Sportivissimo Febbraio 2017

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Franco Picco

protagonista alla Dakar 2017 sudamericana


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Luigi Borgo

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Iscrizione al Tribunale di Vicenza il 21 dicembre 2005 n.1124

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SSIMO

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Amicizia Alpina

di Luigi Borgo

paesi di montagna sono piccoli e hanno le case l’una vicino all’altra. A guardarli si capisce che lassù la vita è più dura. La terra è sassosa e tutta in pendio, pochi sono i frutti che vi crescono e poche anche le verdure; il bosco è la principale fonte di lavoro e di energia; per molti mesi fa freddo e la neve, a volte, può essere tanta. Le case sono state costruite una vicina all’altra perché, dove la vita è dura, ci si deve reciprocamente aiutare. Questa antica solidarietà alpina vive ancora nella consuetudine di salutarsi quando ci si incontra in montagna. Il saluto tra alpinisti era la prima cosa che veniva insegnata ai corsi del Cai. Il saluto era il modo di offrirsi reciproca salute, ovvero salvezza in un contesto pieno d’insidie. Era un modo per dirsi: “se avrai bisogno, non sei solo, ci sono anch’io tra queste vette”. La solidarietà alpina è un grande valore. Un sentimento che va mantenuto. Più volte mi sono chiesto, se essa viva anche negli sci club. C’è solidarietà tra i ragazzi? C’è amicizia tra gli allenatori? Tra i genitori? Tra gli allenatori e i genitori? Gli antichi dicevano che esistono tre tipi di amicizia. Quella che origina da un piacere condiviso; quella che poggia sull’utilità; quella che nasce dalla virtù. Andare a sciare è un piacere. Lo si pratica essenzialmente per questo. Essere amici perché si condivide il piacere di andare a sciare è un tipo di amicizia molto frequente. È un’amicizia che si alimenta dal divertimento. È un’amicizia chiassosa, spensierata, godereccia. Però, sciolta la neve, o si ha un altro piacere da vivere assieme a quell’amico oppure lo ritroveremo il prossimo inverno, sempre che nevichi e sempre che uno dei due non abbia cambiato sci club. Essere amici nel nome di un piacere comune, quindi, non è un’amicizia molto solida. Tantomeno profonda. Eppure c’è una forma di amicizia che è ancora inferiore. L’amicizia che poggia sull’utilità. Perché mi è utile, me lo faccio amico. Nei club fa comodo avere amicizie di questo tipo. Tra ragazzi, tra genitori, tra genitori e allenatori, tra allenatori. Ma un’amicizia d’interesse, è un’amicizia sporca, falsa, sotto-sotto finalizzata a trarre guadagno dall’amico, come non dovrebbe mai essere. È, questa, un’amicizia a scadenza. Prima o poi, tutti si dimenticheranno di tutti, perché i falsi amici fanno schifo e nessuno li può tollerare più di tanto. Esiste, però, anche la vera amicizia, quella nobile, quella che, come dicevano gli antichi, nasce dalla virtù. È l’amicizia autentica, alta, eterna. L’amicizia che sa farci vedere nell’amico un altro noi stessi; un’amicizia in cui non c’è rivalità, non c’è invidia, non c’è bugia, non c’è finzione. Ma condivisione, aiuto, comprensione, solidarietà. Quest’amicizia virtuosa diede origine ai nostri paesi alpini, ma, teniamocelo bene a mente, diede anche origine ai nostri Sci Club, perché questo è lo spirito, vero, della montagna.

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ncora una volta Franco Picco ha fatto centro nella gara di cui egli stesso è diventato per tanti appassionati l’icona leggendaria: quella terminata il 14 gennaio scorso a Buenos Aires è stata una delle più impegnative tra le edizioni della Dakar sudamericana, ma il fuoriclasse di Sovizzo non ha smentito la sua fama ed è riuscito a portare a termine la gara in ottantacinquesima posizione. Partita da Asuncion in Paraguay, il 2 gennaio, la Dakar 2017 ha proposto i valori classici di quella che è, e rimane, la gara motoristica più lunga e dura al mondo, che richiede ai partecipan-

ti – soprattutto ai motociclisti - un impegno fisico di estrema resistenza con prove speciali lunghe e tappe lunghissime, sei giorni sopra i 3000 metri di altitudine e pioggia e maltempo che hanno messo in difficoltà piloti ed organizzazione, costretta più volte ad aggiustamenti di percorso e ad annullamento di tappe. Eppure Franco Picco non ha mollato un minuto: tanto per darsi uno stimolo in più, quest’anno si è iscritto nella categoria Malle Motò, quella dei dakariani duri e puri, che corrono senza la minima assistenza di un meccanico, con una cassa di ricambi caricata sul camion dell’organizzazione insieme a due ruote di ricambio, gli effetti personali e qualche genere di sussistenza, tipo un buon prosecco. Ha dormito sempre in tenda ed ha rimediato senza problemi

The leggend a qualche noia meccanica della sua moto. Sulle tabelle di gara c’era il numero 61, pari alla sua età: inossidabile! - Non è andata male – ci racconta soddisfatto - ed avrebbe potuto andare ancora meglio se non ci fossero state alcune noie meccaniche all’inizio della gara dovuti al gran caldo: problemi con la pompa della benzina, che ho dovuto sostituire, e dell’acqua. Ho fatto alcuni tratti al rallentatore perché con questi problemi non potevo chiedere di più alla mia moto. Peccato per le speciali annullate o accorciate, che non mi hanno dato modo di tenere il ritmo e magari recuperare altre posizioni. Ci sono state giornate di diluvio che hanno trasformato la gara in un enduro: in Africa questo non succedeva mai – dice sorri-


7 dendo. Ma la Dakar è sempre una grande avventura: anche quest’anno mi sono divertito. Non avere un meccanico che mi seguiva non è stata una cosa molto grave: la moto me la sono fatta io come succede ormai dal 2010, quindi la conoscevo bene e fare gli interventi la sera era facile, salvo il fatto di dover vincere qualche volta la stanchezza della tappa. Da un certo punto in poi mi sono aggregato agli amici spagnoli del team Himoinsa, ed ho navigato spesso con Rosa Romero, la moglie del dakariano nani Roma (ora lui corre in auto). Insomma siamo arrivati bene a Buenos Aires e come previsto c’è stata grande festa con gli amici argentini, che è continuata qui a casa con i gli appassionati vicentini ed italiani che mi seguono da sempre. Ora mi riposerò solo qualche settimana, facendo magari qualche viaggio nel deserto con amici, poi comincerò a pensare alla prossima edizione, col numero 62! Sto anche lavorando in collaborazione con il concessionario Ducati di Vicenza per lo sviluppo di una Multistrada in declinazione rallye raid: peccato non si possa iscrivere alla Dakar perché troppo alta

di cilindrata, ma qualche gara nel deserto vedrai che riusciremo a farla. Ne approfitto di questa intervista per ringraziare tutti i miei sponsor che mi aiutano in questa bella e lunga avventura. Ed un saluto a tutti gli amici appassionati!” È una gran bella avventura quella di Franco Picco, che festeggia quest’anno la sua diciannovesima partecipazione in moto alla Dakar, e la venticinquesima presenza in assoluto contando anche le gare in auto e sul camion di assistenza. Una vera Leggenda!

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Sempre su due ruote Franco Picco dalle super moto alle super biciclette

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Franco Picco tra Daisy e Bepi

F Sport Evolution, il centro Cipollini bike della provincia di Vicenza, ha ospitato la leggenda della Dakar, il mitico Franco Picco, da poco rientrato dalla più massacrante corsa motoristica del mondo. Franco Picco, che è tra i massimi nomi del circus dei rally raid nel deserto con quasi una trentina di partecipazioni tra Dakar e Rally dei Faraoni, ha visitato il centro-bike Sport Evolution, dove ha potuto vedere e provare le ultime novità della gamma Cipollini 2017, fortemente rimanendone impressionato. “Sono fantastiche”, ha esordito, “le moto sono nate dalle bicilette, ma oggi le une e le altre hanno avuto una evoluzione straordinaria. Queste bici sono leggere come una piuma ma hanno una ciclistica assolutamente perfetta, si possono raggiungere, in discesa, velocità davvero alte con una stabilità perfetta degna delle migliori moto”. Franco Picco ha partecipato all’ultima Dakar utilizzando integratori Why Sport. “Questa Dakar è stata la più difficile che abbia mai corso. Quando siamo arrivati in Bolivia sono iniziate le piog-

ge dopo un lungo periodo di siccità. Le strade erano impossibili, scivolosissime e piene di fango. Per guidare la moto ci voleva tanta forza e tanta energia. Di solito mangio molto per avere la giusta energia, ma una mattina non sono riuscito a fare colazione come avrei voluto. Ho preso allora un po’ più integratori del solito. Con i prodotti Why ho avuto un’ottima tenuta. Per tutta la tappa ho sempre avuto la giusta forza ed energia e alla sera, a cena, non mi sono abbuffato per la fame. Se sono riuscito a completare questa Dakar massacrante è stato merito anche degli integratori Why Sport”.

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Domenica 2 Aprile 2017 Manifestazione aperta a scialpinisti snowboarders telemark e ciaspole regolarmente iscritti al CAI CAI RECOARO TERME Casa del Parco, Piazza A. di Savoia,1 - 36076 Recoaro Terme Cell. 347 8328898 - cairecoaro@gmail.com - radunodelcarega@gmail.com Sponsor:

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FromZEROtoHERO di Matteo Parise

Forse è il mettersi in gioco che ci ha sempre stregato, oppure è la ricerca continua del limite. Quel limite che non trovi affrontando la vita di tutti i giorni, quel limite che richiede impegno e dedizione, quel limite che forse non esiste ma che ci spinge continuamente a lottare per scoprire quanto in là possa essere.

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iamo due ragazzi, Matteo Parise e Alessio Zambon, accomunati da uno spirito d’avventura ai limiti del possibile. Alpinisti, Scialpinisti, TrailRunner, Triatleti e chi più ne ha più ne metta. Tutto nacque con una nostra avventura in Norvegia, ovvero la traversata da Nord a Sud delle Isole Lofoten, 160 km e 9000 metri di dislivello in completa autonomia, tra i fiordi e il sole di mezzanotte. Con questa esperienza è nata tra me ed Alessio una sintonia che non si trova spesso: non sono tante le persone al mondo che hanno la voglia e la capacità di affrontare un viaggio del genere, che corrono per giorni e notti tra le montagne più belle della terra, concludendo gare di oltre 100 km. Abbiamo condiviso insieme molte sfide e molte fatiche, tra corsa in montagna e alpinismo, ma quest’anno i gio-

chi inizieranno a farsi seri! FromZEROtoHERO è un progetto nato in collaborazione con PowerBar e WhySport che ci accompagnerà per tutto il 2017, partendo appunto da ZERO, passando per una dura preparazione, impegno e determinazione, ed arrivando ad affrontare la più dura sfida sportiva al mondo: L’IRONMAN (ossia una gara di triathlon estremo, che consiste nel percorrere 3,8 km a nuoto, 180 in bici e 42 di corsa). PowerBar e WhySport ci hanno dato la possibilità di partecipare all’IronMan 70.3 di Pescara ed al primo vero IronMan italiano: l’IronMan dell’Emilia Romagna. Questo progetto prevede l’IronMan come gara regina della nostra stagione agonistica, ma parteciperemo anche a ultramaratone in montagna di livello mondiale come la Transvulcania nelle isole Canarie (74 km e 4350 D+), la LavaredoUl-

traTrail a Cortina (120 km e 5800 D+), passando per gare di Scialpinsimo come il Trofeo Mezzalama in Val d’Aosta (3300 D+) e altre gare di triathlon e trailrunning locali, per arrivare preparati agli eventi di punta. Noi ci stiamo mettendo del nostro, tra impegno, tempo, allenamenti e sacrifici, ma abbiamo trovato dall’altra parte migliaia di amici che ci sostengono e ci seguono nelle nostre pazzie. Il lato agonistico è solo una parte della nostra stagione perché tra una gara e l’altra ci saranno avventure e pazzie fuori dal comune: un anteprima di queste è la Genova-MonteBianco. È il dislivello consecutivo più importante d’Europa, infatti prevede la partenza in bici da Genova (0 slm), un percorso di 330 km che porta fino a Courmayeur, dove in puro stile alpinistico si prosegue verso la vetta del Monte Bianco (4810 slm).


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Calendario gare 2017

FEBBRAIO

MARZO

MAGGIO

GIUGNO

AGOSTO

SETTEMBRE

APRILE

LUGLIO

OTTOBRE


valdagno

A Valdagno un parco ricorda Gino Soldà Prenderà il nome dall’alpinista Gino Soldà il parco di Via Gaetano Marzotto, a pochi passi dal centro storico valdagnese. La decisione è stata presa da una apposita commissione riunitasi per vagliare le numerose richieste e proposte di intitolazione sottoposte all’attenzione degli uffici comunali.

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l verdetto uscito dalla commissione ha visto assegnare in totale 6 nuove nomine (Via Mons. Barbieri e Piazza Mons. Sette a Valdagno, Piazza Emilio Lorenzi a Campotamaso, Percorso Luigi Pierobon nei pressi del cimitero cittadino e Parco Luigi Brentan a Piana). La cerimonia di intitolazione ufficiale del Parco Gino

Soldà si terrà nel pomeriggio del prossimo 11 marzo, solo pochi giorno dopo la ricorrenza dei 110 anni dalla nascita dell’alpinista valdagnese, avvenuta l’8 marzo del 1907. Dopo il saluto delle autorità ed il ricordo dei famigliari, ci si sposterà presso la sede della sezione valdagnese del CAI per un piccolo buffet e la proiezioni di

alcuni filmati d’epoca delle imprese che videro proprio Gino Soldà come protagonista. Nato ai piedi delle Piccole Dolomiti, Soldà ha ben presto sviluppato un profonda passione per la montagna, divenendo sia abile sciatore che scalatore. Diviene poi uno dei personaggi di spicco dell’alpinismo nell’epoca del sesto grado e ancora

di Giulio Centomo

oggi numerose vie aperte sull’intero arco dolomitico portano il suo nome. Il passo che lo conduce a diventare guida alpina è quindi breve, ma le sue doti di atleta completo gli valgono anche la convocazione ai Giochi Olimpici di Lake Placid nel 1932 e solo pochi anni più tardi lega a doppia mandata alla montagna anche la sua idea impren-

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14 ditoriale, fondando la fabbrica di scioline Soldà che tutt’oggi rimane in attività a Valdagno, proprio lungo quel vialone che conduce anche al parco Gino Soldà. Come una tempesta, anche sulla Valle dell’Agno arriva la Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto l’8 settembre. Anche Soldà prende la via dei monti e si unisce alle formazioni partigiane molti attive nel vicentino. Con il nome di battaglia di “Paolo” fonda e guida il battaglione Valdagno. Finita la guerra, può tornare alla sua attività e alle sue montagne, non facendosi mancare nuove imprese alpinistiche. Il suo valore e le sue abilità non lasciano indifferente nemmeno l’esploratore Ardito Desio, che nel 1954 lo vuole nel suo corpo di spedizione italiano diretto alla conquista del K2 nominandolo capo-squadra, essendo il più anziano del gruppo. Quell’anno è lui

l’anima che mette in piedi anche la stazione recoarese del Soccorso Alpino, di cui sarà caposquadra per diversi anni. Anche con l’età che avanza, Gino soldà, non si è mai allontanato dalle sue passioni e continua a scalare e a sciare, conquistando per ben tre anni consecutivi il titolo iridato nello slalom gigante, categoria over 70. Dopo una lunga carriera, ricca di soddisfazioni,

Gino Soldà nel 1976

Gino Soldà si spegne a Recoaro Terme nel 1989. Il suo nome rimane legato alle sue Piccole Dolomiti, dove il CAI locale gli ha voluto intitolare una scuola di montagna che ogni anno forma decine di appassionati alla corretta convivenza con l’ambiente montano in tutte le sue forme e nel fascino di ogni stagione.

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Specializzazione in Ortopedia e Traumatologia presso l’università di Verona. Specialista in chirurgia protesica dell’ anca e del ginocchio e nella chirurgia della mano. Attualmente Dirigente medico casa di cura Eretenia.

Laureato presso l’università di Pisa. Specializzazione in chirurgia arto superiore presso l’università di Parigi. Specialista delle patologie di anca, ginocchio, caviglia e nella chirurgia della spalla. Attualmente Dirigente medico Ulss Berica 8.

Laurea in Dietistica conseguita presso Università Studi di Bologna

Specialista in medicina fisica e riabilitazione. Ex responsabile riabilitazione ospedale di Lonigo. Attualmente responsabile unità operativa riabilitazione Villa Eretenia.

Ex primario ortopedia Ospedale di Vadagno

Attualmente specialista nella casa di cura Pederzoli Peschiera del Garda.


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natura

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Come comportarsi con la natura

l miglioramento degli habitat è possibile eliminando le cause di origine artificiale che ne determinano la degradazione quali l’inquinamento, la deforestazione, la bonifica ed in genere ogni attività dell’uomo che in varia misura sconvolge i delicati equilibri della natura. La problematica dovrebbe rientrare in un più ampio piano di intervento da parte dei pubblici poteri per la realizzazione di un programma di riassetto del territorio e di riorganizzazione delle attività economiche dell’uomo, onde rendere compatibili queste ultime con la conservazione della natura, favorendo in ultima analisi una vita migliore sul piano qualitativo per l’uomo stesso. L’attuazione di programmi organici di tutela ambientale richiede impegni finanziari notevoli e tempi relativamente lunghi di applicazione, ma non devono essere queste le ragioni limitanti dell’intervento da parte degli organismi pubblici preposti, anzi proprio per questo si dovrebbe avviare tempestivamente e concretamente un’azione programmatica globale. Pur inquadrando l’opera di recupero dei valori naturali e ambientali in un ampio e impegnativo programma, non si può fare astrazione dal contributo che ciascuno può e deve dare nei limiti delle proprie possibilità. Anche con il solo comportamento individuale, fatto di modesti atti di elementare educazione naturalistica, si contribuisce alla conserva-

di Dorino Stocchero

Tutti i cittadini, e in particolare i cacciatori, hanno il dovere di proteggere la natura, sia perché ad essa sono costantemente rivolti nell’esercizio della loro attività sportiva e quindi sono in grado di comprendere appieno l’importanza della sua salvaguardia, sia perché è solo in un ambiente integro che la produttività delle popolazioni selvatiche raggiunge i massimi valori e si rende di conseguenza possibile un esercizio venatorio inteso in senso tradizionale e non consumistico.

zione della natura. In questo spirito ogni cittadino, ed in prima fila ogni cacciatore, deve ricordare alcune norme generali, che è necessario faccia proprie e insegni ad altri. E’ inutile qui dilungarsi sulle molteplici funzioni del bosco sia quale ambiente naturale di notevole importanza per un gran numero di specie animali sia quale equilibratore di una particolare situazione climatica. Se l’uomo del passato è stato il più pericoloso distruttore del patrimonio boschivo per motivi legati allo sviluppo di un certo modello di civiltà, l’uomo del nostro tempo, pur rifuggendo l’ambiente super tecnicizzato delle città alla ricerca di una natura che egli stesso il più delle volte identifica nel

bosco, ne resta l’elemento di maggiore perturbazione. Egli è infatti troppo spesso all’origine di incendi a volte dolosi a volte dovuti a negligenza, divenendo cosi alleato consapevole o inconsapevole del più antico nemico del bosco: il fuoco. Non si insisterà, perciò mai abbastanza sulla necessità di porre la massima attenzione nell’accendere fuochi, per evitare disastri spaventosi, che talvolta richiedono secoli per essere riparati. Poiché siamo a parlare del bosco, occorre ricordare e lo ricordiamo a quei silvicoltori che sono nello stesso tempo amanti della natura, che il bosco a monocoltura (cioè composto tutto delle stesse specie di piante: ad esempio, abetaie, pinete) presenta notevoli elemen-

ti negativi. I boschi di sole conifere (pini ed abeti) non hanno mai o quasi mai sottobosco: il terreno è completamente spoglio, perché le chiome di questi alberi impediscono i raggi solari di raggiungere il terreno. E’ questo un ambiente diverso da quello originario e non adatto al tipo di fauna delle nostre regioni, che in gran parte lo rifugge. I boschi di conifere sono inoltre più facilmente aggredibili dal fuoco, data la presenza di sostanza resinosa che si riscontrano negli abeti e nei pini; non soltanto, ma mentre il bosco composto di latifoglie (cioè di quelle specie di alberi che hanno le foglie caduche, quali il faggio, il carpino e il frassino) anche se distrutto dal fuoco rigermoglia natural-


mente, il bosco composto di abeti e pini, se bruciato, si ricostruirà solo in maniera artificiale. La coltura del bosco misto si presenta perciò, nel complesso più sicura e vantaggiosa anche sotto un profilo economico. Ci sia consentita inoltre una raccomandazione agli agricoltori. L’odierna agricoltura ha la necessità dell’uso di prodotti chimici, ma si scelgano fra questi quelli meno tossici e ci si attenga, per il loro uso, alle modalità prescritte di diluizione e di numero di trattamenti

annuali. Sono i trattamenti ad alte concentrazioni di principio attivo, effettuati in dispregio delle istruzioni, che accentuano la loro pericolosità sia sulla fauna sia sull’uomo. Come ultima analisi vogliamo ricordare che anche quei comportamenti che a prima vista possono apparire innocenti rappresentano spesso un danno notevole alla natura; il danneggiamento del sottobosco, la raccolta e la distruzione dei vari frutti selvatici e dei funghi non commestibili costituiscono

sempre un attentato all’ambiente. Lo smuovere sassi dall’alto dei monti significa aprire nel suolo larghe ferite: il loro rotolamento danneggia la cotenna erbosa e le piante che si trovano lungo il percorso, favorendo così l’erosione del terreno da parte della pioggia. Il lasciare rifiuti di ogni genere sul terreno (bossoli di cartucce, bottiglie di plastica e vetro) significa concorrere al degradamento dell’ambiente, significa mancare di rispetto alla natura. Come si vede da queste righe, la

difesa dell’ambiente necessita non soltanto dell’intervento degli enti pubblici, ma ciascun cittadino ed in particolare ciascun cacciatore deve concorrere con le sue possibilità a questo sforzo comune, divulgando i sani principi di comportamento.

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il personaggio

L’atleta della voce Sportivissimo ha incontrato il tenore Alessandro Lora, talento del bel canto e autentico atleta della voce

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no tra i più importanti musicologi italiani, Massimo Mila, amava entrare nei grandi teatri lirici d’Europa con il distintivo del Club Alpino Italiano all’occhiello dello smoking, e Rodolfo Celletti, che è stato un grande giornalista e critico musicale, ha scritto che un cantante lirico è per metà attore e per metà sportivo. Per Mila, sport e cultura sono fratelli; per Celletti, se l’opera lirica è arte, i cantanti lirici hanno capacità aerobiche degne di un alpinista d’alta quota. Si racconta che Franco Corelli e Mario Del Monaco facevano a gara nel salire quasi di corsa le strette vie dei borghi toscani per “fare fiato”…

Alessandro, iniziamo dallo sport… è la nostra prima volta che presentiamo un’artista… Certo, io mi sento come uno sportivo, un atleta. Dopotutto conduco una vita “da atleta”. Mi alleno tutti i giorni della settimana e poi faccio la mia gara che si chiama “recital”.

verno pratico anche lo sci: l’aria buona di montagna fa bene alla mia voce. E poi seguo una dieta ferrea priva di grassi e di alcol. Evito anche le bevande fredde che possono danneggiare le corde vocali. Ovviamente non fumo. Ecco, seguo una dieta da supersportivo. E poi bevo tanti infusi di erisimo, l’erba dei cantanti.

Sport e Arte, ad alti livelli, impongono un grande impegno. Assolutamente sì. La voce richiede un fisico perfetto. Sul palcoscenico lo sforzo è enorme sia sotto l’aspetto fisico che mentale. Bisogna essere preparati e concentrati.

Qual è il tuo percorso di studi? Mi è sempre piaciuto cantare. All’inizio lo facevo per mio conto, imparando soprattutto dall’ascolto delle incisioni dei grandi cantanti. Ho una venerazione per la Callas, per Del Monaco, per Gianfranco Cecchele. Poi, un giorno, una signora mi ha sentito cantare. Ne è rimasta colpita. Mi ha detto che avevo una bella voce, “una voce speciale”, disse, e mi consigliava di coltivarla. Avevo 18 anni e così mi sono iscritto alle lezioni

Come ti alleni? Vado regolarmente in piscina, pratico l’apnea e il sub per migliorare le mie capacità aerobiche. D’in-

Nome: Alessandro Cognome: Lora Anni: 28 Nato: Valdagno, il 3 gennaio 1989 tenorealessandrolora@gmail.com di canto della Scuola di Musica di Valdagno. Poi sono andato a Vicenza, per un’audizione al Conservatorio Pedrollo. Poi ho seguito le lezioni del baritono Marilino Bortolamai che mi ha trasmesso la passione e la tenacia. Adesso studio seguendo le lezioni di Gianfranco Cecchele. Cecchele è un grande tenore… Il migliore di tutti. È stato allievo di Del Monaco, ha cantato a Parigi con Maria Callas, ha una serie infinita di recite nei maggiori teatri italiani ed europei, e


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una discografia imponente. È un grande Maestro, un esempio assoluto del “bel canto”. Quante ore studi al giorno? Due e non di più, la voce è delicata e va preservata. Bisogna coltivarla, senza eccedere nel suo impiego. Studio anche pianoforte, recitazione, teoria e storia della musica. Il tuo esordio? A Vicenza nel 2011 in una serata di beneficienza. Il momento più emozionante? Nel 2012, nell’aula Nervi in Vaticano, ho cantato la Tosca davanti a papa Benedetto XVI, un’emozione che non dimenticherò mai. La tua ambizione? Fare l’Otello alla Scala: è il massimo traguardo, il più ambito da tutti i tenori del mondo. I tuoi prossimi programmi? Ho un 2017 molto intenso. Innanzitutto parteciperò a uno, forse due Concorsi Internazionali. Poi ho un calendario fitto di serate, alcune di beneficenza, un po’ in tutto il Veneto. Sono molto legato all’Associazione Carabinieri di Valdagno per la quale spesse volte ho cantato in serate di beneficenza da loro patrocinate.

Descrivici la tua voce. Sono definito un “tenore lirico”. Ho una voce calda, piena, potente, elastica, che può spaziare da note medio-basse a note estreme, fino al re bemolle sovracuto. Molti critici hanno evidenziato e apprezzato la potenza e l’elasticità della mia voce, che si presta al ruolo del tenore classico quanto a ruoli di coloratura, tipici di un tenore leggero. Il tuo repertorio attuale. Tosca, Aida, Traviata, La fanciulla del west, Turandot, Rigoletto. Complimenti e auguri per la tua carriera.


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equitazione

di Giovanna Ferrari

Quando il cavallo è più umano dell’uomo

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osa sarebbe stato dell’umanità senza il cavallo? Il grande Cesare, Alessandro il Grande, I grandi di Spagna… sarebbero stati veramente grandi senza cavallo? Questa nazione sarebbe mai nata senza il generoso aiuto di questo nobile animale ? Cosa mai sarei io senza il mio cavallo? Il fascino di cui gode ancora il cavallo deriva dalle sue enormi doti relazionali che esprime attraverso la magnificenza fisica, la preziosità emotiva e quella rara predisposizione mentale che noi chiamiamo capacità di adattamento: tutto questo ha reso il cavallo un essere speciale, eroico, compagno dei grandi uomini nelle grandi imprese, compagno generoso nella vita dei più umili.

Oggi , talvolta banalizzato, relegato al ruolo di strumento sportivo, di oggetto di svago, di regalo al bambino che quando cresce se ne dovrà sbarazzare, mantiene ancora acceso il fuoco della vita selvatica ed è ancora li, in attesa e disponibile per un’avventura nel mondo dei sensi, permettendoci di scoprire le nostre e le sue doti. Talvolta, questo splendido animale, fortunatamente, trova amici, compagni di viaggio e di vita degni della sua grandezza, che lo sanno amare e rispettare, e che con amore e dedizione percorrono la stessa strada, senza privare e privarsi di nulla ma arricchendo le proprie esistenze, e quelle altrui, di sensazioni, emo-

zioni e sentimenti! Ed è così, per queste ragioni, con questa missione che l’Horse Club Boschetto inizia un lungo percorso per diventare un importante centro di riabilitazione equestre. Nel 2010 Tomas e Giovanna che già da molti anni lavorano nel settore, con la loro grande esperienza in ambito equestre decidono di intraprendere questa strada perché, malgrado le enormi difficoltà che si riscontrano


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nel nostro paese per praticare terapie alternative in ambito sanitario, conoscono molto bene gli enormi effetti positivi che si possono ottenere dalla relazione con il cavallo. Nel 2016, dopo anni di idee e progetti, inizia la collaborazione con Samantha e sarà lei, con la sua esperienza in ambito riabilitativo a dare finalmente una forma a questo grandioso progetto: nasce così a Montecchio Maggiore il Centro di Riabilitazione Equestre, che presso le strutture dell’Horse Club Boschetto, diventa l’unico centro riconosciuto in tutta la provincia di Vicenza. Ma cos’è e cosa può fare la riabilitazione equestre? La riabilitazione equestre è l’insieme di tecniche mediche che utilizzano il cavallo per migliorare lo stato di salute di un soggetto umano. Il suo effetto terapeutico si basa sul particolare rapporto dialettico che si instaura tra il soggetto ed il cavallo, fondato su un

linguaggio prettamente motorio, ricco di sensazioni piacevoli e rassicuranti, estremamente coinvolgenti sotto il profilo emotivo. In poche parole quello che il soggetto patologico non può esprimere con altri soggetti umani, può esprimerlo con il cavallo, perché, fin dalle fasi iniziali della relazione, che prevedono la conoscenza dell’animale da terra, stimola e contribuisce ad instaurare un senso di fiducia e sicurezza. In seguito, il montare a cavallo, rappresenta una vera e propria correzione globale contro le posture patologiche, mentre il movimento ritmato e oscillatorio del cavallo, determina molteplici stimoli sensoriali e sensitivi che, se portati a maturazione, hanno effetti benefici sull’utente: controllo della propria emotività, sentimento di fiducia ed autostima, inserimento sociale.


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sport invernali

Speciale ISPO 2017 di Giorgia Soldà

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empre grande emozione approdare all’ Ispo di Monaco di Baviera, fiera Internazionale degli Sport Invernali. L’atmosfera che si respira è decisamente internazionale. I più grandi produttori di tutto il mondo espongono i nuovi prodotti per la prossima Stagione Invernale 2017-2018. Quindi si ha l’opportunità di vedere in anteprima tutte le tendenze. E’ una fiera speciale, in quanto per gli amanti dello sci è come buttarsi in un bagno di neve fresca con sensazioni continue. La Fiera è molto grande perché è situata nell’ ex aeroporto di Monaco. E’ suddivisa per merceologia: attrezzo, abbigliamento, fitness, sportstyle, outdoor, textrends. Vi sono degli stand particolarmente belli, soprattutto quelli delle grandi case produttrici. E’ l’occasione anche

d’incontrare atleti di livello mondiale che vengono perché invitati dalle case da cui sono sponsorizzati. Quindi a parte la felicità di poter fare una foto con il tuo campione preferito, ci si allieta camminando tra uno stand e l’altro incontrando atleti e sportivi di tutto il mondo! Nel cataloghino della fiera che si trova in entrata, oltre ad a vere una mappa per poterla girare (altrimenti ci si perde perché è assolutamente troppo grande), vi sono scritti anche gli orari dei vari eventi o show di alcuni stand. Oltre tutto questo, un’altra cosa divertente è che quando la fiera chiude (ore 18) c’è l’appuntamento fisso in alcuni stand dove incomincia la festa: aperitivo, musica e danze tutto free!!! …un modo divertente per concludere la bella giornata!


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sportart

L’alpinista Gino Soldà sulla parete della Sisilla, Campogrosso 1954

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Città di Valdagno Assessorato allo Sport

di Giulio Centomo

A Valdagno lo sport per tutti nel nome del baskin La chiave di volta nella sinergia tra scuole e cooperative sociali locali

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ittà votata all’accoglienza lo è sempre stata, ma ora Valdagno può contare su una nuova disciplina in grado di favorire l’integrazione tra normodotati e disabili. Si chiama baskin ed è uno sport relativamente giovane, ma che in men che non si dica ha dimostrato tutto il suo potenziale. Da un adattamento delle regole del basket, il baskin ha saputo esprimere una grande dinamicità, frutto del gioco in campo di tutti i giocatori. A dettare la specificità del progetto che da due anni ha preso piede anche a Valdagno, è stato il coinvolgimento degli utenti di alcuni cooperative sociali locali. Sono loro, insieme a giovani studenti con disabilità e non degli Istituti Comprensivi cittadini e di alcuni Istituti superiori, ad aver fatto nascere i due team che settimanalmente si allenano per competere a livello scolastico e nazionale. Si, perché la diffusione di questo sport è stata così capillare e ampia che già si guarda all’arrivo nel vicentino della terza edizione della Rassegna Nazionale di Baskin, in programma a Montecchio Maggiore dal 26 al 28 maggio 2017. Saranno 8 le squadre in lizza per il titolo 2017, ovvero le vincenti tra le 80 formazioni degli 8 campionati regionali che in queste settimane si stan-

no contendendo l’accesso sua capacità di segnare il punto determinante. Sono all’evento tricolore. quindi molto contento di Il baskin è riuscito a far questa esperienza positiva breccia nell’ambiente del- che stanno portando avanlo sport per la disabilità ti le nostre scuole e le nograzie alla sua capacità stre cooperative.» di far interagire atleti affetti anche da gravi forme A Valdagno il progetto di disabilità con i compa- ha messo radici molto gni normodotati. Il mix di profonde e ad oggi vede complicità che nasce sul coinvolti circa 80 atleti suddivisi tra la palestra campo è unico. della scuola di Novale e «Dalle attività motorie ri- il PalaSoldà e provenienvolte al solo mondo della ti dalle classi degli Istituti disabilità – spiega il sin- Comprensivi di Valdagno e daco di Valdagno, Giancar- Novale, dalle cooperative lo Acerbi – con il baskin Primula e Recoaro Solisi è aperta una specie di dale, ma anche dall’Istinuova era. Con esso final- tuto d’Istruzione Superiomente è davvero possibile re “L.Luzzatti” e dall’I.T.I. fare integrazione anche “V.E. Marzotto”. Per dare nello sport, riconoscen- un assaggio del lavoro do ad ogni atleta un pro- portato avanti in questi prio ruolo e una valenza mesi, il prossimo 2 marzo, fondamentale per il gioco al PalaLido di Valdagno si di squadra. Non esistono terrà un triangolare tra le giocatori più o meno bra- due formazioni valdagnesi vi, perché ognuno ha la e quella del baskin Arzi-

gnano, a cui seguirà anche una dimostrazione da parte degli studenti degli Istituti Superiori e delle Cooperative sociali. Grazie poi al contributo dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza e del Lions Club è stato possibile acquistare canestri, casacche e palloni per le attività che si svolgono ogni settimana tra la palestra di Novale e il PalaSoldà. A confermare i dati positivi della pratica del baskin sono anche insegnanti e operatori delle cooperative sociali, che hanno notato dei netti miglioramenti nelle capacità in particolare degli atleti disabili, i quali mostrano un aumento della forza fisica e del controllo di determinati gesti, oltre che della capacità di socializzazione con i compagni di squadra.


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asiago

Gli angeli dello Spav team Lo Spav team è tra le più quotate e capaci organizzazioni italiane per l’insegnamento dello sci a persone con abilità diverse. Nato all’interno della Scuola di Sci Asiago, lo Spav Team ha fatto vivere le gioie dello sci a centinaia e centinaia di persone con le più diverse disabilità.

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o Spav Team è nato nel 2010 da un’idea di alcuni maestri della Scuola di Sci Asiago che si sono dati la sfida di far sciare tutti, anche chi non avrebbe nemmeno mai immaginato che un giorno sarebbe potuto scendere con gli sci ai piedi da un pendio innevato. Una sfida enorme, che lo Spav team, in questi 7 anni, ha stravinto, diventando un riferimento di livello nazionale. Abbiamo incontrato i fondatori dello Spav team in una serata di gala al termine di una delle tante settimana bianche che il team propone. Antonio Valente, fondatore dello Spav team e proprietario dell’albergo Col del Sole di Tresche Conca, specializzato nella ospitalità a persone disabili… “Io e la mia famiglia abbiamo fin dall’inizio creduto nel

progetto, adattando il nostro albergo in modo che chiunque potesse sentirsi nell’agio di casa propria. Negli anni siamo riusciti a creare una struttura efficiente, accogliente, a misura di ogni disabilità; inoltre abbiamo maturato un rapporto davvero speciale con tutti i nostri ospiti, che da noi si sentono seguiti e giustamente coccolati durante la loro vacanza. Dopo le ore sugli sci, dove sono seguiti da grandi professionisti dello sci, ritornano in hotel, dove trovano lo stesso spirito di servizio, di gioia, di amicizia”. Manuele Santeramo, fondatore dello Spav team e maestro di sci, chi sono “i maestri spav”? “Sono dei professionisti con un grande cuore. Sanno preparare una lezione, spesso anche utilizzando

attrezzature che loro stessi costruiscono, per far sciare nel modo più efficace il loro allievo. Ma sanno anche creare un rapporto speciale tra maestro e allievo. Il maestro Stefano Rigoni ha un’allieva che scende appositamente da Ortisei per sciare con lui al Kaberlaba, perché solo con Stefano si sente in grado di farlo. Ma storie come questa, ce ne sono un’infinità. Anzi sono tutte così”. Carlo Arduini, fondatore dello Spav team e maestro di sci, già direttore della Scuola di Sci Asiago… “Il nostro è un team straordinario dalle elevate competenze: Denis Rossi, Piero Benetti, Giulia Travarsa, che

sono qui questa sera a premiare i loro atleti, e anche altri maestri della Scuola di Sci Asiago hanno maturato una grande esperienza per gestire quelli che noi chiamiamo i nostri allievi “speciali”. Nel mondo dello sci infatti possiamo dire che vi sono due categorie di disabili: quelli che hanno una disabilità fisica e quelli che hanno anche una disabilità cognitiva oltre che fisica. Noi dello Spav team seguiamo questi casi, in cui sciare diventa davvero una super impresa. Un’impresa, però, che ci inorgoglisce; che dona al nostro allievo un sorriso “speciale”, che riempie noi di infinita soddisfazione.


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i sono conclusi, lo scorso autunno, i tre campionati cinofili per cani da ferma più seguiti delle province di Vicenza, Verona e Treviso, arrivando fino alla provincia di Mantova. I partecipanti hanno dimostrato un alto livello di bravura, nonostante i terreni e le condizioni climatiche non siano state sempre favorevoli. Notevole e difficile anche la selvaggina presente sui terreni esplorati che ha messo a dura prova conduttori, cani e giudici. L’organizzazione degli eventi, a cura dei gruppi cinofili volontari, è stata molto apprezzata in tutte le varie fasi dei campionati per l’impegno e l’entusiasmo dimostrato. Grande soddisfazione per Giuseppe Zavagnin di Santorso (VI) che, con il suo Epagneul Breton Onda, si è piazzato al secondo posto nel 1° campionato cinofilo “Quaglia d’Oro 2016” conclusosi il 15 maggio, dove il numero dei partecipanti è stato elevato. Contemporaneamente Zavagnin ha gareggiato sia per

Un’”Onda” di vittorie! il 24° trofeo “Beccaccia d’Oro” che per il 16° campionato provinciale A.C.V. Confavi, nella categoria Cacciatori Continentali, dove in entrambi è salito sul gradino più alto del podio ottenendo così una strepitosa duplice vittoria. Quest’ultimo risultato ha portato Giuseppe e Onda ad affrontare il “barrage” finale fra coloro che durante il campionato hanno ottenuto la “qualifica di eccellente”, dove al termine li hanno visti nuovamente vincitori nella loro categoria e, per Onda, il riconoscimento come miglior soggetto della gara.

Brogliano Magrè di Schio Venezia ottica_manuela@yahoo.it Ottica manuela

La premiazione, durante la Fiera “Hit Show” di Vicenza svoltasi nei giorni 11, 12, 13 febbraio 2017 nello stand A.C.V.– CONFAVI, ha visto spiccare i trofei di Giuseppe e Onda con grande orgoglio della moglie Marisa sempre al loro fianco durante le tappe dei campionati. Per tutti gli appassionati l’appuntamento è per la nuova stagione nei campi di gara, con la voglia di mantenere attiva la passione per questa disciplina e la speranza di trasmetterla anche ai più giovani.

cinofilia

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viaggi

Dalla California al Canada - 11700Km “On The Road” di Elisa Cocco Lasta

Sulla mia strada

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a mia grande avventura nel west americano inizia con un volo su Los Angeles dove mi sono fermata per quasi un mese a lavorare come receptionist in un ostello, contattato tramite un sito di scambio vitto/alloggio chiamato Workaway. La loro risposta fu semplicemente un “ok” via mail.. cosa faccio? Rischio! Arrivo in piena notte in questa grande città e passo le prime due settimane preparandomi per il mio viaggio on the road. Noleggiata una macchina in aeroporto e comprata una tenda economica, io e due ragazze conosciute tramite un gruppo di backpackers su Facebook, partiamo per la nostra avventura nel west americano. Prima tappa dei nostri 25 giorni di viaggio la bellissima e panoramica Highway 1, risalendo la costa californiana fra paesaggi di natura incontaminata e selvaggia, scogliere a picco, spiagge, foreste e leoni marini. Le prime due notti le spendiamo in Big Sur,

invitate ad un evento di couchsurfing con altri ragazzi americani, in un campeggio tra falò, canti, e marshmallow. Il nostro viaggio prosegue e per il 4 luglio arriviamo a San Francisco. Ci fermiamo per ben 4 notti ospitate tramite l’app Couchsurfing da un ragazzo della città. Il settimo giorno partiamo alla volta di Yosemite, passando per la Napa Valley famosa per il vino. Dopo un piccolo stop a Sacramento si parte in nottata per Yosemite. Dopo un paio d’ore arriviamo all’entrata di un campeggio per aggregarci alla fila per il posto al Camp 4. Piantiamo la tenda e subito alla scoperta di questo meraviglioso parco, l’emozione era tanta! Escursioni tra cascate mozzafiato, cime con viste spettacolari sulla vallata, pareti imponenti.. Insomma, la natura in tutte le sue forme! 3 notti in questo meraviglioso parco che non dimenticherò mai: svegliarsi alla mattina con il fracasso della ferraglia dei climbers,


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gli scoiattoli davanti alla tenda, il procione che ti ruba il cibo mentre stai cucinando, le serate passate davanti al focolare con persone sconosciute, spettacolari sentieri tra cascate immense, alberi altissimi, bagni nei fiumi e animali selvatici ovunque. Il nostro viaggio prosegue passando dal verde lussureggiante dello Yosemite al deserto più totale: la valle della morte, nel luogo più arido, più basso e più caldo del Nord America, dove le temperature arrivano anche a 50 gradi: era quasi impossibile uscire! Ci dirigiamo poi verso Las Vegas. Milioni di lucine, casinò, un via vai di persone, giochi d’azzardo in una città che non dorme mai! Ripartiamo subito per il nostro giro dei parchi: prima tappa la Zion Park, dove abbiamo provato a fare river trekking nel the Narrows. Ripartiamo nel pomeriggio alla volta del Bryce Canyon. La notte la passiamo in macchina, la prima di numerose altre! Decidiamo di svegliarci all’alba ed ammirare il sole sorgere fra i pinnacoli e

le guglie rosse del Bryce. Un trekking fra queste creazioni della natura e ci rimettiamo in viaggio nel tardo pomeriggio. Nei giorni seguenti visitiamo Page con il Lake Powell, l’Antelope Canyon e l’Horseshoe Bend, Kayenta e la sua Monument Valley, poi puntiamo verso il North Rim del Grand Canyon, purtroppo quasi tutto chiuso a causa di un terribile incendio, quindi decidiamo in giornata di dirigerci verso il famoso South Rim e, dopo 4 notti passate a dormire macchina, finalmente riusciamo a piantare la tenda. Ripartiamo dopo 2 giorni ripercorrendo la famosa Route 66 alla volta di Joshua Tree. Le temperature qui erano a dir poco torride. Il parco, infatti, è completamente deserto famoso solo per le sue formazioni rocciose e palme. Piantiamo la tenda in uno spiazzo deserto sperando che scorpioni e serpenti non vengano a farci compagnia. Il mattino seguente ci rimettiamo “on the road” e ci dirigiamo verso la costa californiana verso San Die-

go. Ci fermiamo qui 3 notti ospitati da Couchsurfer e ci rilassiamo in questa meravigliosa città. Dopo 25 giorni rientriamo a Los Angeles dove io continuo il mio lavoro all’ostello per altre due settimane, come accordato. Mi preparavo così a pianificare il secondo “on the road” questa volta più a nord e così il 3 agosto parto per Seattle con un volo low cost da Los Angeles. Da lì prendo un auto e recupero un ragazzo tedesco che avevo trovato interessato al mio viaggio tramite Facebook. Il tempo era molto ridotto, ci stavamo preparando per più di 4500km in soli 10 giorni. Partiamo la notte stessa alla volta di Yellowstone: 14 ore di macchina, circa 1200km di auto attraverso ben 3 stati americani. Arriviamo verso le 11 e la stanchezza era stata spazzata dalla grande emozione ed euforia dell’essere lì. Passiamo i primi punti panoramici tra geyser e hot springs e ci prepariamo per la prima nottata in tenda. Percorriamo un piccolo trail e decidiamo di

piantare la nostra tendina in riva ad un laghetto in mezzo ad un bosco. Appendiamo il cibo sugli alberi per evitare che gli orsi venissero a rovistare nella tenda. La ci rimettiamo in marcia alla scoperta del parco attraverso percorsi tra bufali, coyote, e cervi. Ci spostiamo per l’ultima notte nella parte sud del parco e piantiamo la tenda proprio fronte ad una caldera, sfruttando il calore per cucinare un po’ di uova sode, gettandole direttamente dentro. Ci corichiamo in tenda e ci addormentiamo cullati dall’ululato di un branco di lupi e dal ribollire dell’acqua! Il mattino seguente riprendiamo il sentiero e ci incamminiamo su di un vulcano attivo, tra geyser e hot Springs! All’ora del tramonto ci apprestiamo a ripartire, un’altra nottata in macchina, questa volta “solo” 10 ore in direzione Canada. Attraversiamo il confine canadese e alle 5 del mattino ed arriviamo a Calgary, dove ci fermiamo per rifornirci di acqua e cibo. In un paio di ore entriamo nella cittadina di Banff e nell’omonimo parco.


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Iniziamo subito a fare due passi per il Healy Pass Trail, un sentiero non troppo lungo (4ore) che ci permette di partire in tarda mattinata. Fortunatamente, sebbene fosse alta stagione, troviamo un posticino in un campgrouds e sotto un diluvio di acqua, piantiamo la tenda. Il mattino seguente partiamo per fare il Ridgecast Trail ma la pioggia fitta e interminabile ci fa abbandonare il sentiero a metà. Ci spostiamo quindi verso il Moraine Lake, un laghetto turchesi mentre nel frattempo il cielo si aprì. Decidiamo subito di partire per il Sentinelle Pass e in 4 ore raggiungiamo il passo: il cielo si stava riannuvolando e stava per venir buio, siamo così costretti a rientrare. Ci alziamo prestissimo per raggiunge-

re Lake Louise. Da qui iniziamo un altro sentiero che ci porta fino alla vetta del Fairmount dal quale si poteva avere una vista del lago dall’alto e dei ghiacciai che circondavano la zona. 5 ore di cammino, più di 1000m di dislivello, viste spettacolari in ogni angolo. Rientriamo la sera, trovando fortunatamente un altro posto per la tenda lungo un fiume. Il mattino dopo ci rimettiamo in marcia alla volta della Icefield Parkaway, nominata una delle strade panoramiche più belle del mondo dalla Lonely Planet! Lunga quasi 250 km ci divertiamo a guidare attraverso questo magnifico scenario: cascate, canyon, laghi azzurri e ghiacciai. All’alba del mattino ci aspetta un bel trekking di due giorni attorno alle

Rocky Mountains canadesi. Partiamo dal Berg Lake con zaini carichi di tenda, sacco a pelo e cibo per circa 40km e 1200m di dislivello, sperando di arrivare prima del calar del sole: ponti tibetani, enormi cascate, fiumi, laghi azzurri, ghiacciai e cime impetuose. Dopo ore e ore di cammino arriviamo al punto di sosta. Appendiamo il nostro cibo sugli alberi (anche qui pericolo orsi) distilliamo l’acqua del fiume e ci riposiamo per la cena. Levataccia il mattino seguente, ancora nel buio totale, per arrivare ai piedi di un ghiacciaio allo Snowbird Pass, altri 800m di dislivello. Sedersi ai piedi del ghiacciaio, davanti al lago, e ascoltare le immense calotte di ghiaccio che si staccavano dalla parete e affondavano nelle

acque del lago è stata una delle emozioni più forti. Il tempo stringe e io devo rientrare entro 2 giorni a Seattle. La notte ci mettiamo alla guida con destinazione Whistler, altre 8 ore di macchina. Arrivati a Whistler, attraverso una panoramica strada chiamata Duffy Road immersa in un canyon facciamo un breve giro per la cittadina e ci fermiamo al Rainbow Park, un grazioso parco lungo le sponde di un lago. Riprendiamo la nostra strada e arriviamo, in serata, a Vancouver dove mi fermo per salutare degli amici italiani. In piena notte riparto, passo il confine canadese e arrivo a Seattle alle 5 di mattina, dove da lì mi aspetta il volo per rientrare a Los Angeles e successivamente a Venezia.


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atletica

Talento e sregolatezza Michele Bertoldo è il super talento dell’atletica leggera dell’Alto Vicentino

di Alessandro Faccin

Nome: Michele Cognome: Bertoldo Nato: il 19 settembre 2001 a Thiene Altezza: 185 cm Peso: 60 kg circa Sport: atletica leggera Specialità: prove multiple, salto in lungo e salto triplo Potenziale: molto alto Impegno: all’inizio, pari a zero. Ora, su una scala da 1 a 10, esagerando, diciamo, 5/6 Margine di miglioramento: 100 % Ogni volta che guardo Michele, mi insorge una sensazione mista di piacere ed ironica rabbia. Si perché Michele a mio parere rientra nella schiera di quelle persone che madre natura ha baciato direttamente in piena fronte donandogli capacità rare ai comuni mortali, e che data la loro giovane età, non se ne rendono conto, o meglio, se ne rendono conto ma a loro va bene fare il minimo che gli serve per avere i risultati che interessano a loro. In poche parole “Genio e sregolatezza”!!! Per caso quando era ancora alle scuole medie si scopre che senza aver mai fatto nessuna prova e addirittura con scarpe normali durante l’ora di ginnastica, aveva saltato 158 cm nell’alto. Il ragazzo, più obbligato che convinto, comincia a frequentare l’atletica U.S.Piovene per qualche mese poi si

stanca e non ne vuol più sapere. Per lui era un vero sacrificio ed un giorno chiedendogli come si trovava, mi risponde: “mmmm.. dai, però a me non piace correre e nemmeno il salto in lungo”, ma scusa gli dico, “sei forte nel salto in alto, concentrati su quello, se è vero che hai saltato 1,58, non dovresti avere molti problemi a fare bene”. Lui subito mi corregge facendomi notare che non era corretto 1,58 , la misura aggiornata era di 1,64 e che nonostante gli venisse facile, a lui non piaceva nemmeno il salto in alto! A settembre, durante il periodo aperto alle prove gratuite nei campi di atletica decide, dopo non poca insistenza da parte dei genitori, di venire con mia figlia Maria a provare all’atletica Breganze. Come al solito torna a casa insoddisfatto. L’allenatore di Breganze, quando successivamente mi


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vede, mi chiama e mi chiede come mai non avevo portato “el longo”. Gli rispondo che non ne vuol sapere. Chiede di organizzargli un appuntamento con i genitori perché, dice, “quel ragazzo non può assolutamente non fare niente, l’ho visto potente quando corre ed è dotato fisicamente, è un peccato sprecare certe doti!” I genitori sono d’accordo per un incontro, ma nel frattempo viene convinto a fare una prova a Piovene, dove questa volta non sfugge all’occhio tecnico dell’allenatore Silvia Dalla Piana, che subito lo accoglie sotto la sua ala protettrice. Forse perché il ragazzo si sente coccolato, forse perché vede nell’allenatrice la sua musa ispiratrice, ma sembra che questa sia la volta giusta per iniziare a fare davvero sul serio. Nel 2015 partecipa abbastanza regolarmente alle gare provinciali con qualche comparsata a livello regionale, e tutto sommato i risultati sono più che buoni se rapportati alla dedizione e considerato anche che era il primo anno della categoria cadetti. Ovvero gareggiava sempre con atleti di un anno più grandi. Nonostante i risultati siano più che incoraggianti per lui rimane un impegno gravoso, ogni scusa o pseudo impegno è buono per saltare l’allenamento o almeno una parte. Più di una volta la mamma torna a casa per prendergli le scarpe, la volta dopo arriva addirittura ad aver portato le scarpe ma aver lasciato a casa i chiodini. Quando la

mamma me le racconta, io rido, ma uno così ti esaspera facilmente. Sempre in quel periodo eravamo ad una gara a Vicenza di sabato pomeriggio, ero insieme con Bicio e Fabi, i suoi genitori e miei amici da sempre, e dopo aver fatto la sua gara di salto in alto nella quale si classificò al primo posto, viene lì e insiste per andare a casa subito, perché era sabato e lui doveva uscire con gli amici. Fu l’intervento dell’allenatore che lo convinse a rimanere fino alla premiazione altrimenti per lui, la coppa, avrei potuto benissimo portagliela a casa io. A maggio vado a Desenzano a trovare un amico della Sardegna, professore di educazione fisica che accompagnava i suoi studenti alle finali dei Campionati Italiani studenteschi di atletica. Mi dice che pensava di fermarsi solo 3 o 4 giorni, ma dato che un suo allievo si era qualificato negli 80 metri, doveva fermarsi per altri 2/3 giorni. Si era qualificato con il tempo di 10,3 sec. Gli chiedo se era sicuro del tempo dato che qualche mese prima avevo visto Michele correre (per costrizione) la stessa distanza sotto i 10 sec. (sempre nella gara a Vicenza). Poi mi chiede come mai lui non era lì. Lo chiamiamo, e mi dice che “sììì, ho fatto un paio di gare ad inizio anno scolastico ma poi nessuno mi ha più detto niente, ed io non mi sono interessato”! Classico di Miki, mancato pericolo. Ho continuato a dirgli di avvertire il prof di educazione fisica delle sue ca-

pacità atletiche (visto anche che avrebbe iniziato la nuova avventura delle superiori), ma naturalmente lui non ci ha pensato minimamente, omertà assoluta! All’inizio di febbraio 2016 ha partecipato ad una gara indoor a Padova, e non è passato inosservato alla Federazione Regionale, la quale lo ha invitato a partecipare accompagnato dal suo allenatore al giovedì seguente sempre a Padova, per un allenamento specifico assieme ad una selezione regionale. Il giorno seguente sua mamma mi dice che era arrabbiatissimo, perché era stato invitato ufficialmente dal rappresentante Federale a partecipare alla gara Regionale di prove multiple della domenica seguente, in quel di Padova, e lui aveva la festa di compleanno del suo amico il sabato sera e non aveva nessuna intenzione di rinunciarvi. La mamma giustamente decide di lasciarlo andare alla festa con il compromesso che domenica mattina avrebbe comunque partecipato alla gara. Ok, Michele è andato alla festa, è tornato all’una e mezza, e alle 9 di domenica mattina era a Padova dove ha vinto la gara di Triathlon facendo anche il nuovo record regionale con 2618 punti. Viene subito invitato a far parte della selezione che rappresenterà il Veneto al

Trofeo interregionale di Ancona nel mese di marzo. Da qui qualcosa cambia, sì, perché Michele accetta di buon grado e comincia ad affrontare la cosa in maniera più seria ed impegnata. Ad Ancona Michele vince la medaglia d’oro nel salto triplo, ed è solo a questo punto che il suo prof. di educazione fisica è venuto a conoscenza delle doti del suo allievo, attraverso il Giornale di Vicenza. Da lì ha inizio la sua “avventura” anche a livello nazionale con una ascesa continua nelle discipline, tanto da scegliere di dedicarsi alle prove multiple. Il suo forte rimane per il momento il salto triplo ma ha ancora molto potenziale nascosto in altre discipline, o almeno così dicono gli esperti. Il salto in alto, disciplina che lo aveva messo in evidenza agli esordi, è diventata quasi il suo tallone d’Achille, causa la scarsa disponibilità di attrezzatura per allenarsi nel periodo invernale. Finisce la stagione 2016 alla grande classificandosi al 2° posto cat. Cadetti nel salto triplo ai Campionati Italiani di Cles. Con l’inizio del nuovo anno cambia categoria passando agli Allievi ed entrando anche nella squadra Atletica Vicentina, riferimento per la nostra provincia. Nonostante sia l’anno nel


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quale paga l’handicap dell’anno in meno nella nuova categoria, Miki è riuscito ad ottenere buoni risultati finora arrivando 2° nel Pentathlon indoor di Padova, 3° sempre nel Pentathlon e sempre in quel di Padova ed infine un 3° ne salto Triplo ad Ancona. Quello che più impressiona di Michele, per chi lo conosce, è la capacità e la semplicità di ottenere ottimi risultati, con un impegno minimo. Si pensi che quasi tutti gli atleti di punta della sua cat. fanno un minimo di 4/5 allenamenti a settimana, mentre Miki ne fa tre di un’ora e mezza a seduta, e

per il momento non sembra abbia voglia di aumentarne la frequenza. Ora, descritto il personaggio vorrei porre una domanda che da molto, troppo tempo, mi frulla in testa: secondo voi come genitori, è giusto obbligare i propri figli a praticare dello sport anche controvoglia? Io sinceramente penso di sì, come è obbligatorio andare a scuola, troverei corretto che un ragazzo fosse anche obbligato a praticare una disciplina sportiva a scelta. Questo perché a mio avviso oltre che essere salutare, penso che lo sport sia una grande scuola di vita per tutti.

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Chiropratica: la professione per la tua salute La chiropratica nasce nel 1895 negli Stati Uniti d’America ad opera di D.D. Palmer, il primo chiropratico dell’era moderna. Dopo cento anni dalla sua nascita, negli USA, si contano più di 70,000 chiropratici. La chiropratica è attualmente, negli Stati Uniti e in Giappone, la professione sanitaria più diffusa tra quelle che non si avvalgono dell’utilizzo di farmaci o medicamenti.

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a chiropratica è riconosciuta in Italia come professione sanitaria primaria dal 2007 (legge 24 dicembre 2007, n244) e può essere esercitata solo da professionisti con laurea magistrale a ciclo unico in chiropratica come il Dr. Gaetano Fin ed il Dr.

Stefano Asnicar. Lo scopo primario della cura chiropratica è quello di controllare la colonna vertebrale, in particolare di rilevare se esistono interferenze neurologiche dovute a mal-allineamenti vertebrali che noi chiamiamo “SUBLUSSAZIONI VEERTEBRALI”. Le sublussazioni vertebrali compromettono la funzionalità del sistema nervoso e del disco intervertebrale, creando un mal-funzionamento degli organi, dolori diffusi alla colonna (cervicali, dorsali, lombari) e problematiche/scompensi posturali quali scoliosi e

cifosi. Il chiropratico, toglie le sublussazioni dalla colonna vertebrale attraverso apposite e specifiche manovre chiamate “aggiustamenti”, in modo tale che il sistema nervoso possa funzionare al 100%, così che tutte le funzioni organiche e corporee siano espresse al massimo potenziale. Il corpo sarà più “forte” e si potranno godere di numerosi benefici quali: riduzione di sintomi (mal di schiena, sciatica, dolore cervicale, mal di testa, giramenti di testa…etc), maggior energia, sistema immunitario più forte, maggior forza, meno assenze dal lavoro, più concentrazione, maggiore performance sportiva, miglioramento della postura e molto altro.

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salute sportiva

Mal di schiena I

l mal di schiena comporta delle limitazioni per la persona, sia in ambito professionale che sociale. Le domande che molto spesso ci si pone sono: Quali sono le cause del mal di schiena? Se ho mal di schiena allora ho l’ernia del disco? Riuscirò a stare meglio? Può aiutarmi la chiropratica in caso di mal di schiena, ernie, sciatica e artrosi? Prima di rispondere a queste domande è fondamentale conoscere un po’ di anatomia. Le ossa che compongono la colonna vertebrale sono chiamate vertebre. Tra loro esistono diverse articolazioni che ci permettono il movimento: le articolazioni posteriori (facciette articolari posteriori) e le articolazioni tra i corpi vertebrali (chiamata anfiartrosi). Infatti, tra le varie vertebre della colonna sono interposti i dischi in-

a cura del centro Life Chiropratica

Il mal di schiena è un problema molto comune tra gli sportivi che, secondo le statistiche dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità) colpisce circa l’80 % della popolazione. tervertebrali che uniscono i corpi delle vertebre e hanno la funzione di ammortizzare gli urti e permettere una certa quantità di movimento. I dischi sono composti da due parti distinte: una parte esterna fatta di cartilagine molto robusta, chiamata anello fibroso che circonda una parte interna gelatinosa contenente circa l’88% di acqua, chiamata nucleo polposo. Inoltre nella colonna si possono riconoscere numerosi legamenti che determinano una connessione estremamente solida tra le vertebre assicurando una notevole

resistenza meccanica. La colonna ha una duplice funzione: quella di sostenimento/ movimento e quello di protezione del sistema nervoso centrale. Infatti nella colonna è contenuto il midollo spinale dal quale, attraverso le foramine delle vertebre, fuoriescono i nervi spinali che raggiungono tutto il nostro corpo.

emotivo…tutto questo si può raggruppare nella ricerca dei tipi di stress fisico, chimico ed emotivo che causano la sublussazione ver≥ Cause del mal di tebrale.

schiena

Le persone che soffrono di mal di schiena, nella maggioranza dei casi, affermano di non essere stati vittime di incidenti o traumi prima dell’inizio della sintomatologia. Nella maggior parte dei casi l’insorgenza avviene nel tempo, lentamente oppure in maniera brusca dopo anche un semplice piegamento in avanti per raccogliere qualcosa (colpo della strega). Può essere un dolore locale, diffuso e ci può essere il coinvolgimento degli arti inferiori. Ti ritrovi? Bene, il chiropratico ricerca l’origine del mal di schiena valutando/analizzando: posizioni e posture errate, traumi, cadute, incidenti avvenuti anche molti anni fa, mancanza di esercizio fisico, regime alimentare disordinato con conseguente sovrappeso, stress

≥ Ma vediamo in dettaglio la SUBLUSSAZIONE VERTEBRALE La sublussazione vertebrale è un mal-allineamento su uno o più piani dello spazio di una o più vertebre rispetto a quella superiore o a quella inferiore. Questo disallineamento crea una pressione “anomala” sulle radice nervose uscenti dalla colonna alterando la trasmissione del segnale neurologico. Le sublussazioni vertebrali, compromettono per primo la funzionalità del sistema nervoso creando un mal-funzionamento degli organi e successivamente compromettono anche la funzione del disco intervertebrale creando dolori diffusi alla colonna (cervicali, dorsali, lombari, sciatica, parestesie), artrosi e problematiche/scompensi posturali.


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≥ Spondiloartrosi della ≥ Articolazione sacolonna cro-iliaca

≥ Discopatia – ernia del disco - sciatalgia Il disco vertebrale sottoposto a stress eccessivi in modo costante, causati anche dalle sublussazioni vertebrali, può andare incontro a degenerazione (discopatia) e sviluppare delle piccole fessure nella parte fibrotica esterna (anello fibroso) permettendo al nucleo polposo di protrudere verso l’esterno. Se l’anello fibroso del disco si lacera totalmente il nucleo polposo si espande all’esterno formando la così

detta ernia del disco. Se l’ernia discale preme sulla radice nervosa, una persona può essere affetta da sciatalgia che è normalmente definita come dolore, formicolio, perdita di sensazioni e debolezza ad uno o entrambi gli arti inferiori. Anche in queste situazioni particolari il chiropratico può essere di grande aiuto. L’aggiustamento infatti riallineando la vertebra sublussata permette al disco di “respirare” e lavorare in modo più corretto favorendo la regressione spontanea dell’ernia stessa.

Traumi e sovraccarichi ripetitivi al disco, alle faccette articolari posteriori e sublussazioni vertebrali possono condurre ad usura della cartilagine delle articolazioni della colonna provocando la così detta artrosi della colonna o spondiloartrosi. Con l’artrosi si ha un consumo della cartilagine articolare e come reazione c’è la proliferazione di altro tessuto osseo e la formazione di “becchetti “ossei chiamato osteofiti. Gli osteofiti possono creare varie problematiche nei tessuti circostanti generando sintomi che vanno da leggeri dolori, a dolore costante fino alla perdita di mobilità dell’articolazione stessa. L’artrosi è un processo degenerativo legato all’invecchiamento, ma tale fenomeno può essere precipitato o anticipato da un corretto stile di vita e una corretta gestione degli stress. Il chiropratico può essere di grande aiuto in questa situazione in quanto gli aggiustamenti chiropratici mantengono le vertebre bel allineate e ristabiliscono una corretta mobilità.

La zona sacro iliaca rappresenta un’altra zona critica dove il non corretto funzionamento può provocare mal di schiena. Queste articolazioni uniscono il bacino all’osso sacro della colonna vertebrale. A volte, in seguito a cadute, traumi, incidenti sportivi o sollevamento eccessivo di pesi, l’articolazione sacro iliaca può mal-allinearsi (sublussazione sacro-iliaca) creando sbilanciamenti agli equilibri del bacino e differenza di lunghezza delle gambe (gamba corta funzionale) e quindi problematiche alla colonna vertebrale e non solo. Sovente questa situazione di disequilibrio disturba le strutture a monte nella colonna nonché gli arti inferiori. I pazienti a seguito di una sublussazione sacro-iliaca possono sviluppare dolori alla cervicale, mal di testa, dolori alle spalle e contratture alle catene muscolari, problematiche alle anche, al ginocchio e alle caviglie. L’aggiustamento chiropratico ripristina l’equilibrio ottimale e il corretto movimento, aiutando la guarigione nel caso di pazienti sintomatici o solamente per prevenzione nel caso contrario.

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storia

La grande guerra in alto Adriatico 10° parte

Dicembre 1917, inizia la riscossa dell’Italia. Luigi Rizzo affonda nel porto di Trieste la corazzata Wien i cui ultimi resti giacciono ancora sul fondale del porto. di Antonio Rosso foto Stefano Caressa

Venezia dopo Caporetto

Gli austro-ungarici sono a 30 km da Venezia. Gli alleati dubitano che l’Italia riesca a resistere, pensano addirittura che sarà costretta a fare una pace separata e preparano piani in tal senso. Anche gli austro-ungarici danno per

scontata la resa di Venezia, tanto da aver già predisposto i timbri da utilizzare dopo l’occupazione. Ma non è così che la pensa il capo di Stato Maggiore della Marina, il viceammiraglio Thaon de Revel, il quale non ha dubbi, anche nel caso che

il fronte terrestre avesse ceduto. Il 5 novembre, giorno successivo al ripiegamento sul Piave, emana al comandante della piazza di Venezia il seguente ordine del giorno: “Concretare entro domani le direttive, le norme, i mezzi e le disposizioni per continuare

a tenere ad oltranza lontano da Venezia il nemico, qualora essa fosse abbandonata a sé stessa” perché “abbandonare Venezia significherebbe rinunciare alla padronanza dell’Adriatico, esponendo le retrovie dell’esercito a qualunque insidia che il nemico


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La parte poppiera della corazzata oggi esposta al Museo Storico Navale di Venezia

La corazzata Wien

volesse arrecare anche a sud del Po: significherebbe confinare la Marina nel Basso Adriatico, moltiplicando le difficoltà del suo compito già grave ed i rischi di perdita di unità, significherebbe rendere dubbia anche l’efficienza difensiva della linea dell’Appennino”. Lo ripete il 14 Novembre “... mettere in perfetto assetto la squadriglia MAS, ... riservando le unità per operazioni offensive contro navi. Organizzarla per tale intento”. Il 26 novembre dopo che viene stabilito che la protezione e la copertura della Laguna di Venezia dal lato di terra sarà, compatibilmente con la salvezza dell’esercito, mantenuta il più a lungo possibile, detta le sue direttive: ”... resistere al nemico da Venezia all’attacco da mare, opporsi al bombardamento di Ancona col Faà di Bruno, ... il tutto con l’appoggio del naviglio leggero e con largo uso di mine”.

L’affondamento della corazzata Wien Vienna pensa di mettere definitivamente fuori causa l’Italia con un’offensiva da tenersi in Dicembre e comanda, nel frattempo, di neutralizzare Cortellazzo bombardandola il 16 novembre con i grossi calibri di due

corazzate costiere: la Wien e la Budapest accompagnate da cacciatorpediniere e idrovolanti. La marina interviene inviando da Venezia due sommergibili e due squadriglie di MAS al comando del Capitano di Fregata Costanzo Ciano, il quale intercetta le corazzate al largo di Cortellazzo e le affronta con una manovra d’attacco così ardita da costringere la squadra a sospendere l’azione ed a ritirarsi. Per impedire ulteriori azioni offensive sulla costa i comandi italiani decidono, allora, di colpire la flotta nemica direttamente nella sua base di Trieste. Ripresi i piani sugli sbarramenti del porto di Trieste elaborati mesi prima dall’allora sottotenente di vascello Luigi Rizzo, ideatore dell’impresa, gli affidano il compito di neutralizzare le corazzate. Le condizioni lunari più adatte si avranno nella notte tra il 9 ed il 10 dicembre. Confermata la presenza in rada della Wien e della Budapest, alle 17.10 i MAS 9 (capitano di Corvetta Rizzo) e MAS 13 (Capo timoniere 1^ cl. Andrea Ferrarini) lasciano Venezia a traino di due torpediniere. Alle 22.45 mollano i cavi. C’è nebbia, ma riescono con i motori elettrici a raggiunge-

Il recupero dei cannoni della corazzata nel 1925

re ugualmente alle 23.55 la testata nord della diga grande di Muggia. Rizzo ormeggia e scende per verificare la situazione. Sente voci, ma non c’è nessuno. Le sentinelle non si sono accorte di nulla. Silenziosamente i Mas raggiungono le ostruzioni che si trovano oltre la diga e che bisogna tagliare: sette cavi d’acciaio sotto il pelo dell’acqua, a diversi livelli. Due ore di fatiche, è necessario, anche, limare i cavi più sottili perché le cesoie non riescono a tagliarli ma solo a schiacciarli. Quando mancano due minuti alle due di notte viene

aperto l’ultimo varco ed i Mas si avviano a cercare gli obiettivi. Bastano venti minuti per individuare la prima unità, è la Wien. Rizzo si avvicina a 50 metri per verificare la presenza di reti. Non ce ne sono. Viene individuata anche la seconda unità, la Budapest. Alle 2.32 avviene il lancio dei siluri. I due siluri del MAS 9 giungono pochi istanti l’uno dopo l’altro sul bersaglio, due separate esplosioni le cui colonne d’acqua si confondono in una sola. Un proiettore sulla coffa si accende ma si spegne subito. Lancia anche il Mas 13, ma i siluri manca-

La carta batimetrica del porto di Trieste con indicata la posizione della Wien


42 no di poco il bersaglio. Le difese di terra si svegliano: è un inferno di luci ed esplosioni; spara anche la contraerea pensando ad un attacco di idrovolanti. I due Mas fuggono a tutta forza con i potenti motori a scoppio. Intanto la «Wien» affonda. Il comandante della corazzata, il capitano di fregata Leopold Huber von Schebenh racconta: «Improvvisamente lo sbandamento aumentò rapidamente, e la nave si piegò a dritta, finché il ponte di coperta si trovò quasi in posizione verticale, e così perdemmo l’equilibrio e scivolammo. Dal siluramento al momento dell’affondamento trascorsero circa 5 minuti». La corazzata va a picco portando con sé 33 marinai. I due MAS prendono vie diverse, Rizzo segue la rotta di Grado fino al Lido di Venezia, dove arriva alle 6.00 del mattino ed aspetta le torpediniere che lo prendano a rimorchio per trainarlo fino a Venezia. Qui trova il MAS n.13 che inseguito da due torpediniere nemiche, aveva preferito, con un motore in avaria, puntare direttamente su Venezia. L’operazione è pienamente riuscita ed il giovane comandante di trent’anni, ha accoglienze trionfali, una terza medaglia d’argento al

valore militare, poi commutata in medaglia d’oro e la sospirata, anche se ritardata, luna di miele. Nello stesso mese viene promosso al grado di tenente di vascello per meriti di guerra. I risultati sono di gran lunga superiori al tonnellaggio affondato: l’affondamento della corazzata Wien ed il forzamento della rada di Trieste fanno sì che gli austriaci non si sentano più al sicuro, mentre, al contrario, l’impresa risolleva il morale degli italiani e riscatta, in parte, la sconfitta di Caporetto. Il 22 dicembre tutte le navi austro-ungariche lasciano Trieste per rientrare a Pola, riducendo così la pressione dal mare sul fianco destro dell’esercito. Contemporaneamente, a Venezia, il Re concede la bandiera di combattimento alla flottiglia MAS dell’alto Adriatico e la decora di Medaglia d’oro al Valor Militare. Vale la pena di sottolineare, a questo punto, anche un particolare: “una delle due unità era comandata da un sottufficiale, il capo timoniere Andrea Ferrarini. Per la prima volta nella nostra storia militare, e, forse, nella storia militare del mondo, si verifica che una responsabilità così grande venga affi-

data a un uomo di “qualsiasi grado” cosa che diventerà consuetudine tra le fila degli assaltatori della X MAS” (da Cento uomini contro due flotte, Amm. V. Spigai, Soc. Ed. Tirrena LI)

Immersione sul relitto della corazzata

I tentativi di recupero del relitto iniziano a fine del 1918 ma si concretizzano a maggio del 1925. I palombari effettuano una parziale demolizione del relitto, rinvenendo anche 23 cadaveri, oggi sepolti in una fossa comune al Cimitero di Sant’Anna di Trieste. Recuperano lo sperone di prua, che viene regalato a D’Annunzio per il Vittoriale ed il pezzo della poppa con il nome della corazzata, oggi conservato al Museo Storico Navale di Venezia. Viene recuperata anche la parte della fiancata colpita dai siluri della quale alcuni frammenti vengono murati sulla diga foranea, che prende il nome di Rizzo il quale, per l’occasione, presente di persona, in tenuta da palombaro, scende sul fondo a vederne i resti. Dopo ulteriori recuperi avvenuti tra il 1953 ed il 1955 facendo anche uso di esplosivo la Wien, cancellata anche dalle carte nautiche, rimane

Foto subacquee dei resti della Wien

dimenticata sul fondale. Nel 2008 viene riscoperta e mappata con il side scan sonar, un apparecchio che permette di visualizzare il fondale con notevole realismo, da Stefano Caressa, un carissimo amico, subacqueo professionista di Grado, che gentilmente ha fornito il materiale fotografico per questo articolo. In possesso di una vecchia carta nautica, egli trova il relitto dove doveva essere, a circa venti metri di profondità nel vallone di Muggia a mezzo miglio di distanza dagli impianti dell’Italsider. L’immersione è una delusione: causa la visibilità ridotta si intravvedono solo pezzi di lamiere. Dal quotidiano “ il Piccolo” leggiamo la cronaca scritta da Pietro Spirito “E lì, sul fondo, il fasciame chiodato, gli spuntoni delle ordinate avvolte da vecchie reti, brandelli di metallo slabbrati dalle esplosioni dei demolitori compaiono all’improvviso tra la polvere sollevata a ogni minimo movimento mentre nuotiamo in un’atmosfera surreale tra i resti della Wien. ... la visibilità è di pochi centimetri: la vicinanza degli scarichi dello stabilimento siderurgico, il passaggio continuo di mercantili, bettoline e rimorchia-


43 tori hanno ridotto i fondali di questa parte del golfo a una specie di deserto post-atomico sommerso, dove si sollevano montagne di sottilissima polvere ad ogni minimo accenno di corrente. Difficile dire se lo scafo sia capovolto o adagiato sul lato di dritta, come dicono le testimonianza dell’epoca: impossibile avere una visione completa del relitto, che si manifesta a pezzi, brevi apparizioni di singoli frammenti, mentre l’immagine fantasmatica del side scan sonar mostra una forma allungata, con la poppa e la prua. La luce delle torce a malapena intercetta i rottami semi-sepolti del guardacoste corazzato, e ogni tanto il buio diventa assoluto, segno che stiamo entrando nella depressione lasciata dal ventre dello scafo ...” Diverso lo scenario in una seconda immersione, effettuata per realizzare un recente documentario RAI, per la regia di un altro buon amico, subacqueo anch’esso, Luigi Zannini sempre sensibile a tematiche storico-archeo-

logiche. E’ sempre Stefano Caressa alle riprese video. Ora la visibilità è buona ed il relitto appare come uno scheletro rovesciato, coperto di fango dal quale emergono i pezzi contorti della fiancata, le ordinate incrostate, parti di un ponte e altri frammenti sparsi non più riconoscibili, con un contorno di bellissimi spirografi e concrezioni biologiche che ne hanno preso completamente possesso.

La Wien

La SMS Wien è stata una nave da battaglia classe Monarch della k.u.k. Kriegsmarin, la marina militare dell’impero Austroungarico. Impostata

nel 1893 fu varata nel 1895 a Trieste, come nave corazzata costiera. Aveva due unità gemelle, la Monarch e la Budapest. Costruite con nuove e moderne concezioni, per le limitazioni alle spese, erano, però, risultate troppo piccole per essere efficienti, pur avendo buone doti nautiche e di velocità.

I MAS

Il Motoscafo Armato Silurante o Motoscafo Anti Sommergibile, più conosciuto con la sigla MAS, era una piccola imbarcazione militare a chiglia piatta, usata come mezzo d’assalto veloce dalla Regia Marina durante

I Mas che hanno partecipato all’azione

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la prima e la seconda guerra mondiale. Venne progettato e costruito fin dal 1915 dal cantiere SVAN di Venezia. Derivato dalla tecnologia dei motoscafi civili aveva 20-30 tonnellate di dislocamento, a seconda della classe ed era lungo 16 metri. Portava una decina di uomini di equipaggio con un armamento costituito da due siluri, bombe di profondità ed una mitragliatrice o un piccolo cannone. Come motorizzazione aveva due motori entro-fuoribordo di concezione automobilistica, a iniezione diretta, compatti ed affidabili, di grande potenza ed efficienza e due motori elettrici.


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schio

Una fantastica giornata a tartufi

S

uona la sveglia, a stento riesco ad aprire gli occhi, sono le 5 e mezza. Chi me lo fa fare, penso, girandomi dall’altra parte. Mi rigiro e a fatica scendo dal letto, percorro la rampa di scale che porta in cucina, mi preparo una tazza di caffè e poi via in garages, metto in moto il pandino e via giù in allevamento. Appena arrivo i cani mi danno il buongiorno, sono tutti svegli e abbaiano, sembra che ognuno dica“ tocca a me dai sceglimi“. Li guardo, Nelly, la mia campionessa, è sollevata sulle zampe posteriori e mi guarda in silenzio, come avesse giá capito che anche oggi sarei andato a tartufi con lei. Le apro il cancelletto del box, non faccio ora rendermene conto che in un lampo è giá verso l’uscita, la seguo con lo sguardo e

la vedo deviare verso l’ufficio, entra e va dritta in spogliatoio, la vedo uscire allegramente, e tiene tra i denti i miei scarponi, “Nelly che fai“ le urlo, sembra non sentirmi, va verso l’auto e con fare saccente depone i scarponi dietro alla macchina e con un balzo sale nel bagagliaio che avevo lasciato aperto. Prendo il necessario carico e parto verso la montagna. Ottobre è un buon mese, in montagna, di questa stagione si raccoglie sia il mesenterico che l’uncinato. Decido di andare in una zona vergine scoperta 15 giorni fa , avevo già fatto un buon raccolto, e non avendovi trovata nessuna traccia di frequentazione sono certo di fare un buon bottino pure oggi. 1 ora di strada , mi infilo con il Panda dentro il bosco in modo da non farmi vedere da nessuno. Apro il portellone per far scendere Nelly, prima di inoltrarsi nel fitto tra i noccioli si da un energica scrollata per scaricare lo stress del trasferimento. Il tempo di chiudere la macchina e la vedo già al lavoro,sta scavando, “brava “ le dico, interrompe la forata in attesa del premio, un pezzettino di Würstel , mi accingo a cavare il primo tartufo della giornata aiutandomi con il

Racconto di Silvano dell’allevamento REAL SUMMANO DEL TRETTO di SCHIO. Oltre che allevamento e addestramento dei cani da tartufo Real Summano si occupa di ospitalità per i nostri cari amici cani. 3477868238.

raspino, mi preoccupo di richiudere bene la forata, in modo che se qualcuno passa di li non possa intuire la presenza del prezioso fungo. Alzatomi in piedi, controllo di aver camuffato bene la raspata, e mentre con il piede presso il terreno smosso, Nelly mi arriva da dietro e appogiandosi con la spalla mi spinge nel ginocchio. “dai Nelly cerca” le dico, al che lei insiste nell’attegiamento spingendomi ancor più forte. Alzando il tono di voce e battendo contemporaneamente le mani insisto, “DAI. NELLY CERCA“, al che mi taglia la strada e buttandosi a terra di schiena apre la bocca mostrandomi il secondo tartufo della giornata. In questo momento è sicuramente più sveglia di me! Zigzagando nel bosco ci accingiamo a raccogliere sempre più tartufi, a un certo punto la vedo puntare il naso su un cumulo di terra alto una quarantina di centimetri che sembra essere un formicaio abbandonato, mentre ci raspa sopra vedo alcuni tartufi rotolare giù, prontamente mi inginocchio a valle per raccoglierli, mi sembrava un sogno, ne raccolgo una ventina, caspita penso,” vuoi vedere che sono ancora a letto e sto sognando?”. Un respiro profondo e con la mano mi do una sberla decisa nella guancia. “Aia cavolo, è tutto vero”. Mi desto e continuo a raccogliere, ormai il cumulo

è raso al suolo, Nelly sta girando intorno a individuare quelli che mi son sfuggiti, da non credere, in un’unica forata più di 70 tartufi, il peso non è eccessivo, circa 7/8 etti... Si torna a zigzagare tra un albero e l’altro il carniere e bello pieno devo fare attenzione quando mi piego affinché i tartufi non cadano. Ormai sono 4 ore che siamo nel bosco, vedo Nelly impegnata in una forata sostanziosa, la incito “dai Nelly dai cerca dai che è bello grosso“ sembra capirmi e mette più vigore, ad un certo punto si ferma e con il naso ispeziona le pareti del buco, cambia direzione dello scavo, finalmente la vedo raccogliere, la aspetto li a due metri, viene verso di me che la attendo con la mano protesa, e con delicatezza mi appoggia un tartufino non più grande di un pisellino, la delusione e tanta, speravo in un bel pezzo non riesco a far di meno di rimproverarla. “noo Nelly che schifo, guarda che piccolo” non le do il premio anzi a mano aperta una pacca nel deretano incitandola “VAI TROVANE UNO DI GROSSO“. Non ha nemmeno dissentito, senza protestare va dritta dalla parte opposta e con due zampate cava un pezzo di almeno 100 grammi. Non sono riuscito a trattenere la gioia, mentre la baciavo lei mi leccava la faccia raccogliendo le lacrime che copiose scendevano dal mio viso.


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valdagno di Vera Visonà

I Sogati alla Junior Cup Veneto F.A.S.I. Sabato 18 e Domenica 19 febbraio il gruppo “I Sogati” di Valdagno ha accolto la prima prova della gara Lead (in corda) della Junior Cup Veneto F.A.S.I. di Arrampicata Sportiva, che ha visto la partecipazione di 130 tra bambini e ragazzi animando, così, il Palasport Gino Soldà di Valdagno.

L

e due giornate si sono suddivise con il seguente programma: Sabato 18 a partire dalle 14.30 si è disputata la gara U16-U18-U20 con una 50 di atleti che si sono sfidati in 2 vie di Qualifica e 2 via di Finale una per la categoria femminile e una per la categoria maschile. Nella categoria U16 Femminile il podio è stato il seguente: 1° Dal Zotto Caterina, A.S.D. Gioco Verticale 2° Biondi Francesca, UNI SPORT Rovigo 3° Pasotto Angelica, King Rock Climbing Verona U16 Maschile 1° Sterni Paolo, Teste di Pietra PN 2° Virgili Zeno, King Rock Climbing Verona 3° Pinel Dennis, Opera Verticale A.S.D

Per la categoria U18 Femminile invece: 1° Pandolfo Isabella, Opera Verticale A.S.D. 2° Righele Lisa, El Maneton Schio 3° Brillo Chiara, King Rock Climbing Verona U18 Maschile: 1° Lagni Federico, El Maneton Schio 2° Pinto Damiano, Venezia Verticale 3° Landi Simone, Opera Verticale A.S.D. Per finire per quanto riguarda la categoria U20 Femminile a salire sul podio sono state: 1° Montanari Lisa, El Maneton Schio 2° Tomiello Maria, El Maneton Schio 3° Oltramari Rita, King Rock Climbing Verona E per l’U20 Maschile sono stati:

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1° Rosset Lorenzo, Climband A.S.D. 2° Caronti Luca, Climband A.S.D. 3° Nicoletto Erasmo, Venezia Verticale La gara si è conclusa alle 20.30 finite le premiazioni degli atleti. La giornata successiva a partire dalle ore 8.00 si è vista la partecipazione di circa un’ottantina di atleti U8-U10-U12-U14. Anche per loro ci sono state due prove di qualifica divisa per categoria e due finali: una uguale per tutta la categoria femminile e una uguale per tutta la categoria maschile, come il giorno precedente. E’ stata una bella gara in cui ha visto sul podio: 1° Bresolin Virginia, Opera Verticale A.S.D. 2° Zanetti Giorgia, Opera Verticale A.S.D. 3° Bettiol Petra, Orizzonti Verticali Montebelluna per la categoria U8 Fem-

minile. E per la categoria U8 Maschile: 1° Toniolo Enea, Orizzonti Verticali Montebelluna 2° Franzoni Pietro, King Rock Climbing Verona Per l’U10 Femminile a salire sul podio sono state: 1° Nori Iris, King Rock Climbing Verona 2° Zoggia Emma Angela, Orizzonti Verticali Montebelluna 3° Gallina Lisa, Orizzonti Verticali Montebelluna Per l’U10 Maschile invece: 1° Feriotti Gabriele, King Rock Climbing Verona 2° Lucchini Matteo, King Rock Climbing Verona 3° Berto Nicolò, Opera Verticale A.S.D. Successivamente è stato il turno dell’U12 Femminile con: 1° Campesato Maria Angelica, El Maneton Schio 2° Pietrobelli Lucrezia,


47 El Maneton Schio 3° Scano Ilaria, Orizzonti Verticali Montebelluna E U12 Maschile con: 1° Settimo Erik, Opera Verticale A.S.D. 2° Stocco Giovanni, VIAL Le Schirate 3° Sartori Matteo, Intellighenzia Project Padova Infine l’ultima categoria per l’U14 Femminile a salire sul podio sono state: 1° Bellesini Sofia, King Rock Climbing Verona 2° Rodato Claudia, Orizzonti Verticali Montebelluna 3° Lagni Irene, El Maneton Schio E per l’U14 Maaschile troviamo: 1° Don Riccardo, Venezia Verticale 2° Penzo Tommaso, G.A.M. Spinea 3° Benedetti Lorenzo, I Sogati

Un grazie particolare va alla F.A.S.I. (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana) che ci ha permesso di organizzare questa prima prova nella nostra struttura Sandri e Menti al Palasport Gino Soldà dando risalto al nostro territorio a livello regionale. Un Grazie ad Elisabetta Varotto Ai Presidenti di Giuria Ai Giudici Aggiunti A Stafan Bortoli che ha supervisionato, agli Elaboratori Dati, ai Giudici di Gara, ai Tracciatori Luigi Billoro e tirocinanti: Matteo Falloppi, Dino Lagni, Marco Perin. Al Gruppo “I Sogati” Al CAI Sezione di Valdagno Al Comune di Valdagno che ci ha permesso di organizzare questo weekend molto importante per noi. Al Maneton di Schio

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vero o falso?

a cura del Centro Salute e Movimento: Andrea Candia, laureato in scienze motorie, chinesiologo Angela Ruaro, biologa nutrizionista

Che peso hai? La maggior parte delle persone solitamente si affida ad una bilancia per tenere sotto controllo il peso corporeo. Purtroppo, però questo dato non dà un’idea della reale composizione corporea della persona e quello che spesso si deduce è: “più peso = più grasso“.

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gnuno di noi in realtà è costituito da diversi elementi quali ossa, muscoli, organi, grasso, acqua e molto altro che sommati tra di loro ci danno il fatidico numero del peso corporeo totale. Ecco che quindi più che soffermarsi semplicemente sull’entità del peso diventa importante conoscere su quale componente sia importante focalizzarsi. In particolare dimagrire in modo sano significa perdere massa grassa in eccesso conservando la massa magra: il grasso incide poco

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sulla bilancia, mentre invece influenza decisamente la taglia dei vestiti, quindi i centimetri. Sarà ad esempio capitato a molti di pesarsi prima e dopo una seduta di allenamento e notare con felicità un drastico abbassamento del peso. Tale cambiamento nel dato finale è stato causato semplicemente da una riduzione dei liquidi corporei per una disidratazione generata appunto dalla seduta di allenamento e non da una perdita di grasso. Nella valutazione di un soggetto, procedere alla scorporazione dei vari elementi e quindi alla misurazione del grasso corporeo è uno dei metodi più efficaci per poter determinare il regime alimentare più corretto da seguire e il tipo di allenamento più adatto da effettuare. Ma prima cerchiamo di approfondire meglio il tema del grasso corporeo. Per la maggior parte di noi, il grasso corporeo gode di una cattiva reputazione. Esso, infatti, è in genere visto come un qualcosa di negativo che deve essere

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eliminato a qualsiasi costo. Gli studiosi non sono dello stesso parere. Essi considerano invece il grasso corporeo affascinante, uno degli organi più interessanti del corpo umano e stanno iniziando solo ora a comprenderlo a fondo. Il grasso corporeo è una delle componenti principali del corpo umano. Protegge gli organi, riveste le articolazioni, tiene sotto controllo la temperatura corporea, immagazzina vitamine ed è una fonte di energia. Per capire meglio qual è la sua funzione è bene fare una distinzione tra le due tipologie di grasso presenti nel corpo umano: il grasso corporeo essenziale e quello non essenziale. Il corpo utilizza il grasso essenziale per funzionare in maniera corretta. Questo tipo di grasso viene immagazzinato nelle ossa, negli organi, nel sistema nervoso centrale e nei muscoli. Inoltre aiuta a mantenere costante la temperatura corporea, agisce come una barriera di protezione per gli organi interni e fornisce energia al corpo in caso di malattia.

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50 Il grasso non essenziale viene anche chiamato grasso corporeo in eccesso e non è indispensabile per le funzioni vitali del corpo. Questo tipo di grasso viene immagazzinato laddove il corpo sa di poterlo prelevare quando è in riserva di energia. Se la quantità di grasso non essenziale è eccessiva l’impatto sulla salute è davvero significativo. Grasso sottocutaneo Il grasso sottocutaneo, lo dice l’aggettivo stesso, è situato direttamente sotto la pelle. E’ il tipo di grasso che viene misurato con uno strumento chiamato plicometro atto a stimare la quantità totale di grasso corporeo. Tale tipologia di grasso non va demonizzato in quanto non può causare lo stesso numero di problemi che possono causare altri tipi di grasso come ad esempio e in particolar modo il grasso viscerale. Grasso viscerale Il grasso viscerale, altrimenti definito “profondo”, avvolge gli organi interni e può essere causa problemi di salute. Esso aumenta il rischio di diabete, malattie cardiache, ictus e persino di demenza. Si ritiene che il grasso viscerale giochi un ruolo ben più importante nell’insuli-

no-resistenza (aumenta il rischio di diabete) rispetto alle altre tipologie di grasso. Le motivazioni di questo fenomeno non sono ancora chiare, ma potrebbe spiegare, anche parzialmente, perché il grasso viscerale sia considerato così tanto rischioso per la salute. Grasso addominale Il grasso addominale ha acquisito una meritata reputazione come grasso malsano. Il grasso addominale è sia viscerale che sottocutaneo. L’unico modo per determinare con precisione quale di questo grasso sia sottocutaneo e quale viscerale è la tomografia computerizzata dell’addome. In ogni caso, in presenza di una quantità eccessiva di grasso addominale, l’importante non è tanto sapere quanto di questo grasso sia sottocutaneo e quanto viscerale, bensì essere consapevoli che questa condizione non è salutare. Il grasso addominale è considerato più rischioso per la salute rispetto a quello di fianchi o cosce. Esso potrebbe comportare un’insulino-resistenza, aumentare il rischio di diabete, influenzare negativamente i lipidi del sangue e incrementare il rischio di malattie cardiache e ictus.

Grasso su cosce e glutei Mentre gli uomini principalmente tendono ad accumulare il grasso a livello addominale non è un segreto che le donne solitamente tendono ad accumulare il grasso su cosce e glutei. Inestetismi a parte, prove emergenti suggeriscono che le donne con conformazione “a pera” sono meno soggette a rischi cardiovascolari perchè i depositi di grasso non rivestono gli organi interni come negli individui di conformazione “a mela“. Perdita di peso e perdita di grasso Quando si riduce il grasso, che tipo di grasso viene eliminato? In generale, se il pannicolo adiposo è evidente sulla pancetta allora è importante ridurre l’ingresso dei carboidrati semplici per un

periodo di tempo con una dieta ipoglucidica in modo da stabilizzare il metabolismo degli zuccheri mentre se il grasso è principalmente su cosce e fianchi si dovranno limitare i grassi di origine animale con una dieta ipolipidica. Tuttavia la risposta può essere diversa a seconda dello stato di salute e ormonale della persona. I risultati migliori si possono avere se al programma atto a migliorare il piano nutrizionale viene affiancata un’attività fisica costante ed adeguata alle condizioni del soggetto. La scienza è arrivata ad un punto interessante per quanto riguarda lo studio del grasso corporeo. Gli studiosi si aspettano di fare altre importanti scoperte al riguardo nel prossimo futuro.


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