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dire. Dopo due anni dall’incidente, sono tornata in sella. Avevo vinto la mia gara più difficile: niente mi avrebbe più fermato. Nel 1999 sono rientrata in una squadra di professioniste. Lo stesso anno, con una grinta che mi faceva volare sui pedali, ho conquistato il Giro d’Italia femminile.

sono arrivati dopo un’ora. Per circa due mesi sono rimasta in coma in bilico tra la vita e la morte, fratture scomposte, il cranio leso in più punti, e la ferma convinzione da parte dei medici che non sarei più tornata quella di prima. La prima cosa che mi è stata detta quando mi sono risvegliata è che avrei dovuto appendere al chiodo la bici: le lesioni cerebrali subite mi impedivano di vedere correttamente le immagini in movimento, e forse era a rischio anche la patente automobilistica. Ma io non ho accettato quella sentenza sul mio futuro. Non appena mi è stato possibile, ho ripreso in mano il triciclo del mio fratellino, per allenare la mia vista e il mio cervello al movimento. Ogni sforzo mi costava dolori fortissimi e atroci mal di testa, ma ero determinata a dimostrare a me stessa e a agli altri che Anna Farina aveva ancora molto da

UN 2012 NEL SEGNO (E NEL SOGNO) DELL’IRIDE Anna Farina ha vinto nel 1999 il Giro d’Italia Pro e nel 2012 si è laureata campionessa mondiale su strada categoria Amatori

Dieci anni da ciclista professionista. Questo mondo al femminile è tanto diverso da quello maschile? Sotto l’aspetto del trattamento economico, purtroppo sì. Il ciclismo femminile è meno seguito e quindi meno sponsorizzato. Le squadre erogano dei rimborsi spese, ma non vi sono dei veri e propri contratti di ingaggio, come nel ciclismo maschile. Questo ci preclude, ad esempio, la possibilità di vederci accantonata la pensione. Sotto l’aspetto dell’impegno sportivo, invece, non vi è alcuna differenza: se sei professionista il ciclismo è il tuo lavoro, devi allenarti, partecipare a gare e trasferte anche all’estero. Una scelta di vita difficile per una donna che, non trovando un adeguato sostegno economico, è spesso costretta ad abbandonare prematuramente o, in alternativa, trasferirsi in altri Stati dove la situazione è ben diversa. Cosa si potrebbe fare in Italia per dare più risalto al ciclismo femminile? Da tempo stiamo chiedendo alla FCI di organizzare in contemporanea le competizioni maschili e quelle femminili, che ad oggi sono svolte separatamente. Questo permetterebbe al ciclismo femminile di beneficiare di maggiori sponsorizzazioni e di un maggiore seguito di pubblico. Nel 2008 hai chiuso la tua carriera da professionista, pur continuando, come amatore, a vincere e…stravincere! Quali sono i tuoi progetti ora? Ho dedicato al ciclismo 20 anni della mia vita, ma dopo aver lasciato il professionismo, ho dovuto reinventarmi e cercare lavoro altrove. Tuttavia non voglio abbandonare i miei sogni: i momenti difficili che ho dovuto superare mi hanno dato la determinazione per raggiungere i miei obiettivi e non mollare mai. Qualche anno fa mi sono iscritta alla facoltà di Scienze Motorie e sto terminando in questi mesi la mia tesi di laurea. Mi piacerebbe seguire come preparatore atletico una squadra di esordienti. Ho ancora tanto entusiasmo e passione che vorrei trasmettere alle giovani cicliste e spero di aver modo di farlo!

www.sportdipiu.com

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SD+ magazine 28/2014  
SD+ magazine 28/2014  

Numero 28 - Marzo/aprile 2014 Sportdi+ magazine il primo l'unico freepress dedicato a TUTTO lo sport veronese distribuito nelle scuole di Ve...

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