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Città di Jesolo Assessorato alle Politiche Giovanili

IN 20 MINUTI ANTOLOGIA DEL RACCONTO ESPRESSO


Pubblicazione realizzata nell’ambito del progetto “Rete Giovane” finanziato dalla Regione Veneto L.R. n.29/88 “G.P.S. Giovani Produttori di Significati” edizione 2008 con il patrocinio dei comuni di Meolo, Jesolo, Quarto d’Altino, Eraclea, Noventa di Piave.

Il libro viene rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate Italia 2.5. Tu sei quindi libero di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest’opera alle seguenti condizioni. Attribuzione: devi attribuire la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore o da chi ti ha dato l’opera in licenza. Non commerciale: non puoi usare quest’opera per fini commerciali. Non opere derivate: non puoi alterare o trasformare quest’opera, né usarla per crearne un’altra. Ogni volta che usi o distribuisci quest’opera, devi farlo secondo i termini di questa licenza, che va comunicata con chiarezza. In ogni caso, puoi concordare col titolare dei diritti d’autore utilizzi di quest’opera non consentiti da questa licenza. http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it © 2010 by MiMiSol Edizioni | Quarto d’Altino (VE) Realizzato da Spazio Sputnik | www.spaziosputnik.it In copertina: disegno di Caterina Pagnin. Finito di stampare nel mese di aprile 2010 presso Andersen Spa di Boca (NO) per conto di MiMiSol Edizioni | www.mimisol.it


IN 20 MINUTI ANTOLOGIA DEL RACCONTO ESPRESSO


PREFAZIONE

I testi che trovate in questa antologia sono stati scritti durante il laboratorio di scrittura e autoproduzione tenuto da Mirko Visentin e Enrico Lucchese – del gruppo di autoproduzione editoriale Auteditori – nell’ambito del progetto Rete Giovani Venezia tra ottobre 2009 e febbraio 2010 (www.retegiovanivenezia.net). Tutto è nato da una specie di esercizio: scrivere in meno di mezzora un raccontino partendo da uno spunto comune. Lo spunto comune era: quella mattina salgo in treno e chi trovo? Vabbe’, qualcuno invece che in treno ha ambientato il racconto in autobus, qualcun altro invece che di mattina di sera – ma non era questo che interessava ai fini dell’esercizio. Ecco quello che ne è venuto fuori...


CATERINA PAGNIN nata con una data palindroma il 4/8/84 nella provincia veneta, a 19 anni si trasferisce a Forlì, dove si laurea in Scienze internazionali e diplomatiche, collezionando, inoltre, innumerevoli partecipazioni a svariati progetti e corsi. Convinta com’è che la vita sia un’opera d’arte in movimento, gli anni dell’università sono un’esperienza intensa e stimolante. Ed è in questo ambiente che la sua innata curiosità la porta a sperimentare e sviluppare varie forme espressive, anche in campo artistico, disperdendo quadri e realizzando un cortometraggio dal titolo Parole sospese, il tutto rigorosamente in stile romantico surrealista (www.myspace.com/ sospesainsolita) oppure di persona con visite guidate notturne ricche di aneddoti negli appartamenti dei suoi amici fuorisede. Dice di sé: «ho un’anima sola e mai la stessa, sono incastro perfetto di diversità estreme, sono io e la possibilità del contrario, un’esistenzialità senza dubbio prismatica». Al momento vive a Quarto d’Altino e conduce una vita da pedone innamorato, dividendosi tra lavori part-time, passioni e un master in Project management orientato alla cooperazione internazionale.


Caterina Pagnin

UNDICI BARRATO

Sgocciolavo acqua un po’ ovunque. L’aria sapeva di umido. Dell’autobus non c’era traccia. Quel maledetto era in ritardo e pioveva che pareva il cielo fosse ferito dai lampi che ne squarciavano la pelle. Quel suo lamento lo udivo anche dentro, solamente senza sonoro. Ero irrequieta, sentivo i minuti e le ore perdere senso; stavo ferma, intrappolata in una vita che non avevo scelto, ma in cui vegetavo mio malgrado. Arrivò, finalmente, quel catorcio arancione. Salii in tutta fretta. Bagnata. Zuppa fino al midollo. Ero solita non far caso alle persone che mi circondavano: alla stregua di ombre in chiaroscuro sembravano muoversi anonime e senza traccia nelle mie giornate come dei semplici figuranti muti, di un grigio esasperato. Da circa sei mesi, in quella sfumatura di colore, c’ero immersa anch’io, regolarmente alla stessa ora prendevo l’undici barrato 


per andare a lavoro, un lavoro che reputavo inconcludente come parecchie cose collezionate ultimamente. Quella sera, lo ricordo bene, la mia attenzione cadde su una donna seduta pochi posti avanti a me. Salendo, presa dai miei lamenti e dalle imprecazioni inespresse, non l’avevo proprio notata, quella strana signora una decina d’anni più vecchia di me. Aveva un’aria vagamente familiare, nonostante non riuscissi a scorgerne il viso perfettamente, coperto com’era dal bavero di un cappotto rosso acceso. Quel rosso confondeva. Sfidava apertamente il nero della sera. In un certo senso mi impediva di distogliere lo sguardo da quella figura. Persa in quei contrasti, per un momento tutto mi parve bloccato, un fotogramma. Ogni cosa attorno a lei aveva il profumo dell’immobilità, come se celasse dentro di sé un’anima statica. Avvertii una strana sensazione. Più la guardavo e più sentivo venir meno l’aria nei polmoni, il mio respiro divenire di pietra, istante dopo istante. La cosa mi lasciò scossa... Provai paura. D’improvviso si alzò, e giurerei che, nel farlo, quella signora due posti avanti a me, ero proprio io. Mi alzai di scatto. L’autista era già ripartito.


– Devo scendere qui... Mi scusi! – urlai. Dissi un grazie masticato e distratto mentre mi mettevo a correre in direzione opposta all’undici barrato, che nel frattempo aveva ripreso la sua corsa senza di me. Fermai un passante, chiedendogli se avesse visto una signora con un cappotto rosso; ne fermai altri, ma nessuno l’aveva notata, si era dissolta nel nulla. Rimasi lì, ferma, tra la gente che seguiva le proprie strade. Sicuramente avrei fatto tardi a lavoro, ma a questo punto non aveva importanza: quella sera decisi che non sarebbe più servito salire sull’undici barrato, quella donna con il capotto rosso due posti avanti a me, tra una decina d’anni, non sarei stata io. Era tempo di cambiare... Aveva smesso di piovere.


ANDREA MARTIN nasce a Jesolo (VE) il 17 settembre 1972. Fin da bambino manifesta l’attrazione inconscia verso l’arte e la musica. Il contesto musicale si fa sempre più presente e alla tarda età di venticinque anni inizia a studiare chitarra e canto da autodidatta per sfociare dopo circa due anni nell’immenso “mare” della musica di gruppo. Nel 1997 fonda il gruppo dei “Riverbero” e nel 2004 gli “Ecocostante”, con i quali tuttora si esibisce in brani propri. Attualmente persevera nella sua utopia, fermamente convinto di usare la musica per abbattere quel muro invisibile che spesso si contrappone fra le persone e le ideologie, cadendo negli abissi dell’incomprensione del falso amore.


Andrea Martin

LENTI A CONTATTO

Stamattina salgo in treno, in ritardo come al solito, e solo per la pigrizia di non dover guidare per i 10 km che dividono casa mia dal lavoro, e chi ci trovo? Paolo. Paolo è un educatore di cani che conobbi l’anno scorso a Venezia in occasione della “Fiera del bradipo” – più che altro il bradipo era il simbolo della manifestazione – praticamente una giornata di ritrovo dove si accentuava la lentezza delle cose, del tipo: gare di staffetta a chi è più lento, a chi scivola di più sulle cuccagne, a chi mangia una fiorentina nel maggior tempo possibile e via così insomma. Quella mattina con Paolo avevamo parlato dell’originalità della manifestazione nella quale veniva resa evidente la voglia di ritornare a un contesto sociale molto più umano di quello che attualmente è in vigore: frenesia, perdita di valori ecc. Mi aveva raccontato del suo lavoro con i cani, ai 


quali tiene più che alle sue donne, delle sue donne che non riesce ad amare come i suoi cani e della sua visione del mondo, che a dir la verità non ho capito più di tanto. Verso sera, mentre stavamo per scambiarci i numeri di telefono per poi tornarcene a casa, incontriamo un tizio, tale Augusto di Bologna, ubriachissimo, che si inserisce nella conversazione sparando a zero sullo stato, sull’imprenditoria e chi più ne ha più ne metta. Riuscimmo a malapena a scambiarci i numeri, e congedando in malo modo il bolognese ci salutammo con la promessa di rincontrarci a breve. – Paolo che gioia! Quanto è passato? – Circa un anno e mezzo... – Accidenti, veramente? E come ti va la vita? – Eh sai, alti e bassi... Come sempre i soliti problemi con le donne e... Ad un certo punto sento un odore di alcool provenire da dietro, al che mi volto e chi ti vedo? Augusto, il bolognese, ubriaco fradicio, vestito da controllore che urla: – capolineaaaaa!

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BEATRICE CARMELLO Bea. È qui dal 24 maggio 1994. Capelli lunghi da tagliare, mente da fermare, strana, con l’amore per i viaggi anche se non ne ha mai fatti molti. Vorrebbe conoscere se stessa, poi, se avanza tempo, conoscere Dio. Spera che un giorno tutti possano stare in armonia con il mondo, facendo ciò che più piace, superando se stessi e non gli altri e volendosi bene. Patetico? No, difficilmente semplice. Ciauz.


Beatrice Carmello

17:20 – AUTOBUS PER MESTRE-VENEZIA

Inforco la bici di Giulio, amico di generosa corporatura, amante del prog e irrimediabile ritardatario e pedalo come un’evasa di prigione verso la stazione, mi hanno detto «vada dritta, poi giri a sinistra per la pedonale e poi a destra!». Ma io comincio già a non capirmi tra questi addobbi natalizi psichedelici e queste vecchiette incotonate che passeggiano sul marciapiede con i loro cagnolini con i fiocchi in testa. Proprio non trovo la station di San Donà. Chiediamo informazioni a quel ragazzo. Mi chiarisce le idee. Mi ha dato del lei! Brutto infingardo truzzone! A me dai del lei? Vabbe’, lascia perdere, let it be, che ore sono? 17:18! L’autobus è alle 17:20... Dio! Oggi è capodanno! Devo andare a casa, trovare qualcosa da mettermi, chiamare per chiedere vari passaggi in macchina, mettere sotto carica la fotocamera... Ok! vedo un autista, benissimo, è quello del mio autobus, chiedo di aspettare due minuti, vado a parcheggiare la bici e torno! Ma qual era il codice del lucchetto? 379? 384? 357? Ma perché questo lucchetto ha un codice! Cristo! Non importa, la 


lego come posso e prego Dio che non la rubino. Ah, la bici del caro Giulio, con la sella bassa e scomoda e con il campanello che suona ad ogni buca. Salgo sull’autobus Mestre-Venezia. Vittoria. Tutta l’umidità è penetrata nei miei vestiti come se fossero Scottex e si è agganciata ai pantaloni come gli ami delle canne da pesca di Peter Pan. Capelli? Non m’importano. Che abbia avuto delle canne da pesca Peter Pan? Un nugolo di polvere si alza a metà dell’autobus. Strano. Mi siedo un po’ in fondo. Messaggio di Giulio, ha trovato la bici! Benone, fatta anche questa! Ho sonno. Incuffiamoci e guardiamo fuori. Si alza altra polvere a metà autobus. Ora vado a vedere. Mi alzo, mi dirigo lentamente verso un posto più avanti, guardando con particolare attenzione il pavimento ed ecco qualcosa. Sotto un sedile c’è qualcuno! Si gira verso di me, mi esorta al silenzio, estrae dalla manica del suo giubbotto un paio di occhiali e, dopo averli indossati, mi sorride e saluta. Ma nooo! È Giulio! Senza biglietto... Si siede e, mentre leva la polvere dai pantaloni della tuta, io vado a timbrare un biglietto che avevo di riserva, mi ringrazia e mi guarda con aria di maggio, ride, piange addirittura e poi, dopo avermi fatto l’occhiolino per non so quale motivo, scende alla prima fermata, Musile di Piave... Ah, uomini... Almeno fare gli auguri per l’anno nuovo... Amen.

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MATTEO MAGGIÒ Di lui sappiamo che ha tra i 17 e i 18 anni, che vive a San Donà di Piave (dove frequenta l’istituto per geometri), che ama la musica elettronica e che da un po’ di tempo ha in mente di scrivere un romanzo. Nulla di più. Anzi, se qualcuno avesse suo notizie, è pregato di contattarci.


Matteo Maggiò

LA MAESTRA

Quella mattina salgo in treno e chi trovo? Cavolo, non ci posso credere! Pensavo di aver seppellito la sua immagine anni fa, e ora eccomela qua, come a voler ribadire il fatto di essere ancora in vita, la mia insegnante di Italiano delle elementari: Tortorici Francesca. Una donna piuttosto bassa, capelli lunghi e ispidi di un colore simile all’arancione. Il suo viso trasmetteva odio anche all’epoca, con quei piccoli occhi che ti fissavano curiosi. Eppure è sempre stata piuttosto esile, anche a causa del fumo, cosa che la metteva in secondo piano rispetto agli alti maestri di matematica e inglese. I loro rimproveri alla vecchia maestra per quel suo brutto vizio, li ricordo ancora come se fossero stati rivolti a me. Allora lei abbassava lo sguardo taurino, come per vergogna, e sembrava ancora più piccola, spaurita. L’espressione che aveva ora era più o meno quella, come se il mondo fosse troppo grande per accogliere una figura così minuta. 


Mi sedetti velocemente sul mio posto all’interno dello scompartimento di fronte a lei e frugai nella borsa alla ricerca dell’mp3, come se questo potesse far distogliere quel suo sguardo indagatore. Mi fissava... Mi stava studiando... Lei sapeva, aveva fiutato il puzzo di un vecchio studente, ormai troppo grande per essere riconosciuto. E io lo sapevo: ero in vantaggio, eppure non potevo far altro che abbassare lo sguardo sul lettore, come se non avessi ancora deciso cosa ascoltare. Seee... figurarsi! Dovevo affrontarla... Fino a Roma sarebbe stata lunghissima, e non c’era neanche da sperare che scendesse prima, anzi di sicuro sarebbe andata ben oltre. La sua famiglia infatti era di Trapani, e lei parlava con quell’accento che se ora sento per più di due minuti esco dalla stanza, ma all’epoca non ci badavo... Non potevo! Ero troppo ingenuo, e pendevo dalle sue labbra avido di sapere, anche se lei trattava tutti i suoi alunni in modo burbero e distaccato. Eppure ora era lì... E non sapevo come comportarmi... Quattro ore di viaggio! Che fare? Oddio... Diciotto anni e ancora mi lascio intimorire da situazioni del genere... Bah! La situazione andava presa di petto. Appoggiai la testa alla mano e la fissai intensamente, sperando però di non dover essere io ad approcciare il discorso. 


Incredibile... Trovarsi di fronte una donna che ho tanto odiato, eppure ultimamente tanto stimato per quanto mi ha insegnato, e non riuscire a far altro che abbassare lo sguardo, indifferente...

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IRENE SBROGGIĂ’ Nata il 7/7/1994 e morta subito dopo. Attualmente risiede in via Paolo Fabbri 43. Frequenta il liceo scientifico Giordano Bruno di Mestre per disdetta. Ha partecipato a molti concerti, qualche conferenza e decine e decine di feste. Spera che il suo racconto vi piaccia.


Irene Sbroggiò

CAZZAROLA

Cazzarola, anche oggi esco in ritardo... Ah, meno male, arriva l’autobus. Chissà se riesco a prendere il treno delle 15. Mi siedo qui. Death is the first dance, eternal I Dream suonano nelle mie nuovissime cuffie. Cavolo quanto mi piace questa canzone! Ehi, ma quello è Marco?! Maledizione, meglio che scenda qui... As a child I thought I could live without pain, without sorrow Mi metto davanti all’uscita... Ma quanto dura questo dannato semaforo... Ma quel furgone... ci sta venendo addosso!! Deceit is the second without end Cazzo, se questo fosse un film ora direi «chi ha spento la luce?». Ma questo non è un film, e io sen


to dolore dappertutto... Il furgone dev’essere andato addosso all’autobus. Quindi sono in ospedale? Piano piano il dolore che sento svanisce, sostituito da un leggero tepore... Ora ho capito dove sono, o meglio, posso provare a spiegarlo... Mi sembra di stare affogando nella colla Vinavil... Ecco, mi sento esattamente così... Comincio a percepire il mio corpo... Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma la sensazione di affogare se n’è andata. Ogni tanto qualcosa mi stringe la mano, e una voce mi chiede di rispondere alla stretta, ma non riesco a muovermi. Passa altro tempo, il dolore è tornato. The third arrives... Apro gli occhi di scatto. Il mio primo, stupido pensiero è «avevo ragione, sono in ospedale». Guardo le persone intorno a me. Mio padre, in un angolo, legge il giornale... Ha l’aria molto stanca... Lucia, di fianco a me, guarda la tv senza vederla davvero. Alla mia destra, un’infermiera cambia la flebo. Entra mia madre e, nel vedermi sveglia, sorride. Ricambio il sorriso e le chiedo: – Sai per caso dov’è il mio i-Pod? Love is the dance of eternity 


SARA ROSSI è nata a San Donà di Piave il 12 marzo 1983, vive a Quarto d’Altino ed è allergica a chi non sopporta i gatti. Fin da piccola ha tre sogni: fare l’insegnante, diventare architetto e dare una “casa” a chi non ce l’ha. Il primo l’ha realizzato cominciando a insegnare, con paziente costanza, a leggere e a scrivere alla nonna analfabeta; il secondo laureandosi alla Facoltà di Architettura a Venezia, il terzo frequentando un master che l’ha portata a compiere un tirocinio in Ruanda aprendole le porte alla cooperazione internazionale. Questa è la sua prima pubblicazione: finalmente potrà riempire quel temuto spazio bianco in fondo al suo C.V. (“Pubblicazioni”...).


Sara Rossi

LATO FINESTRINO

Quella mattina me la ricordo bene. Ero diretta a Bologna per partecipare ad una serie di conferenze sui cambiamenti climatici. I miei colleghi, tutti presi da impegni famigliari, mi avevano chiesto la “cortesia” di potermi sacrificare dato che ero l’unica a non avere figli, moglie o marito da accompagnare a partite di calcio o al centro commerciale durante il weekend. Non avendo delle buone scuse da opporre, quel venerdì mattina mi ritrovai quindi su quell’Eurostar diretto a Bologna, quinta carrozza, posto 8, lato finestrino. Come mio solito arrivai in stazione in ritardo e saltai sul vagone poco prima che il treno partisse. Prima di trovare il posto che avevo prenotato camminai parecchio, facendomi strada tra zaini di chiassosi universitari e valigette a mano di uomini d’affari in composti cappotti neri. Il venerdì è un giorno interessante da osservare da un sedile di un treno, è il giorno del “ritorno”; la settimana 


sta per terminare e sembra che tutti stiano tornando verso qualcosa o da qualcuno: gli studenti fuori sede tornano a casa per il fine settimana a coccolare la mamma e abbracciare la ragazza, gli uomini in cappotto tornano dalla moglie e dai figli e forse qualche ragazzo torna a trovare un amico che non vede da tanto. Io quel venerdì non stavo “tornando”, ma stavo “andando”, stavo andando verso qualcosa che non aveva neppure la minima sembianza di casa, marito o amico, non mi stavo lasciando alle spalle la pesantezza di una settimana di lavoro, ma me le stavo trascinando prolungandola fino al lunedì successivo. Trovato il mio posto, mi fermai, tolsi il cappotto e mi sedetti tenendolo sulle ginocchia. Quel cappotto di lana cotta era davvero vecchissimo, e i suoi quadri colorati non si addicevano per niente alla mia età di quasi quarantenne; ma non mi importava, io c’ero affezionata e lo indossavo ovunque e per qualsiasi occasione. Mi guardai intorno, ero frastornata, stanca, un po’ disorientata, quei giorni erano stati davvero intensi in ufficio, troppo intensi, anche per una stacanovista come me. Mi chinai per cercare nel caos immancabile della mia borsa il romanzo che stavo leggendo da due settimane, una storia confusa di amore e tradimento. Trovai il libro. Mi accomodai meglio sistemando ai loro posti cappotto e borsa. Sospirai. Ero pronta, o forse rassegnata, al mio destino. 


Il treno si fermò alla prima stazione. Mi fermai anch’io. Alzai gli occhi dalle pagine del libro e distrattamente rivolsi lo sguardo fuori dal finestrino. Fu in quel preciso momento che capii per quale ragione inconscia sceglievo sempre di viaggiare dalla parte del finestrino e non del corridoio. Ero in compagnia di Maria e Anna, eravamo di ritorno da un weekend di relax in un centro benessere nella campagna toscana. Anche allora ero a bordo di un treno seduta accanto al finestrino. Mi accorsi di lui forse per l’abbinamento di colori appariscente e decisamente autunnale del suo abbigliamento. Una giacca color caco, pantaloni lisi di velluto marrone e una sciarpa di grossa lana verde bottiglia che gli avvolgeva quasi tutto il volto. Aveva capelli corti, castani, arruffati e spettinati e sul naso portava adagiati un paio di occhiali cerchiati di rosso che gli incorniciavano gli occhi neri, scuri, profondi. Le sue movenze erano calme, tranquille e anche allora stonavano con il frastornante via vai della stazione. Anche questa volta, a bordo dell’Eurostar per Bologna, un brivido mi corse lungo la schiena e una sensazione di agitazione mi pervase. Cercai in quei brevi minuti di capire meglio chi fosse, cosa faceva, che cosa veramente mi incuriosiva di lui, se il destino me lo aveva fatto incontrare due volte 


doveva pur esserci un motivo... ma il treno non mi diede il tempo di intuire di più e riprese la sua corsa. Ritornai un po’ scoraggiata al mio libro. Lo aprii nel punto in cui avevo interrotto la lettura, ma subito lo richiusi. Sospirai, forse questo era il mio destino. Chiusi gli occhi e cercai di addormentarmi per ritrovare ancora una volta quegli occhi neri, scuri e profondi cerchiati di rosso.

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DAMIANO VISENTIN Il quattro giugno del millenovecentottantaquattro Damiano è nato col piede sbagliato. Fortunatamente cresce normalmente sopportando malamente tutto quello che un adolescente deve praticare, rispettare, frequentare obbligatoriamente. Non appena raggiunta l’età e i requisiti necessari per abbindolare gli sciagurati genitori abbandona in fretta e furia studi e professori. Ai banchi di scuola preferisce senz’altro quelli dei bar, comincia dunque a dedicarsi a tutt’altro, ma forse più che altro a nient’altro. Trascorsero annate confuse, tra pizze, osterie, sigarette e morose. Accade finalmente qualcosa di importante solo recentemente, quando Damiano si innamora follemente della ragazza di un suo amico, che non la prese bene...per niente! Per conquistarla mente! Le racconta di amar la poesia, soprattutto Dante, lei cade ingenuamente nella rete del nostro lestofante. Ma ovviamente il palco non poteva reggere eternamente, al che Damiano, per non sentirsi dire deficiente si dà da fare veramente. Tra il 2008 e il 2009 pubblica una raccolta di poesie in dialetto dal titolo In gropa ae stee de Van Gogh, riceve tre riconoscimenti in altrettanti concorsi di poesia, scrive la prefazione per Tanto per cambiare, un libro curato dall’amico attore e scrittore Alessandro Flora e partecipa con le sue poesie a numerose serate musicali tra le province di Venezia e Treviso. Damiano attualmente si sta occupando segretamente di un nuovo progetto che ha in mente. Sta lavorando alacremente. Ma molto probabilmente non se ne farà niente.


Damiano Visentin

SBOCCO SUL MARE

Tra tutte le facce di culo che di mattina riescono a riempire l’autobus diretto a Jesolo, oggi sono incappato nell’ultima che avrei mai voluto incontrare. Mi ero sradicato dal letto con mezz’ora di ritardo e la netta sensazione che qualcuno avesse strappato il cervello dal mio cranio per sostituirlo con una sveglia impazzita. Un risveglio allucinante, frutto della balla fuori programma di ieri sera. (Ma prima o poi riuscirò a procurarmi qualcosa, un gingillo made in China, un cazzo ne so che quando s’accende faccia partire una melodia dolce, delicata, e non quegli stramaledetti allarmi anti-bomba dei cellulari, buoni solo per rovinarmi la giornata ancor prima che cominci.) Per puro culo sono riuscito a salire sul bus delle 7:40, non c’era un posto libero, fanculo, sono rimasto in piedi, ma dovevo almeno riuscire a distrarmi dal mal di testa, ci ho provato focalizzan


do l’attenzione su quel cocktail di odori venutosi a creare esattamente dove stavo litigando con l’equilibrio: una zaffata di svariate essenze profumate quanto indefinite provenienti dalla mia destra, da davanti, la zona delle vecchine cotonate e degli impiegati, mescolata all’ondata di odori fetenti provenienti da sinistra, dal retro, pollaio di studentelli con l’alito da pizzette e di extracomunitari. Le mie ingenue narici continuavano beate a farsi di quella robaccia, spinte dall’irrefrenabile curiosità per lo schifo, finché ho sentito stringersi ancor di più il nodo che già avevo allo stomaco. La strada dissestata di certo non mi era d’aiuto, ma trovarmi di fronte Ivan, controllore, fidanzato da una vita con la tipa a cui ieri ho fatto la festa, è stata la vera causa del crollo di ogni difesa gastrica. Ho sboccato anche il cuore, appena prima della mia fermata, centrandogli in pieno la giacca della divisa aperta per metà e la mano che attendeva il mio biglietto obliterato. Il fischio dei freni ha coperto il rumore cavernoso del mio rigurgito, a godere dello spettacolo, dunque, pochissimi privilegiati. La porta si è aperta, sono saltato giù e si è richiusa subito, permettendo all’autobus di ripartire con un ingrediente nuovo da shakerare in quel cocktail micidiale. 


Mi sentivo molto meglio, sarebbe bastata una caramella alla menta e la mia morosa non si sarebbe accorta di niente.

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MIRKO VISENTIN (Treviso, 1976) vive a Quarto d’Altino, dove lavora in proprio come grafico editoriale e web designer all’interno dello spazio creativo condiviso Spazio Sputnik. È titolare della casa editrice MiMiSol e fondatore del gruppo di autoproduzione editoriale Auteditori nell’ambito del quale ha pubblicato il racconto lungo Voyeur in Barcellona (2004) e la raccolta di racconti Decide your life (2006). Nel 2007 Edizioni del Vento ha pubblicato la sua raccolta di poesie in dialetto “Back up” nel volume I Dialettanti 1.0.


Mirko Visentin

LO SCIOPERO

Lunedì 16 novembre, ore 7:15. Salgo in treno e mi ritrovo da solo. A pensarsi bene nemmeno al binario c’era nessuno – di solito c’è un bordello tra studenti, donne delle pulizie, impiegati, turisti – ma probabilmente non ci ho fatto caso, immerso com’ero nella lettura del romanzo di Balestrini. Che sia stato indetto uno sciopero generale e nessuno mi ha detto nulla? Ma anche se fosse qualcuno dovrebbe pur esserci: non può mica fermarsi il mondo per uno sciopero! Ne approfitto per stravaccarmi su un posto da quattro, butto lo zaino sul sedile davanti, giubbotto, sciarpa e berretto sugli altri due, e continuo indisturbato la lettura. Però sta cosa dello sciopero... Come ho fatto a non accorgermene? Ok, negli ultimi giorni son stato chiuso in casa da solo con l’influenza, mia moglie e il piccolo si son rifugiati dai nonni per 


paura di un contagio di massa. Non ho praticamente acceso radio e televisione preferendo leggere e scrivere – una volta ogni tanto un po’ di pace in casa! – quindi è normale che se hanno indetto uno sciopero – che ne so - giovedì per oggi, io non ne abbia sentito parlare. Però, cazzo, uno sciopero generale non si butta su mica in due giorni! E poi anche se fosse, mia moglie non mi dice niente? Neanche un sms? Allora per chiedermi se il bambino ha mangiato, bevuto, cagato, dormito, sorriso, parlato giù fiumi di messaggini, per dirmi invece che il mondo si sta per fermare niente, neanche uno squillo che poi la chiamo io. Davvero, a volte mi rifiuto di capirla. Il controllore entra nello scompartimento. Dev’essere nuovo, non l’ho mai visto. Carina però. Mi sorride. – Biglietto prego. – Abbonato... ecco... – Grazie, e buona domenica.

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ENRICO LUCCHESE (Treviso, 1981) vive a Quarto d’Altino. È uno dei fondatori dello spazio creativo condiviso Spazio Sputnik, all’interno del quale si occupa di composizione musicale, di editoria e di grafica. Assieme al fratello Nicola forma il duo “En rico en i cola”, con il quale ha pubblicato l’album Press the pul santino (Minuta Rec, 2009). Fa parte del gruppo di autoproduzione editoriale Auteditori con il quale ha pubblicato la raccolta di poesie Il guardasala (2004) e Giona (2006).


Enrico Lucchese

2864

Salgo sul treno, sul solito treno 2864 | da Quarto a Venezia Santa Lucia delle 7:24 prendo quel treno per un accordo che ho con un uomo | un uomo che ha, gestisce un locale in calle Calecca ho un accordo settimanale che vale da cinque anni | e non è un contratto è un accordo verbale e io, devo dire, io che non amo firmare le carte | le carte che si prestano per essere firmate | che si mettono belline in posa sprotte | con il buco in basso tutto | speranzoso che lo inchiodo che ci metto la mia penna e che lo sbrodolo io sono contento sto benone io, che non mi voglio appiccicare vabbè sul solito treno 2864 dal corridoio | mentre m’ingoio la mia saliva com’è normale | mentre mi scelgo il mio posto giusto il mio meno male 


sai chi ti vedo? ti vedo tan! apparizione! una ragazza che sembra un cane | nel senso buono cioè è affettuosa con uno sguardo che fa le coccole | e non sa chi sono mi siedo qua, quuua ecco e qua che storie | che frullatore che acceso/spento continuamente che svuotamento che batticuore | con l’emozione se cominciare un po’ dappertutto in tutto il mio/nostro respiro | che gigantesca specie di nuova spirometria che intontimento, dentro che finestrino che cielo bello, fuori | che sua vetrina come si espone c’ho cose in gola | che sono più di solo il cuore come si espone che cazzo faccio? però mi sembra un po’ fatto apposta, perché l’ho detto | l’ho detta prima, la storia lì del contrattino | bellino in posa, col buco sotto | da sbrodolare... uguale uguale questa mi sembra che è da firmare contratto a tempo determinato me l’accarezzo, le faccio credere | poi lascio stare.

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INDICE

Prefazione

5

In 20 minuti Undici barrato di Caterina Pagnin

7

Lenti a contatto di Andrea Martin

11

17:20

– Autobus per Mestre-Venezia di Beatrice Carmello

15

La maestra di Matteo Maggiò

19

Cazzarola di Irene Sbroggiò

23

Lato finestrino di Sara Rossi

27

Sbocco sul mare di Damiano Visentin

33

Lo sciopero di Mirko Visentin

37

2864 di Enrico Lucchese

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I testi di questo libro sono stati composti in carattere Adobe Garamond (corpo 12 su 13 pt). Il Garamond è uno dei migliori caratteri a stampa mai incisi, disegnato a Parigi a metà Cinquecento dallo stampatore Claude Garamond (1480-1561) perfezionando i primissimi modelli di carattere romano sviluppati in Italia (e specialmente a Venezia, da Nicolas Jenson e Francesco Griffo) tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. I titoli (compreso quello in copertina) e le note biografiche sono stati composti in Serifa, restyling degli ottocenteschi «slab serif» a grazie non raccordate eseguito nel 1968 dal type designer svizzero Adrien Frutiger. Gli «slab serif» (o «egiziani», perché di moda all’epoca della campagna napoleonica in Egitto), come gli «ultra-Bodoni» e i primi «bastoni» nacquero tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento per soddisfare le esigenze della nascente pubblicità commerciale, la quale necessitava di caratteri forti, decisi, incisivi.


Caterina Pagnin | Andrea Martin | Beatrice Carmello | Matteo Maggiò | Sara Rossi | Irene Sbroggiò | Damiano Visentin | Mirko Visentin | Enrico Lucchese

Quella mattina salgo in treno e chi trovo? Antologia dei testi realizzati durante il laboratorio di scrittura e autoproduzione tenuto dal gruppo Auteditori nell’ambito del progetto Rete Giovani Venezia – Bando regionale L.R. n. 29/88 area 1 “GPS - Giovani produttori di Significati” edizione 2008.

Iniziativa realizzata con il contributo della Regione Veneto Assessorato alle politiche sociali, Volontariato e No-Profit Regione Veneto


IN 20 MINUTI