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Adieu Luciano

Domenica 22 novembre ci ha lasciati il maestro di sci Luciano Cadinetti. Il genero Toni De Toni, anch’egli maestro di sci, ce lo ricorda così.

U

omo e amico, esempio per molti, mai una parola di troppo, sempre solare, coppia elegante con la moglie Anna, felice della vita, delle sue esperienze, delle sue vittorie, marito amorevole, genitore amatissimo e presente, nonno instancabile e adorato. Maestro di sci conosciuto in tutte le piste d’Italia, maestro storico del collegio del Veneto, la sua tessera la numero 10. Insegnante eccellente, preso da esempio dai colleghi più giovani, richiesto dai vip dell’epoca nel mitico periodo tra il ’58 e ’68 quando insegnava al Sestriere. Direttore voluto da Oscar Garbin alla Scuola di Recoaro 1000 e poi maestro alla storica e mitica PIROVANO al TONALE negli anni ‘70. Atleta fortissimo, vincitore di moltissime gare e trofei. Ricordato ancora oggi nell’albo d’oro del Trofeo del Barba come vincitore assoluto nel 1972 e per il simpatico episodio che lo vedeva caricare il premio vinto nell’occasione, un frigorifero, nella sua minuscola 500 per il ritorno trionfale a Recoaro. Alpino, iscritto alla sezione ANA Valdagno centro, sotto i colori della quale vinceva nel 2001 il 35° Campionato Italiano ANA di sci alpino nelle piste di Pampeago. Luciano è stato chiamato ad insegnare il suo stile di uomo e grande sciatore nelle piste incontaminate del cielo. Se n’è andato con la sua stupenda e curatissima divisa da maestro, sereno in viso e sicuramente entusiasta, come sempre, per la nuova missione che andrà a svolgere. Ritroverà i suoi amici e compagni di tante avventure sciistiche. Con i fratelli Italo e Gino Soldà saprà gestire magnificamente la scuola sci PARADISO. Nella cerimonia funebre di martedì scorso il clima era delle grandi occasioni, un bagno di folla a salutare il maestro. L’emozione ha colto tutti fin da subito per la presenza dei colleghi maestri della Scuola sci di Recoaro 1000 e della vallata e i membri e amici dello sci club Marzotto che hanno accolto Luciano facendolo entrare in chiesa sotto il classico arco di sci proprio come quello di 51 anni fa, quando entrava per sposare la sua amata Anna. La cerimonia ha avuto i momenti più intensi nella lettura delle profonde e toccanti testimonianze delle nipoti di Luciano e dell’amico Manlio Soldà. Nella lettura della preghiera dell’alpino da parte del rappresentante della sezione ANA Valdagno Centro, presente con il picchetto d’onore. Luciano amava cantare, era un bel baritono, amava una famosa canta, la canta per eccellenza, Signore delle Cime. L’ha avuta in regalo dal maestro Tiberio Bicego che gliel’ha dedicata in chiusura.

di Toni De Toni


IL RE DELLA NEVE

di Luigi Borgo LA BIBLIOTECA DI

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Un romanzo avvincente e divertente, di grande energia inventiva sulla nostra epoca dell’everyman special one, dei tutti campioni nello sport e tutti geni nel lavoro, ma tutti perdenti nell’arte di vivere. «Nel mondo dello sci Luigi Borgo è da tempo una delle penne più ispirate e interessanti: un suo romanzo è un avvenimento per tutti gli appassionati dello sci e non solo per essi». Marco Di Marco direttore di Sciare Magazine

luigiborgo@mediafactorynet.it


editoriale

Vivi o mortali?

I

di Luigi Borgo

l contrario di “quello che tutti vogliamo”? “Essere criticati!” Abbiamo necessità di applausi, come gli uomini primitivi si cibavano di carne cruda, e facciamo di tutto per rendere gli applausi, anche quelli più meritati, l’unica cosa rara di questa società stracolma di tutto. Ciascuno di noi meriterebbe un milione di applausi per il lavoro di ogni giorno, per l’amore che dà, per la bella persona che è, per tutto quello che fa, invece, ciascuno di noi critica il fare altrui, credendo, così, di tenersi per sé quell’apprezzamento che a sua volta non riceve. Ci priviamo l’un l’altro del nutrimento più prezioso per primitiva fame. Un cardinale che visitava per la prima volta la Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, rivolgendosi al papa, chiese se quella non fosse, più che aula papale, una sala termale. Già, troppi corpi, e anche troppo nudi. Come dargli torto? “Vengo da New York”, disse Truman Capote a un tizio che abitava a Los Angeles. “Ah, - rispose il tizio, - come si vive in campagna?”. Già, con quel parco cittadino così grande, anche troppo grande, come non vedere l’anima bucolica della Grande, appunto, Mela? Possiamo criticare tutto, i nudi da beauty farm michelangioleschi, alla ruralità di New York pensando di avere ragione. Siamo bravi a denigrare, ci basta un niente, un nudo in più, un parco di qualche metro quadrato troppo grande per lanciare i nostri strali di calunnia. E questo perché ci siamo abituati a vedere, come si suol dire, il bicchiere preferibilmente mezzo vuoto che mezzo pieno. Per coerenza, allora, dovremmo cominciare a considerarci non delle persone ‘vive’ ma delle persone ‘mortali’. Concorderete: dire ‘esseri viventi’ o ‘esseri mortali’ è dire la stessa cosa, solo da una prospettiva diversa: il primo dalla culla, il secondo dalla tomba. Mi sembra, tuttavia, che la visione della nostra esistenza cambi di un bel po’ nei due casi.

Chi critica, tende a privilegiare il lato negativo della vita. E’, insomma, un essere meglio definibile come ‘mortale’ che ‘vivo’. Essendo i più quelli che criticano, dobbiamo ammettere che la nostra società è una società di mortali più che di vivi. Ho deciso di mandare al diavolo la mia migliore dote, e passare tra i vivi. E’ tempo di dedicarsi alla pars construens e non solo perché è Natale. Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno. Voglio vedere ciò che c’è di buono, di bello, di giusto. E poi c’è un perché che lo spiega bene Celentano mentre sta per intonare la “Guerra di Piero” di De Andrè di cui non ricorda tutte le parole, e quindi sbaglia. Il pubblico ride. Inizia di nuovo, e sbaglia di nuovo. Parte del pubblico ride, parte comincia a fischiare. Lui intona per la terza volta e per la terza volta si confonde. Il pubblico allora comincia a fischiare. E lui dice: “t’avrei fischiato anch’io, sai. Sei fortunato che non ero in teatro; quel giorno, ero sul palco!” Ecco, i mortali criticano i vivi che fanno. E’ tutta qui la distinzione: se critichi, sei mortale; se fai, sei vivo. Il contrario di “Sportivissimo”? “Essere criticato”. Mi è venuto di scrivere questo, perché sto apprezzando quanto siano gratificanti gli applausi. Quanto sia piacevole riceverli. Ve ne racconto uno che mi è sembrato particolarmente bello e che desidero condividere con chi scrive, con chi fa pubblicità, con chi legge Sportivissimo perché è un applauso rivolto anche a loro. Un pomeriggio di questo mese entra in tipografia un signore. Chiede di Laura e di me. Poi, quando siamo entrambi di fronte a lui, ci dice se poteva darci 50 euro. Subito non abbiamo capito. E lui, allora, si spiega meglio: vuole darci 50 euro per sostenere la rivista di cui non si perde un numero. Vi auguro che il prossimo anno riceviate tutti gli applausi che meritate, ve lo auguro di cuore.

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La copertina

sci

di Giulia

di Luigi Borgo

Q

uando è nato Sportivissimo, quasi 5 anni fa, pensando ad alcuni articoli sullo sci, il primo nome che mi è passato per la mente è stato quello di Giulia Gianesini, perché l’avevo vista conquistare i primi titoli italiani nella categoria ragazzi e allievi, quando io allenavo Chiara Guiotto, che era altrettanto brava e che, oggi, firma l’intervista a Giulia: il mondo degli amici è piccolo; perché Giulia ha fatto parte del Gruppo Giovani dell’Unione Sportiva Asiago Sci negli stessi anni in cui allenavo la categoria Ragazzi-Allievi e quindi ho visto il suo talento imporsi a livello internazionale; perché, dopo Giuliana Minuzzo, campionessa degli anni Cinquanta, e Lorena Frigo, campionessa degli anni Ottanta, Giulia Gianesini è la terza azzurra di sempre dello sci vicentino. Quando la scorsa stagione Giulia ha vinto il titolo di campionessa italiana di gigante - un’impresa storica, le gigantiste azzurre sono le più forti del mondo, e vincere gli Assoluti è un risultato che vale una carriera – mi sono detto: adesso è il momento per tirar fuori quella copertina di Sportivissimo che tenevo nel cassetto. La copertina di oggi doveva essere la copertina del numero dell’aprile scorso… Invece la stagione più bella è diventata anche la stagione più brutta. Per Giulia ma anche per tutti noi che viviamo lo sci. Roberta Gianesini, maestra di sci e cugi-

na di Giulia, a soli 21 anni è morta, uscendo di pista durante il test per il corso allenatori. Una tragedia enorme, talmente grande da non poter essere definita a parole. L’inverno del 2009 così pieno di neve, così esaltante per lo sci vicentino con l’oro di Giulia e tante altre importanti affermazioni nelle categorie inferiori, si è chiuso in tragedia. E allora quello che passa per la mente è di mollare tutto. Di dire “basta” a quello sport che ti ha dato tanto, ma che ti ha tolto altrettanto, anzi di più. Giulia Gianesini vince il titolo di campionessa di gigante agli Assoluti e, dopo qualche settimana, lo sci le porta via la cugina preferita, quella con cui condivideva confidenze, che l’accoglieva quando rientrava dalle trasferte di Coppa e la faceva sentire a casa. Dalla gioia della vittoria alla disperazione per la morte in meno di un mese, non è una cosa che si capisce facilmente. Giulia ne è frastornata. Lo sport che uccide non ha mai senso. Se, poi, è quello sport che hai amato quanto te stessa, cui hai dedicato tutta la tua vita, i perché sono ancora più angoscianti, ti sentiti intimamente tradita. Per mesi Giulia ha odiato lo sci. “Non aveva più senso sciare, non aveva più senso nulla. Quelle piccole cose che prima ti gratificavano, che davano ragione ai tuoi sacrifici, un’alba sulla pista, una discesa quasi perfetta dove ogni movimento sembra quello giusto, un risultato importante che inseguivi da sempre, ad un tratto non ti dicono più nulla. Mi sentivo estranea in quel mondo in cui ero cresciuta; che fino a un attimo prima aveva rappresentato tutta la mia vita”. Giulia appende al collo di Roberta le sue medaglie più importanti, quella di bronzo per il terzo posto in Coppa Europa e quella d’oro del gigante italiano. Poi, un giorno Giulia capisce che era proprio la condivisione della passione per lo sci che rendeva speciale il suo rapporto con Roberta. “Non eravamo solo cugine ma due cugine sciatrici, ed era questo essere sciatrici che rendeva speciale la nostra intesa. Così ho capito che solo attraverso lo sci potevo tenere vivo il nostro legame. Sciare era quello che Roberta avrebbe voluto che io facessi e, quindi, ho continuato. Sono sicura di questo, perché se fosse capitato a me quello che è accaduto a

lei, io avrei voluto che Roberta facesse altrettanto, avrei voluto che continuasse ad allenare i ragazzi dello sci club del nostro paese”. Roberta era una ragazza speciale. Aveva vissuto la morte della sorella, avvenuta qualche anno prima a causa di un incidente stradale, con una dignità infinita. Da allora le due cugine si erano ancora più legate. “A lei potevo dire tutto. Le parlavo delle tensioni che inevitabilmente si accumulano in una vita da atleta professionista, dove si è chiamati a dare sempre il massimo, dove in allenamento quanto in gara si deve dimostrare di essere sempre all’altezza di meritare la maglia azzurra, e Roberta mi capiva, la sentivo solidale e vicina”. Le chiedo se, adesso, non ha paura di sciare. Dice, assolutamente no. “Anzi, adesso è un po’ il contrario. E’ come se tutto il peggio possibile fosse già successo. Non ho paura di niente”. Le chiedo com’è cambiata la sua vita d’atleta. “In squadra le ragazze hanno capito e mi sono state vicine. Ma, soprattutto, sono diversa io, vedo il mondo in modo differente. A volte mi stupisco di certe lamentele che un tempo, magari, avrei condiviso, ma che adesso mi lasciano indifferente. Ho imparato a dare importanza alle cose che contano. Agli affetti profondi. Ad apprezzare le piccole cose di ogni giorno. Con disciplina da atleta, sto rieducandomi al divertimento, a saper rivedere lo sci come il mio sport; a trovare le motivazioni giuste; a dare sempre il massimo per riuscire ad essere tra le migliori 30 gigantiste di Coppa; magari a essere selezionata per le Olimpiadi canadesi in una squadra che in gigante è la più forte del mondo; e in tutto questo, però, sento che non sono sola e che ce la farò”.


sci

Una vicentina in maglia azzurra

“Il divertimento è la chiave del mio successo”. Così Giulia Gianesini, classe 1984, racconta la professione più bella al mondo: l’atleta di sci alpino.

A

di Chiara Guiotto

veva soli cinque anni quando Giulia iniziò a prendere confidenza con il suo primo paio di sci che a mala pena superava il metro di altezza. Di certo mamma e papà contribuirono con la loro passione per questo sport ad accrescere in Giulia il suo amore per lo sci, la sua voglia di mettersi alla prova e il desiderio di diventare un atleta con la A maiuscola. Quasi immediata l’iscrizione all’Unione Sportiva Asiago Sci che per anni è stata la sua seconda casa e che ha trasmesso alla giovanissima sciatrice di Gallio le basi giuste per crescere e migliorare in tempo di record. Fin da piccola si distingueva per la sua forte determinazione e una naturale propensione nei confronti di questo sport invernale che tanto la faceva divertire. Tutti ne erano convinti, Giulia aveva la stoffa per diventare qualcuno. Anno dopo anno, gara dopo gara, Giulia iniziò a raggiungere svariati traguardi in abito provinciale, regionale e addirittura nazionale. Passando dalla categoria baby, cuccioli, poi ragazzi, per arrivare alla categoria allievi durante la quale esattamente nel 1995 conquistò due importanti successi: suo il titolo Italiano Allievi in slalom gigante come pure sua la vittoria del Trofeo Internazionale Fila Sprint. Da allora Giulia fu protagonista di un susseguirsi di soddisfazioni importanti in seguito a numerose vittorie di gare Fis, prima fra tutte quella relativa alla graduatoria Giovani che le consentì di entrare nella squadra nazionale. Stagione da incorniciare quella 2000-2001 durante la quale, vestita di azzurro, è stata vice campionessa in Slalom Gigante ai Campionati Italiani Assoluti e ha ottenuto il terzo posto in Super Gigante. Ma gli anni d’oro della Gianesini li stiamo vivendo da un anno a questa parte: nella scorsa stagione ha guadagnato il terzo posto in Slalom Gigante nella classifica generale di Coppa Europa e in Coppa del Mondo ha ottenuto

un ottimo 14° posto a La Molina in Spagna e un 24° posto a Maribor. E sempre alla fine del 2008 ha vinto il titolo Italiano Assoluto in Super Gigante. Ma arriviamo alla stagione in corso dove nella Coppa del Mondo di Soelden ha raggiunto il 20° posto e in quella di Aspen l’assai rispettoso 18° posto. E pensare che la stagione è ancora agli inizi... E’ targato 2000-2001 l’esordio in Nazionale. Cosa hai provato quando sei stata convocata la prima volta? Ho provato una soddisfazione enorme per aver raggiunto un mio obiettivo e molta fierezza nel vestire una divisa così prestigiosa. Nonostante tra i pali siano tutte tue rivali, quanto importante è la sintonia con le tue compagne di squadra visto che con loro passi molto del tuo tempo? Devo dire che in squadra c’è un bel clima di sana competizione: le veterane come Denise Karbon, Manuela Moelgg e Nicole Gius cercano comunque di darmi consigli e di aiutarmi se ne ho bisogno. Poi logicamente si corre con il coltello tra i denti ma dall’arrivo in poi tra di noi c’è sempre molto rispetto reciproco. Durante la stagione invernale qual è la tua giornata tipo? Quando sono in ritiro mi alzo molto presto intorno alle sei, colazione abbondante e poi allenamento tecnico fino a mezzogiorno. Dopo di che riposo un paio di ore e poi due orette di preparazione atletica. In serata studio il video registrato durante l’allenamento mattiniero

e se accuso qualche dolore fisico vado dal fisioterapista. Il dopo cena è dedicato allo svago psicofisico per cui partita a carte o film in tranquillità. Quando invece non sono in alta quota l’allenamento si riduce esclusivamente a quello fisico per cui mi rimane del tempo libero per ascoltare musica, leggere un libro e uscire con gli amici. Sei arrivata dove qualunque sciatrice vorrebbe arrivare...a disputare la Coppa del Mondo. Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro? Considero lo sci una parentesi molto piacevole della mia vita. Nel mio futuro vorrei laurearmi in Legge e magari allenare lo Sci Club del mio paese per portare avanti un progetto iniziato da mia cugina Roberta scomparsa tragicamente l’anno scorso. Competere con colossi dello sci alpino


che hanno scritto la storia di questa disciplina invernale che tipo di effetto ti fa? Certamente fa sempre un effetto strano incontrare dal vivo tante campionesse perché quando le vedevo in Tv mi sembravano irraggiungibili. Poi ci parli insieme e ti rendi conto che sono ragazze normalissime e molto umili. 14° posto in Spagna a La Molina, 20° a Soelden e 18° ad Aspen. Sono i primi successi di una lunga serie? Penso di avere iniziato abbastanza bene la stagione. In termini di obiettivi vorrei piazzarmi nelle prime dieci in Coppa del Mondo e riuscire ad entrare stabilmente nelle prime 30 della classifica generale di Super Gigante. Che persona sei nella vita di tutti i giorni? L’atteggiamento che hai nei confronti della vita è lo stesso che hai quando hai gli sci ai piedi? Credo di essere una persona tranquilla e abbastanza riservata, mi piace divertirmi e cerco di vivere al meglio ogni situazione che mi si presenta, sia sugli sci sia nella vita. Credo sia fondamentale essere determinati e nel contempo essere anche capaci di avere costanza negli allenamenti e saper fare sacrifici. Se sei arrivata fin qui è di sicuro per merito di qualche cosa...cosa? La mia passione per questo sport è di certo la motrice dei miei successi ma sicuramente il merito più grande va anche ai miei genitori che non mi hanno mai fatto mancare nulla. Anche se è considerato un lavoro per chi come te lo sci lo pratica ad alti livelli, quanto conta la passione e il divertimento in quello che fai? Credo che nel lavoro come nello sport non si riesca ad ottenere dei risultati se non si prova piacere per quello che si fa. Penso che i miei risultati migliori siano arrivati nel momento in cui sono riuscita a far diventare lo sci un divertimento. Dico sempre che scierò fino a quando mi divertirò nel farlo. Qual è la tua più grande soddisfazione avuta fino ad ora? Essere considerata un esempio per i bambini del mio paese, questa è la cosa che mi rende più orgogliosa. Vancouver 2010: obiettivi e paure, se ci sono, alla vigilia delle tue prime Olimpiadi. Vancouver è per me un obiettivo importante ma mi rendo conto che la concorrenza è alta. In ogni caso cercherò di giocarmi le mie

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carte e poi vedremo quello che succederà. L’obiettivo principale è e resterà il divertimento senza il quale nessun successo potrà avere un senso. Pregi e difetti di Giulia Gianesini sciatrice. Sono dotata di una buona tecnica e a livello fisico sono abbastanza forte. Molte volte il mio allenatore mi dice che ho troppo margine e non riesco a dare il massimo. Spesso ho poca fiducia nei miei mezzi. Pregi e difetti di Giulia Gianesini ragazza di 25 anni. Sono molto testarda, orgogliosa e permalosa. Faccio fatica a perdonare se qualcuno mi fa un torto. Ma il mio più grande pregio è l’essere altruista. Sei scaramantica? Prima delle gare hai qualche rito in particolare al quale non

puoi rinunciare? In realtà non sono molto scaramantica, l’unica cosa che faccio tutte le volte al cancelletto di partenza è allacciarmi i ganci degli scarponi sempre nello stesso modo. Se dovessi esprimere un desiderio, cosa vorresti che si esaudisse per l’anno 2010? Il mio più grande desiderio, non solo riferito al 2010 bensì per sempre, è che tutte le persone al mio fianco stiano sempre bene e che trovino la serenità che meritano.

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Camminare in montagna

’ d inverno di F.S. Foto di Riccardo Corà

PREMESSA In estate, un semplice percorso escursio-

nistico a quote non elevate, ovviamente, non può trasformarsi in una salita alpinistica. D’inverno, invece, il gelo, la neve e il ghiaccio possono “modificare” un percorso e renderlo da semplice che si credeva che fosse in un percorso assolutamente impegnativo. Viene da sé, allora, che escursionisti privi di esperienza alpinistica non dovrebbero frequentare la montagna invernale senza la guida di un esperto che garantisca loro una certa sicurezza, evitando di finire in situazioni tecnicamemte impegnative o, se proprio questo dovesse accadere, che fosse comunque in grado di gestire la momentanea situazione critica con la necessaria esperienza.

È corretto parlare di “escursionismo” o è meglio definirlo “alpinismo” il camminare sulle cime innevate?

RIFLESSIONE Ultimamente e sempre più spesso, si ve-

dono comitive composte da numerose persone che, attrezzate di sole racchette da neve e bastoncini, si inoltrano

Spettacolare immagine della Bella Lasta, Catena delle Tre Croci, Piccole Dolomiti, inverno 2009


escursionismo in percorsi che potrebbero nascondere più di qualche insidia. Anche se molti modelli di “ciaspe” dispongono di ramponcini, tale attrezzatura è da ritenersi sufficiente solo per itinerari veramente facili e supersicuri, altrimenti l’attrezzatura tecnica va integrata con piccozza e ramponi veri e propri. Quasi sempre, a differenza degli sci alpinisti, questi escursionisti non sono coscienti del grande pericolo rappresentato dalle valanghe e, oltre a non “conoscere” il manto nevoso, non dispongono di A.R.T.V.A., sonda e pala.

ALCUNI CONSIGLI Per ciò consigliamo di affrontare la monta-

gna invernale sempre molto ben equipaggiati. Ecco alcune informazioni salienti per chi volesse fare un po’ di escursionismo invernale. - Oltre che a idonee calzature (con ghette), guanti, berretto occhiali ecc., scegliere l’abbigliamento con attenzione particolare a partire fin dagli indumenti intimi, per finire a quelli antivento e antiacqua. - Lasciare sempre detto l’itinerario che si vuole intraprendere e, possibilmente, non essere in meno di 3 persone. - Prima dell’uscita consultare il bollettino metereologico e, se durante l’escursione, ci sono “avvisaglie” di imminente mal tempo non esitare a fare ritorno. - Ricordarsi che in inverno le giornate sono corte ed è facile farsi sorprendere dall’oscurità. - Nello zaino non devono mancare: bevande calde e cibi energetici facilmente digeribili, fischietto e torcia elettronica, piccolo KIT di pronto soccorso e telo termico, telefonino e/o radio trasmittente, cartina topografia e relativa strumentazione...

CONCLUSIONE In inverno la montagna che non è mai per definizione un luogo “facile”, diventa ancora più insidiosa. Quello che noi crediamo un netto confine tra escursionismo e alpinismo, d’inverno, si fa estremamente sottile, quasi evanescente. Per questo consigliamo vivamente ai tanti frequentatori di essere prudenti, di farsi - chi non si ritiene alpinista - accompagnare da chi lo è, dato che la conoscenza della montagna è sempre fondamentale e lo diventa specialmente d’inverno!!!

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Nello scorso numero abbiamo riportato l’ inaugurazione della nuova Scuola di Sci (333.9001771) situata ora in posizione centrale rispetto agli impianti di risalita. Adesso, tocca a un’altra importante novità, a testimonianza di gli imprenditori locali “credano” in RECOARO 1000 e al suo turismo. Con rinnovato entusiasmo, diamo notizia dell’apertura del nuovo punto vendita di articoli sportivi “Raffaele Sport” (0445.77157) con un attrezzatissimo reparto noleggio sci, bob e attrezzature varie. Notizia dell’ultima ora: il tappeto mobile per la risalita dei bambini principianti è stato ripristinato ed è in funzione.


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L

Testo e foto di Bepi Magrin

o spalto di calcare grigio, levigato, e gelido, si alza sul vajo omonimo appena dietro la celebre Guglia Antonio Berti. Pochi lo conoscono, nessuno tra gli alpinisti lo nomina mai, è uno dei tanti luoghi dimenticati delle Piccole Dolomiti (Gruppo del Carega) la cui storia si perde nella notte degli anni ed è storia minima, con un’unica tappa fissata nel settembre del 1954 dal decano degli alpinisti valdagnesi, quel Nico Ceron che troviamo nelle cronache del tempo, protagonista di scalate pirotecniche specialmente intorno al Torrion Recoaro, con nuove vie e – cosa veramente rara tra i protagonisti della scalata - di pubblicazioni in carattere con l’attività di cui sopra, che rimangono oggi a testimoniarne la passione e gli ardimenti. Il compagno di Nico, l’atletico e fortissimo Livio Garbin aveva contribuito da par suo a risolvere il problema tecnico lungo lo spigolo del Sasso del Frane e, più in alto, il bel diedro che adduce alla cresta sommitale. La lastra, ovvero la parete ESE del Sasso precipita dritta nel vajo con un salto di un centinaio di metri. Non si trova molto discosta dai più noti sentieri del Carega, ma nessuno sin qui aveva


gelida

alpinismo Sul Sasso delle Frane una via da vertigine, tracciata dalla Guida Alpina Gianni Bisson e da Claudio Tessarolo.

osato affrontarla… I miei amici Gianni e Claudio non la conoscevano se non dalle mie sporadiche allusioni. Occorre dunque infilarsi nel vajo alla sinistra del celebre spigolo della Guglia Berti, risalirlo per circa 200 metri, per giungere direttamente ai piedi del Sasso, ciò che facemmo in poco più di mezzora da Campogrosso. Reduce da una rovinosa caduta del giorno prima sui ghiaioni ghiacciati del Dente Austriaco, lascio corde, chiodi, moschettoni e il resto agli amici che attaccano la parete, quindi mi ritraggo sulle rocce all’altro lato del vajo per godermi lo spettacolo e co-

glierne i particolari, fuori dalla traiettoria delle numerose pietre cadenti. Mi dicono del freddo alle mani: la stagione è già avanti, ma li seguo passo passo nella creazione di un’opera d’arte – alla Comici - che è il tracciamento della nuova via: una linea pressoché diretta che s’inerpica per una specie di leggera svasatura della lavagna per toccare una cengia più in alto e proseguire sempre su difficoltà molto sostenute, lungo un diedro che porta direttamente alla vetta, di dove spunta un nero cespuglio di mugo.

L’azione di Gianni è fluida, elegante e sicura, procede verso l’alto senza soluzioni di continuità; i chiodi di sicurezza a giusta distanza l’uno dall’altro sono rimasti tutti in parete e serviranno per “proteggere” la scalata da eventuali ripetitori, in compenso, e a dispetto della apparente solidità della roccia, numerosi pezzi precari, piombano con fragore nel vajo, provocando piccole frane tra le ghiaie. Il lavoro di “disgaggio” qui sulle Piccole è indispensabile in tutte le vie nuove. Il risultato, dopo diverse ore di impegno, è una linea quasi perfetta che incide la


parete “a Goccia” e supera difficoltà costanti di 6° e 7° grado: un piccolo capolavoro di forze e di intuito quali già più volte avevo visto realizzare da Gianni, fin dai tempi in cui, appena sedicenne, venne con me e con Franco Perlotto sulla oggi mitica, “Zarathustra Crags” la fessura dei superuomini alla Guglia Valdagno. Unico inconveniente della giornata, il taglio netto di una delle corde nuove di Gianni, colpita con precisione da un sasso cadente. In conclusione posso dire, senza piaggerie che, qui in alta valle abbiamo oltre ad una formidabile guida alpina e maestro di sci, uno straordinario e maturo campione della arrampicata moderna di cui possiamo certamente andar fieri.

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caccia

Tra innato e appreso

G

di Dorino Stocchero

li animali selvatici hanno due forme di comportamento: innato ed appreso. Il comportamento territoriale di molti animali viene appreso dalla madre, come ad esempio i quartieri invernali adatti per lo svernamento o gli spostamenti verso i versanti più meridionali. Anche il comportamento di fronte ai nemici naturali viene in gran parte appreso, come quando la gallina di cedrone o forcello segnala la presenza di un rapace o dell’uomo e i suoi pulcini corrono immediatamente a nascondersi. Se invece vengono allevati in cattività senza la mad r e

Gli animali selvatici e il loro comportamento

i piccoli non imparano a riconoscere il nemico mentre rimane innata nei pulcini la reazione corretta al pericolo infatti gli stessi quando lo avvertono si pongono immediatamente al riparo. Anche i caprioletti, gli uccelli che covano al suolo e le lepri nel covo si fidano inconsciamente del loro mimetismo. I piccoli di capriolo inoltre, essendo privi di qualsiasi odore nei primi giorni di vita, rimangono immobili al suolo e all’arrivo di un predatore si fidano ciecamente di questo dono di cui madre natura li ha dotati. Ugualmente innato è il comportamento di molte femmine di uccelli nidificanti al suolo che, quando fingono di essere incapaci di volare, attirano i nemici lontano dal nido. Comunque le esperienze più affascinanti per l’uomo si hanno osservando i grandi mammiferi per i quali si parla di comportamento sociale. Gli animali si servono pertanto di segnali olfattivi, acustici ed ottici cioè recitano, mor-


morano, gridano, odorano piacevolmente o sgradevolmente, tutto dipende dalla loro volontà di intimidire. L’intimidazione “teatrale” consiste spesso nel farsi sembrare il più grande possibile: il camoscio rizza la barba dorsale e si dispone di fianco rispetto all’avversario. Il cervo nel periodo degli amori si aggira rigido sugli arti dondolando il trofeo (palco) dando l’impressione di non essere in grado di correre vista la possanza che dimostra. Un altro esempio viene dalla volpe che, se nel periodo degli amori trova un altro maschio a contendere la femmina, incurva la folta coda portandola in avanti per aumentare le proprie dimensioni corporee. I rapaci invece girano le grandi ali in avanti in modo otticamente assai efficace al fine di difendere la preda. Anche le femmine di camoscio erigono il pelo del dorso e si dispongono di fianco con comportamento minaccioso come i maschi. Le cerve ad esempio usano come minaccia i canini della mascella nonostante questi denti si siano ridotti nel corso dei millenni da zanne pericolose ad innocui abbozzi dentali. Un altro comportamento contrario all’intimidazione è quello di rendersi più piccoli possibile, fenomeno per il quale una femmina di camoscio di basso rango china il capo in modo remissivo se avvicinata da una femmina anziana. Al comportamento d’influenza ottica appartengono i voli nuziali e circolari, o volo a “festoni”, caratteristici dell’aquila reale nel periodo degli amori il quale si realizza alternando forti colpi d’ala ascendenti a


brusche cadute ad ali semichiuse. Naturalmente le parate nuziali di tutti i galliformi sono comportamenti minacciosi che vengono spesso sostenuti localmente allo stesso modo del bramito rimbombante dei cervi in amore che rappresenta ugualmente un comportamento minaccioso ed imponente. Il melodico canto degli uccelli è in realtà tutt’altro che un canto gradevole bensì contraddistingue un imprecare rabbioso per tenere lontani possibili rivali per la femmina o per il sito di nidificazione. Particolarmente frequente è il marcamento olfattivo che nel caso dei mammiferi predatori viene emesso con l’urina in punti sopraelevati del terreno ed anche con la secrezione della ghiandola anale che conferisce agli escrementi una particolare sostanza. Le fatte vengono spesso rilasciate in punti elevati per permettere all’odore di propagarsi a distanza e rendere ben visibili gli escrementi stessi. Il maschio di capriolo marca il territorio con sostanze odorose secrete da una ghiandola frontale e rilasciate sugli arbusti. Altro comportamento tipico degli animali con palco è dato dallo sfregamento del trofeo stesso sui rami sino a toglierne la corteccia e dalle raspate effettuate sul suolo sottostante con le zampe anteriori. Il camoscio e il cervo puzzano terribilmente nell’ epoca degli amori, ma questo cattivo odore è percepito solo dall’essere umano, in quanto le femmine si eccitano dal secreto prostatico col quale le due specie si profumano ognuno alla sua maniera: il camoscio distribuendo l’escreto con il pennello dai lunghi peli mediante scuotimenti corporei mentre il cervo spruzzandosi l’urina sul ventre. Con queste righe abbiamo cercato di illustrare alcuni comportamenti tenuti dagli animali selvatici nei vari periodi dell’anno e osservarli rappresenta senz’altro una delle più interessanti esperienze che possono capitare a chi frequenta le nostre montagne.


sport

Santorso e sport A Santorso lo sport è strumento per educare e socializzare, parola del neo-assessore, Elena Zavagnin.

G

razie alla disponibilità del neoassessore allo sport di Santorso, Elena Zavagnin, siamo andati a conoscere l’attività sportiva del Comune di Santorso che ai piedi del Summano con i suoi 6000 abitanti è una realtà che non si nasconde agli occhi del territorio alto vicentino. Con le sue venti società sportive ed una decina di associazioni che si dedicano al tempo libero, e grazie ai suoi impianti e alle sue strutture (due palestre, due campi di calcio, tre per il tennis, un bocciodromo, una piastra polivalente e un circuito per ciclisti in fase di costruzione), sono quasi mille i giovani (e non) che fanno sport. Tra gli orsiani doc, nel mondo dello sport hanno trovato gloria il ciclista Mauro Facci (Quick Step), l’ex azzurra del basket Nicoletta Caselin e recentemente si sono messi in luce nei motori Andrea Boscoscuro (tesserato col M.C. Santorso), Giulia Tomiello nel nuoto ed il 14enne tennista Tommaso Dal Santo. Dal giugno scorso, il sindaco Pietro Menegozzo ha scelto di affidare l’incarico di Assessore allo sport ad Elena Zavagnin che essendo stata l’ultima presidente della Polisportiva, ha le mani in pasta e meglio di altri conosce le problematiche del settore. “Nonostante la mia giovane età (29enne n.d.r), ho accettato con entusiasmo

di Enzo Casarotto questa proposta perché ritengo sia giusto – esordisce Elena Zavagnin - gestire lo sport orsiano con continuità rispetto al passato (ha lasciato la Polisportiva “Battista Zuccato” nelle mani sicure di Barbara Gori) per dare la possibilità ai giovani, alle famiglie e a quanti vogliono frequentare gli impianti presenti, di trovarsi a loro agio cercando, visto il periodo economico, di contenere al massimo anche le spese”. – A proposito di ciò: in collaborazione con Chiara Dalla Vecchia ci sono anche dei progetti mirati… “Ci siamo accorti che qualche ragazzo, dopo i primi approcci, lasciava l’attività a causa dell’impossibilità familiare a far fronte economicamente all’impegno e quindi ci siamo attivati, nella ventina di casi presenti, per aiutare nel merito questi ragazzi ”. – Il vostro vuole essere anche un messaggio teso a far crescere i ragazzi con sani principi e ad educarli. “Qui abbiamo sempre avuto la fortuna di abbinare le nostre strutture per lo sport ad ambienti e a gestori (mi viene in mente quanto di buono sotto questo profilo ha fatto Antonia che ora ha lasciato il Centro giovanile in mano alla nipote Maria Grazia…) che potessero in qualche modo coinvolgere i ragazzi anche alla vita sociale e che il loro comportamento fos-

se dettato da atteggiamenti di rispetto e di amicizia”. – Ora quali sono i punti fermi e le difficoltà che incontrate? “Cerchiamo nel nostro piccolo di accontentare tutte le richieste che ci arrivano dai club anche se di questi tempi non ci sono i soldi per ampliare gli spazi per questo settore, ma più di tutto ci preme che i ragazzi nelle società sportive trovino dei buoni preparatori che siano soprattutto educatori attenti a far crescere nel modo giusto i giovani del territorio”. Qual è il suo sogno nel cassetto? “Mi piacerebbe accontentare sempre tutti e magari, andando oltre, il mio vero sogno sarebbe quello di poter aprire un ritrovo anche in prossimità della palestra del Timonchio in modo da dare ai giovani un’altra opportunità di aggregazione perché sono convinta che solo investendo sui giovani e standogli vicino si potrà continuare nel futuro a fare lo sport curando anche l’aspetto formativo ed educativo”. Gli sport praticati a Santorso sono il calcio, il calcio a 5, il tennis, il basket, la ginnastica (artistica, di mantenimento, per anziani, aerobica e presciistica), il pattinaggio, le bocce, la pallavolo, il motorismo, il deltaplano, e il ciclismo con ben tre società di cui una tutta al femminile e anche un’associazione amatoriale della mountain bike


arco

Caccia americana Carlo Carli ci racconta di una battuta di caccia con l’arco nel profondo Texas.

“A

oh….Carlo…quando si parte? Hai fatto i biglietti? E Ken cosa dice…ci sono animali?” Ogni anno la solita storia. Siamo a marzo, al massimo ad aprile, e Tonino mi chiama al cellulare per sapere se è stata organizzata la caccia. Ci conosciamo da 10 anni, è un ragazzone di Latina alto un metro e novanta per cento-e-passa chili con una unica passione: la caccia. Con l’arco soprattutto ma anche con il fucile e, d’estate, subacquea. Fa parte dello zoccolo duro della nostra compagnia di arcieri cacciatori che ogni anno si riunisce per due settimane di caccia “full immersion” negli Stati Uniti. Gli altri sono: Ycio, suo fratello Seo, Fabio e Carlo, il sottoscritto. Altri amici vanno e vengono a seconda di disponibilità finanziarie, lavoro o altre passioni. E poi c’è Ken il nostro amico americano, la pedina più importante dato che ci ospita nel suo ranch di caccia in Texas. Senza di lui la nostra avventura, abbattimenti compresi, costerebbe più di 5000 dollari a testa ogni anno; invece ce la caviamo con 1.500 quale contributo alla quota che Ken e i suoi tre soci pagano per affittare il Ranch: 40.000 $ per il solo diritto di caccia su duemila ettari di territorio. Una sorta di macchia mediterranea molto fitta prevalentemente composta da mesquite, una pianta che sviluppa appena quattro-cinque metri di fusto, disseminata di cactus e altri arbusti tutti dotati di terribili spine acuminate da rendere difficoltoso il cammino al di fuori dei sentieri. “Ciao Tonino…non contare i giorni… abbiamo tempo….” “Ok! ci sentiamo più avanti, ciao” E avanti così per 4-5

di Carlo Carli volte fino a luglio. “Aoh…Carlo…” Lo anticipo: “ Ciao Tonino… ho fatto i biglietti e prenotato la macchina, si parte il 15 e torniamo il 28”. “Finalmente! Ci troviamo da Ycio la sera del 14. Ciao Carlo”. È giunto il momento. Stavolta siamo in sei dato che all’ultimo momento si è aggiunto Bibi, vecchio compagno di caccia di dieci anni fa, ma non c’è Seo che deve tenere aperta l’armeria che gestisce con il fratello. Lo sostituisce il figlio Andrea ovviamente euforico di partire a spese del padre. Mi spiace per Seo, o meglio la compagnia sentirà la sua mancanza soprattutto all’ora di cena perché da cuoco professionista, prima dell’armeria gestiva un ristorante, ci avrebbe sicuramente deliziato con i suoi spezzatini, brasati ecc. ecc. Sarà sostituito in cucina dal fratello. Il problema di Ycio, anzi il nostro problema è che conosce un’ unica ricetta, che tuttavia si adatta a primi, secondi e dessert: la ricetta “… alla puttanycio”. Tutto ciò che è commestibile si può mischiare. Punto. Sopravviveremo. Si parte. Milano-Francoforte-Houston: più o meno quindici ore di viaggio scali compresi. Arriviamo puntuali e in quattro e quattr’otto ritiriamo i bagagli. La navetta che ci porterà al noleggio delle auto e lì che ci aspetta: la prendiamo al volo. Troppo bello. E, infatti al momento di scaricare valigie e borsoni: “ questa azzurra di chi è?” “Come azzurra?! la mia è verde!” “ Già, Bibi, la tua è verde ma questa è azzurra!” Cominciamo bene. Lascio la compagnia e dato che sono l’unico a parlare inglese accompagno Bibi in aeroporto per lo scambio dei bagagli. In

un’oretta ce la caviamo e siamo di ritorno. Sbrighiamo la pratica del noleggio e finalmente siamo su un grosso gippone a 7 posti con destinazione Katy. Pernottiamo al solito hotel e al mattino, dopo un’abbondante colazione da Denny’s, partiamo alla volta di Lytle, per incontrare Ken, passando da San Antonio. Quattro ore di viaggio con una tappa obbligata al Bass Pro Shop: grande magazzino dove tutto è dedicato alla caccia e alla pesca, dalla biancheria intima all’abbigliamento per zone tropicali o artiche, dall’arco alla pistola o all’M16 in dotazione alle forze armate americane, fino al quad o al motoscafo per la pesca d’altura. Il tutto disponibile in tinta “camuflage”(mimetico), anche mutande o il portafogli. Roba da Americani! Alle tre del pomeriggio siamo da Ken. Salgo nel pick-up con lui per fare quattro chiacchiere e così mi ragguaglia sulla situazione. Sembra che ci siano pochi animali in giro, o meglio, ci sono ma stanno nel fitto del bosco ad abbuffarsi dato che le abbondanti piogge che si sono succedute dai primi di settembre hanno favorito una crescita di vegetazione che non si era mai vista prima. L’erba è alta più di un metro, i cactus hanno frutti in abbondanza, le ghiande cadute coprono la terra rossa tipica di queste zone. Abbiamo subito la conferma quando ci fermiamo a Los Cazadores per fare le licenze dove c’è una stanza riservata alle foto degli animali uccisi da tutti gli iscritti ai concorsi: le sue pareti sono praticamente vuote. Speriamo bene. Pensierosi raggiungiamo il Ranch. “Finalmente a casa!” È solito dire Tonino. La sveglia suona alle 5,15 e alla mezza siamo tutti sul cassone del pickup. Ken accende una sigaretta per controllare da che parte il vento spinge il


fumo e decidere dove piazzarci. È un po’ nervoso, va avanti e indietro, borbotta e manda …a quel paese la madre di qualcuno. L’aria tira da sud-ovest poi improvvisamente cambia direzione: est poi ovest quindi calma piatta per girare, dopo poco, da nord. Anche a qualcuno dei nostri vien voglia di esprimersi in inglese e si sa quali sono le prime parole che si imparano in una lingua straniera. Si parte. Ci spostiamo in collina, la chiamano così ma in verità la differenza di altitudine è quella di un cavalcavia come tanti sulla A4. Ken ha acceso l’ennesima sigaretta come wind checker, per controllare il vento, e improvvisamente si rilassa. Non è l’effetto del fumo, piuttosto è il vento che soffia stabilmente da est. Perfetto. Solitamente sono l’ultimo a scendere dal pick-up poiché spesso traduco le istruzioni di Ken. Alle sei, sei e dieci siamo tutti nella nostra postazione, chi nel blind (capanno di caccia) mimetizzato tra i cactus chi a qualche metro da terra su un tree stand ancorato ad un tronco. Non ci resta che aspettare le prime luci, intorno alle sette. Nel frattempo, so com’è, nel blind ci si appisola o si dorme a tal punto da essere svegliati dall’ululare dei coyote che, come il gallo delle nostre campagne, segna l’albeggiare. Se sono distanti è come la musica della radiosveglia se invece sono nei paraggi funziona come terapia d’urto per rafforzare il cuore. Sul tree stand , invece, è caldamente sconsigliato addormentarsi per evitare di trovarsi di sotto e allora si guardano le stelle: la Via Latea è stupenda in quelle terre incontaminate dalle luci delle città. Oggi sono all’incrocio di due strade dove Ken ha provveduto nei giorni precedenti a pasturare con grano di mais. Due coniglietti, che già al buio sentivo mangiare, improvvisamente si girano a guardare lungo la strada: arriva qualcuno. È un cerbiatto con ancora le macchie bianche e ha la tipica spensieratezza dei giovani. Potrei tirargli, è legale. E poi tra noi vige una regola: alla prima uscita vale tutto perché abbiamo bisogno di carne dato che facciamo spesa solo di pane, frutta, verdure e acqua… e birra. Invece gli scatto qualche foto e il click lo mette in allerta, si avvicina incuriosito al blind cercando di decifrare il rumore. Un road runner (il Bip Bip dei fumetti) arriva di corsa lungo la strada vede il cervo e si blocca. Le due specie sono in lotta da sempre. L’uccello lancia la sfida punta il bambi e fa uno scatto in avanti simulando un attacco e il cerbiatto salta indietro di qualche metro. Pio si abbassa sulle gambe anteriori, divaricate e tese sgranando gli occhi ma Bip Bip non si fa intimorire ed accenna un altro attacco. Sembra un duello stile Far West salvo che per l’atto finale: l’ungulato scappa a gambe levate. Passano pochi minuti e dalla destra vedo una macchia nera che si avvicina lungo lo sterrato: un cinghiale che, vista l’ora, rientra in evidente ritardo dalle scorribande notturne. E infatti non accenna a fermarsi minimamente per l’ultimo boccone, ma prosegue annusando a destra e a manca. Non c’è nemmeno il tempo di accendere la telecamera per immortalare il tiro, incocco la freccia e carico l’arco perché sta ormai uscendo dalla visuale che mi è concessa dalla finestra del blind. Istintivamente in un tutt’uno valuto la distanza

e scocco la freccia che lo colpisce appena dietro la spalla, nella zona vitale cuorepolmoni, l’unica a cui un bravo arciere deve mirare. Con due grandi balzi entra nella boscaglia a cento-all’ora travolgendo ogni cosa e provocando un fracasso di rami rotti che sfuma in pochi secondi, poi un rantolo nel silenzio della foresta. Non gli è servito abbassarsi per caricare le gambe come due molle e balzare in avanti per evitare la freccia nel tipico movimento che gli americani chiamano jump the string (salto della corda). Se avessi mirato dove in effetti è entrata la freccia quasi sicuramente l’avrei mancato passandogli sopra alla schiena come successomi alle prime esperienze e a tutti quelli che praticano la caccia con l’arco, invece anni di caccia con l’arco mi hanno insegnato che bisogna tirare in basso quasi a mancare la preda, soprattutto con animali molto reattivi come i cervi. Lascio passare un’oretta infine cerco le tracce di sangue per recuperare il cinghiale. Ne trovo subito alcune a pochi metri dal tiro poi altre più grosse e la freccia. Dal colore del sangue ho la conferma della bontà del tiro. Entro con fatica tra arbusti e cactus cercando di evitare le spine. Dopo un po’ sono aggrovigliato tra i rami, devo sdraiarmi per passare oltre, per fortuna la mancanza di erba mi rassicura perché posso vedere se ci sono serpenti nei paraggi. Proseguo ma non trovo più sangue,

controllo le impronte sul terreno sabbioso, tra le tante alcune sembrano di un animale in corsa, le seguo. Ancora del sangue, sono sulla strada giusta. Eccolo! Lo vedo sdraiato a pochi metri: è un bel maschio con delle difese (i denti canini) che sporgono per 6-7 centimetri dal labbro superiore. Un bel trofeo di circa 90 Kg. Non ha fatto tanta strada, siamo solo a una quarantina di metri da dove gli ho tirato ma lo lascio lì per recuperarlo più tardi con Ken. La prima uscita è andata bene. L’epilogo è stato il tiro al cinghiale ma sarebbe stata da ricordare egualmente per la sfida all’ “OK Corner” tra Bip Bip e Bambi.


calcio A5

E nata una stella È nata una stella 5 punte, Sampdoria Vini Spagnago Calcio a5, una squadra forte e simpatica che darà “da bere” a più di qualche avversario

S

di Enrico Urbani

ì. è proprio così, a luglio del 2009, l’ A.S.D. Spagnago con il suo presidente Enrico Urbani ha finalmente potuto veder realizzato il sogno di costituire una squadra di calcio a 5 locale. Grazie ai sui dirigenti, infatti, il presidente Urbani ha potuto dar seguito al progetto a cui da tempo ambiva. Così oltre alle già affermate squadre di calcio a 11, il presidente Urbani ha iscritto una squadra di calcio a 5 al campionato FIGC con il nome di Spagnago e, per giunta, con uno sponsor di Spagnago, la classica “ciliegina sulla torta”, che ha fatto piacere a tutti e che ha creato già grande entusiasmo attorno alla squadra. Lo Spagnago Calcio a 5 nasce da un gruppo di ragazzi che praticamente si erano trovati senza società a fine campionato scorso e che pertanto cercavano di trovare squadra. Da qui e dal desiderio di far nascere a Spagnago una formazione di calcio a 5 di valore si è deciso, in neanche un mese, di avviare tutti gli adempimenti burocratici per far nascere la nuova squadra. Come sempre, fatte le carte, mancavano i fondi, ma grazie a uno sponsor ufficiale “Sampdoria Vini”, sempre sensibile e vicino a tutti gli sportivi, si è riusciti a iscrivere la squadra al campionato di serie D della FIGC per la stagione 2009/2010. La squadra gioca in casa al venerdì sera alle ore 21,00 nella palestra di Valdagno denominata “Ex-Galoppatoio”. I giocatori e il mister si dicono sicuri di fare un buon campionato, puntando alla zona

playoff di classifica, perché si sentono forti e ben preparati. Il logo della squadra è la simpatica e “intelligente” tartaruga che insegna come basti vincere anche di un solo goal di scarto ma vincere sempre per andare lontano! Vi aspettiamo numerosi alle partite, anche solo per bere una birra assieme, ovviamente offerta...


calcio A5

Adesso si ricomincia

Star Deco Cornedo cambia marcia con Skurko e Kokorovic nel motore. La società bluamaranto ha regalato a mister Stefani due rinforzi di spessore assoluto per tentare di rialzare la testa dopo un inizio di stagione deficitario.

S

tar Deco Cornedo corre ai ripari, e si assicura due pedine di valore assoluto per tentare di uscire da una situazione delicata e iniziare la risalita verso una posizione di classifica più tranquilla. I bluamaranto di mister Cristian Stefani, infatti, hanno pagato a caro prezzo i tanti infortuni che nella prima paarte di campionato li hanno privati di elementi cardine nello scacchiere tattico bluamaranto come ad esempio i portieri Urbani e Ceranto, ed il laterale uruguayano Ramada. Ma il peggio sembra essere passato, la squadra piano piano ha recuperato alcune pedine importanti, e nel mercato di riparazione ha messo a segno due colpi di primo piano. La dirigenza ha infatti portato a Cornedo due giocatori che di fatto possono essere considerati un lusso per la categoria. Il primo risponde al nome di Walter Eduardo Skurko, forte ed arcigno difensore uruguayano. Nato in Uruguay l’08 agosto del 1971, si tratta di un giocatore di grande esperienza che può giocare in tutti i ruoli difensivi, e garantirà forza, carisma e determinazione alla causa vicentina. In passato in Italia ha vestito le maglie di squadre importanti come Reggio Calabria (Serie A1), Imola (Serie A2), Canottieri Belluno (Serie A2) e Verona (Serie B), mentre è stato per tanti anni una delle colonne della nazionale la nazionale dell’Uruguay. Con la “Celeste” ha partecipato anche al Campionato del Mondo del 2000 in Guatemala. Un colpo di mercato molto importante dunque quello messo a segno dalla dirigenza bluamaranto, che si è assicurata un giocatore di indiscusso valore tecnico e caratteriale, che potrà portare tutto il suo bagaglio di esperienza al servizio della prima squadra, e che rappresenterà un rinforzo tecnico importantissimo per il settore giovanile bluamaranto. “È una grandissima soddisfazione poter fare affidamento su un elemento come Walter – spiega il presidente Mauro Gonzato - Avevamo bisogno di un giocatore con le sue caratteristiche per cercare di sistemare la difesa, e abbiamo trovato il meglio che c’era sulla piazza. Ha accettato con entusiasmo il nostro invito, e la cosa che più mi ha fatto piacere è che aveva tante altre proposte, ma Cornedo è stata la sua prima scelta”. Il secondo, ma non certo meno importante, movimento in entrata nel mercato di riparazione riguarda invece l’arrivo a Cornedo di Ognjen “Oghy” Kokorovic. Giocatore di venticinque

di Nicola Ciatti anni, si tratta di un universale che può ricoprire ottimamente tutti i ruoli, sia difensivi che offensivi. Eclettico, molto forte dal punto di vista agonistico e tecnico, si tratta di un rinforzo di spessore per la squadra sta cercando di uscire da un momento delicato nel campionato di Serie C1. Nasce calcisticamente nel Montecchio Calcio a 11, compie tutta la trafila delle formazioni giovanili del Montecchio Calcio. Nel 2005 si avvicina invece al calcio a 5, sempre a Montecchio con la maglia del Castelli in Serie B, dove rimane fino alla passata stagione contribuendo attivamente agli ottimi campionati disputati dai biancorossi. Negli ultimi mesi ha giocato a Grado in Serie B, ed ha accettato con entusiasmo la proposta lanciatagli dal Cornedo: in bluamaranto ritroverà il fratello Stefan, ed assieme a lui tornerà a formare una coppia molto affiatata che in passato ha fatto la fortuna del Castelli, guarda caso con mister Cristian Stefani in panchina. “Ho scelto Cornedo per la serietà della società –spiega il neo giocatore bluamaranto - vengo molto motivato perché ritengo la Serie C1 molto competitiva

quest’anno, quindi non mi sento affatto declassato. Gli obiettivi sono quelli di far bene personalmente e di contribuire a raggiungere ciò che la società si è prefissata”.


ù forti

hockey

Sempre pi

F

di Giannino Danieli Foto di Federico Pedron

inale di girone d’andata a tutto gas per la Isello Vernici Valdagno. Prima della sosta per le festività natalizie il club biancoceleste aveva in programma due tappe di campionato, sabato 12 per la trasferta a Follonica e martedì 15 nel derby della Vallata dell’Agno a Trissino. La stagione regolare riprenderà il prossimo 5 gennaio. Ma subito dopo la sosta per Natale ecco l’appuntamento tanto atteso, il 19 dicembre, in Germania, a Iserlohn per il debutto nella Eurolega. Quanto è intanto maturato nella regular season fa bene sperare anche per la competizione continentale. L’Isello è in testa solitario fin dalla prima giornata e proprio nella decima ha ulteriormente allungato (ora a +4) sulla seconda, il Bassano 54 reduce dalla sconfitta in quel di Seregno. La Isello Vernici invece ha approfittato in pieno del se-condo match interno consecutivo (nel primo aveva schiantato l’ostico Amatori Lodi), stavolta con il Breganze degli ex Cocco e Garcia. Alla fine è stato un risultato rotondo (6-2, quattro gol di Nicolia e 2 di Tataranni) confortato da una prestazione di alto livello del gruppo per tutti i 50’. Nel percorso di inizio stagione la Isello Vernici aveva messo a segno ben sette vittorie consecutive. Un po’ a sorpresa, poi, all’ottava giornata in casa dell’ultima in classifica, il Correggio, era arrivata una sconfitta (4-3) che aveva fatto non soltan-

HOCKEY ISELLO VERNICI VALDAGNO si avvia alla pausa natalizia in testa alla regular season. Il 2009 è chiuso alla grande.


to discutere molto ma anche gettato qualche ombra sul futuro immediato. “S’era trattato di una serata storta –aveva tranquillizzato il bomber Tataranni-. Avevamo creato tante occasioni, colpito una serie industriale di pali, poi il portiere emiliano sembrava in stato di grazia. Tutte cose che avevano inciso non poco sul morale”. La prova del nove, confortante, è arrivata già nel turno successivo al PalaLido contro un osticissimo Amatori Lodi. Alla fine di un primo tempo soffertissimo, nel quale la Isello Vernici ha saputo soffrire stringendo i denti, le squadre erano andate al riposo su una sostanziale parità (1-1). Ma nella ripresa i biancocelesti hanno proposto il vero volto della squadra, autoritario, con-

o r t e m o z z e m l a a z z i p à t Novi Trattoria Pizzeria Capri via S.Cristoforo, 10 - 36078 VALDAGNO (VI) - tel. 0445/404771 - CHIUSO IL GIOVEDì


fermando l’enorme potenzialità tecnica tanto da mandare a casa i lombardi con un pesantissimo 7-2. Il segreto di questa Isello Vernici è senza dubbio un gruppo molto più equilibrato rispetto a quello della scorsa stagione. Tutti azzeccatissimi i tre nuovi innesti, subito integrati nello zoccolo duro della passata stagione. Il portiere Oviedo è sempre il meno battuto del campionato, Tataranni sta rinnovando a suon di gol la fama di castigamatti, Randon in pista è una forza della natura.


Il Gran Gala dello Sport Sfilata di stelle al Galà dello Sport 2009 del Comune di Cornedo Vicentino. Premiati dal Sindaco Martino Montagna come “Sportivi cornedesi dell’anno” Stefano Benincà, Maria Scalzotto e la PGS Ardor Cornedo. Grande successo per il convegno “Etica nello sport: un valore ancora presente?” con gli interventi di Matteo Marzotto e Claudio Pasqualin

È

di Nicola Ciatti

stata una serata di grande sport e spettacolo quella di venerdì 4 dicembre, con la Palestra della Scuole Medie che ha ospitato il Galà dello Sport 2009, organizzato dal Comune di Cornedo Vicentino. Un evento che ha riempito il palazzetto cittadino a conferma della grande passione che lega la città al mondo dello sport. Alla serata, moderata dal giornalista Mauro Della Valle, sono intervenuti Martino Angiolo Montagna, Sindaco e Assessore allo Sport del Comune di Cornedo, Matteo Marzotto, vice presidente e testimonial della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica-Onlus, Claudio Pasqualin, procuratore di importanti calciatori e opinionista sportivo della Rai, e i rappresentanti delle società sportive del territorio con i propri dirigenti, tecnici e atleti. Gli ospiti hanno dibattuto intorno all’argomento “Etica nello sport: un valore ancora presente?”, e hanno ribadito l’importanza del mondo dello sport, specialmente a livello giovanile, nel tessuto sociale di ogni città. Molto interessanti gli interventi degli ospiti, che hanno saputo catturare l’attenzione del pubblico specialmente quando Matteo Marzotto ha presentato il suo ultimo libro “Volare alto. Quel che ho



imparato fin qui dalla vita”, ed ha voluto condividere col pubblico diversi momenti toccanti della sua vita. Parte dei ricavati della vendita del libro, inoltre, andranno destinati alla Fondazione che da 12 anni si dedica alla ricerca sulla fibrosi cistica, una malattia genetica molto diffusa e molto invalidante. Non solo convegno, però, visto che al termine della discussione, cui ha partecipato attivamente anche il pubblico, le autorità hanno provveduto a premiare gli sportivi cornedesi che maggiormente si sono messi in evidenza nel corso dell’anno. Il premio per lo sportivo dell’anno è andato a Stefano Benincà, divenuto quest’anno Campione Italiano Categoria Master di Corsa in Montagna, e capace di aggiudicarsi anche il Campionato Regionale Cross Campestre FIDAL, il Campionato Italiano Cross CSI, la prima edizione del Gran Prix Montagne Vicentine ed è giunto 34° assoluto nella categoria Over 40 alla 24° Venice Marathon con il tempo di 2 ore, 35 minuti e 32 secondi. La sportiva dell’anno, invece, è la giovanissima Maria Scalzotto, 11 anni, campionessa europea di Karting nel 2007, nel 2009 invece si è classificata 7° su 110 partecipanti al campionato Open Categoria Mini. La sua storia è molto particolare: è salita per la prima volta su un kart a 4 anni, e seguendo la passione del papà Roberto ha iniziato a gareggiare battendo da subito tanti avversari maschi. In Italia, infatti, ci sono solo altre 7 bambine iscritte ai vari campionati, e quindi i risultati che ha conseguito assumono un valore ancora più grande. Il premio per la società sportiva cornedese dell’anno è andato infine all’Associazione Dilettantistica PGS Ardor Cornedo di Ginnastica Ritmica. La squadra “Collettivo”, infatti, dopo aver vinto il Campionato Italiano per due anni di fila (2007 e 2008), in questa stagione si è mantenuta su grandi livelli conquistando il terzo posto assoluto. A Benincà, alla Scalzotto e alla PGS Ardor Cornedo il Sindaco Martino Montagna ha voluto consegnare una targa ricordo donata dall’Amministrazione Comunale.


viaggi

La frattura della Terra

A

di Antonio Biral

vevo progettato un viaggio in quell’area geografica, tra le più calde e inospitali della terra, in seguito la fortunosa spedizione nella Suguta Valley, nel nord ovest del Kenya.Ma solo dopo aver letto il libro “La Dancalia Esplorata” di L. Nesbitt, l’esploratore che nel 1928, per primo, attraversò la Dancalia da sud a nord, mi resi conto di dove stavamo andando: “Più vicini alla morte che alla vita”, queste furono le parole per definire le estreme condizioni di quelle terre. Alla presentazione del programma dovevo far capire, senza ambiguità, quali sarebbero state le difficoltà e le incognite di una simile impresa: “Per affrontare la durezza del clima e l’inaccessibilità dei luoghi, si richiede a ogni individuo, oltre a una severissima autoselezione sulle proprie condizioni fisiche e psichiche, una grande capacità di sopportazione e di adattamento a situazioni di estrema difficoltà: fatica - stress - disidratazione - scarsa alimentazione - lunghe marce su terreni difficili (lava, fanghi, deserti, distese di sale) - rettili velenosi e, non meno, la probabilità di essere aggrediti da tribù molto ostili e imprevedibili, descritte come: “feroci tra le feroci che hanno il tradimento nel sangue”. Ognuno doveva decidere confidando sulle proprie capacità fisiche e sulla ferrea volontà di farcela, a tutti i costi! convinto che sarebbe partito per ritornare! Al termine del dibattito tutti hanno aderito al progetto. Eravamo pronti a sfidare le immense e torride distese della Dancalia, chiamata anche “la Terra del Diavolo”. Avremmo dovuto ripercorrere il tratto più impegnativo della storica esplorazione usando metodi e mezzi di un viaggiare primitivo. Attraversare, con una carovana di cammelli, la Depressione Dancala, la più vasta esistente sulla terra che sprofonda fino a 120 metri sotto il livello del mare. Una delle zone più difficili e selvagge dell’Africa. Dal lago salato Afrera, in Etiopia, avremmo dovuto marciare in direzione nord fino a raggiungere

La Dancalia è un territorio desertico di 150.000 kmq tra Etiopia ed Eritrea che si affaccia sul Mar Rosso dove sbocca il Grande Rift Africano, l’enorme frattura della crosta terrestre che dalla Siria si prolunga per oltre 6000 km fino in Mozambico. Antonio Biral ci racconta lo spirito con cui è iniziato questo suo viaggio e ci offre uno stralcio dal libro che ha scritto su questa affascinante avventura. il villaggio di Badda, in Eritrea, ai margini settentrionali della Piana del Sale. Duecento chilometri in dieci tappe. Per poterlo fare dovevamo disporre di almeno 20 cammelli per caricare 900 litri d’acqua (il nostro bene più prezioso), i viveri e il materiale, ma avevamo seri dubbi sul fatto di trovare, in quei luoghi desertici, uomini e animali sufficienti per formare la carovana. L’unico modo per saperlo era di provarci. Mi trovo qui a riflettere, e credo lo stiano facendo anche i miei compagni, mentre l’aereo ci porta nella notte verso l’Africa, e ancora una volta in Etiopia. Un viaggio nel viaggio!

(stralcio dal libro Dancalia la Terra del Diavolo) (…) È ancora buio, quando mi sveglio di soprassalto per i duri colpi che mi sento dare tra le costole. Sono inflitti con la canna del fucile imbracciato da un ragazzo che, con la stessa brutalità, va a sollecitare anche i miei compagni ad alzarsi. Un’occhiata all’orologio per vedere che sono appena trascorse le quattro e per intuire che l’ordine impartito ad Alem è di farci muovere alla svelta. Dobbiamo raccattare in fretta le nostre cose, caricarle sugli animali ed essere pronti a partire immediatamente per una destinazione ignota. Si sa


solo che dobbiamo arrivare in un luogo dove incontreremo il capo di questa banda, colui che deciderà la nostra sorte. Sono momenti che lasciano spazio a infinite congetture senza individuarne una che sia plausibile a motivare questo sequestro, se non la risaputa ostilità degli Afar verso chiunque metta piede in terre che essi ritengono di loro appartenenza. Preoccupazioni, timori, un senso di impotenza che induce a pensare, a riflettere, ma che ognuno tiene dentro di sé occultato, quasi a voler esorcizzare un funesto epilogo. Alto, in mezzo a un cielo tempestato di stelle, l’ultimo quarto di luna irradia di labile chiarore il micidiale deserto e i lontani profili delle remote montagne. Il villaggio di capanne ci appare nella pallida luce, nei tremuli luccichii che si levano dal biancore dell’indefinita Piana del Sale. Ora il terribile paesaggio si è trasformato in uno scenario fantastico, di indescrivibile bellezza. Lasciamo Ahmed Ela avvolta nell’irreale luce quando a oriente l’orizzonte si illumina dei primi chiarori dell’alba (...)

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ciclismo

Il talento di Susanna Susanna Zorzi con tanta determinazione e voglia di crescere pensa alla scuola e al ciclismo.

T

di Enzo Casarotto

ra le cicliste che nel 2009 si sono fatte apprezzare, oltre alla marosticense campionessa del mondo elite Tatiana Guderzo, c’è anche una giovane diciassettenne juniores di Cogollo del Cengio che nella stagione appena conclusa ha ottenuto il settimo posto agli europei a cronometro in Belgio e lavorando per la sua compagna di nazionale Rossella Callovi che poi ha vinto il Mondiale Juniores disputatosi in Russia, è riuscita ad ottenere nella stessa gara mondiale uno splendido e insperato bronzo. Si tratta di Susanna Zorzi che veste i colori dell’Avantec Artuso Tre Colli Ciclo Club Breganze’96 che frequenta il quarto anno di Ragioneria al “Pasini” di Schio. La bionda vicentina ha vinto tre gare su strada e altrettante a cronometro giungendo seconda alle spalle di Giulia Donato al campionato italiano a cronometro solo a causa di una foratura che gli ha fatto perdere una trentina di secondi quando mancavano solamente tre chilometri al traguardo. Nel 2010 Susanna correrà ancora con la formazione del presidente Franco Basso e con i tecnici Massimo Cisotto e Paola Rigon e avrà al suo fianco le junior secondo anno Viviana Gatto, Samantha Pagani, Valentina Gherardi ed Erica Cecchel assieme alle più giovani Chiara Pierobon, Lara Vieceli, Eleonora Zordan, Sofia De Pieri; una formazione che cercherà di eguagliare e possibilmente aumentare le 8 vittorie del 2009. Susanna, quest’anno i mondiali sono nelle Marche ad Offida e subito il pensiero va lì. “Nel prossimo anno questo è l’appuntamento principe, ma bisognerà arrivarci preparati e in forma”. – Bisogna partire quindi da lontano. “La mia stagione è già iniziata con il potenziamento in palestra poi, col mese di gennaio (curando la postura in bicicletta), inizieranno anche le 4 uscite pomeridiane su strada, intanto m’impegno con la scuola perché anche questo è una delle mie priorità; per il 2010 spero di riconfermarmi, di crescere ancora anche nell’inseguimento,


specialità che affronterò quest’anno con una preparazione specifica. Spero anche che il secondo posto degli italiani a cronometro di Imola, con un po’ di sfortuna in meno diventi il primo gradino del podio e spero di fare ancora bene su strada”. – Ciclismo e scuola sono i tuoi due mondi. “Per prima viene la scuola, poi il ciclismo che se fatto con costanza, impegno e sacrifico può riservare bei risultati: ci vogliono però anche tante rinunce compreso il sabato sera da passare a casa e bisogna osservare anche una corretta alimentazione”. – Cos’è cambiato dopo la medaglia di bronzo del mondiale vinta al primo anno juniores? “Per me e la mia famiglia ben poco, ora c’è la consapevolezza che il ciclismo possa diventare una vera e propria carriera da intraprendere”. - Cosa prometti ai tuoi tifosi e cosa ti aspetti dal 2010? “Prometto il solito impegno e mi auguro di ottimizzare più i risultati, di avere spazio al mondiale e nelle gare con la maglia azzurra e di partecipare a fine maggio ad una gara a tappe in Spagna”. Nel 2010 sarà difficile vincere visto che la Vecchia Fontana e la trentina Cristoretti sono formazioni ben attrezzate ma se in squadra formeremo un buon gruppo, allora, nulla sarà impossibile!”

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’ Lo scalatore d oro L

di Enzo Casarotto Foto di Euro Grotto

a Villa Caffo Navarrini di Rossano Veneto, detta “ la Dotta” ha ospitato qualche giorno fa la premiazione della ventesima edizione del Trofeo dello Scalatore d’Oro Memorial Armando Sasso-Sandrino Pelizzari . A fare gli onori di casa il primo cittadino di Rossano Gilberto Trevisan che con il suo intervento si è detto orgoglioso e lusingato che la Federazione vicentina delle due ruote abbia voluto scegliere la città di Riccardo Brunello per questo importante evento di fine stagione. Tra i presenti l’Assessore allo sport Andrea Gastaldello, il vice presidente regionale della F.C.I. Renzo Zanchetta, l’onorevole Luigi D’Agrò, il presidente del Coni Provinciale Umberto Nicolai e gli assessori allo sport dei vicini comuni di Bassano del Grappa e Rosà. Presenti anche Rino Piccoli, l’ex professionista Gianni Faresin ed il professor Ernesto Toniolo. È intervenuta anche Marianna, la moglie di Riccardo, e al completo la famiglia Brunello. Prima della premiazione dello Scalatore d’oro 2009 ha avuto luogo la consegna della borsa di studio intitolata a Riccardo Brunello e voluta dalla famiglia Brunello con il patrocinio del Comune di Rossano Veneto, ad uno studente residente nell’hinterland di Rossano Veneto che si fosse distinto nel 2009 sia a scuola, sia nello sport. La scelta per la prima borsa di studio di mille euro è caduta tra i venti esaminati sul rosatese Mattia Bernardi ciclista dilettante distintosi nel 2009 grazie

ciclismo

Lo Scalatore d’oro 2009 va a Simone Andreetta e a Giacomo Berlato; al ciclista Mattia Bernardi la Borsa di Studio “Riccardo Brunello”

ad una vittoria e a quattro secondi posti tra i dilettanti con la maglia Molino di Ferro e licenziato dal “Da Ponte” di Bassano con un diploma di 81/100. Il presidente provinciale Renzo Gandini nel suo intervento di saluto ha ringraziato gli ospiti, i premiati e le società affermando che l’attività del 2009 è stata positiva sotto il profilo dei risultati, dell’attività svolta, per la riapertura della pista di Castelgomberto e per la buona riuscita del Meeting Rosa, in Italia unica manifestazione riservata al settore

donne esordienti ed allieve. Per quanto riguarda lo Scalatore d’oro memorial Armando Sasso-Sandrino Pelizzari, le medaglie d’oro alla memoria di Riccardo Brunello e Bortolo Piccoli sono andate alle società San Vendemiano (allievi) e al V.C. Schio 1902 Car Diesel (Juniores) mentre il Memorial Armando Sasso è andato a Simone Andreetta (San Vendemiano) che tra gli allievi si è imposto davanti a Matteo Cigala (Monteclarense) e al sandricense Francesco Magrin. Il vicentino di Malo Giacomo Berlato (V.C. Schio 1902 FDB Car Diesel) che ha bissato il successo tra gli allievi dello scorso anno ha vinto tra gli juniores il Memorial Sandrino Pelizzari precedendo l’altro vicentino di San Pietro Mussolino Matteo Piazza in casacca Contri Autozai e il trentino Pietro Osele della FDB Car Diesel V.C. Schio 1902. Premiati con la maglia Selle Italia i velocisti Luca Mavaracchio (Libertas Scorzè) tra gli allievi e Pivotto (Pressix Zanon Tosetto) tra gli juniores. Nelle foto Euro Grotto: la premiazione di Giacomo Berlato con Gandini e Zanchetta. Foto anche di Berlato (Juniores) con Andreetta (allievo) i due scalatori d’oro del 2009.



sub

Il mistero

dei monossili in legno

N

di Antonio Rosso

ella laguna di Venezia da numerosi anni si ha notizia del ritrovamento di interessanti manufatti in legno di forma particolare. Nelle acque interne vicentine o venete non si ha ancora avuta la notizia di ritrovamenti subacquei simili. Questi manufatti sono di varie dimensioni, sempre superiori a due metri, generalmente senza supporto anche se uno di essi era sorretto da pali messi in croce. Sostanzialmente sono tronchi di legno scavati internamente, con un lato troncato e l’altro affusolato. II più grande di questi manufatti è stato trovato nel bacino settentrionale della Laguna di Venezia, nelle vicinanze dell’isola di S. Cristina, presso Motta S. Lorenzo in un canale a quasi tre metri di profondità, parzialmente sporgente dal fianco del canale stesso. Fino a qualche anno fa si trovava custodito presso il Museo Storico Navale di Venezia, in una apposita vasca riempita con acqua per impedire che si deteriorasse. Oggi di

Anfore


Anfora Monossile

Valvola monossile Valvola

Visore

Anfore e anfora: materiali di età romana rinvenuti presso i monossile. Monossile: vista d’assieme del manufatto. Recupero: fasi del recupero dei materiali. La scarsa visibilità si commenta da sola. Valvola monossile: particolare delll’elemento mobile del manufatto. Valvola: Particolare della paratia mobile del manufatto monossile di S. Cristina, nella Laguna Veneta Nord, al momento del recupero. L’analisi al radiocarbonio le attribuirà una datazione di 1900± 200 anni. Visore: in laguna senza questa piramide riempita di acqua limpida è molto difficile fotografare.


questo reperto non si conosce più la collocazione. Era lungo m 3,10 con una larghezza massima di 75 centimetri ed aveva una profondità interna finale di 30. A 70 centimetri dal lato troncato lungo l’asse longitudinale presentava sul fondo un foro quadrangolare, passante, di mm 125 di lato. In questo foro vi era, infilata per il codolo e disposta trasversalmente, una specie di paratia, leggermente asimmetrica, sagomata in modo da seguire il contorno della sezione interna del manufatto. La paratia, di 85 millimetri di spessore, aveva la stessa altezza del bordo superiore del tronco, ma non si può escludere che potesse essere anche più elevata. In ogni caso la sezione del foro e del codolo permettevano che essa potesse ruotare liberamente. Esternamente il tronco aveva ancora tracce della

Recupero

corteccia, anche se intaccata da organismi incrostanti e perforanti ed il suo profilo interno si approfondiva linearmente fino al foro per poi mantenersi costante. Si ritiene ormai certo che questi manufatti siano di età romana in quanto sono stati sempre rinvenuti assieme a materiali di quest’epoca, presenti in notevole quantità. A conferma di ciò, il monossile di S. Cristina è stato anche datato da alcuni ricercatori del C.N.R. con il metodo del radiocarbonio, ottenendo un’età di 1900 ± 200 anni, analoga alla ceramica recuperata. Nulla si sa, invece, a quale uso fossero destinati o cosa potessero servire. Per la loro forma, come ipotesi di lavoro, si può ipotizzare un uso idraulico, forse legato all’agricoltura, a qualche mulino o salina. L’aver trovato attorno a loro anche tracce di strutture murarie, fa pensare ad un complesso, piuttosto che ad una struttura isolata. Un ulteriore dato che sembra essere costante nel rinvenimento di tali manufatti è la loro disposizione obliqua rispetto al canale in cui vengono rinvenuti: la qualcosa, comunque, per ora non aiuta molto.


una coppa Si è concluso nel giorno dell’Immacolata, a Rubano, il 10° torneo Minibasket “Marcello Osti” , categoria aquilotti, organizzato dalla Virtus Basket Padova. Il terzo posto del VBG Vicenza e il quarto della Pallacanestro Marostica fanno ben sperare.

P

di Antonio Rosso

er quattro giorni due formazioni vicentine, Pallacanestro Marostica e VBG di Vicenza, in due gironi separati ed in due differenti palestre di Padova, hanno sostenuto gli incontri eliminatori, per ritrovarsi poi una di fronte all’altra nella finalina per il terzo ed il quarto posto. Dopo una gara condotta all’insegna di un grande agonismo, ha prevalso il VBG Vicenza. Assieme alle nostre formazioni hanno gareggiato: Virtus Padova, Pallacanestro Spinea, CMB Orfeo, Raptors Mestrino, Fortitudo Bologna, Pallacanestro Limena, Azzurra Trieste e Aurora Jesi. Le squadre hanno dato il massimo, con alti e bassi da ogni squadra. Purtroppo è sembrato in molti casi che gli arbitri avessero già deciso in anticipo la squadra vincente, con scelte arbitrali molto discutibili. Poiché capiscono benissimo quando ci sono decisioni poco chiare e a tutti piace vincere, i perdenti siamo noi che insegniamo a dare il massimo, senza guardare al risultato, in una corretta competizione. Non si aiuta lo sport, mortificando bambini di dieci anni di età. La vittoria del trofeo è andata alla società Azzurra Trieste che, dopo aver battuto in semifinale di stretta misura il VBG Vicenza, nella finale ha sconfitto la Fortitudo Bologna, ai supplementari, in una gara molto combattuta. Le vicentine, comunque, non hanno demeritato. Con il terzo e il quarto posto hanno spazio per crescere ancora.

minibasket

per crescere


arti marziali

Una vita

da judo

Marco Civieri conquista il bronzo agli europei master di Judo: storia di un campione che non molla mai di Massimo Neresini

Campionati Europei 2009 Marco Civieri sul podio

Marco ai Campionati di Nizza travolge il suo avversario

C

Campionati Mondiali 1980 La Nazionale Italiana guidata dal Grande Maestro Bruno Carmeni

onosco Marco Civieri da quando frequentavamo le scuole elementari e, da allora, non l’ho quasi più perso di vista. Per un certo periodo, addirittura, siamo finiti, dopo la Laurea in Ingegneria Chimica, a lavorare assieme a Milano per la stessa Società. Però, mentre io da giovane frequentavo i campi da calcio e le piste da sci, lui già si allenava duramente sul “tatami” con un grande Maestro del Judo, Bruno Carmeni, che lo ha seguito e fatto crescere fino a farlo diventare il Campione che noi tutti oggi conosciamo. So che il grande (è proprio grande anche fisicamente) Marco è uno che non molla mai e, infatti, spesso lo vedo con la sacca avviarsi verso la palestra per gli allenamenti, so anche che è una persona che non tiene molto alla pubblicità ma più al “fare”, al “sudarsi il merito in silenzio” ma questa sua ultima affermazione è davvero eccezionale ed è giusto che lo Sport Vicentino gliene riconosca tutti i meriti. Marco Civieri è uno dei pochi sportivi che nella nostra provincia ha fatto e ancora fa brillare il suo nome tra i grandi delle Arti


Marco Civieri primo al Campionato Italiano Juniores del 1975

Marziali, in particolare in un’arte che è stata tra le prime ad aver conquistato il mondo occidentale: il JUDO. Il pezzo che segue è stato scritto da un’amica di Marco e racconta tutto il sapore della vittoria sudata in silenzio, con sacrificio e dedizione infinita verso lo sport che praticato… Quanti insegnamenti si possono trarre dal comportamento di un combattente dello sport! Ne consiglio, pertanto, la lettura soprattutto ai giovani che sembrano sempre più intrappolati dai giochi al computer, che vorrebbero avere successo e riconoscimenti in un tempo troppo breve. Seguite questi esempi, seguite la via del Judo, la via della “flessibilità”: sono insegnamenti che faranno di voi persone vere e forti come quelle di cui noi tutti abbiamo bisogno per affrontare il futuro con grinta ed energia. “Nel mezzo del cammin di nostra vita... ” così cantava il sommo poeta e mai altre parole si adattarono così perfettamente al

Marco Civieri II al Trofeo Internazionale di Sofia trionfo del nostro caro atleta valdagnese Marco Civieri. Solo che Marco non si è ritrovato in una “selva oscura”, bensì sul podio dei Campionati Europei Master di Judo che si sono svolti a Lignano dal 12 al 14 novembre 2009, dove è arrivato 3° in una gara internazionale di ampio respiro europeo. Marco, 53 anni, ben portati, ha gareggiato nella categoria M5 + 100 kg poiché gli atleti di età superiore ai 35 anni rientrano in queste categorie Master suddivise per età e peso. In Italia si può competere nelle gare nazionali solo fino a 35 anni. Il Judo è una disciplina di lotta e come tale, come per tutti gli altri sport che rientrano in questa dicitura, vi sono diverse categorie (-60, -66. -73, -81, -90, -100, +100) per ovvi motivi di differenza nella forza fisica. L’ultima categoria, +100, dove appunto ha gareggiato Marco significa che non c’è alcun limite verso l’alto, infatti, nel combattimento per la medaglia Marco ha battuto un atleta che pesava 135 kg, mentre egli pesa 109 kg. A questo appuntamento dei campionati Europei hanno partecipato 720 atleti provenienti da tutta Europa, dalla Russia, Georgia, Azerbaigian, Ucraina, Romania, e altri paesi dell’est e dell’Europa centrale. I russi erano rappresentati da ben 80 atleti. La gara è molto sentita nell’ambiente del Judo perché ad essa partecipano exolimpionici, ex campioni mondiali, ex nazionali che hanno reso lustro ad uno sport che oltre ad essere tale è da considerarsi anche una disciplina interiore e uno stile di vita. Il fatto però che ci siano tanti ex non sminuisce il valore tecnico della competizione che si presenta con tutte le carte in regola anche nell’organizzazione e nella serietà della stessa: registrazione degli atleti, tesserino di riconoscimento al collo, divise della nazione di appartenenza,

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ottimo palazzetto dello sport con 4 materassine, una sala per il riscaldamento pregara, schermi indicanti i nomi degli atleti in gara, il punteggio, il tempo del combattimento, fotografi ufficiali, televisioni di ogni nazione partecipante, insomma il gotha dell’European Judo Federation, controllo delle dimensioni del judogi per impedire appunto judogi troppo attillati che rendono difficile, se non impossibile la presa. Questo controllo è entrato in vigore quest’anno e si ripete ogni qualvolta si cambia il judogi. Infatti, per permettere all’arbitro e ai giudici di riconoscere gli atleti è obbligatorio per un atleta indossare il judogi blu se si trova alla sinistra del tavolo di giuria, o bianco per l’atleta a desta dello stesso tavolo. Marco è arrivato a questo importantissimo appuntamento un po’ in sordina, un po’ per l’età insolita per sostenere gare a questo livello, un po’ per problemi di lavoro, aveva disertato negli ultimi anni l’agonismo, riprendendo a gareggiare solo nel 2009 dove in due tornei internazionali si è piazzato 2° a Vittorio Veneto e 3° a Tarcento. Inoltre i postumi di vecchie contusioni lo avevano costretto ad un’operazione alla spalla avvenuta a fine agosto. Perciò non aveva ufficializzato la sua decisione in quanto doveva prima vedere quale tipo di recupero sarebbe stato in grado di avere. Nessuno quindi nell’ambiente valdagnese sapeva della sua intenzione di partecipare a questo grandioso evento, almeno fino ai giorni immediatamente precedenti alla partenza. Per questo Marco non aveva nessuno a bordo campo che poteva consigliarlo, ma la solidarietà nell’ambiente sportivo ha indotto un Maestro di Montebelluna a seguirlo per tutta la gara. Marco ha perso il primo combattimento con un atleta tedesco, classificatosi terzo l’anno precedente agli europei e secondo quest’anno ai mondiali. In seguito, Marco ha vinto il secondo combattimento per vantaggio tecnico, vincendo infine la medaglia per ippon, che è come il KO nella boxe o una schienata nella lotta. Nell’ultimo combattimento l’avversario era psicologicamente superiore perché con un’adeguata preparazione ed inoltre pesava 135 kg. Marco non sapeva questi particolari, ma aveva capito la forza fisica del suo avversario e quindi ha preso la decisione di condurre il combattimento attaccando, poiché non poteva permettersi di stare fermo, altrimenti avrebbe sicuramente subito. A 1’42” dalla fine Marco ha fatto un vantaggio con la sua tecnica preferita (o soto gari – grande falciata esterna) ed ha conti-

nuato ad attaccare fino all’ippon (sempre in o soto gari). Il botto è stato grande visto la massa che cadeva. Nel medagliere generale la classifica è stata la seguente: 1° Russia, 2° Francia, 3°Germania, 4° Italia. Sul podio è salito con il judogi blu visto che lo aveva indossato nell’ultimo combattimento, il più sofferto, ma anche il più esaltante dove ha guadagnato una meritata medaglia. Ma chi è questo atleta che ancora sa portare in alto i colori della nostra nazione e dell’ambiente sportivo valdagnese? Marco ha iniziato a praticare il Judo a 13 anni sotto la guida del Maestro Bruno Carmeni, il fondatore del Judo Club Marzotto. Si è avvicinato a questo sport spinto dai genitori che cercavano un ambiente dove potesse dar sfogo alla sua vivacità. Il Judo non è solo uno sport ma una disciplina con regole ferree che razionalizzano la lotta e ne fanno una pratica di nobile tradizione. A quell’età Marco era un ragazzino un po’ robusto e quindi fu messo con i “grandi”, ma già in questo modo ebbe modo di scoprire la nobile arte del Judo, perché i suoi compagni, nei combattimenti, stavano leggeri per paura di fargli male. Le prime gare amichevoli le fece a 15 anni e la prima medaglia importante, un argento, la conquistò al Trofeo Quattro Mari nel 1973, il Campionato Italiano Speranze di allora. Nel 1974 Marco fece il primo allenamento in Nazionale e come premio fu nominato portaborse del massaggiatore nella gara contro la Polonia. Nel 1975 vinse i Campionati Italiani Juniores e un mese dopo fece la sua prima gara con la Nazionale, i Campionati Europei Juniores in Finlandia. Marco è stato due volte primo assoluto ai Campionati Italiani; 2 volte secondo agli stessi; 6 volte terzo ai Campionati Italiani; è stato 5 volte in Nazionale di cui per tre volte capitano della Nazionale Universitaria; 2° al Trofeo Internazionale di Sofia; 3° al Trofeo Internazionale in Turchia; per 8 anni consecutivi Campione Regionale; nel Campionato Regionale Veneto Open ha vinto con 5 ippon su 5 incontri; ha partecipato a due Campionati Europei e ad un Campionato Mondiale; è stato Capitano più volte della Squadra Regionale. Ora, dopo tutti questi successi, è sicuramente significativo l’ultimo podio conquistato che Marco dedica soprattutto ai giovani ed ai bambini che potrebbero avvicinarsi a questo sport. Il nuovo maestro dell’ASD Judo Valda-

gno è Gianni Dalla Costa, cintura nera 5°dan che sa insegnare facendo divertire i bambini. Ed è per questo che Marco spera nei giovani campioni di domani, spera in una palestra piena di bambini, motivati ed entusiasti come fu lui a 13 anni, il giorno in cui varcò la soglia della palestra. Certo Judo vuol dire sacrificio, ma anche grande gioia perché ci si confronta con se stessi e con gli altri e s’impara sempre a ricominciare come afferma Emanuela Pierantozzi, olimpionica, campionessa mondiale.”lo judo ci ha insegnato a cadere, a cadere e ancora a cadere... ma anche a rialzarci ogni volta più forti e motivati di prima” Questa è in fondo la grande lezione che un campione di razza, come Marco Civieri, ha saputo dare con la sua entusiasmante vittoria negli ultimi europei. Grazie a Marco per le sue imprese che continuano a sbalordire chi non lo conosce… e chi lo ha conosciuto non può che dire “vince ancora lui, non avevo dubbi”. Grazie alla Prof.ssa Annalisa Castagna per il suo scritto carico di vigore e simpatia. A tutti come sempre rivolgo un forte incitamento a seguire gli “esempi validi” e a riflettere… Un Buon Natale a tutti

Il giovane Marco attento e concentrato prima di una sua azione travolgente ai Campionati di Nizza


Talento e convinzione

rally

Giovanni Cocco centra un ottimo terzo posto nel Rally Citta di Palladio

A

di Carlo Nieddu

sentire l’amico e pilota Giovanni Cocco correre un rally è una sensazione davvero unica. Per lui che ha iniziato da giovanissimo e che ha, ormai, un certo numero di gare alle spalle, l’emozione è sempre quella della prima volta. Come la gioia per un’importante affermazione è sempre una gioia unica, intensa, che dà carica e una grande voglia di correre. Giovanni Cocco ha conquistato un brillante 3° posto nel Rally Città di Palladio che si è corso lo scorso mese. Grazie a una corsa grintosa, combattuta fino all’ultima curva e a un cristallino talento nella guida, Cocco è salito sul podio in una delle gare più prestigiose che si corrono nella nostra provincia. Dopo questa importante affermazione, Giovanni correrà il prossimo anno il Trofeo Renault Twingo, una manifestazione motoristica di livello nazionale, con impegni in tutta Italia, ottima vetrina per sponsor che aspirano a una forte visibilità. Complimenti a Giovanni, esempio per molti giovani che vogliono esordire in questo sport affascinante ma estremamente difficile. A lui auguriamo che continui a vincere e che possa affermarsi nel mondo dei grandi rally come le sue capacità di guida fanno sperare.

NOME COGNOME LUOGO E DATA DI NASCITA PROFESSIONE SPECIALITÀ ESORDIO AGONISTICO AUTO GUIDATE AUTO SU CUI … SONO “SALITO”:

Giovanni Cocco Arzignano 05/01/1982 Perito Tecnico Conciario Pilota, Navigatore Navigatore: Rally Montebelluna 2003 su Citroen Ax Gruppo A. Pilota: Rally Sprint Città del Palladio 2005 su Peugeot 106 Gruppo N 1. Peugeot 106 N 1 , Rover Mg 105 ZR N 1, Peugeot 206 Rc N 3, Renault Clio Rs N 3. Peugeot 106 Maxi, Peugeot 106 Gruppo A 6, Peugeot 106 Gruppo N 2, Citroen Ax Gruppo A, A112 abarth Gruppo A, Renault Clio Super 1600, Fiat Punto Super 1600.


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Ok Famila

S

di Enzo Casarotto Foto di Euro Grotto

i conclude il 2009 che ha visto un Famila a corrente alterna. Nel maggio scorso ha lasciato i sogni di gloria sconfitto in semifinale nella corsa scudetto ad opera delle cugine della Reyer. La soddisfazione per il Famila di Marcello Cestaro è arrivata dalla conquista del tricolore juniores con il marchio Kinder Più Sport di Marina Pirani. Schio ha iniziato la stagione corrente con molte novità: la sostituzione tra i dirigenti del direttore Generale Claudio Bagnoli con il rientrante (dopo i Giochi del Mediterraneo) Paolo De Angelis e con una campagna acquisti che al contrario del recente passato, si è affidata a ragazze affidabili lasciando oltre oceano i nomi altisonanti. La squadra che ne è uscita vive sull’asse Moro-Macchi-

Il Famila chiude il 2009 tra le prime 4 e si qualifica in Europa.


Masciadri-Ngoyisa (con quest’ultima che per tutta la stagione dovrà convivere con una caviglia in disordine) e con Gillespie, Antibe, Colleman, Ress, Zanoni e Ramon chiamate a dare il loro importante contributo per la causa. Mentre andiamo in stampa (bella la vittoria in rimonta contro le reyerine), al giro di boa di metà stagione manca solo la gara interna contro Faenza che non pregiudicherà l’inserimento della squadra di Orlando tra le prime quattro a metà campionato, risultato che consente alle arancioni di evitare il turno di qualificazione di Coppa Italia ed entrare in scena in questa competizione nella seconda fase dal 28 al 31 gennaio 2010. In campo internazionale, con tre turni d’anticipo il Beretta Famila ha ottenuto anche il pass tra le top 16 e giocherà i quarti di finale di Euroleague. Questo non era mai capitato prima in riva al Leogra. Per quanto riguarda la continuità del gioco, ci sono ancora degli aspetti da migliorare e soprattutto sotto canestro si dovrà fare molta più attenzione evitando di regalare alle avversarie più opportunità offensive consecutive catturando più rimbalzi. Anche in attacco l’azione non è sempre fluida e talvolta la palla non è talmente veloce da mettere in difficoltà le difese ospiti. In questo fine 2009 a mio avviso, c’è stata contro le francesi del Lille la più bella gara degli ultimi due anni e nell’anno che sta per iniziare mi piacerebbe vedere Schio giocare con continuità a quei livelli. E non sarà di scuro una missione impossibile. Si riprenderà a giocare in A1 il 10 gennaio con la prima di ritorno in casa col Priolo e a metà gennaio (il 14, in casa contro il Cracovia) ma Intanto, godiamoci questa pausa e … a proposito, buone Feste a tutti.


Sciare e l l i M o r a o a Rec Appuntamenti inverno 2009-2010 GENNAIO 2010: 2-01-10 5-01-10 19-01-10 20-01-10 23-01-10 31-01-10 31-01-10

Fiaccolata Scuola Sci ore 18.30 Gara slalom gigante trofeo della Befana Fase provinciale di sci Alpino giochi sportivi studenteschi Fase provinciale di sci Alpino giochi sportivi studenteschi Fiaccolata Gara slalom gigante trofeo Lattebusche FISI Gara slalom gigante trofeo delle regioni fase provinciale FISI

FEBBRAIO 2010: 7-02-10 13-02-10 21-02-10 27-02-10

Gara slalom gigante trofeo Amici della Montagna FISI Padova Trofeo Su.. So.. e spara! II edizione triathlon invernale Trofeo alpini San Quirico, gara slalom gigante Aspettando la chiamata di marzo, fiaccolata in costume

MARZO 2010: 6-03-10 7-03-10

Gigantissimo di Monte Falcone Musica a mille

Per informazioni chiamare: Cooperativa Conca d’Oro tel/fax: 0445 77256 Oppure 366 4174 555 e-mail: concadoro2003@libero.it

La Cooperativa Conca d’Oro quest’anno propone: La pista Cima Tunche illuminata nei giorni Martedì e Giovedì dalle ore 19.30 alle 22.00. Nuovo sentiero per risalita Sci Alpinismo a Monte Falcone

La scuola Italiana Sci Recoaro Mille: Tappeto mobile per i bambini più piccoli Nuova sede

Hotel Castiglieri

La sede nuova della scuola

Nuovo apreski al centro delle piste

Il rifugio Monte Falcone rimmarrà aperto per tutta la stagione invernale 0445 77200


Talento e convinzione

L’Assessore allo Sport del Comune di Valdagno fa il punto sui suoi primi mesi e illustra quale sarà il prossimo futuro del suo mandato

R

di Alessandro Grainer, Assessore allo Sport del Comune di Valdagno

itenere lo sport fondamentale per la formazione delle persone è ormai riduttivo e scontato. Le attività motorie e sportive sono importanti anche per la prevenzione delle malattie invalidanti e delle malattie sociali. Lo sport è universalmente riconosciuto come uno dei mezzi più importanti per promuovere uno stile di vita attivo e sano. In questi primi mesi abbiamo cercato di impostare un lavoro che durerà cinque anni. Al termine di questo periodo la nostra speranza è quella di aver segnato l’inizio di un cambio di rotta nel considerare lo sport e le attività motorie in genere da parte dei nostri concittadini. Non più attività solo agonistica, per pochi e per atleti, ma attività per tutti: bambini, ragazzi, adulti e anziani. Attività che dia benefici alla qualità della vita di tutti. Partiremo in gennaio con alcuni incontri per la formazione dei genitori, degli atleti e dei tecnici delle società sportive. Questi incontri avverranno sotto la guida di relatori esperti di livello universitario. • Una serata su alimentazione e sport (21 gennaio 2010) dove si cercherà di educare i partecipanti alla corretta decodificazione dei messaggi che sempre e da più parti arrivano su integratori e diete miracolose. Relatrice la Prof.ssa Valeria Marin, ex presidente del corso di laurea in Scienze


Motorie dell’Università di Padova • Una serata sull’allenamento degli sport di squadra (24 febbraio 2010), il suo aspetto metodologico e l’approccio tecnico, valida per tutti gli sport di squadra e quindi di grande interesse per i tecnici delle società sportive della città. Relatore sarà il Prof. Valter Durigon già preparatore fisico della Benetton Rugby, della Nazionale di rugby, collaboratore per la preparazione atletica della federazione Hockey, docente della scuola dello sport del CONI e docente di teoria del movimento umano e di metodologia dell’allenamento presso la facoltà di scienze motorie di Verona. • Una serata sul rapporto tra famiglie, giovani atleti e società sportiva, in collaborazione con il “Lions Club” (19 marzo 2010), durante la quale si cercherà di sensibilizzare i genitori al corretto approccio con l’attività sportiva dei figli, il rischio del doping, dell’abbandono sportivo e della gestione dell’ansia nello sport. Relatore il Professor Pietro Trabucchi, uno dei più importanti psicologi dello sport italiani, autore del libro “Resisto dunque sono,” docente di coaching presso l’Università degli Studi di Verona e tecnico per la preparazione mentale della nazionale di ultramaratona. Oltre alla serata divulgativa, il Prof. Trabucchi sarà ospite della città per tenere uno stage per atleti e tecnici valdagnesi sulla preparazione mentale allo sport.

Per quanto riguarda la festa dello Sport, invece, il progetto per il prossimo anno prevede che sia l’amministrazione comunale a coordinare le attività, per poter coinvolgere tutte le società sportive della città e per poter dare alcune idee alle società sportive stesse per aprirsi verso la cittadinanza. Vogliamo allargare la festa anche a iniziative di promozione degli stili di vita attivi e agli sport non convenzionali. Questi interessano in particolar modo i giovani, che non sempre sono motivati a partecipare a sport di squadra o individuali tradizionali. Si cercherà, attraverso altre iniziative, di far partecipare alla festa anche chi non è uno sportivo praticante, ma è interessato ai temi dello sport. In ottica di promozione del territorio attraverso lo sport dal punto di vista turistico, è già partito un lavoro di mappatura con tecnologia GPS dei sentieri collinari di Valdagno, che potranno essere utilizzati per escursioni di trekking, nordic walking, corsa o mountain bike. A breve molti di questi percorsi saranno scaricabili dal sito internet del Comune e, in collaborazione all’assessorato al turismo, sarà predisposto materiale promozionale dei sentieri più importanti. Non ci resta che augurarvi una buona fine 2009 e un 2010 attivo e orientato al benessere picofisico.


lettere Potete scrivere al Senatore Alberto Filippi inviando le vostre e-mail a: sportivissimo@mediafactorynet.it

Il derby infinito di Alberto Filippi

Gentile Senatore,

Caro Giorgio,

bella la vostra idea di scrivere di tanti sport, con copertine mensilmente sempre diverse, ma sul calcio, il nostro amato-odiato sport nazionale, perché mai nemmeno una riga, una copertina, un commento? Perché il calcio fa sempre fatica a convivere con gli altri sport? E’ vero che ne scrivono in tanti e di più ancora ne parlano, però, è anche vero sul calcio non si finisce mai di dire tutto su quello che accade. Per esempio, mi permetta di esporle una mia riflessione. Nella mano di Henry contro l’Irlanda di Trapattoni da cui è nato il goal-qualificazione di Tuhran, io vedo ripetuto il gesto della testata di Zidane contro Materazzi nella finale mondiale di Berlino. Sembra che i francesi non ci stiano proprio a perdere contro l’Italia o contro un italiano e, allora usino tutti i mezzi possibili pur di farci calcisticamente un danno. Quella volta di Zidane è andata bene a noi, questa volta è andata bene a loro. Cosa ne dice, a me, questa sembra una rivincita!

il calcio è un mare così grande che è veramente difficile scriverne con una scadenza mensile. Accadono, cioè, così tante cose, partite vinte - partite perse, goal fatti e goal contestati, allenatori che arrivano - allenatori che vengono, tifosi che applaudono e tifosi che fischiano che diventa proprio impossibile darne conto con un minimo di tempestività. Solo nella nostra provincia per raccontare le partite del Vicenza fino a quelle di Terza Categoria non basterebbero cento pagine la settimana. Il calcio c’è sul nostro giornale, solo che c’è come si addice a una pubblicazione pluralistica e mensile, ovvero con interviste a qualche personaggio illustre, con il racconto di qualche torneo o con la presentazione di qualche squadra. Una copertina, poi, l’abbiamo anche fatta: Paolo Zanetti, giocatore di serie A, nato a Valdagno e oggi giocatore del Torino. Sicuramente in un prossimo futuro ne faremo altre. Per commentare, invece, la tua riflessione, dico che sulla rivalità Francia-Italia canta anche Paolo Conte, “e i francesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano”, riferendosi a Bartali che vinceva il Tour de France. Tra noi e i cosiddetti cugini transalpini la rivalità è antica e ben documentata. Si dice che i francesi siano italiani di cattivo umore. Negli ultimi anni nel calcio, con la Germania, forte, sì, ma non più quella potenza calcistica che era negli anni Settanta, con gli inglesi che stentavano, perfino, a qualificarsi (ma quest’anno, a mio avviso, con Capello, rischiano di conquistare il Mondiale), con gli olandesi che, dopo Cruijff, solo nel 1998 sono riusciti a esprimere un po’ di quel “calcio totale” che li ha resi famosi, con gli svedesi e gli iberici, Spagna e Portogallo, che hanno sempre pensato di far bene ma che non hanno mai vinto un mondiale, (quarto il Portogallo nel 2006), la nostra Italia calcistica ha sempre fatto la sua egregia figura, arrivando, negli ultimi 20 anni, due volte prima (1982 -2006), un volta seconda (1994), una volta terza (1990), meglio del Brasile, che si ferma a 2 primi posti (1994 -2002) e a un secondo posto (1998). Bene, a sfidarci c’erano sempre loro, i nostri cugini francesi, una volta primi (1998), una secondi (2006), una terzi (1986) e una quarti (1982) e, si sa, le sfide più sentite sono sempre quelle in famiglia. Da Caino ad Abele, è sempre stato derby.

Cordiali saluti, Giorgio Ben

Con simpatia, Alberto Filippi.

e uon Natal B i d i r u g Au nno Nuovo A e ic l e f i o ed ortivissim p S i d i r o t et a tutti i l

Le vostre lettere possono essere lette anche nel sito: albertofilippi.it



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