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TESSERAMENTO 2002 Quote associative per l’anno:

Soci Ordinari ...................................................... Soci Familiari ..................................................... Soci Giovani (nati nel 1985 e seguenti) .............

30,00 15,00 10,00

Al 31 dicembre 2001 gli iscritti erano 265, così ripartiti: - 164 soci ordinari, 80 familiari e 21 giovani; di cui nuovi: - 22 ordinari, 10 familiari e 4 giovani. Si ricorda che l’iscrizione al CAI: - dà diritto a ricevere “La Rivista” e “Lo Scarpone” (solo ai soci ordinari); - copre con un’assicurazione le spese d’intervento delle squadre di soccorso alpino e dell’elicottero in caso di incidente in montagna; - consente (esibendo la tessera col bollino) di ottenere priorità di accoglienza e particolari condizioni di sconto nei rifugi del C.A.I.; - permette di acquistare a prezzi agevolati le pubblicazioni del C.A.I. e del TCI; - dà diritto a partecipare a tutte le iniziative della Sezione con particolari agevolazioni.

Si invitano i Soci a rinnovare l’iscrizione entro il 31 marzo 2002, per la continuità della copertura assicurativa. Per informazioni sul tesseramento contattare il socio Giancarlo Duranti, tel. 0571 242794 L’iscrizione per il 2002 è valida fino al 31 marzo 2003. Ulteriori informazioni si possono avere in sede il venerdì dopo le 21,30, tel. 338 7693290


S O M M A R I O Vita di Sezione e varie comunicazioni: Solo due parole (il Presidente) ................................................... 2 Fine di una bacheca .................................................................... 3 Ostello di Torre ........................................................................... 4 Un nuovo statuto per la nostra Sezione (Cesare Marchetti) ....... 6 Iniziative: Cesare Maestri ed i giovani (Patrizia Monfardini) .................... 7 Proiezioni di film in Sezione ...................................................... 8 Gite: Bernina e dintorni ....................................................................... 9 Mamma di Franca: dettagli di un trekking in Corsica (Vittorio Santini) ............ 11 Montagne dell’Acacus (Francesco Mantelli) ........................... 13 Sopra l’Altissimo, sotto la pioggia (Giovanni Morichetti) ......... 16 Una lezione di meteorologia (Francesco Mantelli).................. 17 Camper, valli e yak (Marco Guiducci) ..................................... 26 Racconti: Notte d’autunno (Alessandro De Cristofano) ........................... 23 Giacomo (Vittorio Santini) .................................................................. 31 Programma gite 2002. ......................................................................... 32 In copertina: montagne dell’Acacus (Sahara, Libia, novembre 2000), foto F. Mantelli

A questo numero hanno collaborato con foto o testi (in ordine alfabetico): Alessandro De Cristofano, Marco Guiducci, Francesco Mantelli, Cesare Marchetti, Patrizia Monfardini, Giovanni Morichetti, Giancarlo Sani, Vittorio Santini.


Solo due parole Colgo l'occasione per ringraziare tutti i soci che hanno sostenuto la mia candidatura all' elezione del nuovo Consiglio Direttivo nel marzo 2001 ed in particolare coloro che mi hanno eletto alla guida della nostra sezione. Non nascondo che l'evento da una parte mi rende orgoglioso per la stima espressa nei miei confronti e dall'altra timoroso per il peso che il compito richiede. La nostra è una piccola sezione ma in costante crescita, vuoi per il numero dei soci, vuoi per la capacità di proposta che viene dagli stessi, “vecchi e nuovi”. Negli ultimi anni la sezione è andata avanti sulle spalle di pochi se non addirittura sulle spalle di pochissimi che si sono trovati ad un grande dispendio di tempo e di energie. Oggi tutto questo necessita di una completa revisione. L'incarico di Presidente e di Consigliere è un impegno gravoso, ne sono cosciente ed ho piena fiducia che ognuno di voi porterà il proprio contributo, piccolo o grande che sia, con la consapevolezza e l'intento di far crescere la se-

zione. Come sapete la sede è aperta tutti i venerdì dopo cena. Frequentatela, è il cuore dell' associazione! In essa vi dovete sentire come a casa vostra ed in mezzo a tanti amici. Le cose da fare sono tante: organizzare e guidare le escursioni del programma di gite ufficiali, predisporre le serate culturali, curare la stesura e la stampa del bollettino, tenere i contatti con le istituzioni pubbliche e con le altre sezioni del CAI, amministrare il denaro che inevitabilmente serve a finanziare le varie attività. Abbiamo una fornita biblioteca da gestire e da sviluppare, un magazzino dei materiali tecnici da verificare costantemente nella qualità e, perché no, da ampliare in modo che tutti ne possano usufruire senza restrizione alcuna. Abbiamo, in embrione, l'idea di realizzare un piccolo Museo della Montagna e con l'arrivo della primavera ci sarà anche la parete di arrampicata al Palazzetto dello sport di Fucecchio. Molto probabilmente sa-


ranno disponibili anche dei locali nella Villa Landini-Marchiani a Ponte a Cappiano che potranno divenire il fiore all'occhiello della nostra sezione. Per ultimo, ma non per importanza, voglio ricordare il corso di Introduzione alla Montagna che il Gruppo Alpinistico sta portando avanti da anni con risultati più che lusinghieri. Invito tutti i soci e tutti quelli che avranno modo di leggere questo notiziario a farci un pensierino. Nel nuovo statuto della sezione, che trovate allegato al presente bollettino e che dovremo approvare alla prossima assemblea annuale, sono riconfermati gli scopi ed i valori della nostra associazione. Senza travalicare le finalità in esso indicate, vorrei chiudere questi miei saluti, auspicando che l' attività del Club Alpino Italiano, oltre che essere svolta nell'interesse dei soci

amanti della montagna, possa essere sempre di più indirizzata sul territorio ed aperta a più ampi ambiti sociali. Possiamo contribuire con le nostre iniziative a migliorare la società in cui viviamo (non ne sentite il bisogno?). Siamone fieri, rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare in modo che la nostra piccola grande sezione sia all'altezza dei compiti statutari. Vi giungeranno in ritardo ma spero comunque apprezzati i migliori auguri, personali e di tutto il Consiglio , per uno splendido 2002. E tutti in montagna, naturalmente. Giancarlo Sani Presidente della sezione

COMUNICAZIONI

Fine di una bacheca Per chi non è residente a Fucecchio la notizia non ha nessuna importanza, ma per chi in questo paese abita o è costretto a frequentarlo per lavoro, può dispiacere che sia stata tolta la bacheca dove venivano esposti i programmi di Sezione. Si trovava, detto in termini molto alpinistici, sulla “verticale e friabile parete nord” del cinema teatro Pacini, in piazza Montanelli. Costruita in robusto alluminio anodizzato colore “argento”, stile anni ’70, fu collocata inizialmente in via Nazario Sauro, accanto a quella che era la sede di allora. A seguito dello sfratto subito, anche la bacheca fu rimossa e trascorse qualche mese posteggiata nei garage di più di un socio. Infine per benevola concessione del proprietario del cinema ci fu consentito di collocarla sulla parete citata, dove è rimasta fino a questo mese di agosto,

esposta ai venti di tramontana ma anche alla vista dei soci più attenti che vi passavano davanti. A fine luglio, invitati a rimuoverla urgentemente perché in agosto sarebbero iniziati i lavori di demolizione del cinema, abbiamo agito tempestivamente, pensando che tale premura della ditta appaltante corrispondesse all’intento di arrecare il minor disturbo possibile ai fucecchiesi con il dare inizio ai lavori proprio nel periodo in cui il paese è semideserto. Oggi stiamo cercando la amichevole collaborazione di qualche simpatizzante del nostro Club che ci consenta di ridare nuova vita a questo espositore di avvisi a cui siamo affezionati. Confidiamo che qualcuno ci conceda l’utilizzo di un metro quadro di parete in un luogo frequentato.

V.S.

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COMUNICAZIONI: segue

Ostello di Torre

ficiale è avvenuta il giorno 1 maggio 2000 con una gita in Padule e pranzo finale nell’ampio corridoio dell’Ostello. Tali esperienze escursionistiche-ricreative si sono ripetute anche successivamente e tutte hanno portato gratificanti soddisfazioni: si è creata l’occasione per far conoscere luoghi di interesse naturalistico attorno al paese e contemporaneamente si è trascorsa una giornata in allegria; forse sono nate nuove amicizie e quelle vecchie si sono consolidate; si è ospitato pellegrini che percorrevano la via Francigena diretti a Roma, dato ricovero a gruppi scout per le loro attività di reparto, invitato altre sezioni del Club Alpino per far loro conoscere il Padule di Fucecchio. Si sono ricevuti apprezzamenti per la disponibilità dell’Amministrazione Comunale. Certamente i locali non sono stati utilizzati al massimo della loro potenzialità, ma era tutto quello che ci potevamo permettere nella precarietà della gestione sperimentale: non sapevamo se questo accordo sarebbe stato confermato, non avevamo un regolare contratto di affitto, i locali non disponevano della formale specifica destinazione, non potevamo eseguire i lavori di adeguamento neppure a nostre spese perché l’edificio ci era stato concesso solo in affidamento provvisorio. In tutta la vicenda non eravamo né pesce né padella. In aggiunta a questo alcuni di noi, quelli che più si sono adoperati per il buon esito delle iniziative, si sentivano sacrificati dagli impegni senza che il loro

Dire che l’Amministrazione Comunale di Fucecchio non è efficiente né efficace sarebbe veramente falso: nel giro di tre giorni ci ha sfrattato dall’Ostello di Torre e contemporaneamente ne ha iniziato i lavori di ristrutturazione per adibirlo nuovamente a scuola. Tale intenzione era nell’aria e per vie traverse ci era già pervenuta, ma sentirsi telefonare il venerdì per liberare l’edificio entro il lunedì fa tuttavia un certo effetto. Con l’Amministrazione c’è sempre stato un rapporto di collaborazione e disponibilità, per cui, senza creare problemi, abbiamo accettato la decisione che comunque non è stata priva di conseguenze: alcuni di noi si sono sentiti offesi dalla irrispettosa tempestività, altri hanno detto che avremmo dovuto fare dell’ostruzionismo, altri ancora sono rimasti indifferenti senza niente obiettare. È proprio questa diversità di orientamenti all’interno della sezione che pone la necessità di una meditata riflessione sulla vicenda “Ostello di Torre”. Avevamo ricevuto l’incarico di avviare una gestione sperimentale a metà anno 1999. Quasi contemporaneamente, per rendere più decorosi i locali, sono iniziati i lavori di manutenzione straordinaria (pittura di porte e finestre) che, protrattisi per diversi mesi, sono stati eseguiti da operatori della “ Falegnameria”, struttura di assistenza sociale finalizzata all’addestramento al lavoro di giovani con problemi di inserimento. L’inaugurazione uf-

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to fuori dall’impegno di bollare come “impossibile” qualunque iniziativa dove si ha come controparte il Comune. È indispensabile però, prima di assumere atteggiamenti intransigenti, prima di formulare richieste specifiche, prima di chiedere assunzione di impegni difficili da mantenere, discutere all’interno della nostra sezione e definire quale debba essere la posizione da tenere nei confronti dell’Amministrazione soprattutto in relazione a quello che le nostre risorse umane, economiche e culturali, ci consentiranno di fare. In sede se ne parla ogni venerdì, ma sono sempre le stesse voci, mentre la sezione è fatta anche da molti altri soci che è giusto siano informati e possano dire la loro. Ci auguriamo che leggendo le pagine di questo notiziario si faccia avanti qualcuno capace di offrire una proposta risolutiva!

operare venisse adeguatamente apprezzato, altri sono rimasti alla finestra a guardare in attesa di capire se era una iniziativa da appoggiare o da abbandonare, altri ancora hanno ritenuto che questo dispendio di energie non facesse parte delle attività istituzionali del Club Alpino soprattutto in un luogo che nulla aveva a che vedere con la montagna. Al di là delle diversità di opinioni, i momenti trascorsi all’Ostello sono stati interessanti, piacevoli e costruttivi per tutti coloro che in qualche modo ed in diversa misura vi sono stati coinvolti. Certo la fine di questa esperienza anche se condivisibile nella finalità non è accettabile nel metodo. Oltre a creare sconcerto fra quanti si erano impegnati nella iniziativa, da cui si cominciava a vedere i primi frutti del lavoro fatto, vi è stato un certo risentimento nei confronti dell’Amministrazione, consentendo a chi si è sempre chiama-

V.S.

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COMUNICAZIONI: segue

Un nuovo statuto per la nostra Sezione di Cesare Marchetti buto, anche al di fuori di questa, sarebbe stato bene accetto. La Commissione si mise immediatamente al lavoro e dopo, anche faticosi, ma sicuramente piacevoli incontri serali, ne scaturì una bozza di Statuto che fu sottoposta al “vaglio” del Consiglio. Sia pure con talune modifiche, scaturite dalla discussioni in seno al Consiglio, si tratta della bozza che troverete allegata al presente numero del bollettino. Al di là di “riscrivere” lo Statuto, la Commissione si preoccupò anche di studiare la “via migliore” per renderlo legale: il vecchio Statuto nulla prevedeva per la sua modifica. Fu deciso di suggerire al Consiglio la seguente procedura: - anzitutto portare a conoscenza dei soci la bozza del nuovo Statuto, - in secondo luogo, mettere all’ordine del giorno della assemblea annuale degli associati, la sua approvazione. Allegando la bozza del nuovo Statuto al presente bollettino, si realizza il primo scopo. Alla prossima assemblea annuale che si terrà presumibilmente nel marzo 2002, sarà all’ordine del giorno la sua approvazione. La speranza è di una partecipazione molto numerosa, e soprattutto in un voto favorevole con ampia maggioranza.

Circa un anno fa, il passato Consiglio Direttivo mi chiese di prendere in considerazione l’ipotesi di “riscrivere” lo statuto della nostra sezione. «Dalla costituzione non ha mai subito modifiche» mi fu detto, «e quindi mostrerà sicuramente i segni del tempo!». Ad onor del vero e degli originari estensori, dalla prima lettura ne ricavai l’impressione di una ottima “fattezza” sia dal punto di vista tecnico-giuridico, sia dal punto di vista della sua idoneità a regolare la vita della Sezione. Peraltro, la nostra Sezione è sicuramente cambiata nel tempo: da una congrega di amici e compaesani appassionati di montagna, ad una vera associazione interterritoriale, con molte persone, molte anime, molte idee, e inevitabilmente qualche problema. È stata questa trasformazione della nostra Sezione, invero insieme alla necessità di aggiornamento alla luce di talune modifiche normative, a convincermi della opportunità di “riscrivere” lo Statuto. Presa la decisione, buttai giù quasi di getto la prima stesura. Nel frattempo si era rinnovato il Consiglio, che costituì al riguardo un’apposita commissione incaricata del “gravoso” compito: furono chiamati a farne parte, oltre al sottoscritto, l’infaticabile Paola Fioravanti e quindi, anche se non ufficialmente, il paziente marito Fabio, Vittorio Santini e Stefano Cappelli. Fu subito chiarito da parte dei membri della Commissione che ogni contri-

Il nuovo statuto, dopo l’approvazione dell’Assemblea dei soci, dovrà essere sottoposto all’approvazione del CAI Centrale (ndr).

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Iniziative

Cesare Maestri ed i giovani di Patrizia Monfardini

Interessante iniziativa dell’Istituto F. Enriques di Castelfiorentino che dà spazio a testimonianze di vita una vita guidata dalla lezione che sempre ha ricevuto e continua a ricevere dalla montagna. Parlava a quei ragazzi non come un insegnante dalla cattedra, ma come un amico più grande e più esperto, con parole chiare, semplici, pulite che colpivano direttamente nel segno, lasciavano una traccia, gettavano un seme. E quei ragazzi “corrispondevano” a quelle parole con la loro attenzione, le loro domande, il loro silenzio, la loro simpatia, la loro ingenuità, il loro essere più nascosto e più vero. Mentre assistevo all’incontro confermavo a me stessa che, sì, compito degli adulti, delle famiglie, della scuola è quello di testimoniare e proporre abitudini, idee, sport che siano “altro” rispetto a certe mode, a certi comportamenti, a certi abiti mentali che purtroppo oggi hanno assunto dimensioni di massa, ma che non riusciamo a soffocare totalmente questo “altro” finché ci saranno persone come Cesare Maestri che parleranno ai nostri ragazzi.

Non è facile proporre certe idee ad adolescenti abituati alla mentalità del “tutto e subito” e cresciuti nella cultura dell’“usa e getta”. «Ragazzi, ricordatevi questo: nella vita qualsiasi obiettivo, qualsiasi risultato positivo deve essere conquistato con l’impegno, la fatica, la volontà». «Vi auguro una vita fiera, che miri ad uno scopo per raggiungere il quale dovrete dirigervi dritti alla meta, salire al di sopra della palude dei non valori, del vuoto, palude nella quale troppo spesso la vita di tanti ragazzi si argina, si smarrisce». Cesare Maestri, abituato da sempre a stare attaccato alle rocce, ad arrampicarsi centimetro dopo centimetro, faticosamente, con grinta, con ostinazione, indicava a quei ragazzi il come, il quando, il perché si può arrivare fino in cima. E quei ragazzi, i volti dei quali tante, troppe volte ho visto scontenti ed annoiati, erano in quella mattina, in quel grande salone dell’Istituto Enriques, calamitati dalle parole, dal volto, dal modo di muoversi, di sorridere di quell’adulto che tante cose aveva da raccontare, far vedere, raccomandare. Le sue non erano raccomandazioni di un babbo o di un nonno rompiscatole, erano testimonianze, offerte con grande modestia e prive di ogni retorica, di una vita vissuta in armonia con se stesso e con il mondo, all’insegna dei valori e dell’impegno, della fatica ma anche dell’appagamento,

Cesare Maestri in una recente foto apparsa sulla R i v i s t a mensile del CAI

NdR: l’incontro narrato è avvenuto nell’autunno del 2000; per esigenze di spazio questo articolo non ha potuto trovar posto nello scorso numero del giornalino

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Iniziative

Film, montagna e televisione Da oltre due anni la sede si è dotata di un televisore con lettore di video cassette: prevalgono film di alpinismo ed i titoli classici dell’arrampicata sportiva, ma sono disponibili anche interessanti immagini girate dai soci o storie di cultura della montagna. È possibile noleggiare le cassette e gustarsele piacevolmente da letto o dal divano di casa dopo qualche compromesso con gli altri componenti della famiglia aventi diritto all’uso del telecomando. Rinunciando invece a qualche comodità ma migliorando probabilmente l’atmosfera generale di contorno, si possono vedere in sede, dalle ore 21,30 in poi, nei giorni di programmazione sotto riportata e discuterne infine con chi ne condivide l’interesse. DATA

TITOLO

AUTORE

11 gennaio

Monte Bianco - Cresta di Peutery (alpinismo) Kurt Diemberger

15 febbraio

Totem (arrampicata)

Robert Nicod

15 marzo

Grido di Pietra (alpinismo)

Werner Herzog

29 marzo

La parete (alpinismo)

Lothar Brandler

31 maggio

La Alpi Giulie (alpinismo)

28 giugno

K2: sogno e destino (alpinismo)

Kurt Diemberger

5 luglio

Macugnaga: un paese di mille anni (documentario)

Renato Adorno

20 settembre È pericolo sporgersi (arrampicata)

Robert Nicod

11 ottobre

Dal libro Aria sottile

Il terrore sull’Everest

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Bernina e dintorni Vittorio S. mi ha chiesto di scrivere “qualcosa” sulla gita organizzata lo scorso luglio, “il gitone”, ormai tradizione della nostra sezione che ha condotto, nell'edizione 2001, tredici intrepidi e sedicenti alpinisti alla traversata nel GRUPPO DEL BERNINA dopo aver lasciato il ben più folto gruppo di turisti ad Aprica. Sono andata allora a ricercare il programma, la cartina, gli itinerari percorsi, ma forse è qualcos'altro che mi piace sottolineare ripensando alla “tre giorni” e ripercorrendone le tappe principali fuori dai “sentieri guidati”. Il trekking in montagna con la fatica del procedere, le impervie salite e dall'altra gli scenari mozzafiato ed i sorprendenti paesaggi, è un po’ come un percorso di vita che ciascuno affronta spesso nella quotidianità senza ramponi né piccozza. E allora dei tredici protagonisti di questa escursione impegnativa e per niente banale, lunga e con condizioni climatiche spesso avverse, sono emersi tratti peculiari che hanno reso speciale ciascuno di loro: Paola, Fabio, Sandro, Vittorio, Maria, Giancarlo R., Isa, Elisabetta, Giancarlo S., Cesare, Laura, Romano e Moreno tutti accomunati da fatica, determinazione, forza, animo, generosità, sostegno reciproco. Fatica in effetti molta; credo un po’ tutti, chi prima chi dopo abbiamo pensato al fatto che forse non avevamo letto bene il programma del gruppo alpinistico (ci riserviamo di farlo sicuramente la prossima volta!): fatica il venerdi pomeriggio nel prendere il passo della ascesa sulla neve per arrivare al Rifugio, meta della prima tappa a 2800 m, fatica per il peso delle corde che a turno sono state suddivise ed aggiunte allo zaino di vari volontari, fatica ad abituarsi al bianco della neve

che nel salire diveniva protagonista assoluta insieme al silenzio e alla maestosità delle cime, e poi, sempre accanto alla fatica, un compagno che ti è di stimolo e di aiuto con una battuta, una parola, l'invito ad una sosta. Dopo un breve sonno al Rifugio (sveglia ore 3,30) sono iniziati i “riti” di preparazione per affrontare il ghiacciaio; accanto agli esperti a cui tutti gli altri si sono affidati, ci siamo imbracati e a gruppetti legati alla corda, così da procedere in fila indiana ed essere sicura l'uno per l'altro in casa di scivolata! E via, su per il ghiacciaio, un po’ insonnoliti e perché no anche intimoriti, fiduciosi dei capi cordata che hanno svolto il loro compito “da dieci e lode”. A mano a mano che il giorno prendeva il sopravvento meraviglie si aprivano ai nostri occhi in un crescendo di vette con la sensazione di essere veramente piccoli, proprio per la vastità del ghiacciaio, con i suoi seracchi e crepacci tanto misteriosi quanto pericolosi, aggirati e in qualche occasione saltati, grazie alla esperienza della nostra formidabile guida locale Giuseppe della Rodolfa. Attraverso il passo siamo giunti sul suolo elvetico e da qui tra soste, foto e persi sguardi alle vette che ci sovrastavano, abbiamo proseguito perché il percorso era ancora lungo! Ed è arrivata la perturbazione: bella e piena con l'acqua sotto ogni forma che ci ha accompagnato per circa tre ore, e lì siamo stati messi alla prova. La stanchezza per le ore di cammino, la fatica, il disagio della pioggia ed il timore crescente di essere in netto ritardo sui tempi per ricongiungerci con il gruppo dei turisti, hanno reso pesante questo ultimo tratto, e la meta intermedia - la funivia - un vero e proprio miraggio.

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In tutte le gite che si rispettino... non può mancare la foto di gruppo!

biare, in questo caso peggiorare, se si parla soprattutto della puntualità proverbiale degli Svizzeri. Per fortuna i nostri, con le buone (e con le cattive) hanno convinto il capostazione, il macchinista, il direttore e l'addetto alla sicurezza che non potevano non aspettare noi e così è stato! Ne è nata una piccola leggenda ed un doveroso ringraziamento lo esprimiamo di nuovo a quanti hanno consegnato il lieto fine alla nostra traversata. Risparmio infine l'idea che si sono fatta quanti già sul treno hanno visto giungere lo sparuto gruppetto di alpinisti (!?) in ciabatte, con gli scarponi in braccio, magliette di fortuna e volti un po’ stralunati; ma non sottilizziamo!! Tutto è bene quel che finisce bene e una volta saliti sul trenino del Bernina ci siamo davvero sentiti a casa!

Di parole ne abbiamo scambiate poche, ognuno concentrato a trovare in se motivazione e slancio per procedere innanzi; infine, cammina cammina, bagnati oltre modo, siamo arrivati alla funivia; siamo entrati a gruppetti, chi prima chi dopo e lì è avvenuta la trasformazione: perdendo gli abiti di alpinisti bagnati abbiamo indossato quanto di asciutto avevamo nello zaino, magari di qualcun altro! Ci siamo rianimati, ritrovato parole e sorrisi, ma ancora non eravamo arrivati alla meta. La verità è che eravamo in ritardo e ciascuno era preoccupato di non arrivare in tempo alla stazione di St. Moritz dove, riuniti con gli amati turisti, il treno ci avrebbe ricondotto in Italia; ma prima dovevamo scendere giù con la funivia e prendere un autobus anzi due; ce l'avremmo fatta? Meno male che laggiù a valle qualcuno ci pensava e ha pensato che tutto può cam-

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Mamma di Franca: dettagli di un trekking in Corsica di Vittorio Santini Il suo nome è Costanza, ma nessuno lo sapeva e così è stata inserita nella lista dei passeggeri del traghetto per la Corsica come “Mamma Di Franca”, uguale a come si sarebbero registrati Leonardo Di Caprio, Luciano De Crescenzo o Alessandro Del Piero. In occasione della gita Franca ci aveva chiesto la prenotazione di un posto anche per un’amica. “Una cara amica”: disse. Solo a prenotazione confermata ce ne ha svelata l’identità. Precedentemente non aveva mai accennato all’interesse della madre per la montagna, e questo faceva temere che fosse la prima volta che la “cara amica” si avvicinava alle impervie salite ed alle infide discese. Per nessun altro motivo, tranne che per gretto pregiudizio, avevamo previsto che la signora avesse circa settanta anni, forse di più, e qualche acciacco di tipo deambulatorio. L’euforica eccitazione, derivante dalla prospettiva di fare quattro giorni di percorsi impegnativi, con elevati dislivelli e con qualche tratto difficoltoso inserito fra paesaggi adrenalinici e panorami da sballo, era stato notevolmente smorzato dalla quasi certezza che la gita sarebbe divenuta una generosa azione di volontariato per l’assistenza alla terza età. Molto garbatamente abbiamo prima cercato di spiegare a Franca che, per quanto al CAI si sia tutti un poco masochisti, tuttavia abbiamo un limite oltre il quale siamo incapaci di andare. Poi sempre meno Costanza: “Mamma di Franca”

diplomaticamente le abbiamo detto che se voleva sbarazzarsi della madre per riceverne l’eredità, non doveva affatto coinvolgerci in un progetto tanto criminale. Mamma Di Franca non era come ci immaginavamo. Età sessantasei anni, di origini abruzzesi, nata e cresciuta in montagna, era abituata ai disagi ed alle fatiche. Da bambina, quando non esistevano scuolabus con le fermate sotto casa, percorreva a piedi sei chilometri ogni giorno per andare e tornare da scuola. Da adulta percorreva di nuovo la stessa strada con in un braccio la figlia e nell’altro la


troppe salite o le eccessive discese. Non solo è stata pienamente autosufficiente, ma periodicamente ha provveduto a rifornire di zollette di zucchero e caramelle “Ciottolino”, l’amato nipote di circa due metri di altitudine, dai capelli cyberpunk colore rosso elettromagnetico. Di tanto in tanto, nei momenti di sosta, fumava mezza sigaretta, ma si appartava dal gruppo per non arrecare disturbo. Durante il soggiorno in Corsica abbiamo visto e conosciuto molte cose nuove. Abbiamo imparato anche quanto sia difficile e faticoso scrollarsi di dosso false idee e false convinzioni. Spesso molto più difficile che salire sulla vetta di una montagna.

borsa della spesa per andare al mercato del paese. Il giorno della partenza ci siamo incontrati al porto di Livorno. Noi escursionisti esperti apparivamo pronti e preparati per un trekking intercontinentale: scarponi superleggeri che te li vendono come se camminassero da soli; giacche a vento capaci di riparare dalle temperature polari e dalle piogge monsoniche mantenendo il comfort di un climatizzatore in piena estate; aria un poco trasandata indicativa della intimità con la rudezza della roccia. La simpatica signora è invece arrivata con scarpette da ginnastica bianche, capelli appena fatti, unghie tinte e ben curate, qualche monile d’oro ricordo di familiari affetti, maglietta e pantaloni ben stirati, più in sintonia con un pellegrinaggio al santuario di Padre Pio che ai selvaggi boschi della Corsica. Fino all’ultimo abbiamo voluto sbagliare! Mamma Di Franca ha camminato per quattro giorni senza lamentarsi, senza sporcare le scarpe bianche , senza criticare gli organizzatori, gli accompagnatori, i compagni di strada, le

P.S. : La Corsica è molto bella. Anche chi avrà occasione di andarci senza Mamma Di Franca potrà godere di un ambiente straordinario.

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Montagne dell’Acacus di Francesco Mantelli La collina rocciosa, perfettamente conica, era sormontata alla sommità da un piccolo pilastro e mostrava la morfologia ricorrente di varie aree dell’Acacus. Il grande altipiano di arenarie paleozoiche, appariva demolito e frammentato. Tante isole rocciose, appoggiate su un basamento localizzato intorno a 800 m di altitudine, determinavano un paesaggio estremamente mosso e multiforme, con numerosissime cime con quote prossime o poco superiori ai 1000 m. Il richiamo verso quella piccola cima corrispondeva agli antichi richiami, mai assopiti, che montagne di 6000 metri o cime anche di appena 100, avevano sempre esercitato. Era al solito il senso dello sconosciuto che attraeva, lo stesso sconosciuto che po-

tevo incontrare su una consueta cima dei dintorni di casa, salita tante volte, ma ogni volta diversa e mutevole, come tutto muta rapidamente nella natura. Con i giorni, con le stagioni, con i decenni e i secoli. Raggiunta la base del pilastro sommitale, si osservava già il vasto paesaggio attorno nella luce del tramonto. Ma ora, assurdamente non mi contentavo di quel luogo così singolare: subito tentavo la salita fino sulla cima, pochi metri, forse di 4 grado. E dopo qualche passo, quando ero ormai arrivato quasi a toccare il margine della sommità, sono rapidamente disceso, come risvegliato dall’assurdità di quei gesti, su quell’arenaria friabile e su quel pilastro completamente staccato alla base. Che senso avrebbe avuto salire qualche metro più in

Montagne dell’Acacus (Sahara, Libia, novembre 2000), (foto F. Mantelli)


Acacus, su una cima fra cime infinite, (foto Roberto Palese)

interno, spaccate dai grandi sbalzi termici, con curiosi noduli di concrezioni ferrose. Ma ancora una volta, era la cima la potente attrattiva che, quasi senza sforzo, mi faceva sfiorare le rocce su cui mi muovevo e con grande rapidità mi conduceva verso l’alto. Cosa mi aspettavo di vedere lassù, se non la solita teoria di piccole montagne fino all’estremo orizzonte, quell’ambiente in cui ormai da giorni eravamo immersi? Perché questa ansia di salire? Eravamo arrivati alla base della solita fascia di rocce verticali, blocchi assolutamente lisci, alti alcuni metri, qui localizzati poco sotto la cima. Un breve e stretto cammino, percorso con attenzione per la friabilità degli appigli, ci permise il superamento fino ad un pianoro e poco oltre toccammo la cima. Solo allora mi volsi attorno: qualche istante prima il mio unico orizzonte erano le rocce dove ponevo i piedi e quelle su cui stringevo le mani.

alto, riproporre ancora una volta il mito della conquista di una cima, rischiare di rovinare con essa giù in basso, mentre attorno si allargava uno degli scenari più singolari del grande Sahara? Non era sufficiente il dialogo con tutto quel mondo attorno? Che bisogno c’era di confinare i propri interessi su un pezzo di roccia? Il giorno seguente, con il sole alto nel cielo, non ero più da solo e ora ci muovevamo lungo un itinerario più sensato. Camminavo lungo un pendio di rocce che portava alla sommità di una piccola montagna, apparentemente più elevata di circa 200 m del basamento su cui avevamo il campo. Salendo in diagonale per evitare di fare cadere pietre sul gruppo che seguiva, osservavo la strana morfologia delle rocce, arenarie che apparivano come cotte dal sole, annerite sulla superficie esposta agli agenti atmosferici, mentre erano bianche e rosate al loro

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Forse era lassù, ancora su una cima, il senso di quel desiderio eccessivo di salire, in quello scenario che di nuovo in alto si poteva osservare. Che riproponeva sì, ciò che da giorni avevamo osservato anche in salite precedenti, ma che ora, in quel momento, con quelle luci, appariva come qualcosa di unico e irripetibile. Vidi che anche Roberto era coinvolto da quei momenti e certamente anche Fabio e Massimo che avevano raggiunto un’altra cima in una diversa direzione. Sì, avevo sentito che bisognava andare lassù, che quel mondo voleva ancora raccontarci qualcosa. La montagna sembrava averci invitato a salire per mostrare che ci sono altre dimensioni dell’esistenza, che ciò che per noi viene costantemente classificato in un qualcosa di bello o di desolato, di grande e di piccolo, di ordine e disordine, può sfuggire a queste regole. La montagna mostrava da lassù lo straordinario perdersi nel lontano orizzonte di foschia di cime

dalle forme infinite, nere o oscure nel cielo azzurro e nel giallo delle sabbie. Forse voleva semplicemente dire: osservate, io vi ho chiamato quassù e ora vi siete affacciati su un’altra dimensione.

Resti di una montagna, foto Fabio Maestrucci


Sopra l’Altissimo, sotto la pioggia di Giovanni Morichetti Arrivare alle Gobbie per lasciare un’auto e ritrovarsi sotto un cielo completamente coperto non è di grande spinta per andare in montagna, ma se poi al Pasquilio sembra di intravedere qualche spiraglio di apertura, allora è chiaro che si parte. Il boschetto prima, il traverso poi, fino ad avventurarsi sulla cresta avendo per meta l’Altissimo. Le previsioni non erano buone, le avvisaglie c’erano, ma erano stati troppi anche i fine settimana di quel primavera/estate durante i quali non era stato possibile fare una uscita tranquilla sotto l’aspetto meteorologico, per cui era normale un certo desiderio di concludere una escursione che potesse sembrare azzardata. A momenti qualche apertura ci permetteva di vedere quasi fino al mare, ma poi tutto si richiudeva in un nebbione che ci impediva la vista oltre pochi metri. Finalmente siamo al Passo degli Uncini ed effettivamente ci sarebbero i presupposti per sperare di farcela fino in fondo. Per pochi minuti riusciamo a vedere bene il mare ed a distinguere chiaramente i particolari lontani: Giovanni sostiene che in vetta si potrà prendere il sole. Durante la salita riceve la chiamata di Giancarlo per informarlo che l’uscita del corso è stata abbandonata a metà perché un fulmine li ha toccati da vicino sulla Nord della Pania Secca. Francamente ci sembra tutto così eccessivo, il tempo non è poi così pessimo; fino a pochi minuti prima avevamo una buona visuale dell’intorno ed ormai si desidera solo arrivare in vetta. Qui ci tratteniamo solo pochi minuti, il tempo per mangiare qualcosa e di renderci conto che la situazione, appesa ad un filo sottilissimo per tutta la mattina, sta ora precipitando irreversibilmente. Paola scherzando si rammarica: “Non ce l’ho con nessuno, solo con chi mi ha cambia-

to la data”. Facciamo presto ad arrivare agli Uncini, ma ancor prima avvertiamo i primi goccioloni ed i primi chicchi di grandine. Letteralmente ci infiliamo nel bosco verso le Gobbie con passo estremamente deciso. La pioggia è talmente abbondante che procediamo in un fiume d’acqua e nonostante il riparo delle fronde che pure sono consistenti, la grandine è così grossa e violenta da fare male quando colpisce: Valerio, “un po’ più vulnerabile” degli altri, si lamenta di questo e si procura un cappello per rimediare. Arriviamo alle Gobbie senza incidenti, nel frattempo c’è stata una tregua, ma mentre con Fabio stiamo andando a Pasquilio a recuperare l’auto si verifica un altro temporale, ma quando ritorniamo il sole splende e tutto è pulito a 360 gradi. Che il temporale sia stato estremamente violento e su un’area piuttosto ampia si deduce molto bene anche dalle fronde strappate e dalla quantità di grandine accumulata sulle strade che rendeva l’asfalto estremamente pericoloso, forse alla pari che essere in cresta dell’Altissimo con lampi e tuoni da ogni parte. L’escursione è finita bene, siamo tutti alle Gobbie e commentiamo l’opportunità di una tale gita alla luce dei fenomeni atmosferici che si sono verificati e degli eventuali rischi connessi. Abbiamo concluso che la nostra è stata una bella e significativa esperienza, nella piena consapevolezza che andare in montagna è una passione che comporta comunque dei rischi che si possono prevenire o almeno attenuare solo se qualche volta li abbiamo vissuti dal vero ed in quella occasione abbiamo adottato le giuste contromisure.

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Una lezione di meteorologia di Francesco Mantelli La lezione teorica non durò a lungo: intorno alle ore 22 non si poteva richiedere profonda attenzione sulla complessa equazione che lega la variazione della pressione atmosferica con l’altezza, né tanto più sulla forza di Coriolis che devia le masse d’aria verso est nell’emisfero boreale e verso ovest in quello australe. Come le alte pressioni si formino è ancora un mistero, mentre è molto più chiaro cosa può accadere nella tarda primavera quando un fronte freddo invade un’area dove da molti giorni ristagna una massa d’aria calda e umida: l’aria fredda si incunea in basso, si muove al suolo e “scaraventa” verso l’alto, talvolta con grande rapidità, l’aria sovrastante ben oltre i 6-7000 metri; lassù l’umidità condensa prima in gocce, ma anche in ghiaccio e ricade al suolo senza tanti complimenti,

senza curarsi di chi c’è in basso e di cosa sta facendo. Questo era più o meno quello che sarebbe accaduto fra sabato 2 e domenica 3 giugno, questo lo sapevamo bene già il venerdì, quando in occasione della lezione di meteorologia, discutevamo sull’uscita prossima del 10° Corso di Alpinismo. Ricordai che al di là delle conoscenze teoriche, rispetto a 20 anni fa, quando si andava in montagna scrutando più il cielo che la terra dove camminavamo per indovinare l’evoluzione meteorologica, oggi si dispone di strumenti di previsione potentissimi. Al di là di chi ancora afferma “che tanto non c’indovinano mai” (come se una scienza come la meteorologia fosse ancora qualcosa in mano agli “indovini”), tradendo in realtà l’incapa-

Ore 9.10: le prime nubi iniziano a coprire la cima del M. Sumbra


cità di leggere informazioni anche elementari, oggi abbiamo molte più possibilità rispetto al passato per evitare di venire colti di sorpresa dal maltempo in montagna. È possibile, anche qualche istante prima di uscire di casa, con già zaino e corde in auto, collegarsi tramite computer a qualsiasi rete locale di controllo meteo per avere le dovute informazioni. È quindi possibile partire perfettamente informati sul tempo che farà nelle prossime ore, anche in luoghi circoscritti (e con buona approssimazione nei prossimi giorni), uccidendo sì la fantasia, il gusto di interpretazione dei segni del cielo e il senso del mistero nell’attesa del tempo che sarà, ma evitando così situazioni che in molti casi hanno determinato esiti fatali per qualche partecipante. Insomma, eravamo informati che la nostra uscita del 3 giugno sarebbe stata a rischio. La prudenza c’impose di cambiare l’itinerario prescelto: dalla lunga cresta Nattapiana del Pizzo d’Uccello alla cresta Nord della Pania Secca: più breve e con rapide possibilità di ritirata (almeno fino ad un certo punto). Il sabato 2 giugno, intorno alle 22, un’ondata temporalesca, comunque di breve intensità, percorse buona parte della Toscana. Crollo rapido della pressione, energia elettrica a sbalzi, molti millimetri di pioggia in pochi minuti, e un lascito di piacevole aria fresca che aveva sostituito quella pesante dei giorni precedenti. Nessuno si era comunque illuso che le mutate condizioni meteorologiche si fossero limitate a quell’evento. Al mattino della domenica partivamo comunque verso le Apuane: cielo nuvoloso, condizioni di variabilità, secondo le previsioni meteorologiche appena aggiornate, un breve scroscio d’acqua a Borgo a Mozzano, qualche breve raggio di

Pochi minuti prima dell’arrivo del temporale: a quota 1528, lungo la cresta nord della Pania Secca, il cielo non appare particolarmente minaccioso.

sole alla base della cresta Nord della Pania Secca. Poco dopo le ore 9 stavamo già percorrendo le facili rocce basali della cresta; alle 10 le prime cordate affrontavano i primi facili salti rocciosi. Intanto non perdevo occasione per dedicare qualche sguardo distratto per cercare di comprendere le intenzione di un cielo non terribile, ma che intanto aveva oscurato con nubi la cima del monte Sumbra, poco tempo prima ben visibile, mentre copriva e scopriva parte della cresta terminale della montagna verso cui ci stavamo dirigendo. Osservavo comunque che nel corso di altre occasioni di salite in montagna il cielo era stato

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Riparo di fortuna sotto alcune rocce nei pressi della sella a quota 1518, lungo la cresta nord della Pania Secca. (foto Francesco Mantelli)

più brutto; le foto testimoniano addirittura immagini della prima cordata a quota 1528, sulla sommità di primo salto di roccia accompagnata da un raggio di sole. Effimero, perché pochi minuti dopo, alla base di quel salto, sento uno strano brontolio. Cosa era? Tuoni, mi dice Danilo. Come “tuoni”? Con questo cielo? Sì, perché verso il mare c’è un “gran nero” che viene verso di noi. Ero con l’ultima cordata e non vedevo cosa c’era al là del salto di roccia, ma non ce ne fu bisogno. La decisione di tornare indietro fu immediata, proprio al momento di quel primo brontolio: senza alcun dubbio, senza discussioni. Da quel “Via subito, via di qui” al momento in cui arrivò la prima acqua mista a grandine erano passati 12 minuti. Nel corso di quel breve intervallo di tempo riuscimmo a far scendere gli allievi che in gran parte avevano salito il gradone roccioso e a fare allontanare i primi gruppi per lo stesso itinerario di salita. Mai

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cercare varianti sconosciute in quei momenti: un solo salto di roccia che avesse richiesto l’allestimento di una corda doppia sarebbe diventato un blocco inaccettabile. Quando liberai l’ultima corda era tardi per prendere la via di discesa: si avvertiva l’alito dei fulmini e l’acqua ormai cadeva intensa. Un piccolo rifugio sotto un telo presso un modesto incavo roccioso, a quota 1515 m, ancora troppo vicini ai mucchi di moschettoni, chiodi ed altra inutile ferraglia, troppo prossimi con la schiena alla parte rocciosa. Eravamo in quattro, certamente in una posizione non sicura, ma al momento non c’erano alternative. Ripensavo a tutti gli accorgimenti che si raccomandano durante le lezioni teoriche: corda sotto il fondo schiena come isolamento (mentre quelle stavano là intrise d’acqua e completamente disordinate), mai troppo attaccati alle pareti (ma davanti a noi scendeva ripido un canale oltre il piccolo ripiano dove erava-


mo collocati), ancorati alla parete (sotto quell’acqua ci saremmo dovuti anche agitare per piantare un chiodo e assicurarci: al momento non ci sembrava il caso). Il temporale era sopra di noi, aveva abbassato la temperatura a 7,5 °C (c’è sempre chi trova il tempo di tirare fuori un termometro anche nei momenti meno opportuni e nei posti più scomodi), particolare secondario in quei momenti, perché altre variabili avrebbero dovuto attirare la nostra attenzione. Fu poco dopo (o poco prima?) che in corrispondenza del lampo di un fulmine mi sentii colpito come da un grosso pugno ad un braccio, mentre Alessandro, posto alla mia sinistra, urlò qualcosa: un “grosso pugno” si era abbattuto anche su di lui, sulla schiena. Pochi attimi di panico in cui non riuscivamo a capire cosa stesse accadendo. Pochi attimi per comprendere l’entità delle forze in gioco, capaci di spostamenti d’aria da farci volare qualche metro da una parte, eventi non nuovi e tristemente ricorrenti in montagna. Mucchi di grandine durante la discesa dalla cresta nord della Pania Secca.

Ma dopo quel fenomeno, il maltempo sembrò attenuarsi e quasi improvvisamente la pioggia cessò. Rapidamente ricomponemmo il materiale e mentre un vento improvviso riusciva addirittura ad asciugare le rocce, iniziammo la facile discesa. Incontrammo gli altri ormai in basso nel bosco: il grosso del temporale l’avevano saggiato poco più in basso di noi e non avevano avuto vita facile almeno nella prima parte della disce-


Componenti del gruppo alla base della cresta Nord: completamente bagnati, ma vivi. (foto Francesco Mantelli)

il primo avviso di maltempo e una grande fortuna nel venirne fuori. La vera ondata era questa del primo pomeriggio. Non so come avremmo potuto cavarcela se quel maltempo ci avesse colto lassù. Il giorno seguente, sotto un cielo completamente azzurro e con una fresca aria di primavera, con una minima in bassa Valdelsa di 5 °C, avremmo letto sui giornali che durante un corso di alpinismo tenuto in Dolomiti, quello stesso maltempo, non aveva concesso, purtroppo, ai componenti del gruppo la stessa buona sorte che avevamo incontrato noi sulla cresta nord della Pania Secca.

sa. Qualche scarica elettrica, per fortuna modesta, era giunta a qualcuno che aveva appoggiato un braccio alle rocce in un dato istante, ma nessun incidente. Anche in basso mucchi di grandine indicavano cosa era venuto giù durante quei 20 minuti. Il cielo ancora chiuso ci accompagnò fino alla cappella dei Partigiani, oltre la focetta di M. Piglionico. Il tempo per sostituire gli abiti bagnati e poi in auto verso Molazzana dove contavamo di trovarci per prendere qualcosa di caldo. Erano le tredici e trenta: il cielo ancora più oscuro e una nuova venuta di poggia: no, a Molazzana non riuscimmo a scendere dalle auto: quello che accadde nell’ora successiva fu un temporale intensissimo: attraversammo la Garfagnana sotto un muro d’acqua, con torrenti di fango e sassi che scendevano dai fianchi delle montagne, mentre in Versilia una tromba d’aria stava devastando un’area del litorale di Lido di Camaiore . Lassù sulla cresta avevamo avuto solo

Post scriptum Domandarsi perché un’uscita di un corso di alpinismo sia rimasta esposta a rischi così elevati è d’obbligo. Di fronte alla generale cultura della sicurezza che permea in ogni

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momento le procedure, l’azione e ogni altra attività legata all’insegnamento dell’ “andare in montagna” dei corsi di alpinismo organizzati dal CAI, spesso è indispensabile concederci un certo margine di incertezza legata a condizioni oggettive. Questo, perché in montagna tutto non può essere programmato al millimetro, perché andare in montagna significa assumersi anche un certo rischio e abituarsi a certe variabilità, altrimenti si fanno altre scelte e altre attività. Importante è quindi interrogarsi sull’entità del rischio che si è scelto di correre. Qui le opinioni divergono e le conseguenti scelte sono e saranno sempre diverse in funzione dell’esperienza e della cultura individuali. Durante un corso di alpinismo, generalmente, si cerca di rispettare il calendario delle uscite programmate, anche perché se un giorno si va in montagna con il maltempo e con la nebbia, certamente quella lezione sarà stata più istruttiva di altre e non abbiamo cer-

to buttato la giornata: i corsi di alpinismo si fanno per apprendere e non per il raggiungimento della bella cima. Ma ci sono momenti in cui maltempo e altre variabili oggettive, grazie a informazioni che oggi è possibile acquisire in anticipo, possono costituire rischi inaccettabili. Lì occorrerebbe fermarsi, in quei casi si dovrebbe rinviare e cercare di trasmettere agli allievi la cultura della rinuncia, impresa non facile in un mondo dove la parola rinuncia è fra quella proibite. Così nello sporadico, ma talvolta evidente malcontento degli allievi quando qualcosa di programmato sta per essere abbandonato per motivi di sicurezza, non sempre è facile essere convincenti (ricordo bene che non aveva convinto tutti lo spostamento dell’uscita dalla cresta Nattapiana al Pizzo d’Uccello alla cresta nord della Pania Secca). Spesso prevale, un’altra parola: “proviamo”. Ma a volte in montagna, una seconda prova non è data.

14 ottobre 2001, al 4° tentativo, in una splendida giornata di metà ottobre, si realizza la salita alla cresta Nord della Pania Secca.


Notte d’autunno Di Alessandro De Cristofano Prima di affrontare la parte più dura della salita Oetzi tirò un respiro profondo; sentì l’aria molto fresca e guardò istintivamente il cielo che si andava oscurando rapidamente. Calcolò in un attimo quanto gli mancava ancora al valico e quanto altro doveva percorrere per tornare a casa: quasi tutto di notte sul ghiacciaio, meno male che era la notte della luna tonda, e in cielo per ora non si vedeva una nube, così non rischiava di fare la fine di quello che ci si era avventurato di notte ed era finito in fondo a un crepaccio. Guardava la morena sempre più vicina e col pensiero andò a Ulla: era l’ultima volta che la lasciava col padre e con la madre, ancora tre giorni e sarebbe tornato per portarla via con sé, per sempre. E sarebbe stato come quando era ragazzo, e aveva portato a casa la compagna di giochi, e ci aveva fatto i figli che ora sapevano badare da soli al gregge mentre lui andava a cercare una al posto della loro madre. L’aveva trovata al suo ritorno una sera: i bimbi piangevano e lei non si muoveva, e allora i pianti, le carezze, le botte per farla svegliare, ma non c’era stato niente da fare. Era passato tanto tempo, che quasi era come se lei non ci fosse mai stata. Ma al principio dell’estate aveva visto Ulla, e tutte quelle cose di quando era ragazzo con l’altra se le risentiva dentro, anche se in quello stesso periodo nel togliersi il sovrappiù di barba aveva visto qualche pelo più chiaro. Faceva ora un po’ fresco, e volle scaldarsi pensando a lei; portò la mano sotto la

veste, al pezzo di legno che lei gli aveva dato, un pezzetto di legno con la lana incastrata in un intaglio, che voleva significare lui con la barba e i capelli. Sorrise e si concentrò nel pensiero di lei… Se lo trovò davanti quando ebbe girato dietro uno spuntone di roccia: stava lì fermo, immobile, e dietro c’erano altri quattro ragazzi. Erano tutti del villaggio di Ulla: lui l’aveva affrontato una di quelle volte quando i ragazzi che cominciano a tagliarsi la barba vogliono provare a scontrarsi con gli adulti: era stato un osso duro, e anche a terra non si era rassegnato, e aveva voluto mordergli la gamba. Ci aveva messo un odio che lui non aveva mai visto, ma a lui così non riusciva, lo vedeva come fosse suo figlio; con cattiveria non riusciva a colpire mai, nemmeno quando uno gli voleva rubare qualche pecora, figuriamoci con quel ragazzo. Gli altri erano suoi amici, gli andavano dietro e gli davano sempre ascolto. “Guardatelo il nostro Oetzi, chissà chi si crede di essere a portarci via le nostre donne” Ci si vedeva ormai poco, ma intuì uno sguardo anche più cattivo di quello che gli aveva visto in faccia da quella volta in poi tutte le volte che lo incrociava. “È un grande guerriero lui, almeno così dà ad intendere…. a chi se lo crede! Ma adesso gliela facciamo vedere noi!” Aveva fretta, e voleva tanto tirare

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dritto, ma quei ragazzi volevano fare i duri, e quando un ragazzo vuol far vedere di essere un guerriero non c’è niente da fare: bisogna avere pazienza. “E va bene, ragazzi… Chi comincia?” Rimase per un attimo stupito: tanta baldanza e poi nessuno si faceva avanti… depose l’arco e la mazza, ma in quel momento gli vennero addosso tutti e cinque. Per qualche momento non capì, fin quando si trovò a terra e sentiva dei calci nei fianchi e due addosso che lo tenevano. Capiva poco, ma si divincolò e sentì uno che cadeva, poi un altro. Si rialzò dolorante e uno gli veniva addosso ma lui lo bloccò con un colpo ben assestato, e a un altro un calcio fra le gambe. Era rimasto in piedi solo lui, quello, ma lo vide meno risoluto di quando gli aveva parlato prima. Gli balzò addosso e lo atterrò, ma lui tremava e lo implorava, e allora gli assestò solo un pugno in faccia, un po’ più forte, ma solo poco, di quelli che dava ai figli quando tornavano senza una pecora. Si rialzò e si guardò intorno: erano tutti in terra, ma per fortuna nessuno immobile: si lamentavano forte ma sarebbe bastata una bella dormita e sarebbero tornati a fare gli sciocchi come sempre. Si ringalluzzì un attimo, gonfiò il petto, raccolse le sue cose e riprese di buon passo a salire la morena. Gli anni passavano, sì, ma lui era sempre buono a mettere a posto dei giovincelli arroganti. E anche ora che la salita era più dura il respiro era normale, e non soffiava; sentiva ora un po’ di male dove lo avevano colpito, ma non era nulla, per fortuna erano solo dei ragazzi… E ora c’era da aggrapparsi alla roc-

cia e da far forza di braccia per passare, ma era cosa da nulla. Sentì una fitta lancinante alla spalla sinistra; l’aveva sentita altre volte quando si sforzava, negli ultimi anni, ma mai così. Si rizzò sul masso; era fatta ma il dolore non cessava; portò la mano alla parte dolente, sentì qualcosa, e il dolore si acuiva, l’afferrò e lo tirò via… lo stelo di una freccia. Girandosi vide il giovinastro che fuggiva rapido verso il basso, e non trattenne una risata fragorosa: ci voleva altro per lui che un ragazzo pauroso. Lo guardò ancora per un attimo dileguarsi nell’ombra che ormai nascondeva lui e quasi tutto, poi riprese a salire con l’energia di sempre: si sentiva pieno di forza, non era ancora il momento di finire come suo padre, che gli ultimi tempi non riusciva più a muoversi senza il suo aiuto. L’energia la sentiva scoppiare dentro, e non c’era niente che lo potesse fermare. Allungò il passo e cominciò a guardare il chiarore della luna li dove doveva venir fuori. Camminava svelto, ma sentiva più freddo del solito: strano perché il sole era sceso da poco. Si strinse addosso il mantello e continuò, guardava la strada che aveva davanti, tutta bianca, meno male che i crepacci si vedevano e non c’era pericolo, con la luna tonda! Però che freddo! E anche il respiro… senti di soffiare un po’…meno male che era tanto forte, e ora andava a casa dai figli, ma sarebbe tornato a prendere Ulla. Che occhi aveva: non li aveva mai visti cosi a una donna, e la sua pelle sotto la veste, lasciava sperare quello che sarebbe stato dopo: tre giorni soli! Non ricordava di essersi mai dovuto fermare a quel punto per la fatica,

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ma questa sera era cosi fredda, e lui cosi stanco, che una sosta ci voleva. Che cielo freddo… fredda anche la luna… C’era un masso piatto che veniva fuori dalla neve, in un piccolo avvallamento. Lo conosceva ma non ci si era mai fermato, ma questa volta era diverso…Si sedette, ma forse era meglio stendersi un attimo. Un attimo solo, per non fare la fine di quelli che si addormentavano sul ghiacciaio e non si svegliavano più… Si appoggiò; la schiena gli faceva male ma trovò la posizione giusta. Guardava la luna che si andava alzando in cielo; era freddo. Ulla era certo a dormire nella capanna ma lui sperò che stesse anche lei guar-

dando la luna, che tonda com’era faceva tanta luce. Guardava la luna ed era come parlasse ad Ulla, e pensava a lei ora che il sonno avanzava. Non doveva dormire, ma un attimo sarebbe servito a ripartire fresco e forte, e doveva arrivare a casa e dopo tre giorni sarebbe tornato a prendere Ulla. Guardava la luna e sentiva quello che sentiva tutte le sere prima di addormentarsi, come tutte le sere l’incoscienza si andava facendo strada in lui ma questa volta era diverso… Da un dispaccio dell’Ansa del 1991: I resti trovati sul ghiacciaio del Similaun apparterrebbero ad un uomo vissuto migliaia di anni fa

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Camper, valli e yak di Marco Guiducci La ricorderò come la vacanza delle valli. Spesso siamo soliti ricordare le vacanze, almeno noi amanti della montagna, tramite i nomi delle montagne salite. «Ti ricordi del Sella?» «Come no! Nel ’94!» oppure «Che anno il ’94: Sella, Tofana e Brenta!». Ebbene, quella del 2001 sarà ricordata come la vacanza delle valli. Dopo una primavera di mare, verso metà luglio ho acceso lo “Skipper” (nome marittimo, ma non importa) spiegando le vele e dirigendo il timone decisamente verso nord. Dopo alcune ore alla velocità di crociera ottimale, ho imboccato la prima valle. Già da tempo l’arco alpino, nonostante la foschia estiva, faceva mostra di sé, ma quando la prua del camper, virando di 90 gradi est, si è infilata precisa precisa per la Val Camonica, mi sono sentito rilassato e finalmente in vacanza. Nemmeno ventiquattro ore prima ero al sesto piano di un palazzo di vetro e alluminio, un inferno di lamiere arroventate nella spianata, spietata di sole, chiamata Novoli. La prima notte ci ha accolti la bella conca di Ponte di Legno. A dir la verità ero un po’ timoroso all’ipotesi di dover passare la notte in quel luogo. Strane idee mi rimbalzavano in testa: immagini di barbari con voci gutturali, carrocci e luccicanti alabarde brandite da uomini nel loro più autentico costume locale: camice verdi e fazzoletti che incutono paura al solo pensiero. Già stavo pensando a come camuffare la targa del mezzo: «forse» pensavo tra me e me «variando la sigla provinciale da SI a SO?» no, molto meglio era non rinunciare all’orgoglio d’esser toscano, ma montare di guardia tutta la notte, e intanto maledicevo il giorno in cui comprai un camper usato da un amico di

Castelfiorentino, invece di comprarlo da qualche rivenditore della Brianza. E poi ripensavo agli ultimi mesi trascorsi. Le elezioni, il rovesciamento, la presa del potere, l’arroganza fatta politica, il “facciamo piazza pulita” purtroppo divenuto cruda realtà; quella notte in camper fu calda di sogni e di lenzuola. Nella mente era tutto un divenire di parole, azioni, sentite, viste e poi ripetute; persone che sentivi vicine e si son rivelate lontane; distanze e tempi inversamente proporzionali. Ho visto l’infanzia dell’umanità, ho percepito la memoria come una dimensione ultraterrena, che l’uomo non è più in grado di afferrare. Il mattino seguente fu radioso, come solo i mattini in montagna lo sono; si intravedeva, in alto sui monti, qualche piccolo ghiacciaio e già quella vista bastò a disperdere i cattivi pensieri. Dopo la passeggiata di rito di fronte alle boutique del paese ci dicemmo: andiamocene. Un’altra valle, un’altra avventura ci aspettava. Spinsi la prua/cofano verso il passo dell’Aprica e, dopo molti, e ghiacci sudorini, lo raggiunsi; la discesa ci accolse presto ed entrammo così nella seconda valle della nostra vacanza: la Valtellina! Quel primo giorno non era in programma una sosta notturna in valle. Faceva troppo caldo quell’estate per poter dormire così in bassa quota. Ci dirigemmo quindi subito verso la nostra terza valle: la Val Masino. Il tragitto mise subito a dura prova le capacità sterzanti del Transit, ma dopo alcuni chilometri eccoci nel profondo abbraccio della valle. Constatammo subito la paura, e la gioia, della solitudine: nessun camper, nessuna tenda; solo vecchie auto con targhe dell’est europeo, segno inequivocabile della voca-

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zione alpinistica dei luoghi. Ero arrivato in questa valle preparato: almeno tre chili di documentazione, tra guide turistiche dei luoghi e relazioni alpinistiche. La prima gita è stata una tappa d’obbligo; per un aspirante alpinista arrivare in val di Mello (e porto quattro!) è come la Mecca per un musulmano: almeno una volta nella vita… Av e v o impressi a mente i nomi delle vie, le lunghezze dei tiri, i primi salitori: era un continuo calare il binocolo sugli occhi per riconoscere, nelle varie strutture rocciose, le mitiche “Il risveglio di Kundalini” o “Luna nascente”; poi con sprezzante superiorità mi dicevo tra me e me: «questo è solo un assaggio! Tornerò presto ed allora altro che luna nascente, mi cimenterò direttamente con le vie dei cecoslovacchi!» Per dovere di cronaca vorrei aggiungere che la val di Mello si presta a passeggiate adatte a tutti: un pulmino fa spola dal paese e porta i gitanti fino al termine della strada. Poi c’è una bella mulattiera che si inoltra nella valle; sullo sfondo si staglia il monte

Disgrazia. La Valle del Masino ha infinite gite da fare a piedi: conosciuto è il sentiero Roma, che per un buon tratto percorre l’alta testata della valle, al disotto delle cime famose di questa porzione di arco alpino, il Pizzo Badile, il Pizzo Cengalo e tanti altri. Nel passato la valle era conosciuta anche per le ac-

Val di Mello

que termali e io, immedesimandomi nei panni del turista ottocentesco, non ho voluto far spregio a questo frutto che la valle cela nel suo grembo più profondo. Devo dire, però che, sarà stata la calda estate, ma anche le acque del torrente Mello, contraddicendo il luogo comune che vuole i torrenti montani gelidi come le nevi da cui prendono vita, era sopportabile: ci sono molti tonfi adatti a tuffi e … sapete com’è, ma il bagno nel cam-

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da. È luogo di rare specie arboree, ma soprattutto palestra di arrampicata tra le più conosciute di tutto l’arco alpino. I giorni passano, i tempi cambiano; diciamo addio alla bella valle che ci ha accolti qualche giorno. Il programma prevedeva una quinta valle, la val Martello. All’ultimo momento il programma è stato cambiato e, risalendo tutta la Valtellina, dopo una serie interminabile di gallerie, ci siamo ritrovati a Bormio. Fatto scalo per la notte, il mattino seguente ci vedeva già sulle rampe che portano a Santa Caterina: la quinta valle, la Valfurva. Posto chiuso per la mentalità dei paesani, ma c’è chi giura che in realtà ci siamo persone potenti che stanno tirando le fila per una speculazione da terzo millennio, Santa Caterina è un discreto luogo di svago. Punto di partenza per la facile salita al Monte Cevedale, e porta d’ingresso per il parco dello Stelvio, vede comunque un buon numero di villeggianti. Trascorsi alcuni giorni, tra gite e pedalate, ci prepariamo alla grande giornata. Come il ciclista che stia per affrontare il tappone dolomitico, noi ci accingevamo ad affrontare una tappa non meno seria: il passo dello Stelvio! Il programma era implaca-

Quant’è piccola la mia casa sotto al sasso di Remenno!

per non è poi così comodo! La Val Masino porta in seno un’altra perla: e che perla! Famoso in tutto il mondo, conosciuto nella preistoria e meta ogni anno di valanghe di arrampicatori, il sasso di Remenno è una singolarità notevole. Un macigno di granito enorme, un parallelepipedo alto anche sessanta metri, posto, con delicatezza divina, al bordo stra-

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bile; stabiliva, infatti, che dopo la Valfurva, sarebbe toccato alla valle di Solda. La valle di Solda, però, è praticamente dall’altra parte del mondo, che in questi luoghi prende la forma del Monte Ortles. Comunque, dopo alcuni minuti di rullio, punto dritto lo Skipper per il passo. Salterò la descrizione; vi basti pensare che, oramai a distanza di alcuni mesi, posso contare con facilità un buon numero di nuovi capelli bianchi. Solda è incantevole. Merita senz’altro una nuova gita; anzi potrebbe essere proposta per una gita sociale, riunendo in se tutte le qualità adatte ad una gita poliedrica come quella. Numerose sono le escursioni, facili e meno facili, che si possono compiere, anche con l’ausilio di impianti a fune. È punto di partenza per le vie normali al Monte Ortles, per la cresta di Tabaretta o per il Coston; è punto panoramico per eccellenza per la parete nord del Monte Zebrù e Gran Zebrù. Un “muccone”

Notevole, a Solda, l’impronta del passaggio dell’alpinista Reinhold Messner. Messner mantiene aperto un piccolissimo museo di curiosità alpine: piccole teche che custodiscono cimeli alpinistici, legati da un filo conduttore proprio dell’alpinista suo ideatore. Il museo è del tutto gratuito, strano ma vero! A dirla tutta, pare i “pezzi grossi” della collezione siano custoditi alla residenza di Castel Juval, anch’essa visitabile, ma… chissà a che prezzo! L’altro fatto che denota il passaggio di Messner, ma anche la presenza perché qua è la sua terza casa (la prima è ubicata in una altro continente), sono “i mucconi” come li abbiamo affettuosamente chiamati noi: gli yak. Importati da Messner già più di quindici anni fa, si sono molto bene ambientati; d’estate popolano gli alti alpeggi della valle, d’inverno si scaldano nella stalla di un bel maso ai bordi del paese. Il maso, ristrutturato alcuni anni fa, è un piccolo ristorantino tipico. Si mangiano deliziose


Il Gran Zebrù

specialità portate in tavola dalla signora che ha preso la gestione direttamente da Messner. La famiglia che gestisce il ristorantino possiede un agriturismo più giù, nella bassa val Venosta (sesta valle, ndr), perciò propone in tavola i prodotti dell’azienda. Inutile aggiungere che, almeno io, mi son seduto per soddisfare un unico scopo, una curiosità culinaria, lo ammetto, di bassa levatura: assaggiare la carne di yak! Un commento: nel mio futuro rifarò rotta sulla valle di Solda. Cari amici, la vacanza sta giungendo al termine; dopo una ultima virata verso nord, per ammirare il sempre classico campanile in ammollo del lago di Resia, ho diretto la prua verso sud percorrendo per intero la val Venosta e la valle dell’Adige, ultima valle alpina e luogo di tristezza. Mentre percorrevo la strada verso sud, la mia mente correva in direzione opposta, seguendo l’acciaio di rotaie infinite. Con lo scandire dato

dalle traversine, mi tornavano a mente le pagine di Primo Levi e pensavo ai convogli, ai tanti convogli, che sessant’anni fa passavano da questa larga valle diretti a nord, in Germania, in Polonia, colmi di carne da macello. All’altezza del lago di Garda i pensieri prendono un’altra piega. Siamo in zona di vini; la Valpolicella è zona geografica benedetta da Bacco. Vino prediletto da Ernest Hemingway, il Valpolicella è rammentato nei molti romanzi ambientati in Italia, da Addio alle armi, fino a Di là dal fiume e tra gli alberi; allora ripensavo a quella stagione di letture, nemmeno vent’anni, l’anno della maturità, quando, alla vigilia degli esami, riuscivo a leggere un romanzo nell’arco di un pomeriggio. Vi è mai successo di immedesimarvi in una frase di un libro, o di provare la sensazione di aver già vissuto quello che state leggendo? Alla prossima estate.

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Giacomo Faccio visita al cimitero nel giorno di Tutti i Santi. Si percepisce attorno la commozione sulle tombe dei parenti, le parole pronunciate sommessamente, la cura diffusa per sistemare gli ultimi fiori. Il bisbiglio di fondo ed il pur lento muoversi delle persone non consentono di richiamare alla mente i ricordi né di isolarsi in qualche attimo di meditativa intimità. Ho visto la tomba di Giacomo Toni: è mantenuta in ordine dalle amorevoli attenzioni dei genitori. La foto è crettata dal gelo, l’immagine quasi completamente scolorita

ed il maglione giallo è divenuto bianco: sono passati quasi dodici anni da quando per l’ultima volta assieme siamo stati al rifugio Enrico Rossi portando così tanti ragazzi come non siamo più riusciti a fare. Sembra solo ieri. Attorno alla tomba molte pietre, aggiunte anche di recente, con su scritto dove sono state raccolte: Appennini, Alpi, Nord Europa, America Latina. Nella mestizia del cimitero dà gioia vedere che l’amicizia non ha scadenza. Vittorio Santini, 2 novembre 2000

Giacomo in Dolomiti. La corda in vita, lo sguardo in alto: è l’inizio di una scalata!

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Escursionismo Programma gite 2002 DATA

LUOGO

INFORMAZIONI

DIFF.

13 gen.

Baratti - S. Vincenzo e bagno alle Terme Santini Vittorio 335-1207705 (Costa Livornese) Marchetti Cesare 347-3616724

26-27 gen.

Lago Santo - M. Giovo (Appennino Modenese)

Borsini Massimo 338-5282924 Morichetti Giovanni 368-456223 EEA

10 feb.

Matanna - Grotta all’Onda (Apuane)

Orazietti Andrea 0571-22334 Sabatini Marcello 0571-20069

E

17 feb.

Da Coiano a Coiano (Colline di S. Miniato)

Ulivieri Isa 0571-43225 Gorrieri Giovanni 0571-460025

E

23-24 feb.

Prado in notturna (Appennino Modenese)

Sani Giancarlo 0571-924170 Morichetti Giovanni 368-456223 EEA

03 mar.

Pania della Croce (Apuane)

Morichetti Giovanni 368-456223 Ulivieri Isa 0571-43225 EEA

10 mar.

Colline di Volterra con Il Giglio

Bacciottini Roberto 0571-629045 Buccella Gianni 0571-466948

E

24 mar.

Nei boschi di San Vivaldo (Siena-Pisa)

Pau Mario 0571-632344

E

07 apr.

Antro del Corchia (Apuane)

Lusini Andrea 0571-922207 Sani Giancarlo 0571-924170 Francesco Mantelli 0571-931518 EEA

14 apr.

Monterosso - Deiva Marina (Costa Ligure)

Falaschi Romano 0571-242118 Santini Vittorio 335-1207705

E

21 apr.

Vagli-P.Sella-Sumbra-Vagli (Apuane)

Orazietti Andrea 0571-22334 Mariotti Alessandro 0571-22620

EE

25-28 apr.

Isole Eolie (Mare Tirreno Meridionale)

Fioravanti Paola 338-4908222 Iula Vito 0571-23658

T/E

05 mag.

Pratomagno (Arezzo)

Sabatini Marcello 0571-20069 Sani Giancarlo 0571-924170

E

12 mag.

Casoli con CAI Massa (Apuane)

Roggi Giancarlo 0571-22753 Lazzini Giuseppe 0585-45552

E

19 mag.

Sella/Vecchiacchi (Apuane)

Roggi Giancarlo 0571-22753 Morichetti Giovanni 368-456223 EEA / E

26 mag.

Intersezionale in Apuane

Salvestrini Fabio 0571-673291 Fioravanti Paola 338-4908222

E

02 giu.

Padule di Fucecchio

Petrini Emiliano 0571-929264 Parentini Silvia 0571-261873

E

09 giu.

Pisanino (Apuane)

Roggi Giancarlo 0571-22753 Sani Giancarlo 0571-924170 Francesco Mantelli 0571-931518 EEA

E


DATA

LOCALITA’

16 giu.

Pratorsi-Lago Scaffaiolo (Appennino Pistoiese)

REFERENTE

23 giu.

Parco San Michele (Chianti)

Falaschi Romano 0571-242118 Mariotti Alessandro 0571-22620

E

30 giu.

Intersezionale al Parco del Gigante

Sede 338-7693290

E

12-14 lug.

Monte Rosa(Alpi Occidentali)

Sani Giancarlo 0571-924170 Francesco Mantelli 0571-931518 Borsini Massimo 338-5282924 T/E/EEA

21 lug.

Alba in Pania (Apuane)

Falaschi Romano 0571-242118 Sani Giancarlo 0571-924170

16 -18 ago

Fine settimana sulle Alpi

Marchetti Cesare 347-3616724 Boldrini Elisabetta 338-8215041

15 set.

Anello Fondone Regolo

Sani Giancarlo 0571-924170 Orazietti Andrea 0571-22334

EE

29 set.

Monte Forato (Apuane)

Ulivieri Isa 0571-43225 Roggi Giancarlo 0571-227523

E

06 ott.

Intersezionale Casentino

Sede 338-7693290

E

20 ott.

Monte Lieto/Monte Gabberi (Apuane)

Sabatini Marcello 0571-20069 Roggi Giancarlo 0571-22753

27 ott.

Alpe di Succiso (Appennino Parmense) Gazzarrini Danilo 0571-43625

EE

01-03 nov.

Da Firenze a Siena per fattorie e cantine Chiarantini Patrizio 347-9800630

E

10 nov.

Ballottata

Santini Vittorio 335-1207705 Toni Antonio 0571-22037

T

24 nov.

Monte Oliveto S. Giovanni D’Asso (Siena)

Barucci Antonio 0571-711585

E

08 dic.

Parco di San Rossore (Pisa)

Pau Mario 0571-632344

E

Brucini Luca 0587-706352 Nencini Piero 0571-509914

DIFF. E

EE

E

Nota: i programmi dettagliati di ogni escursione saranno disponibili in Sede in prossimità del giorno della gita.

Classificazione delle difficoltà:

T: Turistica E: Escursionistica EE: Escursionisti Esperti EEA: Escursionisti Esperti con Attrezzatura

Altre informazioni si possono avere presso la sede il venerdì dalle 21,30 alle 23, telefono cell. 338 7693290. Siamo presenti su INTERNET al sito: http://www.leonet.it/news/cai



Bollettino 2002