della savana, ma adesso hai l’energia giusta per continuare su questa strada con le persone che ami e con un maggior realismo continui a far piani. “Un giorno, tutto questo, sarà tuo Simba!”

Vergine

dal 24 agosto al 22 settembre

Gabriele Basilico, Milano, 1970-1973

Situazioni improvvise che richiedono audacia, fermezza e prontezza… accompagnate da un contorno di decisioni da prendere in modo forte, deciso e autoritario! Bene, visto che ti ho spaventato al punto giusto, mia cara Vergine, ti do un aiuto… segui il cartello! Non trovi via d’uscita? Ma figurati, ce n’è sempre una! Non farti sopraffare dalla paura e usa l’immaginazione per superare le difficoltà! (Scavalca il muro!)

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Bilancia

dal 23 settembre al 22 ottobre

“Mainbocher Corset”, Horst P. Horst, 1939

“Momento benessere” per una Bilancia che metterà da parte lo stress per dedicare il suo tempo e le sue attenzioni alla famiglia e agli amici… certo, dopo un meritato shopping! Una manicure tra un pasticcino e una camminata rilassante. Relax è la parola d’ordine per questo inizio d’anno, quindi per piacere non stressatemela! Per essere belle e meravigliosamente splendenti bisogna avere forza di volontà e impegno!

Scorpione

dal 23 ottobre al 22 novembre

Da “Il profilo delle nuvole”, Luigi Ghirri, Formigine, 1985 Ti propongo un nuovo punto di vista, caro Scorpione. E se sfruttassi la magia della nebbia per coprire i brutti ricordi del passato? Se ti liberi dai pensieri che tanto ti affliggono e fai un passo in avanti avrai un futuro un po’ incerto e poco visibile, ma di sicuro quando ti girerai la nebbia avrà coperto le tue paure e, da quel momento, sarai libero. Libero di fermarti, di andare avanti, di perderti, ma pur sempre libero!

Sagittario

dal 23 novembre al 21 dicembre

“In a train”, Henri Cartier-Bresson, Romania, 1975

Le persone che ami avranno bisogno di te Sagittario! Il tuo sostegno e il tuo amore le aiuterà a superare gli ostacoli, perché tu sai qual è il loro valore… per loro ci sei e ci sarai sempre! Quest’anno hai una nuova e magnetica energia, sfruttala! Sei una persona che mira in alto e la tua forza di volontà ti permette di arrivare dove vuoi. Finalmente sei consapevole che la serenità che hai ottenuto è un regalo importante: proteggilo.

Capricorno

dal 22 dicembre al 20 gennaio

“Still life no.546”, Kenro Izu, 1995 Sei come un fiore sbocciato, bel Capricorno! Hai una tranquillità emotiva senza precedenti! Sviluppi importanti stanno per rivelarsi e tu sarai pronto ad impegnare tutta la tua armonia per equilibrare “dovere” e “piacere”. Sarai anche curioso di imparare cose nuove e i cambiamenti questa volta non ti spaventeranno, anzi, sarai in perfetta sintonia con le novità. Hai trovato il tuo angolo di giardino e il sole ti bacerà!

Acquario

dal 21 gennaio al 19 febbraio

Da “West Bay”, Martin Parr, Dorset, Inghilterra, 1996 Lo so Acquario, non fare quella faccia! Sì è vero, qualche problemino in giro c’è, ma non perdere la calma! Il livello di energia è alto e invece di concentrarti sui momenti negativi, cerca di trovare e sfruttare le occasioni che si presenteranno. Dimentica gli incidenti del passato e non perdere la fiducia, ritrova la tua energia, fatti spazio tra la gente, continua a rimanere attivo, non essere asociale e sii “carino e coccoloso”. Avanti tutta!

Pesci

dal 20 febbraio al 20 marzo

“Marelux nr.2”, Mimmo Jodice, 2009 Pesci, non crogiolarti in questo stato di calma apparente… è giusto prendersi il tempo di assaporare la meritata tranquillità, ma utilizza questo momento per guardare le cose con la giusta distanza e meditare su quello di cui hai bisogno. La serenità che ti circonda in questo momento ti regala la possibilità di cogliere la vera essenza delle tue azioni. Se il mare incontrerà la tempesta, tu dovrai già sapere da che parte nuotare.

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Lo specchio a cura di Carolina Donati Tutti siamo informati sugli anniversari più famosi della storia, talvolta suggeriti dai media o dalle nostre ricerche storiche. Ma quanti di noi conoscono la storia che si cela dietro a oggetti e soggetti che ci circondano e rappresentano, o hanno rappresentato, la nostra quotidianità? "Lo specchio" è questo: lo strumento attraverso il quale dare uno sguardo, anche curioso, alla storia delle cose, e scoprire che i tempi moderni sono il frutto di un passato riflesso nel presente.

marzo 1936

La foto: La fotografa Dorothea Lange incontra per caso Florence Leona Christine Thompson e la ritrae in quello che è diventato uno degli scatti simbolo della depressione economica statunitense negli anni ‘30. Una donna di 32 anni, madre di sette figli, viaggiando per raggiungere l’Arizona si ferma in un campo di migranti e poveri, nei pressi di un campo di piselli in California, in cerca di lavoro. Dorothea Lange la convince a farsi ritrarre in alcuni scatti per sensibilizzare la comunità sulle condizioni dei migranti. Dopo l’uscita delle foto Florence confessa di aver posato con un’espressione adatta a rappresentare la povertà. In una mostra fotografica del 1941 il negativo della “Madre Migrante” viene ritoccato togliendo il dito in primo piano e l’originale viene tenuto nascosto dato il suo grande valore economico e culturale.

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date da ricordare: gennaio

21 gennaio 1564

febbraio

20 febbraio 1909

Il "Giudizio Universale" sarà censurato. Un documento conciliare decreta che “le pitture nella cappella apostolica vengano coperte, nelle altre chiese vengano invece distrutte qualora mostrino qualcosa di osceno o di patentemente falso”. Daniele da Volterra – seguace di Michelangelo – viene incaricato di velare a secco con delle braghe le vergogne dei personaggi del Giudizio (che quindi sono conservate sotto le ridipinture) e di rifare a fresco la figura di San Biagio, accovacciato impudicamente su Santa Caterina d’Alessandria. Esistono copie non censurate dell’affresco, una di Marcello Venusti (1549) e l’altra di Giulio Giovio (metà del ‘500 circa). Pubblicazione del Manifesto futurista di Marinetti. Il Manifesto del futurismo, pubblicato in francese su Le Figaro con il titolo Le Futurisme, era stato inviato in forma di volantino a vari intellettuali e scrittori italiani e già pubblicato il 5 febbraio sulla Gazzetta dell’Emilia. A motivo di questo primo manifesto e dei trenta redatti nell’arco dei successivi vent’anni, emerge la chiara intenzione di voler plasmare, distruggendola e rifondandola, una nuova concezione della vita e dell’arte. L’urgenza, secondo i futuristi, è quella di rifondare modelli estetici sulle nuove percezioni e concezioni dell’esistenza e ripensare a nuove modalità di linguaggio per le generazioni future, destinate a vivere in un’epoca caratterizzata da una profonda rottura con i valori del passato.

23 febbraio 1891

Asta per il viaggio di Gauguin a Tahiti. Paul Gauguin scrive al pittore simbolista Odilon Redon, che cerca di dissuaderlo a partire, di aver “deciso di andare a Tahiti per finire là la mia esistenza. Credo che la mia arte, che voi ammirate tanto, non sia che un germoglio, e spero di poterla coltivare laggiù per me stesso allo stato primitivo e selvaggio”. Dal novembre 1890 frequenta i “Nabis”, un gruppo di giovani pittori con l’intendo di procurarsi pubblicità in vista di una vendita all’asta dei suoi dipinti, con il cui ricavato conta di salpare per le isole polinesiane. L’asta frutta più di 9000 franchi (di cui la moglie, pur mantenendo cinque figli, non ottiene un soldo): erano in vendita diversi articoli e fu seguita da un lungo articolo di Albert Aurier che consacrava Gauguin come capostipite del simbolismo in pittura.

marzo

marzo 1916

aprile

11 aprile 1933

Pubblicazione della teoria della relatività generale. L’Annalen der Physik, fondata nel 1790, è una delle riviste più influenti della storia della fisica. Sul numero 49 viene pubblicata la teoria della relatività generale di Albert Einstein (elaborata nel 1915), grazie alla quale lo scienziato ha cambiato il nostro concetto di tempo e di spazio, modificando profondamente la teoria della relatività galileiana. Per quanto sorprendenti, le previsioni di Einstein hanno ottenuto numerose conferme e sono alla base dei moderni modelli cosmologici della struttura a grande scala dell'Universo e della sua evoluzione. Come disse lo stesso Einstein, questo fu il lavoro più difficile della sua carriera di teorico a causa delle difficoltà matematiche da superare. Perquisizione della sede del Bauhaus. Su ordine dell’ufficio del pubblico ministero di Dessau, nella Germania nazista, il pomeriggio dell’11 aprile 1933 è stata condotta una minuziosa perquisizione al Bauhaus di Berlino, nella Birkbuschstrasse a Sterglitz. Durante l’azione sono state requisite varie ceste di materiale di propaganda del partito comunista tedesco (posizionate lì, tra i pacchi inviati dalla biblioteca della scuola di Dessau, proprio dagli stessi nazionalsocialisti?). Il sogno utopistico del Bauhaus poteva dirsi veramente concluso. Mies richiese il permesso di aprire una scuola d’arte: la Gestapo impose alcune condizioni tra cui il licenziamento di Kandinsky e Hilberseimer, la presenza di docenti all’interno del partito e programmi di studio orientati in senso nazionalsocialista. Viste tali condizioni e i problemi economici dovuti dal mancato pagamento delle rette da parte degli studenti, i docenti decisero di chiudere definitivamente il Bauhaus il 19 luglio 1935.

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Poli Adventures! a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

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website www.starcmantova.com facebook Starc Mantova twitter @StarcMantova instagram @starcmantova


hanno collaborato alla realizzazione di questo numero (in ordine alfabetico):

Rubriche a cura di: Francesco Coroni Carolina Donati Giovanna Fabris Carola Fagnani Lorenzo Fravezzi Mateja Lazarević Alessandro Leoni Cristina Lonardi Tomas Maria Lopez Sebastiano Marconcini Ines Marinello Silvia Marmiroli Marta Mengalli Alberto Milani Marco Morandi Federica Morgillo Elena Ogliani Alessandro Peja Isabella Polettini Veronica Rigonat Oreste Sanese Stefano Sarzi Amadè Alice Tomasoni Alberto Varchi Kristal Virgilio Chiara Zanacchi Elia Zanandreis Comics: Alice Botturi Coordinatore: Stefano Sarzi Amadè Team di revisione: Carolina Donati Sebastiano Marconcini Federica Morgillo Niccolò Tasselli Progetto grafico: Stefano Sarzi Amadè

il materiale all'interno degli articoli è utilizzato sotto responsabilità degli autori


rente utilizzato nella pittura ad olio e ad acquerello, e deriva dall'euxantato di magnesio. Grazie alla sua luminescenza, questo colore risulta particolarmente brillante alla luce del Sole. Sviluppato probabilmente in Asia già dalla fine del V secolo, è comunemente utilizzato dagli artisti di tutta Europa già prima del XIX secolo. Il Giallo Indiano è chiamato anche Prusi, Giallo Euxantato (dovuto alla sua origine), o Sunray, per la sua tonalità che ricorda quella del Sole.

colour: Euxanthine (Indian yellow). hex triplet #E3A857; (r, g, b) 227, 168, 87 (c, m, y, k) 0, 26, 62, 11. L'Indian Yellow è un pigmento traspa-


versione

[ver-sió-ne] s.f.

1 Traduzione da una lingua in un’altra, effettuata soprattutto come esercizio scolastico: v. dal latino all’italiano; una v. libera, fedele 2 Trasposizione di un testo da una modalità espressiva a un’altra o da una certa forma artistica a un’altra SIN adattamento: la v. in prosa di una poesia; la v. cinematografica di un’opera letteraria 3 Variante, redazione di un’opera d’arte: la prima v. dell’“Orlando Furioso” 4 Tipo di prodotto che presenta varianti rispetto al modello base: la v. a gasolio, a quattro porte di una macchina 5 Modalità soggettiva di interpretare ed esporre uno stesso fatto: dammi la tua v. dell’incidente 6 non com. Rivolgimento, rovesciamento • sec. XVIII


periodico ad accesso e distribuzione limitati , nell’ ambito dell’associazione studentesca, presso la sede di Mantova del Politecnico di Milano, Starc Mantova (Studenti Architettura Mantova), senza scopo di lucro

Be smart, be Starc! Immagine di copertina: Alvar Aalto, Chiesa di Riola, dettaglio dell’esterno. Rielaborazione da fonte: www.blog.zingarate.com/ crescereviaggiando/riola-la-chiesa-alvar-aalto/

Starc Mantova "Versione" 11 - Febbraio 2017  
Starc Mantova "Versione" 11 - Febbraio 2017  

Rivista gratuita realizzata dall'Associazione Starc Mantova (Studenti di architettura del Politecnico di Milano, sede di Mantova)

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