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la scuola del miglioramento

È

editoriale 3

di Luigi Borgo

iniziata la scuola ed è ancora la scuola di sempre: tutto studio e niente sport. La storiella che in questi casi si racconta, è famosa: se rinascesse Meucci, inventore del telefono, non saprebbe come usare l’iPhone; se rinascesse Croce, uno dei padri del sistema scolastico italiano, si troverebbe perfettamente a suo agio seduto in cattedra. Il mondo è cambiato, la scuola evidentemente no. Siamo ottocenteschi e incredibilmente anticlassici come nessun altro e consideriamo ancora lo sport il nemico numero uno di ogni studente! Più dell’iPod, più di Facebook e di qualsiasi altro, questi sì, veri perditempo dei giovani. Nella sua interessante tesi di maturità, Federica Negrini, studentessa del liceo classico di Milano e al tempo stesso sportiva di livello internazionale, s’interroga su cultura e sport, ripercorrendo la nostra tradizione colta dagli antichi greci fino, prodigi di Internet, a queste nostre pagine per mettere in luce come nella storia dell’occidente lo sport sia stato considerato una pratica altamente formativa dell’individuo. La sua conclusione è brillante: quando si fa sport, la testa rimane comunque attaccata al corpo. Per dire che lo sportivo è un essere pensante che ragiona anche quando sembra che muova solo i muscoli. Diversamente dai padri fondatori dell’Italia e del suo sistema scolastico, quelli dell’America avevano una cultura più classica e meno romantica e hanno da subito inserito lo sport nella formazione dei loro giovani. Nelle Hith School e più ancora nei College lo sport è praticato a livello agonistico. “Agonistico” viene da “agone”, ovvero il luogo in cui nell’antichità avvenivano i pubblici incontri e i pubblici confronti. Ogni confronto stabilisce un vincitore. Da allora, per emergere nell’agone, gli uomini hanno sviluppato il cosiddetto spirito agonistico, quel motore interiore che li spinge a cercare con determinazione il proprio miglioramento. Per insegnare l’arte di diventare più bravi gli americani hanno voluto inserire lo sport agonistico nel loro sistema universitario come scuola del miglioramento. Chi studia facendo dell’agonismo impara due cose: a comprendere e a migliorarsi. Quando sarà laureato, sarà un dottore agonale con dentro di sé la voglia di diventare il più bravo di tutti nella sua professione. Una nazione che ha professionisti in continua ricerca del proprio miglioramento è una nazione che vince su quelle che hanno professionisti seduti sulla gloria del loro pezzo di carta. Nel romanzo più famoso di Scott Fitzgerald, “Il grande Gasby”, nelle pagine finali, quando Gasby è morto e di lui si sta celebrando il funerale, il padre di Gasby mostra al narratore un libro sulla cui ultima pagina il giovane Gasby aveva scritto la “sua formula” per diventare “grande”. La “formula” è suddivisa in due schede, le trascrivo con qualche commento. La prima porta il titolo ORARIO: “Sveglia 6.00”, (come quando si va a sciare per esempio); “esercizi coi manubri e al muro 6.15 – 6.30”; “studio dell’elettricità ecc. 7.15 - 8.15” (evidentemente nei primi anni del Novecento, l’elettricità era il tema del futuro). “Lavoro 8.30 -16.30” (Gasby era meno fortunato dei giovani di oggi e doveva guadagnarsi da vivere). “Baseball e sport vari 16.30 - 17.00”. “Esercizi d’eloquenza e di contegno e come migliorare 17.00 - 18.00; studio d’invenzioni utili 18.00 - 19.00”. Se rileggete, è un’alternanza continua di sport e studio. Poi c’è una seconda scheda, intitolata DECISIONI GENERALI. Al primo punto dice: “non sprecare tempo con Shafter e un nome illeggibile” (roba come Facebook e le centinaia di falsi amici che vi sono); “smettere di fumare e di masticare gomma”; “fare il bagno un giorno sì e uno no”; “leggere un libro o una rivista istruttiva alla settimana”; “risparmiare 5 dollari (cancellato) 3 dollari alla settimana”; “essere più buono coi genitori”. Questo era Gasby e questi erano i suoi progetti di giovane americano dell’età del Jazz: studio e sport e buoni propositi. Sono gli stessi valori dei grandi atenei americani di cui dicevamo prima. Sono gli stessi valori dell’antica Grecia e dell’antica Roma di cui ha scritto Federica Negrini nella sua tesi. Coloro che considerano lo sport una perdita di tempo, addirittura un nemico dello studio, non sono in difetto solo di qualche buona esperienza sportiva ma anche evidentemente di qualche buona lettura.

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Cielo azzurro

Super stagione per il team Somain composto dal vicentino Luca Rosa con Leonardo Ghirardon (Chioggia) e Francesco Borgogni (Arezzo) che si aggiudicano per la seconda volta il titolo tricolore.

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l team Somain di paracadutismo, capitanato dal vicentino Luca Rosa, ha riconquistato nei cieli di Fano il titolo di Campione d’Italia, dopo una gara combattutissima quanto emozionate. Tutto si è svolto in modo impeccabile, organizzazione e giuria hanno dato grande prova di sé, interagendo, round dopo round, con

tutti i Capisquadra, creando quel clima favorevole che ha permesso a ciascun team di “volare” ad altissimi livelli. Ottima l’impresa del team Somain che si è dimostrato il più forte con una serie di lanci - il terzo, il sesto e il settimo in particolar modo - quasi perfetti per tecnica e sincronia che hanno pienamente convinto i giudici. Il team di Luca Rosa, quindi, gra-

zie alla conquista del titolo italiano, ha avuto diritto a essere il portacolori della nazionale azzurra di paracadutismo nei Campionati Europei che si sono disputati a Prostejov in Repubblica Ceca. Anche qui i risultati sono stati di primissimo piano con la conquista di un ottimo secondo posto nella disciplina artistica di free fly e un terzo po-

sto nella Coppa del Mondo; risultati, questi, di grandissimo spessore per il team azzurro che in passato non vantava prestazioni a livello internazionale così eccelse. Inoltre i vicentini Luca Rosa e Diego Costa hanno partecipato al record italiano di head down. A Molinella (Bologna), 8 settembre 2012 i migliori paracadutisti


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Ecco le impressioni del protagonista, Luca Rosa: Ho vissuto 3 grandissime emozioni: il campionato Italiano, l’Europeo e il record di free fly. Questa è una stagione super che concluderemo con il Campionato del Mondo a Dubai: siamo in forma e contiamo di ottenere un buon risultato. Motivazione alle stelle? Sì, da qualche anno facciamo allenamenti programmati e costanti. Siamo in netto miglioramento; ogni stagione siamo più competitivi. Possiamo fare davvero bene.

d’Italia si sono dati appuntamento per ottenere il record italiano di free fly. La prova è consistita nel dare formazione a una figura composta da un numero maggior di 20 paracadutisti (Il precedente record era di 16 paracadutisti). Così da una quota di 4.700 metri si sono lanciati dall’aereo (uno

Skyvan) 22 paracadutisti, che si sono presi per mano a testa in giù, raggiungendo velocità considerevoli (tra i 250 e 300km/h). Per convalidare il record era necessario che la presa fosse tenuta per almeno 10 secondi da almeno 17 atleti. La prova è stata superata alla grande con la realizzazione di una formazione di ben 21 paracadutisti.

Raccontaci un po’ questo sport: innanzitutto precipitate o volate? Assolutamente voliamo. Con il corpo riusciamo a gestire la caduta cambiando traiettorie e assi; riusciamo anche a gestire la caduta stessa, avvicinandoci o allontanandoci dal nostro compagno, e questo è un po’ volare. È pericoloso volare? Fino a quale quota volate prima di aprire la vela? Con l’evoluzione dei materiali il pericolo di mal funzionamento è pressoché nullo. La base per praticare la sicurezza è la consapevolezza che ogni errore umano è assolutamente fatale nel paracadutismo. Apriamo per regolamento la vela a 1000 metri ma ovviamente potremmo spingerci più in là, ma la sicurezza è imprescindibile in questo sport, che ad oggi è uno di quegli sport che registrano meno incidenti.


Cosa comporta essere un campione internazionale di paracadutismo residente nel vicentino? Sicuramente stiamo parlando di uno sport praticato a livello agonistico e come tale l’impegno deve essere sempre massimo. Nel vicentino abbiamo buoni aeroporti e anche una certa cultura del volo, forse però orientata più al parapendio e al paracadutismo sportivo. Sarebbe bello poter avviare una pratica davvero agonistica nei nostri cieli cosa sulla quale mi sto personalmente impegnando, anche se le difficoltà sono molte. Dove sono oggi i cieli del paracadutismo agonistico? Un po’ in tutta Italia ma la vera culla del nostro sport è la Spagna ad Ampuria nella Costa Brava, dove noi ci rechiamo regolarmente una volta al mese per poter provare le nostre figure di gara. Costi alti? Decisamente, ma quello che ti dà questo sport non lo dà nessun altro. E poi ci sono sempre i nostri sponsor, anzi, colgo l’occasione per ringraziarli e in particolare SOMAIN ITALIA, azienda leader nella sicurezza edilizia con sede a Bergamo che ci permette, grazie al suo costante appoggio, di raggiungere questi risultati di primissimo livello. Bravi gli sponsor ma anche la famiglia! Sì, la mia famiglia è fondamentale nel mio impegno agonistico, senza l’appoggio e il sostegno e la condivisione di mia moglie Francesca non sarei riuscito a raggiungere questi risultati. Andrea, mio figlio, è già appassionato di questo sport e questo mi dà una ulteriore carica. Quando possono, Francesca e Andrea mi seguono nelle varie gare; dedico a loro la medaglia d’oro ai Campionati Italiani, quella d’argento agli Europei, quella di bronzo in Coppa del Mondo, e spero che siano solo le prime...


valdagno

Percorso: Malo-Capo Nord

Mezzo: bicicletta reclinata

Pedalata fuori dal coro

Stefano Negri raggiunge con la sua specialissima bicicletta il Capo Nord partendo da Malo: 5000 km in 25 giorni: cronaca di un’impresa davvero eccezionale.

Durata viaggio: 25 giorni (partenza il 5 giugno 2012, arrivo il 29 giugno) Km percorsi: 5000 km circa, di media 200 km al giorno

Medico anestesista del San Lorenzo di Valdagno, 57 anni, Stefano Negri, residente a Malo, coltiva una passione sportiva, anzi, tante, sane passioni. La prima è il suo lavoro, il medico appunto, ma fin da bambino ha praticato svariati sport: karatè, speleologia (iniziando dal Buso della Rana), alpinismo (è figlio di un trentino), sci alpinismo, sci nautico, sommozzatore (durante il periodo universitario), deltaplano (il giorno successivo alla laurea si è recato a comprare un deltaplano usato) e ovviamente la bicicletta. “La mia passione, la mia vita, è il mio lavoro, non è lo sport che faccio” dice Stefano e continua “non mi considero uno sportivo, tipo quello che beve la redbull 22 minuti esatti prima dell’inizio della gara, dove l’atto sportivo è in funzione del risultato e non centra niente se lo fai bene o male; quello che è lo sport così, non mi piace”. Per un problema alla schiena (schiacciamento vertebrale) che 7/8 anni fa gli ha reso difficoltoso l’uso della bici da corsa inizia ad interessarsi alla bicicletta reclinata; grazie all’amico Giovanni Eupani (designer motociclistico che conosce i primi prototipi di bici reclinata già dagli anni ‘90 grazie alle fiere tedesche che frequenta) e dopo svariate ricerche su internet, decide di importare i primi modelli dall’Olanda dove è presente un’importante azienda produttrice. Stefano e Giovanni sono tra i 20 soci fondatori dell’associazione PROPULSIONE UMANA (www. propulsioneumana.it) “L’Associazione ha come finalità la promo-

di Elisa Reniero zione dell’utilizzo della propulsione umana e intende stimolare e supportare il miglioramento, l’innovazione e la creatività nelle sue applicazioni pratiche, specialmente nell’ambito della progettazione e dello sviluppo di veicoli” Fin da subito, nel 2006, i due si iscrivono ai campionati del mondo, tenutisi quell’anno ad Allegre (Francia). Campionati che quest’anno si sono svolti in Italia, a Monza, 150 partecipanti; Stefano, nella categoria over 50, si è classificato 3°. Ma la “passeggiata” verso Capo Nord è un’idea nata dopo una “5 giorni” Malo-Taormina (Sicilia) nel 2011, fatta assieme all’amica Oriana Daniele, personalità molto nota nel mondo delle bici reclinate. Vista la riuscita del viaggio i due si sono prefissati come meta per quest’anno, Capo Nord; purtroppo dei motivi familiari insorti all’ultimo momento hanno costretto Oriana, con molta sofferenza, a rinunciare e Stefano, il 5 giugno è partito da solo. Le varie tappe sono state: Bolzano, Monaco, Augsburg, Donauwörth, Sweinfurt, Eisenach, Göttingen, Braunschweig, Lubecca, Oldenburg, attraversata la Danimarca, Olso (metà strada circa del percorso), poi attraverso le vare città norvegesi fino all’isola di Nordkapp L’equipaggiamento ridimensionato all’ultimo perché aveva progettato di dividersi il tutto con Oriana è stato di due borse contenenti vestiario e attrezzatura, una borsa da campeggio e cartina europea; la sua giornata tipo: colazione abbondante (uova, pancetta, salmone e quello che ha trovato), tutta la giornata sui pedali, verso le 17 un “pranzo” al McDonald con cheeseburger e insalata, di nuovo sui pedali e alla sera per cena uno snack. Anche dal lato del programma e delle tappe giornaliere molto è stato

lasciato al caso, infatti Stefano non aveva con se nessun GPS ad indirizzarlo, solamente una cartina delle Ciclabili tedesche regalatagli da un amico. “Arrivato al cartello di benvenuto di Capo Nord 3 camper targati bergamo mi sono passati affianco, la PR di capo mi ha rilasciato un attestato e tutti mi hanno accolto molto calorosamente, un campeggiatore veneziano mi ha addirittura invitato a mangiare la pastasciutta” afferma Stefano Se vi state chiedendo “ma chi glielo ha fatto fare?” la riposta è: la bilancia. “Non mi sentivo più a mio agio con il mio corpo” afferma Stefano, così sono partito che pesavo circa 81 kg e al ritorno ero 71 kg, senza ovviamente essermi privato del cibo. Il ritorno lo ha fatto per una piccola parte in bus e poi in aereo, atterrato a Roma è ritornato a casa in treno e ritornando al lavoro ha trovato molte persone come il suo amico di lavoro Bruno Visonà ad attenderlo festosamente a braccia aperte. Da sottolineare: di base Stefano è un sano sportivo e tutte le attività che ha svolto in tutti questi anni gli concedono ora sforzi fisici non comuni, ma ciò che sicuramente fa la differenza è il mezzo.

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Grazie alla bici reclinata, sfruttando la sua aerodinamicità e comodità si possono macinare svariati km senza accusare mali e affaticamenti muscolari particolari. “I primi giorni, dopo 120 km mi venivano i crampi e dovevo fermarmi, poi arrivato in fondo mi sono trovato “allenato” e gli ultimi chilometri sono stati più facili, una specie di sindrome di adattamento allo sforzo”. “Sono orgoglioso perché nei momenti di panico terribile, dove

volevo tornar a casa, ho resistito” nero” (perché c’era poca illumiafferma con fierezza. nazione) e a fianco mi sfioravano le macchine, lì sono andato in paTra le curiosità varie dice: “nessun nico” “in Germania ho aspettato 1 albergatore della Germania ha mai ora il traghetto perché in quel mofatto una ricevuta fiscale (tranne ad mento la Germania stava giocando Eisenach), quindi non sono solo una partita del Mondiale e tutti eragli italiani a non pagare le tasse”, no a guardarla”. inoltre “la gente mi ha accolto benissimo, i camionisti in Germania La prossima sfida di Stefano quale hanno un rispetto mostruoso dei sarà?? non lo sappiamo ancora, ma ciclisti” “in una galleria subacquea ciò che questa grande “resiliente” nell’isola di Caponord lunga 7 km persona vuole evidenziare sono le dove davanti vedevo un “muro grandi potenzialità di questo mez-

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zo, purtroppo visto ancora come qualcosa di stravagante e non come un mezzo ideale per chi, a causa degli svariati problemi fisici che tutti noi possiamo incontrare, è costretto ad appendere la bici al chiodo. Per chi volesse un consiglio personale o maggiori informazioni può rivolgersi sia al dottor Stefano Negri, sia all’designer Giovanni Eupani. Indirizzi utili: www.eretic.it www.propulsioneumana.it

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Lezione di equilibrio ed energia

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el febbraio del 2006, su queste pagine, usciva un mio articolo sull’AIKIDO e su uno dei maggiori rappresentanti di quest’arte a livello internazionale, il Capo Scuola A.I.A. (Associazione Internazionale Aikido), il Maestro Giampietro Savegnago cintura nera VIII° dan, valdagnese di nascita e maestro di fama mondiale con al suo attivo stage didattici anche in Giappone dove quest’arte è nata; oggi a distanza di ben 5 anni ho il piacere di presentarvi un grande allievo del Maestro Savegnago, il Maestro Roberto Marchesano, anch’egli valdagnese con oltre trent’anni d’esperienza di pratica dell’Aikido, un’arte marziale sublime, poco conosciuta, forse, ma di grandissimo fascino. L’Aikido è una perfetta sintesi di equilibrio ed energia, capace, con i suoi movimenti silenziosi, di ottenere effetti esplosivi, come il far volare in aria, leggero come una piuma, l’avversario. Tutto apparentemen-

te senza il minimo sforzo. È questo il grande fascino dell’Haikido, che il Maestro Savegnago così spiega: “L’aspetto tecnico dell’Akido è complesso e come in tutte le arti marziali deriva dalla continua pratica, dalla volontà e dalla passione nel cercare il proprio miglioramento. Cerchi e spirali sono il fulcro di questa arte che poi si esprime nell’azione tecnica della proiezione, della presa, delle leve, nel massimo del radicamento; utilizzando energia irradiante, il contatto con l’avversario è solo l’inizio di una proiezione continua dell’energia interna”. E così continua il Maestro Roberto Marchesano: “La nostra scuola si rifà al Maestro Kobayashi che fu allievo del Padre Fondatore Morihei Ueshiba il quale sviluppò un Aikido fatto di brevi movimenti potenti e precisi, che tendono ad anticipare le mosse dell’avversario, ottimizzando lo sforzo atletico. E’ una ricerca continua dell’equilibrio dinamico delle due forze contrapposte lo Yin e lo Yang connessa con il principio

Il Maestro Roberto Marchesano e la sua scuola di Aikido Taoista per cui tutto deriva sempre dal centro”. L’Aikido ha bisogno di tempo e grande pratica, dicevamo, per essere sviluppato al meglio, e per questo si suggerisce di praticarlo fin da giovanissimi. “Se insegnato bene”, prosegue il Maestro Marchesano, “e noi abbiamo una tra le migliori scuole al mondo, l’Aikido si presta facilmente a ogni fascia di età”. Grande cuore, attenzione, radicamento, rapidità e forte determinazione senza uso della violenza sono i valori di questa arte dal fascino davvero irresistibile. Per chi fosse interessato a seguire i corsi di Aikido del Maestro Marchesano contatti l’associazione Progetto Musica al 0445.431189 oppure al 0445 410111

Roberto Marchesano

Iniziò a praticare l’aikido nel 1981 all’età di 25 anni presso il dojo del M.GIAMPIETRO SAVEGNAGO a Valdagno . L’inizio fu per curiosità e per perdere qualche chilo, ma ben presto la passione per questa arte lo travolse e non riuscì più a smettere. Seguì e segue tuttora i numerosi stage del maestro Savegnago. Durante uno di questi stage conobbe il M. KOBAYASHI che seguì in molti stage in Italia e all’estero. Il 30/06/1987 conseguì il primo dan durante uno stage a Cornedo Vic. L ’anno successivo, conseguì il grado di istruttore a Porto Cesareo a Lecce. Nel frattempo continuò il suo apprendistato come allievo, assistendo il M.Savegnago nei vari dojo aperti nel vicentino. Nel 1988 gli fu affidato un proprio dojo nel comune di Alte Ceccato. Conseguì il secondo dan durante un stage nazionale a Vicenza presso il dojo Itto Schin del M. Livio Zulpo nel 1991. A Padova riuscì a conseguire il grado di terzo dan. e la qualifica di Maestro nel dojo del M. R. Roberto Ghidoni. 21 Aprile 1996. In quello di Roma il 25 Novembre 2001 acquisì il quarto dan. Dal 1998 al 2003 seguì il dojo di Cornedo Vic. e cominciò una collaborazione con il M. Albanese presso il suo dojo. Dal 2003 insegna presso il dojo KI NO MOSUBI di VALDAGNO. L’11 Marzo 2007, a Genova e successivamente a Varese, riuscì a conseguire il grado di V Dan. Negli anni successivi si è dedicato esclusivamente all’approfondimento didattico di quest’arte realizzando numerosi corsi per adulti e giovanissimi.

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Con la maglia dell’avis

Al Santuario di “Maria Waldrast” in Austria con “la maglia del sangue” del gruppo dell’Avis Altovicentino

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iaggiare significa tante cose ma il gruppo dell’Avis Altovicentino la cui avventura viene qui proposta, vuole lanciare un messaggio che equivale ad un dono: indossare e far conoscere una maglia, in questo caso quella del sangue, per loro ha un significato importante. Pedalare non è soltanto meditazione, contemplazione, ammirazione o il semplice, quasi ipnotico, movimento sui pedali che provoca benessere e rilassamento unito al buon umore, ma è la consapevolezza che ciò che scorre nelle tue vene lo donerai a qualcuno che in quel momento non può gioire della stessa salute e libertà che stai vivendo tu. In quattro (il gruppo solitamente è di sette componenti ma quest’anno complici acciacchi e imprevisti di vario genere si è quasi dimezzato) hanno percorso quest’estate la bellezza di 560 km. con un dislivello pari a 3.040 metri rimando per 31 ore e 40’ in sella

alla propria bici attrezzata con l’occorrente per il viaggio-pellegrinaggio. La meta: uno dei più interessanti monasteri del Tirolo, a poche decine di chilometri da Innsbruk, degno di attenzione non solo per la sua meravigliosa posizione a 1.641 metri d’altitudine, ma soprattutto, per la famosa sorgente nota per le sue virtù curative: il Santuario di Maria Waldrast. Un viaggio a tappe iniziato da quella di 53 km. fino al passo della Fricca (1.083 m.slm), l’unica effettuata senza bagaglio dai pedalatori. Il giorno seguente dopo il “rifacimento bagagli”, operazione che per chi viaggia in bici, è composta da gesti sempre più automatici e rituali che trova consapevoli chi pedala che saranno le loro gambe a portare tutto quel materiale stipato a regola d’arte, in giro per decine di chilometri e saranno loro a far più dure le salite, il quartetto parte alla volta di Mattarello viaggiando dapprima su strada provinciale e poi in ciclabile fino al Bren-

nero e attraversando Bolzano e Bressanone con la sosta prevista a Varna dopo 140 Km. percorsi. Di buon mattino, del terzo giorno, il Brennero attende i pellegrini che raggiungono Matrei in Austria nel pomeriggio. Una pensione serve per liberare il carico e per la comitiva inizia la tremenda salita verso l’agognato Santuario che accoglie i ciclisti poco prima della chiusura, giusto in tempo per una meditazione e per un raccoglimento personale con la dedica e il ricordo alle persone care. Raggiunta la meta si pensa al rientro che prevede l’attraversamento di Innsbruck passando sotto al grande ponte d’Europa per poi prendere la ciclabile verso Landeck e poi il Resia con pernottamento a Burgusio dopo i 127 km. della tappa. All’indomani il percorso prevede la ciclabile della Val Venosta e Bolzano. Giovanni uno dei quattro, munito di un vero computer provvisto di altitudine, pendenza, chilocalorie consumate e tanto

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altro, comunica che la temperatura è di 38°. Arrivati ad Ora il gruppo prosegue in treno fino a Rovereto poi la salita della Vallarsa con la sosta a Foxi per il pernottamento dopo i 130 km di giornata. Ormai è fatta: la deviazione per Camposilvano passando sotto la diga, il passo Pian delle Fugazze e la discesa verso Schio pone fine ad un viaggio indimenticabile anche per il messaggio di solidarietà che è stato inviato. Al Rifugio Balasso le ultime emozioni da raccontare nella cena con i familiari e gli amici. Antonio Zicche, Giuliano Volpe, Giovanni Bortoli e Maurizio Dotto sono i protagonisti, ma è “la donazione” l’azione che vuole essere evidenziata in tutto questo anche se personalmente ognuno di loro davanti alla bellezza di “Maria Valdrast” ha assaporato qualcosa di unico che rimarrà indelebile nei loro ricordi.


Benincà a braccia alzate

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Domenica 8 luglio a Tonezza del Cimone si sono svolti i CAMPIONATI ITALIANI MASTER DI CORSA IN MONTAGNA, Stefano Benincà, atleta cornedese in forza alla Runners Team Zanè, conquista il titolo tricolore con il miglior tempo assoluto.

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rande partecipazione di atleti da tutta Italia ottimamente gestiti a livello logistico dal Gruppo Sportivo Alpini VICENZA che ha avuto l’onore e l’onere dalla F.I.D.A.L. di organizzare questa manifestazione. Bellissimo il percorso, tecnico e selettivo, che si snodava lungo strade e sentieri di Tonezza e che dava possibilità al pubblico presente di vedere gli atleti impegnati in più passaggi. A conclusione di una gara tirata, vittoria assoluta di STEFANO BENINCA’ atleta cornedese ed in forza al RUNNERS TEAM ZANE’ che fin dallo start imponeva un ritmo alto per fare

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pista biancorossa di supermoto valida Roberto Maria Coda gara per il campionato Europeo le gare del Moto club Ducati havalidepotutoper godersi il trofeo Alpe Cup delle classi Old Vicenza vince Adria Timer. Proprio nella classe 250 Old Timer il pilota ha ottenuto il 2° a Rijeka. vicentino miglior tempo nelle prove

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di Enzo Casarotto

oberto Maria Coda pilota del moto club Ducati Vicenza ha conquistato il gradino più alto del podio nella classe 250 Old Timer sul nuovo circuito di Vransko. Un circuito nuovo in Slovenia, dove il pubblico accorso per assistere alla

cronometrate di sabato ed alla domenica, dalla prima fila, complice una partenza complicata è stato costretto ad inseguire per i primi 3 giri il pilota tedesco Maier Johann su Bultaco partito meglio di lui; dietro del vicentino l’italiano Franco Dalla Lana su Honda. Al terzo passaggio Coda si riporta a ridosso del primo e, dopo averlo studiato, con una staccata da brivido lpo

ha superato e ha poi gestito fino alla fine un vantaggio di alcuni secondi. E’ stata una gara bellissima dove la sua Bultaco 250 perfettamente preparata da Girolamo Croce ha fatto sinergia magnifica con la guida del pilota vicentino che dopo 15 anni di inattività è nuovamente salito sul gradino più alto del podio davanti a Franco Dalla Lana su Honda e a Jhoann Maier su Bultaco. Anche altri italiani si sono fatti onore con Guido Lenzi su Ducati che ha vinto nella Classe Special, mentre Mario Stocco su Yamaha ha conquistato il 2° posto e Luciano Garlassi il 3° nella classe Open.

subito selezione ed all’inizio del terzo ed ultimo giro accumulava un vantaggio di 20” sui suoi avversari diretti che gli permetteva di correre l’ultimo centinaio di metri festeggiando tra due ali di folla e tagliare il traguardo a braccia alzate. A conclusione della manifestazione, nel pomeriggio, si sono svolte le premiazioni presenti il Presidente Reg. della F.I.D.A.L. VALENTE ed il sindaco di Tonezza che consegnavano le maglie tricolore e le medaglie ai vincitori delle varie categorie con l’inno di Mameli a suggellare una bellissima giornata di sport.


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Verso la grande scuola degli Altipiani Cimbri

Le scuole di sci di Folgaria e di Costa hanno presentato il loro progetto di fusione volto a migliorare l’offerta sciistica sulle piste di Folgaria

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’8 settembre, nel giorno della madonna di Folgaria patrona di tutti gli sciatori d’Italia, è stato presentato il progetto di fusione delle due principali scuole degli altipiani di Folgaria, la Scuola Sci di Folgaria, diretta da Fabio Carbonari, e la Scuola

Da sinistra: Paolo Bertoldi, direttore scuola sci Lavarone; Michael Rech, il presidente degli Altipiani Cimbri; Fiorenzo Gerola, Fulvio Ceol, presidente Amsi Trentino, Mario Panizza, presidente Collegio Trentino, Luciano Magnani, presidente Collegio nazionale, Fabio Carbonari, direttore scuola di sci Folgaria, Andrea Schir, direttore scuola di sci di Costa 2000, Maurizio Toller, sindaco di Folgaria, Luigi Borgo, consigliere collegio Veneto e Sciare Magazine.

di Elisa Reniero Foto Plotegher di Costa 2000, diretta da Andrea Schir. Per l’occasione l’istruttore nazionale Fiorenzo Gerola, uno dei professionisti della neve più noti in Italia, ha promosso una tavola rotonda sul tema. Presenti il padrone di casa, il sindaco Maurizio Toller, e il presidente degli Altipiani Cimbri, Michael Rech, il

presidente del Collegio Nazionale dei maestri di sci, Luciano Magnani, oltre al presidente del Collegio Trentino, Mario Panizza, e dell’Amsi Trentino, Fulvio Ceol; il consigliere del Veneto, Luigi Borgo, e il direttore della scuola di sci Lavarone, Paolo Bertoldi oltre ai due protagonisti della

serata, i direttori Fabio Carbonari e Andrea Schir. Nei vari interventi, tutti hanno condiviso l’importanza, in questi anni non facili per il settore turistico, della fusione delle due scuole in un’ottica, come ha ben spiegato l’ideatore dell’incontro, Fiorenzo Gerola, “di investimento e di rinnovamento dell’of-

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ferta della lezione di sci. Folgaria”, ha proseguito Gerola, “avrà una super scuola con qualità e offerta di primo piano e questo è un altro successo di tutta la comunità folgaretana e della sua stazione, una tra le più vivaci dell’arco alpino a potenziare, nelle ultime stagioni, la propria offerta turistica.


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ulle Alpi e Prealpi l’azione umana ha lasciato e continua a lasciare tali e tanti segni, che a buon diritto si potrebbe definirle come “montagne addomesticate”, dove le comunità biologiche sono state profondamente alterate nel corso dei millenni. In tale contesto il camoscio ha saputo adattarsi superando vicissitudini ambientali e storiche che a volte hanno visto la riduzione vertiginosa dei contingenti numerici della specie. Oggi il camoscio alpino è presente con popolazioni consistenti sull’intera catena alpina. Dal punto di vista sistematico, i camosci sono gli unici rappresentanti europei della tribù dei Rupicaprini, un gruppo della sottofamiglia dei

il nostro camoscio di Dorino Stocchero caprini, specializzato per la vita a media e alta quota e ampiamente distribuito nella regione oloartica. Probabilmente il centro di specializzazione dei Rupicaprini è da ricercarsi nel Massiccio Himalayano; da qui sarebbe avvenuto un irradiamento in senso occidentale limitatamente del genere Rupicapra, verso nord per la capra delle nevi e verso est per il goral ed il serau , specie strutturalmente simile al camoscio che frequentano ambienti rocciosi; la roccia in effetti rappresenta una costante per il camoscio e in generale per questa tribù. Queste specie asiatiche erano fortemente minacciate e rischiavano l’estinzione per persecuzione diretta e per riduzione dell’areale. Recenti studi di sistematica hanno

accertato l’esistenza di due specie di camoscio : il camoscio pyrenaico ed il camoscio delle Alpi. La separazione è stata effettuata in base a studi elettroforetici e paleontologici. Per comprendere le ragioni della differenziazione e la situazione attuale del camoscio in Europa bisogna risalire alle presumibili emigrazioni di queste specie nel corso delle ultime glaciazioni dal Massiccio Himalayano verso l’Europa. Viene ritenuto che una prima ondata di camosci di tipo pirenaico, appartenenti alla specie rupicapra pyrenaica, abbia avuto luogo nel penultimo periodo glaciale (infatti, a differenza di cervi e caprioli, questi animali, legati a rigide condizioni climatiche, sarebbero arrivati in Europa con l’ondata di clima fred-

do. Con la glaciazione di Wurm una nuova ondata di camosci, quella del camoscio delle Alpi (rupicapra rupicapra rupicapra) avrebbe spinto la prima specie in territori più occidentali e meridionali rispetto alla distribuzione preesistente. Diffusi dalla penisola iberica al Caucaso, i camosci si rivelano ungulati caratteristici delle montagne europee, dove frequentano di preferenza le aree forestali interrotte da pareti rocciose e scoscese e da praterie d’altitudine. Sono tipici abitatori dei boschi di tipo alpino, dai quali risalgono verso quote maggiori, per esempio d’estate, quando si spostano al limite inferiore delle nevi perenni, alla ricerca di pascoli più freschi. I quartieri estivi corrispondono alle praterie oltre il limite del bosco.


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Tra tutte le montagne europee, la catena alpina è stata quella che maggiormente ha subito l’impatto ambientale esercitato dall’uomo fino dalle epoche più antiche. In un paesaggio ormai tanto diverso da quello delle origini, un agile bovide di montagna, il camoscio, ha saputo però adattarsi e sopravvivere. Boschi montani poco fitti vengono spesso utilizzati come aree di rifugio quando le fonti di disturbo sui pascoli degli alpeggi si fanno eccessive. In inverno sono molto importanti i versanti ripidi che si liberano facilmente dalla neve rendendo accessibile la pastura al suolo. Nei quartieri invernali sono molto importanti, invece, sia l’esposizione sia la pendenza delle rocce; la pendenza è decisiva perché al suo crescere aumentano sia lo scivolamento del manto nevoso sia l’insolazione, che a sua volta dipende anche dall’esposizione. Le quote inferiori vengono raggiunte dal camoscio in primavera in coincidenza col primo verde della vegetazione. A questo punto della stagione i camosci hanno consumato tutte le loro riserve e un ritorno

anticipato dell’inverno può provocare una certa mortalità. Probabilmente, in assenza della pressione umana sarebbe possibile osservare la diffusione degli animali a quote meno elevate di quelle attuali. Anche le informazioni paleontologiche desumibili dalla distribuzione fossile dei resti di camoscio indicano questo ungulato come strettamente dipendente da ambienti di alta quota. A differenza, infatti, dello stambecco (capra ibex), che durante le glaciazioni era sceso dai rilievi superiori fino alle zone pedemontane, il camoscio invece sembra essere rimasto confinato in territori rocciosi, dai quali scendeva raramente senza mai spingersi al di sotto dei 600 metri di altitudine sul livello del mare.

L’adattamento dei camosci alla vita nell’ambiente montano appare evidente se esaminiamo la struttura morfologica dei piedi, composta da zoccoli piuttosto morbidi con le suole plantari caratterizzate da una plasticità confrontabili con quella della gomma e facilmente adattabili a ogni asperità della roccia, le punte sono però molto dure, vengono usate soprattutto nelle salite per fare presa sulle pietre e per attraversare pendii ghiacciati. L’Italia è interessata dalla diffusione di due specie di camoscio: quello delle Alpi (rupicapra-rupicaprarupicapra), diffuso sull’intero arco alpino di cui è stata stimata un’entità numerica superiore alle 150.000 unità, e il più esclusivo camoscio d’Abruzzo (rupicapra pyrenaica ornata), il quale, inizialmente ben diffuso sull’Appennino centro-

meridionale, ha subito una continua contrazione dell’areale e fin dalla metà del ‘800 si è insediato nella zona che attualmente occupa, quella dei monti della Meta e del Gran Sasso. Sul Gran Sasso, in particolare, la specie si estinse già alla fine del secolo scorso; rimase, tuttavia, un piccolissimo nucleo di 20-25 capi nella zona dell’attuale Parco d’Abruzzo che si è salvato perché è stato istituito il Parco omonimo. La popolazione, stimata attualmente in non più di 500-600 capi, è essenzialmente confinata all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo. Proprio in ragione della sua ridottissima rappresentanza numerica, il camoscio Appenninico è stato classificato come “vulnerabile” dall’International Union for the Conservation of Nature (I.U.C.N.).


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Arrampicare a Valdagno di Giulio Centomo Un anno fa veniva presentato il progetto “Valdagno città dell’arrampicata”, promosso dal Comune di Valdagno, in collaborazione con il Centro di Arrampicata 7A, il Centro Servizi Le Guide e i “Sogati”, Gruppo Rocciatori Valdagnesi della Sezione CAI di Valdagno. Proprio in quell’occasione si era parlato della promozione e diffusione della pratica dell’arrampicata sportiva in sicurezza, grazie anche a specifici corsi con Guide Alpine e Istruttori competenti. Oggi potremmo dire: “Obiettivo raggiunto!” Negli ultimi anni la vallata ha iniziato sempre più a pullulare di giovani (ma anche meno giovani) climber, attratti dalle falesie e dalle strutture artificiali di cui in particolar modo dispone Valdagno. Ma non finisce qui, perché da oggi una nuova parete sarà disponibile per appassionati e free climber di ogni genere. La nuova arrivata ha

Aperta una nuova struttura all’ex-Inceneritore

aperto le porte a fine settembre presso l’ex-inceneritore, a pochi passi dal Centro di arrampicata 7A, che ne curerà la manutenzione e l’accesso durante i periodi di apertura. Uno spazio, quello presso l’area eventi dell’ex-inceneritore, che vuole arricchirsi anno dopo anno di nuovi servizi, un “luogo possibile”, come spesso lo si è definito, restituito alla città nelle vesti di nuovo parco cittadino. Per migliorare ulteriormente l’offerta dell’area proseguiranno nei prossimi mesi diversi interventi per realizzare il collegamento con la pista ciclo-pedonale che collega l’intera vallata dell’Agno, da Montorso fino a Valdagno e che, una volta completata arriverà fino a Recoaro Terme. Saranno poi realizzati due percorsi interni in ghiaia che collegheranno l’area eventi con la stessa pista ciclabile, verrà posato un prefabbricato in legno che ospiterà un piccolo ristoro, i

servizi igienici e alcuni spazi adibiti ad uffici. Inoltre è in fase di analisi progettuale la realizzazione di una piastra polivalente per la pratica di varie attività. A completamento ci sarà la posa di alcune alberature e della rete di illuminazione per un importo complessivo di 150.000 euro. «Siamo ben lieti di aver inaugurato questa nuova struttura – commenta l’assessore allo sport del Comune di Valdagno, Alessandro Grainer – che vuole almeno in parte rispondere al sempre crescente pubblico che in questi anni si è avvicinato all’ambiente montano, cercando di conoscerne le bellezze, ma anche le modalità per affrontarlo in sicurezza. Il progetto “Valdagno città dell’arrampicata” già dopo un anno cresce, grazie alla preziosa collaborazione instauratasi con alcuni dei maggiori esperti locali di questa disciplina. Ma non ci fermiamo qui, anzi,

anche nei prossimi mesi continueremo a lavorare perché il nostro territorio può offrire ancora di più. Riprenderanno i corsi per tutte le età, ci saranno nuovi appuntamenti agonistici e molto altro ancora.» Valdagno diventa ancora di più una sorta di ultimo baluardo prima delle grandi vie alpinistiche delle Piccole Dolomiti e dell’intero arco alpino, un’ottima palestra per scoprire il piacere dello sport all’aria aperta, circondati dalla natura, dal silenzio e dalle emozioni adrenaliniche dell’arrampicata. Sale così a cinque il numero delle palestre di arrampicata a Valdagno, dalle falesie naturali di Castelvecchio e di contrada Bergamini, alla struttura indoor “Sandri e Menti” presso il Palasoldà, senza dimenticare le sale boulder e le pareti verticali del Centro Sportivo 7A, in zona industriale, e la neonata parete dell’ex-inceneritore.

Altezza massima: circa 12 m N. vie: 10 (diversi gradi di difficoltà) Superficie: 120 mq Tracciatore: Guida Alpina Paolo Dani Aperture: la parete, tempo permettendo, è ideale per le mezze stagioni e per l’intero periodo estivo


hockey

hockey Valdagno

SIMBOLO

I COLORI

ATTACCANTI

DIFENSORI

PORTIERI

ALLENATORE

Andrea Bicego Mattia Cocco Pedro Gil Carlos Nicolia Davide Piroli

Diego Nicoletti Eddy Randon Dario Rigo Sergio Silva

Riccardo Gnata Marco Vallortigara

Franco Vanzo

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DIRIGENZA

Presidente Vice Presidente Consigliere Consigliere Dirigente Dirigente Segretario Accompagnatore

Paolo Centomo Cristian Ponza Francesco Lorenzi Dino Dario Repele Francesco Rossino Andrea Leonardi Germano Grigolato Roberto Fanton

STAFF TECNICO

Franco Vanzo vice allenatore Giuseppe Cocco team menager Paolo Centomo Paolo Centomo direzione sportiva Francesco Lorenzi preparatore portieri Maurizio Carlesso preparatore atletico Alessandro Dal Monte medico sociale Dr. Roberto Dogana fisioterapista Andrea Covati massaggiatore Alessandro Centomo meccanico attrazzista Carlo Danzo allenatore

Aperto tutte le sere, dal Martedì al Venerdì anche a mezzogiorno. Chiuso al lunedì


Una squadra na

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L’Hockey Valdagno si prepara alla nuova stagione agonistica. Il primo appuntamento è la finale di Supercoppa Italiana in programma sabato 13 ottobre al Palalido. I Campioni d’Italia affrontano i vincitori della Coppa Italia, il Lodi: il primo di una serie di appuntamenti imperdibili. LE ASPETTATIVE

Il presidente Paolo Centomo è persona che non ha paura delle proprie idee. Quando lo scorso novembre pronosticò un Valdagno Tricolore in molti sorrisero. A giugno però i suoi proclami erano diventati magicamente realtà. Ora, il nuovo gioiellino chiamato Valdagno è pronto a fare bene sia in Italia che in Europa. L’obiettivo è quello di ripetersi in campionato e di alzare l’Eurolega, il trofeo più prestigioso a livello continentale. Il Valdagno ha tutte le carte in regola per poter ambire ad un traguardo così importante. Certo, una stagione nasconde sempre insidie, ma la forza del gruppo ha dimostrato già in passato di essere più forte delle avversità.

LA NUOVA DIFESA

Il reparto si presenta praticamente impenetrabile. A difendere la porta c’è Riccardo Gnata, talentuoso estremo difensore che ha davanti a sé la stagione della consacrazione. L’obiettivo è quello di giocare con continuità per dimostrare in pista, se ancora ce ne fosse bisogno, il suo valore. Il ventenne astro nascente è chiamato a blindare il fortino biancoazzurro. Torna a vestire la maglia del Valdagno Marco Vallortigara, portiere esperto e che saprà farsi trovare pronto per dare il suo apporto alla causa. Davanti a loro una serie di veri e propri baluardi. Diego Nicoletti è cresciuto in modo esponenziale la scorsa stagione, ora è a ragione uno dei migliori giocatori del panorama hockeistico italiano. Anche ai recenti Europei ha giocato da nume-

ro uno. Determinante nei momenti decisivi, è un vero e proprio trascinatore. Il neo acquisto Sergio Silva è un “mostro sacro”, capace di vincere scudetti ed Eurolega a Follonica. Ora è a Valdagno per continuare a collezionare trofei. Difensore roccioso con il vizio del goal, ha uno splendido rapporto con il tecnico Franco Vanzo che lo ha allenato nell’esperienza vincente in quel di Bassano. Dario Rigo, dopo un finale di stagione tribolato a causa di un infortunio, è pronto all’ennesima nuova sfida. Entusiasmo da ragazzino ma testa da veterano, non vede l’ora di disputare un’altra annata ad altissimo livello. A completare il reparto c’è Eddy Randon, fondamentale l’anno passato nel finale di stagione, quando ha dimostrato tutto il suo valore: ora è pronto a ripetersi.


ata per vincere

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Alessandro Centomo e Andrea Covatti

IL NUOVO ATTACCO

La dirigenza è riuscita in un colpo stratosferico, portare a Valdagno Pedro Gil, probabilmente il più forte giocatore di hockey al mondo. Quello che era un sogno è divenuto realtà e il l’asso spagnolo non ha bisogno di presentazioni. Ha vinto tutto, sia con i club che con la nazionale del suo paese della quale è il capitano. Anche al recente Europeo ha incantato. Per chi ama l’hockey, per chi vuole vedere qualcosa di speciale il suggerimento è di passare i sabati sera al Palalido: il divertimento è assicurato. Poi c’è il “fenomeno”. E scusate se è poco. Carlos Nicolia, immenso in ogni occasione, è pronto a fare ancora meglio dello scorso anno. Ha vinto lo Scudetto con un polso in disordine e mettendosi sempre al servizio della

squadra, sacrificandosi all’occorrenza in difesa. Insomma Nicolia al 100% cosa sarà in grado di fare? Sicuramente sarà “tanta roba”, spettacolo nello spettacolo. Mattia Cocco è chiamato a una stagione importante. Ha la possibilità di condividere la pista con campioni straordinari, deve fare un salto di qualità ma ha tutti i numeri per riuscirci. Grande occasione anche per Davide Piroli, ventiduenne cresciuto nelle settore giovanile del Valdagno l’anno scorso al Trissino. Un rinforzo ulteriore per l’attacco biancoazzurro: il ragazzo ha da sempre dimostrato un buon feeling con il goal. Infine Andrea Bicego, giovane valdagnese pronto a confermare quanto di buono ha fatto vedere nel settore giovanile.

L’ALLENATORE

Confermatissimo Franco Vanzo, artefice del secondo Scudetto che il Valdagno si è cucito al petto la scorsa stagione. Vanzo ha a disposizione una squadra di grande livello, un mix di giocatori esperti e giovani con un unico comune denominatore: sono tutti bravi e alcuni dei veri e propri fuoriclasse. Ma è Vanzo stesso un vincente, uno che gavetta ne ha fatta, e tanta, ma ora sta raccogliendo grandi risultati frutto del lavoro, dell’intelligenza e del rapporto che riesce a costruire con ogni singolo giocatore. Meno pubblicizzato di altri, Vanzo è probabilmente il miglior allenatore italiano. Insomma anche in panchina siede un fuoriclasse.


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i sono chiusi da circa due mesi i battenti della prima edizione della Trans d’Havet, Trail e Ultra Trail Marathon delle Piccole Dolomiti. Un tracciato di 80 km e un dislivello positivo di 5500 m per una gara impegnativa e a dir poco selettiva. Non a caso percorso e organizzazione sono stati sottoposti all’attento controllo dei giudici internazionali, che stanno valutando la possibile assegnazione del Mondiale Ultra Trail IAU 2014. «L’organizzazione di un tracciato di 80 km in montagna – commentano gli organizzatori - accessibile da ben quattro valli e svolto in un periodo

di Giulio Centomo foto di Denise Quinteri e Marco Bertolin di 24 ore è cosa molto complessa. Se l’evento si è potuto svolgere senza problemi, vedendo con soddisfazione all’arrivo la maggior parte dei concorrenti, è stato possibile grazie ad una sinergia tra Ultrabericus Team, i gruppi dell’Associazione Nazionale Alpini, Puro Sport Team, Polisportiva Valdagno, il Gruppo Radioamatori Palladio, i volontari della Croce Rossa, i volontari del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino, i giudici F.I.D.A.L. e tutti gli amici che a titolo personale hanno dato una mano. Non dimentichiamo inoltre le Amministrazioni dei dodici Comuni attraversati, che hanno patrocinato la corsa, con un particolare grazie al

Comune di Valdagno che ha messo a disposizione il Palalido per la base logistica. Infine, ultimi ma non ultimi, fondamentali sono stati i nostri sponsor che a vario titolo hanno contribuito all’evento: Montura, Ercole, Skindry, Randon Group, Birra Menabrea, Compressport, Latterie Vicentine, Mondeo Valves e Reset Allestimenti.» Dei circa 350 iscritti sono stati poco meno di 90 quelli che hanno rassegnato le dimissioni lungo il percorso, ma in 185, dopo 80 estenuanti chilometri hanno tagliato il traguardo di Valdagno, altri 64 sono arrivati in fondo al tracciato della Trail Marathon (40 km), distanza dimezzata per loro, ma non per questo la fatica è stata

minore. Alla fine il podio maschile Ultra Trail è stato conquistato da Daniele Palladino (Atletica Scandiano) in 10 ore, 58 min. e 4 sec., Christian Insam (11:03:47 - Gardena Runners) e Stefano Ruzza (11:13:15 - Valetudo Skyrunning Italia / Atl. San Marco). Gli 80 km delle donne hanno premiato Francesca Canepa (11:44:45 - A.S.D. Courmayeurs Trailers), Annemarie Gross (13:18:16 – A.S.V. Telmekom Team Suedtirol) e Giuliana Arrigoni (14:07:31 – 3life). Triade vincente sui 40 km composta da Meneghel Luciano (4:12:09 - Scuola di maratona Vittorio Veneto), Francesco Rigodanza (4:35:40) e Marco Maranghi

(4:47:17 – G.P. Croce d’oro Prato) per gli uomini, mentre Erica Piccoli (5:02:26 - G.S.D. Valdalpone De Megni), Maria Pizzino (5:08:45 - A.S.D. Pavanello) e Sonia Meneghello (5:22:05 Tam Tam A.S.D.) hanno dipinto il trittico in rosa. Premiati anche gli atleti partecipanti al circuito Vicenza Ultra Challange, con un’infilata di tre gare mozzafiato (Ultrabericus, 100 e lode, Trans d’Havet). Primo classificato Massimo Rabito del Runners Team Zanè davanti a Giulio Bertin di Spiritotrail ed al compagno di squadra Silvio Lievore. La classifica femminile ha confermato la testa con Tite Togni dell’A.D.S. Trail Running Brescia davanti ad Anna


piccole dolomiti 21

È già un mito

ANS D’HAVET 2012 TR lla de ne io iz ed a im pr r Grande successo la pe Marchetti e Roberta Peron (Schio Bike Vallisport). «Il merito della buona riuscita della gara va soprattutto agli atleti – queste le parole di Enrico Pollini, ideatore della Trans d’Havet - chi ha vinto, chi è arrivato in fondo e anche chi ha dovuto alzare bandiera bianca e ritirarsi. La corsa è stata organizzata per loro, ma è fatta da loro, che sono stati i veri eroi della giornata. Siamo già al lavoro per una grande seconda edizione che vuole essere, incrociando le dita, un ottimo preludio al Mondiale 2014.» Già, gli atleti, loro sono stati il motore dell’intera due giorni targata Trans d’Havet 2012, due giorni fatti di compagnia, chiacchiere, risate, ma anche tanto sudore, tan-

ta fatica, crampi e qualche caduta e non potevamo fare a meno di sentire le loro parole, raccolte qua e là, tra i momenti critici sul traguardo e qualche scambio di mail, chat e post su Facebook. Daniele Palladino (vincitore della Trans d’Havet 2012 Ultra Trail) «Siamo saliti sull’autobus che sembrava dovessimo dirigerci verso una “disco” con serie intenzioni alcoliche... e che alcool! Alla terza curva tutte le nostre intenzioni di stare assieme fino all’alba si erano perse nel buio, c’ho provato ma mi sembrava di correre più in alto che in avanti. Fossimo partiti alle 5 del mattino dall’imbocco delle gallerie non sarebbe stata la stessa alba, le stesse

sensazioni. Non posso che dedicare il mio risultato a mia moglie che nei giorni precedenti mi ha fatto presente diverse volte di averle “accorciato” la settimana di ferie che ci eravamo presi.» Christian Insam (2° assoluto TDH Ultra Trail) «Durante questa gara il mio nemico è stato il gran caldo. Io abito a 1400 metri di altezza e sono abituato a correre la mattina presto o la sera tardi a temperature intorno ai 1520 gradi. Sono andato molto bene fino a circa metà gara trovandomi solo al comando, poi sono subentrati i crampi che mi hanno accompagnato fino all’arrivo e che hanno trasformato il percorso in un vero calvario. Solo una grande forza di volontà mi ha comunque permesso di finire

al secondo posto.» Stefano Ruzza (3° assoluto TDH Ultra Trail) «La gara mi è sembrata perfetta sotto ogni punto di vista: percorso molto duro ma anche molto vario, con salite da montagna vera, discese difficili e a tratti tecniche, pietre e parte finale corribile. Il caldo ha reso ancora più difficile gli ultimi 20 km. È una gara dove bisogna essere molto ben preparati, più che in altre ultra trail. In ogni caso sono contento perché ho dato assolutamente tutto, credo di non aver mai fatto tanto tempo al limite delle mie possibilità come in questa gara.» Filippo Canetta (4° assoluto TDH Ultra Trail) «Quando è giunta l’alba alla

fine della strada delle 52 Gallerie, il panorama che si cominciava a vedere era da togliere il fiato. Mi trovavo in un posto stupendo, quasi irreale, così ho rallentato un poco per godermi paesaggio e “viaggio” fino alla fine. Le Piccole Dolomiti non hanno nulla da invidiare alle più famose “grandi” Dolomiti anche in termini di salite impegnative.» Roberto Rondoni (5° assoluto TDH Ultra Trail) «La Trans d’Havet mi ha lasciato una scia di emozioni che ancora oggi porto dentro e, nonostante mi ripetessi: “Mai più, mai più” mentre correvo, ora, anzi già poco dopo l’arrivo pensavo al prossimo anno. Mi è rimasta dentro pur nel suo essere devastantemente dura, la più dura che io abbia mai fatto


ma, una miscela di partenza a mezzanotte, bosco, la solitudine delle gallerie con la loro storia, il sorgere del sole ed il risveglio fisico dopo una crisi l’hanno resa per me indimenticabile. Se esiste il mal d’Africa, da oggi esiste anche il mal di Trans d’Havet.» Maurizio Ronzani (7° assoluto e primo vicentino in classifica TDH Ultra Trail) «Nonostante fossi preparato a quel che mi attendeva, avendo preso parte all’edizione zero, la gara mi è sembrata molto tecnica e dura rispetto alle due precedenti che ho fatto (Trail dell’orsa e Lavaredo). Sono molto contento del risultato raggiunto perché è il primo anno che mi butto sulla Trail, dritto dritto dalle maratone. Esperienza ottima, sicuramente da ripetere, e organizzazione eccellente.» Massimo Rabito (15° assoluto TDH Ultra Trail e vincitore della Vicenza Ultra Challange) «Grande fatica ma anche grande

soddisfazione per essere arrivato al traguardo e per i luoghi che ho attraversato, molto belli e suggestivi. Anche se non c’è stato tempo per ammirarli, ugualmente sono riuscito ad apprezzare e catturare frammenti di natura, di cime, di prati, di ghiaioni, di storia e fissarli nei miei occhi e nella mia mente.» Annemarie Gross (2^ assoluta TDH Ultra Trail) «La gara mi è piaciuta, un bel percorso, impegnativo. La segnalazione era ottima, non si poteva perdersi. La gara è stata organizzato bene ed anche i ristori erano piazzati bene. Purtroppo la mia prestazione è stata influenzata fin dall’inizio da alcuni problemi di stomaco e non ho potuto fare la gara che volevo. Diciamo pure che ho sofferto più del solito.» Anna Conti (4^ assoluta TDH Ultra Trail) «Ho trovato il percorso bellissimo, non pensavo che si riuscissero a trovare 80 km tutti su sterra-

to (eccetto alcuni brevi tratti) da Piovene Rocchette a Valdagno. Da veronese già conoscevo il Carega e un po’ il Pasubio, il resto è stato una bella sorpresa. Qualche ora di gara con problemi allo stomaco mi hanno costretta a rallentare e persino a valutare il ritiro, cosa che non ho mai fatto prima. Poi mi sono ripresa, ma un po’ di rammarico resta per il terzo posto mancato.» Tite Togni (8^ assoluta e vincitrice della Vicenza Ultra Challange) «Un’ enorme fortuna è stata quella di partecipare a tutte e tre le gare del Challenge. La Trans d’Havet è stata affrontata per completezza ma è stata la vera sorpresa. La vittoria? L’età possa almeno significare più esperienza, anche nella gestione dello sforzo. L’endurance, non solo nell’ambito di una gara, ma in una stagione intera di più gare e lo yoga, la cui pratica mi salva da tanti piccoli infortuni e molto altro ancora, penso abbiano fatto il resto.»


valdagno

È

Gli allievi di danza classica e moderna di ASD Accademia, diretta da Marta e Silvia Mettifogo, insieme alla scuola di danza Stage Door diretta23 da Amber Perkins di Schio e Sporting Life di Arzignano, hanno partecipato allo stage/ viaggio in Inghilterra nel periodo dal 28 luglio al 6 agosto 2012.

stata un’esperienza magnifica e di grande crescita per tutti. L’idea è nata in gennaio, quando Lorienne Beals (www.loriennebeals. com), insegnante di danza sia in Accademia che in Stage Door, ha proposto una collaborazione con la Basingstoke Academy of Dancing presso la città di Basingstoke (vicino Londra) per offrire a tutti gli allievi un’esperienza unica di danza, cultura e lingua: è nato così il progetto “DANCE ACROSS BORDERS -

England 2012”, lo scambio culturale tra scuole dell’Alto Vicentino e l’Inghilterra…. Il gruppo di allievi italiani, dai 9 ai 25 anni, hanno potuto passare 10 giorni ballando, parlando inglese e condividendo spazio e tempo con insegnanti di tutto il mondo; infatti, i nostri ragazzi erano ospitati dalle famiglie inglesi, che a loro volta avevano iscritto i figli allo stage di danza. Insieme si è creato subito una grande amicizia e collaborazione, e il lavoro svolto è culminato in una performance finale, dove tutti ragazzi si sono

Ballare in Inghilterra esibiti in tutte le discipline dello stage. Oltre a studiare danza (classica, moderna, hip hop, contemporanea, jazz, musical theatre), gli allievi hanno partecipato a varie iniziative, come la gita a Winchester, un barbecue tipico inglese, ed infine la gita a Londra, dove hanno assistito alla maratona femminile, gara delle Olimpiadi, e allo spettacolo di danza del coreografo Matthew Bourne dal titolo “Play Without Words.” Sono stati dieci giorni intensi, ma meravigliosi che ognuno di noi porterà nel cuore. La

bellissima esperienza non finirà qui…nel 2013 saranno i ragazzi inglesi ad essere ospitati qui in Italia e ci saranno altre opportunità di stage/viaggio per i nostri allievi ancora in via di definizione, sempre all’interno del progetto “Dance across borders”. Per questo e altri motivi, è importante scegliere una scuola di danza con tradizione, serietà e con insegnanti professionisti sempre attenti alle novità e agli allievi, con l’obiettivo di far crescere e dare programmi di continuità nello studio e possibilità a tutti,

sia a livello amatoriale che professionistico. Per ogni informazione sulle attività dal 3 settembre: ASD ACCADEMIA, VIA FOGAZZARO 31, SPAGNAGO DI CORNEDO (VI) TEL. 349.4228636, artaccademia@hotmail. com, www.artaccademia. blogspot.it STAGE DOOR, VIA PARAISO 36, SCHIO TEL. 347.2400149, ambersweetrose@libero.it


Una stagione f irmata Geko Un’altra buona stagione per il team Geko. La nostra Chiara Guiotto ne fa il punto con Filippo Dal Maso, che con Stefano Zamperetti, è il coordinatore del gruppo strada.

S

empre sui pedali i biker stradisti della Geko Bike. Non li ferma nessuno: allenamenti, uscite di gruppo, fatica, quella tanta, ma anche risultati e grandi soddisfazioni. Ormai la stagione ciclistica sta volgendo alla fine anche

se per molti il mese di ottobre rappresenta la resa dei conti, l’ultima possibilità per sparare le ultime cartucce alla ricerca di un altro successo da incorniciare. Abbiamo incontrato Filippo Dal Maso, coordinatore assieme a Stefano Zamperetti del gruppo strada, che ai microfoni di Spor-

tivissimo ha raccontato le gesta di alcuni atleti della Geko che durante la stagione hanno portato in alto i colori della squadra conquistando degli ottimi piazzamenti. “Il gruppo è agli esordi e le specialità sono tante da seguire -ha esordito Dal Maso- La

di Chiara Guiotto partenza è stata però molto buona, c’è ancora molto da lavorare e bisogna trovare il giusto feeling tra i corridori per riuscire a farli allenare insieme. Lo spirito di squadra -ha proseguito Dal Maso- è fondamentale e spesso ne determina la resa degli atleti.

Il mio compito assieme a Zamperetti è proprio quello di accrescere il gruppo, renderlo solido e mettere a loro disposizione esperienza e professionalità”. Chi di gare ne ha fatte parecchie, addirittura 25 da inizio stagione, è il cronoman Angelo Bertoldi. Nonostante abbia iniziato la preparazione tardi per problemi di salute che hanno abbastanza compromesso il suo esordio in gara, Angelo ha comunque raggiunto degli ottimi piazzamenti grazie sicuramente alla sua esperienza. Da ricordare il 1° posto alla Crono individuale di Sandrigo, il 2° posto alla Crono individuale di Albaredo d’Adige, il 2° posto al Circuito della provincia di Vicenza e sempre il 2° posto alla Crono individuale Trittico dei Colli Berici; per concludere il 4° posto al Campionato Triveneto a Marola. “Non c’è miglior modo per crescere se non affrontando una competizione: il ritmo e la forza che si impongono sono unici -ha esordito un altro atleta di punta della Geko Bike, Diego Mascella”. Quest’anno ha deciso


di dedicare più tempo alla sua famiglia e quindi ha disputato qualche gara in meno rispetto agli anni scorsi. ”Il mio futuro di biker è ancora incerto -ha proseguito Mascella- Da una parte ho i miei compagni di squadra che mi spingono a non mollare, dall’altra famiglia e lavoro”. Nel dubbio Mascella pedala e ce la sta mettendo tutta per concludere al meglio la stagione ciclistica. Ricordiamo che Mascella ha concluso la Granfondo Liotto di Valdagno con un ottimo 7° posto di categoria e alla Corsa su strada di Soave è arrivato 9°. Specialista delle crono scalate, Mascella si è aggiudicato il 2° posto assoluto a Campogrosso, un altro 2° posto assoluto alla

Piana-Cerealto, il 3° posto assoluto alla scalata del Castello di Valdagno e per finire il 7° posto assoluto alla San Pietro-Santa Caterina. Bisogna ammettere che di risultati il team Geko Bike ne ha portati a casa molti durante la stagione, anche tra i più giovani, basti pensare a Cristian Cavion vincitore della Granfondo Bassano del Grappa e della classifica Mediofondo Udace, entrambe per la categoria Cadetti. Ma non ci dimentichiamo del 5° posto assoluto alla Granfondo Damiano Cunego. Coordinatore del gruppo di atleti stradisti assieme a Dal Maso è Stefano Zamperetti, che durante la stagione ha ottenuto gran bei

risultati: tra tutti ricordiamo il 15° posto al Challenge Giordana categoria M2, l’8° posto alla terza tappa del giro del Veneto Udace a Carbonera e l’11° posto assoluto al Giro del Veneto Udace categoria Senior. Ma Zamperetti si è tolto più di una soddisfazione anche alla Granfondo Rigoni e alla Pinarello. Amico e compagno di squadra di Zamperetti è Luigi Fusto, per tutti Gigi, che al Challenge Giordana ha conquistato l’8° posizione, categoria M2 e altrettanti ottimi piazzamenti li ha raggiunti alle Granfondo Pinarello (82° assoluto) e alla Eddy Merckx (81° assoluto). Un arrivederci ai prossimi risultati firmati Geko Bike!

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Vi presento Leo Leo Novella è un talento del golf azzurro: a soli 10 anni era già nella squadra agonistica del Triveneto; a 13 oggi è tra i primi 10 del ranking Nazionale Under 14 tanto che nel luglio ha rappresentato l’Italia al Trofeo Internazionale Loretto School in Scozia. Leo ha un sogno: diventare come Lee Westwood.

Leo con il suo maestro Alex Senoner

É

Tommaso, il fratello più grande che oggi ha 19 anni ad aver trasmesso la passione a Leonardo, per caso, sui campi da golf di Asiago, sette anni fa. É lui l’artefice, la miccia che ha scatenato in Leonardo grinta, interesse e dedizione per questo sport, un pò insolito e meno comune a quest’età. Ha giocato a tennis, poi pure a calcio, ma niente da fare, Leonardo Novella a golf voleva giocare. A soli sei anni, ricordiamo che Leonardo è nato il 4 agosto 1999, Leonardo seguiva il fratello che andava a lezione al Golf Club di Vicenza e “lui tirava, tirava, e come tirava con il ferro 7 rosso” - ha esordito con un pizzico di orgoglio Alex Senoner, il suo maestro. Ad otto anni ha ottenuto l’handicap, un traguardo sorprendente che pochi raggiungono a quell’età. Uno dopo l’altro i risultati sono arrivati, girando l’Italia in lungo e in largo sempre sostenuto dai genitori, Roberta e Ilario, che di chilometri ne hanno fatti, e parecchi. Medaglie, coppe, trofei, oggi Leo ha 13 anni e ha un palmarès di risultati da far invidia anche ai veterani del golf. Il migliore? Certamente il quarto posto conquistato al Campionato Scozzese

di Chiara Guiotto Under 14 disputato al Buchanan Castle Golf Club vicino Glasgow, lo scorso luglio. Leo, unico atleta Under 14 del Veneto ad essere stato convocato dalla Federazione Italiana Golf, assieme ad altri due coetanei provenienti da Piemonte e Lombardia, ha dato il meglio di sé: emozionato, vista la sua prima grande esperienza all’estero, ma spinto da una forte determinazione, elemento distintivo del suo carattere di golfista. Lo abbiamo incontrato all’indomani delle finali nazionali del Trofeo Kinder Ferrero disputatosi a Torino e dal quale non poteva che tornare con un altro risultato: Leo infatti è arrivato 2° assoluto. Polo, pantaloncini bianchi e cappellino dietro il quale nascondeva un po’ di timidezza. Superato l’imbarazzo del momento, Leo è facilmente entrato nella parte dell’intervistato e ha cominciato a raccontarsi con molta disinvoltura che a tratti si mescolava con un po’ di emozione. Ferri, legni, path, score, match play, gap, green, swing, buca: è questo il variopinto mondo di Leo. In estate Leo si allena tutti i giorni, mentre d’inverno si limita a tre allenamenti. Al Golf Club di Vicenza, la sua seconda


casa, assieme ad Alex Senoner che gli insegna la tecnica e a Roberto Paolillo che cura la strategia, Leo è impegnato dalle due alle tre ore ogni giorno. Le sue attività collaterali al golf sono la preparazione atletica, che lo occupa prima di iniziare a giocare, e la piscina, per sviluppare una corretta postura. Leo si allena anche con altri ragazzi più grandi di lui e una volta alla settimana assieme alla squadra agonistica, anche se preferisce allenarsi da solo perché riesce a concentrarsi di più. Come concilia allenamenti e scuola? Lo abbiamo chiesto alla mamma di Leonardo. “Considerando che salta molti giorni di lezione per partecipare ai tornei, devo dire che Leo se la cava bene in tutte le materie, è una ragazzino diligente che si impegna molto. Portarlo ogni giorno a Vicenza par-

tendo da Valdagno, dove abitiamo, è un bel sacrificio ma lo facciamo molto volentieri -ha commentato Roberta”. Un altro importante tassello della sua attività di giovane golfista è rappresentato dalle sedute individuali con il mental coach una volta al mese: Leonardo incontra il motivatore e psicologo della squadra con il quale affronta numerosi argomenti legati agli allenamenti, alle gare e ad aspetti del suo carattere dentro e fuori il campo da golf. “Mi trovo molto bene con lui -ha detto Leo- parlo soprattutto delle gare, spesso quando non sono andate bene”. Qual’è il colpo migliore di Leo? Lo abbiamo chiesto al suo maestro Alex. “Il gioco corto: Leo è molto preciso e questo è una grande pregio. Per tirare più lungo bisogna aspettare che cresca! -ha

VALTERMO

detto Alex”. “Meglio corto e preciso, che lungo e storto! -ha aggiunto Leo ridendoComunque con il driver arrivo a tirare fino a 210 metri”. E il suo difetto? “In campo si arrabbia -ha detto Alex, ma devo ammettere che è migliorato molto!” Chi vorresti diventare da grande? “Lee Westwood -senza nessuna titubanza ha dichiarato Leo- Mi piace come si comporta dentro e fuori dal campo da golf, come gestisce la palla, e mi piace per il suo swing e la tattica”. E il suo autografo ce l’hai? “Magari, e pensare che quest’estate con i miei genitori e mio fratello sono andato a vedere il British Open di Londra dove si sono esibiti i più forti golfisti al mondo”. Mentre ne parlava gli brillavano gli occhi al ricordo di quel giorno. Era il suo grande sogno poter vedere

dal vivo i suoi idoli e magari scattare una foto insieme. “E’ stato incredibile vederli giocare poco distanti ma me -ha ricordato Leo”. Tra i numerosi risultati guadagnati in soli sette anni va ricordato sicuramente il Trofeo Nazionale a squadre disputato a Padova il 23 ottobre 2011 quando Leo assieme alla rappresentativa del Triveneto ha contribuito al successo della squadra: è stato infatti determinante per la vittoria del titolo italiano con 75 colpi, il miglior score del suo team. Passando in rassegna tutti gli altri risultati, la lista sarebbe troppo lunga perciò ricordiamo i migliori: dopo il 2° posto al Campionato Triveneto Under 12 Match Play nel 2009, lo stesso Campionato l’ha vinto sia nel 2010 che nel 2011. Sempre nel 2011 ha guadagnato il 4° posto ai

Campionati Italiani Under 12 di Lecco, 1° nel ranking Under 12 del Triveneto e 2° nel ranking Under 12 Nazionale. Ma veniamo alla stagione odierna: Leo ha vinto il Memorial Pietro Manca al Golf Acquasanta di Roma Under 14 e ha vinto le finali regionali del Trofeo Kinder Ferrero riservate ad atleti Under 16; finali che gli hanno aperto le porte alla fase nazionale di Torino dove ha ottenuto un ottimo 2° posto assoluto. La più grande soddisfazione fin ora è stata la convocazione in Scozia presso la Loretto School aggiudicandosi il 4° posto davanti ad atleti provenienti da tutta Europa. Oggi Leonardo Novella è tra i primi 10 del ranking Nazionale Under 14 e tra i primi 5 del ranking Triveneto, ha un handicap di 3,0 e la stagione non è ancora finita!!!

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D

opo i successi delle stagioni passate gli atleti agonisti della scuola Valdagno Castelgomberto ADP si sono particolarmente distinti ai vari CAMPIONATI FIHP (Federazione Italiana Hockey e Pattinaggio) della stagione 2012. Ecco gli ottimi piazzamenti: SOLIMAN ISABELLA Campionessa Regionale LIBERO e COMBINATA nella categoria Divisione Nazionale “A “ 5° classificata al CAMPIONATO ITALIANO FIHP TOSETTO CRISTINA Campionessa Provinciale LIBERO e COMBINATA, 2° classificata al CAMPIONATO REGIONALE FIHP cat. ALLIEVI “B” e 14 ° classificata al CAMPIONATO ITALIANO FIHP CROSARA ANNA Campionessa Provinciale Esercizi Obbligatori, medaglia di bronzo ai Campionati Regionali. D’ANDREA LORENZA cat. GIOVANISSIMI “A” vincitrice del GRAN PRIX FIHP REGIONALE Esercizi Obbligatori e Combinata GEMO GIULIA CA T. GIOVANISSIMI “B” Campionessa Provinciale COMBINATA e 2° class. al Campionato Regionale FIHP Esercizi Obbligatori GRIGATO CLAUDIA Campionessa Provinciale COMBINATA cat. Esordienti “B” GASPARONI FILIPPO CAMPIONE PROVINCIALE cat. ESORDIENTI “B” e argento ai CAMPIONATI REGIONALI REFOSCO ELENA 2° class. CAMPIONATO REGIONALE

COMBINATA cat. ESORDIENTI “A” **FILIPPO ed ELENA rappresenteranno la Regione VENETO al Trofeo delle Regioni che si disputerà il prossimo Ottobre a Bologna. LIZZA VALENTINA Campionessa Regionale cat. Esordienti Regionale Esercizi Obbligatori TATARANNI SILVIA Campionessa Provinciale cat. Esordienti Regionale Libero PERIPOLLI CHIARA Campionessa Provinciale Esercizi Obbligatori e Combinata cat. ALLIEVI “A” DANZO GIULIA argento ai camp. Provinciali Esercizi Obbligatori e Combinata cat. ALLIEVI “B”. CONSOLARO EDOARDO cat. Cadetti Campione Provinciale e bronzo Campionato Regionale CONSOLARO FRANCESCO CAT. JEUNESSE atleta azzurro, Campione Provinciale, 3° class. Camp. Regionale. Nella categoria QUARTETTI DIVISIONE NAZIONALE si è distinto il QUARTETT ENSEMBLE composto da Colombo Luca, Crosara Anna, Mengato Alice e Dal Conte Sofia,... sono Campioni Regionali e medaglia di bronzo ai Campionati Italiani. Nella specialità della Coppia Artistico ancora medaglie d’oro ai campionati provinciali e regionali dalle coppie: Gasparoni Filippo (Valdagno Castelgomberto) Zerbato Arianna (Pattinaggio Artistico Malo) Soldà Francesca (Valdagno Castelgomberto) Lepidi Alessandro (Pattinaggio Artistico Malo).

Tosetto Cristina

Gasparoni Filippo Grigato Claudia

da sx: Danzo Giulia, Fabbian Valentina, Menegato Alice, Refosco Elena, Consolaro Francesco, Consolaro Edoardo, Parlato Erika, Soldà Francesca, Tataranni Silvia, Rossetto Francesca.

Gasparoni Filippo e Zerbati Arianna a destra Lepidi Alessandro e Soldà Francesca

Quartett Ensemble


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Isabella Soliman, l’insegnante Stefania Intelvi, Crosara Anna

Peripolli Chiara

Buoni i piazzamenti ottenuti alle varie gare anche da: Soliman Sofia, Parlato Erika, Pozza Giulia, Bernardi Francesca, Fabbian Valentina, Rossetto Francesca, Soldà Francesca, Mengato Alice, Cariolato Alessia, Dal Conte Sofia, Saccardo Vittoria. Soddisfazioni e lusinghieri risultati anche nelle categorie dei GRUPPI SPETTACOLO. Grazie ai risultati di tutti gli atleti la società vanta ancora una volta il titolo di Campione Provinciale su ben 23 società vicentine. I presidenti De Gerone Luigi, Crosara Giuliano e Colombo Giansandro si ritengono più che soddisfatti dei risultati ottenuti da tutti gli atleti allenati da Stefania Intelvi, De Felice Giuseppe Damiano, Mezzadri Susanna, Carraro Massimo, Fabbris Andrea, Massignani Marisa, Tozzo Rafaella e Zerbato Gioia. I corsi per i nuovi iscritti della stagione 2012-2013 avranno inizio dal mese di Ottobre. Tutte le informazioni presso l’ufficio della Polisportiva Valdagno via Colombo,36 tel. 0445/402317

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Nuotare nel mito

Attraversare lo stretto di Messina a nuoto è considerata una delle gare più impegnative al mondo: 5 gli atleti del Famila Schio Nuoto che sono riusciti nell’impresa

stata la 48ª edizione della “Traversata dello Stretto” quella svoltasi domenica 5 agosto da Punta Faro (ME) a Villa San Giovanni (RC) sulla distanza di 5,2 Km dove si sono confrontati i 100 atleti (46 Agonisti e 54 Master), provenienti dalle migliori scuole del nuoto in acque libere, selezionati dal Comitato Organizzatore per i posti a numero chiuso. La competizione, che ha avuto origine nel 1954, anno per anno ha saputo riscuotere un successo sempre maggiore diventando così una delle classiche nella specialità del fondo. Per comprenderne l’importanza basti pensare che l’edizione 2008 della Traversata ha avuto una preferenza del 38 % in un sondaggio sul prestigioso sito internazionale del nuoto di fondo “10kswimmer.com” come “gara più significativa di fondo nel panorama mondiale”. Ad ulteriore riprova ci sono le moltissime richieste che ogni anno arrivano da tutto il mondo all’organizzazione. Una gara che ha qualcosa in più rispetto gli altri appuntamenti della specialità, il combattere i “mostri” veri o immaginari, esterni e materiali od interni e psicologici che siano. I vortici e le correnti, il freddo e l’affanno, veri e tangibili quanto terribili e la barriera psicologica del blu profondo, intenso, oscuro e sconfinato dove perfino la luce del sole d’agosto si perde e scompare sotto il nuotatore in una piscina senza fondo. Trovarsi in condizioni ambientali avverse, la monotonia del gesto atletico, il coraggio di lottare in primo luogo contro se stessi, la voglia di abbandonare, il desiderio di riposo, la fatica, la sfida e la capacità di superare i limiti. Qualcuno, all’esordio di questa gara, molto prosaicamente scrisse: “… il cimento sportivo del nuoto dentro una vasca, nobile e bello per quanto possa essere, non è come lo stesso cimento nel mezzo delle acque del mare. E qui, nello Scilla e Cariddi di Omerica memoria, diventa mitico e si tinge di eroico nel senso, appunto, mitologico. Un baratro d’acqua di 200 e più metri, una grande superficie di un enorme volume in cui il nuotatore è solo un puntino sperduto. Unico aiuto, unico ausilio, riferi-

di Franco Decchino mento, guida, nel mezzo di questo blu, la barca che li precede, che fa da apripista e la perizia del barcaiolo che la conduce, la sua conoscenza dei varchi, dei versi, della perigliosità, dei viottoli liquidi che si aprono e si chiudono nel turbo lento fluire delle acque dello Stretto. Questo è il campo di gara di questi “eroi”, questo è il loro valore, anche di chi arriva ultimo. Perché mai come in questo cimento vale il detto decubertiano “l’importante è partecipare”. Onore a costoro che possono dichiarare con orgoglio che un giorno della loro vita, con mezzi propri, attraversarono lo Stretto del mito….” Cinque i rappresentanti di Famila Schio Nuoto a poter dire “c’ero anch’io” in questa edizione. Gianmaria Collicelli e Roberto Decchino tra gli Agonisti e Giorgio Prandina, Mirko Spanevello ed Alberto Gennaro tra i Master. Per i tre Master scledensi questa è stata la prima partecipazione mentre per i 2 Agonisti era la terza. Presente anche l’ Agonista Juniores Jacopo Barbieri, che da due stagioni ha abbracciato la specialità del fondo in acque libere, come “controllore” dei barchini di appoggio ed in prospettiva di una sua partecipazione alla prossima edizione. Utile la sua presenza per evitare quanto successo in occasione della prima partecipazione del 2010 dove Gianmaria Collicelli e Roberto Decchino, unici rappresentanti di Famila Schio Nuoto, sono stati danneggiati dai portatori dei rispettivi barchini di appoggio per il controllo della rotta, non diciamo per “dolo” ma sicuramente per incapacità e che avevano contribuito a falsare il risultato della gara portandoli fuori rotta e facendoli concludere tra il 50° ed il 60° posto nonostante che negli ultimi 1.200 m i ns. atleti avessero ancora la forza per segnare tempi inferiori a quelli del 10° classificato. L’esperienza così acquisita sulla propria pelle, ha fatto si che la partecipazione all’edizione 2011 ed a quella attuale si concludesse con posizioni in classifica finale più consone al va lore dei ns. Atleti. In questa 48ª edizione, definita veloce già nelle previsioni degli esperti e confermata dal tempo dei primi al disotto dell’ora contro l’ora e 17’ segnata al traguardo nell’edizione 2011 (Edizione che ricordiamo caratterizzata da

correnti che per la forte intensità, specialmente nel tratto lungo costa, ne avevano fatto ipotizzare la possibile sospensione), i nostri portacolori guidati da barchini d’appoggio degni del loro compito hanno ottenuto, certificati dal cronometraggio elettronico, i seguenti risultati: Roberto Decchino 16° Assoluto con il tempo di 55’17”70, Gianmaria Colicelli 17° Assoluto con il cronometro bloccato a 55’22”, Giorgio Prandina 34° in 59’03”, Mirko Spanevello 45° in 1h 00’41”60 ed Alberto Gennaro 91° Assoluto in 1h 17’12”75. Nella classifica Agonisti Senior, valida per il Campionato Nazionale di Fondo, Decchino e Collicelli si sono piazzati rispettivamente al 7° ed 8° posto mentre Spanevello ha segnato il 2° in quella Master M30, Prandina il 4° M35 e Gennaro il 5° M50. Risultati ottenuti di primissimo piano, ma qualunque fosse stato il

risultato finale alla gara, se ne poteva dare un’altra chiave di lettura perché l’attraversare lo Stretto a nuoto è già una conquista ma partecipare alla competizione è tutta altra cosa e come disse alcuni anni fa un partecipante con un filo di voce all’arrivo e divenuta poi lo slogan della Traversata del lo Stretto, “Questa non è una gara, è un’emozione”. Per la cronaca, come per le 2 precedenti edizioni, la gara è stata vinta dal nazionale di fondo Simone Ercoli delle Fiamme Oro Napoli che ha percorso la distanza di 5,2 Km in 48’54”950. Al 2° posto e prima tra le donne, anche per lei al terzo successo consecutivo, Fabiana Lamberti, sempre delle Fiamme Oro di Napoli, con il tempo di 50’39”800. Al 3° posto Filippo Pupulin della De Akker di Bologna con il tempo di 50’51”.


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A canestro con il Garcia Moreno È riiniziata la stagione sportiva del Garcia Moreno, una delle più antiche associazioni sportive del territorio, attiva fin dal 1947 di Matteo Mistè

A

settembre ad Arzignano per bambini e ragazzi non ricomincia solo la scuola, ma anche l’attività sportiva proposta della Garcia Moreno 1947. Da ormai 65 anni la Garcia Moreno si impegna per lo sport, un tempo con molte discipline, oggi solo con la pallacanestro. Nella stagione numero 40 targata Federazione Italiana Pallacanestro, la Garcia Moreno si appresta a vivere per la seconda volta nella sua storia un campionato nazionale con la squadra senior: la DNC o Divisione Nazionale C. Coach che vince non si cambia e così i griffons hanno già iniziato la preparazione atletica sotto l’occhio attento di Marco Venezia. Le sfide li porteranno lontani da casa con trasferte fino a Mantova, Milano, Como, Bergamo. “La stagione rappresenta l’apertura di un nuovo ciclo - commenta il ds Giovanni Dal Dosso - i nuovi arrivi sono ben sette. Affronteremo uno dei gironi più duri della C1 e gli obiettivi sono molti, in primis la permanenza nella serie”. “I dirigenti hanno accettato la sfida di un campionato impegnativo - fa eco Marco

Venezia - raccolta in un momento in cui tante squadre vi rinunciano per problemi economici. In secondo luogo la scelta è lodevole perché vuol dire alzare il livello della competizione e con questo dare la possibilità ai ragazzi delle giovanili di vedere vero basket, con squadre e giocatori più forti”. La nuova formazione del Garcia la illustra coach Venezia: “In prima squadra spazio ai giovani come Seganfreddo, Drago, Sinicco, Millevoi e altri che hanno ancora la voglia di confrontarsi come Boretti che arriva dalla C2 di Peschiera, Kristic e Ronzani che arrivano dalla D. I confermati Ferro, Ciman, Puliero Bellato e Vencato dovranno dare concretezza al mio modo di stare in campo. Ogni domenica dovremo giocare cercando di far prevalere motivazioni, atteggiamenti, organizzazione difensiva e magari un pizzico di follia in attacco, visto che non possiamo pensare ad un basket troppo tecnico”. “Il rammarico – conclude il ds Giovanni Dalla Dosso - resta quello di non poter avere ancora con noi alcuni protagonisti dello scorso anno: i nostri due senagalesi-arzignanesi Faye e Touré, che per un regolamento fuori dal

contesto sociale attuale sono stati costretti a cercare altre squadre. Benetti ha preferito scendere di categoria, mentre Zampinetti ha deciso di interrompere l’attività per studiare”. Prima palla a due il 14 ottobre in casa del San Bonifacio per il primo derby. Per quanto riguarda l’attività di settore giovanile, ci sono come ogni stagione i corsi minibasket per tutti i bambini e le bambine dai 5 anni in su, i corsi del settore giovanile per ragazzi delle medie e superiori. Nel vivaio del Garcia Moreno quest’anno si contano nove squadre. “Per una Società come la nostra il settore giovanile è molto importante - spiega il Direttore Sportivo - stiamo cercando di migliorarci anno dopo anno. Quest’anno nello staff tecnico è stato inserito Massimo Balbo, che si occuperà dell’Under 19 e questo rientra nella convinzione di cercare di inserire nel nostro ambiente persone che possano portare entusiasmo ed esperienza”. Oltre ad allenamenti e partite di campionato, si cerca di portare i ragazzi a confrontarsi con realtà diverse sia in abito nazionale che internazionale: “L’anno scorso - spiega Dal Dosso - abbiamo fatto delle otti-

me esperienze ai tornei di Valpolicella, Lignano Sabbiadoro e Villafranca dove le nostre squadre hanno potuto affrontare formazioni provenienti da altre regioni. Ancora vivi nella memoria dei nostri ragazzi le partecipazioni negli anni scorsi al torneo internazionale di Vienna o al torneo nazionale Scarinci di Roma”. “Partecipare a tornei in giro per l’Italia - continua Dal Dosso - non è solo un’occasione di confronto, ma anche il privilegio di conoscere coetanei, che condividono la stessa passione e magari stringere nuove amicizie, per una crescita non solo sportiva”. C’è poi il settore minibasket, fucina delle future generazioni. Il Minibasket inteso come gioco-sport è la pratica sportiva tra le più consigliate per i bambini dai 4 agli 11 anni, periodo fondamentale per acquisire abitudini motorie sportive. Nei corsi si vuole stimolare i bambini a prendere confidenza con l’attività sportiva, seguendo un percorso ben preciso che permetta il miglioramento delle capacità motorie personali e la socializzazione tra coetanei. L’aspetto agonistico non viene trascurato, ma viene piuttosto inserito per gradi nelle varie fasce

d’età come strumento educativo. La partita deve essere un momento di gioia e non deve essere vissuta con l’angoscia del risultato. Per questo motivo le proposte sono modulate per fasce d’età e lo scopo primario è il coinvolgimento e la scoperta delle emozioni positive che un gioco-sport può dare. Conclude Dal Dosso - “Dispiace un po’ di non trovare riscontro tra le realtà economiche del territorio, sappiamo bene di essere in un momento di crisi economica, ma non capisco come certi sport con sole prime squadre trovino così tanto consenso tra gli sponsor e invece attività storiche di settore giovanile come le nostre non godano di tale consenso e si vedano negate anche solo la possibilità di presentarsi. Probabilmente sopravvalutiamo quello che pensiamo sia il nostro contributo per la formazioni di nuove generazione nella nostra comunità”. Se qualcuno fosse poi interessato a contattare la nostra società per informazioni può scrive alla e-mail: segreteria@garciamoreno1947.it o telefonare al numero 3287497290.


e n io g ra la ra e p u s e n io s s a p quando la di Vittorio Caneva

N

ella vita ci sono dei momenti in cui si deve avere il coraggio di provare ad andare oltre, nel lavoro, nello studio, nello sport, nelle passioni. Bisogna cioè avere forti stimoli o emozioni che ci debbono mettere alla prova. E ciò è successo ad un gruppo di ciclisti questa estate 2012. Il tutto è cominciato da un’idea che continuava da tempo a balenare nella mia mente e riguardava un progetto sportivo: è possibile partire da Valdagno in bicicletta e raggiungere il Passo dello Stelvio in una giornata senza restarci “secco”? In altre parole “degli appassionati cicloamatori in che condizioni si troveranno nel dover affrontare la salita dello Stelvio (25 km e 1808 metri di dislivello, con arrivo a quota 2758), dopo aver già percorso 230 Km e 2800 metri d dislivello?” Questa idea l’ho esternata durante una serata con amici ciclisti, nel novembre 2011 e, a parte le battute ironiche/ scherzose e le espressioni di stupore dei più, nei visi di alcuni ho visto gli occhi che luccicavano e una chiara ma-

nifestazione di compiacimento. Probabilmente la voglia di cimentarsi in un percorso che ti stanca solo a pensarlo, aveva colpito l’immaginazione di taluni. In quel momento ho capito che nell’estate 2012 quel progetto sarebbe stato realizzato. Infatti nel luglio 2012 nove sono stati coloro che si dichiaravano disponibili all’impresa e così, tutti assieme, abbiamo organizzato l’evento. Il dado era tratto. Non si tornava più indietro. Ai nove partecipanti si sono poi aggiunti anche altri tre nostri amici che hanno affrontato l’ultimo tratto del percorso. Inoltre a livello logistico avevamo due mezzi di appoggio guidati da Benetti Giandomenico e Giannino Massignani. Tutto era pronto: Giorno stabilito sabato 28 luglio 2012 Sveglia ore 3.00: la notte passata tranquillamente anche se il pensiero correva su e giù per il percorso. Colazione abbondante, ultimo controllo della bici, accensione dei fari, pressione delle gomme. La temperatura esterna era buona, faceva un buio pesto e non

c’era la luna. Ritrovo ore 4.00: ci ritroviamo tutti dove stabilito, un saluto, uno sbadiglio, una battuta ma nessun ripensamento. Partenza 4.15: si parte, l’avventura comincia. Tutti i fari sono accesi. Sembriamo delle lucciole nell’immensità del buio e si va Recoaro Terme per affrontare la salita di Campogrosso quota 1464 metri (12 Km e 1019 metri di dislivello) una delle salite più dure della Provincia di Vicenza, tanto per non farci mancare nulla. Appena fuori dal centro di Recoaro il buio ci avvolge: Vediamo a mala pena il faretto del nostro compagno più vicino. Sembra di pedalare in un ambiente ovattato, senza alcun rumore se non quello delle nostre ruote. Verso gli ultimi tornati comincia piano piano ad albeggiare. Verso le 5.45 arriviamo in cima . Il cielo comincia a prendere colore. Prossima meta Rovereto Ore 6.40: arriviamo a Rovereto (km 55) dopo aver percorso tutta la Vallarsa. Ci meritiamo una veloce pausa caffè. Imbocchiamo subito la ciclabile che costeggia l’Adige e che ci porterà fino a Trento. Teniamo una velocità costante, senza

strafare, dandoci cambi regolari. Durante questo percorso troviamo anche alcuni ciclisti che si offrono a farci da guida per superare la città di Trento ed imboccare con celerità la via che porta a Mezzolombardo dove è previsto un ristoro. Ore 9.00: arriviamo a Mezzolombardo (Km 110) e lì ci fermiamo a degustare le specialità del”Pizzicagnolo” che ci propone panini e bibite di qualità. La sosta coincide anche con l’unica foratura di tutta la giornata. Ore 10.00: si parte con meta Merano e decidiamo di modificare il percorso a causa della temperatura troppo alta che avremmo trovato a Bolzano. Decidiamo quindi di affrontare alcun salite di media difficoltà che ci avrebbero portato ad Appiano, passando per la Strada del Vino e il lago di Caldaro . Paesaggi bellissimi, vigneti, laghetti e paesi caratteristici ci hanno accompagnato per tutto il percorso: Un gusto per gli occhi, un po’ meno per le gambe. Ore 12.30: arriviamo alla Birreria Forst ( km 175) proprio nel momento in cui si stava scatenando un forte temporale, con vento, pioggia e grandine. Ci siamo fermati ed


appassionati ciclisti di o pp gru un IO ELV ST LLO DE O SS -PA VALDAGNO do compie la super rne Co ia an lom Ve e o rm lte Va le va No b clu del ciclo sso dello Stelvio in giornata. pa il o gn lda Va da ere ng giu rag di sa pre im

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I PARTECIPANTI

abbiamo pranzato a base di pasta e birra. La dea bendata probabilmente ci aveva a cuore, fatto sta che appena terminato di mangiare ha smesso di piovere ed è spuntato un sole caldo e raggiante. Alle 13.30 si parte per la Val Venosta fino a Prato dello Stelvio. Prendiamo di buona lena la ciclabile che ha mantenuto le promesse di essere la più bella d’Italia. Fiancheggiando l’Adige si attraversano i vari paesi della Valle, si entra nei boschi, si sta a contatto con la natura, sempre distanti dal traffico. Uno spettacolo che ti fa dimenticare i vari doloretti che accompagnano ogni ciclista. Vicino a Silandro ci incontriamo con altri nostri tre compagni di viaggio (Alessandra Visonà, Mirco Campanaro e Giandomenico Benetti) che hanno optato per il percorso più breve e che ci accompagneranno fino al Passo dello Stelvio. A questo punto siamo in dodici (numero esoterico/magico) Tutti sono pronti per l’assalto allo Stelvio. Il pensiero è sempre là su quella salita. Ore 16.00: arriviamo a Prato dello Stelvio (km 230). Qui comincia la Salita simbolo del Giro d’Italia . Qui non ci sono scie da sfruttare, non ci sono trucchi né inganni.

Si è soli contro i mitici 48 tornanti. Il tempo comincia a peggiorare di nuovo. Tira un venticello che non promette nulla di buono. Il sole sta staccando la spina. Ognuno deve fare i conti con sé stesso, con le sue motivazioni e con i suoi muscoli. La salita misura 25 km, 1808 metri di dislivello e l’arrivo è a 2758 metri sul livello del mare. Fin da subito la fatica si fa sentire. La bici sembra di piombo. Da Gomagoi a Trafori comincia a piovere. L’Hotel di Thoeni fa bella mostra di sé al tornante 46. Si entra nel bosco. Le pendenze si fanno importanti. Piove a dirotto, fa freddo. Non c’è tempo per il dolore ai piedi, alla schiena, alle braccia. Qui bisogna usare la testa, la passione, la volontà. Rapporto agile, testa bassa e pedalare. Niente scatti, ma regolarità assoluta e mai andare fuori giri con il respiro. Si cominciano a vedere i tornanti degli ultimi chilometri che hanno reso celebre questa salita. Smette di piovere. Comincia a tirare un vento forte e freddo in senso contrario alla marcia. Abbiamo superato i 2000 metri. Non ci sono più alberi ai bordi della stra-

da. Si vedono tutti gli ultimi sette Km. Mi volto indietro. Siamo tutti sgranati. Ognuno viene su del suo passo. Ognuno è solo con se stesso. I rettilinei da un tornante all’altro sembrano infiniti. Mancano 500 metri. Mi aggrappo al manubrio e salgo sui pedali. Nel tornante la velocità segna 6 km/h. al limite dello stallo. Mancano 200 metri. Tiro fuori tutta l’energia che mi rimane. Vedo lo scollinamento, azzardo uno scatto: ce l’ho fatta. Un idillio! 18.30: Passo dello Stelvio (Km 255). L’impresa è compiuta. E fin che aspetto di incontrarmi con tutti i protagonisti di questa bella giornata mi ricordo di alcuni brani di una poesia del Leopardi che ben si adatta al mio sentire in quel posto e in quel momento :“…..e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio e il naufragar m’è dolce in questo mare.” Alla prossima.

Cristian Lovato Ciclo Club Novale Valtermo Dario Reniero Ciclo Club Novale Valtermo Manuele Frapiume Ciclo Club Novale Valtermo Michele Visonà Ciclo Club Novale Valtermo Vittorio Caneva Ciclo Club Novale Valtermo Andrea Zamperetti Ciclo Club Velomania Cornedo Mario Fin Ciclo Club Velomania Cornedo Moreno Novello Ciclo Club Velomania Cornedo Vito Bicego Ciclo Club Velomania Cornedo Partenti da Merano (fatto solo l’ultimo tratto) Alessandra Visonà Ciclo Club Novale Valtermo Giandomenico Benetti Ciclo Club Novale Valtermo Mirco Campanaro Ciclo Club Novale Valtermo Aiuto logistico (mezzi al seguito) Giandomenico Benetti Ciclo Club Novale Valtermo Giannino Massignani Ciclo Club Novale Valtermo


lettere

Potete scrivere al Senatore Alberto Filippi inviando le vostre e-mail a: sportivissimo@mediafactorynet.it

C’è giustizia per brenda? Gentile Senatore,

Carissima Loredana,

Brenda è una cagnetta, che è caduta, non si sa come, in un baratro profondo 42 metri, sebbene quel baratro fosse protetto da un recinto. Brenda è finita lì dentro ma miracolosamente è rimasta illesa. Per cinque lunghissimi giorni è riuscita a non morire di fame e di sete, malgrado nessuno, tanto meno il suo padrone, si fosse prodigato a cercarla e a salvarla. Forse si pensava che Brenda fosse già morta? Ebbene, se Brenda oggi è ancora viva, dobbiamo ringraziare quella splendida persona che ha segnalato la presenza di un cane nel buco alle Guardie Provinciali, le quali sono immediatamente intervenute con l’aiuto di quei meravigliosi ragazzi, i Vigili del Fuoco della caserma di Schio, che si sono calati per tutti i 42 metri in cui era finita Brenda in modo da salvarla. Le sue condizioni erano pietose ma per fortuna Brenda era ancora viva! La persona che per i 6 mesi successivi l’ha amorevolmente accudita e a cui Brenda si è affezionata in maniera incredibile, non sa cosa dire di fronte alla scelta del giudice di imporre il ritorno di Brenda al suo precedente padrone, il quale, quel giorno, l’ha persa nel buco e, poi, non l’ha nemmeno cercata, né ha chiamato i soccorsi e per i 6 mesi successivi dal suo ritrovamento non si è mai interessato a lei tanto che, quando se l’è ripresa, Brenda ha avuto una reazione aggressiva nei suoi confronti. Perché questo? Perché Brenda non ha potuto rimanere con la persona che l’ha accudita con tanto amore? Perché, invece, è stata riaffidata a chi l’aveva persa e soprattutto dimenticata in quel buco dove avrebbe trovato morte sicura? Noi non sappiamo darcene una risposta, e lei?

la tua lettera mi ha molto colpito. Nella mia attività politica - non credo, facendo questo accenno, di rompere il patto con il direttore di Sportivissimo di non scrivere di politica su queste pagine - mi sono dedicato molto a sostenere il movimento antivivisezione. Ritengo che gli animali meritino tutta la nostra attenzione e il nostro rispetto per l’affetto incondizionato che ci sanno dare. Bene ha fatto la signora ad avvisare la presenza di Brenda in fondo al pozzo e grandi, davvero grandi sono stati gli agenti della Polizia Provinciale e i Vigili del Fuoco della caserma di Schio. Nella mia attività di sostenitore del movimento antivivisezione ho conosciuto persone che di fronte a un caso del genere avrebbero trovato modo di chiedere quanto è costata l’operazione di recupero del cane: il duplice intervento del Polizia e dei Vigili del Fuoco, e poi avrebbero trovato anche da ridire sul fatto di impegnare addirittura la magistratura, che di per sé è già congestionata da cause irrisolte, per un episodio così da poco. Ebbene, cara Loredana, tu e io la pensiamo diversamente: non sono questi gli sprechi italiani! Un cane, un animale va salvato sempre, esso appartiene al nostro stesso mondo e i suoi diritti alla vita sono assolutamente legittimi. Il giudice avrà certamente applicato la legge ma, credimi, le lacune in materia di tutela degli animali sono ancora molte e noi dobbiamo fare ancora tanto affinché i diritti degli animali siano davvero rispettati. Salutandoti e ringraziandoti, vorrei che tu portassi il mio abbraccio alla signora che per 6 mesi ha accudito Brenda, rimettendola in forze e in salute; la sua dedizione è stato un gesto di grande umanità, anche se rivolto a un animale.

Loredana Ronchi.

Un forte abbraccio anche te, Alberto.

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Sportivissimo Settembre 2012  

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