sportivissimo febbraio 10

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BMW Motorrad F 800 GS

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Piacere di guidare

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editoriale 3

Se il gatto miagola

“I

l gatto miagola perché vuole il latte”. Frase facile o frase difficile? Secondo gli ultimi studi sullo stato della cultura degli italiani, questa frase è: difficilissima per un 5% di connazionali che proprio non riesce a capirla; difficile per un 33% che si blocca a comprendere il senso della frase principale: “il gatto miagola”; abbastanza difficile per un altro 33% che si ferma a decifrare il rapporto causale tra il “miagolare” e il “volere il latte”; infine, e finalmente, facile per il restante 29% che non ha difficoltà a comprenderla, e dà il latte al gatto che così smette di rompere le scatole. Facciamo – alla Pascal – un po’ di conti. Siamo in 60 milioni circa, di cui solo l’1% si dichiara analfabeta. Del restate 99% c’è un 70%, pari cioè a 42.000.000 di persone, che è davvero messo male con la comprensione di un testo scritto. Dovrebbe essere chiaro, quindi, che una frase: “Facciamo – alla Pascal – un po’ di conti”, è proprio un fuori luogo in un testo d’apertura di un giornale locale e per giunta sportivo, dato che uno sportivo non è tenuto a sapere chi sia il filosofo francese Pascal e quindi nemmeno a conoscere il suo vezzo di riassumere i propri pensieri in efficaci sintesi numeriche. Ma, se si volesse essere ancora più attenti alla leggibilità, si dovrebbe evitare di scrivere anche una frase come: “l’atleta corre perché vuole vincere”, che è sintatticamente identica alla difficilissima “il gatto miagola perché vuole il latte”. Per avere un’ampia leggibilità, allora, si dovrebbe usare lo stile con cui si scrivono gli sms. Beh, niente di più facile! Ma, domanda, è degno dello sport, cioè della sua storia millenaria e della sua pratica e del suo pensiero, avere un linguaggio da short message system, da sms cioè, con cui al massimo comunichiamo: “butta la pasta che sto arrivando?” Direi di no. Lo sci non vive di piste azzurre, che sono le più facili; il ciclismo di pedale in discesa; il sub d’immersioni nella vasca da bagno; il basket di canestri di fogli accartocciati nel cestino dell’ufficio. Lo sport è performance, e questa è per definizione alta, unica, mai mediocre e banale.

di Luigi Borgo

È razionale, quindi, l’obiezione che ho ricevuto da alcuni amici secondo i quali i miei editoriali possono risultare difficili per molti lettori, ma, friends, questo è l’argomento sport; ma, amici, questo è l’uomo, e in specie l’uomo sportivo, che non è fatto solo di razionalità, ma di sogni, di miti, di fantasie, di profonde pulsioni personali, d’istinti e contraddizioni, di intime necessità, di infinite passioni. Tutti quelli che scrivono hanno un loro lettore ideale. Anch’io ho il mio e il mio è una persona che vive il proprio quotidiano in modo semplice, la cui immagine percepita dagli altri può, in alcuni casi, essere di persona rude, talvolta grezza, quasi sempre illetterata; ma è solo la sua immagine, perché il mio lettore ideale ha un animo elegante e un’intima voglia di conoscere: insomma mostra i muscoli (è uno sportivo), ma ha un cervello che funziona e una volontà (sportiva) che non teme difficoltà e fatiche. E quindi è uno che legge, e rilegge, e magari rilegge ancora. Ha tempo un mese! La comprensione del testo diventa la sua sfida, malgrado la sua cultura personale non lo aiuti affatto. Di Pascal, a cui qui si è fatto riferimento, non sapeva nulla prima, non sa nulla adesso, ma di questo editoriale ha capito che io scrivo proprio per lui. Che non mi interessano i lettori sapienti, che leggeranno, e giustamente, cose più alte; né chi vorrebbe leggere senza un minimo di concentrazione. Totale, alla Pascal, ovvio: razionalmente noi ogni giorno siamo un po’ più vecchi; dopo i 25 anni non cresciamo più e ogni giorno dentro il nostro corpo muoiono cellule e così sarà, in un processo innarestabile, fino al giorno finale; sportivamente, invece, ci sentiamo di anno in anno sciatori sempre più bravi, ciclisti sempre più forti, atleti sempre più performanti. E’ una contraddizione? No. E’ la magia dello sport: la sua verità. Ecco, razionalmente uno sportivo dovrebbe leggere solo classifiche; di fatto ama leggere ciò che lo fa pensare. E’ una contraddizione? No. E’ il suo spirito.

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SSIMO

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Direttore responsabile Luigi Borgo Redattore capo Filippo Pavan Redazione Paola Dal Bosco, Andrea Cornale Web master Nicola Anzoni Redazione tecnica alpinismo Luigi Centomo arco Carlo Carli arti marziali Massimo Neresini atletica Ivanoe Simonelli avventura Franco Spanevello basket Filippo Pavan benessere Alessandro Grainer boulder Nicola Anzoni caccia e pesca Dorino Stocchero calcio Alessandro Grainer calcio a 5 Nicola Ciatti

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Quei piedi

antichissimi

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di Luigi Borgo

a quando ha iniziato, era l’estate del 2002, Tom Perry, l’uomo che sale le montagne a piedi nudi, ha avuto un successo incredibile: ha incontrato personalità importanti come il Dalai Lama, è stato tedoforo delle Olimpiadi di Torino 2006, è stato ospite delle maggiori reti televisive nazionali, sia in programmi d’informazione come il tg1 o il tg5, sia d’intrattenimento come il Maurizio Costanzo Show e Verissimo, in cui ha raccontato le sue stupefacenti imprese dalla salita sul Sinai, al Kilimangiaro, al Makalu; dai vulcani della Bolivia, all’Etna, al Fujiyama. Grazie alle sue imprese Tom Perry ha incontrato tutti, si è fatto conoscere da milioni e milioni di telespettatori in oltre 70 presenze televisive, ma è sempre rimasto straordinariamente se stesso, un uomo semplice, diretto, innamorato della montagna. E questo significa che quel bizzarro salire a


5 piedi scalzi sulle cime dei monti non era una trovata esibizionista per inseguire la via del successo e del denaro, ma era un sentire autentico, che gli apparteneva nel profondo. Salendo a piedi nudi sulle rocce, egli dice di provare una sensazione di benessere, di sentire l’energia antica della terra, che lo rigenera. Il talento di Tom è, credo, di aver conservato la memoria di quando tutti gli uomini camminavano a piedi nudi. È come se i suoi piedi fossero i nostri piedi di quando eravamo uomini della preistoria. Ritengo che venga da qui quella spontanea curiosità che proviamo per lui e per le sue imprese. Guardandolo, sentiamo che migliaia e migliaia di anni fa, così camminavamo anche noi. “Ad un tratto”, racconta, “mi sono tolto gli scarponi; non so, forse, mi facevano male, sicuramente non ci stavo più bene dentro. Era il 2002 ed ero sul vajo Pelegata e ho fatto qualche passo”. Dorino Stocchero, collega di Tom e da sempre collaboratore per le pagine sulla caccia di Spor-

tivissimo, ricorda quando erano sul vajo dei Contrabbandieri e Tom si è tolto per la seconda volta gli scarponi. “L’ho fotografato”, dice, “era incredibile come riusciva a camminare a piedi scalzi su quei sassi così aguzzi”. Tom capisce che quei piedi lo possono portare lontano. Dal rifugio Fraccaroli sfida gli amici a chi fa più strada verso la croce di Cima Garega. C’era chi si fermava dopo un solo passo, chi dopo due, lui arrivava alla croce. Adesso, che è salito sulle Tofane, sul Pelmo, che ha camminato tra le rocce bollenti dell’Etna e i ghiacci del Makalu, Tom ha capito di avere una dote unica. Non si definisce uno sportivo che fa imprese, ma uno sportivo che vuole portare un messaggio di solidarietà alle popolazioni delle montagne che dal Tibet alla Bolivia al Guatemala, per dove partirà il prossimo mese, spesso vivono dimenticate da tutti; ma Tom è uno sportivo che vuole anche ricordare a noi uomini dell’Occidente industrializzato quel rispetto per la terra, quell’essere parte della terra che era dei nostri antichissimi padri e che quei suoi piedi forti, a loro volta antichissimi, ci testimoniano.


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Tom e Marana Per Tom Perry Marana è “la sua” montagna, la montagna dello spirito, in cui andare a meditare, pensare, a ritrovare la giusta energia. Negli anni sono più di 500 le volte in cui ha raggiunto i 1500 metri della cima, dove vi è il capitello dedicato alla Madonna, a cui Tom è molto devoto. Il sentimento religioso è forte in Tom, che dal 2007 sta ripercorrendo “I sentieri di Papa Giovanni II”, l’ambizioso progetto di camminare a piedi nudi i sentieri della vita di Papa Wojtyla. Il viaggio si concluderà sul monte Tatra, frequentato da Papa Wojtyla in gioventù e da lui amato in modo speciale.

Tom e Sergio

Tom ha un amico che lo aiuta nell’organizzazione delle varie iniziative di cui è protagonista. Si chiama Sergio Riello (grandiformati@gmail.it). È lui che predispone i programmi di viaggio, gli incontri, gli scambi culturali; che tiene la fitta agenda delle serate, circa una trentina all’anno, che Tom tiene in tutta Italia.


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’l arte della caccia

Storia, tecnica e disciplina per la cattura degli animali selvatici

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di Dorino Stocchero

’uomo fin dai tempi storici ha catturato gli animali, prima per cibarsene, poi per servirsene e in seguito per studiarli. I primi animali catturati, con ogni probabilità, rimanevano intrappolati in pozze fangose e melmose predisposte dall’uomo. Successivamente la necessità di catturare animali vivi indusse l’uomo ad escogitare varie tecniche di trappolaggio. Nel tempo dell’antica Roma per alimentare i tristi spettacoli vi era un notevole incremento delle catture di bestie aggressive. Lo studio della dinamica delle popolazioni selvatiche spesso richiede la cattura di alcuni soggetti che vengono contrassegnati con marche auricolari e dotati di radiocollare per il monitoraggio degli spostamenti, localizzandoli nella loro identificazione. Qualche volta la cattura è necessaria per effettuare dei trattamenti farmacologici e dei monitoraggi sanitari. Un’operazione importante per la gestione è rappresentata dalla traslocazione degli animali selvatici da un’area all’altra, fenomeno che interessa generalmente caprioli, daini, cervi, mufloni, stambecchi e camosci; questi ultimi normalmente vengono catturati nei Parchi Nazionali o Naturali Regionali dove le popolazioni sono opportunamente gestite e caratterizzate da alte densità allo scopo di immetterli in aree dove queste specie erano storicamente presenti e sono oggi estinte o dove la loro densità è molto minima. Queste importanti reintroduzioni acquistano un maggior significato quando vengono effettuate per la migliore conservazione di specie minacciate di estinzioni. Si osserva il caso del “signore delle vette”, lo stambecco alpino, la cui popolazione si era ridotta a poche decine di soggetti sopravvissuti nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. La sua ricolonizzazione dell’intero Arco Alpino è dovuta alle numerose operazioni di reintroduzione iniziate già nel secolo scorso e che continuano ancora oggi. Altra specie reintrodotta in territori, Riserve e Parchi, per fini conservazionistici è quella del cervo rosso europeo (cervus elaphus), la quale si è rilevata fondamentale per la loro diffusione anche nelle aree limitrofe, dove la stessa è considerata molto importante dal mondo venatorio dal punto di vista qualitativo e quantitativo. L’evoluzione delle metodiche di catturare gli animali selvatici nel corso degli anni si sono perfezionate e sviluppate raggruppando le medesime in due tipologie. La prima prevede l’utilizzo di reti verticali, gabbie trappola, vari tipi di recinti e lacci a piede dette “catture meccaniche” (questo metodo ormai non più usato per la cattura


8 degli ungulati selvatici in quanto causa gravi traumi negli animali quando, nel tentativo di liberarsi, si divincolano violentemente). La seconda, la teleanestesia, si basa sulla somministrazione di sostanze farmacologiche lanciate con strumenti (fucile, pistola ad aria compressa e cerbottana) a distanza, queste sostanze consistono normalmente in un farmaco ad azione immobilizzante iniettato nell’animale per mezzo di una siringa a rilascio automatico detta “cattura chimica”. La cattura degli animali con reti verticali avviene con la posizione di una linea di reti, di altezza compresa tra i 2,50 e i 3 metri con una maglia da cm 10x10, appoggiate a sostegni come supporti di legno o alberi (in genere le reti sono dell’ordine di cento o più metri, con la lunghezza che dipende dalle abitudini del selvatico e dalla natura del terreno). L’operazione si svolge con un fronte di battitori che spingono gli animali in direzione delle reti vicino alle quali sono posizionati altri operatori. Gli animali spaventati urtano in velocità e con violenza le reti provocando la sua caduta e quindi rimangono imprigionati nella stessa. Questi interventi necessitano di personale di provata capacità, appostati nelle vicinanze delle reti, in grado di immobilizzare i selvatici con sicurezza senza compromettere l’incolumità dell’animale, la propria e quella dei compagni di cattura. Il sistema è utile in natura per operazione di monitoraggio sanitario, di marcatura e di traslocazione. In alcuni casi per garantire l’incolumità e la sicurezza pubblica le reti vengono usate per la cattura di esemplari entrati in sedi autostradali, in centri urbani o aree recintate. I recinti trappola sono costruiti in forma circolare di circa 10 metri di diametro con pareti in legno alte 3-4 metri costruite in luoghi dove gli animali sono costantemente foraggiati. Questo metodo viene usato soprattutto per la cattura dei cervi nel periodo di innevamento i quali, una volta entrati nel recinto per alimentarsi, azionano un sistema di scatto automatico, o manuale, determinando la chiusura dell’unico por-

tone “a ghigliottina” di accesso che intrappola l’animale. Le gabbie trappole sono utilizzate nelle zone di passaggio dagli animali o nelle saline frequentate dai camosci. Le medesime sono costruite normalmente da materiale ferroso di robusta struttura a dimensioni variabili e la loro chiusura viene azionata dal selvatico mediante un sistema a scatto; questo sistema è utilizzato con efficacia per la cattura del cinghiale. La scelta della tipologia di intervento da utilizzare nella cattura dipende da alcuni fattori; la specie da catturare, la taglia del soggetto, le condizioni ambientali, le finalità dell’intervento e le risorse a disposizione (tecniche, finanziarie e umane). Qualsiasi sia l’intervento adottato è comunque consigliabile la presenza di un medico veterinario competente, infatti non tutti i veterinari sono in possesso di esperienza necessaria per intervenire sugli animali selvatici. In tutti i sistemi di cattura bisogna sempre ricordarsi che si tratta di animali selvatici e che gli stessi subiscono comunque sempre un forte stress e le manipolazioni devono sempre essere effettuate nel silenzio più assoluto. Al momento della liberazione va evitata la presenza di molti spettatori e le cerimonie chiassose che possono terrorizzare gli animali, già particolarmente provati dalla cattura e dal trasporto.


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Lessinia Crossing La grande traversata della Lessinia, un tinerario scialpinistico inedito sulle Prealpi Vicentine.

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di Mariano Storti

abato 16 gennaio, di buon mattino Mariano Storti ed Eddo Dal Lago partono, sci ai piedi, per una bella avventura sulle montagne di casa: le Piccole Dolomiti. Il programma è la traversata della Lessinia, un percorso scialpinistico inedito, un viaggio con gli sci o con le ciaspe destinato a divenire una grande classica dell’escursionismo invenale sulle montagne vicentine e veronesi. La grande traversata inizia alla Vasca Marzotto, strada per il Rifugio Cesare Battisti , alla Gazza., nel Comune di Recoaro. Fa freddo e le condizioni sono ottimali per affrontare la traversata che li porterĂ dalla valle


10 dell’Agno alla Valle dell’Adige. La gita in sintesi ripercorre con gli sci il classico itinerario estivo che porta al Santuario della Madonna della Corona, il Camino de Santiago dei vicentini. Il percorso si può dividere in due parti: la prima ,scialpinistica, risale il Passo della Lora, il Forcellino per scendere a Malga Campobrun , al Passo Pertica. Un po’ prima del rifugio Revolto si rimettono le pelli e si risale al Passo Malera, la porta dell’altopiano della Lessinia. Entrati nel grande altopiano inizia il percorso sci-escursionistico, la seconda parte, che porta rispettivamente a San Giorgio, a Podesteria, al Passo Fittanze. Dal passo si risale sul Monte Cornetto, per poi scendere finalmente a Fosse, alla fine dell’altopiano, in vista dell’Adige e del Santuario, scavato sull’alta parete rocciosa. Alla fine il dislivello in salita risulta di 1600 metri, mentre lo sviluppo chilometrico totale è considerevole: una quarantina di chilometri, percorsi in 8 ore, soste comprese. Un grazie a Simone Pozza che è venuto a recuperarci in auto, percorrendo più di 120 chilometri, solo all’andata!. La gita, il lungo viaggio con gli sci, è stata un tributo e un bel regalo di Mariano al 65 compleanno del maestro di sci Dott. Eddo, un esempio, per i più giovani, di tenacia sportiva: “Superare gli altri è avere la forza, superare se stessi è essere forti”. ( Confucio )


Lopa olimpico A Kranjska Gora si sono disputati i mondiali master di sci alpino. Grandiosa prestazione degli atleti vicentini: con l’oro di Paolo Lora e con il bronzo di Mariagrazia Potepan e di Severino Sella e con gli ottimi risultati di Loredana Zicchè, Flaviano Pelà e Fortunato Zordan.

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l 24-26-28 gennaio si è tenuta a Kraniska Gora la prima edizione dei GIOCHI INVERNALI MONDIALI MASTER L’evento è il primo esperimento per verificare la possibilità di effettuare giochi invernali mondiali master di sci alpino, sci nordico, salto, hockey, combinata nordica. Su due piste dell’area sciistica della prestigiosa stazione internazionale, non certo sulla pista della Coppa del mondo, per lo sci alpino, circa 600 atleti Master da tutto il mondo (Australia, Austria, CAN, RUS, SWE, FIN, USA, LIT, CZE, FRA, SLO e altre) si sono sfidati per decretare il più forte sciatore master 2010. Nella pista A hanno corso i gruppi A+C (30-35-40-4550 anni), in quella B i gruppi B+D (55-6065-70-75-80-85-90 anni). Questo il programma: martedì 24/02 slalom gigante: 18 podi, 3 ori ITA; giovedì 26/02 Super Gigante: 18 podi, 8 ori ITA; venerdì 28/02 Slalom Speciale: 14 podi, 7 ori ITA. Lo sci club Marzotto ha partecipato sotto l’egida dell’Italia ed è stato un grande successo!

Sella Severino bronzo in gigante, Potepan Mariuccia bronzo in super-G e Paolo Lora oro in super-G piazzamenti di valore per Zicche, Zordan e Pelà. Complimenti ai nostri bravi rappresentanti dello sci vicentino.

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sci


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A caccia di polvere

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re 8.30 appuntamento a Lavarone. Perchè non fargli uno scherzetto? “tu...tu... tu... pronto? Guido, ascolta, non posso venire ti spiegherò poi, ci sentiamo dopo”. Gli sono alle spalle, lui non se n’è accorto e riattacca, non gli vedo il volto ma m’immagino la sconsolata smorfia dell’occasione persa, d’un tratto si gira e mi vede, quasi non ci crede: “ma allora ci sei, vieni?” Dentro di me penso, duro il raga, perchè sarei qui se no? Sci, scarponi, bastoni e una sacca della capacità da traslocare un intero appartamento stracolma di roba, carichiamo tutto sulla Powdermobile. Si parte a caccia di polvere, dicono di averne vista parecchia dalle parti di Enego in Veneto. Sulle note di Spellbound degli AC/DC percorriamo a palla la tundra della Val D’Assa in direzione Asiago. Sole e temperatura abbondantemente sotto lo zero termico dovrebbero confermare le previsioni da urlo. Il rock alquanto strong della colonna sonora ci gasa ancor prima di mettere i nostri super fat ai piedi. Ogni colpo di batteria è una curva, ogni assolo a squarciagola del roker è un affogo nella magia dell’immaginaria neve. On the road scagliati verso il paradiso! Dall’offuscata visibilità del parabrezza che sembra guardar fuori da un autoblindo - causa un manto stradale cosparso di sale e ghiaia - attraversiamo gli abitati di Gallio e Foza. Stile di guida e autovelox non ci preoccupano data l’illeggibilità della targa. La sporcizia accumulata, sommata al colore nero d’origine sembrano darci quell’alone di mistero e d’inviolabilità dei migliori eroi. La strada segue fedelmente ogni valletta

di Arturo Cuel

Una giornata di straordinaria follia in fuoripista con Guido Lanaro, eclettico dello sci


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che incontra e noi lì a guardare e discorrere su ogni possibile linea da tracciare. Le scoscesità degli immacolati pendii, che avidamente scrutiamo, ci distolgono dal guardare con degna e meritevole attenzione il bel territorio dei Sette Comuni. Dopo Stoner, una piccola frazioncina di pochissime case dal nome simile al campione di moto GP, decidiamo di abbandonare la Powder-mobile. Ci è impossibile resistere al richiamo di quel bianco accecante. Partire da qui con le pelli e poi raggiungere gli impianti ci garantirebbe al rientro un lungo fuoripista. Optiamo per l’ascensione del Monte Lisser e incolliamo in tutta fretta le pellicce sotto gli sci. Il presagio di questa non prevista sofferenza passa per gli ingranaggi delle diaboliche menti imponendoci un’ulteriore e più meditata riflessione, che subito si rivelerà astutissima. Conclusione, niente fatica, ma un comodo e confortevole autostop in stile hippy! Scrocchiamo un passaggio a bordo di un mini suv condotto da due buone anime velate di compassione e munite di ciaspole. Poco dopo lo Star Gate ci sbarcherà direttamente alla partenza degli impianti di Val Maron (Enego). La quale, inaspettatamente splendida, si apre nell’ampiezza di sconfinate abetaie. E’ una stazioncina che ci riporta un po’ agli albori dello sci: niente mega seggiovie ad alta portata ma solo un punto ristoro e una rosa ben organizzata di skilift che pare offrirsi tutta per noi. L’occhio scappa alla generosa quantità di powder presente, ci saranno non meno di una trentina di centimetri. Nel posto troviamo altrettanta

genuina cortesia degli inservienti, particolarmente interessati alla nostra attrezzatura da telemark. Quasi ci rubiamo il gancio dello skilift di mano da tanta è la voglia di arrivare all’attacco delle run. Giunti in cima lasciamo inscalfita la perfetta battitura della pista e dirigiamo le punte fuori traccia, nella polvere. E’ iniziata la caccia! Fatico a rimanere nella scia di Guido veloce com’è nella profonda e soffice neve. I primi spazi aperti che si presentano d’innanzi poco resistono agli assalti delle micidiali armi da oltre 180 cm di lunghezza di cui disponiamo, uno ad uno ce li pappiamo senza pause. Poi l’attenzione si rivolge ad un boschetto di alti faggi. Mai visto nulla di simile! Ci si può passare dentro e serpeggiare a piacere come in un fantasioso tracciato per lo slalom. E’ un gioco alla roulette, guai a sbatterci la faccia contro uno di quei tronchi, ma la qualità della neve è incredibile. I meno 23 gradi della mattinata l’anno resa vellutata come lo zucchero del pandoro. Di tanto in tanto un delicato alito di vento fa cadere dalle fronde una spruzzatina di minuscoli luccicanti fiocchi, l’atmosfera d’incanto s’infrange trafitta dai raggi del controluce. E’ una discesa fatta di apparizioni e sparizioni fra gli alberi che si frappongono come a delimitare i fotogrammi della nostra sciata. Usciamo e rientriamo nel bosco con un’assiduità tale da incuriosire l’addetto della stazione a monte. Si chiama Daniele, anch’egli disponibile e cordiale. Nel minuscolo ricovero, dividerà per noi un fugace pasto a base di formaggio e affettati. Quasi a farci una confiden-


14 za segreta ci mostra un’asse intagliata che raffigura un urogallo. Scolpisce e disegna nei momenti di poco afflusso, quando fuori è freddo e non ci sono sciatori. Il tempo stringe, l’orizzonte che ci sta attorno è senza fine, davanti svettano maestose le Pale di S. Martino e più in basso, già nell’ombra, il paese di Enego. Rimettiamo gli sci con la stessa euforia del mattino e ci rituffiamo nel mare bianco. L’infantile gioia di un interminabile concatenamento di cucchiaiate ci fa entrare nella zona off-limits, contromano alla risalita. Dove, ci viene gentilmente spiegato che non è possibile passare: “perchè se tutti dovessero fare così...” Siamo fortunati e veniamo perdonati. Il sole se ne sta andando per i fatti suoi e la temperatura scende come l’energia rimasta nei quadricipiti. La traccia che seguiamo per il rientro ci porta davanti all’elegante profilo del Forte Lisser, custode e scrigno di testimonianze del primo conflitto mondiale. Su questo versante la neve ha memorizzato in mutevoli forme il percorso del vento e la luce rimasta illumina soltanto le lontane rocce dolomitiche. L’ultima run è da gustare fino in fondo e per questo ne cerchiamo l’attacco giusto. Posizioniamo gli sci come dovessimo assestare una cannonata e sarà proprio così, ci spariamo a capofitto un fuoripista conclusivo da sballo. Nessuna pietà alla stanchezza incombente, il ritmo è quello del rock duro e sfrontato ascoltato durante il trasferimento. Wow! “Guido, dammi un cinque!” Stock!

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Diventare maestri di sci

È difficilissimo diventare campioni, ma è difficile anche diventare professionisti dello sport: Toni De Toni ci racconta la sua esperienza - il suo sogno diventato realtà - di aver conseguito il diploma di maestro di sci a 49 anni. Un racconto affascinante, per nulla autocelebrativo, ma essenzialmente istruttivo per ribadire che il vero talento è la tenacia nel credere in se stessi.

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di Toni De Toni

ella vita ci sono momenti di grande felicità ma, come spesso accade, è dalle esperienze tristi, dove la delusione regna, che si scatena la voglia di reagire e di provare ad inseguire un sogno. Così l’avventura inizia la mattina del 7 marzo 2005. Partenza ore 5,30 con l’amico Mariano Danzo, mio grande sostenitore e promoter, destinazione piste della PLOSE di Bressanone per affrontare la selezione di ammissione al corso maestri di sci dell’Alto Adige. Arrivo a pelo alle 8,30, dopo essermi perso nel traffico di Bressanone, nel piazzale di partenza degli impianti. Presentazione della giornata e appello dei presenti da parte dei responsabili dei corsi di formazione, logicamente più in lingua tedesca che italiana. Non avendo mai studiato il tedesco non capivo niente, solo sentendo il mio nome e cognome collego che mi stavano consegnando il pettorale con il numero 77. Prima riflessione: Cosa ci faccio io qui? Dettata soprattutto dal fatto di non capire il tedesco e poi guardando gli altri candidati che quasi tutti non superano i vent’anni. Totale dei candidati 450 divisi in due giorni di prove tecniche con la possibilità di un terzo giorno per i rivedibili. Tre le prove da sostenere: Slalom Gigante, Prova libera (interpretare un pendio liberamente dimostrando di effettuare almeno tre diversi archi di curva), Serpentina. Finite le prove verso le 13 inizia la lunga attesa, la tensione sale, verso le 17 vengono comunicati i risultati. Cominciano con l’elenco dei promossi poi i rivedibili. Promossi: tra uno Stefan Ambach, Lukas Bacher, Melanie Bachman, Fabian Bernmeister, Simon Demez, Jep Erlacher, Markus Eccli, Berthold Gamper, Magdalena Hofer, Pirmin Karbon, Franziska Lintner, Nadine Messner, Daniel Pescollderungg c’è un certo Antonio De Toni di Valdagno Vicenza età 46 anni. Dalla felicità abbraccio il mio vicino e lo sollevo portandolo in giro per il piazzale, è un maestro di sci di Trento che accompagnava un candidato, logicamente non lo conoscevo. ERO FUORI E FELICE. Il corso in Alto Adige dura tre anni ed alcuni esami riguardano la lingua tedesca. COME FARE????? Mi imparo tutti i termini anatomici del corpo, i verbi che ritengo necessari per sciare, poi vado

a lezione da una insegnante di tedesco. Lei parte con la grammatica e con un sacco di regole, al che io, spaventato, le propongo un’altra strada. Io devo insegnare a sciare, mi serve dire questo, fare questo, prendere quello, andare là ecc. ecc. A casa mi preparo le frasi per me utili, le traduco alla mia maniera e poi le verifico con lei aggiungendo le corrette regole grammaticali . Il metodo sembra funzionare. Ad un certo punto, dopo quattro o cinque lezioni, ho la soddisfazione da parte dell’insegnate che ’afferma: BENE; STAI ANDANDO BENE E POI NON MI SONO MAI DIVERTITA TANTO COSI’ AD INSEGNARE IL TEDESCO. Il corso del primo anno procede. Durante i mesi estivi teoria frequentando i corsi nella sede della scuola agraria di Bressanone. Materie: diritto civile e penale, teoria dell’insegnamento, educazione civica, nevologia e meteorologia, pronto soccorso, linguaggio tecnico e materia di insegnamento in lingua italiana e tedesca. In autunno corso pratico sugli sci in giro a ghiacciai poi corso di didattica con i bambini delle scuole elementari di Sesto in Pusteria che logicamente l’italiano lo parlano come seconda lingua. Però quando l’acqua tocca il ……… è li che si impara a nuotare. Alla fine superato l’esame di teoria, l’esame pratico e l’esame didattico sono ASSISTENTE DI SCUOLA di SCI, ricevo il primo diploma dalla provincia di Bolzano e quindi posso cominciare ad insegnare in una scuola del SUDTIROL. Vado a fare praticantato in Alta Badia esattamente a Colfosco, paesino stupendo che conosco bene perché conosciuto ai


16 tempi delle settimane bianche con la scuola media e poi frequentato con la mia famiglia. Grande emozione alla consegna della divisa ufficiale. Ritrovo come collega di lavoro Giovanni Schrott, che è stato mio maestro a 13 anni. E qui ripenso e ricordo i corsi del D.A.M. (dopolavoro aziendale Marzotto) a Recoaro 1000 due volte la settimana, si partiva con il pullman carico di bimbi e mamme dalla piscina coperta, bei tempi. I miei primi maestri Gino Soldà, Giorgio Reniero, Lino Cornale. Dopo un inverno ad insegnare arriva a gennaio 2006 il momento della terribile seconda selezione pratica che, se superata, ti ammette al proseguimento della formazione per diventare MAESTRO. Non riesco a passare per poco, la rifaccio e vengo promosso. Su 130 candidati, ammessi 58. Ricominciano i corsi pratici, perfezionando sempre più la tecnica, impariamo l’uso di attrezzi alternativi come lo snowboard ed il telemark, facciamo freeride (fuori pista) nei più bei pendii delle Dolomiti, i salti nello SNOW PARK. Bellissima la settimana dedicata al corso INSEGNAMENTO ai BAMBINI. Un corso d’alta montagna per le valanghe, il soccorso in pista con le guide alpine e l’Eli soccorso di Bolzano. Nevologia e meteorologia con il centro meteo di Bolzano. Teoria sempre a Bressanone con varie materie: Fisiologia, anatomia, preparazione atletica, alimentazione, storia d’Italia, storia dell’Alto Adige, geografia, geologia, pronto soccorso, pedagogia, marketing , storia dello sci, gestione fiscale della professione, Flora e Fauna della montagna con gite nei boschi accompagnati da esperti della provincia. Simpaticamente abbiamo chiamato “Merdologia” il corso fatto con i forestali per conoscere le impronte e le feci degli animali. Didattica per imparare ad organizzare una scuola di sci, i corsi, le selezioni di inizio corso per stabilire i livelli, correzioni degli allievi a video. In questo corso abbiamo avuto come allievi gli alpini volontari della brigata Tridentina provenienti da tutta Italia. Abbiamo simulato di essere noi corsisti una vera e propria scuola di sci ed essendo il più vecchio del corso sono stato incaricato a fare il direttore. Alla sera i miei amici di corso andavano a fare festa io in camera a organizzare il tutto distribuendo i vari incarichi. Anche qui grande soddisfazione da parte dei nostri istruttori che ci tenevano d’occhio, ci consigliavano

e giustamente ci correggevano gli errori. Alla fine, tutte queste esperienze e materie sono state prova d’esame. Il 5 Dicembre 2008 con sede a Corvara nelle piste della zona di La Villa ultimo esame pratico. Dieci prove: spazzaneve, virata, cristiania di base, cristiania, esercizio proposto dalla commissione, slalom gigante, curva agonistica, neve fresca, corto raggio, prova libera. Tutto si è concluso bene, e non nascondo che, al momento della comunicazione del risultato, ho pianto dalla felicità come un bimbo. Non pensavo di commuovermi così a 49 anni! L’ufficialità del risultato ottenuto è avvenuta il giorno 16 aprile 2009 alla fiera PRO WINTER di Bolzano con una cerimonia emozionante e la consegna del diploma (che ho subito incorniciato), con la presenza delle autorità

della provincia, del presidente del collegio maestri ed i responsabili dei corsi di formazione per l’Alto Adige. SONO MAESTRO DI SCI. Questa mia avventura è stata impegnativa per molteplici motivi: il preparare le selezioni, la tensione, l’impegno, l’attenzione a non farsi male, l’intervallare il lavoro in fabbrica allo studio, il partire la domenica sera e stare lontano da casa e dai bimbi, i costi. Ho comunque vissuto una bellissima esperienza, ho conosciuto grandissimi professionisti della montagna e soprattutto tantissimi amici. E’ stata possibile perché tante persone mi hanno aiutato e sostenuto. Per questo devo ringraziare i miei splendidi figli Anna e Francesco, Cristina, i nonni Bruna e Gianni, i nonni Anna e Luciano, Andrea e Luisa

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Vittoria

hockey 17

con dedica La tappa di Bassano, nel derby contro la Roller, ha segnato un capitolo unico e straordinario della stagione corrente della Isello.

D

opo la mazzata che l’ambiente aveva subito qualche giorno prima, causa la doppia tragedia occorsa al portiere Juan Oviedo, permanevano gli interrogativi su quali sarebbero state le condizioni mentali dei giocatori al momento di scendere in pista. La risposta immediata perché sia l’approccio al match che il seguito sono stati impreziositi da una concentrazione massima, da senso di calcolo, tanta lucidità e coesione fra i reparti. Tutti hanno giocato in un’unica direzione, per regalare la vittoria al compagno assente. E’ stata l’ulteriore riprova che questa Isello Vernici Valdagno è composta da un gruppo

di Giannino Danieli straordinario e di altissima qualità. E a testimoniarlo non ci sono solo le conferme continue dalla pista, ma anche i numeri. Dopo il derby di Bassano con la Roller la Isello ha ulteriormente allungato nella posizione di capolista con 7 punti di vantaggio sul Follonica e 10 sull’Amatori Lodi, terzo. Massimo Tataranni (a Bassano una sonante cinquina) si è ripreso il comando della classifica capocannonieri della A1 (45 gol) con tre lunghezze di vantaggio su Garcia del Breganze. Un salto dal settimo al quinto posto lo ha fatto pure Nicolia, ora con un bottino di 30 gol. Primato pure fra i portieri della A1 dove Juan Oviedo è ancora il meno battuto con appena 38 gol subiti. Alle spalle c’è già un terzo del girone di ritorno, davanti ci sono ancora almeno tre scontri di altissimo livello, ma questa Isello sembra acquistare via via sempre maggiore energia e sicurezza. Tutto fa ben sperare che sia finalmente giunto, dopo il settantesimo anno di vi-ta del club, il momento di agganciare il tricolore. Stagione del tutto straordinaria anche perché è ancora corsa aperta (attualmente è primo posto nel raggruppamento D) alla Final Six di Eurolega. L’exploit del Valdagno nel corrente campionato, che non ha precedenti simili nei quattordici lustri di storia del club, ha dello straordinario e sorprendente proprio perché questa squadra è sorta nonostante la più grave crisi economica generale degli ultimi decenni.


18 Com’è potuto succedere? Abbiamo girato la domanda a chi, come il valdagnese Giorgio Grigolato, può definirsi un osservatorio privilegiato ricoprendo un ruolo di vicepresidente provinciale del Coni oltre che presidente regionale Fihp. “Gli sport in generale incontrano grosse difficoltà per andare avanti –commenta Grigolato-, a partire da quelli maggiori fino a quelli di seconda fascia com’è l’hockey su pista. La causa

principale riguarda le carenze economiche. Le società che continuano l’attività lo devono alla lungimiranza. In sostanza se alla base non ci sono dei piani finanziari rispettati il giocattolo si rompe”. “L’Hockey Valdagno ha da sempre adottato una politica

oculata. Il segreto sta nella fidelizzazione di molti piccoli sponsor che a tutti gli effetti sono una forza primaria. Nella corrente stagione di grave crisi generale ha saputo trovare un valido e appassionato sponsor primario e la risposta di tutte le componenti che hanno accettato una sostanzio-sa riduzione dei compensi”.


football 19

Al trofeo città di Castelfranco ottimo l’esordio degli hurricanes vicenza

I

di Alessandro Beggio

Cavaliers si aggiudicano il primo trofeo Città di Castelfranco, superando di misura gli Hurricanes Vicenza con il punteggio di 15-12. (0-0; 7-12;8-0;0-0) Grande soddisfazione, però, nonostante la sconfitta, in casa vicentina: la squadra ha dimostrato alla prima uscita stagionale di saper reggere il confronto con un team più esperto e rodato. Anzi, forse domenica al campo di via Redipuglia in Castelfranco, con un po’ di fortuna in più sarebbe potuta arrivare anche una clamorosa vittoria. Ma veniamo alla cronaca del match: partita subito in salita per Vicenza

Arriveranno

gli Hurricanes


20 che alla prima azione è costretta a rinunciare al runningback Federico Bortoli, fermato da uno strappo muscolare (per lui si parla di un mese di stop). Cominciano bene comunque le due difese che non concedono nulla, con il primo quarto che si conclude 0-0. Nel secondo invece arrivano ben tre segnature. Cominciano i padroni di casa con un lancio di McCray deflettato da Carbone che finisce fortunosamente in mano a Zambon per la prima meta dell’incontro, poi trasformata: 7-0. Gli Hurricanes però non ci stanno e grazie ad un ottimo gioco di corsa si portano in vantaggio con due touchdown del RB Marco Villis (trasformazioni entrambe fallite). Il primo tempo quindi si chiude sul 7-12, avanti Vicenza. Nel secondo tempo molte penalità frenano l’attacco berico che non riesce a mettere a segno la meta che forse avrebbe potuto dare un’altra piega alla partita. Castelfranco ottiene una ottima posizione di campo grazie ad un calcio bloccato e va quindi a segnare poco dopo con una corsa personale del quarterback americano McCray poi trasformata da 2 punti. 15-12 Cavaliers. Gli Hurricanes provano a rien-

trare in partita nell’ultimo quarto, riconquistano il pallone, ma c’è troppo poco tempo sul cronometro e senza nessun timeout rimasto il tentativo di rimonta non riesce a completarsi. Un po’ di amarezza a fine partita in sideline per gli Hurricanes, ma anche la consapevolezza di aver mostrato un buon livello di gioco già alla prima uscita. Da segnalare nelle fila vicentine le ottime prestazioni di Marco Villis (premiato anche col trofeo dell’ MVP, ovvero miglior giocatore della partita) e di Kevin Coin per l’attacco. Buona prestazione anche della linea difensiva costituita da Gagliardi, Occhi e Bressan, mentre ottimo contributo in termini di placcaggi da parte di Scapin, Zocca e Guglielmi. La nota migliore della giornata rimane però il pubblico: presenti domenica a Castelfranco oltre 400 persone, molte delle quali provenienti da Vicenza, a segnalare il crescente interesse del Veneto e della città in particolare per questo sport. Gli Hurricanes hanno già ripreso gli allenamenti in vista dei prossimi impegni agonistici. Prima dell’esordio in Campionato il prossimo 21 febbraio a Venezia, è in via di definizione nelle prossime settimane un altro test amichevole con una squadra del centro Italia.


kitesurf 21

Con il vento

E

ra l’anno 2006; in una calda e limpida domenica di luglio… dopo aver vinto l’inevitabile battaglia di nervi con la mia compagna per farmi dire di sì ad un giro in moto (l’avversione alla moto della maggior parte donne è un fattore cromosomico, temo), riesco a sfuggire alla calura scledense… meta il Lago di Garda! La strada per arrivarci è un’orgia di curve, di colori, di profumi e di panorami unici e affascinanti, la salita della Val Leogra e la discesa in Vallarsa sono un toccasana per qualsiasi appassionato di moto! (Gli appassionati NON sono quelli che rischiano il collo per sfide contro l’ombra di Valentino Rossi su strade già di per se pericolose, chiaro?) Giunti a Rovereto, arrivare a Mori è un attimo; ed è lì che il Lago di Garda appare in tutta la sua bellezza! Chi conosce la discesa che da Mori arriva a Torbole sa bene di cosa sto parlando. Giunto, appunto, a Torbole, proseguo la mia strada in direzione Malcesine, un occhio alla strada e l’altro ad osservare quanto si muove dentro e fuori il lago. Ci sono gli immancabili wind surf, barche a vela, catamarani ed optimist, mountain bike, appassionati di roccia che si allenano proprio sopra le gallerie che giocano con luci ed ombre sulla Statale Gardesana tra le rocce a picco sul lago… e ad un tratto rimango folgorato! Intravedo una specie di parapendio che si muove elegante e leggero nell’aria a pochi metri di altezza… trascina un uomo tramite dei sottilissimi cavi, e quest’ultimo, in piedi su di una tavola, plana sul grande specchio d’acqua… devo fermarmi! Devo vedere! Devo capire di cosa si tratta! Trovo un posto dove parcheggiare la moto, e mentre la mia ragazza ringrazia perché finalmente può sgranchirsi le gambe, io, totalmente ipnotizzato, mi siedo a guardare questo spettacolo. Scopro che quello

di Gianluca Dalle Ore che avevo etichettato come “una specie di parapendio, in realtà si chiama Kite o, italianizzando il termine, aquilone o ala: da qui il termine che identifica questo sport: KITESURF! Mi sento come il protagonista del film Arancia Meccanica con la differenza che gli occhi li tengo sgranati da solo; vengo colpito delle immagini dei colori sgargianti dei kite, dalle acrobazie aeree dei ragazzi che lo praticano, dalla disarmante semplicità dello sport come concezione (si tratta in definitiva di una vela che traina una tavola, la pratica dello sport invece esige corsi, preparazione e molto allenamento). Ma quello che più mi colpisce sono il clima sereno dei ragazzi in spiaggia e i sorrisi stampati sui loro volti prima e dopo essere entrati in acqua. La mia ragazza mi fa notare che è passata un’ora e mezza dal nostro arrivo! Il tempo è volato! Mi chiede se non è il caso di rimetterci in strada, le dico di si, ma che prima devo andare a chiedere qualche informazione… non ho cercato informazioni… mi sono direttamente iscritto ad un corso di kitesurf! Di li a 4 settimane, data di inizio del corso, la mia vita sarebbe stata stravolta da un uragano di emozioni! Mi sono follemente innamorato del kitesurf, i ragazzi che vidi quel giorno divertirsi, sono diventati col tempo miei amici, ora esco nel lago con loro, e quel sorriso si stampa ad ogni uscita anche sul mio viso! Se qualche lettore di sportivissimo fosse interessato a conoscere, provare o semplicemente togliersi qualche curiosità sul kite, non esiti a contattarmi via mail, sarò lieto di fornire informazioni su scuole, corsi e curiosità. Nella speranza di potervi parlare ancora di kite su queste pagine, per il momento vi saluto, ricordandovi che lo sport sano regala emozioni sane!


alpinismo 22

due proposte di ferrate

sulle Piccole

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Dolomiti

P

rima proposta: dopo aver percorso il frequentatissimo vajo Scuro (Gruppo del Fumante) attrezzato con funi metalliche, passando per l’Orecchio del Diavolo, si esce nel Giaron della Scala, in pratica allontanandosi dal logico punto d’arrivo del sopra citato vajo e cioè Punta Lovaraste. L’itinerario più diretto sarebbe quello di sfruttare la breve parte alta del vajo Est “attrezzandolo”, cioè a mo’ di ferrata. In questo modo dal budello del vajo Scuro si raggiungerebbe Punta Lovaraste con uno sviluppo lineare. Infatti il vajo Est (la cui parte bassa e alta sono oggi attrezzate per essere salite con il classico uso alpinistico della corda) si incontra proprio subito dopo l’uscita del vajo Scuro. Seconda proposta: attualmente le 3 Guglie Solari, sottostanti il rifugio di Campogrosso, sono attrezzate per essere salite con il classico uso alpinistico della corda. Ora ai lati delle suddette vie di roccia si potrebbe attrezzare una breve ferrata “saliscendi” anche per uso didattico.

di F. S. foto di Riccardo Corà Schema sommario dell’ipotetica ferrata: - salire a destra della via sulla prima guglia. - ponte per portarsi sull’adiacente spuntone roccioso che attualmente non viene salito. - discesa per portarsi alla base della seconda guglia. - salita a sinistra della via sulla seconda guglia. - discesa ancora più a sinistra per portarsi alla base della terza guglia. - salita lungo l’itinerario più facile (nella terza guglia attualmente gli itinerari alpinistici sono due). Ora, arrivati al sentiero “Gresele”, proseguire sfruttando ancora alcuni tratti alpinistici e poi, per sentiero, giungere al rifugio di Campogrosso.

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patinaggio una pattinatrice

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alle Nazioni Unite

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Elisabetta Gecchele, la giovane studentessa ventenne portacolori del Pattinaggio Artistico Trissino, ha vinto un importante concorso e a fine marzo sarà tra i delegati italiani al National Model United Nations di New York

na pattinatrice alle Nazioni Unite. Elisabetta Gecchele, ventenne portacolori del Pattinaggio Artistico Trissino, ha vinto nei mesi scorsi un importante concorso promosso dall’Università di Verona in collaborazione con l’IDA, Italian Diplomatic Academy, e a fine marzo (dal 30 marzo al 3 aprile 2010) volerà negli Stati Uniti per partecipare in qualità di delegata italiana al NUMN. Il National Model United Nations di fatto è la più grande simulazione di processi diplomatici multilaterali ed è gestito direttamente dal Dipartimento di Cultura Generale delle Nazioni Unite (NCAA). Questo prestigioso evento si svolge ogni anno a New York presso la sede delle Nazioni Unite e vede coinvolti oltre 3500 studenti provenienti da tutte le parti del mondo. NMUN rappresenta il momento più intenso ed esaltante della formazione legata ai Model United Nations, meeting internazionali di studenti che hanno ad oggetto la simulazione del meccanismo di funzionamento dei principali organi delle Nazioni Unite, quali il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale, il Consiglio Economico e Sociale,

ed infine, la Corte Internazionale di Giustizia. Elisabetta è una studentessa ventenne di Cornedo, iscritta alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere all’Università di Verona, ed è stata l’unica ragazza vicentina del primo anno a rientrare in questo progetto avendo vinto il concorso: “Penso che quella che mi aspetta sarà un’esperienza unica nel suo genere –spiega- non è paragonabile alle altre simulazioni di questo tipo che si tengono sul territorio nazionale, molto teoriche, qui si tratta di rappresentare una determinata nazione in un ambito molto pratico. Assieme ad altri 16 ragazzi rappresenteremo una serie di stati in via di sviluppo (Gambia, Lesotho, Sao Tomè e Principe, Guyana, Yemen, Mali, Maldive e Swaziland): io rappresenterò il Gambia e all’interno delle Nazioni Unite mi troverò a far parte dell’Assemblea Generale Plenaria”. I temi cui sarà chiamata a trattare saranno l’eliminazione del terrorismo internazionale, i cambi climatici e degradazione ambientale come fonte di conflitto, argomenti che rientrano nel Millennium Development Goals, facendo il punto della situazione su vari obiettivi (tipo la riduzione

della mortalità infantile, e il raggiungimento di un livello mondiale di istruzione primaria): “Come rappresentanti del Gambia dovremo cercare di trovare il modo migliore per affrontare questi problemi, e soprattutto portare una soluzione ad essi, rapportandoci con i rappresentanti degli altri paesi. Sarà a tutti gli effetti un lavoro di diplomazia, negoziazione e collaborazione tra ragazzi di culture diverse”. A New York Elisabetta sarà direttamente a contatto con personalità di spicco nel panorama diplomatico mondiale, a partire da Ban Ki Moon, attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite. La location esclusiva di questo progetto, il Palazzo di Vetro, corona questa esperienza rendendola irrinunciabile tappa nell’iter formativo degli studenti che ambiscono ad una carriera internazionale: “Penso che poter partecipare a questa simulazione, che di fatto mi porta a far parte dell’Accademia Italiana Diplomatici, possa essere una chiave importante per aprire qualche strada in futuro: mai come in questo momento per entrare nel mondo del lavoro è utile trovare qualcosa che ti possa contraddistinguere”.


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nel nome di Renato

di Sabina Bollori (Vice Presidente Sezione CAI di Recoaro Terme) - foto di Giorgio Romio e di Luciano Covolo

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Dedicato all’alpinista vicentino Renato Casarotto è stato inaugurato il nuovo centro di andinismo nella e Sezioni Vicentine del CAI da molti anni sostengono finanziariacordillera Blanca per avviare i giovani alla professione mente e materialmente un progetto, inizialmente denominato “Adottiamo un rifugio”, che si è infine concretizzadi guida di alta montagna. to nella nuova costruzione di un Centro di Andinismo con sede a Marcarà, oltre 400 km a nord di Lima. Il Centro è stato dedicato a Renato Casarotto, grande alpinista vicentino, ed è stato inaugurato nel mese di luglio 2009. Il progetto del Centro di Andinismo rientra in una più ampia linea di promozione dello sviluppo condotta dall’Operazione Mato Grosso in Perù, dove l’associazione ha creato servizi sociali, educativi e cooperative di lavoro. In particolare, oltre dieci anni fa è iniziata un’opera educativa rivolta ai giovani che mirava a formare guide alpine nella zona, come possibilità alternativa di lavoro e di sviluppo. Giovani che fino a quel momento non erano mai saliti sulle cime della Cordillera né pensavano di poter trarre beneficio dalle montagne esercitando il mestiere di guida. La loro formazione è stata effettuata presso strutture e corsi gestiti dall’OMG, condotti dalla Asociación de Guías de Montaña del Perù AGMP, avvalendosi anche di esperti alpinisti e guide alpine italiane. E’ nata così la Scuola delle Guide di Alta Montagna Don Bosco en los Andes, che oggi opera attraverso l’Associazione Andinismo Don Bosco 6000.


viaggi

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Il Centro di Andinismo è una struttura ricettiva completamente nuova, costruita con criteri moderni e ben arredata. Dispone di una cinquantina di posti letto, suddivisi in camere da due a sei letti, tutte con bagno, un ristorante, un ampio giardino. La struttura ospita la sede delle guide e si presta ottimamente come base di partenza per i trekking e le ascensioni nell’area. Marcarà è un villaggio di mille abitanti, a quota 2.700 m, situato nel Callejón de Huaylas e nella valle del Rio Santa, tra la Cordillera Blanca e la Cordillera Negra, che corrono parallele alla costa del Pacifico. Le guide sono attive dal 2003 e operano sulle Cordillere Peruviane - Blanca, Negra, Huayuash, Raura - con vari itinerari di trekking e alpinismo. La Cordillera Blanca in particolare ha grandi potenzialita’ naturalistiche, escursionistiche e alpinistiche, unite alla presenza di una cultura andina pacifica e genuina, non ancora condizionata dal turismo. La vita della gente nelle valli è molto semplice, legata alle attività rurali e organizzata in villaggi e piccole comunità. Molte zone delle varie Cordillere sono poco esplorate e consentono un’infinità di traversate o di scalate alle numerose cime.


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Il Centro di Andinismo, con lo sviluppo di attività lavorative legate al trekking, all’alpinismo e ad un turismo equilibrato e rispettoso della realtà ambientale, significa molto per la comunità locale, non solo per le guide, ma anche per tante altre attività economiche collaterali, come ad esempio la fornitura di alimenti e servizi. La città maggiore della zona è Huaraz, 80.000 abitanti, ma la gran parte dei centri conta poche centinaia o migliaia di abitanti. I paesaggi naturali e culturali, così come il clima, variano secondo l’altitudine. I centri abitati stanziali sono collocati tra i 2200 e i 3.800 m, oltre i quali ci sono solamente movimenti stagionali legati alla pastorizia. L’estensione longitudinale della Cordillera Blanca, la cordigliera tropicale più alta del mondo, è di 185 km. . La diversità orografica della zona dà origine a numerosi ambienti naturali, con diverse associazioni vegetali. Una particolarità delle Cordillere peruviane sono le numerose lagune che si trovano al limite delle morene e dei nevai. L’area attorno al Huascarán, 6.768 m, la vetta più elevata della Cordillera Blanca e dello stesso Perù, è stata individuata come parco nazionale nel 1975 e dieci anni più tardi riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio naturale dell’umanità. La regione offre molto non solo dal punto di vista dell’ambiente naturale delle Ande, ma anche dal punto di vista archeologico e culturale. Nel Callejón de Huaylas il sito archeologico di maggior interesse è quello preincaico di Chavín de Huantar, che risale al 900 a.C, centro della cultura Chavín (1200 – 200 a.C.) che ha occupato una vasta area geografica del Perù. Si tratta di un’importante zona cerimoniale collocata a 3.150 m di quota, da cui provengono preziosi reperti archeologici esposti nel Museo di Antropologia e Archeologia di Lima. Dal 1985 anche il sito di Chavín è considerato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità

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fondo

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L Unione

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Ottima prova degli atleti dell’Unione Asiago Sci ai Campionati Italiani di Cogne (8-9-10 gennaio) e di Sappada (16-17 gennaio)

È

arrivato il tanto atteso appuntamento dei Campionati Italiani a Cogne nel comune più esteso della valle d’Aosta. Cogne già importante centro minerario per l’estrazione del ferro ha ospitato con grande entusiasmo questi campionati italiani di sci di fondo per le categorie aspiranti e junior. Il grande evento, che si è svolto nei giorni 8,9,10 Gennaio 2010, ha visto impegnati nella categoria Aspiranti gli atleti dell’U.S.Asiago sci: Davide Cantele, Marco Lobbia, Andrea Rigoni, Luca Rigoni e Roberta Forte. Questa competizione, che contava al via ben 100 atleti nella categoria aspiranti maschile e quasi cinquanta in quella femminile, prevedeva tre titoli di Campione Italiano in tre giorni differenti, il venerdì il titolo era sui 2,5km in tecnica classica, il sabato sui 5km per le femmine e 7,5 per i maschi in skating e infine la domenica 7,5 km per le femmine e 10km per i maschi in tecnica classica partendo con i distacchi accumulati nei due giorni precedenti; gare difficilissime e veramente impegnative, visto il quantitativo di km; complessivamente 15km per la categoria femminile e 20km per quella maschile in tre giorni. E’ stato deciso dall’organizzazione di far correre gli atleti in tutte e tre le giornate su un anello di 2,5 km, molto tecnico e che lasciava poco tempo agli atleti di recuperare le energie. Nella prima giornata la gara a distanza breve di 2,5km i primi due migliori atleti veneti sono stati dell’U.S.Asiago sci, Marco Lobbia venticinquesimo e Luca Rigoni ventottesimo, a seguire Andrea Rigoni quarantatresimo e Davide Cantele quarantottesimo. Mentre nella categoria femminile Roberta Forte ha chiuso diciannovesima. Nella seconda giornata, nell’individuale a skating sono stati ottenuti buoni risultati

da Luca Rigoni ventisettesimo, Andrea Rigoni trentesimo, a seguire Marco Lobbia quarantaquattresimo e Davide Cantele sesantacinquesimo. Buona prova per Roberta Forte che chiude diciottesima fra le aspiranti. Nella terza giornata buono il ventisettesimo posto di Luca Rigoni e il trentaquattresimo di Andrea Rigoni mentre un po’ più attardati Marco Lobbia e Davide Cantele rispettivamente quarantottesimo e cinquantasettesimo. Ancora diciannovesima Roberta Forte nella categoria femminile. In questi tre giorni, sono stati raccolti risultati abbastanza positivi anche se non fra le prime posizioni, c’è quindi ancora da lavorare in vista dei prossimi impegni sperando in qualche piazzamento migliore. Ed eccoci in quel di Sappada, Campionati Italiani Sprint abbinati ad una Nazionale Giovani e anche questa volta buoni risultati per l’U.S.Asiago sci. E’ stato un grande evento sportivo e proprio in questa occasione era possibile visitare nei locali del municipio “Sappada giardino di campioni olimpici e non” un esposizione che omaggia i grandi atleti dello sci di fondo: da Silvio Fauner a Pietro Piller Cottrer, da Maurilio De Zolt a Giacomo Kratter. Ma tornando ai nostri ragazzi, parliamo prima di tutto del Campionato Italiano sprint svoltosi il giorno 16/01/2010; questa gara, cosiddetta sprint, consiste nel percorrere nel minor tempo possibile un piccolo anello di circa 1km per classificarsi nei migliori 30 che poi si aggiudi-

cano la gara alle batterie: i migliori 30 vengono divisi in 5 batterie da 6 atleti, i primi due che vincono la loro batteria si qualificano per le semifinali più due vengono ripescati in base al tempo; nelle due semifinali si qualificano alla finale, per l’assegnazione dei primi 6 posti, i primi 3 di ognuna mentre i rimanenti saranno impegnati nella finale b dove vengono assegnati i posti dal 7 al 12. Nella mattinata si sono qualificati per le batterie Marco Lobbia in quindicesima posizione e Luca Rigoni in ventinovesima. Nonostante ciò, risultati non da buttare, anche perchè questo tipo di gare richiedono oltre ad una prova perfetta, senza il minimo errore, anche una buona dose di fortuna che per esempio non hanno avuto gli altri due atleti asiaghesi Davide Cantele e Andrea Rigoni che nella qualifica sono arrivati rispettivamente trentunesimi e trentaduesimi, restando cosi esclusi dai migliori trenta per un nonnulla. Il giorno seguente si è svolta la Nazionale Giovani, gara molto impegnativa che si svolgeva nella distanza dei 10km in skating, con una pista molto nervosa, con salite veramente ardue e faticose, come le famossisime “Camosci” e “Fauner”. Alla presenza del presidente dell’U.S.Asiago sci Sergio Vellar, giunto in quel di Sappada per tifare i propri ragazzi, il miglior risultato veneto che con gran soddisfazione è proprio un atleta asiaghese, porta il nome di Andrea Rigoni che ha chiuso ventiquattresimo, a seguire Luca Rigoni e Davide Cantele che hanno chiuso trentaduesimi fermando il cronometro sullo stesso tempo, e infine Marco Lobbia che chiude in trentacinquesima posizione. Nella categoria femminile chiude ventitreesima Roberta Forte nella 5km in skating. Adesso un po’ di meritato riposo anche per tirar il fiato in vista della prossima Nazionale Giovani che si svolgerà fra venti giorni a San Giorgio in provincia di Verona.


skiroll

break dance

campione d Italia

Emiliano Sbabo, 32 anni originario di Poleo (Schio) ma residente da tre anni nel comune di Torrebelvicino, lo scorso settembre, a Cuneo, ha conquistato il titolo di Campione Italiano

I

di Edo Peretto

n una giornata cupa, dopo una gara spettacolare, Emiliano Sbabo ha conquistato il prestigioso titolo di CAMPIONE ITALIANO di Skiroll “nella lunga distanza”. 35 km di gara straordinaria tra sensazioni “giuste”e “pericolosi”sogni di vittoria, ma sempre con la convinzione di avere tutto sotto controllo. Così, infatti, a un km dall’arrivo un improvviso cambio di ritmo - un’apnea di qualche minuto - e dietro ad Emiliano non c’è più nessuno… Al traguardo il nostro fortissimo atleta arriva da solo con netto distacco su tutti. Un sogno che si realizza dopo tanto impegno ad allenarsi in estate sulle colline dove risiede e nel periodo invernale sulle piste da sci di fondo. Non dimentichiamo che Emiliano ha vestito la maglia Azzurra della nazionale Italiana, una cosa quasi proibitiva, visto che l’Italia è la nazione più competitiva e titolata nel mondo dello Skiroll. Nonostante ciò, a giugno è arrivata la prima convocazione per rappresentare l’Italia nelle prime gare di coppa del mondo in Croazia. Una gioia unica e immensa, che regala stimoli e grinta per affrontare tutte le gare del 2010 come fossero la prima volta. A Emiliano, auguriamo che possa affermarsi sempre più nel mondo dello Skiroll come le sue capacità danno da intendere.

ballando in tv

29

Andrea Carollo ha portato la Break Dance nei programmi Rai e Mediaset

A

ndrea Carollo è il presidente della Federazione Italiana di Break Dance ed il primo agente in Italia per la promozione di questa “danza” che sta raggiungendo sempre maggiori consensi tra i giovanissimi. Molti, infatti, sono i giovani che si cimentano nelle strabilianti acrobazie della Break Dance: una danza giovane, altamente spettacolare, che sta avendo grande successo anche all’interno dei palinsesti dei programmi televisivi nazionali. Infatti, dopo aver promosso una serie di eventi ed un marchio (International Bboy games, ovvero il Campionato mondiale di Break Dance), Carollo è riuscito a far conoscere i breakers al grande pubblico, attraverso una serie di ospitate nei programmi Rai e Mediaset. Carollo si avvale della collaborazione di Roberto Blue, un breaker di fama internazionale.

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30

È

le parole

di Chiara di Francesco Pretto

bello pensare che una nostra giovane atleta veda la nostra e sua Associazione sotto questo aspetto. Ciò dimostra che le finalità per cui essa è nata sono state recepite . Questo è lo spirito che contraddistingue il Real Recoaro, spirito che fa di questa Società un esempio di come si possa fare sport senza essere schiavi dei risultati e senza penalizzare chi non è un campione. Real Recoaro significa prima di tutto amicizia, gruppo e stimoli veri, così come Chiara ha ben evidenziato nel suo slogan. Permettetemi una mia considerazione. Dopo anni a contatto con lo sport nei settori giovanili, la cosa che più ho potuto constatare è l’assoluta mancanza di ipocrisia nei bambini. O gli vai bene o

no, e quando una ragazza scrive certe parole vuol dire che le sente e questo ripaga sicuramente del lavoro svolto. Tra l’altro mi preme sottolineare che questo slogan è stato scelto, non senza difficoltà, tra i tanti presentati a seguito di una specie di concorso indetto tra i nostri atleti. Queste sono le cose che più fanno bene allo sport, e questo mi porta a ricordare un episodio di quando allenavo i pulcini del Cornedo. Torneo di Montecchio, dopo il gol un mio giocatore attraversava tutto il campo per venire a festeggiare e sullo slancio siamo finiti a terra abbracciati. Non dimenticherò mai questa immagine. Purtroppo come sempre c’è qualche voce fuori dal coro, che probabilmente non ha capito il significato del mio lavoro a favore dei ragazzi e che reputa addirittura che gli articoli, che periodicamente questo giornale ci fa la cortesia di pubblicare, siano un auto celebrazione dello scrivente. Questi artico-

li sono la testimonianza che, lavorando bene a tutti livelli e senza nessun scopo di lucro, permette ai i nostri ragazzi di provare la soddisfazione di appartenere a qualcosa di importante e di bello, cercando di dar loro quegli stimoli giusti per farli appassionare all’attività sportiva, a discapito di altre strade, magari meno sane. A questo servono questi articoli, a farli sentire protagonisti di qualcosa di vero e di serio, non certo ad una auto celebrazione, di cui lo scrivente può farne certamente a meno. Ho voluto chiarire quanto sopra, perché penso a quanta gente, di tante Società, sacrifica tempo e anche denaro, per poi venire ingiustamente e gratuitamente criticata. Colgo l’occasione per ringraziare proprio “ Sportivissimo “ per il lavoro svolto al fine di dare spazio e visibilità a queste Associazioni, nell’interesse dello sviluppo dello sport dilettantistico. Permettete-

mi infine di ringraziare i miei ragazzi per l’impegno che stanno mettendo nei vari campionati di volley e calcio AICS, dove si stanno ben comportando e dove sicuramente otterranno belle soddisfazioni. L’ associazione sportiva Real Recoaro ricorda nuovamente che e’ intenzionata a dare spazio a tutte le proposte, sia sportive che culturali che, sia a livello di associazioni o personali, possano portare ad un contributo che permetta di allargare le possibilità di scelta dei nostri giovani, anche al di fuori delle attività sportive. Chiunque abbia proposte serie di collaborazione può contattare il numero 3393696315, oppure recarsi presso la nostra sede in via Vittorio Emanuele.


media partner

Be ifehj f[h jkjj_ Città di Valdagno Assessorato allo sport

?dYedjh_ f[h Yeijhk_h[ kd dkele ceZe Z_ f[diWh[ (' ][ddW_e eh[ (&0)& L’alimentazione corretta e i rischi del “fai da te” sala Soster Palazzo Festari Prof. Valeria Marin Università di Padova Facoltà di Medicina

(* \[XXhW_e eh[ '.0)& Idee per un allenamento efficace Palalido Prof. Valter Durigon Università di Verona Facoltà di Scienze motorie

'/ cWhpe eh[ (&0)& Il diritto di non essere campioni sala Soster Palazzo Festari Prof. Pietro Trabucchi Università di Verona Facoltà di Scienze motorie Serata in collaborazione con il Lions Club Valle Dell’Agno 7jb[j_ 7ffWii_edWj_ J[Yd_Y_ =[d_jeh_ IjkZ[dj_

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9eckd[ Z_ LWbZW]de &**+ *(. (,&%(,'

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ciclo cross 32

’ Campioni d Italia

Federico Zurlo è al suo quarto titolo italiano nel ciclocross e Nicole Dal Santo festeggia il suo primo tricolore

P

di Enzo Casarotto

er Federico Zurlo i titoli si sprecano! Per la quarta volta è sua la maglia tricolore del ciclocross: il sedicenne tedotaro portacolori della Postumia 73 Dino Liviero, ha sbarazzato il campo nel campionato italiano di ciclocross riservato agli allievi del secondo anno come aveva già fatto lo scorso anno con gli allievi del primo anno e per due anni di fila nella categoria esordienti. Dietro di lui si sono piazzati Stefano Verdrighi (Sintesi) e Stefano De Bellis (La Bujese). Federico Zurlo nella prova dell’Idroscalo di Milano ha dovuto faticare e lottare per risalire qualche posizione persa nel primo dei cinque giri causa una caduta e qualche contrattempo ma dal 2° km. Zurlo si è portato al comando attaccando decisamente costringendo gli altri a lottare per i due posti sul podio meno importanti. Zurlo nel 2009 appena concluso ha vinto 10 volte su strada e in pista si è laureato campione d’Italia nella velocità olimpica. Tra le allieve del primo anno nel campionato italiano di ciclocross ad imporsi è un’altra vicentina: Nicole Dal Santo di Zanè che corre con la Cmb Cycle Women, società che ha sede a Santorso. Per lei la vittoria è stata ottenuta in rimonta in una gara più emozionante e combattuta. Ad un km. dalla fine Nicolè, incoraggiata dai numerosi vicentini accorsi a tifare per lei, si è messa in caccia della battistrada Sara Romanin riuscendo rabbiosamente a raggiungerla e a staccarla giungendo in solitaria ad assaporare il suo primo titolo tricolore per la gioia di mamma Patrizia e papà Giuseppe presenti a Milano per festeggiare alla grande. Dopo i successi mondiali di Tatiana Guderzo e di

Allieve 1° anno 1. Nicole Dal Santo

(Cmb Cycle Women)

2. Sara Romanin

(Libertas Scorzè)

3. Arianna Fidanza

(Fiorin Despar)

Allievi 2° anno 1

Zurlo Federico

(Postumia 73)

2

Valdrighi Stefano

(Sintesi)

3

De Bellis Stefano

(Bujese)

Dario Sonda, il terzo posto al mondiale juniores di Susanna Zorzi, la Vicenza del pedale sale ancora sul gradino più alto del podio stavolta nel ciclocross con Nicole Dal Santo e Federico Zurlo per la soddisfazione anche del presidente provinciale F.C.I. Renzo Gandini.


viaggi 33

Everest

Base Camp

sconvTrek olto u ento mo ra il lontano 29 magn mo gio del 1953, erano le 11.30 del ndo mattino e due puntini colorati avevano appena concluso una delle imprese del seco-

E

Dove il turi smo ha d i Giu

lio C

lo. Quei due puntini colorati si chiamavano Sir Edmund Hillary e Tengzing Norgay Sherpa ed erano i primi uomini a raggiungere il cosiddetto terzo polo, chiamato Sagarmatha (dio del cielo) dai nepalesi o Chomolangma (madre dell’universo) dai tibetani, ma conosciuta a tutti come la cima dell’Everest, a quota 8848 metri sopra il livello del mare. In numerosi racconti ed interviste Sir Hillary raccontava di terre desolate, prive di vegetazione, distese infinite di ghiaccio e rocce, una pace assoluta e poche, splendide persone che vivevano in quei luoghi così inospitali. A distanza di più di 50 anni Sir Edmund si ribalterebbe nella tomba se potesse vedere la trasformazione che quei luoghi hanno avuto. Anch’io, come molte altre persone, trovandomi in Nepal per un’avventura, mi sono detto: “Perchè no, visto che ci sono, andiamo a vedere l’Everest!” Un giretto in internet ed il trekking è bello che organizzato, le agenzie spuntano come funghi ogni anno, ci sono quelle più grandi, internazionali, che offrono un servizio di tutto rispetto, ma ad un prezzo spesso piuttosto alto. Per fortuna poi ci sono le agenzie locali, piccole e nate quasi per caso, che danno lavoro (o meglio sfruttano) il personale locale. Di queste agenzie è piena Kathmandu, la capitale nepalese, ma se ne trovano in tutto il Paese. Propongono tutti gli stessi itinerari, ma i prezzi sono ben diversi e molti turisti decidono ogni anno di affidarsi a loro per risparmiare. Può succedere di trovare guide preparate, soprattutto se sono nate nel Solo Khumbu, la regione degli sherpa e dell’Everest, ma può altrettanto capitare di commettere un errore di superficialità e ritrovarsi con guide che provengono dalla città, troppo giovani, inesperte e mal equipaggiate per un trekking in alta quota che, anche se ormai lo fanno tutti, ha pur sempre dei rischi. Ebbene l’avventura a questo punto può avere inizio! La maggior parte dei turisti inizia il trekking da Lukla, un paesino arroccato su un dirupo a 2860 metri, dove si arriva con un emozionante volo interno di circa mezz’ora, sballottati di qua e di là dalle correnti d’aria che si infilano nelle valli del Khumbu e si atterra su una striscia di asfalto “lunga come un Vigor-

sol” e per di più in salita. È possibile anche viaggiare in autobus fino al villaggio di Jiri e raggiungere Lukla a piedi, ma la zona è ancora poco consigliata in quanto esiste ancora una possibilità di incontrare i guerriglieri maoisti che chiedono un contributo obbligatorio per la loro causa ed è meglio non provare a rifiutare se non si vuole iniziare questo trekking con qualche ammaccatura. Per consolarvi sappiate che almeno vi verrà rilasciata una regolare ricevuta! Il trekking classico che sale al campo base dell’Everest dura tra i 15 ed i 20 giorni, sono possibili alcune deviazioni su altri percorsi

lì vicini, ma normalmente passerete i villaggi di Namche Bazar, poi Tengboche, Periche, Lobuche e Gorak Shep da cui si parte per l’ultima tappa che raggiunge l’Everest Base Camp. Emozionante! Fantastico! Indimenticabile! Ebbene no! Dopo più di 50 anni dalla mitica ascesa di Hillary e Norgay il trekking fino al Campo Base dell’Everest si è trasportato in una immensa giostra per turisti, una macchina che cerca di succhiarti più soldi possibili (ovviamente secondo gli standard nepalesi!) ed un ambiente a dir poco devastato direttamente o indirettamente dal turismo. Forse è mancata una preparazione mentale nelle popolazioni del Khumbu per affrontare il turismo con tutti i suoi pregi e difetti. Forse la colpa deve essere attribuita, almeno in parte, ai conflitti che si sono combattuti nel Nepal e che hanno portato ad aprire i confini del Paese agli stranieri appena sembrava essere ritornata in qualche modo la calma per poi richiudersi allo scoppiare di nuovi incidenti. Forse non è mai stato interesse del mondo occidentale preparare e formare i nepalesi all’invasione di frotte di turisti giapponesi e americani, carichi di macchine fotografiche e cianfrusaglie inutili che poi sarebbero toccate agli instancabili portatori, persone di una tempra incredibile che portano sulla schiena anche più di settanta chili in cambio di pochi euro, in barba alle “leggi sindacali” che prevedono carichi non superiori ai 25 chili. Ecco, camminare lungo il percorso che sale al mitico Base Camp vi porterà a vedere tutto quello che abbiamo combinato. Vedrete portatori caricati all’impossibile, con calzature ed abiti inadeguati al clima rigido di quella regione, li vedrete portare persino trolley rigidi per i loro clienti o anche i clienti stessi, in preda a qualche attacco di mal di montagna. Vi capiterà di incrociare trekker improvvisati che probabilmente non hanno


34 mai visto una montagna di neppure 1000 metri, completamente fuori allenamento, ma questo vi tranquillizzerà perchè vi scoprirete a ripetervi in testa la frase: “Beh, se ce la fa quello lì, vuoi che io non ci riesca?” Potrete incontrare colonne di yak che trasportano verso i villaggi più alti casse di birra e CocaCola, vedrete torrenti e ruscelli di incredibile bellezza, colmi d’acqua che non potrete bere perchè inquinata dagli scarichi e dai rifiuti che vi vengono riversati. Sarà possibile trovare delle strane costruzioni, con quattro solide mura di granito e un tetto di lamiera più alto di qualche metro, dentro vi vengono gettati rifiuti di ogni tipo e poi, periodicamente, vengono dati alle fiamme. Lassù nessuno ha mai spiegato alle popolazioni di una sostanza cancerogena che si chiama diossina e che si sprigiona dalla cattiva combustione di materiali come la plastica. A volte vengono create delle vere e proprie mini-discariche a cielo aperto con la speranza che ogni tanto, qualche ambientalista con il pallino dell’Himalaya organizzi una campagna di pulizia e porti a valle almeno una piccola parte di quei rifiuti, ah sempre ammesso che arrivi prima l’ambientalista delle piene dei torrenti vicino alle cui rive spesso vengono ammassati questi rifiuti! Ma non ci sarà da preoccuparsi troppo di tutto ciò, perchè comunque alla fine di una giornata di cammino potrete stendervi al sole e sorseggiare un’ottima Fanta, potrete fare uno snack con Mars, Twix e soprattutto con le patatine Pringles, ringraziando le povere anime che per il vostro piacere ogni giorno camminano dall’alba al tramonto per portare nei villaggi questi prodotti indispensabili alla sopravvivenza del turismo! Il costo medio di una giornata di trekking ruota attorno ai 20 euro, comprensivi di tre pasti sostanziosi (che il più delle volte, volendo risparmiare, vuol dire daal bhat, un piatto di riso con curry di verdure e zuppa di lenticchie, mattina, mezzogiorno e sera) ed un letto su cui dormire. Un costo irrisorio per le nostre tasche, ma enorme per lo standard del Paese. Basti considerare che in città si possono trovare guest house che offrono vitto e alloggio, magari con bagno privato, a meno di 10 euro al giorno. La constatazione più dolorosa per me, che venivo da una cittadina vicino Kathmandu in cui sono stato accolto come un figlio ed un amico da persone che non mi avevano mai vi-

sto, è stato percepire il distacco che le popolazioni sherpa hanno nei confronti dei turisti. Mi è stato impossibile condurre una vera conversazione con loro, e non si è trattato di difficoltà linguistiche, bensì di diffidenza. I turisti sono persone da trattare bene perchè portano i soldi, portano il benessere, ma anche l’inquinamento dell’aria, della terra e dell’acqua, portano i loro modi di vivere che inevitabilmente si scontrano con la tradizione e la cultura sherpa e la contaminano fino a soffocarla. I villaggi si sono trasformati in ammassi di lodge, un litro di acqua bollita arriva a costare anche 4 euro, i bambini non ti accolgono più sorridendo con la loro innocenza, ma vengono a chiederti qualche rupia di mancia e se ti rifiuti se ne vanno brontolando chissà cosa. Sia ben chiaro, la mia non è avidità ma solo un comportamento corretto. Assillando i turisti questi bambini arrivano a collezionare anche 500 rupie al giorno, corrispondenti a poco meno di 5 euro, ma che sono una fortuna in Nepal. Ebbene, perchè dovrebbero andare a scuola quando possono arrivare a guadagnare molto di più di un genitore che si spezza la schiena tutto il giorno nei campi o in qualche piccola fabbrica? Quella che dovrebbe essere una risorsa per il Nepal intero potrebbe ben presto trasformarsi in una catastrofe, un incubo venuto da quello che con superficialità chiamiamo “il mondo civilizzato”.


Vertical show

Jenny Lavarda e Marcello Bombardi vincono la Combinata dei Campionati Italiani svoltisi a Valdagno

C

on l’ultimo evento stagionale dell’Arrampicata Sportiva, svoltosi presso il Palazzetto dello Sport di Valdagno, sono stati assegnati i prestigiosi titoli di Campioni Italiani di Difficolta (Lead), Velocità (Speed) e Combinata. Lady Geco si riconferma per ben undici volte Campionessa Italiana di Difficoltà vincendo anche, quest’anno, la Combinata. Altra conferma è quella di Canòn Luca Zardini, mentre le sorprese sono venute dal sedicenne emiliano Marcello Bombardi, più volte vincitore dei Campionati italiani Under che a Valdagno ha vinto il prestigioso titolo della Combinata grazie all’ottimo terzo posto nel Boulder di Torino. La trentina Sara Morandi, specialista del Boulder nel quale ha vinto la Coppa Italia e la Combinata 2009, si è classificata come migliore nella Velocità (Speed) assieme al modenese Michel Sirotti, specialista e vincitore della Coppa Italia Velocità 2009. Una bellissima gara quella organizzata dall’Xfighter che, nonostante il maltempo, ha avuto una partecipazione quasi totale degli atleti di punta. Stefan Bortoli, giudice della Federazione, sempre presente alle gare con competenza e passione, esprime il suo punto di vista: “Il Campionato Italiano che si e’ svolto in Valdagno il sabato appena trascorso, com’era prevedibile, si è confermato superbo. L’organiz-

zazione impeccabile dell’evento e la sapiente gestione dello stesso da parte della società organizzatrice Xfighter team, coadiuvata da un pool di tecnici di provata competenza, diretti magistralmente da Federico Rella (Presidente di Giuria) ha fatto in modo che il Campionato Italiano si svolgesse con la prevista spettacolarità riservata ad un evento che tutti attendono quale coronazione dell’attività’ agonistica di un anno. Le vie di finale, altamente godibili, hanno tenuto il pubblico con il fiato sospeso fino


36 all’ultimo momento e ci hanno mostrato degli atleti in piena forma. Decisamente un evento molto al di sopra di tutte le manifestazioni di questo 2009, e da cui molti potrebbero trarre spunto per migliorare”. I tracciati di gara sono piaciuti parecchio e lo conferma la vincitrice Jenny lavarda: “I tracciati di questo Campionato Italiano sono stati i più belli degli ultimi anni. Hanno permesso un’ottima scrematura grazie ad uno stile innovativo che presentava una difficoltà progressiva, la spettacolarità poi, l’ha fatta da padrona. Zardini ha arrampicato benissimo nonostante la visibile emozione, dimostrandosi sempre il più grande. Per il prossimo futuro niente Ghiaccio, mi prendo un lungo riposo perché ho una tendinite alla spalla, ho tenuto duro per questi di ultimi importanti appuntamenti ma, ora, mi devo proprio fermare. Riprenderò a marzo con i Campionati Mondiali Militari che fanno a Courmayeur. Nel 2010 mi concentrerò nel Boulder e nella Difficoltà. Il Ghiaccio lo riprenderò in vista del mondiale 2011”.

Classifica Combinata Campionato Italiano Femminile 1

Campionato Italiano Difficoltà (Lead) Femminile

Jenny Lavarda

(Gruppo Forestale)

1

2

Sara Morandi

(Arco Climbing)

3

Cinzia Donati

(Istrice Ravenna)

Maschile

Femminile

Jenny Lavarda

(Gruppo Forestale)

2

Anna Gislimberti

3

Manuela Valsecchi

1

Sara Morandi

(Arco Climbing)

(Xfighter Molvena)

2

Anna Gislimberti

(Xfighter Molvena)

(Team Gamma Lecco)

3

Chiara Limonta

(Passaggio Obbligato-Milano)

Maschile

Maschile

1

Marcello Bombardi

(Vertigine Sassuolo)

1

2

Stefano Ghisolfi

(Sasp Torino)

2

3

Leonardo Gontero

(Rivoli Arrampicata Sportiva)

3

Campionato Italiano Velocità (Speed)

Luca Zardini

(Caprioli San Vito di Cadore)

1

Michel Sirotti

(Equilibrium Modena)

Gabriele Moroni

(B-Side Torino)

2

Alessandro Boulos

(Venezia Verticale)

Flavio Crespi

(Fiamme Gialle)

3

Leonardo Gontero

(Rivoli Arrampicata Sportiva)

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viaggi 37

omaggio a Bruce Lee

P

rima di iniziare l’avventura a Victoria in Canada dal Maestro Chen Zhonghua per il workshop di Taiji Quan stile Chen, di cui vi ho parlato nel numero di novembre 2009, decidiamo di fermarci a Seattle negli USA per fare visita alla tomba del leggendario Bruce Lee e rendere il giusto omaggio ad uno dei più grandi Artisti Marziali di tutti i tempi. Così il Maestro Giuseppe Bon, Daniele Maitan ed io, suoi allievi, arriviamo a Seattle, una delle città più belle e particolari degli Stati Uniti d’America. Ci fermiamo in questa città per una settimana e troviamo il tempo per rilassarci prima della pesante trasferta canadese, ospiti nella magnifica casa di mio zio Angelo Toppano, dalla quale si vede il tranquillo Lago di Washington e lo skyline del centro di Seattle. Le colline attorno alla metropoli del north-west sono vestite dei colori dell’autunno ed il paesaggio è fantastico. Poi l’ospitalità degli zii d’America è “number one super star”, e la cucina della amabile zia Margherita con Angelo è assolutamente grandiosa, rispecchiando “il tanto”, noto degli USA, con “il saporito” della nostra Italia. Siamo solo un po’ preoccupati per la linea ed il sovrappeso incontrollabile, ma visto che poi ci attenderà una settimana durissima a Victoria in Canada decidiamo che fare, per un po’ di giorni, i “Cip e Ciop”, mettendo via delle risorse, potrebbe diventare assolutamente utile. Lasciate, però, che prima vi introduca nella storia della “Leggenda delle Arti Marziali”, cioè nelle storia del grande Bruce Lee.

di Massimo Neresini

Bruce Jun Fan Lee (Lǐ Xiǎolóng in cinese), nasce a San Francisco il 27 novembre 1940 e muore ad Hong Kong il 20 luglio 1973. Rimane indubbiamente il più ricordato ed ammirato divulgatore di Arti Marziali, ed in particolare di Kung Fu, nel mondo occidentale. I suoi film riescono ad elevare il valore, la popolarità ed il livello delle Arti Marziali facendo aumentare per la prima volta ed improvvisamente l’interesse per questo tipo di discipline che al momento erano quasi esclusivamente orientali o considerate non di prestigio come invece erano ad esempio la lotta o il pugilato. Bruce Lee divenne un’icona soprattutto per i cinesi, una specie di ritratto dell’orgoglio nazionale, che vedevano riformata e rivalutata la figura del “cinese” servo in quel momento della civiltà occidentale, per alcuni

tratti fortemente nazionalistici presenti nei suoi film. Ma altri, soprattutto gli occidentali, videro Bruce Lee come un modello per acquisire un corpo forte, agile ed efficiente, sviluppando destrezza nel combattimento corpo a corpo; ancora oggi esiste una enorme differenza tra la visione di un corpo “forte” tra oriente ed occidente. Noi occidentali siamo più propensi a vedere un fisico forte osservando una massiccia parte superiore del tronco; essere un po’ “alpini”, senza nessuna offesa per il formidabile “corpo militare”, cioè “petto in fuori e pancia in dentro” sembra essere l’obiettivo per molti di noi. In realtà per gli orientali, soprattutto per i cinesi, questo è un po’ come essere senza le radici, ed una pianta, per quanto forte, senza le radici, cade al primo soffio di vento. Così per gli orientali spalle rilassate, petto in dentro e forti gambe con tronco elastico è l’immagine della persona “forte” fisicamente (non slegata mai dalla “forza” mentale); come osservate, questo è un po’ il contrario del nostro immaginario. Bruce Lee mostrava un fisico assolutamente scolpito nei sui dettagli, con muscoli fortissimi ed elastici allo stesso tempo. Ricordo così che il suo fisico ha indirizzato molti grandi del Body Building, compreso il grande Joe Weider, fondatore del “Mr. Olympia”, il più grande premio per un praticante di Body Building, che descrisse il fisico di Bruce Lee come “il più definito mai visto”. Nonostante il contenuto spesso violento dei suoi film, Bruce Lee era una persona pacifica e fermamente contraria all’uso delle Arti Marziali come metodo di offesa e supremazia, bensì proprio la costanza nella pratica del Kung Fu o di qualsiasi altra Arte Marziale (ricordiamo che per un cinese fare “kung


38 Fu” significa fondamentalmente “fare un duro lavoro” e così tutto diventa “fare Kung Fu” quando ci si impegna fortemente) ti può portare all’equilibrio ed al rilassamento. Dovete sapere che era denominato “piccolo drago-Li Xiao Long”, ma altro non poteva essere per uno nato nell’ora mattutina del drago (tra le 6 e le 8) dell’anno del drago (27 novembre 1940) ed inizia la sua vera storia marziale con il grande Maestro Yip Man (Maestro di Kung Fu stile Wing Chun) ad Hong Kong diventando un suo grande allievo ed apprendendo tecniche sempre più sofisticate ma, allo stesso tempo, studiando anche filosofia e storia del pensiero taoista, tanto da spostarsi a Seattle e tentare gli studi universitari alla Scuola di Filosofia. Sua moglie scrive di lui: “Mio marito Bruce si considerava prima di tutto un cultore di Arti Marziali e poi un attore. Cominciò a prendere lezioni di Kung fu, nello stile Wing Chun, a 13 anni, a scopo di difesa personale. Nei 19 anni che seguirono fece delle nozioni che acquisiva una scienza, un’arte, una filosofia e uno stile di vita. Coltivava il corpo per mezzo di esercizi fisici e la mente per mezzo della meditazione”. Già, sua moglie Linda Emery è americana ed è proprio a Seattle dove si era trasferito e dove seguiva dei corsi di filosofia alla Washington University che la incontra e poi la sposa. Nonostante tutto quello che si dirà sarà proprio lei e solo lei, Linda Lee, la sua compagna e forte presenza che lo seguirà nella sua purtroppo breve vita. Muore infatti a soli 32 anni ad Hong Kong, in una ombra di mistero che con gli anni si è completamente dissolta, lasciando una impronta che faticheremo a scordare. L’avventura terrena di Bruce Lee si conclude a Seattle il 30 luglio del 1973. Il feretro con i suoi resti mortali è scortato da James Coburn e da Steve McQueen, suoi grandi amici ed allievi. Un suo grande amico dirà: “Ho avuto la sensazione che Bruce abbia voluto, nel corso di tutta la sua esistenza, sfidare l’universo e che quel giorno l’universo abbia vinto”. Al contrario di altre grandi Scuole di Arti Marziali il suo percorso non era indirizzato ad una sola “via” (“Do” in giapponese da cui JuDo o AikiDo ecc. o “Tao” in cinese), ma “No way as way, no limitation as limitation” era la scritta che era apposta all’ingresso della sua Palestra che significa che non esiste nessuna via come unica via e nessun limite come limite. Elaborò così il suo “stile senza stile” e la

“forma senza forme” il Jeet Kune do che lui stesso non voleva chiamarlo “stile” proprio per non frenare la continua evoluzione ed innovazione. Nessun principio di base e schema prefissato, solo estrema efficacia. Così il Jeet Kune Do è assolutamente informale per poter adottare qualsiasi forma e non ha un suo specifico stile per poter adottare tutti gli stili. Il Jeet Kune Do si serve di tutti i mezzi e non è condizionato da nessuno di essi, si serve di tutte le tecniche che sono utili al suo vero scopo: “l’efficacia del combattimento”. Siamo anche noi della Scuola Italia Poon Ze’ Team a rendere omaggio al grande Bruce al Lake View Cemetery di Seattle davanti alla sua tomba nel lotto 276. E’ un momento emozionante stare lì davanti al luogo dove riposa uno dei grandi delle Arti Marziali e leggere sotto voce la scritta sulla panca che sta in fronte alla tomba “Husband and Father, Son and Brother You are always with us – Linda and Shannon” immaginando la moglie Linda e la figlia Shannon che lì saranno state a meditare e pregare per il grande Bruce chissà quante volte. Poi la scritta sulla lapide di marmo in inglese e cinese che recita:”Your inspiration continue to guide us toward our personal liberation” con, nel centro, il simbolo “Tai Chi Tu” che simboleggia l’armonia degli opposti ed è anche il simbolo del Tai Chi Chuan. Ci fermiamo a riflettere e ad omaggiare ancora questo grande uomo parlando un po’ di lui tra di noi come se da sempre lo avessimo conosciuto, come se fosse stato un amico comune… e chissà che non sia anche un po’ vero! Penso che la città di Seattle, sicuramente città simbolo della libertà, e della new age negli USA, sia il posto giusto per un uomo come lui, innovatore, rinnovatore e divulgatore di Arte e Spirito. Pensate poi dove ci porta il grande fiume della avventura… ci troviamo lo stesso giorno in una Scuola di Seattle per un incontro con bambini di famiglie straniere (come lo siamo noi) che imparano l’inglese. In una scuola organizzatissima, immersa nel verde con un grande

Mapple Tree dalle foglie rosse all’ingresso, diamo il via ad una dimostrazione di Tai Chi Chuan e di Kung Fu; il Maestro Bon in testa seguito da Daniele Maitan (cintura nera di Kung Fu) e dal sottoscritto (suoi allievi) ci diamo da fare per, chissà, mostrare a ragazzini, che si trovano in una terra straniera, come ci si può sentire tutti uniti da un unico forte abbraccio… per me le forti braccia del Kung Fu. A proposito di dare “valore aggiunto” alla preparazione dei nostri figli vi invito a mandarli a seguire un corso di Arti Marziali dal Judo al Karate, Jujitsu, Aikido, Wushu, Kung Fu e perché no anche Tai Chi Chuan ecc. tutte racchiudono dei grandi “principi”: lavoro duro, disciplina, rispetto per arrivare ad essere veramente “ricchi”: di flessibilità, forza interiore, consapevolezza di sé. Non posso dimenticare, e ringrazio enormemente il Sig. Elio Rigotto membro del Direttivo Nazionale dell’ AICS e tutta la organizzazione per il supporto che ci ha dato per l’avventura americana-canadese. Un grazie di cuore agli zii Angelo e Margherita per la loro fantastica ospitalità. Ai miei cugini americani perché è grande riabbracciare un “amico” lontano. Alla preside Nanci Davis, agli insegnanti Alberta Borden, Jim Blundred, Kristen Brenneman, Stacy Pang, Sarah Wylie, Jennifer Kalmbach, Sherry Rutherford, Kay Donald, Kathy Williamson e in particolare a Ines Zerbato della Sierra Hights Elementary School di Renton (Seattle – Washington State – USA) per averci dato l’opportunità di coinvolgere ragazzini nel Kung Fu… e se poi da uno di questi nasce un nuovo Bruce Lee??… magari!! Che questo 2010 sia un anno di “saggezza, compassione, sincerità, coraggio e pazienza”; le 5 virtù del Kung Fu che hanno forgiato l’animo e il corpo del grande Bruce Lee.


nuoto 39

il vivaio cresce

Inizia la stagione 2010 per la Famila Schio Nuoto che nel corso del 2009 ha confermato il suo 40° posto tra le società italiane e subito le soddisfazioni nelle prime uscite stagionali indoor arrivano copiose per la società natatoria del giovane presidente Luca Volpato soprattutto nella categoria ragazzi e junior

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di Enzo Casarotto

a storia della Schio Nuoto ha inizio nel 1981 ed il percorso della società è da definirsi straordinario perché in pochi anni i dirigenti e i tecnici hanno portato l’attuale Famila Schio Nuoto da un sodalizio di buon livello regionale ad una posizione di eccellenza a livello nazionale. Il tutto frutto di una programmazione societaria rivolta a scelte tecniche di prim’ordine che si sono avvicendate in questo ormai ventennio alla guida della società. La società utilizza la piscina comunale attualmente gestita dalla Schio Nuoto s.r.l. del presidente Domenico Garbin che alle sue spalle ha l’esperienza gestionale dei Sigg.i Barbiero e Cestaro gestori di analoghi impianti anche a Padova. Nella Schio Nuoto, alla guida tecnica si sono avvicendati Sandra Carenza e l’olimpionico Egidio Massaria, Mauro Calligaris con Teresa Oriani e dal 2001 al 2003 ha operato Roberto Bettin assieme a Roberta Burato, Giorgio Dalla Vecchia e a Manuel Borga che è l’attuale responsabile del settore tecnico che si avvale oggi della col-

laborazione di un gruppo di allenatori cresciuti nel vivaio scledense prima come atleti e in seguito passati al settore allenatori federali. I risultati della Famila Schio Nuoto sono rilevanti perché ottenuti grazie ad un bacino d’utenza ridotto rispetto ad altre società agonistiche che associate a consorzi e a collaborazioni, gareggiano sotto un’unica denominazione. C’è da considerare inoltre che i tesserati FIN in Italia tra gli agonisti e gli amatori sono più di sei milioni. Nel gruppo scledense sono tre i ragazzi inseriti nelle graduatorie tra i primi 100 in Italia: Matteo Greselin 82° nei 50 m., 97° nei 100 m. s.l., 72° nei 50 m., 75° nei 100 m. e 83° nei 200 m. dorso; Nicola Retis 93° nei 100 m. e 58° nei 200 delfino; Giulia Tomiello 52^ nei 200 m., 36^ nei 400 m. e 53^ negli 800 m. a stile libero e 60^ nei 50 m., 31^ nei 100 m. e 13^ nei 200 m. a delfino. Giulia nel 2009 ha ot-


40 tenuto il 12° miglior risultato stagionale nei 200 m. delfino, il 21° nei 50 m. ed il 29° nei 100 m. sempre a delfino, in vasca corta. In evidenza tra i giovani emergenti anche l’esordiente Matteo Zampese che occupa il 55° posto nei 100 m. ed il 24° nei 200 m. a rana. Nella Famila Schio Nuoto le soddisfazioni sono venute anche in acque libere con i tre vecchietti Lorenzo e Roberto Decchino e Gianmaria Collicelli, che si sono ben comportati nelle discipline del Mezzofondo e del Fondo. I risultati frutto dei migliori 5 punteggi nazionali stagionali hanno visto Gianmaria Collicelli piazzarsi al 14° posto assoluto e 8° tra i senior nel mezzofondo mentre i gemelli Roberto Decchino (37° assoluto e 14° nella graduatoria Senior) e Lorenzo (33° assoluto e 18° tra i senior) hanno contribuito ad ottenere la 27esima piazza assoluta nella classifica per società che ha visto in graduatoria ben 64 gruppi (prima società vicentina e seconda nel Veneto dietro alla Veneto Banca di Montebelluna

giunta 21^). Anche i “Master” hanno ben figurato ottenendo la 57^ piazza tra le 208 società iscritte con Riccardo Furiassi (10°M55), Alex Sassaro (12°-M25). Nicola Zenere (15°-M25) e Mirko Spanevello (16°-M30) così classificati nelle rispettive categorie. Il 2010 è appena incominciato

e il responsabile tecnico Manuel Borga ed il presidente Luca Volpato si auspicano quantomeno di eguagliare i piazzamenti fin qui ottenuti e di mantenere quelle prerogative e quelle priorità che la società da anni esprime anche sotto l’aspetto della crescita formativa dei suoi ragazzi.


moto cross

Che club!

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Il Moto Club di Cornedo del presidente Maurice Pretto sta crescendo il proprio vivaio di giovani piloti e promette un’ottima stagione con i suoi oltre 150 tesserati

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di Chiara Guiotto

utti i corridori ai cancelli di partenza. Sta per prendere il via la stagione 2010 dell’associazione sportiva Moto Club di Cornedo. Dopo un ottimo 2009 che ha raccolto importanti frutti in ambito agonistico, si prospetta per il 2010 un annata ancora più positiva a caccia di risultati sempre più prestigiosi da parte di un team agonistico che conta addirittura 150 piloti tesserati. Punta di diamante della squadra agonistica è Andrea Tedesco, il ventitreenne di Thiene che del motocross ne ha fatto una vera ragione di vita: seguendo le orme del padre, ormai da più di 30 anni pilota di motocross del team di Cornedo, Andrea ha coltivato la passione per le due ruote fin da bambino e anche oggi che lavora otto ore al giorno lo spirito e la grinta giusta non gli mancano per allenarsi quotidianamente e guadagnare risultati ai quali solo un vero professionista come lui può aspirare. Il giovane Andrea che da anni porta in alto i colori del team cornedese, quest’anno si appresta a realizzare il famoso salto di qualità: ebbene dal 2010 l’atleta thienese apparterrà alla categoria Élite, uno scalino più in alto di tutti i motociclisti, il top. La scorsa stagione si è laureato vincitore della Coppa Italiana classe 125 e si è piazzato al terzo posto al Campionato Italiano fuori strada MX1. “Indubbia tecnica e forte carisma contraddistinguono Andrea” - ha dichiarato Maurice Pretto, presidente del Moto Club di Cornedo. “Seguito da suo padre Gigi che è pure il suo team manager, quest’anno il nostro pilota classe 1987 parteciperà alle competizioni MX2 e punterà a vincere il titolo italiano”. Accanto a Tedesco un altro atleta, sia pur molto più giovane, ha un futuro davanti a sé certamente interessante visto il risultato ottenuto quest’anno in categoria debuttanti: si chiama Christian Bisogni, ha solo undici anni e ha partecipato per la prima volta al Campionato Triveneto Minicross Debuttanti e, senza alcun timore ne emozione, ha raggiunto il gradino più alto del podio davanti allo sgomento di tutti compreso il papà Lino che segue il figlio con molta passione. “Quest’anno Christian è passato alla categoria Cadetti -ha precisato Maurice- e tutti ci aspettiamo una stagione con i fiocchi”. Sono molti gli atleti che nel 2009 si sono distinti come ad esempio Francesco Antoniazzi, categoria cadetti, e Andrea Verona, junior. Chi del Moto Club Cornedo potrebbe ormai scrivere un libro è invece Paride Marigo, classe 1965, campione in carica Triveneto


42 Master MX1. Accanto a lui i portacolori del Campionato Nazionale Moto d’Epoca Cervato Giancarlo (3° al Campionato Italiano Moto d’Epoca 2009 classe 125 U.I.S.P.), Paiusco Luigi (2° al Campionato Veneto Moto d’Epoca 2009 U.I.S.P.) e Scalco Livio (3° al Campionato Italiano Moto d’Epoca 2009 U.I.S.P.). Ma i risultati non finiscono qui perché la coppia di sidecar composta da Poscolere Pietro e Fortuna Carlo ha vinto il Campionato Italiano della categoria Sidecarcross d’Epoca 2009 U.I.S.P. Un’associazione sportiva quella del Moto Club attiva da oltre 50 anni e che è ormai diventata uno dei simboli del paese di Cornedo e un punto di riferimento per molti piloti e sportivi. Conta oggi bene 340 soci tra cui 150 sono piloti e un centinaio appartiene alla sezione Scooter e Moto d’Epoca presieduta con grande orgoglio dal vice presidente dell’associazione sportiva Giordano Vigolo. Anche quest’anno il Moto Club gestisce l’impianto sportivo all’Uomo della Roccia dove i piloti si allenano e il Club sportivo organizza corsi di Motocross per i bambini più piccoli. Inoltre da anni il Moto Club coordina la sezione dedicata alle moto d’epoca occupandosi dei tesseramenti e delle pratiche riguardanti questo tipo di motocicli come per esempio l’iscrizione al registro storico FMI. Un’associazione che ha voglia di crescere, di farsi conoscere, di diventare un luogo di aggregazione sociale e, partecipando alle competizioni regionali, nazionali ed internazionali, dove gareggia il nostro giovane Andrea Tedesco, diventare un team competitivo sempre di più. I presupposti ci sono! Per tutti coloro che volessero conoscere meglio il Moto Club la sede si trova a Cornedo in Piazza Nicolò. (0445/953696333/8961436).

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Passione sliding!

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Il forte pilota scledense Federico Dal Zotto vince il Trofeo Veneto cl. 500cc Supermoto 2009 uisp a tutta derapata

a qualche mese si è conclusa nel migliore dei modi, la stagione agonistica 2009 per il pilota scledense (originario di Cogollo del Cengio) Federico Dal Zotto. Dopo il precedente terzo posto assoluto nel Trofeo Italia uisp 2008, nell’appena trascorso 2009 Federico porta a casa il primo posto nel Trofeo Veneto uisp classe 500cc in sella alla sua Honda crf 4t ben preparata con l’aiuto del padre Guido e con la professionale assistenza in pista offerta da Censi Moto di Caldogno. Una bella soddisfazione, quindi, rafforzata anche dalle buone e sempre migliori prestazioni rilevate dal cronometro anche nel corso del campionato Triveneto ed Emilia Romagna fmi. Purtroppo ben 2 gare su 6 si sono svolte in condizioni meteo estreme, sotto la pioggia insistente, che comunque hanno permesso a Federico di aggiudicarsi a fine campionato il 10° posto assoluto nella categoria Expert. È una vera e grande passione quella che ha coinvolto molti piloti, prima praticanti il motocross o la velocità, poi invece attratti da questa giovane disciplina, lo spliding. Le velocità raggiunte, decisamente elevate per queste moto, hanno infatti la caratteristica di obbligare i piloti ad affrontare le curve in derapata controllata (dal termine inglese “sliding”) generando uno spettacolo tutto da vedere. Con le supermoto si gareggia in circuiti ricavati talvolta su piazzali, con annessa parte di sterrato con salti e cunette, o spesso in cartodromi veri e propri che dall’avvento del supermotard hanno accolto anche una parte di sterrato per le gare e gli allenamenti. Non molti anni fa, quando la disciplina era all’inizio, per divertirsi con le supermotard bastava semplicemente adattare ad una moto da cross delle ruote con gomme slick; anche oggi i motocicli di questo tipo si ricavano principalmente da moto nate per il cross ma sempre maggiori sono gli accorgimenti e le modifiche tecniche che fanno la differenza in gara. Solo per citarne alcuni, vengono sostituite le ruote con altre adatte ad ospitare pneumatici intagliati o slick, le sospensioni vengono preferite ad altre più rigide o semplicemente modificate, le marce vengono allungate ed adattate ad ogni pista in modo da permettere la giusta velocità, non ultime le modifiche al telaio, al motore ecc.. Questa “esasperazione” nel preparare i mezzi ha

portato ad un conseguente aumento dei costi, da 2-3 anni infatti il supermotard di tutti i livelli, non escluso quello mondiale, sta vivendo una crisi che lo investe negativamente con sempre meno piloti che si affacciano a questo mondo. Per rendere il supermotard uno sport più popolare, sarebbe interessante organizzare più gare in luoghi di facile accesso agli spettatori come piazzali o circuiti cittadini, in modo da far conoscere questo spettacolare sport alla gente, inoltre sarebbe importante promuovere e pubblicizzare opportunamente gli eventi per avere il giusto risultato mediatico e visibililtà per gli sponsor.

Federico ringrazia tutti gli amici che lo hanno supportato anche in questa bella stagione 2009 ed in particolare la Pegoraro Ecocentro di Schio, Censi Moto di Caldogno, Rossetto Racing Suspension di Brogliano, Due Bi Sport, Motoclub Cornedo e Speedmark Racing Wear di San Giuseppe di Cassola. Ora nella fase invernale, come di consueto è tempo di concentrarsi e prepararsi per questa stagione 2010 oramai già alle porte e focalizzare bene i punti dove migliorare. Come sempre con la buona e sana sportività che ci auguriamo contraddistingua tutti gli sport... e vinca


speedway 44

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Passione moto

l team Chimax è un’associazione sportiva leonicena nato dalla grande passione per le moto di Massimo Zambon (tra l’altro vice-campione europeo di motocross classe 250 2T), ed è da sempre impegnato nella crescita e nella divulgazione dello sport motoristico; nello specifico del Motocross e dello Speedway. Il team agonistico nello Speedway comprende i piloti Mattia Cavicchioli, Jonatha Seren e Massimo Zambon che nella passata stagione hanno gareggiato nel campionato Triveneto, italiano e agli internazionali d’Italia a squadre. Per chi volesse provare queste specialità, il team Chimax (con Massimo Zambon, promotore e coordinatore in primis di tali eventi), fornisce l’abbigliamento, i consigli tecnici, la sua esperienza e grazie alla collaborazione dei meccanici e dei piloti, la tanta adrenalina e l’emozione della derapata su moto (anche 125) è assicurata. Nell’ultima stagione il gruppo con que-

di Enzo Casarotto sto progetto ha accolto ben 5 “new entry”. Il Team Chimax ringrazia tutti coloro che con il loro sostegno hanno reso possibile la divulgazione di questo sport ed in particolare: i meccanici Valter, Rame, Enrico, Antonio; il gruppo di amici e sostenitori del Team e delle sue iniziative e gli sponsor senza i quali il progetto non si sarebbe avverato: Bertesina Lino, Calearo Graziosa, Il Marmo, Pakelo lubrificants, Provasi Elettrauto, Ricosma e GM. Il team anche nel 2010 propone gli stessi obiettivi ed in più, da quest’anno, parte del Team Chimax è socio del Moto Club Ducati Vicenza, team che nel suo gruppo ha fatto crescere piloti affermati quali Luca Boscoscuro campione Europeo velocità 250 cc.,Ales Hlad campione europeo supermotard, Daniele Veghini vincitore di diverse gare del mondiale velocità

Il team Chimax per far conoscere lo Speedway e il motocross Endurance, Luca Bono che oltre ad essersi laureato campione in diversi trofei italiani, è un ottimo collaudatore ricercato da varie case motociclistiche e in qualità di tester è un collaboratore di riviste specializzate del settore. Tutti i piloti dal 2010 saranno seguiti dal personale tecnico del Moto Club Ducati Vicenza.


seppie al naturale

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e seppie, come i calamari ed i polpi appartengono ai molluschi cefalopodi. Sono marine, carnivore, con il corpo ben distinto dal tronco, due grandi occhi sporgenti, la bocca con due mascelle cornee a becco, circondata da tentacoli. E’ un animale che vive nel fondale cibandosi di granchi, gamberi e piccoli pesci. Una specie di soffione gli consente di compiere movimenti brevi ma rapidi. Caratteristica che, assieme all’espulsione dell’inchiostro, gli permette di sfuggire ai predatori. Il famoso osso di seppia, è una struttura calcarea, che serve a dare rigidità al corpo, a forma di sacco, che contiene gli organi vitali. Di giorno rimane seminascosta mentre di notte si fa più attiva e va alla ricerca di cibo. In primavera dopo aver trascorso l’inverno

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di Antonio Rosso foto di Denis Zorzin in acque profonde, risale fino ad arrivare in prossimità delle coste. Ad aprile e maggio sono i mesi in cui avviene l’accoppiamento principale e la deposizione delle uova. E’ quindi facile trovarle in gran numero per poterle fotografare. Con l’autunno la seppia riprende la sua migrazione verso acque più profonde e a temperatura costante. Una sua caratteristica è avere nella pelle partico-

lari cellule dette cromatofori, che assumono diverse colorazioni a seconda dell’ambiente e delle condizioni esterne. E’ quindi capace di mimetizzarsi in maniera quasi perfetta e di cambiare colore anche nel giro di pochi attimi. Le sue dimensioni vanno dai 5 ai 90 centimetri ma ne può raggiungere anche 120. La seppia si presta bene alle riprese fotografiche. Le migliori foto si ottengono a distanza ravvicinata con l’uso di sorgenti luminose mentre il soggetto si sposta nell’acqua.

sub


sport e solidarietà 46

Zane in prima fila

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anè come al solito si distingue nello sport, nella solidarietà. Qualche settimana fa la città ha ospitato, con la supervisione del Sindaco Alberto Busin e dell’Assessore allo sport Roberto Berti, una serie di attività per dimostrare la vivacità dell’intero suo movimento sportivo; i pulcini del calcio si sono confrontati in un torneo a 6 squadre organizzato dalla gloriosa Fai Zanè 1931, ed il palasport ha ospitato la sesta edizione del “Galà dello sport” in cui l’azzurro dell’Atletica Leggera Matteo Galvan, medaglia d’oro nella staffetta europea 2009 nella 4x100, il presidente del CSI vicentino Enrico Mastella e quello del Coni Umberto Nicolai, hanno premiato i protagonisti dell’ultima stagione sportiva e tutte quelle persone che si sono contraddistinte per l’impegno profuso nei confronti dello sport e non ultimo gli allenatori il cui delicato compito è quello di lavorare con i ragazzi sotto l’aspetto sportivo e formativo. Tutti gli ospiti nei loro interventi (compresi quelli del Sindaco e dell’Assessore allo sport), hanno evidenziato l’importanza dell’ attività sportiva nei giovani ed il prezioso compito svolto dalle innumerevoli persone che si mettono a servizio per la promozione delle varie forme di sport. Ad intrattenere il numeroso pubblico presente al Galà, tra una premiazione e l’altra, i balli e le danze dell’Associazione Silicon Kafe. Tra gli atleti hanno ricevuto un riconoscimento i ciclisti Marco Gasparella - Davide Da Carinti - Romeo Bonollo - Alberto Sentinelli e Nicole Dal Santo quest’ultima neo campionessa italiana di ciclocross allieve, i podisti Sabrina Roncaglia, Tiziana Scorzato, Remo Lavarda, Renzo Dal Zotto, Sabrina Castello e Davide Zigliotto. Per il lancio del giavellotto è stato premiato Maurizio Sella e per lo skiroll Vilma Bonollo. Un premio speciale è stato assegnato ai maestri e campioni di rock’n roll acrobatico Ilenia Grotto e Corrado Nichele. Quattro le squadre di basket premiate: la squadra femminile under 14, la squadra femminile esordienti, gli “Aquilotti” e gli “Scoiattoli” con i rispettivi istruttori. I premiati

di Enzo Casarotto dello Skating Club Zanè sono Andrea Canaglia e Noemi Cosaro, i quartetti “Venere” e “Four Roses” e le giovanissime pattinatrici: Arianna Gasparotto, Rachele Turle, Aurora Pianegonda, Elena Saggin, Chiara Zen, Cristina Baggio e Letizia Cavedon e per il gioco delle bocce Giovanni Zordan, Loris Gilioli e Pietro Munaretto. Targhe e medaglie anche per le due squadre di calcio Pulcini e per i loro allenatori. Tra i dirigenti sono stati premiati: Liala Valente preparata e competente allenatrice, coreografa e coordinatrice dal 1990 dello Skating Club Zanè, Ugo Soliman tecnico/allenatore/dirigente della società di pallavolo ASD Olimpia Zanè oltre che selezionatore nazionale e componente del Centro di Qualificazione Nazionale della Federazione Italiana Pallavolo con l’incarico di responsabile della selezione nell’ambito del progetto federale “Oltre il 2010” e Davide Giuriato Presidente dell’Associazione “Giuriato Vicenza Calcio a 5” società sportiva di Zanè che disputa il campionato in serie A2. Nel programma di festeggiamenti anche due serate di solidarietà; la prima proposta con il concerto di Cheryl Porter, la cantante di Chicago (accompagnata dal gruppo musicale “Vox Box”), considerata una dei migliori talenti in America, che ha interpretato brani di musica Gospel, Spirituals, Folk e Jazz in cui parte del ricavato è andato a favore di “Autismo Triveneto Onlus”, l’Associazione regionale con sede a Vicenza che promuove i diritti delle persone con Autismo e dei loro famigliari e l’altra serata di spettacolo per la tradizionale festa sui pattini con la partecipazione di alcuni fra i migliori gruppi e coppie di pattinaggio artistico nazionale e dell’intera scuola dell’Associazione Skating Club Zanè che ha organizzato tale evento; in questo caso, le offerte libere raccolte sono state destinate alla “Città della Speranza”, fondazione nata il 16 dicembre 1994 con lo scopo di costruire nuovi reparti di Oncoematologia Pediatrica e di sostenere la ricerca sulle neoplasie infantili.

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Il disegno

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di Laura

Il Famila Wuber si prepara al finale di stagione

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opo la pausa dovuta alle festività di fine anno il Famila Wuber Schio è stato impegnato nel mese di gennaio su più fronti: con le qualificazioni di Coppa Italia il cui verdetto ha sancito che saranno Taranto, Venezia, Faenza e Famila Schio a contendersi la coccarda di coppa nella final four in programma il 6 e 7 marzo prossimi, con l’inizio del girone di ritorno della serie A1 e con la sfortunata seconda fase dell’Eurolega in cui la squadra di Orlando ha rimediato due sconfitte che fanno male. Dopo l’occasione europea gettata alle ortiche (va nei quarti dell’Eurolega il Kosice), ci si rituffa in campionato sperando che lo scivolone casalingo con il Bracco di Sesto San Giovanni che ha consentito di fatto la fuga al Taranto capolista, serva da monito per non ripetere più prestazioni incolori come quella. La squadra, che si sta preparando ai playoff (il 28 febbraio big match di campionato a Schio contro Taranto), sappia reagire esprimendo un gioco che le possa permettere di confrontarsi con le squadre di vertice. E’ doveroso anche un benvenuto a Claudia Gattini (31 – 180 cm. Guardia) neo acquisto proveniente da Roma Sistemi - Pomezia (formazione di A2) che rileva nel roster Ilaria Zannoni rientrata a Sesto. Prima di chiudere c’è da sottolineare che il Famila basket è anche settore giovanile con la Kinder +Sport che con l’under 15 ha vinto il Memorial Mario Cestaro mentre l’under 19 rimaneggiata per la convocazione di tre sue atlete in nazionale si è dovuta accontentare del 4° posto, e che la squadra maggiore oltre ad essere seguita da un pubblico esigente e competente, è osservata anche da qualcuno che dimostra la vicinanza alle ragazze con piccoli gesti sinceri e personali altrettanto degni di nota. L’episodio si riferisce al disegno testimoniato dalla foto che ritrae la piccola Laura Bevilacqua (8 anni compiuti il 1 febbraio), consegnare un disegno alla sua giocatrice preferita Laura Macchi che segue da due anni grazie alla passione del papà Alberto (che ha un centro propedeutico al minibasket a Brogliano e allena la pallacanestro Trissino) e della mamma Nicoletta.

La mia curiosità deriva dal fatto che parlando con l’autrice del disegno, ho colto qualche aspetto che troppo spesso sfugge: Laura è stata incuriosita da Macchi per la simpatia e il suo modo di comportarsi in campo nei confronti delle compagne e delle avversarie ed in più nel suo disegno, le particolarità con cui ha interpretato la capigliatura di Laura (capelli più lunghi di quelli di Masciadri) e la lunghezza dei suoi calzettoni da gioco fanno percepire con quanta attenzione i più piccoli siano attenti a dettagli che ai più sfuggono volentieri. Piccoli particolari appunto che provengono dalla serenità di una bambina attenta osservatrice e brava interprete di un disegno che potrebbe far riflettere molti; è bello talvolta soffermarsi su questi piccoli (ma importanti) episodi per capire che il Famila basket e che la pallacanestro in genere è anche questo e che la presenza in tribuna di questa famiglia che parte da Brogliano, deve essere un esempio per tutti, per interpretare nel modo giusto, il valore dello sport che mai come stavolta è “una palestra di vita”!


lettere 48

Potete scrivere al Senatore Alberto Filippi inviando le vostre e-mail a: sportivissimo@mediafactorynet.it

Montagne off limits Gentile Senatore, da alcuni anni la montagna invernale non è frequentata solo da sciatori, fondo o discesa, e da snowboarder ma anche da chi pratica lo sci alpinismo e il trekking con le ciaspole ai piedi. E’ un fenomeno, questo, rilevante e sempre più in crescita. Piuttosto di mettersi in file chilometriche agli impianti e scendere su piste sempre più affollate (e quindi pericolose), molti preferiscono salire sulle vette con le pelli di foca o camminare con le ciaspole sui sentieri innevati. Il piacere è di fare sport all’aria aperta in un ambiente incantevole e in assoluto relax. Purtroppo in questi giorni dello sci alpinismo si sono accorti anche i grandi media nazionali, quotidiani e tv, in occasione, com’è ormai nel loro stile, di alcuni incidenti mortali che sono accaduti. Dalla sera alla mattina, chi ama praticare questo sport si è visto descritto come il più sciagurato incosciente che non sa leggere un bollettino meteo; un criminale che sale le montagne per provocare apposta valanghe assassine che uccidono chi sta procedendo sotto di lui. Il governo sta varando tutta una serie di leggi per mettere in galera chi provoca una valanga, per multare (5000 euro) chi esce di pista in condizioni di possibile rischio, cioè più o meno sempre. Non le sembra tutto ciò eccessivo? In montagna, si sa, una fatalità - tragica quanto sempre involontaria - può diventare mortale. Ne sono state vittime anche gli alpinisti più esperti, perché la montagna è sempre insidiosa. Con le leggi si può pensare di cambiarla? Non credo. Con i divieti, però, si può allontanare dalla montagna chi di essa ama il suo ambiente naturale e libero. Con stima, Patrizia Dal Fiume

di Alberto Filippi Cara Patrizia, dalla tua lettera emerge tutta la grande passione che hai per la montagna, per lo specifico del suo ambiente primordiale. E’ vero, in montagna si sono sempre verificati incidenti e sempre si verificheranno, ma di fronte a quanto è accaduto in questo inverno, ben 6 morti nel solo primo week and di febbraio e 10 feriti, è corretto che ci si interroghi su cosa stia accadendo tra gli appassionati dello sci alpinismo e del free ride. Perché è giusto conservare l’ambiente della montagna così com’è, senza gravarlo di divieti che lo priverebbero del suo fascino di luogo puro, libero, naturale, ma è altrettanto giusto che si faccia tutto il possibile affinché non accadano più sciagure come quella del dicembre scorso, quando in val di Fassa sono morti 4 soccorritori che tentavano di raggiungere due alpinisti friulani che si erano messi in pericolo. La montagna è pericolosa e può essere pericolosissima, e per chi non lo capisce da sé, ci deve essere qualcuno che gli dica cosa si può e cosa non si può fare a tutela di tutti. Con divieti chiari e circoscritti, con leggi che sappiano stabilire responsabilità e colpe, si devono fermare le imprudenze. Non si tratta di mettere sentinelle tra i boschi, certo; non si tratta di porre la montagna sotto vigilato controllo. Né tantomeno di proibire tutto. Per chi va in barca, per esempio, c’è una legislazione che prevede forti multe per chi esce dal porto con il mare mosso. Si vuole arrivare più o meno a mettere per iscritto quello che tutti gli alpinisti sanno già da sé, perché quello che è accaduto recentemente dimostra come siano troppi coloro che non hanno una chiara comprensione del rischio. Con simpatia, Alberto Filippi.

Le vostre lettere possono essere lette anche nel sito: albertofilippi.it


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