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N째 4 - MENSILE - FEBBRAIO 2011

IS AT GR

Il nuovo free magazine che parla di sport

MELANIA CORRADINI CAMPIONESSA PARALIMPICA

HOCKEY SU PRATO

BOB SLITTINO SKELETON


CESANA TORINESE

CAMPIONATI MONDIALI SLITTINO

29/01/2011


04 FEBBRAIO 2011 Anno 02 Numero 04 Febbraio 2011 Direttore Responsabile Ilaria Garaffoni direttore@sportduepuntozero.com Coordinamento Editoriale Marco Portinaro marco@sportduepuntozero.com Hanno Collaborato Leo Nucera Vertical Team Paolo Moisé Per fare pubblicità info@sportduepuntozero.com Sede Legale Corso Vittorio Emanuele II, 62 10121 Torino Direzione Redazione Amministrazione Via Cardinal Fossati, 5/P 10141 Torino Reg. Tribunale di Torino n°57 del 25/10/2010 Periodicità Mensile Grafica e Impaginazione HEYOU design s.n.c. Stampa Grafica Piemontese s.r.l. In corso di iscrizione al ROC - registro operatori della comunicazione.

di Ilaria Garaffoni Sport 2.0 c’è In TV, in edicola e anche dalla parrucchiera (pregevolissimo contesto di consultazione), Sanremo, San Valentino e l’immancabile calcio sembrano gli unici appuntamenti di febbraio degni di nota. Del resto, chi si prenderebbe la briga di seguire e raccontare eventi come la final eight di basket, il motocross free style, la ginnastica ritmica, i campionati paralimpici, le gare di skeleton, gli appuntamenti di tuffi e di paracadutismo? Per strano che possa sembrarvi, Sport 2.0 lo fa. Sport 2.0 indaga sul posto, fotografa, intervista, curiosa e racconta tutti gli eventi sportivi di Torino. Perché Sport 2.0 parla sì di sport, ma parla anche di personaggi storici o emergenti, di eventi colossali o microscopici, del bel salotto torinese e dei suoi mille paesini limitrofi, con le loro microsquadre e le loro tifoserie superagguerrite. Ne parla perché è lì che si tocca lo spirito di partecipazione e la voglia di esserci dell’attivissima community locale di sportivi, curiosi e tifosi. Una community che si fa sentire anche su www.sportduepuntozero.com, che chiede informazioni, che dirama notizie, che diventa nostra amica su facebook, che chiacchiera, litiga, ride e discute di sport a Torino. E parla anche di te, che ora sei il campione del vicolo cieco, ma che domani potresti diventare un oro olimpico. E in fondo, chissenefrega delle medaglie: a noi interessa solo lo sport perché siamo degli inguaribili appassionati...di tutto. Alla faccia dei compensi dorati dei calciatori, alla faccia degli interessi che ruotano intorno agli sport col pedigree e il codazzo di sponsor, Sport 2.0 parla di bouldering, tiro con l’arco, muay thai, bmx, surf, volo e di tutto quello che accade o accadrà nella Torino sportiva. Raccontateci le vostre storie alternative: Sport 2.0 c’è e vi ascolta.

Copyright©, tutti i diritti riservati. E’ vietata la riproduzione totale o parziale di testi, foto, disegni pubblicati su Sport 2.0, con qualsiasi mezzo, salvo espressa autorizzazione dell’Editore. L’editore non risponde dell’opinione espressa dagli autori. Per collaborare, sottoponi le tue idee a: marco@sportduepuntozero.com

Massimo Pinca Fotografo

Edoardo Blandino Contributor

Marco Casazza Contributor

Ilaria Bucca Contributor

Serena Viscovo Contributor


42 MELANIA CORRADINI

10 HOCKEY SU PRATO 50 TUFFI

34 TIRO CON L’ARCO

06 REALE SOCIETA’ GINNASTICA

58 PARACADUTISMO SPORTIVO

26 VERTICALIFETEAM

19 BOB SLITTINO SKELETON

23 SPORT FOR LIFE

63 SPORT BETA


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LA STORIA

Reale

Società Ginnastica,

prima dell’Unità d’Italia di Marco Casazza

Reale Società Ginnastica Torino. Nome che sa d’altri tempi, come tante cose che si vedono e si sentono a Torino. Entrando in un palazzo anonimo in via Magenta, è la storia che mi accoglie e mi parla. Mi parla del silenzioso lavoro di tanti atleti, che giorno per giorno hanno costruito le loro vittorie in diverse discipline. Vedo così la torcia olimpica di Londra e quella delle Olimpiadi Invernali del 2006, documenti e foto antiche, come quella della squadra di rugby che nel 1947 vinse lo scudetto (unica piemontese nella storia). Un museo dello sport Lancio uno sguardo nella palestra, dove alcuni bambini lanciano cerchi in aria e fanno esercizi di ginnastica ritmica. Ad aspettarmi ed accogliermi c’è il Presidente

in persona: Emanuele Lajolo di Cossano. Mi mostra i cinque piani di palestra, dicendomi che ne hanno creata una anche nel sottotetto. Ci rechiamo in presidenza, dove sono raccolti numerosi trofei e documenti storici. Una delle coordinatrici mi mostra un reperto trovato nell’archivio il giorno prima: un lembo della bandiera che il Re donò alla Reale e che nel 1917 fu restituito al sovrano. L’unico frammento di un oggetto scomparso, memoria di una storia che può vantare quattro ori olimpici, cinque titoli europei, più di cento scudetti in differenti settori e, tra i vari riconoscimenti, il collare d’oro del CONI nell’anno 2006. Due secoli di storia Circondato dalle coppe che troneggiano sugli armadi, il Presidente parla di quel mondo così particolare. «Siamo la prima società sportiva in Italia. Siamo nati il 17 marzo 1844, esattamente 17 anni prima dell’unità d’Italia. Tutti gli anni festeggiamo l’avvenimento con un saggio aperto al pubblico. Quest’anno festeggeremo i 167 anni di fondazione». Ma non finisce qui. All’interno della “Magenta” (il soprannome le deriva dalla via in cui si trova), è nato lo sport in Italia anche per altri motivi. «Da noi nasce lo sport nelle scuole, dato che le due leggi che la introdussero, nel 1858 e 1878, furono di due nostri soci: i Ministri Lanza e De Sanctis». Anche la ginnastica per le donne fu inventata dalla Reale


Società Ginnastica di Torino. Ma non basta. Il binomio sport – salute è stato coltivato sin dall’ottocento, tanto da creare ad hoc la ginnastica correttiva per scoliotici, in collaborazione con l’ospedale torinese Maria Vittoria. «Da noi è nata l’educazione fisica in Italia, fino al livello massimo, quello universitario – continua il Presidente – infatti qui nasce anche l’ISEF”. A scuola di circo Alla Reale si praticano diverse discipline, dalle più tradizionali (ginnastica artistica o ritmica), alle arti marziali (ju jitsu, karate). Ma non mancano le novità, anche sfiziose. L’ultima creatura della Reale è la scuola di circo “FLIC”: un corso biennale, che presto verrà esteso a tre anni, dove tutti i giorni per otto ore i ragazzi e le ragazze si preparano, sotto la guida di maestri di tutta Europa, per diventare esperti nelle arti circensi. Ogni mese, una domenica sera si esibiscono con un saggio (io l’ho visto e lo consiglio). «Il progetto verso cui siamo orientati, comunque, è lo sport per tutti. Vogliamo fare in modo che la ginnastica arrivi a tutti quanti. Per questo abbiamo sviluppato dei progetti per insegnare la ginnastica ai bambini attraverso dei giochi e le nostre palestre sono aperte a chiunque». Sarà anche d’antan, ma quello della Reale a noi pare un progetto parecchio 2.0. www.realeginnastica-to.it Reale Società Ginnastica Torino

Curiosità 1847 - Scuola per Allievi Istruttori maschile 1866 - Scuola Magistrale femminile 1867 - Scuola di Ginnastica infantile 1889 - Scuola di Ginnastica medica 1898 - Corso Speciale per Diploma Universitario di Educazione Fisica 1933 - Vittorio Emanuele III concede il titolo di “Reale” 1967 - il Coni assegna la Stella d’oro al merito sportivo 1992 - la Federazione Ginnastica d’Italia promuove la R.S.G.T “Scuola di ginnastica” 2006 - il Coni assegna il Collare d’oro


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HOCKEY SU PRATO


Bas

o t a r p n u ta di Serena

Viscovo

Non servono pattini, ma solo un bastone e una palla. E naturalmente l’erba, naturale o sintetica, oppure un campetto con sponde laterali per la versione indoor. Parliamo dell’Hockey su prato, uno sport che risale addirittura al Medioevo. In Piemonte è arrivato nel 1968 e oggi soltanto in Val Chisone si contano ben cinque squadre, tra maschili e femminili. Sport 2.0 ha curiosato durante un allenamento dell’Hockey Club Valchisone.


Mamma ho perso le rotelle Sono in pochi a sapere che l’hockey su prato si pratica anche in Italia. “Qualcuno” - ci dicono sorridendo - “ne ha già sentito parlare ma, chissà perché, non si rassegna all’idea che non si usano i pattini.” L’hockey moderno nasce, quasi contemporaneamente a football e rugby, tra il 1863 ed il 1875 in Inghilterra, ma affonda le sue origini addirittura nel Medioevo e se ne ritrovano tracce in civiltà ancora più antiche. Il colonialismo britannico ne aiuta la diffusione in paesi lontani (India, Pakistan, Australia e Nuova Zelanda) e vicini, come Olanda e Germania. Queste nazioni, con l’Argentina, sono le squadre più forti dell’hockey mondiale. L’hockey arriva in Italia nel 1935. Nel 1952 e nel 1960 la Nazionale, grazie all’aiuto di allenatori stranieri, partecipa ai Giochi Olimpici. E in Val Chisone? “Nel 1968 l’hockey arriva in valle”, ci racconta il presidente dell’HC Valchisone Paolo Dell’Anno, ex giocatore della nazionale. Erano gli anni degli hippy e delle contestazioni e l’arrivo dell’hockey a Villar Perosa avviene in puro stile sessantottino. “Inizia come uno sport alternativo”, ma l’entusiasmo di qualche capellone è sufficiente a far nascere due squadre: Villar e Perosa. Il Villar è la squadra che resiste negli anni, e dopo allenamenti e scontri inizia ad accumulare risultati. Paolo trasmette tutto il suo orgoglio mentre racconta questa storia attorniato dai fedeli collaboratori ed amici. L’orgoglio resta immutato quando si parla dei primi problemi, che iniziano nel 1986, proprio nella stagione


in cui l’HC Villar raggiunge il suo miglior risultato vincendo il campionato nazionale juniores under 20 del 1996 e diversi giocatori rientrano nelle selezioni per le nazionali di categoria. E’ ancora l’epoca dell’erba vera (quella per terra, s’intende ;-). La squadra si scioglie, però si guarda subito avanti. L’evoluzione dell’hockey non si ferma e il passaggio all’erba sintetica, che rende il gioco più veloce e spettacolare (e soprattutto riduce i costi di manutenzione), diventa obbligato. Arriva l’erba sintetica A Villar Perosa nel 1994 arriva il campo in erba sintetica tanto atteso. Lo stiamo guardando adesso dalla finestra dell’accogliente club house, mentre i ragazzi della Prima Squadra continuano l’allenamento. Lo sport è appassionante, più dinamico ma molto simile al calcio, se non fosse che per colpire la palla viene usato un attrezzo. Due squadre da 11 giocatori, due tempi, l’hockey su prato è un misto di tecnica, agilità, destrezza e velocità, accompagnate dal rispetto di regole precise. “Il campo era arrivato, tuttavia mancava la struttura per definirci un club. Giocatori, ex giocatori, amici, sostenitori: tutti abbiamo iniziato a costruirla.” Letteralmente. Paolo ci mostra le immagini, dalle prime travi alla club house con spogliatoi. Come in tante piccole realtà sportive, però, i problemi economici sono difficili da superare. L’hockey in Val Chisone subisce un’altra battuta d’arresto. “Subentra il Comune, arriva una nuova gestione. E il calcio.” Ma la passione ha avuto la meglio e nel 2006 l’HC Valchisone riconquista la sua sede e riprende l’attività a pieno ritmo. “Siamo ripartiti dai bambini e dalla collaborazione tra genitori.” Visti i 130 tesserati si può dire che costanza, passione e sacrifici stiano dando i loro frutti. E anno dopo anno arrivano i risultati. Ladies and Gentleman Ad oggi l’HC Valchisone ha 5 squadre, tra maschili e femminili. Perché l’hockey su prato è uno sport da gentiluomini, fatto di regole e disciplina, ma da sempre praticato moltissimo anche dalle donne. Le prime giocatrici inglesi, nel 1895, decidono di adottare le stesse regole dell’hockey maschile ed esprimono la volontà di entrare a fare parte della Hockey Association, ricevendo però un secco rifiuto. Fondano quindi una federazione femminile per l’hockey giocato con la gonna, gestita interamente da donne. Ancora oggi nes-


L’hockey indoor è la variante dell’hockey su prato che si pratica prevalentemente in inverno, quando i campi all’aperto sono inagibili. Le regole sono molto simili alla specialità tradizionale. Si gioca però su campi più piccoli con sponde laterali per tenere la palla in campo, con meno giocatori e mazze più leggere. Nell’hockey indoor non si colpisce la palla, ma la si spinge o devia. “Praticare l’hockey indoor è molto utile per migliorare la tecnica” - spiega uno degli allenatori. Il gioco è più tecnico ma anche più veloce e fisico. In entrambe le varianti dell’hockey, rimane importante l’attenzione alla sicurezza. “L’uso di paradenti e parastinchi è obbligatorio, è una delle prime cose che insegniamo ai nostri ragazzi”, raccontano, “e se dimenticano le protezioni non entrano in campo.”

RASSEMBLEMENT CLUB H. TORINO

IN INVERNO L’HOCKEY SU PRATO SI GIOCA INDOOR


sun uomo può ricoprire cariche direttive nell’associazione nazionale. Nel 1980 l’hockey femminile ha avuto la sua consacrazione diventando sport olimpico, con circa 70 anni di ritardo rispetto alla specialità maschile. La presenza femminile è stata probabilmente un elemento decisivo nella diffusione di questo sport a Villar Perosa. “Io ho iniziato a giocare a 14 anni e c’era anche la squadra femminile. E’ un ottimo stimolo a 14 anni per andare agli allenamenti”, prosegue Paolo divertito. Difficile negare che nello sport il divertimento non sia importante quanto i risultati per alimentare la passione. All’HC Valchisone si divertono anche genitori e amici. Collaborano, lavorano e sono parte attiva tutti. “Dagli allenatori al consiglio direttivo, fino a chi prepara il caffè: siamo tutti volontari”. La collaborazione e il volontariato aiutano la crescita omogenea e costante del club e delle squadre. Ma non ci sono solo ragazzini all’HC Valchisone. Alcuni ex giocatori hanno fortemente voluto la nascita del progetto Prima Squadra, ora militante in serie B, la squadra dei grandi che garantirà continuità sportiva per i giovani che stanno crescendo. Per ora c’è solo la Prima Squadra maschile, “ma le ragazze dell’HC Valchisone sono molto promettenti. Una di loro è stata convocata per la nazionale”, ci informa il presidente. Resta solo da aspettare che crescano.

Un bastone coi ricci Il bastone è diverso dai bastoni usati nell’hockey su ghiaccio o su pista. Termina infatti con una sorta di ricciolo. Un lato liscio (il lato dritto) e uno ricurvo (rovescio) formano il bastone. Per segnare bisogna trovarsi all’interno dell’area di tiro. I materiali che compongono il bastone possono essere legno, kevlar o carbonio, o un misto di questi. La palla era costituita in origine da gomma, spago e cuoio cucito a mano. Dopo una fase intermedia con il sughero, si è passati alla palla composta da resina sintetica, in uso ancora oggi: velocissima e tostissima.


Il terzo tempo L’allenamento finisce. Una doccia e ha inizio il terzo tempo, una vera e propria filosofia a Villar Perosa e nell’hockey in generale. Restare al club con gli amici, le trasferte, i viaggi all’estero per fare un po’ di esperienza sul campo, aiutano le amicizie del dopo-partita, con i compagni ma anche con gli avversarsi. “Vogliamo crescere come club, come squadra ma soprattutto come gruppo, dentro e fuori dal campo”. Così all’HC Valchisone il terzo tempo è sempre in corso. Sarà per questo che uno degli sponsor è un’ottima birra? Hockey Valchisone

L’Hockey in Piemonte Bra vanta una lunga tradizione nell’hockey e sul territorio sono presenti più società: H.C. Bra, la società più storica e prestigiosa. Ha vinto svariati scudetti in Italia e ha raggiunto le fasi eliminatorie dell’Euro League, risultato storico per una squadra italiana. H.F. Lorenzoni Bra Scuola Hockey Inder Singh H.C. ‘95 Benevenuta Bra Olimpic H.C. Torino e provincia: H.C. Valchisone Rassemblement Club H.Torino Cus Torino Polisportiva Pecettese Asti e provincia: U.S. Moncalvese Hockey Novara: H.C. Novara O.B. Dettagli sul sito della Federazione Italiana Hockey www.federhockey.it.


Nell’hockey su prato non c'è fuorigioco: lo spettacolo ci guadagna... e i calciatori rosicano


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L’EVENTO

Coppa del mondo di Bob e Skeleton Campionati mondiali di Slittino @Cesana Torinese


SKELETON


SLITTINO

BOB


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DAL MONDO

Tennisti per caso Sportforlife sbarca a Pucket

Sportforlife è un’organizzazione non governativa che promuove lo sport nei paesi in via di sviluppo, quale scuola di vita e opportunità per costruire un futuro migliore. Nata da un’intuizione di Stefano Bozzo, Leo Nucera e Lorenzo Marcuzzi, Sportforlife coinvolge ora diverse persone e diversi progetti dislocati nelle aree più calde del globo. Dopo aver raccontato le esperienze di Sierra Leone, Congo e Timor Est, presentiamo oggi la storia di un viaggio a Pucket, dove Sportforlife ha messo in piedi un workshop di tennis a favore dei piccoli ospiti di un orfanotrofio.

di Leo Nucera Sono passati quasi quattro anni da quando io e Lorenzo Marcuzzi abbiamo organizzato, sostenuto e filmato un workshop di tennis a Freetown, in Sierra Leone. E’ stato l’inizio della nostra collaborazione, la nascita di un’idea, la base che ci ha portati a fondare Sportforlife. Lorenzo, ora come allora, vive a Phuket, dove è uno dei più ricercati maestri di filantropia di tennis, al centro di un attivo network di australiane appassionate di tennis e si filantropia. Tra queste ricordiamo Sarah Johnson, l’anima di kidstennis (vedi Sport 2.0 n. 2/2010), attiva in Sierra Leone, Etiopia, Mongolia e Timor Est. Sarah ha invitato Sportforlife ad organizzare un altro workshop, sullo stile di quello di Freetown, in un orfanotrofio di Phuket. Abbiamo accettato, così io e Lorenzo abbiamo ripreso da dove avevamo cominciato quasi quattro anni fa. Naturalmente Phuket non è Freetown, la Thailandia non è l’Africa, ma i bambini sono sempre bambini e un orfanotrofio è un luogo che richiede sempre delicatezza e supporto, strumenti che non ci sono mancati.


In realtà siamo rimasti piacevolmente stupiti quando siamo arrivati: più che un orfanotrofio sembrava un collegio svizzero, tanto il posto era ben curato e piacevole. Piccole casette in stile austriaco tra gli alberi in un giardino con prati curati e il mare a poche centinaia di metri, che ci regalava una piacevole brezza. Abbiamo cominciato mostrando a questi disciplinati e curiosi bambini il video della Sierra Leone, per renderli consapevoli di quello che li avrebbe aspettati, quindi abbiamo presentato loro un po’ di foto delle nostre attività in Etiopia, Mongolia e Timor Est, per dar loro un’idea di come le situazioni siano difficili in certe parti del mondo. Quindi abbiamo cominciato la parte fisica, il lavoro sportivo. Mentre io filmavo, Lorenzo organizzava il lavoro - esattamente come quattro anni fa - dividendo i ragazzini in due gruppi. Un gruppo lavorava con la palla e la racchetta, l’altro sul fisico, la coordinazione e la velocità. A nostro supporto avevamo una volenterosa ed entusiasta signora australiana, Diana, che si è seriamente candidata come assistente di Lorenzo. Nel video toccherete con mano l’entusiasmo e la gioia che questo workshop ha portato agli orfani di Phuket.

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SURF

Low budget,

big surf di Vertical Staff


Come si può surfare alla grande con soli 50 euro in tasca? I ragazzi del Vertical hanno la risposta. Si chiama Sardegna, ma non quella delle file mostruose ai traghetti e nemmeno quella delle passerelle per veline, politici e paparazzi. Parliamo della Sardegna ruvida, aspra e straordinaria del mese di ottobre, quando solo le pecore accompagnano il rombo di onde del tutto simili a quelle oceaniche.


A metà ottobre, io (Chioccia), Cico e Adele siamo andati a Genova, abbiamo guardato le partenze dei traghetti, scucito 50 euro dal portafoglio e ci siamo imbarcati su un traghetto alla volta delle terre sarde. Ci siamo rimasti per quindici giorni. Al galoppo della favolosa Dacia a gas di Adele, abbiamo girato la Sardegna in lungo e in largo, ovviamente con la tavola sul tetto della macchina. La ricerca di buone onde ha delineato maggiormente il tragitto, ma il vagare a zonzo tra la costa ovest e l’interno dell’isola ha reso il viaggio molto piÚ divertente.


Oceano mare La Sardegna è a dir poco eccezionale sotto tutti i punti di vista. E’ un’isola dai mille volti; sembra di essere ovunque ma non in Italia: le onde sono oceaniche, sia per tipologia che per frequenza di mareggiate (200 giorni di surf all’anno). L’acqua è cristallina: i primi giorni fai fatica ad abituarti perché vedi le rocce passare sotto alla tavola e i pesci che ti accarezzano i piedi. Quando esci dall’acqua, ti togli la muta guardando dritto in faccia i fenicotteri. Ma basta fare 50 chilometri per entrare nel set di Blade Runner: cave abbandonate, pareti a strapiombo nel mare, enormi scogli che si innalzano nel bel mezzo dell’acqua, spiagge deserte con sabbia bianca e acqua azzurra. Ora capisco perché i Vip vengono a svernare da queste parti e molte troupe cinematografiche decidono di girare film o spot in queste terre.


Caccia a ottobre sardo In ottobre l’isola svela tutto il suo fascino: le coste sono deserte, si trovano solo i pescatori, i pastori con le greggi, pochissime macchine, qualche cane e i surfisti. Alcuni arrivano dal “continente”; altri (quelli che hanno capito tutto dalla vita) vivono lì, hanno le loro attività estive e, una volta finita la stagione commerciale, vivono tranquilli nel paradiso sardo, surfando su onde tanto lisce da sembrare vetro e mangiando cose sane… Il nostro zingarare è filato alla perfezione, siamo partiti con l’intenzione di conoscere quest’isola e l’abbiamo fatto. Personalmente volevo surfare tanto e bene e l’ho fatto (compresa una volta in cui sono entrato da solo a Capo Mannu e non ho preso un’onda perché era troppo grossa per le mie capacità). Volevamo mangiare il porceddu e l’abbiamo fatto, volevamo mangiare i malloreddu ma erano da prenotare con un giorno d’anticipo e noi non sapevamo dove saremmo stati un giorno per l’altro…Poi ero partito con l’intenzione di ustionarmi la caviglia con l’acqua bollente del fornello e anche questo - senza neanche troppo impegno - sono riuscito a farlo!


tuccio. t e t l u s a l za tavo n e a di s m i o r n p o c e , a o Sardegn ome son hé, come c n i e o t r i i d g i n così m liarvi u e perc g i t u s n d n a d t o e r c r o o o . l p l l Posso so te mangiate i ma e in sardo. E’ im to ma una lingua” rol en let Possibilm rate un po’ di pa ardo non è un dia pa il s partire im o su molti muri, “ lett abbiamo

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Apollo era un dio con l’arco e sua sorella Diana non era da meno; Cupido scoccava frecce per dar vita a coppie improbabili; Robin Hood le scagliava a fin di bene; Gugliemo Tell usava la balestra per esercitarsi nel tiro alla mela e Orlando Bloom per fare il figo nei panni dell’elfo Legolas. Come se non bastasse, “arciere” è una delle rare eccezioni in cui la sillaba “ce” richiede la i. Insomma: gli ingredienti ci sono tutti per fare del tiro con l’arco un’attività per tipi un po’ speciali.


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Marco Morello ed Elena Morabito sono arcieri e fanno parte della A. S. D. Arco Sporting Druento. Andiamo a cercarli in una sera d’inverno nella palestra della loro società sportiva e li troviamo intenti ad allenarsi. Il silenzio del luogo è rotto solamente dal rumore delle frecce, che si conficcano dure contro i bersagli. Una fila di arcieri è schierata. Tendono la coda dei loro archi, di colori e aspetti diversi, alzando il braccio lentamente. Poi, come le aquile in volo quando stendono le ali, si inarcano aprendo ancor di più le spalle. I respiri trattenuti. Sembrano trasformati essi stessi in quegli oggetti, che tengono tra le mani. Le frecce sembrano trattenute per miracolo dal partire. Sembra quasi di vedere una macchina impantanata con le ruote che slittano. Sappiamo tutti che partiranno all’improvviso, di scatto. Ma non sappiamo quando. Ecco: all’improvviso, in sequenza, come al comando di un colpo di frusta, saettano nell’aria, impassibili.


“stoc” E’ il rumore della freccia contro il bersaglio, mentre gli archi, elegantemente, si piegano in avanti. Sembra, allora, che l’arco si trasformi in un danzatore, elegante. Così, più volte, vediamo gli stessi gesti. Sono fermo in un angolo della palestra, incantato da quella precisione e da quella eleganza. Davvero è uno sport degno degli dei. Individuati Marco ed Elena, mi avvicino. Mi trovo di fronte un ragazzo semplice, con l’aria da scolaretto ed una ragazza con un sorriso solare. Raccontano la loro avventura, nata per caso qualche anno fa tra i banchi di scuola. Una proposta insolita: provare a cimentarsi a centrare un bersaglio. Provano per curiosità; se ne innamorano. Così vanno ad allenarsi insieme: d’inverno qualche volta alla settimana; d’estate, possibilmente, quasi tutti i giorni. Quei bersagli colorati, quelle frecce, quelle corde tese diventano il loro mondo. Per Marco, più giovane di qualche anno, si aprono le porte dei gruppi nazionali juniores. Elena sceglie una via diversa, meno frequentata: quella del tiro in campagna. Ciò significa tirare in terreni accidentati e pendenti. Gli allenamenti, sono, quando possibile, diversificati. Non si tratta unicamente di allenare il fisico, ma anche la mente. Li vedo cambiare quando tendono l’arco. Gli occhi come falchi, l’anima dentro la freccia, che già corre, ancor prima di essere scoccata, per fare centro.


e infatti fanno centro ...Dieci punti! Non basta allenare il respiro e avere forza: occorre anche essere estremamente concentrati. Quel silenzio interminabile prima di sentire il rumore del bersaglio colpito lo dimostra. Non ci svelano il loro segreto allenamento per la mente. Ma ne parlano come di una cosa importantissima. Non esistono, invece, diete o accorgimenti particolari per praticare questo sport. Marco mi mostra il suo arco. Formato da più strati di fibre di carbonio, poco sensibile alle condizioni atmosferiche; un mirino che viene regolato in base alla distanza del bersaglio; il bilanciere, che, scoccata la freccia, fa scendere l’arco verso il basso con quel movimento che abbiamo visto alcune volte osservando gli arcieri durante l’allenamento; la corda, anch’essa di materiale sintetico, perché non risenta dell’umidità. L’arco può avere o meno degli strati di legno, se colui che lo utilizza desidera una diversa resistenza alla tensione.


Sapevate che... Il tiro con l’arco fece capolino ai Giochi olimpici del 1900 a Parigi. Dopo parecchie traversie, dal 1972 è rientrato tra le specialità olimpiche, dando non poche soddisfazioni agli Azzurri. La pratica contemporanea si suddivide in Arco olimpico (o ricurvo), Arco nudo, Arco compound. Alle olimpiadi si tira ad un bersaglio a cerchi concentrici da 70 metri di distanza. Il punteggio va (dall’esterno all’interno) da 1 a 10. La freccia che tocca la linea di separazione tra due cerchi prende il punteggio più alto.


Marco me ne passa uno, per provare a tenderlo. Io ci provo - con scarso successo. Vedo, in lontananza, un arco di fattura diversa, che ha anche delle carrucole. Si tratta, mi dicono, del compound, che, grazie a quel sistema, permette di accumulare una maggiore quantità di energia muscolare e ridurre lo sforzo nel momento della tensione. Guardo allora le frecce. Ne prendo una in mano: è leggera, con l’impennaggio variopinto. Allora noto, per caso, un toro di peluche appeso alla faretra. Marco mi spiega che è la mascotte della Società, che ha vinto come migliore arciere e che conserverà fino a quando verrà sconfitto da uno sfidante (che, peraltro, non si è ancora presentato). Marco mi dice che ci sono tanti arcieri bravi in Italia, quindi la strada è difficile, ma lui sembra promettere bene. Basta guardare i risultati. Info: FITarco Piemonte www.fitarcopiemonte.it Fitarco

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A 23 anni siede già nell’Olimpo delle sciatrici italiane. Portabandiera ai IX Giochi Paralimpici Invernali di Torino del 2006, ha collezionato un oro, due argenti e un bronzo ai mondiali di Pyeong Chang nel 2009, poi ha conquistato l’argento alle Paralimpiadi di Vancouver nel 2010. La montagna è la sua passione; la discesa è brivido; la gara è pura adrenalina. E’ Melania Corradini. Semplicemente, una grandissima atleta.


Palmarès Giochi paralimpici Vancouver 2010 Argento (Super G standing) Mondiali PyeongChang 2009 Oro in super combinata Argento in discesa libera Argento in slalom gigante Bronzo in superG


Melania è un’atleta paralimpica, priva del braccio sinistro dalla nascita. Per lei brivido e adrenalina si fondono con il rischio di buttarsi giù ai 120 km/h senza potersi aiutare con le braccia per mantenere l’equilibrio o anche solo attutire le cadute. Paura allo stato puro, che richiede una grinta e una tenacia davvero mostruose. Noi le abbiamo toccate con mano il 18 dicembre guardandola scendere dalla pista Banchetta Nasi del Sestriere. Melania sfrecciava con una determinazione assoluta. Purtroppo è finita con un quarto posto, che ha lasciato incredula pure lei. Perchè Melania ci credeva un sacco, e con lei la sua famiglia, ma anche la Presidentessa della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici Tiziana Nasi, il giornalista Matteo Pacor, esperto in sport invernali...e la consueta “curva” di fedelissimi pronti a seguire le avventure di Melania in capo al mondo. A gara conclusa, comodamente affondati sui divani del Villaggio Olimpico, chiacchieriamo con Melania per tutto il pomeriggio, nella più totale confidenza e armonia. Mi racconta che è una tipa decisamente 2.0: patita di internet, facebookkiana incallita, blogger e innamorata dello Sport, ciò che la rende viva e assolutamente unica. Il suo mito? Bode Miller, uno degli sciatori più forti di sempre. Americano, mondaiolo e un gran bel figaccione, a detta sua. Alla fine, la domanda che tutti si aspettano e che Melania si sente rivolgere fin troppe volte: cosa significa sciare con un solo braccio. “Significa sfidare le leggi della fisica. La componente di rischio aumenta molto, ma l’autostima cresce proporzionalmente. Purtroppo i compensi economici non sono paragonabili a quelli dei normodotati”. Il motivo è tanto ovvio quanto ingiusto. “Nell’era 2.0 dovremmo andare oltre, pensare in grande, offrire di più, distribuire le risorse e contribuire alla diffusione dello sport per tutti”. Ha le idee chiare la ragazza. E’ sera ormai e devo rientrare a Torino assieme a Massimo, il nostro fidato ed eccellente fotografo. Melania, ce lo fai un autografo? Lei sorride e ci fa uno schizzo su un un foglio. Mentre scrivo questo pezzo continua a sorridermi dalla scrivania. Alla prossima, Melania!


Campionati del mondo IPC @Sestriere Fotografa questo codice con il tuo smartphone e con bannercode guarda foto e video sul web.

2011 IPC Alpine Skiing World Championship


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TUFFI

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i ese s n o p p ne gia entamente o i p m l a fi il c Cammina ente, ma f u t i pica d sivo, salto. profondam m i l cade o o i t c le a n r e i a i d p n p i s f s Nella a all’ultimo, ncentra, re Sesoki Ma e secondo h o a. st appre bordo. Si c lo sbilanci Dopo qualc uistà Tumì . a il :S ver so tto qualcos dapper tutto allenatore ra uo o d’un t schizzand onsolato il s o. c tt ua in acq e e guarda s imo scherze s g riemer ocato l’enne gi gli ha di Edoardo Blandino


Benedetta Sacchi, Edoardo Lo Prete e Francesca Zagaglini non sono personaggi famosi del mondo dello sport. O perlomeno, non lo sono ancora. Oggi questi nomi dicono poco o nulla anche ai più infervorati seguaci dello sport dei tuffi, ma chissà che un domani tra di loro non si nasconda la nuova Tania Cagnotto o il nuovo Klaus Dibiasi. Per adesso sono ragazzini che non hanno ancora raggiunto i 15 anni e hanno davanti a loro una vita intera ed un cammino lunghissimo, però hanno tanta passione e una voglia incredibile di tuffarsi. “Que Sera, Sera. Whatever Will Be, Will Be” cantavano Ray Evans e Jay Livingston nella celebre canzone di metà anni 50. Non si conosce il futuro, ma per adesso questi tre giovanissimi atleti della scuola tuffi di Torino Blu2006 vivono un presente ricco di soddisfazioni che li ha portati a gareggiare ai campionati nazionali

di categoria e a centrare alcuni successi e tanti ottimi piazzamenti. Per conoscere più da vicino la realtà dei tuffi di Torino abbiamo incontrato Claudio Leone, attuale direttore tecnico della squadra Blu2006 ed ex nazionale della squadra italiana tuffi. Come atleta, Claudio Leone (classe ’74) nasce e cresce nella Torino Tuffi, società storica nata all’ombra della Mole. Appena 18enne si trasferisce a Roma per continuare la carriera da tuffatore. Nella capitale entra prima a far parte della Nazionale Giovanile, poi delle Fiamme Oro e della Nazionale Assoluta. Può andare ben fiero del suo curriculum: tra il ’95 e il ’99 è per sette volte campione italiano assoluto tra Piattaforma e Sincronizzati e in carriera ha partecipato a Campionati Europei, Coppa Europa e Coppa del Mondo, oltre a due competizioni mondiali riservate ai


militari. Nonostante nella sua attività agonistica abbia vinto tanto, Leone non tira mai in ballo i suoi successi, ma preferisce parlare del presente e della Blu2006. Sappiamo così che a seguire i ragazzi ci sono altri quattro collaboratori: Pierfrancesco Leone, Giuseppe Mina, Chiara Limerutti e Giulia Bonetto (della Reale Società Ginnastica di Torino, che una volta a settimana concede la propria palestra alla Blu2006). Ognuno ha una propria area di competenza e i ragazzi sono divisi in quattro diversi gruppi in base all’età: 5-7, 8-10, 11-15, 16+. Tutti possono iscriversi, partecipare e imparare. A vederli a bordo vasca fanno quasi impressione: nonostante siano ancora dei ragazzini fanno delle acrobazie in area da far rabbrividire. C’è chi compie salti mortali in avanti, chi indietro, chi si butta guardando la piscina e chi rivolto al bordo. Qualcuno prende la rincorsa e

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olino tramp a? l e d bordo zzo d’acqu r tto il o s pr u r fa e h colo s piscina pe to to c ic a p t o n n ques mai della r te u Avete pedana pa superficie rova. Senza iscina la p it a o dell increspare he altezza s ndo della . o f a c ua q Ser ve l tuffatore a be solo il esso in ac r b a e g r e capir atleta ved manca all’in l’ getto, apire quanto c a z sen li Picco

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ava l’acqua c u b e h c o d n io elo b s Dibiasi, l’ang

nei o di un campione er n e co n ia b in i in di mag unti alle Olimpiadi eleganza unica: im p n’ 0 u 0 e 6 io o at ar n u o at zi st lle o ha co e Un fisic Klaus Dibiasi sied al trampolino, che d à. e lit a ia rm ec o sp af tt sa ia p es la st tuffi dalla ori consecutivi nel li Europei di tuffi g e e tr d en sa b te e at 6 In ‘7 i. el ic quat Montréal d me degli sport ac iù belle pagine p Fa f le o el l d al a H n u la o el tt n ri o a sc a buon diritt to un uomo che h ta is rv te in a h .0 2 a Torino, Sport re che o. Cosa significa sape . ità ial ec sp dello sport italian sa es ito nella st

Klau

piadi di segu aver vinto tre olim ad do ecutive, on m al a atlet tre olimpiadi cons in i or tre Klaus, sei l’unico re ce di vin solo per i tuffi? rza è stata quella non sarai ricordato io. Certo la mia fo gl forma. go ta or at e pi rt fo lla di da ivo un argento sa ca a o Ovviamente è mot at rt po in questo Tokyo avevo già pita spesso così Ca . ? re cia to in anche se nel 64 a ffa m tu co un si era bordo, ffatori? Da cosa padre, Carlo, che le: si comincia dal io ua m ad a gr ie to az ol Come si diventa tu gr m è do io ato a questo mon o e dove l’approcc Io mi sono avvicin astica che col nuot nn gi la n co e un m in co a carriera? spor t, che ha più hai prese nella tu i sempre più alti. ne lin te po an m Qu tra . e” su iat le nc “spa ri limiti. poi si sa si perde superiore ai prop ccar si delle sonore a be zz di lte a ’a ur un pa in avvitamento. Lì da o è nn cia re to lan ffa si Tutti ha tu ci il i do cu an i in più che altro qu quei pochi second Qualcuna... Capita ella del buio, cioè qu è re gi in uno ra pe su da a dai tuoi anni ad og o at bi m ca Ma la vera barrier s’è co o: one dello spazio. e la tecnica di gioc davvero la cognizi ha cambiato anch ica og ol e le sue cn te ne zio lu la velocità del tuffo , ica cn ? te In molti spor t l’evo ità la av te gr en la a quattro radicalm è nudo contro si ar riva addirittura i hanno cambiato lin gi po Og m i. spor t dove l’uomo let tra i at li gi ag og i sono costruiti ti più avvitamenti I materiali con cu rmesso di fare mol pe ha tà ici e per dare st uno e mezzo. ela or gi va al massimo di serve un campion i rla no pa da si evoluzioni. La mag e hé dr rc pa Pe . io zio ai tempi di m dopo anni di silen avvitamenti, mentre re di tuffi in Italia, rla pa r icolare. Il fa a a at rn to i tuffi in modo part de do on Tania Cagnotto è m l Ne a. interesse spor tiv or t? ca un vera politica to l’industria ha un an an rt m e pe visibilità ad uno sp o r, oc so gi on in sp iali ressi economici brand dei potenz Ci sono troppi inte e dare visibilità ai cil fa è n no di in qu tuffatore è nudo, re molto, spor t. to es qu r so ai tuffi di cresce pe sono più diffusi? es ffi ivo rm tu i pe relat ve ha do e hi ch og iva at esi o ci sono lu una politica govern E’ così in tutti i pa forte: esiste infatti to ol m è a i. Cin or la enat A livello mondiale egandoli come all da piccoli hi campioni e impi cc ve i ? tti ce tu un bisogna partire fin do rin ffi an ali tu qu i ricicl n Ne co i. e i ific rs cr ti. Si può re dei sa minciare a tuffa tenere certi risulta istico, bisogna fa ot on di ag ù Quando si può co pi o ell te liv en a ns ta n co iplina pratica una certa età no Come in ogni disc muscolare dopo ità tic las l’e hé rc con le rinunce, pe già troppo tardi. r rilanciarli. hé Torino? anni...e oltre i 9 è 5 4a à gi re buon pretesto pe al 13 marzo: perc cia un in ll’8 no da com so o, i rin pe To ro a Eu ffi gli europei di tu internazionali. gnotto e Miranda: Sono in ar rivo gli lontà dei comitati vo zione grazie a Ca di su e tra e ch rt an fo rli a po un ro Perché Torino ha la possibilità di rip l 2009 ci ha dato de so es ? cc ria su to il vit tre Inol qualche porteremo a casa Un tuo pronostico: o. am alità le abbi Me lo auguro, le qu


un’entrata da 10

ciato sempre di Jac

m di un tuffo roves

rafo di BZ: Jack Alb

k Alberti BZ

to ripreso dal fotog

un triplo avvitamen

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sfrutta tutta l’elasticità del trampolino per lanciarsi in aria, mentre altri si allenano dalla piattaforma fissa. Per fortuna nessuno soffre di vertigini, perché solo guardare l’acqua da 6 metri di altezza può fare una certa impressione. Non parliamo poi se si sale sulla piattaforma più alta, quella posta a 10 metri. E pensare che non solo ci si butta da quell’altezza, ma si fanno anche delle acrobazie in volo. Ad ogni evoluzione corrisponde un coefficiente di difficoltà che viene moltiplicato al voto dato dai giudici. In ogni gara ci sono alcuni salti obbligatori e i tuffi hanno nomi davvero curiosi. Per esempio un salto in avanti, regolare, con mezza rotazione tesa (o più semplicemente il classico tuffo di testa teso) viene chiamato 101A. Tre salti mortali e mezzo, rovesciato e raggruppato è il 307C. Per non parlare di quelli più complessi: partenza in verticale, doppio salto mortale con un avvitamento e mezzo si scrive 6243D. Semplice, no? Durante gli allenamenti, però, le cifre non importano. Leone segue con attenzione tutti i suoi ragazzi e dispensa consigli preziosi mentre uno dopo l’altro saltano ancora e ancora e ancora. Le sedute continuano addirittura sei volte a settimana: un impegno gravoso per i giovani atleti, ma anche per lo staff. Ma come sempre è la passione che spinge a continuare e che ha riportato Leone in Piemonte dopo gli anni romani: «Mi sembrava giusto che Torino avesse una sua squadra che praticasse questa attività a certi livelli». Sono ormai quasi 5 anni che la Blu2006 è funzionante a pieno regime e i primi risultati si stanno vedendo. Purtroppo bisogna considerare le location, non sempre

ideali. In alcuni giorni, per esempio, la piscina di Corso Galileo Ferraris 294 deve essere condivisa con la squadra di pallanuoto, oppure bisogna attendere la fine dei classici corsi di nuoto prima di iniziare a tuffarsi. Ma una volta che si comincia si va avanti spediti, senza risparmiarsi. È questo l’unico modo per allenarsi bene. È questo l’unico modo per diventare dei campioni.

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Tovaglio li

di pelle Avete p res utilizzano ente il “tovag lio i tu salto e l’a ffatori per asciu lo” che gar si tra ltro? un Si chiam a “pelle” perché s pelle di d aino om stesso te . È molto assorbe iglia alla nte, ma a mpo rila llo scia imm l’acqua edia app essere s ena strizzato, in tamente ub modo da i tuffatori ito riutilizzato. L o sfr utta per asciu no gar si tra l’altro e p er un salto e sul tramp non scivolare un a olino o su lla pedan volta saliti a.


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VOLO

3

1,2, ...

jump! di Ilaria Bucca


Jump! L’urlo di Van Halen interpretava uno dei sogni più diffusi della storia dell’essere umano, da Icaro in avanti. Parliamo del volo, del brivido della discesa in picchiata, della carezza sferzante del vento. Un sogno che tutti abbiamo fatto almeno una volta nella vita. Un sogno che per qualcuno è realtà.


Il paracadutismo è uno sport poco diffuso, soprattutto in Italia, in parte perché poco conosciuto, ma soprattutto perché ritenuto pericoloso o dai costi proibitivi. Il paracadutismo ha però una caratteristica che pochi sport hanno: una volta provato, non puoi più smettere. I centri di paracadutismo in Italia sono molti, solo in Piemonte se ne contano quattro: Albatros a Garzigliana; Malavasi a Vercelli; Sky Dream Center a Cumiana e l’Accademia Italiana di Paracadutismo a Casale Monferrato. Se siete pronti per una bella scarica di adrenalina, non vi resta che sfidare le vostre paure e fare un salto di prova: il costo del primo lancio, detto “tandem” perché sarete assicurati all’istruttore con il quale condividerete il paracadute, si aggira intorno ai 160 euro. L’aereo sale a quota 4000 metri, saltate...e giù in caduta libera per un lunghissimo minuto, di sicuro il più lungo della vostra vita. Se dopo quel minuto avrete ancora voglia di volare, allora siete pronti per affrontare il corso. Durante gli allenamenti ci si lancia senza essere attaccati all’istruttore, ma in compagnia di altri due esperti. Può sembrare pericoloso, ma in realtà il rischio è ridotto: il paracadute dispone infatti di un dispositivo di sicurezza che fa sì che si apra automaticamente, se non viene attivato manualmente. I rischi maggiori sono quelli della fase di atterraggio, quando l’adozione di una posizione scorretta potrebbe costarvi qualche ammaccatura. Anche in questo caso, però, il rischio è inferiore a quello che sembra: la maggior parte degli incidenti, infatti, capita agli esperti più spericolati che, fin troppo sicuri di sé, si concedono qualche imprudenza. Avete paura dell’altezza o non amate l’aria aperta? Il rombo del motore vi dà alla testa? Potete volare lo stesso. Dovete solo spostarvi nel Regno Unito o in Francia, per raggiungere una delle numerose “camere del vento” (o wind tunnel, per usare il gergo d’Oltre Manica). Si tratta di strutture del diametro di 4 metri e mezzo e dell’altezza di 5 metri, all’interno delle quali

FlyGang


vengono riprodotte forti correnti d’aria che simulano quelle reali, permettendo di rimanere sospesi. Dopo mesi - forse un annetto - di assidui allenamenti sarete pronti a gareggiare per mostrare a tutti i vostri progressi: per i più bravi esiste la categoria assoluti; per gli amatori, gli appassionati ed i dilettanti la categoria esordienti è la più adatta. Le competizioni, che prevedono la partecipazione di quattro atleti, consistono nell’effettuare quante più figure è possibile durante il minuto di lancio. Ne esistono 42, ciascuna indicata o con una lettera dell’alfabeto o con un numero: le prime prevedono che tutti e quattro i componenti della squadra rimangano attaccati fra di loro, le seconde, invece, prevedono che si formino due coppie. Arrivare a gareggiare non è così difficile come potrebbe sembrare. Passione, grinta e tenacia sono le componenti essenziali, secondo Filippo Caldera, atleta della Skyteam di Cremona, team che si è per sette volte classificato primo ai campionati italiani e terzo agli Europei, in categoria esordienti. Filippo ha scoperto questo sport quasi per caso, ma dopo il primo lancio non è più riuscito a togliersi il paracadute dalla testa... ogni volta che alzava gli occhi al cielo, la voglia di volare si faceva più insistente. Dopo il lancio di prova, però, Filippo ha aspettato quasi un anno prima di decidersi ad affrontare il corso. Lo hanno trattenuto un po’ i costi e un po’ il timore che potesse essere troppo rischioso. Ma la seconda volta che ha indossato il paracadute, è stato per sempre. Certo, l’Italia non è il posto migliore per il paracadutismo... Basti pensare che in Francia i corsi per i ragazzi minori di sedici anni sono addirittura finanziati dallo Stato. Anche gli USA, madre patria di questo sport, offrono numerose agevolazioni alle squadre, arrivando addirittura a stipendiare gli atleti professionisti fino all’età pensionabile. Per chi non è pronto ad espatriare, va benissimo una delle strutture piemontesi! Che aspettate? Non ci sono più scuse: 1, 2, 3... si salta!

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“Se la prima volta non ti riesce, il paracadutismo non fa per te” (Legge di Murray)


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SPORT BETA

di Paolo Moisé Vostro figlio vi sciorina un’equazione di terzo grado ma non salta sul lettone, non si lancia da un mobile all’altro, non striscia sul pavimento appena lavato e non si arrampica sull’armadio

della nonna? Gli mancano gli schemi motori di base. Ma niente paura: basta sguinzagliarlo al parco e farlo giocare in piena libertà: acquisirà tutti i pre-requisiti per diventare un futuro campione di fioretto, di bocce o di polka. E ovviamente un teppista domestico.


Gioco libero = game over I bambini di oggi, per tanti e diversi motivi, solo in rari casi escono a giocare liberamente nei giardini o in spazi verdi - ciò che, invece, i loro genitori e ancor prima i nonni hanno fatto a sfinimento. Questo rappresenta un limite nella formazione motoria dei bambini, che si trovano impossibilitati a sperimentare le tante gestualità che un tempo i loro coetanei praticavano, ossia: correre, saltare, lanciare, strisciare, rotolare, arrampicare. Gli addetti ai lavori definiscono queste espressioni corporee “schemi motori di base”, cioè le forme elementari del movimento. Tutti coloro che si occupano di movimento in ambito educativo e sportivo - insegnanti e allenatori - lanciano segnali d’allarme perché i bambini lamentano preoccupanti lacune rispetto a queste gestualità, che a loro volta rappresentano i pre- requisiti per l’apprendimento delle tecniche delle diverse discipline sportive.

Si parla tantissimo – e a ragion veduta - dell’importanza del movimento a tutte le età. Si sente spesso parlare di costruzione del fisico e della personalità, di prevenzione delle malattie metaboliche, di mantenimento del peso forma, di prevenzione delle problematiche legate all’invecchiamento, di spinta alla socializzazione, ecc. Se poi stringiamo il focus e ci soffermiamo sull’attività motoria e i bambini, l’attenzione aumenta ancora: l’offerta di attività sportiva da parte delle Federazioni e degli Enti di Promozione dello Sport è infatti cresciuta in maniera esponenziale. Nel 2010-2011 è partito il Progetto di Alfabetizzazione Motoria nella scuola primaria, voluto e finanziato dal CONI e dal Ministero della Pubblica Istruzione, che prevede l’inserimento di un esperto (Laureato in Scienze Motorie) incaricato di svolgere due ore settimanali di Educazione Motoria a integrazione e supporto della formazione dei bambini. Se questa generazione di bambini può quindi essere seguita da insegnanti e istruttori qualificati in una misura superiore rispetto ai loro genitori, un aspetto ha però subito un drastico ridimensionamento. Parliamo del gioco libero.

A piedi nudi sul parco Come può un genitore aiutare il proprio figlio a riappropriarsi dell’opportunità di apprendere in maniera naturale le gestualità di base? Non è così difficile. Ormai in quasi tutti i parchi cittadini vi sono delle aree attrezzate. Ebbene, i genitori possono accompagnarci i bambini e lasciare che si sbizzarriscano nelle più disparate attività, vigilando ovviamente sulla loro sicurezza, ma lasciandoli liberi di organizzare le attività e di muoversi a piacimento. Ci piace citare l’esempio del Parco Giochi Primo Sport 0-2-4-6 (per saperne di più http://www.0246.it/) presso La Ghirada a Treviso, sviluppato su una superficie di circa 2000 metri quadrati con piazzole e percorsi a tema, che i bambini possono affrontare in assoluta libertà. Gli obiettivi che Primo Sport 0-2-4-6 vuole far raggiungere ai bambini di queste fasce d’età sono aumentare il livello di attività fisica, imparare ad agire di gruppo, promuovere la passione per il movimento, divertirsi e acquisire abilità motorie di base come gattonare, camminare, correre, saltare, arrampicarsi. Mamme, papà, nonni, cosa aspettate? Tutti al parco!

Dr. Paolo Moisé Insegnante di Scienze Motorie e Sportive, si occupa da anni di attività motoria e di allenamento in ambito accademico e sportivo.


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CONTO MEDIOLANUM FREEDOM:

È IL NETTO CHE CONTA CORRISPONDE AL

Ennio Doris Presidente di Banca Mediolanum

SCEGLI FREEDOM: È UN CONTO CORRENTE, NON CI SONO VINCOLI. GRAZIE ALLA POLIZZA MEDIOLANUM PLUS, CHE NON TI COSTA NULLA, DÀ IL 2,20% NETTO SULLE SOMME OLTRE I 15.000 EURO. INOLTRE PER OGNI NUOVO CONTO FREEDOM DIAMO UN MESE DI SCUOLA A UN BAMBINO DI HAITI

Responsabile Agenzia Alessandro Caroleo Banker Group Manager

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corso Re Umberto, 56 10128 Torino tel. 011.505025

www.bancamediolanum.it Messaggio Pubblicitario. Condizioni contrattuali nei Fogli Informativi sul sito www.bancamediolanum.it e presso i Family Banker®. Il rendimento del 2,20% netto annuo, derivante dalla Polizza Mediolanum Plus di Mediolanum Vita S.p.A., è riservato ai nuovi sottoscrittori e riconosciuto fino al 31 dicembre 2010 oltre i 15.000 euro. Polizza e conto operano con un meccanismo automatico di versamento e prelievo. Quando il saldo del conto supera la giacenza di 17.000 euro, la liquidità oltre i 15.000 euro viene investita sulla polizza; ugualmente, quando il saldo del conto scende sotto la giacenza di 13.000 euro, viene disinvestito dalla polizza l’importo necessario a ristabilire sul conto la giacenza di 15.000 euro. Il rendimento del 2,20% netto sarà quindi garantito sulle somme investite sulla Polizza Mediolanum Plus. Prima della sottoscrizione leggere Nota informativa e Condizioni di polizza sul sito www.mediolanumvita.it e presso i Family Banker®. Donazione a favore di Fondazione Francesca Rava Nph Italia Onlus valida fino al 31 marzo 2011. * Lordo equivalente se riferito ad un conto corrente ordinario.

Sport 2.0 : febbraio 2011  

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