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VERSIONE

giornale universitario gratuito realizzato da Starc Mantova

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“Ragazzi… avremmo una proposta da farvi per un certo progetto da realizzare in uni…” “…per piacere, parliamone davanti ad un mojito… è stata una giornata pesa!” E davanti a quel mojito, rigorosamente del Cubano, pian piano prese forma l’idea di far qualcosa per la nostra vita di studenti all’interno della nostra sede. Il mattino successivo alle 10:00, davanti alle macchinette del caffè della Magna, avevamo già l’autorizzazione dai piani alti per fondare un’associazione studentesca, e alle 10:30 di quella stessa mattina “Architettura… Studenti… Studenti… Architettura… Arc… Stu… St… Arc… Starc… STARC!” e per la prima volta venne pronunciata la parola magica! Sembra una cavolata, ma provate a pensare quante volte avete pronunciato la parola “Starc”… ! Così è nata la nostra associazione, pensando agli studenti di architettura (soggetti unici nel loro genere) e pensando alla nostra vita universitaria qui a Mantova, cioè pensando alla nostra realtà e a tutti gli aspetti che la caratterizzano. Dalla prima riunione tenuta da ben 3 persone, siamo arrivati a riunioni di 33 persone, al colore arancione, al nostro cerchio arancione che ha invaso bacheche di facebook e che è stato stampato sui braccialetti che vi hanno accompagnato per serate indimenticabili, ad avere aule piene che seguivano i nostri corsi ed a riunire 900 persone per festeggiare tutti insieme l’inizio dell’estate. A quella prima riunione di 3 persone sono seguiti giorni di grandi reclutamenti, di grandi progetti e soprattutto di grandi punti

interrogativi, ma il nostro scopo è stato sempre quello de “l’unione fa la forza” e la volontà di aiutarsi a vicenda sia come studenti, ma soprattutto aiutarsi come persone, ha fatto si che gli obiettivi comuni di migliorare la propria vita da studenti e crescere personalmente per il proprio sapere, per le proprie passioni e per la futura professione, ci accomunasse negli intenti. Il primo grande progetto fu quello dell’organizzazione di corsi che parlassero dei software che scandiscono ogni nostro singolo giorno, non per la presunzione di salire in cattedra, ma con la volontà di mettere a disposizione di tutti quel sapere personale acquisito negli anni e con l’intento di organizzare momenti di incontro tra studenti di corsi e di anni differenti. Con l’uscita della seconda serie di corsi, nuovi soci sono entrati nell’associazione e hanno preso forma molti altri progetti che avevamo nel cassetto e che oggi costituiscono “il fare” di Starc. Corsi, viaggi studio, organizzazione delle esposizioni di lavori dei corsi di studio, accoglienza degli studenti stranieri, aiuto nell’organizzazione di conferenze aperte all’intera città, organizzazione di eventi e, non per ultime, serate universitarie per “vivere la notte mantovana”: tutto questo è stato possibile grazie all’appoggio della nostra sede che ha creduto in noi fin dall’inizio, ma soprattutto grazie ai soci Starc che hanno deciso di dare il loro contributo, il loro tempo, la loro personalità e principalmente la loro passione e il loro cuore nella speranza di vivere appieno la vita universitaria. Versione parla di tutto questo, di noi e di voi.


VERSIONE 10

ottobre 2016


Contents

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VERSIONE 10. ottobre 2016 Architetti contemporanei Astrazione geometrica e complessità dello spazio nell'approccio compositivo dello studio Mansilla + Tuñón a cura di Lorenzo Fravezzi Architettura contemporanea Le Corbusier a Mantova e la città su palafitte a cura di Tomas Maria Lopez

Architetti nella storia La violenta poesia dell'assoluto a cura di Oreste Sanese

Architettura nella storia Il Duomo di Siena a cura di Federica Morgillo

Architettura moderna Meticolosità tecnologica e laconica fastosità: Casa Tugendhat a cura di Veronica Rigonat

Spazi urbani Lorsch UNESCO World Heritage: un luogo riflesso nel tempo a cura di Stefano Sarzi Amadè

Arte & Architettura Le infinite illusioni dell'arte

a cura di Stefano Sarzi Amadè e Giovanna Fabris

Diario eventi 77 million paintings for Palazzo Te, l'arte digitale di Brian Eno a Mantova a cura di Sebastiano Marconcini e Stefano Sarzi Amadè

Diario eventi Bisogna essere ossessionati dalla vita! a cura di Silvia Marmiroli

Diario eventi Disegnare e sognare città a cura di Silvia Marmiroli

Diario eventi Stefano Boeri: cosa ci fa un bosco in città? a cura di Alberto Milani

Diario eventi Marmomacc: stone + design + technology international trade fair a cura di Carola Fagnani

Intervista / interview L’intervista a Fereshteh Nazari

a cura di Carolina Donati e Cristina Lonardi

International training #playingpianoinparis: l'esperienza di Veronica Rigonat presso il RPBW a cura di Veronica Rigonat

Intervista anticonvenzionale L’intervista a Paolo Citterio

a cura di Isabella Polettini e Marco Morandi

L’elemento tecnologico Biomimetica: la natura come spunto progettuale a cura di Marta Mengalli

Design Jean Prouvé, quando il materiale supera la forma a cura di Isabella Polettini

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68 70 72 74 76 78 80 82 84 85 86 87 88 90 92 93 94 96

Arte Brutto come un Picasso a cura di Elia Zanandreis

Grafica La grafica al cinema, prima parte a cura di Silvia Marmiroli

Cinema Steven Spielberg / Per chi ha voglia di un film...distopico a cura di Sebastiano Marconcini

Serie TV Person of interest / Halt and catch fire: cenerentole tecnologiche in TV a cura di Sebastiano Marconcini

Letteratura Milan Kundera / Consigli per la lettura a cura di Cristina Lonardi

Musica Tutti i sogni dei R.E.M. / I dischi dei R.E.M. che consigliamo a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

Fashion style Fashion advertising, tra marketing e provocazione a cura di Isabella Polettini

Software in pillole Adobe Illustrator: lo strumento "allinea" a cura di Sebastiano Marconcini

Bacheca Eventi a cura di Mattia Lenotti

Bacheca Bandi e concorsi a cura di Mattia Lenotti

APPuntamento mobile Le migliori app scelte per voi a cura di Sebastiano Marconcini e Marco Morandi

Starkitchen Frullato di fichi d'india, arancia e cannella a cura di Alice Tomasoni e Alberto Varchi

Tutti fuori Un buon aperitivo a cura di Lorenzo Fravezzi

Oroscopo L’oroscopo: "What's your sign?" a cura di Silvia Marmiroli

Starc Party! Ten Party a cura di Alice Tomasoni

Archiquiz Il cruciverba a cura di Giovanna Fabris e Alberto Varchi

Lo specchio La foto / date da ricordare a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

Poli Adventures! I luoghi di incontro a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

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Ogni grande architetto è – necessariamente – un grande poeta. Deve essere l’interprete originale del suo tempo, della sua epoca, del suo istante. Frank Lloyd Wright


Architetti contemporanei

ASTRAZIONE GEOMETRICA E COMPLESSITÀ DELLO SPAZIO NELL'APPROCCIO COMPOSITIVO DELLO STUDIO MANSILLA + TUÑÓN a cura di Lorenzo Fravezzi

La geometria è senza ombra di dubbio l'aspetto in cui trova genesi il lavoro di ogni architetto. Parliamo sovente di forma e volumetria che ne deriva, della spazialità che le forme geometriche restituiscono alle nostre architetture, ma non sempre ci si sofferma sull'astrazione che si viene a definire tra la geometria stessa e gli spazi che l'architettura per sua definizione crea. Nell'approfondimento sulle architetture di Mansilla + Tuñón vedremo come questo rapporto viene spesso utilizzato, dando forma ad opere di grande valenza estetica e spaziale. Lo studio Mansilla+Tuñón Architects, prende appunto il noma dai due fondatori Luis Moreno Mansilla ed Emilio Tuñón Álvarez [0], entrambi Madrileni e laureati alla ETSAM nei primi anni '80. I due architetti proseguirono poi con dei dottorati di ricerca e pubblicarono i loro studi nei successivi anni, contestualmente all'inizio della loro attività professionale. A partire dal 1982 infatti, ebbero la possibilità di collaborare assiduamente con Rafael Moneo in svariati progetti, accrescendo così ulteriormente la loro formazione in campo architettonico. Solo a partire dal 1992 apriranno la loro firma, con la quale otterranno poi numerosi

riconoscimenti in ambito internazionale, tra cui molti primi posti in una lunga serie di concorsi di progettazione (poi realizzati) e il Mies van der Rohe Award nel 2007, consegnatogli per una delle loro più celebri opere, il Museo di arte contemporanea Castilla y Leon (MUSAC). All'attività professionale, hanno poi affiancato l'attività accademica, divenendo titolari di cattedre presso numerosi atenei, tra i quali l'ETSAM di Madrid, la EPFL di Losanna, la Städelschule di Francoforte e negli ultimi anni anche alla Scuola di Architettura della Princeton University. Un ulteriore prestigioso riconoscimento è stato la nomina alla direzione della X Biennale di Architettura Spagnola nel 2009.

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Luis Moreno Mansilla + Emilio Tuñón Alvarez. Fonte : www.4.bp.blogspot.com/--NZWrnDJr1o/T8Nta_z7KXI/AAAAAAAADQA/ DIv1aOJRjFs/s1600/CF006408+CUADRADA+B&N.jpg

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Architetti contemporanei Ai due architetti, è stato dedicato anche un numero della celebre rivista Croquis, per l'esattezza il numero 161, pubblicato nel 2012, in onore dell'architetto Luis Mansilla, scomparso inaspettatamente a Febbraio dello stesso anno. All'interno del numero, redatto prima della tragica dipartita dell'architetto e pubblicato postumo, viene celebrata la cultura architettonica dello studio, analizzandola secondo un filo conduttore, a cui viene dato il titolo "Active Geometries". Ed è proprio questo ciò di cui parleremo in questo breve saggio, ovvero l'aspetto di astrazione geometrica e complessità dello spazio architettonico che più caratterizza le opere a firma Mansilla + Tuñón. Una delle peculiarità dei progetti dello studio, è proprio la dialettica che si va ad instaurare tra la composizione geometrica dei volumi architettonici e la complessità degli spazi interni che ne deriva. Di seguito andremo ad analizzare alcune delle opere più significative dei due architetti, realizzate attraverso 20 anni, dall'inizio dell'attività associata, fino alla dipartita di Luis Moreno Mansilla, che ha di fatto segnato la fine dei progetti a nome Mansilla + Tuñón. Il Museo di Archeologia e Belle Arti di Zamora, è stato uno dei primi progetti firmati dallo studio e permette di carpire subito lo stile che i due architetti hanno probabilmente mutuato dal Ràfael Moneo. Un disegno dal lessico sintetico, ma al tempo stesso ricco di chiavi di lettura e dettagli che ne permettono una fruizione per nulla scontata. La struttura si inserisce nel nucleo storico di Zamora con assoluta eleganza, un volume stereometrico rivestito di una pietra locale, cela all'interno una grande complessità spaziale, alternando spazi più contenuti a grandi aule dove la luce zenitale è il fattore comune. Questo aspetto compositivo degli spazi interni, è stato volutamente celato, facendolo trasparire solamente guardando al museo dall'alto del quartiere vecchio, dove l'architettura pare un tronco sezionato, volta a mostrare la copertura, interpretata

come proiezione della complessità degli spazi interni. L'auditorium di Leon, realizzato tra il 1994 e il 2002, è invece un altro progetto molto interessante, la composizione di questa architettura è opposta alla precedente, vediamo infatti che l'edificio è articolato principalmente in due grandi corpi, il volume che ospita la grande sala concerti "bi-focale" da 600 o 1200 posti, a seconda della necessità, ed il grande elemento lineare dove sono ospitati una serie di spazi espositivi collegati da rampe direttamente addossate dietro la facciata principale. Questa, definita da una composizione di finestre diverse in forma e dimensioni, riflette una grande articolazione di facciata, nonostante una composizione degli spazi interni del tutto svincolata dalla stessa, data dalle rampe che si alternano sui diversi livelli del corpo di fabbrica. Scorrendo poi in avanti nei primi anni 2000, precisamente tra il 2001 e il 2004, sarà progettato e realizzato il Museo di Arte Contemporanea di Castilla e Leòn (MUSAC). Proprio grazie a questo lavoro, lo studio Mansilla + Tuñón tra gli altri riconoscimenti, ha ricevuto il Mies Van der Rohe Award nel 2007. Il Museo di Arte Contemporanea di Castilla e Leòn è forse una delle opere maggiormente identificabili nel concetto che ci siamo voluti dare come chiave di lettura della loro architettura, se infatti andiamo ad analizzare questo grande edificio dalla complessa volumetria, troveremo con grande sorpresa che all'interno gli spazi non seguono assolutamente la scansione volumetrica e degli alzati esterna, ma anzi, vedremo come gli spazi siano piuttosto uniformati su di un grande piano con alcuni spazi a doppia o tripla altezza connotati unicamente da alcuni elementi riconoscibili anche dall'esterno, ovvero le torri, che vengono impiegate come grandi pozzi di luce diffusa. La Lalín Town Hall a Pontevedra, costruita tra il 2004 e il 2011, può essere considerata l'evoluzione di questo linguaggio, con il suo involucro che racchiude ambienti circolari la cui planimetria risulta indipendente da

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quella delle pareti esterne. Come ultimo esempio dell'architettura dello studio Madrileno, andremo a vedere non più una nuova costruzione, bensì un intervento di ristrutturazione di un manufatto storico esistente. Stiamo parlando di Atrio Relais & Châteaux and Restaurant, realizzato a Càceres tra il 2005 e il 2010, un intervento di architettura ricettiva in cui gli architetti si sono trovati a metter mano ad un antico castello nel piccolo centro storico della cittadina dell'Estremadura. Il progetto ha previsto di lavorare sull'involucro del piccolo castello in modo differenziato, sul perimetro esterno infatti, sono state chiuse o aperte delle finestre, lasciando ben riconoscibile la sovrapposizione delle diverse soglie temporali e quindi degli elementi architettonici, mentre sull'articolata corte interna, la facciata è stata trattata con una partitura di elementi verticali su due e tre ordini, aventi il compito di filtrare ulteriormente il rapporto interno-esterno già assolto in parte dalla corte stessa. La scelta di un così rigido sistema di facciata ha inoltre una funzione di controllo e gestione della frammentazione tipica di un manufatto storico come questo. Il tutto si traduce sugli spazi interni, che si vanno quindi a distribuire dietro questa cortina, per affacciarsi poi verso l'esterno, tramite la aperture selezionate sul perimetro storico. a destra, dall’alto: 1.Museo di Archeologia e Belle Arti di Zamora, Zamora, 1992-96. Fonte: www.arquine.com/ luis-moreno-mansilla-1959-2012/ 2.Auditorium di León, León, 1994-02. Fonte: www.mansilla-tunon-architects.blogspot. it/2011/10/27-leon-auditorium.html 3.Lalín Town Hall, Pontevedra, 2004-2011. Fonte: www.mansilla-tunon-architects.blogspot. it/2011/10/83-lalin-town-hall-2004-2011.html 4.Museo di Arte Contemporanea di Castilla e LeÚn (MUSAC), León, 2001-04. Fonte: www. mansilla-tunon-architects.blogspot.it 5.Atrio Relais & Châteaux and Restaurant, Cáceres, 2005-10. Fonte: www.mansilla-tunon-architects.blogspot.it

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Architettura contemporanea

le corbusier

a mantova

e la cittÀ su palafitte a cura di Tomas Maria Lopez

“…inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.” Le Città Invisibili, Italo Calvino Fuori le mura di Mantova, aldilà del lago di Mezzo, fra i pioppi che andavano a sostituire man mano la vecchia palude, un gruppo di intellettuali, architetti e politici espertissimi sognò di costruire una città ideale. Basata su un impianto a scacchiera, composta da isolati quadrati disposti lungo un asse principale, avrebbe ospitato dodicimila persone, pari a un terzo degli abitanti dell’antica città. Passerelle

pedonali aeree avrebbero collegato i diversi blocchi fra loro, svincolate dal caotico traffico automobilistico che avrebbe invece circolato a terra. Una grande piazza sospesa, circondata da negozi di ogni genere, sarebbe sorta a lato di un alto edificio ad L, posto al centro del quartiere. Un modello urbano razionale, perfettamente funzionante, espandibile e replicabile, in cui le persone potessero vivere felici. Nel

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In alto a sinistra: il gruppo Coprat e il progetto iniziale. In alto a destra: l’inquadramento territoriale del quartiere allo stato attuale. In basso: una foto dell’edificio ad ‘L’ in cui è visibile il rapporto tra la strada per le auto a livello terra e il ballatoio aereo da cui si accede alle residenze. Fonte: foto dell’autore


Architettura contemporanea 1974 il sogno si avvera e il quartiere Lunetta viene finalmente costruito. Così come i progetti dei grandi sognatori del dopoguerra, fra cui Le Corbusier e Hilbenseimer, e più tardi in Italia Aymonino, Gregotti, Fiorentino e Rossi, anche la città ideale del gruppo mantovano “Coprat” capitanato da Francesco Caprini e Giampaolo Benedini non dà i risultati sperati. Appena dopo la costruzione dei primi blocchi ci si accorge che l’intervento era sovradimensionato rispetto alle reali necessità demografiche e il cantiere viene sospeso più volte. Ma il fattore che segnerà maggiormente il futuro del quartiere è la percezione che di questo verrà a crearsi e diffondersi nel centro storico. Posizionato sulla sponda opposta del lago di mezzo, circondato da alti pioppeti che impediscono rapporti visivi con il contesto e in assenza di collegamenti ciclo-pedonali efficienti, la relazione di appartenenza con la città antica presto si perde. I negozi della piazza sospesa - sui piedi del blocco centrale - vengono abbandonati apparentemente senza motivo e l’afflusso previsto di persone provenienti dal centro storico non arriverà mai. A terra, sotto alcune delle passerelle aeree sorrette dai pilotis, si generano luoghi di spaccio e consumo di droghe e, pur trovandosi a pochi passi dal centro, il Lunetta comincia ad essere visto come un polo periferico malfamato e pericoloso. L’utopia doveva essere: “…un quartiere con case di ogni tipo, quelle popolari assieme a quelle di edilizia privata. Invece hanno costruito 400 alloggi popolari, tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80 e poi si sono fermati…”. Quello descritto da Francesco Caprini, progettista del Lunetta, è solo uno dei principali problemi del quartiere, effettivamente incompleto rispetto al progetto originario. Alcune importanti scelte urbanistiche e architettoniche iniziali, però, sono alla base del suo fallimento. Per comprendere queste scelte bisogna tornare al 1934, anno in cui viene pubblicata la Carta d’Atene, documento nato principalmente dalle idee sviluppate da Le Corbusier e firmato da alcuni fra gli architetti più im-

portanti del ‘900, che segnerà il futuro della città moderna. Nei suoi studi per le “Immeuble Villas”, Le Corbusier immagina la gerarchizzazione delle infrastrutture di trasporto in questo modo: i mezzi commerciali pesanti a terra, le automobili familiari ad un livello superiore e i flussi pedonali su passerelle aeree più alte, che avrebbero collegato fra loro interi isolati dal funzionamento interno simile a strutture alberghiere. Nei postmoderni anni settanta, l’International Style proposto dalla Carta d’Atene acquisisce tendenze locali e anche in Italia i modelli abitativi tradizionali vengono reinterpretati in chiave moderna. Nel ’67 Carlo Aymonino e Aldo Rossi realizzano il quartiere Gallaratese a Milano, ispirato alla casa a ringhiera lombarda. Qui il Ballatoio acquista una forte valenza architettonica come elemento di relazione sociale fra gli abitanti, collegando fra loro le residenze ed espandendosi fino a diventare Piazza sospesa. Sotto a questa, a terra, correvano le strade carrabili e i parcheggi per le auto. Lo stesso sistema viene ripreso al Lunetta. Nell’architettura tradizionale, un esempio di spazio pubblico sospeso si ha nelle case a palafitta, in cui l’edificio si solleva per proteggersi dalla foresta tropicale o dall’acqua paludosa. Il problema di questa soluzione, applicata ad un contesto in cui il terreno non è ostile, è che si generano due spazi pubblici, uno sospeso (lungo i ballatoi) l’altro a terra, (nel verde). Fra i due le persone preferiscono usare il secondo, mentre le attività collocate sulle piazze sospese vengono abbandonate. Il motivo è probabilmente che le piazze aeree non vengono riconosciute come spazio pubblico; infatti mentre il centro storico e i quartieri vicini si sviluppano a livello terreno, Lunetta inverte questa logica urbana consolidata. Un ulteriore problema è quello dell’insicurezza. Sopra, i ballatoi sono accessibili a qualsiasi ora anche da persone che non abitano nel quartiere, mentre sotto ai ballatoi si formano spazi bui e poco controllabili in quanto fuori dalla portata visiva delle abitazioni. Sebbene negli ultimi anni il Comune abbia elaborato due contratti di

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quartiere che nel 2010 hanno portato alla demolizione della piazza sospesa, il sistema “a palafitta” rimane tuttora in uso in gran parte dell’edificio a L. Per riqualificare ulteriormente il quartiere quest’anno è stato anche inaugurato un nuovo centro servizi che però risulta disconnesso da un sistema di spazi pubblici riconoscibili e connessi fra loro. Nonostante tutto, diverse associazioni locali svolgono attività di vicinato e nel tempo stanno costruendo una comunità sempre più solida e forte. Forse il progetto del ’74 deve essere considerato solo l’inizio di un lungo percorso che porterà un quartiere nato in pochi anni ad assumere, mediante progressive trasformazioni dettate dal bisogno, l’identità di una città.

a destra, dall’alto: 1.Foto di una casa a ringhiera lombarda in cui si nota la relazione fra i ballatoi a cui si ispira Aymonino. Fonte: foto di G.Berengo 2.Schizzo di Aymonino per il quartiere Gallaratese di Milano in cui viene espressa l’idea del Ballatoio come elemento di relazione fra i livelli. Fonte: Disegno di Carlo Aymonino 3.Vista aerea dell’angolo dell’edificio ad ‘L’ in cui è possibile notare la passerella aerea rossa lungo i due lati. Fonte: www.istella.it 4.Sezione tipo dell’edifico ad "L" che mostra la relazione fra i livelli e il doppio spazio pubblico. Fonte: ridisegno dell’autore 5.Vista da sopra al ballatoio dell’edificio ad ‘L’. Fonte: foto dell’autore 6.Vista da un passaggio sotto al ballatoio dell’edifico ad ‘L’. Fonte: foto dell’autore

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Architetti nella storia

la violenta poesia

dell'assoluto a cura di Oreste Sanese

Non sarebbe esistito Leon Battiista Alberti se non ci fosse stato prima il Brunelleschi con le sue novità di rappresentazione prospettica, se non fosse da poco stato riscoperto il trattato Vitruviano, se Ficino non avesse avanzato le teorie neoplatoniche, come non si può parlare di Rinascimento italiano senza l’apporto fondamentale, qualitativo e quantitativo, dell’architetto genoano. Francia ed Inghilterra si fronteggiavano nella sanguinosa Guerra dei Cento anni, Roma era rimasta senza papato ufficiale, la grande concorrente di Siena non era più stata in grado di riprendersi dopo lo sterminio della peste nera. La Firenze del 400’ invece è la capitale culturale d’Europa, una civilità borghese che veste lussuosamente d’oro, reduce della più intraprendente e futuristica realizzazione architettonica di tutti i tempi con la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore. Un ambiente dedito al superamento del passato ed aperto ad ogni tipo di sperimentazione, in cui si respirava entusiasmo per la vita. I grandi banchieri, la famiglia dei Medici, governavano ed investivano sul progresso tecnicologico quanto sull’innovazione artistica, adoperandoli come mezzi di controllo e di diffusione dei propri ideali politici. Un palcoscenico colorato che mise in scena un’enorme varietà di attori, affinchè la rivoluzione umanistica potesse avere un senso profondo che ancora oggi, nel XXI secolo, caratterizza il nostro modo di vedere la realtà. E’ di comune abitudine pensare all’Alberti soltanto come architetto, ma dovremmo iniziare ad immaginarlo forse in maniera molto più labile ed imprecisa. Le professioni che ha ricoperto, le passioni che ha seguito, le numerose città in cui ha vissuto non ci consentono di classificarne la figura. Visse a Genova, Padova, Bologna, Venezia, Ferrara, Mantova, Firenza, Roma e viaggiò in Francia e nord Europa. Di famiglia nobile, si laurea in legge, diventa prete, poi archeologo delle antichità romane, grande studioso umanista sino dalla sua prima

formazione, filosofo e matematico, critico d’arte completo, scrive di pittura, scultura ed architettura, ma anche di temi sociali riguardo alla famiglia, alla gestione del potere e delle finanze senza trascurare la poetica e le novelle, pure musicista in quanto uno dei primi organisti dell’epoca ed infine celebratissimo cavaliere dalle abiltà atletiche invidiabili. Da questa lunga rassegna forse l’unico filo conduttore possibile sta nel suo essere affamato di conoscenza, nel cannibalismo nei confronti della tradizione e l’impetuosa

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L’occhio alato inciso da Matteo de’ Pasti sul retro della medaglia dedicata a Leon Battista Alberti. Un simbolo nel quale raccogliere tutti gli ideali che hanno abitato il cuore e la mente dell’Alberti come la tenacia, la creatività, l’innocenza, la consapevolezza, la lungimiranza. Fonte: www.engramma.it/eOS2/image/116/Fig_5_Cassani.jpg

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Architetti nella storia committenza, di una peculiarità urbana, la costruzione diventa altro da sé. Lo sviluppo degli ampi temi architettonici vengono affrontati nel primo grande trattato dell’architettura moderna: il De re aedificatoria, scritto come critico rimpiazzamento delle teorie del testo vitruviano, considerato troppo antiquato oltre che di difficile comprensione. In linea con le riflessioni metafisiche e la fede nella ragione anche all’architettura spetta il piedistallo del mondo delle idee, di essere rappresentazione dell’essenzialità dello spirito del tempo, anticipando da questo punto di vista anche il pensiero hegeliano. Ad esempio è noto che la grande percentuale delle sue realizzazioni non furono mai seguite in cantiere ma fossero solamente concepimenti, spesso concluse non senza alterazioni e modifiche. Leon Battista Alberti il padre, l’astrazione la madre, l’architettura moderna la figlia. Finalmente nasce il progetto architettonico grazie alla prospettiva ed altre tecniche che permettono all’uomo di domare lo spazio e di ricondurlo su un foglio di carta. La pianificazione offre la possibilità di anticipare il risultato finale, di gestire qualunque oggetto, così come addirittura la città. Non a caso verranno proposti i primi interventi urbanistici su grande scala, sventramenti dei vecchi ammassi labirintici medievali, geometrici regolamenti delle strade e delle mura difensive, prenderanno pure piede le prime utopie e dipinte poi, come nel caso della la Città Ideale di Piero della Francesca. L’analisi del passato è altrettanto interessante poiché tutto si gioca nel riconoscimento dei caratteri ripetitivi, nell’individuazione delle componenti che rimangono, nonostante il passare del tempo, in quelle parti che tendono all’eternità. Il legame tra il vecchio ed il nuovo è forte ed evidente ma sempre tutt’altro che nostalgico. Grazie al lungo studio delle antichità aveva coltivato gli strumenti necessari per poter sfruttare pragmaticamente soluzioni costruttive, dettagli, materiali, ornamenti, o sistemi funzionali. Apprendendo il lavoro degli antichi riusciva a leggere il dato architettonico concreto, ad estraniarlo ed infine estrapolarlo da qualsiasi contesto spaziale-temporale. E’ un uso strumentale della storia, considerata come esempio da sfruttare spietatamente, da cui imparare, da cui partire ma non da

volontà di rivitalizzare il presente. Si impadroniva di tutto col fine di dare nuove e personali interpretazioni di un nuovo mondo, quello rinascimentale appunto. Consapevole ed orgoglioso della sua fierezza si diede anche il nome di “Leone”; il primo superuomo nietzschiano era già nato agli inizi del ‘400. Una medaglia di Matteo de’ Pasti ci ricorda il suo “simbolo” personale, emblema capace di spiegare da solo tutti gli ideali incarnati dall’Alberti: un grande occhio alato, con parvenze di raggi che lo accostano ad un elemento solare, ed il motto QVID TVM? (allora dunque?). I tentativi sono stati a migliaia per cercare di scovare la risposta di un immagine che lancia la sfida dell’enigma. Forse dovremmo semplicemente cercare di accostarla alla personalità di cui abbiamo parlato sino ad adesso: un uomo che non accettava alcun limite, che voleva essere domatore di ogni cosa che gli capitasse davanti, farla sua e ridarla al mondo con le proprie mani. Un uomo che non ha timore dell’abisso del futuro, che vive la quotidianità con la provocazione filosofica del “quindi cosa c’è ancora da imparare?” o meglio ancora “quindi cosa c’è ancora da superare?”. L’intellettuale artista che è in grado di possedere il mondo dall’alto, come un aquila, con il suo sguardo semidivino, generale e totalizzate, ma che allo stesso tempo riesce sempre a distinguerne tutte le parti. Solamente quasi quarantenne decide di dedicarsi propriamente alla materia architettonica ritenendola infatti la più importante delle arti, in quanto unica ad occuparsi direttamente della vita e dotata anche di impegno sociale. Tale concezione era del tutto nuova perché l’architettura come la intendiamo noi adesso non esisteva ancora. Esistevano infatti le costruzioni, i capimastri formati in botteghe ed oreficerie, era pura pratica della tecniche artigiane. L’architettura d’oggi inizia effettivamente solo grazie all’Alberti che la eleva ad arte liberale, attività filosofica indirizzata ai fini più alti. Ogni nuovo edificio dovrebbe perseguire la concinnitas, ovvero quella bellezza oggettiva raggiungibile soltanto attraverso l’armonia scientifica, quello stato di perfezione strutturata in cui niente può essere rimosso e niente aggiunto. L’obiettivo era l’intelligibilità e la cristallizzazione di una certa situazione storica, di una specifica

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mitizzare. Tutti i suoi edifici sono una potente esplosione di nuove relazioni tra le parti, tuttavia delicatamente posizionate, scelte con precisa eleganza e geniale logicità, secondo le teorie estetiche razionalizzate. Il prodotto finale è un rinnovamento globale imprevedibile, un’ondata di forme e proporzioni mai viste prima e ricche di nuovi significati; la risposta esatta alle esigenze della mente rinascimentale, focalizzata al controllo indiscriminato della realtà, esaltata e legittimamente ambiziosa della stessa grandezza classica che una volta era di Greci e Romani. Ora si può iniziare a vedere meglio le ragioni dell’insistente massività e spazialità nelle sue facciate, con giochi di pieni e vuoti e profondità di luci ed ombre programmate, o l’inusuale manipolazione degli elementi architettonici della tradizione, col fine di dare nuovo splendore alla classicità, rinfrescata così di un millennio per mezzo di una rivoluzione sintattica e paratattica assieme. E’ come un Demiurgo, caotico nell’azione ed ordinato nel principio, la violenza dionisiaca e la poesia apollinea, forse risiede proprio in questo instabile equilibrio la sua grandezza. Uno spirito libero, gentile e allo stesso tempo brutale, che ha dovuto spogliare la propria identità da ogni tipo di maschera per poter affermare sé ed i suoi valori, per scoprire la bellezza della sua contemporaneità, per reinventare il ruolo dell’architetto e per regalare nuovi contenuti sui quali fondare una nuova umanità. Ma siamo noi ancora capaci di afferrare il significato del nostro presente, di interiorizzare quello che dovrebbe essere già nostro, per sentirci almeno per una volta adeguati? Possiamo ancora credere alla creatività travolgente della dimensione della “follia”, del mettere tutto in dubbio, all’ignorare le formalità consolidate e tutti gli altri inganni mentali assieme? Abbiamo ancora voglia di fare lo sforzo di raccogliere una penna caduta per terra e di ricominciare a scrivere un nuovo capitolo? dall’alto: 1.Lo sguardo risoluto della tenacia. Fonte: www.it.wikipedia.org/wiki/Leon_Battista_Alberti 2.Lo sguardo dubbioso della creatività. Fonte: www.restaurars.altervista.org/wp-content/uploads/2016/02/masaccio-autoritratto-1424-25-720x380.jpg 3.Lo sguardo meravigliato dell’innocenza. Fonte: www.bibliografiaeinformazione.it/public/zoom_alberti.jpg 4.Lo sguardo fermo della consapevolezza. Fonte: www.it.wikipedia.org/wiki/De_pictura 5.Lo sguardo accorto della lungimiranza. Fonte: www.en.wikipedia.org/wiki/Camera_degli_Sposi

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Architettura nella storia

il duomo di siena a cura di Federica Morgillo

Con la sua maestosità, le sue materie lapidee che variano nella loro cromia dal bianco candido, al rosa, al nero e con la sua raffinatezza nei dettagli, il Duomo di Siena rappresenta un unicum nell’architettura sacra italiana. La bellezza dell’architettura rapisce l’osservatore che, stregato, è spinto a visitare gli interni della cattedrale. All’interno, prende vita una nuova coinvolgente esperienza, quasi metafisica.Leon Battista Alberti, I Libri della Famiglia. Costruito in stile romanico e gotico, il Duomo di Siena, principale luogo di culto cattolico della cittadina toscana, è una delle chiese più famose d’Italia ed una delle più grandi meraviglie della storia dell’architettura e dell’arte di tutti i tempi, scrigno ricolmo di ogni tipo di manufatto artistico. In campo architettonico, pittorico e scultoreo, affascina ogni sorta di visitatore o curioso che si ferma ad ammirarla.

Scarse e incerte sono le prime notizie su questo maestoso edificio: nello stesso luogo dove oggi sorge l’attuale edificio, si sarebbe innalzato il castrum  romano. La tradizione parla della presenza di un castello con quattro torri, una delle quali sarebbe poi diventata la torre campanaria attuale. Tale costruzione avrebbe ospitato, sino al 913, la residenza del vescovo, e contenuto al suo interno una prima chiesa rivolta verso est,

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L’interno del duomo. Si noti il soffitto decorato con un cielo blu puntellato di stelle. Si tratta di una decorazione per i soffitti tipicamente medievale. Fonte: www.viaesiena.it/it/mariana/itinerario_m/cattedrale-s-mariaassunta


Architettura nella storia dove oggi sorge il battistero. Un nuovo edificio sacro venne poi innalzato ed inaugurato da Papa Alessandro III il 18 novembre del 1179 in piazza del Duomo, in stile originariamente romanico. L’attuale cupola fu realizzata nel 1263 (la lanterna fu ricostruita 1667). Sappiamo, inoltre, da un documento dell’aprile del 1259, che il grande Nicola Pisano venne pagato “sei soldi” per alcuni lavori inerenti la Cattedrale. Protagonista, invece, della progettazione e realizzazione della facciata fu Giovanni Pisano, figlio di Nicola, figura chiave nella costruzione della parte inferiore del prospetto tra il 1284 e il 1297. Nei primi anni del Trecento i lavori di ampliamento del Duomo senese si concretizzarono con l’ingrandimento del transetto ed il prolungamento del coro. Nel 1339, in un momento di particolare prosperità per la storia economica di Siena, si pensò ad un ambizioso progetto di ampliamento del Duomo. L’ingrandimento prevedeva la costruzione di un nuovo, immenso tempio di cui l’attuale doveva divenire il braccio corto trasversale. Sotto la direzione prima di Lando di Pietro e poi di Giovanni d’Agostino, i lavori iniziarono a spron battuto ma la peste del 1348 ed alcuni crolli strutturali, portarono alla decisione di interrompere nel 1357 questo grande sogno, coltivato invano dai senesi. Ancora oggi, lungo l’attuale piazza Jacopo della Quercia, possiamo scorgere i segni di quel grandioso progetto, attraverso i basamenti delle colonne ed il celebre e rinomato “facciatone”, nuova ed incompiuta facciata rivolta verso sud. L’attuale edificio a croce latina, si presenta con tre navate e la cupola dodecagonale che si trova all’incrocio tra i bracci. La facciata, principalmente decorata da candido marmo bianco, si può dividere in due parti: quella inferiore, corredata da un complesso ciclo di statue i cui pezzi originali si conservano nel Museo dell’Opera, come già detto si deve all’estro di Giovanni Pisano. La suggestiva e severa grandiosità dell’interno del Duomo di Siena viene esaltata dalla selva di piloni in marmo a strisce bianco-

nere. Celebri artisti contribuirono alla decorazione, pittorica quanto scultorea, del maestoso edificio, anche se molti di questi capolavori, soprattutto i dipinti su tavola a fondo oro come la rinomata Maestà di Duccio di Buoninsegna, furono spostati nel corso dei secoli. Sulla destra, il transetto ha inizio con la famosa Cappella del Voto commissionata nel 1661 dal papa senese Alessandro VII. Per questa grandiosa impresa fu interpellato Gian Lorenzo Bernini. Il bellissimo altare maggiore in marmo e bronzo, stando ai documenti, si deve a Baldassarre Peruzzi. Gli affreschi del catino absidale sono di diverse epoche: alcuni si devono a Domenico Beccafumi. Sopra il coro della Cattedrale si trova la copia della famosa Vetrata i cui cartoni sono attribuiti ormai unanimemente a Duccio di Buonisegna. Si tratta di un’opera di capitale interesse sia per la sua qualità artistica che per la storia dell’arte vetraria italiana. Nel transetto sinistro troviamo la Cappella di San Giovanni Battista disegnata a fine Quattrocento da Giovanni di Stefano. Questo ambiente è piuttosto famoso perché nella nicchia dell’altare centrale è custodita la scultura in bronzo raffigurante  San Giovanni Battista, celebre statua scolpita da Donatello nel 1455, qui collocata solo in un secondo momento. Proseguendo verso l’ingresso, troviamo un altro omogeneo complesso molto importante e famoso: la Libreria Piccolomini. Voluta nel 1492 dal cardinale Francesco Piccolomini Todeschini (poi papa Pio III), questo ambiente fu costruito per contenere il ricco patrimonio librario delle zio del cardinale Piccolomini, papa Pio II, anche se non ospitò mai i libri per la quale era stata creata. I mirabili affreschi che la cappella contiene, realizzati agli inizi del Cinquecento, si devono al genio creativo di Bernardino di Betto più noto col nome di Pinturicchio. Queste notevoli pitture murarie illustrano con grande freschezza narrativa avvenimenti della vita di Pio II. Seguendo la navata sinistra si incontra l’Altare Piccolomini che vide coinvolto nel suo

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grandioso progetto persino Michelangelo Buonarroti. L’autore dell’altare fu il noto scultore lombardo Andrea Bregno che lasciò l’opera priva delle sculture originariamente preventivate. Così, per colmare tale lacuna, furono coinvolti Pietro Torrigiani ma soprattutto Michelangelo, autore del San Pietro e San Pio posti sulla sinistra e del San Paolo e San Gregorio Magno collocati a destra. Il Duomo di Siena, come visto, col coinvolgimento nel corso dei secoli di alcuni tra i più grandi artisti italiani, rappresenta nella sua bellezza intrinseca un unicum per l’arte e l’architettura sacra italiana. Bibliografia: G. Carotti, Il duomo di Siena, Firenze, Fratelli Alinari, 1923. F. Ohly, La cattedrale come spazio dei tempi: il Duomo di Siena, Siena, Accademia senese degli Intronati, 1979.

a destra, dall’alto: 1.Il duomo di Siena svetta tra gli edifici del centro storico della città. Fonte: www.toscana. artour.it/articoli/siena-riapre-porta-cielo/ 2.Il duomo di Siena in tutta la sua maestosità. Fonte: www.it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_ Siena 3.L’alto campanile romanico del duomo. Fonte: www.medioevo.org/artemedievale/Pages/ Toscana/DuomodiSiena.html 4.Dettaglio della facciata riccamente decorata. Fonte: www.medioevo.org/artemedievale/ Pages/Toscana/DuomodiSiena.html 5.La navata centrale del duomo vista dall’alto. Peculiari sono i pavimenti finemente decorati. Come scriveva Giorgio Vasari « …Al più bello et al più grande e magnifico pavimento che mai fusse stato fatto… ». Fonte: www3.varesenews.it/blog/ labottegadelpittore/?p=10871

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Architettura moderna

meticolosità tecnologica e laconica fastosità.

casa tugendhat di mies van der rohe a cura di Veronica Rigonat

“Ho provato impressioni architettoniche simili soltanto al quartiere del Kiefhoek e al Partenone per l’architettura antica. Naturalmente è difficile parlare di queste cose, poiché occorre tenere conto di molti fattori diversi; bisognerebbe conoscere il greco ed essere pervasi dal carattere profetico di Mies. Detto in gergo americano, la casa di Brünn è Extra.” Philip Johnson, lettera a J.J.P. Oud, 2 settembre 1930, Stichting Architekturmuseum Amsterdam, Archivi Oud Il padiglione dell’esposizione a Barcellona del 1929 dischiara fermamente le scelte architettoniche di Mies, scelte che vengono confermate nella realizzazione, tra 1928 e 1930, di Casa Tugendhat a Brünn in Cecoslovcchia. I progetti iniziano entrambi nel 1928, nel giro di brevissimo tempo due grandi incarichi furono affidati allo studio di Mies Van der Rohe, del tutto diversi eppure incredibilmente vicini per molti aspetti, tanto da portare Julius Bier a definire Casa Tugendhat “architettura da esposizione” in “Die Form” nel 1931. La scelta cadde su Mies, per l’ammirazione che Fitz e Grete Tugendhat avevano per le sue realizzazioni e per la bramosia di “lucentezza, ariosità e trasparenza” come caratteristiche della loro dimora. L’archi-

tetto, pur non avendo realizzato un elevato numero di opere, aveva già raggiunto una vasta notorietà grazie a architetture come la Werkbundausstellung di Stoccarda nel 1927 e all’incarico ricevuto per il padiglione di Barcellona nell’estate 1928, realizzato tra aprile e maggio 1929. Quest’ultimo e il progetto per la villa di Brno vengono considerati come i risultati di un percorso di ricerca e sperimentazione condotto dall’architetto a partire dall’allestimento dello spazio espositivo delle industrie vetrarie tedesche, il Glasraum, visitabile a Stoccarda tra 23 luglio e 9 ottobre 1929. La Moravia era ritenuta il centro dell’architettura moderna cecoslovacca. I coniugi Tugendhat rappresentano i committenti benestanti e progressisti che sostengono

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Vista della cittĂ di Brno dal soggiorno. Fonte: www.commons.wikimedia.org/wiki/File:Vila_ Tugendhat_interior_Dvorak.jpg


Architettura nella storia lo sviluppo del Movimento Moderno ceco. Tuttavia questa abitazione solleverà non pochi dubbi, persino tra i sostenitori del Neues Bauen: non si tratta di un’abitazione minimale e riproducibile, anzi, molto distante dall’unità sperimentale di Le Corbusier a Weissenhofsiedlung. Sebbene affini sotto alcuni aspetti, questo è il caso di una dimora lussuosa come dichiareranno anche le decorazioni di Lilly Reich e i mobili di metallo disegnati dall’architetto stesso. La casa di Fitz e Grete Tugendhat doveva sorgere su di una collina, volta verso la città: Campo Nero, un terreno ricevuto in dono di nozze dai Löw-Beer, i genitori della sposa. Il lato Nord, verso la strada risulta chiuso e riservato, mentre il fronte Sud si apre sulla città di Brno. La strada conduce al retro e all’autorimessa da cui si ha accesso alla dimora. La scala è contenuta in un volume di vetro traslucido che nasconde l’ingresso ed invita a proseguire verso la zona giorno. L’edificio si sviluppa su tre piani ed è al terzo livello - l’unico che esce alla quota della strada - che si trova l’ingresso principale, sullo stesso livello della zona notte. Una distribuzione degli spazi piuttosto inusuale per l’epoca e che dichiara il pensiero architettonico di Mies. Anche Julius Posener ha sottolineato questa disposizione contraria alle regole tradizionali, in Bauwelt nel 1969. Dalla zona notte si scende in un grande e luminoso ambiente, quindici per venticinque metri, che viene suddiviso in aree solamente da due pareti, una curva in legno d’ebano ed una diritta in onice dorata, evitando le chiusure tradizionali. L’ambiente era caratterizzato da tendaggi dai colori cangianti e da superfici vetrate di diversa opacità e colore. I pilastri cruciformi cromati, che sostengono la struttura, arretrano dalla facciata. Ritroviamo così gli stessi elementi compositivi di Barcellona. Tuttavia, in questo caso una delle due pareti curva. Si tratta di una dimora, non di un padiglione. La parete curva per donare intimità, per offrire uno spazio di raccoglimento famigliare. Con questo elemento si deduce il riferimento di Mies a Villa Stein di Le Corbusier,

della quale aveva studiato accuratamente le piante. Le finestre sono a scomparsa: se aperte il pavimento nasconde interamente i telai eliminando qualsiasi divisione tra interno ed esterno. La luce invernale può così penetrare facilmente, i raggi estivi vengono invece bloccati da un sistema di tendaggi. Viene inquadrata una vista della città. Complessa e drammatica, questa casa presenta diversi gradi di intimità e protezione visiva: dalla vista sulla vallata fino alla biblioteca, più chiusa, addossata al terreno. Il giardino d’inverno è separato dalla zona giorno da una parete vetrata. Mies sceglie poi di collocare la serra nel punto di incontro tra interno ed esterno, portando all’interno della villa la natura del meraviglioso parco che la circonda. Frampton descrisse la serra come un terzo elemento capace di mediare tra la struttura cristallizzata del piano di onice a sé stante, all’interno, e la vegetazione naturale del paesaggio fuori. L'apparato decorativo qui sembra identificarsi nella natura stessa, piuttosto che nell'invenzione artistica. Per quanto riguarda il giardino, esso si divide in due parti: una zona a gradoni, dedicata a fiori e piccoli arbusti, ed una zona a prato da cui comincia il declino della casa sul versante della collina. Franz Tugendhat descrisse così l’effetto che la casa esercita su di lui: “Quando permetto a questi spazi, e a tutto quanto è in esso contenuti di esercitare su di me la loro influenza, ho un’impressione netta: questa è bellezza, questa è verità”. Nella zona notte le camere appaiono come cabine di prima classe di un transatlantico, affacciandosi, da un lato, su di un corridoio luminoso e, dall’altro, sulla terrazza superiore. Il ritmo dei pilastri scandisce lo spazio sia interno che esterno ed una volta a contatto con l’aria essi cambiano. Da cromatura si passa a galvanizzazione. Si pensa che l’architetto sia stato influenzato dallo studio che stava conducendo in quel periodo per l’abitazione berlinese del pittore Emile Nolde. I due si erano conosciuti nella cerchia dei Riehl e gli era stata commissionata lui una dimora,

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destinata all’artista stesso, ad un piano che si sviluppava partendo da lunghi muri pieni, come nel caso di Brno. Tuttavia, questo studio non trovò mai compimento e la casa non fu mai realizzata. Casa Tugendhat nasce dalla commistione di acciaio, vetro e pietra, evocando un mondo luminoso generato da allineamenti e punti focali abilmente distribuiti. La lussuosa idea di macchinismo e un senso di classica nobiltà vengono rappresentati da questa abitazione. Si tratta di una celebrazione dell’industrialismo che, come descrive Biraghi, guidata dalle sapienti mani di Mies Van Der Rohe, si lascia elevare sia da un limpido controllo di proporzioni e trasparenze sia attraverso una sublimazione dei materiali. Bibliografia: Peter Carter, Mies van der Rohe al lavoro, Phaidon Press Limited, Londra 2006 Jean-Louis Cohen, Ludwig Mies Van Der Rohe, Editori La Terza, Bari 2011 Marco Biraghi e Alberto Ferlenga, Architettura del Novecento. Opere, progetti, luoghi, Einaudi, Torino 2013 W. J. R. Curtis, L’architettura moderna dal 1900, Phaidon, Londra 2007 M.Biraghi, Storia dell’architettura contemporanea I, 1750-1945, Einaudi, Torino 2008 Claire Zimmerman, Mies Van Der Rohe, 1886-1969: The Structure of Space, Taschen, Cologne 2009 a destra, dall’alto: 1.Dettaglio della living room, la poltrona introdotta da Mies. Fonte: www.ripullulailfrangente. wordpress.com/2013/08/21/ 2. La camera da letto. Fonte: www. aaaarchitetturacercasi.wordpress.com/2012/03/01/less-ismore/#jp-carousel-437 3.Scorcio del soggiorno. Le finestre aperte, spariscono nel pavimento. Fonte: www.arkitalker. wordpress.com/2014/10/11/luxurious-less/ 4.I due forti elementi della zona giorno: la parete in ebano e quella in onice dorata. Fonte: www.arkitalker.wordpress.com/2014/10/11/ luxurious-less/ 5. Affaccio dal soggiorno sul giardino d’inverno e il parco. Fonte: www.aaaarchitetturacercasi. wordpress.com/2012/03/01/less-is-more/#jpcarousel-435

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Scorcio del parco con le scanalature del terreno. Fonte: www.divisare.com/projects/305241-topotek-1-hg-merz-hanns-joosten-unescoworld-heritage-abbey-lorsch-germany Foto: Š Hanns Joosten


Spazi urbani

lorsch

unesco world heritage site

un luogo riflesso nel tempo a cura di Stefano Sarzi Amadè

Le testimonianze storiche delle diverse culture sono sempre opere in grado di suscitare emozioni e riflessioni mosse dalla consapevolezza che il godere di patrimoni artistici sia un enorme privilegio. Però quante volte ci chiediamo se tutto quello giunto ai giorni nostri sia solo una parte di ciò che la storia avrebbe potuto trasmetterci? E come far rivivere quelle testimonianze pervenute a noi solo in parte, magari in forma non materiale? Su questo tema, il progetto per l’Abbazia di Lorsch è uno degli esempi di progettazione del paesaggio più eleganti e suggestivi nella storia contemporanea. L’Abbazia imperiale carolingia di Lorsch, costruita nell’omonima località vicino alle sponde del fiume Reno, in Germania, è stata la sede di uno dei più importanti monasteri benedettini grazie alla sua biblioteca e all’arte nella scrittura di manoscritti praticata dai suoi monaci. Il complesso, la cui costruzione inizia nel 764 d.C., viene consacrato nel 774 d.C. e dopo anni di declino, durante le guerre con Luigi XIV, alla fine del 1600 viene bruciato dai soldati francesi. Oggi, le uniche strutture di tale complesso

rimaste integre sono la chiesa e la vecchia porta di accesso, la Torhalle, che rappresenta il più antico monumento della Franconia tedesca, mentre l’intero sito viene dichiarato patrimonio mondiale UNESCO nel 1991. Purtroppo, essendo rimasto ben poco dell’antico complesso, il problema principale del sito è legato alla conoscenza della storia e alla comprensione dei volumi strutturali e della complessità integrale che non è pressoché percepita, rischiando addirittura di essere nel tempo dimenticata.

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Spazi urbani Nel 2010 è indetto, dall’Amministrazione dei Palazzi e Giardini Assia e dal Comune di Lorsch, un concorso per la riqualificazione e valorizzazione del sito storico, concorso vinto dal team di architetti Topotek 1 e Hg Merz Architekten. L’idea progettuale, la cui realizzazione si completa nel 2014, è sviluppata sull’idea di lavorare il grande vuoto spaziale fatto di ampi spazi verdi, eleganti e maestosi, attraverso la topografia del terreno, e mediante i movimenti di terra che ricalcano i bordi degli antichi edifici per non farne perdere la memoria nel tempo. Non si tratta di ricostruire fisicamente i volumi degli antichi palazzi - operazione che sarebbe risultata costosa e difficilmente realizzabile, in quanto non si conoscono con esattezza le fattezze degli antichi fabbricati - bensì di affidare al paesaggio il compito di rievocare e celebrare il patrimonio storico in comunione con l’attuale ambiente naturale. Vengono quindi individuati alcuni elementi chiave dell’antico complesso: i contorni degli edifici, l’asse centrale, i chiostri e i segni vengono tradotti in movimenti di terra che disegnano il vuoto enfatizzando la storia e la presenza emotiva. Con gesti semplici il paesaggio viene fisicamente “inciso” attraverso scanalature nel terreno, alte circa 35 centimetri, che simboleggiano la traccia lasciata idealmente dagli edifici e attraverso linee gradevolmente percepibili. Sembrano segni casuali sulla terra, ma osservate con attenzione rivelano una inedita lettura rendendo nuovamente riconoscibili i segni della storia attraverso le loro impronte sul terreno, in una continua armonia poetica con la natura del luogo. La lettura della topografia è resa facile dall’uniformità con la quale il manto erboso è trattato e gli spazi divengono un museo a cielo aperto che ospita gentilmente i visitatori mostrando la propria storia da vicino. Se l’antica Torhalle in passato ha rappresentato l’ingresso principale al complesso monastico, ora diviene l’elemento di connessione tra il tessuto urbano della città e il paesaggio naturale del parco attraverso un

linguaggio gradiente e comunicativo tra l’elemento pietra, che simboleggia l’urbano, e il manto erboso, che simboleggia la natura. Viene quindi impiegata una pavimentazione a fasce costituita da elementi in pietra che, fitti all’ingresso, sono posizionati con una distanza gradualmente maggiore verso l'interno nel parco. L’alternanza tra urbano e natura accompagna il visitatore facendo percepire il passaggio dalla città all’ambiente che diventa progressivamente sempre più naturale. Gli elementi pavimentati sono utilizzati per rimarcare alcuni percorsi significativi all’interno del parco e l’ingresso alle rovine della chiesa, così come per potenziare la riconnessione tra il verde e gli spazi aperti della città; infatti, il sistema graduale delle fasce in pietra verrà utilizzato anche per la pavimentazione della vicina piazza Benediktiner. Il sistema dei percorsi verdi è studiato per collegare alcuni punti nodali del sito: questi “capisaldi della cultura” rappresentano luoghi emblematici la cui storia è strettamente legata a quella dell’antico monastero. Edifici a funzione museale e spazi per attività multidisciplinari si articolano nello spazio verde, lasciando che il visitatore percepisca i remoti dialoghi tra le diverse attività dell’intera area adiacente l’Abbazia. Nel parco si trova, inoltre, un nuovo spazio progettato dal team Topotek 1 e Merz Architekten: il “giardino delle erbe dimenticate”. Il giardino, realizzato seguendo gli studi del Lorsch farmacopoeia - il più antico manoscritto medievale sulle erbe medicinali, dichiarato patrimonio della memoria UNESCO - si trova su una collina naturale contenuta da muri a secco, e raccoglie una varietà di essenze tipiche per i loro colori, profumi e fiori, disposte seguendo la morfologia naturale del terreno. Negli spazi espositivi del sito si trovano i reperti archeologici rinvenuti durante i lavori. In questo ambito l’intera area è trattata come un progetto in divenire, dal momento che può arricchirsi ogni volta che nuove opere di recupero, per le quali il sito è stato predisposto, dovessero riportare

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alla luce nuovi reperti. Anche l’aspetto complessivo del parco è pensato come uno spazio capace di trasformarsi, aggiungendo nuovi elementi nella morfologia del terreno ogni volta che nuovi aspetti storici vengono scoperti. La volontà di non ricostruire il passato ma di riproporlo attraverso un linguaggio attuale e riflesso nel presente, unita alla duttilità con la quale il luogo può trasformarsi, rende questo progetto un’efficace finestra verso il tempo futuro, dalla quale, osservando nello spazio contemporaneo i segni antichi dell’uomo, ognuno può percepire l'espressione del proprio tempo, attraverso la quale rileggere la storia e tutelarla, in un ambiente nuovo intriso di bellezza e significato riflessi in un’atmosfera poeticamente emozionante.

a destra, dall’alto: 1.Il Torhalle. Fonte: www.landezine.com/index. php/2015/11/unesco-world-heritage-site-abbey-lorsch/. Foto: © Hanns Joosten 2.Scorcio del parco, con le scanalature sul terreno e le fasce pavimentate in pietra. Fonte: www. divisare.com/projects/305241-topotek-1-hgmerz-hanns-joosten-unesco-world-heritageabbey-lorsch-germany. Foto: © Hanns Joosten 3.Il giardino delle erbe dimenticate. Fonte: www.landezine.com/index. php/2015/11/unesco-world-heritage-siteabbey-lorsch/. Foto: © Hanns Joosten 4.Dettaglio delle scanalature del terreno.Fonte: www.area-arch.it/it/unesco-world-heritage-siteabbey-lorsch-4/. Foto: © Hanns Joosten 5. Vista panoramica verso il paesaggio. Fonte: www.landezine.com/index.php/2015/11/unesco-world-heritage-site-abbey-lorsch/. Foto: © Hanns Joosten

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Millo, "Everyone is searching for it", il bellissimo intervento urbano in un quartiere di Milano. Fonte: www.organiconcrete.com/2015/03/28/everyone-is-searching-for-it-millo-a-milano/ Cattedrale St. Jean, installazione di P. Warrener, in occasione della Fête des lumiéres. Fonte: www.commons.wikimedia.org/wiki/File:Cathédrale_St_Jean_-_Déc.2008. JPG?uselang=it. Foto: user Gonedelyon


Arte & Architettura

le infinite

illusioni

dell'arte

a cura di Stefano Sarzi Amadè e Giovanna Fabris

L’espressione artistica, da sempre, cerca nuove ed innovative forme di espressione attraverso diverse tecniche rappresentative e messaggi espressi. Spesso l’arte si avvicina alle persone non solo a livello emozionale, ma anche fisico, impossessandosi degli spazi abitualmente frequentati dalle persone. Nascono così correnti come la famosa "street art" la quale, ad esempio, dona nuove identità agli edifici delle città. Nel corso degli anni questa forma d’arte si è incredibilmente sviluppata sia nel linguaggio, fino a trasformare con effetti ottici le superfici dei palazzi e delle strade, che nelle tecniche impiegate: basti pensare alle nuove espressioni artistiche che fanno uso di materiali come il cotone e la lana lavorati a uncinetto o alle installazioni interattive di luce. può quindi diventare il mezzo per trasformare gli spazi e le superfici in situazioni più confortevoli attraverso illusioni ottiche che rendono percepibile ciò che non esiste o che cambiano l’identità di uno spazio. Il linguaggio onirico, che può ricondursi alle espressioni di alcune correnti artistiche quali il surrealismo, la pop art e l’op-art, ci mostra tele e sculture sparse per le città, nelle quali le forme e le caratteristiche fisiche dei “supporti” si mischiano, si fondono e si confondono con i disegni e i colori di ciò che l’artista riesce a creare.

L’arte di strada, nata attraverso il graffitismo come espressione di comunicazione e denuncia sociale, ha sviluppato negli anni una sempre maggiore identità artistica legata alla trasformazione di un ambito urbano in un’opera d’arte, o talvolta, in un’intera collezione di opere creative. Spesso, la street art diviene il linguaggio per esprimere un messaggio o un’impressione che va oltre la semplice raffigurazione di un’immagine su facciate di edifici, superfici asfaltate di piazze e strade o elementi di arredo urbano. L’arte figurativa applicata in ambito urbano

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Arte & Architettura Spesso, i quartieri e gli edifici degradati divengono la tela preferita di questo linguaggio artistico e le facciate dei palazzi, spesso piatte e senza aperture o cambi di profondità, si trasformano in finestre aperte verso illusori mondi naturali o artificiali, nelle quali si sfonda virtualmente l’omogeneità superficiale per illudere lo spettatore. Sulle pareti dei palazzi vengono quindi raffigurati boschi, forme geometriche in profondità, finestre inesistenti, animali, o addirittura i dipinti suggeriscono uno “sfondamento” illusorio delle pareti, lasciando vedere ciò che irrealmente si nasconde dietro di esse. Questo stesso principio viene utilizzato anche sulle superfici urbane orizzontali, come il selciato di strade, piazze e marciapiedi. Spesso privilegiando un determinato punto di vista, vengono in questo caso rappresentate scene e figure apparentemente tridimensionali, il più delle volte attraverso l’illusione di uno sprofondamento della superficie pavimentata. Burroni, cascate e canyon verso il centro della Terra, ma anche vasche piene d’acqua e stanze sotterranee, trasformano il quotidiano ambiente urbano in un nuovo mondo nel quale lo spettatore si trova coinvolto e, spesso, soggiogato. Uno dei concetti interessanti nascosti dietro la rappresentazione di queste illusioni è che, se si cerca di trasformare in meglio la realtà dell’ambiente nel quale sono raffigurati i dipinti sui palazzi, nel caso delle superfici calpestabili, si induce lo spettatore a non attraversare lo spazio dipinto, privilegiando determinati percorsi, spazi, visuali. L’arte della street art ha conosciuto, con il tempo, diverse metamorfosi di linguaggio e di forma. Nel primo caso, ad esempio, si possono includere opere d’arte che trasformano oggetti di arredo urbano e superfici tridimensionalmente articolate. Le colonnine dei marciapiedi e gli spartitraffico divengono soldatini di piombo e gnomi sparsi per la città, le gradinate mutano in pile di libri giganteschi, le panchine divengono pianoforti. Nel secondo caso sono, invece, incluse le evoluzioni che portano l’arte della street art

verso nuovi approcci comunicativi: la “poesia di strada” e lo “yarn bombing” sono due esempi di questi sviluppi. La poesia di strada diffonde, grazie al contributo di diversi poeti, liriche e versi rappresentati su superfici urbane proprio come fossero dipinti, mentre lo yarn bombing è un’evoluzione di arte che utilizza, al posto dei graffiti, installazioni colorate di filati di lana e cotone lavorati a maglia o uncinetto. Di sicuro, ciò che nasce trent’anni fa come espressione di una ribellione sociale diviene oggi una consolidata forma d’arte che trasforma lo spazio in un’opera creativa tridimensionale nel quale le persone possono essere spettatori e protagonisti. La trasfigurazione estetica dei fabbricati non passa solamente attraverso l’arte fissata sui muri e sulle pareti attraverso il colore, c’è un’altra forma d’arte, effimera nella sua momentaneità temporale, che da alcuni anni a questa parte sta andando sempre più consolidandosi: parliamo delle proiezioni di luce. Questo linguaggio artistico, spesso utilizzato come attrattiva durante importanti eventi pubblici o per trasmettere messaggi sociali importanti, trasforma le facciate degli edifici, moderni e storici, spesso giocando con le forme fisiche, con giochi di luci e forme statiche o in movimento che non solo donano un nuovo, momentaneo, abito, ma spesso ne confondono magicamente l’identità. Le proiezioni, spesso studiate ad hoc per essere proiettate su una superficie specifica, enfatizzano o confondono le forme, alterano e saturano i cromatismi, individuano le linee forza per falsificarle, mostrano dipinti, foto, caleidoscopi in movimento. Gli spettacoli notturni che ne scaturiscono divengono talmente surreali da incantare gli spettatori e proiettarli in una dimensione emotiva quasi spirituale. È una sorta di complicità tra arte e tecnologia, tra il linguaggio effimero delle proiezioni e quello perpetuo dell’architettura. Uno degli esempi più grandiosi di questo linguaggio è la fête des lumières a Lione, un'antichissima festa cittadina celebrata ogni anno in occasione dell'otto dicembre. Durante i festeggiamenti, che durano quattro

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giorni, i palazzi e i monumento della città si vestono di luci e suggestioni magiche, richiamando grandi artisti e tantissimi visitatori, assumendo negli anni un carattere sempre più internazionale e vincendo riconoscimenti e premi per la sua bellezza. Anche a Mantova si è potuto ammirare la suggestione di queste installazioni artistiche, con 77 million paintings allestita a Palazzo Te da Brian Eno, e durante l'evento conclusivo di Mantovarchitettura 2016 dove, nell’ambiente quotidiano dell’università, la notte ha portato un’atmosfera magica esaltata dallo spettacolo surreale del 3D mapping: la facciata della biblioteca, con il suo colonnato e i suoi archi, si è animata di luci, colori e suoni. Le molteplici variazioni dinamiche e cromatiche hanno esaltato le forme architettoniche, e hanno poi trasformato la facciata in una finestra immaginaria verso l’universo, per ammirare le stelle e le galassie a tempo di musica. Che si tratti di uno spettacolo, di un messaggio sociale, di una celebrazione eccezionale, di donare prestigio alla cultura collettiva, questi linguaggi d’arte rappresentano forme di complicità dove artisti, arte, architetture e spazi aperti dialogano con gli spettatori in una grande varietà di emozioni, dove l’ordinario diventa straordinario. a destra, dall’alto: 1.1010, dipinto murale alMarion Gallery, Panama City. Fonte: www.thisiscolossal. com/2015/03/1010-color-portals/ 2.NeSpoon, "Bobbin laces",dipinto murale a Bobowa, Polonia. Fonte: www. streetartnews. net/2015/07/nespoon-unveils-new-mural-inbobowa.html 3.Natalia Rak, dipinto murale a Biaɫistok, Polonia. Fonte: www.deejay.it/foto/la-street-art-interagisce-con-lo-spazio-circostante/386750/#2 4.Monument air, Fête des lumiéres. Fonte: www. commons.wikimedia.org/wiki/File:Monument_ air,_Fête_des_Lumières_(5265363319). jpg?uselang=it. Foto: Fulvio Spada 5.Perspectives Lyriques, Fête des lumiéres. Fonte: www.commons.wikimedia.org/wiki/ File:Perspectives_lyriques,_Fête_des_Lumières_ (5265359527).jpg?uselang=it. Foto: Fulvio Spada 6. Il palazzo comunale di Trieste illuminato da Luca Agnani. Fonte: www.cronachemaceratesi. it/2015/04/06/quando-la-luce-trasforma-larealta-le-illusioni-del-videomapping/641301/

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"77 million paintings for Palazzo Te". Dettaglio della facciata illuminata. Fonte: archivio personale degli autori.

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Diario eventi

77 million paintings for palazzo te l'arte digitale di

brian eno a mantova a cura di Sebastiano Marconcini e Stefano Sarzi Amadè

Nel ricco calendario di Mantova Capitale della Cultura Italiana 2016, si è sicuramente distinta la doppia installazione “77 Million Paintings for Palazzo Te” e “The Ship” di Brian Eno. Grazie all’uso delle tecnologie digitali, l’artista unisce musica ed arti visive, regalando un affascinante spettacolo nella magica cornice di Palazzo Te. Sono numerosi gli eventi che si sono susseguiti grazie alla nomina di Mantova Capitale Italiana della Cultura 2016. Tra questi, uno dei più singolari ed affascinanti è stata sicuramente la doppia installazione, realizzata a Palazzo Te, di Brian Eno. Per comprendere meglio le due opere dell’artista, è necessario conoscerne il background da cui proviene. Brian Eno è un produttore musicale, che si nasconde dietro a grandi successi come

gli album “Heroes” di David Bowie, “Achtung baby” degli U2, “Us” di Peter Gabriel e “Viva la vida” dei Coldplay. Oltre a questo, è innanzitutto un grande compositore e musicista che inizia la sua carriera nel gruppo “Roxy Music”, per poi intraprendere la carriera solista negli anni ‘70. Dopo l’esperienza rock con il gruppo d’origine, durante la quale sviluppa l’interesse per i sintetizzatori e l’elettronica, Eno sviluppa un percorso musicale che

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Diario eventi installazioni giunte a Mantova dal 25 giungo fino al 22 luglio 2016, di cui riprende il nome, insieme ad una seconda proposta intitolata “The ship”, che a sua volta riprende il titolo dell’omonimo album, il più recente nella discografia dell’artista. Ospitata alla fruttiere di palazzo Te, “The ship” è un’installazione sonora che esplora il concetto di suono tridimensionale, espresso dal rapporto tra composizione musicale e ambiente. Le numerose suggestioni date dall’opera sono sostenute, in realtà, da un allestimento in sé molto semplice. L’attento studio dietro alla posizione delle poche luci e delle sorgenti audio, infatti, immerge lo spettatore nelle atmosfere di nuovi mondi, dove a suoni più naturali si fondono dimensioni spaziali e cybernetiche. A seconda di come ci si posiziona all’interno dell’installazione si percepiscono sempre nuovi dettagli, in una continua escalation musicale. Il risultato è di completo estraniamento, una sensazione di relax quasi “strana”, che ti spoglia da tutte le preoccupazioni quotidiane e ti spinge a parlare con la tua anima. Un’esperienza che, per quanto breve, sicuramente ha lasciato un segno a chi vi ha partecipato. Protagonista principale, però, è stata l’installazione “77 million paintings”. Dopo numerosi allestimenti per interni in cui ha sfruttato il software da lui stesso sviluppato, Brian Eno ha deciso di far interagire la sua arte con alcuni dei monumenti più belli e celebri. Dopo l’Opera House di Sidney e gli Archi di Lapa a Rio De Janeiro, l’installazione è giunta nel cortile dell’esedra di Palazzo Te a Mantova. La facciata della residenza gonzaghesca che da sul giardino, infatti, si è trasformata nell’inconsueta tela su cui l’artista ha proiettato le sue realizzazioni artistiche. Dopo la cena di gala inaugurale, che ha visto la presenza di Brian Eno stesso, al calare del sole delle sette serate successive è stato possibile assistere all’alternarsi dei “77 milioni di dipinti” citati dal titolo. In realtà si tratta di circa 300 disegni originali che si sovrappongo tra loro, accompagnati da diversi sottofondi musicali. Nascono così

lo porta in seguito ad essere considerato uno dei massimi esponenti della musica di genere Ambient, caratterizzata da suoni atmosferici e dilatati a cui spesso, data la loro attitudine onirica, coniuga un immaginario visivo di suggestione. La sua ricerca della forma musicale ambientale inizia nel 1975 con gli album “Another green world” e “Discreet music”, per poi svilupparsi, alle porte degli anni ‘80, in progetti con l’obiettivo di creare la musica di sottofondo per spazi dalle fredde atmosfere come le sale d’attesa, le hall degli aeroporti, le mostre e gallerie d’arte. Hanno così origine gli album “Music for films” e “Music for airports”, considerati tra i capisaldi della musica Ambient. Negli stessi anni nascono le collaborazioni con Harold Budd, David Lynch e David Byrne, col quale realizzerà l’album “My life in the bush of ghosts”, uno dei più alti esempi di musica d’avanguardia che influenzeranno la world music degli anni successivi. Durante gli anni ‘80, Brian Eno inizia a sperimentare la contaminazione tra musica e arti visive, la quale lo porterà a sviluppare opere sempre più interdisciplinari, come ad esempio le installazioni di videoarte “Mistaken memories of medieval Manhattan”. Attraverso l’impiego di tecnologie informatiche, Eno sviluppa una tecnica chiamata “Generative music”, grazie alla quale la musica si articola in continue combinazioni sonore in costante evoluzione e senza mai ripetersi. Questa tecnologia è molto importante nelle opere successive dell’artista. Questo sistema generativo di musica, per esempio, è alla base dei brani composti per il videogame “Spore” e l’app “Bloom”, con la quale è possibile generare musica ambientale semplicemente toccando il touch screen del nostro smartphone. È sempre l’interesse per le tecnologie che, nel 2006, porterà Brian Eno a sviluppare un programma software dal nome “77 million paintings”, con il quale la musica, generata grazie a molteplici sample musicali, viene simultaneamente abbinata a immagini dipinte e proposte dallo stesso artista. Questo progetto è alla base di una delle due

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le 77 milioni di combinazioni che danno il titolo all’opera, numero per cui un artista qualunque dovrebbe produrre cinque dipinti al giorno, per un arco di tempo pari a 42.000 anni. Principale conseguenza è che ciascuna combinazione non viene mai ripetuta, quindi, visitandolo in giornate diverse, si sarebbe potuto assistere ogni sera ad uno spettacolo differente. Accomodati sulle sedie a disposizione, o ancora meglio seduti comodi tra i fili d’erba, si è potuto fruire della magia combinata dell’opera di Brian Eno e di uno degli edifici più belli della città di Mantova, qui trasformato in palcoscenico dell’arte. Tra i colori sgargianti delle rappresentazioni che alternano motivi geometrici ad elementi naturalistici, l’evento si sviluppa in un continuo concentrato di stupore. Infatti, le transizioni da un dipinto all’altro sono talmente graduali che lo spettatore si chiederà più volte quando una certa immagine è apparsa sulla facciata della dimora gonzaghesca. Completa il tutto un silenzio totale, quasi mistico, da cui emergono solamente le musiche dell’artista che si fondono con i suoni dell’ambiente circostante. Mentre lo spettatore attende di essere meravigliato da un altro dipinto senza proferire parola.

a destra, dall’alto: 1.L'installazione "The Ship" allestita alle Fruttiere. 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8. Alcuni momenti dell'installazione "77 million paintings for Palazzo Te". Fonte delle foto: archivio personale degli autori.

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Evento “Magnifici fallimenti”. La proiezione del desktop che raffigura Oliviero Toscani e Andy Warhol. Fonte: archivio personale dell’autore

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Diario eventi

festivaletteratura 2016

bisogna essere

ossessionati

dalla vita! a cura di Silvia Marmiroli

“La creatività è una conseguenza di quello che fai: o è una cosa creativa o è un fallimento!”. Oliviero Toscani Si entra subito nel vivo della questione più spinosa. Sul palco c'è Oliviero Toscani, presentato da Luca Molinari, e sullo sfondo è proiettata la ‘scrivania’ del suo Mac. Il suo nome e cognome appaiono in alto a destra, alcune icone e cartelle sparse e come sfondo una foto in bianco e nero di un Oliviero giovanissimo affiancato ad un altrettanto giovanissimo Andy Warhol. “Il vero artista fa quello che sa fare senza essere presuntuoso. Prendete Warhol… lui era sempre tranquillissimo e diceva sempre di sì: gli chiedevi di mettersi in una

posizione, di girarsi o di spostarsi e lui era sempre disponibile”. Secondo Toscani è questa la differenza tra i grandi artisti e i mediocri: i grandi sono sempre disponibili mentre chi ha poco da dire si presenta con fare altezzoso. L’incontro con Toscani parte in quinta, arriva subito al sodo senza tanti giri di parole. Sono la stessa schiettezza e la stessa sincerità che traspaiono dalle sue fotografie. Durante la chiacchierata vengono proiettate a ciclo continuo molte fotografie selezionate da Toscani: si passa da alcune famosissime

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Diario eventi immagini pubblicitarie per Benetton a fotografie d’inchiesta che arrivano dritte allo stomaco. Toscani è cresciuto a pane e cronaca. Con grande entusiasmo racconta il lavoro di suo padre Fedele Toscani, primo fotoreporter del Corriere della Sera, e ricorda con grande fierezza quel giorno in cui il padre gli chiese di portare una fotografia, appena sviluppata, direttamente a Idro Montanelli. Il mattino seguente, a scuola, seduto al primo banco, rimase stupito dalla prima pagina del Corriere della Sera che il maestro aprì di fronte ai suoi occhi: era la foto che aveva ‘scortato’ lui fino al giornale. Lui si sentì un passo avanti al maestro e questo gli fece capire l’importanza del lavoro del padre. Dopo gli ultimi anni di liceo passati in un collegio, nel quale ammette di essersi divertito tantissimo, venne preso alla Scuola d’Arti e Mestieri a Zurigo. Questa scuola e i suoi maestri, grandi nomi di provenienza Bauhaus, furono fondamentali per la sua formazione: qui apprese la disciplina e la dedizione per il lavoro e, in generale, per la vita. “Bisogna essere ossessionati dalla vita!” Con la sua passionalità da settantaquattrenne sempre pronto alla battaglia, ammiriamo i volti che gli scorrono alle spalle. Molinari percepisce questo cambio di atmosfera e chiede al fotografo italiano di raccontarci di “Razza Umana”. Si capisce subito che si tratta di un progetto molto prezioso per Toscani, che infatti si immerge immediatamente in una veste quasi sacra per iniziare a descrivere quello, che forse, è il progetto che riesce a ‘rubare l’anima’. Viaggiando in tutto il mondo, Toscani si è spesso imbattuto in persone di varia nazionalità e cultura che non volevano farsi fotografare perché convinti che la fotografia potesse rubare loro l’anima. Questa affermazione può sembrare strana e ridicola a noi, ma forse qualcosa di vero c’è. Toscani chiede alle persone che incontra durante i suoi viaggi di mettersi di fronte alla sua macchina fotografica senza chiedergli posizioni o accorgimenti particolari. Forse

proprio con l’ausilio di questa libertà, la persona fotografata si sente come davanti ad uno specchio e, piano piano, si spoglia di quello che gli altri vedono in lei e si sente libera di apparire come è veramente. Su una decina di scatti fatti ad ognuno, che si differenziano per impercettibili cambi di posizione, ci si accorgerà che solo in un paio di fotografie si può notare qualcosa di differente, come se ci fosse lo scorrimento di un flusso dagli occhi della persona all’occhio della macchina. Forse quel flusso è proprio l’anima e, mentre ascoltiamo queste parole, possiamo riconoscere quello che lui ci sta spiegando attraverso i primi piani di uomini, donne, bambini, ragazzi, anziani, neri, bianchi, indigeni e qualsiasi altra categoria da noi coniata per descrivere quella che, in fondo, rimane la bellezza della verità di un volto e di un corpo, che porta con sè la storia di quello che ha fatto, di dove è nato e di quello che è: la razza umana. Per aumentare il coinvolgimento dello spettatore, le fotografie di questo progetto vengono riprodotte su pannelli di dimensioni 2,00x1,50 m, in modo che gli occhi del ritratto fissino direttamente i nostri. Si può dire che nella “Razza Umana”, così come in altri progetti di Toscani e come in molte immagini pubblicitarie per Benetton, riconosciamo quello che può essere indicato come uno dei suoi segni distintivi: il fondo bianco. Toscani ammette che per lui il fondo bianco è diventato un’ossessione: arriva in studio al mattino e come prima cosa sceglie le luci che utilizzerà, le accende e le sistema rivolte al suo fondo bianco, poi si ferma e fissa il fondo. Questo rito gli permette di prendere un momento per sé e per capire ciò che dovranno esprimere le fotografie che farà: è come se il fondo gli rimandasse ciò che il suo occhio rielaborerà tramite la macchina. Oggi tutti possiamo improvvisarci fotografi, ma una foto deve essere pensata, progettata, in essa devono comparire un equilibrio tra una gamma di colori e una serie di forme, ma soprattutto deve essere chiaro al fotografo il progetto che muove

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il tutto, ciò che le foto dovranno dire e il metodo, tutto ciò deve essere lo specchio di chi c’è dietro la macchina fotografica. In un’epoca dove l’apparire e l’omologazione sono elementi imprescindibili, abbiamo paura della libertà perché appare come un vero e proprio impegno. Essere liberi significa anche essere consapevoli dei propri limiti, comprenderli ed essere forti per utilizzarli, accettarli e rielaborarli in modo che diventino dei punti di forza. In un momento storico come il nostro, dove il 95% delle cose è conosciuto grazie alle immagini, si può affermare che “la vita è diventata una rappresentazione fotografica” e di conseguenza che la fotografia, al di là di quale sia il suo scopo, “è diventata l’arte più democratica e accessibile a tutti”. Tutto ciò è molto affascinante perché da un lato permette una documentazione e una divulgazione di ciò che succede nel mondo, quasi in tempo reale; tutto ciò che noi abbiamo imparato della storia antica lo sappiamo grazie ai libri scritti, ma ciò che viviamo oggi potrà essere raccontato anche con le immagini e questo cambia la prospettiva del sapere. Dall’altro lato questa sovrapproduzione di immagini deve essere affiancata da una responsabilità, da parte di chi guarda, di selezionare e comprendere il materiale che vede. Contemporaneamente, il fotografo professionista deve mantenere il suo ruolo di progettista e artista senza scendere a compromessi.

a destra, dall’alto: 1.Evento “Magnifici fallimenti”. Oliviero Toscani e Luca Molinari. Immagini pubblicitarie per Benetton. 2.Evento “Magnifici fallimenti”. Oliviero Toscani e Luca Molinari. Progetto “Razza Umana”. 3.Evento “Magnifici fallimenti”. Oliviero Toscani e Luca Molinari. Progetto “Razza Umana”. Fonte delle immagini: archivio personale dell'autore.

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Evento “Disegnare e sognare città”. Sergei Tochban e Luca Molinari. Fonte: archivio personale dell’autore

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Diario eventi

festivaletteratura 2016

disegnare e sognare cittÀ a cura di Silvia Marmiroli

Il Conservatorio di Musica “Lucio Campiani” sembra la location perfetta per parlare del disegno della città. Ascoltare e osservare la città sono due momenti fondamentali per il lavoro di Sergei Tchoban. Luca Molinari introduce Sergei Tchoban come uno degli esponenti principali dell’architettura russa, in un periodo in cui non si hanno molte notizie sul mondo dell’architettura nell’ex URSS. Tchoban nasce a Leningrado nel 1962 e lì si forma in architettura; successivamente si sposta in Germania tra Amburgo e Berlino. Fonda il suo studio di architettura in Germania nel 1995 e solamente nel 2002 ne apre uno in Russia. In Italia abbiamo visto una sua architettura ad Expo 2015, infatti Tchoban è l’architetto che ha progettato il padiglione della Russia a Milano. Uno dei suoi più importanti e intimi progetti è la “Fondazione Tchoban” che l’architetto russo ha progettato, sponsorizzato e costruito a sue spese nel 2009 a Berlino. La Fondazione è un “Museo per il disegno dell’architettura”. Questo è il punto di ini-

zio dal quale parte l’incontro con Tchoban: “Il disegno non parla solo per esprimere un pensiero architettonico ma è una forma d’arte”. Il disegno è fondamentale per capire un’architettura e l’architetto che c’è dietro: si può percepire l’arte dell’architetto che ha progettato un certo edificio ma anche l’arte dell’architetto-disegnatore che si trova davanti al soggetto scelto e, tramite il suo occhio e la sua mano, traduce in disegno ciò che vede e percepisce, anche secondo la sua sensibilità e il suo background culturale. Oggi esistono tecniche 3D e di rendering che apportano una maggior realtà alla rappresentazione dell’architettura e della città, ma il disegno rimane un ottimo metodo per esprimere il pensiero. Partendo da queste considerazioni Tchoban decise che era fondamentale avere un luogo dove collezionare, esporre e, soprattutto,

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Diario eventi far conoscere il disegno come forma d’arte e di studio. In questo modo prese forma la Fondazione con le sue sale espositive e i suoi archivi contenenti materiali che parlano della cultura russa ed europea. La passione di Tchoban nel collezionare i disegni non si rivolge solo al materiale di architetti famosi, ma una prerogativa dei disegni personalmente selezionati è la completezza. Il materiale da lui cercato non è quello che comunica solamente il risultato della progettazione, ma il disegno deve anche possedere un valore comunicativo come oggetto d’arte. Il pensiero e la tecnica diventano quindi i due elementi più importanti: il disegno è visto come espressione singola e unica, a sé stante, non solo legata alla progettazione architettonica. Oggi è fondamentale ciò che può produrre la fantasia: abbiamo bisogno di immaginare ciò che vogliamo succeda all’interno della città e come vogliamo che essa sia all’interno di una realtà che può produrre, ormai, qualsiasi cosa. Abbiamo i mezzi per realizzare qualsiasi progetto, ma non dobbiamo dimenticarci che, tutto ciò, deve essere solo a supporto dell’idea iniziale che deve essere ben definita. Il progetto della Fondazione è stato fondamentale per Tchoban anche per il rapporto che questo doveva avere con la città storica. “Penso che l’architettura contemporanea debba essere in contrasto con quella storica, come un diamante finemente tagliato ha bisogno di un anello attentamente forgiato, dove essere incastonato.” In un progetto come quello della Fondazione, soprattutto per il ruolo che vuole avere, deve essere importante anche la parte “scultorea” dell’architettura: deve avere un forte rapporto con la città, in quanto deve risultare interessante per i visitatori e attraente per le persone che passano di lì per caso e che, quindi, possono essere invogliate ad entrare. L’edificio è composto da quella che semquesta pagina, dall’alto: 1.“Disegnare e sognare città”. Sergei Tochban e Luca Molinari. Fonte: archivio personale dell'autore 2.“Disegnare e sognare città”. Sergei Tochban e Luca Molinari. Fonte: archivio personale dell'autore 3.Padiglione della Russia a EXPO 2015, Milano. (Autore: Lisa Cortesi). Fonte: www.commons.wikimedia.org/ wiki/File:Expo_2015_-_My_experience_-_Lisa_Cortesi_(20547568531).jpg?uselang=it

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bra una serie di scatole sovrapposte, con stanze aventi aperture che incorniciano scorci di città. I 500 mq della Fondazione permettono l’esposizione di 70/80 disegni alla volta: le esposizioni sono sempre temporanee per permettere l’approccio a diversi stili di disegno e permettere un’offerta sempre nuova. Per capire e creare modernità bisogna conoscere l’antico; il disegno è il tramite per imparare e capire elementi come densità, superfici, lavorazioni, spazi e luce: basti pensare alla ricchezza e alla densità di particolari unici e interessanti che si possono trovare prendendo in esame una piccola porzione dell'edificio. Queste scelte architettoniche avvenute all’epoca della progettazione di un edificio antico sono quelle che possono fare la differenza. Oggi molti architetti famosi come Zaha Hadid e Shigeru Ban hanno realizzato importanti architetture in Russia, ma il clima russo ha sempre influenzato notevolmente la scelta dei materiali e delle lavorazioni: questo aspetto sembra scontato ed elementare, ma non bisogna mai sottovalutare il freddo russo. Pensando alla nuova architettura che sta prendendo piede in Russia, Tchoban afferma che parallelamente alla modernità che avanza, si percepisce anche una lenta dimenticanza dello stile tradizionale: “Noi non possiamo lasciarci influenzare troppo dall’architettura internazionale senza tener conto del nostro clima, della nostra cultura e del nostro passato”. Ancora una volta torniamo sul tema mai citato, ma che è sempre stato presente durante tutto l’incontro: l’importanza della memoria come oggetto di studio e di comprensione per rielaborare una visione di città futura che non può essere omologata, ma che deve avere un’identità ben definita e forte, senza abbandonare i pensieri che nel tempo l’hanno modellata fino allo stato attuale. questa pagina, dall'alto: 4.Fondazione Tchoban “Museo del disegno di architettura”. Vista diurna. (Autore: Ansgar Koreng). Fonte: www. upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a1/140503_Museum_für_Architekturzeichnung.jpg 5.Fondazione Tchoban “Museo del disegno di architettura”. Vista notturna. (Autore: Ansgar Koreng). Fonte: www.commons.wikimedia.org/wiki/File:141229_Museum_for_Architectural_Drawing_(Berlin).jpg

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Il Bosco verticale. Fonte: www.commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49869755 Foto: Thomas Ledl

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Diario eventi

festivaletteratura 2016

stefano boeri,

cosa ci fa

bosco

un in cittÀ?

a cura di Alberto Milani

Durante l’ultima giornata di Mantova Festivaletteratura 2016 un interessante conferenza in cui il giornalista Stefano Boatti ha intervistato l’architetto Stefano Boeri, ideatore del complesso denominato Bosco Verticale.

Il complesso in oggetto si compone di due torri biologiche alte rispettivamente 111 e 78 metri fatte di cemento ma anche di 700 alberi alti tra i tre e i nove metri e di 20000 tra arbusti e rampicanti disposti lungo quasi due chilometri di vasche che perimetrano i balconi delle abitazioni. Ma per mantenere in perfetta efficienza e sicurezza il complesso tutto il verde è curato e mantenuto da arboricoltori specializzati in tree climbing che in pochi interventi annuali ne garantiscono una manutenzione

efficace e costante atta a garantire anche la sicurezza delle piante stesse. Ma cosa ha spinto l’architetto Boeri a realizzare un edificio di questo tipo? L’idea gli è venuta agli inizi del 2007 quando si trovava a Dubai e stava seguendo la costruzione di una nuova città nel deserto fatta di decine di torri e grattacieli. Questi edifici presentavano facciate perlopiù rivestite in vetro, ceramica o metallo materiali che di loro natura tendono a scaldarsi e a riflettere la luce solare andando

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Diario eventi quindi a generare calore che poi andrebbe a riversarsi al suolo o nell’aria. In quei mesi però stava per iniziare il progetto di due grandi torri nel centro di Milano e di colpo gli venne alla mente l’idea di realizzare due torri rivestite di foglie, rivestite di vita tanto che per convincere gli investitori l’architetto chiese ad un amico giornalista di scriver un articolo a riguardo andando a specificare che la promessa di questi edifici era quella di ridurre fortemente i consumi energetici grazie alla schermatura che questi alberi avrebbero avuto sull’ edificio. Durante la conferenza Stefano Boeri ha affermato che le idee non nascono ex novo ma derivano sempre da una mescolanza di idee già esistenti. L’architetto ricorda infatti che la passione per gli alberi gli viene da lontano, già da quando da bambino leggeva “Il Barone Rampante” di Italo Calvino e rimaneva affascinato dalla storia del piccolo barone che decise di abbandonare il suolo e di trascorrere la propria vita in cima ad un albero. Poi, negli anni successivi, nel 1968, all’età di dodici anni, era solito visitare il cantiere di una piccola casa progettata dalla madre, Cini Boeri, nel bosco di Osbate nei pressi del Lago di Como, la casa dotata di grandi finestre verso la valle, si inseriva tra le betulle con la sua forma a zig zag in modo da non avere la necessità di abbatterne alcuna. Pochi anni dopo, nel 1972 Friedensreich Hundertwasser un’artista austriaco camminava con un albero in mano per le strade di Milano predicando l’idea di un’architettura nuova fondata sulla presenza di alberi nelle case, nei cortili e nelle stanze. Fu così che l’anno successivo in occasione della Triennale decise di far entrare gli alberi all’interno delle case andando a posizionare con una gru degli alberi all’interno delle abitazioni della centrale via Manzoni a Milano i quali fuoriuscivano dalle finestre risultando perfettamente visibili dalla strada. Ma il caso di questi due grattacieli ricoperti di piante non è l’unico. A Lucca vi è un esempio “storico” di bosco verticale: la torre Guinigi. Questo interessante edificio

venne costruita nella seconda metà del XIV secolo dall’omonima famiglia caratterizzato dalla presenza nella parte sommitale di un piccolo giardino pensile composto da sette alberi di leccio. L'idea di integrare delle piante è finalizzata ad un incremento della biodiversità, aspetto da sempre espresso nel progetto della città. Oggi l’ Europa è un’unica grande città e nel mondo si sono moltiplicate le megalopoli e le aree metropolitane che estendendosi nel territorio hanno coperto come un manto continuo coste, vallate e pianure andando a divorare decine di migliaia di ettari di natura e agricoltura. La crescita ininterrotta di queste città farà si che nel 2050 la popolazione urbana supererà il 70% della popolazione planetaria andando a modificare gli equilibri biologici accelerando la riduzione e l’estinzione di alcune specie vegetali e animali e da un altro verso costringendole ad invadere territori per loro estranei come ad esempio basti pensare alle volpi a Londra, ai gabbiani o ai cervi in Valle d'Aosta. La grane sfida della biodiversità po’ essere combattuta anche grazie all’architettura, moltiplicando i luoghi di prolificazione vegetale e faunistica all’interno delle aree urbane più dense e congestionate. Questa sfida può essere superata andando a tappezzare le superfici urbane con tetti verdi e giardini verticali i quali possono essere adatti ad ospitare una fauna ricca. Durante l'incontro, l'architetto ha inoltre riflettuto sul legame tra urbanistica e politica. Amministrare significa modificare degli spazi. Ci deve essere quindi una figura valida capace di interpretare questo legame tra politica e tecnica, per dare importanza all'urbanistica. Sono stati poi riportati i dati di quante abitazioni, spazi commerciali e industriali vuoti siano presenti sul nostro territorio, dati molto interessanti se si pensa che nella penisola ci sono 12 milioni di case di cui 8 milioni costruite durante il secondo dopoguerra e ben 4 milioni considerate a rischio e che sarebbe auspicabile che ricevessero degli interventi di miglioramento.

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Sono stati poi citati degli esempi di ricostruzione di grandi parti di città come ad esempio ciò che è avvenuto in seguito al terremoto del Friuli, dopo il terremoto che nel 1980 ha colpito l’Irpinia, oppure il caso della ricostruzione di Gibellina dove sono stati chiamati i maggiori architetti dell’epoca. Boeri prevede un futuro basato su costruzioni di legno, ben lontane dal pericolo della deforestazione, a cui si potrebbe logicamente associare. Si tratta di edifici che non sottraggono spazio e risorse naturali ma possono al contrario valorizzare la qualità e la tutela dei patrimoni forestali perché per produrre costruzioni in legno sarebbe necessario un controllo sul patrimonio boschivo che valorizzi le piante che hanno una maggior biodiversità. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, le aree boschive stanno aumentando la loro estensione per il fatto che molte zone ad esempio dell’Appennino, un tempo destinate alla coltivazione, vengono ora a mano a mano abbandonate a favore della natura che ne ritorna in possesso. Ad oggi l’incremento delle aree boschive si attesta attorno al 10 - 15 %.

a destra, dall'alto: 1.Un momento della conferenza al Teatro Bibiena. Fonte: archivio personale di Silvia Marmiroli 2.L’impianto degli alberi. Fonte: www.arketipomagazine.it/it/bosco-verticale-milano-peverelli/ 3. La storica torre Guinigi, esempio storico di bosco verticale. Fonte: www.2.bp.blogspot.com/ s1600/Torre+Guinigi+Tower+Lucca+Tuscany +Italy+15.jpg 4.Hundertwasser Friedensreich alberi all’interno delle abitazioni nel 1973. Fonte: Boeri S., Un bosco verticale, libretto di istruzioni per il prototipo di una città foresta, Mantova, 2016, Corraini Edizioni, pag 78 5.La casa nel bosco. Fonte: www.megliopossibile.com/images/sezioni/architettura/progettare

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Ingresso della Hall 1. Archivio personale dell'autore.

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Diario eventi

marmomacc stone + design + technology

international trade fair a cura di Carola Fagnani

Al giorno d’oggi nessun altro Paese vanta nel settore lapideo caratteristiche analoghe a quelle italiane. La lavorazione della pietra è la risultante di una tradizione antichissima e di profonde radici storicoartistiche, che si sono consolidate a partire dai saperi artigianali fino alla tecnica scientifica. Marmomacc è giunta alla 51^ edizione, manifestazione che si svolta negli spazi espositivi di VeronaFiere dal 28 settembre all’1 ottobre 2016. La città scaligera, da sempre simbolo della realtà lapidea, ha ospitato anche quest’anno l’unico evento in grado di coinvolgere un gran numero di rappresentanze internazionali. A questa edizione hanno partecipato più di 1650 espositori, circa un migliaio d’imprenditori stranieri e con la partecipazione di cinquantatré nazioni. L’esportazione dei materiali lapidei favorisce l’economia stessa di un paese emergente, il continente africano sta impiegando molte risorse per inserirsi all’interno di questo quadro internazionale, infatti, tra gli Stati di quest’anno

ha debuttato l’Angola. L’esposizione rappresenta la piattaforma per la promozione a servizio dell’interscambio globale. “Yes with stone you can” è stato il manifesto dell’esposizione annuale, che si è volta a rappresentare le eccellenze manifatturiere italiane, al fine di guidare le imprese dell’industria lapidea verso l’internazionalizzazione, tutelando inoltre la qualità del prodotto Made in Italy. In seguito al successo del 2015, ha preso luogo nuovamente The Italian Stone Theatre all’interno del Padiglione italiano, dedicato alla cultura e alla sperimentazione. Lo Spazio Forum ha ospitato numerose iniziative, dalle conferenze multilingue all’assegnazione dei premi, riunendo i professionisti del

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Diario eventi settore e i visitatori. Sono state esposte non solo le opere marmoree della lavorazione artigianale, ma anche quelle realizzate con la progettazione tridimensionale e l’utilizzo dei macchinari più tecnologici. I portavoce dell’evento sono stati i più notevoli architetti e designers internazionali, che hanno collaborato con le imprese e hanno saputo interpretare la pietra attraverso una sperimentazione di alto livello. Nella Hall 1 sono state allestite tre differenti mostre: The Power of Stone, ha rappresentato le installazioni litiche portate all’estremo dalla perfezione tecnologica, sui disegni tridimensionali del designer Raffaello Galiotto; New Marble Generation è stata la mostra che si basata sul design e sulla replicabilità industriale, utilizzando i più complessi strumenti di lavorazione, che talvolta possono ridurre gli scarti; 50 Years of Living Marble, curata dall’architetto Vincenzo Pavan per consentire di intraprendere un percorso storico-antologico delle migliori produzioni litiche, che sono diventate i simboli del panorama italiano e del suo design. Nel Salone sono state esposte le opere delle collezioni e degli archivi delle aziende storiche, che dagli anni Sessanta a oggi hanno espresso quella che è stata l’evoluzione del design lapideo. Gli elementi di design sono stati i modelli di arredo nelle più famose riviste italiane: la Lampada Snoopy (1967) di Achille & Pier Giacomo Castiglioni e la Lampada Biagio (1968) di Tobia Scarpa, entrambe disegnate per Flos; il Tavolo Asolo e il Tavolo Eccentrico (1979) di Michele Mangiarotti per AgapeCasa, i Centritavola Peanuts (1981) di Giulio Lazzotti per Casigliani; le Lampade Apuleio (2007) e il Stone Tree Table (2009) di Michele De Lucchi per Pibamarmi, la Parete Marblelace in bianco di Carrara (2010) di Patricia Urquiola per Budri, la Tela Bookshelf in granito nero assoluto (2014) di Zaha Hadid per Cicto, la Panca-Libreria Comb in bianco statuario di Carrara di Paolo Ulian per Robot City. Per questo motivo è nata la collaborazione tra Marmomacc e Archmarathon, che ha l’obiettivo di valorizzare e di promuovere il materiale litico nell’Architettura.

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Quarantadue studi di progettazione provenienti da tutto il mondo si sono riuniti e hanno creato una nuova categoria: Stone. Una giuria internazionale ha selezionato solamente venti studi di architettura, i quali hanno proposto i progetti più innovativi per il primo Stone Archmarathon Award in occasione di Archmarathon 2018. Marmomacc è quindi un’esposizione molto riconosciuta e altresì dinamica, tanto che quest’anno ha decretato tra le categorie dei premi, il Best Communicator Award 2016 per l’impresa con il migliore allestimento. Il primo Premio Italia è stato vinto dalla micro architettura poligonale Bright Cloister dell’architetto giapponese Go Hasegawa, disegnata per Pibamarmi; il primo Premio Estero è stato aggiudicato dall’impresa Stoneasy del Belgio. Questa vetrina internazionale si estesa per il quinto anno consecutivo nei fulcri storici di Verona, dove sono state inserite le installazioni e le sculture del progetto Marmomacc & The City. La bellezza dei materiali lapidei, pur adeguandosi al progresso, assume ancor oggi una nota rilevanza in tutti i settori. L’evoluzione secolare ha portato a enormi cambiamenti nella lavorazione della pietra e nel suo utilizzo, ma il fascino delle caratteristiche estetiche delle rocce sembra rimanere inalterato. La pietra è un materiale in grado di trasmettere sensazioni e rimane la consacrazione estetica degli spazi che ci circondano. pagina a fianco, dall’alto: 1.Stadtsilhouette di Max Dudler in collaborazione con Simone Boldrin 2.Hall 1: Tavolo Eccentrico di Michele Mangiarotti 3.Hall 1: Conversation on Stone di Marco Piva per Helios Automazioni questa pagina, dall'alto: 4.Hall 1: Ingresso al Ristorante d’autore 5.Il marmo bianco italiano per il World Trade Center di Santiago Calatrava 6.Hall 6: Bright Cloister di Go Hasegawa per Pibamarmi 7.Lastra Crystal Agate di JewelCraftz Fonte delle immagini: archivio personale dell'autore.

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Intervista / interview

L'intervista a

fereshteh

nazari

Fereshteh Nazari è una studentessa iraniana di 24 anni. Ha studiato architettura presso la BAU di Istanbul per poi trasferirsi in Italia e continuare i suoi studi al Polo Territoriale di Mantova, nel corso di Architecture Design and History. a cura di Carolina Donati e Cristina Lonardi

Why have you chosen Italy over other countries for your studies? By the last year of my bachelor, I found Durante l’ultimo anno dei miei studi di out I had a great desire in learning about triennale, è cresciuto in me il desiderio di the reuse of historical sites and buildings, scoprire di più sulla riqualificazione dei whereas I didn’t have a rich background siti storici e dei suoi edifici. Non avevo on historical topics. With a brief enquiry, un ricco background per quanto riguarda I realized that all I want to know about l’ambito storico, ma con una breve ricerca world architecture's past, I could find it ho realizzato che tutto ciò che vorrei here in Italy. When I moved to Italy, I was conoscere sulla storia dell’architettura lo moving to a country where I have never potevo trovare qui in Italia. Quando mi been before, so I can say it was a great great sono trasferita in Italia, mi stavo spostando experience. in un paese in cui non ero mai stata prima, quindi posso dire che è stata un’esperienza grandiosa.

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Would you recommend your choice to someone else? Of course I will. In terms of the city and Certo che lo farei. Come città e paese è un the country, I must say that it’s a must for posto da non perdersi assolutamente, ma everyone but in terms of architectural per quanto riguarda i corsi di architettura, studies, I recommend it only to people who lo consiglio solo a persone che non sono are yet not fooled and brainwashed by the ancora state ingannate dalla falsa immagine fake image of architecture without identity. di un’architettura senza identità. The strangest episode you’ve lived since you’ve been here in Italy? Well, I think I can mention this one time Direi che potrei parlarvi di quella volta, during my first weeks here in Mantua when durante le mie prime settimane qui a I got lost trying to find my house around Mantova, in cui mi sono persa cercando di the city for hours. Urban fabric by then trovare la mia casa qui in città per ore. Il seemed like a maze with all the narrow tessuto urbano in quel momento sembrava streets and so on, I finally made it home un labirinto… con tutte quelle strette strade asking the police to give me a ride! Today e viuzze! Finalmente sono arrivata a casa, that I know the city quite well, I feel so silly dopo aver chiesto alla polizia di aiutarmi about that experience. e facendomi dare un passaggio! Oggi che conosco meglio la città mi sento così sciocca pensando a quell’esperienza. If you were able to change something from this experience, what memory would you choose? I was so blessed and lucky that everything Penso di essere stata molto fortunata, happened, and happens, in it’s best possible poiché tutto è andato, e va, per il meglio, way that I don’t want to change anything. I perciò non vorrei cambiare veramente believe even that bad experiences happened nulla. Credo che le esperienze negative che for my own good. mi sono capitate siano successe solo per il mio bene. The biggest obstacle you found as soon as you’ve arrived here Well, I think it was a real challenge to move Penso che sia stata una vera sfida trasferirmi from a city of 14 million people to a city of da una città di 14 milioni di persone ad 4 hundred thousand people, and it still is a una di quattrocentomila persone, e ancora challenge, even though I'm happy I got to oggi è continuamente una sfida, anche experience it and there are things I like so se sono felice di essere riuscita a vivere much about it. quest’esperienza e ci sono molti aspetti che mi piacciono. Choose a few memories you’d love to bring back home from this experience There are a lot of them! I think it has been Ce ne sono moltissime! Credo che sia stata so great that I could leave my architecture un’esperienza così fantastica che potrei studies and start writing a series of books decidere di lasciare da parte i miei studi e about my adventures in Mantua. scrivere una serie di libri sulle mie avventure qui, a Mantova. What do you miss most of your hometown? My family in the first place, the language… La mia famiglia soprattutto, la lingua… e gli and the insanely snowy winters! inverni così nevosi!

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Intervista / interview What do you like about Mantua? There are many things I could mention, Ci sarebbero molte cose che potrei but mainly I admire Mantua being such an menzionare, ma principalmente ammiro active city even though it’s quite small. I’m Mantova per essere una città così attiva inspired by people’s energy to do all these nonostante sia abbastanza piccolo. Sono activities and events. continuamente ispirata dall’energia che le persone impiegano nell’organizzare tutte queste attività ed eventi. Describe yourself in three words. Happy, positive and curious. Felice, positiva e curiosa. The first thing you notice in a man, and in a woman. I think that, in both cases, I care about Penso che, in entrambi i casi, mi interessino kindness and their smile. A smile can make soprattutto la gentilezza e il sorriso. Un life much easier, for them and for people sorriso può rendere molto più leggera la vita around them. di loro stessi e di tutti coloro li circondano. Your biggest imperfection. I think sometimes, but only sometimes, I’m Credo di essere a volte, ma solo a volte, un a little bit selfish. po’egoista. Where would you like to live? I'm trying to figure that out, the world is so Sto cercando di capirlo, il mondo è così big that is hard to decide. grande che è difficile scegliere. In what do you consider yourself invincible? I believe if you try your best and you Credo che cercando di fare del proprio believe in what you do you never lose, so meglio e credendo in ciò che si fa, non si I consider myself invincible on anything I perda mai. Mi posso considerare invincibile do at my best. in tutto ciò che faccio, quando provo a farlo al meglio. Your favorite food. Caesar salad without chicken, because I’m La Caesar salad senza pollo, perchè sono vegetarian. vegetariana. What would you do with one million dollars? I don’ t know, I think money is useless Non saprei, trovo che i soldi diventino when it’s too much. insignificanti quando se ne possiedono troppi. The Gladiator by Ridley Scott.

Cult movie. Il Gladiatore di Ridley Scott.

Favorite book ever. Blindness by Josè Saramago, one of the best Cecità di Josè Saramago, uno dei migliori because in my opinion there is no such a perché trovo che non esista qualcosa che thing as “the best”. possa essere definito “il migliore”. Everyday!

Your ‘ideal’ day. Ogni giorno!

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Where do you see yourself in ten years? Hmm, maybe in Tanzania. Hmm, forse in Tanzania. Tell us something about your country I think many people don't really know my Credo che molte persone non conoscano country, they don’t know that there is no war realmente il mio Paese, non sanno per in my country. We speak Persian not Arabic. esempio che non c’è la guerra. Parliamo We have mountains and trees and sea’s, not la lingua persiana e non l’arabo. Abbiamo just deserts. It’s a good destination to study montagne, alberi e mari, non solo deserti. Islamic Architecture and I believe we have È la destinazione ideale in cui studiare a good interoperation of contemporary l’architettura islamica e credo ci sia una Islamic architecture. It’s a colorful country giusta interazione con l’architettura islamica in terms of everything. contemporanea. È un paese molto vario e pittoresco, in tutti i suoi aspetti.

Ringraziamo Fereshteh per la disponibilità che ci ha mostrato, ci siamo divertiti molto in questa occasione nella quale ci ha permesso di conoscere la sua simpatia. L’idea dell’intervista è nata come occasione per poter dare voce e conoscere molti studenti provenienti da diverse realtà che ogni anno attraversano i nostri corridoi. Speriamo che molti di voi si facciano avanti in futuro!

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International training

#playingpianoinparis l'esperienza di veronica rigonat presso il rpbw a cura di Veronica Rigonat

Lunedì 28 settembre 2016 sarei dovuta essere alle 10.00 in ufficio per il mio primo giorno. E così alle 08.30 arrivo al 34 rue des Archives, chi mi conosce sa bene che solitamente non sono una tipa che arriva in anticipo agli appuntamenti. Faccio un giro, osservo Parigi, ammiro gli scorci del Pompidou che fanno capolino tra gli edifici e sopra i tetti, quindi, dopo mezz’ora e due caffè… si inizia!

Domus, Casabella, Abitare, Detail… Le pagine, non sempre satinate, delle riviste che da anni sfoglio, amo e bramo, non sono mai riuscite ad esprimere il vasto universo che sta dietro ad ogni linea: un finissimo lavoro di artigianato. Lo studio delle forme, la scelta della materia, la capacità di ascoltare come uno spazio vuole essere plasmato e definito. L’attenzione della percezione dell’architettura attraverso i cinque sensi, raggiungendo la sensibilità di chi abita lo spazio. Le sue emozioni. Tutto converge in un disegno più grande, che guarda al bene della città, con lo sguardo verso il futuro. Come in un quadro di Seurat: ogni pennellata di vivido colore è un elemento unico e fondamentale per dare vita ad un maestoso capolavoro.

Questo tirocinio è stato per me una grande occasione per migliorare il mio metodo di lavoro, le mie capacità progettuali e la mia conoscenza dell’architettura. Dare il mio contributo su diversi progetti mi ha dato l’opportunità di osservare come i singoli team affrontino differenti fasi di progetto e i problemi legati al carattere fortemente internazionale delle commissioni. I modelli di studio e i disegni a mano sono preziosi mezzi per lo sviluppo del progetto, al fine di rendere più efficace ed incisiva la sua spiegazione a clienti e consulenti esterni. Inoltre, essi non sono interessanti solo a fine esplicativo, sono soprattutto fondamentali strumenti di lavoro: sia per la rapida verifica di possibili ipotesi progettuali, che per lo sviluppo di nuove

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soluzioni. Molto spesso risulta più efficace un modello di studio che un disegno digitale per la corretta percezione dei volumi. Ho avuto l’occasione di imparare un metodo, che regola un completo e corretto sviluppo del design process, facendo perno su diverse tipologie di rappresentazione. Ad ogni step progettuale corrisponde un preciso linguaggio. Le visite ai cantieri hanno arricchito il tirocinio, dando la possibilità di studiare la realizzazione dei dettagli tecnici. Assistere agli incontri con i clienti, consulenti e ai momenti di confronto e progetto all’interno del team sono state per me alcune tra le possibilità più

babilmente ci sarebbero state circostanze più idonee dove commettere i primi errori. I validi “consigli degli esperti” se sei al tuo primo tirocinio, a Parigi, da Renzo Piano Building Workshop li ascolti ma li comprendi più tardi. Con il tempo, acquisendo maturità ed esperienza, guardando da un nuovo punto di vista a questi mesi, imparerò ancora. Le methode Piano non è solamente il titolo di una mostra. Si tratta di un vero e proprio stile di lavoro, di apprendimento e di vita insieme. Probabilmente per chi vive questa realtà da molto tempo è ormai quotidianità. Ma per chi si affaccia a questo mondo con occhi nuovi, e ovviamente scintillanti, tutto

preziose . Oggi porto con me una migliore consapevolezza del lavoro di gruppo in un ambito non accademico, l’importanza del processo di archivio e memoria storica, l’incidenza di ciascuna azione nel percorso progettuale. Se ripenso ai mesi trascorsi nella mia mente non vedo momenti, vedo volti. I volti delle persone che mi hanno accompagnata, ognuna a suo modo. Chi con pazienza ed umiltà, chi con decisione e fermezza. Ci sono stati momenti di gioia e soddisfazione e momenti di tensione ed incertezza. Pro-

ha un carattere differente. Un lavoro di Bottega, come la definisce Renzo…. Renzo?! Eggià, Renzo! Perché qui tutti si chiamano per nome. E quindi, l’illustre architetto, Senatore a Vita, allievo di Albini e artefice di opere indelebili nella storia, Renzo Piano, diventa Renzo. Pronunciato alla francese per giunta! Renzo Piano Building Workshop non è mai stata per me solo una bella riga da scrivere sul curriculum, è stata un’esperienza di vita, un’occasione di crescita. È stata l’opportunità di conoscere persone meravigliose e generose.

Foto nell’articolo tratte dall’archivio personale.

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Intervista anticonvenzionale

L'intervista a

paolo

citterio a cura di Isabella Polettini e Marco Morandi

Se dovesse presentarsi, cosa le piacerebbe dire? “Sono un artigiano che ama viaggiare coi libri”.

convinto a fare il progettista: Cino Zucchi. E poi devo un grazie ad un artista e poeta di Parma: Mauro Marchini, ai più sconosciuto, scomparso da qualche anno fa. Era straordinario.

Data di nascita? Odio i compleanni, come le signore di una certa età. Diciamo che mi avvio alla cinquantina (sic).

Qual è stato il momento nella sua vita in cui ha capito la strada che poi avrebbe intrapreso? Piuttosto tardi, quando pensavo di fare tutt’altro. Per questo sono paziente (o forse ritardato!).

Il miglior pregio e il peggior difetto? Sono paziente, ma non sempre! Quali libri non possono mancare nella sua libreria? Gli ultimi che ho letto: non amo nemmeno prestarli. E poi qualcosa sui draghi e sulle equazioni differenziali.

Le piace viaggiare? Tantissimo, anche se non sono traveladdicted e non amo fare il turista. Sono convinto si possa viaggiare anche nel chiostro di un monastero abbandonato o sotto un cavalcavia. Diciamo che il viaggio è un bisogno primario, tutti lo desideriamo prima o poi.

Che tipo di studente universitario è stato? Ci può raccontare qualche aneddoto? Ricordo che un professore molto bravo ed arcigno mi lanciò il libretto dalle scale dell’ala Viganò (in via Ampère a Milano). Non accettai il voto. Dopo qualche tempo ci trovammo a bere un caffè insieme e tutto cambiò. In realtà ero molto timido e per questo amavo quelli più spavaldi, senza essere in grado minimamente di imitarli.

Qual è stato il suo viaggio più recente? L’Andalusia, una collezione di luoghi memorabili a cavallo di più mondi. E come sempre penso a come sarebbe bello viverci. Ma poi torno sempre qui. La famosa coazione a ripetere o, chissà, l’eterno ritorno.

Il Maestro che ha caratterizzato di più la formazione? Ricordo con affetto tanti professori. Bruno Adorni, Giancarlo Consonni, Luciano Patetta, Mara De Benedetti e poi, ovviamente, colui che mi ha

Che cosa l’ha colpita maggiormente? Potrei dirvi le solite meravigliose cose come l’Alhambra, la Mezquita, la Sierra

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Nevada, Vasquez Consuegra, Ferrater, Moneo, ecc. Insomma tutto. Ma più di tutto gli olivi. Sono una grammatica della geografia, una punteggiatura costante, quasi psichedelica. E producono cibo, lo secernono come milioni di mammelle. Si capisce Cervantes e una certa vena surreale iberica laggiù!

chiedendomi l’update del cellulare…). Devo dire che a Mantova ho trovato colleghi bravissimi, questo va detto. Quale consiglio darebbe agli studenti al giorno d’oggi? Dare il massimo, senza alcun trattenimento. Non importa dove siate e che non stiate al centro del mondo, fate il massimo perché non vi perdonerete mai di non averci provato.

Passiamo ora alla cucina… Cucinare o mangiare? Sarò ecumenico: uno e l’altro, sebbene nel primo scarseggi nonostante l’impegno.

Se non avesse fatto l’architetto, che lavoro avrebbe fatto? Me lo chiedo spesso anche io. Credo il medico; non lo feci perché un mio zio si suicidò (così pare) per non essere riuscito a curare l’amata. Tremendo destino. E la vita, purtroppo, mi ha dato prova di non avere alcuna pietà nemmeno per me e per i miei cari. Eppure continuo a credere che sarò medico in un'altra vita. Insomma, è dura abbattermi.

Che tipo di musica le piace ascoltare? Ne ho ascoltata e - lo confesso praticata così tanta che non saprei cosa dire. Sono molto volubile, come capita a molti. In questo momento sono molto blusey. Ha qualche hobby che non c’entra proprio niente con l’architettura? Sono pittore per hobby, quindi quasi mai. Ma persevero. E forse la risposta è sbagliata: c’entra con l’architettura…

Sogno nel cassetto? Uscire da un periodo terribile (vedi sopra) e ritornare ad avere almeno un poco di serenità. Sembra il sogno di un pensionato, ma credetemi, è tutto quando hai perso molto. A quel punto ogni progetto è un dono a cui non puoi che dire “grazie”.

Come vede i ragazzi d’oggi? C’è qualche consiglio che vorrebbe dare? Prendesi più sul serio. Lo so che siamo tutti eternamente adolescenti, ma assecondare l’oblio della consapevolezza è come entrare in letargo. Siate desti! Anche le responsabilità dell’età adulta hanno il loro fascino. Ci può raccontare qualche aneddoto da professore? Non ho molti aneddoti, sono arrivato tardi alla docenza e anche solo all’idea di insegnare qualcosa a qualcuno che non conosco. Con le mie figlie sono invece rapsodico. In due giorni intensivi provo loro l’intero programma di algebra. Mi odiano, ma poi sono le prime. E mi ringraziano a loro modo (in genere

Starc ringrazia il Professore Paolo Citterio per la grande simpatia e disponibilità, con le quali ci ha parlato un po’ di sè in modo anticonvenzionale!

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L‘ elemento tecnologico a cura di Marta Mengalli

biomimetica:

la natura

come spunto progettuale Noi studenti di architettura ci esercitiamo progettando edifici che, come è logico che sia, non saranno mai realizzati e per questo motivo siamo portati a trascurare la componente tecnica di un progetto. Spesso infatti, questa è vista come un limite e la si affronta solo al termine del progetto, dimenticandosi che invece può essere il punto di partenza. Loos, nei suoi scritti, illustra come la parte tecnica sia utile anche ai fini estetici di un progetto. I Greci, scrive, che di bellezza dovevano pur intendersene, lavoravano preoccupandosi della praticità, senza pensare a un'esigenza estetica. Quando alla fine un oggetto raggiungeva un tal grado di praticità che non era proprio possibile andare oltre, allora essi lo giudicavano anche bello. Queste parole si vedono concretizzate nelle opere di molti grandi architetti, uno fra i tanti è Pier Luigi Nervi che utilizza soluzioni tecniche in stretta sintonia con l'eleganza formale. Lo stesso Nervi spiega che è riuscito a coniugare arte e scienza del costruire, grazie a due “maestre” di metodo: la storia e la natura. Tutti noi mentre progettiamo ricerchiamo dei riferimenti architettonici, guardando alla storia dell’architettura più o meno recente. Quanti di noi invece, hanno mai pensato di guardare alla natura come riferimento progettuale? La modellazione delle forme in natura è il risultato di diverse forze che puntano, da sempre, alla loro ottimizzazione. Ecco quindi che prendere la natura come riferimento, ci permette di non fare un semplice esercizio formale, ma di riuscire ad imitarne forma e soprattutto "tecnologia". Un esempio sta nell'architettura di Antoni Gaudì che manifesta molti aspetti organici. Nel caso della Sagrada Familia, Gaudì osserva come nelle architetture gotiche la trasmissione delle spinte oblique della volta, ai controsoffitti verticali, comporti dei rischi considerevoli e solo un sovraccarico supplementare in questi punti può superare.

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Ispirandosi al principio secondo cui avviene la ramificazione nel mondo vegetale, inclina i pilastri in direzione della spinta esercitata dalla volta. Egli tratta la struttura in maniera vitalista e la concepisce come l'espressione delle forze che agiscono al suo interno. Il contributo di Gaudì in termini di "ispirazione organica" non si limita agli aspetti strutturali. Alcuni elementi dei sistemi di raffrescamento, ad esempio, imitano la forma delle branchie dei pesci. Strutture organiche, funzionali o estetiche si presentano spesso nelle sue opere. Questo è solo uno dei molti architetti che attuano i meccanismi della natura nei propri progetti di architettura. La difficoltà di usare la natura come riferimento, sta nel conoscere questi meccanismi biologici, chimici o anche comportamentali che governano la natura, per poterli usare nei nostri lavori. E' tuttavia disponibile un database online che divulga gratuitamente il “sapere biologico”: www. asknature.org. Al suo interno è possibile trovare esempi di strategie naturali già impiegate in alcuni progetti. Forse dovremmo smetterla di progettare nuovi edifici e dovremo cominciare a costruire una nuova natura perchè, come ci suggerisce Albert Einstein, ogni cosa che possiamo immaginare, la natura l'ha già creata. pagina a fianco, dall’alto: 1.Palazzo del Lavoro di Pier Luigi Nervi: una selva di alberi viene sostituita da una composizione di pilastri rastremati. Fonte: www.tourarch. it/tours/pier-luigi-nervi-tour/ 2.Sistema di raffrescamento che imita le branchie dei pesci utilizzato nella Casa Batllò da Antoni Gaudì. Fonte: www.dintornibarcellona. blogspot.it/2013/05/la-casa-batllo-antoni-gaudi-barcellona.html 3.Soffitto della Sagrada Familia illuminato dalla luce naturale. Fonte: www.routard.com/photos/ barcelone/35960 plafond_de_la_sagrada_familia_avec_sa_luminosite_naturelle.htm questa pagina, dall'alto: 4.Colonne con ramificazione ad albero della Sagrada Familia. Fonte: www.jacqueslanciault. com/2012/06/06/la-sagrada-familia-le-jour-dela-sant-jordi/ 5.Modellino delle colonne della Sagrada Família. Fonte: www.gliscritti.it/gallery3/index.php/ Gaud-Mostra-La-Sagrada-Fam-lia-di-Barcellona/gaud-II-foto-032

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Rubrica: design

jean

prouvÉ quando il materiale supera la forma

a cura di Isabella Polettini “Mai progettare qualcosa che non possa essere costruito”. Jean Prouvé, uomo di molti talenti, le cui capacità progettuali non erano limitate ad un’unica disciplina, ebbe il talento per riuscire a trasferire la tecnologia della manifattura industriale all’architettura, senza sacrificarne le qualità estetiche. Mentre gli altri designer modernisti del periodo erano più astuti quando si trattava di farsi promuovere, lavorando con il bianco e tubi di acciaio cromato, lui stava progettando pezzi di arredamento nuovi e rivoluzionari con, per esempio, lamine in metallo e moltissimi colori diversi, concentrandosi sull’essenza dei materiali e le loro connessioni. Nato a Nancy, Francia, nel 1901, è cresciuto sotto l’influenza culturale dell’École des Beaux-Arts di Nancy, il collettivo artistico di cui il padre, pittore, faceva parte. Gli obiettivi del movimento erano di rendere l’arte immediatamente accessibile e di creare legami tra l’arte e l’industria, così come tra l’arte e la coscienza sociale.Prouvé si è sempre fregiato più volentieri del titolo di “costruttore”, piuttosto che designer. Si è dedicato a dare una forma a cose pratiche, da tagliacarte a edifici, da lampade ad arredamenti, usando sempre i materiali più adatti per quello specifico scopo. Era molto più in accordo con la filosofia modernista, a dire il vero, visto che sceglieva i materiali in base alle loro qualità intrinseche e non in base alla loro appetibilità. I suoi lavori nascono dalla filosofia “just the product”, solo il prodotto.È sempre stato particolarmente attratto dalle lavorazioni in metallo, a partire dalla sua formazione a Nancy presso il laboratorio di un artigiano fabbro ed è un tratto rimasto con lui per tutta la vita, tant’è che durante la sua carriera ha sempre costruito da solo i prototipi nelle sue opere. Apprezzava più di ogni altra cosa, negli oggetti da lui creati, l’efficienza, come si può capire dalla sua Stanquesta pagina, dall’alto: 1.Jean Prouvé. Fonte: www.designgallerist.com/blog/jean-prouve-industrial-furnituredesigner-and-architect/. 2.Standard Chair, Vitra, 1934. Fonte: www.rudygodinez.tumblr.com/post/50659982500/ prouve-disassembled. 3.Antony Chair, Vitra, 1955. Fonte: www.yatzer.com/Jean-Prouve-Passion

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dard Chair del 1934 e dalla Antony Chair del 1954, in lamiera, compensato di legno curvato e pelle sintetica dai colori sgargianti. La modernità nel design per Prouvé è sempre stata sinonimo di leggerezza, nonostante la costruzione in metallo, grazie all’idea innovativa di utilizzare lamiere d’acciaio e alluminio piegato. Durante gli anni ‘50, Prouvé ha progettato una serie di tavoli che danno una percezione di leggerezza simile a quella dei ponti sospesi, ricreando una presenza architettonica. Un altro dei pezzi che illustrano questa altissima attenzione alla funzionalità, sottolineando lo stile raffinato di Prouvé, è la libreria, che combina un’estetica quasi “mondrianesca” allo studio di una miriade si spazi diversi, adatti per differenti oggetti: forma e funzione. Ma è stato molto più di un progettista d’arredamento: ha lavorato con i grandi del suo tempo, da Le Corbusier a Charlotte Perriand. Nonostante non si sia mai formato come architetto, il suo lavoro è stato spesso a cavallo tra le discipline: le caratteristiche di funzionalità e coerenza che adottava nei suoi arredi, spesso destinati al settore pubblico, si riflettono anche nei suoi progetti d’architettura che, grazie a meccanismi ingegnosi e strutture solide, si possono facilmente assemblare, modificare e smantellare. Nel 1954, a seguito di ampie donazioni alla Chiesa di Nancy per aiutare i senzatetto, fu incaricato di progettare per loro una tipologia di alloggio prefabbricato. Prouvé progettò la Maison de Jours Meilleurs (la casa dei giorni migliori), che in 57 mq ospitava due camere da letto e una grande area giorno. L’aspetto straordinario di questa casa era che pochi uomini con mezzi semplici riuscivano a costruirla in circa 7 ore. Tenterà lo stesso approccio di modularità in diversi altri progetti d’architettura, dalle case per le vacanze alla Maison Tropicale, spedita in imballaggi piatti contenenti i pezzi pronti da assemblare, disegnata appositamente per la vita nelle colonie Africane della Francia del tempo. Gli oggetti di Prouvé testimoniano una ricerca estetica unica: lo sforzo artistico può essere riconosciuto soltanto nella padronanza tecnica quasi impercettibile, che mette in risalto i materiali utilizzati nelle sue opere, combinando le superfici piene in una forma architettonica completa. questa pagina, dall’alto: 4.Libreria per la Maison du Mexique di Charlotte Perriand, 1952. Fonte: www.designgallerist.com/blog/jean-prouve-industrial-furniture-designer-and-architect/. 5.Potence, Vitra, 1950. Fonte: www.dwr. com/lighting-wall-sconce/prouvé-potence-lamp/2172.html?lang=en_US. 6.Maison de Jours Meilleurs, ricostruzione, 1954. Fonte: www.espazium.ch/la-maison-des-jours-meilleurs-de-jean-prouve-a-la-galerie-patrick-seguin. 7.Maison Tropicale, 1951. Fonte:www.future-house-genealogy.blogspot.it/p/maison-tropicale.html

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Rubrica: arte a cura di Elia Zanandreis

brutto come

un picasso

Probabilmente molti di noi hanno sentito nominare “Picasso” fin da piccoli, spesso associato a qualcosa di brutto e incomprensibile. A dire il vero, il primo impatto con questo artista può essere traumatico. Occhi strabici, nasi storti e bocche fuori dall’ordinario non incoraggiano lo sprovveduto visitatore ad un’indagine approfondita. Ciò è pienamente giustificabileo, semplicemente perché ognuno di noi guarda un “Picasso” come si guarderebbe un ideogramma giapponese: bello, per carità (questione di gusti), ma perché? Cosa significa? Il pittore nasce a Malaga nel 1881. Origini genovesi da parte di madre, viene battezzato come Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno Maria de los Remedios Cipriano de la Santisima Trinidad Ruiz y Picasso. Il piccolo Pablo è una specie di bambino prodigio dal punto di vista del disegno e trascorre l’infanzia seguendo la professione del padre, pittore ed insegnante, dapprima a La Coruña e successivamente a Barcellona dove, a 14 anni di età, è già in grado di realizzare opere qualitativamente pregevoli. L’evoluzione artistica inizia nel 1900 quando il giovane pittore si trasferisce a Parigi, dove incontra personaggi come Modigliani (per il quale avrà una sorta di ossessione) e Braque. Conosce anche la prima vera musa della sua vita, Fernande Olivier, prima di una lunga serie tra ballerine, modelle, fotografe, studentesse d’arte e ceramiste, con le quali avrà spesso rapporti burrascosi. Picasso a Parigi si evolve e sperimenta, passando dal “Periodo Blu”, caratterizzato da colori freddi e soggetti poveri appartenenti alle classi più disagiate, dei quali sottolinea l’esistenza miserabile, al “Periodo Rosa”, durante il quale i colori si accendono e forme e volumi sono meglio definiti. I prota-

gonisti delle tele sono spesso personaggi del circo, nei quali esalta il paradosso di una vita triste e povera dedicata a rallegrare la gente. I primi tratti di quello che diventerà il Cubismo si delineano attorno al 1910, nel “Periodo Africano”. L’opera che più rappresenta il cambiamento è “Les demoiselles d’Avignon”. Nelle caratteristiche del quadro inizia a sparire la profondità dello spazio e le figure si fanno più spigolose, simili appunto a maschere africane, e si palesa in certi dettagli la simultaneità delle immagini, ovvero la ripresa dello stesso soggetto da più punti di vista riprodotti in un'unica figura. Il Cubismo irrompe nell’ambiente parigino bruscamente ed è forse la prima corrente artistica che per essere compresa ha bisogno di una chiave di lettura. Quello che molti profani come noi non conoscono è che l’opera cubista è generalmente il risultato della somma di più inquadrature differenti, quindi spesso i volti risultano asimmetrici e deformati, ma se li si osserva con attenzione si può notare come in uno stesso viso ritratto coesistano sia la visuale frontale che il profilo. La prima fase, detta “Cubismo analitico”, porta Picasso a studiare le opere di altri artisti, in particolar modo Cezanne e Van Gogh, per arrivare poi al Cubismo come lo intendiamo noi, ovvero il “Cubismo sintetico”. La manifestazione massima del Cubismo di Picasso avviene nel 1937, quando viene incaricato di rappresentare la Spagna a Parigi, durante l’Expo dell’epoca. L’artista realizza un murales alto 3,5 metri e largo 8, raffigurante le scene strazianti del bombardamento della cittadina basca di Guernica. L’ambiente è privo di colori - fattore che ne elimina la profondità spaziale e ne accentua la drammaticità - e le figure sono spigolose, deformate e caratterizzate da una

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forte simbologia. L’opera è un manifesto di denuncia contro la crudeltà della guerra ed ogni figura rappresenta qualcosa di preciso. La Spagna rappresentata da un toro, offesa e colpita dalla guerra, si difende come può, con una spada spezzata sotto la furia delle bombe. Tutte attorno, persone allucinate e spaventate corrono gridando in preda al panico fino a deformarsi, mentre una madre straziata piange il figlio morto. La guerra arriva furiosa come un cavallo imbizzarrito che stringe nel morso le bombe ed irrompe nella quotidianità del lampadario di casa, sotto cui le persone si riuniscono la sera per cercare la pace della famiglia, la cui luce viene sopraffatta dal bagliore delle esplosioni che filtra dalle finestre. Durante la sua lunga vita, Picasso continuerà a sperimentare accompagnando i movimenti artistici successivi, e spesse volte influenzandoli, fino a lambire il Surrealismo, ma rimanendo fedele ai tratti principali del Cubismo ed alla simultaneità delle immagini. Molti sono, infatti, i movimenti e gli artisti condizionati da Picasso e dal Cubismo, quali il Futurismo, la metafisica, l’Astrattismo, il Surrealismo e forse anche il Dadaismo. Quindi, che ci piaccia o meno, probabilmente c’è lo zampino di Picasso anche nel quadro che abbiamo in soggiorno. a destra, dall’alto: 1.“Picasso con la pistola e il cappello di Gary Cooper a Cannes”, 1958, Fotografia. Fonte: www.afvallisoletana.org/sala-de-san-benitomichel-sima/ 2.“Nudo blu”, 1902, Olio su tela, Museo Reina Sofia, Madrid. Fonte: www.lacapannadelsilenzio. it/pablo-picasso-lartista-che-interiorizzo-lasofferenza-umana-2/ 3.“Le damigelle di Avignone”, 1907, Olio su tela, MOMA, New York. Fonte: www.en.wikipedia. org/wiki/Les_Demoiselles_d%27Avignon44.“ Autoritratto”, 1907, Olio su tela, MOMA, New York. Fonte: www.cinquecosebelle.it/tutte-piufamose-opere-picasso-votare/ 5.“Dora Maar seduta”, 1937, Olio su tela, Musée National Picasso, Parigi. Fonte: www.artetudomais. com/page/28/ 6.“Guernica”, 1937, Olio su tela, Museo Reina Sofia, Madrid. Fonte: www.en.wikipedia.org/ wiki/Guernica_(Picasso)

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Rubrica: grafica a cura di Silvia Marmiroli

la grafica al cinema prima parte

la colonna sonora giusta per leggere l'articolo!

Uno dei momenti più importanti di un film è l’inizio. In quel preciso momento lo spettatore pone tutta la sua attenzione sullo schermo. L’inizio vero e proprio del film è determinato dai titoli di testa e nella storia del cinema si può facilmente valutare quanto questi, assieme ai titoli di coda, siano importanti per la riconoscibilità e per il successo del film stesso. Il primo momento in cui incontriamo la grafica inserita nel mondo del cinema, avviene nei film muti. Nei film muti il lettering utilizzato e la grafica erano fondamentali perché accompagnavano i dialoghi di tutto il film, dettandone i tempi e assegnando al film stesso uno stile tutto suo. Tra le prime grafiche importanti, si deve certamente ricordare il ‘cartello’ di “Viaggio nella Luna” (Le Voyage dans la Lune) di Georges Méliès del 1902. In questo primo titolo le lettere, la composizione e la cornice trasmettono uno stile cartoon che si ritrova nel disegno delle due stelle e nella umanizzazione della luna che si vedrà poi all’interno del film. Nel 1937, nel film “L'Impareggiabile Godfrey” (My Man Godfrey) incontriamo i primi titoli di testa animati. Si è subito immersi in questa atmosfera anni ’30 e le scritte che lampeggiano sui palazzi che si specchiano nell’acqua fanno pensare ad una lussuosa e divertente ambientazione… o forse è solo un’illusione, la stessa che aleggia su tutto il film. Già da questo primo tentativo di animazione, si percepisce l’importanza “del primo minuto”. Sempre negli anni ’20-’30 è importante ricordare anche i titoli d’inizio delle avventure del topo che presto diventerà il più famoso del mondo. In “Il primo amore” (Puppy love) del 1933 il lettering maiuscolo e “super bold” di Walt Disney appare con Topolino e Minnie che apriranno il sipario di questo cortometraggio e che segnerà i primi secondi di tutti i corti in avvenire. Uno dei più celebri graphic designer che ha

lavorato nel cinema è senza dubbio Saul Bass. Tra il 1950 e il 1970 il successo delle sue animazioni ha reso celebri i primi minuti di film importanti. Con il suo lavoro i titoli di testa sono diventati un piccolo film all’interno del film, capaci di trasmettere in pochi secondi ciò che era l’identità della pellicola e capaci di proiettare lo spettatore all’interno della giusta atmosfera. L’influenza del Costruttivismo e del Bauhaus è evidente nell’essenzialità di linguaggio e di messaggio. La sintesi rende queste prime scene degli emblemi dell’intero film. In “L’uomo dal braccio d’oro” (The man with the golden arm) del 1955, il fondo nero viene animato dalle bianche scritte e da quelle che sembrano le bacchette della batteria della colonna sonora di Elmer Bernstein, uno dei primi esempi di partitura jazz scritta appositamente per un film. Sempre fondo nero e sempre scritte bianche per il primo minuto e trenta di “Psycho” del 1960. L’ansia che procurano la celebre colonna sonora e le righe che frantumano, coprono e rincorrono le scritte, è unica. Un’oppressione imminente. Oppressione che ritorna sempre con Alfred Hitchcock in “La donna che visse due volte” (Vertigo) del 1958 e in “Intrigo internazionale” (North by northwest) del 1959. In “Vertigo” l’occhio femminile viene preso come punto fisso per esprimere, tramite vortici di linee, un senso di vertigine e di acrofobia, la fobia dell’altezza, quella stessa paura che ha il protagonista del film. Il susseguirsi di zoom in avanti e zoom all’indietro è ciò che è stato chiamato proprio “effetto Vertigo” che deve il suo nome al film e alla tecnica utilizzata nelle scene ed estremizzata grazie alla grafica di linee e colori. In “Intrigo internazionale”, invece, si percepisce un’oppressione ‘urbana’, che parte da una griglia di linee verdi e che viene concretizzata come un susseguirsi di palazzi e un susseguirsi di persone, tutto all’interno

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della vita della città contemporanea. Molto più leggeri e con uno stile più “cartoon”, sono i titoli di testa di “Anatomia di un delitto” (Anatomy of a murder) del 1959 dove il corpo umano appare come un puzzle. Altra grafica per i titoli di Pablo Ferro. I suoi titoli riempiono tutto lo schermo e non si preoccupano delle immagini sottostanti. Molto famoso anche nel mondo della pubblicità dove le sue scritte “bold” dai colori sgargianti spesso fanno a pugni con le immagini che fanno da sfondo, lo ritroviamo in “Il Dottor Stranamore ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (Dr. Strangelove or: how I learned to stop worrying and love the bomb) di Stanley Kubrick del 1964. In questo caso delle scritte dal tratto sottile e rigorosamente disegnate a mano, riempiono lo schermo che ritrae un aereo che vola. Le scritte fungono quasi da decorazione ed è interessante vedere la composizione del titolo e come la lettera “A” accompagni l’aereo sopra le nuvole. Fotografie ricche di significato e primo piano ad oggetti che racchiudono uno spiccato valore affettivo, sono lo sfondo delle sintetiche scritte dei titoli di testa del film “Buio oltre la siepe” (To kill a mockingbird) del 1962. Stephen Fraunkfurt dimostra la sua straordinaria capacità di catapultare lo spettatore all’interno del film, grazie all’atmosfera e al pathos che riesce a creare. Bisogna inoltre sottolineare come il rapporto fotografia-lettering sia assolutamente attuale.

a destra, dall’alto: 1.“Viaggio nella Luna” (Le Voyage dans la Lune) di Georges Méliès, 1902. 2.“Il primo amore” (Puppy love) di Walt Disney, 1933. 3.“La donna che visse due volte” (Vertigo) di Alfred Hitchcock, 1958. Rielaborazione da fonte: www.artofthetitle.com/title/vertigo/ 4.“Il Dottor Stranamore ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (Dr. Strangelove or: how I learned to stop worrying and love the bomb) di Stanley Kubrick, 1964. Rielaborazione da fonte: www.artofthetitle. com/title/dr-strangelove-or-how-i-learned-tostop-worrying/ 5.“Buio oltre la siepe” (To kill a mockingbird) di Robert Mulligan, 1962. Fonte: www.artofthetitle. com/title/to-kill-a-mockingbird/

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Rubrica: cinema a cura di Sebastiano Marconcini

steven

spielberg Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, Steven Spielberg è sicuramente uno dei personaggi più importanti e che più ha influito nel mondo di Hollywood. Dopo le prime esperienze sul piccolo schermo, tra cui non si può non citare la regia del primo episodio della serie Colombo, il debutto cinematografico avviene con il film Sugarland Express (1974), premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes, ma con scarso successo di pubblico. Questo arriverà nel 1975 grazie a Lo squalo, riuscito ad incassare cifre record per l’epoca e a vincere tre Oscar, tra cui uno per l’iconica colonna sonora. Da qui il percorso di Spielberg è in continua ascesa. Gli anni ‘80 si sveleranno un periodo d’oro per il regista, il quale darà vita a pellicole e personaggi entrati direttamente nell’immaginario collettivo, basti ricordare E.T. l’extra-terrestre (1982) e la saga di Indiana Jones. In questi anni inizia anche l’attività di produttore, fondando la Amblin Entertainment (e poi in futuro la DreamWorks SKG), la quale darà vita ad altrettanti classici degli anni ‘80 come la trilogia di Ritorno al futuro e I Goonies. Nonostante l’enorme successo, sarà solo negli anni ‘90 che arriverà la consacrazione definitiva. Il 1993 non solo vede Jurassic Park battere il suo stesso record d’incassi al botteghino americano, prima detenuto da E.T., ma porta Spielberg a vincere il suo primo oscar (sia come Miglior Regia che come Miglior Film) con quello da tutti considerato il suo capolavoro indiscusso: Schindler’s List - La lista di Schindler. Il film, basato sulla storia vera dell’industriale Oskar Schindler, che salvò dall’Olocausto i suoi 1300 operai ebrei, fu girato completamente in bianco e nero, ad eccezione dell’uso di alcune note di colore nei momenti più

significativi della pellicola. Spielberg farà poi il bis solo cinque anni più tardi, con l’Oscar alla Miglior Regia del 1998 per Salvate il soldato Ryan, che racconta in maniera cruda e realistica lo sbarco degli Alleati sulle coste della Normandia. Di certo la prolifica carriera del regista non si è fermata qua. Tra altri e bassi, infatti, ancora oggi Steven Spielberg rimane uno dei registi di maggior talento in circolazione. I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA

Rititolato nel 2008 Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, il film del 1981 costituisce il capostipite della fortunata tetralogia (il quarto capitolo lascerebbe interdetti se non fosse per l’effetto nostalgia) dedicata alle vicende dell’archeologo Indiana Jones. Celebre per le sue imprese, il professore Henry Jones Jr. viene avvicinato dal governo americano per chiederne l’aiuto e sventare la minaccia che una spedizione archeologica guidata dai nazisti riesca a scoprire l’ubicazione dell’Arca dell’Alleanza. La pellicola non solo segna l’inizio della collaborazione tra due dei personaggi di spicco del cinema dell’epoca (George Lucas, produttore e sceneggiatore, e Spielberg), ma regala uno dei personaggi più iconici della filmografia anni ‘80. Tra un prequel (Indiana Jones e il tempio maledetto) e due sequel (Indiana Jones e l’ultima crociata, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo), passando anche per una serie televisiva (Le avventure del giovane Indiana Jones), non si può negare che questo film abbia influenzato il genere d’azione e fatto la storia del cinema. Al momento non resta che attendere il quinto capitolo, previsto per luglio 2019, sperando cancelli il ricordo del suo predecessore e torni ai fasti dei primi film.

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PER CHI HA VOGLIA DI UN FILM...

...distopico

BLADE RUNNER regia di Ridley Scott, Stati Uniti, 1982, 117 min

“Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…”, basterebbe questa iconica frase per riportare alla mente una pellicola che, nonostante l’indifferenza iniziale, col tempo si è trasformata in un vero e proprio film di culto. Tratto dal libro Il cacciatore di androidi di Philp K. Dick, il lungometraggio di Ridley Scott ci porta nella Los Angeles del 2019, dove esseri detti “replicanti” sono creati dall’uomo per essere utilizzati come schiavi nelle colonie extra-terrestri. Le vicende vedono un gruppo di questi androidi fuggiti e nascosti nella città, con il poliziotto Rick Deckard (intramontabile Harrison Ford) a dargli la caccia in un’ultima missione. Particolarità di questo film è che ne esistono ben 7 versioni, con differenze che danno diverso significato al finale. Tra tutte si consigliano la visione dell’International Cut, la prima uscita al cinema, la Director’s Cut del 1992 e la Final Cut del 2007, versione in cui si ritiene che Scott abbia finalmente avuto totale libertà artistica.

SNOWPIERCER regia di Bong Joon-ho, Corea del Sud, 2013, 126 min Nel suo primo film in lingua inglese, il regista coreano porta gli spettatori in un futuro dove, per mano dell’uomo, il pianeta sarà completamente congelato. L’umanità sopravvissuta si troverà costretta su un treno lunghissimo in grado di fare il giro del mondo in un anno, ma che non può mai fermarsi. In tale mezzo, da sempre sinonimo della divisione in classi sociali, l’umanità è stata divisa, dalla locomotiva di testa in cui vive il divino “creatore”, fino ai vagoni di coda dove vivono i poveri nelle condizioni più disperate. Tale ordine però vacillerà presto e, come in un videogame, inizierà la corsa verso i livelli successivi per combattere un sistema ingiusto per chi sta in basso. Bong Joon-ho sviluppa un film curato in tutti i minimi dettagli. Attraverso la metafora del treno, il regista propone immagini dure e potenti, in grado di colpire forte lo spettatore a portarlo a riflettere sull’attuale stato della società ed il valore della vita.

EDGE OF TOMORROW - SENZA DOMANI regia di Doug Liman, Stati Uniti, 2014, 113 min Il futuro immaginato dalla pellicola è quello di uno stato di guerra continuo, dove il genere umano si unisce per combattere una minaccia arrivata dallo spazio: i Mimics. Se la trama è una tra le più abusate del genere Sci-Fi, la differenza è data dall‘abilità del protagonista, acquisita in uno scontro con uno degli alieni, di rivivere la stessa giornata nel caso di morte. Inizia così un lungo processo di morte e rinascita, una sorta di allenamento per contrastare i ripetuti eventi e cercare di sconfiggere la minaccia aliena. Sembrerebbe il classico blockbuster hollywoodiano, ma i tanti elementi che arricchiscono la pellicola potrebbero suscitare anche l’interesse di chi solitamente non apprezza il genere. Il ritmo sostenuto in tutta la durata della pellicola, le interessanti dinamiche della storia e un’arguta comicità, sapientemente dosata durante il film, rendono Edge of Tomorrow un film che vale la pena di esser visto.

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Rubrica: serie TV a cura di Sebastiano Marconcini

person of interest / halt and catch fire cenerentole tecnologiche in tv Nel sempre più affollato panorama delle serie tv può succedere che alcuni prodotti passino inosservati. La causa di tutto ciò è da ricercare nelle caratteristiche della serie stessa: trama scontata, sceneggiatura scadente e/o cast scarso. Sfortunatamente, a volte, la stessa sorte tocca anche a prodotti seriali di buona qualità. Tra le più sottovalutate di sempre ci sono sicuramente Person of interest e Halt and catch fire. Nonostante le due godano di fedeli e appassionati ammiratori, queste serie non sono riuscite a creare lo stesso hype mediatico di molte loro colleghe del panorama televisivo. Dispiace soprattutto per le numerose qualità che entrambi i prodotti presentano, soprattutto nell’affrontare un tema non facile come quello delle tecnologie informatiche. Tra le due vi è però uno scenario completamente differente. Se Halt and catch fire è ambientata negli anni ’80, durante la rivoluzione dei personal computer, Person of interest si confronta con una delle innovazioni più discusse negli ultimi anni, le intelligenze artificiali.

“You are being watched…” È con queste parole che si sono aperti tutti gli episodi di Person of Interest. Dopo gli attentati dell’11 settembre il governo degli stati uniti ha chiesto ad Harold Finch, miliardario ingegnere informatico, di costruire “The Machine”, un’intelligenza artificiale progettata per prevenire azioni simili. L’abilità di questo sistema va in realtà ben oltre, essendo in grado di prevedere ogni atto criminale, considerati però irrilevanti dal governo. Da qui nasce l’intento dello stesso Finch di occuparsi dei cosiddetti “casi irrilevanti”, per i quali si farà aiutare da John Reese, ex ufficiale delle forze speciali statunitensi ed ex agente della CIA. Person of interest nasce sul filone dei crime drama, differenziandosi nella modalità di sviluppo del caso di puntata. Per limitare l’accesso alla vera potenza della macchina, questa può fornire solamente il numero di previdenza sociale della persona di interesse. Non indica, però, se questa rappresenta la vittima o il carnefice dell’azione criminale, spingendo così i due vigilanti ad una corsa contro il tempo per capirne le dinamiche e prevenirne l’esecuzione. Nonostante i diversi casi siano sempre costruiti con grande maestria, il merito del creatore della serie, Jonathan Nolan (oggi impegnato con la già acclamatissima Westworld), è stato aver superato il modello del genere crime. Già dalla prima stagione la storia inizia ad affrontare i temi legati alla questione delle intelligenze artificiali, sfociando nell’immaginario thriller e sci-fi. Non aggiungo altro per evitare spoiler. La serie è caratterizzata da un’altissima qualità, dalla sceneggiatura, che raggiunge i suoi

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massi livelli nelle ultime due stagione (quarta e quinta), con scelte narrative che insegnano cosa sia la classe e l’originalità in tv, ai colori della fotografia. Per non parlare della colonna sonora, composta da Ramin Djawadi, il quale ha creato dei veri e propri temi musicali per ogni personaggio, in grado di intrecciarsi tra loro se questi sono contemporaneamente in scena. Non bisogna poi dimenticare il cast, che via via infoltisce il gruppo di vigilanti, dove, tra i già ottimi Jim Caviezel, Michael Emerson, Taraji P. Henson e Kevin Chapman, risaltano le performance di Amy Acker e Sarah Shani. Anche i personaggi secondari godono di ottime caratterizzazioni ed interpreti; quando ricompaiono sullo schermo è come ritrovare un vecchio amico. Person of Interest si è conclusa lo scorso giugno, salutando i suoi telespettatori con la stessa eleganza con cui era arrivata, lasciando la sua importante, seppur piccola, impronta nel panorama della serialità televisiva.

Per Halt and catch fire, i creatori Christopher Cantwell e Christopher C. Rogers ci portano indietro nel tempo di una trentina d’anni, come è già stato detto, nel pieno della rivoluzione dei personal computer. La storia vede i protagonisti ruotare intorno ad una piccola azienda di elettronica, la Cardiff Electric, che tenta il grande salto nel mondo dei pc. Personaggi molto diversi tra loro si ritrovano a far parte di questo processo. C’è Gordon Clark, informatico esperto la cui genialità è repressa dai fallimenti del passato. Joe MacMillan, aspirante Steve Jobs alla ricerca disperata di soddisfare la sua ambizione. Infine c’è Cameron Crowe, ragazza al momento incapace di far convivere il suo talento con il suo essere ribelle. In poche parole, un interessante miscuglio di identità che rivela il proprio essere attraverso queste nuove macchine. È proprio nella relazione con i computer che la serie mostra tutto il suo potenziale. Da un lato abbiamo finalmente la possibilità di vedere i cosiddetti nerd al lavoro, scostandosi dalla visione comica impostata da serie come The big bang theory e Silicon Valley. Dall’altro i computer non sono altro che la metafora dei desideri più profondi dei protagonisti. Halt and catch fire narra innanzitutto di ideali, riscatto, realizzazione, fiducia, tradimento e molto altro ancora. Tutto ciò che guida l’uomo nelle sue azioni. Infatti, uno dei principali pregi della serie è sicuramente la modalità con cui racconta le storie dei protagonisti. Grazie anche all’abilità degli sceneggiatori, in grado di offrire nuove storie e sfide da affrontare ai diversi personaggi, ci si può immedesimare con loro, riconoscere le proprie speranze e delusioni quotidiane. Notevoli anche le interpretazioni delle relazioni umane, qui perfettamente rappresentate sia nei momenti di sostegno reciproco sia in quelli di conflitto. Anche in questo caso il talento del cast aiuta a dare spessore ai personaggi ed alle loro storie. I protagonisti maschili sono interpretati da Lee Pace e Scoot McNair, qui entrambi in stato di grazia, a cui si aggiungono le talentuose Mackenzie Davis e Kerry Bishé, letteralmente in grado di rubare la scena e diventare le protagoniste assolute della terza stagione. Nonostante gli scarsi ascolti, la serie potrà raggiungere la propria degna conclusione con la sua quarta ed ultima stagione prevista per l’estate del 2017.

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Rubrica: letteratura a cura di Cristina Lonardi

milan kundera “Sono le domande per cui non esiste risposta che segnano i limiti delle possibilità umane e tracciano i confini dell’esistenza umana.” Scrittore e saggista nato a Brno, in Cecoslovacchia, nel 1929 ed esiliato nel 1975 in Francia a causa delle sue idee politiche. Studia musica da giovane assieme al padre, pianista e direttore dell’Accademia di musica di Brno. Segue corsi di letteratura, filosofia e cinema durante gli anni universitari, qui dopo essersi laureato alla Facoltà di Cinema troverà un posto da docente di letterature comparate. Si iscrive al partito comunista nel 1948 ma ne fu espulso più volte a causa delle sue idee non in linea con la politica del partito. Nel 1968 si schiera a favore degli imminenti cambiamenti che avrebbero poi portato alla Primavera di Praga. È dunque costretto a lasciare il suo posto da docente alla Facoltà, venendo poi espulso dal partito. Quindi si trasferisce in Francia dove insegna alle Università di Rennes e Parigi, dove tutt’ora lavora e vive con la moglie. A seguito della pubblicazione del suo primo libro nel 1979, Il libro del riso e dell’oblio, gli fu tolta la cittadinanza cecoslovacca, e due anni dopo ottenne quella francese grazie all’intercessione di François Mitterrand. Dopo questo evento le sue opere vengono bandite in Cecoslovacchia, perciò i suoi lavori più recenti vengono scritti in lingua francese. Anche se i suoi primi lavori di poesia erano considerati filo comunisti, i suoi romanzi rifiutano questo inquadramento ideologico. Si è sempre considerato un romanziere piuttosto che uno scrittore dissidente politico, anche se è un tema sempre fortemente presente nei suoi scritti assieme alla relazione con svariati temi filosofici, soprattutto dopo l’uscita di L’insostenibile leggerezza dell’essere. Considerato il suo capolavoro, fu pubblicato nel 1985 in lingua ceca dalla casa editrice di Josef Skvoreckỳ, rifugiatosi in Canada dove decise di fondare una casa edi-

trice assieme a sua moglie, tramite la quale pubblicavano i romanzi dei connazionali proibiti in patria. Il suo esordio porta il titolo di Amori ridicoli, una raccolta di racconti del 1963, fortemente ironici, soprattutto nei confronti del regime, contorti e alle volte quasi paradossali. Segue il suo primo romanzo Lo Scherzo del 1967, scritto durante gli avvenimenti della precedenti la Primavera di Praga, quando ancora era alto il culto per lo stalinismo; è un’amara ricostruzione della realtà cecoslovacca del secondo dopoguerra. Riflessioni sui tempi moderni, l’attualità politico-sociale cecoslovacca ed europea, sono i temi ricorrenti nelle sue opere, che affianca ad intense analisi sulle problematiche della condizione umana. Usa uno stile particolare, definito kunderiano, ossia il “romanzo-saggio”: alterna elementi narrativi a vere e proprie parentesi saggistiche, il narratore è onnisciente e onnipresente, interviene spesso nella vicenda interrompendo lo scorrere della storia, introducendo spesso riflessioni filosofiche. L’esempio più alto di questa forma di romanzo si ha con il libro L’immortalità. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari fra cui il Commonwealth Award per la carriera nel 1981, il Jerusalem Prix nel 1985. Nel 2007 ricevette il premio letterario della Repubblica Ceca e nel 2010 ricevette il titolo di cittadino onorario nella sua città natale di Brno, ormai i vecchi dissidi con il suo Paese erano svaniti da tempo.

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milan kundera da leggere: Il libro del riso e dell'oblio, Kniha smíchu a zapomnění, 1978 È stato definito dallo stesso autore un romanzo la cui unicità e coerenza è data unicamente da alcuni temi e dalle sue variazioni. Infatti in ciascuna delle sette parti di cui è composto il libro, cambiano di continuo fatti, personaggi, situazioni ma i temi ricorrenti sono gli stessi, la memoria, l’oblio. Cosa faremmo noi per resistere all’inevitabile cancellazione del nostro passato, per evitare che certi ricordi, momenti, emozioni cadano nell'oblio? E che significato assume il riso? Lo identifica come un mezzo tramite il quale recuperare la memoria, come un gesto di liberazione, per ritrovare ricordi danneggiati dal tempo e dagli eventi. La storia e il potere politico sono le cause della perdita di se stessi e della memoria dei personaggi, accomunati dalle stesse paure e problematiche. Kundera studia come la natura del ricordo sia di per sé inaffidabile, poiché può assumere sfumature diverse in base alle nostre coscienze, al racconti di altri, del tempo, o delle emozioni che proviamo in quel momento. L'insostenibile leggerezza dell'essere, Nesnesitelná lehkost bytí, 1984 Un romanzo che si basa sull’opposizione fra la leggerezza e la pesantezza. Kundera ci chiede se ciò che realmente cerchiamo nella vita è la leggerezza - davvero la leggerezza è così meravigliosa e la pesantezza così tragica, triste e terribile? In un gioco di opposti, introduce vari filosofi come Parmenide e Nietzsche. La storia si sviluppa attorno alle relazioni fra quattro personaggi. Tomas, chirurgo che non riesce a fare a meno di amare altre donne nonostante sia innamorato di Tereza. Lei al contrario è molto possessiva, gelosa e alle volte risulta quasi instabile negli atteggiamenti nei confronti di suo marito. L’altra coppia è formata da Sabina, artista stravagante che ama la libertà e appena si sente costretta nel rapporto con suo amante Franz, un uomo sposato, scappa. Scappa dalla Primavera di Praga, momento storico che fa da cornice al racconto, scappa dalla sua vita diventata troppo pesante. Anche Tomas e Tereza decidono di scappare in campagna, verso una vita più leggera, lontano dai russi. Voi cosa scegliereste? La leggerezza o la pesantezza? L'immortalità, Nesmrtelnost, 1990 Romanzo in forma di saggio dove la storia si dirama in un dedalo di intrecci, che si susseguono, apparentemente senza un perché, capitoli senza azione narrativa ma riflessivi, che si riallacciano ad un unico disegno e significato. Questa volta ci spostiamo a Parigi, dove prendono vita svariati personaggi, alcuni facilmente riconoscibili, da Goethe a Beethoven o Hemingway, dandoci svariate interpretazioni e sfumature della parola immortalità, avvicinando questo concetto al caso, alla casualità della vita e le varie coincidenze che possono segnarla. L’immortalità non è altro che una nostra invenzione, una creazione umana che determina la supremazia su ogni altra cosa, che implica il non essere dimenticati, il non andare persi per sempre nell’oblio. Il soggetto principale del romanzo è Agnes, una donna che non crede nell’immortalità ma al tempo stesso figura iniziale dalla quale l'autore affronta questo tema. Forse in realtà siamo tutti già immersi nell’eterno poiché ciò che ogni essere umano ha di unico è ciò che lo rende immortale.

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Rubrica: musica a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè

tutti i sogni dei r.e.m. Agli inizi degli anni ‘80 i R.E.M. (pronuncia: Ar-I-Em) - come il movimento rapido che l’occhio compie mentre si sogna - sono l’attrazione delle feste di Athens. A differenza delle altre college band non temono umiliazioni e tra l’80 e l’82 girano l’America, esibendosi e scatenando risse in locali fino ad una base militare in cui “volavano arance sul palco - racconta il chitarrista Peter Buck - e bigliettini con messaggi come ‘Se suonate ancora una canzone come questa vi pestiamo, brutti froci!’”. Il primo disco, nell’82, non supera i ristretti confini dell’ambiente indie. È con l’esordio su 33 giri di “Murmur” che i R.E.M. diventano l’unico gruppo underground degli Stati Uniti a conquistare il pubblico. Dopo il più cupo e riflessivo terzo album i R.E.M. possono diventare una delle tante indie band poi sparite nelle nebbie dell'underground oppure guardare più in alto e sfondare definitivamente. La scelta di enfatizzare l'impegno sociale e politico nei testi, recuperando il loro mood più nostalgico, si rivela indovinata. “Document” (1987) segna l'inizio della seconda grande stagione del gruppo, l'album è un successo. Un nuovo contratto da capogiro con la Warner è pronto. Nel 1988 esce “Green” come "il colore degli ecologisti, ma anche dei soldi" e segue un lungo tour che consacra i R.E.M. come uno dei gruppi di punta del momento. In “Out Of Time” (1991) esce “Losing My Religion”, una melodia avvolgente, in tono pessimista e desola-

to, l'inno che li rappresenterà per sempre. Frastornati dal successo, Stipe e soci si rifugiano in “Automatic For The People” (1992), album dominato dall’angoscia e da una serie di ballate struggenti tra cui “Everybody Hurts". Il disco riflette la crisi esistenziale di Stipe, in questo periodo particolarmente magro e pallido: "Sono sempre stato paralizzato dalla mia insicurezza, - racconterà - ma ho dovuto imparare a comunicare. Bisogna divertirsi a essere delle star, altrimenti rischi di rovinarti". La band stipula un nuovo supercontratto con la Warner ma è proprio a questo punto che il batterista Bill Berry, dopo aver rischiato la morte per aneurisma cerebrale, si ritira. “Quando ci ha lasciato ci sentimmo finiti. - racconta Stipe - Ma solo per tre minuti. Poi la voglia di continuare ha preso il sopravvento”. Peccato, però, che i successivi tre album non soddisfino le aspettative. Dopo “Around The Sun” (2004), che concentra l’attenzione sul canto di Stipe, è la volta di “Accelerate” (2008), un ritorno a tutto gas che anticipa l’ultimo tour della band. Il successivo “Collapse Into Now” (2011) finisce per essere piuttosto trascurabile nella lunga carriera del gruppo che, qualche mese dopo l’album, annuncia lo scioglimento. Il loro greatest hits definitivo ha un titolo fantastico: “Part Lies”, “Part Heart”, “Part Truth”, “Part Garbage” e contiene tre inediti che si aggiungono alle trentasette canzoni scelte tra le oltre duecento pubblicate dall’82.

La Top 20 delle canzoni dei r.e.m. da ascoltare mentre progetti! 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

1991 LOSING MY RELIGION 1992 EVERYBODY HURTS 1992 MAN ON THE MOON 1996 ELECTROLITE 1992 THE SIDEWINDER SLEEPS TONITE 1991 SHINY HAPPY PEOPLE 2001 IMITATION OF LIFE 1998 DAYSLEEPER 1987 IT'S THE END OF THE WORLD AS WE KNOW IT 2003 BAD DAY

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1998 LOTUS 1996 E-BOW THE LETTER 1987 FINEST WORKSONG 1988 ORANGE CRUSH 2004 LEAVING NEW YORK 1998 AT MY MOST BEAUTIFUL 1994 BANG AND BLAME 2008 SUPERNATURAL SUPERSERIOUS 1994 STRANGE CURRENCIES 1992 NIGHTSWIMMING


I DISCHI dei r.e.m. che consigliamo R.E.M. DOCUMENT

I.R.S.

Document è uno degli album più importanti per la rock band di Athens. Inanzitutto rappresenta la scelta per Michael Stipe e soci di uscira dalla loro nicchia a favore di un successo mainstream, e questo disco gli farà procurare il loro primo contratto discografico per una major. Inoltre è con questo album che i R.E.M. iniziano un sodalizio artistico con il produttore Scott Linn, che si protrarrà in maniera continuativa, fino al 1996. L'album apre definitivamente la strada alla popolarità del gruppo, e getta le basi (solidissime) di quelli che saranno le sonorità e i temi sociali affrontati negli anni successivi. Da lì a poco arriverà Losing my religion, che li consacrerà nell'olimpo della musica, ma Document è ciò che avviene prima, ed è un passo indispensabile, fondamentale nella carriera e nella discografia della band.

R.E.M. AUTOMATIC FOR THE PEOPLE

Warner Bros

R.E.M. NEW ADVENTURES IN HI-FI

Warner Bros

R.E.M. UP

Warner Bros

Dopo il grandioso successo dell'album "Out of time", era difficile per i R.E.M. ripetere il successo ottenuto proponendo un album altrettanto ricco di brani così ispirati. Ma "Automatic for the people" è riuscito nell'intento, ed è considerato da molti il vero capolavoro della band. Frutto di un periodo molto difficile per Michael Stipe, il disco è forse quello in cui le canzoni del gruppo trattano i temi più intimi, drammatici, cupi e disperati, con disarmante sincerità, benchè una successione incredibile di singoli, che entreranno a far parte della storia della musica rock (Man on the moon e Everybody hurts, tanto per citarne un paio), si inseriscono in una scaletta di brani che già al primo ascolto hanno il sapore del grande classico. L'album è incluso in tantissime classifiche dei migliori album di tutti i tempi, ed è assolutamente da avere.

È il tema del viaggio la linea guida di questo album, e non è un caso. Registrato durante il tour di supporto di Monster, New adventures in HiFi unisce brani registrati durante i soundcheck dei concerti ad alcuni incisi successivamente in studio, a tour finito. Il risultato è un disco dove, alle classiche sonorità della band, si unisce un sapore countryrock e acustico. La tracklist, organica ed eterogenea, alterna momenti intimi ad altri più energici, condensando l'esperienza dei dischi precedenti, e rivela l'approccio al viaggio trattato nei testi delle canzoni e riflesso anche nella copertina e nelle immagini del booklet. Sarà l'ultimo album sia con lo storico produttore della band, sia con il batterista Bill Berry, e rappresenta quindi la fine di un'era storica per la band, che dal successivo Up cercherà nuovi equilibri e nuove strade sonore.

La gestazione di Up è tra le più difficili mai affrontate dai R.E.M. per la lavorazione di un album, tanto che la band ad un certo punto stava per sciogliersi. Dopo la dipartita del batterista Bill Berry, e la rottura con il produttore storico, Stipe e soci decidono di realizzare un album dove le atmosfere più delicate e oniriche del loro sound si coniugassero con una, per loro, inedita elettronica. Ne nasce un disco sperimentale, crepuscolare e molto raffinato, tra i loro più controversi ma più originali, trascinato da coccole dolcissime (At my most beautiful, Why not smile), in cui si incastonano il bellissimo singolo Daysleeper (scritto in partitura di 3/4), e brani più vicini al sound classico della band (Lotus, Walk unafraid). Una perla delicata ed eccellente nella sua raffinatezza.

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Rubrica: fashion style a cura di Isabella Polettini

fashion advertising

tra marketing e provocazione Oltraggiose, affilate, sulla bocca di tutti. Dove sono finte le campagne pubblicitarie di qualche anno fa? Sono lontani i giorni scandalosi della giovinezza seducente tutta addominali di Calvin Klein, del nudo integrale di Saint Laurent, dei baci clericali di Benetton. Non sono state le controversie a farle sparire, al contrario, proprio quelle controversie hanno spinto questi e molti altri marchi alla ribalta, nel bene e nel male. Abbiamo assistito a un cambiamento nell’immagine, da scioccante e sessualmente allusiva, a socialmente consapevole e motivante verso un certo stile di vita: l’industria della moda è entrata in un nuovo stato di piattezza. Si potrebbe dare la colpa ai media, che ponendo così tanta enfasi su una campagna social convincente a livello globale, in realtà contribuiscono ad attenuare ed uniformare le reazioni di tutti, indipendentemente dal proprio background culturale. Oggi è troppo facile per chiunque creare i propri messaggi controversi: non importa ciò che si fa, c’è sempre qualcuno che lo fa meglio su Facebook o su YouTube. Non vi è certo carenza di bravi fotografi, ma le aziende, attente alla loro immagine, hanno tentato così tanto di controllare il modo in cui vengono percepite, che la pubblicità è semplicemente diventata troppo cauta. E cauta è uguale a noiosa. Il nonno delle pubblicità controverse, Benetton, non ha certo avuto un gran futuro dopo i suoi advertising sconvolgenti. L’azienda ha subito un duro colpo per le immagini forti utilizzate, sfociato nell’indignazione pubblica e nella protesta dei consumatori.

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Al tempo stesso però, è riuscita nel sensibilizzare l’opinione pubblica su argomenti importanti, come l’HIV e l’odio razziale. L’uomo dietro queste immagini, il fotografo Oliviero Toscani, che viene tuttora ricordato principalmente per le campagne di Benetton tra il 1982 e il 2000, riesce a enfatizzare la provocazione in una forza positiva. Secondo lui, infatti, le immagini sconvolgenti incoraggiano la gente a pensare a ciò che accade nel mondo e ad essere creativi, mentre oggi le pubblicità vengono studiate attentamente negli uffici marketing senza intelligenza e cultura del mondo. Dopo Toscani, Benetton ha continuato a utilizzare immagini taglienti nelle sue campagne, come Unhate del 2011, che mostrava leader politici e religiosi nell’atto di baci appassionati sulle labbra con i loro avversari. Queste immagini hanno causato all’azienda una denuncia da parte del Vaticano, ma anche una visibilità mai raggiunta prima d’ora, rimbalzando in rete e arrivando a toccare 500 milioni di persone. Anche Diesel, diventata nota per le sue campagne di advertising anticonvenzionali, sta ancora spingendo al massimo con la sua creatività. Le prime immagini che Nicola Formichetti, creative director del brand, ha sviluppato per Diesel sono state l’immagine di una giovane donna che indossa un burqa di jeans, e un’altra in abito e cappello papale. Le immagini ottennero moltissima attenzione, e furono un modo molto più efficace di attrarre clienti provocando curiosità, piuttosto che semplici scatti di presentazione ai prodotti. Chi segue un certo brand, infatti, non lo fa soltanto per comprare capi che gli stiano bene, ma anche per sentirsi parte della stessa energia e filosofia, sprigionata da un’immagine chiara e consistente che rimane fedele a se stessa nel tempo. Forse siamo in un periodo di confusione e desensibilizzazione: ci sembra di aver visto tutto ciò che c’è da vedere grazie a internet, non c’è più niente di veramente scioccante. Con i magazine, invece, si può tenere la propria stampa in mano, non la si dimentichi, è potente. Oggi si guarda negli schermi, e, in una frazione di secondo, tutto è passato.

pagina a fianco, dall’alto: 1.Bacio tra Barack Obama e il leader cinese Hu Jintao. Campagna pubblicitaria Benetton by Oliviero Toscani, 2011. Fonte: www.chicandbubbly.blogspot.it/2011/11/ benettons-controversial-unhate-campaign.html 2.Mark Wahlberg, campagna pubblicitaria Calvin Klein by Neil Kraft, 1992. Fonte: www.papermag.com/justinbieber-vs-mark-wahlberg-whose-calvin-klein-underwearphotos-are-1427490785.html 3.Padre conforta il figlio malato di HIV sul letto di morte. Campagna pubblicitaria Benetton by Therese Frere, 1989. Fonte: www.rarehistoricalphotos.com/father-sondeathbed-david-kirby-1989/ questa pagina, dall'alto: 4.Campagna pubblicitaria Ikea, 2016. Fonte: www.loveandpride.com/blogs/news/how-excited-do-we-getabout-an-ikea-ad-featuring-gay-people 5.Diesel Initiation Campaign, Nicola Formichetti, 2013. Fonte: www.buzzfeed.com/regajha/diesels-new-ad-campaign-features-a-model-who-is-both-topless?utm_term=. irO4479mp - .kpg88pXNm 6.Business Casual but Pleasure, campagna pubblicitaria American Apparel by Dov Charney, 2014, Parigi. Fonte: www.concrete-online.co.uk/media-gender/

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Software in pillole a cura di Sebastiano Marconcini

adobe illustrator:

lo strumento "allinea" Una delle caratteristiche che più mi fanno apprezzare Illustrator è la ricchezza di comandi, che permette con pochi passaggi di ottenere il risultato voluto. Tra questi vi è lo strumento Allinea, tanto semplice quanto utile per velocizzare il processo di creazione dei nostri disegni. Gli strumenti di allinea si possono trovare nella barra di comando in alto oppure nell’apposita finestra, che, se per caso non l’abbiate di default tra le vostre palette di destra, basta richiamarla tramite il menu Finestra > Allinea. Per poter accedere a tutti i comandi disponibili, vi consiglio di cliccare sul simbolo con la frecciata e le quattro righe in alto a destra e cliccare su mostra opzioni, così apparirà una terza riga di comandi.

Possiamo utilizzare questa finestra per allineare o distribuire i diversi oggetti del nostro disegno. I comandi sono molto semplici. Nel pannello abbiamo: Allinea > A sinistra l’allineamento orizzontale (a sinistra, al centro e a destra), mentre sulla destra l’allineamento verticale (in alto, al centro e in basso). Distribuisci > A sinistra la distribuzione verticale (in alto, al centro e in basso), mentre sulla destra la distribuzione orizzontale (a sinistra, al centro e a destra) Prima però di utilizzare i comandi è necessario decidere rispetto a cosa vogliamo realizzare la nostra distribuzione. In basso a destra se clicchiamo la freccetta sotto il comando Allinea a, potremo scegliere: Allinea a selezione: in questo caso il comando terrà come limiti di riferimento gli oggetti selezionati; Allinea a oggetto chiave: in questo caso, una volta selezionato i diversi oggetti, posso cliccare una seconda volta sull’oggetto che voglio diventi il mio riferimento, cosi gli elementi restanti si allineeranno/distribuiranno rispetto ad esso; Allinea a tavola disegno: in questo caso è la tavola del disegno che diventa il mio punto di riferimento, quindi gli oggetti si allineeranno/distribuiranno rispetto ad essa.

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Il mio consiglio è di tenere impostato come predefinito il comando allinea a selezione, che sicuramente sarà il più usato, mentre non serve mai usare il comando allinea a oggetto chiave perché con una selezione al secondo clic funziona in automatico. Nella figura sottostante potete vedere un esempio dove ho allineato orizzontalmente a sinistra, rispetto alla selezione.

Infine in basso a sinistra abbiamo il comando Distribuisci spaziatura, che fatta una selezione di più oggetti ed impostato un oggetto chiave, possiamo scegliere a che distanza distribuire, sia verticalmente che orizzontalmente, i restanti elementi. Ad esempio, rispetto la precedente, nella figura seguente ho spostato il quadrato verde come oggetto chiave e gli altri si sono distribuiti a 3 cm di distanza verticale l’uno dall’altro.

Come si usa dire, è più facile a farsi che a dirsi. Non vi resta che provare e dopo un paio di tentativi sarete subito in grado di utilizzare lo strumento Allinea. Vi ricordo che potete visualizzare in qualunque momento questo tutorial con immagini ad una definizione più elevata anche sul nostro sito internet: www.starcmantova.com

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Bacheca

Eventi

a cura di Mattia Lenotti

non accessibili al pubblico. http://www.turismo.mantova.it/index.php/eventi/ scheda/id/38293

VISITA GUIDATA

MOSTRE

fino al 31 ottobre 2016 “Arcipelago di Ocno” di Joseph Grima Lago Inferiore, Mantova. Mantova2016 abbraccia i suoi laghi, ricchi di riferimenti mitologici e tradizioni letterarie. Un arcipelago di isole a filo d’acqua, la cui forma richiama le foglie del loto che incredibilmente popola questi laghi, trasformerà gli specchi d’acqua mantovani in uno spazio nuovo. Alla costruzione dell’arcipelago, con materiali sostenibili e di riciclo, contribuiranno i cittadini di Mantova attraverso una serie di laboratori partecipati. L’arcipelago sarà mobile e riconfigurabile, un continuo mutamento, esso si animerà di musica, teatro e performance dedicate alla relazione di Mantova con l’acqua, elemento centrale della sua forma urbana da quasi un millennio.

11 novembre 2016 "Geometria imprecisa" Palazzo Ducale, Mantova. La mostra collettiva in collaborazione con la Galleria Art Mark di Vienna si propone di presentare artisti legati ad una espressività nordica, comunque esibita sul registro della ricerca spaziale che tanto vuole rappresentare l'identità della Galleria di arte contemporanea del palazzo Ducale. http://www.mantova2016.it/it-ww/mostra-collettivageometria-imprecisa-536.aspx

MUSICA fino al 12 novembre 2016 "Mantova Jazz" Mantova. Teatri, club, locali Concerti, stage, masterclass, proiezioni legate al mondo della musica Jazz, con artisti di altissimo livello della scena nazionale e internazionale, popoleranno la città, di giorno e di notte. A cura di ARCI MANTOVA.

http://www.mantova2016.it/it-ww/arcipelago-diocno-di-joseph-grima-1975.aspx

MOSTRE dal 7 ottobre al 27 novembre 2016 “Jorrit Tornquist - COLORE SEMPRE” Museo Archeologico Nazionale, Mantova. Esplosione di tinte e sfumature la mostra "Colore sempre": quaranta le opere di Jorrit Tornquist, allestite con cura da Giovanni Granzotto. Provenienti da collezioni pubbliche e private, illumineranno la sala dell'ultimo piano del prestigioso palazzo. Affascinato dal colore e dalla chimica che sottende la sua creazione e la sua esistenza, l’artista austriaco realizza manufatti che sono delle vere e proprie campiture di colore, che siano esse colonne o semplici tele.

http://www.mantova2016.it/it-ww/mantovajazz-999.aspx

EVENTI 24 e 25 novembre 2016 “Fotografia per l’architettura del XX secolo in Italia: costruzione della storia, progetto, cantiere” Palazzo Lombardia, Sala Biagi, Milano. Il convegno internazionale intende esplorare, entro il XX secolo e con approfondimento relativo all’area lombarda ricca di esempi, suoi approdi maturi o in svolgimento, in quattro sezioni tematiche più una sezione conclusiva: 1. Uno sguardo internazionale; 2. Gli architetti italiani e la fotografia; 3. Raccolte, archivi e istituzioni; 4. Cantieri: costruzione e interventi successivi. 5. Conclusione del convegno.

http://www.turismo.mantova.it/index.php/eventi/ scheda/id/39093

VISITA GUIDATA 30 ottobre 2016 "Cantieri aperti" Mantova. Cinque aperture straordinarie durante le quali sarà possibile visitare il Palazzo del Podestà, la Rocca di Sparafucile e la Torre degli Zuccaro in un percorso straordinario alla scoperta di luoghi storici solitamente

https://calendario.eventi.polimi. it/?lang=it#Fotografia_architettura_Crippa

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Bacheca

a cura di Mattia Lenotti

bandi e concorsi ● Logo per la eCAADe conference di Roma, concorso di grafica per studenti consegna entro il 1 novembre 2016 Il Digital augmented architectural Design group lancia un concorso di idee aperto a studenti di tutto il mondo con l'obiettivo di creare un logo per la conference "Education and Research in Computer Aided Architectural Design in Europe" che si svolgerà a Roma, presso l'Università La Sapienza, a settembre 2017. Il logo dovrà riferirsi al tema della conferenza, "Shock! - Sharing of Computable Knowledge", reinterpretandolo in chiave innovativa e originale. http://www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/22977/DaaDgroup-cerca-tra-gli-studenti-un-logo-per-laeCAADe-conference-di-Roma

● #CALLFORFLORENCE, Firenze concorso di idee consegna entro il 16 dicembre 2016

cerca idee per un nuovo centro culturale,

L'associazione STaRT organizza il concorso di idee #CALLFORFLORENCE con il quale intende acquisire proposte progettuali per la realizzazione di un nuovo centro culturale adatto ad ospitare mostre ed eventi nel cuore di Firenze. Il Florence Cultural Centre dovrà costituire un punto di incontro per tutta la comunità e dovrà essere capace di favorire l'interazione tra i residenti, i turisti e gli studenti all'ombra della Cupola di Brunelleschi. http://www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/22889/CALLFORFLORENCE-Firenze-cerca-idee-perun-nuovo-centro-culturale

● 2017 skyscraper competition, il concorso di eVolo che premia i grattacieli consegna entro il 7 febbraio 2016 eVolo Magazine invita architetti, studenti, ingegneri, designer e artisti di tutto il mondo a partecipare a uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'architettura che ha come obiettivo quello di individuare ed esaltare idee innovative capaci di ridefinire il design dei grattacieli dal punto di vista tecnologico, della sostenibilità e dell'organizzazione degli spazi interni. http://www.professionearchitetto.it/concorsi/notizie/22847/2017-Skyscraper-Competition-il-concorso-dieVolo-che-premia-i-grattacieli

● Riqualificazione e valorizzazione dell'area Piazzetta Gregorutti, concorso di progettazione di idee consegna entro il 30 novembre 2016 Il Comune di Lignano Sabbiadoro, indice un concorso per l’acquisizione di proposte e idee che contribuiscano alla qualificazione dell'area tra Piazzetta Gregorutti e Lungomare Marin, luoghi di alto valore simbolico. La proposta progettuale dovrà mirare alla valorizzazione degli aspetti architettonici e ambientali del luogo, favorendo il soggiorno, lo svolgimento di eventi, le relazioni sociali, la crescita culturale, e il rafforzamento dell’identità del luogo. http://www.archiportale.com/bandi/SchedaBando.asp?origine=&IdBando=3881

● Concorso di idee per il riuso e la riqualificazione dell’area ex Caserma Scotti a Chieri, concorso di progettazione di idee consegna entro il 9 dicembre 2016 L’Ente banditore, attraverso lo strumento del concorso di idee, avvia un’esplorazione che possa suggerire le strade possibili di un intervento importante per la città riguardante il riuso e la riqualificazione dell’area relativa alla ex Caserma Scotti in via Campo Archero n.10 a Chieri (TO). http://www.archiportale.com/bandi/SchedaBando.asp?origine=&IdBando=3875

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APPuntamento mobile a cura di Sebastiano Marconcini e Marco Morandi Le app dei nostri smartphone e tablet possono essere strumenti molto utili, ma come fare per scegliere tra la moltitudine di applicazioni esistenti? Ecco una breve rubrica dove, in ogni numero, presenteremo alcune tra le migliori app, divise in quattro categorie: Produttività, Disegno, Messaggistica/Social ed Intrattenimento. VELOCIRAPTOR e RADARDROID Tools Disponibile per Android. Ormai il 90% delle persone quando viaggia non usa più il buon vecchio navigatore. Con il continuo miglioramento degli smartphones, Google maps è diventato il fedele compagno di viaggio di tutti noi. Tra gli utilizzatori dei vecchi navigatori, però, c’è sicuramente qualche nostalgico che rivendica la mancanza dell’indicatore dei limiti di velocità e della presenza di autovelox. È per questo che vi consiglio di scaricare queste due applicazioni. Velociraptor è un’applicazione davvero leggera che funge da add-on per Google maps: ogni volta che lo avvieremo comparirà in contemporanea l’indicatore della velocità e il limite sul tratto di strada in cui stiamo viaggiando. Radardroid invece funziona in background e tramite un segnale vocale che possiamo impostare, ci avviserà della presenza di differenti rilevatori di velocità durante il viaggio, evitandoci salatissime multe. Ecco che con due veloci download la nostra esperienza con Google maps non ci farà rimpiangere il buon vecchio Tom Tom. CONCEPTS Disegno Disponibile per iOS. Se per realizzare uno schizzo veloce non si ha a disposizione carta e penna, Concepts potrebbe essere la soluzione che fa al caso nostro. Solo considerando le funzioni di base, si hanno a disposizione tutti gli strumenti indispensabili per creare ottimi disegni in formato vettoriale. Inoltre, l’interfaccia elegante ed intuitiva rende questa applicazione una delle più interessanti nel genere del disegno. Il pieno potenziale nell’uso dell’applicazione, da parte di noi studenti/architetti, però si ha attraverso gli acquisti in-app. Tra le varie opzioni, innanzitutto, vi è la possibilità di acquistare pacchetti di blocchi vettoriali per arricchire velocemente le nostre planimetrie e sezioni. Ancora più interessante, però, è la possibilità di ottenere strumenti di precisione, simili ai software CAD, e la possibilità di esportare i nostri designi in formati ad alta risoluzione (.png), CAD (.dxf) e Photoshop (.psd), per proseguire il lavoro sui nostri computer. ORARIO TRENI Produttività Disponibile per Android. È da poco ricominciata l’università e molti di noi sono tornati a fare i pendolari. Questa app è la più comoda in assoluto per pianificare e gestire i nostri viaggi con il treno. Orario Treni permette di cercare la soluzione migliore per il viaggio da programmare, con la possibilità di deselezionare le soluzioni a cui non siamo interessati (Frecce, Intercity, ecc). Inoltre, la ricerca viene effettuata anche sulle piattaforme esterne a quelle di Trenitalia (Italo, ecc). L’utilità di Orario Treni non è solo questa, infatti l’app ci permette di controllare se il nostro treno sia in orario o in ritardo (eventualmente anche di quanti minuti), su quale binario sia previsto il nostro arrivo o la partenza della coincidenza. È, inoltre, possibile acquistare i biglietti Trenitalia ed essere avvisati tramite notifica di eventuali ritardi, cancellazioni o scioperi. COLORIFY: COLORING BOOK FOR ADULTS Intrattenimento Disponibile per iOS, Android e Windows Phone. Quanti si ricordano dei libri da colorare che ci venivano regalati da bambini? Nuovi studi hanno dimostrato come tale attività sia positiva anche per gli adulti, poiché aiuta a rilassarsi e combattere lo stress quotidiano. Da qui nascono diverse app, tra cui Colorfy è una delle migliori nel suo genere. L’applicazione offre numerosi disegni da colorare, divisi per categorie, con una palette di colori base sufficientemente ricca per dare sfogo alla nostra creatività. Inoltre, è possibile creare dei propri disegni attraverso l’uso di elementi base da comporre o attraverso una funzione che permette di ricavare un disegno da una fotografia scattata con il nostro smartphone o tablet. A completare il tutto è la possibilità di condividere le nostre creazioni con altri utenti di Colorfy, attraverso una pagina di ricerca in stile Instagram. Sono interessanti i continui aggiornamenti, alcuni gratuiti ed altri disponibili attraverso acquisti in-app.

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Starkitchen a cura di Alice Tomasoni e Alberto Varchi

illustrazioni a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

Dopo le vacanze, ritorna la routine, con tutti i suoi impegni, tra i quali anche quello di ricominciare un regime di vita sano, abbandonato con le stravaganze dell’estate. Quante volte ci ripromettiamo di iniziare una dieta che poi non mettiamo mai in pratica? E quante volte ci promettiamo di mangiare più frutta e verdura perché fanno bene? Spesso non ci accorgiamo che a volte basta davvero poco per dare al nostro corpo una bella carica di vitamine e sali minerali, utili e in qualsiasi momento della giornata. La ricetta proposta è un semplicissimo frullato, fatto di pochi ingredienti, che fa benissimo e ha tante proprietà benefiche. A colazione, per uno spuntino dopo studio o attività fisica, questa bevanda permette di assumere le sostanze nutritive di cui l’organismo ha bisogno, con il minimo sforzo.

Frullato di fichi d'india, arancia e cannella Tempo di preparazione: 10 min Costo: 5€

Ingredienti per una persona 2 fichi d’india Mezzo bicchiere di succo d’arancia Mezzo cucchiaino di zucchero Cannella in polvere a piacimento Sbucciare e spolpare i fichi, metterli nel frullatore aggiungendo lo zucchero, il succo d’arancia. Frullare per circa 2/3 minuti e infine aggiungere la cannella a seconda delle preferenze personali. Vi consigliamo anche altre versioni, altrettanto buone ma soprattutto che fanno veramente bene. Frullato alla more e lamponi (ricco di antiossidanti): ottenuto frullando semplicemente i frutti, unendo ad essi acqua quanto basta e, se si vuole, un cucchiaino di zucchero di canna per dolcificare. Frullato all’avocado e al basilico: frullando la polpa di un avocado maturo e quattro foglie di basilico fresco insieme ad un bicchiere di latte, un cucchiaio di succo di limone ed un cucchiaino di zucchero di canna integrale. Ingredienti particolari per una bevanda rinfrescante e energizzante. Frullato allo zenzero e limone: frullando due arance sbucciate e tagliate a spicchi, una banana, un bicchiere di yogurt, il succo di un limone, alcuni pezzetti di zenzero fresco o in polvere. Infine si dolcifica con zucchero di canna. Frullato con cocco e mandorle: ottenuto inserendo nel mixer la polpa di un cocco intero, una manciata di mandorle, un vasetto di yogurt bianco (oppure alle mandorle o al cocco) e infine un po’ di latte fino a raggiungere la densità desiderata. Frullare per 2/3 minuti e infine spolverizzare la superficie con del cacao amaro. I vostri frullati possono anche essere trasformati in cocktails leggeri e non troppo calorici, con l’aggiunta di vodka o prosecco. Ovviamente si possono utilizzare le precedenti ricette, oppure crearne delle altre, sempre con la frutta come componente principale.

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Tutti fuori a cura di Lorenzo Fravezzi

un buon aperitivo Dopo una lunga giornata tra i banchi dell’università cosa c’è di meglio di un buon aperitivo in compagnia degli amici? L’occasione per riunirsi dopo l’estate, o perché no? Magari conoscere i nuovi compagni. Ecco alcuni locali perfetti per passare qualche ora in compagnia a sorseggiare un ottimo aperitivo, senza allontanarsi dal centro città e a pochissimi passi dalle bellezze mantovane.

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La Drogheria Nuovo locale, inaugurato a inizio estate, subito travolto da una giovane clientela incuriosita da questo “Bristot homemade”. Nei pressi dello storico Palazzo della Ragione, dietro a piazza Erbe, passando per la Rotonda di S.Lorenzo si scorge verso la fine della via, questo piccolo locale sviluppato su due piani dove al piano terra si trova il bancone bar e una saletta,

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anticipati da un piccolo plateatico molto accogliente. L’interno è caratterizzato da arredamento vintage progettato dallo studio Visioni Atelier che ha optato per una ristrutturazione “leggera”, lavorando sulle finiture e sui colori per rendere il locale più fresco. Particolari sono il banco in resina effetto cemento, il parquet ritinteggiato, le lampadine a caduta sul banco. L’arredamento della saletta è composto da dei tipici tavolini da Bistrot con base in ghisa e piano in marmo di Carrara, da sedie in latta e da una seduta imbottita che occupa tutta la parete di fondo, il grande lampadario è di Seletti." Il locale è dotato di cucina al piano superiore e da quindi la possibilità di proseguire la serata con una sfiziosa cena o con dei piccoli assaggi del menù, inoltre si possono assaporare una varietà di cocktail, molti dei quali molto particolari proprio per questa peculiarità “homemade” che dona nuova vita ai grandi classici. Da provare “l’americano drogato”.

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Il Teatro Sociale Super riconoscibile, il locale, storico di Mantova, è parte dell’inconfondibile teatro Sociale posizionato all’inizio di Corso Pradella, nonché Corso Vittorio Emanuele II. Il teatro neoclassico risale al 1817/1822 circa, opera di Luigi Canonica e dona una bellissima atmosfera al plateatico di questo locale, privilegiato per avere come sfondo la bellissima facciata che riprende il tempio classico. Ma l’atmosfera non è l’unico elemento importante di questa meta. Il locale prende nuova vita da quest’anno con una nuova gestione che propone una valida alternativa per chi volesse gustare un buon drink prima o dopo cena accompagnato spesso da musica dal vivo o dj set nel weekend. Il personale è molto accogliente e preparato, si possono qui degustare fantastici cocktail di ogni genere fatti da bartender professionisti che offrono un’ampia scelta nei prodotti e ottimi consigli negli abbinamenti.

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Il Teatro S

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Hemingway Cafè Un'altra buona alternativa? Via Principe Amedeo: Hemingway cafè, a pochi passi dal centro, raggiungibile in bicicletta o a piedi tranquillamente. Ambiente molto curato e caratteristico, arredamento semplice ma adatto all’atmosfera poetica in tema con il nome del locale. Spazio interno in un’unica sala dominata dalla presenza del grande bancone sovrastato da disegni caratteristici e molte fotografie. Dotato anche di un piccolo spazio all’esterno con qualche tavolo. Ideale sia per un aperitivo classico che per un calice di buon vino, o perché no, per una birretta, il tutto accompagnato da prelibati stuzzichini. Fornito di buoni prodotti e di una vasta scelta anche di vini in bottiglia o al calice. Personale accogliente e disponibile. Frequentato da diverse fasce d’età. Adatto anche per un dopo cena.

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Starc party! a cura di Alice Tomasoni

25 settembre 2016

ten party ! grinta ed energia

Rientro pieno di per gli studenti e non! Super evento realizzato a Mantova e concluso nel migliore dei modi con una serata firmata Starc. Alle 9 del mattino da Piazza Sordello sono partite tantissime persone per MantovaTEN: la corsa non competitiva lungo le piste ciclabili del Parco del Mincio. Una corsa, o passeggiata per i meno audaci, di 5 o 10 km, immersi nella natura e nel verde mantovano. E dopo la stanchezza della corsa, un arrivo super appetitoso con buffet e il fantastico risotto party per tutti i piĂš affamati

mentre quelli carichi e vogliosi di festeggiamenti alle 19,30 si sono scatenati con la rigorosamente irlandese con i 3FULLG. Un super aperitivo con ottimi cocktail, tramonto e buona compagnia per completare una giornata all’insegna della salute ma anche del divertimento. Pensavate che Starc si fosse limitato a questo? Certo che no! La serata di certo non è finita qua, ma tutti carichi con il FIRE SHOW : giochi spettacolari e che lasciano senza parole attraverso suggestioni di fuoco, hanno incantato la gente e lasciato tutti con la testa rivolta al cielo. E grande finale per questa divertentissima giornata: dalle 22:00 DJ

vivo

musica dal

set con Francesco Andreoli, ormai

nostro grande amico e bravissimo DJ che non delude mai con la sua musica! Giornata particolare e unica, che ha saputo fra apprezzare proprio a tutti la grande bellezza di Mantova, e soprattutto che ha saputo coinvolgere ragazzi e adulti in un evento speciale e piacevole.

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Archiquiz

il cruciverba 1

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a cura di Giovanna Fabris e Alberto Varchi 6

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ORIZZONTALI

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1.Tazio, che fu un asso del volante 8.PAROLA DA INDOVINARE 14.Il ciclista Basso 16.Stanno attorno al tavolo 18.Si accende in banca 18.Salvador, il surrealista dai baffi all’insù 19.Scortese, maleducato 21.Trasformano la panca in tacca 22.La Manchester d’Italia 23.Furori, rancori 25.Arrecare danno, compromettere 28.Antico altare 30.Prodotto Interno Lordo 32.Si salgono e si scendono 34.Antico strumento per far di conto 36.Rette a cui si avvicinano le funzioni che tendono all’infinito 38.Attirare, dedurre 39.La signora dell’architettura 40.Il colore degli abiti dell’architetto 41.Altro nome dell’enula campana 44.Vanto del collezionista 45.Occupational English Test 46.Schiaffi, manate 48.Guida la nazionale 50.Mattoncini assemblabili 52.Quello denaturato è rosa 53.L’inizio dell’aperitivo 55.L’architetto padre della libreria Casablanca (iniz.) 57.Re…a Parigi 58.Articolo determinativo 59.Disegno in pianta secondo Vitruvio 63.Pennarello…da architetto 67.Estensione per file compressi 68.Il dio greco dei venti 70.Il nome della D’Amico 71.Pietra per affilare coltelli 72.Fu figlio di Anchise 73.Planivolumetrico 77.Contrapposto a OFF 78.Freelance Photographers International Organization 79.Spiovente del tetto

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1.Casetta sull’albero 2.Non vi ci arriva la volpe 3.La “parola da indovinare” ci ha progettato le sue famose terme 4.Varietà del quarzo 5.Carichi a briscola 6.Il piano comunale per la disciplina urbanistica 7.La Magli, che fu filosofa italiana 8.Animali a strisce nella savana 10.Macchine per i Movimenti di Terra 11.Non miei 12.Progettò la Haus Zum Wolf a Magdeburgo (iniz.) 13.Il contrario di in 14.Fortezza costruita su un’altura 17.Parte colorata dell’occhio 21.Far prendere aria 25.La città della torre pendente 27.Elisa per gli amici 28.Legno pregiato di colore molto scuro 29.Statuetta sul frontone 30.Return On Equity 31.Retribuzione in busta 32.Non qui 33.Scavo di sbancamento o di splateamento 34.Famosa barriera dei mari tropicali 36.Il nome della Sirenetta 38.Abbreviazione messaggistica per “non” 39.Total-Loss Absorbing Capacity 42.L’alieno di Spielberg 43.Insieme alle mogli…dei paesi tuoi 44.Tubercolosi 47.Privo di onestà 48.I limiti dell’eretteo 50.Relative alla terra 52.Lo esclama il tifoso quando la sua squadra segna 53.Catena montuosa italiana 54.Ancona 55.Permeabili, filtranti 57.I confini della Sardegna 61.Un po’ di cera 62.Animale… da zitella 63.Maglia della tuta 65.Lo era Brontolo 66.Treni…senza fine 67.In mezzo ai troiani 70.Torna…senza testa 72.Numero per spedire lettere 74.Ha realizzato l’aeroporto di Shenzhen-Bao’an 75.Pari in orafo 76.Sono doppie nei coralli 77.Il CEO italiano

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Oroscopo a cura di Silvia Marmiroli

"what's your sign?", des'ree, 1998

Ariete

dal 21 marzo al 20 aprile

"Come as you are", Nirvana, 1992

Vieni come sei e anche come eri, ma vieni anche come voglio che tu sia e come un vecchio nemico. Vieni con calma, oppure fai in fretta. Non fare tardi e fai una pausa. Vieni come un vecchio ricordo; vieni imbrattato di fango. Vieni come voglio che tu sia: come una moda, come un amico, come un vecchio ricordo. Non ci sono costrizioni: la scelta è tua. Come eri, come voglio che tu sia, come un amico e come un vecchio nemico. La scelta è tua.

Toro

dal 21 aprile al 20 maggio

"Antidolorificomagnifico", Jovanotti, 2008

È un antidolorifico magnifico. Ingredienti: un pezzo della corteccia dell'albero dove giocavi a nascondino, 4 granelli di terra rossa raccolti nell'Africa equatoriale, soffio di donna bellissima coi piedi stanchi e il mal di denti, l'acqua della pozzanghera del posto dove vi siete incontrati, un centimetro quadrato del giornale uscito per il tuo decimo compleanno, il biglietto del concerto dove hai capito che la vita è bella. Tritare, mescolare, sbattere.

Gemelli

dal 21 maggio al 21 giugno

"A fuego lento", Rosana, 1996

A fuoco lento il tuo sguardo, a fuoco lento… Tu! Costruiremo questa pazzia con la forza dei venti e il calore della tenerezza. Seguo il cammino del corteggiamento… a fuoco lento mi fai sciogliere… la mia anima è innamorata di te! Carezze che sembrano farfalle si infilano sotto i vestiti e lasciano il sentimento. Amore forgiato a fuoco lento. Continuo a ravvivare la nostra fiamma, a fuoco lento… tanti giorni come sogni, tanti sogni che non finiscono.

Cancro

dal 22 giugno al 22 luglio

"Tender", Blur, 1999

Tenera è la notte bugiarda al tuo fianco. Tenero è il tocco di qualcuno a cui vuoi molto bene. Tenero è il giorno in cui i demoni se ne vanno. Ho bisogno di trovare qualcuno che possa guarire la mia anima. Tenero è il fantasma che amo di più, nascosto dal sole aspettando che lo chiami la notte. Tenero è il mio cuore; sto contorcendo la mia vita: ho bisogno di trovare qualcuno che possa guarire la mia anima.

Leone

dal 23 luglio al 23 agosto

"Crocodile rock", Elton John, 1972 Ricordo quando il rock era giovane. Io e Suzie ci divertivamo così tanto… ci tenevamo per mano e giocando a tirare pietre sull'acqua, ma la cosa che mi divertiva di più era fare quello che si chiamava il “Rock del Coccodrillo”. Mentre gli altri ragazzi ballavano il rock, noi saltavamo e ci contorcevamo con il “Rock Del Coccodrillo”. Beh, il “Rock Del Coccodrillo” è quando i tuoi piedi non riescono a stare fermi: è qualcosa di sorprendente!

Vergine

dal 24 agosto al 22 settembre

"La vie en rose", Edith Piaf, 1947

Di quegli occhi che si fondono coi miei, un riso che si perde sulla sua bocca, ed ecco il ritratto dell'uomo a cui appartengo. Quando mi prende fra le sue braccia, e mi parla con tono basso, desidero davvero una vita rosea. Se ora c'è lui per me, io ci sarò per lui per la vita. Me l'ha detto, l'ha giurato, per la vita. Notti d’amore a non finire, un’immensa felicità prende il sopravvento e i dolori si cancellano. Sono felice, felice da impazzire.

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Bilancia

dal 23 settembre al 22 ottobre

"You gotta be", Des'ree, 1994

Dai retta ai tuoi sogni che si rivelano, affronta ciò che riserva il futuro, provaci e tieni la testa alta verso il cielo. Amanti: possono essere le cause delle tue lacrime. Vai avanti, sfogati, butta fuori le lacrime. Devi essere spavalda, devi essere ragionevole, devi essere forte, devi essere ostinata, devi essere tranquilla, devi essere tutta d'un pezzo. Tutto ciò che so è che l'amore salverà il giorno. Il mondo continua a girare, non puoi fermarlo, anche se ci provi.

Scorpione

dal 23 ottobre al 22 novembre

"Rolling in the deep", Adele, 2011 Finalmente riesco a vederti chiaramente. Le cicatrici del tuo amore mi ricordano di noi. Le cicatrici del tuo amore mi lasciano senza respiro; non riesco a non sentire che potevamo avere tutto. Avevi il mio cuore dentro la tua mano e hai giocato con il suo battito. Quando penserai a me, nel profondo della tua disperazione, io farò bruciare la tua testa e mi farò una casa proprio lì, per farti ricordare la casa che abbiamo condiviso.

Sagittario

dal 23 novembre al 21 dicembre

"Road trippin' ", Red Hot Chili Peppers, 1999

Viaggiando in auto con i miei due migliori amici, ben riforniti di spuntini e vivande, è tempo di lasciare questa città, è tempo di scappare. Andiamo a perderci in qualsiasi posto negli U.S.A. Andiamo a perderci, andiamo a perderci. Luce brillante di glassa gialla, nient'altro che un riflesso del sole. Questi occhi ridenti non sono altro che un riflesso del sole. Noi tre stiamo benone, ora lasciaci bere le stelle.

Capricorno

dal 22 dicembre al 20 gennaio

"La cura", Franco Battiato, 1996 Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare. Ti porterò il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza. Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto. Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... io sì, che avrò cura di te.

Acquario

dal 21 gennaio al 19 febbraio

"La isla bonita", Madonna, 1986 Come può essere vero? La notte scorsa ho sognato quell’isola, come se non fossi mai partito. Sembra tutto come ieri, non così lontano. Quando veniva suonata la samba e il sole era così alto: suonava nelle orecchie e bruciava negli occhi… la tua ninna nanna spagnola. Il vento caldo girava sul mare, mi chiamava; ti dissi "ti amo". Voglio restare dove il sole scalda il cielo, dove una ragazza ama un ragazzo, e un ragazzo ama una ragazza.

Pesci

dal 20 febbraio al 20 marzo

"When you're gone", Bryan Adams, 1998 È tutta la sera che giro per casa chiedendomi cosa diavolo fare. Sto cercando di concentrarmi ma non posso pensare che a te. Beh, il telefono non squilla perché i miei amici non sono in casa. Sono stanco di star tutto solo: la tv è accesa perché la radio sta trasmettendo canzoni che mi ricordano te… quando non ci sei mi rendo conto di amarti. Questa è una tortura, questo è dolore, è come se stessi per impazzire. Ho bisogno di averti qui, vicino a me.

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Lo specchio a cura di Carolina Donati e Stefano Sarzi Amadè Tutti siamo informati sugli anniversari più famosi della storia, talvolta suggeriti dai media o dalle nostre ricerche storiche. Ma quanti di noi conoscono la storia che si cela dietro a oggetti e soggetti che ci circondano e rappresentano, o hanno rappresentato, la nostra quotidianità? "Lo specchio" è questo: lo strumento attraverso il quale dare uno sguardo, anche curioso, alla storia delle cose, e scoprire che i tempi moderni sono il frutto di un passato riflesso nel presente.

27 ottobre 1968

La foto: Si concludono le Olimpiadi in Messico, famose per il gesto degli atleti Smith, Carlos, Norman contro le discriminazioni razziali. La foto ritrae gli atleti americani Tommie Smith e John Carlos, e l'australiano Peter Norman, sul podio della gara 200 metri piani. I primi due alzarono il pugno con il guanto nero in segno di protesta contro il razzismo e in favore delle lotte per l'orgoglio nero, mentre il terzo, per solidarietà, indossò una spilla in favore dei diritti umani. Per questa loro protesta contro le discriminazioni razziali, tutti e tre gli atleti vennero espulsi per sempre dai giochi olimpici seguenti, ma la foto e il suo messaggio rimasero nella storia.

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date da ricordare: novembre

9 novembre 1989

Caduta del muro di Berlino. Il muro di Berlino era un sistema di fortificazioni che dividevano le zone Est e Ovest della Germania, per impedire la libera circolazione dei cittadini, ed è tuttora onsiderato il simbolo della "cortina di ferro", ovvero la linea fisica di confine costruita nel 1961 durante la guerra fredda. A seguito dell'annuncio rocambolesco dell'apertura del confine, migliaia di persone si precipitarono scavalcandolo e dando luogo a una enorme festa. Nella medesima sede il muro iniziò ad essere demolito dagli stessi cittadini, per poi essere in seguito abbattuto da appositi mezzi. L'anno seguente, per celebrare la caduta del muro, viene organizzato il concerto "The wall", al quale parteciparono molti artisti di fama mondiale.

23 novembre 1936

Rinasce la rivista "Life". Fondata nel 1883, la rivista si occupava inizialmente di humor e interessi generali, ma le pubblicazioni settimanali furono interrotte a causa delle scarse vendite che ne determinarono il fallimento, fino a quando, nel 1936, l'editore Henry Luce acquistò i diritti della rivista e la fece diventare un giornale fotografico, donando nuovamente a "Life" un grandissimo successo negli Stati Uniti. Attualmente la rivista non viene più realizzata, ma il suo enorme archivio fotografico si trova sui canali web, come ad esempio la piattaforma Google, e su alcuni social netword ufficiali ad esso dedicati.

30 novembre 1982

Esce l'album "Thriller" di Michael Jackson. All'inizio degli anni '80, un allora ventiquattrenne Michael Jackson, pubblica l'album che rimarrà nella storia della musica e che lo consacrerà re del pop: "Thriller". Il disco contiene classici intramontabili come "Billie Jean", "Beat it" e la title track, e vende nel mondo più di 65 milioni di copie, rimanendo ancora oggi l'album più venduto di sempre. Esso ha influenzato enormemente la musica, la moda e le arti visive di tutti gli anni successivi, ed è considerato ancora oggi uno dei dischi più belli di tutti i tempi.

dicembre

4 dicembre 1949

Debutta nelle sale italiane "Il mago di Oz" A ben dieci anni dalla distribuzione in America, arriva in Italia il film diretto da Victor Fleming, il regista noto per aver diretto, nello stesso anno, "Via col vento". La pellicola, famosa per la sua trama surreale e la complessità di produzione tra cui l'impiego dell'allora nuova tecnologia del Technocolor, è considerata un grande classico del cinema ed è tratta dal primo di quattordici libri scritti da L. Frank Baum dedicati al mondo di Oz. Nella colonna sonora è inserita la celeberrima "Somewhere over the rainbow" composta appositamente per il film.

9 dicembre 1986

Viene inaugurato il Musée d'Orsay. Il museo, famoso per i grandissimi capolavori dell'impressionismo e post-impressionismo esposti al suo interno, è stato orginariamente la sede di una stazione ferroviaria costruita per la grande Esposizione Universale del 1900. Dopo una serie di cambi d'uso, nel 1978 viene deciso l'impiego definitivo dell'edificio per funzioni museali. Negli anni '80 si avviano, quindi, i lavori di ristrutturazione e la progettazione degli spazi interni viene affidata all'architetta Gae Aulenti, le cui soluzioni progettuali hanno dato forma all'immagine, famosa in tutto il mondo, del museo.

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Poli Adventures! a cura di Alice Botturi (Pannokkia)

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website www.starcmantova.com facebook Starc Mantova twitter @StarcMantova instagram @starcmantova


hanno collaborato alla realizzazione di questo numero (in ordine alfabetico):

Rubriche a cura di: Carolina Donati Giovanna Fabris Carola Fagnani Lorenzo Fravezzi Mattia Lenotti Cristina Lonardi Tomas Maria Lopez Sebastiano Marconcini Silvia Marmiroli Marta Mengalli Alberto Milani Marco Morandi Federica Morgillo Isabella Polettini Veronica Rigonat Oreste Sanese Stefano Sarzi Amadè Alice Tomasoni Alberto Varchi Elia Zanandreis Comics: Alice Botturi Coordinatore: Stefano Sarzi Amadè Team di revisione: Carolina Donati Sebastiano Marconcini Federica Morgillo Niccolò Tasselli Progetto grafico: Stefano Sarzi Amadè

il materiale all'interno degli articoli è utilizzato sotto responsabilità degli autori


una tonalità intensa di porpora ricavata dall'estrazione di un pigmento violaceo da molluschi anticamente caratteristici della città di Tiro (da cui il nome). In epoca imperiale era un pigmento costosissimo, e proprio per questo le vesti di questo colore erano indossate solo da persone molto prestigiose. Conosciuto probsbilmente sin dal tempo dei fenici, il Viola Imperiale era il colore degli imperatori bizantini e romani, ed era la tonalità principale delle vesti di Alessandro Magno.

colour: Imperial purple. hex triplet #66023C; (r, g, b) 102, 2, 60 (c, m, y, k) 0, 98, 41, 0. Il Viola Imperiale, conosciuto anche come Tyrian Purple, è


versione

[ver-sió-ne] s.f.

1 Traduzione da una lingua in un’altra, effettuata soprattutto come esercizio scolastico: v. dal latino all’italiano; una v. libera, fedele 2 Trasposizione di un testo da una modalità espressiva a un’altra o da una certa forma artistica a un’altra SIN adattamento: la v. in prosa di una poesia; la v. cinematografica di un’opera letteraria 3 Variante, redazione di un’opera d’arte: la prima v. dell’“Orlando Furioso” 4 Tipo di prodotto che presenta varianti rispetto al modello base: la v. a gasolio, a quattro porte di una macchina 5 Modalità soggettiva di interpretare ed esporre uno stesso fatto: dammi la tua v. dell’incidente 6 non com. Rivolgimento, rovesciamento • sec. XVIII


periodico ad accesso e distribuzione limitati , nell’ ambito dell’associazione studentesca, presso la sede di Mantova del Politecnico di Milano, Starc Mantova (Studenti Architettura Mantova), senza scopo di lucro

Be smart, be Starc! Immagine di copertina: Mansilla + Tuñón, Lalín Town Hall. Interno. Fonte: www.aasarchitecture.com/2013/03/lalin-townhall-by-mansilla-and-tunon-architects.html

Starc Mantova "Versione" 10 - Ottobre 2016  

Giornalino gratuito realizzato dall'Associazione Starc Mantova (Studenti di architettura del Politecnico di Milano, sede di Mantova)

Starc Mantova "Versione" 10 - Ottobre 2016  

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