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ta smi

Romanzo breve, spin off della Serie TV Sherlock BBC scritto da Stefania Auci < www.stefaniaauci.com > Questo è un romanzo pubblicato a puntate gratuitamente sulla Rubrica Once a Week del Blog Letterario Diario di Pensieri Persi < www.diariodipensieripersi.com > Proprietà letteraria riservata. Vietata la riproduzione, anche parziale, dei testi. Diario di Pensieri Persi ©2012 Cover grafica ed impaginazione di MissClaireDesign ©2012 info: miss.claire@hotmail.it


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#1


I Londra non era mai silenziosa, nemmeno a quell’ora della notte: il suono distante del traffico nelle strade, il borbottio delle chiatte sul fiume, persino la musica di un gruppo hip hop che suonava da qualche parte. Lungo l’Embarkment, figure solitarie scivolavano attraverso la bruma mescolandosi alle ombre, fino a svanire del tutto. Un uomo procedeva lentamente lungo l’argine del fiume, sfiorando con le falde del soprabito la ringhiera. Teneva la testa sul petto, il volto seminascosto dal bavero alzato. Passi lunghi, eleganti. Pian piano, i rumori scemarono fino a diventare un brusio di fondo: il respiro di una città immersa nel dormiveglia, coperta dal buio. La figura si fermò sul molo dinanzi l’Oxo tower. La marea del Tamigi era bassa; sul bagnasciuga, un gruppo di ragazzi stava giocando con il fuoco. Letteralmente. “Giocolieri”, sillabò tra sé. Linee di fiamma disegnavano traiettorie nel buio, illuminando volti e corpi con lame di luce rossastra. Anche lui era un giocoliere. Un funambolo tra i pensieri, tra dettagli sospesi che nessuno riusciva a vedere. La sua mente riusciva a correre sul filo della realtà, a inseguirla, a cesellarla fino a raggiungere la perfezione. Ora, tutto era perduto.

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Increspò le labbra in una piega stizzita. Si voltò di scatto. Una donna, poco più che una ragazza, era alle sue spalle. “Ehi, amico, scusa. Non volevo spaventarti”, si scusò quando scorse l’occhiata gelida che l’altro gli aveva scoccato. Arretrò di un passo, a disagio, ed esibì una sigaretta tra le dita. “Volevo solo chiederti se hai da accendere. Tutto qui.” L’uomo, avvolto in un lungo cappotto, fece un cenno di diniego. “Ma tu hai qualcosa che io voglio.” Lei, occhi chiari e volto allungato, corrugò la fronte seminascosta da un vecchio cappello di pile. Indietreggiò di nuovo, mentre la mano si tuffava la tasca del parka dove custodiva lo spray urticante. Troppi pazzi in giro che pensavano di poter fare chissà cosa a una ragazza come lei. “Smetti di giocare con quella bomboletta: non ho alcuna intenzione di aggredirti, e in verità mi domando come qualcuno possa provare il desiderio di farlo. Desidero solo conoscere il nome del vostro rifugio.” La ragazza sbatté le palpebre. Due volte. Si voltò lentamente a guardare dietro di sé: tra gli alberi, nascosta dalla nebbia che si levava dal Tamigi, c’era la sua amica Lucinda. Come faceva quel tizio a sapere che… “Il rifugio. Adesso.” Il tono dello sconosciuto era perentorio; la voce, un tocco di violoncello. Mae, poiché questo era il suo nome, esalò un lungo, lentissimo sospiro. “San Trinians, a tre isolati da qui. Ma tu… come hai fatto a capire che…” Poi, spalancò gli occhi. Le avevano raccontato di un uomo così, che riusciva a capire le persone dalle apparenze. I suoi amici ne parlavano in continuazione: con rispetto, quasi con

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deferenza. Scuotevano la testa e guardavano oltre il fiume, verso Westminster; altri andavano in giro ad appendere buffi manifesti. Lei ne sapeva nulla: era arrivata a Londra da Glasgow da poco, forse un paio di settimane. Non poteva rimanere un giorno di più sotto lo stesso tetto del suo patrigno. L’uomo la ringraziò con un cenno, oltrepassandola senza aggiungere una parola. Lo guardò svanire, inghiottito dalla bruma. “Ma tu… chi sei?” gridò. Le rispose lo sciabordio del fiume contro il molo.

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Il biglietto di carta rigida pesava nella tasca come una pietra. Le sue dita, lunghe ed eleganti, avevano accarezzato il cartoncino, lo avevano blandito, graffiato, schiacciato. Un paio di volte aveva rischiato di finire accartocciato, eppure era sopravvissuto. Giunto sotto un lampione, lo trasse fuori dalla tasca della giacca. Lo studiò, per l’ennesima volta. Un numero di telefono. Socchiuse gli occhi per un istante, guardandosi alle spalle. La sensazione di essere seguito, adesso, era divenuta una certezza. I fantasmi riconoscono i propri simili. Tornò a fissare il biglietto. Riavere di nuovo un corpo, un luogo. Fare ciò che più amava, l’unico vero scopo della sua esistenza. E, forse, un giorno, poter tornare a usare il proprio nome. Ma tutto aveva un prezzo, e nel suo caso il prezzo era la libertà di scegliere.


Aveva rinviato quella scelta per molti giorni, in attesa di capire… di accettare ciò che gli era accaduto. Quel numero era un’opportunità – l’unica che avesse – e una maledizione. Poteva pagare il suo debito e lottare per riprendersi ciò che gli era stato strappato con l’inganno, o tornare a galleggiare tra le ombre, come aveva fatto nelle ultime due settimane: uno spettro invisibile in una metropoli di milioni di persone, condannato a osservare ciò che nessun altro avrebbe mai potuto scorgere. Sfregò le dita le une contro le altre. Erano fredde, rigide: le callosità sotto i polpastrelli si stavano ammorbidendo. In quell’istante provò una sensazione spasmodica, che il suo vecchio amico John avrebbe qualificato come desiderio di suonare il violino. Gli mancava Bach. E Mozart. E Paganini. E Strauss. Lo stridio dell’archetto sulle corde metalliche, il battito del cuore che diveniva una cosa sola con il ritmo della musica. Chiuse gli occhi e per un istante, un solo istante, si concesse l’illusione di essere di nuovo a Baker Street, di stringere tra le dita lo strumento mentre il fuoco scintillava nel camino e John si affaccendava ad aggiornare quel suo dannatissimo blog. Deglutì a vuoto. Sui tabloid, la sua foto era stata rimpiazzata da quella di una starlette trovata morta nell’appartamento di un sottosegretario dello Scacchiere. Roba che lui avrebbe risolto in un giorno o due. Rivoleva la sua vita. Non importava quanto ci sarebbe voluto: ci sarebbe riuscito. Il rifugio di Saint Trinians era ospitato in un seminterrato poco distante dal

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Blackfriars Bridge. Una lunga scala di metallo scendeva nel ventre di un edificio, arrivando a un corridoio dalle pareti verde chiaro, illuminato da neon pallidi. L’uomo fu accolto da un tepore soffocante, stantio, e dall’odore di abiti usati. Una volontaria di mezza età in cuffia e divisa verde scuro con una pin appuntata sul petto gli venne incontro. Il sorriso era largo, tipico della classica signora alto borghese che si dedica al volontariato per poterne parlare al circolo del bridge del martedì sera. Probabilmente si è sottoposta a una rinoplastica di cui andava particolarmente fiera un paio di mesi prima. “Caro, benvenuto” tubò. L’uomo non alzò la testa. “Su, su. Non c’è nulla di cui vergognarsi qui, tutti possono aver bisogno di aiuto. Di là c’è una mensa per un pasto caldo e l’ambulatorio medico. La porta a destra, invece, è la sala da bagno.” Divorziata e risposata. Il secondo matrimonio era stato di gran lunga più felice del primo, o per lo meno assai più soddisfacente dal punto di vista sociale ed economico. Ah, e di lì a poco avrebbe eseguito un trattamento facciale per cancellare le rughe. Sempre senza parlare e tenendo il capo chino, l’uomo accennò un ringraziamento. Si diresse verso la sala mensa: c’erano poche persone che confabulavano tra loro, di cui una visibilmente ubriaca. Oltre il bancone di metallo, un’inserviente. Non faceva al caso suo. Si voltò a osservare il corridoio alle sue spalle: c’era un’uscita di emergenza, quasi sicuramente verso la superficie. Ma, soprattutto, c’era lo studio medico. Qualcosa di simile a un brivido gli accarezzò la schiena. Sollevò la testa verso il soffitto: una telecamera. Non era un modello recente e probabilmente aggiornava l’immagine ogni cinque secondi.

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Gli sarebbe bastato. Doveva farseli bastare. Quattro. Il ferro scivolò all’interno del cilindro senza trovare alcuna resistenza. Tre. Lo scatto. Unico, rapido. Due. Il pomello girò. Uno. Il corridoio era deserto. L’uomo lasciò che gli occhi si abituassero alla penombra. In un angolo una lampada antisettica illuminava a malapena la stanza, disegnando ombre sulle pareti, lungo le linee dei mobili. Un angolo delle labbra dello sconosciuto si sollevò in un sorrisetto. Il telefono era sulla scrivania. Sollevò la cornetta, pigiò lo zero. Linea libera. Strinse tra le dita la cornetta, ancora per un istante. Assaporò la sensazione della libertà assoluta per l’ultima volta. Avrebbe pagato il proprio debito. Digitò il numero e attese. Gli squilli si susseguirono, uno dopo l’altro. Rispose una voce nasale dalla cadenza morbida. “Si?” “Credo che tu possa richiamare il tuo cane da guardia, fratello.”

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Un lungo, pesante sospiro fu la risposta. Sul volto dell’uomo si allargò un ghigno amaro. “Pensavi che non lo avessi notato? Il governo britannico usa degli scolaretti come pedinatori. Dovresti chiedere un maggior rigore nella selezione del personale.” Una pausa carica di insofferenza. “Sei sparito dal Bart senza dare più notizie di te. Avevamo un accordo e tu hai tentato di ingannarmi. Ho ritenuto giusto tutelare la mia posizione. Dove sei adesso?” “Dove? Oh, non importa. E, comunque, il segugio ha impiegato cinque giorni e non tre, come ha cercato di farti credere. Lo avevo messo su una falsa pista, giusto per il piacere di farlo. Adesso puoi mandare un’auto all’entrata del Globe tra quindici minuti.” Dall’altra parte del telefono si udì il leggero cigolio di una sedia. Un bicchiere di cristallo fu appoggiato su un tavolo con un tonfo secco. Il contegno prima di tutto. Come sempre. “Devo desumere che tu sia venuto a più miti consigli.” “Bisogna saper scegliere il male minore, Mycroft. Tu sei un maestro in quest’arte.” Dall’altra parte della cornetta, il viso pacato di Mycroft Holmes si irrigidì. “Non eri della stessa opinione due settimane fa.” “Il tuo aiuto è un assegno che hai messo subito in riscossione.” “Mi dispiace che tu la pensi così. Il tuo… talento è prezioso per la nazione.” Nessun compiacimento in quella frase: era una pura constatazione. “Talmente prezioso che non hai esitato a volgere la situazione a tuo favore e

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a scapito del mio nome.” Fece una pausa. “Hai lasciato che i miei… amici fossero minacciati di morte.” Mycroft si agitò sulla sedia. Allentò il nodo della cravatta e cercò con lo sguardo la bottiglia di whiskey. Parlare con il suo geniale fratellino gli faceva venire – quasi sempre – una poco professionale voglia di sbronzarsi, desiderio particolarmente forte dopo due settimane di pedinamenti. “Smetti di essere melodrammatico. Ti ho salvato la vita.” “Punti di vista. Hai permesso che la devastassero, prima. Anzi, hai considerevolmente contribuito a far sì che ciò avvenisse.” Estenuato, Mycroft si passò una mano sul viso. “Accetti?” “Ho altra scelta?” “Sì. Restare nel buio e lasciare che il tuo nome… il nome della nostra famiglia rimanga coperto di fango.” “Lascio a te le questioni dinastiche, fratello caro. A me interessa soltanto una cosa.” L’uomo osservò il riflesso del proprio viso nello specchio dell’ambulatorio medico. Era grigio di stanchezza e rabbia. Gli occhi erano gelidi, due lame di rasoio. “Tra quindici minuti. Al Globe.” Chiuse la conversazione e tornò a fissarsi nello specchio. “Il mio gioco è iniziato”, sussurrò al riflesso.

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II Le ruote della Jaguar s’inerpicarono sulla collina, seguendo la linea morbida del sentiero bordato di alberi secolari. L’auto procedeva con lentezza sul selciato di pietre. Nell’abitacolo, un uomo in completo grigio accarezzò la valigia che teneva a fianco; sul viso, uno sguardo assorto. Dopo alcuni minuti, l’auto si arrestò con una frenata lieve in uno spiazzo dinanzi un edificio edoardiano a due piani. Una costruzione di campagna ben tenuta, dall’aria tranquilla, circondata da una fitta vegetazione che la rendevano invisibile dalla strada statale. L’autista spense il motore e rimase immobile, in attesa di un cenno. Mycroft Holmes indossò il cappello e prese ombrello e borsa; stava per scendere dalla vettura quando il trillo del telefono cellulare lo bloccò con la mano sullo sportello. Sala della musica. Chiedi a George di servire la colazione. L’uomo ripose l’apparecchio nella tasca della giacca limitandosi a inarcare un sopracciglio. Domenica mattina: il giorno migliore per rispettare le tradizioni di famiglia. Respirò con forza l’aria umida e pulita della campagna, il profumo dell’erba bagnata e dei campi arati di fresco. La ghiaia crepitò appena sotto i suoi passi;

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tutt’attorno, il lieve canto del vento e il picchiettare dalla pioggerella che cadeva senza tregua. Una sensazione di pace confortante raggiunse il petto dell’uomo strappandogli il fantasma di un sorriso. Nel momento in cui egli mise piede sul primo gradino del porticato, la porta di ingresso si aprì: apparve un uomo in divisa scura dai capelli bianchi e il viso simile a quello di un saggio dell’antica Grecia. “Ben trovato, signore. Avete fatto buon viaggio?” “Ottimo George, grazie.” Porse al cameriere il soprabito. “Per favore, servi la colazione nella stanza del secondo piano.” Lo sguardo dell’uomo anziano rimase impassibile. “Sì signore. Il signorino vi attende là.” Il signorino. George, il maggiordomo di Little Priory, conosceva lui e suo fratello da quando uno scorrazzava per il giardino con la bicicletta e l’altro con il triciclo. “Da molto tempo?” “Poco prima dell’alba.” Mycroft congedò l’uomo con un cenno, poi alzò lo sguardo verso la scalinata e ancora su, verso il soffitto a cupola di vetro da cui entrava a fiotti la luce del mattino, grigia e metallica. Percepì dei suoni stridenti, simili a graffi sul vetro; subito dopo, quei rumori si trasformarono in un’armonia rapida. Variazioni per Violino e Viola di Corelli. Bene. Suo fratello era di buon umore. Salì le scale senza fretta, in silenzio, con la valigetta che sfiorava il pantalone

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di vigogna. Ascoltava assorto le note che riempivano i corridoi e il grande atrio di marmo. La porta della sala da musica era socchiusa. Mycroft poggiò la mano sul pomello, scrutando all’interno. Di certo, suo fratello lo aveva sentito arrivare, eppure continuava a suonare dinanzi la finestra, a occhi chiusi, segno che il piacere che ne stava ricavando era più potente di qualunque altra emozione. In quell’istante, la musica si interruppe e suo fratello spalancò gli occhi, inclinando il capo verso di lui. Le labbra sottili si incurvarono in un accenno di sorriso. “Ben arrivato. Ho pensato che avresti gradito fare colazione qui.” Mycroft aprì la porta ed entrò nella stanza invasa dalla luce del mattino. “Che pensiero gentile.” Suo fratello si voltò e ripose il violino nella custodia con gesti amorevoli, continuando a solfeggiare le note del brano a mezza bocca. Poco distante da lui, sotto un’altra finestra, un tavolo con una tovaglia candida e stoviglie di porcellana. Abito nero classico Spencer Hart. Camicia Dolce e Gabbana. Mocassini Yves Saint Laurent. Era impossibile riconoscere in quell’uomo lo strano barbone che i suoi collaboratori avevano prelevato dinanzi al Globe Theatre, due sere prima. Lo sguardo calmo di Mycroft incrociò quello grigio e inespressivo del fratello. “È da quindici anni che non condividiamo la stessa tavola.” Sul volto dell’altro apparve un sorriso ironico. Stava per rispondere quando il tintinnio di stoviglie seguito da un bussare discreto lo interruppero: sulla soglia attendeva George con un carrello portavivande ingombro di vassoi e teiere. Senza aggiungere una parola, i due uomini si accomodarono al tavolo, l’uno

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di fronte all’altro, mentre il cameriere li serviva con gesti rapidi e precisi. Infine, il servitore accostò il carrello al tavolo e lasciò la stanza chiudendosi la porta alle spalle. Per una manciata di minuti, il silenzio fu riempito dal suono di posate e dal gorgoglio del caffè versato nelle tazze, punteggiato da sguardi cortesi. “Zucchero?” chiese amabilmente Mycroft. “Due cucchiaini.” “Come nostro padre.” Mycroft si guardò attorno: le pareti di damasco azzurro e il lungo pianoforte a coda erano elementi costanti dei suoi ricordi d’infanzia, così come la colazione della domenica mattina. Un rito che si celebrava proprio nella stanza da musica. “Nostra madre?” chiese il fratello minore, assaggiando l’omelette ai funghi. “Sta bene. Si sta riprendendo dagli eventi delle ultime settimane.” Mycroft sollevò un angolo delle labbra. “Le ho detto che sto eseguendo dei lavori qui a Little Priory, e che la casa sarà inabitabile per i prossimi mesi. Mi ha chiesto di proteggere il pianoforte a ogni costo.” Sherlock sollevò gli occhi dal caffè che stava sorseggiando. Nello sguardo brillava una scintilla divertita, unico indizio del pensiero che lo aveva attraversato. Mycroft appoggiò la propria tazza sul piattino. “Se e quando si verificheranno le circostanze adatte, sarà mia cura informarla dei reali eventi che hanno determinato la tua uscita di scena”, concluse. Nessuna incertezza nella voce. “Affido tutto nelle tue mani”, rispose l’altro con voce impregnata di distacco, lanciandogli un’occhiata in tralice; poi depose le posate sul piatto e si appoggiò allo

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schienale della poltrona di velluto blu, scrutandolo apertamente. “Ho trovato i miei abiti e il violino nella camera, ieri”. Unì le mani a piramide dinanzi al viso. “Devo desumere che tu ti sia occupato di liberare l’appartamento di Baker Street.” “Personalmente.” Mycroft si forbì le labbra. “John ha lasciato la sua stanza due giorni fa. Troppi ricordi, mi ha detto. Mrs Hudson metterà un avviso per cercare nuovi inquilini già dalla prossima settimana”. “Confido che tu riuscirai a impedirlo. E adesso…” Tese la mano con un gesto elegante. “Vorrei leggere il dossier contenuto nella porta documenti.” Con gesti lenti, Mycroft afferrò la valigetta al proprio fianco, la depose sulle gambe e la aprì. Ne trasse una cartelletta beige che allungò al fratello. Gli occhi erano fermi e insieme velati da una sottile tensione. “Lizzie Maguire, trentanni, showgirl. Trovata morta nello studio privato di Sir Perry Tremayne.” Sherlock sollevò lo sguardo verso il fratello, un sopracciglio inarcato, in attesa. “Miss Maguire era una donna dai molti talenti”, spiegò Mycroft, indicando le pagine con un gesto distratto. “Discreta ballerina, cantante dalla voce passabile ed eccellente collaboratrice del Foreign office.” “Ah”. Sherlock estrasse le fotografie del cadavere dalla cartella. La prima foto raffigurava il corpo a terra, poco distante dalla scrivania, semidisteso sul tappeto, con una mano rattrappita sul pavimento. I capelli chiari della donna, simili ad alghe dorate, erano sciolti e le coprivano parzialmente il viso. Era truccata con cura e vestita con un pantalone di seta e un top rosso fiamma: un abbigliamento ricercato, elegante. La seconda fotografia riprendeva il particolare della mano sul pavimento:

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era gonfia, i polpastrelli bruciati. “Un’ustione da scarica elettrica”, mormorò Sherlock a mezza voce. Scorse rapidamente il verbale di Scotland Yard: l’impianto elettrico era in perfette condizioni, eppure la donna era stata uccisa da una scarica di centinaia di volts. Ignorò il monogramma al termine del rapporto. G.L. Gregory Lestrade. “La mano dei tuoi è sempre così leggera, Mycroft? Avrebbero potuto lasciare un biglietto di saluto a Scotland Yard”, considerò, agitando una fotografia che riprendeva la scrivania di Tremayne. Indicò il computer, picchettandolo con il dito. “È in stand-by. Potrebbe averlo acceso la signorina sul pavimento, ma atteso che il decesso risale alla sera precedente, che le foto sono state fatte alle otto e trenta del mattino, e che i computer si spengono automaticamente dopo un’ora di mancato funzionamento, ne desumo che i tuoi ragazzi siano stati lì… per le sei e trenta?” Mycroft appoggiò i gomiti al tavolo. “Le sette. Sir Perry Tremayne è un sottosegretario allo Scacchiere che ha, tra le sue mansioni, quella di gestire i rapporti con la giustizia degli altri paesi in casi di particolare importanza”. Il maggiore degli Holmes sfiorò la teiera con le dita: era ancora tiepida. Si versò una tazza di tè. “In questo momento, il suo compito più importante è di assicurare che il trasferimento di una personalità di particolare rilievo nel panorama politico internazionale avvenga senza incidenti.” Lo sguardo di Sherlock indugiò sul viso del fratello per alcuni istanti, poi chiuse la cartella portadocumenti con un colpo secco, simile a uno schiaffo. “I servigi di Miss Maguire sono stati acquistati da una potenza straniera, probabilmente la Siria. Il suo incarico era scoprire il giorno e l’ora del trasferimento dal carcere alla Suprema Corte di Benuir El Sahid, il terrorista responsabile degli attentati alle

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ambasciate inglesi di Somalia ed Egitto. Avrebbe passato le informazioni al suo contatto la sera stessa, durante una festa in un locale o in una discoteca, a giudicare dal suo abbigliamento. La signorina ha tentato di bypassare la sicurezza della cassaforte incastrata nel pavimento dell’ufficio, che ha una doppia chiave di sicurezza: impronta digitale e un codice alfanumerico variabile. Miss Maguire ha prelevato l’impronta digitale di Tremayne: impresa difficile, non impossibile, atteso che aveva una relazione con lui. Poi, ha inserito una password che ha estratto dal generatore alfanumerico del computer collegato alla cassaforte, ma deve aver compiuto un errore, forse per inesperienza o per paura. Il sistema di sicurezza ha rilevato l’intrusione e le ha scaricato addosso ventimila volt. Fine della storia”. “Analisi parzialmente corretta, fratello caro.” Le labbra di Mycroft si arricciarono in una piega amara. “Miss Maguire ha aperto la cassaforte, Sherlock. Abbiamo trovato nel suo…”, si schiarì la gola, imbarazzato. “Le abbiamo trovato addosso una memory card con i dati degli spostamenti di tutti i terroristi. Ha caricato i dati sul supporto e ha rimesso l’originale nella cassaforte, ma nel momento in cui l’ha richiusa il sistema ha azionato le misure di difesa. ” Sherlock si avvicinò al tavolo e appoggiò il viso sulle mani unite. “Dunque, la cassaforte è dotata di una chiave di sicurezza in entrata e una in uscita”, mormorò lentamente. Mycroft annuì, contemplando il té, ormai freddo. Mise la tazza sul carrello portavivande e scrutò il viso del fratello. Sotto la patina di gelo dello sguardo, galleggiava qualcosa di simile alla preoccupazione. “Lizzie Maguire non ha usato il programma del computer di Tremayne perché aveva già un codice. Un codice universale. Qualcuno le ha fornito la password per accedere al sistema di sicurezza…”


“Ma miss Maguire non si è rivelata all’altezza del compito”, concluse Sherlock per lui. Le sopracciglia del fratello si corrugarono: si lasciò andare contro lo schienale della poltroncina e tastò il panciotto alla ricerca dell’orologio. “Dobbiamo trovare chi ha commissionato il furto, Sherlock”, lo guardò negli occhi. “Al più presto.” Senza parlare, Sherlock si alzò, recandosi alla finestra, le mani unite dietro la schiena. Dinanzi a lui, si estendeva il grande giardino vittoriano di Little Priory, l’avita proprietà della famiglia Holmes. La pioggia velava di grigio le siepi di rose e bosso, sfumava i contorni della serra in stile liberty costruita dal nonno, Hubert Holmes; tutt’attorno, un bosco di querce e faggi dai contorni indefiniti, fatto di ombre e vento. L’uomo guardò oltre il proprio riflesso nel vetro, tuffando lo sguardo nella pioggia grigia. Dopotutto, il dannato codice di James Moriarty esisteva davvero.

[continua...]

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