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N째 7 - MENSILE - MAGGIO 2011

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Il nuovo free magazine che parla di sport

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PIAZZA CAMPIONESSA DI PUGILATO

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07 MAGGIO 2011 Anno 02 Numero 07 Maggio 2011 Direttore Responsabile Ilaria Garaffoni direttore@sportduepuntozero.com Coordinamento Editoriale Marco Portinaro marco@sportduepuntozero.com Hanno Collaborato a questo numero Tiziana Nasi Paolo Moisé Riccardo Chiura Andrea Annunziata Per fare pubblicità commerciale@sportduepuntozero.com Sede Legale Corso Vittorio Emanuele II, 62 10121 Torino Direzione Redazione Amministrazione Via Cardinal Fossati, 5/P 10141 Torino Reg. Tribunale di Torino n°57 del 25/10/2010 Periodicità Mensile Grafica e Impaginazione HEYOU design s.n.c. Stampa Grafica Piemontese s.r.l.

di Ilaria Garaffoni Lo sport en rose AAA sesso debole cercasi. Da quando essere multitasking è diventata una necessità, il “sesso debole” sembra essersi darwinianamente estinto per sopravvenuta incapacità di adattarsi all’ambiente. Lo dicono le statistiche, il gossip e la scienza: le fanciulle hanno ormai detronizzato il cromosoma xy in tutti i campi. Dal lavoro al sesso, dalla gestione dei figli alla salute, fino alla convivenza sociale e politica: il mondo si è ormai tinto di rosa. Sport incluso. In questo numero omaggiamo lo sport femminile presentando le ragazze vincenti dello squash italiano, dell’adaptive rowing e – udite udite - del pugilato, sport macho per eccellenza. Tre storie diverse che raccontano di donne volitive e coraggiose, incapaci di arretrare davanti alle sfide, siano esse professionali o umane. Ma colleghi maschi, per favore, non offendetevi. Sarete sempre chiamati “sesso forte” quando i parcheggi saranno per noi troppo stretti, le scale troppo ripide da affrontare con tre borsoni dell’Ipercoop o quando s’imporrà di sfrattare definitivamente gli scarafaggi dal battiscopa. E poi potrete sempre prendervi una piccola vendetta, perché raramente le donne bioniche trovano uomini altrettanto bionici.

ROC - registro operatori della comunicazione: 20693 Copyright©, tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale di testi, foto, disegni pubblicati su Sport 2.0, con qualsiasi mezzo, salvo espressa autorizzazione dell’Editore. L’editore non risponde dell’opinione espressa dagli autori. Per collaborare, sottoponi le tue idee a: info@sportduepuntozero.com

Massimo Pinca Fotografo

Edoardo Blandino Contributor

Marco Casazza Contributor

Stefano Mari Contributor

Serena Viscovo Contributor


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10 LOREDANA PIAZZA

50 PALLANUOTO

42 PAINTBALL

19 CANOTTAGGIO

06 BMX CONTEST

26 VERTICAL TEAM

25 SPORT MARKETING

58 F1 REDBULL

34 SQUASH

62 CARA TIZIANA

63 SPORT BETA


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BMX CONTEST

Freestyle a 45 gradi di Team 365 bmx

Il 16 e 17 aprile scorsi il centro commerciale 45° NORD Entertainment Center di Moncalieri ha fatto da cornice al BMX contest, gara di rider a livello internazionale condita da djset, hard rock live e le note dei Motorhead interpretate dai Dumper. Sulla rampa con spina lunga 23 metri, larga otto e alta quasi due metri, hanno girato rider italiani, greci, inglesi ed americani. Tra le run migliori, quella del vincitore Panagiotis Manaras, che ha catalizzato il pubblico con mille trick diversi, tra i quali un bellissimo 720° on the spine.

Al secondo posto si è piazzato il genovese Simone “Kid” Barraco, di cui abbiamo già parlato (Sport 2.0 n. 3/2011) e al terzo l’inglese Phil Aller, che ha stupito tutti con il suo trick Fufanu. Ad aggiudicarsi il premio Best Trick è stato Alessandro Froio, 24enne di Lecco, chiudendo un bellissimo 180° tail whip to fakie on the spine. Spettacolari, infine, le performance del greco Haris Nisiotis, caratterizzate da velocità ed altezza. La classifica lo ha visto solo al settimo posto a causa di una brutta caduta che l’ha costretto a fermarsi.


and the winner

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Farfall a o ape , passa per la (super ndo )mosca di Serena Viscovo

“Danzo come una farfalla, pungo come un’ape”. Questa celebre dichiarazione di Muhammad Ali ben si addice a Loredana Piazza. E’ minuta, femminile, leggiadra. Ma quando sale sul ring sfodera il pungiglione, anche se gareggia nella categoria supermosca. Ex-portacolori della Nazionale azzurra e pugile professionista, Loredana è la più forte in Italia per la sua categoria.


PUGILATO FEMMINILE


“Quando gli sparring partners hanno cominciato a scarseggiare, ho capito che probabilmente c’era qualcosa che funzionava in quello che facevo.” Rocky Marciano In tanti possono provare ad avvicinarsi alla boxe. Negli ultimi anni si è diffuso molto l’allenamento in stile pugile anche tra le donne. Pensiamo alla kick boxing. Anche Loredana ha iniziato così, per caso, con un’amica. Come è successo a Rocky Marciano, però, anche Loredana si è accorta che qualcosa stava funzionando. Era diversa dalle altre donne. Le piaceva tutto: il gesto tecnico, il movimento. Ma soprattutto vedeva le differenze fisiche tra lei e le altre. Ha sempre avuto le caratteristiche che servono ad un pugile. Quali sono? “Fisicamente l’esplosività muscolare, che è in parte genetica e in parte si modella con l’allenamento” - racconta Loredana - “mentalmente


invece ci vuole molta tenacia, molta forza di volontà”. Bisogna sopportare la fatica in match che non vanno come dovrebbero, restare lucidi, negli incontri come in allenamento. “Rispettavo tutti i miei avversari. Non è facile salire sul ring: bisogna avere un tipo speciale di coraggio” Joe Louis Ci vuole coraggio eccome. Bisogna essere preparati a prenderle, a sentire il dolore. E’ semplice capire se si è portati o meno per questo sport. Tutto sta nel salire sul ring. La prima volta che si incassa un colpo la reazione rivela se si è pugili o no. “Io non mi sono spaventata. Mi sono arrabbiata. Molto. Mi sono come svegliata: cavolo devo fare qualcosa!”. Loredana si carica con il dolore: accorgersi di perdere sangue dal naso la aiuta a mantenere la concentrazione


quando sta correndo il rischio di rilassarsi troppo. Invece molti si impauriscono, e se si ha paura del colpo è difficile andare avanti in questo sport. “Mi piace picchiare la gente e picchiarla di brutto!” Mike Tyson E il dolore dell’avversario? “Fare male alla mia avversaria mi piace. In termini agonistici, chiaramente. Non è cattiveria, è la voglia di sconfiggere chi ho di fronte.” Per i pugili è una cosa istintiva. Tutto torna alla normalità quando si scende dal ring. Possiamo crederci vedendo Loredana prendere a pugni Massimo, pugile nonché suo fidanzato, sul ring. Non tutti possono prendere a pugni il proprio compagno senza conseguenze. Per Loredana e Massimo praticare lo stesso sport è una fortuna. Si capiscono, si confrontano e sanno come starsi vicino nei delicati momenti pre-gara. “Il mio piano era quello di sempre: salire sul ring e fare tutto il necessario per vincere.” Joey Maxim I giorni che precedono un incontro sono importanti. Più si avvicina il momento del match più aumenta la concentrazione. Per Loredana, anche se con la mente è già all’incontro da settimane, l’ansia arriva solo il giorno prima. Prendere sonno la notte precedente un incontro è dura. Se c’è una cosa che angoscia tanti pugili prima di un match è il peso. “Per qualcuno il peso è l’ostacolo più grande, è la prima cosa che combatte un pugile per restare nella sua categoria. C’è chi deve misurare tutto quello che mangia e beve.” Non è il problema di Loredana, che, pur essendo cresciuta nella pasticceria di famiglia, non ingrassa mai di un etto. Discorso diverso per chi, come Massimo, vive normalmente con 6/7 kg in più di quanti ne pesa il giorno prima dell’incontro. Una volta effettuata la pesata, è come essere ufficialmente sul ring. Per colpire. Per vincere. “La paura era necessaria. Senza di essa, sarei stato terrorizzato a morte.” Floyd Patterson Adrenalina. Una scarica fortissima che Loredana fino ad ora ha trovato solo nel pugilato. “Avvicinandomi al ring penso a miliardi di cose. Penso alla paura, al dolore, al rischio. Provo una sensazione forte, che provo solo quando sono lì. Quando inizia il match riesco a dimenticarmi di tutto, a concentrarmi solo su quello che sto facendo.”


BOX Ubriachi di pugni Si chiama punch drunk ed è l’ubriacatura da pugni. Questa sindrome può colpire (letteralmente) i pugili professionisti, che non usano il casco di gomma come i dilettanti. Stordimento, difficoltà a pensare e parlare, cambio di personalità, perdita della memoria: ubriachi appunto…ma di pugni!


BOX Questione di peso. Anche al cinema. Il primo avversario di ogni pugile è il peso. Ne sanno qualcosa gli interpreti di pugili al cinema. Robert de Niro, dopo aver raggiunto la splendida forma di un giovane La Motta per Toro Scatenato, ha dovuto poi mettere su 30kg per interpretare l’appesantito vecchio pugile. Per questo motivo il film è stato girato in due parti. Per Million Dollar Baby Hilary Swank si è allenata fino ad aumentare di circa 9kg. Will Smith si è allenato con il vero allenatore del leggendario Muhammad Ali, per interpretarlo in Alì: più di un anno di lavoro per arrivare a circa 100kg di muscoli scattanti. Ultima trasformazione quella di Christian Bale per il ruolo di Dickie Eklund, pugile tossicodipendente in The Fighter: magrissimo.

“Quando il tuo allenatore ti dice di fare qualcosa, devi farlo.” Emile Griffith Il rapporto con l’allenatore è importantissimo: stima, rispetto reciproco, fiducia. “Io ho piena fiducia nel mio tecnico (Dino Orso). Quando mi dice di fare una cosa io la faccio. Non mi pongo domande. So che lui si aggiorna sempre, non si accontenta mai, come me.” Loredana è passata, dopo anni da dilettante e dopo aver vestito i calzoncini della Nazionale, alla carriera professionistica con risultati esaltanti. A dicembre 2010 ha combattutto in Argentina per il titolo mondiale della sua categoria contro Carolina Raquel Duer, che in quell’occasione ha avuto la meglio. Loredana è riconosciuta come la più forte in Italia, probabilmente in Europa. Mancano i soldi per organizzare un incontro per il titolo europeo, ancora vacante. Nel pugilato funziona così: pochi incontri che devono essere ogni volta un evento. Trovare i fondi non è impresa facile.

“La boxe è un po’ come il jazz. Meglio è, meno gente l’apprezza.” George Foreman Se la boxe è uno sport per pochi, la boxe femminile è uno sport per pochissime. A Loredana piacerebbe che il pugilato si diffondesse di più, “ma non me la sento di consigliarlo alle donne in generale. Bisogna avere qualcosa di innato.” Certo è che a lei il pugilato ha dato tanto: tanti risultati, ma soprattutto la voglia di lottare. “Io difficilmente mollo. Questo l’ho imparato sul ring e me lo porto fuori ogni giorno.” Loredana si pone solo un limite: l’età. “Preferisco smettere quando sarò ancora abbastanza in forma”. Come dichiarò Tommy Farr, campione britannico degli anni ’30: “Ho lasciato la boxe perché mi rendo conto che nessuno può battere il tempo”.


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Campioni, diversamente Rowing vuol dire canottaggio; adaptive vuol dire che l’equipaggiamento si adatta all’atleta; adaptive rowing è il canottaggio praticato da atleti disabili. Proprio a Torino si allena una delle migliori espressioni di questo sport: Silvia De Maria, che già pensa alle Paralimpiadi di Londra 2012.

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Da dodici anni su una sedia a rotelle, Silvia pratica canottaggio dall’autunno 2008 con risultati di sempre maggior rilievo. La incontriamo in un pomeriggio primaverile presso la società canottieri Caprera. Lei ci accoglie con un sorriso e una vigorosa stretta di mano. Sarà una bella chiacchierata. Dopo averci presentato la sua allenatrice Simona Rasini e il suo compagno di allenamento nel doppio, Vittorio Altobelli, Silvia racconta di essere appena tornata da uno dei raduni della Nazionale tenutosi a Gavirate. Questi raduni, a cadenza mensile, le permettono di allenarsi con il suo compagno di gara ufficiale, Daniele Stefanoni. Perché Silvia si misura con gli altri atleti nella specialità del doppio sulla distanza di mille metri, uguale per tutte le categorie adaptive. Inoltre a Gavirate può utilizzare l’imbarcazione di categoria adaptive, non presente alla società canottieri Caprera. Allenarsi in vasca da bagno Poiché Silvia utilizza braccia e schiena per fare canottaggio, l’imbarcazione è priva di carrello e con lo scafo più largo e piatto: una specie di vasca da bagno, come sintetizza lei. Perché Silvia è simpatica, oltre che tenace e al contempo umile. E’ con estrema pacatezza che ci racconta che a Gavirate è passata da prodiere a capovoga, ottenendo il primato personale in 4’18’’. Un risultato importante, considerato che il capovoga ha anche la responsabilità di dare il ritmo alla palata. La pacatezza è però unita in Silvia ad una forte determinazione, come racconta Vittorio: “quando alleno i ragazzi, la prendo spesso come esempio di impegno, sacrificio, tenacia e continuità”.

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Appuntamenti futuri di Adaptive rowing

- Da venerdì 27 a domenica 29 maggio 2011, Monaco (D): 1° prova Coppa del Mondo; - Sabato 4 e domenica 5 giugno 2011, Gavirate (VA): Campionati italiani; - Da domenica 28 agosto a domenica 4 settembre 2011, Bled (SLO): Campionato del Mondo. Per ulteriori informazioni visita il sito www.canottaggio.org


Il canottaggio, passando per il tennis E pensare che Silvia pratica canottaggio da soli tre anni. E’ arrivata a questo sport dal tennis, da lei praticato a livello agonistico per dieci anni. “Al Caprera sono arrivata per caso: da tennista, nel 2008 ho preso parte ai Giochi paralimpici di Pechino e al termine delle competizioni un dottore mi ha chiesto come mai non praticassi canottaggio. Tornata a Torino, in autunno ho chiamato un medico che mi ha indicato la Caprera e da lì tutto ha avuto inizio”. Per Silvia il tennis è uno sport impegnativo soprattutto a livello mentale, mentre nel canottaggio fisico e mente vanno di pari passo. In effetti ci vogliono applicazione in allenamento e continuità nella ricerca della perfezione del movimento e della forza data al remo: una palata può fare la differenza.


Un futuro british In meno di un mese Silvia sarà impegnatissima tra Internazionali, Coppa del Mondo e campionati italiani. Ma il suo obiettivo primario sono le qualificazioni di settembre per i giochi paralimpici di Londra 2012 e la speranza di un buon risultato. Considerato il suo quinto posto ai Mondiali 2010, un buon posizionamento olimpico non è escluso. Mentre Silvia scende in barca con Vittorio, la pace e il silenzio del fiume si mescolano alla sua concentrazione di atleta. Silvia ha lo sguardo fisso verso un punto lontano. Ci piace pensare che punti verso Londra. CIP

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Categorie, specialità e barche Adaptive

Per ciascuna delle categorie dell’Adaptive Rowing la distanza regolamentare di gara è di 1000 metri. I remi usati nell’Adaptive sono uguali in caratteristica e forma a quelli del canottaggio standard. Le categorie nell’Adaptive Rowing si distinguono in base alle parti del corpo utilizzate: LTA (legs - trunk – arms) per canottieri che usano braccia, gambe e tronco; TA (trunk – arms) per atleti che possono utilizzare solo braccia e tronco; A (arms) per coloro in grado di usare esclusivamente le braccia. Le specialità adaptive rowing per Campionati Mondiali e Giochi Paralimpici sono LTA 4+, con equipaggio misto (uomini e donne) e sedile mobile; TA 2x, con equipaggio misto e sedile fisso; AM 1x (uomini) a sedile fisso; AW 1x (donne) a sedile fisso. Le imbarcazioni a disposizione degli atleti in adaptive sono tre: per LTA 4+, cioè con timoniere a poppa, scafo standard, sedile scorrevole e peso di 51 kg; per TA 2x scafo più fine rispetto al doppio standard per aumentarne la stabilità, munito di galleggianti anti-ribaltamento e sedili fissi, con un peso di 36 kg; per AM 1x o AW 1x caratteristiche di finezza e stabilità identiche a quelle per il TA 2x; munito di sedile fisso, offre un appoggio posturale e sistemi di sicurezza in caso di rovesciamento; peso di 21 kg.


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SPORT MARKETING

La vecchia, cara newsletter di Andrea Annunziata Per strano che possa sembrare, uno dei problemi più frequenti per le società/federazioni sportive è il mantenimento dei contatti con i diversi referenti: sponsor, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti e famiglie. Fornire resoconti continuativi su quanto accade nella realtà sportiva è un’occasione importante per dare visibilità agli sforzi profusi internamente, oltre ad essere un servizio dovuto agli interlocutori di riferimento. La newsletter, per quanto suoni 1.0, è tuttora uno strumento dall’ottimo rapporto costo/risultato. E non va dato troppo per scontato. La newsletter è un’e-mail inviata gratuitamente ad una serie di destinatari che abbiano richiesto - o che abbiano dato il consenso a ricevere - le news in formato telematico da un determinato mittente. Il contenuto è a discrezione di chi lo invia: l’importante è scrivere notizie che interessino i destinatari e non solo cose rilevanti o urgenti per la società. In caso contrario la newsletter potrebbe essere vista come fastidioso spam ed essere cestinata prima ancora di essere letta.

In tal senso, si possono costruire differenti newsletter per i diversi interlocutori (ad esempio, quella per le famiglie conterrà gli auguri di compleanno, gli orari di allenamenti e i ritrovi, mentre quella degli sponsor annuncerà l’inserimento di una nuova azienda tra i partner commerciali o i risultati delle partite, ecc). Per sapere se le newsletter vengono visionate e in che numero, basta inserire la conferma di lettura: il rapporto tra le mail spedite e quelle aperte ci darà il ritorno. Un valore che si attesti sul 5-10% è da considerarsi buono. L’importante è che la newsletter abbia obiettivi precisi e che non venga vissuta dal destinatario come un castigo periodico. Un luminare della comunicazione e del marketing, tal Philip Kotler, afferma che “se fai qualcosa e nessuno lo sa è come se non lo avessi fatto”. Una volta compreso quanto ciò sia vero, saremo sulla buona strada per capire quanto sia importante spedire una newsletter. Quattro pilastri Come ogni strumento, la newsletter si basa su quattro pilastri fondamentali: 1) il consenso dei destinatari (è fondamentale non risultare invadenti, o peggio, violare le norme sulla privacy); 2) il valore del contenuto (è essenziale offrire contenuti incisivi, sintetici, originali e aggiornati. E’ consigliabile non superare mai le 4 o 5 news per newsletter); 3) la regolarità di spedizione (la newsletter deve diventare un appuntamento fisso e il rispetto della scadenza è sinonimo di qualità ed efficienza); 4) la periodicità frequente ma senza esagerare (i risultati migliori si ottengono dosando le quantità con il buonsenso, quindi mai lanciare più di una newsletter a settimana, e mai meno di una a bimestre). Consigli finali: meglio non aspettare l’ultimo giorno per fissare la scaletta delle notizie: otterreste newsletter dai risultati fallimentari. Ogni cosa ha bisogno del suo tempo. Il contenuto principale deve essere già nel titolo della newsletter: se la titolazione sarà incisiva non si rischierà di essere cestinati appena ricevuti.


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SNOWBOARD

The endless

winter di Riccardo Chiura

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I surfisti di The Endless Summer cercavano la loro estate infinita girandosi in lungo e in largo i cinque continenti; gli sci alpinisti del Vertical Team cercano il loro inverno infinito a pochi kilometri da casa. E incredibilmente lo trovano, divertendosi un sacco e spendendo un millesimo dei protagonisti del film cult per surfisti.


“Zaino, ramponi, picozza e snowboard. Tanto basta per sciare 12 mesi all’anno. In Italia, ovviamente”


The Endless Summer, film-documentario dedicato al surf, si ispira all’unico e vero motore che fa girare qualunque surfista: la ricerca dell’onda perfetta, partendo da quella che srotola sotto casa per girare tutto il mondo, seguendo la propria estate senza fine. Rincorrere l’estate e le onde attraversando i cinque continenti con aerei, auto e moto è il presupposto dell’intero film. Ma spostarsi all’infinito ha un costo. In Italia, invece, se hai uno zaino, un paio di ramponi, una picozza e uno snowboard o degli sci sulle spalle, puoi sciare per 12 mesi all’anno ininterrottamente, spostandoti pochissimo (volendo anche in bici) e spendendo veramente poco. Non sarà l’estate, ma l’inverno infinito quello che troverai. Proprio a questo pensavo mentre guardavo la mia picozza crepare la parete di neve pressata durante la salita del Canale Perotti, sulla parete quasi nord del Monviso. E’ maggio, ma sono circondato da vette innevate e rocce silenziose. Niente mare né palme e una situazione volendo pericolosa, eppure l’unica cosa che mi veniva da pensare era “che bel posto ...e quanta neve c’è ancora e ci sarà per tutto l’anno, fino al prossimo inverno!”


Il belpaese dell’alpinismo Per un appassionato di montagna, di alpinismo, di sci alpinismo portato all’estremo dello sci ripido, l’Italia è un paese che non ha nulla da invidiare ad altre blasonate mete montane mondiali. Anzi, con il passare del tempo, dei viaggi e dei posti visitati, mi rendo sempre più conto che il nostro è proprio un Bel Paese, soprattutto per un alpinista. Premetto che non sono né guida alpina, né istruttore, né professionista, come d’altronde quasi tutti gli amici con i quali condivido salite e discese in montagna. Il nostro è un gruppo di appassionati, ognuno con il proprio lavoro e i propri interessi, montani e non. Ripensandoci, siamo proprio gente di città: viviamo nel traffico di Torino, nel rumore dei clacson e nei fumi dello smog… siamo esattamente quelli che le guide alpine guarderebbero con malcelato disprezzo perché non viviamo in montagna e quindi, secondo gli altri, non dovremmo vivere la montagna.


“Per gli appassionati di montagna e di sci alpinismo, l’Italia non ha nulla da invidiare alle blasonate mete montane internazionali�


Alla ricerca dell’inverno infinito In realtà andiamo sui monti almeno una volta alla settimana per quasi tutto l’anno da dicembre a ferragosto. Spesso si parte la notte, alzandoci alle quattro di mattina: raggiungiamo una vetta e scendiamo dalla parete più ripida. A mezzogiorno siamo nuovamente in mezzo al traffico turineis, anche ad agosto, con l’obiettivo inconsapevole e forse un po’ malato, di crearci il nostro personalissimo Endless Winter.

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Amano il glamour e le emozioni, hanno occhi verdi e azzurri e un grande amore in comune: la palla doppio punto giallo dello squash agonistico. Loro sono Manuela Manetta, campionessa italiana; Sonia Pasteris, pluricampionessa e attualmente numero due della classifica; Chiara


Lo squash è femmina di Marco Por tinaro

Ferrari, numero tre e Veronica Favero Camp, numero quattro. Un gruppo affiatato e fuori controllo che ha portato glamour e femminilitĂ in uno sport duro, oltre a un bel gruzzolo di vittorie.


Palline roventi schiacciate contro il muro, racchette impazzite e l’ansia della “posizione T”, in un concentrato di agonismo, tecnica, controllo e velocità. Lo squash non è esattamente uno sport per femminucce. Invece Manuela, Sonia, Chiara e Veronica hanno portato glamour e femminilità nello squash, oltre a un bel gruzzolo di vittorie. Per forza, sono tutte campionesse. Manuela Manuela gira il mondo alla conquista di titoli, perché qui in Italia ne ha già vinti otto. Inizia a giocare a squash a soli 12 anni e da subito mostra qualità e talento. Nel 2008 ai campionati europei individuali porta a casa una medaglia di bronzo. Si tratta di un successo incredibile per chi ama lo squash ma non è cresciuto in Inghilterra o in Egitto, dove lo squash è il pane quotidiano.


BOX Il campo Lungo m. 9,75 e largo m. 6,40, ha pareti preferibilmente in muratura e pavimento in parquet. La linea di delimitazione superiore è tracciata nella parete frontale a m. 4,57 dal pavimento e scende in quelle laterali sino ai m. 2,13 della parete posteriore trasparente. A m. 0,48 è la linea di delimitazione inferiore (limite di Tin).

Sonia Sonia invece inizia tardi, ma lo squash non diventa per lei solo una passione: diventa il suo lavoro, la sua intera vita. Campionessa italiana, Sonia gira il mondo con la nazionale femminile, diventa istruttrice, allenatrice della nazionale Juniores e organizzatrice di tornei ed eventi.


Chiara Chiara invece è di Milano, cresce sotto gli insegnamenti di Marcus Berret (che ha allenato tutte e quattro le ragazze) e sale più volte sul podio a livello italiano. Ama la moda e i vestiti glamour, ma fortunatamente i suoi polpacci non ricalcano lo stile anoressico. Chiara si allena duramente per poter partecipare ai tornei del circuito internazionale femminile Wispa.

BOX Scarpe, racchetta, palla L’abbigliamento è quello normale del tennista, la “suola” in gomma delle scarpe deve essere chiara e sempre pulita. La racchetta, di lunghezza complessivamente uguale a quella del tennis, ha un tondo più piccolo ed un manico più sottile. La palla pesa circa 23 grammi e contiene al suo interno una goccia d’acqua, per effetto del palleggio iniziale si riscalda accentuando la sua capacità di rimbalzo.


Veronica Infine Veronica: istruttrice, giocatrice di livello nazionale, innamorata dello squash. Ha conquistato numerosi podi agli assoluti italiani e gira il mondo nei suggestivi scenari dove viene montata la Glass Arena, un “campo portatile” completamente in vetro che viene utilizzato per i più prestigiosi tornei internazionali.

BOX Il punteggio Un incontro si disputa al meglio dei 3 o 5 giochi. Il giocatore che per primo raggiunge gli 11 punti vince un gioco. In caso di 10 pari, un giocatore per conquistare il game dovrà vincere con due punti di scarto (es. 12-10 17-15 ecc). BOX Il Let Se si ha il dubbio di poter colpire l’avversario con la racchetta o con la palla o se l’accesso alla palla risulta impedito, si interrompe il gioco e si serve un’altra palla. Let! BOX Posizione T Subito dopo aver colpito la palla, il giocatore deve cercare di raggiungere il centro del campo (punto T), da dove si controlla meglio l’andamento del gioco.


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Torino Squash Team

BOX Glass arena I più prestigiosi tornei internazionali si giocano in un campo completamente in vetro che permette di seguire la partita a 360°. Il “glass arena” si può montare ovunque: dalle Piramidi di Giza alla Central Station di New York, dal Canary Wharf Pier di Londra fino a Torino, in Piazza Vittorio Veneto. Guarda le foto su sportduepuntozero.com

Manuela, Sonia, Chiara e Veronica sono inseparabili, così come i loro punti in classifica. Da anni difendono infatti le prime quattro posizioni e non sembrano essere intenzionate a cederle. “Lo squash è uno sport di passione, come dice lo slogan della nostra federazione” - dice Sonia. “E’ uno sport sano, pieno di divertimento e fatica. E certamente ti mantiene in forma”. In Italia lo squash ha vissuto un boom negli anni 80’, quando i film di Woody Allen ci mostravano inferociti manager di wall street che si sfogavano sui campi in muro bianco. Ora, dopo qualche anno di calo dell’attività, stiamo vivendo un periodo di grande sviluppo, grazie al lavoro svolto dalla Federazione e da associazioni sportive importanti come l’Assi (Associazione Sportiva Squash Italia), che gestiscono buona parte dell’attività amatoriale. “Consiglio lo squash a ragazzine e donne: io non mi sono mai divertita tanto!” - ci dice Veronica. “Inoltre – conclude - lo squash unisce ed emoziona e io vivo per emozionarmi”.


ALESSANDRO CAROLEO Group Manager


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Fate lo sport, nondi Edoardo fateBlandino la guerra Fucili, tute mimetiche e proiettili: siamo nel mezzo di un gioco dove si corre, si spara, si indossano scafandri futuristici e ci si sporca come bambini. Obiettivo? Riempire l’avversario di gelatina colorata. Signore e signori, ecco a voi il Paintball.


PAINTBALL


Sembra un campo di battaglia, con vari tizi imbacuccati con caschi avveniristici e fucili ad aria compressa. E’ il set di Star Treck? In verità siamo a Grugliasco, in un campo di Paintball dove le squadre si allenano per il primo campionato nazionale italiano. Che cosa fanno? Beh, fondamentalmente si sparano a vicenda. O meglio, durante la pratica tendono a non colpirsi e a prediligere bersagli fissi, ma capita che parta qualche raffica in direzione di un partner di allenamento. Insomma, a parte nelle vere simulazioni, è difficile che si miri ad un compagno, se non per fare qualche bella foto. Un po’ macchiata, se vogliamo. Occhio ai lividi Anche perché in partita è veramente dura catturare certi momenti. I proiettili sono troppo veloci e l’azione è così rapida che sembra di assistere a delle operazioni militari. Durante le esibizioni la folla accorre numerosa, ma dal tripudio generale nel campo si sentono comunque i giocatori parlare in codice, per non far capire dove sono e cosa faranno. Se vieni scoperto non rischi la pelle, ma è meglio evitare di beccarsi qualche pallina perché se ti sparano da pochi metri dove non hai le protezioni ti porti dietro il livido per qualche giorno. Ma questo è il caso peggiore. Spesso ci si colpisce da lontano ed i fucili (“marcatori”) utilizzati dagli amatori sono talmente poco potenti che a volte la pallina non si rompe neppure. Se però il liquido fuoriesce significa che sei stato eliminato e devi aspettare il prossimo round, cioè al massimo cinque minuti. Ah, perché scopo del gioco è macchiare l’avversario. Di vernice.


BOX Cosa devo comprare per giocare a paintball? Niente, almeno all’inizio, anche perché i campi hanno tutto il necessario: maschera, marcatore + pallini. Ci sono poi le protezioni, che sono vivamente consigliate, ma non essenziali. Se però volessi dedicarmi a tempo pieno al paitball, allora dovrei ricercare i materiali. In Italia non si trova l’attrezzatura da Paintball e bisogna cercarla nei negozi online. Il marcatore è l’oggetto più costoso ed esiste in due modelli principali: meccanico ed elettronico. La prima versione è quella classica, con molle ed aria compressa. Nel secondo caso c’è un congegno che controlla la velocità di fuoco, rendendolo così semi-automatico. I prezzi variano dai 100 euro per quelli classici, fino ai 1500 euro per i modelli più sofisticati.


Dal taglialegna allo speedball Il Paintball ha origini estremamente recenti e deriva dall’esigenza dei taglialegna di segnare o marcare con la vernice gli alberi da abbattere. Da qui il nome dell’attrezzo, “marker”. Il primo marcatore era uno strumento rudimentale, ma oggi la tecnologia permette attrezzi d’avanguardia. I primi mezzi erano pesanti e macchinosi, e spararsi della vernice addosso non era il massimo. Oggi è tutto nuovo, a cominciare dalle palline, create con una sostanza simile alla vernice, cioè una gelatina atossica e biodegradabile che non danneggia ambiente o esseri viventi e non rovina i vestiti. Negli anni ’90 il Paintball ha subito grandi trasformazioni. Sono state create delle regole, si è cercato di scinderlo il più possibile da quella che sembrava essere una simulazione di guerra e lo si è definitivamente trasformato in uno sport. Quello che si gioca oggi nel campo di gara è lo speedball, anche se esistono altre varianti praticate nei boschi. AAA campi per paintball cercasi In Italia quest’anno è partito il primo campionato nazionale ed il 17 aprile la tappa inaugurale a Roma è stato un successo di pubblico. Purtroppo il movimento è ancora molto ridotto, tanto che in Italia ci sono appena 12 squadre e solamente 10 erano presenti nella Capitale. I problemi derivano principalmente dalla mancanza di campi. In tutto il Piemonte l’unico omologato e riconosciuto dal CSEN Paintball è quello di Corso Allamano, gestito da Sonny Barvero. Nonostante la giovane età, è lui che da qualche anno si batte per rendere più popolare questo sport in Italia. Aveva anche tentato di portare una tappa del campionato a Torino, però non c’è riuscito per problemi burocratici e ci riproverà la prossima stagione. Intanto, si “limiterà” a tenere alto il nome dell’Italia alla prossima Coppa del Mondo di Paintball. Ovviamente in attesa di far conoscere il Paintball ai torinesi, in modo che anche loro possano esclamare:

“Ragazzi, ma che figata!” Fotografa questo codice con il tuo smartphone e con barcode scanner guarda foto e video sul web.

S.S.D. Paintball Sport Torino


BOX Dove fa più male essere colpiti? Molto dipende dalla distanza (un conto è ricevere un colpo da tre metri, un altro è subirlo da dieci o quindici). Il proiettile esce dal marcatore ad una velocità variabile in base all’arma ed alla pressione dell’aria. Nelle gare di campionato il colpo viaggia a circa 200 km/h, mentre nelle prove amatoriali la velocità è inferiore. Ci si è accorti che con i marcatori da competizione ed un fuoco ripetuto e concentrato su una sola parte della maschera da un paio di metri di distanza, si può arrivare a crepare la protezione. Ma si tratta di una circostanza impossibile perché se si colpisce nuovamente un avversario già eliminato si viene squalificati. In ogni caso le parti peggiori sono solitamente quelle “morbide”, come l’interno coscia o il collo, ma ovviamente conta la presenza o l’assenza di una protezione. Attenti al collo, spesso scoperto in gara perché la copertura dà un senso di costrizione.


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PALLANUOTO

Non solo palla, non solo nuoto di Marco Casazza


Entriamo in piscina e subito le narici vengono invase dal familiare odore del cloro. Gruppi di bambini con mamme girano intorno a noi in un pomeriggio di primavera. Ci guardiamo intorno. La scena è diversa da quella del sabato precedente, giorno di partita. Quel pomeriggio gruppi di tifosi esultanti sostenevano le due squadre nella sfida, che avrebbe visto vincere la Torino 81, squadra di serie A2 di pallanuoto, contro la capolista di Trieste. Ora tutto è piÚ tranquillo.


Un gruppo di ragazzini si allena, in attesa del cambio, quando arriverà come tutti i giorni la prima squadra. Ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, dopo una giornata di studio o di lavoro, vengono messi alla prova dal loro allenatore, avendo nella mente e nel cuore il fine settimana e la sfida successiva. La pallanuoto non è uno sport come il calcio, in cui ognuno gioca in un proprio ruolo. Qui ognuno è difensore ed attaccante. La vittoria o l’insuccesso dipendono da ciascun membro della squadra. Cerchiamo, guardando attraverso il vetro che ci separa dalla vasca, Mattia Aversa, una delle anime di questa squadra di pallanuoto. Lui, ex nazionale (giocava nel Posillipo), una trentina di anni fa accettò una sfida difficile: far sopravvivere una squadra sportiva alla chiusura. Lui, che tanto aveva investito, decise di crederci. Così nacque, nel 1981, la Torino 81 dalla Sisport Pallanuoto. Divenne allenatore della squadra giovanile. Una palla, due porte, tanta acqua Mattia ci parla del suo mondo fatto di una palla, due porte e tanta acqua. In quell’universo non basta essere un bravo nuotatore con un’ottima resistenza. Con gli occhi che escono appena dall’acqua le prospettive cambiano. Devi sapere quello che fai nei trenta secondi di possesso palla della tua squadra. E devi sapere che, attaccato a te, sta sempre un avversario, che non si comporta proprio come un cavaliere con la dama. Cerca fisicamente e mentalmente di sovrastarti perché tu ti ritiri verso i bordi. Nella sfida uno contro uno non c’è pietà. Se uno è più forte (e te lo fa sentire, non solo metaforicamente) o tu resisti e rispondi o salti. E quando ti ritiri la squadra non è più tale. Soprattutto da meno di due decenni, da quando ad un gioco più libero si sono sostituiti gli schemi. Lo schema è comodo perché ti permette di avere una strategia, ma ti blocca se perdi un uomo. Oggi Mattia Aversa ha cambiato ruolo. Nella società che ha aiutato a costruire è uno dei dirigenti. Ma non uno che occasionalmente va a stringere le mani ai giocatori, mette i soldi ed esulta per gli investimenti milionari. Perché di milioni (di euro) non ce ne sono e non ce ne sono mai stati per i giocatori. Lui tutti i giorni guarda la squadra e, come tutti i giocatori, ha nel cuore il sabato di partita, la serie A1 e poi chissà.


BOX Water polo, please La pallanuoto o palla a nuoto (water polo) nasce nel XIX secolo in Inghilterra e in Scozia. Si affrontano due squadre da sette giocatori ciascuna. I pallanuotisti possono essere sostituiti illimitatamente. Se commettono tre falli gravi verranno espulsi con obbligo di sostituzione. Al termine dei quattro tempi di gioco, di otto minuti effettivi ciascuno, vince la squadra col miglior punteggio.


E brontola se a fine partita i giocatori si lamentano per qualche scorrettezza dell’avversario. Ma in passato le cose andavano peggio. Non tanti anni fa non c’erano tante piscine disponibili per allenarsi a Torino ed era faticoso organizzare l’attività di tutti i giorni. Oggi, invece, la situazione si è stabilizzata. Ci sono piscine per tutti e l’attività della società si è trasformata, portando a successi anche importanti. Testa, cuore, palle Mentre parla del passato facciamo un tuffo nel presente: arriva suo figlio Simone. Oggi è capitano della prima squadra. Ma non pensate al solito giochetto nazionale “sono il padre, metto mio figlio in campo”... perché nella pallanuoto se sei una schiappa ti fai male sul serio. L’unico vantaggio - come ci racconta Simone Aversa - è l’essere stati a bordo vasca per otto anni (da quando ne aveva quattro), aver sentito urlare il padre allenatore e aver assorbito tante frasi e parole al vento, inghiottite dai tonfi della palla. Così a Simone molte cose sono venute naturali. Un talento? Anche. Ma per riconoscere i talenti nella pallanuoto servono degli anni. Saper nuotare e avere una buona resistenza sono le premesse indispensabili per cominciare a lavorare.


Poi esiste quella cosa chiamata “fare squadra”, fatto di uscite insieme, momenti di divertimento, di vita passata fuori dall’acqua. Una squadra di persone unite, così come vuole la società, che in caso contrario richiama o allontana gli aspiranti pallanuotisti. Si. Perché è un discorso di testa, di cuore e di palle. Devi avere queste tre cose e usarle tutti i giorni, se no, come in partita, vieni spinto a bordo vasca dall’avversario. La federazione italiana: http://www.federnuoto.it La società Torino 81: http://www.torino81.to.it

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Torino 81


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F1

landino

di Edoardo B

Monumenotrimula 1 alla F

Da piazza Vittorio a Largo Cairoli: il Red Bull F1 Show Run 2011 ha trasformato il salotto torinese in un circuito di Formula 1. Con protagonisti d’eccezione: il pilota australiano Mark Webber e lo spagnolo Jaime Alguersuari, ma anche il tedesco Chris Pfeiffer con le sue evoluzioni su due ruote. E 40.000 torinesi accorsi a vedere la Formula 1 sotto i monumenti della loro città. Perché Torino? Perché è la capitale italiana dell’auto (magari Fiat, ma non sottilizziamo). E poi è stata la prima capitale d’Italia, e infine per ricordare l’ultima edizione del Gran Premio del Valentino del 1955.


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Redbull

Quali auto potranno essere messe in mostra nella Torino patria dell’universo e del merchandising Fiat? La risposta sembra scontata, ma non lo è. Non il 30 aprile, almeno, quando i torinesi sono accorsi al Red Bull Show Run 2011 per veder sfrecciare vari piloti su un mini circuito appositamente creato dal Comune nel centro della città. C’era la moto di Chris Pfeiffer, c’erano la Red Bull Racing di Webber e Alguersuari e le monoposto ufficiali che gareggiano in Formula1. Per i nostalgici è anche tornata in pista la mitica Lancia Marino, che correva nelle Mille Miglia - una di quelle auto dalla carena allungata dove il pilota è protetto solo da una sciarpa svolazzante e da improbabili occhialoni marroni. Un’emozione vicina Lo show ha avvicinato la città a sport spesso lontani o d’élite e non si è esaurito nella sola giornata del 30 aprile, ma ha visto varie preview cittadine, anche slegate dal marchio sponsor (Alguersuari, ad esempio, ha partecipato ad un dibattito al Politecnico e Webber ha fatto un’ospitata in discoteca). Da Piazza Vittorio (dove è stato allestito il paddock), all’Arco del Valentino (punto di arrivo), passando per Corso Cairoli, si è riversata una fiumana di gente, eccitata dalla possibilità di vedere da vicino una vera monoposto. I piloti sono stati trattati come delle star, con tanto di giro d’onore su decapottabile per ricevere gli applausi. L’esibizione (con partenze, sgommate, derapate e testa coda tipici dei test di prova) ha fatto letteralmente impazzire il pubblico. D’altronde, raramente si vede un’auto sfrecciare ai 180 km/h lungo il Po. E pensare che a quella velocità, in pista, verrebbe superata da tutti. Un’emozione breve Stare a bordo pista è un’emozione intensa e singolare. Nonostante l’incredibile folla e l’impossibilità di vedere chiaramente, l’assordante rombo dei motori preannunciava l’arrivo di ogni auto. Purtroppo c’era giusto il tempo di vedere sfilare la monoposto e tutto era già finito: la velocità è un’emozione breve. Ma il clima era straordinario. Lo ha spiegato bene Webber: “Stare qui a Torino e correre su queste strade, con il fiume e la collina, è davvero un’emozione unica”. Di questo bisogna ringraziare anche l’Assessore allo Sport Giuseppe Sbriglio, già amico di Sport 2.0 (vedi Sport 2.0 n.1/2010), che si è prodigato per rendere possibile questo evento a 65 anni dall’ultimo Gran Premio cittadino. E dire che circa sei mesi fa, quando Sbriglio si incontrò con la Red Bull per portare a Torino la Formula 1, qualcuno storse il naso. Chissà cosa pensa ora.


Cara Tiziana, 62

! tAb ile por

In questi anni di esperienza di sport praticato da persone con disabilità, molte volte mi è capitato di incontrare giovani, meno giovani, ragazzi, ragazze che, pur avendo qualche intenzione di fare sport, non avevano la più pallida idea di dove andare. La realtà italiana e piemontese in questi ultimi anni è cambiata, vuoi per le Paralimpiadi di Torino che hanno davvero segnato un “prima” e un “dopo”, vuoi per i grandi cambiamenti occorsi all’interno del Comitato Italiano Paralimpico. Fino al 2010, infatti, il Comitato Italiano Paralimpico ha sempre gestito in toto ogni disciplina sportiva avvalendosi di Comitati regionali, mentre ora molti sport sono stati inseriti direttamente nelle Federazioni Nazionali del CONI (o dei normodotati) oppure, come gli sport invernali della neve, si sono costituiti in una Federazione propria, la FISIP (Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici), che ho l’onore di presiedere da settembre. Al di là della disabilità, direi che, se non si hanno particolari interessi, è bene andare a curiosare in giro. Il calendario di manifestazioni a livello locali può soddisfare le prime domande e dare le risposte a domande inevitabili come il costo di un eventuale attrezzo, la procedura da seguire quando si decide di praticare uno sport (tesseramenti, visite mediche per l’agonismo, eventuale acquisto di attrezzatura), ecc. Ricordo subito che per praticare una disciplina, a qualsiasi livello, è necessario essere tesserati per una Società Sportiva affiliata alla Federazione dello Sport di riferimento, così se si deciderà di seguire lo Sci Alpino o lo Snowboard sarà indispensabile contattare e tesserarsi per una Società affiliata alla FISIP. La stessa società sarà in grado di fornire l’attrezzatura per provare e di procurare la stessa in caso si decida di proseguire e dunque se ne renda necessario l’acquisto. Il tesseramento è indispensabile per: avere delle persone competenti di riferimento, usufruire di corsi per principianti e capire così quale sia la disciplina a noi più

E-S

sono reduce da un brutto incidente che mi ha fatto entrare d’ufficio nella categoria disabili. Finora non ho praticato seriamente nessuno sport, ma adesso sento di voler cominciare a fare qualcosa; non voglio arrendermi. Cosa posso fare? E come? Chi mi può dare una dritta?

CARA TIZIANA

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congeniale, socializzare con altre persone che hanno gli stessi interessi ed obiettivi e, non da ultimo, avere le coperture assicurative ed una struttura di supporto in caso di trasferte. Non esiste un decalogo su come scegliere lo sport, ognuno di noi è unico e se anche si era degli ottimi atleti di nuoto prima dell’incidente, non è detto che “dopo” uno abbia di nuovo voglia di buttarsi in piscina. Alcuni sport richiedono un’attrezzatura specifica, mentre altri (proprio il nuoto) sono più immediati e meno costosi. E’ possibile praticare quasi tutti gli sport: dall’atletica al nuoto, dal tennis al judo, dal basket al ciclismo, dal tiro con l’arco allo sci alpino, dallo sci nautico all’Hockey su ghiaccio e per i più tranquilli il curling. Contattatemi tranquillamente e cercherò di indirizzarvi al meglio, oppure scrivete al CIP Piemonte che ugualmente vi darà delle indicazioni. Non perdete un’opportunità, a smettere c’è sempre tempo!


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SPORT BETA

A R D A U Q S LA

A I L G I M A DI F isé

Mo di Paolo

“Mangiare sano e fare sport: questa è vita” - dice mamma sfondandosi un Toblerone davanti alla tv. “Cornuto!” - grida papà all’arbitro, che ha la tremenda colpa di aver fischiato un rigore. Ok, essere genitori non è un mestiere facile. Ma nemmeno essere

figli è un mestiere facile, soprattutto se i modelli coi quali ci si confronta quotidianamente sono incoerenti con le lezioncine di vita che ci vengono impartite. La bella notizia, però, è che si può migliorare. Il tutto seguendo alcuni semplici accorgimenti.


Buone abitudini 1 - Mamma e papà fanno colazione e assumono una giusta proporzione di zuccheri (es. marmellata, fette biscottate, frutta), proteine (es. latte, formaggio, prosciutto), grassi (es. latte) 2 - Mamma e papà durante i pasti bevono acqua naturale (vino con moderazione) 3 - Mamma e papà cucinano privilegiando la cottura alla griglia o al vapore

“Mangiare sano e fare sport: questa è vita” - disse mamma sfondandosi un Toblerone davanti alla tv.

Non è una novità: i bambini sono delle spugne e crescono secondo il patrimonio genetico e l’ambiente in cui si muovono (genitori, scuola, frequentazioni, ecc.). Tutti gli adulti che i bambini incontrano nel loro percorso coi genitori in testa - rappresentano un modello. Pertanto l’equazione è: buoni comportamenti degli adulti = buoni modelli di riferimento per i bambini. Insomma, se papà e mamma offrono degli esempi positivi, con buona probabilità influenzeranno positivamente i figli e contribuiranno alla strutturazione di “abitudini salutari” e di “comportamenti sportivi”. Chiaramente questo è estendibile ad ogni contesto (l’ambiente, il sociale, ecc.), ma il focus di questa rubrica è il movimento, per cui proviamo a sviluppare un decalogo comportamentale dal titolo “Genitori-figli; sport-benessere”. Il tutto ben consapevoli che fare il genitore non è un mestiere semplice...

Allo stadio con mammà 4 - Mamma e papà tifano per la squadra del cuore e non contro quella avversaria 5 - Mamma e papà accettano le decisioni arbitrali (se sbagliano i giocatori, può sbagliare anche il direttore di gara, che non necessariamente ha moglie e mamma con cattive abitudini!) 6 - Mamma e papà lasciano il loro posto in tribuna nelle condizioni in cui lo hanno trovato (per cominciare utilizzano i cestini) 7 - Mamma e papà seguono dal vivo e in televisione più discipline sportive e non soltanto quella più amata nei paesi latini (occorre specificare quale?) 8 - Mamma e papà fanno notare ai figli i buoni comportamenti degli atleti Genitori sportivi 9 - Mamma e papà praticano con regolarità attività fisica (magari in alcuni casi insieme ai figli, mantenendo però un ruolo genitoriale e non da allenatori) 10 - Mamma e papà hanno tra di loro un atteggiamento positivo e sono, loro per primi, una squadra. Se non è un modello vincente questo!

BOX Dr. Paolo Moisé Insegnante di Scienze Motorie e Sportive, si occupa da anni di attività motoria e di allenamento in ambito accademico e sportivo.


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Sport 2.0 : maggio 2011  

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