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CLUB ALPINO ITALIANO Sezione del Valdarno Inferiore “Giacomo Toni” FUCECCHIO (Firenze) - Piazza Vittorio Veneto, 4 Bollettino d’informazione interno della sezione, destinato esclusiva-

Gennaio - Dicembre 2000


S O M M A R I O Un anno di lavori...e non solo (Marco Guiducci) ................................. 3 La Montagna Nera (Francesco Mantelli) .............................................. 5 Difendi quello che ami. Dal Valdarno Inferiore alle Prealpi Orobiche sempre animata dagli stessi valori (Paola del Rosso) ............................. 13 Il valore della cima “più alta” (Augusto Allegri) ................................ 18 Avventure......in Nepal (Francesco Maffei)......................................... 20 Genepì (Un racconto di Alessandro De Cristofano) ................................. 23 Breve cronaca nivologica dell’inverno 1998-1999 sull’Appennino tosco-emiliano (Francesco Mantelli) ........................ 28 Programma escursionistico Anno 2000: le incertezze di chi propone (Vittorio Santini) .................................... 31 Escursionismo: Programma gite 2000. ............................................... 32

In copertina: Monte Bianco, dalla Val Ferret, luglio 1999. (foto Claudia Vichi). Il 1999 è stato un anno fortunato perché diversi soci della nostra Sezione sono arrivati in vetta al Monte Bianco.

A questo numero hanno collaborato con foto o testi (in ordine alfabetico): Augusto Allegri, Luca Ciolli, Alessandro De Cristofano, Paola del Rosso, Marco Guiducci, Francesco Maffei, Francesco Mantelli, Alessandro Mariotti, Vittorio Santini, Antonio Toni, Claudia Vichi.


TESSERAMENTO 2000 Soci Ordinari £. 57.000 Soci Familiari £. 27.000 Soci Giovani (nati nel 1983 e seguenti) £. 20.000 Al 31 dicembre 1999 gli iscritti erano 244, così ripartiti: 154 soci ordinari, 66 familiari e 24 giovani.

Si ricorda che l’iscrizione al CAI: - dà diritto a ricevere “La Rivista” e “Lo Scarpone” (solo ai soci ordinari); - copre con un’assicurazione le spese d’intervento delle squadre di soccorso alpino e dell’elicottero in caso di incidente in montagna; - consente (esibendo la tessera col bollino) di ottenere priorità di accoglienza e particolari condizioni di sconto nei rifugi del C.A.I.; - permette di acquistare a prezzi agevolati le pubblicazioni del C.A.I. e del TCI; - dà diritto a partecipare a tutte le iniziative della Sezione con particolari agevolazioni.

Si invitano i Soci 1999 a rinnovare l’iscrizione entro il 31 marzo 2000 per la continuità della copertura assicurativa. L’iscrizione per il 2000 è valida fino al 31 marzo 2001. Ulteriori informazioni si possono avere in sede il venerdì dopo le 21,30 2


Un anno di lavori...e non solo di Marco Guiducci Millenovecentonovantanove, anno lunghissimo, eppure molto breve; forse semplicemente uguale agli altri. Millenovecentonovantanove, anno di fine o anno d’inizio? Ma di cosa? Non si saprà mai; forse semplicemente anno di passaggio. Quando è il momento di fare bilanci è inevitabile pensare ai buoni propositi, a quel che avremmo voluto fare, a quel che avremmo voluto essere, e pesarlo poi con quel che invece abbiamo fatto e ciò che siamo stati. Anno di stasi, anno di attesa; ma veramente quel che può sembrare un anno condotto a velocità di crociera, può essere definito così? Oppure ogni giorno che passa è un tassello di un mosaico, un mattone messo sopra all’altro, e ad un certo punto ti accorgi che da un insieme informe di pezzi ne è venuta fuori una figura, una casa?

Il 1999 è stato un fervere di lavori, di idee, di realizzazioni. Non voglio star qui a fare l’elenco di tutti i lavori di ristrutturazione fatti o di tutte le attrezzature di cui la Sezione si è dotata. Valga per tutti un sincero invito a venire in sede, per tastare con mano il volto nuovo dei nostri ambienti e, soprattutto, per valorizzare gli sforzi fatti. Infatti ben poca cosa sarebbe l’aver acquistato, per esempio, un videoregistratore o alcune decine di libri e videocassette (e ne seguiranno ancora) senza poi condividere queste risorse con i soci, attraverso serate ed iniziative collettive. Ma andiamo con ordine: prima di gettarsi in nuove idee e progetti è giusto, perché non di solo pane si vive, fermarsi un attimo e riconoscere quel che è stato fatto; poi, rinfrancati e un po’ autocompiaciuti, si esamineranno i progetti futuri. È giusto ringraziare tutti i soci che si sono impegnati a fondo nel tentativo, ben riuscito, di iniziare e portare termine i progetti messi moto. Così, in questo meccanismo, ogni socio è un ingranaggio grande o piccolo, a seconda delle possibilità che la vita odierna, tra famiglia, lavoro ed altri impegni, lascia ad ognuno per dedicarsi alla nostra associazione. Un’iniziativa in particolare voglio però ricordare, perché credo unica nella storia della Sezione. Maturata nel corso del 1999, proprio in questi giorni in cui va in stampa il giornalino, ha preso forma ed è stata definita. Si tratta della ex scuola di Torre: la Sezione ha avuto l’incarico dall’Amministrazione comunale di gestire ad ostello i locali della scuola, già attrezzati che questo scopo. L’affidamento è temporaneo perché attualmente non ricorrono le condizioni, per

Ricordo felicemente le innumerevoli discussioni, condotte con un bicchiere di rosso in mano, o percorrendo le curve di fondo valle della Garfagnana, su quei buoni propositi di cui scrivevo prima. Discussioni condotte un po’ alla buona, da persone semplici che chiamano le cose con il loro nome, ma proprio per questo discussioni chiare negli argomenti e precise nelle intenzioni. Ed ecco che gli ingranaggi giudicati rugginosi si son messi a girare, e molte di quelle riflessioni fatte hanno trovato una risposta. Così l’anno passato è stato denso di fatti e avvenimenti, quasi un apoteosi; evidentemente l’azione di ungere quegli ingranaggi negli anni addietro ha costruito, giorno per giorno, qualcosa che si è poi rivelato in breve tempo.

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una serie di ragioni, per la conduzione permanente. Ma sarà comunque un ulteriore banco di prova per i soci che vorranno contribuire alla buona riuscita di questa iniziativa; potrà costituire un bagaglio di esperienza ed una porta aperta per sviluppi futuri della Sezione. Eccoci pronti, ora, ad esaminare i progetti futuri. In realtà questi progetti non dovrebbero costituire una meta futura, ma dovrebbero costituire il normale quotidiano, la ragion d’essere di una sezione del Club Alpino. Tra gli scopi di una sezione del Club Alpino vi è «il perseguimento di finalità di solidarietà sociale attraverso la pratica dell’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne,[...], e della tutela del loro ambiente naturale». Nello statuto sono anche indicate le azioni che una sezione può intraprendere per raggiungere gli scopi sociali. Credo che tutte le attività che la nostra Sezione ha portato avanti, alcune delle quali descritte alla pagina precedente, debbano essere lette attraverso i varî punti dello statuto. Infatti ogni nostra iniziativa può contribuire al perseguimento degli scopi; comunque la lettura dei primi articoli dello statuto (ricordo per inciso che lo statuto sezionale è in corso di revisione e adeguamento a quello nazionale) è valida guida per le nostre iniziative, che in questo modo possono essere meglio indirizzate e condivise tra tutti i soci. Una delle azioni indicate nello statuto, è «la diffusione della frequentazione della montagna e all’organizzazione di iniziative e attività alpinistiche [...] l’indizione e programmazione [...] la gestione di corsi di addestramento per le attività alpinistiche [...]» nonché «la formazione di istruttori di alpinismo ed accompagnatori». La nostra Sezione ha sempre organizzato corsi di alpinismo ed ora stiamo pensando di formare le

figure mancanti nel nostro organico, penso per esempio agli accompagnatori di escursionismo, senza però dimenticare di valorizzare e rafforzare ciò che è già presente: istruttori di alpinismo e di alpinismo giovanile. A conclusione di queste note sulla Sezione, vorrei sottolinerare un passo importante dello Statuto, già riportato in precedenza: «il perseguimento di finalità di solidarietà sociale attraverso la pratica dell’alpinismo in ogni sua manifestazione». In queste tre righe c’è tutta l’essenza di una Sezione del Club Alpino, ed in fondo è quello che vorrei, ma, credo, è quello che tutti vorrebbero. La Sezione intesa quindi come luogo fisico e culturale dove portare le proprie esperienze alpinistiche in ogni sua manifestazione, condividerle, scambiarle ed accrescendole con e attraverso gli altri. La Sezione quindi non deve essere solamente una struttura che organizza corsi di alpinismo o passeggiate in montagna: la Sezione vive anche dell’alpinismo individuale, cioè condotto al di fuori dei programmi istituzionali, quando quelle esperienze personali sono portate nella comunità “Sezione”, per la diffusione della frequentazione della montagna. A questo scopo a volte bastano semplici scambi di opinioni, o il raccontare di una gita fatta, per innescare negli altri quella molla, che io chiamo curiosità, che serve a innamorarsi di questa cosa che chiamiamo alpinismo. L’alpinismo è un misto di curiosità e emulazione: fondamentale la prima per conoscere il mondo e noi stessi, necessaria la seconda per misurarsi con gli altri e crescere insieme. A questo punto non mi resta altro che augurarvi buone gite per i nostri monti e... ci vediamo in Sezione.

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La Montagna Nera di Francesco Mantelli Un ultimo sforzo aveva portato il piccolo gruppo ormai fuori dal ripido canale di neve dura. Pochi passi per arrivare dai pendii del versante settentrionale alle luci dell’anticima est. Lassù l’insieme delle montagne rivelò un volto inatteso: non più quell’insieme confuso dalla foschia che si era mostrato nei giorni precedenti, ma nemmeno le forme classiche dei noti gruppi montuosi. Montagne strane queste. Sagome scure, simili a scogli minacciosi che emergevano dal bianco mosso e chiazzato del vasto innevamento. Nessuno pensò in quel momento che quelle vette di aspetto inconsueto, quasi sinistro, non erano correlate a nessuna particolare minaccia ed erano dovute solo alla struttura degli gneiss e alla loro brunitura dovuta a fenomeni di ossidazione. Nessuno si soffermò a considerare gli aspetti geolitologici del rilievo e nessuna divagazione servì per attenuare quel momento di incertezza che pervase un po’ tutti; perfino Livio, che pur valutando non difficile né pericoloso il seguito dell’ascensione, sentì per un attimo il peso della responsabilità di avere condotto gli altri in un luogo così severo. Per tempi altrettanto brevi Livio rivisse una sensazione che altre volte si era affacciata in analoghe situazioni, quando sopravveniva quel leggero senso di smarrimento al momento in cui egli si accorgeva di avere, forse, osato troppo, di essersi spinto troppo in avanti per le proprie possibilità e conoscenze. Un tempo quel particolare momento sarebbe stato avvertito come una sensazione pesante che andava a localizzarsi esattamente a livello dello stomaco, un malessere che ora non si trasformava più in

nausea perché Livio aveva ormai imparato che bastava prendere una decisione e tornare subito a muoversi per mandare in polvere quel momento di incertezza. Qualche giorno prima, quando Giulia, Livio, Anna e Alessandro avevano raggiunto il rifugio Valloni, non fecero probabilmente una buona impressione al gestore Pietro Devero. Essi avevano una buona attrezzatura, zaini giganteschi e ottime piccozze, ma non davano l’impressione di essere particolarmente esperti e quando qualcuno pronunciò la parola “Montagna Nera”, il gestore senza troppo ritegno disegnò sul proprio volto una chiara espressione di dubbio sulle loro possibilità. Il giorno seguente non propose alcun impegno: i quattro salirono fino al Passo delle Lame: varie ore su rocce e nevai, così per guardasi attorno ed esplorare il territorio o semplicemente per soddisfare l’antica attrattiva di affacciarsi sulle terre di un’ altra nazione. E in effetti sembrò davvero un altro paese quello che videro da lassù: dossi montuosi dolci e ondulati che niente avevano di quelle Alpi che percorrevano da giorni. Sembrava che proprio lassù le forze complesse dei processi orogenetici avessero esaurito il loro slancio: oltre non erano riusciti che a produrre misere pieghe, ora divenuti sistemi montuosi ricoperti dai boschi e incisi da basse valli. In cima a quel valico Giulia, Alessandro, Livio e Anna assorbirono il senso di quella mutazione e non ci fu banalità di intenti quando con i loro sguardi riuscirono ad arrivare al di là. «Dovete risalire il canalino degli Italiani molto presto: le condizioni di neve sono

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ideali nel primo mattino, poi, per il rientro, con il sole più alto, non vi consiglio di scendere da quella via, meglio direttamente sul versante francese e poi tornare attraverso il Passo delle Lame». Così iniziò il primo approccio sulla Montagna Nera con Pietro Devero nella sua qualità di guida e di commensale. Forse la sua opinione nei confronti del gruppo si era in parte modificata e quindi valeva anche la pena spendere un

po’ di tempo in consigli e informazioni. «Quante ore impiegheremo per la vetta?» si preoccupò di informarsi Alessandro. «Cinque o sei, dipende dallo stato della neve e dal vostro allenamento. Ma per la vetta occorre scendere dall’anticima est lungo il versante sud e da lì riprendere un canale che vi porterà quasi in cima. Non vi sono difficoltà, ma occorre prestare attenzione al tipo di innevamento e allo stato delle rocce». Alla vigilia di qualche avvenimento di una certa importanza, Livio riceveva sempre qualche messaggio nella notte: immagini confuse a volte, flash di preveggenza impressionante in altri casi. Varie volte, fra l’ incredulità degli altri, Livio raccontava al mattino l’evoluzione degli eventi meteorologici futuri o altri particolari fenomeni che puntualmente si verificavano nelle ore o nei giorni successivi. A volte i sogni avrebbero atteso anni per verificarsi, ma poi con sorprendente precisione, le stesse circostanze e la stessa atmosfera si sarebbero presentati in quella che definiamo la realtà quotidiana. Altre volte infine, Livio avrebbe tenuto per se il segreto di quei messaggi: il coinvolgimento degli amici e degli affetti gli era sembrato troppo elevato per diffondere notizie venute da quelle dimensioni scono...Montagne strane queste. Sagome scure, simili a scogli minacciosi che sciute. Solo al momento del emergevano dal bianco mosso e chiazzato del vasto innevamento...

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...Il giorno seguente non propose alcun impegno: i quattro salirono fino al Passo delle Lame...

lasciarono il rifugio; c’era una strana aria fuori: troppo caldo e troppe nebbie sui crinali. Solo la Montagna Nera, ben visibile e limpida fin sulla vetta, lontana e quasi inarrivabile, rimaneva a costituire una potente attrazione. La salita fu senza storia fino ai nevai alti dove l’aria fu libera da ogni foschia. Luce e sole trasformarono gli umori: inevitabile il bisogno di salire, di accrescere quella spazialità fin sulla cima, di soddisfare ormai un richiamo che annullava ogni fatica, un bisogno ascensionale senza limiti che coinvolse tutti verso un vasto nevaio che si raddrizzava sempre più, fino a trasformarsi in un ripido canale su cui si lavorò di piccozza per uscire sull’ anticima principale. Dopo che il gruppo giunse su quel balcone, per poco tempo ci fu un silenzio di stanchezza e di timore: ognuno si limitava a rimirare quell’ insieme austero di cime scure appena infiocchettate dalle prime nebbie.

compimento degli avvenimenti previsti, avrebbe rivelato la natura del messaggio notturno, ormai al riparo da ogni possibile interferenza con il corso degli eventi, timoroso egli stesso di questo potere inconoscibile e assolutamente inutile, perché niente avrebbe potuto modificare ciò che forse era già avvenuto. Così nelle notti confuse al rifugio Valloni, in cui troppe cose delle propria vita gli sembravano incerte, un messaggio giunse preciso e inatteso: un’immagine di Giulia in ospedale, assieme ad altri particolari ben definiti. La notte precedente alla salita della Montagna Nera fu solo una notte senza luna, durante la quale il vento sbatteva qualcosa fuori delle finestre. Una continua agitazione aveva pervaso Livio fino alle prime luci del mattino, quando alle 4,15 il gruppo si mise in movimento per la partenza. Non ci fu entusiasmo quando i quattro

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Come spesso accade l’entusiasmo si era forse stemperato negli ultimi metri, quando ormai la cima si era sentita prossima, ma qualche attimo particolare il gruppo lo visse attorno alle rocce di vetta. Da lassù la visione ripagava a sufficienza dubbi e fatiche. Un mare di esili nebbie da cui fuoriuscivano montagne senza nome si estendeva fino ai più lontani orizzonti; solo ad una debole brezza era concesso di percorrere quegli spazi e giungere fino lassù a mitigare il caldo di quell’estate. Ognuno assaporò il momento, ognuno raccolse messaggi e ascoltò le parole della Montagna Nera. Quel dialogo fu breve: all’uomo non è concesso prolungare troppo i momenti e le sensazioni intense. Subito tornò il rapporto con l’immediato. Premeva capire l’itinerario di discesa verso la Francia, territorio sconosciuto su cui ora si cercavano dei riferimenti da lassù, dove tutto

«Possiamo scendere anche subito sul versante francese se non ce la sentiamo di andare fino in vetta» argomentò Livio, tanto per rompere l’incertezza di quel momento. Ma la risposta non ci fu, così che il gruppo ripartì poco dopo per portarsi alla base del canale sud-est: da lì poco più di cento metri li separavano dalla cima. La risalita fu faticosa; in alcuni punti la neve cedeva e occorse oltre mezz’ora per raggiungere un’esile sella alla sommità del canale dove già si indovinavano le sembianze di quella cuspide nera: pochi passi ora per svelare il mistero della sua attrattiva, le sue rocce senza tempo e senza forma simili a diaboliche creature in impaziente attesa. Tracce di passaggi e rocce ripide portavano ancora verso l’alto, ormai oltre i 3000 metri, per mostrare qualche metro più sopra la croce di vetta. Erano le 11,35.

...Solo la Montagna Nera, ben visibile e limpida fin sulla vetta, lontana e quasi inarrivabile, rimaneva a costituire una potente attrazione...

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appariva ovvio e semplice. Poi il tempomutò le sue misure ed iniziò a correre. Venne in fretta il momento di andarsene.

Poi tutto accadde in un attimo. Quello che spesso è temuto, l’inaspettato che non dà avvertimenti, si compie improvvisamente. La trasmigrazione da una fase ad un’altra è immediata. Quasi incuriosisce fermarsi ad osservare questi repentini passaggi di stato in cui il mondo si capovolge. A Giulia non tenne la piccozza lungo un piccolo traverso. Scivolò lentamente di lato, ma apparve naturale che si sarebbe arrestata sprofondando nella neve morbida. Livio stava scendendo per primo e voltandosi ebbe tutto il tempo di osservare la scena. Pensò che sarebbe stato semplice fermare Giulia in quella lenta scivolata, oppure non pensò niente quando si spostò per qualche metro verso il centro del canale e afferrò quel corpo in lenta discesa. Il tempo cessò di esistere lì, nello stesso istante in cui non ci fu più alcuna possibilità né di capire, né di rendersi conto di cosa stava accadendo. Anna e Alessandro videro gli amici aggrappati scivolare velocemente verso il basso. Non fecero altro che disegnare rapidamente nei propri occhi la sorpresa di quell’evento e in quel modo seguire quella discesa rovinosa fino al punto in cui i due corpi dopo la lunga scivolata nel centro del canale, urtarono contro il bordo sinistro, lo scavalcarono e scomparvero dalla loro vista.

Qualche tempo prima, camminando, Livio ripensava al linguaggio della montagna, non sempre facilmente intelleggibile. Stava salendo un pendio per raggiungere una sommità di rocce scure, una vetta, e il motivo era solo la ricerca di un messaggio, di un momento particolare che non sarebbe venuto necessariamente da lassù. No, non era mai il raggiungimento di un obiettivo prestabilito il momento culmine di comunione con quelle terre. No, l’obiettivo era solo un pretesto, un’occasione per essere là, nella ricerca o nell’attesa di particolari situazioni in cui serviva disporsi o solo ascoltare. Situazioni o messaggi inattesi a volte, momenti di serenità interiore che potevano originarsi da particolari anche insignificanti; era bastato un giorno il sibilo del vento, un soffio leggero che percorreva le rocce nude e le prime nevi del monte Meris, per scatenare emozioni immediate e forti. Era bastato quel suono per scuotere in profondità, un leggero sibilo che evocava irrepetibili armonie che trasformava i luoghi, che mutava la limitatezza di quelle Alpi in qualcosa di più vasto, che portava quel luogo verso altri spazi e altre distanze. Così la vetta fu lì per la durata di qualche secondo, in quel momento intenso in cui niente seppe riferire agli altri, non la cima raggiunta molto tempo dopo da cui superbi paesaggi erano sorti, ma più poveri di parole, più silenziosi.

Giulia pensò che fosse la fine: chiuse gli occhi e si abbandonò. Livio vide il margine del canale avvicinarsi velocissimo, poi intuì di esserne sbalzato fuori assieme ad una nube di nevischio. Sentì poi un colpo violento: l’urto della propria fronte sulle rocce: ma in quel momento non gli sembrò di essere più lui: non provò alcun dolore, già si sentiva estraneo a quel corpo che cadeva e nient’altro avvertì in quell’istante di contatto violento con la pietra. È così che si lascia la vita in montagna. Quasi sempre senza angoscia e senza dolo-

Qualche momento prima della discesa, ai bordi del canalino sud-est, Livio diffuse i consueti inviti alla prudenza e qualche consiglio tecnico. Il caldo aveva reso instabile la neve inoltre, il pendio appariva più ripido, ora che si mostrava frontalmente.

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re: in infinitesimi di tempo si scivola nel silenzio.

esistono! Intente a costruire intere dorsali, a spaccare e spostare pile di strati e affacciarli sopra l’ antico mare o al piede di colline. Le grandi spinte che frantumano dal fondo la quieta copertura della crosta, che la perforano con pressioni micidiali per farvi sgorgare i liquidi inorganici che vanno a rapprendersi poco sopra, sull’orlo delle grandi cicatrici vulcaniche. E altre fratture, piccole e grandi, portano a scompaginare altre parti della litosfera, apparentemente ferma e in silenzio, ma con le profondità percorse da tremiti e dall’agitarsi dei fluidi mineralizzanti in risalita, venuti a velare di cristalli dorati o di grigi metalli i piccoli anfratti del sottosuolo. Le rocce non hanno respiro, demolite incessantemente, costrette a trasformarsi in sabbie e argille per essere affogate nei torrenti e nel mare e tornare di nuovo in attesa di altri eventi, che avranno tempi lunghissimi, che avverranno. Le rocce, che non avrebbero così mai avuto né tempo né voglia per conoscere il passaggio dell’uomo o

Sulle montagne non accade mai nulla. Le loro rocce non sentono l’agitarsi dei viventi, presenza troppo circoscritta nei tempi eterni delle ere in cui altri fenomeni premono alle radici. Le grandi spinte del pianeta, loro sì che

La Montagna Nera (M. Gelas, m 3143, Alpi Marittime). Il canalino di circa 100 metri interamente percorso durante la caduta dalla cima della montagna.

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valutarne la sua scomparsa, quel giorno non darono: il gruppo era molto in alto, sotto di videro niente. loro non c’erano che valloni e dirupi appaMa nell’altra dimensione, forse tutto non rentemente impercorribili. Di fronte a quelera finito. Livio si risvegliò da un breve son- la visione, in un momento di profonda stanno senza sogni e raggiunse Giulia, cinquan- chezza, Livio non provò alcun desiderio di ta metri più in basso riversa sulla neve. fuga, addirittura fu colto dal fascino di quelli Forse non era accaduto niente anche se spazi e pensò che forse è così che ci sente in il sangue macchiava lo zaino, le mani, la certi momenti, quando ci troviamo circonneve e passava atdati da una pace traverso alle prime quasi assoluta e fasciature. Alesda una sensibilità sandro e Anna saesaltata sulle cose rebbero rimaste a che ci circondano, lungo lontane figuda una capacità di re, incerti nella dipercezione scesa nelle nebbie irrepetibile prima che improvvise vedel lento abbannivano ad addendonarsi. sarsi. Ma non ci fu Quando Anna paura od ansia nei lo scosse, le nebmomenti successibie erano vi: non ce ne fu il riprecipitate su di tempo, la mente loro e non ci fu già lavorava in alche riprendere la tra direzione: scenricerca sui nevai e dere, allontanarsi per i labirinti di da quei tremila rocce. Dubbiose metri quanto pritracce di sentiero ma. Così iniziò si perdevano con l’esodo, quando il facilità sui nevai e gruppo si riunì sulvecchie impronte la neve in disordisu neve si perdene, quando Giulia vano sui prossimi iniziò a fatica a ...La gita in montagna si concluse poco dopo, quando giunse banchi rocciosi. l’elicottero: i soccorsi furono di un’efficienza sorprendente... camminare, trasciSolo qualche prenandosi su una zioso cumulo di sola gamba. pietre dislocato qua e là costituiva un’ indiIl paesaggio scorto dalla cima e le sue cazione verso il basso e fu seguendo quelli nitide distanze non esistevano più. Il mon- che il gruppo uscì finalmente dai nevai sudo capovolto era fatto di smarrimento, neve periori per incontrare prima una traccia, poi e nebbia: solo vecchie tracce indicavano che un sentiero vero e proprio. non si era sospesi nel cielo e un’indicazione doveva in qualche modo esserci. La gita in montagna si concluse poco Per qualche momento le nebbie si dira- dopo, quando giunse l’elicottero: i soccorsi

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come quelle che regolano i processi della natura. Per noi il disegno deterministico che vorremmo intravedere oltre l’opacità dei nostri orizzonti risulta troppe volte spezzato da bruschi ed inattesi ripensamenti. Allo stesso tempo nessuno dovrebbe negare un processo di cui siamo parte e che non siamo in grado di comprendere nella sua interezza e dopo ogni caduta non c’è che da riprendere il cammino che ci siamo dati, per osservare che le montagne sono ancora là, per sentire che la roccia mostra ancora l’antica saldezza e che ti invita a tornare.

furono di un’efficienza sorprendente. Dopo un po’ di ospedale a Nizza, Giulia avrebbe portato il gesso per qualche mese, Livio i segni della montagna sulla fronte per qualche anno a venire. Domandarsi se l’accaduto fosse legato solo alla casualità che guida il susseguirsi degli eventi o se invece rispondesse a una logica, a un disegno più generale per noi assolutamente incomprensibile, fu doveroso da parte di qualcuno. Domande inutili, se alla fine l’impressione sarebbe rimasta quella di sentirsi dispersi nella breve finitezza del pianeta, simili a pulviscolo trasportato qua e là dai moti capricciosi e mutevoli dell’aria. In effetti, troppi sono i momenti che ci inducono a pensare che la vita di ognuno di noi non è legata a leggi fisse e immutabili

Ogni riferimento a persone e fatti è puramente voluto. L’ episodio è accaduto nel giugno 1988 sul M. Gelas (Alpi Marittime).

La dotazione dell’attrezzatura per l’alpinismo della nostra Sezione è ormai completa. Eccone qui la lista completa: tipo

ramponi ......................................................... 12 piccozze ........................................................ 15 caschi ............................................................ 11 imbraghi ........................................................ 10 kit completi da ferrata ................................... 10 moschettoni sciolti ........................................ 21 corpi morti ...................................................... 2 fittoni .............................................................. 8 corde intere ..................................................... 6 corde mezze .................................................... 6 scarpette da arrampicata ................................. 5 racchette da neve ............................................ 2 altimetri .......................................................... 1 tenda ............................................................... 1 radio UHF ....................................................... 4

Rivolgersi al socio Alessandro Mariotti per informazioni riguardanti il noleggio del materiale.

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Dal Valdarno Inferiore alle Prealpi Orobiche sempre animata dagli stessi valori

“Difendi quello che ami” di Paola Del Rosso Paola Del Rosso, attualmente insegnante di lettere all’Istituto Magistrale di Bergamo, è stata vicina alla nostra sezione quando risiedeva ancora a Stabbia e suo cugino, il Giacomo Toni a cui la sezione è intitolata, animava le iniziative dei nostri giovani. Tramite lo zio Antonio Toni ci ha inviato la testimonianza di questa bella iniziativa del CAI di Bergamo. È un esempio significativo di come gli ideali si possono tradurre in realizzazioni concrete.

“Difendi quello che ami”: questa potrebbe essere, a mio avviso, la formula che meglio esprime certe iniziative in cui il C.A.I. Bergamo si è impegnato nell’ultimo periodo. Premetto che io non faccio parte dell’associazione, a differenza di mio marito Riccardo che, iscritto da parecchi anni, ha intensificato la propria partecipazione attiva in seno ad una commissione preposta alla cura degli “affari sociali”, come io amo chia-

marla parafrasando una formula altrimenti nota. Premetto altresì che, pur vivendo a Bergamo da otto lunghi anni scolastici (purtroppo, da quando insegno, non riesco più ad afferrare il concetto di anno solare...), non ho mai rinunciato a pormi, nei confronti della realtà locale, in un’ottica personale, all’occorrenza critica, talvolta divertendomi a stanare retroscena di posizioni fin troppo condivisibili, da brava toscanaccia quale

Estate 1998 - Capodacqua di Foligno A lavori ultimati si posa per una foto ricordo

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vata, la commissione aveva preso contatti con alcuni operatori locali, tra cui un medico condatto, il quale ha segnalato la situazione particolarmente disagiata di una famiglia che non aveva voluto abbandonare la propria casa, sebbene pericolante: da qui la scelta di intraprendere l’iniziativa, mediante la mobilitazione di squadre di volontari distribuite in dieci settimane. L’operazione, c o m p l e t a m e n t e autofinanziata mediante una pubblica sottoscrizione del C.A.I. Bergamo, ha prodotto un risultato egregio, sia in termini di partecipazione che per qualità dell’intervento effettuato. Ebbene, vivendo per una settimana al campo di lavoro e studiando il comportamento dei miei “colleghi” bergamaschi nei confronti dei miei “cugini” umbri, ho potuto rilevare un atteggiamento vagamente paternalistico ed autocompiaciuto, nella squadra lombarda in trasferta. Devo, tuttavia, ammettere che l’afflato operativo e le capacità tecnico-organizzative che ho potuto apprezzare nell’ambito del C.A.I. Bergamo hanno costituito per me un’esperienza assolutamente inedita, alla pari del senso di accoglienza dimostrato nei riguardi della mia diversità culturale, percepita come un motivo di arricchimento reciproco. Ma la cosa che più mi ha conquistato consiste nell'opera di salvaguardia del territorio locale e di quegli ambienti montani

Estate 1998 - Capodacqua di Foligno: panorama.

sono. Non vi sorprenda, pertanto, il mio rapporto dialettico con la gloriosa istituzione rappresentata dal C.A.I. bergamasco, con cui ho pur avuto qualcosa a che spartire, partecipando in qualità di volontaria, nell'estate del ’98, alla ricostruzione di una casa devastata dal recente terremoto a Capodacqua di Foligno (la prima casa recuperata, a solo un anno dal sisma, come non hanno mancato di sottolineare i mezzi d’informazione, anche a livello nazionale). Avendo scelto di aiutare una realtà pri-

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altrimenti destinati all’incuria e al progressivo spopolamento: mi riferisco ad interventi minimi, come la pulizia di alcune fra le innumerevoli scalette attraverso le quali si accede alla Città Alta, in contesti di grande suggestione paesaggistica, nonché ad opere di più ampio respiro, come il rifacimento di antichi selciati in prossimità di borghi tipici, sparsi sulle pendici delle prealpi orobiche. Tutto questo con l’intento di difendere l’oggetto del proprio amore, come si addice a chi nei valori dell’ambientalismo e della solidarieta si riconosce davvero.

Estate 1998 - Capodacqua di Foligno: lavori in corso

Ecco l’elenco delle videocassette acquistate dalla Sezione: Monte Bianco, la grande cresta di Peutrey - di Kurt Diemberger La parete - di Lothar Brandler Masino primo amore - di Adalberto Frigerio Italia K2 - di Marcello Baldi La via è la meta, la parete nord delle Grandes Jorasses - di Gerhard Baur È pericolo sporgersi - di Robert Nicod con Catherine Destivelle e Monica Dalmasso El Capitan - di Fred Padula Cumbre - di Fulvio Mariani con Marco Pedrini Cristophe - di Nicolas Philibert con Cristophe Profit Fitz Roy - di Lito Tejada Flores La parete che non c’è - di Michele Radici La signora del vuoto - di jean Afanassieff con Lynn Hill Torre del vento - Ragni di Lecco K2 sogno e destino - di Kurt Diemberger

Vi aspettiamo alle proiezioni.... o per il noleggio.

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Il valore della cima “più alta” di Augusto Allegri La salita alla vetta del Monte Bianco per la via normale dal versante francese è una lunga escursione che non necessita di grandi qualità: basta avere un buon allenamento, un fisico integro e non allergico alle altitudini, un minimo di esperienza di ambiente neve/ghiaccio e la cosa è fatta. L’esempio più lampante di quanto sopradetto è dato dal fatto che alla fine di questa ultima estate del ventesimo secolo, c’è riuscito il sottoscritto, di anni sessanta e spiccioli, con poca esperienza ed un attestato di Corso di primo livello. Fatta questa premessa, diciamo un po’ riduttiva, devo subito dire che si è trattato di un emozione talmente crescente e irripetibile e diversa che mi resta difficile esprimere, anzi avevo già rinunciato a farlo per iscritto, fino a quando non ho letto sui quotidiani un fatto di cronaca alpinistica (tragica) che ha indirettamente avvalorato la valenza della mia esperienza emotiva.

talmente pronta al peggio, come se fosse scontato che prima o poi il peggio verrà. Questa donna aveva fatto cose egregie di ogni genere per i monti di ogni angolo della terra. Ma la cosa a cui teneva maggiormente era la cosiddetta gara dei “Sette Continenti”, che consisteva nel salire le cime più alte di ogni regione del mondo: poi semmai si va a cercare le cose più difficili ed impervie, ma prima bisogna salire su quei monti il cui nome è riportato dai libri di geografia come il più alto di una certa regione; cosicché tutti ci creiamo un fascino ed una memoria della cima più alta.

Il giorno 26 ottobre ’99 è apparsa sui giornali la notizia della morte (avvenuta una settimana prima) di una nota alpinista inglese, tale Ginette Harrison, che da una vita andava ad intraprendere imprese alpinistiche ad alto tasso di rischio. Il marito, spesso compagno di avventure, ha assistito alla tragedia, avvenuta sull’Himalaya.

Si racconta che Ginette scrisse questi appunti: «voglio andare in Oriente e scalare l’Everest, voglio andare in Nord America e scalare il Mc. Kinley, voglio andare in Sud America e scalare l’Aconcagua, il Kilimangiaro in Africa, il Mount Vinson in Antartico . . . . . . voglio andare in Europa, sulle Alpi, a scalare il Monte Bianco».

Fino a quì ripeto, una normale storia che fa parte del gioco della vita, specialmente quando si gioca a certi livelli di sfida. Il marito si è limitato a dire: «abbiamo perso Ginette».

Dunque la gioia grande è legittima per noi comuni appassionati come per grandi, come per Ginette: sullo stesso monte, nello stesso luogo.

Per questa ragione ho sempre avuto questo desiderio forte di arrivare sul tetto di un certo Territorio, là dove le mie forze me lo facevano sperare. L’aspirazione era ed è legittima e non vale solo per l’Everest.

C’è un altro aspetto dell’esperienza del Bianco che vorrei ricordare, anche per avvalorare il diritto a gioirne più di sempre:

Questa freddezza (forse apparente) fa capire comunque quanto questa gente si fa-

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quando si superano i 4000 metri, verso la capanna Vallot, si capisce molto chiaramente che stiamo per entrare in un ambiente che non è più quello dell’uomo, o comunque che ce ne stiamo discostando, si capisce che stiamo andando là dove un minimo inconveniente può essere fatale, che il cambiamento di condizioni meteo può metterti in serie difficoltà; poi c’è il rischio psicologico o di coscienza/incoscienza; che cosa vuol dire? Vuol dire che se mi avessero detto, a trecento metri dalla cima, di tornare addietro per prudenza previo grave rischio, io sarei andato avanti, o comunque sarebbe stata

dura portarmi indietro. . . . . per il mio capocordata. A proposito: il capo è stato ancora lui, il Borsini. Grazie ancora Massimo: però questa volta, sul Bianco, peccato davvero che non ci fossero stati tutti i nostri amici comuni. L’anno prossimo faremo tutti assieme la via italiana. Che ne dite? Ginette Harrison ci verrebbe senza annoiarsi perché troppo facile.

Sulla cima del Monte Bianco. Settembre 1999. ( foto

Massimo Borsini)

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Avventure. . . . . . . in Nepal di Francesco Maffei Nepal: un nome breve sempre più spesso in bocca a tanti, viaggiatori o meno, alpinisti o semplici escursionisti. L’origine è alquanto discussa: non si sa se derivi da un antichissimo idioma asiatico significante “il paese della lana” (letteralmente Ne Pala, cioè casa della lana) o dalla antica lingua Newari, parlata dagli originari ed ancora oggi i più numerosi abitanti della valle di Kathmandu, il cui significato era “paese di mezzo” (Nebh Pal). Certamente è questo ultimo termine, oltre che ad essere il più accreditato, a rappresentare sinteticamente la quintessenza di questo territorio posto tra

le più maestose ed alte montagne del Pianeta ed una delle più grandi pianure: la piattaforma gangetica. Contrasto e sincretismo, cioè fusione, la più ampia, di cose apparentemente così lontane ed addirittura agli opposti: questo è in fin dei conti ciò che si osserva in un viaggio in questi luoghi. Ed è questo che, durante e dopo, ci pervade in maniera assillante e choccante. Si potrebbero scrivere fiumi di parole dopo un viaggio del genere; bisogna quindi limitarsi alle più importanti. . . . . . . anzi no: scriverò quello che subito e spontaneamen-

Dai vissuti sentieri delle montagne nepalesi...

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te mi viene fuori perché significa che è solo questo che voglio comunicare veramente; una volta tanto è meglio e più fruttuoso escludere il filtro del ripensamento!? Questo viaggio è stato, per me, il primo in Asia, in un mondo così lontano geograficamente e spiritualmente: quindi un’esperienza unica di per se stessa. Ma, fra le migliaia di sensazioni, quale devo trasmettere e di cosa devo scrivere? Non so davvero dove cominciare. Scrivere della mia prima

esperienza con “Avventure nel Mondo” e di come ci siamo trovati con il gruppo? Parlare dell’esperienza del trekking intorno all’Annapurna oppure del viaggio in se e di tutti i luoghi visitati sciorinando un’insieme di nomi incomprensibili ai più? Già in questo bollettino avevo scritto che viaggiare, per me, significa voler ricercare qualcosa nel luogo in cui ti rechi: semplice curiosità, un modo di pensare o anche un particolare sito geografico e che ci si debba preparare al viaggio secondo questa angolazione. E così ho sempre fatto nei miei viaggi, dalla gita di due ore fuoriporta al lungo soggiorno all’estero. Questa volta, per varie circostanze, la mia “preparazione” non è stata come avrei voluto. Non avevo letto molto sul Nepal, non avevamo un preciso e dettagliato diario di viaggio (dato la peculiarità dei viaggi di “Avventure”), non sapevo chi fossero i miei compagni di viaggio e soprattutto non avevo in mente una precisa priorità delle cose da visitare. Non ce n’era bisogno!! Il Nepal ti entra dentro, prima senza accorgertene, poi sempre più spudoratamente, senza che tu abbia bisogno di cercare qualcosa: non devi consumare scene, immagini ed itinerari come fai per la visita di altri paesi, non devi correre alla ricerca di questa o quella cosa da poter raccontare. Non andare tu da lui: entrerà, discreto, lui in te. Fermati ed aspetta: nell’attesa c’è già il Nepal. Alla fine, questa esperienza ti stordisce e molteplici cause concorrono a ciò: urla e richiami di adulti, pianti di bambini, la sporcizia immensa che ti accoglie in alcuni luoghi, l’umido perenne

... alla calma interiore di un monastero buddista.

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di altri, vicoli e strade senza un nome, odori pregnanti, i più disparati, ai quali il nostro olfatto così omogeneizzato e livellato fa molta difficoltà ad abituarsi, ed ancora i melodici e ripetuti Namastè (il saluto dei nepalesi che concentra in un unica parola un’insieme di auguri, soprattutto spirituali), gli occhi onnipresenti del Buddha nei vari stupa della valle, che sembrano entrarti nell’intimo e seguirti dovunque, il ripetersi continuo del millenario mantra Om mani padme hum dei monaci buddisti, giganteschi rododendri, immensi ficus e stelle di natale, piantagioni di marijuana ad altezza di uomo, la visione delle paludi ai confini con l’India dalla groppa di un elefante per più di quattro ore e tanto altro ancora. Alla fine del viaggio come posso riassumere la mia esperienza? Devo dire che sono state due settimane che hanno costituito la serie di emozioni più forti della mia vita, le quali, allo stesso tempo ti eccitano e ti esauriscono, ma che, certamente non mi abbandoneranno mai: come posso dimenticare lo sguardo di una vecchia donna, in alta montagna, alla quale avevamo offerto un piccolo pezzo di grana padano portato dall’Italia, mentre con una estrema lentezza e attonita voluttà, forse mai provata per un cibo, gustava questa “manna” del cielo? In fin dei conti sono queste le cose che rimangono di un viaggio. Finora non ho parlato di escursionismo o di alpinismo e spero di non far trasalire i lettori più tecnici o votati ad imprese da vetta: la verità è che non abbiamo avuto esperienze di tale tipo. Scriverò che il meraviglioso trekking che abbiamo vissuto in quattro giorni ai piedi dell’Annapurna (8091 m) non è stato molto più faticoso che della scalata al Gran Paradiso, non è stato molto lungo, è stato coadiuvato da guide e cuochi etc... ma non posso non definirlo surreale. Nel senso che

mi sarebbe stato difficile immaginare un qualcosa di simile prima di effettuarlo. È difficile credere di stare un giorno intero sotto un’acquazzone (fra l’altro pregando che continui per smorzare l’immensa afa che ti attanaglia) e, nello stesso tempo cercare dappertutto con fare ossessivo (chi ha provato questa esperienza sa che questa è la parola giusta) se dalle scarpe stanno salendo, numerose e veloci, le subdole sanguisughe (per esperienza diretta e per sfatare il mito dell’esotico per forza, ricordo che le sanguisughe del Padule sono identiche, anche se nettamente meno numerose!!!). È difficile rendersi conto che quei sentieri così faticosi sono le pulsanti e vitali “autostrade” degli abitanti della montagna e che la vita si svolge prevalentemente su questi sentieri. A chi volesse intraprendere un viaggio in Nepal o in luoghi simili mi sentirei di dare un “consiglio preventivo”: voler prendere a man bassa le forti emozioni suscitate diventando dei camaleonti, cioè compenetrandoti nell’ambiente e non osservarlo, ma, nello stesso tempo non avere un atteggiamento snobistico da new age che ti porta a parlare di serenità, spiritualità, assenza di bisogni che porta alla felicità, mentre accanto a te una persona ha una gamba in piena cancrena (come è successo effettivamente a noi) che non viene curata per indigenza e, soprattutto per cultura. Viaggiare, quindi, non solo per una statistica o un record (non sono arrivato nemmeno a 4000 metri : che pazzo che sei Francesco!! Andare in Nepal senza vedere l’Everest, nemmeno da lontano o non scalare almeno un settemila!!), ma per capire e riflettere, e poi soprattutto cambiare di conseguenza il nostro modo di vivere quotidiano. A tutti voi cari amici un caloroso NAMASTÈ (e, se non lo sapete, vi ho augurato tutto il bene di questo mondo!).

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Genepì racconto di Alessandro De Cristofano La sala del rifugio Zapparoli è piena: le splendide giornate di fine agosto attirano ai duemilaottocento metri di quota gitanti, escursionisti, alpinisti; è facile distinguerli dall’abbigliamento, dal contegno, dal modo di parlare. Giulivi signori che indossano pantaloncini da spiaggia e magliette sgargianti immortalano con la videocamera gli exploit dei loro bambini, che corrono in qua e in là senza requie; signori di mezz’età e giovani abbigliati da montagna esaminano su cartine aperte sui tavoli il percorso che l’indomani li condurrà al successivo posto tappa del tour del Bianco; giovani dal volto esile e dalla figura vigorosa, vestiti di indumenti multicolori, scorrono su guide alpinistiche gli itinerari più impegnativi che si attaccano in prossimità del rifugio. Sui loro tavoli, invece delle specialità della cucina valdostana e delle consuete bottiglie di vino, si notano vasetti di pappa reale, confezioni di muessli, tubetti di integratori vitaminici. Sono i più silenziosi, scorrono con lo sguardo i loro libretti, fanno le loro valutazioni, si lasciano andare a qualche battuta. C’è sempre qualche scalatore sulla quarantina o più che, incuriosito, cerca di strapparli alla loro reticenza, di attaccare discorso, di informarsi sulle loro mète, un po’ per soddisfare la sua curiosità e per riempire le lunghe ore del dopo pranzo, un po’ per rendersi conto di quanto siano cambiate le cose da quando, a vent’anni, lui e altri come lui guardavano con invidia chi si cimentava su itinerari di quarto o di quinto grado. È di uno di questi signori l’esclamazione che si ode in tutta la sala: «Cristo, il Gran Pilastro Nord-Nord-Est»». Poi, con voce appena più bassa: «Ma è una via di sesto

continuo, con tiri di sesto superiore, e quei seracchi verso la fine sono quasi invalicabili. Se poi sopraggiunge un cambiamento di tempo potete anche farvi il segno della croce: non ci sono vie di fuga. Glielo dica, Claudio». A questo richiamo un uomo di mezz’età trascurato nel vestire, che siede tutto solo a un tavolino in un cantuccio della sala, fissando un bicchiere che riempie di frequente attingendo da una bottiglia ormai semivuota, si alza e con passo incerto, tentando ripetutamente di assestarsi la cinghia dei calzoni, si accosta al tavolo. Sul viso rubizzo una barba di qualche giorno, da cui emana un forte odore di alcool, lo stesso odore di cui è impregnata la vecchia camicia di flanella, logora al collo e ai polsi. «Glielo dica lei, che c’è stato tante volte, a questi giovani, com’è duro». Resosi immediatamente conto dell’argomento della conversazione, l’uomo ha un lampo negli occhi, l’espressione del suo viso da atona e impacciata si fa attenta e penetrante. Si siede al tavolo e comincia ad indicare le zone crepacciate sul ghiacciaio sottostante l’attacco del pilastro, i punti battuti da scariche di sassi e di ghiaccio... È allora che uno dei due giovani, con un sorriso beffardo, lo interrompe: «Senta, Genepì, noi non abbiamo da lasciarci la pelle, quindi si tenga i suoi consigli. Piuttosto torni alla sua bottiglia». Così dicendo si alza, gli afferra la destra, vi sbatte una banconota da diecimila lire e vi chiude sopra a forza le sue dita. L’uomo si alza, con lo sguardo basso, passa dal banco del bar, prende un’altra bottiglia e torna al suo tavolo. «Lo sa che l’uomo cui ha mancato così villanamente di rispetto è una delle più grandi guide della

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valle?» «È solo un alcoolizzato che ha lasciato morire un cliente per incapacità, e qui lo tengono per carità, e si paga le sue bevute con l’elemosina dei clienti». Detto questo il giovane, con aria sprezzante, pianta il suo interlocutore e torna a sedersi di fronte al suo amico, con cui riprende il discorso interrotto. Genepì, tornato al suo tavolo con la nuova bottiglia, guarda fisso davanti a se, e ripercorre le giornate che ha passato sul Gran Pilastro NNE, ma è un ricordo che viene subito sopraffatto da quella scivolata del cliente che lo colse di sorpresa proprio all’uscita, quando le difficoltà erano finite. Il bicchiere viene vuotato e immediatamente riempito. Lo strappo che lo portò a scivolare, per pura fatalità, al di là di una cresta tagliente gli martella la memoria, e tornano a farsi sentire tutte le insinuazioni dei colleghi. La bottiglia si va rapidamente vuotando. La corda tranciata in modo abbastanza netto vicino a lui, ma pur evidentemente non tagliata, non aveva consentito di portarlo in tribunale, ma gli aveva fatto mille volte rimpiangere di non essere scivolato anche lui al di là della lama rocciosa, seguendo il suo cliente nel volo. Da allora la sua carriera era finita, e gli anni trascorsi erano solo una sequenza di bottiglie, che i clienti del rifugio con insolente benevolenza insistevano per offrirgli. Si rendeva conto di essere essenzialmente una macchietta, tollerato dal gestore in cambio di qualche servizio e oggetto di invadente curiosità da parte dei frequentatori del rifugio. A questo ruolo impostogli dalle circostanze non sapeva, né ormai voleva più, sottrarsi, e sfogava tutta la sua angoscia nell’ingozzarsi di alcool e di cibo, e quanto più di frequente capitava che con lo stesso atteggiamento di falsa benevolenza qualcuno gli offrisse una bottiglia, tanto più rabbiosamente lo si vedeva por mano al bicchiere.

Tornavano a impadronirsi di lui le angosce che avevano tiranneggiato la sua infanzia, prime fra tutte quelle che lo afferravano in presenza del buio e del vuoto, che egli aveva direttamente affrontato e sconfitto (definitivamente, gli era sembrato) con le sue vittorie su pareti tremende, bombardate da scariche di massi e di blocchi di ghiaccio, che agli altri incutevano paura al solo guardarle. E tutta la sua vita era stata un affermarsi dell’uomo intrepido sul ragazzo pieno di complessi e di timori innominabili, impaurito, prima che di fronte al pericolo, di fronte alla vita. Ed ora questa morsa cui faticosamente si era sottratto era tornata a serrarlo, e non c’era notte in cui il malessere fisico determinato dalle bevute sfrenate, che gli provocavano testa pesante e bocca amara, non si accompagnasse al ritorno di quelle angosce che avevano tolto la quiete ai suoi sonni adolescenziali. Unica consolazione il dare sfogo alla propria avidità di cibo e di alcool, finché lo stomaco era in grado di contenere, e ancora di più. *** A fine agosto alle alte quote il tempo è instabile: ormai da diverse ore imperversa una tremenda bufera di neve. I clienti se ne stanno nella sala attendendo la cena, Genepì è al suo posto, alticcio e assente come al solito. Il gestore, preoccupato per i due giovani che molto prima dell’alba sono partiti per il Gran Pilastro e non hanno fatto ritorno, ha allertato il soccorso alpino di Courmayeur: gli è stato risposto che, finché le condizioni restano proibitive, gli elicotteri non possono decollare. I clienti si informano continuamente sui due giovani, discutono tra loro, chiedono che cosa ci sarà per cena, deprecano la giovanile sventatezza di certi irresponsabili e sorseggiano caffè corretto. È a questo punto che entra nella sala, trascinandosi a fatica, uno dei due giovani, e

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in modo convulso grida al gestore che il compagno è in parete gravemente ferito, che non supererà la notte, che chiami gli elicotteri di soccorso. Si sente rispondere che gli elicotteri, già allertati, non decolleranno per la bufera, che una qualsiasi forma di soccorso in queste condizioni è praticamente impossibile, figuriamoci poi sul Gran Pilastro: c’era un uomo solo che sempre e comunque si arrischiava a portare aiuto, e spesso strappava alla montagna la preda, ma eccolo lì, com’è ridotto. Genepì avverte nel

suo torpore di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, torna con la mente a brani della conversazione precedente che ha udito senza ascoltare ma in cui, ora ne è certo, entrava in qualche modo il Gran Pilastro, intuisce che sta accadendo qualcosa di grave. Si alza allora e si trascina faticosamente fuori della sala. Torna dieci minuti dopo, col volto e la camicia bagnati, coi capelli che grondano acqua, ancora un po’ stordito, ma con uno sguardo determinato che nessuno più gli conosce. Si avvicina al giovaRifugio Gonella, gruppo del Monte Bianco (foto Marco Guiducci) ne che di fronte alle spiegazioni del gestore continua a insistere, a gridare, a inveire, e chiede informazioni dettagliate. Tutto è avvenuto dopo l’intaglio a metà del pilastro: il compagno è scivolato da primo di cordata verso metà mattinata, sulla parete resa viscida dalla neve che aveva cominciato a cadere. Bilancio: un volo di venti metri e una gamba rotta con frattura esposta. Non è restato altro da fare che avvolgerlo in un telo termico, chiuderlo nel sacco da bivacco e assicurarlo con due chiodi in un incavo un po’ riparato della roccia. Poi la serie infinita di doppie, quindici di quaranta metri, nel gelo della tormenta, coi vortici di vento che ti afferrano, nell’aria plumbea, le sferzate che ti tormentano il viso. Ancora la ritirata quasi a tentoni tra i seracchi e le immani crepacciate del ghiacciaio

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sottostante, la strada cento volte tentata e ritentata, la paura di non farcela, le luci del rifugio intraviste, quasi indovinate, a poche decine di metri, quando ormai stai per lasciar perdere tutto. E c’è quel giovane malconcio che di certo non vedrà l’arrivo dei soccorsi, che forse già ora è assiderato. Dove sia l’intaglio Genepì lo sa bene, il pilastro era la sua specialità. Era là che il cliente quella malaugurata giornata aveva compiuto un vero exploit: venti metri di sesto superiore senza mai mettere in tensione la corda, né reggersi ai chiodi di via; e questo aveva anche segnato il loro destino: Genepì si era convinto di aver a che fare con uno di quegli alpinisti che negli anni Venti erano stati definiti senza guida, uno che cercava solo un compagno di cordata e che aveva colto l’occasione per fare la conoscenza del capo guida di Courmayeur, per avere l’onore di legarsi con lui, ma da pari a pari. E questa consapevolezza della grande preparazione del cliente gli aveva fatto abbassare la guardia: di qui il procedere di conserva una volta giunti alla sommità del pilastro, su quel pietrame che copre la placca granitica, poi l’urlo, lo strattone, il secondo urlo, immenso, infinito... Lo risentiva la mattina quando si svegliava con la testa appesantita dall’alcool, e lo accompagna anche ora nel sottoscala in cui dorme, mentre fruga freneticamente in una cassa, ne estrae arnesi coperti di polvere, due corde che ormai hanno fatto il loro tempo. Sistema tutto nel sacco, si intabarra nel vecchio giaccone, attraversa la sala sotto gli occhi increduli del gestore e dei clienti, che, dopo aver sentito per un attimo il sapore emozionante della morte incombere dalla montagna, son tornati ad apprezzare gli gnocchi al ragù e la fonduta. Genepì è già fuori, nel gelo della sera; «Genepì, Genepì», sente chiamare dalla porta del rifugio, ma la voce del gestore è

più lontana che se venisse dall’altro mondo. *** Ed eccolo ancora nel suo regno: si muove in mezzo all’oscurità che avanza, tra le folate di vento che gli riempiono gli occhi di neve, con la sicurezza che ha sempre avuto: né il ghiacciaio né la montagna hanno segreti per lui, ne riconosce ogni anfratto anche al buio. E nella notte, mentre avanza solo, ripete a se stesso, col tono più convincente di cui è capace: «Claudio Pellissier, capo guida di Courmayeur». Quanto maggiore è la convinzione che egli pone in queste parole, tanto più insistente si fa l’ululato del vento, che ripete ossessivamente: «Genepì, Genepì...». E accanto ai ricordi di anni di vita affogati nel bicchiere, circondati di curiosità ottusa, trascorsi a tavola a ingozzarsi finché lo stomaco non fa male, costellati di episodi come quello della sera precedente, si fanno strada recando nuovo orrore le fobie dell’infanzia, che credevi rimosse. Dalla notte si fanno contro Genepì presenze ignote, contro le quali la fredda determinazione con cui affronti la montagna è inutile: le loro armi sono il buio, il freddo, il vuoto. E le sagome rocciose che si stagliano sul biancore confuso del ghiacciaio sono ora le ombre che terrorizzavano le sue notti insonni di bimbo: profili di maghi, di streghe, di maligni curiosi che spiavano la sua inquietudine. L’ululato del vento è lo stesso che lo investiva mentre varcava i ponticelli di montagna, e si sentiva attratto e terrorizzato dai gorghi del torrente là in fondo. E mentre su fragili cornici inconsistenti costeggia l’orrore dei crepacci, di cui nella notte non vedi il fondo, ma solo una grande oscurità al di sotto della quale sprofonda il baratro, scopre di essere tornato il bambino che non si avventurava nemmeno sul balcone di casa, che non saliva come gli amici

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sull’altalena. Le vie di sesto superiore vinte in solitaria, i bivacchi in parete, il superamento di ghiacciai pensili che si protendevano nel vuoto in maniera improbabile non esistono più: esiste solo un piccolo bambino di cinquant’anni che trema di freddo e di paura. E il vento aumenta di forza: «Genepì, Genepì...». Le lacrime rigano il viso già madido di neve, e quando colano in bocca si riconoscono dal sapore di sale. Il passo sempre più incerto (son passate delle ore, quante è difficile dirlo) lo porta alla base del pilastro, scuro e gelido. Una breve esitazione ed è in parete. Il contatto con la roccia gli porta una nuova lucidità: colui che ora arrampica con vigore non è più Genepì, né tantomeno il bambino pauroso. I tratti di sesto superiore richiederebbero almeno un embrione di autoassicurazione, ma non c’è tempo, forse quel ragazzo sta morendo. E così il Gran Pilastro cede ancora una volta al suo assalto, e non c’è difesa frapposta, né muro strapiombante, né placca liscia che valga a rallentare la sua progressione. La fatica si fa sentire improvvisa, la testa torna pesante, ma sono ormai le cinque, l’intaglio è vicino, e le tenebre finalmente si diraderanno. Un opaco chiarore sospeso nell’aria intrisa di fiocchi di neve comincia a prevalere sulla notte e sulle sue ombre, e gli permette di distinguere una massa rossa incastrata in un anfratto. Un energico scossone: «Forza, ragazzo, è tutto finito». «Che succede?» «Sono Genepì». Il vuoto e la tormenta li avvolgono e restano quindici doppie nel vento gelido, con un ferito legato alla schiena. Le forze sono sempre lì lì per venir meno, ma l’urlo del vento non è più un ritornello di derisione, bensì l’invito ad accettare una sfida impossibile che bisogna vincere ad ogni costo. E il giovane superbo che l’altra sera l’ha insultato è ora un povero essere indifeso che

ha bisogno di lui, e per lui Genepì combatte contro la montagna, contro la tormenta, contro le larve del passato. Ogni movimento brusco lacera la povera carne martoriata, ma le discontinuità della parete, le difficoltà delle calate, le raffiche di vento non consentono di fare altrimenti. Ora dopo ora i due si abbassano verso la salvezza, appesi a spuntoni resi viscidi dalla neve, in certi punti sospesi nel vuoto senza poter toccare la parete, e il peso in certi momenti si fa intollerabile. Genepì si impone la ripetizione automatica di un certo numero di movimenti, sempre quelli, come dovesse continuare per l’eternità: un, due, tre, quattro, cinque... e ancora uno, due, tre, quattro, cinque... E pian pianino si accorge che la lotta per la vita del compagno più che per la sua sta assorbendo tutte le sue energie mentali, e che non c’è più spazio per l’angoscia. È il primo pomeriggio quando sono sul ghiacciaio: un ricovero d’emergenza per il ferito in un piccolo crepaccio, una galoppata fino al rifugio tagliando nel mezzo la zona più crepacciata, il ritorno coi soccorsi prima ancora che scenda l’oscurità, mentre già la forza della bufera accenna a decrescere, infine la salvezza. *** Un altro anno è trascorso, uguale è la sala del rifugio, ugualmente rumoroso il chiacchiericcio dei clienti seduti a tavola, allo stesso posto in fondo alla sala sta seduta l’anziana guida, e sorseggia un bicchierino. «Signor Pellissier, vorrei che si degnasse di accompagnarmi sul Gran Pilastro». Gli sta in piedi al fianco, in atteggiamento di profondo rispetto, un giovane che appoggia il suo peso in maniera appena percettibile sulla gamba sinistra. «Oh, signore, mi chiami pure Genepì. Sa, son cose per voi giovani, io non sono più all’altezza. Ma si accomodi, permetta che le offra un bicchiere».

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Breve cronaca nivologica dell’inverno 1998-1999 sull’Appennino tosco-emiliano di Francesco Mantelli L’inverno 1998-1999, pur non essendo m. Rondinaio si incontra neve già a 800 m. stato tra i più freddi dell’ultimo decennio, A quota m 1724, poco a nord del Passo del si è manifestato sull’Appennino tosco- Giovo (m 1722), lungo la strada, vi sono emiliano come uno dei più intensi accumuli dello spessore di circa 70 cm. apportatori di precipitazioni nevose. Su queLa successiva intensa nevicata ste montagne l’inverno è arrivato nel 1998 sull’Appennino tosco-emiliano risale ai con un mese d’anticipo: l’anticiclone russo giorni 11, 12 e 13 gennaio 1999. Durante ha determinato una circolazione di aria arti- un’escursione sulle montagne pistoiesi, il 16 ca lungo il suo margine inferiore. Un’inten- gennaio 1999 si osserva la neve che inizia sa perturbazione proveniente da nord-est ha da quota 600m. Fortissimo innevamento in portato la prima neve a partire dai 500 m di tutta la zona dei monti dell’Uccelliera: in quota fino dal giorno 20 novembre. Il giorno 21, sull’Appennino pistoiese, a quota 1500 m, la temperatura registrata alle ore 13,00 era di -9,3 °C; il giorno seguente, sulla cima del m. Gennaio (m 1814) con nevischio e visibilità non superiore a 10 metri, alle 12,30 il sottoscritto ha misurato -11,0 °C e vento intorno 90 km/h (l’ascensione è stata possibile solo dal versante sottovento; difficile sollevarsi in piedi sulla cima). Gli accumuli di neve andavano da 0,6 a 0,1 m in funzione delle deposizioni operate dal vento. Dopo la nevicata di novembre, le successive precipitazioni nevose intense si registrano intorno al 21 dicembre 1998 con perturbazioni provenienti da NE. Sul versante meridionale dell’Appennino nella zona del Quota 1751, cresta Monte Cornaccio, versante ovest, valloncello con accumulo di neve di circa 400 cm; deposito che risale alle intense precipitazioni dei giorni 11, 12 e 13 gennaio 1999.

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mancanza di racchette da neve è impossibile andare oltre il rifugio del Montanaro: quasi 60 cm di neve fresca. Sul versante N-E del crinale, a quota intorno a 1660 m, si riscontrano accumuli fino a 1, 20 m di spessore. L’intensa precipitazione che ha portato molta neve sulle regioni centro meridionali italiane nei giorni 30 e 31 gennaio con provenienza da est-nord-est è arrivata solo come vento di tramontana (molto intenso) sull’Alto Appennino tosco-emiliano. Si presumeva, stando alle immagini del satellite, che almeno sui sistemi montuosi meridionali della Toscana (Ad es. Pratomagno, m 1593),

vi fossero state precipitazioni nevose, invece la zona è stata interessata soltanto da nubi cariche di umidità che hanno determinato solo deposizioni di galaverna e nient’altro. Le successive intense precipitazioni avvengono nei giorni 9 e 10 febbraio 1999 con provenienza da ovest-nord-ovest; anche sui versanti meridionali la neve inizia da quote basse (700 m). Il crinale Croce Arcana - M. Spigolino sull’Appennino pistoiese è una delle poche zone montuose raggiungibili, in quanto in varie aree dell’Appennino toscoemiliano sono indicati elevati rischi di valanghe. Sulla vetta del monte Spigolino (m1827), nonostante il sole e il cielo sereno, alle ore 12,00 con il vento da N-E alla velocità 68-74 Km/ h, la temperatura è di -12,0 °C. La precipitazione del 24 e 25 febbraio con provenienza da ovest-nord-ovest è di modesta entità, mentre torna nuovamente a nevicare più intensamente il 6 e 7 marzo con provenienza da ovest-nord-ovest. Il giorno 8 marzo, in occasione di un campionamento di nevi (Crinale dell’Uccelliera, Appennino pistoiese), non è possibile fare il prelievo sulla vetta del Poggio delle Ignude come in programma, né viene raggiunta la cima del M. Gennaio, per il vento molto forte (temperatura - 3,0 °C; vento 85 km/h). In quella occasione si osserva un innevamento molto intenso, con depositi di tale spessore che rendono inagibili i sentieri all’interno del bosco: ci si trova a

Ai bordi del lago Santo con depositi di circa 180 cm di neve, 21 marzo 1999.

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Crinale dell’Uccelliera, foresta del Teso, Appennino pistoiese: bufera di vento dell’8 marzo 1999.

camminare alla base della cima degli alberi. È possibile spostarsi soltanto per sentieri di crinale. Non si registrano nevicate significative nei giorni successivi di marzo; una modesta nevicata (7-10 cm) si ha il 27 marzo. Nevica di nuovo il 17 aprile 1999 dalle 12:00 alle 21:00: al P.sso delle Cento Croci (Appennino Ligure-Parmense), 40 cm di neve fresca. Innevamento in tutta la zona, da quota 550 m, derivato da una precipitazione con provenienza da N. Le precipitazioni a carattere nevoso sono cessate a metà aprile, lasciando elevati spes-

sori di neve fino a metà maggio sul versante emiliano dell’Appennino. Nella zona del m. Rondinaio, si erano formati dei vuoti nella neve fino a tre metri di profondità attorno a grandi massi. Inaspettatamente i grandi depositi di neve sull’Appennino tosco-emiliano si sono sciolti in fretta: a fine giugno rimanevano sorprendentemente pochi accumuli di neve anche lungo i versanti settentrionali. Il rapido scioglimento delle nevi ha determinato intensi fenomeni di ruscellamento con erosione in alcuni casi di sentieri e fenomeni di smottamento lungo alcuni versanti.

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Programma escursionistico Anno 2000: le incertezze di chi propone Vittorio Santini Finalmente abbiamo completato il program- - quante gite di due giorni sono da inserire? Partima escursionistico. Non è una cosa difficile, ma re la mattina e tornare la sera è sicuramente alla ogni volta è un esercizio della fantasia e dell’arte portata di molti. Ma passare una serata in un rifudel compromesso. Da un paio di anni lasciamo gio, cenare e dormire assieme cambia l’atmosfera appeso in sede, per qualche mese, un grosso ma- di tutta la gita. Permette di godere di colori, monifesto in cui raccogliere indicazioni su quali mete menti ed atmosfere inconsuete. Innesca diversi rappotrebbero essere ambite ed anche su chi si rende porti di amicizia. Ma quante volte si può proporre disponibile a fare da accompagnatore. Si ottengo- tenendo conto di impegni familiari, di lavoro e no complessivamente una quindicina di suggeri- spese da sostenere? menti. Di fronte al calendario dell’anno da pro- - viaggio in pulman o viaggio in auto? Muoversi grammare si inizia ad elencare le festività, si con- con l’auto propria è più veloce, ma è problematico siderano i possibili ponti, si insericono gli appun- fare escursioni che non abbiano partenza ed arrivo tamenti fissi e poi si abbinano le date ai luoghi da un posteggio. Viaggiare con il pulman libera suggeriti. Nei vuoti da riempire si ripropone qual- dal problema di guidare con la stanchezza del riche montagna di prestigio, da salire magari per un torno, ma è più impegnativa l’organizzazione ed itinerario insolito. Infine si cercano altri occorre raggiungere un numero minimo di parteaccompagnatori da aggiungere a quelli che si sono cipanti per sostenere il costo del noleggio del proposti di propria iniziativa. I problemi esamina- pulman. ti e dibattuti sono sempre i soliti: - i soci CAI saranno tutti e solo desiderosi di salire - facciamo un programma molto intenso, del tipo grandi dislivelli e percorrere lunghissimi sentieri una gita per ogni domenica? Sarebbe bello ma trop- oppure una volta l’anno accetteranno anche di ripo complicato per essere gestito: non si trovano trovarsi tutti assieme a tavola di fronte ad un piatabbastanza accompagnatori preparati e disponibi- to di polenta fumante in occasione della tradizioli ad impegnarsi così frequentemente; nale Ballottata? - quali livelli di difficoltà possiamo proporre? - desiderano solo faticare o gradiscono anche coEscursioni troppo semplici banalizzano il program- noscere culture, storia, tradizioni e fatti delle monma e non attirano chi ha già una certa esperienza tagne che percorrono? di montagna. Percorsi troppo impegnativi provo- - tollerano o apprezzano la visita a qualche mucano l’effetto opposto, escludendo chi non ha ade- seo, mostra od esposizione che abbia attinenza con guata preparazione ed allenamento. Occorre bilan- la montagna? ciare le proposte: gite brevi e vicino a casa nel peCrediamo di avere esaminato e valutato con riodo invernale quando le giornate sono corte; qual- attenzione tutti gli aspetti ; confidiamo di avere che gita sulla neve prevedendo itinerari sia per chi proposto un programma abbastanza ricco ed artiè preparato ed attrezzato di racchette e ramponi, colato, per esperti ed inesperti, per allenati e non sia per chi è in grado di fare solo a pallate di neve; allenati. Non rimane che attendere l’inizio dell’anqualche gita in vista del mare che ai soci CAI pia- no nuovo e ritrovarsi a camminare tutti assieme ce sempre molto; qualche itinerario quasi sui sentieri per verificare le scelte effettuate con le alpinistico affinché quelli bravi in questa discipli- opinioni ed i pareri dei soci: accettiamo con piacena possano fare scuola, e quelli che alpinisti non re i suggerimenti, con tolleranza le critiche. sono si rendano conto che possono diventarlo.

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Escursionismo Programma gite 2000 DATA

LUOGO

DIFF.

INFORMAZIONI

23 gennaio

Colline Livornesi

E

Daniele Matteoli 0571-467501

6 febbraio

Dintorni di San Miniato

E

Isa Ulivieri 0571-43225 Giovanni Corrieri 0571-460025

19 e 20 febbraio

Notturna sul Sagro

EEA

Giancarlo Sani 0571-924170

5 marzo

“Rif. Rossi; Pania della Croce�

EEA

Luigi Cavallini 0571-260450 Gianni Buccella 0571- 466948

18 e 19 marzo

Torino-Val di Susa

E

Stefano Cappelli 0571-489122 Vittorio Santini 0571-21798

2 aprile

Bocca di Magra- Tellaro

E

Isa Ulivieri 0571-43225 Vittorio Santini 0571-21798

16-apr

Parco dell' Orecchiella

E

Alessandro Mariotti 0571 22620

23, 24 e 25 aprile Sardegna

Stefano Cappelli 0571-489122

7 maggio

Pratomagno

E

Marco Guiducci Claudia Vichi 0571-944389

14 maggio

Monte Croce

E

Luigi Cavallini 0571-260450

21 maggio

Treno Garfagnana

E, T

Roberto Sillari 0368-7133141

4 giugno

Monte Sumbra-MonteFiocca

EE

Giancarlo Sani 0571-924170 Giancarlo Roggi 0571-22753

11 giugno

Valle dell' Orsigna

E

Luca Brucini 0587-706352

17 e 18 giugno

100 laghi Appennino Parmense

E

Paolo Peruzzi Cristiana Sani 0571-79405

25 giugno

Intersez. Rifugio Battisti (CAI R.Emilia)

E

Laura Guiducci 0571-584173

7, 8 e 9 luglio

Gitone Dolomitico (Alleghe, Monte Civetta)

E, T

Marco Guiducci 0571-944389

16 luglio

Masso delle fanciulle-Rocca di Sillano

E

Daniele Matteoli 0571-467501

10 settembre

Intersez. Rifugio Del Freo (CAI Viareggio)

E

Paola Fioravanti Fabio Salvestrini 0571-673086

17 settembre

Marmitte dei Giganti

EEA

Alessandro Mariotti 0571-22620 Luca Ciolli 0571 - 57805

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24 settembre

Pizzo delle saette

EE

Giancarlo Sani 0571-924170 Giancarlo Roggi 0571-22753

1 ottobre

Via Francigena tra San Miniato e Gambassi

E

Isa Ulivieri 0571-43225 Giovanni Corrieri 0571-460025

15 ottobre

Alpe di Succiso

E

Danilo Gazzarrini 0571-43625 Alessandro De Cristofano 050 540748

29 ottobre

Forno-Foce Cavallo-Grondilice -Forno

EE

Alessandro Mariotti 0571-22620

12 novembre

Ballottata a Campocatino

E, T

Vittorio Santini 0571-21798 Antonio Toni 0571-22037

19 novembre

Monte Cimone

EE

Danilo Gazzarrini 0571-43625 Alessandro De Cristofano 050 540748

3 dicembre

Monti Pisani

E

Paola Fioravanti Fabio Salvestrini 0571-673086

Note:

- Salvo quando è indicato diversamente i trasferimenti avvengono con auto proprie. - Nei casi di trasferimento in pullman, questo verrà noleggiato soltanto se si raggiungerà il numero minimo di adesioni. In caso diverso la gita verrà fatta con auto proprie o annullata a discrezione del coordinatore. - In considerazione delle difficoltà organizzative delle gite in più giorni e di quelle in pullman è necessario prenotarsi con almeno 15 giorni di anticipo.

Classificazione delle difficoltà:

T: Turistica E: Escursionistica EE: Escursionisti Esperti EEA: Escursionisti Esperti con Attrezzatura

Altre informazioni si possono avere presso la sede il venerdì dalle 21,30 alle 23 Siamo presenti su INTERNET al sito: http://www.leonet.it/news/cai


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Bollettino 2000